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CORRIERE SERA WEB
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marco lillo s’è
rotto e attacca il direttore dell’ansa Luigi Contu: "una sentinella non
contro ma a favore del potere" - sabato ’Il Fatto’ fa scoop: "la Procura
di Roma ha chiesto di usare le intercettazioni della Procura di Trani
contro Berlusconi" - La notizia, per l’Ansa, è falsa per una parte e
inesatta per il resto. Così, quasi tutti i telegiornali e i giornali
l’hanno minimizzata o ignorata
Marco Lillo per
il Fattoquotidiano.it
Quando si è
insediato alla direzione dell'Ansa nel 2009 Luigi Contu ha rilasciato la
seguente dichiarazione d'intenti al Corriere della Sera: "La cosa
speciale di lavorare in un' agenzia è che sei al centro, in diretta, di
tutto quello che accade nel mondo. Sei la prima vedetta, quella che deve
avvisare giornali, tv, radio che sta succedendo qualcosa di importante.
Lo devi fare subito, per dare a tutti il modo di scegliere e organizzare
i giornali, e devi essere preciso ed equilibrato". Due anni dopo la
sentinella dell'informazione ha perso smalto.
Il 19 febbraio Il
Fatto Quotidiano pubblica in esclusiva una notizia: il 3 febbraio 2011
la Procura di Roma, con un atto firmato dal procuratore capo Giovanni
Ferrara, dall'aggiunto Alberto Caperna e dai due sostituti Roberto
Felici e Caterina Caputo ha chiesto di usare le intercettazioni della
Procura di Trani contro Silvio Berlusconi. L'Ansa avrebbe dovuto fare
una cosa molto semplice: chiamare i 4 pm e farsi confermare o smentire
la notizia. Se era falsa avrebbe dovuto scrivere: "Non è vero che la
Procura ha chiesto di usare le intercettazioni di Berlusconi contro di
lui"; se era vera, avrebbe dovuto scrivere: "Come Il Fatto ha anticipato
oggi, la Procura di Roma ha chiesto di usare le intercettazioni...bla
bla". Invece cosa fa "la vedetta" dell'informazione?
Alle 14 circa
l'Ansa pubblica la seguente notizia:
"Roma, 19 feb -
Nessuna decisione è stata presa dalla Procura di Roma in merito alla
vicenda delle presunte pressioni che sarebbero state esercitate da
Silvio Berlusconi sulla presidenza di Agcom per la sospensione del
programma Annozero. Lo affermano fonti di Piazzale Clodio. Il premier è
indagato per minacce e concussione. Al vaglio degli inquirenti ci sono
le risultanze dell'indagine svolta dal Tribunale dei ministri ed, a
breve, anche la trascrizione di alcune telefonate intercettate.
Il procedimento ha
preso spunto da un invio di atti da parte della Procura di Trani. Dopo
la conclusione degli accertamenti fatti dal collegio competente per i
reati ministeriali gli atti sono tornati alla Procura per le conclusioni
di rito: queste potranno essere la richiesta di rinvio a giudizio
dell'indagato o l'archiviazione del procedimento".
La notizia messa
in rete sabato scorso dall'Ansa è falsa per una parte e inesatta per il
resto. Così, nonostante la notizia data dal Fatto Quotidiano sia vera,
quasi tutti i telegiornali e i giornali (con la lodevole eccezione del
Messaggero) l'hanno minimizzata o ignorata.
La notizia
riguardava un caso del quale si è parlato per mesi (le pressioni
sull'Agcom per far chiudere le trasmissioni di Santoro, Floris e
Dandini) ed era rilevante e non scontata (quasi tutti prevedevano
l'archiviazione) eppure la notizia è stata pressoché cancellata dal
sistema dei mass media. Milioni di cittadini non hanno saputo di un
passo avanti dell'accusa nel procedimento contro Silvio Berlusconi anche
e soprattutto grazie all'Ansa.
Il direttore Luigi
Contu al Corriere diceva di volere essere la sentinella del potere. In
questo caso la sua funzione è stata opposta, l'Ansa è stata una
sentinella non contro ma a favore del potere. La nota anonima che
smentiva la notizia del Fatto senza nominarla forse è stata solo una
stizzita reazione infantile a un "buco" inferto dalla concorrenza ma si
è risolta in un vergognoso scudo mediatico all'uomo più potente
d'Italia.
Quello che è
accaduto sabato 19 febbraio è molto grave: l'Ansa è incorsa in una
palese violazione dei suoi doveri verso i soci dell'agenzia (i maggiori
giornali italiani) verso i clienti: i mezzi di informazione che pagano i
suoi servigi perché dia le notizie vere e non smentite false e anonime.
Le conseguenze sono amplificate dal ruolo dell'Ansa che non è un
gazzettino qualsiasi. L'agenzia di stampa nazionale - come il direttore
Contu ha spiegato due anni fa al Corriere - ha una responsabilità
"sociale" superiore: "Sei la prima vedetta, quella che deve avvisare
giornali, tv, radio che sta succedendo qualcosa di importante. Lo devi
fare subito, per dare a tutti il modo di scegliere e organizzare i
giornali".
Anche a voler
credere al fatto che "le fonti di Piazzale Clodio", rintracciate
d'urgenza il 19 febbraio scorso, abbiano detto quanto riportato dal
cronista dell'Ansa, ciò non toglie che l'agenzia di stampa sia venuta
meno ai suoi doveri deontologici. Ci sono almeno sette magistrati a
conoscenza dello stato del procedimento. Quattro pm a Roma e tre giudici
del collegio dei reati ministeriali. L'Ansa ha avuto due giorni per
sentirli e non lo ha fatto. Ancora oggi l'agenzia di stampa nazionale è
ferma a quella nota anonima che dice cose false e inesatte.
Per l'esattezza:
1. è falso che "nessuna decisione è stata presa dalla Procura di Roma";
2. è inesatto dire
che "dopo la conclusione degli accertamenti fatti dal collegio
competente per i reati ministeriali gli atti sono tornati alla Procura
per le conclusioni di rito". Il fascicolo era tornato in Procura a
novembre 2010 e non è più alla Procura a Roma perché - come è stato
scritto dal Fatto Quotidiano- è partito il 3 febbraio da Piazzale Clodio
ed è arrivato a metà della scorsa settimana al collegio dei reati
ministeriali. Se l'Ansa ha ancora dubbi in proposito non deve fare altro
che andare alla sede del collegio dei ministri, in via Triboniano 3 al
primo piano, per bussare e chiedere;
3. è inesatto dire
che le telefonate debbano essere ancora trascritte. Basta leggerle sul
Fatto Quotidiano per capire che questo lavoro è stato fatto un anno fa
dalla Guardia di Finanza;
4. è inesatto dire
che "gli atti sono tornati alla Procura per le conclusioni di rito:
queste potranno essere la richiesta di rinvio a giudizio dell'indagato o
l'archiviazione del procedimento". Come Il Fatto ha scritto, infatti,
c'è la terza via della richiesta di utilizzazione delle intercettazioni,
quella percorsa dalla Procura di Roma.
Nella Carta dei
doveri del giornalista esistono due articoli fondamentali:
- "Il giornalista ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che
ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la
maggiore accuratezza possibile".
- "Il giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle
sue fonti, per accertarne l'attendibilità e per controllare l'origine di
quanto viene diffuso all'opinione pubblica, salvaguardando sempre la
verità sostanziale dei fatti".
Sabato scorso
l'Ansa non ha rispettato i suoi doveri, ma è sempre in tempo per
rimediare.
21-02-2011]
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Da "il Giornale" - L'intento del sito www.linkiesta.it, è lodevole:
professionisti e manager di grido hanno deciso di finanziarie alcuni
bravi giornalisti, guidati dal giovane direttore Jacopo Tondelli, per
fare approfondimenti senza preconcetti e ideologie. Il tutto
attraverso un nuovo modello di business, solo su Internet. Ambizioso.
E difficile.
Perché ci chiediamo come faranno i nostri inkiestisti a cavarsela quando
il gioco si farà duro. Ieri le vicende fiscali di Dolce&Gabbana e la
sfilata dei due stilisti in procura a Milano è stata data con risalto.
Ma nella procura milanese l'inchiesta che fa discutere l'intera comunità
finanziaria è un'altra: è detta Brontos, parla di evasione fiscale e
riguarda anche 17 manager di Unicredit. Tra i quali Alessandro Profumo.
Uno dei settanta azionisti liberal che hanno investito nell'inkiesta.
Cose succederà quando dovrà sfilare anche lui in procura?
01-02-2011]
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- EDITORIA:
MARCEGAGLIA, CDA SOLE 24 ORE NON E' SLITTATO, PIANO IL 21 - AVRA'
DISCONTINUITA' MOLTO FORTE...
(Adnkronos) - Il Cda del quotidiano 'Il Sole 24 Ore'
non e' slittato ma sara' presentato venerdi' prossimo
dall'amministratore delegato. Ad affermarlo e' il presidente di
Confindustria Emma Marcegaglia a margine di un convegno sulle donne al
Senato. "Il Cda non e' mai slittato, il nuovo piano 2011-2013 sara'
presentato dall'amministratore delegato venerdi' prossimo, il 21. Non
posso anticipare nulla, stiamo parlando di una societa' quotata in
Borsa. Il piano che presentera' l'ad e che dovra' essere approvato dal
consiglio e' un piano importante, di discontinuita' molto forte".
20-01-2011]
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SE QUESTO È UN PRETE!
- FENOMENOLOGIA BY "IL GIORNAle" DI DON SCIORTINO, IL DIRETTORE CHE HA
TRASFORMATO “FAMIGLIA CRISTIANA” IN UN FOGLIO ANTI-BANANA, AL PUNTO DA
BECCARSI QUERELE (DA MARONI) E PERDERE LA BELLEZZA DI 150MILA COPIE, CON
PREOCCUPAZIONE DELL’EDITRICE SAN PAOLO E GRAVE CRUCCIO DEL VATICANO - ULTIMA
IN ORDINE DI TEMPO, LA METAFORA OLFATTIVA SULL’ANNUNCIATA RUBRICA DI
MINZOLINI: “LA MATERIA DÀ ODORI POCO GRADEVOLI”…
Giancarlo Perna per "il
Giornale"
Fondata esattamente
ottanta anni fa dal beato Giacomo Alberione, "Famiglia cristiana" ha come
motto: «Parlare di tutto ma cristianamente». Da una dozzina di anni il
settimanale dei paolini è però diretto da don Antonio Sciortino, un
sacerdote che avrà fortissime difficoltà a entrare in Paradiso al primo
turno.
È infatti un tale
linguacciuto che non solo non sa dove stia di casa il parlar cristiano, ma
usa toni da codice penale. Sotto la sua direzione, la rivista - destinata
alle pie famiglie e in vendita anche in parrocchia - si è beccata perfino
delle querele. Cosa oltremodo incresciosa per un giornale il cui compito
dovrebbe essere quello di rivolgersi al suo pubblico edificandolo.
Il tallone d'Achille
di Sciortino è Berlusconi. Il don lo odia al punto da giocarsi il Paradiso,
collezionare denunce, corrompere l'animo candido dei parrocchiani, perdere
copie. Negli ultimi cinque anni, in effetti, la tiratura di Famiglia
cristiana è scesa di 150mila copie, passando da 640mila a 490mila con
preoccupazione dell'editrice San Paolo e grave cruccio del Vaticano.
Il solo a
infischiarsene è il direttore perché prendersela col Cav è più forte di lui
e della sua missione sacerdotale. Il settimanale degli oratorii è ormai una
specie di Unità in tonaca e fa stabilmente parte della stampa di sinistra
che attacca il berlusconismo a prescindere. Non lo combatte più sui principi
ma a suon di maldicenze e ogni inezia è buona.
L'ultimo affondo di
quella che fu una rivista cattolica ha come bersaglio Augusto Minzolini, il
cui torto è di essere direttore del Tg1 in quota Cav. Minzo, stufo di essere
per questo sulla graticola da un anno e mezzo, ha reagito annunciando che
dedicherà una rubrica alle minchionate dei suoi colleghi della carta
stampata.
L'idea si annuncia
esilarante perché i quotidiani sono una miniera di svarioni ed è sacrosanto
che come noi facciamo le bucce alla tv, la tv le faccia a noi. A "Famiglia
cristiana2 invece la cosa non va giù e (mal) tratta la vicenda nel suo
ultimo numero. In un breve corsivo dal titolo serioso e intimidatorio, «Il
Tg punitivo del direttorissimo (il suddetto Minzo, ndr)», stronca
l'iniziativa.
Dà per scontato - e
non lo è affatto - che sia rivolta contro la stampa di sinistra e la giudica
inammissibile. «La materia - sentenzia con una sgradevole metafora olfattiva
- dà odori poco gradevoli». Ohibò, e perché? Per due ragioni spiega
l'autore, Giorgio Vecchiato. Primo: «Non si può rispondere ai colpi di
fionda con un cannone. C'è una bella differenza tra quattro aficionados che
leggono un quotidiano e i milioni di cittadini che seguono la tv». Secondo:
«Il Tg1 non è di proprietà di Minzolini ma è un servizio pubblico».
Ergo: non può essere
usato per vendette private. Fine dell'argomentazione che, per la sua
debolezza, consente all'imputato una replica ineccepibile. «Il mio Tg -
osserva Minzo - ha tante rubriche (moda, cinema, costume, ecc. ) e nessuna
ha mai posto problema. La stampa è un settore altrettanto importante». Se
ora si solleva il caso è solo perché «gli operatori del settore si sentono
dei sacerdoti intoccabili». E non lo sono, è il giusto sottinteso, per cui,
con buona pace di Famiglia cristiana, tirerò dritto. Questione chiusa e
palla al centro.
Don Sciortino, se
fosse compos sui, avrebbe tranquillamente potuto evitare una polemica
infondata e meschinissima. Ma non può perché è accecato dall'ira e usa un
settimanale diocesano per sfogare le proprie paturnie. In quasi tre lustri
di direzione, il don ha trasformato in una fucina di odio politico una
rivista per famiglie che per decenni ha guardato il mondo con quieto spirito
cristiano.
Un tempo, "Famiglia"
era distribuita solo nelle parrocchie. Nonne e chierichetti prendevano la
propria copia dalla pila sistemata in chiesa e versavano l'obolo, senza che
nessuno controllasse, nella apposita cassetta. La rivista aveva fiducia
nell'onestà del lettore e il lettore si fidava dei contenuti pacifici e
cristiani della rivista.
Col don il clima si è
incattivito. Metà "Famiglia cristiana" è dedicata settimanalmente alle
«malefatte» del mostriciattolo di Arcore. Ecco una serie di titoli degli
ultimi due anni: «La costituzione dimezzata»; «Un Paese senza leader»;
«Berlusconi al tramonto»; «Premier in declino per sette lettori su dieci»,
ecc. Contenuti e linguaggio oscillano tra calunnia e trivio. Se il Cav si
occupa dei rifiuti di Napoli diventa «lo spazzino». Se il suo governo si
attrezza contro i clandestini si macchia delle «atrocità dei nazisti contro
i bambini ebrei» (la bravata è però costata al don una querela del ministro
dell'Interno, Maroni).
Se i soldati sono
mandati per le strade in Campania siamo «all'anticamera di dittature
sudamericane». Il Cav cerca di difendersi col Lodo Alfano dalle toghe
partigiane? È «un tracotante» che prepara «un ritorno del fascismo». Se Fini
litiga con Berlusconi, il primo è una vittima, l'altro il carnefice. Il Cav
dice una spiritosata di dubbio gusto su Rosy Bindi e la giustifica dicendo
che non è sua ma girava in Parlamento, il don interpreta: «Vuole tenere i
piedi in tutte le scarpe. Nel caso specifico, quelle dello statista e del
teppistello di periferia».
Sembra di sentire Totò
Di Pietro che però non è un prete. Berlusconi pretende che i parlamentari
pdl votino compatti in Parlamento, com'è norma in tutti i partiti? «Ha una
concezione padronale dello Stato e ridotto politici e ministri in
servitori». Nemmeno se fa la comunione gli sta bene. Quando successe l'anno
scorso al funerale di Raimondo Vianello, di cui il Berlusca era amico
fraterno, Famiglia cristiana armò un casino che, fossi stato Papa, avrei
sospeso la rivista e inflitto almeno un paio di scomuniche.
Una a don Sciortino
come direttore, l'altra al teologo del settimanale che, a comando, ha
scritto cose indegne. Ecco qualche passo: la comunione rientra «nei gesti
plateali del premier» che ha trasformato «quel funerale in spettacolo...
Come cristiani proviamo disagio quando uomini di potere approfittano di
momenti della vita di fede per fare ciò che, in genere, fanno fuori dalla
chiesa: dare spettacolo di sé».
Come se in
cinquant'anni di democristianità non avessimo visto genuflessioni a rotta di
collo dei Moro, comunioni multiple dei Fanfani, sguardi al cielo di
Andreotti, mani giunte a gara di Rumor, Zaccagnini, Casini e baciapile vari.
Io non so se don
Sciortino e i suoi appartengano a una razza speciale di fabbricatori di
fiele. Ma se questi sono i preti, mi preferisco laico e
peccatore.11-01-2011]
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IN MORTE DI LIETTA -
"LA STAMPA" POTEVA AVERE IL BUON GUSTO DI EVITARE DI SCODELLARE I SOLITI
NECROLOGI LACRIMOGENI IN GLORIA DELLA "GRANDE GIORNALISTA" - LA TORNABUONI
FU COSì "GRANDE" CHE PER LE SUE IDEE POLITICHE DI SINISTRA, SGRADEVOLI AL
POTERE PARA-DEMOCRISTIANO DEL LINGOTTO, LE FU NEGATA, ANNO DOPO ANNO,
ARTICOLO DOPO Articolo, L’"AGIBILITà" DI EDITORIALI per finire EMARGINATA IN
UNA SALETTA BUIA A RECENSIRE FILM....
Natalia Aspesi per "la
Repubblica"
È morta ieri al
Policlinico Umberto I di Roma, dove era ricoverata da diversi giorni, la
giornalista Lietta Tornabuoni. Aveva 79 anni. Domani la camera ardente alla
Casa del Cinema di Roma.
Lietta Tornabuoni ed io eravamo una strana coppia; amiche, colleghe,
sorelle: abitando in città diverse, ci trovavamo solo in occasioni
professionali, per esempio ai Festival, da quello canoro di Sanremo nei suoi
anni gloriosi, ai cinefestival di Cannes e di Venezia. Inseparabili,
scansate, forse temute, certamente prese in giro dagli altri colleghi, ci
divertivamo moltissimo: a vedere film, incontrare divi, parlarne tra noi.
Come due adolescenti, ridevamo di tutto, il lavoro, insieme, era puro
divertimento, anche se scrivevamo per giornali diversi, o forse proprio per
quello.
Quando ci siamo
conosciute, io ero una tipica giornalista donna, disordinata e poco
affidabile, della terribile categoria definita di costume; Lietta era già
una grande giornalista, anzi, come si diceva allora per esaltarne la
bravura, un grande giornalista; generosa come raramente sono i colleghi,
apriva i suoi quadernini di appunti, che erano sempre quelli cinesi neri con
gli angoli rossi, e mi passava preziose informazioni, numeri di telefono
segreti,
Fu lei che
rimproverandomi l´eccesso di leggerezza, mi insegnò che il giornalismo è una
cosa seria, anche se mi occupavo di Claudio Villa o degli amori della
Callas, dovevo essere precisa, rigorosa: controllando ogni nome, ogni
notizia, circondandomi di dizionari, intervistando più persone possibile,
leggendo libri: soprattutto restando lontana dai fatti e dalle persone,
imparziale, e pensando solo ai lettori.
Aveva cominciato
giovanissima a Noi donne, il settimanale dell´Udi, era passata a Novella,
poi all´Europeo e a L´Espresso di cui era tuttora il cinecritico (il suo
ultimo articolo sul film Kill me please esce nel numero di dopodomani).
Collaborava a La Stampa, negli ultimi anni come critico ma non solo, e,
assunta nel 1970, con un breve periodo al Corriere della Sera, era stata uno
dei più autorevoli e brillanti inviati del quotidiano torinese.
Scriveva di tutto,
articoli sempre esemplari che si leggevano avidamente, memorabili pezzi sul
cavallo Ribot o su Pasolini, interviste a Cossiga o a Fellini, inchieste
sulle pantere nere negli Usa o in Cina sulla terribile vedova Mao,
sull´attentato terroristico alle Olimpiadi di Monaco del ´72 e sul rapimento
e omicidio di Aldo Moro nel ´78.
Insieme eravamo un po´
mascalzone: e per esempio a Cannes nel ´75 non avvertimmo i colleghi che il
film La recita di Angelopulos, scansato da tutti perché greco e lunghissimo,
doveva essere visto perché era un capolavoro, e nel ´89 scrivemmo meraviglie
di Sweetie di Jane Campion che aveva orripilato i maestri della critica, in
seguito pentiti.
Quando muore un grande
professionista, lo si ricorda come una persona che al lavoro ha dedicato
tutta la sua vita. Lietta aveva molto amato il giornalismo, e lo amava
ancora, malgrado le tante delusioni che negli anni capita sempre di subire.
Ma aveva dedicato molto di sé stessa agli affetti, con una silenziosa
generosità che faceva parte del suo stile di vita rigoroso e appartato.
Di sé non parlava mai:
era stata una bella ragazza dal sorriso incantevole, ma degli uomini, sempre
intellettuali, che avevano attraversato la sua vita, non erano rimaste
tracce. Vagamente gli amici sapevano della sua nobile e colta famiglia, di
una sorella suicida, di un matrimonio, giovanissima, con un compagno di
partito, matrimonio pochi anni dopo annullato (il divorzio non c´era ancora)
in quanto contratto tra due comunisti, cioè diabolici peccatori.
Era stata molto vicina
a sua madre, donna di grande cultura e aveva assistito il fratello Lorenzo,
pittore di talento, per anni confinato a letto. Lo ricordo perché questo
lato della sua vita, in nome di un senso segreto dell´eleganza e della
discrezione, era solo suo, come lo fu la sua dedizione assoluta al compagno,
il geniale scrittore Oreste Del Buono, nei lunghi anni di una sua drammatica
malattia.
Lietta ha cominciato a
staccarsi dal mondo quando, morte le persone che più amava, si è ritrovata
senza più nessuno da accudire, cui dedicare i pensieri, le cure, le
attenzioni, l´amore. Lei che era una grande cronista, un´opinionista severa,
un´implacabile intervistatrice, una giornalista ironica, puntigliosa, acuta
e generosa, una persona anticonformista, di profonda moralità laica, senza
padroni, ha preferito appartarsi nei limiti inoffensivi della critica
cinematografica perché la politica, che era stata una sua passione e che
aveva settimanalmente raccontato nella sua rubrica "Persone", svelandone i
peccati e i peccatori, si era ormai troppo insquallidita, criminalizzata,
attorcigliata attorno a personaggi troppo privi di glamour, che era ciò che
lei cercava in tutto.
La sala buia era
diventata un rifugio a stanchezza e delusioni, i film non disturbavano il
suo bisogno di solitudine, scriverne nella sua casa silenziosa, invasa da
migliaia di libri che alimentavano la sua instancabile cultura, era un modo
per proteggere il suo orgoglio, la sua dignità, per non mostrarsi più e
diventare finalmente invisibile. [12-01-2011]
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DL
MILLEPROROGHE: PROROGA STOP INCROCI STAMPA-TV FINO AL 2012 - BOZZA...
Radiocor - Il divieto di incroci tra stampa e tv viene
prorogato di altri due anni, fino al 31 dicembre 2012. Lo stabilisce la
bozza del decreto legge Milleproroghe, che domani sara' all'esame del
Consiglio dei ministri. La misura era stata chiesta dall'Agcom e
assicurata dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. Il testo
prevede anche che gli azionisti delle banche popolari, con una
partecipazione al capitale superiore al tetto dello 0,50% previsto dal
Testo Unico Bancario, se 'il superamento del limite derivi da operazioni
di concentrazione tra banche o tra investitori', avranno tempo fino al
31 dicembre 2014 per l'alienazione delle quote eccedenti.
21-12-2010]
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RCS, RIPARTE IL
BORDELLO - IL GERONZINO ROTELLI ENTRA NELLA STANZA DEI BOTTONI E LO
SCARPARO A PALLINI, dopo aver litigato platealmente con Geronzi in un
cda delle Generali, ALZA IL TIRO: non vota a favore del piano
industriale presentato dall’ad Perricone - Un segnale di insofferenza
Lanciato non a caso daLL’amico di MERENDE DELLO SMontezemolATo a poche
settimane dall’uscita dell’ex presidente Fiat anche da Rcs - MANOVRE PER
IL DOPO-FLEBUCCIO...
Marcello Zacche' -
il Giornale
Da ieri Giuseppe
Rotelli, azionista del Corriere della Sera tramite una quota che vale
fino all'11% del capitale di Rcs, è entrato nel cda della società che
controlla il primo quotidiano del Paese. E subito la sua presenza si è
fatta notare: non ha votato a favore del piano industriale presentato
dall'ad Antonello Perricone, che ha ricevuto l'assenso di tutti i
consiglieri, tranne il suo e quello di Diego Della Valle.
Rotelli ha avuto
giuoco facile nello spiegare la mossa: essendo entrato nel consiglio da
poche ore, non poteva non fare così. Ma il gesto resta un segnale
scomodo, perché è «scomodamente» che Rotelli intende sedersi nella
poltrona che occupa da ieri. Ed è da qui che bisogna partire per provare
a spiegare i sommovimenti in corso in Via Solferino.
Rotelli, a capo di
un colosso ospedaliero, è considerato vicino al centro destra e a Silvio
Berlusconi in particolare. Un suo top manager, Roberto Cerioli, da un
anno siede al vertice degli industriali brianzoli. In Rcs ha risolto un
problema non da poco, rilevando 5 anni fa le quote rivenienti dalla
stagione dei furbetti. Ci ha investito qualche decina di milioni e ha
fatto un favore un po' a tutti: da Gianni Bazoli, il presidente di
Intesa che lo aveva individuato, a Cesare Geronzi, presidente di
Generali, a cui si è avvicinato successivamente.
Ma a nulla è
servito: nessuno lo ha invitato nel patto di sindacato che controlla il
63,5% di Rcs. Né nel board della Quotidiani, che da po' ha incrementato
il suo peso specifico. Per questo la decisione di Rotelli di sostituire
il suo uomo - l'avvocato Marco De Luca che era stato nominato nel cda
come prima scelta della lista di minoranza - ha il sapore di una discesa
in campo più diretta.
Proprio per
segnare, anche con scelte scomode, la propria presenza nel board e nel
capitale. Se e come questa posizione verrà poi giocata nel
rimescolamento di alleanze tra poteri forti che si intravvede
all'orizzonte, si vedrà. Di certo il momento è quello giusto.
Lo dimostrano
diversi elementi. Per esempio la seconda astensione di ieri: Della
Valle, dopo aver litigato platealmente con Geronzi in un cda delle
Generali, segna un secondo punto di «distinzione» nel giro di pochi
giorni. Un altro segnale di insofferenza interno al condominio Rcs.
Lanciato forse non
a caso da un amico di Luca di Montezemolo a poche settimane dall'uscita
dell'ex presidente Fiat anche da Rcs. E siamo al secondo punto: la
minore forza, rispetto al passato, dei due maggiori soci del patto.
Fiat, appunto, che senza Montezemolo e con Sergio Marchionne sembra ben
distante da un certo modo di intendere la presenza nei media; e
Mediobanca, che con il trasloco di Geronzi a Trieste, potrebbe pensare
di fare sempre più la banca d'affari e sempre meno la camera di
compensazione finanziaria dei grandi poteri.
Qualche pensiero
ce l'hanno anche Bazoli e Corrado Passera, e siamo al quarto punto, che
proprio ieri hanno appreso che il Crédit Agricole - banca francese
strategica negli equilibri di Intesa - ha deciso che la quota del 4,79%
non è più strategica.
E che queste
sabbie mobili siano la cifra del Corriere di questo periodo, lo si
ritrova sulle pagine del quotidiano. Che con la direzione De Bortoli bis
ha saputo portare attacchi abbastanza irrituali (è capitato a Passera,
Ligresti, Tronchetti, Marchionne) a un establishment che era sempre
stato più tutelato. Segno che si aprono nuovi spazi, per nuovi
equilibri. 18-12-2010]
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"il fatto" si
fa "l’unità"! - la vostra accusa di voler tagliare il
finanziamento pubblico che tiene in vita, tra le altre
testate anche l’“Unità” è ’’senza senso’’ - la
frecciata: ma Soru, all’atto dell’acquisto dell’
“Unità”, non disse che a quei soldi avrebbe rinunciato?
- INDAGINE DELL’AGCOM SUI CONTRIBUTI E RUOLO DEGLI
ANGELUCCI IN LIBERO E RIFORMISTA
1- I
SOLDI ALL'UNITÀ - SORU, RIMEMBRI ANCORA?
Da "il
Fatto Quotidiano"
Innanzitutto, la più
ampia solidarietà alla proprietà e alla direzione dell'
"Unità" per il difficile momento che stanno
attraversando. Come dimostra l'articolo dal titolo: "Il
ministro dei tagli, ‘Il Fatto' e la libertà
d'informazione" pubblicato ieri. Un centinaio di righe,
anonime, nelle quali si accusa il direttore e
l'amministratore delegato del "Fatto" di voler tagliare
il finanziamento pubblico che tiene in vita, tra le
altre testate anche l'"Unità".
Si tratta naturalmente
di frasi senza senso. Abbiamo solo ospitato una lettera
del ministro Tremonti che per giustificare il taglio
oltraggioso del 5 per mille al mondo del volontariato e
delle Onlus ha scritto che parte di quei soldi sono
stati dirottati sui giornali di partito nelle aule
parlamentari. Punto.
Che il sostegno alle
testate che ne hanno diritto (e non manipolano i dati di
vendita) vada mantenuto, è sacrosanto. Anche se Renato
Soru, all'atto dell'acquisto dell' "Unità" disse che a
quei soldi avrebbe rinunciato. Dopo aver letto
l'insensato articolo, infine, la più convinta e sincera
solidarietà soprattutto ai colleghi dell'"Unità".
2- INDAGINE DELL'AGCOM SUI CONTRIBUTI E RUOLO DEGLI ANGELUCCI IN
LIBERO E RIFORMISTA
Prima Comunicazione
La notizia che la
commissione Bilancio della Camera ha aumentato di 40
milioni di euro (portandoli a 100 milioni) i fondi a
favore dei quotidiani editi da società cooperative o in
cui siano in maggioranza fondazioni è stata accolta con
grande soddisfazione a Libero e al Riformista. Infatti
una parte di quei soldi, come in passato, è destinata
alle casse dei due quotidiani.
Libero ha richiesto
per il 2008 e il 2009 6 milioni di euro l'anno (iscritti
anche a bilancio) in quanto la sua editice, Libero
Editoriale, è controllata in maggioranza (nel caso
specifico al 100%) da una fondazione, la Fondazione San
Raffaele, presieduta da Vincenzo Mariscotti, ex
direttore generale di Tosinvest Sanità, società del
gruppo Angelucci che possiede la testata diretta da
Maurizio Belpietro.
Ed è degli Angelucci
anche la testata Il Riformista, che da parte sua
rivendica dallo Stato arretrati per 5 milioni di euro
(2,5 milioni per il 2008 e altrettanti per il 2009), in
quanto quotidiano gestito da una cooperativa, la
Edizioni riformiste società.
Ma sull'effettivo
diritto dei due giornali a ricevere i contributi pende
un'indagine dell'Agcom, sollecitata dal dipartimento per
l'Informazione e l'editoria della presidenza del
Consiglio, che vuole vederci chiaro sul ruolo degli
Angelucci nei due giornali.
Sta di fatto che, se
per Libero i fondi pubblici sono un buon puntello ai
bilanci, per Il Riformista quei soldi sono vitali e il
mancato arrivo, insieme a una diffusione del quotidiano
non esaltante, inizia a farsi sentire. Una serie di
interventi sono stati decisi per affrontare la
situazione, ma anche dopo i tagli (recentemente non sono
stati rinnovati sei contratti a termine) l'organico si
aggira sulle 22-23 persone e a borderò c'è un buon
numero di collaborazioni, tra cui quella piuttosto ricca
di Giampaolo Pansa (che firma pure su Libero). Il
contratto del direttore Antonio Polito scade ad aprile e
nel frattempo ha deciso di andarsene uno dei suoi vice,
Marco Ferrante. 26-11-2010]
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AI VENETI DI
ZAIA PIACE IL “TERRONE” NAPOLITANO - PIOGGIA DI 400 MILA
EURO DEL PD SULL’“UNITÀ” (SPERANDO IN UN’OCCHIO DI
RIGUARDO) - LA GENEROSITÀ DI ‘GNAZIO: 192MILA € PER GIGI
D’ALESSIO - OSPITI A PRANZO A MONTECITORIO? BOSSI PUÒ,
IL SENATORE PD NO (E S’INCAZZA) - CASINI DI GIORNO,
PIERFURBY DI SERA - IN TOSCANA È CACCIA AI TIPINI FINI
-FRATTOCCHIE E FRATTAGLIE: IL PREDELLINO NELLA STORIA
PER LA SCUOLA DI FORMAZIONE DEL PDL…
A cura di
Enrico Arosio e Primo De Nicola per "L'espresso"
1. QUIRINALE, UN PRESIDENTE DI BUONA LEGA...
Un presidente sempre in prima linea nella difesa
dell'unità del Paese e la regione più leghista d'Italia:
a dispetto di tutto, tra Giorgio Napolitano e il Veneto
se non è amore poco ci manca. Superato il giro di boa di
metà mandato è proprio il Veneto, insieme a Campania,
Lombardia e Toscana, una delle regioni che ha visitato
di più: ben sette volte dal 2006 ad oggi. Un feeling
confermato anche dalla missione nelle terre alluvionate:
a Padova e Vicenza, dove Silvio Berlusconi si è beccato
fischi e contestazioni, per Napolitano c'è stata
un'ovazione.
Lui ha elogiato i
veneti che, senza aspettare gli aiuti di Stato, "hanno
affondato le mani nel fango" per ripulire le loro città,
la gente ha risposto con applausi calorosi, i sindaci e
il governatore Luca Zaia con un rinnovato tributo di
fiducia. Del resto Napolitano lo ripete da tempo: "Sul
federalismo non si torna indietro". Musica per le
orecchie dei leghisti. Ma, beninteso, a vigilare che sia
"solidale e che rafforzi la coesione del Paese", ci sarà
lui, difensore, per Costituzione e vocazione, dell'unità
d'Italia. Ve. P.
2. A CATANIA CON GIGI D'ALESSIO. CONCERTO D'ORO
PER LA RUSSA...
Per le celebrazioni del 4 novembre, "Giornata dell'unità
d'Italia e delle forze armate", il ministro Ignazio La
Russa non si è davvero risparmiato. O meglio, ha fatto
spendere al ministero della Difesa la modica cifra di
192 mila euro solo per portare nella sua Catania il
cantante napoletano Gigi D'Alessio. Uno sforzo proprio
indispensabile, visti i chiari di luna di bilancio? Non
sembra proprio. E difatti a volerne sapere di più è il
deputato radicale Maurizio Turco, che ha chiesto allo
stesso La Russa di poter conoscere anche le somme spese
per i concerti di Giovanni Allevi a Firenze ed Enrico
Ruggeri a Trieste. O. F.
3. PIOGGIA DI EURO PER "L'UNITÀ"...
Boccata d'ossigeno per le casse esangui de "L'Unità".
Qualche settimana fa è partito il soccorso rosso
direttamente dai piani alti del Nazareno. Il Pd ha
versato un contributo di 400 mila euro al quotidiano
fondato da Antonio Gramsci. Un assegno che copre anche
le spese per le iniziative speciali del porta a porta
inaugurato da Pier Luigi Bersani con diffusione del
giornale. In cambio i vertici dei democrats si aspettano
un'attenzione crescente per le iniziative del partito e
delle sue varie componenti. C. D.
4. MONTECITORIO, INDOVINA CHI VIENE A CENA...
Il ristorante di Montecitorio è riservato ai
parlamentari e ai giornalisti accreditati. Eccezioni non
se ne fanno. O meglio non se ne dovrebbero fare. Ne sa
qualcosa il deputato del Pd Ludovico Vico che venerdì 19
ha chiesto di far entrare a pranzo la moglie bloccata
all'ingresso del palazzo. "Non è possibile, il
regolamento vieta l'ingresso agli estranei", si è
sentito rispondere Vico da uno dei responsabili del
ristorante. Solo che, mentre si svolgeva questo
colloquio, a pochi metri di distanza il capo della Lega
Umberto Bossi si attovagliava con tre belle donne, tutte
non parlamentari.
"E quelle?", domanda
Vico: "Se mia moglie non può entrare dovete farle
uscire". Gelo in sala e grande imbarazzo del
funzionario: "Io non mi sento di farlo". Vico insiste,
vengono informati i vertici della Camera per risolvere
il problema. Tutto inutile: il tempo passa senza che
niente succeda. Bossi e le sue ospiti consumano
tranquillamente il loro pranzo e se ne vanno. E Vico?
L'onorevole ancora non si rassegna: ha scritto una dura
lettera di protesta al presidente della Camera
Gianfranco Fini chiedendo che "simili discriminazioni
non abbiano più a ripetersi". P. D. N.
5. IL CASINI DEL SABATO SERA...
L'assemblea nazionale dell'Udc e una fastidiosa pioggia
non sono riuscite a guastare a Pier Ferdinando Casini un
bel weekend milanese di centro-destra. Sabato 20, serata
piacevole: ore 19 e 30 aperitivo in casa del sindaco
Letizia Moratti in Galleria Passarella, ore 20 e 45 in
tribuna centrale a San Siro, ad ammirare il Milan del
presidente Berlusconi.
6. C'È MILANO AL TELEFONO...
Dopo l'Expo, Milano si candida a "Capitale mondiale
delle telefonia mobile". Sì, proprio la città che ha
svenduto la fibra ottica pubblica più grande d'Europa e
abortito il wi-fi. A spingere è il vicepresidente della
Camera Maurizio Lupi (Pdl), amministratore delegato di
Milano Fiera Congressi. In palio ci sono i quattro
giorni l'anno per cinque anni (2013-2017) del Mobile
World Capital, evento che muove tutta l'industria del
settore con 800 operatori. Lupi ha inviato un dossier di
candidatura a fine ottobre, e nel frattempo delle cento
città in corsa ne sono rimaste sei. Il verdetto è atteso
per febbraio.
Milano è svantaggiata
per la questione delle aree espositive che ha già minato
l'Expo: quelle di Rho-Pero sono impegnate fino al 2015,
poi torneranno ai privati. Ma Lupi ci crede, ha scritto
al sindaco Moratti e ne ha ottenuto il sostegno. I
numeri di Barcellona, l'attuale World Capital, fanno
gola: 225,5 milioni di euro di entrate per la città e
5.800 posti di lavoro. T. Ma.
7. CORSARO FU GIANCARLO GALAN...
Liberale e un po' corsaro. Giancarlo Galan gode a
portare scompiglio fra le file leghiste e del
governatore veneto Luca Zaia e così convoca i 23
direttori generali degli ospedali della regione a una
cena in un ristorante di Sovizzo, nel Vicentino. Che
cosa c'entra il ministro dell'Agricoltura con le sale
operatorie? Nel 2008, da governatore, li aveva nominati
lui, in solitudine, contro i partiti della sua
maggioranza, "per impedire la lottizzazione", disse.
Scoppiò una bufera con la Lega e An che minacciarono la
crisi.
Erano i primi fuochi
d'artificio, perché da dieci anni la Lega ha le mani
sulla sanità veneta con l'assessorato. Alla cena però
non tutti sono andati, alcuni hanno declinato l'invito,
altri sono rimasti imbarazzati, mentre i dirigenti
leghisti hanno fatto sapere che "tanto poi l'elenco dei
presenti esce" e, par di capire, si pentiranno. Intanto
la sanità veneta rischia un buco nei conti pubblici. P.
T.
8. MENO MALE CHE C'È UN'ITALIA ECCELLENTE...
Le gambe di donna e il titolo "Berlusconi's Girl
Problem", la questione delle ragazze divenuta un
imbarazzo internazionale, non sono l'unica presenza
italiana sull'ultimo "Newsweek", gloriosa testata
americana. Girate la copertina e appare in doppia pagina
Riccardo Chailly, il direttore d'orchestra milanese che
con gesto imperioso guida l'Orchestra di Lipsia, nella
pubblicità del corriere internazionale Dhl, parole
chiave "passione" ed "eccellenza". L'Italia sembra una,
ma forse sono due.
9. STOP ALL'ABUSIVISMO MEDICO...
Giovanna Negro, deputato della Lega, ha chiesto al
ministro della Salute maggior impegno nel contrastare
l'abusivismo medico. I dati pubblicati dalla Guardia di
Finanza e dai Nas sul fenomeno mettono in luce tutta la
gravità del problema: nel 2009 in Italia 15 mila persone
hanno infatti esercitato la professione medica senza
averne i requisiti. A questi vanno poi aggiunti altri 15
mila falsi dentisti, ovvero 1 su 5, il 20 per cento dei
70 mila odontoiatri italiani. Per stoppare l'andazzo, la
Negro ha proposto di coinvolgere nei controlli Asl e
comuni.
10. EPURAZIONI, PUCCINI NON FA RIMA CON FINI...
In Toscana i finiani minacciano di mettere in crisi le
poche giunte di centrodestra, Prato e Lucca in testa.
Motivo? L'epurazione del vice coordinatore regionale
Massimiliano Simoni da presidente del Festival Puccini
di Torre del Lago, in Versilia. A tagliare la testa del
numero due dei finiani toscani è stato il sindaco di
Viareggio Luca Lunardini, Pdl.
"In Toscana è iniziata
la caccia a chi aderisce a Futuro e Libertà. Perciò
abbiamo deciso di tenere per ora riservata l'adesione di
pezzi importanti del Pdl", spiega Simoni, in difesa del
quale è sceso in campo Italo Bocchino: "Vogliamo evitare
loro qualsiasi possibile ritorsione, come è successo a
Simoni, cacciato dalla sera alla mattina per vendetta
nei confronti delle posizioni di Fini", spiega il
coordinatore regionale Angelo Pollina, ex Forza Italia,
fino a qualche mese fa vice presidente del consiglio
regionale in quota Pdl. M. La.
11. MONTECITORIO/1 - STILE PANNELLA...
Sciopero della fame. Il Sindacato Autonomo del personale
della Camera sceglie lo stile Pannella per protestare
"contro l'ingiustificato inasprimento sulle pensioni e
l'introduzione del sistema di valutazione". Due giorni
senza cibo, il 17 e 18 novembre scorsi. Il clima tra i
dipendenti si è inasprito da quando la scorsa estate il
presidente Fini ha imposto un taglio del 10 per cento
agli stipendi superiori ai 150 mila euro e del 5 per
cento a quelli oltre i 90 mila annui. Dura la vita a
Montecitorio, dove i ragionieri guadagnano più del
presidente della Repubblica. O. F.
12. MONTECITORIO/2 STILE LOTITO...
Montecitorio, 17 novembre, ore 15,30 Claudio Lotito,
patron della Lazio, fa anticamera da oltre mezz'ora
spostandosi da un divano all'altro della Galleria dei
presidenti. Deve recarsi al quarto piano, ma la chiamata
non arriva. Si consola tenendo banco sul momento
favorevole della sua squadra. Nessun onorevole lo
ascolta, solo un paio di commessi.
P. D. N.
13. CALCIATORI, TE QUIERE CORDOBA...
Se c'è un tipo roccioso, nell'Inter sofferente, è il
difensore Ivan Ramiro Cordoba. Eppure il ruvido
colombiano nasconde un cuore caldo come quello, ben più
noto al grande pubblico, del capitano Javier Zanetti.
Cordoba, in questi giorni, partecipa con sua moglie
Maria a un "Outlet solidale" presso il centro Molteni di
Como, mobili di design. Raccolgono fondi per la
fondazione Colombia Te Quiere Ver, da lui creata, che
fornisce aiuto prezioso a un paese piagato da
narcotraffico, povertà, abbandono infantile.
In contatto con
l'Unicef, Ivan e Maria, senza farsi pubblicità, in
Colombia hanno assitito gli alluvionati, varato
LaEsperancia, barca-ambulatorio che porta assistenza
medica gratuita nelle zone interne, sostengono
l'infanzia disagiata e finanziano la prevenzione delle
malattie oftalmiche. Cordoba è riuscito a coinvolgere
l'Ospedale San Raffaele e la ong Aispo. E una mano,
discretamente, gli arriva anche da Massimo Moratti e sua
sorella Bedy. E. A.
14. REVISIONISMI, FORZA NAPOLITANIA...
Nord e Sud insieme contro l'Italia unita. A darsi la
mano in nome della secessione, i neo borbonici della
Napolitania (fautori di un Sud libero ma senza la
Sicilia per rispetto agli indipendentisti dell'isola) e
i ministri del Veneto Serenissimo Governo, protagonisti
nel '97 dell'assalto al campanile di San Marco. A
Vicenza, il 4 dicembre i due movimenti presenteranno
l'Assemblea degli Stati pre-unitari, rivolta a tutte le
sigle sparse per lo Stivale, per chiedere il rifacimento
dei "plebisciti-truffa" di annessione.
In vista dei 150 anni
dell'Unità, non mancheranno iniziative nelle vie e
piazze intitolate al comune nemico Garibaldi. A
suggellare l'amicizia sarà un'amichevole di calcio fra
una rappresentativa del Vsg e la Nazionale delle Due
Sicilie, iscritta come la Padania di Renzo Bossi al Non
Fifa Board, la federazione delle nazioni non
riconosciute. P. Fa.
15. TRIBUNALE DI MILANO, LO SPRECO DELLA
FONTANELLA...
Un piccolo totem, una fontana stile Feng-shui.
L'apparizione del manufatto in marmo, tra il terzo e il
quarto piano del Palazzo di Giustizia di Milano sta
scatenando curiosità. La fontanina è al centro di una
piccola area, destinata all'Ufficio Innovazione,
sovrastante le scale sul lato di via Freguglia. Le sei
stanze, prive di finestre, vicine in linea d'aria a
quelle della presidente Livia Pomodoro, si possono
raggiungere solo percorrendo una scala metallica, ma per
ora sono inaccessibili.
Il sindacato Uil-Pa
punta il dito contro lo spreco di denaro per quelle che
definisce "utilità di servizio che di servizio poco
paiono rappresentare, se non una risibile operazione di
costoso maquillage a beneficio dello sguardo di qualche
addetto ai lavori. Che strana idea sorregge tutto ciò?
Il Ministero e il Csm sono al corrente di questo uso del
pubblico denaro?". Attendesi risposta. G. Tr.
16. ENTI LOCALI FEDERALISTI A PAROLE...
Lega e Pdl fanno del federalismo un cavallo di
battaglia, ma alla prova dei fatti il loro governo
taglia senza pietà i trasferimenti agli enti locali. Nel
2011 a comuni e province andranno infatti 14,65
miliardi, a fronte dei 17,77 del 2010 e dei 17,91 del
2009. Tagli pesanti ma che saranno ancor più consistenti
nelle previsioni 2012 e 2013, quando scenderanno a poco
più di 13 miliardi.
"Parlano di autonomia
ma questo è il governo più centralista che ci sia mai
stato", dice Antonio Borghesi, deputato dell'Idv, che
sta facendo le pulci alla legge di stabilità: "Stanno
procedendo a tagli inaccettabili, che incideranno
pesantemente sulla vita dei cittadini e che renderanno
impossibile assicurare servizi essenziali nei trasporti
e nella sanità". A. Ro.
17. ABRUZZO, LA CAMORRA ARRIVA DAL NORD...
Narcotraffico e subappalti. Il 12 ottobre scorso la
direzione distrettuale antimafia di Napoli arresta a
Bergamo due fratelli, Patrizio e Massimiliano Locatelli.
È l'epilogo di un'operazione antidroga partita nel 2005
con l'identificazione del padre, Pasquale Claudio,
trafficante internazionale collegato al clan campano
Mazzarella e con basi logistiche in Spagna. I due
fratelli, secondo la Guardia di Finanza, si occupavano
del pagamento dei corrieri e della riscossione dei
guadagni.
Ma Patrizio Locatelli
è anche titolare di un'azienda di pavimentazioni, la
Lopav Pima. E dopo il terremoto in Abruzzo si è
aggiudicato, nel settembre 2009, un sostanzioso
subappalto: 500 mila euro per sottofondi e posa di
pavimenti esterni del progetto Case, i 4.500
appartamenti realizzati dalla Protezione Civile. M. S.
18. ANCHE IL VENETO HA UN CUORE...
Il derby Nord-Sud divide anche le librerie. A "Terroni",
il libro di Pino Aprile (Piemme) che divulga la storia
degli eccidi del "colonialismo" piemontese ai danni di
un Mezzogiorno laborioso e rapinato, capovolgendo la
retorica del Risorgimento, fa eco "Cuore di Veneto" di
Stefano Lorenzetto (Marsilio), che sfata i luoghi comuni
su un Nord-est ricco, incolto ed egoista.
Il giornalista
documenta che solo a Verona, la città del sindaco
leghista Flavio Tosi, su 257 mila abitanti si contano 50
mila aderenti ad associazioni culturali e filantropiche,
17 mila volontari che aiutano emarginati o disabili, 20
mila donatori di sangue, mille tra missionari e laici
impegnati nel Terzo Mondo, sulla scia del sacerdote
Daniele Comboni. Tra tante parole urlate e falsi slogan
sul federalismo, auguriamoci che il dibattito Nord-Sud
continui sui fatti, sui documenti e nei libri. P. B.
19. PREDELLINO NELLA STORIA...
Dalla fase costituente alla svolta del predellino,
cercheremo di dipanare alcuni dei momenti salienti della
storia italiana". Ebbene sì, il predellino è già nella
storia. O almeno così sostiene l'onorevole Beatrice
Lorenzin, come si può leggere sulla home page di
presentazione della nuova Scuola di formazione del Pdl.
La deputata romana, 39
anni, in un misto di italiano burocratico e inglese
incerto, individua, nelle due date cardine - a suo
parere - della storia italiana contemporanea, i margini
temporali entro cui stabilire quali siano "i principi
fondanti del Popolo della Libertà e come la storia abbia
portato diverse culture politiche a confluire in un
soggetto unitario". Le lezioni si terranno a Roma per
tutto l'inverno, fino alla primavera 2011. Auguri e
buoni studi ai futuri storici della libertà. C. C.
26-11-2010]
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"REPUBBLICA"?
RIPUBBLICA! - PERCHé DAGOSPIA STA SUL CAZZO AL GIORNALE
DI EZIOLO MAURO? OGGI PER ESEMPIO FA SUA NON SOLO LA
FOTO-SCOOP BOCCHINO-CARFAGNA CHE INCIUCIANO IN
PARLAMENTO, MA SCODELLA ANCHE LO SFANCULAMENTO TRA
GEROVITAL GERONZI E LO SCARPARO DELLA VALLE CHE ABBIAMO
RIVELATO QUALCHE GIORNO FA (DOMANI TIRERANNO FUORI PURE
LA LETTERA DELL’ISVAP?)....
Giovanni
Pons per
la Repubblica
Collegati in
videoconferenza dalla sede di Mediobanca a Milano
Leonardo Del Vecchio e Lorenzo Pellicioli non avevano
aperto bocca. Stavano lì ad ascoltare l´alterco tra
Diego Della Valle e Cesare Geronzi sull´eccesso di
"romanità" che il presidente sta imponendo alle
Generali. Stare troppo vicino alla politica sbiadisce
l´immagine della compagnia, ha detto l´imprenditore
marchigiano, e un presidente senza deleghe non può
umiliare a ogni occasione i veri capoazienda,
Perissinotto e Balbinot.
I salotti da cui stare
lontani son quelli che frequenti tu qui a Roma, avrebbe
risposto piccato Geronzi, lasciando di stucco i presenti
finché Francesco Caltagirone ha cercato di stemperare
gli animi. Ma poiché gli argomenti sollevati sono
importanti, la maggioranza dei consiglieri Generali ha
convenuto che l´agenda delle riunioni 2011 sarà rivista
a favore delle sedi di Milano, Venezia e Trieste.
20-11-2010]
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3. SECOLO CLANDESTINO...
Quante copie vende il quotidiano di Alleanza nazionale
"Il secolo d'Italia", ora in orbita Futuro e Libertà?
Secondo il deputato del Pdl Massimo Enrico Corsaro non
più di mille copie al giorno. Corsaro si è voluto
togliere un sassolino dalla scarpa durante la
discussione in commissione Bilancio della Camera su un
emendamento del capogruppo di Futuro e Libertà, Nino Lo
Presti, poi approvato, che porta a 100 milioni all'anno
le sovvenzioni pubbliche ai quotidiani, essenzialmente
quelli di partito, che, diversamente, sarebbero
destinati a un rapido fallimento.
"Sono andato a verificare i dati", ha detto in
commissione Corsaro: "Il "Secolo d'Italia" ha ricavato
dalle vendite, in tutto il 2009, solo 299 mila euro,
cioè, su 310 giorni di uscita, 964 euro al giorno, pari
a meno di mille copie vendute, ovvero dieci copie per
ogni provincia. Con i contributi pubblici non si vuole
garantire la libertà di espressione ma solo rabberciare
bilanci fallimentari". Il deputato finiano Aldo Di
Biagio ha reagito con stizza definendo l'intervento di
Corsaro "acrimonioso e fazioso, sul filo del
dossieraggio". L. I.
22.11.10 |
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EDITORIA: VIA LIBERA A NUOVO REGOLAMENTO,
CONTRIBUTI IN BASE A COPIE EDICOLA...
(Adnkronos) - Contributi per l'editoria
in base alle copie che arrivano nelle edicole e
richiesta della presenza di un numero minimo di
giornalisti con contratto regolare. Sono queste le
principali novita' contenute nel regolamento che
semplifica e riordina la disciplina e le procedure di
erogazione dei contributi diretti e indiretti
all'editoria, approvato in via definitiva questa mattina
dal Consiglio dei Ministri.
Il
regolamento -spiega un comunicato della presidenza del
Consiglio- tende a premiare i giornali che arrivano
effettivamente nelle edicole, eliminando dal calcolo le
copie vendute in blocco e quelle attraverso lo
strillonaggio. Altro obiettivo, premiare le imprese
giornalistiche che hanno un numero minimo di dipendenti.
Il regolamento contiene altre disposizioni per favorire
e tutelare l'occupazione nel settore giornalistico: le
cooperative editrici potranno infatti percepire i
contributi solo nel caso in cui siano composte in
prevalenza da giornalisti e la maggioranza dei soci sia
titolare di un rapporto di lavoro subordinato. Sono
previste riduzioni fino al 20% dei contributi nel caso
in cui l'impresa non utilizzi un numero minimo di
giornalisti dotati di regolare contratto di lavoro.
18-11-2010]
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AGCOM, OK A SISTEMA INTEGRATO COMUNICAZIONE, 5
MERCATI RILEVANTI...
Radiocor - L'Agcom ha completato oggi
il procedimento per l'individuazione dei mercati
rilevanti nell'ambito del sistema integrato delle
comunicazioni (Sic). Ai fini della tutela del
pluralismo, sono stati confermati i cinque mercati
rilevanti suggeriti dal testo mandato in consultazione
pubblica: si tratta, secondo quanto apprende Radiocor,
della televisione in chiaro, di quella a pagamento, del
settore radiofonico, dell'editoria quotidiana e di
quella periodica.
Manca internet per cui l'Autorita' gia' nel documento
mandato in consultazione suggeriva l'intervento del
legislatore, e la pubblicita' che viene considerata non
come mercato rilevante a se' stante ma che concorre
all'individuazione degli altri mercati (per esempio per
i giornali assieme agli abbonamenti, etc). La prossima
fase, sempre secondo quanto si apprende, riguardera'
l'individuazione delle eventuali posizioni dominanti
all'interno dei cinque mercati oggi definiti.29-10-2010]
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PUBBLICITÀ, ANIMA DE LI MORTACCI loro - IL POTERE
ECONOMICO TIENE IN PUGNO LA STAMPA: SE PARLI MALE DI ME
O DEI MIEI AMICI, TI LEVO LE INSERZIONI, ANCHE SE VENDI
TANTE COPIE - SE INVECE MI LUSINGHI, RIEMPIO LE TUE
PAGINE, ANCHE SE SONO USATE PER INCARTARE IL PESCE -
COSÌ FAN TUTTI: TELECOM ABBANDONA “PANORAMA” PER UN
PEZZO SU BEBÈ BERNABÈ, DOLCE E GABBANA MOLLANO
“REPUBBLICA” CHE LI SMUTANDA SUL FISCO - (a dagospia
abete &c. sono arrivati fino al punto di far disdettare
il contratto di raccolta pubblicitaria del sole24 ore.
solo dopo 5 mesi siamo riusciti a rimettere insieme i
cocci)…
Gianni Barbacetto per
"il Fatto Quotidiano"
PANORAMA
COVER
Sarà anche l'anima del commercio, ma trasgredisce
volentieri le regole del mercato. Per diventare invece
un'arma di pressione, una pistola puntata sui giornali:
la pubblicità è per i mezzi d'informazione la principale
fonte di finanziamento. Il mercato dovrebbe funzionare
così: vendi tante copie, hai tanti lettori, dunque è
tanto conveniente agli inserzionisti pubblicizzare sulle
tue pagine i loro prodotti, i loro servizi, i loro
marchi.
Ma
nella pratica, invece, spesso gli investimenti
pubblicitari diventano una forma di condizionamento dei
contenuti informativi. Oppure un modo per sostenere una
testata politicamente amica. Scrivi bene di me e della
mia azienda? Ti premio con tanti soldi in pagine
pubblicitarie. Scrivi notizie sgradite? Ti tolgo la
pubblicità. Sei un giornale semiclandestino senza quasi
lettori, ma sostenuto da "amici" che devo compiacere? Ci
investo, anche se la mia pubblicità non la vedrà
nessuno. Sei una testata che vende tante copie, ma
politicamente non allineata? Niente inserzioni.
ADDIO AI SOLDI DEI TELEFONI -
Gli esempi sono tanti, ma difficili da raccontare,
perché sono cose che si fanno ma non si dicono; e dopo
averle fatte le si nega, negando anche l'evidenza.
Qualche volta le si denuncia, come ha fatto il direttore
di Panorama, Giorgio Mulé: "Da luglio non vedrete più la
pubblicità della Telecom sulle nostre pagine", ha
scritto in un suo editoriale del giugno scorso. "Il
motivo è legato a un articolo pubblicato lo scorso
numero in cui si faceva il punto sul futuro
dell'amministratore delegato della Telecom, Franco
Bernabè.
Non è arrivata alcuna smentita. Ad arrivare, invece, è
stata una telefonata all'amministratore delegato di
Mondadori pubblicità da parte del responsabile delle
relazioni esterne di Telecom. Pochi preamboli per
comunicare che, a causa delle ‘punzecchiature' di
Panorama, tutta la pianificazione degli spazi
pubblicitari da luglio in avanti era da cancellare".
FUNERALI E RISTORANTI -
La Telecom di Marco Tronchetti Provera, negli anni
precedenti, si era adirata anche con l'Espresso, per gli
articoli sugli spioni interni. E aveva protestato pure
per un trafiletto nella rubrica "Riservato" che aveva
raccontato l'aggressione di un suo dirigente a una
segretaria. Dolce & Gabbana avevano invece proprio tolto
la pubblicità all'Espresso e a Repubblica, per un
annetto, dopo gli articoli che nella primavera 2008
avevano rivelato la mega evasione fiscale messa a segno
dalla loro azienda.
D&G sono una coppia molto suscettibile: non sopportarono
che l'Espresso segnalasse la loro assenza ai funerali di
Gianfranco Ferrè; e scatenarono la rappresaglia
pubblicitaria quando il Sole 24 Ore osò recensire
negativamente il loro ristorante milanese, il "Gold".
Il
mondo della moda è capriccioso e terribile: sa che dalle
pagine pubblicitarie delle griffe dipende la vita e la
morte di tutti i femminili e di una buona parte dei
maschili. Anche all'estero, tanto che il settimanale
americano Newsweek, che aveva scatenato due dei suoi
inviati, tra Stati Uniti e Italia, per fare un'inchiesta
investigativa sull'omicidio di Gianni Versace, ha poi
rinunciato a pubblicarla.
In
compenso, nel numero del 7 dicembre 1998 la copertina e
il primo articolo di una sezione speciale pubblicitaria
è stata dedicata a Donatella Versace. Alcune aziende,
come le Ferrovie dello Stato, grande investitore
pubblicitario ma anche frequente oggetto di articoli e
inchieste, hanno rapporti difficili con i giornali.
Altre hanno invece rapporti splendidi: con chi le tratta
bene. Non ci sono soltanto i sostanziosi investimenti
pubblicitari in cambio di articoli compiacenti.
ABBONAMENTI, COSÌ FAN TUTTI
-
Ci sono anche le copie comprate, gli abbonamenti
sottoscritti e altri simpatici modi di "ringraziare" le
testate "amiche". Lo racconta Gianni Gambarotta, ex
direttore del settimanale Rcs Il Mondo, radiato
dall'Ordine dei giornalisti perché il banchiere della
Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani aveva dichiarato
(senza riscontri) di avergli consegnato 30 mila euro, ma
alla fine prosciolto da ogni addebito disciplinare.
"Io ho fatto prendere al mio giornale, alla mia casa
editrice", ammette Gambarotta davanti al consiglio
dell'Ordine, "150 mila euro per abbonamenti in due
tranche, abbonamenti al Mondo sottoscritti dalla
Popolare di Lodi. Ora, questo qui è un comportamento
largamente usato da tutti i colleghi giornalisti
direttori di giornali. Io non so se questo sia un bene o
sia un male, so che il mestiere si è evoluto in questo
modo, un direttore di giornale è responsabile del
giornale nella sua totalità, compreso il conto
economico".
C'è poi chi, come il sottosegretario del governo
Berlusconi Daniela Santanchè, titolare della
concessionaria Visibilia, va dagli investitori
pubblicitari a raccogliere pubblicità per il Giornale
della famiglia Berlusconi. Ma qui dal mercato si è
passati alla politica.
23-10-2010]
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IL
VULNUS DI AMADORI - VULPIO FUORI DAL CORO: "IL
GIORNALISTA DI ’PANORAma’ nei suoi articoli non ha
rivelato un bel nulla che non fosse già contenuto nei
modelli 740 e 760 dei personaggi pubblici dei quali si è
interessato per ragioni di lavoro - Non solo. Poiché
Amadori fa il giornalista, si omette di dire che ha il
dovere, non soltanto il diritto, di pubblicare le
notizie in suo possesso. Persino quelle notizie
eventualmente “attinte” in maniera illegittima da un
altro soggetto
Riceviamo e pubblichiamo:
Lettera di Carlo Vulpio a Dagospia
A me questa vicenda di cui è protagonista, suo malgrado,
Giacomo Amadori, giornalista di Panorama, non piace.
Amadori è accusato dal pm di Milano, Elio Ramondini, di
aver rivelato notizie segrete e dati sensibili "in
concorso" con l'appuntato della Guardia di Finanza,
Fabio Diani. Costui (detentore della password di accesso
dell'Agenzia delle Entrate come migliaia di altri
soggetti) avrebbe "interrogato" il computer per ottenere
"notizie segrete" relative a personaggi pubblici (della
politica, ma non solo) da passare ad Amadori, il quale a
sua volta se ne sarebbe servito per "confezionare"
alcuni servizi giornalistici.
Così ce l'hanno raccontata un po' tutti. In realtà, in
questo racconto non quadrano un bel po' di cose.
A
parte il fatto che il nesso causale tra le condotte di
Diani e Amadori è tutto da dimostrare, si omette di dire
che Amadori nei suoi articoli non ha rivelato un
bel nulla che non fosse già contenuto nei modelli 740 e
760 dei personaggi pubblici dei quali si è interessato
per ragioni di lavoro.
Non solo. Poiché Amadori fa il giornalista, si omette di
dire che ha il dovere, non soltanto il diritto, di
pubblicare le notizie in suo possesso. Persino quelle
notizie eventualmente "attinte" in maniera illegittima
da un altro soggetto. Voglio dire che si tratta di dati
non solo non segreti, ma che i cittadini hanno diritto
di conoscere. Perché riguardano personaggi pubblici, la
"classe dirigente" del Paese,
che non è composta soltanto di politici, ma anche di
personaggi - per fare un esempio fresco fresco - come
Roberto Benigni e Roberto Saviano, con i quali la Rai
tratta compensi, rispettivamente, di 250 mila euro per
un'ora (Benigni) e 50 mila euro a puntata (Saviano).
Domanda: se qualcuno mi fa conoscere queste cifre, e se
so che le sborsa la Rai (servizio pubblico, e quindi
pagata anche da me) e se sono un operaio a 1.200 euro al
mese (ma anche se sono un insegnante, un precario, un
ricercatore universitario, un medico...) avrei o no
qualche motivo in più per incazzarmi?
Quindi, tornando a noi, perché prendersela con tutti gli
Amadori che pubblicano dati (già pubblici) di interesse
pubblico?
Ma ciò che in questa vicenda lascia davvero perplessi è
ben altro.
Tutti, dicasi tutti, i giornali e le tv, anche quelli
orientati a destra, hanno raccontato cose che
nell'avviso di garanzia spedito ad Amadori non ci sono.
E viceversa hanno omesso cose che invece ci sono e, per
dir così, fanno la differenza. Le une e le altre,
assieme, possono illuminarci molto meglio. Eccole.
Primo. Nelle contestazioni del pm non ci sono i dati del
740 di Nicola Vendola, né alcun altra notizia reddituale
o patrimoniale che lo riguardi. Il pm non ne fa cenno.
Mai. Vendola però si è precipitato a dichiarare (perché
tanta fretta?) di essere stato "infangato" fin dai
giorni (estate 2009) in cui Amadori e Panorama facevano
il proprio lavoro. Cioè informare la gente sulla
"Puglia-connection" di rifiuti e sanità e sulla relativa
inchiesta condotta dal pm barese Desirée Digeronimo, che
in quei giorni fu violentemente attaccata da Vendola
senza che il Csm aprisse una semplice pratica a tutela
del magistrato, come si fa e si è fatto sempre in questi
casi.
Secondo. Nelle contestazioni del pm ci sono, invece, i
dati (pubblici) su redditi e patrimoni del senatore Pd
Alberto Tedesco (assessore alla Sanità in Puglia nella
giunta Vendola) e dei suoi figli (soci nelle aziende
fornitrici di prodotti sanitari). E ci sono anche i dati
(pubblici) su redditi e patrimoni di Carlo Dante
Columella (patron della Tradeco, azienda leader nel Sud
per la raccolta e lo smaltimento rifiuti) e di suo
figlio (socio).
La
Tradeco, come sanno anche i bambini, non solo quelli
pugliesi, oltre ad essere coinvolta in una serie di
vicende giudiziarie piuttosto serie, ha fatto campagna
elettorale per Vendola e per Tedesco e fa parte del
consorzio Cogeam insieme con il gruppo Marcegaglia (che
è la società capofila). Con la Cogeam, il presidente
Vendola ha firmato contratti ventennali per
contestatissime discariche (e non solo) da un capo
all'altro della Puglia.
Forse, ci permettiamo di dire, era questo "l'interesse"
che Amadori coltivava. Dare notizie. Raccontare fatti.
Non attraverso il buco della serratura di una camera da
letto, ma attraverso contratti, partecipazioni
societarie, voti, conflitti di interesse, appalti per
rifiuti e sanità e criminale sepoltura di interi
container di rifiuti speciali, roba al cui confronto i
Casalesi rischiano di fare la figura dei dilettanti.
Tutte vicende sulle quali sta indagando la Dda di Bari,
e che tuttavia sui giornali e in tv stentiamo a leggere
e ad ascoltare. Perché? Certo, è difficile credere che
anche questo avvenga per colpa del bavaglio e della
censura berlusconiane... 20-10-2010]
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guarda che bel "panorama"! - agli arresti domiciliari Un
appuntato della Guardia di Finanza di Pavia, reo di
Ripetuti accessi abusivi alla banca dati dell’Anagrafe
tributaria per spiare i redditi e la situazione
personale e patrimoniale di Travaglio, De Magistris, il
giudice Mesiano, Grillo, Di Pietro, PD’Addario, Genchi e
mezza famiglia Agnelli, da girare al settimanale di
segrate - MULE’: "NON ERANO DATI SENSIBILI COPERTI DA
PRIVACY. AMADORI HA FATTO SUO LAVORO"....
Marco Lillo per
Il Fatto Quotidiano
Indagini sui nemici del premier. Ripetuti accessi
abusivi alla banca dati dell'Anagrafe tributaria per
spiare i redditi e la situazione personale e
patrimoniale di politici, magistrati, oppositori. Un
appuntato della Guardia di Finanza di Pavia, Fabio
Diani, è da stamane agli arresti domiciliari su
richiesta del pm di Milano Ennio Remondini, e su decreto
del gip Roberta Nunnari.
Il
destinatario delle spiate, il giornalista di Panorama
Giacomo Amadori, ha ricevuto un avviso di garanzia. Il
reato contestato al finanziere è l'accesso abusivo a
banca dati protetta, previsto dall'articolo 615 ter
codice penale. Impressionante l'elenco degli spiati:
Marco Travaglio, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano,
colpevole di avere condannato la Fininvest a risarcire
De Benedetti. E poi ancora: Beppe Grillo, Antonio Di
Pietro, Patrizia D'Addario, Luca Casarini, Gioacchino
Genchi, e mezza famiglia Agnelli, da Marella Caracciolo
a Gianni Agnelli, da Clara a Maria Sole fino ad Alain
Elkann.
I
magistrati hanno riscontrato che quasi sempre
all'interrogazione seguiva poi un articolo contro
l'obiettivo messo nel mirino e sul quale erano stati
trovati elementi grazie alle spiate abusive.
A
leggere le carte dell'indagine sembra di assistere più
che a un comune lavoro giornalistico a una caccia
all'uomo condotta con l'ausilio di una banca dati
governativa, da un giornale del premier, a beneficio del
presidente-padrone.
Gli investigatori hanno elencato il prodotto finale di
questi accessi abusivi: "L'Italia dei valori familiari";
"Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740"; "D'Addario
complotto in tre mosse"; Agnelli, ecco quanto dichiarano
gli Agnelli"; "Il Caso Mesiano e il calzino celeste";
"Caso Genchi, quanti schedati"... e così via spiando e
scrivendo.
GIORNALISTA PANORAMA, 'NO COMMENT'
(ANSA) - Non ha voluto commentare il
giornalista del settimanale della Mondadori, Panorama,
Giacomo Amadori, indagato in relazione alla vicenda
dell'accesso abusivo agli archivi informatici della
Guardia di finanza. Interpellato al telefono dall'Ansa
ha replicato: "No comment".
3- MULE': "NON ERANO DATI SENSIBILI COPERTI DA
PRIVACY. AMADORI HA FATTO SUO LAVORO"
(ANSA) - "Il nostro giornalista Giacomo
Amadori ha fatto solo il suo lavoro, come riconosciuto
anche dal magistrato, nella massima trasparenza", lo ha
affermato all'Ansa il direttore del settimanale
'Panorama' Giorgio Mulé "per dovere nei confronti del
collega e anche a scanso di equivoci e di chi si voglia
mettere a pensare a dossieraggi o killeraggi".
"Ci tengo a sottolineare - ha detto il direttore - che
il collega ha usato le informazioni ricevute solo per
scrivere gli articoli. Erano dati utilizzabili e non,
come si dice, 'sensibili' o coperti da privacy. Amadori
ha chiesto solo i dati delle dichiarazioni dei redditi
che sono noti". "Il pm che ha poi allegato tutti gli
articoli scritti in un paio di anni - ha concluso Mulé -
osserva che le informazioni sono state utilizzate con
l'unico fine di scriverli".
[18-10-2010]
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L'ENEL NON MOLLA "IL FATTO QUOTIDIANO"...
(Primaonline.it) - Una critica e l'Enel
toglie la pubblicità' è il titolo di un pezzo pubblicato
oggi dal 'Fatto quotidiano', che parla di "ritorsione
per un articolo sgradito". Immediata la reazione
dell'Enel che dice: "Mai disposto la cancellazione di
pianificazione pubblicitaria a seguito di articoli
critici. Tanto è vero che la pianificazione prevista sul
'Fatto' fin dal 1° ottobre non è stata minimamente
modificata né ridotta. Per il futuro, la nostra linea
non cambierà". Almeno sul fronte dell'Enel Padellaro e i
suoi giornalisti possono stare tranquilli.
22.10.10 |
PER I FONDI ALL’EDITORIA IL GOVERNO RIMEDIA 195 MLN, MA
NON BASTANO: sono necessari 400 - LA verde ’PADANIA’ con
i CONTI IN ROSSO E UN PROBLEMA EDITORIALE: “SIAMO TROPPO
TROPPO FILO-GOVERNATIVO”- THE SPACE(Medusa e
Benetton)-UCI: SCONTRO KOLOSSAL PER I MULTISALA - NEWS
ONLINE SULLA TV - CECCHERINI PIAZZA UN OSSERVATORE
(ROMANO) IN OGNI CLASSE....
1 - IL GOVERNO TROVA 195 MILIONI PER IL 2011. MA NON
BASTANO...
Da "Milano Finanza"
Il
governo rimette mano alla cassa e per l'editoria trova
195 milioni di euro. È quanto si legge in una tabella
della legge di Stabilità, la vecchia Finanziaria,
approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Il problema è
che, secondo gli addetti ai lavori, questa somma non
basterà a sostenere un settore fortemente in crisi che
negli ultimi anni si è visto ridurre stanziamenti,
contributi e azzerare dal primo aprile scorso anche le
tariffe postali agevolate (per le quali vengono
stanziati 242 milioni da rimborsare alle Poste ma per le
vecchie agevolazioni).
Sempre per i contributi postali vengono confermate le
vacche magre: per il 2012 e il 2013, infatti, sempre la
tabella di Via XX Settembre prevede di competenza un
drastico «zero» alla voce «poste editoria», cosa che
lascerebbe intendere che con la prossima riforma
dell'intera materia le risorse che un tempo venivano
destinate per le agevolazioni postali non ci saranno
più.
Il
problema tornerà presto d'attualità, in Parlamento come
tra le forze politiche, in quanto i fondi necessari per
gli editori sarebbero in totale 400 milioni di euro
contro i 195 stanziati, tra residui dei contributi
(quelli soggettivi sono stati eliminati), vecchie
tariffe postali agevolate e contributi indiretti. La
partita si intreccia inevitabilmente con la stesura
definitiva della riforma Bonaiuti che, pur tra distinguo
e deroghe mal viste dalla Fieg, parte da una base di
partenza sostanzialmente condivisa: la giungla delle
sovvenzioni a pioggia deve sparire.
2- LA
PADANIA, CONTI IN ROSSO E UN PROBLEMA EDITORIALE: "SIAMO
TROPPO TROPPO FILO-GOVERNATIVO"
Camilla Conti per
Il Fatto
Altro
che verde, la Padania è sempre più rossa. In casa del
quotidiano leghista infatti i conti continuano a non
tornare. Non solo: nella relazione al bilancio si legge
nero su bianco che il giornale vende meno perché. Ma
partiamo dai numeri: il bilancio 2009 della cooperativa
Editoriale Nord ha chiuso con una perdita di 46mila euro
nonostante i contributi statali all'editoria - 3,94
milioni erogati nel 2008 ma contabilizzati l'anno scorso
- e un "obolo" di 430.000 ricevuto dal Carroccio, di cui
il giornale è organo di partito.
"Le
vendite, la pubblicità, la conclusione della cassa
integrazione e le spese legali non ci hanno consentito
di raggiungere gli obiettivi sperati", si legge nella
relazione al bilancio. Dove, sotto la voce "risparmio o
limitazione dei costi" viene anche comunicata per il
personale la richiesta di cassa integrazione
straordinaria per ancora altri due anni per i
giornalisti e la deroga di otto mesi per il personale
poligrafico. Per questi ultimi, alla fine del periodo di
cassa integrazione guadagni in deroga, è inoltre
previsto un trattamento di mobilità concordata con il
sindacato che prevede il pagamento di un incentivo
all'esodo di dieci mensilità per tre delle quattro
persone e per la quarta un recupero parziale.
Ma la
parte più interessante, numeri a parte, è contenuta nel
capitolo dedicato alle vendite del quotidiano in edicola
che, scrivono i vertici leghisti della coop editoriale,
"non ci hanno aiutato nell'opera del risanamento". E i
motivi dello scarso successo della Padania ce lo
spiegano proprio gli editori: "Da una parte la crisi che
pone il lettore nella condizione di limitare e in alcuni
casi eliminare l'acquisto del quotidiano. Se un
lavoratore è in cassa integrazione difficilmente può
permettersi anche l'acquisto del quotidiano".
Già,
ma non basta. "Il Movimento che il quotidiano
rappresenta - si legge sempre nella relazione - è al
Governo e quindi teso in un opera di valutazione
positiva dell'operato dello stesso. Difficilmente può
verificarsi una discrasia tra l'operato del Movimento e
il suo organo di stampa. Ciò mette spesso il lettore
della Lega, nella condizione di trovarsi un giornale non
più battagliero come quando si era all'opposizione, ma
teso a spiegare condividendone l'operato e l'azione del
Governo e dei suoi componenti.
Tale
moderazione si traduce per alcuni in debolezza e non si
rivedono più con il loro organo di stampa". Tradotto:
siccome Bossi & c stanno al governo con Berlusconi non
possono attaccare la Roma ladrona come prima, anzi la
battaglia celodurista finisce a tarallucci e vino, anzi
a polenta e pajata. Il lettore di Pontida si incazza e
non compra più il giornale.
Ma
andiamo avanti. Sul fronte pubblicitario, alla Padania
manca ancora una concessionaria e le "tante difficoltà
nella raccolta nascono anche dal fatto che la diffusione
del quotidiano su un territorio limitato alle regioni
del nord pone dei limiti anche all'acquisizione
pubblicitaria di chi avesse interesse ad apparire su
tutto il territorio nazionale".
Insomma, non c'è la corsa degli imprenditori "terroni"
siciliani, pugliesi e calabresi a finire sulle pagine
del quotidiano. E il futuro? "La società anche nel
prossimo esercizio continuerà l'opera di risanamento con
la riduzione dei costi in linea generale. E in
particolare sono previste riduzioni consistenti nei
costi della stampa. Il Consiglio di Amministrazione
confida inoltre in una ripresa di fatturato con la
prevista sottoscrizione di nuovi abbonamenti che possano
dare alla società un flusso continuo di ricavi".
Infine, sul fronte della governance, l'assemblea di
maggio ha rinnovato il cda fino al 2012: sono stati
riconfermati Federico Bricolo (presidente), Roberto Cota
(vicepresidente), Angela Rosa Mauro (amministratore),
Stefano Stefani (amministratore), Giancarlo Giorgetti
(amministratore) mentre vanno registrate due new
entries: Giovanni Marco Reguzzoni (presidente dei
deputati leghisti alla Camera) e Francesco Belsito
(sottosegretario alla semplificazione normativa). A loro
il compito di rinverdire la Padania.
3-
MEDIA NEWS
Enrica Roddolo per "Il Mondo"
È
SCONTRO KOLOSSAL PER I MULTISALA...
C'è aria di scontro fra titani sul grande schermo. Se il
maxi circuito The Space cinema (Medusa e Benetton)
guidato dall'ad Giuseppe Corrado, ha appena rilevato tre
nuovi multisala totalizzando 268 schermi, il concorrente
Uci cinemas Italia sta preparando la controffensiva: ci
sarebbero trattative in corso con un paio di circuiti
che porterebbero a Uci oltre 50 nuove sale a fine anno.
Più un piano di conversione al digitale di tutte le sale
del circuito che si concluderà a fine 2011.
In
tutto a oggi Uci, nata da una partnership tra le major
Universal e Paramount Pictures e rilevata poi dal fondo
di private equity Terra Firma capital partners che poi
ha acquisito anche la catena inglese Odeon, conta 25
strutture multiplex per 264 schermi lungo lo Stivale. Il
primo step sarà la digitalizzazione di un centinaio di
sale (ora sono 60 quelle già rinnovate) entro fine anno,
con l'inserimento della tecnologia 3D, per completare la
transizione entro il 2011.
L'investimento complessivo varato dall'ad Andrea Stratta
è di 16 milioni di euro. Nell'headquarters londinese il
board ha intanto già approvato un maxi investimento
globale di oltre 100 milioni di euro per digitalizzare
tutte e 1.800 sale internazionali di OdeonUci.
LA TV
DI DOMANI FARÀ NOTIZIA ONLINE...
Italia nell'empasse digitale terrestre? È pronto a
scendere in campo il nuovo presidente dei Corecom (già a
capo del Corecom Lazio), l'avvocato Francesco Soro con
una nuova iniziativa che avrebbe per obiettivo far
chiarezza e aggiornare la business community di settore
sullo stato dell'arte digitale. Senza veli e censure.
Soro, secondo quanto risulta al Mondo, starebbe mettendo
a punto il piano di un portale o sito di news online
interamente dedicato a dar conto di che cosa succede nel
mondo tv.
Dovrebbe chiamarsi Next-tv e fornire agli operatori del
settore gli strumenti per concorrere nella tv del
futuro. Anche perché se l'Italia per ora è ancora
bloccata nella fase digitale già avanzano le offerte di
tv a banda larga come Cubovision e Google tv che
metteranno le imprese italiane alla prova nel nuovo
mercato dei contenuti.
AL
VIA CASAMICA FORMATO VERCESI...
È il nuovo design magazine del Corriere della Sera, in
edicola dal 16 ottobre con il quotidiano e Io Donna ma
anche on line sul portale atcasa.it. Inizio d'autunno
con molte novità per il nuovo Casamica, la testata di
Rcs Periodici alla cui direzione è arrivato Pier Luigi
Vercesi (che è anche condirettore di Io Donna a fianco
del direttore Diamante d'Alessio).
Vercesi con la managing editor Silvia Robertazzi, ha
modificato stile e contenuti della storica testata di
arredamento della Rizzoli restituendo valore
all'immagine e ai servizi per chi la casa la ama e la
vive, privilegiando una scrittura rapida ed essenziale
tipica del giornalismo online. Dietro alla nuova grafica
c'è lo studio Sm associati (che cura anche la campagna
stampa di lancio), con la direzione creativa di Marco
Velardi.
UN
OSSERVATORE IN OGNI CLASSE...
A inaugurare l'edizione 2010-2011 del Quotidiano in
classe (l'iniziativa che avvicina i ragazzi alla lettura
dei giornali) sarà il prossimo 22 ottobre a Firenze
Joaquín Navarro-Valls, già direttore della sala stampa
Vaticana (e oggi presidente della Fondazione Telecom
Italia). E, presto, ai 16 grandi quotidiani nazionali
(Corriere della Sera in testa) che compongono il panel
di lettura nelle scuole, si aggiungerà anche la new
entry dell'Osservatore Romano.
«All'Osservatore Romano, come anche al magazine Focus,
dedicheremo due progetti speciali dell'operazione che
quest'anno coinvolgerà il 70% circa degli studenti: 1
milione 802 mila ragazzi», dice al Mondo il presidente
dell'Osservatorio giovani-editori, Andrea Ceccherini che
sta già pensando all'edizione 2011 della Bagnaia
dell'editoria, il summit che il prossimo anno coinciderà
(e festeggerà) con i 150 anni dell'Unità d'Italia.
CASTA
(E LUCROSA) DIVA SBARCA A MUMBAI...
Nata come piccola iniziativa di qualità nel settore
delle produzioni video Casta Diva guidata dall'ad Andrea
De Micheli e dal presidente Luca Oddo, nonostante la
crisi globale si prepara a inaugurare una testa di ponte
a Mumbai, oltre alle sedi di Milano, Londra, Praga,
Buenos Aires. L'agenzia ha infatti continuato a crescere
anche nel primo semestre 2010 del 55%.[15-10-2010]
|
1-
LA PRESUNTA MINACCIA DELLA PREPARAZIONE DI UN DOSSIER
CONTRO EMMA MARCEGAGLIA SAREBBE AVVENUTA IN SEGUITO
ALL’INTERVISTA DEL 15 SETTEMBRE AL CORRIERE NELLA QUALE
EMMA CRITICAVA IL GOVERNO E LA CAMPAGNA DE "IL GIORNALE"
CONTRO FINI - 2- L’INCHIESTA NASCE DA UN SMS DEL VICE
DIRETTORE PORRO A RINALDO ARPISELLA (ADDETTO STAMPA DI
EMMA): “ROMPEREMO IL CAZZO ALLA MARCEGAGLIA COME POCHI
AL MONDO! SPOSTIAMO I SEGUGI A MANTOVA” - I “SEGUGI”
CHIOCCI E MALPICA REPLICANO, VIA MAIL, A DAGOSPIA: “MAI
STATI A MANTOVA, LA NOSTRA UNICA META RESTA MONTECARLO”
- 3- SALLUSTI QUERELA IL PROCURATORE LEPORE - EMMA:
“RISCHIO PER LA MIA IMMAGINE” - 4- WOODCOCK: "IL DIRITTO
DI CRITICA DA PARTE DELLA STAMPA È FUORI DISCUSSIONE MA
IL GIORNALISTA NON PUÒ UTILIZZARE I PROPRI SCRITTI "PER
COARTARE LA VOLONTÀ ALTRUI" PERCHÉ IN QUESTO CASO SI
CONFIGURA UN REATO, QUELLO DI VIOLENZA PRIVATA"
1
- CHIOCCI E MALPICA A DAGOSPIA: "UN SMS PRESO TROPPO SUL
SERIO. NON METTIAMO PIEDE A MANTOVA DA ANNI. RESTIAMO A
MONTECARLO"...
Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, leggiamo dal
decreto di perquisizione nei confronti del direttore
Sallusti e del vice Porro che in un sms, preso
evidentemente troppo sul serio dagli inquirenti, gli
asseriti segugi del caso Tulliani-Fini sarebbero stati
spostati da Montecarlo in quel di Mantova, città centro
di riferimento degli interessi economici e familiari del
presidente di Confindustria. I segugi in questione, in
verità, non mettono piede a Mantova da anni e a dirla
tutta non hanno mai avuto indicazioni al riguardo. La
nostra unica meta, come i lettori del Giornale sanno
bene, resta il Principato di Monaco. E da qui non
abbiamo alcuna intenzione di sloggiare.
Cordialmente
i "segugi" Gian Marco Chiocci & Massimo Malpica
2
- SMS, SPOSTATI SEGUGI DA MONTECARLO...
(ANSA) - La presunta minaccia della
preparazione di un dossier contro Emma Marcegaglia, alla
base del decreto di perquisizione eseguito oggi nella
sede de 'Il Giornale', sarebbe avvenuta in seguito
all'intervista rilasciata il 15 settembre scorso al
Corriere della Sera dalla presidente degli industriali
nella quale si esprimevano critiche al governo, con
accenni ai conflitti personali (che "non aiutano la
crescita") e alla campagna di stampa nei confronti di
Fini.
Un
elemento di rilievo secondo i magistrati è rappresentato
dal sms inviato il 16 settembre da Porro a Rinaldo
Arpisella, responsabile dei rapporti con la stampa della
Marcegaglia: "Ciao Rinaldo domani super pezzo
giudiziario sugli affari della family Marcegaglia".
Nella successiva telefonata, pochi minuti dopo,
intercorsa tra i due, il giornalista afferma "...adesso
ci divertiamo per venti giorni romperemo il cazzo alla
Marcegaglia come pochi al mondo!" aggiungendo che non si
trattava di uno scherzo e di aver "spostato i segugi da
Montecarlo a Mantova" con riferimento - spiegano i pm -
alla città centro di riferimento degli interessi
economici e familiari del presidente di Confindustria.
Gli inquirenti registrano poi una telefonata tra
Arpisella e un responsabile delle relazioni esterne di
Mediaset con la richiesta di un intervento di
Confalonieri. In un colloquio successivo, il
responsabile Mediaset parla dell'avvenuto intervento del
presidente di Mediaset presso Il Giornale e del fatto
che la Marcegaglia lo aveva poi ringraziato.
Nel decreto viene poi riportato un passaggio di un'altra
telefonata, del 22 settembre, tra Porro e Arpisella in
cui il giornalista afferma: "...dobbiamo trovare un
accordo perché se no non si finisce più qui...la signora
se vuole gestire i rapporti con noi deve saper
gestire...quello che cercavo di dirti è che dobbiamo
cercare di capire come disinnescare in maniera
reciprocamente vantaggiosa, vantaggiosa nel senso
diciamo delle notizie delle informazioni della
collaborazione no...".
3
- SALLUSTI QUERELA PROCURATORE NAPOLI. "MAI PARLATO CON
MARCEGAGLIA E ASSISTENTE"...
(ANSA) - Il direttore de 'Il Giornale',
Alessandro Sallusti, ha dato mandato di querelare il
procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, per
diffamazione con grave danno alla propria reputazione e
immagine, in merito alla dichiarazioni rilasciate dal
magistrato al sito del Corriere della Sera.
"Nel controllare un numero di telefono - ha detto Lepore
al Corriere.it, secondo quanto riferisce Sallusti in una
dichiarazione - ci siamo resi conto che i colloqui tra i
giornalisti del Giornale Alessandro Sallusti e Nicola
Porro con il segretario del presidente degli industriali
erano tesi a fare cambiare atteggiamento al presidente
degli industriali che aveva rilasciato dichiarazioni
dure contro il governo".
"Non ho mai fatto - ha detto Sallusti - o ricevuto
alcuna telefonata, messaggio o e-mail sull'argomento in
questione, non ho mai parlato in vita mia con il
presidente Marcegaglia, con il suo assistente Rinaldo
Arpisella, del quale ho appreso solo oggi l'esistenza,
né con persone riconducibili allo staff del presidente
di Confindustria".
4
- PM, SI' DIRITTO DI CRITICA, NO DI COARTARE...
(ANSA) - Il diritto di critica da parte
della stampa è fuori discussione ma il giornalista non
può utilizzare i propri scritti "per coartare la volontà
altrui" perché in questo caso si configura un reato,
quello di violenza privata. E', in sintesi, quanto
affermano i pm di Napoli Vincenzo Piscitelli e Henry
John Woodcock, nelle motivazioni alla base della
decisione di perquisire la sede de "Il Giornale".
"Il giornalista - osservano i magistrati - non solo ha
ovviamente il diritto di scrivere quanto ritiene
necessario per far conoscere alla pubblica opinione, ma
ha anche il diritto di criticare e di farlo in modo
anche duro, pungente e veemente". "Può acquisire -
scrivono i pm - notizie e informazioni anche riservate e
persino segrete (che anzi secondo il codice deontologico
dei giornalisti è addirittura tenuto a pubblicare),
potendo preservare anche le proprie fonti; ancora il
giornalista, fatti salvi ovviamente gli aspetti
deontologici, può essere naturalmente fazioso".
"Tuttavia - sottolineano Piscitelli e Woodcock - il
giornalista (e nessun altro) non ha diritto di
utilizzare i propri scritti e le proprie pubblicazioni,
o meglio la prospettazione di propri scritti e proprie
pubblicazioni, allo scopo di coartare la volontà
altrui".
A
tale proposito i magistrati affermano che quando ciò
accade "si configura il delitto di cui all'art. 610 cp
ravvisandosi quello che la Suprema Corte di Cassazione
ha definito come lo 'sviamento dello scopo' che connota
in termini di ingiustizia il male prospettato: nel senso
che per configurarsi il reato di violenza privata
(ovvero il reato di estorsione, o quello di minaccia
semplice, tutte nella fattispecie accomunato
nell'elemento costitutivo della minaccia) non è
necessario che il male sia di per sé ingiusto, bastando
che risulti tale in relazione allo scopo cui la minaccia
servi come mezzo". Dunque "é l'ingiustizia dello scopo
che rende ingiusto il mezzo utilizzato e ciò anche
quando il mezzo non è in sé e per sé ingiusto".
5
- MARCEGAGLIA: 'PERCEPII RISCHIO PER MIA IMMAGINE'...
(ANSA) - La percezione di "un rischio
reale e concreto per la mia immagine e la mia
persona...". Così il presidente della Confindustria Emma
Marcegaglia, interrogata in qualità di persona informata
dei fatti dai pm di Napoli Piscitelli e Woodcock il 5
ottobre scorso, spiega il suo stato d'animo dopo aver
appreso di una presunta campagna che Il Giornale avrebbe
avuto intenzione di organizzare nei suoi confronti. Un
passaggio della testimonianza del presidente degli
industriali è riportato nel decreto di perquisizione
eseguito oggi nella sede del quotidiano milanese.
"Dopo il racconto che Arpisella mi fece - dichiara la
Marcegaglia - ho sicuramente percepito l"avvertimentò
come un rischio reale e concreto per la mia persona e
per la mia immagine, tanto reale e concreto che
effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente,
in contatto con Confalonierì".
"Il Giornale e il suo giornalista - ha aggiunto - hanno
tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento
nei confronti del Giornale stesso concedendo interviste
che, per la verità, io sul Giornale almeno recentemente
non avevo fatto... Non mi era mai capitata una cosa
simile, e cioé non mi era mai capitato che un quotidiano
ovvero qualsivoglia altro giornale tentasse di coartare
la mia volontà con queste modalità per ottenere
un'intervista ovvero in conseguenza di dichiarazioni
precedentemente rilasciate".
6
- FELTRI, COSI' CI FACCIAMO PUBBLICITA'...
(ANSA) - "Ci gioviamo di questa
iniziativa per farci un po' di pubblicità". Così il
direttore editoriale del Giornale, Vittorio Feltri, ha
commentato l'inchiesta della procura di Napoli su
presunte minacce alla presidente di Confindustria e le
perquisizioni nella sede del quotidiano e nelle
abitazioni del direttore responsabile e del
vicedirettore. "Non c'é un legame - ha spiegato Feltri -
tra l'appartamento dei Tulliani e questa vicenda. Sono
contento di queste perquisizioni così si renderanno
conto che non abbiamo alcun dossier".
"Sono amico della signora Marcegaglia - ha spiegato
Feltri - che conosco da anni e che stimo anche se lei
due settimane fa ha detto che dovevamo smetterla di
occuparci delle case dei Tulliani. Noi gli abbiamo
risposto a tono dicendo che la presidente di
Confindustria non deve intervenire su queste cose".
Alla domanda se è a conoscenza dell'esistenza di
un'inchiesta sulla presidente di Confindustria, Feltri
ha risposto: "Non so se stanno facendo un'inchiesta
sulla Marcegaglia".
L'ex direttore del quotidiano di via Negri, da alcune
settimane passato al ruolo di direttore editoriale, ha
quindi proseguito: "Faccio questo lavoro da quarant'anni
e capita a volte che qualcuno mi dia una dritta ma io
non so cosa siano i servizi deviati". All'osservazione
che giorni fa il Giornale ha pubblicato una notizia
secondo la quale i giornalisti del quotidiano sarebbero
stati spiati, Feltri ha replicato: "questa é una cosa
grave perché chi ce l'ha detto è una fonte attendibile".
Prima di salire nel suo ufficio, scherzando e mostrando
i polsi come se fossero ammanettati, ha concluso: "hanno
perquisito gli uffici di Sallusti e di Porro, se
vogliono perquisiscano anche il mio, gli do le chiavi".
7
- PERINA, PDL RIFLETTA SU METODO BOFFO. IPOTESI
DENIGRAZIONE CON DOSSIER COME PER FINI...
(ANSA) - "Anzichè scagliarsi
pregiudizialmente contro la magistratura, sarebbe bene
se qualcuno nel Pdl riflettesse sul fatto che quel che
oggi è ipotizzato contro la Marcegaglia, cioè una
campagna di denigrazione attraverso dossier, il Giornale
lo ha già fatto nei confronti di Boffo e di Fini.
Evidentemente qualcuno perde il pelo ma non il vizio".
E' quanto dichiara Flavia Perina, direttore del Secolo
d'Italia e parlamentare di Futuro e Libertà.
8
- LARATTA (PD), E' SQUADRISMO GIORNALISTICO...
(ANSA) - "Ci troviamo davanti ad
episodi di puro squadrismo giornalistico. Una testata
usata a scopi punitivi, per distruggere chi osava ed osa
criticare il Governo e il presidente del consiglio che,
per interposto fratello, ne risulta il proprietario".
Franco Laratta, giornalista e deputato Pd, commenta così
le vicende de Il Giornale e l'indagine che coinvolge il
direttore Sallusti e altri cronisti della testata. "Un
giornale così e i suoi giornalisti - aggiunge -
andrebbero pesantemente sanzionati dall'Ordine. Mentre
Berlusconi quando lo vende un giornale così? O forse lui
sapeva quello che accadeva? O ne era addirittura
l'ispiratore?".
[07-10-2010]
|
|
1
- MINACCE ALLA MARCEGAGLIA, PERQUISITA LA SEDE DE "IL
GIORNALE"...
(ANSA) - Sono in corso alcune
perquisizioni nella sede de 'Il Giornale' e nelle
abitazioni di alcuni giornalisti del quotidiano
milanese. A quanto si è appreso i provvedimenti sono
stati disposti dalla procura di Napoli nell'ambito di
una inchiesta su presunte minacce, attraverso la
raccolta di un dossier, nei confronti del presidente
della Confindustria, Emma Marcegaglia, dopo che
l'imprenditrice aveva formulato critiche nei confronti
del Governo in alcune sue dichiarazioni.
I
decreti di perquisizione, eseguiti dai carabinieri, sono
stati emessi dai pm Vincenzo Piscitelli e Henry John
Woodcock e vistati dal procuratore Giovandomenico
Lepore. L'ipotesi di reato formulata dai magistrati è di
concorso in violenza privata. L'indagine sarebbe
scaturita da alcune intercettazioni disposte nell'ambito
di una diversa inchiesta condotta dai magistrati
partenopei. Dalle conversazioni e da un sms sarebbe
emersa la presunta intenzione di una campagna di stampa
nei confronti della Marcegaglia.
2
- PERQUISIZIONI AD OPERA DEL NOE...
(ANSA) - Le perquisizioni in corso
nella sede del quotidiano Il Giornale sono eseguite dal
Noe, il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. Al
momento i carabinieri si trovano nell'ufficio del
Direttore. E' presente anche un perito nominato
dall'autorità giudiziaria.
[07-10-2010]
|
SALLUSTI ATTACK! - "DUE PROCURE TENGONO SOTTO CONTROLLO
I CELLULARI DI DIRETTORI E VICEDIRETTORI, SENZA CHE
SIANO STATI CONTESTATI REATI - CERCANO APPIGLI PER
INCASTRARCI O VOGLIONO ASCOLTARE CHI PARLA CON NOI? - La
Annunziata ha detto di avere ascoltato l’audio di una
intercettazione tra Lavitola e un misterioso politico.
Senza dire di chi si trattasse, quale fosse il
contenuto, a che titolo era stata fatta e a che titolo
lei l’aveva sentita. Insomma, un avviso mafioso in
diretta sulla Tv di Stato. Ma, ovviamente, trattandosi
della rossa Lucia e di Raitre non si parlerà di fango e
di dossier, ma di libertà di informazione"...
Alessandro Sallusti per "il
Giornale"
ALESSANDRO
SALLUSTI
Abbiamo la certezza che almeno due procure della
Repubblica, una al Nord e una al Sud, tengono sotto
controllo i telefoni e i telefonini di direttori e
vicedirettori de Il Giornale. Cioè i nostri. Al momento
nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari,
nessuno ha ricevuto avvisi di garanzia né è mai stato
convocato da alcuna autorità anche solo come testimone a
conoscenza dei fatti.
Per quello che ne sappiamo, insomma, siamo «puliti »,
come direbbero in questura. Eppure ci sono pm che si
divertono ad ascoltare le nostre conversazioni.
Personalmente sono certo di non aver commesso reati,
esclsa la violazione del codice della strada. Non
traffico né faccio uso di droghe, non ho rubato né preso
tangenti, in quanto a pulsioni sessuali sono della
vecchia scuola (cioè a norma di legge e di morale
pubblica). Per cui è ovvio chiedersi: perché?
LUCY
ANNUNZIATA
Le
risposte sono tre. La prima. I magistrati sospettano che
tutti noi, guarda la coincidenza, abbiamo commesso
ognuno un reato diverso dall'altro che non ha nulla a
che fare con la nostra professione, e perciò
legittimamente indagano. La seconda. I magistrati sono
curiosi di sapere che cosa diciamo al telefono perché
non si sa mai, magari qualche cosa si scopre: una
battuta, una frase che può essere indizio di reato o di
gossip privato da passare al momento giusto a
ricattatori fabbricanti di dossier.
Gioacchino
Genchi
La
terza. Ai magistrati non interessa quello che diciamo
noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i
personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo
per dovere d'ufficio. Insomma, veniamo usati per
ascoltare persone che, almeno ufficialmente, sarebbe
vietato intercettare.
LAVITOLA
Escludendo, salvo prova contraria, la prima ipotesi,
restano le altre due, entrambe inquietanti e indegne di
un Paese civile e liberale. Sono anche questi gli abusi
dei quali parlava ieri il presidente Berlusconi nel suo
discorso di chiusura della festa nazionale del Pdl. C'è
un potere, quello della magistratura, che, violando o
piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere
sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero
godere di piena autonomia, da quello dell'esecutivo a
quelli della politica e dell'informazione non allineata
sulle loro posizioni.
Il
tutto con la complicità di singoli uomini e forze
politiche che non siedono soltanto, almeno
ufficialmente, sui banchi dell'opposizione.
VITTORIO
FELTRI
Il
paradosso è che accusano noi di fabbricare fango. Lo ha
ripetuto anche ieri Lucia Annunziata, comunista non
pentita, nel suo programma su Raitre. E chi aveva
ospite, la maestrina di giornalismo? Tale Gioacchino
Genchi, una sorta di spia al servizio delle procure (e
non solo, di recente è entrato anche nell'Idv di Di
Pietro), uno che ha intercettato e schedato praticamente
mezza Italia, non sempre in modo trasparente.
PAOLO
BERLUSCONI
Non solo. La Annunziata ha anche detto di avere
ascoltato poco prima l'audio di una intercettazione tra
un giornalista (Lavitola) e un misterioso politico.
Senza dire di chi si trattasse, quale fosse il
contenuto, a che titolo era stata fatta e a che titolo
lei l'aveva sentita. Insomma, un avviso mafioso in
diretta sulla Tv di Stato. Ma, ovviamente, trattandosi
della rossa Lucia e di Raitre non si parlerà di fango e
di dossier, ma di libertà di informazione. Tanto poi gli
attentati non li fanno a loro.
[04-10-2010]
|
|
1
- IL RESTO DI MASTELLA SI CHIAMA DELA VALLE
I lettori più affezionati al "Resto del Carlino", uno
dei più antichi giornali italiani, sono rimasti di sasso
quando hanno visto in prima pagina la foto di Clemente
Mastella con l'annuncio che il politico di Ceppaloni
iniziava una sua rubrica dal titolo "l'inClemente".
Sfogliando il giornale alla pagina 5 hanno ritrovato la
sua foto e un pezzo dal titolo "Il Cavaliere e i
ragionieri". Nelle righe Clementone parla dello stallo
del centrodestra e dice testualmente che "Berlusconi
rischia di democristianizzarsi (detto da me!): insomma
di tirare a campare".
E
aggiunge il consiglio di cambiare i suoi "ragionieri"
che per la seconda volta gli hanno fatto calcoli
sbagliati. Per non correre questo rischio secondo
Mastella, Berlusconi dovrebbe fissare con lo stesso
entusiasmo quello che, all'epoca del "Predellino1", fu
considerato un vero colpo di teatro...anche adesso al
Cavaliere si richiede un colpo d'ala: o si affida al suo
innegabile fiuto politico e scassa tutto per
ricostruire, oppure rischia.
È
bene ricordare che prima di entrare in politica,
Mastella cominciò a lavorare come giornalista nella Rai
a metà degli anni '70 dove si dice che sia entrato con
la raccomandazione di Ciriaco De Mita, e qualcuno
rammenta che la spinta politica provocò tre giorni di
sciopero nella redazione.
Forse è per questo timore che il direttore del
"Carlino", Luigi Visci, ha preso in contropiede i suoi
giornalisti lasciando scivolare l'annuncio della rubrica
fissa di Mastella nella tarda mattinata di sabato
durante la riunione di redazione. Il Comitato di
redazione appena lo ha saputo ha scritto una lunga nota
dai toni incazzati e sfottenti dove si lamenta
l'ennesima mancanza di comunicazione preventiva e viene
sottolineato l'eccessivo numero di commentatori politici
in una situazione di crisi dell'editoria. L'allusione è
a collaboratori come Bruno Vespa che ogni settimana
prendono 1.000 euro ad articolo nonostante il medesimo
testo appaia contemporaneamente su almeno altri 7
quotidiani.
I
poveri giornalisti ignorano tuttavia che l'operazione ha
dietro le spalle un grande sponsor, quel Dieguito Della
Valle che considera l'uomo di Ceppaloni un autentico
genio della politica, un Winston Churchill di provincia
da portare sulla barca e coccolare come una star.
E
non sanno, oppure fanno finta di non sapere, che il 16
aprile scorso Dieguito ha rilevato da Rcs Mediagroup il
9,9% della Poligrafici Editoriale, il Gruppo di Andrea
Riffeser al quale fanno capo "Il Resto del Carlino", "La
Nazione", e "QN-Quotidiano Nazionale".
L'operazione è costata allo scarparo 9,5 milioni di euro
e non è soltanto un piccolo piacere per ridare un po' di
visibilità all'uomo che - come ricorda la lettera del
Comitato di redazione - ha fatto l'uccello migratore
passando dalla DC a CCD, Cdr, Udr, Udeur, Popolari per
il Sud. La cortesia di Dieguito nasce anche dalla voglia
di riportare la barra dei giornali bolognesi e
fiorentini vicino a quel Centro politico dove un giorno
potrebbe arrivare l'amico Luchino di Montezemolo. Se la
nuova geometria politica prenderà forma e sostanza, il
Mastella confinato a Bruxelles potrebbe riaffacciarsi
sulla scena politica.
E
questo spiega perché ieri pomeriggio nella trasmissione
di Simona Ventura in collegamento dallo stadio San Paolo
di Napoli, il piccolo Churchill di Ceppaloni rideva a
crepapelle.
15.10.10 |
|
BANCAROTTA AL "MANIFESTO" - è DI SINISTRA UN BANCHIERE
CHE? - COSA HA FATTO "di sinistra" Profumo? INTASCARE 13
milioni all’anno, 25 mila euro al giorno, USCIRE CON UNA
LIQUIDAZIONE DI 40 MILIONI E CHIEDERE IL LICENZIAMENTO
DI 4.700 DIPENDENTI? - Per IL FONDATORE VALENTINO
Parlato, SEMPRE VICINO A GERONZI E BANKITALIA, "essere
di sinistra non significa essere rivoluzionari, ma
democratici. E Profumo a parer mio faceva parte di una
sinistra così caratterizzata"...
1-
ELOGI A PROFUMO, PARLATO SOTTO ACCUSA
M. Io. per il "Corriere
della Sera"
Li
ha proprio fatti arrabbiare i lettori del manifesto,
almeno una parte di loro, quell'articolo di Valentino
Parlato nel quale la storica firma del quotidiano
comunista definiva Alessandro Profumo un «banchiere di
sinistra». Alcune delle «molte e lunghe lettere» assai
critiche, il manifesto le ha pubblicate ieri attorno
alla replica di Parlato.
Il
giornalista respinge quello che per alcuni lettori
sarebbe un «errore grave e dannoso» perché, scrive,
«affermare che non ci possa essere un banchiere di
sinistra mi sembra ridurre il marxismo a determinismo
assoluto: chiunque gestisca denaro è di destra».
Valentino Parlato dice di non condividere «questo
determinismo che prescinde dalla personalità dell'uomo,
della sua cultura, dalla sua formazione». Ma c'è anche
un secondo aspetto, altrettanto importante, che è il
significato della parola «sinistra». Per Parlato,
«essere di sinistra non significa essere rivoluzionari,
ma democratici, per la giustizia sociale, per una
crescita civile e culturale. E Alessandro Profumo a
parer mio faceva parte di una sinistra così
caratterizzata».
Ha
ospitato anche un articolo di Nerio Nesi, il manifesto
di ieri. Nesi ringrazia Parlato per aver ricordato le
sue dimissioni vent'anni fa dalla Bnl ma oltre a
ricordare le somiglianze tra il caso suo e della Bnl e
quello di Unicredit e Profumo, ha tenuto a sottolineare
le molte differenze. Non ultima, la liquidazione: a Nesi
neppure una lira, a Profumo 40 milioni di euro.
Chissà se con la sua replica Parlato avrà convinto i
lettori più radicali del manifesto. Difficile pensarlo,
soprattutto per chi sottolineava lo stipendio (13
milioni di euro all'anno, 25 mila euro al giorno) e la
liquidazione del banchiere, e per chi si chiedeva che
cosa avesse fatto «di sinistra» Profumo concludendo che
nel trafiletto di Parlato c'è «tutto il fallimento della
sinistra».
2-
BANCHIERE DI SINISTRA. UN OSSIMORO?
Da "il manifesto"
Cari lettori e cari compagni,
il mio corsivo Il banchiere scomodo pubblicato sul
manifesto del 22 settembre ha provocato accalorati
dissensi nella nostra riunione di redazione e molte
lettere di protesta, che pubblichiamo in questa pagina,
sia pure con qualche taglio. Molte e anche lunghe le
lettere: come fa Valentino Parlato a scrivere che un
banchiere possa essere di sinistra? Errore grave e
dannoso.
Provo a difendermi, spiegare le mie ragioni.
Innanzitutto affermare che non ci possa essere un
banchiere di sinistra mi sembra ridurre il marxismo a
determinismo assoluto: chiunque gestisca denaro è di
destra. Ripeto, non condivido questo determinismo che
prescinde dalla personalità dell'uomo, dalla sua
cultura, dalla sua formazione. Un determinismo che - a
mio parere - ottunde le nostre capacità di capire la
storia e la politica. Se ci fosse questo determinismo
assoluto Marx non avrebbe avuto bisogno di scrivere
tanti volumi.
E,
nella storia (non ho fatto una ricerca) ricordo che c'è
stato un banchiere di nome Parvus che ha sostenuto
Lenin, un altro di nome Rathenau che ha lavorato e
sostenuto la Repubblica di Weimar e che finì ammazzato.
Aggiungo ancora che in Italia abbiamo avuto un
banchiere, Raffaele Mattioli (padre padrone della Comit)
che è stato antifascista, democratico e anche di
sinistra. Del resto, pur con qualche riserva, farei
anche il nome di Soros. Per chi poi si voglia divertire,
si guardi «Il banchiere anarchico» di Fernando Pessoa.
La
mia seconda giustificazione riguarda il significato del
termine «sinistra». Essere di sinistra non significa
essere rivoluzionari, ma democratici, per la giustizia
sociale, per una crescita civile e culturale. E
Alessandro Profumo a parer mio faceva parte di una
sinistra così caratterizzata. Qualche lettore ha
obiettato sulla liquidazione di 40 milioni (certo per il
nostro manifesto è un sogno), ma secondo me quella
liquidazione fa parte del gioco.
Questa la mia modesta difesa: sono contrario a un
marxismo ridotto a pura meccanica.
Valentino Parlato
PROFITTI E DIVIDENDI
Apprendo dal manifesto che il banchiere Profumo (13
milioni di stipendio all'anno e 40 di liquidazione) «era
ed è di sinistra» e che «forse proprio per questo è
stato ed è un banchiere di qualità». Riguardo alla
seconda affermazione, non saprei che dire. Poiché una
banca è un'azienda, immagino che un banchiere di qualità
sia uno che faccia profitti e li distribuisca agli
azionisti sotto forma di dividendi. Quanto alla prima
delle affermazioni, ci dà la misura di quanto tempo sia
passato da quando qual tale, comunista come il
manifesto, affermava che reato non fosse assaltare una
banca, ma fondarla (o dirigerla). Statemi bene.
Nicola De Lorenzo, Asti
UN'AFFERMAZIONE DISASTROSA
Caro Valentino, il «trafiletto» di prima pagina dal
titolo «il banchiere scomodo», mi ha fatto trasecolare.
Tu dici «Profumo era ed è di sinistra». È un ossimoro?
Una provocazione? Profumo , come si dice ne «La paga dei
padroni» (Chiarelettere), percepiva nel 2007 25 mila
euro al giorno . Solo di «stipendio». E , come ha
mostrato Lerner l'altra sera su La 7, in 10 anni ha
racimolato (sesto manager super-pagato...) 50 milioni di
euro (quelli noti...). In che cosa si è distinto il
«nostro»? Per una maggiore indipendenza dai partiti?
Basta aver mantenuto in ordine e fatto crescere
Unicredit per poterlo definire di «sinistra»? Cosa vuol
dire «essere di sinistra»? Ho l'impressione che in
questo trafiletto ci sia tutto il fallimento della
«sinistra». Compreso quello del «manifesto».
Gaetano Stella
MA
CHI TE LO FA FARE?
Caro Valentino, al di là di Alessandro Profumo, la
domanda è: si può oggi essere banchiere e alla testa di
una grande banca e essere di sinistra? Ossia: come fai a
chiamare di sinistra uno il cui successo si misura con
l'ammontare dei capitali fatti accumulare ai ricchi; che
ha spinto per la finanziarizzazione; che è responsabile
della crisi economica e delle sue conseguenze sulla vita
di milioni di donne e uomini? O ancora: come si fa
quando si è anche solo vagamente di sinistra a fare oggi
quel lavoro di merda, dormendo due ore per notte e
riempendosi di schifezze per reggere? Il tutto poi
quando hanno- tutti Profumo e Marchionne di sinistra-
probabilmente da tempo accumulato abbastanza per potere
vivere, con «sobrietà» - ma bene-, di rendite. E quando
chiedono chi sarebbe pronto a fare la loro vita.
Rispondo, io no e chiedo: ma chi te lo fa fare?
Liliana Boccarossa
MA
TU TI PENTIRAI?
Caro Direttore, in prima pagina leggo il breve scritto
di Valentino Parlato «Il banchiere scomodo» e rilevo:
che Profumo dichiari di essere di sinistra non si tratta
che prenderne atto, tanto più che il termine sinistra è,
da tempo, inflazionato. Che sia automatico che essere di
sinistra, oltretutto banchiere, voglia dire essere «di
alta qualità» non è assodato visto che pure Consorte era
un banchiere di sinistra ma, parrebbe essere stato di
«pessima» qualità e, soprattutto, moralità. Pure
Marchionne, non tanto tempo fa, era considerato un
«imprenditore illuminato» dallo stesso compagno
Bertinotti quando era Presidente della Camera che, solo
da poco, si è rimangiato quella... lode. Non vorrei che,
fra un po', succedesse lo stesso al compagno Parlato.
Claudio Balestrieri, Mantova
AL
PRONTO SOCCORSO
Ho letto le poche righe di V.P. sui poteri. Subito dopo
sono stato traslato al pronto soccorso perché a forza di
sfregarli per l'incredulità ho irritato gli occhi a
sangue. Prima ipotesi: non sempre ci può essere rimedio
ai refusi. Seconda: il manifesto è uno spazio aperto,
quindi ha ospitato un corsivo di V.P., Vittorio Peltri.
Terza: V.P. è l'alter ego dei giorni feriali di
Robecchi. Quarta: è invece una cosa seria e merita una
valutazione culturale e politica. Con tutto l'affetto
per V.P. quelle poche righe risultano provenire da un
mondo virtuale.
Mi
domando, essere di sinistra è una categoria dello
spirito e per esserlo basta mandare la consorte alle
primarie dell'Ulivo o lo si è per comportamenti
conseguenti? Nel mondo reale non esistono banchieri di
sinistra (mi perdonino Yunus e Banca Etica!).
Millantandone la possibile teorica esistenza si compie
un'operazione che penso estranea alla cultura materiale
della sinistra e comunque estranea alla realtà. Con
stima per V.P. unitamente al completo disaccordo con le
sue poche righe di oggi sulle quali spero voglia
rimeditare.
«Tarma»
SORPRESO E DELUSO
Ho letto con sorpresa il corsivo di oggi in prima pagina
sulla cacciata di Profumo da Unicredit. Il banchiere
viene definito di sinistra. Sicuramente "è stato ed è un
banchiere di alta qualità" ma definire di sinistra uno
che viene "licenziato" con una buonuscita di 40 milioni
di euro, alla faccia di tutti gli operai in cassa
integrazione, i precari senza lavoro e i disoccupati che
stanno pesantemente pagando la crisi del capitale,
scusate ma non vi pare un po' troppo?
Pino Lombardo, Reggio Calabria
BANCHE ARMATE
Quaranta milioni di euro. È questa la cifra che il
gruppo Unicredit verserà ad Alessandro Profumo come
buonuscita (direi ottima!). Di tutto questo denaro, su
richiesta delle stesso banchiere, due milioni saranno
devoluti in beneficenza. A parte che il bene si dovrebbe
fare in silenzio e senza annunci, due milioni di euro
sono solo il 5% di questa enorme. Dott. Profumo, faccia
un gesto nobile, devolva l'intera cifra in beneficenza e
non solo le briciole. Non morirà certamente di fame e
allora davvero il suo gesto avrà un valore.
Le
faccio tanti auguri di godersi la sua dorata pensione.
Inoltre spero tanto che il suo successore mantenga
finalmente la promessa da lei fatta nel 2001 alla
rivista Nigrizia e mai mantenuta: far uscire Unicredit
dalla lista delle cosiddette «banche armate»
(www.banchearmate.it).
Luca Salvi, Verona 27-09-2010]
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Salvate il soldato Sergio Mancinelli. Una vita trascorsa
interamente dietro a un microfono e spesso anche una
telecamera: dal ‘99 al 2007 lavorando per Radio Capital,
società Elemedia, gruppo Repubblica-L'Espresso. Dal 2007
con l'insediamento del nuovo direttore artistico il
contratto non gli viene rinnovato, ma maggio 2010, il
giudice del lavoro dichiara illegittimo il
licenziamento, ricollocandolo nelle mansioni e nel ruolo
al microfono.
"A
tutt'oggi - ci scrive Mancinelli - non solo non sono
stato ricollocato, non solo non mi è stato versato un
solo euro degli stipendi da maggio ad oggi, non solo non
hanno provveduto alle somme arretrate dei tre anni, ma
sono costretto a una situazione di inattività quantomai
umiliante e mortificante... Da un punto di vista
strettamente giornalistico è curioso come un Gruppo che
scrive ogni giorno del rispetto delle sentenze della
Magistratura, fino a farlo diventare un fondante valore
editoriale, si comporti poi in maniera opposta"...
. 13-09-2010]
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L’ADDIO A CALABRESE - Anziché il solito bla-bla da
necrologio, le parole del sacerdote SULLE ULTIME ORE
sono state il lascito più bello che Pietro ci ha fatto -
E davanti a una folla anche incredula ha svelato IL SUO
ABBANDONO NELLE MANI DEL SIGNORE
1-DAGOREPORT
"Perché Pietro è qui?". Così monsignor Di Giacomo ha
iniziato la sua elegia davanti alla bara di Calabrese. E
davanti a una folla anche incredula ha svelato l'altra
faccia di Pietro. Credente, al punto di recarsi in
chiesa e comunicarsi con il Signore.
E
venerdì scorso, consapevole che le sue ore erano
contate, insieme alla figlia Costanza e a don Filippo,
nella stanzetta della clinica ha pregato, ha preso la
comunione, ha ricevuto l'estrema unzione.
Dopodiché ha spinto il tasto SOS, i medici lo hanno
sedato con la morfina e piano piano si è abbandonato
nelle mani del Signore. Anziché il solito bla-bla da
necrologio, le parole del sacerdote, uno che lo
conosceva bene, sono state il lascito più bello che
Pietro ci ha fatto.
2- POLITICI E INTELLETTUALI NELLA CHIESA DI SAN
BELLARMINO PER L'ADDIO A PIETRO CALABRESE ALLA
CERIMONIA, FINI, CASINI, LETTA, MARINA BERLUSCONI,
POLVERINI, VELTRONI...
(Adnkronos) - Oltre 500 persone hanno
salutato nella chiesa di San Roberto Bellarmino a Roma
Pietro Calabrese il noto giornalista scomparso a Roma,
dopo una lunga malattia, domenica scorsa. Al direttore
de 'Il Messaggero', della 'Gazzetta dello Sport', di
'Capital' e di 'Panorama' l'omaggio di personalita' del
mondo della politica, della cultura, dello spettacolo,
dell'editoria accanto alla seconda moglie Barbara, alla
figlia Costanza.
Presenti alla funzione officiata da don Filippo Di
Giacomo, don Licinio Galati, don Francesco Voltaggio,
cugino di Pietro Calabrese, il presidente della Camera
Gianfranco Fini, il leader dell'Udc Pierferdinando
Casini accompagnato dalla moglie Azzurra Caltagirone,
Marina Berlusconi, l'ex sindaco di Roma e signora Walter
Veltroni, gli esponenti del Pd Giovanna Melandri, Piero
Fassino, Roberto Morassut, Marco Follini, il fondatore e
leader di Api Francesco Rutelli, e Barbara Palombelli.
Tra le presenze illustri anche quella dell'avvocato e
deputato Giuseppe Consolo, padre dell'attrice Nicoletta
Romanoff, il capogruppo del Pdl al senato Maurizio
Gasparri, il presidente della Regione Lazio Renata
Polverini accompagnata dal ministro per le Politiche
europee Andrea Ronchi, Davide Bordoni assessore alle
Politiche produttive del Comune di Roma, Gianni Letta e
Paolo Bonaiuti, sottosegretari alla Presidenza del
Consiglio dei ministri, Giuseppe Marra presidente del
gruppo Gmc Adnkronos.
Hanno voluto portare l'ultimo saluto a Piero Calabrese,
anche Paolo Mieli, Giovannino Malago' e Ilaria D'Amico,
Afef Tronchetti Provera, Eugenio Scalfari, Ezio Mauro e
Paolo Franchi, Giuliano Ferrara, Giovanni Minoli,
accompagnato dalla moglie Matilde Bernabe', Marcello
Sorgi, Giuliano Anselmi, presidente dell'Ansa, Paolo
Liguori direttore di TgCom.
Tra le personalita' del mondo della moda, della cultura
e della televisione, anche Alain Elkann, Carla Fendi,
Giuseppe Tornatore, Renzo Arbore, il regista Enrico
Vanzina, il noto press agente Enrico Lucherini, Renato
Zero che all'uscita dalla cerimonia ha esclamato
commosso: "Pietro Calabrese? Un uomo grande e
straordinario".
Nell'affollata chiesa di Bellarmino sono sfilati anche
Enrico Mentana e Antonio Polito, Bruno Vespa con la
moglie magistrata Augusta Iannini, la giornalista Stella
Pende, Paolo Garimberti, Gianluca Verzelli noto
esponente del mondo della finanza, Giancarlo Leone e
consorte, Giampaolo Letta, vicepresidente di Medusa.
Numerosi gli omaggi floreali giunti nella chiesa di San
Bellarmino. Dalla Gazzetta dello sport,
dall'amministrazione del Messaggero, alla Camera dei
Deputati, dalla 'Francesco, Gaetano, Azzurra'
(Caltagirone). Gladioli, iris, gerbere, soprattutto
rose. Rosse, bianche, gialle, ciclamino. Fra le corone
anche quella 'Dell'amico Benito' oltre cento rose
bianche.
Omelia commossa quella dei concelebranti. In particolar
modo il cugino, don Francesco Volpeggio ha ricordato gli
ultimi momenti di Pietro Calabrese. "fino alla fine
Pietro ha voluto difendere, con lucidita', i valori in
cui credeva -ha detto- quando l'ho visto l'ultima volta
ho esclamato: 'Mi metterei ad urlare nel vederti cosi'.
Pietro mi ha semplicemente risposto: 'Stai sereno.
Perche' io oggi sono molto sereno'. Si e' spento da vero
cristiano".
L'ultimo saluto della figlia Costanza al padre e' stato
una lunga lettera scandita come un'antica nenia da
filastrocca. Costanza Calabrese ha ricordato "i successi
e le delusioni, la sua ricchezza inestimabile di un uomo
e di un padre. L'irruenza, la dignita' di una persona
speciale, l'esistenza di un uomo che ha saputo
affrontare la vita con coraggio e sempre a viso aperto.
Una vita felice, di amore -ha concluso- di sorrisi e di
lacrime".
Il
presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha
ricordato il giornalista scomparso con queste parole:
"Pietro Calabrese e' stato un giornalista importante,
straordinario che ha sempre avuto salde radici nella
nostra citta'. Abbiamo cominciato ad affezionarci a lui
quando ha cominciato a raccontare la sua malattia -ha
confessato il presidente della Regione Lazio- un dovere
personale e istituzionale essere presente qui oggi".
14-09-2010]
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- RUMORS: PREOCCUPAZIONE IN CONFINDUSTRIA, GLI
ABBONAMENTI AL "SOLE" CROLLANO SOTTO LA SOGLIA DEI
100MILA...
Affariitaliani.it - Preoccupazione
forte ai piani alti del Sole 24 Ore. Gli ultimi dati
sugli abbonamenti, un autentico storico, inattaccabile
tesoretto del quotidiano di Confindustria, stanno
franando anch'essi. Dalle ultime rilevazioni post
feriali risulta che si è giunti abbondantemente sotto la
soglia psicologica dei 100mila. Abbondantemente.
"Una tragedia", dicono a viale dell'Astronomia, sperando
che Emma Marcegaglia faccia qualcosa per bloccare il
lento declino di quello che era il quotidiano economico
più venduto d'Europa. Il guaio è che associazioni
territoriali e di categoria non apprezzano la svolta
generalista (con tratti di autobiografismo quasi lirico)
impressa al giornale dal direttore Gianni Riotta (di cui
vanno a ruba tra i redattori i messaggini intimisti che
invia su Twitter), che ama molto i libri e gli scenari,
la geopolitica e l'avventura, ma meno l'economia e le
norme e i tributi.
Ora il direttore ha rispolverato il vecchio progetto di
tabloid, sperando in tal modo di spingere la polvere
della crisi sotto il tappeto del rinnovamento totale,
guadagnando così un anno e traguardando la vigilia del
rinnovo della presidenza confindustriale, pronto a
fiancheggiare col giornale l'aspirante successore di
Emma ottenendone poi l'appoggio.
Al
giornale, invece, per tamponare l'emorragia hanno scelto
un rimedio che sembra peggiore del male: un accordo con
Alitalia per spedire 30mila copie tutte le mattine sugli
aerei di Colaninno da distribuire gratis, andando così a
irrobustire (fittiziamente) i dati di vendita. Un costo
enorme e certo. Ma ricavi incerti, tanto che Corriere e
Repubblica hanno sospeso il servizio. Sicché al Sole ora
non sanno più a che santo votarsi.
15.09.10 |
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MEDIOBANCA MISURA IL PERIMETRO DI RCS...
A. Ol. per "Il
Sole 24 Ore" - Più voci che fatti. Per ora
la situazione in casa Rcs risulta fluida. È vero che il
piano industriale dovrebbe sciogliere le incognite, ma
le "linee guida" che saranno discusse oggi alla riunione
del patto probabilmente non forniranno ancora gli
elementi sufficienti a chiarire se, per esempio, i
Periodici resteranno in tutto o in parte nel core
business o quale sarà il destino di Dada ora che Rcs ha
conquistato la maggioranza del 50,7%.
Per ora, grazie a una richiesta Consob circa le voci di
delisting di Dada, si sa solo che è stato conferito
«mandato esplorativo a un primario operatore finanziario
per l'assistenza nell'individuazione e definizione del
perimetro di attività non strategiche,nonchè in un'ampia
esplorazione di possibili opzioni di valorizzazione che
potrebbero interessare anche Dada ».Le voci intanto
hanno provocato un'impennata del titolo internet salito
di oltre il 10%, ma la notizia è che, essendo le
riflessioni a uno «stadio del tutto preliminare»,
Mediobanca ha appena iniziato a lavorarci.
07.09.10 |
- RCS: MERLONI INVEST SVALUTA QUOTA PER 15 MILIONI DI
EURO NEL 2009
Radiocor - Francesco Merloni svaluta
per 15 milioni di euro la partecipazione detenuta in Rcs
Mediagroup attraverso Merloni Invest, allineando cosi'
la quota ai prezzi di mercato. Nel corso del 2009
Merloni Invest, secondo quanto ricostruito da Radiocor,
ha svalutato da 34,453 a 19,453 milioni il valore in
bilancio della partecipazione in Rcs, pari al 2,09%, per
tenere conto di situazione di perdite durevoli in base
alle quotazioni del titolo al 31 dicembre 2009. Il
valore di carico delle azioni Rcs e' stato cosi' portato
da 2,25 euro a 1,27 euro (oggi il titolo ha chiuso a
1,137 euro). Merloni Invest ha chiuso il 2009 con una
perdita di 15,74 milioni di euro, dal rosso di 15,4
milioni del 2008.28.08.10 |
|
MONDADORI: chiude con una transazione da 8,6
milioni la maxicausa da 173 milioni. (la
Repubblica, pag.9)18.08.10 |
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-
GRUPPO 24 ORE: IN 1° SEMESTRE ROSSO DI 11,9 MLN,
RICAVI A 254,1 MLN (-4,6%)
(Adnkronos) - Il gruppo 24 Ore ha
chiuso il primo semestre dell'anno con un rosso di 11,9
milioni di euro contro -9,2 mln nei primi sei mesi del
2009. I ricavi consolidati sono pari a 254,1 mln, in
calo del 4,6% rispetto ai 266,3 mln dello stesso periodo
dell'anno precedente ma considerando le testate e le
attivita' oggetto di chiusura o cessione nell'ambito del
piano di ristrutturazione del gruppo, tale flessione si
riduce al 2,4%. Tale risultato e' attribuibile
principalmente al drastico calo dei collaterali
(-47,6%), alla caduta dei periodici ed ai minori ricavi
diffusionali complessivi. Lo rende noto il gruppo al
termine del Cda de 'Il Sole 24 Ore', che si e' riunito
oggi, sotto la presidenza di Giancarlo Cerutti e che ha
approvato i risultati consolidati del primo semestre
2010.
L'esercizio 2010, sottolinea il gruppo, 'rimane
fortemente influenzato dall'evoluzione dello scenario
relativo alle tariffe postali. Anche tenendo conto
tuttavia degli impatti di tale fenomeno, e' allo stato
attuale ipotizzabile un risultato in miglioramento per
l'intero esercizio 2010 rispetto a quello dell'esercizio
precedente al netto degli oneri straordinari'.
Il
contesto economico complessivo, sottolinea il gruppo,
'appare ancora molto difficile, benche' il secondo
trimestre del 2010 abbia confermato i deboli segnali di
ripresa evidenziati nei primi tre mesi. Il mercato
pubblicitario nella sua interezza, considerando quindi
la totalita' dei mezzi inclusa la televisione, chiude i
primi 6 mesi dell'anno con un incremento del +4,7%
rispetto al dato del corrispondente periodo 2009 (fonte
Nielsen Media Research - gennaio - giugno 2010)'.
(segue)
08.8.10 |
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CONTINUA L’EMORRAGIA DI COPIE DEL CORRIERE DELLA SERA:
MENO 14,3%, 475.000 copie medie diffuse - Meglio è
andata alla Gazzetta dell Sport, che ha perso il 2,7% a
321.000 copie, mentre in edicola le vendite sono salite
del 4,1% - IL DEBITO DI RCS È SALITO DI UNA CINQUANTINA
DI MILIONI RISPETTO ALLA FINE DEL 2009 RAGGIUNGENDO
QUOTA 1,1 MILIARDI - LA ZAVORRA DEI PERIODICI...
Giovanna Lantini per "Il Fatto Quotidiano"
Prosegue l'emorragia di copie del Corriere della Sera,
mentre il debito di Rcs sale ancora alla vigilia del
termine per le disdette del patto che controlla via
Solferino. Meno 14,3 per cento a 475.000 copie medie
diffuse. Questo il bilancio di metà anno del quotidiano
diretto da Ferruccio de Bortoli che attraverso un ormai
storico accordo tra azionisti fa capo tra gli altri a
Medio-banca, Fiat, Generali, Intesa San Paolo, Pirelli,
la famiglia Pesenti, Diego della Valle e la Premafin dei
Ligresti.
Sull'andamento ha influito anche il calo del 5 per cento
delle vendite in edicola registrato in concomitanza con
l'aumento del prezzo di copertina. Meglio è andata alla
Gazzetta dell Sport, che complessivamente ha perso il
2,7 per cento a 321.000 copie, mentre in edicola le
vendite sono salite del 4,1 per cento.
La
rosea ha battuto il Corriere anche sul web, con una
crescita della raccolta pubblicitaria del 90,6 per cento
contro il +37,4 per cento registrato dall'area internet
dell'ammiraglia. Complessivamente, poi, la divisione
Quotidiani Italia di Rcs, che dallo scorso aprile è
guidata direttamente dai rappresentanti dei soci
Giovanni Bazoli, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle,
Cesare Geronzi, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti
Provera accanto al presidente Piergaetano Marchetti e
all'amministratore delegato Antonello Perricone , ha
chiuso il semestre con ricavi in calo dell'1,2 per cento
a 324,5 milioni di euro e margini in crescita a 56,2
milioni dai 17,7 milioni del 2009.
Peggio è andata alla Periodici, che nel consiglio di
amministrazione annovera da qualche mese il
vicepresidente ad hoc Massimo Pini, rappresentante dei
Ligresti e che ha registrato una flessione del fatturato
del 4,85 per cento a 115,8 milioni, con una diminuzione
della raccolta pubblicitaria del 3,4 per cento, e
margini ancora in negativo per 1,4 milioni (-3,5 milioni
nello stesso periodo del 2009). E proprio sulla
divisione che gestisce settimanali e mensili sono accesi
i fari del mercato e del sindacato.
Quest'ultimo la settimana scorsa aveva chiesto lumi
all'azienda sulla cessione, totale o parziale, della
Periodici, che indiscrezioni di mercato avevano davano
per imminente già mesi fa, indicando, nonostante le
ripetute smentite, nella Mondadori della famiglia
Berlusconi il principale candidato all'acquisto. Lumi
che però ieri non sono arrivati, se non in modo
estremamente sibillino.
Licenziando i conti, infatti, l'azienda ha precisato che
"l'elaborazione del piano triennale in atto, focalizzato
anche sulla valorizzazione del portafoglio prodotti con
particolare attenzione alla situazione finanziaria, non
esclude - come noto - la valutazione di revisioni del
perimetro di gruppo (o di singoli comparti),
compatibilmente con l'andamento del mercato, rispetto
alle attività ritenute non core, anche alla luce delle
prospettive dei rispettivi settori".
Revisione che andrà valutata abbastanza rapidamente,
visto che nonostante Rcs abbia complessivamente chiuso
la prima metà dell'anno con risultati in miglioramento
rispetto all'annus horribilis che era stato il 2009, il
saldo finale è rimasto negativo per 9,8 milioni di euro
(contro la perdita di 65,1 milioni di giugno 2009) e i
ricavi si sono praticamente fermati a 1,096 miliardi
(1,092 miliardi l'anno prima).
Ma, soprattutto, il debito del gruppo è salito di una
cinquantina di milioni rispetto alla fine del 2009 e ha
raggiunto a quota 1,1 miliardi. Una zavorra che se non
alleggerita potrebbe costringere i grandi soci del
gruppo a mettere mano al portafoglio ovvero ad aprire la
porta agli azionisti rimasti fuori dal patto come
Giuseppe Rotelli. E l'occasione è alle porte, con la
scadenza per le disdette del patto in calendario per
prossimo 15 settembre.
RESTA IL NODO DEI PERIODICI
Da "Il Sole 24 Ore" - Rcs non esclude
di rivedere il perimetro di business. Nelle settimane
scorse si erano diffuse voci sui Periodici, con un
possibile candidato all'acquisto, il gruppo Mondadori,
che però ha di fatto smentito l'ipotesi. Dal comunicato
Rcs si evince che non è deciso nulla ma ci sono
valutazioni in corso. Certo è che l'area Periodici, con
l'eccezione di qualche testata leader (come Oggi),
soffre ancora. Nel primo semestre i ricavi sono scesi da
121,7 a 115,8 milioni, sia per effetto delle vendite che
della pubblicità, scesa del 3,4%.
29-07-2010]
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PERIODICI RCS? DIVISI IN BUONI E CATTIVI...
Dal "Giornale"
- Sarà Mediobanca a cercare un futuro per
la divisione periodici della Rcs MediaGroup, la casa
editrice del "Corriere della Sera" della quale la stessa
Mediobanca è il principale azionista con il 14 per
cento. Antonello Perricone, amministratore delegato di
Rcs, deve far cassa perché il gruppo perde soldi ed è
impensabile che gli azionisti mettano mano al
portafogli. Per questo, da tempo, si è scelta la strada
di cedere i periodici, il settore più colpito dalla
crisi pubblicitaria.
Si era
parlato di una vendita alla Mondadori, ma l'ipotesi si è
rivelata inconsistente. Ora i vertici Rcs hanno
individuato una rosa di periodici incedibili (come "Io
Donna", "Sette", "Style") perché sinergici con "il
Corriere", oppure perché promettenti sotto il profilo
pubblicitario (come il femminile Amica). Questi
resteranno. Tutti gli altri saranno invece messi sul
mercato in blocco. Compreso "Oggi", il pezzo più
pregiato e appealing del pacchetto e anche il
settimanale "Mondo". Il dossier sarebbe già sul tavolo
di un editore. Piano B? Un fondo di private equity.
23.07.10 |
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DUELLO AL
"SOLE" PER UN PEZZO (DI ARTIGLIERIA PESANTE) FIRMATO DA RAMBO
ROCCA - 2- IL BERRETTO VERDE DI RIOTTA IN ORGASMO PER IL
GENERALE DEI MARINES MATTIS PASSATO ALLA STORIA (DELLA
MACELLERIA) PER AVER USATO IL FOSFORO BIANCO SULLA CITTÀ
IRACHENA DI FALLUJAH, STIPATA DI INSORTI MA ANCHE DI CIVILI - 3-
LETTERA DI NICOLA BORZI INVIATa AI COLLEGHI DEL SOLE 24 ORE:
“NOT IN MY NAME”. IL TUO GIORNALISMO NON SARÀ MAI IL NOSTRO.
CREDEVO DI AVERLE VISTE TUTTE MA MI SBAGLIAVO. IN UN MESE NON TI
HO MAI VISTO E NEPPURE CI TENGO A CONOSCERTI. PENSO CHE A TE DI
QUELLE DONNE E BAMBINI MORTI A FALLUJAH NON IMPORTI NIENTE..." -
4- THAT’S LOVE! DOC HOLLIDAY RIOTTA, PUR DI STRAPPARE AL
’FOGLIO’ WILD BILL ROCCA (IL GIORNALE IN STATO DI CRISI),
CONVINSE IL CDR ASSUMENDO MEZZA DOZZINA DI PRECARI - PERÒ I
NUMERI DELLA DIFFUSIONE DEL ’SOLE’ NON PARE PREMINO QUESTO
COWBOY JOURNALISM... –
1 -
LETTERA DI NICOLA BORZI INVIATI AI COLLEGHI DEL SOLE 24 ORE
Rocca,
(cari colleghi che ci leggerete in copia),
Ti scrivo da collega a collega e non come rappresentante del
Comitato di Redazione.
Ti scrivo per dirti che credevo di averle viste tutte, in quasi
vent'anni di professione, ma mi sbagliavo.
Disturbo il tuo lavoro di "inviato multimediale" del nostro
giornale con una email che ti giungerà totalmente inaspettata,
visto che in questo primo mese di lavoro al "Sole 24 Ore" non
abbiamo avuto modo di conoscerci personalmente. Devo dirtelo,
per onestà: non ci tengo a conoscerti personalmente. Ti leggo da
molti anni ormai, prima sul "Foglio", poi sul tuo blog
"Camillo", oggi sul mio stesso giornale e quel che leggo mi
basta - e avanza, purtroppo -.
Credevo che gli anni potessero servire a un giornalista a
mettere a frutto le proprie esperienze positive e anche
negative, a imparare - in una parola - anche dai propri errori.
Evidentemente mi sbagliavo.
Me l'hai dimostrato ieri con il tuo articolo "Il successore di
Petraeus al CentCom sembra un eroe da film di Harrison Ford,
anzi lo è", pubblicato sul sito del nostro giornale
(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-08/mattis-petraeus-obama-213900.shtml?uuid=AY1qQG6B).
Hai scritto "L'uomo che per conto di Barack Obama guiderà il
CentCom, ovvero il Comando centrale delle Forze armate americane
a Tampa, in Florida, è James Mattis, il generale dei marines che
dall'8 al 20 novembre 2004 sotto la guida di George W. Bush ha
riconquistato la città irachena di Falluja al termine di una
delle più violente battaglie militari degli ultimi anni...
L'esperienza della "Operation Phantom Fury" a Falluja ha segnato
la vita di Mattis. Nell'enclave saddamita è stato costretto a
combattere una guerriglia che non aveva scrupoli, capace di far
saltare in aria americani e iracheni, militari e civili, senza
alcuna pietà".
Beh, hai dimenticato di ricordare che a Fallujah i Marines
comandati da Mattis utilizzarono il fosforo bianco sulla città,
stipata di insorti ma anche di civili. Non lo usarono "per
illuminare" gli obiettivi militari nei combattimenti notturni,
ma in un operazioni dal significativo nome "shake and bake",
"scuoti e cuoci".
Rainews24 testimoniò con le immagini di un documentario famoso
di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta. Documentario che tu
contestasti pesantemente, dando ai colleghi che lo girarono e al
loro direttore appellativi indicativi della tua visione del
mondo e della professione:
"Sigfrido
Ranucci è quel giornalista al servizio della più bolscevica
televisione del mondo occidentale, diretta del postcomunista
Roberto Morrione. Rainews24 purtroppo è vista da pochi italiani,
viceversa il Cav. non avrebbe bisogno di fantomatici sondaggi
americani per godersi il sorpasso su Prodi", scivesti nel post
"Raibufale24" sul tuo blog il 15 marzo 2006
(http://www.camilloblog.it/archivio/2006/03/15/raibufale24/).
Quella inchiesta, compreso il materiale documentale di supporto,
la si può trovare in rete ancora a questo indirizzo
http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp
Questa invece è la descrizione dell'utilizzo del fosforo bianco
nella battaglia di Fallujah fatta dai militari Usa su una
rivista di artiglieria da campo
http://sill-www.army.mil/famag/2005/MAR_APR_2005/PAGE24-30.pdf
All'epoca il "New York Times", un giornale liberal (parola e
categoria che, lo so bene, tu non ami) scrisse "United States
should stop using white phosphorus" (http://www.nytimes.com/2005/11/29/opinion/29tue1.html?_r=1&hp).
Tu sul tuo blog dicesti che si trattava di "un serio ed
equilibrato editoriale del Times sulla questione fosforo bianco
a Falluja. Non dice che tutta l'impostazione di Rainews non
stava in piedi, ma riconosce che si tratta di un'arma legale che
sarebbe molto meglio che gli Stati Uniti non usassero".
Ieri sul nostro giornale tu hai scritto che "una delle ormai
leggedarie regole di ingaggio" date da Mattis ai suoi Marines in
Iraq era «Sono venuto in pace. Non ho portato l'artigliera. Ma,
con le lacrime agli occhi, vi giuro che se provate a fottermi vi
ucciderò tutti».
Vorrei
sperare che tu abbia avuto presente, quando hai riportato queste
dichiarazioni - che mi paiono degne di un dialogo tra cowboy
sbronzi in un saloon di Abilene più che di un Capo di Stato
maggiore della prima potenza mondiale -, che quel "vi ucciderò
tutti" è probabilmente - anzi, sicuramente - costato qualche
migliaio di vite umane.
Molte vite
erano di vecchi, donne e bambini inermi di Fallujah, non di
insorti o di terroristi. Vittime civili che si sono aggiunte
alle altre decine e decine di migliaia (tra 95 e oltre 105mila,
http://www.iraqbodycount.org/) di una guerra costruita sulle
menzogne, di una guerra assurda e inutile. I loro corpi sono
stati ridotti dal fosforo bianco come quelli "scossi e cotti"
che appaiono sulle pagine web del sito dell'inchiesta di Ranucci
e Torrealta.
Purtroppo credo che a te, alla tua idea "embedded" di
giornalismo, alla tua visione militante e assolutamente
"partisan" della professione, di quelle donne e bambini non
freghi assolutamente nulla. Non a caso la tua strenua difesa
delle guerre della premiata ditta Bush, Cheney & Rumsfeld in
Iraq e Afghanistan prosegue ancora - purtroppo anche sul mio
giornale (perché è anche, in microscopica parte, il mio) -. Con
altri mezzi. Ma con gli stessi toni che usavi nel 2004 e nel
2006.
La libertà
di questo nostro giornale, Rocca, ti consente di scrivere pure
quello che vuoi. Come rappresentante sindacale mi batterò sempre
e comunque perché la tua libertà professionale e i tuoi diritti
siano inattaccabili.
Da collega a collega, però, mi prendo la stessa libertà che è
garantita a te (anche, per quello che ci compete, dal CdR di cui
faccio parte) per dirti quello che penso dei tuoi articoli: "Not
in my name". Il tuo giornalismo non sarà mai il mio.
Nicola Borzi
2 -
L'ARTICOLO DI CHRISTIAN ROCCA: IL SUCCESSORE DI PETRAEUS AL
CENTCOM SEMBRA UN EROE DA FILM DI HARRISON FORD, ANZI LO È
Sole 24 Ore
L'uomo che
per conto di Barack Obama guiderà il CentCom, ovvero il Comando
centrale delle Forze armate americane a Tampa, in Florida, è
James Mattis, il generale dei marines che nel 2004 sotto la
guida di George W. Bush ha riconquistato la città irachena di
Falluja al termine di una delle più violente battaglie militari
degli ultimi anni. La nomina è stata annunciata dal Segretario
della Difesa, Robert Gates. Mattis, 59 anni, prende il posto di
David Petraeus, chiamato dal presidente Obama a risolvere, sul
campo, la delicata campagna afghana. Mattis è un alleato del suo
predecessore, tanto da aver contribuito all'elaborazione del
manuale anti guerriglia adottato nel 2007 dall'esercito
americano.
Il neo
capo del Cent Com sembra un eroe di un film di guerra
hollywoodiano: duro, deciso, cattivo. A breve sarà interpretato
al cinema da Harrison Ford, in un kolossal già atteso dai
critici come il nuovo Platoon. Il film, prodotto dalla Universal
Picture, si intitolerà "No true Glory: The Battle for Falluja"
ed è tratto da uno dei libri di guerra più belli degli ultimi
anni, quello scritto da Bing West, l'ex vicesegretario alla
Difesa dell'Amminitrazione Reagan che nel 2004 ha raccontato
dalla prima linea la battaglia per la conquista di Falluja
guidata da Mattis. Non è la prima volta che il generale dei
marines appare su uno schermo. Qualche anno fa, il suo
personaggio era uno dei protagonisti della straordinaria e iper
realistica serie televisiva della Hbo ambientata in Iraq,
"Generation Kill".
L'esperienza della "Operation Phantom Fury" a Falluja ha segnato
la vita di Mattis. Nell'enclave saddamita è stato costretto a
combattere una guerriglia che non aveva scrupoli, capace di far
saltare in aria americani e iracheni, militari e civili, senza
alcuna pietà. La strategia adottata nella provincia di Anbar -
uso della forza, capacità di adattarsi al nemico e volontà di
trasformarlo in alleato - è stata la chiave del successo nella
zona irachena più fedele al dittatore.
Mattis è
noto per il suo linguaggio diretto. Non è uno che le manda a
dire. Nel 2005, di ritorno dall'Afghanistan, raccontò a una
platea di San Diego di provare piacere intellettuale nello
sparare «alla gente che per cinque anni è andata in giro a
schiaffeggiare le donne soltanto perché non portavano il velo».
Mattis aggiunse che questi fondamentalisti in realtà non
appartenevano al genere umano, «per cui sparargli è davvero
molto divertente».
Il
generale però è solito anche dare consigli più moderati ai suoi
uomini: «Se mostrate rabbia o disgusto verso i civili, sappiate
che state concedendo una vittoria ad al Qaeda e agli altri
ribelli». Oppure, al contrario: «Ogni volta che salutate un
civile iracheno, al Qaeda si rivolterà nella propria tomba».
L'ordine ai suoi marines è comunque quello di seguire sempre il
motto che ha fatto la fortuna del corpo: «Dimostrate al mondo
che non ci sono migliori amici né peggiori nemici dei marines».
Quindi la
regola è «siate educati, professionali, ma mettete anche in
conto di uccidere chiunque incontrate». Un'altra delle sue ormai
leggendarie regole di ingaggio è questa: «Sono venuto in pace.
Non ho portato l'artigliera. Ma, con le lacrime agli occhi, vi
giuro che se provate a fottermi vi ucciderò tutti». [10-07-2010]
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1 - IL
SOLE 24ORE HA I CONTI IN CRISI E PRENDE CASA IN AFFITTO
Nino
Sunseri per "Libero"
"Il Sole
24Ore" avrà una nuova casa. La sede di viale Monterosa rimane
per ospitare la redazione del quotidiano e delle altre testate
giornalistiche. I principali servizi, invece, verranno
raggruppati in un nuovo palazzo, di proprietà del gruppo
Galotti, che sorge vicino a Rho-Pero, nella zona del nuovo
quartiere fieristico.
Tuttavia
non è da escludere la riunificazione finale ponendo fine ad un
progetto che, fin dall'inizio non ha avuto grande successo.
L'idea era quella di dare una sede adeguata al quotidiano di
Confindustria nel palazzo di viale Monterosa progettato da Renzo
Piano. Anche il color salmone delle mura rimandava alla "griffe"
del quotidiano. Le cose, però, sono andate diversamente.
Forse già
la collocazione era sbagliata. I precedenti occupanti dell'area
non se la sono passata sempre bene: l'Italtel, uscita
dall'orbita Sip e Telecom, sopravvive con i denti. Prima ancora
c'era l'Isotta Fraschini (non a caso l'ul - timo modello
prodotto si chiama Monterosa). Azienda capace di costruire auto
da sogno come quella guidata da Eric Von Stroheim per conto di
Gloria Swanson in "Viale del Tramonto", ma certo non fortunata
dal punto di vista economico. Il palazzo di Renzo Piano ha
rispettato questa funerea regola.
Dopo il
trasloco i conti de il Sole 24 Ore sono andati progressivamente
peggiorando. Gli anni di via Lomazzo sono stati vissuti
all'insegna della grande crescita. In viale Monterosa il
declino. Ora la decisione di affiancare una nuova casa. Lo
stabile, 12.600 mq. fa capo al gruppo Galotti che con questa
operazione entra in grande stile sul mercato del mattone
milanese. Lo stabile è stato progettato da Goring&Straja secondo
le più moderne tecnologie.
È un
immobile "ambientalmente corretto": zero emissione di C02, spese
di gestione ridotte, contenimento delle spese di riscaldamento.
«Si tratta di un edificio - afferma Luigi Marchesini, presidente
Galotti - che insieme al suo gemello Auros a Lambrate,
testimonia l'impegno in investimenti finalizzati a promuovere un
nuovo mercato sensibile all'etica ambientale, ad una nuova
frontiera di qualità dell'ambiente di lavoro e ad un
contenimento dei costi di esercizio». Speriamo anche che porti
fortuna al giornale di Confindustria.
17.07.10 |
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fermi
tutti! bruno manfellotto è il nuovo direttore dell’"espresso".
stasera l’annuncio ufficiale - DOPO OTTO ANNI, LASCIA DANIELA
HAMAUI - CHI è MANFELLOTTO: DA ’PAESE SERA’ A ’PANORAMA’, DAL
1992 CINQUE ANNI ALL’ESPRESSO, POI DIRETTORE DELLA ’GAZZETTA DI
MANTOVA’, INFINE DEL ’TIRRENO’...
DA AFFARI
ITALIANI
- Bruno
Manfellotto sarà il nuovo direttore dell'Espresso. Lo si legge
in una nota del giornale online 'il Post', di Luca Sofri, dove
si precisa che "il nome non è ancora ufficiale ma dovrebbe
esserlo a breve: stamattina c'è una runione del CdR sulla
questione. La notizia arriva piuttosto inaspettata e sembra che
fosse inaspettata anche dall'attuale direttore, ma il cambio
potrebbe avvenire rapidamente".
CHI E'
Di origini napoletane, Bruno Manfellotto ha curato ad inizio
carriera temi economici per il quotidiano pomeridiano "Paese
Sera". Negli anni 1980 è passato al settimanale "Panorama", ove
trattava temi economici e politici. Di questa testata ha diretto
prima la redazione di Roma e poi quella centrale. È stato
successivamente vicedirettore de "l'Espresso" (dal 1992 per
cinque anni) e direttore della Gazzetta di Mantova. Da alcuni
anni è il direttore responsabile del quotidiano "Il Tirreno".
Nel 2003
ha pubblicato il saggio "S-profondo nord : viaggio nella Padania
che non ti aspetti" (Milano, Sperling & Kupfer), un'indagine
sugli aspetti negativi e poco noti del nord Italia. 15-07-2010]
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DUELLO AL
’SOLE’ – IL PASDARAN NICOLA BORZI DOPO AVER PICCHIATO IL
NEOASSUNTO CHRISTIAN ROCCA SI DIMETTE DAL CDR E FULMINA IL
COWBOY JOHNNY RAIOTTA CON UNA LETTERA AL CETRIOLO: "Il giornale
viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno
straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i
fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti,
per essere sostituiti da opinionI".....
Da
Affaritaliani.it
"Questo
giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali
mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo
che va perdendo la sua identità di giornale specializzato
nell'economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica
senza aver assunto alcuna identità definita di giornale
generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo
stato di crisi)"
E' quanto
si legge nella lettera con cui Nicola Borzi si è dimesso dal Cdr
del Sole 24 Ore, pubblicata da Francoabruzzo.it. La lettera
continua: "Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi.
Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono
(come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai
poteri forti, per essere sostituiti da opinioni, da
interpretazioni, da tutto quanto non pare essere comunque di
interesse dei nostri lettori. Non a caso è stato perso per
strada, negli ultimi tempi, un sesto della diffusione
certificata dall'azienda".
ECCO LA
LETTERA INTEGRALE
Cari
colleghi, come mi ha ricordato qualcuno su Twitter solo poche
ore fa, si sono create le condizioni per dover scegliere.
Scegliere tra conservare la mia dignità professionale e la stima
di me stesso o subire una sorta di processo staliniano, che già
si va organizzando nella giornata di domani (in modo
sotterraneo, convocando solo alcuni fiduciari e non altri) da
parte di taluni fiduciari di redazione, per avere espresso le
mie opinioni. Opinioni espresse in modo irrituale? Può essere.
Ma, così come il direttore in passato ha usato Twitter per farci
sapere che il "Financial Times" talvolta è migliore del Sole, io
credo di aver diritto a usare Twitter per dire che certe
rubriche del Sole non mi paiono centrate. Perché se esiste
ancora una libertà che dobbiamo tutelare, è quella ad avere
delle opinioni e a poterle esprimere LIBERAMENTE.
Opinioni,
a ogni buon conto, che io ho espresso al primo dei non eletti,
che ha accettato. viso aperto, a tutta la redazione,
pubblicamente e - vivaddio! - con la massima trasparenza! Non
nel chiacchiericcio di un corridoio, non nel contraddittorio con
pochi selezionati amici, non tra orecchie fidate. Altrimenti
saremmo costretti a vivere come i Geheimnistraeger di un film
che mi è piaciuto molto, "Le vite degli altri". Magari a
qualcuno piacerebbe anche, che vivessimo con le orecchie basse,
la schiena piegata e il paraocchi. A me no! Etsi omnes, ego non!
Sono certo
- perché me l'hanno confermato personalmente anche poche ore fa
- che i colleghi del Comitato di Redazione condividono se non la
forma, di certo ma la sostanza di quanto io ho espresso in
merito al problema dei contenuti e del "new journalism" che sta
prendendo piede. Un "new journalism" che consiste nel prendere
un articolo del Washington Post, tradurlo (senza citarlo),
tagliare qualche riga dove si parla delle sanzioni subite da un
generale per le opinioni espresse in modo troppo rude, prendere
queste opinioni (da Wikiquote, senza citare la fonte) e poi
firmare il tutto e sbatterlo non solo sul nostro sito, ma anche
- dopo - sul quotdiano. Un lavoro che a casa mia, in altri
tempi, si sarebbe potuto definire "farsi inviato con le piume
altrui".
Allo
stesso modo so che moltissimi colleghi condividono le mie
posizioni, avendomene dato atto per email, de visu, per
telefono.
D'altronde
non potrebbe essere altrimenti. In un giornale in cui il
direttore è arrivato ad attaccare il Comitato di Redazione
affermando che "in passato questa redazione ha promosso la
censura" e si ricrede solo quando il sottoscritto gli ricorda
che "in passato" lui non c'era (dunque parla di cose che non
conosce) e che, oltretutto, se c'è stata censura in passato la
redazione al massimo l'avrebbe subita, MAI promossa;
in un
giornale in cui il CdR è stato bastonato pubblicamente dai
vertici per aver "osato" pubblicare un comunicato critico sul
modo in cui si era dato conto ai lettori delle vicende che hanno
portato alle dimissioni del ministro Scajola;
in un
giornale in cui chi ha la responsabilità di organizzare la
redazione, cioé il direttore, comunica al CdR, dopo 15 mesi dal
suo insediamento, di "non avere alcuna idea" su come
riorganizzare il giornale alla luce dei previsti
prepensionamenti di 31 colleghi, noti da parecchi mesi;
in un
giornale in cui sempre il direttore sostiene davanti al Comitato
di Redazione che non sono i contatti attuali del sito internet a
essere in calo, ma sono quelli del passato a "essere stati
gonfiati dalla presenza di due bug che moltiplicavano i click su
alcune sezione del portale" (affermazione che attende ancora di
essere dimostrata e che, se vera, configurerebbe svariate
ipotesi non proprio edificanti nei confronti, ad esempio, degli
inserzionisti pubblicitari);
in un
giornale in cui non pare esservi alcuna responsabilità per il
calo delle copie in corso in capo a chi dà, etimologicamente, la
direzione, mentre pare che la panacea a tutti i nostri mali
dovrebbe stare nel "progetto tabloid", progetto che è stato
rinviato sine die dal Consiglio di Amministrazione;
ebbene, in
un giornale in cui si predica ogni giorno la cultura della
responsabilità e poi la si disapplica proprio da chi dovrebbe
darne l'esempio, credo sia venuto il momento di dare un segnale
forte.
Questo
giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali
mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo
che va perdendo la sua identità di giornale specializzato
nell'economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica
senza aver assunto alcuna identità definita di giornale
generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo
stato di crisi).
Il
giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno
straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i
fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti,
per essere sostituiti da opinioni, da interpretazioni, da tutto
quanto non pare essere comunque di interesse dei nostri lettori.
Non a caso è stato perso per strada, negli ultimi tempi, un
sesto della diffusione certificata dall'azienda.
Sinceramente, non c'è alcuna ragione al mondo per la quale io
ritenga di dover abbandonare i miei principi di libertà
interiore.
Altrettanto sinceramente, non c'è motivo perché gli altri tre
componenti del comitato di redazione, che non avevo messo
preventivamente a conoscenza delle mie lettere alla redazione
(così come non conoscono questa), debbano salire sul banco degli
imputati insieme a me. Non c'è motivo per costringere a un auto
da fé coloro che non hanno avuto alcuna responsabilità.
Credete
che questo giornale sia ben fatto? Credete che questa formula
editoriale sia "vincente"? Bene, ne prendo atto. I lettori non
paiono essere dello stesso parere: questo è un fatto, come le
cifre sulla nostra diffusione. Ma i fatti ormai stanno
scomparendo dai giornali, dalla discussione dei giornalisti,
come ha ricordato recentemente Marco Travaglio in un bel libro.
Io no.
Etsi omnes, ego non. Io non accetto di cancellare le mie idee
per osannare il conducator di turno. Non accetto, come è stato
chiesto al CdR dal direttore, di "aiutare a vendere le mie idee
alla redazione". Io non sarò il piazzista delle idee di nessuno,
nemmeno del direttore. Solo delle mie.
Sulla
verità di quanto ho scritto nelle righe che precedono potete
chiedere conto ai componenti del CdR che hanno partecipato
insieme a me a tutti gli incontri col direttore.
Quindi,
cari colleghi, accontenterò tutti coloro che ritengono che un
membro del comitato di redazione non possa avere opinioni sul
giornale in cui lavora, sul modo in cui è fatto e, semmai le
avesse, non debba esprimerle pubblicamente.
Ai
componenti, agli amici del CdR auguro di continuare a lavorare
al meglio per il bene di questo giornale che amo. Chiedo al CdR
di convocare al più presto un'assemblea per discutere la
questione dei contenuti, di come questo giornale sta venendo
prodotto, dei riflessi che questo modo di produzione stanno
avendo sulla nostra diffusione e sulle prospettive della crisi
nella quale ci stiamo avvitando.
Accettate
le mie dimissioni dal Comitato di Redazione. Ne sarà beneficiato
il primo dei non eletti. Cui auguro di avere maggior fortuna, ma
al quale chiederò di avere uguale dignità e schiena diritta:
etsi omnes, ego non.
Buon
lavoro,
14-07-2010]
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L'EDITORE DI SINISTRA CACCIA IL SINDACALISTA...
E
l'editore di sinistra defenestrò il sindacalista. È quello che
sta accadendo all'Apcom, agenzia di stampa controllata al 60% da
Luigi Abete, già proprietario di un'altra agenzia di stampa,
l'Asca. L'azienda ha infatti deciso «unilateralmente» - questo
fanno sapere Cdr e Associazione della stampa romana - di
trasferire Lorenzo Consoli da Bruxelles a Roma. E senza curarsi
del fatto che il giornalista fa parte della rappresentanza
sindacale.
Ragione
per cui l'Associazione stampa romana ha deciso di opporsi al
trasferimento del collega che lavora da sette anni nella
capitale belga, peraltro con un contratto a tempo indeterminato
che indica specificamente la sua sede di lavoro. Si tratta -
attacca il sindacato - di un «gesto scellerato» che interviene a
gamba tesa in «una trattativa sempre più difficile». Alla faccia
dell'editore progressista.
[06-07-2010]
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EDITORIA:
GRUPPO 24ORE, TAMBURINI NOMINATO DIRETTORE DI RADIO
24...
(AGI) - -
Fabio Tamburini e' stato nominato oggi direttore di 'Radio 24',
emittente del 'Gruppo 24 ore'. Tamburini, 56 anni, dal gennaio
2003 nel gruppo, conserva anche la direzione dell'agenzia di
stampa Radiocor "nell'ottica - si legge in una nota - di un
maggior impatto sull'informazione in tempo reale. Il consiglio
di amministrazione di 'Radio 24', riunitosi questa mattina per
la nomina, ringrazia il direttore uscente, Gianfranco Fabi, "per
l'importante lavoro compiuto".
n
precedenza Tamburini e' stato vicedirettore del settimanale
'Milano Finanza' e del quotidiano 'Mf' (Class Editori), inviato
e vicecaporedattore di Repubblica, caporedattore de 'Il Mondo'.
Gia' professore a contratto presso le facolta' di Economia dell'universita'
Federico II di Napoli e dell'universita' di Parma, ha pubblicato
cinque libri tra i quali nel 1992 'Un siciliano a Milano', la
biografia di Enrico Cuccia.
10.07.10 |
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LE MANI
DEL BANANA SULLA RIZZOLI? – I PERIODICI RCS VERSANO IN CRISI
NERA (-8,6 MLN € NEL 2009) E LA MONDADORI TRATTA PER COMPRARLI
PER POI MAGARI AFFIDARLI A BARBARA BERLUSCONI (COSÌ LA
SMETTEREBBE DI RAZZOLARE NEL GIARDINO DELLA SORELLA MARINA) -
QUANTA PESA IL CONSIGLIERE MASSIMO PINI (IN QUOTA LIGRESTI)
NELLA LIQUIDAZIONE DI "OGGI", "NOVELLA",
ETCcover_oggi
Gianfrancesco Turano per "L'espresso"
Mondadori 2 la vendetta? Marchiare con il Biscione della
Fininvest la Rcs Periodici, incluso "Oggi", il giornale che
pubblicò le foto di Antonello Zappadu con Silvio e le sue girls
in grembo nel parco di Villa Certosa. Lo stesso giornale che
mercoledì 30 giugno ha concluso una minisaga in due puntate su
quanto è bello, quanto è atletico, quanto è padre, sposo, nonno
esemplare il presidente-operaio-imprenditore "Barbieusconi", che
qualunque abito o accessorio indossi produce successo, voti e
ricavi, come la bambola della Mattel.
Prendersi
un altro pezzo di editoria italiana, magari aggiungere una fetta
della Rcs libri, per girare il tutto a Barbara, visto che Marina
ha già di che lavorare a Segrate, sull'altro lato della
tangenziale di Milano a pochi chilometri dallo stabilimento
Rizzoli. Occupare un altro pezzo strategico dell'informazione,
quella dei rotocalchi popolari e isolare ancora di più quei
giornali contro i quali il premier invoca oggi lo sciopero dei
lettori come si era augurato l'embargo degli inserzionisti un
anno fa, al convegno dei giovani di Confindustria.
Le voci
sulla trattativa Rcs insistono. E scavando sotto le smentite
delle due aziende interessate, si scopre che qualcosa non è
esattamente come la raccontano. Massimo Pini, ad esempio. È un
manager navigato, un ex boiardo cresciuto al tempo in cui le
Partecipazioni Statali regnavano sul Pil italiano.
Allora
Pini era un fedelissimo di Bettino Craxi. Tramontato il Caf, è
passato al settore privato con Salvatore Ligresti, un altro
tenace ammiratore del Garofano. A 73 anni è tutt'altro che un
pensionato. Oltre agli incarichi con Ligresti, è vicepresidente
di Aeroporti di Roma e consigliere in quota Unicredit
dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo). Ma la nomina più
singolare Pini l'ha ricevuta il 4 maggio scorso, quando è
diventato vicepresidente della Rcs Periodici, che di
vicepresidenti non aveva mai sentito necessità.
Spiegazione ufficiale data dall'azienda al sindacato: è un
incarico senza deleghe operative ed è stato offerto a Pini
perché non c'era più posto nel consiglio della Rcs Quotidiani
(Corriere della Sera e Gazzetta dello sport), rinnovato a marzo
con l'arrivo di pezzi da novanta come Giovanni Bazoli, Luca
Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi,
Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera. A fronte di questo
impegno, Pini percepirà la bellezza di 7 mila euro all'anno. E
avrà la coccarda di vicepresidente, magari un autista e gli
abbonamenti scontati ad "Amica" e "Bravacasa".
Un altro
anziano in area di parcheggio? A scorrere l'atto di nomina
l'impressione è diversa. Il vice ha gli stessi poteri di
Antonello Perricone, presidente della Periodici e amministratore
delegato di Rcs Mediagroup, la holding che controlla quotidiani,
riviste, libri e concessionaria pubblicitaria. Questi poteri
sono molto ampi, dal controllo sulla gestione alla compravendita
di partecipazioni riguardante l'intera galassia Rcs Mg.
Pini è
targato Pdl, dopo essere passato per An come consigliere del
ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri (2000-2005). Un
ruolo defilato ma molti considerano Pini uno degli artefici
della legge sul sistema radiotelevisivo.
L'ex
consigliere Rai rappresenta un gruppo di interessi berlusconisti
che vogliono contare di più in Rcs, inclusa la nomina del
vertice di via Solferino, dove l'attuale direttore Ferruccio de
Bortoli si è espresso in modo critico sulla dialettica
azionisti-giornale. "Noi abbiamo un difficile rapporto", ha
detto un mese fa de Bortoli, "con la proprietà. Il numero di
azionisti, elevato e in gran parte disinteressato allo sviluppo
dell'editoria, costituisce una anomalia non solo italiana".
In quanto
ad anomalie, potrebbe essere solo l'inizio. Ma vediamo come si
presenta la tempistica. Rcs MediaGroup, la holding, è
partecipata da 15 grandi azionisti. Tredici di loro sono riuniti
in un patto di sindacato che blinda con oltre il 60 percento
delle azioni il controllo della capogruppo quotata in Borsa.
Il patto
scadrebbe a marzo del 2011. In realtà, c'è un accordo per
anticiparne il rinnovo, come nel 2008. La data non è fissata ma
si parla del prossimo settembre. Fra ottobre e novembre sarà
presentato il piano industriale 2011-2013 che doveva essere già
redatto l'anno scorso e poi è stato rinviato. Lo slogan rimane
"revisione del perimetro", cioè vendite. Ma non si parla più di
spezzatini. L'idea è quella di conservare intatto il cosiddetto
sistema Corriere: il quotidiano, più i periodici allegati ("Io
Donna", "Sette") e la parte multimediale di Rcs Publishing. E
cedere le riviste non strategiche in blocco.
A
brevissimo termine si dovrà cercare un accordo fra gli
azionisti. Mediobanca rimane il socio di riferimento con una
quota del 14,2 percento, seguita dall'accomandita Agnelli (10,5
per cento). All'istituto di via Filodrammatici tocca la regia di
ogni operazione su Rcs. Cesare Geronzi, supporter storico del
premier, non guida più Mediobanca ma è rientrato nella partita
Rizzoli con la sua nomina al vertice delle Generali,
azioniste-pattiste della casa editrice con il 4 per cento circa,
mentre l'altro assicuratore Ligresti controlla il 5,46.
Il terzo
socio in ordine di grandezza è Giuseppe Rotelli (7,54), appena
sopra l'Efiparind dei Pesenti. L'imprenditore delle cliniche è
fuori dal patto di sindacato. Ha comprato le azioni quando il
titolo Rcs valeva fra i 4 e i 4,5 euro. Un bagno di sangue,
visto che oggi Rcs quota attorno a 1 euro. È un vaso di coccio
ma non si può sempre dirgli di no. Lo stesso vale per la Sito
dei fratelli Toti, costruttori e immobiliaristi romani colpiti
dalla crisi del mattone. Per loro sarebbe difficile da accettare
di buon grado la cessione di una fetta di patrimonio perché non
porterebbe grandi incassi.
La Rcs
periodici è già stata trattata dalla Mondadori circa un anno fa.
Il negoziato si è arenato su una richiesta del gruppo di Segrate
di dote multimilionaria. La Periodici pone qualche problema a
Marina Berlusconi. Intanto è in perdita (-8,6 milioni di euro
nel 2009). Le previsioni per il 2010 danno in attivo "Oggi" e
"Io Donna" e, in misura minore, "Amica". Il resto, in rosso. In
più, alcune testate della Mondadori sono in chiara
sovrapposizione con le riviste Rcs. Per non parlare della
sovrapposizione fra sorelle.
Meno di un
anno fa, in piena bagarre fra i genitori, Barbara ha dichiarato
a "Vanity Fair": "Non so se oggi quello che voglio è solo un
ruolo diverso nelle aziende di famiglia. Ma ho la passione per
l'editoria, e mio padre ha sempre visto in me delle qualità che
potevano essere adeguate per questo settore. Lui ha sempre
pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei
occupata di Mondadori".
Non
necessariamente la Mondadori esistente, dove Marina regna.
Un'ipotesi più sensata è Mondadori 2, una casa editrice con
riviste, libri e un pezzo di concessionaria pubblicitaria ex Rcs
da mettere a disposizione della prima figlia di Veronica Lario.
Magari nel quadro della trattativa sul divorzio fra Silvio e
Veronica che, secondo quanto scritto di recente da "il Giornale"
di Vittorio Feltri, si sarebbe arenata.
Il
montaggio finanziario di Mondadori 2 sarebbe una pura
technicality. Intanto, non sono in ballo cifre molto alte.
Almeno, secondo i parametri di famiglia. Quest'anno i cinque
figli del premier hanno appena incassato dalla Fininvest 15
milioni di euro di dividendi a testa, poco meno di quanto è
stato loro distribuito nel 2009.
Inoltre,
in presenza di un interesse così altolocato, non mancherebbero
né i fondi di private equity disposti a partecipare
all'operazione né le banche per eventuali finanziamenti. Neanche
politicamente ci sarebbe spazio per controversie. Si sa che il
premier non influisce nemmeno sulle testate di sua diretta
proprietà, figurarsi su quelle dei familiari. È già tanto se non
lo attaccano. 02-07-2010]
|
CI
SONO TANTI TIPI DI ’BAVAGLIO’, VEDI LA PUBBLICITà CHE LATITA -
Nonostante LE vendite-BUM (OLTRE 59.000 copie medie
giornaliere), LOR SIGNORI ’BOICOTTANO’ "IL FATTO": ECCO QUANTO
COSTA l’indipendenza del giornale - AGGIUNGERE LE POSTE DI SARMI,
i cui ritardi nelle consegne non hanno certo giovato alla
raccolta di abbonamenti cartacei....
Viola Venturelli per
affaritaliani.it
Primi
grattacapi per Il Fatto Quotidiano. Nonostante l'andamento della
società continui a mantenersi positivo, con vendite che nei
primi quattro mesi del 2010 hanno superato le 59.000 copie medie
giornaliere andando oltre ogni previsione, l'ad Giorgio
Poidomani & soci fanno i conti con alcuni 'incidenti di
percorso'.
Primo fra
tutti il flop della raccolta pubblicitaria, che nel primo
quadrimestre è andata sotto del -21% rispetto alle aspettative
dell'editore. Incerto quindi il futuro della collaborazione con
la concessionaria che segue il giornale, che nonostante
'l'estrema serietà con cui si sta comportando' - come si legge
nel verbale del consiglio di amministrazione del 26 maggio della
Società Editoriale Il Fatto, avrebbe dovuto garantire tra i tre
e i quattro milioni di euro annui ad un giornale che fa più di
100.000 copie al giorno e che invece nei primi quattro mesi ha
raccolto appena poco più di 200.000 euro, costringendo il
consiglio di amministrazione a ridimensionare fortemente la
previsione di raccolta a dicembre.
Débacle
sicuramente dovuta anche all'indipendenza del giornale, orgoglio
di editore e lettori ma deterrente per gli inserzionisti.
Che dire
poi delle Poste, i cui ritardi nelle consegne non hanno certo
giovato alla raccolta di abbonamenti cartacei su cui Il Fatto
aveva così tanto puntato all'inizio: i rinnovi a giugno sono
stati appena 2.400 rispetto ai 4.500 abbonamenti staccati nei
primi sei mesi.
L'inaffidabilità del partner statale ha costretto il management
della società a valutare nuove ipotesi di distribuzione: verrà
realizzata una sorta di carta prepagata che l'abbonato può usare
in tutte le edicole associate e verificata parallelamente la
possibilità di potenziare la diffusione del giornale nelle
regioni meridionali.
Come se
non bastasse, le nuove assunzioni fatte e previste - quattro
giornalisti per l'online, Ferruccio Sansa e Giampiero Calapà e
il vicedirettore e il capo dell'economia, gli ultimi non ancora
assunti alla data del cda - hanno fatto lievitare i costi
previsti di ben 300.000 euro, a cui si aggiungono gli
straordinari che lo stampatore fa ormai quasi quotidianamente.
Tra gli
effetti collaterali del potenziamento della redazione anche un
trasloco a brevissimo, pare a luglio stesso. Last but not least
il cortese 'le faremo sapere' che il presidente e amministratore
delegato Giorgio Poidomani ha 'infilato' a Oliviero Beha, noto
giornalista e columnist del Fatto, che l'anno scorso chiedeva di
entrare in società.
Non è
infatti previsto nessun aumento di capitale che giustifichi
l'emissione di nuove azioni che modificano la struttura
patrimoniale. Nel caso il consiglio decida in assemblea
straordinaria di emettere un altro tipo di azioni, Beha è
cortesemente invitato ad attendere pazientemente.
[30-06-2010]
|
- SARKOZY NON CEDE IL PASSO SU LE MONDE...
Le. M. per "Il Sole 24 Ore" - Sembrava impossibile: Claude
Perdriel, il padrone del settimanale Nouvel Observateur,
riferimento della sinistra radical chic parigina, alleato con
France Télécom e il suo amministratore delegato, Stéphane
Richard, che è pappa e ciccia con Nicolas Sarkozy («sei
diventato ricco, bravo. Un giorno forse succederà anche a me»,
gli disse il presidente, consegnandogli la Legion d'onore).
Ebbene, Perdriel e Richard si candidano assieme per recuperare
Le Monde, in gravi condizioni finanziarie.Sembra che
lo stesso Sarkozy abbia presentato Richard a Perdriel. Vuole
evitare che Le Monde finisca nelle mani dell'altra cordata in
corsa, tre imprenditori altamente avversi al presidente (Pierre
Bergé, Matthieu Pigasse e Xavier Niel). Braccio destro operativo
dell'anziano Perdriel è Denis Olivennes, di sinistra,
apparentemente, ma pronto a compromessi. E brillante
frequentatore di salotti. «Inciucio» in vista. In salsa
parigina.
26.06.10 |
PERDRIEL SI ALLEA CON FRANCE TELECOM PER RILEVARE 'LE
MONDE'...
(Adnkronos)
- Claude Perdriel, il presidente fondatore del gruppo 'Nouvel
Observateur' si allea con France Telecom per presentare
un'offerta di acquisto del gruppo 'Le Monde'. Oltre all'offerta
di Perdriel, attraverso la sua societa' Sfa Par, e France
Telecom, in lizza per 'Le Monde' c'e' anche la cordata
costituita dal numero uno di Lazard Europe, Matthieu Pigasse,
dall'uomo d'affari, Pierre Berge' e dal presidente e fondatore
dell'operatore Free, Xavier Niel. Il Consiglio di sorveglianza
del gruppo 'Le Monde' ha dato tempo fino al 21 giugno per
presentare offerte definitive. La decisione
definitiva e' attesa per il 28 giugno.2110 |
BOLLORÉ FA
L'EDITORE, A 50 CENT...
Dal "Corriere Della Sera" - Vincent Bolloré, socio in Italia di
Mediobanca e Generali, di cui è vicepresidente, lancerà il
prossimo autunno un quotidiano a pagamento in Francia. «Lo
lanceremo veramente. Siate sicuri che lo faremo. In fondo,
abbiamo sempre fatto quello che abbiamo detto», ha dichiarato
Bolloré. I costi sono stati fissati a «circa 15-20 milioni
l'anno». Il nuovo quotidiano di 8 pagine si concentrerà molto
sulle analisi di grandi firme tipo «Mikhail Gorbaciov e Nelson
Mandela» e sarà senza fotografie; sarà stampato sulle rotative
di Le Monde e venduto a «circa 0,50 euro» con una tiratura di
350.000 copie. «Si spera di vendere da 250.000 a 300.000 copie»,
ha auspicato Bolloré.18.06.10 |
IL
PADRONE IN REDAZIONE
Esce dal nulla di cui si circonda anche l'amante del jazz
Veltroni. E lo fa appositamente per infilare un bel sassofono
nel di dietro dei Cipputi di Pomigliano. L'ex compagno Uòlter si
fa intervistare dal Corriere delle banche (creditrici di Fiat) e
intima alla Fiom: "L'accordo va firmato". Per premio, lo mettono
in prima pagina. Poi tanto domani sparisce di nuovo, il magico
Walter. Anche perché alla fine della chiacchierata con Maria
Teresa Meli ha il coraggio di ricordare che "da quattro mesi il
proprietario di Mediaset è il ministro delle comunicazioni e
nessuno dice niente" (p.13). Infatti il Corriere di don
Flebuccio registra basito questo scoop di Veltroni.Anche
Repubblica, nel suo piccolo, corre in soccorso dei vincitori e
intervista un imprenditore e politico che si è fatto tutto da
sé: Matteo Colaninno. Il quale sentenzia: "La Fiom ha sbagliato,
il futuro è nell'ok degli operai" (p.26). La Stampa a tutta
pagina: "Marcegaglia: incredibile il no della Fiom" (è pure
vecchia, p.32).
Ora, noi non ci capiamo niente ed è probabile che la Fiom abbia
torto marcio e Marpionne sia invece nel giusto. Però ci colpisce
l'unanimità e lo zelo informativo della cosiddetta grande stampa
indipendente, che su altre faccende invece si divide anche solo
per ragioni di marketing.
10.06.10 |
|
-GLI SCANDALI FINANZIARI E IL CHIODO SCACCIA CHIODO
Da "la Stampa" -
Goldman Sachs ha sabotato il dispositivo di sicurezza del pozzo
della Deepwater Horizon di Bp? Naturalmente no. Ma le difficoltà
del gigante petrolifero britannico nel Golfo del Messico hanno
certamente concesso a Goldman una tregua per le spiegazioni
pubbliche. Analogamente, le difficoltà della società di Wall
Street in seguito alle accuse di frode hanno tolto dalle prime
pagine le sventure dei ritiri di Toyota Motor.
Non c'è alcun legame tra una banca, una società di trivellazioni
petrolifere e una casa automobilistica. Ma il tribunale della
pubblica opinione - guidata dalla classe politica e che
comprende la stampa - sembra in grado di affrontare solo un
colpevole alla volta. Questa, almeno, è l'impressione che si ha
da una rapida ricerca di notizie,. Nei tre mesi fino al 19
marzo, Toyota è stata citata tre volte come Goldman in molti
articoli che menzionavano la parola «scandalo». Dal primo al 19
maggio la percentuale è passata a sei a uno a favore di Goldman.
Ora, Bp ha surclassato entrambe.
L'obiettivo di attaccare le società non dovrebbe essere quello
di guadagnare punti politici o addirittura di mettere dietro le
sbarre alcuni direttori. Si tutelano meglio gli interessi del
pubblico determinando dove l'apparato di regolamentazione del
governo - indipendentemente dal fatto che sia destinato a
proteggere gli investitori, i compratori di auto o i pellicani
marroni - è stato inadeguato e come migliorarlo. Dopo tutto, per
quanto socialmente responsabile possa o dichiari di essere una
società per azioni, tale società deve rendere conto ai suoi
azionisti.
Questa non è una scusa per giocare al risparmio e non rispettare
gli standard richiesti dalla regolamentazione e da una semplice
professionalità. La principale preoccupazione saranno sempre i
profitti. Non si tratta di malvagità. È soltanto il modo in cui
i mercati funzionano. Va bene strapazzare Bp, Toyota e Goldman
se hanno sbagliato. Ma è anche importante chiedersi perché la
supervisione dei governi è fallita in modo così clamoroso. I
tentativi di rispondere a questa domanda non dovrebbero essere
messi da parte soltanto perché si presenta un altro scandalo
politicamente opportunistico.
(Rob Cox)
10.06.10 |
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'ESPRESSO:
IL GRUPPO VALUTA SE FARE OFFERTA PER LE MONDE...
Radiocor -
Il Gruppo editoriale l'Espresso sta valutando la possibilita' di
avanzare un'offerta per entrare nel capitale della societa'
editrice del quotidian o francese Le Monde. Lo conferma un
portavoce del gruppo editoriale: 'Siamo stati contattati da loro
(Le Monde, ndr.) e stiamo valutando se fare un'offerta', ha
detto il portavoce a Radiocor. Le Monde, gravato da debiti, si
trova nella condizioni di effettuare un aumento di capitale
anche fino a 100 milioni di euro per ripianare le perdite. La
scelta del nuovo partner e' attesa a cavallo della meta' del
mese di giugno. Attualmente ci sono in corsa cinque gruppi
interessati ad entrare nel capitale di Le Monde. Tra questi il
gruppo spagnolo Prisa, il francese Nouvel Observateur, il gruppo
svizzero Ringier e una cordata di imprenditori francese. |
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ANGELO
RIZZOLI E IL CORRIERE, ATTO SECONDO E TERZO - L’AVVOCATO DI
ANGELONE CHIEDE NOTIZIE DEI FANTOMATICI 150 MILIARDI DEL 1981 -
DE BORTOLI RIBATTE: "il versamento del famoso aumento di
capitale risulta dall’istanza di ammissione all’amministrazione
controllata firmata dal suo assistito. Gliel’hanno estorta la
firma? Lo dica" - RICICCIA FELTRI: "HO capito almeno una cosa:
che A DE BORTOLI conviene stare dalla parte di Bazoli, il
padrone del vapore"...
1 - BOTTA E RISPOSTA VACCARELLA-DE BORTOLI/1
Lettera dell'Avvocato Romano Vaccarella al "Corriere
della Sera" del 1 giugno
Gentile
direttore, Non intendo trattare in questa sede la causa promossa
dal dottor Rizzoli davanti al Tribunale di Milano, ma si impone
una telegrafica replica alla Sua «comparsa di risposta» (chiamo
così il Suo scritto apparso domenica 30 maggio, perché mi sembra
che Lei risponda più alla citazione che alla lettera del dottor
Rizzoli).
Un solo
punto mi preme sottolinearLe, evidentemente sfuggito anche ad un
giornalista acuto ed indipendente quale, indubbiamente, Lei è:
del versamento di 150 miliardi nelle casse della Rizzoli da
parte de La Centrale, per la sottoscrizione dell'aumento di
capitale, non esiste la minima (non dico, documentazione
bancaria, ma) traccia scritta.
Si
trattava, gentile Direttore, di 150 miliardi del 1981, mentre
esistono sentenze passate in giudicato (in primis, quella del
Tribunale di Milano sul crack del Banco Ambrosiano, ma anche di
Corti estere) che raccontano per filo e per segno come una somma
analoga (in dollari) uscì dal Banco, il giorno dopo la
sottoscrizione dell'accordo per la ricapitalizzazione della
Rizzoli, per finire integralmente - sottolineo, signor
Direttore, integralmente - nelle tasche del trio BLU (Bruno
Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani).
Tutto qui:
del resto si parlerà nella competente sede, e quindi anche del
comunicato Ansa che tanto L'ha colpita (eppure solo pochi giorni
fa il Suo quotidiano ricordava la «confessione» di Slansky di
aver complottato contro il proletariato...).
Ps. Sono
certo che non occorre invocare la legge sulla stampa perché
questa mia sia pubblicata.
2 - BOTTA
E RISPOSTA VACCARELLA-DE BORTOLI/2
Risponde Ferruccio De Bortoli -
Gentile
avvocato, Speravo mi riscrivesse il suo assistito, Angelo
Rizzoli. Che fa, il mio amico Angelo, si è stufato, dopo tante
interviste, di perorare la sua causa? Non le rispondo con una
comparsa (non ho clienti né committenti) ma semplicemente
ricordandole che il versamento del famoso aumento di capitale
della Rizzoli da parte del Banco Ambrosiano risulta dall'istanza
di ammissione all'amministrazione controllata firmata dal suo
assistito.
Gliel'hanno estorta la firma? Lo dica. E risulta anche dalla
relazione bimestrale del commissario Guatri del 20 gennaio 1983
e dalla relazione del collegio sindacale al bilancio del 31
dicembre 1981 della Rizzoli editore. Tutti visionari e corrotti
dai poteri forti?
Se poi
queste somme o anche altre, dopo essere entrate nelle casse
della società, sono finite nelle tasche degli amici di Rizzoli,
Gelli, Ortolani e Tassan Din, ciò è avvenuto quando il suo
cliente era presidente in carica della società. Distratto?
Andiamo, avvocato.
Ps.
Sull'argomento è intervenuto ieri sul Giornale anche il mio
amico Vittorio Feltri. Confessa candidamente di non aver mai
capito un accidente della vicenda. Confermo.
Lettera
dell'Avvocato Romano Vaccarella al "Corriere della Sera" del 2
giugno - Gentile direttore, questa mia solo per non fare la
parte di Alice... È assolutamente impossibile- come Lei scrive-
che i 150 miliardi, «dopo essere entrati nelle casse della
società, sono finiti nelle tasche degli amici di Rizzoli»; quei
quattrini, in dollari, uscirono dal Banco Ambrosiano il 30
aprile 1981, e il Tesoro autorizzò La Centrale alla
sottoscrizione del capitale a fine settembre 1981.
La
sentenza sul crack del Banco è tassativa: i dollari finirono
tutti al trio BLU; a settembre 1981 - dopo l'arresto di Calvi -
il Banco, per la chiusura del fido interbancario, non aveva il
becco di un quattrino. Del resto si parlerà in Tribunale. Grazie
per l'ospitalità.
Risponde
Ferruccio De Bortoli - Confermo quello che ho scritto, se ne
riparlerà in tribunale.
SPILLO DI
FELTRI
Il direttore del Corriere della Sera invecchiando diventa sempre
più brillante. Martedì, nella sua risposta alla lettera
dell'avvocato Vaccarella sulle note vicende di Angelo Rizzoli,
ha dedicato anche a me qualche riga sapida. Scrive: «Il mio
amico Vittorio Feltri confessa di non aver capito un accidente
della questione. Confermo».
Invece io do atto al caro Ferruccio di aver capito almeno una
cosa: che gli conviene stare dalla parte di Bazoli, il padrone
del vapore.
[03-06-2010]
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’QUEI
150 MILIARDI PRESI AD ANGELO RIZZOLI IMBARAZZANO IL CORRIERE DI
BAZOLI-DE BORTOLI’ - FELTRI SENTE ODOR DI BRUCIATO E CORRE IN
SOCCORSO DI ANGELONE: "IL RISCHIO È CHE SALTINO FUORI COSE
TURCHE E SI SCOPRANO ALTARINI. ECCO PERCHÉ ALCUNI PERSONAGGI DEL
SALOTTO BUONO (BUONO PER LA TAPPEZZERIA E NON PER IL RESTO) CHE
ATTUARONO UN PIANO PER IRROMPERE PRESSOCHÉ GRATIS IN VIA
SOLFERINO, ALL’IMPROVVISO SONO PASSATI DALLA CALMA DEI FORTI AL
NER¬VOSISMO DEI DEBOLI" - "RIZZOLI ISCRITTO ALLA P2? MA LA P2
NON È STATA CONDANNATA PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE" -
Vittorio
Feltri per
Il Giornale
L'ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de
Bortoli, direttore del Corriere del¬la Sera , non solo perché
siamo amici da una vita, abbiamo lavo¬rato nello stesso
giornale, ne ab¬biamo viste di tutti i colori e condi¬viso gli
anni più belli eccetera ec¬cetera, ma anche perché la cosa su
cui non concordiamo non ri¬guarda né lui né me, nel senso che
parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non
c'entrano neanche di stri¬scio. Mi riferisco al pasticcio
Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una
serie nutrita di articoli, e il Cor¬r¬iere ha comin¬ciato a
occu¬parsi da meno di una settima¬na.
Per
esem¬pio ieri, pubbli¬cando una let¬terona di Ange¬lo Rizzoli e
una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto
imbarazzata. Il lettore si domanderà che impor¬ta a noi di certe
beghe fra ricchi. Il problema è che c'è di mezzo il Corriere
ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di
informazione talmente potente da essere diventato un simbolo:
chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può
considerarsi ar¬rivato, sicché tutti brigano per conquistarne il
controllo.
Si dà
il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu
scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che
definire poco chiara è ridutti¬vo. Basti pensare che il suddetto
Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla
sua bel¬la casa in una prigione, dove tra¬scorse
tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono
(buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano
per irrompere pres¬soché gratis in via Solferi¬no con tanti
saluti allo stile che amano attribuirsi. Già.
Trent'anni sono pa¬recchi. Quanti ce ne sono voluti alla
mirabile giusti¬zia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è
inno¬cente, fu quindi incarcera¬to per errore, e che l'azien¬da
gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere
riesaminato, per usare termini gentili. La vit¬tima dell'errore
giudizia¬rio, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a
que¬sto punto di riavere quan¬to gli fu tolto. Allo scopo è
riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un'in¬chiesta
parlamentare.
E ora a
qualcuno ballano i cerchioni perché la com¬missione, dovendo
fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione,
scarta¬bellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimo¬ni.
Il rischio è che saltino fuori cose turche e si sco¬prano
altarini. Ecco per¬ché alcuni personaggi al¬l'improvviso sono
passati dalla calma dei forti al ner¬vosismo dei deboli.
Difat¬ti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a
testa alta dai tribunali, po¬co male, era un suo diritto; ora
però, avendo avviato un procedimento perché gli venga
riconosciuto il danno subito, il clima in¬torno a lui è mutato.
Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un inden¬nizzo? È
un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a
commissione di inchie¬sta istituita ha attaccato a parlare,
affidandosi - co¬me è evidente - anche agli avvocati. Prima un
artico¬lo di Bocconi. Poi la rispo¬sta di Angelo Rizzoli cui ha
replicato, appunto, Ferruc¬cio de Bortoli.
Da
tutta que¬sta roba, lo dico con rispet¬to, non si capisce
niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno
ma¬neggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo.
Il Banco Ambrosia¬no, per effetto di un aumen¬to di capitale,
doveva ver¬sare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L'accordo è
do¬cumentato. Peccato che di quella montagna di quat¬trini non
c'è traccia. Proba¬bilmente non è mai stata versata oppure è
stata ver¬sata ad altri anziché al de¬stinatario. Sta di fatto
che l'Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappa¬re la
bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una
lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole».
D'altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire.
An¬che qui vado giù piatto evi¬tando le tortuosità tipiche delle
liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è
spedito in galera, accusato di varie nefandez¬ze. L'opinione
pubblica si persuade che l'editore ne abbia combinate di ogni
colore.
L'azienda è pronta per andare in amministra¬zione controllata.
Angelo è estromesso completa¬mente. Chi subentra in bre¬ve tempo
risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti
sarebbe morto, e una volta riasset¬tato viene consegnato su un
piatto d'argento a Gemi¬na e ai soliti ricchi bravi a fare i
ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice.
I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qual¬cuno li
abbia intascati, ma questo qualcuno non è Riz¬zoli. Chi?
Il
Banco Ambro¬siano (che poi ha assunto altre denominazioni a
cau¬sa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver
pagato. È invece ac¬certato che il Corriere a prezzo di realizzo
sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo
vengono chiamati poteri forti. Rizzoli, per ricorrere a
un'espressione resa famo¬sa da D'Alema, vada a farsi fottere.
Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufali¬re il banchiere
Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col
Corrie¬re pure.
E De
Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però
la pren¬de alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di
essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a
pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli.
Come dire: An¬gelone caro, potevi fre¬quentare gente migliore.
Farei
tuttavia presente a Ferruccio che la responsa¬bilità penale è
personale; che la P2 non è stata con¬dannata per associazione a
delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l'ac¬qua Sangemini
e che è sta¬to derubato di 150 miliar¬di. Lui non pretende l'aure¬ola
né il diploma di marti¬re. Chiede solo gli sia resti¬tuita la
refurtiva. Se ciò non avverrà subi¬to, provvederà la
commis¬sione parlamentare a sput¬tanare chi nasconde il bot¬tino.
31-05-2010]
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RIZZOLI E
IL CORRIERE - UNA LETTERA DURA DI RIZZOLI, UNA RISPOSTA TOSTA DI
DE BORTOLI - ANGELONE PROVA A LEGNARE BAZOLI SULLO ’SCIPPO’ DEL
1984 MA SONO SUBITO ’BAZOLI AMARI’ - "CARO RIZZOLI, LEI AFFERMA
DI ESSERE STATO ASSOLTO DEFINITIVAMENTE DALL’ACCUSA DI
BANCAROTTA CON SENTENZA DELLA CASSAZIONE DEL 2009. DOVREBBE
ANCHE DIRE CHE QUELLA SENTENZA NON HA AFFATTO RITENUTO CHE GLI
AMMINISTRATORI DELL’EPOCA NON FOSSERO RESPONSABILI DI
DISTRAZIONI E FALSI IN BILANCIO, HA SEMPLICEMENTE REVOCATO LE
DECISIONI IN SEDE PENALE, PERCHÉ LA BANCAROTTA IMPROPRIA NON È
PIÙ PREVISTA (MA SOLO DAL 2006) COME REATO. I FATTI SONO STATI
COMMESSI, PURTROPPO PER LEI… E PER NOI"
1 - LE
RAGIONI DELL'EX EDITORE DEL CORRIERE DELLA SERA, ANGELO RIZZOLI
Caro Direttore, è con profondo stupore e amarezza che ho letto
l'articolo pubblicato venerdì a pagina 39 del Corriere della
Sera a firma Sergio Bocconi sulle vicende della vendita Rizzoli.
L'articolo comprende infatti una serie di falsità e inesattezze
tali da farmi tornare col ricordo agli anni in cui i giornali
basavano i loro scritti sulle «veline» fornite loro dai potenti
di turno, politici o padroni che fossero.
Angelo
In
particolare, le vicende giudiziarie che mi riguardano sono
raccontate in modo impreciso e sconclusionato. Per fare il punto
della situazione ad oggi, 28 maggio 2010, desidero informare Lei
e i Suoi lettori che io, Angelo Rizzoli, sono tuttora un
cittadino incensurato che non ha condanne a suo carico né
procedimenti penali pendenti nei suoi confronti. Cosa che
certamente non tutti gli imprenditori, inclusi i Suoi azionisti,
potrebbero affermare.
È vero
che io ho ricevuto tre ordini di carcerazione preventiva e ho
trascorso tredici mesi in carcere per sei procedimenti penali da
tutti i quali -salvo un'unica eccezione-sono stato assolto o
prima del rinvio a giudizio o fin dalla sentenza di primo grado.
Aggiungo che io ho trascorso tredici mesi di carcerazione da
malato di sclerosi multipla, una malattia incompatibile con la
permanenza in carcere e, come potrebbe testimoniare un qualunque
studente di medicina, portatrice di rischi gravissimi per
l'incolumità e la vita stessa del paziente. Inoltre, per rendere
più amaro il mio soggiorno in carcere, mi sono state sospese
tutte le cure destinate ad alleviare le sofferenze causate dalla
malattia. Ciononostante, al termine della carcerazione
preventiva, io sono stato prosciolto da tutte le accuse.
-
copyright Pizzi
È
rimasta in piedi soltanto un'imputazione di bancarotta impropria
collegata all'amministrazione controllata del Gruppo Rizzoli che
si è sviluppata secondo due singolari caratteristiche:
1) il
caso più unico che raro in Italia di una bancarotta che viene
sancita priva della dichiarazione di fallimento che la deve
necessariamente precedere e nonostante l'amministrazione
controllata si sia conclusa in bonis;
2)
l'accusa di associazione a delinquere con Bruno Tassan
Din-certamente imputato colpevole-ma anche con mio fratello
Alberto Rizzoli arrestato ingiustamente, scarcerato, prosciolto
e risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione anni prima del
processo. Un'associazione a delinquere zoppa quindi, nella quale
manca il terzo imputato necessario perfino alla sua
qualificazione.
GIORGI E
RIZZOLI (1980)
Le
ricordo inoltre che, nell'ambito di queste vicende, mio padre
Andrea è morto di infarto poche settimane dopo il mio arresto e
quello di mio fratello; che le mie sorelle sono state indagate,
sequestrati i loro beni, private dei documenti per l'espatrio e
minacciate di arresto. A causa di quella terribile tensione mia
sorella minore, Isabella, si è suicidata a 22 anni buttandosi
dalla finestra di casa.
Ricordo, infine, che dopo una condanna a due anni e quattro mesi
in Corte d'Appello con le motivazioni che ho citato, la Corte di
Cassazione ha annullato il provvedimento anche perché nel
frattempo era stata abolita l'amministrazione controllata, come
in questi decenni moltissimi altri articoli del Codice Penale
Rocco che, come Lei sa, risale al 1930.
Si
trattava in ogni caso dell'unico caso in cui l'amministrazione
controllata veniva equiparata al reato di bancarotta, non ve ne
sono stati altri in Italia. Quanto alla crisi finanziaria che
portò all'amministrazione controllata alla fine del 1982, sono
minuziosamente descritte nella sentenza finale del processo
relativo al Banco Ambrosiano le operazioni che hanno portato
alla spogliazione dell'Azienda e, più in particolare, il
trasferimento dei 150 miliardi di aumento di capitale,
sottoscritto da La Centrale Finanziaria S.p.A., non già nelle
casse della Rizzoli, ma presso alcuni conti della Banca
Rothschild di Zurigo denominati Zinca, Recioto, Telada ad opera
di funzionari di quella stessa Banca fiduciari di Bruno Tassan
Din e Umberto Ortolani, come emerge con chiarezza sia dalle
carte del processo Ambrosiano a Milano, sia dalle sentenze della
Corte Suprema d'Irlanda a Dublino, sia dalle sentenze del
Tribunale Federale di Zurigo che ha condannato i vertici della
Banca svizzera a vari anni di reclusione per avere distratto
circa 180 milioni di dollari di fondi destinati alla Rizzoli
verso conti del cosiddetto «gruppo dei BLU» (Bruno Tassan Din,
Licio Gelli, Umberto Ortolani), conti che sono stati tutti
regolarmente individuati dalle magistrature italiana ed
elvetica.
Nonostante ciò che asserisce il Vostro Sergio Bocconi, il
cosiddetto «pattone» di cui si parla nell'articolo è una bufala;
un'invenzione giornalistica poiché, a quanto mi risulta,
esistono solo appunti informali e non del tutto decifrabili,
scritti dal Tassan Din con l'ausilio di Ortolani e Gelli ma
senza alcuna mia partecipazione, presenza o conoscenza. Io ho
semplicemente firmato con Roberto Calvi, Presidente de La
Centrale, un accordo ufficiale in data 29 aprile 1981 che è un
atto pubblico facilmente rintracciabile tra le carte
dell'archivio Rizzoli e Nuovo Banco Ambrosiano.
Quanto
all'intervento dei nuovi azionisti, questo è avvenuto in una
situazione in cui tutti i miei beni, incluso il 50,2% delle
azioni della Rizzoli, mi erano stati sequestrati dai magistrati
di Milano e affidati a dei custodi giudiziari che li hanno
venduti, a chi loro indicato dai giudici del Tribunale, senza
negoziarli e con l'esplicita minaccia nei miei confronti di
farmi tornare in carcere nel caso di una mia opposizione.
Poiché
ritengo che questi comportamenti abbiano creato a me, alla mia
famiglia e alla mia vita danni incalcolabili, oltre che ingiuste
sofferenze e gravi persecuzioni, dopo aver chiuso, senza
condanne, il lungo iter giudiziario penale che mi ha visto
coinvolto per 25 anni, ho ritenuto di chiedere un risarcimento
che compensasse almeno in parte le ingiustizie subite.
Come ho
avuto modo di dirLe anche personalmente, caro Direttore, io non
ho alcuna intenzione di tornare al Corriere della Sera né come
editore, né come azionista e nemmeno come visitatore. Chiedo
solo che la verità su queste vicende ancora oscure venga
definitivamente accertata per non essere ancora una volta il
capro espiatorio di operazioni più o meno illecite e
spregiudicate realizzate da altri soggetti nel loro esclusivo
interesse.
Angelo Rizzoli
2 - LA
REPLICA DI FERRUCCIO DE BORTOLI
Caro Rizzoli,
ci conosciamo da più di trent'anni. Il nostro è un rapporto
amichevole, sincero. Dunque, uso il lei con una certa fatica. Ma
lo facciamo entrambi per rispetto di chi ci legge. Quando lei
era presidente del gruppo, che portava il nome del suo grande
nonno e del suo grande papà, io ero un suo semplice giornalista.
Ripensando a quegli anni assai dolorosi, e abbiamo avuto modo di
parlarne più volte, sono convinto che lei abbia pagato un prezzo
personale assai elevato, e abbia subìto una lunga e penosa
detenzione.
Sulle
sue spalle giovanili pesarono eredità ingombranti, ambizioni
eccessive e, soprattutto, amicizie pericolose. Lei, certamente,
fu vittima di molte circostanze. Ma non una vittima priva di
responsabilità personali. Conoscendola, mi aspetterei che
qualche errore, a trent'anni di distanza, lo riconoscesse. Posso
aiutarla?
L'affiliazione alla loggia P2, che non era, come qualcuno pensa
oggi, un'innocente società di mutuo soccorso. L'essersi
consegnato, per scelta o necessità, a personaggi del calibro
criminale di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Bruno Tassan Din. E
quest'ultimo («certamente colpevole» come scrive nella sua
lettera) era il consigliere delegato del gruppo editoriale del
quale lei era presidente.
Dunque,
l'aveva nominato, o subìto, certamente non controllato. Lei dice
che quei tre signori intascarono parte delle risorse messe a
disposizione dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Solo loro
tre? L'aumento di capitale fu effettivamente versato nelle casse
della società di cui lei era presidente; come risulta
dall'istanza di ammissione all'amministrazione controllata da
lei firmata (non può adesso disconoscere quella firma); e dalla
relazione del commissario, Luigi Guatri, del 20 gennaio 1983,
oltre che dal rapporto del collegio sindacale sul bilancio della
Rizzoli al 31 dicembre 1981.
E
ancora, ma l'elenco potrebbe essere lungo, la decisione di
acquistare nel '74 l'editoriale del Corriere della Sera, tutta a
debito, fu certamente una mossa azzardata che portò già nel '77
il gruppo Rizzoli allo stato di insolvenza, con perdite nel
triennio 1980-82 stimate in circa 300 miliardi di lire (anche
questo appare nella relazione, già citata, del commissario
Guatri).
Il
gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, nonostante le responsabilità
dei suoi amministratori (tra i quali lei, caro Angelo) seppe
risollevarsi, grazie al lavoro e al sacrificio delle sue
maestranze e alla riduzione degli interessi passivi accordata
dai creditori, in particolare il Nuovo Banco Ambrosiano.
È raro
che una società, con oltre 600 miliardi di debiti, quasi tutti a
breve, esca in bonis da un'amministrazione controllata. Ma ciò
avvenne anche in nome della sua famiglia, verso la quale
continuiamo ad avere affetto e gratitudine. Si rilegga le
relazioni del commissario giudiziale con minore partecipazione
emotiva. E poi ne riparliamo.
Veniamo
alla cessione. L'intera vicenda è stata oggetto di accertamenti
giudiziari, in sede civile, tutti conclusisi con la sua
condanna. Quando, nell'84, si presentarono due offerte, lei
stesso, ancora una volta con una lettera a sua firma indirizzata
ai custodi giudiziali, e diramata dall'Ansa, dichiarò di aver
scelto la proposta Gemina perché riteneva che desse il massimo
di affidamento ai fini del salvataggio del gruppo.
In
quell'occasione, lei realizzò dieci miliardi di lire, a fronte
di una partecipazione sostanzialmente priva di valore, oltre
alla liberazione delle fidejussioni bancarie per decine e decine
di miliardi e la rinuncia, da parte della società, ad esperire
azione di responsabilità nei suoi confronti, peraltro già
deliberata.
Caro
Rizzoli, sarebbe oltremodo ingeneroso ricordare quanto lei disse
davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia
massonica P2, a giustificazione della scelta di cedere parte
delle azioni a Calvi e allo stesso Tassan Din. E il cosiddetto
«pattone», di cui parlava Sergio Bocconi nell'articolo che dava
la notizia della proposta di una commissione d'inchiesta
parlamentare sul passaggio di proprietà dell'84, un articolo
corretto senza nessuna falsità, esiste eccome, ed è un documento
di dodici pagine sottoscritto da lei, Gelli, Calvi, Ortolani e
Tassan Din.
La
verità, caro Rizzoli, bisogna dirla tutta. E allora si devono
rileggere le sentenze del Tribunale civile di Milano del '92 e
della Corte d'appello civile di Milano del '96: entrambe hanno
respinto in linea di fatto le sue doglianze sulla cessione. Così
come si deve ricordare la sentenza del Tribunale civile di
Brescia del '98 che la condannò al risarcimento dei danni per
diffamazione nei confronti di Giovanni Bazoli, allora presidente
del Nuovo Banco Ambrosiano. Non contesto il diritto di ciascuno,
lei compreso, di far valere le proprie ragioni e i propri
interessi. Ma lei si ricordi di quello che ha scritto. E
firmato.
Caro
Angelo, un'ultima cosa. Lei afferma di essere stato assolto
definitivamente dall'accusa di bancarotta con sentenza della
Cassazione del 2009. Dovrebbe anche dire che quella sentenza non
ha affatto ritenuto che gli amministratori dell'epoca non
fossero responsabili di distrazioni e falsi in bilancio, ha
semplicemente revocato le decisioni in sede penale, perché la
bancarotta impropria non è più prevista (ma solo dal 2006) come
reato. I fatti sono stati commessi, purtroppo per lei... e per
noi.
(f. de b.) 30-05-201
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BAZOLI
’SPINGE’ LA SINISTRA A SALIRE SULLE BARRICATE: VIETATO INDAGARE
SULLA "VENDITA" (O SCIPPO?) DEL “CORRIERE DELLA SERA” NELL’81 -
ANGELONE RIZZOLI FU ARRESTATO AGITANDO IL POVERONE DELLA P2 E IL
QUOTIDIANO DI VIA SOLFERINO FU CONSEGNATO (O REGALATO?) AD
AGNELLI. (DI QUI DECOLLA ’REPUBBLICA’) - IL PDL PROPONE UNA
COMMISSIONE D’INCHIESTA - IL PD E L’IDV: “SI VUOLE INTIMIDIRE LA
STAMPA”…
Francesca Angeli per
"Il Giornale"
«Non mi
aspettavo una reazione così scomposta da parte dell'opposizione
che ha addirittura parlato di attentato alla libertà di stampa,
un'assurdità». Deborah Bergamini, deputata del Pdl, commenta così
la movimentata seduta di ieri in commissione Cultura.È sua la
richiesta di istituire una commissione d'inchiesta ad hoc sul caso
Rizzoli, la vendita del Corriere della Sera e il relativo scandalo
che vide protagonista Angelo Rizzoli negli anni che vanno dal 1981
al 1984.
Ieri la
proposta di legge è stata presentata dal suo relatore, Giorgio
Lainati, ed è quindi stata «incardinata » dal presidente della
commissione, Valentina Aprea. Di concreto non è ancora stato
deciso nulla ma la semplice proposta ha scatenato la reazione
durissima del Partito democratico che chiede di dire «no» alla
richiesta, accusando la maggioranza di voler intimidire la
magistratura e soprattutto di voler condizionare "il Corriere
della Sera".
Reazione
sproporzionata ed inaspettata per la Bergamini che spiega pure
perché ha deciso di proporre ora una commissione su vicende che
risalgono a trent'anni fa. «Negli ultimi mesi sono emersi elementi
di novità come l'assoluzione di Angelo Rizzoli da parte della
Cassazione e si è riaperto il dibattito su quanto accadde in
quegli anni-spiegala Bergamini-.
Mi sembra
importante stabilire con il contributo di tutti la realtà
politica, non giudiziaria, di quegli eventi che hanno determinato
alcuni equilibri fondanti l'attuale sistema italiano». Franco Levi
del Pd definisce l'iniziativa grave e inquietante perché
«esplicitamente diretta a riscrivere con un giudizio di parte la
vicenda» sostenendo pure che se la commissione avesse il via
libera «il Parlamento si troverebbe nella condizione di
interferire con l'attività della magistratura ».
Levi poi
ricorda che se si ripercorrono quelle vicende si aprirà
inevitabilmente il vaso di Pandora della P2 di Licio Gelli che fu
uno dei protagonisti di quello scandalo. «Hanno davvero interesse,
questa maggioranza, questo governo, a riportare all'attenzione
della pubblica opinione la livida stagione vissuta dall'Italia nel
segno della loggia P2?», si chiede Levi.
La Bergamini
replica definendo «minatori » i toni usati dal Pd e ribadendo che
il Pdl non ha «tesi preconcette o verità preconfezionate da
dimostrare» ma vuole soltanto fare chiarezza su una vicenda
cruciale che interessa sicuramente tutti i cittadini. Per la
Bergamini infine sarebbe prematuro fare ipotesi sui tempi. Nessun
dubbio invece su chi potrebbe essere ascoltato per primo dalla
commissione una volta istituita: il protagonista Angelo Rizzoli.
28-05-2010]
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LA PUZZA DEI SOLDI - FATTO IL COLPO (50 MILA COPIE IN EDICOLA), AL "FATTO" SI LITIGA
PER LA SPARTIZIONE DEL BOTTINO - È uno scontro al calor bianco
quello fra le case editrici Chiarelettere e Aliberti, azionisti
alla pari (insieme ad altri soci) del quotidiano diretto da
Padellaro - Il punto è che per ora, pur avendo in mano la stessa
quota di azioni, per la precisione il 16 per cento, l’editore
Aliberti è stato tenuto alla larga dal cda (UNA MOSSA VERY
BERLUSCONE)... Franco Adriano per ITALIA
OGGI
Si litigano i cavalli di razza capaci di far cassetta con
i loro libri nella piazza dell'anti-berlusconismo. E il terreno di
scontro è divenuto il Fatto quotidiano, dove molti degli autori in
questione, a partire da Marco Travaglio, lavorano.
È uno scontro al calor bianco quello fra le case editrici
Chiarelettere e Aliberti, azionisti alla pari (insieme ad altri
soci) del quotidiano diretto da Antonio Padellaro. Il punto è che
per ora, pur avendo in mano la stessa quota di azioni, per la
precisione il 16 per cento, Chiarelettere sta dimostrando di
essere più influente.
Si prenda l'ultima assemblea degli azionisti: quella che
ha registrato il trionfo editoriale a sette mesi dal varo.
Francesco Aliberti ha chiesto tramite il proprio rappresentante di
portare i consiglieri di amministrazione da 5 a 7: una richiesta
legittima, dato che è l'unico socio importante escluso dal
consiglio di amministrazione. Ma secondo quanto risulta a Italia
Oggi la richiesta è stata respinta senza alcuna motivazione.
Emergerà, forse, dai verbali.
Tra gli artefici della conventio ad excludendum nei
confronti del concorrente editore-azionista Aliberti anche
Chiarelettere rappresentata da Lorenzo Fazio. Che la situazione
non fosse tutta rose e fiori lo si poteva capire dal fatto che per
mettere fine alle «voci di dissapori tra gli azionisti», che
Italia Oggi si era limitata a registrare, fosse sceso in campo
(sabato scorso) in prima pagina sul suo quotidiano, Giorgio
Poidomani.
Il presidente e amministratore delegato dell'editoriale
il Fatto ha smentito tra l'altro che Chiarelettere avesse proposto
un aumento di capitale difficilmente sostenibile dai soci
giornalisti e ha aggiunto: «Inoltre non c'è alcuna controversia
tra azionisti-giornalisti e azionisti-imprenditori, come sembra
lasciar intendere Italia Oggi».
È vero. Accantonata l'ipotesi di un aumento di capitale
che non avrebbe fatto felici i gironalisti-azionisti, la
controversia in atto è tra i due soci editori di gran parte
dell'armamentario anti-berlusconiano, i quali talvolta si pestano
i piedi.
Un titolo a caso fra gli ultimi pubblicati da Aliberti,
la casa editrice promossa da De Agostini: «Viola-L'incredibile
storia del no B day, la manifestazione che ha beffato Silvio
Berlusconi». Lo ha scritto Federico Mello che viene da Annozero e
oggi lavora al Fatto. Mentre la prefazione è di Marco Travaglio e
Luca Telese, entrambi della scuderia del Fatto.
Ad Aliberti è pure finita la penna feroce di Paolo
Guzzanti che da buon ex innamorato di Berlusconi è particolarmente
efficace. E mettiamoci pure anche Patrizia D'Addario, l'escort
finita a letto con il premier dotata di registratore: il suo (e di
Maddalena Tulanti) «Gradisca, Presidente» l'ha pubblicato con
Aliberti.
Insomma, Fazio e Aliberti pescano nello stesso bacino.
Nel caso di «Berlusconeide-Le donne, l'arme, gli amori del
cavalier Silvio Berlusconi», di uno dei due autori, Carlo
Cornaglia, Aliberti segnala nella sua mini biografia che «è
regolarmente ospite del blog di Marco Travaglio per l'editore
Chiarelettere, che ha riportato le sue poesie nell'agenda Voglio
scendere del 2010». Come a dire: adesso, però, se deve pubblicare
ancora qualcosa lo fa con noi.
Piccole scaramucce, finché non si è generato il fenomeno
editoriale del Fatto dove sembra che finora Fazio sia riuscito a
fare la voce grossa con Aliberti che avrebbe incrinato un po' il
piano di sinergie con i giornalisti del Fatto: partito alla grande
con «Papi» di Peter Gomez, Marco Lillo e Travaglio.
Fazio è abituato a macinare utili grazie alla strada
spianata dai libri di Travaglio, Gianluigi Nuzzi (Vaticano spa) e
altre penne di grido. Il 30 per cento della casa editrice è
direttamente nelle mani di Fazio, ex ad della Bur, che si è posto
il mandato «di raggiungere sempre un profitto, mentre Rizzoli e
Mondadori possono permettersi il lusso di pubblicare dei libri in
perdita».
Il 49 per cento
della proprietà di Chiarelettere, invece, è nella disponibilità
del gruppo Mauri Spagnol, tramite Messaggerie italiane (quelli di
Garzanti, Longanesi, Salani, Guanda). Un altro 15 per cento è
controllato tramite la Paolonia Immobiliare spa dal banchiere
d'affari, Guido Roberto Vitale, ex presidente di Rizzoli Corriere
della Sera. L'ultima quota, infine, ossia il restante 6 per cento,
è invece di Sandro Parenzo, editore di Telelombardia, Antenna3 e
Videogruppo.
[07-05-2010]
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LA GABANELLI METTE IL DITO NEI movimenti anomali sul titolo Rcs nel periodo agosto-ottobre
2009. La quotazione raddoppia. La consob ha una ispezione in
corso. Nessuno se ne è accorto. Della Valle che possiede il 5%
addirittura nega - LINK VIDEO: TUTTO L’IMPACCIO DELLO SCARPARO...
l link per
vedere l'intera puntata dedicata al modello sanitario Lombardia è
www.report.rai.it <file://www.report.rai.it> titolo della puntata
"la prestazione". Si parla di comunione e liberazione che
amministra buona parte degli ospedali, di Formigoni che mette
sullo stesso piano sanità pubblica e privata, di una torta da
spartire di 17 miliardi, del re della sanità lombarda, Giuseppe
Rotelli, che ha 3 ospedali indagati dalla procura perché presume
che la richiesta di rimborsi sia gonfiata.
Rotelli è anche
azionista del Corriere della Sera. A ottobre scorso Geronzi
dichiara che non è più Mediobanca il primo azionista, ma proprio
Rotelli, e invita i giornalisti a verificare i pacchetti azionari.
Questa è la
trascrizione della parte che riguarda movimenti anomali sul titolo
Rcs nel periodo agosto - ottobre 2009. La quotazione raddoppia. La
consob ha una ispezione in corso. Nessuno se ne è accorto. Della
Valle che possiede il 5% addirittura nega.
Milena
Gabanelli
E a proposito di pressioni: il titolo Rcs per
esempio le ha subite ma sembra che nessuno se ne sia accorto. Lo
scorso autunno Geronzi dichiara che il primo azionista Rcs, non è
Mediobanca, ma il re della sanità lombarda, Giuseppe Rotelli. E
nasce un piccolo giallo perché Geronzi è uomo riservato che di
solito non parla a caso.
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
Il 29 ottobre scorso, a margine della Giornata
Mondiale del Risparmio a Roma, Geronzi dichiara che Giuseppe
Rotelli possiede il 15% delle azioni Rcs e invita i giornalisti ad
andare a verificare bene i pacchetti azionari. Se così fosse
Rotelli avrebbe dovuto denunciare i nuovi acquisti alla Consob. La
notizia, per un giorno, finisce nei titoli di tutti i giornali.
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Abbiamo detto che noi non abbiamo più acquistato
azioni dopo quelle dichiarate. Quindi sono il secondo azionista.
ALBERTO
NERAZZINI
E come mai ha detto questa cosa Geronzi?
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Eh?
ALBERTO
NERAZZINI
Come mai ha detto questa cosa Geronzi?
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Deve chiederlo a Geronzi.
ALBERTO
NERAZZINI
Lei che idea si è fatto?
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Non sono curioso.
ALBERTO
NERAZZINI
Geronzi ha detto: Rotelli ha il 15%.
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Non lo so questa cosa, ma è vera?
ALBERTO
NERAZZINI
Geronzi avrebbe detto: fatevi bene i conti, perché
Rotelli è già il 15 e quindi è il primo azionista. Appunto io le
chiedo...
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Non l'ho seguita questa cosa dovrebbe chiederla a
lui. Ma capita anche di sbagliare, di fare un errore... Ma faccio
anche una domanda a lei, che cosa può significare questo?
(RISPONDE AL TELEFONO) Chi è? Va bene, va bene, ok. Scusi, eh?
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Pronto... scusami. Pronto?
ALBERTO
NERAZZINI
Sì, ci sono. Dimmi.
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Capito? Quindi era una battuta che voleva.. dare
un significato particolare. Era una cosa di attenzione nei
confronti di Rotelli a quel tempo, no? Questo era il senso della
battuta. Perché tu me lo chiedi... insomma? Per quale motivo ti è
venuto in mente dopo un anno? Questa battuta...? Cioè... qual è il
ragionamento? Così ci capiamo meglio...
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
Il portavoce di Geronzi dice che era solo una
battuta, fatta per sottolineare l'importanza dell'azionista
Rotelli. Ma il giorno dopo ci richiama per chiarire meglio.
ALBERTO
NERAZZINI
Ma perché non l'avete smentita dopo tutti quegli
articoli?
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Ma non lo so... perché poi a quel tempo il
significato era questo, l'aveva smentita... dopo Rotelli... l'ha
portata alla Consob, lo abbiamo lasciato... lo abbiamo lasciato...
ALBERTO
NERAZZINI
Per arrivare al 15 avrebbe avuto bisogno ben più
del due, avrebbe dovuto denunciarlo alla Consob...
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Certo, certo!
ALBERTO
NERAZZINI
Geronzi fa una battuta e Rotelli conferma alla
Consob che la sua quota è invariata.
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Esatto, esatto, esatto! È questa la cosa.
ALBERTO
NERAZZINI
È che a volte fare ‘ste battute... Uno poi... No?
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Sì certo... Infatti lui diceva che si è pentito,
sai lui non parla mai con i giornalisti... buongiorno e
buonasera...
ALBERTO
NERAZZINI
E quando parla dice che Rotelli ha il 15...
AL TELEFONO
LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
...Bella giornata... quindi tocca stare attenti!
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
Comunque, proprio a fine ottobre si chiudeva un
periodo molto buono per il titolo Rcs, che in soli 46 giorni,
registrava un rialzo del 50,2%. Un balzo sospetto, sul quale
indaga la Consob.
ALBERTO
NERAZZINI
Questa indagine della Consob sul rialzo del
titolo?
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Magari venisse un bel rialzo! Io non lo vedo. Ma
quando ha rialzato? Quando non c'ero?
ALBERTO
NERAZZINI
No, no... Lei c'era.
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Magari guardi! Non vedo l'ora! Io lo vorrei
leggere in prima pagina: "Enorme rialzo del titolo RCS"!
ALBERTO
NERAZZINI
Il 50,2% in 46 giorni non è male come rialzo!
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
No, ma non ci posso credere, stapperei dello
champagne! Ma credo che è così. Verifichi meglio.
ALBERTO
NERAZZINI
Se lo è perso questo rialzo, non se lo ricorda?
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Io sto molto spesso all'estero, ma tutti i giorni
guardo comunque come i contadini quello che ho in cascina. Non mi
pare comunque, non mi ricordo. Se è così è una bellissima notizia!
Speriamo che continui.
ALBERTO
NERAZZINI
Eh, gliela do con qualche mese di ritardo, perché
stiamo parlando di settembre, ottobre, novembre.
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Infatti! Dobbiamo verificare, guardi. Mi pare... a
naso... mi pare che non è possibile.
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
Sarà andato come noi sul sito di Borsa italiana,
dove si può vedere la curva del titolo. Un rialzo che, secondo la
Consob, potrebbe celare operazioni sospette.
DIEGO DELLA
VALLE - IMPRENDITORE
Guardi quelle sono aziende oramai... ripeto,
insomma... non voglio parlare per altri... ma sono in totale
trasparenza su ogni fronte. Sono talmente viste e controllate,
guardate a vista, che neanche un pazzo che ne avesse voglia si
metterebbe poi a giocare con cose che scottano così, no?
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
La Consob sta facendo accertamenti chiedendo una
serie di informazioni ad alcune Società di Gestione del risparmio
che fanno operazioni sul titolo RCS. Fra queste c'è PRIMA SGR, che
ha anche rastrellato piccole quote del capitale. Per PRIMA SGR,
però, le richieste della Consob sono prassi ordinaria.
AL TELEFONO
UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
I rapporti tra la Consob e le SGR, in questo caso
Prima, sono coperti da riservatezza e quindi...
ALBERTO
NERAZZINI
Se voi mi dite che è prassi ordinaria è una cosa,
se voi mi dite: "Non è prassi ordinaria ma c'è la riservatezza", è
un'altra cosa.
AL TELEFONO
UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
Ma non è questione! È prassi ordinaria!
ALBERTO
NERAZZINI
Perfetto.
AL TELEFONO
UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
La Consob fa questo genere di attività, ed è
attività diversa da un'ispezione.
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
È prassi ordinaria, per la Consob, chiedere nomi
dei dipendenti e dei collaboratori della società? Chiedere se
qualcuno di loro abbia o meno rapporti particolari con il gruppo
RCS? E chiedere copia della documentazione dei controlli previsti
dal regolamento? Queste richieste di solito partono quando inizia
un lavoro d'indagine.
AL TELEFONO
UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
Mi è stato detto che è prassi ordinaria, lei
invece evidentemente ha degli elementi per dire che non è così. E
io... sinceramente non... non so che cosa... non so che cos'altro
aggiungere.
ALBERTO
NERAZZINI FUORI CAMPO
Ma di chi è la PRIMA SGR? Il capitale della
società è al 33 per cento del Monte dei Paschi di Siena, ma
l'azionista di riferimento, con il 67%, è Claudio Sposito, ex
numero uno della Fininvest. Le indagini della Consob saranno utili
anche per capire se, come già successo, qualcuno sta rastrellando
di nascosto quote del capitale RCS, usando metodi poco ortodossi.
Anche il patron
delle cliniche lombarde Rotelli, quando diede inizio alla sua
scalata a RCS, fu ricoperto da illazioni e sospetti. Si vociferò
che, spendendo tutti quei milioni di euro per comprare azioni del
Corriere della Sera, Rotelli stesse agendo per conto di qualcun
altro.
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Io sono un uomo libero.
ALBERTO
NERAZZINI
Quindi quelli son soldi suoi e lei vuole
arrivare...
GIUSEPPE
ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Sono soldi miei e ragiono con la mia testa! Quindi
alla mia libertà di uomo indipendente tengo moltissimo.
MILENA
GABANELLI IN STUDIO
Rimane il sospetto che qualcuno abbia comprato
azioni per conto di qualcun altro. Una società di gestione del
risparmio sotto indagine Consob ci scrive dicendo che non è vero.
Si tratta di un normale accertamento. Qualcuno sta tentando di
scalare occultamente il Corriere? Non sarebbe la prima volta,
controllarlo significa avere fra le mani un'informazione che
almeno fino ad oggi è la più influente, un'informazione che farà
più fatica a mettersi di traverso magari proprio sui tuoi
progetti. E tornando alla sanità, il 30 dicembre scorso è stata
approvata una legge che consente di cambiare la natura giuridica
degli ospedali pubblici, trasformandoli in fondazione. Una
proposta avanzata più volte proprio da Giuseppe Rotelli.
03-05-2010]
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AHACHETTE RUSCONI, PERIODICI CON CARTA CERTIFICATA PEFC...
(AGI) - Hachette
Rusconi sara' il primo gruppo editoriale italiano e tra i
primi in Europa a dotarsi della certificazione PEFC, il
programma di valutazione degli schemi di certificazione
forestale.
16- RCS, L'AFFARE RECOLETOS TORNA
D'ATTUALITÀ...
Da "Milano
Finanza" - Più che sulle misure anticrisi e sul business
plan, i soci di Rcs Mediagroup, che oggi si riuniscono in
assemblea per approvare il bilancio 2009 (ricavi per 2,2
miliardi e perdita di 129,7 milioni), potrebbero sollevare
obiezioni sull'affare Recoletos-Unedisa. Perché
l'acquisizione dell'azienda spagnola, editrice del quotidiano
El Mundo e di Expansion è stata particolarmente onerosa (nel
2007 l'asset è stato valutato 1,1 miliardi) mentre l'anno
scorso i risultati sono stati deludenti: ricavi in calo del
19,5% e mol del 75,7%.
Il tema sarà parte integrante del
documento che il rappresentante della redazione del Corriere
della Sera leggerà davanti al consiglio d'amministrazione e
ai rappresentati degli azionisti. Una missiva, inoltrata ieri
sera al patto di sindacato, nella quale si chiede a chi
governa Rcs di investire nel prodotto editoriale, in
particolare sul quotidiano di via Solferino, piuttosto che
puntare solo sui tagli per cercare di mantenere il dividendo.
I giornalisti del Corsera punteranno il dito contro il
rimpasto del cda della Quotidiani dove al posto dei
rappresentanti della società civile sono entrati direttamente
i grandi soci. Intanto Rcs Sport è divenuto il partner per la
gestione dei diritti di sponsorizzazione dell'Inter per i
prossimi quattro anni
01.05.10 |
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1 - FELTRI PARLA A SUOCERA PERCHÉ
GENERO INTENDA
Fabrizio d'Esposito per Il Riformista
Un falco del governo liquida così la
questione: «La Tulliani? E' l'anima nera di Fini. Lui è come
soggiogato da lei». Nel triangolo berlusconiano formato da
Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà sono
convinti da tempo che la fronda del presidente della Camera
sia alimentata anche dalla donna che ha preso il posto di
Daniela Di Sotto: la bionda avvocata Elisabetta Tulliani. E
per supportare la tesi, alcuni rivelano un aneddoto che risale
al 2004. Un fotogramma che fa da preludio al feroce
antiberlusconismo della nuova lady Fini.
Questo: anticamera di Sandro Bondi,
nel suo ufficio di via dell'Umiltà, all'epoca sede di Forza
Italia. Bondi è il coordinatore del partito (con Fabrizio
Cicchitto vice) e Tulliani è la fidanzata di Luciano Gaucci,
esplosivo presidente del Perugia calcio. Gaucci e la compagna
attendono di essere ricevuti da Bondi. Le elezioni europee
sono alle porte e Tulliani ha chiesto e ottenuto un colloquio
per avere un posto nella lista forzista dell`Italia centrale.
Bondi accoglie i due, li ascolta,
sorride a tratti e poi li congeda. Dice un testimone che
ricorda il "fotogramma": «Probabilmente Bondi non
disse nemmeno nulla a Berlusconi». Tulliani, infatti, non
viene candidata e di lì a poco la sua storia con Gaucci
finisce, anche per le peripezie giudiziarie del suo fidanzato,
fuggito a Santo Domingo.
La passione tra Fini e Tulliani
divampa nel 2007 e diventa subito materia di divisione tra il
Cavaliere e il suo delfino. E' il novembre di quell'anno
quando Striscia la notizia, su Canale 5, ironizza sulla «nota
principessa del foro», sui suoi esordi tv e sulla storia con
Gaucci. Fini, che già aspetta una figlia dal suo nuovo amore,
s'infuria.
E Mediaset è costretta a un'insolita
nota firmata dal presidente Fedele Confalonieri, che prende le
distanze dal programma di Antonio Ricci: «La derisione che si
trasforma in dileggio non è accettabile nei confronti di
scelte sentimentali che non hanno alcuna attinenza con la vita
pubblica del paese». Anche Berlusconi interviene: «Ho
chiamato Fini per dirmi addolorato per il servizio di Striscia
la notizia. Sono cose che non si fanno».
Un'altra crisi viene solo sfiorata
nell'estate del 2008. Fini e Tulliani vengono paparazzati su
una barca al largo di Porto Ercole in pose a luci semirosse. A
pubblicare le foto è Novella 2000, scoop d'esordio della
nuova direttrice Candida Morvillo. Ma in giro c'è l'intera
sequenza che ha un finale hard e qualcuno la toglie dalla
circolazione.
Nel frattempo, dentro An, iniziano i
primi mugugni contro la nuova compagna del capo. Amici storici
di «Gianfranco», cui è stata sbattuta d'improvviso la porta
in faccia, si fanno scappare a mezza bocca: «Lei gli sta
facendo terra bruciata attorno. Gianfranco ha litigato quasi
con tutti. Le è rimasto solo Donato (il fedelissimo Lamorte,
ndr) da eliminare». I vecchi rapporti del leader di An
vengono sostituiti dalla «rete familiare» di Tulliani.
Il fratello Giancarlo comincia a farsi
vivo a Viale Mazzini. Fiction, documentari, format vari.
Costituisce società. Produttori di solida fama, tra cui
Angelo Rizzoli, si preoccupano, qualche manager del
centrodestra mostra imbarazzo e girano le prime voci,
anticipate dal Riformista l'anno scorso.
Il resto è cronaca di questi giorni. La campagna del Giornale di
Vittorio Feltri contro il presidente della Camera ritorna
sulla questione Rai, tirando in ballo anche la società di
produzione di Gabriella Buontempo, moglie del braccio destro
di Fini, Italo Bocchino. Lo scoop, però, è di Dagospia che
da mesi sbeffeggia il coté "terzista" che va da
Montezemolo a Casini passando per Fini: stavolta è una sigla,
ATMedia, della mamma di Tulliani, Francesca Frau, a sbarcare a
Viale Mazzini.
Contratti milionari con Raidue e
Raiuno. Quest'ultima è diretta da Mauro Mazza, finiano doc,
che ieri in privato ha consegnato la sua versione sulla
produzione di un talk all'interno di Festa Italiana e affidata
all'Absolute Television Media di Frau: «Non ne sapevo nulla
della "suocera" di Fini. Conosco Roberto Quintini
(riconducibile all'ATMedia, ndr) da 23 anni e mi fido di lui.
Non ho approfondito la composizione societaria, quando è
venuto a parlarmi».
In ogni caso, la «rete familiare» di
Elisabetta Tulliani rischia di procurare parecchi fastidi al
frondista ribelle del Pdl, come promettono minacciosamente i
falchi berlusconiani. E dire che con lei, Fini, nel 2007 ha
iniziato una nuova vita (due bimbe e tante passeggiate mano
nella mano a Villa Borghese puntualmente riportate sul
settimanale Chi di Alfonso Signorini) per liberarsi da un
passato pericoloso: dalle inchieste sull'ex portavoce Salvo
Sottile a quelle sull'ex moglie Daniela Di Sotto. Senza
dimenticare lo scandalo escort di un altro fedelissimo,
Checchino Proietti, altro capitolo della feltreide antifiniana.
E tre annidi legislatura sono ancora tanti...
2 - VITTORIO FELTRI: «IO CRITICATO?
L'IMPORTANTE È CHE LA NOTIZIA FOSSE VERA»
S. Mar. per "La Stampa"
Direttore Feltri, un autentico fuoco
di fila dal pdl contro di lei. Cosa risponde?
Osservo che tutti prendono le distanze: Berlusconi, Ghedini,
Schifani...ma io sono fermo nell'idea che le notizie o sono
vere o sono false. E questa è vera.
Anticipata dal sito di gossip Dagospia...
Ma se la notizia è vera dov'è lo scandalo? Io non guardo il
computer, mi è stata segnalata dalla redazione. Ho chiesto
solo di verificare che tutto fosse autentico anche nelle
virgole, perchè non volevo dare adito ad alcuna smentita. Che
infatti non c'è stata.
E a Berlusconi che parla di «attacchi
personali, aggressioni ai familiari» cosa dice?
Che io non ho aggredito nessuno. Il Giornale ha scritto che la
"suocera" di Fini, che non si è mai occupata di tv,
ha prodotto una trasmissione per la Rai pagata oltre un
milione di euro. E a questo punto le domande le faccio io: è
normale che la Rai, con dodicimila dipendenti, debba appaltare
una trasmissione che aveva sempre prodotto da sola? Nessuno da
quelle parti ritiene doveroso dare una spiegazione?
[29-04-2010] |
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TARAK BEN AMMAR STA LAVORANDO
INTENSAMENTE AL PROGETTO DI UNA CORDATA CHE DOVRA' RILEVARE IL
QUOTIDIANO SOTTO LA DIREZIONE DI VITTORIO FELTRI
Avviso ai naviganti."Si avvisano i signori naviganti che
dopo l' impegno preso giovedi' scorso da Berlusconi di
liberarsi del Giornale di famiglia, il produttore tunisino
Tarak Ben Ammar sta lavorando intensamente al progetto di una
cordata che dovra' rilevare il quotidiano sotto la direzione
di Vittorio Feltri".
[29-04-2010]
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IL CDR
DEL SOLE 24 ORE
Signora Amministratore delegato, signor Presidente,
consiglieri e sindaci, signori azionisti,
parlo
come rappresentante dei giornalisti del "Sole 24 Ore" nella
nostra qualità di azionisti. Se il nostro quotidiano viene
acquistato e letto ogni giorno da centinaia di migliaia di
lettori, lo si deve innanzitutto al capitale di
professionalità e alla dedizione dei suoi giornalisti. Non
alle promozioni editoriali, non ai prodotti opzionali: lo si
deve all'impegno e alla responsabilità con cui ogni giorno
cerchiamo, verifichiamo, pubblichiamo notizie di qualità. Un
lavoro e una qualità su cui si fondano i risultati
dell'azienda.
Se
siamo qui, per la terza volta dalla quotazione del 2007, a
rappresentare tutti i giornalisti del "Sole 24 Ore" in
quanto dipendenti/azionisti è perché al nostro lavoro e alla
nostra azienda noi teniamo. Noi crediamo in questa società e
vogliamo portare anche in questa sede il nostro contributo
di analisi per aumentare l'efficienza dell'azienda e
garantirle il rapido ritorno all'utile.
Purtroppo, in 287 pagine di fascicolo di bilancio, manca del
tutto una cifra chiara e certa sul numero delle copie
vendute quotidianamente dal "Sole 24 Ore". Leggiamo che il
"Sole 24 Ore" ha fatto peggio del mercato: «La riduzione del
numero di copie vendute da parte dei principali quotidiani
nazionali è stata pari al 9,6% nel 2009: Il Sole 24 ORE,
anche per effetto della riduzione delle copie promozionate,
nello stesso periodo ha registrato una flessione dell'11,7%»
;
«I più
recenti dati relativi alla diffusione (ADS media mobile 12
mesi dicembre 2008 - novembre 2009) evidenziano una
riduzione del numero di copie diffuse in Italia dei
principali quotidiani nazionali a pagamento rispetto al
corrispondente periodo dell'anno precedente pari al 9,6%. E
questo principalmente a causa della politica di riduzione
delle copie promozionate praticata dagli editori.
Proprio per questo Il Sole 24 ORE, nel medesimo periodo,
registra una flessione del 11,7%, con circa 296 mila copie
medie» (pagina 30).
Occorre dunque domandarsi qual è l'identità del nostro
lettorato e quali sono le sue esigenze concrete. Noi
riteniamo che identità ed esigenze del lettore del "Sole 24
Ore" non siano mutate rispetto al passato e che la sua
richiesta sia quella di sempre: una domanda di informazione
economica, finanziaria, normativa e professionale e di
informazione di servizio di alta qualità.
Lo
dimostra il fatto che nelle occasioni in cui il nostro
quotidiano propone prodotti speciali, inchieste,
approfondimenti specifici su questi temi le vendite in
edicola segnano sempre un balzo. Vale la pena ricordare che
altri giornali economico/finanziari (Wall Street Journal,
Financial Times, Economist) proprio in questa fase
congiunturale, grazie al tipo di prodotto che propongono,
hanno risentito assai meno del nostro della recessione.
Perciò
vi annunciamo che, nel primo incontro in sede aziendale, vi
chiederemo innanzitutto un'operazione di trasparenza: vi
chiederemo quali sono le cifre e le tendenze delle vendite
reali.
I dati
negativi non si limitano purtroppo alla diffusione cartacea.
Secondo gli ultimi dati ufficiali (fonte Audiweb), resi noti
il 6 aprile, l'audience online del nostro quotidiano sta
calando in modo cospicuo. A febbraio 2010, a livello
nazionale gli utenti attivi nel giorno medio aumentavano del
16,9%, mentre calavano del 7,1% le pagine viste e del 6,7%
il tempo speso. Nello stesso periodo il brand online "Sole
24 Ore" segnava su base annua un calo del 2,3% degli utenti
unici (da 268mila a 262mila circa), del 19,8% delle pagine
viste (da 1,87 a 1,5 milioni) e del 32,7% dei tempi medi per
utente (da 5 minuti e 6 secondi a 3 minuti e 26 secondi).
Deve
essere chiaro a tutti che questi risultati non dipendono da
una caduta dell'impegno dei giornalisti. Per far funzionare
questa azienda i giornalisti, per quanto necessari e
insostituibili, non bastano - anche perché i giornalisti
sono solo un quinto della forza lavoro complessiva -.
La
crisi nella quale la nostra azienda si trova, oltre che
effetto della congiuntura generale e delle difficoltà
particolari del settore, è stata causata anche da gravi
errori, incertezze gestionali e da confusione nella
corporate governance. Nel momento più buio della storia
ultracentenaria del nostro giornale, proprio quando sarebbe
stata necessaria la massima attenzione del management, la
carica di amministratore delegato è rimasta vacante per tre
mesi.
Non
solo: secondo la relazione 2010 sulla corporate governance
(pagina 25) del Sole 24 Ore, trasmessa nei giorni scorsi al
mercato e alle autorità di vigilanza, la nostra società vede
i poteri di gestione attributi tanto al presidente,
Giancarlo Cerutti, quanto all'amministratore delegato. Un
caso di diarchia nelle decisioni gestionali più unico che
raro nel panorama delle quotate italiane.
Le
osservazioni che seguono sullo stato dei conti e
sull'"ultimo rigo del conto economico" (che era "l'unica
cosa che mi interessa", come ci disse l'ex Ad Claudio Calabi
che se n'è andato a dicembre incassando "altri compensi" per
944mila euro, si veda pagina 156) dimostreranno lo stato
confusionale nel quale ci siamo trovati.
Una
situazione alla quale è ora chiamata a trovare rimedio la
nuova Amministratrice delegata. Salutiamo la dottoressa
Treu, di cui conosciamo il vasto bagaglio di competenze
nell'editoria tecnica e professionale. A lei, così come a
noi tutti, auguriamo di conseguire rapidi e importanti
risultati, innanzitutto sul fronte delle vendite del nostro
quotidiano, ricordando che il vero problema che ci angustia
non è solo la caduta del giro d'affari, ma è la gestione
dell'azienda.
Quanto
al lavoro, nel 2009 il costo del personale, al netto «delle
variazioni di perimetro di consolidamento intervenute nel
periodo, da un lato, e dall'iscrizione degli oneri non
ricorrenti connessi con l'incentivazione all'uscita di
personale dipendente ed il piano di ristrutturazione e
prepensionamenti avviato, dall'altro», è drasticamente
calato. Al netto dell'effetto delle nuove acquisizioni e
degli oneri non ricorrenti 2009 che «ammontano
complessivamente a circa 21 milioni di euro, il costo del
personale mostra una riduzione del -2,7%, per effetto
principalmente del minor costo medio per dipendente, anche
grazie alle azioni di recupero delle ferie arretrate
realizzate» (pagina 26).
La
redazione, dunque, ha già dato, sia con la riduzione del
costo medio unitario del lavoro per effetto dello
smaltimento del monte ferie arretrate, del taglio dei
compensi ai collaboratori infra ed extragruppo, di altre
riduzioni ai costi, che con la riduzione del numero dei
giornalisti (che alla fine dello stato di crisi sarà calato
del 15% circa) stabilito con l'accordo sul piano di crisi
che abbiamo firmato nelle scorse settimane.
Perché
in profonda crisi è l'intero modello di business. A livello
di gestione industriale, rispetto al 2008 è girato in
negativo l'Ebitda della divisione editrice (quotidiano) e di
quella multimedia, è quadruplicato a livello di margine
operativo lordo il "rosso" della divisione System (che da
sola, in un anno, ha perso 46 milioni di fatturato) mentre
quello della Radio è rimasto invariato e il dato negativo
della divisione corporate e intercompany è aumentato di 3,5
volte a 32,4 milioni. I collaterali (libri, guide vendute
insieme al giornale) sono addirittura tracollati. L'anno
scorso hanno perso ricavi per 17,5 milioni di euro (-63% sul
2008). L'unica divisione con Ebitda positivo nel 2009 è
l'Editoria professionale.
Non
basta: la società non sa farsi pagare e lo stato dei crediti
che vanta nei confronti dei clienti peggiora vistosamente,
probabilmente per effetto di pubblicità pubblicata e non
pagata. I crediti lordi verso clienti scaduti da oltre 121
giorni ammontano a 52,65 milioni, sono cresciuti del 25,8%
su base annua e rappresentano ormai oltre i Â≤ dei crediti
complessivi. Un problema che rischia di compromettere i
prossimi bilanci. Fa acqua tutta la gestione finanziaria che
nel 2008 aveva fatto guadagnare 11 milioni, mentre nel 2009
il guadagno è stato di soli 2,7 milioni. Certo i tassi di
interesse si sono abbassati, ma di fatto i proventi
finanziari sono scesi del 75% in un anno.
Negli
ultimi 10 anni, secondo le analisi di Mediobanca, la nostra
società ha investito per linee esterne, in acquisizioni,
130,9 milioni di euro, al netto dell'investimento in
Radio24. Una massa enorme di denaro: le acquisizioni hanno
riguardato nel 2001 Calderini Edagricole, nel 2006 Editorial
Ecoprensa e Motta Architettura, nel 2007 Editoriale GPP,
Data Ufficio e Str, nel 2008 Esa Software e l'anno scorso
Motta Cultura.
Paradigmatica la vicenda di Blogosfere: come scrive il
bilancio (pagina 11) «a marzo 2009, il Gruppo, rispetto agli
impegni contrattuali definiti con l'accordo quadro del
luglio 2007, ha conseguito modifiche migliorative che hanno
consentito di acquisire un'ulteriore quota pari al 50% del
capitale della società Blogosfere Srl, portando la propria
partecipazione complessiva all'80%.
L'investimento è stato di 850 mila euro. La partecipazione è
stata ceduta nel mese di gennaio per un corrispettivo di 1,6
milioni di euro», da raccordare con quanto scritto a pagina
112: «Il costo complessivo dell'operazione, incluso quello
relativo alla prima tranche del 30% è stato di 1.621 mila
euro.
Negli
esercizi 2007 e 2008, quando la partecipazione era valutata
a patrimonio netto erano state imputate a conto economico
complessivamente 193 mila euro quali quote di perdita della
partecipazione». Nel solo 2009 sono stati svalutati
avviamenti per 8,63 milioni, tra cui integralmente quello
del settore cultura e per 7,92 milioni quello dell'editoria
di settore.
Business Media srl è stata svalutata di ben 14,2 milioni e
la 24 Ore Cultura di 4,7 milioni, Alinari 24 Ore di 1,3
milioni: in totale oltre 20,2 milioni in fumo. Perché?
Perché nel 2009 su 40 milioni di ricavi Business Media srl
ha segnato perdite per 10,8 milioni, il 25% del fatturato;
24Ore Cultura srl su 4 milioni di ricavi ne ha persi 3,7,
cioè quasi tutto il fatturato. Alinari 24 ore ha segnato
perdite pari metà dei ricavi (che erano di 3,2 milioni).
La
Radio, per quanto rappresenti un caso di scuola di successo
editoriale e segni ascolti in crescita, risente fortemente
del calo della raccolta pubblicitaria tanto che, dieci anni
dopo il suo lancio, non ha ancora prodotto utili. Ma non
basta: ricordiamo la disastrosa esperienza di 24OreTv, di
Salute e Benessere Channel, di 24Minuti; pensiamo
all'editoria di settore che sembrava l'Eldorado e che
invece, come segnalano i dati di Business Media, mostra le
prime crepe.
La
verità è che le acquisizioni del passato sono servite per
"comprare" fatturato. Ma quei ricavi sono stati acquistati a
carissimo prezzo, con valutazioni molto elevate delle
aziende acquisite. Oltretutto sono state acquisite aziende
procicliche nei periodi di culmine del ciclo economico: il
loro arretramento era inevitabile e difatti ora pesa sui
nostri conti. Eppure la società , nonostante questi pessimi
risultati, si intestardisce nell'idea di crescere attraverso
le acquisizioni. Lo spiega chiaramente la Relazione a pagina
15: «Le linee strategiche del Gruppo contemplano una futura
crescita per linee esterne.
Il
Gruppo intende infatti perseguire una strategia volta
all'espansione delle proprie attività attraverso
acquisizioni o accordi di collaborazione. Le difficoltà
potenzialmente connesse alle operazioni di acquisizione o
agli accordi di collaborazione, quali ritardi nel
perfezionamento delle operazioni o costi e passività
inattesi, potrebbero incidere negativamente sull'attività
del Gruppo e sui suoi risultati».
Con la
quotazione di fine 2007, l'azienda aveva incassato poco meno
di 210 milioni di euro. Oggi la posizione finanziaria netta
è sì ancora positiva ma si è ridotta a soli 98,8 milioni.
Erano 149 nel 2008. Il flusso di cassa complessivo è stato
negativo per 53 milioni nel 2009, ma era negativo per
addirittura 93 milioni nel 2008, anno in cui la crisi
mordeva meno. Nonostante questo, dal 2005 al 2009 questa
società ha distribuito agli azionisti oltre 60,7 milioni di
euro.
I
dividendi distribuiti sono pari a 3,5 volte tutti i profitti
fatti dal 2005 a oggi (che ammontano ad appena 14,96
milioni, per effetto della perdita di 52,56 milioni di
quest'anno). Se continuiamo a bruciare cassa a questi ritmi,
il rischio è che alla fine dell'esercizio 2011 la liquidità
sia esaurita. Se la situazione di crisi non fosse stata
ancora risolta, saremmo costretti a ricorrere a nuove
operazioni di finanza straordinaria o all'indebitamento. In
ogni caso, avremmo dilapidato i benefici della quotazione.
Il
tutto si riflette sulla débàcle dei corsi del nostro titolo,
riportata nel grafico di pagina 13. L'andamento di Borsa
parla ben più di tante parole. Ricordiamo solo che il 6
dicembre 2007 l'azione del "Sole 24 ore" entrava in Borsa a
5,75 euro e che l'ultimo prezzo di ieri era di 1,74 euro: il
titolo ha perso il 70% del suo valore. Ma per la società
pare non esserci problema, tant'è vero che scrive «il titolo
Il Sole 24 Ore ha recuperato dai minimi di marzo 2009 il
24%, in linea con la performance fatta registrare sullo
stesso orizzonte temporale (marzo-dicembre) dal Dow Jones
Euro STOXX Media P index».
Certo,
dai minimi storici di marzo il titolo ha un po' recuperato.
Ma dai minimi relativi di fine ottobre / inizio novembre,
mentre la Borsa si riprendeva e i titoli media europei
segnavano un timido recupero, il trend della nostra azione è
rimasto negativo.
Signora Amministratore delegato, signor Presidente,
consiglieri e sindaci, signori azionisti, occorre uscire
dall'ottica fuorviante, già peraltro smentita dai fatti, che
"Il Sole 24 Ore" sia una semplice fabbrica di eterni
profitti da incassare. Chiediamo all'azionista di
riferimento di occuparsi della sua società in un'ottica
positiva, abbandonando qualsiasi tentazione di appoggiarsi a
passate rendite di posizione che questa recessione ha
definitivamente dimostrato non esistere più.
Vigileremo concretamente sull'operato di chi ci amministra:
non accetteremo supinamente che si continui a investire
attraverso acquisizioni il cui track record è ampiamente
negativo. Chiediamo investimenti sul quotidiano e
sull'online che riteniamo imprescindibile per il futuro
della nostra società .
Da
questo punto di vista riteniamo fondamentali due questioni:
quella dell'investimento sull'online e quella del formato di
stampa del quotidiano. Fronti sui quali le promesse
aziendali di investimenti, negli ultimi anni, sono fioccate
puntuali a ogni incontro, a ogni assemblea, a ogni cambio di
management. Eppure di quelle promesse sull'attenzione alla
centralità del quotidiano e sullo sviluppo dell'informazione
online non abbiamo ancora visto la concretizzazione.
Per
potenziare davvero, e non solo a parole, l'informazione
online occorrerà investire. Perché oggi la redazione del
quotidiano può scrivere per la carta stampata su un sistema
editoriale ma per contribuire al web deve passare per
assurdi scambi di email e di file. Lo stesso vale per i
colleghi della redazione online quando scrivono per il
quotidiano. Eppure sin dal 2007 tutta la redazione ha già
espresso la sua disponibilità a saltare queste barriere,
firmando con l'azienda un accordo sulla piena multimedialità
.
Sono
tre anni che aspettiamo un segnale dalla società : quand'è
che l'azienda si deciderà a passare dalle promesse ai fatti
con l'acquisto di un sistema editoriale unico per tutti i
media del gruppo? Quando analizzeremo con metodologia
scientifica il nostro lettorato online, per capire quali
sono le sue richieste e se convenga davvero, o no, passare
da una informazione specialistica a una generalista?
Soprattutto, quando sarà valutata l'opportunità di insistere
ancora con la cessione gratuita sul web di contenuti di
qualità , prodotti con costi non irrilevanti? Di studiare
forme di abbonamento e/o di pagamento spot, anche tramite la
strada dei micropagamenti, come stanno facendo da tempo i
nostri concorrenti internazionali e altre primarie case
editrici nazionali? Quando la società si attiverà per far
cessare la riproduzione gratuita in rete dei contenuti del
giornale, pur coperti da copyright, e procedere così al
recupero di questa massa di ricavi che oggi sfugge al conto
economico?
Quanto
alla vicenda del formato di stampa del quotidiano, vogliamo
essere chiari un volta per tutte. Al netto delle questioni
editoriali, che attengono al direttore, con cui presto
intendiamo confrontarci, il progetto di passaggio al formato
tabloid NON è stato ancora discusso ufficialmente con i
giornalisti del «Sole 24 Ore». Dunque riteniamo che
qualsiasi piano debba ancora passare al vaglio preventivo
della redazione.
Prima
di esprimere un parere, positivo o negativo che sia,
chiederemo garanzie occupazionali strettissime sul cui
rispetto vigileremo.
Signora Amministratore delegato, signor Presidente,
consiglieri e sindaci, signori azionisti, la redazione del
"Sole 24 Ore" vi dice forte e chiaro che il tempo della
fiducia acritica, delle deleghe in bianco, degli spettatori
silenziosi è finito. Vi hanno posto fine la crisi
strutturale dell'editoria e quella congiunturale dell'intera
economia italiana. In un'azienda come la nostra, i cui
prodotti editoriali insistono sull'etica della
responsabilità , noi vi chiediamo più responsabilità e più
etica. Sinora l'impegno aziendale è stato però
insufficiente.
Per tutti questi motivi, votiamo "no" al bilancio 2009.
[14-04-2010]
|
FACCI &
RINFACCI - E “IL FATTO” OCCUPA “LIBERO” - Almeno 35 milioni di
euro. Sono i soldi pubblici che il quotidianodegli angelucci ha
ricevuto dal 2003 a oggi - Una media di sei milioni di euro
all’anno. Tradotto, mezzo milione di euro al mese - Per capire
quanto pesano i contributi statali sul bilancio di Libero basti un
dato: il costo del personale nel 2008 è stato di 7,5 milioni,
circa 300 mila euro in meno del contributo…
Marco Lillo e Paola Zanca
per
Il Fatto
Almeno 35 milioni di euro. Sono i soldi pubblici, secondo i dati
pubblicati dal governo, che il quotidiano Libero ha ricevuto dal
2003 a oggi. Una media di sei milioni di euro all'anno. Tradotto,
mezzo milione di euro al mese. Un'entrata niente male: ora si
capisce perché da quando è nato, nel 2000, il giornale fondato da
Vittorio Feltri ha fatto di tutto per rincorrere la legge.
Prima organo
di partito, poi cooperativa di giornalisti, in fine diretta
emanazione della Fondazione San Raffaele, che ne controlla il 100
per cento delle azioni. A ogni cambio, un aumento dell'incasso.
Ha
cominciato come organo del Movimento Monarchico Italiano. Come? Ce
lo spiegano proprio i monarchici: "L'accesso ai finanziamenti
statali era prerogativa del Periodico Opinioni Nuove - spiega il
segretario nazionale dell'Mmi, Alberto Claut - che inizialmente
percepiva l'equivalente di 8.000 euro in quanto periodico
d'informazione del Movimento Monarchico Italiano rappresentato in
Parlamento da senatori e deputati con apposita dichiarazione
scritta"".
Proprietario
della testata Opinioni Nuove, la stessa con cui oggi è registrato
Libero, era il Centro Studi Sociali A. Cavalletto Soc. Coop. a
r.l,: una cooperativa di Padova che nel 2002 prima affittò la
testata, e poi la vendette. Primo acquirente fu Stefano Patacconi,
imprenditore morto suicida nel 2001.
È allora che
arrivano gli Angelucci, imprenditori della sanità con il pallino
dell'editoria. I monarchici, con i proventi della compravendita
decisero di pubblicare un nuovo periodico, Opinioni Nuove Notizie
che non riceve alcun finanziamento.
"Controlli
pure, abbiamo fatto delle inserzioni pubblicitarie su Libero il 4
novembre e il 17 marzo scorso, e le abbiamo pagate normalmente.
Sarei molto felice di dire che la Repubblica italiana sta
finanziando i monarchici - dice il segretario dell'Mmi, Alberto
Claut - ma non è così. Peccato, non posso dirlo".
La
Repubblica, in compenso, finanzia - e bene - la creatura di Feltri
ora affidata a Maurizio Belpietro. A Libero capiscono subito che
uno dei modi per intascare più soldi è aumentare la tiratura,
anche a costo di regalare il giornale. Il contributo all'editoria,
infatti, si basa sui costi sostenuti dall'impresa e sul numero di
copie stampate.
Come
documentato da Report nel 2006, Libero usa abbandonare vicino alle
fermate della metropolitana copie e copie del giornale, che i
cittadini possono gratuitamente portarsi a casa. Sono lontani i
tempi degli otto mila euro all'anno che i monarchici ricordano,
nel 2003, Libero - in qualità di ex organo di movimento politico e
ora considerato "cooperativa speciale" - riceve dallo Stato
5.371.151,76 euro.
Alla Cel
(Cooperativa editoriale Libero) va di lusso anche l'anno dopo: non
ha più i benefici da ex organo politico, ma può godere dei
contributi concessi alle cooperative editrici nate prima del 30
novembre 2001. Guarda caso lo è, e nel 2004 becca 5.990.900,01
euro.
Lo stesso
anno prende 463.742,64 come credito di imposta sulle spese
sostenute per l'acquisto della carta utilizzata. Non va peggio
l'anno dopo, anzi. Per la carta prende 558.106,53 e il contributo
diretto continua a salire toccando quota 6.417.244,86. é qui che
arriva l'ennesimo salto di qualità: dal 2005 Libero riceve
contributi pubblici perché edito da un'impresa editrice la cui
maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o
enti morali.
Per questo
nel 2006 porta a casa 7.953.436,26 euro e nel 2007 altri
7.794.367,53.
Nel frattempo da cooperativa si è trasformata in una srl,
la Editoriale Libero. Ma tranquilli, c'è ancora un modo per
continuare a ricevere soldi. Basta mettere come socio di
maggioranza la Fondazione San Raffaele, presidio ospedaliero di
Ceglie Messapica, provincia di Brindisi.
Per capire
quanto pesano i contributi statali sul bilancio di Libero basti un
dato: il costo del personale nel 2008 è stato di 7,5 milioni,
circa 300 mila euro in meno del contributo. In pratica tutti i 98
dipendenti (compresi 83 giornalisti) sono stati pagati con i soldi
di quello stesso Stato che ogni giorno viene attaccato per i suoi
sprechi dal giornale di Maurizio Belpietro.
[07-04-2010]
|
FINANZIAMENTI PUBBLICI AI GIORNALI? ‘FATTO’! ANCHE IL QUOTIDIANO
DI PADELLARO & TRAVAGLIO, CHE SOTTO LA TESTATA RIPORTA SCRITTO
“NON PERCEPISCE ALCUN FINANZIAMENTO PUBBLICO”, PERCEPISCE IL
FINANZIAMENTO PUBBLICO. AFFIANCO ALLA TESTATA SI LEGGE «D.L.
353/03», CIOE’ “ACCESSO ALLE TARIFFE AGEVOLATE PER I PRODOTTI
EDITORIALI”: SONO I FAMIGERATI CONTRIBUTI INDIRETTI CHE
RAPPRESENTANO “LA FETTA PIU’ GROSSA DISTRIBUITA AI GIORNALI” COME
DISSERO IN CORO ‘REPORT’, GRILLO E PERSINO TRAVAGLIO. ORA CHE
TREMONTI STA CHIUDENDO I RUBINETTI, PERO’, ECCO CHE ANCHE ‘IL
FATTO’ STRILLA: “COLPO AI GIORNALI”
Filippo Facci per
Libero
Non c'è niente
di drammatico nell'appartenere alla famigerata casta dei giornali:
purché chi vi appartiene non combatta una battaglia contro la
famigerata casta dei giornali. E' il caso de Il Fatto, sotto la
cui testata c'è scritto che «Non riceve alcun finanziamento
pubblico» anche se non è vero, anzi, è decisamente falso.
Affianco
alla citata frasetta, infatti, in piccolo, si legge «Spedizione
abb. postale D.L. 353/03 (conv. in L.270/02/2004) Art. I comma I
Roma Aut. 114/2009» che in lingua italiana significa che il
quotidiano, dopo averne fatto richiesta, fruisce delle «tariffe
postali agevolate per i prodotti editoriali».
Trattasi dei
pure famigerati «contributi indiretti» che riguardano le tariffe
postali e che nel caso rappresentano, con quelle elettriche
telefoniche, «la fetta più grossa distribuita a tutti i giornali»:
la definizione è di una celebre puntata di Report andata in onda
il 23 aprile 2006.
Sono
agevolazioni di cui può giovarsi chi ne faccia richiesta,
s'intende: è, anche, il caso de Il Fatto. Ed è il caso, per fare
esempi notevoli, de La Repubblica-Espresso che nel 2004 hanno
ricevuto 12 milioni di euro, Rcs e Corriere della Sera 25 milioni
di euro, Il Sole 24 Ore della Confindustria 18 milioni di euro,
Mondatori 30 milioni di euro.
Restando ai
soli abbonamenti, per ogni copia spedita, Il Sole 24 Ore invece di
26centesimi ne spende solo 11. La differenza ce la mette lo stato.
Nel 2004, nel caso, ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro. Ma
questi erano appunto i dati del 2004. E oggi? E, per quanto
c'interessa, nel caso de Il Fatto? Dipende dallo scaglione di
sconto.
Il quotidiano
diretto da Antonio Padellaro vanta 45mila abbonamenti dei quali
soltanto ottomila sono cartacei: gli altri - riferiscono fonti
interne al giornale - sono tutti online, spediti in formato Pdf.
Lo sconto dipende dal peso fisico del giornale, che nel caso è
attorno ai 200 grammi e appartiene quindi allo scaglione che
prevede uno sconto del 50 per cento; la tariffa di 26 centesimi
per copia scende perciò a 13. Ergo, fanno poco più di mille euro.
Al giorno.
Calcolando le
312 uscite annuali de Il Fatto (che il lunedì non è in edicola)
fanno circa 325mila euro che non vengono pagati e che le Poste si
fanno rimborsare dallo Stato, cioè dal contribuente, come si dice.
Dai cittadini, direbbe Di Pietro.
E un Beppe
Grillo? Come lo direbbe? Più o meno come lo fece il 6 marzo 2008
sul suo blog, mentre preparava il Vaffa-day del 25 aprile
successivo: «Berlusconi, De Benedetti, la Confindustria e il
salotto buono di Rcs si fanno pagare i costi del telefono, della
luce e dei francobolli per le spedizioni. Sono contento. I più
ricchi imprenditori italiani lo sono anche per merito nostro.
Quando lo psiconano leccherà un francobollo gratis per spedire
Panorama, penserà a noi con affetto sincero».
Ora: se Il
Fatto fruisca anche di agevolazioni per la luce e per il telefono
noi non sappiamo, anche se non stupirebbe né scandalizzerebbe. Ma
per i francobolli, come detto, sì, c'è scritto in testata.
Padellaro e Travaglio posso ringraziare a loro volta.
Invece si lamentano. Su Il Fatto di ieri, a pagina 10, compare un
riquadrino titolato «Un colpo ai giornali» in cui si condanna «la
riduzione delle tariffe postali che riguardano 8000 testate».O
Cioè: abbattono
il grosso dei soldi elargiti alla casta giornalistica (Grillo ci
promosse un fallito referendum) e a Il Fatto non sono contenti.
Per niente: «L'intervento», si legge, «cancella i 50 milioni di
euro di rimborsi alle Poste e rischia di incidere anche sui costi
degli abbonamenti in corso, penalizzando i gruppi che si affidano
meno all'edicola».
Esempi da
fare? Eccoli: «Il Sole 24 Ore o Italia Oggi». Basta. Il Fatto
dimentica di citare Il Fatto. E Marco Travaglio, probabilmente,
spera che qualche grillino dimentichi ciò che disse lui stesso
arringando la folla del 25 aprile 2008, quando tuonò contro i
finanziamenti all'editoria (tutti i finanziamenti all'editoria)
pur scrivendo sull'Unità che percepiva dei contributi diretti
milionari, allora come oggi. Ora invece scrive su Il Fatto, che i
contributi li percepisce indiretti. E ha un bel contratto con la
Rai, pagata con il canone.
[05-04-2010]
Libero” ci
ha colto sul ‘Fatto’, anzi sul Misfatto - Il Fatto beneficia di
una riduzione sulle tariffe per la spedizione del giornale sugli
abbonati postali che sono meno di 10mila - La scritta “non riceve
alcun finanziamento pubblico” posta sotto la nostra testata
risponde al vero”…
Il Fatto
Ebbene sì,
"Libero" ci ha colto sul Fatto, anzi sul Misfatto. Il Fatto
beneficia di una riduzione sulle tariffe per la spedizione del
giornale sugli abbonati postali che sono meno di 10mila. Viceversa
sugli abbonati online che ricevono l'edizione in pdf paghiamo
un'Iva del 20% rispetto a meno del 4% che viene applicato alle
vendite in edicola e agli abbonamenti postali.
Il
giornalista di "Libero" sa certamente che quello che lo
scandalizza è un giro-conto: le poste operano in monopolio ed
applicano le tariffe più alte d'Europa prestando il peggior
servizio d'Europa e lo stato restituisce alle stesse Poste il 50%
delle tariffe applicate.
Questo
monopolio dovrebbe cessare il 31-12-2010. Siamo certi di poter
ottenere sul libero mercato un prezzo ed un servizio molto
migliore di quello pur agevolato ora concesso dalle Poste.
La scritta
"non riceve alcun finanziamento pubblico" posta sotto la nostra
testata risponde al vero e viene messa in evidenza per assicurare
ai lettori la più piena autonomia e indipendenza di questo
giornale dai cosiddetti poteri forti includendo in questa
categoria anche i partiti politici.
Entro due
mesi la nostra società presenterà la propria dichiarazione dei
redditi relativi al 2009. Ne invieremo copia a "Libero" (giornale
ben foraggiato di fondi pubblici attraverso il Partito Monarchico)
che potrà verificare il rapporto dare-avere tra il Fatto spa e lo
Stato.
[06-04-2010]
FACCI &
RINFACCI – FILIPPO RISPONDE AI FATTOIDI: “RENDETE NOTO CIÒ CHE
INVECE ERA STRANOTO A TUTTI: CHE MOLTI QUOTIDIANI PERCEPISCONO
LAUTI CONTRIBUTI PER L'EDITORIA. NÉ LIBERO O L'UNITÀ O AVVENIRE
HANNO MAI TUONATO CONTRO LE AGEVOLAZIONI. NON È OBBLIGATORIO PER
IL “FATTO” ACCEDERE AL FINANZIAMENTO CHE LO STATO RIMBORSA ALLE
POSTE, BASTEREBBE SPEDIRE LA COPIA CON UN BEL FRANCOBOLLO”…
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro D'Agostino, vedo che il banale dettaglio da me reso noto (i
contributi indiretti presi da Il Fatto) hanno spinto gli amici del
quotidiano di Padellaro a rendere noto ciò che invece era stranoto
a tutti: che Libero, come altri quotidiani, percepisce lauti
contributi diretti per l'editoria. Non era un segreto. Ne parlò
Report sin dal 2006. Nessuno lo negava o se ne vergogna, mi pare.
Nessuno, a Libero o altrove, ha mai fatto un baccano d'inferno
contro i finanziamenti diretti o indiretti, quelli più onerosi per
il contribuente e contro i quali Beppe Grillo e compagnia chiesero
un referendum abrogativo.
Non è su
Libero che scrivono certi cerebrolesi che da anni dicono cazzate
tipo «siamo noi che vi manteniamo» rivolto ai giornalisti. Non è
Libero, e neppure l'Unità, e neppure Avvenire, ad aver deciso di
riportare, sotto la testata, che non riceve «alcun finanziamento
pubblico». Libero non ha mai tuonato, mi pare, contro le
agevolazioni che riceve. Così' come nessuno ha mai obbligato il
Fatto ad accedere al finanziamento - pardon - al «contributo
indiretto» che lo Stato rimborsa alle Poste. Non è obbligatorio
fruire del rimborso, basterebbe cioè spedire la copia con un bel
francobollo.
E' il Fatto
che ne sta facendo una tragedia: ma basterebbe che aggiungesse,
sotto la testata, che non percepisce contributi «diretti». Che il
Fatto beneficiasse di contributi indiretti a quanto pare non lo
sapeva nessuno o quasi, e io l'ho scritto: ecco tutto. Per il
resto: se ritengono che le agevolazioni sulle spedizioni postali
non siano paragonabili ai finanziamenti diretti, che dire: lo
dicano a Beppe Grillo, ai grillini, ai travaglini, a loro stessi.
Cordialità.
Filippo Facci
|
PREZZI DELLA BENZINA, IL "CORRIERE" E LA REAZIONE DEI
PETROLIERI...
Ferruccio De Bortoli per
il "Corriere della Sera" -
L'Unione Petrolifera ha definito «infondate e strumentali» le
polemiche sull'aumento dei prezzi del carburante, di cui ha dato
conto in questi giorni il Corriere. Una lettera del suo presidente
Pasquale De Vita, sgarbata nella forma e contraddittoria nei
contenuti, ci accusa addirittura di mistificare la realtà. De
Vita, da troppi anni alla guida dell'associazione che riunisce le
compagnie petrolifere, non è nuovo a simili performance e ha
sempre scambiato (anche negli incolori anni trascorsi all'Eni) il
diritto d'informazione per una fastidiosa accisa che grava
sull'universo, splendido e intoccabile, dei suoi associati.Noi non
abbiamo fatto altro che notare, ancora una volta, come i prezzi
alla pompa si adeguino velocemente nelle fasi di aumento del
greggio mentre scendano con scandalosa lentezza in quelle in cui
il prezzo della materia prima cala, anche di colpo. E abbiamo
ascoltato oltre alla voce delle associazioni dei consumatori anche
quella, autorevole, di molti imprenditori del settore di cui
abbiamo grande stima. Certo, c'è il problema del riassetto della
rete, oltre al tema fiscale, ma credo che gli automobilisti
abbiano diritto a pretendere un maggior rispetto e a non essere
presi puntualmente in giro con spiegazioni incomplete o
fuorvianti.
L'Unione
petrolifera minaccia querele? Le faccia. Se invece, come lo sono
molti dei suoi associati, vuole dimostrarsi più attenta alle
esigenze dei consumatori di quanto non lo sia il suo presidente e
vorrà accettare un franco e rispettoso confronto pubblico, sarà la
benvenuta. Altrimenti dovremo concludere che finché c'è De Vita
non c'è speranza.
14.04.10 |
IL MISTERO LEBEDEV – CHI È L’UOMO CHE SI STA PRENDENDO (PER
UNA STERLINA) UNA BUONA FETTA DI OPINIONE PUBBLICA INGLESE
(“INDEPENDENT” E “EVENING STANDARD”) – E’ “LIBERAL”,
BANCHIERE, DEPUTATO, MECENATE, E TYCOON DEI MEDIA - CONTESTA
PUTIN E FREQUENTA BROWN, LA FAMIGLIA REALE E LE STAR, MA
FINO AL 1992 ERA UNA SPIA DEL KGB A LONDRA – E SE INVECE
FOSSE IN MISSIONE PER CONTO DEL SUO EX COLLEGA PUTIN,
CONQUISTANDO AVAMPOSTI DI OPINIONE PUBBLICA IN OCCIDENTE?….
Anna Zafesova
per "la
Stampa"
Al suo primo grande party in terra britannica - una raccolta
fondi per bambini leucemici nella tenuta della famiglia di
Lady Diana - si sono presentati Salman Rushdie, Elle
Macpherson, Quincy Jones e una manciata di membri della
famiglia reale. Alle sue cene di charity vengono Elton John,
Naomi Campbell e l'idolo dei russi rampanti, la baronessa
Thatcher.
Se i liberal inglesi ieri hanno tirato un sospiro di
sollievo per le sorti economiche del loro giornale
preferito, "The Independent", acquistato insieme al
supplemento domenicale per la simbolica cifra di una
sterlina dall'oligarca russo Alexandr Lebedev, non
dovrebbero nemmeno preoccuparsi troppo per la sua immagine.
Il nuovo proprietario non è certo un borgataro moscovita
trapiantato a Londongrad, le sue maniere sono impeccabili,
le sue frequentazioni invidiabili e se il suo passato
conserva zone d'ombra si tratta comunque di un mistero che
da queste parti è sempre stato considerato chic: oggi
banchiere, deputato, mecenate, fino al 1992 Lebedev era un
agente del Kgb, che lavorava a Londra come spia.
Forse è stato in quegli anni che si è appassionato a leggere
l'"Independent", e l'"Evening Standard" che ha già comprato
l'anno scorso, aumentandone in pochi mesi la tiratura da 250
a 600 mila copie grazie alla drastica decisione di renderlo
gratuito. Il fatto che una buona fetta di opinione pubblica
britannica finisce in mano a un ex 007 russo non sembra
imbarazzare troppo Gordon Brown, che di recente si è
intrattenuto a lungo con il nuovo tycoon dei media, sancendo
così l'entrata di Lebedev nell'establishment londinese.
Secondo alcuni, era proprio questo l'obiettivo dello
shopping di giornali dell'oligarca, mentre per molti
commentatori russi Lebedev - uno degli ultimi oligarchi a
sopravvivere, e sicuramente il più critico nei confronti di
Putin - si sta comprando a Londra una superpolizza di
assicurazioni contro le persecuzioni del Cremlino, al quale
ha appena ceduto con forte sconto i suoi pacchetti in
Aeroflot e in altre grosse aziende, che ritornano così allo
Stato russo.
Un'altra ipotesi è che Lebedev - secondo la vecchia regola
che una spia non va mai in pensione - sia in missione per
conto di un altro suo ex collega, Putin appunto,
conquistando avamposti di opinione pubblica in Occidente.
Dove stia la verità lo sa soltanto questo 50enne elegante e
spiritoso, che a differenza di altri oligarchi non ha mai
cambiato moglie (anche perché la signora Natalia è figlia di
un famoso scienziato sovietico e gli ha aperto porte
importanti nell'élite moscovita) e dichiara pubblicamente il
disprezzo per gli yacht e le squadre di calcio.
Il suo patrimonio oggi viene valutato in 2,5 miliardi di
dollari e il suo impero spazia dalle compagnie aeree alle
assicurazioni, agli alberghi di lusso e ovviamente alla
finanza. A leggere oggi la sua biografia sembra che Lebedev
avesse studiato fin da piccolo per diventare quello che è
diventato: nato in una famiglia di professori dei due atenei
più prestigiosi di Mosca, ha imparato l'inglese fin da
bambino e all'università si è specializzato in finanza
internazionale.
Quando è caduta l'Urss era uno dei pochi in circolazione a
sapere cosa fosse un bond e ne ha approfittato subito, anche
perché la sua carriera nel Kgb non era stata brillantissima.
Raggiunto il rango di tenente colonnello, restava, secondo
la sua stessa definizione, «un pesce piccolo», e i colleghi
che hanno accettato di parlarne con i giornali inglesi lo
ricordano ancora con un filo di antipatia: troppo
«filoccidentale», troppo critico verso il comunismo, troppo
«arrogante e liberale».
Quest'ultima è una definizione alla quale tiene molto anche
oggi: Lebedev è proprietario, insieme a Mikhail Gorbaciov,
della "Novaya Gazeta", il giornale di Anna Politkovskaya, e
un altro suo giornale, il "Moskovsky Korrespondent", è stato
chiuso dopo aver pubblicato la storia sul flirt tra Putin e
la giovane ginnasta Alina Kabaeva. Ha sfidato alle elezioni
il potentissimo sindaco di Mosca Luzhkov, e dice che è stato
il Cremlino a intimargli di ritirarsi.
Fedelissimo di Eltsin - ammette apertamente di essere stato
protagonista di alcuni dei più grossi scandali politici
degli anni ‘90, e la sua banca, la NRB, è stata lanciata da
Gazprom - non esita invece a criticare Putin. Il fatto che
rimanga illeso ha fatto sospettare a qualcuno che in realtà
Lebedev fosse un'oppositore di Sua Maestà, il «liberale»
distaccato dal Cremlino in missione a Londra, come vent'anni
prima. Ma per politologi di calibro come Nikolay Petrov del
Carnegie Moscow Centre questo oligarca così attento alla sua
immagine resta un mistero: «Non sappiamo chi sono i suoi
protettori politici». Per una ex spia è un buon risultato.
[26-03-2010] |
MI SON
FATTO L'EDITORE DEL "FATTO"! - "IL
GIORNALE" DI FELTRUSCONI FA PELO E CONTROPELO A FRANCESCO
ALIBERTI - I SOLDI VERI, SOSTIENE CHI LO CONOSCE BENE,
CONTINUA A FARLI CON LE CASE. I LIBRI, PIÙ CHE ALTRO, LI USA
PER DARSI UN TONO TRAVAGLIESCO. IL GIORNALE, INVECE, è UN
POLLAIO DALLE UOVA D'ORO (3 MILIONI DI EURO IN POCHI MESI)...
- -
Luigi Mascheroni per "il
Giornale"
Immobiliarista di lungo corso ed
editore di recente conio, Francesco Aliberti paga dazio a
quest'epoca di scarse letture e ancor più spente
intellighentie. Fosse vissuto una generazione fa, e avesse
lavorato a Milano, sarebbe stato Feltrinelli. Appartenendo a
quella di un quarantenne, e vivendo a Reggio Emilia, può
essere solo Aliberti.
Feltrinelli era un ricco borghese
impegnato nella rivoluzione comunista che coi libri faceva
prima di tutto politica, e incidentalmente parecchio denaro.
Aliberti è un rampante imprenditore disimpegnato che cerca in
ogni modo di fare soldi, cavalcando opportunisticamente la
politica. Che dal punto di vista editoriale, in questi momenti
di crisi, segue l'onda lunga dell'antiberlusconismo, dei «No
Cav Day» riempi-piazze e salva-bilanci, del «travaglismo»
inteso come fenomeno economico più che politico.
Libri che non spostano voti ma
macinano soldi. E fu così che Francesco «Frank» Aliberti,
palazzinaro rampante in quel di Reggio Emilia, Reggio la «Rossa»,
diventò coeditore del Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro e
Marco Travaglio. Ma anche - non si sa mai come vanno le cose
in politica - socio della Contenuti Digitali srl che edita il
quotidiano digitale Reggio24Ore. Foglio apolitico, ma solido.
Classe 1969, una prestigiosa laurea in
Italianistica con Ezio Raimondi conseguita all'Università
degli Studi di Bologna e un'avviata Agenzia di intermediazione
immobiliare registrata presso la Camera di commercio di Reggio
Emilia, oltre che lettore onnivoro ed elettore di sinistra,
Francesco Aliberti fondò l'omonima casa editrice nel vicino
2001. Inizialmente pubblicava di tutto, e di tutti, senza
alcuna preclusione di generi, titoli o colore politico.
Fece un discreto colpo, nel 2003, con
un romanzo inedito di fantascienza di Giorgio Scerbanenco, per
dire. Poi nel catalogo entrarono biografie, libri-inchiesta,
libri-intervista e anche tanti instant book, detti anche libri
«stampa-e-getta»: se vuoi fare soldi, nell'editoria di
questi tempi, meglio farli subito. Intanto il giovane tycoon
spostava la sede legale e politica dell'azienda a Piazza del
Popolo a Roma, mantenendo la divisione cinemascope e
audiovisivi nel palazzo «di famiglia» di via Meuccio Ruini a
Reggio. Esempio perfetto di glocalismo multimediale.
Passione smisurata per la cultura e
orientamento generalista per i libri, Aliberti col tempo si è
portato in casa editrice parecchi vip dei salotti chic, come
Maurizio Costanzo, come Roberto Cotroneo, o Alberto Fortis, o
Marco Presta, o Umberto Tozzi, o Enrico Vaime, addirittura un
gigante come Claudio Sabelli Fioretti, persino il potentissimo
Pier Luigi Celli, per un libro del quale, nel 2008, l'editore
corrispose i diritti non in denaro, ma in bottiglie di
Lambrusco. Del suocero, notissimo viticoltore della zona. Del
resto, già Giulio Einaudi pagava gli autori con i prodotti
dei poderi di Dogliani e Barolo... La vera cultura non ha
prezzo.
Poi, dopo i libri-intervista ad
Alessandra Mussolini Se ci fosse ancora Lui e al ministro
Sandro Bondi su di Lui, dopo i libri di Cossiga e quello
imperdibile - Stelle a destra - di Mara Carfagna (ormai siamo
a circa cento titoli all'anno, si stampa tutto), ecco la
scelta azionista che porta Aliberti a diventare socio della «Editoriale
Il Fatto s.p.a» di Padellaro, Travaglio&Co. In sospetta
concomitanza con la deriva editoriale antiberlusconiana.
Ad esempio: le memorie della geisha
Patrizia D'Addardo Gradisca, presidente («Il libro della D'Addario
vale centomila copie», dichiarò al momento del lancio
Francesco Aliberti; a Natale se ne sono contate appena un paio
di migliaia vendute... a conferma del fatto che un conto è
costruire case, un altro vendere libri), poi il poema
Berlusconeide con le vignette di Vauro, la biografia «non
autorizzata» del Cavaliere firmata da Paolo Guzzanti, il
libro-rivelazione su Il caso Genchi scritto da Edoardo
Montolli e certificato da Marco Travaglio, fino al recente
instant-book dal titolo e dal colore Viola di Federico Mello,
già giornalista di Annozero e attualmente del Fatto
Quotidiano su - come recita il sottotitolo - «L'incredibile
storia del No B Day.
La manifestazione che ha beffato
Silvio Berlusconi». E il sogno d'oro dell'editore rosso si
tinse di viola. Anche se, come malignano gli scettici,
l'editore Francesco Aliberti, in barba alla memoria di
Feltrinelli, più che alla rivoluzione sociale sembra
preoccupato del capitale societario. Intuito un vuoto del
mercato, ci si è buttato. Il colore dei soldi, notoriamente,
non è né il rosso né il viola.
«Il ruolo dell'editore è quello del
mediatore, dell'intermediario. Non del giudice censore.
Bisogna dare al lettore ciò che chiede», ha detto una volta.
Concetto sintetizzato nello slogan della maison Aliberti: «Andiamo
dove vanno i lettori». Che solo per caso, ultimamente,
coincidono sempre con gli stessi elettori.
[03-03-2010] |
RCS: PERRICONE,
CDA AFFRONTERA' ANCHE PIANO INDUSTRIALE...
(Adnkronos) - Il piano industriale di
Rcs "e' uno degli argomenti che saranno affrontati nel
corso del cda del 18 marzo sul bilancio". E' quanto
sostiene l'ad di Rcs Antonello Perricone oggi a margine della
giornata in ricordo di Candido Cannavo' ad un anno dalla sua
scomparsa. Sempre a proposito del prossimo cda di marzo il
presidente di Rcs Pier Gaetano Marchetti, riguardo la
possibilita' che si parli anche dei vertici di Rcs Quotidiani
ha risposto con un laconico 'non lo so", sottolineando
come il cda siano convocato per parlare di bilancio.
28.02.10 |
|
DAGOSFIDA – DIVIETO DI PUBBLICARE LE FOTO
DELLA TULLIANI CON L’EX GAUCCI? NOSSIGNORE, QUELLO DEL
GARANTE È SOLO UN INVITO LIMITATO AI MOTORI DI RICERCA (LO
SPIEGA "REPUBBLICA") - LA SOLIDARIETÀ DI (QUASI
TUTTI) I LETTORI E UN MISTERO: NEL SITO DEL GARANTE NON C’È
TRACCIA DEL PROVVEDIMENTO CITATO DALL’AVVOCATO DI LADY FINI…
"STOP ALLE MIE VECCHIE FOTO" OK DEL
GARANTE ALLA TULLIANI MA DAGOSPIA SFIDA LA RACCOMANDAZIONE
Da "la Repubblica"
Polemica tra il sito web Dagospia ed
Elisabetta Tulliani, attuale compagna di Fini. Con una lettera
di "raccomandazione" il Garante della privacy, il 24
dicembre, è intervenuto per riconoscere il «diritto
all'oblio» chiesto dalla Tulliani a proposito di foto e video
che la ritraggono con l'ex fidanzato Luciano Gaucci, allora
presidente del Perugia calcio. La Tulliani, tramite il legale
Michele Giordano, ha chiesto al Garante di tutelare il diritto
a veder cancellate immagini antiche di anni superate dalla
nuova fase esistenziale.
Il Garante, con la missiva e non con un
provvedimento, ha ritenuto che, fatto salvo il diritto di
cronaca, è possibile bilanciare il diritto all'oblio non
rendendo reperibili le immagini attraverso i motori di
ricerca. Regola che in passato, con misure ad hoc, ha
riguardato gli archivi di vari quotidiani in caso di fatti,
come un arresto, non seguiti dalla notizia dell'assoluzione.
Il legale della Tulliani ha scritto a Dagospia per ottenere
che le foto non fossero più reperibili sul sito, che risponde
ripubblicandole e polemizzando con il Garante.
FINALMENTE ABBIAMO CAPITO CHI SIAMO: BUFFONI!
– CI SCRIVE L’AVVOCATO MICHELE GIORDANO, LEGALE DI
ELISABETTA TULLIANI: "SE AVESTE LETTO IL DISPOSITIVO DEL
GARANTE, ANZICCHÈ VOMITARE INSULTI, AVRESTE OSSERVATO CHE
OBBLIGA UNICAMENTE A FARE IN MODO CHE I MOTORI DI RICERCA NON
INDICIZZINO PIÙ LE IMMAGINI CON GAUCCI. NESSUNO HA MAI INTESO
VIETARE O CENSURARE ALCUNA INFORMAZIONE. CARO DAGO, QUESTA È
LA VERA ‘SFIDA’: FARE CRONACA E NON CONTINUARE A RECITARE
DA BUFFONI"…
Riceviamo e pubblichiamo:
WIKIPEDIA, recita: "Buffone è il termine
col quale si indicava un giullare, molto spesso deforme, che
nelle Corti aveva l'incarico di suscitare le risate dei
Signori con facezie e scherzi"... nel vs. caso vogliate
integrare pure volgarità e disinformazione... al soldo del
vs. "signore" .
Se aveste letto fin da subito il dispositivo
del Garante, anzicchè preoccuparvi di vomitare insulti,
avreste pure osservato - senza neppure tanto sforzo
"grigio" - in quanto chiaramente scritto, che il
dispositivo obbliga unicamente a fare in modo che i motori di
ricerca non indicizzino più le immagini con Gaucci. Pertanto,
NESSUNO ha mai inteso vietare o censurare alcuna informazione.
Ad eccezione "de voartri" che pure di istigare e
provocare disinformazione, vi dimenate in pretestuosità prive
di argomentazioni .
In tutto questo, poi, vi stupite pure della
solidarietà di quasi tutti i lettori con quanto previsto dal
dispositivo.
Tra i vs. lettori, bravo a "Zorro".
Come tanti, ha letto il dispositivo prima di scrivere. Invece,
al lettore che si firma Giovanni Gennaro, va il mio
apprezzamento per quanto ha saputo esprimere con semplicità e
sapienzae; così che desidero di seguito riprodurre per
intero:
"Caro Dago, Gianfranco Fini può essere
quanto vuoi antipatico o simpatico ma mi dici quale importanza
possa ancora avere, sul piano giornalistico, la passata
relazione della Tulliani con Gaucci? E' una storia che è
stata sfruttata e spremuta come un limone da tutti giornali
politici e di gossip. Ma quando le foto che ritraggono
l'attuale compagna di Fini e mamma di due bambine con Gaucci,
sono sfruttate per attaccarlo politicamente, ma mi vuoi dire
che senso ha la loro ripubblicazione?"
Sono sufficienti i commenti di cui sopra per
dire basta alla disinformazione, alla notizia spazzatura, alla
strumentalizzazione della vita privata delle persone.
Caro Dago, questa è la vera "sfida": fare cronaca e
non continuare a recitare da buffoni.
avv. Michele Giordano
[09-02-2010]
|
LO
“SCIPPO” DEL "CORRIERE" – ANGELO RIZZOLI,
PROSCIOLTO DALLA CASSAZIONE, CHIEDE 650 MLN DI DANNI E
CONTESTA IL PASSAGGIO DEL QUOTIDIANO ALLA CORDATA
GEMINA-BAZOLI - L'INGRESSO IN VIA SOLFERINO, NEL 1974, FU PER
LA FAMIGLIA RIZZOLI L'INIZIO DELLA DISFATTA – E ORA ANGELO
RIVUOLE IL SUO GIORNALE…
Nicola Porro per "il
Giornale"
Quella che segue è una storia
incredibile, favolosa. È la storia di uno scippo, ma è anche
la vicenda umana di una famiglia che ha saputo distruggere la
sua fantastica ricchezza nel giro di pochi anni. È la storia
dei Rizzoli, dei tipografi che si fanno editori, del martinitt
che diventa conte, dei poveracci che si scoprono miliardari.
È la storia di un giornale, "il Corriere della
Sera", che a seconda di chi lo compra ha un valore
diverso: altissimo quando lo acquistano i Rizzoli, vile per
gli Agnelli.
È una storia già scritta in tanti
libri che hanno raccontato molto di ciò che si doveva sapere
della Erre Verde (il più completo è il testo di Alberto
Mazzuca). Ma è anche una vicenda che non si è ancora chiusa.
Molto, se non tutto, ruota intorno alla sciagurata decisione
della famiglia di portarsi a casa all'inizio degli anni '70 la
proprietà del "Corriere della Sera". E oggi Angelo
Rizzoli, dopo 26 anni dalla sua cessione, lo rivuole indietro
e ha avviato una causa per un risarcimento danni monstre di
650 milioni di euro.
LE ORIGINI
Angelo Rizzoli, il
fondatore, lo aveva sempre detto. Anzi lo aveva confidato al
proprio autista: «È nata la terza generazione, quella che
manderà in rovina tutto quanto. Io costruisco, mio figlio
mantiene, i nipoti distruggeranno. È una regola». Non sarà
così semplice e non sarà forse così vero.
Quelle che contano in questa storia
sono le A: quella di Angelo, il fondatore, il Cummenda (come
tutti lo chiamavano e continuano a chiamarlo); quella di
Andrea il figlio; quella di Angelo jr o Angelone e Alberto, i
nipoti. Certo di mezzo ci sono tante donne: parenti, figlie,
amanti e attrici. E avranno come è ovvio una grande parte
nella storia di questa dinastia, ma ai nostri fini hanno un
ruolo laterale.
Angelo, partendo dalla casa degli
orfanelli è finito conte, per di più in epoca repubblicana,
per un appartamento donato all'Unione monarchica. Alla fine
degli anni '50 la piccola tipografia di Angelo Rizzoli è
diventata una casa editrice tra le più importanti in Italia.
La tiratura dei periodici Rizzoli sfiora quota tre milioni. E
poi i grandi marchi di successo: "Novella", con cui
parte la fortuna nel 1919 e che negli anni diventerà 2000,
"Oggi", che per lungo tempo si voleva fare
quotidiano, "l'Europeo", "Candido",
"Sorrisi e Canzoni" e tanti altri.
Il tocco di Angelo sembra d'oro. Si
fanno quattrini persino con la Bur. L'idea era per l'epoca
folle (siamo nel 1949): pubblicare i grandi classici in
edizione povera e a poco prezzo, 50 lire per ogni cento
pagine. Il successo fu tale che si pubblicarono quasi tremila
titoli. Anche "il Cinema" portò quattrini e fortuna
alla Rizzoli. Grandi successi: dalla "Dolce Vita" a
"Don Camillo e Peppone". E quella incredibile gita
di Chaplin a Ischia (che Angelo aveva scoperto come località
turistica e che con Rizzoli sembrava Beverly Hills quanto a
frequentazioni) per la prima continentale di "Un re a New
York".
Rizzoli nasce povero, ma ambizioso.
Sono due le sue caratteristiche principali. La prima, che non
riesce minimamente a trasferire ai suoi eredi: mai un debito,
mai una cambiale, mai un prestito. C'è un tratto che invece
passa per le tre generazioni e che nel ventennio fu definito
il «rizzolismo»: la capacità di fare affari a destra e a
sinistra, di stare in mezzo non già perché si creda nella
media, ma perché è la strada più breve per spostarsi da una
parte o dall'altra. Angelo avrà solo un grande amico nella
politica: Nenni. Ma non i socialisti.
LA FISSAZIONE
Un quotidiano è
sempre mancato alla Rizzoli. E anche Angelo, il Cummenda, ne
sentiva il vuoto. All'inizio degli anni '60 si mette in
contatto con i Crespi, allora proprietari del "Corriere
della Sera". L'idea era piuttosto ambiziosa: mettere
insieme i periodici Rizzoli e il quotidiano di via Solferino e
realizzare un cartello sulla raccolta pubblicitaria. «Il
Cummenda mi disse - ricorda Indro Montanelli - che i Crespi lo
misero alla porta con arroganza poiché non lo ritenevano alla
loro altezza.
E da quel momento si mise in testa di
fare un quotidiano suo». Angelo aveva già tutto pronto in
testa. Da immaginare la scena del martinitt che interpella
Montanelli e gli dice: «Vieni a fare il direttore del mio
nuovo quotidiano. Si chiamerà Buondì, così quando ci si
presenta all'edicola verrà automatico comprarlo». Alla fine
la ragionevolezza porterà la scelta su un marchio di fabbrica
che è stato il best seller dei periodici Rizzoli nel
dopoguerra: Oggi.
Sul tetto degli stabilimenti fu così
issata un'insegna che continuò a mostrarsi anche quando il
progetto ero bello che affondato: «Oggi, il quotidiano di
domani». Nonostante le prime assunzioni (Granzotto, Afeltra,
Barzini), Oggi, il quotidiano di domani, non uscì mai in
edicola, anche se si realizzarono decine di numeri zero. Nel
frattempo ci fu un tentativo di stampare la Notte di Nutrizio
(grande amico dei Rizzoli) negli stabilimenti della Erre
Verde, e un abboccamento prima con Enrico Mattei e poi con
Eugenio Cefis per comprare dall'Eni il Giorno. Si provò
invano e più tardi anche con "il Messagero" e
"il Tempo".
Quando nel 1970 il Cummenda muore
lascerà agli eredi un patrimonio valutato cento miliardi di
lire, zero debiti, due pagine del "Corriere" zeppe
di necrologi, ma nessun quotidiano.
IL CORRIERE DELLA SERA
Chi ha deciso
veramente l'acquisto del "Corriere della Sera"? Chi
ha detto l'ultima parola? Chi l'ha voluto davvero? Quando il
sogno, o l'inizio dell'incubo, si realizza nel 1974, sono solo
due i possibili indiziati: padre e figlio. Andrea e Angelone
saranno evidentemente complici in questo passo. Alberto il
fratello, che poi dopo cinque anni uscirà completamente dal
gruppo di famiglia, è stato sempre il più immune alla
malattia di via Solferino.
Andrea comanda in azienda così come
il padre, con un piglio da monarca. Suo figlio Angelo, a 28
anni, è già il delfino designato e viene nominato
amministratore delegato. Mica male. Quando si parla di queste
vicende conviene sempre riflettere sulla giovane età in cui
furono catapultati al vertice i ragazzi Rizzoli. All'epoca
dell'acquisto del "Corsera", il gruppo impegnava
circa 5mila dipendenti, realizzava una sessantina di miliardi
di fatturato, e circa sei di utili: aveva un quinto del
mercato dei periodici e circa il 10 per cento dei libri.
Aveva una prima linea di manager
compatta, tra cui il giovane e «disinnescato» Tassan Din (un
direttore finanziario per un'impresa con pochi debiti, ha poco
peso). «Ho comprato "il Corriere della Sera" perché
l'azienda è granitica» disse in un'intervista sul suo
"Europeo", Andrea. Non era proprio così.
A tre anni dalla morte del Cummenda si
manifestarono i primi debiti: una ventina di miliardi.
Sopportabili, ma una novità in casa Rizzoli. Non in casa di
Andrea per la verità: da presidente del Milan conquistò
successi unici, la prima Coppa dei Campioni, ma anche la prima
esposizione finanziaria con in calce la firma Rizzoli.
Andrea inoltre è tutto preso dal suo
nuovo e appassionante amore con Ljuba Rosa e il suo cuore fa
le bizze: nei momenti clou delle trattative viene ricoverato
in gravi, gravissime condizioni in ospedale. I Crespi non sono
più soci unici, ma comandano, e hanno diritto di vita e di
morte sul quotidiano. Con quote paritetiche nel capitale
(ciascuno ha il 33 per cento) ci sono anche i Moratti e gli
Agnelli, come semplici soci finanziatori. È da qui che parte
l'attacco dei Rizzoli.
All'epoca "il Corriere" era
già pieno di debiti, con i conti in rosso, e con un sindacato
che comandava. In Rizzoli il '68 non era ancora arrivato, in
via Solferino invece c'erano Ottone, Fiengo e i comitati di
fabbrica. Montanelli, che nel frattempo era uscito bruscamente
dal "Corriere", li aveva avvertiti: «Ci sbatterete
il muso» e li aveva anche invitati, senza successo, a
diventare editori del suo (e nostro) "Giornale".
Niente da fare.
I primi a cadere saranno dunque i
Moratti e gli Agnelli, inclini a cedere una partecipazione che
oltre a costare molto, non rendeva, politicamente, nulla. A
quel punto sono costretti a cedere anche i Crespi. Il primo
assegno da 27 miliardi di lire, a metà luglio del 1974, viene
staccato a favore di Giulia Maria Crespi. Con la zarina fuori,
si comanda al "Corriere". La sua è la quota con
diritti assoluti, è quella a cui lo statuto riconosce di
fatto la conduzione unica ed esclusiva dell'azienda.
È l'epoca, come diceva Cuccia, in cui
le azioni non si contavano, ma si pesavano. Ma Andrea Rizzoli
va avanti, dopo pochi giorni si porta a casa anche il 33 per
cento dei Moratti per 14 miliardi: "il Corriere" è
vinto. Con il 66 per cento del capitale e la quota ex Crespi,
a questo punto non ci sarebbe più bisogno della fetta
Agnelli.
E qui si commette il primo grande
errore di ingordigia. Nonostante una parte della famiglia non
volesse, la Rizzoli si impegna a comprare anche la quota
Agnelli. L'annuncio della cessione per 13 miliardi è fatto
subito, ma il pagamento sarà dilazionato a tre anni: nel
1977. Il saldo finale sarà vicino ai 100 miliardi. Molto più
del previsto. Ma soprattutto molto peggio del previsto saranno
le condizioni di salute del quotidiano.
I Rizzoli lo comprarono al buio, e nel
primo anno le perdite previste in 4 miliardi si rivelarono
quattro volte tanto. A soli 5 anni dalla morte del Cummenda
gli eredi violano il caposaldo della sua filosofia: si
riempiono di debiti, ne hanno più di cento miliardi. In
compenso hanno una casa editrice molto più influente,
politicamente preziosa, diecimila dipendenti, un quinto del
mercato dei quotidiani, quasi la metà di quello dei periodici
e il 10 per cento di quello dei libri. Sono una potenza: dai
piedi di argilla.
LA P2 E LA TRAPPOLA
Quello che succede
nei mesi che seguono è l'inizio della fine per i Rizzoli. Due
sono le rivoluzioni in corso. La prima è quella finanziaria:
il gruppo è lentamente consumato dai suoi deficit che
raggiungono i 4 miliardi al mese. Di pari passo una figura
marginale all'interno del gruppo, quella del direttore
finanziario, Tassan Din, diventa chiave. Saranno Tassan Din e
Angelo a fare il giro delle sette chiese romane per cercare
disperatamente finanziamenti da parte del sistema bancario.
Saranno a tal punto a corto di liquidi
che metteranno infine in vendita le proprietà immobiliari di
Ischia. È intorno a questa vendita che si verifica il
contagio con la P2 e con l'avvocato democristiano che ne fu il
primo punto di contatto, Umberto Ortolani. Con il Corriere
sanguisuga, con gli interessi che corrono e con gli immobili
di Ischia bloccati, Ortolani apparirà come una via d'uscita.
Da una parte permetterà la vendita
del complesso alberghiero costruito dal Cummenda e dall'altra
in una stanza dell'Excelsior di Roma presenterà Angelo e
Tassan Din a Licio Gelli, gran maestro venerabile della P2.
Sono gli anni della follia, le banche, soprattutto
l'Ambrosiano di Calvi, iniziano ad aprire i cordoni della
borsa. Di pari passo la Rizzoli, non paga della sua insicura
situazione finanziaria, inizia una politica di espansione che
alla fine si rivelò giovare solo all'aumento del potere
interno di Tassan Din e degli uomini della P2.
La famiglia Rizzoli è ormai cotta,
Andrea, il padre, sempre più distaccato e malato a Cap Ferrat,
Angelo invischiato nella rete piduista, Alberto, con un piede
già fuori dall'azienda di famiglia. Il colpo finale avverrà
con il pagamento della quota Agnelli. Di quel superfluo 33 per
cento del Corriere, che i Rizzoli si erano impegnati a
comprare nel 1974 e che nel 1977 comportava un esborso di 22
miliardi.
Impegno maledetto, che aveva diviso la
famiglia tre anni prima, e che soprattutto nessuno era più in
grado di onorare. Tanto meno l'azienda che nel 1976 aveva
chiuso il bilancio con 20 miliardi di perdite e 105 miliardi
di prestiti bancari. La soluzione viene trovata da
Gelli-Ortolani-Calvi: è la trappola. In buona sostanza il
Banco Ambrosiano di Calvi fornisce alla Rizzoli 20 miliardi,
sotto forma di un aumento di capitale. Ovviamente non lo fa
gratis. Ottiene in cambio dai Rizzoli l'80 per cento delle
quote del gruppo.
Come dire con 20 miliardi la P2 e
l'Ambrosiano si portano a casa il primo gruppo editoriale
italiano. Non è per la verità così semplice. Su questo
pacchetto di azioni, la famiglia Rizzoli ha un diritto di
riscatto dopo tre anni, al valore già fissato di 35 miliardi.
I Rizzoli per pagare il debito agli Agnelli, ipotecano
pesantemente le loro quote in azienda. È un continuo spostare
in avanti il redde rationem.
Ricapitolando: nel 1974 comprano il
Corriere. Ma si lasciano un debituccio con gli Agnelli, da
saldare nel 1977. Dopo tre anni non sono più in grado di far
fronte ai loro impegni con la famiglia torinese. E a questo
punto cedono l'azienda, con l'arrière pensée di ricomprarla
dopo alcuni anni. L'impegno originale di 14 miliardi è così
lievitato a 35 e soprattutto la famiglia Rizzoli ha perso il
controllo del gruppo. Rizzoli e Corriere della Sera vengono di
fatto eterodirette, Tassan Din diventa direttore generale e il
giovane Angelo prende il posto del padre, ma con scarsissimi
poteri.
Ciò che nessuno sa all'esterno, il
passaggio della maggioranza della Rizzoli a misteriosi
investitori e la fine del potere della famiglia, in azienda si
nota. Resta il problema di un gruppo che nonostante le sue
dimensioni continua ad avere una posizione debitoria con le
banche insopportabile. In questo contesto nasce il cosiddetto
Pattone o il patto BLU (dalle iniziali dei nomi di chi lo
pensa e lo sottoscrive Bruno Tassan Din, Licio Gelli e Umberto
Ortolani).
L'accordo non comprende i Rizzoli, e
come vedremo, fa scattare la molla della trappola. In una
certa misura, soprattutto grazie alle dismissioni e alla
possibilità concessa dalla politica di aumentare finalmente
il prezzo dei quotidiani, le cose vanno migliorando dal punto
di vista industriale. Ma non a sufficienza per ripianare i
debiti e per fornire ai Rizzoli le risorse per riscattare la
loro quota dell'80 per cento.
Il meccanismo che viene limato e
limato alla fine prevede il solito aumento di capitale della
Rizzoli: questa volta da 150 miliardi. In più la Centrale,
braccio operativo dell'Ambrosiano, si comprerà alla luce del
sole il 40 per cento della Rizzoli, fornendo così i quattrini
ai Rizzoli sia per pagare i 35 miliardi necessari al riscatto
del loro vecchio 80 per cento, sia per sottoscrivere pro quota
l'aumento di capitale. Ebbene come si vedrà in seguito è la
mossa che definitivamente inguaia la famiglia.
L'aumento di capitale si rivelerà un
falso: non una lira entra in Rizzoli. Formalmente sembrerà
tutto a posto: viene comunicato al pubblico e annotato in
azienda. Si tratta di un complicato castelletto di menzogne,
dove alla fine i quattrini che escono in effetti
dall'Ambrosiano vanno a finire sui conti personali dei BLU.
Una serie di manovre che vengono fatte proprio in coincidenza
con l'emergere delle liste P2 e la conseguente fuga di Gelli.
Per i Rizzoli la storia in Rizzoli è
finita. Angelo (insieme al fratello Alberto ormai da tempo
fuori dal gruppo) fu sbattuto in galera e solo dopo 26 anni
una sentenza della Cassazione lo ha riconosciuto
definitivamente innocente rilevando come il crac, che poi è
seguito, della casa editrice, sia stato cagionato tra l'altro
da quest'ultimo clamoroso ladrocinio.
IL RITORNO DEGLI AGNELLI
La saga dei
Rizzoli finisce dunque quando finalmente recuperano
fisicamente l'80% delle azioni che erano state cedute tramite
Calvi e di queste si gira il 40% alla Centrale. Si dovrà
pazientare qualche giorno: le azioni erano finite in Vaticano
(che per tutti quegli anni era stato dunque formalmente
l'azionista occulto e di maggioranza della Rizzoli) nella
cassaforte dello Ior: però il custode delle chiavi, il vice
di Marcinkus, era in galera per l'affaire Sindona.
Questo era il pasticcio in cui si
erano ficcati i nipoti del Cummenda. Quando il 7 agosto 1982
il ministero del Tesoro e la Banca d'Italia creano il Nuovo
Banco Ambrosiano (Nba) che eredita attraverso la società
Centrale anche il pacchetto del 40% di Rizzoli, i nodi vengono
al pettine. Il nuovo presidente del Banco, Giovanni Bazoli,
mette al muro il gruppo: chiede l'immediato rientro dei fidi,
pari a 70 miliardi.
Ma nel frattempo sembra dimenticarsi
che il Nba ha ereditato anche la Centrale con tutte le sue
posizioni giuridiche. Tra cui un debito della Centrale (e
dunque del Nba) di 150 miliardi mai onorati nei confronti sia
del gruppo Rizzoli sia di Angelo, per l'aumento di capitale
dell'81 sottoscritto ma mai versato. La Rizzoli in questo modo
schizofrenico si vede contestati i propri debiti e non già
riconosciuti i propri crediti. Sarà questo il centro
dell'azione legale intrapresa in questi mesi da Angelo
Rizzoli.
La società infatti in questo modo è
cotta e finisce in amministrazione controllata e Angelo in
galera per bancarotta fraudolenta, con la sua quota della
Rizzoli (il 50,2%) sequestrata dai custodi giudiziari. Il
teorema è semplice: Rizzoli ha occultato i quattrini che
l'Ambrosiano ha versato in azienda dopo l'aumento di capitale.
Falso, come dimostra una recente sentenza della Cassazione:
quei miliardi non arrivarono mai sui conti Rizzoli, ma sui
depositi esteri di BLU. Angelo ritorna libero nel 1984: la
Rizzoli ha recuperato vigore ma è troppo tardi.
Il 4 ottobre del 1984 Angelo è di
fatto obbligato a vendere la sua quota e dunque il Corriere
della Sera a un gruppo di investitori che comprende la Fiat,
Mediobanca, Montedison, l'industriale Arvedi e la finanziaria
Mittel di Bazoli, per il prezzo scontato di 9 miliardi di
lire. Facendo un conto un po' grossolano gli Agnelli avevano
venduto nel 1974 un terzo del solo Corriere della Sera a una
cifra tre volte superiore a quanto valesse dieci anni dopo
l'intero gruppo Rizzoli.
Evidentemente il prezzo di vendita del
gruppo nel 1984 era più che da saldo. Pier Domenico Gallo,
all'epoca direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, nel
bel libro Intesa San Paolo, si duole di questa vendita. «Conveniva,
dal nostro punto di vista, convertire i debiti che Rizzoli
aveva con il Banco in azioni... mi ero convinto che la Rizzoli
potesse costituire un grande valore potenziale per Nba e per i
suoi azionisti». Non gli fu permesso. In realtà le direttive
del Cicr non permettevano alle banche di avere la proprietà
di un quotidiano.
Regole che però valevano a corrente
alternata: qualcuno si era dimenticato del Mattino in mano al
Banco di Napoli. Senza considerare come queste stesse norme
non furono evocate per la clamorosa presenza di Mediobanca
nella cordata che poi sfilò il Corriere ai Rizzoli. Ma la
verità è che evidentemente c'erano altri progetti.
Gallo si stupisce inoltre: «È
abbastanza singolare pensare come in quel momento nessun
gruppo imprenditoriale italiano, a parte la cordata
Fiat-Mediobanca, capisse la bontà dell'affare facendo
un'offerta formale alternativa». Entriamo in Rizzoli per
disinfestarla, dirà l'avvocato Agnelli, a conclusione
dell'affare. «Io - confida onestamente Gallo - e tutti quelli
che avevano lavorato alla ripartenza della casa editrice negli
ultimi due anni, consapevoli del grande affare fatto da
Torino, fummo sconcertati e disturbati».
Un senso di sconcerto e di disturbo
che oggi deve sentire a maggior ragione Angelone, Angelo jr,
il figlio di Andrea, il nipote del grande Cummenda, solo a
ripensare alla storia di questo clamoroso scippo.
[08-02-2010] |
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NEW
JOURNALISM! - LA REUTERS D'AMARICA ROTTAMA LE NOTIZIE (ALTRO
CHE I CULETTI E I PISELLI 'INCORONATI') - SECONDO
UN'INDISCREZIONE DEL SITO “GAWKER”, LA REUTERS HA RITIRATO
DA POCO UNA NOTIZIA NON GRADITA ALLA CASA BIANCA – E NON
E’ LA PRIMA VOLTA CHE FA PASSI INDIETRO - L’AGENZIA SCRIVE
DI FINANZA E HA MOLTI CLIENTI CHE LA INFLUENZANO…
Blitzquotidiano
Questa è una notizia riservata ai
giornalisti ed editori italiani, in particolare a quelli
inclini a martirizzarsi, di solito a senso unico, sulla poca
libertà di stampa che c'è da noi. La notizia viene dagli
Usa, culla e patria della libertà di stampa, e riguarda il
presidente Barack Obama, che la mitologia gratifica
dell'equazione: di sinistra = democratico. Riguarda anche la
più importante agenzia di stampa del mondo, nominalmente
inglese ma in realtà ormai planetaria, la Reuters e i suoi
rapporti con
il mondo
della finanza di cui scrive 24 ore al giorno, sette giorni
alla settimana.
Secondo il
sito
Gawker.com la Reuters si è macchiata di servilismo verso il
presidente Obama, arrivando al punto di ritrattare una delle
notizie che aveva diffuso, dopo aver ricevuto lamentele da
parte della Casa Bianca.
La Reuters aveva affermato che il
taglio al deficit previsto per i prossimi dieci anni sarebbe
stato frutto di tasse volute da Obama che avrebbero colpito la
classe media. Di lì a poco una clamorosa ritrattazione: la
notizia semplicemente non era vera, veniva obliterata e
sarebbe stata sostituita. Non male.
Secondo Gawker sarebbe
il secondo caso
negli ultimi mesi di clamoroso "passo indietro"
dell'agenzia. Il precedente, che risale a dicembre 2009, è
ancora più clamoroso perché riguarda una notizia soppressa
perché accusava di insider trading un noto finanziere di edge
funds, Steven Cohen, detentore di una piccolissima quota di
Reuters (o.01%, valore 2 milioni di dollari). La storia era
così vera, sostengono i giornalisti della Reuters, che anche
l'Fbi sta indagando e la ex moglie di Cohen lo ha denunciato.
La notizia, frutto dell'attività
investigativa di un gruppo di reporter assunto proprio per
questo, è stata soppressa per ordine del capo supremo di
Thomson Reuters, di cui Reuters ora è parte, Devin Wenig, e
del direttore editoriale in capo dell'agenzia, David
Schlesinger, dopo una furibonda telefonata di Cohen a Wenig.
In una successiva teleconferenza con i
redattori della Reuters di New York, Sxchlesinger ha ammesso
che la storia era buona e documentata, ma alla domanda su
perché la notizia fosse stata soppressa ha risposto:
"Perché non scriviamo su tutte le notizie su cui abbiamo
documenti".
L'episodio Cohen non sembra isolato.
Secondo Gawker, "Reuters, che fa i soldi sia scrivendo
sul mondo della finanza sia vendendo i suoi servizi alle
società finanziarie, tra cui forse quella dello stesso Cohen,
è stata esposta a lungo alla percezione che le sue priorità
di business siano in conflitto con la sua missione
editoriale" in quanto "molte delle persone di cui
scrive sono, dopo tutto, clienti".
Proprio per questo la Reuters ha di
recente montato una squadra di giornalisti specializzati in
reporting investigativo e assumendo alcune star dal "New
York Times" con lo scopo di "diventare più
aggressiva" nell'informazione economica, secondo le
stesse parole di un grande capo, Martin Howell.
La Reuters fu fondata a fine ‘700
dall'omonimo inglese, inventore dell'uso dei piccioni
viaggiatori per anticipare internet. Procurava notizie agli
investitori alla Borsa di Londra e fa storia del giornalismo
(per quei pochi cui interessa) per avere fatto arrivare a
Londra, con largo anticipo sui canali ufficiali, la notizia
della sconfitta di Napoleone a Waterloo.
La sua copertura mondiale delle
notizie era speculare alla dimensione globale dell'impero
britannico, ai cui interessi, sempre negata con la pomposa
prosopopea degli inglesi, è stata sempre funzionale. Durante
la guerra, per dirne una, la Reuters omise di dare notizie, su
richiesta esplicita dei Secret Service (proprio quello di
Jamers Bond), che avrebbero potuto far capire ai tedeschi che
gli inglesi erano capaci di decifrare i loro messaggi più
segreti.
Negli anni ‘60 la Reuters scoprì
prima di tutti l'importanza degli elaboratori, come allora si
chiamavano i computer, e accanto alle notizie giornalistiche
sviluppò la copertura dell'informazione economica in tempo
reale, fornendo agli operatori di borsa di tutto
il mondo
ogni genere di notizia, partendo dal prezzo delle azioni per
arrivare a quello delle materie prime, avvolgendo
il mondo
intero in una rete invisibile di cavi telegrafici.
A guidare la Reuters in questa
trasformazione fu un baffuto ex corrispondente di guerra,
Gerald Long, che avviò anche un processo di ringiovanimento
della tradizionale e un po' burocratica istituzione british,
puntando sull'aggressività dei trentenni. Long capì anche
l'importanza del mercato americano sul quale puntò subito.
Oggi la Reuters deve la maggior parte del suo fatturato
all'America.
Quotata in Borsa, la Reuters è
diventata una blue chip del mercato mondiale, permettendo a più
di un editore, a cominciare da News International di Rupert
Murdoch, di rimettere a posto i suoi conti vendendone le
azioni. La Borsa però è un territorio che può anche
rivelarsi molto insidioso e ai pericoli della jungla
finanziaria non è sfuggita nemmeno la ormai mega azienda
globale di informazione planetaria, diventando preda, alcunui
anni fa, delle ambizioni del gruppo Thomson, finendo per
diventare una componente dell'acor più mega gruppo globale
Thomson-Reuters.
Anche la storia di Thomson è degna di
un romanzo. L'azienda nasce in Canada, dall'intraprendenza del
ventenne Roy Thomson, figlio di un barbiere nato nelle grandi
foreste del nord. Roy Thomson mise assieme un po' di radio
locali e di piccoli settimanali e quotidiani della frontiera e
da lì costruì una lunga e luminosa carriera che lo portò a
diventare Lord a Londra e proprietario del Times e del Sunday
Times, giornali tanto prestigiosi quanto in crisi.
Morto
il vecchio
Thomson, il figlio si precipitò a vendere i giornali e a
investire nel turismo, non trascurando l'informazione
economica. Uscita anche dalle agenzie di viaggi, la Thomson
sviluppò l'informazione economica fino a superare Reuters e
poi inglobarsela.
[05-02-2010] |
PER
ELISA, NOSTRA SIGNORA DELL’EDITORIA – È COMINCIATO
IL DOPO-MASI A PALAZZO CHIGI, ELISA GRANDE NUOVA REGINA
DEL DIPARTIMENTO DELL’INFORMAZIONE E DELL’EDITORIA -
DEBUTTO ALLA GRANDE CON LA NUOVA CONVENZIONE SIGLATA DAL
GOVERNO CON LE AGENZIE DI INFORMAZIONE PER FAR FRUTTARE
AL MEGLIO INVESTIMENTI PER 39 MILIONI: NASCE IL
CONTRATTO “FULL”…
Daniele
Scalise per "Prima Comunicazione"
"Avere
una classe dirigente informata è un elemento
fondamentale per le istituzioni. E le agenzie stampa
costituiscono a mio avviso una fonte di informazione
primaria, essenziale e assolutamente indispensabile per
chi lavora nella pubblica amministrazione. La
convenzione che la presidenza del Consiglio ha siglato
con le agenzie e che durerà un anno, dal 1 gennaio al
31 dicembre del 2010, si è ispirata a criteri di
riordino razionale sui notiziari. Era necessario farlo e
l'abbiamo fatto con la collaborazione delle agenzie
stesse".
È
decisamente soddisfatta Elisa Grande, volitivo capo
dipartimento per l'Informazione e l'editoria dall'aprile
dello scorso anno, ispiratrice e autrice di un passaggio
molto delicato che le agenzie stampa temevano ma che
alla fine hanno accolto con una certa soddisfazione
(soddisfazione forse proporzionata alla catastrofe
temuta e alla fine evitata).
In
un'atmosfera di crisi generale e di necessità di dare
senso alle spese pubbliche) il sottosegretario Paolo
Bonaiuti ha deciso di istituire una commissione di
esperti che ha studiato a fondo il problema, complicato,
tra l'altro, dalla sedimentazione - per non dire
incrostazione - degli interventi degli ultimi due
decenni.
Si
è trattato, insomma, di armonizzare secondo canoni
ragionevoli la spesa di quasi 39 milioni di euro
provenienti dal bilancio autonomo della presidenza del
Consiglio e che sono appunto destinati a pagare i
servizi offerti dalle agenzie alle amministrazioni.
Con
una cifra analoga a quella fin qui spesa "riusciamo
a coprire tutte le esigenze dei ministeri e ad ampliare
l'offerta grazie anche al senso di responsabilità
dimostrato dai manager delle agenzie", riconosce
cavallerescamente Elisa Grande, ribadendo che comunque
"stiamo parlando non di contributi pubblici a
pioggia, ma di contratti riferiti a servizi
forniti".
Uno
dei principi guida è stato l'istituzione di una figura
contrattuale 'full' che prevede la possibilità di
accedere in modo illimitato e confacente alle esigenze
delle istituzioni ai prodotti offerti dalle agenzie, e
cioè i notiziari quotidiani. Alla prima postazione
acquisita viene riconosciuto un prezzo significativo,
mentre per le seconde il prezzo è decisamente più
economico. Cosa che del resto succede anche per
l'acquisizione di altri servizi (si pensi, ad esempio,
alle licenze offerte da Microsoft per i computer
aziendali che seguono il medesimo criterio).
La
presidenza del Consiglio ha insomma acquistato a prezzo
di mercato la prima postazione delle agenzie per tutte
le amministrazioni (per se stessa e per i ministeri,
compresi quelli senza portafoglio) siglando un contratto
ed eliminando, quando considerati poco funzionali, i
servizi speciali che costituivano un onere gravoso.
Il
contratto - ma bisognerebbe parlare al plurale visto che
ogni agenzia ha firmato il proprio con caratteristiche
proprie - prevede l'utilizzo di alcune agenzie anche per
le procure regionali della
Corte dei Conti
, 166 tribunali, 67 università statali, questure,
ambasciate, eccetera.
"Tutti
i contratti", spiega Elisa Grande, "recano una
clausola in base alla quale le seconde postazioni hanno
la garanzia del minor prezzo. Insomma, la presidenza del
Consiglio può essere considerata un grande cliente,
spende denaro pubblico e non ha alcuna intenzione di
pagare più di quanto non facciano altri soggetti
economici". Previsti anche controlli severi
riferiti ai servizi. Se un'agenzia non dovesse erogare
il servizio per qualunque motivo, scatterebbero in
maniera rapida e certa le gravose penali.
Prima
di entrare nel dettaglio è bene sapere che i prezzi
delle seconde postazioni sono stati valutati in base
alle tariffe praticate alla Consip, la struttura del
ministero dell'Economia e delle finanze che tra l'altro
gestisce il programma per la razionalizzazione degli
acquisti nella pubblica amministrazione.
L'agenzia
Ansa è già titolare di un contratto con il ministero
degli Esteri di 30 miliardi (cifra in parte cofinanziata
dalla presidenza del Consiglio che contribuisce con 6
milioni e 700mila euro). La convenzione con Palazzo
Chigi prevede una cifra pari a 7 milioni e 200mila euro
circa per il notiziario, più 150mila euro per i servizi
speciali (da notare che l'Ansa non ha ritenuto opportuno
aderire alla formula full).
All'Agi
vanno 10 milioni e 400mila euro per il notiziario (e la
rinuncia ai servizi speciali che consistevano in filmati
per altro prodotti all'esterno dell'agenzia) con un
taglio del 7% complessivo rispetto al precedente
contratto. L'Asca ha venduto il suo notiziario per 2
milioni e 700mila euro e i servizi speciali a 650mila
euro mentre l'AdnKronos a 7 milioni (l'acquisizione dei
servizi speciali è stata invece valutata 3 milioni di
euro).
ApCom,
considerata tra le agenzie medie, ha firmato un
contratto che prevede
la vendita
del proprio notiziario per 2 milioni e 400mila euro,
Radiocor per 1 milione e 400mila (notiziario e servizi
speciali). Il Velino che ha offerto un servizio speciale
in più, è stato equiparato alle agenzie medie, mentre
le piccole agenzie - Nove Colonne e Dire - non hanno
visto variare di molto la cifra a loro riconosciuta.
Il
malumore residuo delle agenzie è legato alla durata
della convenzione: un anno mentre loro la volevano
triennale. Ma di più non era possibile concedere viste
le disponibilità del fondo di funzionamento del
bilancio del presidenza. Alla fine alle agenzie non è
rimasto altro da fare che accontentarsi. Simulando un
sorriso se non proprio sincero, sicuramente di sollievo.
[25-01-2010]
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SCUOLA
DI TITOLAZIONE: LO STOP DI 14 GIORNI IN
FIAT VALE
I TITOLI DI APERTURA DEI TELEGIORNALI, MA NON QUELLO DEI
GIORNALI (CON L'ECCEZIONE LODEVOLE DEL 'SECOLO XIX') -
SUL CORRIERE UN TITOLO DA SCUOLA DI NEW JOURNALISM:
“EXOR, CONSOB CHIEDE IL RISARCIMENTO. GLI AVVOCATI:
ASSOLUZIONE”. IL GIORNO CHE GLI AVVOCATI CHIEDESSERO
LA CONDANNA DEL CLIENTE, TOCCHERÀ MANDARE UN PULITZER A
DE BORTOLI - SALUTIAMO CON GIOIA L’ULTIMA CREAZIONE
DELL’INSTANCABILE POOL DI GIURISTI CHE, A SPESE DELLO
STATO, LAVORANO PER IL RE DI ARCORE: “GIUSTIZIA,
ARRIVA LA LEGGE AD FAMILIAM. IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO
SARÀ ESTESO ANCHE AI COIMPUTATI DEL PREMIER”
9-
DISECONOMY ...
"Colpo
triplo per l'Eni in Venezuela. Giacimenti, una centrale
e tecnologia. Però si complica la partita in
Uganda" (Repubblica, p. 27).
Sulla
Stampa Enricone Salza, banchiere de panza e de sostanza,
si auto conferma: "Salza vuole restare in Intesa e
annuncia il ritorno della cedola". Come dargli
torto. Se addirittura la Fiat torna a dare dividendi (la
Famiglia Agnelli è molto allargata, si sa), Intesa
potrebbe benissimo lanciarli sulla Padania con gli
aerei, come gli aiuti Onu ad Haiti.
10- SCUOLA DI TITOLAZIONE ...
Lo
stop di 14 giorni in
Fiat vale
i titoli di apertura dei telegiornali, ma non quello dei
giornali (con l'eccezione lodevole del Secolo XIX). Vero
gioco di prestigio le prime pagine del Sole di Riotta e
del Giornale di Feltrusconi, dove la notizia non trova
manco lo spazio di un francobollo.
Ma
il capolavoro è sul Corriere, dove a fianco del solito
pezzo minimalista della Polato ecco un titolo da scuola
di new journalism: "Exor, Consob chiede il
risarcimento. Gli avvocati: assoluzione" (p.26). Il
giorno che gli avvocati chiedessero la condanna del
cliente, toccherà mandare una cesta di gianduiotti a
don Flebuccio de Bortoli.
[27-01-2010]
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BOLLONO IN PENTOLA I FAGIOLI DE
BORTOLI: CONTRO BETTINO, CONTRO SILVIO, CONTRO LA FIAT
Invece di indossare il fetente giubbotto dell'amico Putin con
il simbolo comunista, Berlusconi dovrebbe imparare da
Flebuccio De Bortoli i canoni dell'estetica.
Quando sabato sera è apparso nella
trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio, al
direttore del "Corriere della Sera" mancava soltanto
una gardenia bianca all'occhiello per essere un vero maestro
d'eleganza. Sotto il gessato a righe indossava una camicia
rosa e i boccoli erano più curati del solito quasi dovesse
andare a una di quelle cene eleganti dei salotti milanesi dove
è facile incontrare Bruno Ermolli ed Francesco Micheli con le
loro compagne.
E anche il tono della voce era più
misurato del solito, attento a dire in modo moderato cose più
che moderate che gli consentano di recuperare le 64mila copie
perse per colpa della furiosa concorrenza del
"Giornale" di Feltri e di "Repubblica" - e
soprattutto per aver eliminato, come già al Sole, le copie
omaggio sparse in ogni dove.
"Siamo un paese diviso in fazioni
- ha esordito Flebuccio - dove si è perso il senso della
misura, ma abbiamo una pace sociale straordinaria e il sistema
ha tenuto grazie al tessuto delle piccole e medie imprese e a
una forte coesione tra Nord e Sud", poi con il fair-play
dei vecchi gentlemen inglesi che il sabato sera mangiano la
bistecca da Simpson's, il giornalista ha scandito un appello
solenne affinché tutti stiano attenti "alla manutenzione
del nostro edificio civile".
La metafora edilizia si riferiva
all'impianto della Costituzione che va difeso perché ancora
valida "soprattutto nella prima parte". E qui
Flebuccio ha tirato fuori dalla tasca il primo petardo contro
il Cavaliere "muratore" quando ha detto che bisogna
far funzionare la giustizia "senza anteporre leggi ad
personam".
Sembrava finita lì, ma dopo aver
ricordato le ragioni per cui ha rifiutato la presidenza della
Rai, Flebuccio ha messo la mano nell'altra tasca ed ecco la
seconda miccetta per rimproverare papi-Silvio quando fa causa
ai giornali. Come se non bastasse il direttore di via
Solferino si è sbilanciato anche sulla proposta di intitolare
una strada di Milano a "Bottino" Craxi, il leader
sul quale ieri ad Hammamet i ministri socialisti hanno versato
qualche lacrima.
Nei giorni scorsi l'economista
Salvatore Bragantini aveva ricordato le colpe di Craxi nella
gestione dell'economia, ma De Bortoli ha preferito puntare il
dito sulle due condanne definitive per corruzione che devono
separare il giudizio politico da quello umano.
Insieme ai tre petardi esplosi con il
garbo che le vecchie contesse usano al festival di Salisburgo,
c'è stato anche il tempo di parlare del ruolo dei grandi
azionisti del "Corriere della Sera" e di Rcs. Le
domande di Fazio erano come al solito burrose, quindi è stato
facile per Flebuccio difendere l'autonomia del giornale
("che non è un giornale di caccia e pesca") per
ricordare che la presenza di Marina Berlusconi tra i
consiglieri del Patto Rcs è semplicemente legata alla
partecipazione di Fininvest.
Sullo sfondo è stato evocato il
prestigio del quotidiano centenario, e per dimostrare con un
esempio la sua indipendenza, De Bortoli ha ricordato di aver
preso posizione contro gli incentivi dell'automobile, una
linea editoriale che non può non aver dato fastidio
all'azionista Fiat e a quel Luchino di Montezemolo che oggi è
l'anello debole tra i grandi azionisti Rcs.
Volendo Flebuccio avrebbe potuto
citare altri esempi, e sempre volendo Fazio avrebbe potuto
mettere il coltello nella piaga per ricordargli
quell'intervista del novembre 2007 a Cesarone Geronzi in cui
il giornalista si guardò bene dall'insistere sul testamento
di Maranghi di Mediobanca.
Nell'intervista fatta nella sede di
piazza di Spagna, il banchiere romano pronunciò la celebre
frase: "coerenza è una parola complessa, caro
direttore", un monito che dovrebbe valere per tutti,
anche per i giornalisti.
19.01.10 |
I PADRONI
DEL CORRIERONE SCENDONO IN CAMPO! A NOI IL CONSIGLIO DI
AMMINISTRAZIONE - BASTA STARE SUGLI SPALTI DEL PATTO DI
SINDACATO, ADESSO CI SI SPORCANO MANI E PIEDI - ROTELLI
PRESIDENTE E BENSERVITO AI CONSIGLIERI "DIPENDENTI"
DEL NOTAIO MARCHETTI - DE BORTOLI INFEROCITO PER L'AUMENTO DEL
PREZZO: DUEMILA LETTERE DI LAMENTELA - I DATI DI VENDITA IN
EDICOLA NELLA PRIMA SETTIMANA DELL'ANNO LO DIMOSTRANO: -10% -
Andrea Montanari per "Milano
Finanza"
Rivoluzione in arrivo nel gruppo Rcs
Mediagroup. La grande novità che porterà il 2010 è
rappresentata dal ricambio pressoché totale del consiglio
d'amministrazione della Quotidiani, la controllata che ha in
mano le redini del Corriere della Sera e della Gazzetta dello
Sport. I grandi soci del patto di sindacato, e anche quelli
fuori dal blocco (Rotelli, Toti e Benetton), stanno lavorando
a una soluzione che, in primavera, porterà al rinnovo del cda
della società che rappresenta il vero nucleo dell'intero
gruppo.
Secondo indiscrezioni, oltre al ruolo
che potrebbe avere Giuseppe Rotelli (secondo socio con l'11%
potenziale tra quota diretta e indiretta), da più parti
indicato quale prossimo presidente della Quotidiani al posto
del notaio Piergaetano Marchetti (che resterà presidente
della capogruppo), verranno coinvolti direttamente nel cda gli
altri azionisti, a partire da Salvotore Ligresti, Marco
Tronchetti Provera, Diego Della Valle, ma anche gli esponenti
degli altri pattisti (Mediobanca, Fiat, Italmobiliare, Edison,
Intesa Sanpaolo, Generali, Sinpar, Mittel, Merloni ed Eridano
Finanziaria).
Almeno un posto nel cda verrà poi
garantito a Pierluigi Toti (5,1%) e Gilberto Benetton (5,1%)
che hanno investito svariate decine di milioni per entrare
nella compagine di Via Solferino. Queste figure prenderanno il
posto dei professionisti d'alto profilo che attualmente
occupano le poltrone nel board della Quotidiani: Gianfelice
Rocca, Valerio Onida, Anna Maria Artoni, Giulio Ballio,
Maurizio Barracco, Angelo Ferro, Vittorio Coda, che affiancano
lo stesso Marchetti, l'ad Antonello Perricone, il direttore
generale Giorgio Valerio e l'esponente della spagnola Unedisa
(controllata da Rcs), Antonio Fernandez-Galiano Campos.
Il rinnovamento avrà quale
conseguenza un cambiamento di strategia complessiva per la
controllante Rcs Mediagroup che potrebbe così assumere un
ruolo di pura holding (con un cda rinnovato), sul modello
della vecchia Hdp impostata da quello che tutt'oggi è il
presidente onorario del gruppo, Cesare Romiti.
Intanto nei corridoi di via Solferino
si sta affrontando un'altra questione più urgente: la
protesta dei lettori del Corsera in relazione all'aumento di
prezzo di copertina da 1 a 1,20 euro. La novità, in vigore
dal 2 gennaio, ha provocato reazioni non solo a Milano (città
di massima concentrazione delle vendite), tanto che al
direttore Ferruccio de Bortoli sarebbero arrivate oltre
duemila tra lettere ed e-mail di lamentela. Che il rincaro non
sia piaciuto ai lettori del primo quotidiano nazionale lo
dimostrano i dati di vendita in edicola nella prima settimana
dell'anno: -10%. Una performance negativa che non è di sicuro
piaciuta né a de Bortoli nè ai vertici della casa editrice
che a dicembre avevano votato l'aumento.
[13-01-2010] |
LICENZIATO
PER TROPPO SUCCESSO – PER TINA BROWN QUESTO SAREBBE IL
DESTINO DI ROGER AILES, L’UOMO CHE HA RESO FOXNEWS IL
GIOIELLO PIÙ PREZIOSO DELL’IMPERO MURDOCH – LA LINEA
ULTRACONSERVATRICE FA VOLARE GLI ASCOLTI, MA DIVIDE LA
FAMIGLIA ALLARGATA DI RUPERT – E LO STESSO TYCOON NON AMA
CHE UN COLLABORATORE BRILLI DI LUCE PROPRIA…
Paolo Valentino per il "Corriere
della Sera"
Non sarebbe piaciuto per nulla, a
Rupert Murdoch, il ritratto a tutto tondo che il New York
Times ha dedicato domenica sulla sua prima pagina a Roger
Ailes, il re Mida che ha trasformato Fox News nel gioiello più
prezioso del suo impero mediatico. Così ferito nel suo ego
sarebbe il magnate australiano da una celebrazione che
descrive Ailes come il vero genio e salvatore del gruppo, che
secondo The Daily Beast starebbe ora considerando seriamente
di cacciarlo. «Nessuno può volare vicino al Re Sole senza
bruciarsi - dice al blog di Tina Brown una fonte interna a
News Corporation -, anche se fai un sacco di soldi, presto ti
ritroverai fuori».
la seconda moglie di Rupert Anna Mann Prudence McLeod avuta
dalla prima moglie ed Elisabeth sorella di Lachlan e James
Con un copione in cui toni da tragedia
shakespeariana s'intrecciano a intrighi politici à la
Machiavelli, il quasi settantenne Ailes starebbe quindi per
essere travolto dal proprio successo. Quello che lo ha
proiettato al vertice del potere, nella cruciale intersezione
americana tra affari, media e politica. E che lo ha fatto
diventare il manager più pagato del gruppo, 23 milioni di
dollari nel 2009, un salario superiore a quello dello stesso
Murdoch.
Denari all'evidenza meritati. In 13
anni, è riuscito a trasformare Fox News nel network più
redditizio degli USA, capace di generare più profitti di Cnn,
Abc, Nbc e Cbs messe insieme. Schierandola nel campo
conservatore, l'ex stratega delle campagne di Reagan e Bush
padre, ne ha fatto una rete brillante, partigiana e
aggressiva, arruolando una squadra di commentatori volutamente
faziosi, ferocemente ostili ai democratici e ai (pochi)
repubblicani considerati moderati: Glenn Beck, Bill O'Really e
Sean Hannity sono oggi i veri guru di riferimento del popolo
conservatore in America, cui da lunedì si è aggiunta Sarah
Palin, ex candidata alla vice-presidenza, prediletta della
destra.
Tanto zelo conservatore non ha fatto
di Ailes solo la bestia nera dei progressisti. Lo ha anche
messo in conflitto con gli eredi di Murdoch. Fu per protesta
contro di lui che Lachlan, il figlio maggiore di Rupert, lasciò
Corporate News nel 2004. Quanto agli altri due, Elisabeth e
James, l'erede apparente che guida le attività del gruppo in
Europa e Asia, hanno più volte espresso indignazione per
l'ostilità preconcetta con cui Fox ha coperto prima la
campagna e ora la Casa Bianca di Obama.
Ora però le critiche della famiglia
da sussurri sono diventate grida e attacco personale. Il pezzo
apologetico del Times conteneva un proiettile avvelenato,
sparato da Matthew Freud, manager di relazioni pubbliche, ma
soprattutto marito di Elisabeth: «Non sono affatto solo nella
famiglia a provare vergogna e malessere per l'orrendo e
ripetuto disprezzo di Roger Ailes verso gi standard
giornalistici cui aspirano News Corporation, il suo fondatore
e ogni altro gruppo mediatico globale».
Certo, un portavoce della compagnia ha
subito smentito: «Le opinioni di Freud sono personali e non
riflettono in alcun modo quelle di Rupert Murdoch, che è
fiero di avere Roger Ailes a Fox News».
Parole dovute. Ma secondo il Daily
Beast, è stata altra la reazione del Grande Capo, quando ha
visto il faccione facondo del suo primo dipendente sulla
copertina del Times e ne ha letto le esternazioni: «La mia
educazione è stata Dio, Patria e Famiglia: questo è il credo
alla base del successo di Fox News», ha detto Ailes,
rivendicando a sé il merito di «aver costruito la rete sulla
base dell'esperienza personale» e vantando come prima
qualificazione di «non aver frequentato la Columbia School of
Journalism», il tempio della formazione progressista. Sembra
che il pezzo abbia fatto andare al vanitoso Murdoch il caffè
di traverso. E ora Ailes sarebbe a rischio.
Eppure, c'è un'altra, machiavellica
lettura: giocando d'anticipo, il diabolico capo di Fox News
avrebbe dato l'intervista ai «nemici» del Times come un
testamento politico e sarebbe pronto per una nuova avventura.
Forse, fare il secondo nel regno di Rupert gli sta ormai
stretto.
[13-01-2010] |
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MA SENTI CHI PARLA! - CARLETTO DE BENEDETTI SCOPRE CHE "IN ITALIA
c’e’ un problema di limitazione della liberta’ di informazione"
- CARO ING., AMMETTA ANCHE LEI CHE VIVIAMO DENTRO UN GIGANTESCO CONFLITTO
DI INTERESSI - UNA BANCA O UN IMPRENDITORE, COSA C'ENTRANO NELLA PROPRIETà
DEI GIORNALI? NISBA: SE NON PER COMPRARSI LA LORO "LIBERTà DI
INFORMAZIONE"...
(Ansa) - 'E' evidente che in Italia esiste la
liberta' di stampa, ma c'e' un problema di limitazione della liberta' di
informazione e della possibilita' da parte del cittadino di essere
informato anche con punti di vista diversi'.
A sottolineare la differenza fra i due concetti e' il presidente del
gruppo editoriale Repubblica Espresso, Carlo De Benendetti, che, alla
vigilia della manifestazione promossa dalla Fnsi a Roma, spiega perche'
ritiene che in Italia la liberta' di informazione sia a rischio.
'Credo che episodi come quelli accaduti di recente - ha dichiarato
De
Benedetti a margine dell'incontro per i 25 anni del quotidiano
Nuova Venezia -, cioe' di direttori che hanno dovuto addirittura
dimettersi per il fatto di essere stati assaliti dimostra che la
liberta' con la quale il singolo giornalista puo' svolgere il suo lavoro
in maniera serena ed indipendente e' assolutamente limitato.
Poi c'e' tutto il capitolo della tv - ha aggiunto -: questo e' un
paese in cui se uno guarda solo la televisione non avrebbe neanche mai
saputo che esistono le dieci domande di Repubblica al presidente del
Consiglio. E' un po' strano o no? Il Tg1, che e' il principale
telegiornale del paese, e il Tg5, che e' il secondo, non ne hanno mai
parlato'.
De Benedetti ha poi criticato la Rai: 'Molto prima di scendere in
politica Berlusconi si e' occupato di televisioni commerciali e la Rai
purtroppo ha seguito quel modello - ha sottolineato il presidente del
gruppo editoriale L'Espresso - ha fatto in modo che al modello-maestra
si sostituisse il modello-velina'
A sostegno della sua tesi sulla scarsa liberta' di informazione in
Italia, De Benedetti ha citato l'Economist: 'e'
evidente che esiste se un giornale che e' il campione storico di 150
anni del pensiero liberale in Inghilterra come l'Economist nel numero in
edicola oggi, parla dell'Italia scrivendo 'museruola all'informazione'.
Lo dice gente - ha sottolineato - che e' super liberale e che certo
non appartiene al mondo che Berlusconi ama definire 'comunista' anche se
credo che non sappia cosa voglia dire'.
A differenza del sindaco di Venezia, Massimo Cacciari,
che ha parlato di crisi di sistema dell'informazione nel contesto di una
crisi globale della democrazia, De Benedetti e'
convinto che la deriva democratica riguardi solo l'Italia: 'Esiste nel
nostro paese ma non nell'occidente - ha affermato -.
Ho viaggiato molto ma negli Usa non la percepisco, ne' in Gran
Bretagna ne' in Germania. E' vero che in Italia siamo di fronte ad una
deriva demagogico-populistica - ha concluso De Benedetti
-
ma al contrario di Cacciari non penso che sia stata
favorita dalla stampa, credo che la stampa non l'abbia capita in tempo e
quindi non l'ha combattuta abbastanza'.
[02-10-2009]
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SENZA IL CONDIZIONAMENTO DI UN EDITORE-PADRONE E SENZA FINANZIAMENTI
PUBBLICI - PRESENTAZIONE DE "IL FATTO", STARRING TRAVAGLIO,
PADELLARO, COLOMBO, GOMEZ, LILLO - DISEGNI, ABBATE, CORRIAS, AMURRI PIÙ I
FINANZIATORI DEL GIORNALE FAZIO E MONTEVERDI - CHE CI STA A FARE LA
CONTESSINA FAMOSA PER ESSERE FAMOSA BEA-TROCE BORROMEO? - COMPROMESSO AD
"ANNOZERO": UN "ESPERTO" DELLA MATERIA TRATTATA DA
TRAVAGLIO
(Ansa) - Mercoledi' 23 settembre: e' il 'D-Day' del Fatto Quotidiano, il
nuovo giornale nato dalla rodata collaborazione all'Unita' tra Antonio
Padellaro, Furio Colombo e Marco
Travaglio. Sedici pagine, sei giorni di uscita, un costo di
1,20 euro a copia, per raccontare i fatti senza il condizionamento di un
editore-padrone e una scelta di campo: rinunciare tout court ai
finanziamenti pubblici.
La partenza e' positiva: il Fatto ha incassato la fiducia di 28 mila
aspiranti lettori che hanno sottoscritto l'abbonamento prima ancora di
giudicare il prodotto.
Il Fatto Quotidiano e' stato presentato nella sede della stampa
estera da Padellaro, Colombo,
Travaglio,
affiancati da Giorgio Poidomani, amministratore
delegato dell'Editoriale Il Fatto (e gia' ad dell'Unita') e da Peter Gomez
che, insieme a Marco Lillo, ha lasciato l'Espresso per
lanciarsi nella nuova avventura. In platea Luca Telese, Sandra Amurri e
Beatrice Borromeo, componenti della squadra. Presenti i vertici della
Federazione della stampa Franco Siddi e Roberto Natale.
'Ci rivolgiamo - ha detto Padellaro in apertura - anche ai colleghi
stranieri i quali, in queste ultime settimane, ci hanno chiesto cosa ci
spingesse fare un nuovo giornale in un momento in cui il settore
editoriale e' in crisi e la stampa e' sotto assedio, sottoposta
all'artiglieria pesante di Silvio Berlusconi. Ma e' proprio per questo
che serve una reazione civile dei giornalisti che credono nella liberta'
di stampa'.
La linea al giornale la dara' la Costituzione Italiana. E sara'
centrale l'opposizione al premier che, ha precisato Peter Gomez, non
significa essere 'filo-opposizioni''.
Grande attenzione al mondo di Internet al quale sara' dedicata una
pagina al giorno per ribadire l'attenzione ai giovani e all'evoluzione
dei media. La diffusione sara' concentrata nelle grandi citta', mentre
laddove si dimostrasse difficoltosa c'e' l'opportunita' di scaricare il
giornale in versione pdf.
Break even 10-15 mila copie. 'Un giornale che - ha detto Travaglio
- si prefissava questo obiettivo, poteva arrivare a 2-3 mila
copie in abbonamento e non a 28 mila e questo dato conferma che esiste
un altro Paese poco o affatto rappresentato, quelli che vogliono saperne
di piu'. Adesso sentiamo forte la responsabilita' che ci hanno affidato
e non vogliamo tradire le loro attese'.
Un'altra condizione per rendere davvero libero Il Fatto - ha spiegato
Poidomani - e' l'equilibrio economico, mantenendo bassi i costi fissi;
le norme statutarie che rendono vincolanti i pareri dei
giornalisti-azionisti su scelte importanti come la nomina del direttore;
e ovviamente la rinuncia ai fondi pubblici. Il concetto di liberta'- ha
aggiunto - e' nella stessa storia dei protagonisti del Fatto.
'Nessuno di noi - ha sottolineato Furio Colombo
-
viene da passati politici da affermare o rinnegare continuamente e
neanche abbiamo fatto parte di gruppi anche molto per bene. E questo ci
rende autonomi. Al Fatto vogliamo fare analisi logiche e non morali'.
Tante le domande e qualche battuta di Travaglio che ha scherzato
sulle attese appuntate sul giornale: 'In breve, noi cercheremo di
rispondere alle dieci domande...'. 'Ma se Berlusconi
chiede
uno o due milioni a chi gliele ha fatte, figurati a noi...'. Parole
prese sul serio da qualcuno: 'Allora ci aspettiamo uno scoop sulle dieci
domande?'.
Risposta negativa e dopo due ore di conferenza stampa, Padellaro ha
chiuso: 'Dobbiamo andare, c'e' ancora tanto lavoro da fare'.
2 - IL MONOLOGO DI TRAVAGLIO DIVENTA UN DUELLO
Maria Grazia Bruzzone per "La Stampa"
La tragedia afghana ha finito per condizionare anche la riunione di
ieri il cda Rai, smorzando i toni accesi delle polemiche su Ballarò,
spostato per far spazio a Porta a Porta con Berlusconi.
Il presidente Garimberti ha esordito con la prevista
relazione sul «caso» e ha ribadito le sue critiche sia alla decisione
in sè di spostare il programma di Floris, sia alle
modalità in cui è stata attuata.
E che la scelta sia stata «sbagliata» e «presa non per motivi
editoriali» lo hanno ripetuto i consiglieri di opposizione, mentre
quelli di maggioranza hanno approvato compatti l'operato del direttore
generale Masi.
Il quale comunque si è assunto in prima persona la responsabilità
della decisione. Per il cda il caso è ormai chiuso (Masi però mercoledì
prossimo sarà sentito in Vigilanza). Resta aperto il nodo Marco
Travaglio ad Annozero anche se si va profilando una soluzione.
E giovedì l'opinionista clou, ancora senza contratto, potrebbe intanto
«fare l'ospite». Presente e parlante, sia pure gratis.
I consiglieri, sia pure con sfumature diverse, ieri hanno tutti
sottolineato che spetta solo al dg decidere se firmare o meno il
fatidico contratto, l'ultimo anello ancora mancante nel tira e molla su
Annozero. Un dettaglio non da poco, visto che Santoro da sempre va
ripetendo che «Annozero e Travaglio sono la stessa
cosa». Gli altri elementi sono pian piano andati (più o meno) a posto:
gli spot sono iniziati, sia pure solo quelli confezionati dalla rete
(che definiscono Annozero un programma «graffiante»), i contratti alle
troupes sono arrivati, anche se in misura per ora molto ridotta. Il
programma esordirà giovedì prossimo e Santoro ha dato via libera alla
conferenza stampa di presentazione.
E Travaglio? Masi in consiglio ha detto di volerci
ancora pensare. Potrebbe essere presente come ospite? «Perché no?
Partecipare non è proibito, almeno per ora», scherzano in redazione. E
potrebbe essere proprio questo l'escamotage escogitato col benestare del
dg, che intanto prende tempo per valutare la soluzione inventata da
Santoro per rispondere all'esigenza dei vertici di dare a Travaglio
una sorta di «contraddittorio»: non un contro-Travaglio, un
opinionista fisso di diversa area a fare da contraltare, ma di volta in
volta qualcuno «esperto» della materia trattata in trasmissione,
capace di replicare quando necessario. Un compromesso accettabile.
Funzionerà?
[18-09-2009]
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