Massimo Giannini per "la
Repubblica"
Silvio
Berlusconi
Sepolta dalle tragiche macerie del terremoto d´Abruzzo, un´altra
legge ad personam, o per meglio dire ad aziendam, ha incassato
silenziosamente il timbro del Parlamento. E´ una norma che nasce all´ombra
del conflitto d´interessi di Silvio Berlusconi: capo
del governo e padrone di un impero mediatico. Tradisce una visione
proprietaria del libero mercato: la regola generale al servizio di un´esigenza
particolare.
Sancisce una posizione gregaria delle autorità indipendenti: il
"vigilante", debitamente sollecitato, obbedisce al
"vigilato". Mercoledì scorso il Senato ha approvato in via
definitiva il cosiddetto decreto incentivi. Un pacchetto-omnibus nel
quale c´è di tutto: dal raddoppio degli incentivi per l´auto ai bonus
per gli elettrodomestici.
Nel gigantesco garbuglio sono stati infilati un paio di articoli che
prevedono «strumenti di difesa del controllo azionario delle società
da manovre speculative», e introducono misure volte a prevenire «eventi
di scalate ostili in una fase di mercato caratterizzato da corsi
azionari molto al di sotto della media degli ultimi anni».
Lamberto
Cardia
Nobile intenzione. Il legislatore, in piena crisi finanziaria, si
preoccupa dei troppi «avvoltoi» stranieri che svolazzano sulla Borsa
italiana. Vuole difendere almeno le spoglie dei pochi, grandi
"campioni nazionali" rimasti su piazza: Eni ed Enel, Fiat e
Telecom, Intesa e Unicredit. Con tre disposizioni specifiche.
La prima prevede l´innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni
proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La
seconda prevede l´incremento fino al 5% annuo delle partecipazioni
consentite a chi già possiede tra il 30 e il 50% di una Spa. La terza
introduce la possibilità per la Consob di ridurre dal 2 all´1% la
soglia valida ai fini dell´obbligo di comunicare alla Vigilanza l´avvenuto
acquisto di un pacchetto azionario.
Non c´è male, per un governo che si professa liberale, anche se non
più liberista. E nemmeno per un centrodestra che, fregandosene
allegramente della cultura dell´Opa e della contendibilità delle
aziende, ha già rimesso pesantemente in discussione la passivity rule,
cioè quel complesso di regole volte a limitare le iniziative di
contrasto consentite a una società su cui pende un´Offerta pubblica d´acquisto.
In tempi di ferro, come dice Tremonti, ci si difende
con tutti i mezzi. Ma il problema, nel caso di specie, non è solo
questo: dietro la nuova crociata per salvare "l´italianità"
si nasconde un interesse di bottega, molto più spicciolo: difendere
Mediaset. Vediamo perché.
Piersilvio
Berlusconi
I titoli del Biscione, come la maggior parte del listino, soffrono da
mesi e mesi un crollo verticale di valore. Al 31 dicembre 2007 un´azione
Mediaset valeva 9,3 euro. Un anno dopo, a fine 2008, ne valeva 3,9.
Attualmente staziona intorno ai 3,5 euro, con una capitalizzazione di
circa 4,2 miliardi. Poco più di un terzo di due anni fa. Già a luglio
dell´anno scorso Piersilvio Berlusconi denunciava: «Dall´inizio
dell´anno abbiamo subito una perdita di valore del 41%». Anche il
Cavaliere, ovviamente, è preoccupato.
L´8 ottobre 2008, in un´ormai leggendaria conferenza stampa,
arringa le masse: «Abbiate fiducia, comprate azioni Eni, Enel e
Mediaset». Nulla cambia, com´è ovvio, e un mese dopo il premier
incurante delle polemiche insiste: «Le azioni di una società non
possono mai valere meno di 20 volte gli utili prodotti».
Tecnicamente non ha tutti i torti.
Politicamente la sua posizione è indifendibile. Ma queste, per un «uomo
del fare», sono questioni da legulei bizantini. Così, di fronte al
progressivo tracollo della Borsa che nessuno riesce a fermare, il
presidente del Consiglio e il suo inner circle usano tutte le armi a
disposizione.
All´inizio del 2009 scattano i primi contatti riservati tra Gianni
Letta e Lamberto Cardia, presidente della
Consob. Il tema è: cosa si può fare per sostenere i corsi azionari e
per evitare che qualche raider si faccia venire idee strane? In meno di
un mese scatta una manovra di geometrica potenza.
Ai primi di marzo, secondo un´indiscrezione raccolta a Piazza
Affari, da Mediaset arriva agli uffici Consob una richiesta di parere
sui limiti all´acquisto di azioni proprie. Il 12 marzo, in un´intervista
al settimanale di famiglia, Panorama, Cardia fa il
primo passo: «Serve una spinta in più per ritrovare la fiducia e
ridare fiato alla Borsa - dice il presidente della Consob - il governo
ha già fatto molto, però nella situazione attuale si può andare
oltre...
Mediaset
Si potrebbe, per un periodo prefissato e in tempi di crisi, dare la
facoltà alle società quotate di comprare azioni proprie non più fino
al 10 ma fino al 20%. Questo potrebbe servire a contrastare la volatilità
e a rafforzare la presa sul capitale. Naturalmente tutte queste scelte
spettano alla politica, governo e Parlamento. I miei sono solo
contributi di pensiero».
Ben detto. Ma questo «contributo di pensiero» è esattamente il
segnale che aspettano in casa Berlusconi. Nel giro di
una settimana succedono due cose, per niente casuali. Il 17 marzo il cda
Mediaset approva il bilancio 2008 ed esamina i primi tre mesi del 2009,
che riflettono la crisi, tra una caduta del 12% dei ricavi pubblicitari
a gennaio e un taglio dei dividendi, per la prima volta dopo sette anni,
da 0,43 a 0,38 euro per azione.
Nel comunicato finale, il Biscione comincia a
mettere fieno in cascina e precisa che alla prossima assemblea sarà
proposta la facoltà di «acquisire fino a un massimo di 118.122.756
azioni proprie, pari al 10% dell´attuale capitale sociale, in una o più
volte, fino all´approvazione del bilancio 2009».
Il 18 marzo due parlamentari del Pdl, Marco Milanese ed
Enzo Raisi, presentano un emendamento al decreto
incentivi, che prevede esattamente l´innalzamento dal 10 al 20% della
quota di azioni proprie acquistabili da una singola azienda, l´incremento
dei tetti per la cosiddetta Opa totalitaria e la riduzione dal 2 all´1%
della soglia al di sopra della quale scatta l´obbligo di comunicazione.
Ecco la norma ad aziendam.
Il blitzkrieg è scattato. Ha solo bisogno di una cornice
presentabile sul piano etico e sostenibile sul piano politico. Alla
prima esigenza provvede ancora Cardia, che il 19 marzo, in una
prolusione alla Scuola Ufficiali carabinieri di Roma, chiude il cerchio:
«E´ di ieri la notizia della presentazione di un emendamento al
decreto incentivi all´esame della Camera, che accoglie alcune proposte
formulate dal presidente della Consob a titolo personale per sostenere
le società quotate in un momento nel quale la grave depressione delle
quotazioni potrebbe facilitare manovre speculative o ostili. Chi lavora
in istituzioni pubbliche deve essere orgoglioso di lavorare al servizio
della collettività...».
Alla seconda esigenza provvede lo stesso Berlusconi:
il 31 marzo, in una dichiarazione a Radiocor, afferma pubblicamente che
il governo punta ad aumentare il tetto per il possesso delle azioni
proprie delle società quotate. E dichiara con assoluto candore di
averne «parlato con il presidente della Consob», che si è detto «d´accordo
su questa direzione». Nessuno lo nota, neanche i giornali
specializzati. Ma è la smoking gun dell´ennesimo caso di conflitto di
interessi.
Il resto è cronaca di questi ultimi giorni, con il Parlamento che
approva definitivamente la norma ad aziendam. Nel silenzio assordante
dei benpensanti. Si segnala una sola eccezione. Salvatore
Bragantini, ex commissario Consob, in un commento nelle pagine
interne del Corriere della Sera del 3 aprile scorso, critica giustamente
il «decreto protezionista» corretto dagli emendamenti del Pdl, e si
chiede: «Sarebbe interessante capire quale società potrà essere la
vittima destinataria delle proposte». Ora lo sappiamo. Come temevamo,
è la società del capo del governo.