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CINE-SPRECOPOLI - D’ACCORDO SPARARE SU DON AB-BONDI, D’ACCORDO SCENDERE IN PIAZZA CONTRO I TAGLI AL FUS, MA DUE PAROLE SUI MILIONI DI EURO BUTTATI IN FILM SPARITI NEL NULLA LE VOGLIAMO DIRE? - FINANZIAMENTI A PIOGGIA PER OPERE DI OSCURI REGISTI (CHE SPESSO RESTANO ALLO STATO DI PRE-PRODUZIONE) PRODOTTE DAI FRATELLI AVATI, LUCKY RED di occhipinti, BIBì DI BARBAGALLO, ESKIMOSA DI FELTRINELLI - 350.000 € ANCHE PER L’OPERA PRIMA DELLA RAMPOLLA DELL’ARCHI-STAR FUKSAS…

Franco Grattarola e Giuseppe Pollicelli per "Libero"

 

Nel 2007 l'importo per le opere prime e seconde sale di qualche migliaio di euro rispetto al 2006: 12 milioni per 26 film. Forse a causa di un ritardo nelle erogazioni, alcuni titoli risultano ancora in fase di produzione, postproduzione e progettazione, ad esempio "Le dolci parole" di Ivano Di Matteo (contributo: 450.000 euro), "Passannante" di Sergio Colabona (400.000 euro) e "Fumo negli occhi" di Michele De Virgilio e Nicola Scorza (400.000 euro).

 

Riguardo a "Fumo negli occhi" si rileva però un'anomalia: la produzione, a differenza di quanto riferito nella documentazione ministeriale, non è più delle società A.E. Media Corporation e Eagle Pictures bensì della Luna Rossa Cinematografica (almeno così si legge in alcune richieste di casting presenti sul web).

 

Di altri titoli, al contrario, non vi è traccia se non nelle delibere ministeriali. Si tratta di "L'amico di Giulia" di Massimo Cappelli (750.000 euro alla società Duea Film dei fratelli Avati), "Bhaiyya!!! (Fratello!!!)" di Krishna Raja Menon (400.000 alla società Achab Film di Enzo Porcelli), "Le ali e le radici" di Andrea Segre (400.000 euro alla società All Kind Of Stuff), "Camere da letto - Frammenti di un discorso amoroso (omosessuale)" di Stefano Consiglio (150.000 euro alle società Bibì Film TV di Angelo Barbagallo e Lucky Red di Andrea Occhipinti) e "Una sola stella" di Maurizio Santi (100.000 euro alla società Pcm Produzioni Multimediali).

 

Oscura la vicenda di un altro film mai realizzato, "Cupido a Manhattan" di Edoardo De Angelis, per cui la Bavaria Media Italia ha avuto 700.000 euro. Un articolo uscito sul "Fatto" lo scorso 13 marzo fa risalire il finanziamento a un accordo sottobanco tra il produttore Giuseppe Proietti, Gaetano Blandini (ex direttore generale della Direzione Cinema del Minbac e attuale direttore generale della Siae), l'avvocato Enrico Di Mambro e Balducci padre e figlio (quest'ultimo prescelto come protagonista del film). Il finanziamento, comunque, è stato in seguito revocato.

 

Dal 2007 dovrebbero essere in preproduzione "Piano Man", esordio alla regia dello scrittore vicentino Giancarlo Marinelli (200.000 euro), e "La fune sull'acqua" di Domenico Distilo (200.000 euro alla società Eskimosa, di proprietà dell'editore Feltrinelli). Due film spariti nel nulla.

Circa un anno fa, nel novembre 2009, è entrato in preproduzione "Onda d'urto" (550.000 euro), opera prima di Valentina Torti, mentre sono stati realizzati ma senza godere di una distribuzione regolare "La sera della prima" di Loretta Cavallaro (400.000 euro) e "Quando combattono gli elefanti" di Simone Amendola (100.000 euro). Tra i beneficiati non mancano i soliti figli d'arte.

 

Tommaso Rossellini, figlio di Isotta (una delle figlie di Roberto), ha ottenuto 400.000 euro per "Chamber Film" che, a quanto si legge, dovrebbe essere entrato in produzione pochi mesi fa. E nel gennaio 2010 era in preparazione anche "Falso d'amore" (350.000 euro), un film di Elisa Fuksas, rampolla dell'archistar Massimiliano.

 24-11-2010]

 

 

IL POSTINO NON SUONA PIÙ IL SABATO – DA GIUGNO 2011 LA CONSEGNA DELLA POSTA SI FERMA IL VENERDÌ – CHIEDERE DI GRAZIA ALL’AD SARMI CHI MAI SI ABBONERÀ PIÙ A UN QUOTIDIANO SE DUE GIORNI A SETTIMANA NON POTRÀ PIÙ RICEVERLO – LE POSTE ITALIANE, TUTTE PRESE DAI SERVIZI FINANZIARI E ALLA FACCIA DI UN SUSSIDIO PUBBLICO IN COSTANTE AUMENTO (739 MLN NEL 2009), SE NE SBATTONO DELL’UNICO MESTIERE CHE DOVREBBERO FARE: CONSEGNARE LA CORRISPONDENZA

Daniele Martini per "Il Fatto Quotidiano"

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Dalla fine di maggio dell'anno prossimo la posta, compresi i giornali, non sarà più consegnata il sabato. È una novità notevole, non era mai successo. Bisogna riandare indietro di parecchio per trovare qualcosa di simile e non per effetto di una scelta aziendale, come avviene ora, ma per cause di forza maggiore. Solo durante le sanguinose sommosse del biennio rosso, dal 1919 al 1921, la continuità del servizio postale fu messa seriamente a repentaglio.

 

Ma quella fu una specie di rivoluzione mancata, da cui per reazione nacque il fascismo. Oggi la consegna di lettere e giornali viene tagliata a tavolino, per risparmiare, mentre vengono potenziate funzioni aziendali più ricche, dal Bancoposta alle assicurazioni. Tutto avviene sotto gli occhi di un governo assente fino all'abulia, che lascia fare, sulla falsariga di ciò che sta succedendo con le Ferrovie, dove all'amministratore Mauro Moretti è stato consentito di concentrarsi solo sui treni redditizi, i Freccia Rossa, Argento e similari, lasciando il resto in balia di se stesso, dai convogli per i pendolari a quelli sulle lunghe percorrenze ai merci.

Con tanti saluti al servizio universale, cioè al dovere di un'azienda pubblica come Fs e Poste, appunto, di garantire le proprie prestazioni a tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale. Con il taglio del sabato postale, è un altro pezzo dell'organizzazione statale che se ne va, grazie a una manovra condotta quasi alla chetichella e con il beneplacito dei sindacati.

Per lo svolgimento del servizio universale, le Poste ricevono oltretutto un sussidio pubblico, una bella somma che aumenta di anno in anno: 533 milioni nel 2007, 670 l'anno successivo, 739 nel 2009. In cambio di questi fondi, l'azienda delle lettere sottoscrive un "contratto di programma" con lo Stato, un accordo con cui si impegna a garantire prestazioni con determinati standard di qualità.

 

Per esempio la posta prioritaria dovrebbe essere consegnata rispettando la formula che i tecnici chiamano J+1, cioè il giorno successivo a quello dell'invio. Con la soppressione della consegna del sabato, queste minuziose clausole del contratto Stato-Poste suonano ormai anacronistiche.

DALLE CARTOLINE AL BANCOPOSTA - Il sabato senza lettere e giornali è frutto di un accordo sottoscritto dalle Poste con tutti i sindacati, dalla Cgil all'Ugl passando per gli autonomi della Cisal e della Confsal. Ognuno dei contraenti ritiene di aver guadagnato qualcosa. Il vantaggio delle Poste sarà dell'ordine di centinaia di milioni di euro all'anno, ottenuti soprattutto con risparmi sul costo del lavoro, con la riduzione dei voli postali e delle spese fisse di gestione degli impianti, anche se i portavoce dell'azienda dicono che un calcolo definitivo non è stato ancora effettuato.

 

Circa 3.300 postini saranno spostati dal recapito delle lettere a quello che viene chiamato il "mercato privati", come il Bancoposta o le assicurazioni, settori che al management aziendale interessano di più perché ricchi di ricavi ed utili. La consegna delle lettere, invece, è un lavoro che da anni perde a rotta di collo in termini di volumi e di incassi. L'altr'anno gli invii sono stati 5.833 milioni, circa 700 milioni in meno rispetto all'anno precedente, con una diminuzione percentuale di circa il 10 per cento; solo la contrazione della posta prioritaria è stata di quasi 400 milioni di pezzi.

È evidente che su questi dati pesa la diffusione della corrispondenza via Internet, ma è altrettanto chiaro che i servizi postali classici, compreso quelli promettenti, come la posta commerciale, sono stati, di fatto, abbandonati alla deriva e sbrigativamente considerati dall'amministratore Massimo Sarmi una specie di sopravvivenza del passato. Di pari passo crescono i ricavi postali ottenuti con i servizi finanziari: nel 2009 gli introiti del Bancoposta, per esempio, sono saliti da 1miliardo e 800 milioni di euro a 2 miliardi, con una progressione percentuale del 7,6.

In pratica sotto la direzione di Sarmi le Poste italiane stanno portando alle estreme conseguenze il processo di mutazione genetica, un cambiamento radicale che consiste, di fatto, nella trasformazione dell'azienda pubblica delle lettere in una specie di gigantesca bancassicurazione. Va in questa direzione anche la decisione assunta all'inizio di luglio di trasferire il 35 per cento del capitale delle Poste dalla Cassa depositi e prestiti al Tesoro guidato da Giulio Tremonti che di nuovo diventa padrone al 100 per cento dell'azienda postale. Secondo alcuni, questa manovra sarebbe propedeutica alla quotazione del Bancoposta in Borsa.

 

L'AVVALLO DEI SINDACATI - Anche i sindacati e i lavoratori delle Poste ritengono di trarre benefici dall'accordo sottoscritto. Prima di tutto riescono a limitare i tagli annunciati dall'amministratore Sarmi, 6.500 persone circa che avrebbero dovuto lasciare l'azienda. Con l'intesa se ne andranno solo 3 mila e in modo incentivato e morbido; per gli altri 3mila e passa che restano e sono spostati da un servizio all'altro, si profila addirittura un piccolo affare perché ci guadagnano in carriera e in stipendio in quanto vengono promossi dal livello D (portalettere) al livello C (sportellisti).

Non ci guadagnano i cittadini, però, e neanche gli abbonati ai giornali, Fatto compreso, ai quali verrà distribuita il lunedì, quando va bene, l'edizione di 2 giorni prima. Fino ad oggi la corrispondenza era consegnata anche il sabato, in alcuni casi dalle 7 alle 13, in altri dalle 8 alle 14.

 

Quando l'accordo entrerà a regime, invece, la lavorazione delle lettere sarà interrotta alle 22 del venerdì e sarà ripresa alle 4 del pomeriggio di domenica con la riapertura dei Cmp, Centri meccanizzati postali, per l'organizzazione delle consegne del lunedì. Il nuovo sistema sarà introdotto per gradi e attraverso varie fasi di sperimentazione.

Il primo ciclo parte il 20 settembre, dura fino all'8 ottobre e interessa 7 centri medio-piccoli e un quartiere di Roma, Forte Bavetta. I centri saranno Modica e Vittoria nel Ragusano, Fabriano nelle Marche, Prato in Toscana, Boario e Lovere in Lombardia e Caluso in Piemonte. Subito dopo , dall'11 ottobre a marzo 2011, la sperimentazione interesserà i centri metropolitani e i capoluoghi di provincia e infine i centri più piccoli dal primo gennaio alla fine di maggio. Da quel momento entrerà in funzione a regime e su tutto il territorio nazionale il sabato postale senza posta. 10-09-2010]

 

 

 

N’EURO DELIRI - SOLO ORA NONNO CIAMPI SI ACCORGE CHE L’ALLARGAMENTO AFFRETTATO DELL’UNIONE EUROPEA ALLA GRECIA E AI PAESI DELL’EST È STATA UNA COLOSSALE CAZZATA, MA NE FU IL GRANDE SPONSOR INSIEME A PRODI E AMATO – MEMORABILE LA NOMINA PRODIANA A “COMMISSARIO EUROPEO PER L’ALLARGAMENTO” AL SOCIALISTA TEDESCO VERHEUGEN, CHE SI ALLARGò FINO AL PUNTO DI PROMUOVERE A CAPO DIPARTIMENTO LA SUA FIDANZATA (INDIMENTICABILI LE LORO FOTO IN UN CAMPO NUDISTA LITUANO) CON RELATIVO STIPENDIO DI 11.000 € AL MESE… Claudio Borghi per "Il Giornale"

 

Non è mai troppo tardi per rinsavire. Alla fresca età di novant'anni Carlo Azeglio Ciampi, in una stupefacente intervista rilasciata al direttore de La Stampa, apre gli occhi e si accorge che l'allargamento dell'Unione europea fu un errore. Con un candore invidiabile l'ex presidente afferma che «oggi dovremmo chiederci se sarebbe stato meglio non essere di manica larga nell'ammettere nuovi Stati. E se questa è la domanda, la risposta è senz'altro sì».

 

Ma pensa, non ce ne eravamo accorti. Dato che siamo in vena di ripensamenti forse occorre un aiutino per ricordare chi furono gli artefici di questo capolavoro. Il trattato che accolse la Grecia nell'Unione monetaria, girando occhi e testa per far finta di non vedere che Atene non era pronta, è del 19 giugno 2000.

 

Chi era il presidente della Repubblica italiana? Ovviamente quello stesso Ciampi che oggi si rende conto dell'«errorino» e che in precedenza era stato anche ministro del Tesoro dal '96 al '98 nei governi Prodi e D'Alema. Chi era il presidente del Consiglio? Guarda caso il suo compagno di svalutazioni del '92, Giuliano Amato.

 

Ma soprattutto, chi era il presidente della Commissione europea? Sempre casualmente il grande sponsor dell'allargamento totale dell'Europa: Romano Prodi. Quello stesso Prodi che creò il nuovo posto del "Commissario europeo per l'Allargamento" (sic!) affidandone la poltrona al socialista tedesco Gunther Verheugen, che diventerà poi noto per aver promosso a capo dipartimento la sua fidanzata (memorabili le loro foto in un campo nudista lituano) con relativo stipendio di 11.000 euro al mese.

 

Quello stesso Prodi che difese a spada tratta l'Eurostat (che dovrebbe convalidare i conti degli Stati membri) in un clamoroso scandalo che scoppiò durante la sua presidenza.

Eurostat poi a sua volta girò a lungo la testa davanti alle forzature di bilancio del governo del Professore, che nel 2006 appesantirono i conti italiani con trenta miliardi di costi inesistenti o non dovuti per poi potersi prendere i meriti di un risanamento che c'era già stato.

 

Fu sempre Prodi, insieme a un altro grande esponente della sinistra europea, lo spagnolo Pedro Solbes, il primo in assoluto a ricevere nelle sue mani il foglio con gli stiracchiati conti della Grecia che chiedeva l'ammissione alla moneta unica: avvenne il 9 marzo del 2000 e, prima ancora di guardare cosa c'era scritto, si premurò di festeggiare il nuovo arrivo affermando in una nota ufficiale che «un'area Euro allargata era un'ottima cosa sia per i membri della prima ora che per i nuovi arrivati».

Adesso scopriamo, grazie a Ciampi, che forse quella mossa non fu poi così geniale. Benissimo, ma a questo punto occorre fare due conti: il costo dell'«errata valutazione» del '92, quando Amato e Ciampi dissiparono tutte le riserve valutarie della Banca d'Italia, non è mai stato rivelato in modo convincente ma una stima conservativa lo pone a circa 50 miliardi di euro.

 

Il costo della questione greca deve ancora essere scritto ma appare più che evidente che sarà memorabile. Diamo pure atto delle migliori intenzioni, ma quando ci sono errori di tale peso non dovrebbe valere come scusa il «pensavo di fare bene», eppure, misteriosamente, quegli stessi censori di parte sinistra che si stracciano le vesti per ogni minuzia dell'attuale governo non hanno mai pensato di puntare seriamente il dito contro i loro «padri nobili», fino al paradosso che adesso sono quegli stessi numi tutelari ad accusarsi tra loro (seppur con molto garbo).

Si dirà che è semplice parlare dopo che i guai sono emersi. Vero, è facile. Ma il rendersi conto tardivo di un errore non scusa chi l'errore lo ha causato, anche se si dovesse semplicemente riconoscere la colpa senza il dolo. Invece nel nostro strano Paese ci si scanna per un appartamento acquistato sottocosto ma si fanno spallucce sulle origini di danni da decine di miliardi.

 

È evidente che l'ideale sarebbe avere a che fare con una classe dirigente composta da persone oneste, attente e capaci: ma in mancanza della perfezione forse sarebbe il caso di prestare la stessa attenzione riservata a chi ruba la mela anche a quello che dimentica la dinamite in cantina. 11-05-2010]

 

 

I FURBETTI DELL’AEROPLANINO! - I VOLI LOW COST? PAGA PANTALONE: PER TENERE IN PIEDI LO SCALO DI ALGHERO E FORAGGIARE IL TURISMO, LA REGIONE SARDEGNA HA DATO A RYAN AIR 3 MLN € NEL 2008, 6,4 NEL 2009, E PER IL 2010 LA COMPAGNIA NE VUOLE 11,8! - VOLI TAGLIATI: PDL DIVISO, API E PANCHO VILLARI ALL’ATTACCO DEGLI IRLANDESI…

Lanfranco Olivieri per "L'Unione Sarda"

 

Ryanair dice goodbye all'aeroporto di Alghero. La compagnia irlandese conferma il taglio di sette voli: «A causa del mancato supporto da parte dell'aeroporto catalano e del presidente della Regione, Ugo Cappellacci , allo sviluppo di nuove rotte, all'aumento di passeggeri e di posti di lavoro locali», la società di Dublino «ha chiuso le tratte per Bari, Bruxelles (Charleroi), Barcellona (Reus), Brema, Liverpool, Parigi (Beauvais) e Brescia», scrive in una nota l'azienda low cost. «I passeggeri di Ryanair, interessati da queste chiusure, hanno ricevuto o riceveranno un'email da Ryanair e otterranno un risarcimento completo».

 

LA SOCIETÀ Il portavoce di Ryanair, Stephen McNamara , è ancora più esplicito: «Il mancato supporto da parte dell'amministrazione locale e dell'aeroporto per un ulteriore sviluppo della base Ryanair di Alghero ha fatto sì che sette voli Ryanair da e per Alghero siano stati cancellati. Ryanair», spiega McNamara, «continuerà a crescere e a svilupparsi laddove la direzione degli aeroporti e l'amministrazione locale si impegneranno a sostenere nuove rotte a tariffe basse e continueranno a permettere ai passeggeri di volare durante questo periodo di crisi».

 

LA REGIONE Ma la mossa di Ryanair non preoccupa la Regione. «Non accettiamo ricatti dalla compagnia irlandese», dice Liliana Lorettu : «Spezzeremo il monopolio su Alghero, aprendo lo scalo ad altre compagnie: penso ad Air Berlin, easyJet e alle italiane Meridiana e AirOne-Cai. La prossima settimana annunceremo la nuova programmazione sullo scalo, che prevede non solo la sostituzione delle rotte tagliate da Ryanair, ma anche un aumento dei collegamenti su Alghero».

 

LE RISORSE Il sostegno chiesto da Ryanair alla Regione, secondo l'assessore, è diventato «spropositato e ingiustificato» su Alghero. «Nel 2008», aveva detto Lorettu durante una conferenza stampa organizzata a margine della cabina di regia avviata sul sistema aeroportuale sardo, «sono stati pagati 3 milioni di euro, mentre per il 2009 la cifra ha toccato quota 6,4 milioni. Per il 2010 sono stati previsti 6,8 milioni, ma Ryanair ne ha chiesti 5 in più».

 

GLI ALTRI TAGLI Oltre ai sette voli cancellati dalla Ryanair dallo scalo di Alghero, si aggiunge anche la tratta per Billung in Danimarca. Da fonti della compagnia irlandese si apprende, inoltre, che anche la Roma Ciampino , dal 29 marzo, sarà ridotta da sette a quattro collegamenti settimanali. La decisione di Ryanair, in seguito ai contrasti sorti con la società di gestione dell'aeroporto, la Sogeaal, e l'assessorato regionale dei Trasporti, ha creato preoccupazione nel comparto turistico ricettivo e dei servizi. In allarme anche la politica.

 

LE POLEMICHE «Al reiterato invito ad abbassare i toni, gli interlocutori istituzionali di Ryanair hanno preferito elevare lo scontro», lamenta Mauro Pili , deputato sardo del Pdl. «Non è accettabile che tanti sforzi siano resi vani da atteggiamenti pseudo istituzionali che vorrebbero dimostrare quanto si sia duri e puri nelle trattative con Ryanair: rompere il rapporto con Ryanair significa chiudere dieci fabbriche».

Non pensa così Mario Diana , capogruppo del Pdl in Consiglio regionale: «La Regione non vuole restare ancorata a un passato che ha dato risultati positivi, ma che ormai si sta rivelando un cappio al collo per le possibilità di sviluppo turistico della Sardegna. Nel confronto con Ryanair, fa bene la Giunta», dice Diana, «a scegliere di non essere schiava della dittatura dell'esistente».

Pino Pisicchio , deputato di Alleanza per l'Italia, chiama in causa il ministro del Turismo, Vittoria Brambilla: «Una delle regioni più belle del mondo si trova in difficoltà a causa della inaspettata decisione di Ryanair. E il ministro cosa fa? Quand'è che pensa d'intervenire». Più propositivo il senatore Riccardo Villari , del gruppo Misto: «La Sardegna resista al ricatto di Ryanair. Il Governo vari al più presto un piano nazionale dei trasporti».

L'INCONTRO Questa mattina, alle 8.30, proprio sulla questione Ryanair-Alghero, si terrà in Regione un incontro interassessoriale (Programmazione, Trasporti, Industria, Lavoro e Turismo) presieduto dal governatore, Ugo Cappellacci, al quale parteciperà anche il sindaco di Alghero, Marco Tedde.

 

 

[24-02-2010]

 

ORA TOTO PUNTA SUI VOLI PRIVATI...
Carlo Toto, che a fine 2008 ha venduto alla Cai di Roberto Colaninno la sua Air- One diventando azionista della nuova Alitalia con poco più del 5 per cento, è sempre in pista con la Air One Executive: stesso logo della vecchia compagnia e una flotta di piccoli, lussuosi aerei per voli privati. Dopo avere valutato e poi scartato l'acquisto della MyAir, low cost stoppata dall'Enac la scorsa estate, oggi la Air One Executive (che ha chiuso il 2009 con 5,8 milioni di ricavi) aspetta il suo quarto aereo, un Falcon 2000, 10 posti, in grado di raggiungere gli Usa dall'Italia senza scali   29.01.10

 

IL SALASSO DELLA PORTA ACCANTO - MENTRE A ROMA SI DISCUTE DI TANTO IN TANTO DI POSSIBILE TAGLIO DELLE TASSE, DALLA PERIFERIA NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI È ARRIVATA UNA VERA E PROPRIA STANGATA FISCALE - LE ADDIZIONALI REGIONALI E COMUNALI SONO AUMENTATE NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI IN MEDIA DEL 43%....

Franco Bechis per "Libero"

E' il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che l'esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%.

 

In gran parte per un ritocco verso l'alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi-Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti.

Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un'addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate.

 

Ma proprio nei due anni di governo dell'Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell'Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l'alto o dell'addizionale regionale o di quella comunale.

 

Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell'11,76% grazie al fatto che non è variata l'Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini.

Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l'addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un'altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l 'aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005.

 

Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%.

Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l'Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull'addizionale regionale: 0.90%.

Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L'Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia.

 

Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L'Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato.

Ma si aggiunge in calce un'avvertenza grottesca: "Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili". Se qualcuno sbagliandosi quindi a L'Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.

 

[20-01-2010]

 

 

MA CI FATE O CI SIETE? – COME SE LA CRISI NON FOSSE MAI AVVENUTA, GLI ENTI LOCALI CONTINUANO LA CORSA DEI DERIVATI: A GIUGNO, IN 519 AVEVANO STIPULATO SIMILI CONTRATTI (+9,5%) – A GUIDARE LA CLASSIFICA DEGLI IRRESPONSABILI LOMBARDIA E CAMPANIA, TANTO LA LEGNATA ARRIVERÀ QUANDO GLI ATTUALI AMMINISTRATORI SARANNO IN PENSIONE…

Marco Sodano per "La Stampa"

 

Chi non impara dal passato è costretto a riviverlo. Le banche continuano a impacchettare mutui - per poi rivenderli moltiplicando i guadagni - e a tenersi stretti i manager a colpi di bonus, la Borsa è tornata a regalare la sensazione che la ricchezza sia a portata di mano, gli enti locali italiani continuano a giocare con i derivati per finanziarsi.

 

 

La crisi? Non spaventa Regioni Province e Comuni, a quanto pare. A fine giugno - dice il supplemento al Bollettino economico della Banca d'Italia dedicato alla finanza degli enti locali - ben 519 istituzioni avevano stipulato contratti di questo tipo, il 9,5% in più di un anno fa.

 

Attenzione: la Banca centrale prende in considerazione solo i contratti da 30 mila euro in su. Meglio di prima, quando il limite era a 75 mila, ma non è comunque tutto. Accade per effetto del cambiamento della soglia minima che rende obbligatoria la comunicazione del rapporto alla Centrale Rischi gestita dalla Banca d'Italia, deciso a fine 2008.

È una carambola pericolosa, che di solito si intraprende nella speranza di pagare meno interessi sui prestiti. Oggi come oggi è cosi: gli interessi sono legati all'Euribor, che sta aggiornando continuamente il suo minimo (in un anno ha perso circa tre punti). Peccato che il tasso Irs - a lungo periodo - che determina il costo di chiusura del contratto sia invece in salita. L'aumento di un punto base dei tassi di riferimento su un prestito a vent'anni, tanto per fare un esempio, a scadenza può trasformarsi in un aggravio dei costi tra il 15 e 20%. Una legnata tra capo e collo che si concretizzerà, tra l'altro, quando gli amministratori locali che hanno sottoscritto il contratto oggi saranno da tempo in pensione.

 

 

Senza contare che la fluttuazione dei derivati può dipendere dal prezzo di un titolo, dall'andamento di un indice o dalla quotazione - il caso più complicato - di un altro derivato. Insomma una vera e propria giostra degli interessi: non è un caso che secondo il Testo unico di Finanza dovrebbero essere trattati solo da operatori qualificati o società finanziarie. In caso contrario, la sottoscrizione diventa molto più complicata, e i rischi vanno controfirmati uno per uno.

 

Le due regioni che ci credono, le più esposte alle bizze dei derivati, sono Lombardia e Campania. Su 519 enti locali 53 sono in Lombardia e 52 in Campania. I dati di giugno 2009 - dato il cambio di parametro - non sono confrontabili con quelli di fine 2008, quando gli enti erano solo 474. C'è comunque una riduzione: nel 2007 erano 669.

 

È certo che ci sono in ballo un mucchio di soldi. Il valore di mercato dei derivati degli enti territoriali rimane di poco inferiore al miliardo di euro: 990 milioni di euro a giugno. A dicembre 2008 l'esposizione era a 1.061 milioni segnati allora.

 

 

Anche il valore nozionale - corrisponde al valore di riferimento per il calcolo dei flussi di pagamento - è sceso: da 26 a 24 miliardi. Abbassando la soglia, in Lombardia sono spuntati altri nove enti locali con derivati. Erano 44 a fine dicembre 2008 e 53 a giugno 2009. Emergono 9 comuni anche in Campania, salda al secondo posto con 52 enti. Non molti di meno sono gli enti della Puglia (48), del Veneto (45) e della Toscana. Segue la Sicilia (39) che supera il Lazio (36) e la Calabria (33).

 

Il bollettino analizza anche i dati sul debito degli enti locali che, alla fine del 2008, è stato pari a 106,6 miliardi e rappresentava il 6,4 per cento del debito complessivo delle Amministrazioni pubbliche. Il rapporto tra il debito e il Pil era del 6,8 per cento, con un lieve calo rispetto all'anno precedente (-0,3 punti percentuali).

 

 

[02-11-2009]

 

 

EV-ENTI ALL’ITALIANA - il Cra, l’Inea, l’Ismea... COME GETTARE AL VENTO IL DENARO PUBBLICO: PER SAPERE QUANTO È LUNGA LA PIÙ LUNGA POESIA DEL MONDO C’È L’ISTITUTO NAZIONALE DI RICERCA METROLOGICA – CHE FA L’ISTITUTO AGRONOMICO PER L’OLTREMARE? RICERCA AGRICOLA NEI TROPICI - ENTI UTILI, NO?…

Mattia Feltri per "La Stampa"

 

Indovina indovinello, che presiede il prof. Zoppello? Nessuno lo sa, vero? Probabilmente non lo sa nemmeno qualche parente alla lontana del suddetto professore - che sarà degnissimo, senza dubbi né ironie - ma dal comunicato del Consiglio dei ministri si viene a sapere che il prof. Zoppello sarà il presidente dell'Ente nazionale sementi elette. L'ente ha anche il suo bel sito internet, tutto verde, ha la sua belle sede (a Milano), ha la sua ragione sociale, i suoi funzionari, il suo giusto peso nei pubblici bilanci.

Che fa questo ente? Certifica i prodotti sementieri, controlla le piantine di ortaggi e brevetta le novità vegetali. Novità vegetali? Non sapendone nulla abbiamo controllato su internet e ci pare di aver capito che se, per esempio, uno inventa la patata gigante, l'ente ci mette su un timbro e la patata gigante ha diritto d'esistenza.

 

Ma non c'è soltanto l'Ente sementi. C'è anche l'Istat, l'Accademia dei Lincei, L'Aci, il Club alpino, tutte associazioni molto meritorie. Il governo gli ha imposto di darsi una regolata, di darsi una ristrutturazione, e possono andare avanti senza problemi. Ieri da palazzo Chigi hanno comunicato quali enti sopravviveranno. C'è anche, per dire, l'Istituto agronomico per l'Oltremare. Confermatissimo. Sì, ma che fa?

Difficile dirlo: il sito è in inglese, bisognerebbe essere ferrati. Pare di capire che si occupi di ricerca agricola nei tropici nell'interesse dell'Unione europea e dell'Italia. Farà fondamentali sperimentazioni sui mango e sugli avocado. Così come l'Istituto postelegrafonici- sopravvissuto alla severa selezione dell'esecutivo - continuerà ad erogare pensioni ai postelegrafonici, alleviando l'Inps da una gravosa responsabilità. E come rinunciare alla Scuola archeologica italiana di Atene che, dice il sito, da oltre un secolo, mica due settimane, è il punto di riferimento per chiunque intenda scavare sul suolo ellenico alla ricerca di anfore?

 

Qui c'è da stare tranquilli. Non c'è categoria per la quale il denaro pubblico non sia ben investito. Per dire: siete giovani? Benissimo, c'è l'Agenzia nazionale per i giovani. Fa delle cose da elevare gli spiriti più abietti, come sviluppare «la solidarietà e promuove la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale».

Quindi se andate alle superiori e un bullo vi taglieggia, alzate il telefono e chiamate l'Agenzia nazionale per i giovani, e loro svelti svelti intervengono, fanno volantinaggio, cose così, e rafforzano la coesione sociale. Oppure: siete degli agrimensori? Avete la necessità di misurare la temperatura basale per avere un bambino? O volete sapere quanto è lunga la più lunga poesia del mondo? Niente paura: c'è l'Istituto nazionale di ricerca metrologica.

E poi, scusate, quanti di noi vogliono sapere che cosa mettono in tavola? Niente paura, qui c'è un esercito a nostra disposizione. C'è l'ente nazionale risi. C'è il Cra, l'ente per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (si presume in collaborazione col prof. Zoppello). C'è l'Inea, ente di ricerca nel campo socio economico del settore agro-industriale (si presume in collaborazione col prof. Zoppello e con il Cra).

C'è l'Ismea, l'istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (si presume in collaborazione col prof. Zoppello, il Cra e l'Inea). C'è l'Inran, l'ente di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (si presume in collaborazione col prof. Zoppello, il Cra, l'Inea, l'Ismea...).

 
[29-10-2009]

 

 

 

Occhio NERO a LUXOTTICA – del vecchio si fECE beccare da visco due anni fa con un sistema di controllo a “sandwich” SULLE HOLDING IN LUSSEMBURGO – DOPO NUMEROSI CALCOLI si tratterebbe di 1 mld € di imposte arretrate da pagare – ora SPERA nel patteggiamento…

Luca Piana per "L'Espresso"

Quando l'anno scorso uscirono le notizie di una prima indagine fiscale nei suoi confronti, il cavaliere del lavoro Leonardo Del Vecchio ruppe il tradizionale silenzio. I 20 milioni di euro che, all'epoca, l'Agenzia delle entrate gli chiedeva «riguardano il mio patrimonio personale» e «non hanno nulla a che fare con la Luxottica», disse.

 

I mass media interpretarono questa pubblica dichiarazione, quanto mai rara in un imprenditore noto per il riserbo, come il tentativo di sottrarre al fuoco delle critiche la sua azienda, un gioiello leader al mondo nella produzione e vendita di occhiali.

I veri obiettivi dell'industriale milanese, però, erano probabilmente altri. Negli stessi giorni in cui veniva a galla la prima grana con il Fisco, i legali di Del Vecchio erano alle prese con un'accusa molto più pesante, rimasta finora sconosciuta.

 

Nel novembre 2007, dopo un anno di indagini, gli uomini dell'Agenzia delle Entrate di Milano avevano infatti notificato una serie di contestazioni che facevano apparire i 20 milioni pretesi in precedenza come una palla di neve a fronte di una valanga.

Nel nuovo caso in esame, stando a documenti che "L'espresso" ha esaminato, i profitti sottratti al Fisco attraverso il cosiddetto meccanismo della esterovestizione sarebbero stati infatti pari a 1,55 miliardi di euro e l'imposta non pagata di circa 500 milioni. La Delfin, la finanziaria di famiglia che dal Lussemburgo controlla la Luxottica, rischiava di fronteggiare una delle maggiori accuse di evasione mai formalizzate in Italia, con un botta - fra arretrati, sanzioni e interessi - superiore al miliardo di euro.

Uno scenario che, forse, ha convinto l'imprenditore a cercare un accordo di conciliazione. «La Delfin ha avviato da tempo una procedura volta a definire la vicenda in via bonaria e confida che una soluzione possa arrivare a breve», fanno sapere fonti vicine alla società. Che ribadiscono la posizione già espressa un anno fa, al momento della prima querelle con il Fisco: «La società non ha mai inteso mettere in atto comportamenti elusivi: si tratta di una vicenda interpretativa di norme internazionali».

 

La storia di Del Vecchio, 74 anni, è una delle più note fra gli industriali italiani. Se oggi, con un patrimonio stimato in 6,3 miliardi di dollari, occupa la 71esima posizione nella classifica dei miliardari compilata dalla rivista "Forbes", terzo in Italia dopo Michele Ferrero della Nutella e il premier Silvio Berlusconi, la sua biografia parte in effetti da tutt'altre basi. Cresciuto a Milano nell'orfanotrofio dei Martinitt, inizia a lavorare con in tasca il diploma di incisore e si impiega in una ditta che stampa medaglie.

A 26 anni fonda ad Agordo, nel distretto bellunese dell'occhialeria, la Luxottica, che trasforma in un colosso a suon di acquisizoni condotte in giro per il pianeta. A fine 2008 i ricavi raggiungono i 5,2 miliardi, i dipendenti quota 61 mila. Un motivo d'orgoglio, quello del successo sul lavoro, certamente superiore rispetto alle poche altre passioni note: il tifo per l'Inter e lo yacht di 62 metri Moneikos, comprato nel 2006.

Al di sopra della realtà ben conosciuta della Luxottica, c'è però il ricco mondo delle partecipazioni di famiglia, sul quale si è concentrata l'attenzione del Fisco. Al vertice si trova la finanziaria lussemburghese Delfin, che custodisce il 68 per cento di Luxottica e altre ricche attività. Tra queste, il 2 per cento delle Assicurazioni Generali e il 25 per cento del gruppo Foncière des Régions, proprietario di palazzi e uffici tra Francia e Italia per un valore di 9,7 miliardi.

La Delfin in Lussemburgo, dunque. Le azioni dello scrigno di famiglia sono divise in parti uguali fra i sei figli di Leonardo, che conserva i diritti di voto. La spiegazione sembra lineare: il padre ha in mano il comando, i figli la nuda proprietà. La struttura di controllo, però, non è sempre stata così semplice. Fino a pochi anni fa il primogenito Claudio, 52 anni, aveva una sua società che figurava fra i soci di Luxottica, mentre il papà e le altre due figlie di primo letto, Marisa e Paola, si dividevano quella che all'epoca era considerata la capogruppo, La Leonardo Finanziaria, localizzata in Italia.

Questo assetto, che venne poi rivoluzionato per far posto ai tre figli più piccoli, ancora oggi minorenni, era complicato ulteriormente dal fatto che La Leonardo non deteneva direttamente l'intero pacchetto di azioni Luxottica di cui era titolare. Una quota, infatti, era custodita da una società tedesca, la Leofin Holdings, nella quale venivano parcheggiati anche investimenti temporanei. Come quello effettuato in uno dei più famosi marchi di gelati, l'italianissima Sanson.

È proprio in Germania che nascono i guai. Il diritto tedesco, rispetto alle norme italiane di allora, prevedeva vantaggi fiscali in caso di cessione o di rivalutazione delle partecipazioni. Nel 2006, in seguito a uno scambio d'informazioni con le autorità di Berlino, l'Agenzia delle Entrate inizia così le verifiche sulla Leofin Holdings. E parte la prima scossa. Gli ispettori contestano il fatto che la sede della Leofin a Haar, nei sobborghi di Monaco di Baviera, sia solo di comodo.

L'istruttoria mette in chiaro che la società non possiede una struttura autonoma e svolge le proprie operazioni sulla base di decisioni assunte in Italia. Passando al setaccio i bilanci del 1997-1998, viene inviato un primo avviso con la richiesta di 20 milioni di euro, fra multa e tasse. Del Vecchio fa ricorso alla Commissione tributaria di Belluno, lo perde e la notizia trapela sui giornali nel febbraio 2008, assieme alla decisione di fare appello.

Il vero terremoto, però, doveva ancora arrivare. Due anni fa, infatti, gli uffici dell'Agenzia erano particolarmente attenti a casi come quello della Leofin perché Vincenzo Visco, viceministro del governo Prodi, stava tentando di colpire le catene di controllo cosiddette "a sandwich": una holding italiana che possiede una finanziaria straniera che a sua volta custodisce un'industria italiana.

E la tedesca Leofin, nel sandwich dei Del Vecchio, è il ripieno perfetto. Soprattutto quando le verifiche si estendono al 1999. Un anno che sembra presentare due fatti straordinari: un utile di 1.554 milioni di euro, stratosferico rispetto ai 4 milioni realizzati in Italia dalla capogruppo La Leonardo, e la contestuale soppressione della società, trasferita in Lussemburgo.

Gli ispettori argomentano che, attraverso una serie di operazioni transnazionali, la famiglia sarebbe riuscita a rivalutare all'estero, in esenzione d'imposta, le partecipazioni in Sanson e Luxottica. E che la Leofin sia stata costituita in Germania con l'unico intento di beneficiare dei vantaggi fiscali. L'utile straodinario realizzato dalla società tedesca, nel frattempo confluita nella lussemburghese Leoinvest, viene considerato "italiano" a tutti gli effetti, con 500 milioni di imposte arretrate, più sanzioni e interessi, per un totale che potrebbe superare il miliardo.

Quanto sarà, in realtà, il conto finale, dipende però dai risultati definitivi della transazione con il Fisco e da quanto le argomentazioni della Delfin saranno riuscite a scalfire le certezze dell'Agenzia. Nel caso della Bell di Emilio Gnutti, ad esempio, a fronte dei 653 milioni di imposte arretrati e del miliardo di sanzioni, il Fisco dovette accontentarsi di circa 231 milioni, visto che la finanziaria lussemburghese si avvalse dei benefici previsti dal cosiddetto accertamento con adesione.

Qualunque sia il saldo, tuttavia, è possibile che un cruccio a Del Vecchio rimanga: se avesse aspettato tre anni a effettuare la riorganizzazione, avrebbe potuto sfruttare una delle novità introdotte nel 2003 dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, la "Partecipation exemption". La Pex, come la chiamano, permette proprio di dedurre dal reddito imponibile quelle plusvalenze che, invece, a Del Vecchio oggi rischiano di costare molto care.

 
[10-09-2009]

un fisco per capello – la scia del profumo firmato “fabio capello” porta dritto a un gioco di scatole cinesi - l’allenatore ha dovuto sborsare 5 mln € (il suo stipendio di un anno) al fisco – ora deve gestire l’accusa di falsa testimonianza al processo GEA…

Emiliano Fittipaldi per "L'Espresso"

Le casse piene di profumo firmato "Fabio Capello" le hanno conservate per due lunghi anni. Poi, visto che nessuno le reclamava, i doganieri le hanno distrutte. Non se ne è salvata nemmeno una. Un peccato per i fan dell'allenatore della Nazionale inglese, che non potranno saggiare l'aroma del parfum del loro idolo. Un peccato, in teoria, anche per la sua ex squadra, la Roma. Che quelle confezioni, insieme a sciarpe e altri articoli firmati da don Fabio, le aveva comprate a carissimo prezzo. Oltre due milioni di euro, pagati direttamente alla Sport 3000, una società creata dall'allenatore più elegante del mondo in Lussemburgo.

 

L'accordo prevedeva altre forniture, ma i Sensi impugnarono il contratto appena Capello passò sulla panchina della Juventus: sarebbe stato difficile piazzare nella Capitale prodotti marchiati con il nome di chi, tra i tifosi della Magica, veniva considerato niente più che un "traditore". L'eau de toilette che nessuno s'è mai potuto spalmare sulla mascella, però, ha fatto la fortuna del fisco: seguendone la fragranza, gli ispettori dell'Agenzia delle entrate sono infatti riusciti a disegnare i confini dell'impero finanziario del mister, scovando tra le pieghe di trust e società off shore un'evasione da 16 milioni (multe comprese) e costringendo il coach friulano a pagare oltre 5 milioni di euro, tra imposte dovute e sanzioni accessorie. Le prove contro le società intestate a Capello e ai suoi familiari erano schiaccianti.

Ora si attende la conclusione dell'inchiesta penale, spostata a dicembre da Torino a Roma: avendo accettato l'accertamento con adesione, gli indagati (in tutto una decina, oltre a Capello l'avviso di garanzia è stato recapitato ai due figli, alla moglie e ad alcuni commercialisti) potrebbero cavarsela con un'ammenda.

La guerra tra Fabio e l'erario è storia antica. Il primo round risale al 1999, quando l'allenatore trasferì la sua residenza a Campione d'Italia, l'enclave italiano in territorio svizzero che consente ai suoi 2 mila abitanti di abbattere le imposte dirette e godere di vari benefici fiscali. Capello, in un anno intero, non ci mise praticamente mai piede: indagato dalla Procura di Como per concorso in abuso d'ufficio e falso, nel 2002 patteggiò tre mesi, commutati in una multa da 2.300 euro.

 

Dopo qualche tempo, il match con i finanzieri ricomincia. Capello si è spostato dalla Roma alla Juve, e dopo la bufera Calciopoli è tornato al Real Madrid. È diventato uno degli uomini più ricchi d'Italia: secondo i dati della sua dichiarazione dei redditi, nel 2005 con 7,6 milioni di euro si piazzava al trentaseiesimo posto tra i contribuenti più facoltosi. Due posti dietro il banchiere Alessandro Profumo, ma tre posizioni avanti a Luca Cordero di Montezemolo. Già: l'allenatore nato 63 anni fa a Pieris ha sempre investito bene i soldi guadagnati con il calcio. L'eroe di Wembley (nel 1973 da calciatore segnò il gol che permise per la prima volta all'Italia di battere gli inglesi in casa) fonda presto la holding F. C. 1992, la prima cassaforte di famiglia: gli interessi spaziano dall'immobiliare all'industria dei giochi. Gli affari vanno a gonfie vele, tanto che la holding si fonde nel 2001 con la Fingiochi di Enrico Preziosi, l'imprenditore che controlla la multinazionale Giochi Preziosi.

 

Nel 2006 la Procura di Torino, su segnalazione dell'Agenzia, comincia a lavorare sulle società e sui redditi percepiti nel periodo 2001-2005. I filoni sono due. Il primo riguarda i rapporti tra la Roma e la Sport 3000, a cui il club capitolino ha versato in tutto 4,8 milioni di euro. Inizialmente gli investigatori credono che profumi e società siano fittizi, poi scoprono che, al contrario, le boccette esistono davvero e che la società è operativa. L'accordo con i giallorossi prevede che i Sensi acquistino da don Fabio profumi e altri prodotti, per poi ridistribuirli sul mercato. «Una tecnica classica», spiega un investigatore, «che le società sportive usano per dare una sorta di bonus ai loro dipendenti: altleti e allenatori lo stipendio devono pagarlo per forza in Italia, mentre escamotage di questo tipo permettono di pagare aliquote molto più basse».

 

Il fisco ha, di fatto, riportato la società lussemburghese in Italia, recuperando le tasse che la stessa aveva evaso dichiarando una residenza estera. Nel solito gioco di scatole cinesi, la Guardia di Finanza scopre poi che la Sport 3000 è controllata al 100 per cento dalla nuova capofila dell'allenatore, The Capello family trust, che è al centro del secondo filone d'inchiesta. La nuova holding di famiglia è localizzata nell'isola di Guernsey nella Manica, un paradiso fiscale finito dieci anni fa nella lista nera dell'Ocse.

Capello e famiglia, secondo gli uomini dell'Agenzia delle entrate, avrebbero usato il "trust" per evitare di pagare le tasse sulle plusvalenze, ottenute con la vendita di azioni della Giochi Preziosi. Un pacchetto rivenduto all'attuale patron del Genoa, che proprio nel Guersney (che coincidenza) ha aperto la sua cassaforte. Una transazione che porta nelle tasche del mister e dei suoi figli oltre 3 milioni di euro esentasse. Anche in questo caso l'erario ha considerato l'operazione come se fosse stata realizzata in Italia, e ha chiesto (e ottenuto) una aliquota del 12,5 per cento. Quella prevista dalla legge.

 

Beccato sul fatto, Capello ha voluto chiudere i conti in fretta, firmando all'Agenzia un assegno da 5 milioni. Una somma record. Quasi un intero anno di stipendio da coach dell'Inghilterra. Non si strapperà le vesti, visto che è uno degli allenatori più bravi e pagati del globo. A Londra, dove bazzica tra stadio, teatri, musei e ristoranti che servono roast beef al sangue, lo amano tutti: la squadra di Beckham viaggia tranquilla verso il Mondiale in Sudafrica.

Qualche nuovo grattacapo potrebbe arrivargli, ancora, dalla capitale: è dell'anno scorso la notizia dell'iscrizione di Capello nel registro degli indagati del tribunale di Roma. I pm lo accusano di falsa testimonianza durante la sua deposizione al processo Gea, che ha come imputati eccellenti Luciano e Alessandro Moggi. Troppo reticente alle domande, disse Luca Palamara in udienza: «In questa sede chi è chiamato a testimoniare è obbligato a dire la verità», evitando i "non so" e i "non ricordo". La partita con la giustizia non è ancora finita.

 

 
[11-09-2009]

 

 

 

angelo RIZZOLI Chiede 650 milioni € a coloro che gli portarono via le azioni Rizzoli - atto di citazione DIRETTO A Bazoli, Zaleski, Marchetti, Zuccoli e Giovanni Arvedi - pagarono 10 miliardi qualcosa che valeva 140 - COME FU "STRANGOLATO" ANGELONE - Agnelli mi telefonò: “Siamo nel mondo degli affari dove vale la legge della giungla: il più forte mangia il più debole. E lei in questo momento è il più debole”

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Prendere un uomo malato di sclerosi multipla, sapendolo innocente, tenerlo in carcere, distruggergli la vita, perseguitare e devastare lui e la sua famiglia e portargli via tutto quello che avevano, fare tutto questo al solo scopo di mettere le mani sul "Corriere della Sera", è giusto e legittimo? Tutti questi comportamenti come si conciliano con l'etica promossa dalla Chiesa Cattolica e tanto sbandierata dagli esponenti della finanza?

Oggi che si parla tanto di libertà di stampa, vorrei far notare che nemmeno Mussolini fece arrestare Albertini del "Corriere" o Frassati della "Stampa", che gli erano ostili, per metterli in riga. Io sono stato arrestato ingiustamente, tenuto in carcere e poi assolto da tutto, al solo scopo di portarmi via il Corriere della Sera. Qualcuno deve pagare per le ingiustizie che ho subito».

Angelo Rizzoli, 65 anni, ex proprietario del grande gruppo editoriale milanese e del "Corriere della Sera", oggi produttore televisivo affermato e stimato, sta per scatenare la "guerra". Chiede 650 milioni di euro a coloro che gli portarono via le azioni della Rizzoli, che non gliele pagarono, gli impedirono la ricapitalizzazione, lo strangolarono, gli portarono via l'azienda.

Martedì 15 settembre alla riapertura degli Uffici Giudiziari, i suoi avvocati, professori Romano Vaccarella e Achille Saletti, presenteranno al Tribunale Civile di Milano un atto di citazione contro Giovanni Bazoli (nella sua qualità di rappresentante legale di Intesa SanPaolo e di Mittel Spa, per quest'ultima insieme a Roman Zaleski), Piergaetano Marchetti (presidente di Rcs Mediagroup), Giuliano Zuccoli (presidente Edison Spa) e Giovanni Arvedi (imprenditore siderurgico di Cremona).

Angelo Rizzoli, non potendo avere la restituzione delle sue vecchie azioni del gruppo editoriale - a causa delle fusioni, incorporazioni, unificazione di marchi e modificazioni societarie - chiama in causa coloro che furono, o sono gli "eredi" societari, della cordata che si portò a casa il Corriere e una serie di altre prestigiose testate per un piatto di lenticchie. Quella cordata nel 1984 era composta da Gemina (50%), Meta (25%), Mittel e Arvedi (12,5% ciascuno).

Gli attuali responsabili societari di quelle iniziative che Rizzoli considera a suo danno, vengono fatti risalire agli "eredi" di quelle società. Primo fra tutti, il Banco Ambrosiano (poi diventato Nuovo Banco Ambrosiano, poi incorporato ne La Centrale, fino ad arrivare all'attuale Banca Intesa SanPaolo passando attraverso Banca Cattolica del Veneto, Banco Ambrosiano Veneto, Cariplo, Gruppo Intesa. Gruppo Intesa BCI, e ora Banca Intesa San Paolo). In secondo luogo, Gemina (poi diventata Hpi, poi Hdp-Holding di Partecipazione, poi Rizzoli Corriere della Sera MediaGroup, e ora Rcs Mediagroup).

E infine Mittel (oggi come allora guidata da Giovanni Bazoli), il Cav. Giovanni Arvedi e infine Iniziative MeTa (poi divenuta Fer.Fin. Ferruzzi Finanziaria, Compart, Montedison poi acquistata da Italenergia che ha incorporato varie società dando vita a Edison Spa).

Dottor Rizzoli è venuto il momento di fargliela pagare?
«Hanno rovinato la mia vita. Ho passato 26 anni infernali. Mi hanno depredato dei miei beni. Hanno distrutto la mia reputazione. Mi hanno mandato in galera per tre volte in cinque carceri diversi. Mi hanno dipinto come un incapace che ha dilapidato il patrimonio e il buon nome della famiglia e del Gruppo Rizzoli. Mi hanno portato via una grossa parte della mia vita. Ora che la Cassazione mi ha assolto definitivamente da tutte le imputazioni e ha riconosciuto che non ho commesso alcun reato, è venuto il momento che di fargliela pagare a tutti i responsabili».

Dottor Rizzoli, perché solo ora, dopo 26 anni?
«Ho dovuto aspettare di essere assolto anche dall'ultima vicenda penale ancora aperta su questa storia. Il 26 febbraio le Sezioni Unite della Cassazione, presidente
Carbone, hanno accertato che il reato non sussisteva nella bancarotta impropria della Rizzoli. In un altro processo la Cassazione in precedenza aveva sentenziato che non era vero che avessi preso anch'io i fondi pagati da "La Centrale" di Roberto Calvi. In passato, nel 1989, ero già prosciolto in istruttoria dai giudici Pizzi e Brichetti che mi avevano fatto arrestare per la bancarotta del Banco Ambrosiano (anche qui vennero condannati Gelli, Ortolani e Tassan Din)».

L'ultima sentenza della Cassazione, oltre a cancellare la sua condanna a due anni e sei mesi, consente ora la sua imminente azione civile di risarcimento?
«Sì. Ha stabilito che la casa editrice aveva rischiato il crack non per la mia cattiva gestione ma perché nel 1981, quando ho venduto il 40% delle azioni alla "Centrale" (cioè al Banco Ambrosiano), il controvalore di 140 miliardi di lire non mi venne mai pagato. Fu questo che portò al mio "strangolamento" aprendo la strada ai nuovi compratori. E' quella l'origine dei miei guai, il fatto che aprì la porta all'affare del secolo: pagarono 10 miliardi qualcosa che valeva 140, cioè il 50,2% della Rizzoli».

Perché fu decisivo quel mancato pagamento?
«La somma doveva servire per l'aumento di capitale della Rizzoli. Quei 140 miliardi non sono mai arrivati perché si è voluta creare una situazione di non liquidità e far credere che la situazione fosse ormai fallimentare. Sapevano che avevamo 137 miliardi di perdite dovuti al capitale sottoscritto ma non versato da parte de La Centrale del gruppo Banco Ambrosiano. Hanno voluto mandarci gambe all'aria e hanno dato la colpa a me. Il reato di bancarotta impropria per me non è nemmeno ipotizzabile, ha stabilito la Cassazione».

E adesso viene il bello?
«Sì, perché io esco da tutta vicenda Rizzoli senza una sola condanna ed è venuto il momento di chiedere a tutti i responsabili di allora, che oggi sono ancora in sella più potenti che mai, che cosa ne hanno fatto di quei 140 miliardi della "Centrale" che sapevano benissimo di dover versare alla Rizzoli. Ci sono altri fatti che confermano le mie ragioni: la Corte Suprema d'Irlanda (i fondi sottratti alla Rizzoli arrivarono a Dublino attraverso il Banco Andino), e numerose testimonianze di dirigenti della "Centrale". L'avvocato
Gennaro Zanfagna disse: "Sapevamo che i soldi erano stati dirottati. Avevamo l'ordine di non dirlo ad Angelo"».

Che cosa ha stabilito la magistratura irlandese?
«Quei fondi arrivati a Dublino erano parte della somma destinata all'aumento di capitale Rizzoli. Furono sottratti alla loro destinazione finale. Quel mancato pagamento creò volutamente un buco di pari entità. In sostanza La Centrale, controllata dall'Ambrosiano di
Calvi, non mise mai materialmente i soldi dell'aumento di capitale che doveva servire a pagare il Corriere. Ed è per questo che siamo saltati in aria.

Il Banco i soldi non li ha messi quando c'era Calvi, ma neppure dopo, quando è diventato Nuovo Banco Ambrosiano, e neppure quando è diventato Ambroveneto e neppure quando è diventato Banca Intesa. Bazoli come potrebbe sostenere che non sapeva nulla? Come mai, oltre a non pagare il dovuto, non appena diventò presidente del Nba, come primo atto chiese alla Rizzoli il rientro di almeno 70 miliardi entro 15 giorni?».

E poi?
«Dopo che
Calvi era già morto e l'Ambrosiano fallito, la "Centrale" passò al Nuovo Banco Ambrosiano, ovviamente con crediti, debiti e partecipazioni. Tra i debiti c'erano quei 140 miliardi da versare alla Rizzoli, per il 40% non pagato delle mie quote. Invece venni accusato dai magistrati di essermi appropriato della somma. E fui anche arrestato per togliermi di mezzo e impedire che rovinassi le operazioni che Bazoli stava facendo».

Come sono stati calcolati i 650 milioni di euro della richiesta attuale di risarcimento?
«Dato che era impossibile riavere le azioni della mia casa editrice, i miei legali hanno calcolato il valore delle azioni di allora, lo hanno attualizzato con le varie rivalutazioni e hanno quantificato il danno. Il prezzo di allora è quello stabilito prudenzialmente dal professor Guatri, allora commissario giudiziale: 275 miliardi. Quindi il 50,2% valeva tra 140 e 150 miliardi».

Dunque lei chiede la nullità di quegli atti che hanno portato alla vendita illegittima del suo Gruppo, il danno alla sua immagine di imprenditore e di uomo, l'indennizzo per i pregiudizi non strettamente patrimoniali subiti a causa della feroce campagna di stampa, e soprattutto chiede il risarcimento, non essendo più possibile la restituzione delle azioni, agli "eredi" della cordata di allora che fece l'affare del secolo.
«Sì. Lo chiedo, primo fra tutti, a Banca Intesa SanPaolo, erede della "Centrale" che ha acquistato le azioni da me e non le ha mai pagate. E quindi lo chiedo a
Giovanni Bazoli, il rappresentante di quelli che non hanno pagato né azioni né la partecipazione all'aumento di capitale. Fu quella vicenda a creare il "buco nero": lo ripeto, Bazoli aveva comprato il 40,2 ma non lo aveva pagato e non versò l'aumento di capitale pattuito, cioè 140 miliardi».

Dopo Bazoli ecco il notaio Marchetti, presidente di Rcs, l'attuale Gruppo Rizzoli che porta ancora il nome suo, dei suoi fratelli, di suo padre, di suo nonno, della sua famiglia?
«Chiamo in causa Rcs Mediagroup in quanto "erede" di Gemina, la finanziaria di Fiat e Mediobanca. Pur essendo a conoscenza del mancato rispetto di quei pagamenti e di quegli obblighi hanno approfittato della mia crisi e dei miei ingiusti arresti per estorcere a me, attraverso i custodi giudiziari nominati dai magistrati, il 50,2% della Rizzoli al prezzo ridicolo di 10 miliardi. Fiat e
Cesare Romiti, attuale presidente d'onore di Rcs, sapevano perfettamente che quei soldi non erano stati versati. Lo stesso Gianni Agnelli mi telefonò: "Siamo nel mondo degli affari dove vale la legge della giungla: il più forte mangia il più debole. E lei, dottor Rizzoli, in questo momento è il più debole"».

Passiamo a Mittel: torna in campo il nome di Bazoli.
«Mittel è un'altra azienda attualmente presieduta da
Bazoli. Lui era il "dominus" del Nuovo Banco Ambrosiano. Era entrato nella posizione di Calvi, mi è difficile credere che non sapesse che i soldi non erano stati versati. Comunque ha fatto finta di nulla, si è tenuto le azioni, ha organizzato la cordata-Gemina, si mise alla guida dei "Cavalieri Bianchi", comprandosi una quota insieme a Gemina».

E poi?
«C'erano "Iniziative MeTa", poi Ferruzzi Finanziaria Spa (oggi Edison Spa). E infine il cavalier Arvedi che vendette subito a Gemina, e venne messo nella cordata da Bruno Tabacci, allora potente demitiano, in rappresentanza di qualche corrente Dc».

Al vertice della cordata chi c'era, a parte Bazoli?
«L'immancabile professor
Guido Rossi. Ma agiva in strettissima collaborazione con Cesare Romiti. Il quale nel libro con Giampaolo Pansa si chiamò fuori con parecchia spudoratezza: "Non so niente della questione Rizzoli, ha fatto tutto Bazoli"».

Mentre invece?
«A me anni dopo disse: "La sua malattia è stata un incentivo per noi. Sapevamo che era malato di sclerosi multipla e si pensava che non sarebbe uscito vivo dalla galera". Insomma, speravano che morissi, richiudendomi in carcere volevano impedirmi ogni azione, con me veniva bloccato l'intero gruppo, sono stati ferocissimi, hanno voluto distruggermi».

Quante volte l'hanno arrestata?
«Tre, per un totale di tredici mesi a San Vittore, Rebibbia, Como, Lodi, Bergamo. Mi hanno arrestato il 18 febbraio 1983 la mattina in cui si doveva tenere l'assemblea della Rizzoli per riconfermarmi presidente. Fui costretto a dimettermi, la seduta andò deserta e fecero il primo blitz. Dopo un paio di mesi mi rimandarono a casa. Dopo avermi scarcerato a novembre, mi fecero arrestare cinque giorni dopo.

Mi fecero capire: dobbiamo tenerti chiuso, così se sei isolato non puoi difenderti, non puoi fare nulla per impedire la vendita della tua casa editrice. Il 26 giugno ci fu il terzo arresto: mi sequestrarono i beni, comprese le azioni del Corriere, per poter mettere tutto nelle mani dei custodi giudiziari. È stato un inferno. Sono uscito di galera solo dopo aver ceduto il giornale agli Agnelli».

Diciamo bene le cifre dell'affare del secolo.
«La nostra quota era valutata almeno 140 miliardi, tutto il gruppo valeva 275: ne pagarono solo dieci (nella società erano stati immessi mezzi freschi per 100 miliardi). E i custodi giudiziari, gli avvocati Granata e Bongiorni, hanno accettato senza battere ciglio, a me non è stato chiesto niente.

Ho dovuto accettare quelle condizioni capestro solo per le continue minacce di tornare dietro le sbarre. Quell'enorme affare, per dio più basato su un precedente ed occulto illecito (la mancata ricapitalizzazione), arrecò vantaggi di dimensioni colossali ai compratori con conseguenti e ovvii effetti rovinosi, di dimensioni colossali per i venditori (uno dei quali, però, e cioè il Banco Nuovo Ambrosiano contentissimo)».

Ci racconti il giorno di quella vendita, dell'affare del secolo.
«5 ottobre 1984. Arrivai a Palazzo di Giustizia, davanti ai magistrati, al presidente del Tribunale fallimentare Mariscotti, e ai due custodi giudiziali. Mi misero davanti le carte da firmare, c'era perfino il testo di un comunicato già pronto da mandare all'Ansa. Era tutto preconfezionato: "O accetta queste condizioni o noi ne terremo conto...".

Significava un nuovo arresto. Capii che era chiaro l'accordo tra i magistrati e i nuovi acquirenti. In quel comunicato, a me sottoposto, avevano addirittura scritto: "Mio figlio quando sarà grande capirà il gesto di suo padre che ai miliardi ha preferito il futuro dell'azienda". Non mi restava che accettare».

Chi tirava le fila di tutto?
«Il ministro del Tesoro,
Beniamino Andreatta. È stato lui a "inventare" Giovanni Bazoli, a scoprirlo quand'era socio nello studio Martinazzoli-Bazoli-Montini (il nipote di Papa Paolo VI). Poi da vicepresidente della Banca San Paolo, una banchetta di provincia, lo paracadutò a Milano all'Ambrosiano dei "nuovi e puri".

Andreatta cercò di bloccare Calvi, lo odiava, e quando emerse la possibilità di una liquidazione coatta, mise Bazoli a presidente del Nuovo Banco e prese il controllo gruppo. A quel punto doveva solo far fuori me. Anche Ciriaco De Mita, segretario della Dc, ce l'aveva con me, insieme a tutta la sinistra Dc.

C'era una lotta grandissima per il controllo dei media, allora le tv private non avevano alcun peso. De Mita si portò via "Il Mattino" di Napoli, lo diede a Romanazzi di Bari con Pasquale Nonno a dirigerlo. Facendo fuori me poterono spartirsi le spoglie: "Alto Adige", "Il Piccolo" di Trieste. "l'Eco di Padova".

Oltre al Corriere, presero il controllo di otto giornali, più i settimanali (tra cui "Sorrisi & Canzoni"), il settore libri, il cinema. Si sono spartiti tutto senza badare a quello che accadeva di me, massacrandomi senza ragione. Il loro obiettivo era portarmi via tutto, spogliarmi del patrimonio, darlo a chi faceva comodo a loro».

È una magra consolazione: lei non è stato l'unico.
«Guardate quello che hanno fatto a
Raul Gardini e al gruppo Ferruzzi, ci sono molte analogie. Pensate, oltre alla Rizzoli, quanti altri gioielli del Gruppo Ambrosiano hanno preso la via di Torino a prezzi stracciati: ad esempio Toro Assicurazioni, la quarta società del settore, acquistata al costo di una frazione del valore delle sole proprietà immobiliari (un patrimonio immenso, che comprende anche gran parte degli edifici che circonda piazza San Babila)....».

Sempre nel suo atto di citazione racconta come cominciò l'avversione della Dc nei vostri confronti.
«Cominciò contro mio padre Andrea. Fanfani non voleva Piero Ottone alla direzione del "Corriere". Mio padre si impegnò con
Fanfani, ma quando vide i risultati delle vendite, disse: "Come faccio a mandarlo via?". Ero contrario a Ottone ma allora non contavo nulla. Allorché mio padre confermò Ottone si attirò le ire della Dc. Fanfani ci fece bloccare tutti i finanziamenti dalle banche. Solo Calvi ci aiutò. è stato l'unico banchiere ad averci ascoltato quando abbiamo rilevato il Corriere. Ma anche questo faceva parte di un'operazione di potere. Il fiduciario di Calvi divenne Bruno Tassan Din che agiva d'intesa con Ortolani e Gelli. Quelli che i magistrati di Milano definirono i Blu (Bruno, Licio, Umberto)».

E ora?
«Con la vicenda del Corriere ho perso 26 anni di vita. Mio padre ci è morto d'infarto nel 1983, mia sorella Isabella, la più piccola, si è suicidata nel 1986: è stata indagata, incriminata, le hanno tolto il passaporto e sequestrato i beni, l'hanno minacciata di arresto se non avesse collaborato coi magistrati mettendomi nei guai. Io? Porto i segni sulla pelle di quello che mi hanno fatto. Hanno impiegato un quarto di secolo per dirmi che ero innocente. Sono stato vittima di clamorose ingiustizie e di una autentica truffa. Sono stato processato in sei distinti procedimenti.

E ho sempre vinto. Ho visto in faccia la P2, e lo Ior, sono stato con Calvi dal vescovo Marcinkus, e ho incontrato a casa mia il segretario di Stato Casaroli e Calvi a cena. Marcinkus e De Bonis li ho incontrati nella sede della banca Vaticana nel cortile di San Damaso. Poche sere a fa a Cortina, quando ho accennato alla mia azione giudiziaria, Antonello Perricone, amministratore delegato Rcs, mi ha avvicinato allarmato: "Dobbiamo fare quattro chiacchiere insieme al più presto". Era molto colpito dalle mie storie. Ma sono i suoi padroni e non lui a decidere. Da una parte c'è chi i soldi li ha rubati e li ha nascosti. Chi è stato? E avrà qualche crisi di coscienza, ammesso che ce l'abbia?».

 
[08-09-2009]

 

 

Mb

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