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TENGO FAMIGLIA L CONSIGLIO FORENSE BREVE STORIA DEL LOBBISMO

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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
consentito qualsiasi utilizzo di tipo commerciale.
QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
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IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
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IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
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| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
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NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
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grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
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LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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come ti avevamo annunciato in Aprile, il servizio blog La
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Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad
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...E SI TIENE
PUNTA PEROTTI
Il Comune di Bari deve restituire i suoli di Punta Perotti ai
costruttori che però li rifiutano. E preferiscono un risarcimento di 350
milioni di euro per i danni causati dall'abbattimento voluto dal sindaco
Michele Emiliano. I costruttori (Matarrese, Quistelli e Andidero),
all'invito di andare a riprendersi i suoli hanno risposto picche. In
quell'area il sindaco ha realizzato il Parco della legalità e, ora che è
tornato suolo privato, alle imprese spetterebbe anche l'onere della
manutenzione e della custodia. E per questo hanno rifiutato l'invito e
hanno deciso di lasciare la patata bollente in mano a Emiliano.23-02-2011]
5 - IL VENETO PER
L'ATOMO
Il Veneto potrebbe essere la prima regione italiana a ospitare una
centrale nucleare. Il consiglio regionale, infatti, ha approvato un
emendamento alla Legge finanziaria che contiene uno stanziamento di 50
mila euro per spesare una campagna informativa a favore dell'atomo. Il
provvedimento è stato presentato dal Pd con l'intento di stanare il
governatore Luca Zaia. In aula, invece, ha trovato l'inatteso appoggio
di diversi esponenti del Pdl, a cominciare da Nereo Laroni, ex sindaco
di Venezia ed esponente di primo piano del Psi ai tempi di Bettino
Craxi. Si fa quindi sempre più concreta la possibilità che a ospitare
una centrale nucleare e le scorie radioattive sia un sito veneto, da
individuare, molto probabilmente, tra le località di Chioggia (Venezia),
Polesine Camerini (Rovigo) e Legnago (Verona).23-02-2011]
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CANNOLI
PESANTISSIMI PER VASA VASA – CUFFARO SALE IN MACCHINA E SI CONSEGNA A
REBIBBIA: La corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni
di reclusione per l’ex governatore della Sicilia colpevole di
favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto
istruttorio – FORSE PIERFURBY, ANZICHé FARE LA MORALE A TUTTI, DOVREBBE
OCCUPARSI DELLE PECORELLE DEL SUO PARTITO…
Stampa.it
Totò Cuffaro
finisce in carcere. La corte di Cassazione ha confermato la condanna a
sette anni di reclusione per l'ex governatore della Sicilia colpevole di
favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto
istruttorio.
a Samarcanda
Salvia Dal Corriere
L'ex governatore
della Sicilia Salvatore starebbe andando a costituirsi in carcere a
Roma. La sentenza della II Sezione penale della Cassazione presieduta da
Antonio Esposito conclude definitivamente l'inchiesta denominata "talpe
alla Dda" di Palermo, che aveva visto la condanna anche nel secondo
grado di giudizio a 7 anni di reclusione per Cuffaro, che con la
condanna perde anche la carica da senatore.
La Corte si è
pronunciata oltre che per la posizione di Cuffaro anche per quella di
altri 11 imputati tra i quali Michele Aiello, manager della sanità
privata in Sicilia, condannato a 15 anni e mezzo di reclusione. Ieri il
procuratore generale Giovanni Galati aveva chiesto alla Corte il rinvio
della posizione di Cuffaro per rideterminare la pena al ribasso. In
particolare Cuffaro è stato condannato per aver informato esponenti di
Cosa Nostra sulle inchieste in corso da parte della Dda di Palermo.
Stupore e
avvilimento ha espresso la difesa di Cuffaro subito dopo la condanna
definitiva della Cassazione a 7 anni di reclusione per favoreggiamento
aggravato a Cosa nostra. «Siamo davanti ad una sentenza che desta grande
stupore e avvilimento -afferma l'avvocato Oreste Dominioni, presente
alla lettura del dispositivo- Sia perchè la sentenza della Corte
d'Appello manifestava numerose e profonde affermazioni erronee in punto
di diritto sia perchè lo stesso pg, con una richiesta ampiamente
argomentata, chiese di annullare l'aggravante di mafia per cui sarebbe
rimasto un favoreggiamento semplice».
Cuffaro
inizialmente era stato indagato e interrogato, il primo luglio 2003, per
l'ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo
i pm, avrebbe voluto favorire dall'esterno, in maniera sistematica,
l'organizzazione mafiosa, ad esempio facendo vincere un concorso a due
medici raccomandati dal medico-boss Giuseppe Guttadauro e accettando i
condizionamenti di quest'ultimo nelle nomine dei primari negli ospedali,
agevolando una variante al piano regolatore di Palermo per consentire la
realizzazione di un ipermercato su un terreno della moglie del capomafia
Gisella Greco: Cuffaro avrebbe per questo motivo boicottato le
autorizzazioni alla costruzione di un altro centro commerciale, a
Villabate, non lontana da Brancaccio.
Inoltre,
Guttadauro avrebbe ottenuto, grazie a Cuffaro, la candidatura di Mimmo
Miceli, che del chirurgo mafioso sarebbe stato diretta espressione. Uno
dei principali favori, poi, sarebbe stato l'aver consentito di scoprire
la microspia che il boss aveva nel salotto.
L'accusa di mafia
era, però, naufragata di fronte agli sviluppi dell'inchiesta: si era
scoperto un secondo episodio di rivelazioni di segreti, attribuito a
Cuffaro, e il pool coordinato da Grasso e dall'aggiunto Giuseppe
Pignatone aveva preferito puntare su episodi concreti e ritenuti
provati. L'episodio Guttadauro era diventato così uno dei due elementi
centrali della nuova contestazione di favoreggiamento e rivelazione di
segreto aggravati dall'agevolazione di Cosa Nostra.
Di fronte alla
richiesta di archiviazione dell'indagine per concorso esterno si era
dissociato il pm Gaetano Paci che, nell'estate 2004, aveva lasciato il
pool, di cui facevano parte Nino Matteo, Maurizio De Lucia e Michele
Prestipino. Alla fine del 2006 aveva lasciato anche Di Matteo, che
avrebbe voluto che al governatore si contestasse il concorso esterno in
aula. Di questo reato, tuttavia, Cuffaro è stato poi chiamato a
rispondere comunque ed è attualmente sotto processo davanti al Tribunale
di Palermo, dove la Procura ha chiesto la sua condanna a 10 anni.
22-01-2011]
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PRENDI IL PALAZZO E
SCAPPA! - LO STORICO EDIFICIO STURZO, SEDE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
ALL’EUR (UN GIOIELLO DA DECINE DI MILIONI DI EURO), PALLEGGIATO DALLE
VECCHIE VOLPI DEI POPOLARI IN UN GIRO DI FALLIMENTI, SOCIETà FIDUCIARIE E
BAD COMPANY - ACQUISTATO PER 34 MLN DALL’IMMOBILIARISTA DI MARIO, QUESTO LO
RIVENDE (LO STESSO GIORNO E DALLO STESSO NOTAIO) PER 52 ALLA BANCA ITALEASE
(CHE POI HA FATTO CRAC), per riaffittarlo ALLO STESSO DI MARIO, E AL VERTICE
DELLA SUA SOCIETà FINISCE IL TESORIERE DEMOCRISTIANO
Marco Persico per "Il
Mondo" in edicola domani
Era a Roma il gioiello
dell'impero immobiliare della Democrazia cristiana. L'unico lasciapassare
davvero consistente per resistere agli scossoni del ‘92: gli scandali, le
aule giudiziarie, il crollo elettorale, i debiti e i conti in profondo
rosso. A spanne un centinaio di miliardi di lire. Palazzo Sturzo era la vera
gemma del tesoro di casa Dc. Andava speso sapientemente nonostante il carico
di un'ipoteca per un prestito di una trentina di miliardi di lire incassato
dalla Banca di Roma.
Un immenso
parallelepipedo di oltre 160 uffici con tanto di gradinata e colonnato
dall'aria monumentale spuntato nel cuore dell'Eur alla fine degli anni ‘50.
Voluto nientemeno che da Amintore Fanfani e firmato dall'architetto Saverio
Muratori. In tutto sette piani, di cui due seminterrati, per 53 mila metri
quadrati. Fino alle inchieste di Tangentopoli era stato il centro
amministrativo della Balena bianca. Per diventare, dopo il duro colpo che
aveva lasciato i sopravvissuti alla diaspora cattolica praticamente in
braghe di tela, una specie di salvavita finanziario.
Una chicca il palazzo
dell'Eur, da solo valeva tra i 30 e i 60 milioni di euro. Nella spartizione
dell'eredità dello scudo crociato era finito nel portafoglio dei popolari di
Pierluigi Castagnetti e dell'ex presidente del Senato, Franco Marini, (oggi
entrambi nel Pd, ma alla fine degli anni '90 leader dei democristiani che
facevano rotta verso sinistra), mentre al Cdu Di Rocco Buttiglione
(l'attuale presidente dell'Udc) e Gianfranco Rotondi (ministro
dell'Attuazione del programma) erano andati il simbolo e una decina di
immobili (il Mondo numero 50 del 2010).
E dalle mani dei
Popolari palazzo Sturzo si era ritrovato catapultato in una specie di
labirintico girotondo di cessioni giocato tra preliminari non proprio
ortodossi, passaggi di mano in rapida successione e manovre societarie dalle
traiettorie a dir poco ondivaghe.
Se ci si addentra nel
dedalo di nomi e cifre che entrano nell'affaire Sturzo, salta fuori che gli
uomini di Castagnetti e Marini, a partire dai due tesorieri che si sono
succeduti alla cassa dei popolari e della Margherita, Luigi Gilli e Nicodemo
Oliverio, dopo aver venduto la gallina dalle uova d'oro per 34 milioni di
euro al costruttore di Pomezia, Raffaele Di Mario, si ritrovavano nello
stesso giorno alla guida di una delle srl dello stesso immobiliarista che
aveva appena comprato. E con la cassaforte improvvisamente ricca di
liquidità. Mentre la proprietà della società si inabissava dietro due
fiduciarie. Ha tutta l'aria di un gioco di squadra.
GRATIS AGLI EX
Ma facciamo un passo indietro. Luglio 1998. Palazzo Sturzo, fino a quel
momento nelle casse della vecchia e malandata immobiliare del partito, la
Società edilizia romana (Ser), arriva gratis et amore dei direttamente nelle
mani degli eredi della Dc, che nel frattempo hanno preso strade diverse: il
Ppi di Castagnetti e Marini sta per confluire nella Margherita e il Cdu di
Buttiglione guarda alla destra berlusconiana. Nonostante la scissione
formalizzata tre anni prima, gestiscono più o meno d'accordo gli averi di
famiglia.
Il palazzo dell'Eur
viene tirato fuori insieme a decine di altri immobili approfittando della
norma che dopo Tangentopoli i partiti si sono approvati appena sei mesi
prima per ripianare i buchi di bilancio. «Trasferimenti a titolo gratuito »
anche fiscalmente a costo praticamente zero. Ma lasciano sulle spalle della
Ser il debito con la Banca di Roma. Nel 2001 lievitato a una ventina di
milioni di euro. L'immobiliare inevitabilmente affoga e fallisce. Anche per
le peripezie dell'ultimo proprietario, il costruttore veronese Angiolino
Zandomeneghi, che nel frattempo ha comprato quel che restava dell'eredità
facendolo sparire oltreconfine.
Bancarotta
fraudolenta, dice il pm che ha istruito l'inchiesta, il capo
dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, che incassa il rinvio
a giudizio di Zandomeneghi e dei vari segretari amministrativi ex
democristiani: dall'ultimo tesoriere della Dc e parlamentare del Cdu,
Alessandro Duce, ai segretari amministrativi del Ppi, Romano Baccarini e
Oliverio, il deputato calabrese che all'ombra di Marini da funzionario
dell'ufficio organizzativo della Balena bianca è arrivato alla tesoreria del
Ppi prima, della Margherita poi e quindi ai vertici delle immobiliari dello
scudo crociato. E oggi siede sullo scranno di presidente democratico della
commissione Agricoltura della Camera.
ENTRA IN SCENA DI
MARIO
L'immobiliarista di Pomezia, Di Mario, è uno che si è fatto da sé. Con una
ventina di società incastrate una nell'altra, giocando rigorosamente a
debito, dalle villette a schiera costruite sul litorale romano ha fatto il
gran salto portandosi a casa nel giro di pochi anni, tra l'altro, un albergo
sulla Pontina e un centro commerciale alla Bufalotta.
Ma incappando nel 2006
in un'inchiesta giudiziaria della procura di Velletri per un giro di
mazzette e appalti truccati ad Ardea. «Non ha mai avuto grandi rapporti con
noi», dicono alcuni vecchi democristiani. Eppure Di Mario, con perfetto
tempismo, si materializza nella procedura fallimentare della Ser attraverso
una srl, la Efisio, affidata a un uomo di sua fiducia, Lucio Capasso.
Costituita ad hoc alla fine del 2003 nello studio del notaio Monica
Giannotti. Neanche a farlo apposta il notaio dei popolari.
La Efisio di mestiere
fa compravendita di immobili, ha un capitale sociale di 10 mila euro, di cui
3 mila versati, e dopo appena due mesi, nel febbraio del 2004, propone al
curatore della Ser, l'avvocato Andrea Morsillo, una transazione dall'aria
vantaggiosa: acquistare dalla Banca di Roma (nel frattempo diventata
Capitalia) il credito nei confronti della Ser subentrando all'istituto di
credito e liberando così, scrive la Efisio, palazzo Sturzo dall'ipoteca. In
cambio della rinuncia del fallimento «a ogni azione, ragione o pretesa,
compresa l'azione revocatoria nei confronti » della donazione di palazzo
Sturzo al Ppi, la Efisio avrebbe rinunciato a far valere il credito.
La srl di Di Mario
incassa il no, ma in una seconda istanza, anche questa andata a vuoto, si
presenta come «creditore subentrante» e allega una perizia secondo cui il
palazzo dell'Eur vale poco meno di 30 milioni di euro.
TUTTO IN POCHE ORE
Il tentativo è fallito, ma ormai i popolari e il costruttore Di Mario fanno
squadra. Nella partita di palazzo Sturzo date e luoghi sono importanti.
Perché tutto avviene in poche ore. Gli uomini di Castagnetti e Marini, gli
ex Dc Gilli e Oliverio, firmano dal notaio Giannotti (il notaio del Ppi dove
è stata costituita la Efisio di Di Mario) un contratto preliminare di
vendita per persona da nominare con il proprio avvocato, Massimiliano
Brugnoletti e il commercialista Saverio Signori a 31,5 milioni di euro.
Prorogato per tre volte.
L'ultima scadeva nel
giugno 2004, ma poche settimane prima del termine rispunta Di Mario, che con
la Dima costruzioni sottoscrive un preliminare di acquisto di palazzo Sturzo
per 34 milioni. Poi la girandola di atti. È il 29 luglio 2005. Nello studio
del notaio Giannotti, Di Mario incassa definitivamente palazzo Sturzo, allo
stesso tavolo un'ora dopo lo rivende a 52 milioni di euro a una società del
gruppo Banca Italease, la Mercantile leasing, che dallo stesso notaio lo
gira in locazione finanziaria alla Dimafin, la spa con cui Di Mario
controlla la sua Dima costruzioni, che ha appena comprato e rivenduto il
palazzo dell'Eur con 18 milioni di plusvalenza. Ma non è finita. Quel 29
luglio 2005 è una giornata lunga per il notaio Giannotti: alla Efisio c'è un
improvviso cambio al vertice.
L'uomo di Di Mario,
Capasso, lascia e gli subentra come amministratore unico Aldo Raffaele
Mastrogiuseppe, un vecchio funzionario dell'ufficio organizzativo del Ppi,
uno dei fedelissimi di Oliverio. Mentre Di Mario cede le quote della srl a
due società fiduciarie, la Fedra e la Finnat. Anche il bilancio della Efisio
rivela qualche sorpresa: nel 2004 l'esercizio si era concluso con un attivo
netto di 500 mila euro, un fatturato pari a zero e come disponibilità
liquide solo qualche spicciolo, meno di 3 mila euro.
Ma Mastrogiuseppe
porterà bene alla Efisio, perché l'anno in cui diventa amministratore si
conclude con un fatturato che non si sposta dallo zero, ma con un attivo
netto di 7,4 milioni. I documenti contabili dicono che si tratta di
disponibilità liquide in cassa. Dal maggio 2008 il nuovo amministratore
della Efisio è Gilli. I soci, attraverso le fiduciarie, hanno scelto ancora
una volta un uomo del Ppi, anzi l'ex tesoriere del vecchio partito. E ora
palazzo Sturzo torna sul mercato con Release, la bad company nata sulle
ceneri della Banca Italease.
LA STORIA DI PALAZZO STURZO
1950/1958
L'architetto Saverio Muratori vince il concorso lanciato dalla Dc di Fanfani
per la costruzione della nuova sede centrale. All'Eur di Roma nascono i 53
mila metri quadrati di palazzo Sturzo.
1992-1993
Le inchieste di Tangentopoli travolgono la Dc. Il referendum dei Radicali
affossa il finanziamento pubblico dei partiti e la Balena bianca
progressivamente svuota gli oltre 160 uffici di palazzo Sturzo. I dipendenti
sono quasi 500
1998
L'immobiliare della Dc, la Società edilizia romana (Ser), cede a titolo
gratuito palazzo Sturzo al Partito popolare italiano (nuovo nome assunto
dallo Scudo crociato dopo Mani pulite) finendo in guai neri. La vecchia Dc è
divisa tra il Ppi, che va verso sinistra, e il Cdu, vicino a Silvio
Berlusconi
2005
Palazzo Sturzo viene acquistato per 34 milioni di euro da una società
dell'immobiliarista Raffaele Di Mario, che lo rivende a 52 milioni alla
Mercantile leasing del gruppo Banca Italease. Per poi tornare in leasing
finanziario a un'altra società controllata dallo stesso Di Mario
2008
Il leasing su palazzo Sturzo viene risolto. Affogato dai conti in rosso, Di
Mario ristruttura il debito del suo gruppo e l'immobile dell'Eur finisce nel
pieno possesso di Italease, nel frattempo fallita e risorta come Alba
leasing13-01-2011]
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Lo Scarparo Della
Valle è andato a trovare De Benedetti nel suo ufficio di via Ciovassino
a Milano. Hanno parlato di un possibile passaggio a ’’Repubblica’’ di
Flebuccio? (attivare Mariopio Calabresi, caro ad Elkann; alla Stampa,
duello Gramellini-Cazzullo) - Il nuovo Marzullo della radio si chiama
Mauro Mazza - Il bunga bunga diventa un cartoon - C’era una volta il
Vaticano - piepoli news! BERLUSCONI E IL PDL NON PERDONO NEANCHE UN VOTO
1-
Lo
Scarparo Della Valle è andato a trovare Carlo De Benedetti nel suo
ufficio di via Ciovassino a Milano. Hanno parlato di un possibile
passaggio a ''Repubblica'' di Flebuccio de Bortoli, direttore del
Corriere della Sera? Ah saperlo... (attivare Mariopio Calabresi, caro ad
Elkann; alla Stampa, duello Gramellini-Cazzullo)
2-
Il nuovo Marzullo della radio si chiama Mauro Mazza. Sì, proprio lui, il
direttore di Rai1. Non trasmette "sottovoce"- come Gigi - ma
"sottotraccia". Mazza, in diretta concorrenza con la sua rete, va in
onda su Radio1, ogni giovedì, a mezzanotte e mezza: bacino d'ascolto
modestissimo, potenziale pubblicitario pari a zero, palestra in passato
riservata a precari e apprendisti.
Originalissima la
formula, annunciata in un comunicato come frutto di un'idea dello stesso
Mazza: un'intervista di mezz'ora ad un personaggio noto. Per l'esordio
avranno trovato Obama o il Nobel Vargas Llosa o Robert Edwards? In
realtà hanno preferito Roberto Giacobbo e il suo Voyager.
Qual è allora il
significato di questa operazione - si chiede una redazione in fermento
per aver perso un altro spazio di palinsesto? Aprire semplicemente il
microfono agli amici degli amici? O, magari, è un modo per ripagare
Mazza di aver tradito il suo mentore Gianfranco Fini? E quanto costerà
il programma? Mazza intascherà un extra, in barba al blocco imposto agli
stipendi dei supermanager Rai? La risposta-sussurranno i bene informati
di viale Mazzini- è nei cassetti del direttore delle risorse umane
Luciano Flussi.
3-
Domani sera, alla Società del Giardino di Milano, via San Paolo, c'è il
ballo viennese, con autentica Tanzorkester e ballo delle debuttanti
(normalmente figlie dei bauscia milanesi/brianzoli) che danzano con i
cadetti della scuola militare Teuliè. Non è raro incontrare qualche noto
esponente dell'alta finanza meneghina.
4-
Sfratti veneziani: un incubo per 140 famiglie. Tra gli sfratti esecutivi
anche quello che Paolo Cacciari fratello di Massimo ha avviato nei
confronti di Raffaella Mambelli madre di 2 figlie di cui una minorenne,
che paga regolarmente l'affitto. Paolo Cacciari si giustifica: "Mi serve
per i miei figli Teodoro e Tommaso". Sul diritto a usare come si crede
una proprietà privata non ci sarebbe niente da dire. Peccato che il
pargolo Tommaso sia esponente di punta dei "Disobbedienti" veneziani e
uno dei portavoce del Centro Sociale Rivolta di Marghera. Esproprio
proletario al contrario.
5-
Da Leggo.it - Il bunga bunga diventa un cartoon. Non si è lasciata
scappare l'occasione la Next Media Animation. La società
americana-taiwanese realizza piccoli cartoni animati partendo dalle
notizie del mondo. Il sex-gate nostrano si trasforma così in un disegno
animato. La storia ha inizio con Silvo Berlusconi 'scopre' la sua
igienista dentale, Nicole Minetti, che improvvisa un ballo sexy e
recluta altre donne per un festino hot ad Arcore, in cui non mancano
donne seminude e uniformi da infermiera. Ci sono anche Ilda Boccassini e
il Papa nello sketch, ma manca colei che dà il nome alla bufera: Ruby.
6- Tornano al Teatro Eliseo i Lunedì di Artisti
riuniti. Il primo appuntamento sarà Lunedì 24 gennaio alle ore 20,45 con
il film di Elisabetta Sgarbi "Se hai una montagna di neve tienila
all'ombra. Un viaggio nella cultura in Italia". Dopo la proiezione,
interventi di Mario Andreose, Achille Bonito Oliva, Pietrangelo
Buttafuoco, Ivan Cotroneo, Enrico Ghezzi, Antonio Gnoli, Sergio Claudio
Perroni, Alessandro Piperno, Antonio Rezza, Andrée Ruth Shammah, Paolo
Terni. Introduce Franco Scaglia, coordinano Eugenio Lio, Edoardo Nesi.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
6-
CASA TULLIANI... - Da "Il Foglio" - Ora mi chiedo: sono o non sono la
Terza carica dello Stato? Sono o non sono un patriota repubblicano? Sono
o non sono quello che è stato cacciato da Berlusconi? Ecco. Perché mai
Ilda Bocassini non mi vuole sentire come persona informata dei fatti? Ho
una coscienza democratica, io. Attivarsi.
Italo ha quattro
pagine su Chi. E va bene. Italo va da Signorini. E va bene. Ma Serena
Dandini non mi può invitare? Attivarsi.
7-
Carlo
Rossella per "Il Foglio" - Nella sua residenza di Highgrove il principe
Carlo fa servire ai commensali un delizioso pasticcio vegetariano,
cucinato coi cavoli cresciuti nell'orto del principe di Galles. Cavoli
suoi.
8 -
Con l'aria che tira tra governo e Vaticano casca a fagiolo la
presentazione del libro del giornalista del "Corriere" Massimo Franco,
"C'era una volta il Vaticano - Perché la Chiesa sta perdendo peso in
Occidente" (Mondadori). Coordinati da Flebuccio De Bortoli ne parleranno
nientepopodimenoche: Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pierfurby
Casini e Mons. Rino Fisichella. Appuntamento il 31 gennaio alle 17.30 al
Tempio di Adriano.
9-
Le "Formiche" di Paolo Messa cambiano formato, veste grafica e sito
internet. Festa grande al salone Angiolillo di Palazzo Wedekind alle
19.30 di martedì 25 gennaio.
10
-
Appuntamento milanese invece del FAI, il Fondo Ambiente Italiano, che
ricorda il primo anniversario della scomparsa di Claudia Gian Ferrari.
Lunedì 24 gennaio alle 17.30, a Villa Necchi Campiglio in via Mozart, si
terrà alla presenza della presidente del fondo, Ilaria Borletti Buitoni
e del sindaco Letizia Moratti, la presentazione al pubblico della
scultura "Il Dormiente" di Arturo Martini, lasciata dalla grande storica
dell'arte e collezionista come lascito testamentario alla stessa Fai.
11-
(Adnkronos) - "Pietrificato; o quanto meno atrofizzato". Cosi‚ il
sondaggista Nicola Piepoli, sentito dall'ADNKRONOS, definisce il
consenso elettorale attorno al presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi e al suo partito Pdl, anche in questi giorni che vedono
mediaticamente riproporsi alla ribalta la vicenda giudiziaria legata al
caso Ruby"Il Popolo della Liberta‚ viene registrato da noi al 31,5% per
quanto riguarda le intenzioni di voto - informa Piepoli - ed e
esattamente l'identica percentuale che e‚ stata riscontrata una, due e
tre settimane fa. Non ci si è spostati di un decimale: dunque possiamo
tranquillamente affermare che il caso Ruby, almeno fino a oggi, non sta
penalizzando il capo del governo".
12-
Edoardo Sassi per il "Corriere della Sera" - Jas Gawronski, classe 1936,
giornalista di lungo corso e uomo politico, è il nuovo presidente della
Fondazione La Quadriennale di Roma, istituzione nata nel 1927 per
promuovere l'arte contemporanea in Italia.
13-
Da "La
Stampa" - Sarà The Dictator la nuova commedia di Sacha Baron Cohen,
l'attore inglese noto per Borat . Il film sarà diretto da Larry Charles,
lo stesso di Borat e sarà distribuito l'11 Maggio 2012, informa la
Paramount Pictures. Il film racconta l'eroica storia di un dittatore che
ha rischiato la sua vita per assicurarsi che la democrazia non prenda
piede nel Paese che sta amorevolmente opprimendo. L'ispirazione viene
dal romanzo Zabibah and The King di Saddam Hussein. 21-01-2011]
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Saatchi amari per
Soru - il Pm chiede un anno all’ex presidente della Regione, otto mesi
ai fratelli Benoni (dirigenti del consorzio Sardegna Media Factoring che
secondo l’accusa siglò un accordo con Saatchi & Saatchi per una sorta di
subappalto) e otto mesi a Fabrizio Caprara, ad di Saatchi - pm: "per
Soru la comunicazione istituzionale era una priorità esclusivamente se
l’avesse presa Saatchi"...
http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/210788
Un anno all'ex
presidente della Regione, Renato Soru, otto mesi ai fratelli Marco e
Sergio Benoni (dirigenti del consorzio Sardegna Media Factoring che
secondo l'accusa siglò un accordo con Saatchi & Saatchi per una sorta di
subappalto) e otto mesi a Fabrizio Caprara, amministratore delegato di
Saatchi.
Queste le
richieste di condanna avanzate dal Pm Daniele Caria al termine della
requisitoria-fiume al processo, in tribunale a Cagliari, per i presunti
abusi commessi nell'assegnazione dell'appalto della pubblicità
istituzionale della Regione da 56 milioni di euro e per la campagna
"Sardegna fatti bella".
"Quello che è
emerso in sintesi - ha detto Caria - è che per Soru la comunicazione
istituzionale era una priorità esclusivamente se l'avesse presa Saatchi".
A confermarlo, secono la tesi dell'accusa, molti indizi univoci e
concordanti. Soru ha assistito alla requisitoria in silenzio accanto ai
suoi avvocati Federico Grosso e Giuseppe Macciotta. Nella prossima
udienza spetterà ai difensori il compito di smontare l'impianto
accusatorio del pubblico ministero.
21-01-2011]
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SINDACI DEL PD
CONTRO RENZI NUMBER ONE (ROSICANO?) - COLPO DI STATO ALL’ISOLA DEI
FAMOSI - RATZINGA LODA ALEMANNO (ISABELLA) - TAGLIUZZI AI PARLAMENTARI -
UNICREDIT PREFERISCE GLI INGLESI - LA SALMONATA BRAMBILLA QUERELA A
SPESE DELLO STATO - BRIGLIADORI COME PICASSO - 600 MLN PER L’AUTOSTRADA
CHE NON ESISTE - L’AEROPLANINO DI BISIGNANI - FRATTINI FURIOSO: 3 MLN DI
BAMBINI SENZA NATALE (IN AGENDA) - CHE BOTTA PER MARIO BOTTA - MINI LUNA
ROSSA…
Da "L'espresso"
TOSCANA / SINDACI
CONTRO SINDACI - LE DISCARICHE DI RENZI...
Il più inviperito con Matteo Renzi, proclamato da un sondaggio del "Sole
24 Ore" il sindaco più amato d'Italia, è il presidente della provincia
di Livorno Giorgio Kutufà, Pd: "Renzi? Facile far bella figura con i
cittadini e mandare i rifiuti a smaltire a Peccioli, in provincia di
Pisa, e scaricare i liquami civili in Arno perché metà Firenze è senza
depuratore". Già, perché ancora oggi, inizio 2011, ben 140 mila
fiorentini non sono collegati all'impianto di San Colombano. Così Renzi
sarà pure amato dai fiorentini, ma i suoi colleghi toscani del Pd non
perdono occasione per polemizzare con lui.
Dai sindaci
limitrofi di Sesto e Campi Bisenzio, Gianni Giannassi e Andrea Chini,
critici sulla costruzione della seconda pista dell'aeroporto, a Gianni
Anselmi, della lontana Piombino, che rincara: "La costa tirrenica non
può essere vista né come la discarica né come la spiaggia di Firenze".
Toni simili dal livornese Alessandro Cosimi: "Renzi primo? Complimenti.
Solo che Firenze si deve dare una mossa.
È nei fatti che
deve dimostrare di essere capitale della Toscana". Mentre da Pisa Marco
Filippeschi critica l'accordo tra Berlusconi e Renzi per la tassa di
scopo e i musei fiorentini: "Da sei mesi attendo risposta dal governo
sul museo delle antiche navi romane, un'intesa firmata dieci anni fa.
Non accetto che ci siano disparità tra chi, come Renzi, va in visita ad
Arcore e gli altri sindaci che non ci vanno". M. La.
REALITY SHOW - IN ONDA L'ISOLA DEI PROBLEMI...
Protesta in Rete lanciata dal mensile "Altreconomia" contro il programma
di Rai2 "L'isola dei Famosi 8". Dal 14 febbraio le isole Cayos Cochinos
al largo dell'Honduras tornano a ospitare il reality show condotto da
Simona Ventura, che era stato spostato l'anno scorso in Nicaragua dopo
il golpe che il 28 giugno 2009 aveva deposto il presidente Manuel
Zelaya.
Forse i dirigenti
di Rai e Magnolia (produttrice del format) non sanno che le
organizzazioni per i diritti umani denunciano da mesi l'uccisione di
esponenti della società civile, giornalisti inclusi, e il bavaglio
all'informazione. Sarebbero oltre settemila le vittime di soprusi,
torture, detenzioni illegali e sparizioni. Negli Stati Uniti, trenta
deputati democratici hanno chiesto al governo di sospendere gli aiuti
al'Honduras in assenza di garanzie sui diritti umani. M. S.
FAZIO ALL'AMATRICIANA...
Si presenta asciutto e composto, il ministro della Sanità Ferruccio
Fazio,
il contrario del crapulone. In realtà è un fedelissimo della Gensola,
osteria per ghiottoni nel cuore di Trastevere, all'angolo con piazza in
Piscinula: gran pesce e grandi piatti romaneschi, dalla coda alla
vaccinara all'amatriciana.
ALEMANNO E VATICANO - È ISABELLA CHE DETTA LEGGE...
Smacco per Gianni Alemanno. E a infliggerlo è stato nientemeno che il
papa. Nelll'udienza del 14 gennaio, Benedetto XVI ha speso parole di
elogio per il quoziente familiare. Complimenti che il sindaco di Roma
pensava indirizzati alla sua giunta, che di recente ha deliberato a
sostegno dei nuclei familiari più numerosi. Invece il papa non si
riferiva al Campidoglio, bensì alla legge che sta per essere varata
dalla Regione Lazio e che porta la firma del consigliere Isabella Rauti,
moglie di Alemanno, presente all'udienza.
Papa Ratzinger ha
infatti parlato di legge e non di delibera, soffermandosi sul fatto che
anche il nascituro verrà considerato membro della famiglia. Come prevede
la legge della Regione e non la delibera del Comune. V. D.
MONTECITORIO - POVERI ONOREVOLI...
Da questo mese i nostri parlamentari sono (si fa per dire) più poveri.
Nella busta paga di gennaio, infatti, deputati e senatori hanno trovato
mille euro in meno: è entrata in vigore la decurtazione per i prossimi
tre anni di 500 euro sulla diaria di soggiorno (fino all'anno scorso
pari a 4.003 euro, da oggi sono 3.503) e di altri 500 sulla somma
destinata al "rapporto eletto-elettore" (erano 4.190 euro, ora 3.690)
destinati anche ai portaborse decisa dagli uffici di presidenza di
Camera e Senato dopo il decreto anticrisi di luglio.
Invariata, invece,
l'indennità parlamentare, prevista dalla Costituzione: 5.486,58 euro
netti. Se il taglio delle competenze per i parlamentari è stato votato a
suo tempo all'unanimità dai rispettivi uffici di presidenza, c'è chi
mugugna per la riduzione generalizzata della diaria. "Al solito", si
lamenta Andrea Sarubbi deputato del Pd, "resta fregato chi lavora ed è
sempre presente in commissione: per gli assenteisti non cambia nulla".
B. C.
PRESIDENZA DEL SENATO - SCHIFANI CERCA UFFICIO...
Sarà che da qualche mese si respira aria di fine anticipata della
legislatura, ma nel dubbio Renato Schifani comincia a pensare al suo
futuro da ex presidente del Senato. A partire dal lussuoso ufficio che
Palazzo Madama riserva ai propri ex primi inquilini a Palazzo
Giustiniani, con annessa squadra di collaboratori pagata dal Senato.
Il presidente
normalmente sceglie, e Schifani avrebbe già fatto un pensierino sui
locali che ospitavano l'ufficio del presidente emerito della Repubblica
Francesco Cossiga. Uno spazio vasto all'ultimo piano di palazzo
Giustiniani arricchito da boiseries cui si accede direttamente da un
ascensore privato azionato con la chiave. Diverse stanze che
costituiscono quasi un'ala a sé del prestigioso immobile, una delle
quali, quella dello studio di Cossiga, con terrazzino che si affaccia su
piazza della Rotonda e da cui si gode di una splendida vista sul
Pantheon. B. C.
COMUNICAZIONE - UNICREDIT SI SERVE A LONDRA...
Occasioni perdute per i pubblicitari di casa nostra. Unicredit sta
studiando, per la primavera, le nuove strategie di comunicazione in
Italia e all'estero, dove la sua immagine è affidata soprattutto alla
sponsorizzazione della Champions League. La gara per la scelta della
nuova agenzia si sta concludendo a favore della Bbh, boutique inglese
pluripremiata ai festival pubblicitari, ma nemmeno presente nel nostro
Paese.
Notizia poco
gradita dalle agenzie nostrane: sono le conseguenze della
globalizzazione. Del resto, anche Tim, per il suo nuovo format, che
subentrerà da marzo a quello con Belen e Christian De Sica, ha pescato
l'argentina Santo: altra sigla assente dal nostro mercato ma, almeno,
già attiva per il gruppo Telecom Italia in Sud America. Vi. P.
L'INTERROGAZIONE - QUI CI VUOLE UN AVVOCATO...
Il ministro del Turismo Michela Brambilla ha denunciato per diffamazione
"Il Fatto quotidiano". Non è piaciuto al ministro che alla conferenza
stampa di fine anno sia stato chiesto al presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi di esprimersi sulla correttezza del suo
operato.
Per questo si è
rivolta alla magistratura facendosi assistere all'Avvocatura dello
Stato. La cosa non è andata giù alla senatrice Roberta Pinotti (Pd) che
si è appellata al governo chiedendo non solo di verificare la gestione
del dicastero del Turismo, ma anche di non permettere di utilizzare in
modo improprio l'Avvocatura dello Stato (interrogazione S.3/01840). a
cura dell'Associazione Openpolis
NEO ARTISTI - BRIGLIADORI REALE...
Dopo il pittore e scultore Loris Nelson Ricci, amico personale del
ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, tocca ora a Eleonora
Brigliadori conquistare le sale del Vittoriano per la sua prima
esposizione in assoluto ("Ewolwing art", scritto proprio così).
L'attrice-presentatrice è arrivata all'Altare della Patria, a piazza
Venezia, dopo aver convinto della bontà delle sue opere il gestore del
complesso monumentale, Alessandro Nicosia.
Ma Eleonora non si
ferma qui. Dopo la capitale, la Brigliadori punta ora a Milano: per le
sue opere cosmico-mistiche sarebbe pronta addirittura la Villa Reale. A
metterla a disposizione, il responsabile mostre Domenico Piraina, lo
stesso che vi portò le sculture di Angiola Tremonti, sorella del più
noto Giulio. Forse Roma e Milano non sono poi così lontane come si dice.
P. Fa.
AUTOSTRADE - 600 MILIONI PER NULLA...
Il festival del contenzioso sui lavori pubblici segna un nuovo record:
600 milioni di euro per un'autostrada, la Roma-Latina, che neppure
esiste. Lo sanno bene i pendolari del Lazio costretti a tribolare ogni
giorno sulla statale Pontina, fra le più pericolose d'Italia. Il
rimborso per mancato guadagno è stato chiesto allo Stato dai soci
privati di Arcea Lazio, società concessionaria dei lavori costituita
dall'ex governatore Francesco Storace, con Autostrade, Erasmo Cinque,
Ccc (lega Coop), Mario Salabè, ed estromessa con Piero Marrazzo
presidente.
Arcea è poi stata
sostituita da una seconda concessionaria formata dall'Anas e dalla
Regione. L'anno scorso il Cipe aveva dato via libera all'opera ma, in
seguito a un servizio de "L'espresso" (n. 8, 2010), la Corte dei conti
del Lazio ha bloccato il bando per danno erariale, visto che Arcea ha
comunque incassato decine di milioni per consulenze e spese di
progettazione. G. T.
L'AEROPLANINO DI BISIGNANI...
Per Giovanni Bisignani gli aerei sono molto più di un lavoro. Chi gli fa
visita, nell'ufficio con vista sulla pista più suggestiva dello scalo di
Ginevra, se ne accorge immediatamente. Accanto alla scrivania, su un
ripiano, il direttore generale di Iata, l'organizzazione internazionale
che rappresenta oltre 200 compagnie, tiene una nutritissima collezione
di aeromodellini.
Agli ospiti,
Bisignani ha confessato di cambiare la disposizione a seconda degli
incontri in agenda. Così al manager messicano salta subito agli occhi,
in primo piano, il modellino con aquila stilizzata della compagnia di
bandiera. E il thailandese è colpito dalla riproduzione in prima fila,
con il logo floreale, di un jet della Thai Airways. Bisignani non
tradisce però le origini italiane: il modellino Alitalia, compagnia di
cui è stato amministratore delegato, sembra sia il più grande della
collezione. M. D. B.
BRUXELLES - EURO-DIARI SENZA NATALE...
Quei diari sono un'indecenza!", si è sfogato il ministro degli Esteri
Franco Frattini col presidente della Commissione europea Manuel Barroso.
Il riferimento è ai tre milioni di agende spedite dalla Commissione a 21
mila scuole del Vecchio continente, in cui sono riportate le principali
festività religiose nel mondo ma non il Natale e la Pasqua. "Solo un
errore", si è giustificata Bruxelles.
Ma il caso sta
montando. I senatori cattolici del Pd hanno presentato un'interrogazione
per sapere come Frattini intenda "difendere la cultura cristiana,
all'origine della Ue" e magari chiedere "il rimborso della quota
italiana" (l'operazione è costata 5 milioni). La Regione Lazio si è
spinta oltre: con un voto bipartisan la commissione Scuola ha chiesto
alle sue province di sospendere la distribuzione delle agende e di
ritirare le copie già consegnate. Resta da vedere se da Viterbo a
Frosinone le amministrazioni accoglieranno l'invito. P. Fa.
MILANO: LA GALLERIA NON AMA LA LIBRERIA...
A Milano ripartono (era ora) i restauri della Galleria Vittorio
Emanuele. Ma la stranezza è che le due librerie care ai milanesi,
l'antica Bocca, 225 anni di vita, e la grande Rizzoli sopra la quale
aveva l'ufficio Enzo Biagi, lavorano a contratto scaduto: Bocca dal
2007, Rizzoli dal 2008. A entrambe il Comune ha triplicato l'affitto. La
libreria d'arte Bocca, appena 40 metri quadri, classificata bottega
storica, non può assolutamente pagare, giura il direttore Giorgio
Lodetti, i 70 mila euro l'anno richiesti; dopo ben sette lettere al
sindaco, e zero risposte, da oltre tre anni sta nel limbo, e spera
nell'appoggio della società civile.
Non va meglio alla
Rizzoli, che pure occupa mille metri quadri e ha alle spalle un grande
gruppo come Rcs: il Comune ha chiesto oltre un milione l'anno. Rizzoli
vorrebbe discuterne, ma a Palazzo Marino, finora, zitti e mosca.
Parliamo di due indirizzi di pregio; cosa vuol fare la giunta Moratti:
trasformarli in squatter? E. A.
IMMOBILIARISTI - CHE BOTTA PER BOTTA...
Mario Botta, architetto di fama mondiale con base a Lugano, è indignato.
Ce l'ha con Nicola Di Luccio, 71 anni, commercialista di Saronno, ricca
cittadina del nord Milano. Lì il progettista svizzero aveva firmato un
progetto importante: due torri di uffici, un parco, un viale alberato e
sette palazzine con oltre 200 appartamenti. Peccato che oggi sull'area
spuntino solo tre edifici monchi. L'immobiliare Isi, infatti, è fallita
con un passivo di 22 milioni di euro.
Bancarotta
fraudolenta e falso in bilancio: queste le accuse che hanno portato agli
arresti domiciliari Di Luccio, amministratore della società e già noto
alle cronache giudiziarie per il suo arresto ai tempi di Tangentopoli,
quando a Saronno era assessore Dc. "Ho lavorato due anni al progetto, si
sono messi a modificarlo a mia insaputa e ora mi trovo con un buco di
quasi 400 mila euro", spiega Botta, che si è iscritto alla lista dei
creditori. Come il Comune di Saronno, che stima di aver subito un danno
di 2 milioni. Ma recuperare i soldi di un'immobiliare fallita, si sa, è
quasi impossibile. S. Ver.
IMPRENDITORI - LUNA ROSSA JUNIOR...
Alla prossima America's Cup non parteciperà, e la quotazione in Borsa di
Prada è ancora per aria (se ne parla dal lontano 2001), ma per Patrizio
Bertelli la vela resta una passionaccia inguaribile. Il team Luna Rossa
si sta allenando a Valencia per le regate Extreme Sailing Series del
2011, che cominciano a Muscat in Oman il 20 febbraio. Stavolta Luna
Rossa, skipper Max Sirena, è un catamarano: di 40 piedi (12 metri) e con
equipaggio da quattro, dunque molto più piccolo di una costosissima
barca da America's Cup.
Muscat sarà la
prima del ciclo di nove regate dei velocissimi Extreme 40, che si
chiuderà a Singapore a dicembre (la sesta sarà in Italia, a Trapani).
Tra le dieci squadre ci sono i fenomeni svizzeri di Alinghi e Emirates
New Zealand, una barca francese dei banchieri Rothschild e due team
arabi dell'Oman. A un costo ragionevole, insomma, Bertelli e Prada
tengono in piedi il nucleo di velisti di Luna Rossa e seguono
l'evoluzione dei multiscafi, formula che ora impazza anche in Coppa
America. Se mai tornasse la tentazione... T. M.
BANDIERE - SFRATTO TRICOLORE...
I vertici leghisti possono tirare un sospiro di sollievo. La pasionaria
del Tricolore, alias Lucia Massarotto, dovrà lasciare la casa in riva
Sette Martiri a Venezia. Umberto Bossi non dovrà più rivolgersi a lei,
durante la Festa settembrina dei Popoli Padani, invitandola a mettere
"il Tricolore nel cesso". Lei che, da 15 anni, all'arrivo dei leghisti
esponeva il vessillo italiano alla finestra e volentieri s'affacciava
sorridente. Da 25 anni in quella casa, la signora ha ricevuto lo sfratto
proprio il giorno d'inizio delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità
d'Italia. Una beffa. P. T. 21-01-2011]
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UN GIRASOLE PER
DON VERZÈ...
Don Luigi Verzè vuol crescere a Nord-Est. Per questo la Fondazione San
Raffaele acquisirà Villa Girasole a San Martino Buon Albergo (Verona). A
cederla, attraverso una donazione, sarà la Fondazione Invernizzi che ha
dichiarato di non essere più in grado di sostenere le spese di gestione.
Anche se non c'è una decisione definitiva è probabile che la villa venga
utilizzata come sede di rappresentanza del Quo Vadis, il nuovo polo
sanitario che sorgerà nella vicina Vago di Lavagno.
19-01-2011]
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UN IMPERO
COSTRUITO SUL DEBITO - CARLO TOTO, DOPO AVER APPIOPPATO AIRONE AI
FURBETTI DELL’AEROPLANINO SABELLI E COLANINNO, DIVENTA UNICO
CONCESSIONARIO DELL’AUTOSTRADA DEI PARCHI, L’ARTERIA TRA LAZIO E
ABRUZZO, DI CUI GESTIRÀ LA MANUTENZIONE CON LE SUE IMPRESE EDILI (LA
CONCORRENZA RINGRAZIA) - MA IL TRUCCO FINANZIARIO ESCOGITATO PER
AFFITTARE GLI AEREI AD ALITALIA CON LE SOLITE SOCIETÀ IRLANDESI NON VA
così bene, E L’ESPOSIZIONE (VERA, NON NOMINALE) VERSO LE BANCHE
SCHIZZERÀ PRESTO A 1,6 MLD…
Luca Piana
per "L'espresso"
Chissà se due anni
fa, quando ha venduto la sua AirOne alla nuova Alitalia voluta da Silvio
Berlusconi, Carlo Toto pensava di mettersi a posto per sempre. I 450
milioni di euro incassati dalla cordata di "capitani coraggiosi", come
li aveva chiamati il premier, sembravano un cifra sufficiente per farsi
una nuova vita. Non che si trattasse di una montagna di soldi, per
carità. Lui, l'imprenditore abruzzese che l'AirOne l'aveva costruita
partendo quasi dal nulla, come valore di bilancio aveva scritto una
cifra di gran lunga più elevata: oltre 700 milioni.
L'effetto della
cessione sui conti era stato così paradossale: vendendo la più amata fra
le sue imprese, quella che l'aveva reso famoso come l'uomo capace di
rompere il monopolio sulla Roma-Milano, la più ricca delle tratte
Alitalia, Toto aveva dovuto contabilizzare in bilancio una perdita di
410 milioni. Misteri della finanza d'assalto: proprio mentre veniva
ricoperto da più quattrini di quanti ne avesse visti fino ad allora,
Toto era costretto a chiudere il bilancio 2008 con la peggior perdita
della sua storia.
Lasciata alle
spalle la sfida di AirOne, con i rischi e i debiti che la compagnia si
portava dietro, all'inizio del 2010 Toto ha però annunciato una svolta
che, a dispetto dei 450 milioni incassati due anni fa, proietterà i
debiti del suo gruppo con le banche alla cifra record di 1,6 miliardi.
Toto acquisterà per 89 milioni dall'Atlantia della famiglia Benetton il
60 per cento della Strada dei Parchi, la società che gestisce
l'autostrada Roma-Teramo (chiamata A24) e il tratto gemello che arriva a
Pescara (A25).
Ne diventerà
l'unico azionista (già oggi detiene l'altro 40 per cento), puntando poi
a fare della concessionaria abruzzese la numero uno di una collezione di
infrastrutture che vorrebbe costruire e gestire, dal nuovo porto di
Ancona all'autostrada Pontina. Una nuova avventura che, se da un punto
di vista rappresenta l'ennesima rivoluzione di un imprenditore giunto a
65 anni d'età, dall'altra riporterà il gruppo Toto al centro di un
complicato sistema di impegni finanziari e di contratti da onorare.
Per capire come
Toto stia arrivando a questo punto, occorre tornare nuovamente alla
vendita di AirOne. I denari incassati da Roberto Colaninno e dagli altri
soci della cordata Cai sono stati in gran parte reinvestiti secondo gli
accordi stipulati al momento della cessione: 60 milioni sono stati
versati per acquistare il 5,3 per cento della nuova Alitalia; il resto è
andato a finanziare una società con sede a Dublino controllata dalla
capogruppo Toto Costruzioni Generali, la AP Fleet. La società irlandese
ha mantenuto il diritto di acquistare i nuovi aerei Airbus che AirOne
aveva prenotato a suo tempo, con l'accordo di girarli poi in leasing
all'Alitalia.
Uno dei nodi del
debito del gruppo Toto è proprio nella AP Fleet. Alla fine del 2009 la
società dichiarava di aver ordinato 68 aerei, da consegnare entro il
2018, con un esborso complessivo previsto di 3,1 miliardi di euro. Soldi
che il gruppo ovviamente non ha ma che, al bisogno, chiede in prestito
alle banche, in genere disponibili a finanziare fino a tre quarti del
prezzo di ogni aereo, prendendo come garanzia unicamente gli stessi
velivoli. Anche se la natura di questo genere di prestiti è dunque
diversa dai debiti contratti direttamente dall'azienda, è però
altrettanto chiaro che i debiti contratti ricadono comunque nel
perimetro del gruppo Toto.
Nel 2010, a dire
il vero, l'Alitalia di nuovi Airbus dalla AP Fleet ne ha ritirati solo
tre, cinque in meno del previsto. Gli altri li ha acquistati
direttamente da Airbus: il motivo, spiegano al gruppo Toto, è legato
alle difficoltà del settore aereo durante la crisi della scorsa
primavera, seguita all'esplosione del vulcano islandese Eyjafjöll,
quando le banche hanno bloccato tutti i finanziamenti al mondo del
trasporto aereo. E l'Alitalia, per completare la propria flotta, ha
dovuto scavalcare Toto, rivolgendosi direttamente all'Airbus.
AP Fleet,
comunque, vedrà il proprio indebitamento crescere ancora. I 275 milioni
di euro di debiti di fine 2009 della società, stando alle prime
indicazioni, saliranno nel bilancio 2010 a circa 390 milioni. Per
raggiungere entro i prossimi cinque anni la quota di 800 milioni.
Se l'attività di
noleggio aeroplani è il primo degli snodi del debito dell'imprenditore
abruzzese, il secondo è rappresentato dalla Strada dei Parchi. Fino a
oggi Toto, in quanto azionista di minoranza delle autostrade abruzzesi,
non ha mai dovuto considerare nel proprio bilancio le attività e le
fonti di finanziamento della società.
Ora però sarà
costretto a farlo. E la Strada dei Parchi, in perdita da anni, si porta
dietro obblighi pesanti: oltre a debiti con le banche per 220 milioni,
dovrà versarne all'Anas altri 640 lungo la durata della concessione,
pagando all'ente pubblico delle strade una specie di canone. In più
dovrà effettuare ingenti lavori, alla luce della nuova convenzione
firmata dall'Anas, che ha portato dal primo gennaio scorso a un aumento
medio delle tariffe di pedaggio dell'8,14 per cento.
In particolare
dovrà spendere 250 milioni per potenziare l'ingresso in Roma, dove negli
orari dei pendolari si formano lunghe code, più altri 708 milioni in
opere di manutenzione ordinaria e straordinaria. Che sono poi il vero
motivo dell'interesse del costruttore abruzzese nella società
autostradale, visto che conta di realizzare da sé gran parte di questi
lavori, secondo un meccanismo che si è affermato in tutta Italia, a
dispetto delle accuse di opacità e di aumento dei costi che genera.
Per far fronte ai
debiti esistenti e preparare le munizioni per i lavori, Toto conta su
due aspetti. Il primo è un'operazione di rifinanziamento (con il
meccanismo del "project financing", dove la garanzia è fornita
dall'infrastruttura stessa e non dalla società che li intraprende) da
580 milioni di euro, le cui trattative sono in corso con Dexia e Société
Générale. Il secondo è rappresentato da ulteriori aumenti delle tariffe,
tuttora basse rispetto alle più salate tratte del Nord (un esempio che
viene fatto sono gli 0,80 euro per il transito nei 10,2 chilometri del
traforo sotto il Gran Sasso, rispetto ai 36,8 euro per il passaggio
negli 11,6 chilometri del tunnel del Monte Bianco).
Correndo sui fili
sottili di queste strutture finanziarie, Toto conta dunque di contenere
il debito della capogruppo al di sotto dei 200 milioni, a fronte degli
1,6 miliardi di esposizione totale. Una cifra che, tuttavia, resta
consistente per un gruppo che, autostrade incluse, ha un giro d'affari
compreso fra i 350 e i 400 milioni.
PASSIONE D'ASFALTO
Le origini della Toto Costruzioni Generali risalgono al Dopoguerra e
alla piccola ditta edilizia del papà di Carlo Toto, Alfonso. L'attuale
patron inizia a lavorarci fresco del diploma di geometra e, alla fine
degli anni Sessanta, introduce l'impresa nel mondo degli appalti
pubblici prima in Abruzzo, poi a Roma, dove nel 1981 rileva la Palmieri
Costruzioni.
Nel 1982 viene
arrestato con un funzionario Anas in una rara indagine pre-Mani Pulite,
relativa all'appalto per un ponte sul fiume Comano, poi crollato. Nel
1988 arriva la condanna in appello per falso.
Nel 1988 acquista
la compagnia aerea AliAdriatica, la ribattezza AirOne e ne fa il
principale concorrente privato dell'Alitalia sul mercato domestico, dove
ottiene le rotte per volare sulla Milano-Roma.
Stringe le
relazioni con il mondo della politica, finanziando numerosi partiti di
tutto l'arco istituzionale. È in ottimi rapporti sia con i leader
nazionali che con quelli locali, a cominciare dal sindaco di Pescara
Luciano D'Alfonso (Margherita).
Nel 2000 vince
insieme alla Autostrade della famiglia Benetton la concessione per la
gestione della A24 fra Roma e Teramo e della A25 fra Torano e Pescara.
Viene costituita una società (la Strada dei Parchi Spa) nella quale Toto
ha il 40 per cento.
Nel 2008 vende
AirOne alla cordata Cai, guidata da Roberto Colaninno, che rileva le
attività dell'Alitalia. L'unione permette alla nuova Alitalia di
ricostituire il monopolio di fatto sulla preziosa rotta fra Milano
Linate e Roma Fiumicino.
Da AirOne il
gruppo Toto esce con una minusvalenza di 410 milioni di euro fra il
valore della compagnia scritto a bilancio e i quattrini incassati da Cai,
pari a 450 milioni. Toto ha reinvestito 60 milioni nella Cai stessa,
acquistando il 5,3 per cento, e il resto nell'irlandese AP Fleet, che
affitta gli aerei in leasing all'Alitalia.
Oggi la Toto è
definita dal gruppo la prima azienda di costruzioni in Abruzzo e "tra le
prima trenta in Italia". Sta realizzando una delle gallerie più
impegnative, lunga 5,5 chilometri, della variante di valico
sull'autostrada A1 fra Bologna e Firenze.
All'inizio di
gennaio è stato annunciato l'acquisto per 89 milioni di euro del 60 per
cento di Strada dei Parchi oggi in mano alla Autostrade. 18-01-2011]
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LITTIZZETTO NON è
UNO SCHERZETTO - “Avete visto la foto di Ratzinger durante lo spettacolo
circense in Vaticano, mentre osservava le acrobazie muscolari dei
fratelli Pellegrini? Sembrava Lele Mora - BERLUSCONI LO CAREZZEREI. PER
VEDERE SE MI RIMANE LA TINTURA IN MANO - IN POLITICA COME GRILLO? IO NON
SO FARE IL PREDICATORE. Io sono solo un saltimbanco - CRUDELIO MARCHION
MI HA INVITATA A CENA, MA NON POTEVO - MAI DA Vespa. Non mi piace il suo
modo di fare tv
Vittorio Zincone
per "Sette-Corriere della Sera"
Luciana
Littizzetto è scrittrice, comica e attrice. Vende montagne di libri e
quando appare in video le curve dell'audience si fanno picco. La
incontro alla presentazione del suo ultimo volumetto (I dolori del
giovane Walter, Mondadori). Alcuni lettori arrivano con un paio d'ore di
anticipo. Uno sospira: «Così l'autografo è garantito».
Molti restano
fuori dalla porta. Lei entra nella sala stracolma, si appallottola su
una poltrona di cartone, prende il microfono e comincia un piccolo show.
Alterna vocine e vocette, improvvisa imitazioni di politici e soubrette.
Si ride. Come quando è ospite di Che tempo che fa palleggia da un
argomento all'altro. Costume e costumini: «I seni delle soubrette che
casualmente spuntano fuori dai vestiti durante i balletti sono "minne
vaganti"».
Diatribe
culturali: «Ho visto Bolle ballare nella Giselle. Ma perché era nudo?
Non stava mica interpretando il Flauto magico...». Papa e papi: «Avete
visto la foto di Ratzinger durante lo spettacolo circense in Vaticano,
mentre osservava le acrobazie muscolari dei fratelli Pellegrini?
Sembrava Lele Mora». A un certo punto si alza un fan: «Dicci qualcosa su
Scilipoti». Litti (i cultori la chiamano così) non si nega: «Uno
dell'Italia dei Valori che vota Berlusconi è come Bin Laden che chiede
l'autografo a Benedetto XVI». Si alza una signora: «Facciamo il Partito
di Litti». Applausi.
Luciana li placa:
«Fermi. È l'ultimo dei miei pensieri. Io sono solo un saltimbanco». In
realtà una cronista del Financial Times ha scritto che Littizzetto "è
una delle più grandi giornaliste d'Italia, provocatoria e sexy, che
manda messaggi di rivoluzionario buonsenso". Una settimana fa, durante
la trasmissione di Fabio Fazio, il messaggio politico (di buonsenso?) è
stato questo: «Non possiamo andare a votare per la terza volta in cinque
anni. È da balenghi». Poi Litti ha lanciato una maledizione: «Che vi si
rompano le infradito mentre siete sugli scogli, se ci mandate a votare».
Hai pure scritto:
"Elezioni? Facciamole nel 2020 che tanto non cambia niente".
«Confermo. Faccio pure fatica a scrivere le battute sui politici. Sono
sempre gli stessi. Da anni. Bastaaaa».
Quest'anno qualche
novità c'è? Rutelli, Casini e Fini...
«Li ho soprannominati Coalizione da Tiffany. Sono tutti belli. Ma anche
lì di movimento se ne vede poco».
Se ti trovassi
davanti a Berlusconi che cosa gli diresti?
«Lo starei ad ascoltare. Parlano tutti della sua potenza comunicativa. E
poi gli darei una carezza in testa. Per vedere se mi resta la tintura
dei capelli sulla mano».
Se qualche
politico ti chiedesse un appoggio in campagna elettorale glielo
concederesti?
«Non ci penso proprio».
In passato lo hai
fatto, per Rifondazione comunista.
«Adesso non mi va. Non si capisce più nulla. Voltano tutti gabbana da un
giorno all'altro».
Il comico Grillo
si è messo a far politica.
«Non ho quella profondità di analisi. Non sono un predicatore. E
soprattutto non riesco a scherzare sulle cose che mi fanno davvero
arrabbiare. Cerco il ridicolo».
A parte Clemente
Mastella che volendo tutelare il Cardinal Ruini protestò contro le
battute su Eminenz, qualche altro politico ti ha mai dato problemi?
«No. Emanuele Filiberto una volta mi voleva querelare».
Perché?
«Per una letterina che scrissi quando lui e il padre avevano chiesto di
riavere indietro il patrimonio dei Savoia. I politici, comunque, ormai
hanno capito».
Che cosa?
«Sono diventati personaggi dello spettacolo. Sanno che più si parla di
loro e meglio è».
Mi fai un esempio?
«Qualche mese fa, durante una puntata di Che tempo che fa ho massacrato
Bocchino. Battute su battute. Finita la trasmissione, mi arriva la
telefonata. Penso: "Ora questo mi divora"».
Annuncio di
querela?
«No. Complimenti e risate».
È vero che una
volta la torinese Evelina Christillin ti ha passato al telefono uno dei
tuoi bersagli prediletti, Giulio Tremonti?
«Sono stati otto secondi di grande imbarazzo».
Tremonti si è mai
lamentato per le prese in giro?
«No. Chi sa di far bene il proprio mestiere non si scompone più di
tanto».
Dopo il libro
dedicato alla Jolanda, che sarebbe l'organo riproduttivo femminile, ora
è arrivato quello sui dolori del giovane Walter, che sarebbe il coso...
Nei forum on line molti lettori si chiedono: perché Walter? C'entra
Veltroni?
«Ma no. Walter è un nome evocativo. È un nome che dà l'idea di una cosa
lunga e allampanata. I miei amici che si chiamano Walter sono tutti
così. E poi mi sembrava di chiudere bene la coppia: Jolanda... e
Walter».
Fazio, quando
parli di sesso...
«...si imbarazza. Ma non per finta. E se parlo di cacca o di quelle robe
da bambini si indispettisce, eheh».
C'è stata una
volta in cui si è proprio arrabbiato con te?
«Quando sfottevo Ruini, mi diceva: "Domani ti scomunicano", ma nulla di
più».
Come nascono i
tuoi pezzi comici?
«Durante la settimana leggo e prendo appunti».
Quanti quotidiani
leggi?
«Non tanti. Corriere, Repubblica, Stampa. Poi il Messaggero on line.
Giornale e Libero me li risparmio. Segno le idee che mi vengono su
qualsiasi supporto: il cartoncino dei collant, la bolletta della luce...
Il mercoledì raccolgo per tutta la casa gli appunti sparsi. E la sera,
dopo aver messo i ragazzi a letto, scrivo».
Non ti aiuta
nessuno?
«Ho un autore: Beppe Tosco. Il giovedì mattina ci vediamo e valutiamo
nuovi sviluppi rispetto al mio testo».
Si dice che prima
di andare in onda tu sia parecchio agitata.
«Mi mette ansia anche la gente che per strada mi dice "ti vedo sempre"».
È per questo che
fai stretching in diretta sul tavolo di Fazio?
«Prendo possesso dello spazio. Per l'ansia comunque prendo Fiori di
Bach. A litri. Me lo ha insegnato Fiorello».
È vero che molti
ospiti dopo la puntata chiedono di conoscerti?
«Sì, è successo anche con Marchionne. Lui mi ha pure invitata a cena. Ma
non sono potuta andare».
Marchionne ora lo
chiami Crudelio Marchion. Da torinese, chi pensi che abbia ragione, lui
o la Fiom?
«Non è facile rispondere. Marchionne fa bene a proporre soluzioni, ma
come non dar ragione anche agli operai che reclamano i loro diritti?».
Da ragazza
scrivevi per Gioventù operaia.
«È vero. Era la rivista della Gioventù operaia cristiana. Sono di
famiglia religiosissima».
Sulla quarta di
copertina di Rivergination c'è una tua foto in guantini di pizzo e
vestito della prima comunione.
«I guantini ce li ho ancora. Li conservo in un cofanetto insieme a mille
oggetti della mia infanzia».
Quando ti sei resa
conto che volevi fare la comica?
«Da bambina prendevo in giro la suora economa del mio collegio».
Il tuo primo
spettacolo?
«Ho cominciato facendo cabaret nelle bettole. Contemporaneamente
insegnavo musica in una scuola media alle Vallette, periferia di Torino.
Un luogo dimenticato da Dio».
In tv come ci sei
arrivata?
«Nel 1991 vinsi Bravo Grazie, un concorso di cabaret che si teneva a
Saint Vincent. Fabio Fazio presentava la serata insieme a Bruno
Gambarotta e a Moana Pozzi. Pensa che trio. Fabio alla fine mi disse:
"Ti rendi conto che da oggi la tua vita cambierà?"».
Te ne rendevi
conto?
«No. Lì tra i giurati c'era anche Bruno Voglino...».
...storico
dirigente e talent scout della Rai.
«Voglino mi propose di andare a Roma per una partecipazione ad Avanzi».
La trasmissione di
Serena Dandini. Quella tua prima apparizione è stata immortalata su
YouTube: avevi un berretto verde pisello.
«Sì. Ma non durai molto. Dopo una puntata tornai a Torino. Il vero
esordio in tv è nel 1993 con Cielito Lindo».
Una volta hai
raccontato che a quelli di Cielito Lindo non faceva piacere avere tra i
piedi una donna comica.
«Era tutta la tv a rifiutare l'idea che una donna potesse far ridere. Un
po' è così anche ora. Le donne "parlanti" in tv sono poche. Persino tra
gli ospiti di Fazio scarseggiano».
Anche tu contro la
tv maschilista?
«Non credo che ci sia una presa di posizione ideologica contro le donne.
Ce ne sono effettivamente poche. Ma si potrebbe far parlare di più
quelle che ci sono».
Un esempio?
«Elena Santarelli è molto intelligente. La stessa Filippa Lagerback a
Che tempo che fa dovrebbe avere più spazio».
Mi fai il nome di
una comica che ti fa ridere?
«Paola Cortellesi, bravissima. E poi mi piacciono Katia&Valeria, il duo
che sfotte Uomini e donne».
Tu che cosa guardi
in tv?
«Tendenzialmente quello che vogliono vedere i miei figli».
E quindi, che
cosa?
«Anche il Grande Fratello. Ma lunedì sera, mentre seguivamo la puntata a
un certo punto ho spento e gli ho detto: "Vi prego, non diventate così".
Non che sugli altri canali ci fossero grandi modelli da seguire, eh: su
Raidue c'era Monica Setta che faceva ballare Valeria Marini».
Dove non andresti
mai come ospite?
«Da Bruno Vespa. Non mi piace il suo modo di fare tv».
Qual è il
programma che manca alla tv generalista?
«Vorrei fare una trasmissione sull'arte contemporanea. C'è un mercato in
esplosione e pochissime coordinate a cui aggrapparsi».
Vai in tv con
Fazio, scrivi libri, conduci una trasmissione su Radio Deejay. Tra poco
usciranno pure una fiction (Fuori classe) e un film (Femmine contro
maschi) in cui sei protagonista...
«Vengo da due anni faticosetti».
Su quale medium
pensi di funzionare di più?
«Forse sono più adatta alla tv. Ma considero la radio più comunicativa».
Reciteresti mai in
un cinepanettone?
«Per ora non l'ho fatto».
Ma te l'hanno
proposto?
«Più di una volta».
Scrivi per
Mondadori e partecipi a una trasmissione (Che tempo che fa) prodotta
dalla Endemol. Tutte società della famiglia Berlusconi.
«E che devo fare? È tutto suo. Ai bunga party però non ci sono mai
stata. Perché non mi invita, eh».
A cena col nemico?
«Giulio Tremonti».
Hai un clan di
amici?
«Una su tutte: Laura, ferroviera in uno scalo merci. E poi qualche
attore torinese come Michele Di Mauro. Ma ammetto che da quando ho in
affidamento i miei due figli, passo più tempo possibile con loro».
Qual è l'errore
più grande che hai fatto?
«Non ho mai coltivato altre passioni fuori dal lavoro. Dovrei
cominciare. Invece sono così: lavoro... bam, figli... bam. Quadrata».
La scelta che ti
ha cambiato la vita?
«Fare questo mestiere. Ogni tanto incontro dei miei ex alunni, magari
con capelli bianchi. Mi chiedono: "Si ricorda di me?". E io per tutelare
l'amor proprio rispondo: "No"».
Il film preferito?
«Brazil di Terry Gilliam. Destrutturatissimo. Se invece voglio sorridere
mi guardo Colazione da Tiffany».
Il libro?
«I Buddenbrook di Thomas Mann».
Leggi molto?
«Abbastanza. Circa un libro a settimana. Fino a un anno fa per leggere
di più mi mettevo la sveglia la mattina, così prima di accompagnare i
ragazzi a scuola mi ritagliavo un'oretta».
La canzone?
«Voilà l'été dei Négresses Vertes».
Conosci i confini
di Israele?
«Allora... La Palestina... aspetta no, la Palestina non c'è... Gaza? In
geografia zero!».
Quanto costa un
litro di latte?
«Un euro e mezzo».
Fai la spesa?
«Tutte le mattine al mercato».
Braccata dai fan?
«L'altro giorno mi si è avvicinato un ragazzo e mi ha detto: "Sono
missino. Del Msi". E io: "Perché lo dici a me?". E lui: "Perché lei mi
fa molto ridere". La gente è strana forte».
Chiudi questo
verso: "Ho visto stamattina, mentre andavo a lavorar...".
«"...Il lattaio, il postino e la guardia comunal". È l'attacco di Viva
la gente».
Ma allora è vero,
come hai raccontato, che la cantavi per strada con le suore.
«E certo. Non ti fidavi?».
Finisci anche
quest'altra: "No, non c'è regola, mordimi distrattamente, uccidimi,
sento la pelle dividersi...".
«Che roba è?».
È una canzone
degli Africa United, il gruppo in cui suona il tuo compagno Davide.
«Cazzarola... ti do cinque euro se scrivi che l'ho azzeccata».
21-01-2011]
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SAN MATTEOLI DECOLLATO
- SE SEI IL GIOVIN RAMPOLLO DEL MINISTRO MATTEOLI E VIENI ASSUNTO IN
ALITALIA IN PIENA CRISI PERCHé LA LETTERA DI LICENZIAMENTO ARRIVA IN
RITARDO, BEH, QUALCHE NEMICO TE LO FAI - SU FEDERICO, CLASSE 1973, SE NE
RACCONTANO DI TUTTI I COLORI (RULLAGGI CONTROMANO, DECOLLO SENZA
AUTORIZZAZIONE, ETC.). LUI ALLA FINE S’INCAZZA E CHIAMA GLI AVVOCATI -
INTANTO DAI BOEING PASSA AL Più PICCOLO AIRBUS. RETROCESSIONE? NO, LA STRADA
PER DIVENTARE COMANDANTE. IN SOLI 9 ANNI…
Ferruccio Sansa per "il
Fatto Quotidiano"
Vita dura fare il
pilota Alitalia se tuo padre è ministro dei Trasporti. Ti senti addosso gli
sguardi dei colleghi, devi respingere accuse che ti piovono da ogni parte.
Ma stavolta Federico Matteoli, figlio di Altero, ha deciso di ricorrere al
Tribunale di Roma e di chiedere centomila euro di danni. Certo l'accusa era
grossa.
Basta leggere i blog
frequentati dai piloti Alitalia per rendersene conto: "Provate a farvi un
giretto sulle frequenze Acc (controllo del traffico aereo), le trovate sul
web. E soprattutto: al Kennedy (principale aeroporto di New York) andate
contromano in rullaggio (dal parcheggio alla pista di decollo), decollate
senza autorizzazione (del controllore di volo), dirottate senza concordarlo
con il controllore del traffico aereo e vedete poi se la Faa (Federal
Aviation Administration) americana chiuderà un occhio anche se siete figli
di un ministro", scrive un anonimo blogger. Non ci vuole un grande sforzo
per capire a chi si riferisca: Federico Matteoli.
Sembra la manovra di
uno stuntman piuttosto che di un pilota di Boeing 777, un colosso di
settanta metri da 300 passeggeri. Così Matteoli alla fine si è rivolto ai
suoi legali. Ma ormai il giallo era sulla bocca dei piloti. Il Fatto
Quotidiano ha cercato inutilmente prove dell'episodio: all'Enac (l'Ente
Nazionale Aviazione Civile) non risulta nulla, dalla Faa (Federal Aviation
Authority) non arrivano conferme. Federico Matteoli, più volte contattato,
era "impegnato".
Possibile che si
tratti di una leggenda aeronautica? Di prove, finora, nemmeno l'ombra.
Chissà, forse è tutta colpa di quella parentela ingombrante e del curriculum
di Matteoli. Era il 2002 quando l'Alitalia assunse Federico. Niente da dire
sulle sue qualità, "un'ottima persona e un pilota capace", dicono i
colleghi. Ma dopo l'11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura
della legge 223 su mobilità e blocco delle assunzioni.
Una misura drastica,
tanto che, raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in lista
d'attesa furono messi sotto contratto come steward". Con una sola eccezione:
il 19 marzo 2002 nell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973,
pilota di Md 80. All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono
così: "Federico e un suo collega erano dipendenti di Eurofly. Alitalia
decise di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità
temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto, il collega ha
ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il rapporto".
E Matteoli? "Per un
disguido, a quanto pare, la lettera è arrivata in ritardo. Così, come
previsto dal contratto, il pilota è stato assunto a tempo indeterminato". È
solo la prima tappa. Quando Alitalia viene privatizzata i piloti puntano gli
occhi su Matteoli junior. "Avendo come base Milano riuscì a evitare la cassa
integrazione", raccontano oggi sindacalisti Alitalia. Niente di illecito, ma
abbastanza per alimentare le chiacchiere. Basta? No.
Federico abbandona gli
Md80 e approda al Boeing 777, il gigante dei cieli, sogno di tutti i piloti.
Tutto regolare: adesso Alitalia è privata e il contratto Cai prevede una
clausola che consente di scegliere il 25% del personale al di fuori di
graduatorie e liste di anzianità (Federico, uno degli ultimi assunti, era in
coda nelle liste dei piloti). "È un criterio senza senso perché non premia
il merito, ma si presta a lasciare spazio a personaggi, anche sindacalisti,
che non avrebbero magari potuto occupare quei posti", sostiene Carlo
Galiotto, ex comandante Alitalia.
L'ultimo capitolo è di
questi giorni: Matteoli starebbe per tornare all'Airbus A320, un aereo più
piccolo. Una bocciatura? "No, è la strada per diventare comandante. Dopo
appena nove anni di servizio, mentre c'è gente che aspetta decenni",
sibilano i critici. Chissà, forse Matteoli maledirà le sue origini. Meglio
avere un papà meno ingombrante. O forse no?
12-01-2011]
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Ormai è certo che il
pistoiese Poli tornerà allo studio milanese di consulenza aziendale che ha
fondato otto anni fa con Mario Morelli. È una soluzione che non dispiace al
72enne presidente dell'Eni e spalanca le porte a uno dei commensali della
terribile cena gli ossi: Massimo Ponzellini.
Sembra infatti che per
il massiccio banchiere bolognese Giulietto abbia in mente di traghettarlo al
vertice dell'Eni, una poltrona più sicura e tranquilla della Banca Popolare
di Milano.
Da alcune settimane si
sapeva che Ponzellini stava corteggiando i "barbari" della Lega per trovare
una sistemazione alternativa, e la sua presenza alla cena di Calalzo ha
confermato in modo plateale il feeling dell'ex-prodiano con il partito della
Padania.
D'altra parte bisogna
ricordare che l'amicizia di Tremonti con il pluridecorato Ponzellini risale
al 2002 quando lo portò alla presidenza di Patrimonio Spa, una delle tante
cariche nel medagliere di quest'uomo che guarda il potere con la stessa
intensità con cui guarda le donne.
Nella tripletta di
Tremonti c'è anche Flavio Cattaneo, l'amministratore delegato di Terna che
dal 2003 al 2005 ha guidato la Rai come il più giovane direttore nella
storia dell'azienda. Per molti anni questo architetto e manager milanese che
da giovane faceva il disk jockey a Radio Lombardia '91, è stato covato da
Alleanza Nazionale, ma è riuscito a bruciare le tappe grazie ai rapporti
intensi con il milieu milanese e berlusconiano.
La Lega però lo teneva
d'occhio da tempo fino al punto che un consigliere leghista della Rai definì
"michelangioleschi" la sua capigliatura e i suoi tratti. Il risultato di
questa simpatia ha fatto sì che alla cena degli ossi Giulietto abbia
proposto di portare il fulvo Flavio Cattaneo alle Poste dove sta per scadere
il secondo mandato di Massimo Sarmi.
Non si deve però
immaginare che Sarmi resti in mezzo a una strada; per il manager di
Malcesine dalle orecchie generose fa premio lo zelo con cui nell'ultimo anno
si è attaccato come un francobollo al ministro dell'Economia fino al punto
di rilevare per 100 milioni il Mediocredito Centrale che dovrà essere la
colonna della nuova Banca del Sud.
Ed è per questa
ragione (alla quale bisogna aggiungere i numerosi baci della pantofola che
Sarmi ha fatto nei confronti di Berlusconi) che nasce la suggestione di
portare Sarmi al vertice di Finmeccanica.
L'operazione non sarà
semplice e indolore perché si tratta di convincere il comandante supremo
Guarguaglini a ridimensionare il suo ruolo in una presidenza onoraria.
Questa comunque è la tripletta che Giulietto vorrebbe piazzare una volta
superato il mal di testa per la cena di Calalzo in cui i big della Lega gli
hanno dato via libera. L'emicrania però potrebbe ritornargli di fronte alle
obiezioni del suo avversario più temibile, quel Gianni Letta che non ha
fatto le vacanze alle Maldive e a Saint Moritz, ma ha lavorato sottotraccia
costruendo altri cavalli di frisia contro il suo avversario di sempre.
2- IL CANDIDATO
SBAGLIATO DI FEDERICA GUIDI: UN TICKET CONTRO JACOPO MORELLI
Mentre il padre Guidalberto si rotola sul pavimento della sua azienda Ducati
Energia ogni volta che Marpionne mena botte sulla testa dei "comunisti", la
figlia Federica Guidi gira per le strade di Bologna con l'aria afflitta.
Sembra infatti che
dopo mesi di grandi fatiche per portare sulla poltrona dei Giovani
Imprenditori di Confindustria un suo candidato, la battaglia sia ormai
perduta. Per la sua successione alla guida dei fighetti confindustriali, la
Guidi aveva puntato le carte su Jacopo Morelli, un 34enne fiorentino che
svolge la sua attività nella distribuzione degli arredamenti. Pur di
affermare questa candidatura la signora con i capelli a caschetto e cane a
ricasco ha fatto un mare di telefonate minacciose in giro per l'Italia che
hanno avuto come risultato il compattamento degli avversari.
Ormai appare chiaro
che gli altri due candidati, il piemontese Davide Canavesio e il padovano
Jacopo Silva, hanno deciso di unirsi in un ticket che dovrebbe portare il
primo alla presidenza e il secondo sullo strapuntino di vicepresidente. I
nomi di questi due giovinotti non sono particolarmente blasonati come quelli
di Artoni, Colaninno e della stessa Guidi.
Nel caso di Canavesio
stiamo parlando di un giovinotto che gli industrialotti torinesi hanno
scelto come loro capo e di cui si ricorda soltanto una frase solenne
pronunciata nel maggio scorso a Torino durante un convegno sui Giovani e il
Risorgimento quando attribuì alle madri delle generazioni future le parole:
"figlio mio, sono contento del paese che ti lascio".
Anche il padovano
Silva (37 anni e un'attività nella distribuzione di veicoli e di ricambi)
non ha un curriculum strepitoso ma i due viaggiano ormai d'amore e d'accordo
e sono riusciti a compattare i voti dei giovani imprenditori del Nord. Negli
ultimi giorni sono stati avvistati in Lazio, Marche e Calabria per un road
show al Centro Sud che servirà a raccogliere ulteriori consensi.
E la Guidi soffre.
3- PAN DI SPAGNA NUCLEARE: SE AZNAR VIENE ARRUOLATO DA ENEL-ENDESA,
IL SUO RIVALE SOCIALISTA GONZALES ENTRA NEL CDA DELL'ALTRO GRANDE GRUPPO
ENERGETICO IBERICO, SI GAS NATURAL
Seduto in un bar di Plaza Mayor a Madrid Dagospia ha raccolto ieri la
notizia della nomina dell'ex-premier spagnolo José Maria Aznar a consulente
internazionale di Endesa, la compagnia energetica di cui Enel ha acquisito
nel 2007 il 92% del capitale.
Purtroppo accanto a
Dagospia c'era anche il giornalista Mario Calcaterra, corrispondente dalla
Spagna del "Sole 24 Ore", e la notizia appare oggi sul giornale di
Confindustria.
C'è comunque qualcosa
di più che Dagospia ha appreso e che vale la pena di essere raccontato. Per
il suo nuovo ruolo di "asesor externo", quale advisor per la strategia
internazionale e in particolare nell'area latino-americana, il 57enne Aznar
non riceverà soltanto un compenso di 200mila euro come scrive il "Sole 24
Ore", perché in caso di raggiungimento di alcuni obiettivi la quota potrebbe
salire a 300mila.
Si tratta di una
retribuzione che si aggiunge alle remunerazioni che l'ex-segretario del
Partito Popolare Spagnolo ed ex-premier dal '96 al 2004 riceve per altri
suoi incarichi analoghi.
Il primo di questi
riguarda la carica di consigliere di amministrazione nella holding News
Corporation di Rupert Murdoch che gli frutta 77.500 euro in contanti e
92.946 euro in azioni. Questi dati Dagospia li ha scovati, dopo una robusta
sangria e un piatto di tapas, nel bilancio della società di consulenza
Faznartella (acronimo di Famiglia Aznar y Botella), la cassaforte del
politico dai capelli laccati che nell'ultimo esercizio ha registrato ricavi
per oltre 620mila euro e profitti per 445.417 euro.
Da quando ha
costituito la sua società di consulenza il politico madrileno ha lasciato la
carica di consigliere nel fondo di investimento americano Centaurus Capital,
ma è stato ricompensato da analoghi incarichi dentro due società americane,
l'immobiliare J.E.Roberts e il Doheney Global Group, quest'ultimo di
proprietà dell'imprenditore Irwin Katsof noto per il suo impegno pro-Israele
e per le sue campagne a favore dell'energia nucleare.
Ed è proprio
l'interesse di Aznar per la costruzione di nuove centrali atomiche che
sembra aver convinto Enel-Endesa ad assicurarsene le sue prestazioni. Nel
dicembre scorso José Maria ha creato un think tank (Global Adaptation
Institute) con lo scopo di convincere le istituzioni internazionali spagnole
a investire nei reattori nucleari.
La scelta di Aznar da
parte di Endesa ha comunque avuto un suo primo effetto: l'altro grande
gruppo energetico iberico, Si Gas Natural ha cooptato nel consiglio di
amministrazione l'ex-leader del Partito Socialista Felipe Gonzales che
riceverà un compenso di 126.500 euro suscettibili di aumentare fino a
215mila.
4- MAR(IO) ROSSO PER TRIPI
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che Mario Rosso, il
manager che ha lavorato in Telecom, all'Ansa e in Tiscali (dove si è dimesso
nel maggio dell'anno scorso) ha trovato un nuovo incarico nel Gruppo
Almaviva degli imprenditori romani Alberto e Marco Tripi.
È di ieri la notizia
che a Rosso, classe 1947, saranno affidate le relazioni istituzionali
dell'azienda di servizi informatici e call center".12-01-2011]
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SPESE SCELLI-ERATE -
CONDANNATO MAURIZIO SCELLI, EX CAPO DELLA CROCE ROSSA E OGGI DEPUTATO
BERLUSCONE RECALCITRANTE E CORTEGGIATO DAI TIPINI FINI - DOVRà RISARCIRE DI
TASCA SUA IL DANNO ERARIALE DI 900MILA EURO, PER AVER “ESPOSTO LA CROCE
ROSSA AL DISSESTO AUTORIZZANDO CONTRATTI MACROSCOPICAMENTE INCONGRUI”
NONOSTANTE L’OPPOSIZIONE DEI REVISORI - EPOPEA DI UN SEDICENTE EROE
DIVENTATO PEONE DEL PDL
Giuseppe Salvaggiulo
per "La
Stampa"
Eppure nemmeno due
mesi fa, nel pieno delle convulsioni parlamentari in vista del voto di
fiducia, si era rifatto vivo rivelando di essere stato corteggiato da Italo
Bocchino, per un passaggio di campo con Futuro e Libertà. Mandava messaggi
di insofferenza a Berlusconi, reclamava ruoli adeguati (la Protezione civile
sarebbe stata perfetta), risultandogli stretto quello di peone del Pdl.
Oggi l'epopea di
Maurizio Scelli, che tra il 2003 e il 2005 aveva occupato le cronache da
commissario straordinario della Croce Rossa con imprese da superman del
berlusconismo impegnato nei fronti più caldi, liberatore di prigionieri
italiani in Iraq (ricordate le due Simone?) restituiti a reti unificate alle
madri in lacrime, conosce un epilogo inglorioso. La Corte dei conti, sezione
giurisdizionale del Lazio, l'ha condannato in primo grado a restituire 900
mila euro, la misura del «danno erariale» causato alla Croca Rossa che si
vantava di aver risanato, «in relazione alle irregolarità connesse
all'acquisizione di servizi e forniture informatiche».
Scelli è stato
sanzionato insieme con due funzionari della Croca Rossa (danno complessivo 3
milioni di euro) per una serie di contratti per servizi informatici (dalla
posta elettronica alla gestione management, dal web hosting all'assistenza
tramite call center), sottoscritti a dispetto dell'opposizione dei revisori
dei conti, che avevano segnalato la mancanza di soldi nel bilancio. Tanto
che nel 2007, i successori di Scelli furono costretti ad accordarsi con le
ditte, pagando una penale per cancellare quei contratti, rinunciando ai
servizi informatici.
La vicenda, archiviata
dal tribunale di Roma per gli aspetti penali, viene considerata dalla Corte
dei conti una forma di sperpero di denaro pubblico: «forniture e servizi
illegittimamente acquisiti e non utilizzati».
I giudici hanno
demolito la difesa di Scelli, che prima ha contestato la legittimità
dell'inchiesta (invocando una legge restrittiva sull'azione della Corte dei
conti, approvata nel 2009 dal Parlamento con voto favorevole dello stesso
Scelli), quindi ha sostenuto di non aver saputo della mancanza di fondi
disponibili.
«Obietta la sua
inverosimile ignoranza in ordine ai doveri di controllo finanziario a lui
incombenti», scrivono i magistrati contabili. La sua condotta è
caratterizzata da «totale disprezzo di qualsiasi canone di sana
amministrazione» e «noncuranza degli equilibri finanziari». Di più:
«autorizzando contratti macroscopicamente incongrui, ha esposto la Croca
rossa al dissesto».
Un anno e mezzo fa,
Scelli era uscito con un'assoluzione da un'altra inchiesta, in cui era
accusato di aver distratto a uso interno 17,5 milioni di euro destinati
«alle popolazioni irachene». Ma questa volta non è riuscito a cavarsela.
Sono lontani i tempi in cui furoreggiava in Medio Oriente e, inebriato dal
successo, fondava addirittura un suo movimento politico, dal profetico nome
«Italia di Nuovo», non prima di aver progettato di portare in dote a
Berlusconi centinaia di migliaia di volontari della Croca Rossa. Gli stessi
che, nel 2004, diceva di «non voler tradire per una carriera politica».
Chissà che cosa pensano di lui, adesso. 12-01-2011]
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UN FIUME DI SOLDI
SCORRE SOTTO IL PONTE - L’IDEA MERAVIGLIOSA DEL PONTE SULLO STRETTO (CHE NON
È SOLO DEL BANANA, VISTO CHE LA SOCIETÀ È NATA NEL 1981), CI È COSTATA LA
BELLEZZA DI 450 MLN € - DENARO PUBBLICO FINITO AL GENERAL CONTRACTOR
EUROLINK (DA LIGRESTI A IMPREGILO AI BENETTON) E A CONSULENTI VARI - UN
PROGETTIFICIO DI “NOMI ALTISONANTI PRIVO DI TECNICI CHE REALMENTE CONOSCONO
IL TERRITORIO” - E TUTTO QUESTO SENZA CHE UNA SOLA PIETRA SIA STATA POSATA
Sandra Amurri per "Il
Fatto Quotidiano"
La storia del Ponte
sullo Stretto di Messina, 3.300 metri, il più lungo del mondo, è anche
quella dell'opera più costosa e foriera di spreco di soldi pubblici mai
messa in cantiere. Con un preventivo iniziale di 6,3 miliardi di euro, già
lievitato a 8, dimostra quanto possa arrivare a costare ai cittadini la
propaganda.
La società Stretto di
Messina Spa (Sdm) è stata fondata nel 1981, ma i costi partono dal 1971
quando una legge definì il ponte "di interesse nazionale" e venne istituito
un concorso internazionale di idee. In dieci anni sono stati macinati 373
milioni di lire. Dalla costituzione della Sdm Spa a oggi si sono spesi altri
420 milioni di euro (900 miliardi di lire).
Somma che, se
consideriamo l'inflazione, non rende il senso del flusso di denaro pubblico.
A cui si deve aggiungere la cifra fin qui pagata al contraente generale
Eurolink (associazione di imprese, capofila Impregilo), che non ci è dato
conoscere perché alla nostra domanda non è seguita alcuna risposta.
Impregilo, presieduta da Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare
di Milano (voluto da Tremonti, ex prodiano ora bossiano), domina il mercato
delle Grandi Opere (inceneritori, autostrade), sta nell'Alta Velocità, ma
non solo.
Grazie al suo assetto
societario - che vede gruppi imprenditoriali finanziari con le mani
sull'editoria, da Benetton a Gavio a Ligresti - gode di un consenso
trasversale alle maggioranze che di volta in volta sostengono i vari
governi. La realizzazione del Ponte, se mai si farà, avverrà con prestiti
erogati dalle banche, garantiti dallo Stato.
LE AUTOSTRADE
SICILIANE E CALABRESI IN ROVINA...
L'opera, assicura il governo Berlusconi, verrà inaugurata nel 2016. Per ora
è una vera macchina mangiasoldi che a distanza di oltre 20 anni non ha
prodotto nulla. La sola opera collaterale è lo spostamento della ferrovia a
Cannitello (non ancora terminato), progetto che nasce indipendentemente
dalla realizzazione del Ponte anche se viene spacciato come collegato.
Fiumi di denaro mentre
mancano le risorse per affrontare le penose condizioni in cui versano strade
e autostrade calabresi e siciliane, tanto da indurre i sindaci dell'area
ionica a minacciare le dimissioni in massa per lo stato di abbandono della
SS106. Nonostante le proteste del movimento No Ponte e degli stessi
amministratori, che chiedono l'ammodernamento e la messa in sicurezza della
SS106, dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (ristrutturazione iniziata
nel ‘98), il potenziamento delle linee ferrate, il governo continua a
rilanciare il Superponte con sempre nuovi annunci. Il tutto in assenza di un
progetto esecutivo.
E questo accade contro
ogni studio serio finora realizzato. Nel 2001 una ricerca commissionata dal
governo di centrosinistra ha stabilito che la metà delle persone che
attraversano lo Stretto sono pendolari. E l'80% dichiara che non usufruirà
del ponte. I camion usano sempre più le navi e la tendenza del traffico
automobilistico (dati forniti dall'Autorità portuale) è in diminuzione.
LE METROPOLITANE DEL
MARE CHE NON CI SONO...
Ma nonostante questo, il Ponte sullo Stretto viene finanziato su previsioni
di crescita del traffico, non avallate da alcuno studio scientifico, che
oscilla tra il 10% e il 30%, entro il 2012: il piano di rientro finanziario
infatti si basa sul numero di veicoli che lo attraverseranno. Ma la
soluzione per risolvere un traffico che è solo locale - in quanto quello su
grande distanza si è già spostato sugli aerei (dall'85 al 2005 vi è stato un
incremento del 3000%) - sarebbe realizzare una metropolitana del mare, una
serie di barche-bus per collegare 24 ore su 24 Villa San Giovanni a Messina.
Basti pensare che nel
1992 la Sicilia era collegata al Nord da 12 treni a lunga percorrenza: oggi
ce ne sono appena due. In barba a quel che ripete Berlusconi nel salotto di
Bruno Vespa, i cittadini siciliani, per sentirsi più italiani, non hanno
bisogno del Ponte, bensì di vie di collegamento più moderne ed efficienti di
quelle che oggi li costringono a impiegare 10 ore per andare da Napoli a
Catania.
La società Stretto di
Messina. Costituita nel 1981, ha dapprima sede a Roma al n.19 della
centralissima via Po, 3600 metri quadrati su quattro piani, attico,
seminterrato e giardino, costo 75 mila euro al mese di affitto incassato
dalla srl Fosso del Ciuccio, immobiliare della Cisl. Poi arriva Prodi, che
chiude i rubinetti di questo spreco inaudito di soldi pubblici, non
finanziando l'opera. Ma la società non viene chiusa: cambia soltanto sede,
trasferita in via Marsala. Sede più piccola (1200 metri quadrati), ma più
costosa al metro quadro (600mila euro l'anno - 50mila euro al mese).
L'Anas (azionista di
maggioranza con l'82%) la affitta da Grandi Stazioni di cui è azionista
Sintonia (gruppo Benetton), che controlla Atlantia, cioè Autostrade per
l'Italia, che a sua volta detiene attraverso Igli un terzo di Impregilo (la
capofila di Eurolink, cioè dell'associazione di imprese che comprende la
giapponese Ishikawajima, la spagnola Sacyr ecc...), per poi subaffittarla a
Sdm. Il canone - come ci fa notare l'ufficio stampa - comprende per fortuna
le utenze elettriche, la gestione degli impianti, dei servizi di portineria,
di guardia e di pulizia.
Quarantanove
dipendenti, di cui solo otto distaccati dall'Anas e da società controllate e
quattro collaboratori con contratti a progetto. Ma nel 2008, quando cade il
governo Prodi e torna Berlusconi, il Ponte riciccia in cima all'agenda
politica: si riaprono i contratti e viene fissata l'inaugurazione per il
2016. Commissario straordinario: Pietro Ciucci, già presidente della Sdm e
contemporaneamente presidente dell'Anas, nominato da Prodi e riconfermato da
Berlusconi. Ciucci, il cui compenso sfiora il milione di euro, svolge il
ruolo di controllore e controllato, in pratica controlla se stesso.
Dal 1981al 31 dicembre
2009 la Società Stretto di Messina è costata 173 milioni di euro in
investimenti per la ricerca, studi di fattibilità, progettazione di massima
e preliminare, nonché avvio e conclusione di quattro gare internazionali.
Sono previsti ulteriori investimenti per circa 110 milioni per il progetto
definitivo - da non confondere con quello esecutivo - più volte annunciato
ma che nessuno ha ancora visto.
A cui si aggiungono
altri oneri di progettazione per opere collaterali affidate a grandi
archistar internazionali come Liberschind (il progettista delle Due Torri).
Basti pensare che è stato speso oltre 1 milione e 600 mila euro in
pubblicità per partecipare a fiere, mostre e convegni vari. Addirittura il
logo dello Stretto di Messina ha sponsorizzato iniziative religiose come la
beatificazione di padre Annibale di Francia.
IL MOVIMENTO NO PONTE:
UN PROGETTIFICIO...
Ci sarebbe piaciuto anche sapere quanto ha incassato a oggi il contraente
generale Eurolink. Ma, alla faccia della legge sulla trasparenza, ci siamo
dovuti accontentare del silenzio, visto che la nostra richiesta via e-mail
non ha avuto alcuna risposta e il sito web è in perenne stato di
manutenzione-allestimento. Ma qualche notizia certa c'è. Tipo questa: alla
Rocksoil dell'ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, oggi
deputato del Pdl, sono stati affidati consistenti incarichi di progettazione
per la parte geologica e geotecnica delle fondazioni.
Lunardi intona il
consueto ritornello: "Ho ceduto le quote societarie della Roksoil ai miei
familiari e questi subappalti sono stati ottenuti quando non avevo più
incarichi di governo".
Il movimento No Ponte
definisce l'operazione Stretto di Messina "un progettificio", composto da
"nomi altisonanti e da cui sono stati allontanati consulenti e tecnici che
realmente conoscono il territorio e i problemi che esso può comportare.
Questioni legate alla non edificabilità, di tipo sismico, idrogeologico e di
funzionalità realizzativa, senza contare quelli legati all'impatto
ambientale e territoriale.
A cui si aggiunge un
dato allarmante: per realizzare il Ponte Akashi in Giappone, il più lungo
finora esistente, che non prevede, a differenza di quello sullo Stretto, il
transito dei treni, sono stati impiegati dieci anni; per il nostro invece se
ne prevedono solo sei, e siamo in Italia. Non solo: il nostro ponte è
progettato per resistere a un terremoto di 7.2 della scala Richter (il
terribile terremoto di Messina del 1908 fu del 7.1). Come dire, se abbiamo
capito bene, che a 7.3 il ponte crollerebbe. Allegria.10-01-2011]
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MUNNEZZA CAPITALE
- A 6 KM DAL CUPOLONE C’è L’OTTAVO COLLE DI ROMA: LA DISCARICA DI
MALAGROTTA - è LA Più GRANDE MONTAGNA DI RIFIUTI D’ITALIA E D’EUROPA (E
ILLEGALE PER ENTRAMBE), E SE CHIUDESSE DOMANI, LA CITTà DIVENTEREBBE
PEGGIO DI NAPOLI IN UNA SETTIMANA - TRA SINISTRA E DESTRA SI FA FINTA DI
NIENTE, PREGANDO CHE NON ESPLODA. UNO STATO DI EMERGENZA CHE ARRICCHISCE
IL PROPRIETARIO CERRONI E AVVELENA ARIA E TERRENO
Mattia Feltri
per "La
Stampa"
Il confine fra
legale e illegale è notoriamente mobile, e il caso della discarica di
Malagrotta illustra il concetto: illegale secondo le leggi europee,
illegale secondo gli standard sanitari, la discarica continua a
funzionare grazie alla proroga delle proroghe. Nel 1999, l'Unione
stabilì che le discariche ospitassero solamente i rifiuti non
riciclabili. L'Italia fece sua la norma nel 2003 e la applicò nel 2005.
A Malagrotta
finisce l'80 per cento dei rifiuti di Roma (più quelli del Vaticano, di
Fiumicino e di Ciampino) e si tratta di rifiuti di ogni genere. A Roma,
secondo dati ufficiali (del 2008) e tuttavia ottimistici, la raccolta
differenziata non va oltre il 20 per cento. Così, ogni anno, in un
righino introvabile e abilmente occultato della Finanziaria, si
concedono a Malagrotta altri dodici mesi. E lo stesso fa la Regione,
poiché la zona registra un clamoroso tutto esaurito. Ma un buchino nuovo
per un altro carico lo si trova sempre. E intanto Comune e Regione hanno
promesso di trovare un'altra area «discaricabile».
IL MOSTRO
La discarica di Malagrotta è considerata la più grande d'Europa. È nel
territorio comunale di Roma, a Nord Ovest, non lontano da Fiumicino, a
sei chilometri in linea d'aria da San Pietro. Non si sa quanto sia
estesa. Secondo qualcuno 160 ettari, per altri 240. Se gli ettari
fossero 200, l'area equivarrebbe a quella occupata da circa 250 campi da
calcio. Un paese da duemila abitanti. Ogni giorno, i camion della
nettezza urbana scaricano fra le 4 mila 500 e le 5 mila tonnellate di
rifiuti.
Secondo le stime
dei comitati che si battono per lachiusura della discarica, dagli anni
Sessanta lì sarebbero stati riversati 60 milioni di tonnellate di
rifiuti. Che cosa significa 60 milioni di tonnellate? Significa 80
milioni di utilitarie come la Fiat Uno. È l'equivalente di 750 milioni
di uomini dal peso medio di 80 chili, cioè l'intera attuale popolazione
europea. Oppure di 30 milioni di elefanti indiani. O ancora, di un
milione e 200 mila capodogli. Ora la chiamano l'ottavo colle di Roma,
sebbene secondo un'orografia variabile: il mostro si espande, si
innalza, modifica l'orizzonte di giorno in giorno.
DISASTRO
BIPARTISAN
Si dice spesso che se l'avvocato Manlio Cerroni, 86 anni, titolare del
capitale sociale della discarica, decidesse domattina di chiudere i
cancelli di Malagrotta, in una settimana Roma surclasserebbe Napoli. Non
succederà. Nel 2007, il comune ha versato a Cerroni 72 euro per ogni
tonnellata di rifiuti entrata in discarica. Lui dice che è un prezzo di
favore perché ama la capitale. Vero, però il mercato è tutto suo. Dai
rifiuti ricava metano. Con i contributi statali ha costruito un impianto
con cui produce energia elettrica, e la rivende.
Il radicale
Massimiliano Iervolino, che segue da anni la vicenda, parla di un
«disastro bipartisan»: al Comune e alla Regione si sono alternati
sindaci e governatori di destra e soprattutto di sinistra, ma la
discarica continua a funzionare per mancanza di un piano alternativo e a
prescindere dal colore di chi comanda.
Nel 1999, venne
nominato un commissario straordinario dotato di un subcommissario, di
tre vicecommissari e di una commissione scientifica perché nel giro di
un anno studiasse un piano per uscire dall'emergenza dei rifiuti e
condurre Roma a differenziare, entro il 2003, il 35 per cento dei
rifiuti prodotti. La spesa è stata di 64 milioni di euro. Il
commissario, anziché un anno, ce ne ha messi nove. Ma il suo piano è
inapplicato. Nel 2002, Walter Veltroni compose un gruppo di otto saggi
perché individuasse il modo di differenziare il 45 per cento dei
rifiuti. Il loro lavoro non è mai stato diffuso né preso in
considerazione.
Oggi, come
accennato, Roma differenzia il 20 per cento dei rifiuti. È un dato basso
anche perché il vetro, la plastica e i metalli si raccolgono in un unico
cassonetto e, quando vengono pressati, il vetro rovina la plastica e la
plastica rovina il vetro e si riesce a riciclare solo il metallo. Ora
l'assessore Pietro Di Paolo della giunta Polverini indica nel 60% di
differenziata l'obiettivo del 2011 e nel 65% quello del 2012, ma a
Iervolino ha già spiegato l'ovvio: il traguardo è irraggiungibile.
LA CONVIVENZA
Al palazzo della Regione, che in linea d'aria dista da Malagrotta un
paio di chilometri, nelle giornate di vento arriva la puzza della
discarica. I 50mila abitanti della zona di Malagrotta la sentono tutti i
giorni, da decenni. La loro quotidianità è l'andirivieni spossante dei
camion della nettezza.
Nel 2007 Veltroni
applicò un'ordinanza di 25 anni prima, che imponeva la copertura
quotidiana dei rifiuti con la terra. Non lo si fa proprio tutti i
giorni, ma in ogni caso migliaia di gabbiani si disputano la spazzatura.
Sulla qualità dell'aria si litiga da anni. Su quella dell'acqua i dubbi
sono risolti dall'Arpalazio, l'agenzia di protezione ambientale. A
luglio ha evidenziato «un peggioramento dello stato di contaminazione
del sito» rispetto ai dati del 2009. Che erano già peggiori di quelli
del 2008. Il 12 novembre, a «tutela dell'incolumità pubblica», il
sindaco Gianni Alemanno ha imposto che entro 30 giorni si avviassero i
controlli a Malagrotta (controlli che l'Arpa cominciò a sollecitare nel
2003). I controlli non sono si sono avviati.
Il 25 marzo 2005,
senza che nessuno se ne accorgesse, la giunta regionale di Francesco
Storace stese due ordinanze con cui consentiva l'allargamento della
discarica e la costruzione di un gassificatore per la produzione
dell'energia elettrica. Lo si scoprì dopo la vittoria di Piero Marrazzo,
che garantì ai residenti di Malagrotta che avrebbe bloccato tutto. Ma
non bloccò nulla. Il gassificatore è stato completato e si dibatte su
quanto inquini e quanto sia pericoloso. Di tutto questo rimane una
fantastica intervista fuori onda di Mario Di Carlo, assessore della
giunta Marrazzo con delega sui rifiuti, che a Report raccontò la
passione comune con Manlio Cerroni: «Andare a magna' a coda alla
vaccinara».
05-01-2011]
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IL SOGNO SICILIANO
- ALTRO CHE CRISI, TUTTI SULL’ISOLA DI LOMBARDO! 5MILA NUOVE ASSUNZIONI
NELLA SANITÀ, E APPENA SBLOCCANO UN’ALTRA LEGGINA DI “STABILIZZAZIONE”,
ALTRI 23MILA: 1 SICILIANO SU 5 LAVORERÀ NEL SETTORE PUBBLICO - DALLA
CONTA DEI TOMBINI A QUELLA DEI POSTI AUTO, DALL’AMMISSIONE DI AUTISTI
SENZA PATENTE PER I BUS, AL CAOS SUL VERDE, DOVE CI SONO QUATTRO DIVERSE
COMPETENZE INTORNO A UN ALBERO, ECCO LA FANTASIA AL POTERE DA PALERMO A
CANICATTÌ…
1 - SICILIA, ALTRI
5 MILA ASSUNTI...
Riccardo Arena per "La
Stampa"
Sono già 52.700,
tra precari e dipendenti di ruolo: un siciliano ogni 94 lavora nella
sanità pubblica, di gran lunga l'industria più attiva dell'Isola. Adesso
altre 4.900 persone verranno assunte, per colmare quelli che vengono
indicati come i «vuoti di organico». E anche per sanare le situazioni di
precariato, che riguardano circa tremila persone, comprese in questo
vero e proprio esercito che già popola gli ospedali, le cliniche, i
poliambulatori e gli uffici delle aziende sanitarie siciliane.
Nelle prossime
settimane saranno immessi nei ruoli 2.507 tra medici, infermieri,
parasanitari, amministrativi: i bandi sono già stati pubblicati sulla
Gazzetta ufficiale della Sicilia del 31 dicembre. Da oltre dieci anni la
Regione non assumeva personale in questo campo e ora il governo guidato
da Raffaele Lombardo (Mpa) affida all'assessore «tecnico» alla Sanità,
Massimo Russo, magistrato in aspettativa, il compito di riempire i
vuoti.
Per le qualifiche
non dirigenziali nelle Asp, negli ospedali e nei Policlinici
universitari saranno disponibili 1.420 posti, 761 per le dieci aziende
della Sicilia orientale, 659 per le sette della parte occidentale
dell'Isola.
La metà dei posti
disponibili sarà messa a concorso e i rimanenti 700 posti saranno
assegnati con la mobilità. Spazio dunque a 1.138 infermieri, 117 tecnici
di radiologia, 105 fisioterapisti e 60 ostetriche. Per quel che riguarda
la dirigenza medica, a disposizione ci sono 1.087 posti: 147 saranno
assegnati con lo scorrimento di graduatorie, 606 attraverso nuovi
concorsi pubblici, 334 per mobilità.
Non si tratta di
numeri esagerati, in un campo già apparentemente affollato? I siciliani,
secondo i dati disponibili al 31 luglio 2010, sono 5.046.654. Solo per
pagare gli stipendi dei 49 mila dipendenti «strutturati» della sanità si
spendono ogni anno 2 miliardi e 700 milioni di euro. E le cifre non
considerano gli altri dipendenti pubblici, i 20.642 dipendenti della
Regione, che costano un miliardo e 84 milioni all'anno.
Una legge
regionale di fine anno, che punta a stabilizzare 23 mila precari degli
enti locali, è stata impugnata dal commissario dello Stato: assunzioni
bloccate, per il momento, ma il principio della stabilizzazione rimane.
In altri termini, prima o poi l'esercito dei dipendenti pubblici
arriverà a circa centomila persone: un siciliano su cinque.
«Lo sblocco delle
assunzioni arriva grazie ad un'attenta programmazione - dice l'assessore
Russo - ed alla definizione delle piante organiche secondo i parametri
nazionali». Russo se l'è presa con i «preconcetti e i pregiudizi»
espressi contro la sanità siciliana: «In questi due anni la Sicilia ha
prodotto un'opera titanica nel campo della sanità, per ripianare i conti
e riqualificare l'offerta sanitaria. Siamo stati più volte elogiati
pubblicamente dai rigorosi tavoli ministeriali della Salute e
dell'Economia per l'eccellente lavoro svolto. Cambiare si può. Anzi, si
deve».
Per coprire i
vuoti in organico con l'assunzione dei precari, assicura l'assessore,
«la copertura in bilancio c'è e non c'è pericolo di bancarotta».
2 - PARADISO DEI DIPENDENTI, QUINTUPLICATI IN 30 ANNI...
Laura Anello per "la
Repubblica"
L' ultimo colpo di
mano l'hanno tentato alla vigilia delle feste, piazzando il regalone del
posto fisso sotto l'albero ai 22.500 precari degli enti locali. Ma Babbo
Natale è stato battuto sul tempo dal commissario dello Stato, che ha
annullato la legge dell'Assemblea regionale, il Parlamento più antico
d'Europa. «L'ennesima farsa, tutto previsto», hanno commentato i
siciliani avvezzi al tragediamento, alla finzione, alla recita.
Avrebbero già
saputo, gli «onorevoli», che quel provvedimento non sarebbe mai passato
dagli organi di controllo, ma l'importante era dimostrare di volerlo
fare. Per poi allargare le braccia di fronte al rigore di un prefetto.
Meglio non
scontentare nessuno, prima o poi c'è sempre una tornata elettorale. In
compenso, il dono era arrivato puntuale per i 4.500 precari della
Regione, che ieri hanno preso servizio come dipendenti a tempo
indeterminato dopo avere superato una prova-bluff in cui dovevano
dimostrare di sapere mandare un fax e fare una fotocopia.
Insomma,
paradossalmente la notizia del maxi-concorso nella sanità siciliana -
con corredo di polemiche - è che si tratta, per la prima volta dopo
quindici anni, di una selezione pubblica vera. Della prima opportunità,
cioè, di guadagnarsi un posto regionale senza passare dalle anticamere
di politici, dai comitati elettorali, dall'ala amorevole di un
capobastone.
L'ultima selezione
esterna conclusa con l'assunzione dei vincitori risale a quindici anni
fa, quando fu celebrato il concorso per trenta dirigenti e quello per
operatori contabili all'assessorato Bilancio. Se si passa alle
qualifiche basse, bisogna risalire addirittura alla fine degli Anni
Ottanta. A meno di non volere contare i concorsi banditi e mai fatti, o
ritirati per burocrazia-lumaca, ostacoli, «mutate esigenze». Un'altra
declinazione del tragediamento.
Da dodici anni,
per esempio, 376.749 candidati aspettano di sapere se avranno mai un
posto nel dipartimento dei Beni culturali. E che dire del Comune di
Palermo, che ha fatto partire e poi annullato i concorsi per funzionario
ai quali nel 2005 avevano partecipato in 2.300? A selezione fatta,
l'amministrazione si è accorta che mancavano i soldi per pagare i nuovi
stipendi. Altri 43 mila erano corsi al bando per 347 forestali che
l'allora governatore Salvatore Cuffaro bandì e poi ritirò, preferendo
continuare a rimpallarsi la sorte dei 31.040 precari messi a guardia dei
boschi.
Un patrimonio di
alberi cinquanta volte inferiore dello Stato canadese del British
Columbia, che può contare però su 10 mila rangers in meno. In Sicilia
chi vince un concorso resta al palo, chi si affida a mezzi paralleli ha
invece nutrite possibilità di guadagnare uno stipendio.
Infatti,
nonostante questo blocco sostanziale delle assunzioni l'amministrazione
dell'Isola negli ultimi trent'anni ha quasi quintuplicato i suoi
dipendenti. Nel 1980 erano 5.075, ora sono quasi 25 mila. Grazie a
un'invenzione, quella del precariato. Un'idea sulla quale il Comune di
Palermo - partito dai 350 «soggetti svantaggiati» dell'ex sindaco
Leoluca Orlando e arrivato ai 6.600 «lavoratori socialmente utili» del
suo successore Cammarata - ha forse battuto la Regione per creatività:
dalla conta dei tombini a quella dei posti auto, dall'ammissione di
autisti senza patente nei ranghi dell'azienda Trasporti al caos sul
verde, dove ci sono quattro diverse competenze intorno a un albero.
Niente di cui stupirsi se è diventato il Comune con più personale
d'Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti.
Nell'era Cuffaro,
alla Regione, la clientela era diventata arte, sublime rappresentazione
del potere, macchina elettorale più potente della Santa Inquisizione
spagnola che quando arrivò nell'Isola - nel Cinquecento - si
sicilianizzò diventando in breve un carrozzone parastatale con 24 mila
dipendenti, i temuti «familiares». «Abbiamo stabilizzato quasi tutti i
57 mila precari degli enti locali e i 3.500 della Regione. Adesso mi
godo il successo elettorale», snocciolava l'ex assessore Antonello
Antinoro, recordman delle preferenze - oltre 30 mila - alle elezioni del
2006 e oggi inquisito per voto di scambio.
La giunta Lombardo
- con un presidente indagato per concorso esterno in associazione
mafiosa - paga adesso 6.500 stipendi inutili e fa i conti con gli
esuberi. Senza licenziare nessuno, però. E infornando, storia di pochi
mesi fa, altri 3200 precari «ex Pip» per la modica cifra di 36 milioni
di euro all'anno. Mansione? Nessuna.04-01-2011]
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ANALISI,
CONTROANALISI E TAC PER CINQUE BANCHIERI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI
POTERE - 1- DA PRIMO BANCHIERE ITALIANO A DISOCCUPATO DI LUSSO. PROFUMO
IN FUMO PER ‘TROPPITà’ - 2- I TOP-MANAGER DEL LEONE (PERISSINOTTO,
BALBINOT, E SOPRATUTTO AGRUSTI) CAPIRANNO IN PRIMAVERA COSA INTENDE
GEROVITAL GERONZI PER GOVERNANCE E POTERE - 3- QUELLE
RIVELAZIONI/’AVVISO’ DEL CORRIERE DI BAZOLI CHE HANNO FRENATO L’IMPETO
POLITICO DEL “PORTOGHESE” DI COMO, CORRADO PASSERA (AH, QUELLA MANINA…)
- 4- DRAGHI CONTRO I BARBARI DELLA LEGA CAPITANATI DALL’EX-TRIBUTARISTA
TREMONTI CHE CONTINUANO A VITUPERARLO COME UOMO AL SOLDO DI GOLDMAN
SACHS - 5- SCORTATO ALL’USCITA PROFUMO, QUANTO CI TENEVA PALENZONA A
DIVENTARE PRESIDENTE DI UNICREDIT. MA NON HA FATTO BENE I CONTI COL
TEDESCO DIETER RAMPL -
1- PROFUMO
ALESSANDRO.
Da primo banchiere italiano a disoccupato di lusso. E' questa la
parabola del bocconiano genovese che dopo l'infanzia a Palermo ha
cominciato nel '94 a scalare i gradini di Piazza Cordusio. Un'ascesa
spettacolare come la sua caduta nella notte del 21 settembre quando le
porte di Unicredit si sono chiuse alle sue spalle.
Ad aspettarlo
fuori non c'era la solita berlina blu ma la "Ducati" rossa guidata dalla
moglie Sabina Ratti che con destrezza ha legato sulle spalle del marito
la valigetta con 40 milioni di liquidazione.
Per il mondo della
finanza, che divora i suoi protagonisti come nel celebre quadro dove i
figli divorano il padre, le dimissioni di Mister Arrogance erano
annunciate, e da tempo gli analisti sentivano qualche scricchiolio nella
crescita impetuosa di Unicredit: troppa voglia di grandezza nell'Est
europeo, troppa fretta nella fusione con Capitalia che il furbo Geronzi
aveva suggerito per arrivare a piazzetta Cuccia, e troppa insofferenza
verso i bond salvifici di Giulietto Tremonti.
E sopratutto,
un'autonomia eccessiva nei confronti dei cosidetti "poteri forti". Così,
quando l'ex-boy scout dalla voce nasale ha buttato la spugna dopo un
drammatico finale con il presidente austro-tedesco Dieter Rampl, gli
gnomi milanesi si sono fregati le mani per la gioia.
Poco importa se a
fottere il banchiere (osannato dal ‘Financial Times' e dalla sinistra)
sono stati i tedeschi, i libici prima alleati poi traditori, oppure le
Fondazioni pasticcione e provinciali della Lega. E interessa ben poco
che dopo la caduta del suo Capo la quarta banca europea si sia avvitata
su stessa con il titolo che precipita in Borsa senza paracadute. Per gli
squali della politica e dell'economia la caduta degli dei e' sempre uno
spettacolo da orgasmi ripetuti.
Adesso l'
ex-McKinsey e' seduto in panchina e aspetta una nuova Champions League
con la valigetta piena di milioni e di rimpianti perché come diceva
Oscar Wilde "nessun uomo e' tanto ricco da potersi ricomprare il
passato".
2- GERONZI CESARE
Davanti a un vassoio di cotechini e di lenticchie il banchiere di Marino
ha giurato alla moglie e alle figlie che si ritirerà a vita privata nel
2015 quando scadrà il secondo mandato alle Generali. A quell'epoca avrà
compiuto 80 anni e avrà tutto il tempo per scrivere quella biografia che
nessuno finora, nemmeno tra i giornalisti compiacenti, ha avuto la forza
di affrontare.
Eppure la storia
di quest'uomo che non smette di ricordare le sue umili origini, é
un'equazione semplice dove il fattore principale é uno solo: il potere.
Un potere perseguito con determinazione, senza vagabondaggi mentali e le
zanzare morali che frenano le relazioni.
Da giovane
Cesarone ha letto Hemingway e gli è rimasta impressa quella frase che
dice "non bisogna giudicare gli uomini dalle loro amicizie. Anche Giuda
frequentava persone irreprensibili".
Ed é così che ha
tessuto come un ragno la sua tela di rapporti attraversando la prima e
la seconda Repubblica, la destra il centro e la sinistra, i palazzi
d'Oltretevere, le stanze fetenti dei partiti e i salotti della finanza.
Una marcia trionfale, con qualche ‘'fastidio'' giudiziario, ma priva di
quel pudore che ti fa arrossire davanti a un Gaucci e al cardinal
Bertone.
Anzi, con
quest'ultimo va a cena come è accaduto prima delle vacanze nel
roof-garden di Propaganda Fide, gestita da Bruno Vespa, dove si è
attovagliato con il Cavaliere, la figlia Marina, l'onnipresente Letta,
il genero di Caltagirone e l'amico di sempre Mario Draghi (e l'escluso
Tremonti perse il controllo dei nervi).
Adesso Geronzi è
arrivato alle Generali e si è messo in testa di risvegliare il Leone
delle assicurazioni addormentato dalla cultura della rendita. A dispetto
di chi pensava che si adagiasse come fece Kafka quando all'inizio del
‘900 lavorava nella Compagnia, ha preso a sguazzare tra le polizze con
la febbre che aveva quando conquistò il titolo di ragioniere.
E per evitare che
la bora e il torpore della provincia spazzino via il suo profilo ha
preso a parlare, tanto, tantissimo, come mai aveva fatto in passato; un
diluvio di parole, di lectio magistralis simili alle encicliche, e di
interviste che girano intorno al chiodo fisso della governance,
l'assetto di potere dentro le Generali.
I top-manager del
Leone (Perissinotto, Balbinot, e sopratutto l'ottimo direttore generale
Raffaele Agrusti) sono ammirati e preoccupati perchè si chiedono che
cosa nasconda l'insistenza sul governo dell'azienda. Lo capiranno in
primavera quando il banchiere-assicuratore dopo aver superato un paio di
passaggi giudiziari (Parmalat, Ciappazzi) tirerà fuori dal doppio petto
la sua formuletta del potere.
3- PASSERA CORRADO
Due giorni prima di Capodanno ha compiuto 56 anni, un'età matura che
consente di tirare un primo bilancio della vita. E' quanto il banchiere
comasco ha fatto insieme alla sua compagna Giovanna Salza e alla
figlioletta Luce nata durante l'estate. Di luce in verità c'è stata solo
questa perché l'anno che si è chiuso non è stato davvero meraviglioso
per l'ex-McKinsey abituato a collezionare successi.
Molti si
aspettavano che dopo il salvataggio dell'Alitalia e l'uscita di scena di
Alessandro Profumo, Corradino esplodesse come il "banchiere di sistema"
che il Cavaliere aveva ammirato fino al punto di fantasticarlo sulla
poltrona di Giulietto Tremonti. E addirittura era corsa voce di una sua
discesa in campo insieme all'amico Luchino di Montezemolo che Passera ha
foraggiato per il treni dell'Alta Velocità.
Non è stato cosi,
e oggi IntesaSanpaolo (il colosso creato dopo le penose polemiche tra i
sabaudi e i longobardi) soffre in borsa con i francesi di Crédit
Agricole che hanno preso il largo mentre il gioiello Fideuram continua a
restar fuori da Piazza Affari.
Forse a frenare il
suo impeto sono state le rivelazioni/avviso di agosto quando il Corriere
della Sera ha sparato un missile sulle società e i milioni parcheggiati
qualche anno fa a Madera, paradiso fiscale portoghese, per le operazioni
di famiglia nell'acquisto di Villa d'Este.
Per Corradino è
stata una botta/avviso inattesa e durissima perché ha dovuto difendere
con argomenti plausibili la sua credibilità non solo davanti
all'opinione pubblica, ma di fronte al Grande Vecchio, Abramo Bazoli,
che inorridisce quando i bacilli intaccano la morale.
Per giorni e notti
il longilineo bocconiano si è chiesto quale fosse la manina che aveva
aperto il siparietto degli affari privati. Dagospia ne conosce
l'identità, ma preferisce lasciargli il compito di cercarla nella
cerchia di chi per molti anni gli è stato vicino.
Soltanto a
dicembre il taciturno banchiere è ricomparso in pubblico alla prima
della Scala e in una intervista televisiva costruita a tavolino con la
giornalista Maria Nutella (pardon, Latella).
Anche in questa occasione aveva l'aria mesta che non fa vibrare gli
animi, e quando ha detto che l'economia del 2011 sarà "tristarella" si è
pensato subito alla sua immagine.
4- DRAGHI MARIO
Per il nono Governatore della Banca d'Italia il 2011 sarà decisivo. Con
la sua aria gelida e il sorrisetto a lama di coltello non vede l'ora di
buttarsi alle spalle le voci che lo indicano tra i salvatori della
patria. Lo ha detto ai due figli e alla moglie Serena (discendente di
una famiglia medicea) e lo ha ripetuto più volte ai rari amici che gli
ricordano come nell'ora del pericolo "servono gli uomini giusti, di
conoscenza antica e umana".
Sono parole dello
scrittore Ceronetti che lo lasciano indifferente perché non vuole essere
in alcun modo un uomo per tutte le stagioni. Per lui valgono di piu' i
pensieri che ha letto nel libro del sommo regista-scrittore Enrico
Vanzina: "pochi ricordano, pochissimi dimenticano".
SuperMario ha una memoria di ferro e non dimentica il duello di cifre e
di parole con i barbari della Lega che continuano a vituperarlo come
uomo al soldo di Goldman Sachs. Nelle loro file c'è quel Giulietto
Tremonti, ex-tributarista di Sondrio che ha bollato le regole di Draghi
come un'aspirina, e si è spinto a dire che il modello tedesco è roba da
bambini.
Adesso nel mirino
del Governatore atermico ci sono due poltrone: la BCE e il Fondo
Monetario Internazionale. Per andare a Francoforte serve un governo che
non c'è e che non ha nessuna voglia di tirargli la volata. Meglio
puntare su Washington dove si possono mettere a frutto i rapporti
coltivati sull'asse anglo-americano.
E' un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Nessun veggente puo'
prevedere comunque se ce la farà.
6- FABRIZIO
PALENZONA
Quando da giovane faceva il camionista si sentiva un fiore nel deserto e
la provincia di Alessandria gli stava davvero stretta. Adesso gli stanno
stretti non solo i pantaloni per colpa della mole smisurata, ma anche
gli incarichi che ha collezionato in un Guinness dei primati. Per questo
re dell'inciucio politico, che dopo le esperienze nella DC è entrato nel
gotha bancario, ci vuole qualcosa di più pesante.
E' questa la
ragione per cui si è dato un gran daffare nella vicenda di Unicredit che
ha accompagnato all'uscio il povero (si fa per dire) Alessandro Profumo.
Ci teneva Palenzona a diventare Presidente della prima banca italiana e
per un attimo ha pensato di poter mandare ai giardinetti il tedesco dai
dentoni sporgenti Dieter Rampl.
A 57 anni sarebbe
stato il coronamento di una vita che lo ha portato dalla strada alle
poltrone di Mediobanca, Aeroporti di Roma, Abi, Aiscat e di una delle
Fondazioni
piu' vivaci. All'ultimo momento ha capito che il gioco gli stava
sfuggendo di mano
per colpa delle Fondazioni guidate dalla Lega, e con una mossa da
sottile ballerino,
ha fatto marcia indietro.
Adesso
l'ex-camionista di Novi Ligure si è messo sulla riva del fiume e aspetta
che
il nuovo vertice di piazza Cordusio gli passi davanti. Per quest'uomo
che gli amici chiamano Obelix il tempo gioca a favore, e prima o poi
riuscirà ad aggiungere con l'aiuto della politica la medaglia d'oro che
ancora gli manca. 04-01-2011]
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AUTOSTRADE FATTE
IN CASA - TOTO SI COMPRA DAI BENETTON, A UN PREZZO STRACCIATO, LE QUOTE
CHE GLI MANCAVANO DELLE ARTERIE DI LAZIO E ABRUZZO (A24 E A25), COSì IL
COSTRUTTORE POTRà INCASSARE PEDAGGI E OCCUPARSI DELLA MANUTENZIONE,
GUADAGNANDO DUE VOLTE - NEL 2010, AUMENTI DEL 5%, NEL 2011, DELL’8%, E
SARà COSì OGNI ANNO. PERCHé IL GOVERNO PERMETTE SIMILI AUMENTI? FORSE
PERCHé I MAGGIORI CONCESSIONARI SONO I “CORAGGIOSI” CHE HANNO “SALVATO”
(QUADRUPLE VIRGOLETTE) ALITALIA
Giorgio Meletti
per "il
Fatto Quotidiano"
I"coraggiosi" sistemano i loro affari. Il gruppo Atlantia, azionista di
rilievo della nuova Alitalia, ha annunciato ieri la cessione al gruppo
Toto, azionista di rilievo della nuova Alitalia, del 60 per cento
dell'Autostrada dei Parchi, più nota come Roma-Pescara e
Roma-L'Aquila-Teramo (A24 e A25).
I due gruppi, che
avevano rilevato insieme, nel 2003, la concessione delle autostrade
abruzzesi dall'Anas, ottimizzano così le rispettive possibilità di
business in un mercato, quello delle autostrade, dove per fare veramente
i soldi conviene avere una solida società di costruzioni alle spalle. I
Benetton, che controllano Atlantia (oltre tremila chilometri di rete, a
partire dall'Autostrada del Sole) partecipano al controllo di Impregilo,
il maggior costruttore italiano. Carlo Toto è originariamente un
costruttore, e si era diversificato dal mattone quindici anni fa per
costituire la compagnia aerea Air One.
Quando è nata la
nuova Alitalia, Toto le ha lucrosamente venduto Air One, e ha deciso di
tornare all'antico, dedicandosi nuovamente a tempo pieno alla sua Toto
Costruzioni. E per dare lustro all'antica creatura, che cosa c'è di
meglio che una bella concessionaria autostradale con la quale concedersi
l'auto-appalto? Il meccanismo è quello cosiddetto dei lavori in house.
Il lavoro di una concessionaria autostradale è duplice.
Con una mano si
incassano pedaggi sempre più lucrosi, e pesanti per i viaggiatori; con
l'altra si fanno i lavori di manutenzione. Se i lavori di manutenzione
uno li affida alle proprie aziende guadagna due volte. Una volta era una
pratica vietata, e venivano imposti gli appalti con gara europea. Poi le
maglie della legge si sono allargate, e quello dei lavori in house
(fatti in casa, in italiano) è diventato un sistema molto praticato.
Basti guardare
l'ultimo bilancio pubblicato da Atlantia per capire quanto sia
interessante il business. Nel 2009 la rete autostradale della società
controllata dalla famiglia Benetton (ex Società Autostrade, privatizzata
nel 1997) ha generato ricavi per 3 miliardi di euro, e un utile netto di
682 milioni.
È evidente che una
società a così alta redditività (peraltro obbligata, con i pedaggi che
aumentano regolarmente tutti gli anni), può permettersi di pagare senza
patemi i lavori di manutenzione o i nuovi investimenti alle società
collegate: anche se il costo degli interventi di rivelasse un po'
altino, il risultato sarebbe di ridurre l'utile, e quindi le tasse da
pagare, nella concessionaria autostradale, arricchendo invece la società
di costruzioni della casa.
Interessante
notare che il sistema viene lubrificato da un regolare, inesorabile
aumento delle tariffe autostradali. Va sottolineato anche che i maggiori
concessionari autostradali (Benetton, gruppo Gavio, Toto) sono stati
tutti convinti dal governo Berlusconi a diventare "coraggiosamente"
azionisti della nuova Alitalia.
Appare conforme a
questa filosofia l'affare annunciato ieri. Toto, che già aveva il 40 per
cento dell'Autostrada dei Parchi, rileva il 60 per cento da Atlantia e
sale al 100 per cento. In questo modo consegue un controllo totale e
assoluto sull'assegnazione dei lavori di costruzione e manutenzione, che
in buona parte possono andare alla Toto Costruzioni.
Carlo Toto paga 89
milioni il 60 per cento delle autostrade abruzzesi, che nel 2010 hanno
incassato 156 milioni. Calcolatrice alla mano, la società è valutata
quanto i suoi ricavi di un anno, mentre Atlantia vale in Borsa circa il
doppio del fatturato. Mentre il gigante Atlantia porta a casa i profitti
giganteschi di cui sopra, l'Autostrada dei Parchi è una concessionaria
giovane e ancora in perdita, a causa dei costi di avvio. E prevede i
primi guadagni nel 2012.
Le prospettive
sono però assolutamente rosee. Anche se il traffico delle arterie
abruzzesi non è paragonabile a quello dell'Autosole, Toto può far conto
su un costante aumento dei pedaggi, che gli automobilisti della zona
possono solo pagare, sia pure mugugnando. Dal 1° gennaio 2010 l'aumento
tariffario per i 281 chilometri gestiti dalla società è stato del 4,78
per cento. Dal 1° gennaio 2011 dell'8,14 per cento. In pratica, un
pedaggio di 10 euro del dicembre 2009 è diventato oggi di 13,3 euro. E
il contratto di concessione con l'Anas, che scade nel 2030, prevede un
adeguamento della tariffa ogni anno. [04-01-2011]
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VITE PARALLELE: HOTEL POLIDORI...
Cercando su Internet due cose diverse si ottiene lo stesso indirizzo:
via Senese-Aretina 80, Sansepolcro (Arezzo). Si tratta di Cepu srl
(assistenza universitaria) e Borgo Palace Hotel (un albergo 4 stelle).
L'una e l'altro fanno riferimento a Francesco Polidori, che per le
prossima campagna elettorale ha suggerito a Berlusconi il metodo del
"vicinato", adottato dal suo movimento Federalismo democratico umbro.
Polidori è di
Città di Castello e tra Umbria e Toscana ha sviluppato i suoi interessi,
come una delle prime cellule del Cepu (ora proprietà di Cesd srl) e il
Borgo Palace Hotel col rinomato ristorante Il Borghetto. Proprio il
restaurant manager, Alessandro Blasi, e parte del personale sono stati
chiamati da Berlusconi per organizzare una cena con gli industriali a
Macherio. Dal canto suo, la deputata Catia Polidori, che un mese fa è
passata da Fini al Cavaliere, nega qualsiasi legame con Francesco
Polidori, pur essendo nata anche lei a Città di Castello.
Tuttavia, almeno
due sue iniziative legislative mostrano interesse sia per le scuole
private sia per gli hotel, passionaccia di Francesco: è dell'ottobre
2010 la presentazione di una proposta per la "concessione di un
contributo alle scuole paritarie in aggiunta ai fondi ordinari del
ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca" (la 3775); e
del giugno 2008 la richiesta di "riduzione al 4 per cento dell'aliquota
sul valore aggiunto relativa a prestazione, servizi e prodotti di natura
turistico-alberghiera" (la 1401). Al. A.07-01-2011
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CAPODANNO AMARO
PER LA FINOCCHIARO - MENTRE LA PROCURA DI CATANIA INDAGA SUGLI APPALTI
DELLA SANITÀ, LA REGIONE SICILIA STA PER REVOCARE PER “EVIDENTI PROFILI
DI ILLEGITTIMITÀ” QUELLO DATO AL MARITO DELLA SENATRICE PD: NON POTEVA
ESSERE ASSEGNATO IN MANCANZA DI UN REGOLARE BANDO. DUBBI ANCHE SULLA
CONGRUITÀ DELLA CIFRA: 350MILA € SOLO COME PRIMA TRANCHE - LA GUARDIA DI
FINANZA NELL’ASSESSORATO…Emanuele Lauria per "Repubblica.it"
La Regione siciliana si avvia a revocare per "evidenti profili di
illegittimità" l'appalto assegnato al marito di Anna Finocchiaro. E la
Procura di Catania apre un'indagine sulla procedura amministrativa che
ha portato, senza gara, a quell'affidamento. Un fine anno amaro, per la
famiglia della capogruppo del Pd al Senato: il caso-Giarre esplode e
scuote non solo i palazzi della politica.
L'assessore
regionale alla Salute, l'ex magistrato Massimo Russo, annuncia che
lunedì chiederà al manager dell'azienda sanitaria di Catania di
annullare la convenzione del 30 luglio con la quale è stato dato
incarico alla Solsamb, la società di Melchiorre Fidelbo (il marito della
Finocchiaro), di realizzare l'informatizzazione dell'ospedale del centro
alle pendici dell'Etna.
Un atto quasi
obbligato, quello di Russo, visto che due ispettori dell'assessorato
hanno messo su carta che quell'appalto, di rilevanza comunitaria, non
poteva essere assegnato in mancanza di un regolare bando di gara. Non
solo: i tecnici hanno ravvisato anche sospetti sulla congruità della
cifra concordata: 350 mila euro solo come prima tranche.
Nelle stesse ore
in cui la relazione approdava all'Assemblea regionale, gli uomini della
Guardia di Finanza facevano ingresso nella sede dell'assessorato per
acquisire i documenti relativi alla controversa vicenda. In mano, un
ordine di esibizione firmato dai pm catanesi.
L'assessore Russo
respinge le "strumentalizzazioni politiche" e i sospetti che sin dal
primo momento hanno accompagnato questa storia: il taglio del nastro del
nuovo presidio ospedaliero di Giarre - presenti la Finocchiaro e il
marito, lo stesso Russo e l'ex ministro Turco - è avvenuto a fine
settembre, nei giorni in cui decollava la nuova giunta regionale figlia
di un accordo fra Lombardo e il partito democratico.
La foto di quella
cerimonia, adesso, circola sul web e nelle segreterie politiche come
prova del presunto inciucio fra il governatore e colei che lo sfidò alle
Regionali del 2008. Anche se nessuno, neanche tra i banchi
dell'opposizione all'Ars, si è mai scagliato ufficialmente contro la
Finocchiaro. "C'è stato un errore amministrativo, il resto sono
chiacchiere", ancora Russo.
Fidelbo contesta
il risultato dell'ispezione della Regione e lascia intendere di essere
pronto a rivolgersi al Tar contro l'annunciata revoca dell'appalto:
"Questa vicenda sta creando un grave danno di immagine alla mia azienda,
alla quale - scrive l'imprenditore - è del tutto estranea la senatrice
Anna Finocchiaro".
Fra polemiche e
minacce di querele, potrebbe intanto cadere la testa di qualche
burocrate. Il capogruppo del Pd all'Ars, Antonello Cracolici, ora dice:
"Chi ha sbagliato deve pagare". E il riferimento è a Giuseppe Calaciura,
il manager dell'Azienda sanitaria di Catania che ha dato via libera al
finanziamento per la società di Fidelbo e che nel suo curriculum vanta,
tra l'altro, l'incarico di segretario dell'Mpa - il partito di Lombardo
- nel piccolo comune di Biancavilla.31-12-2010]
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«SETTECENTOMILA
EURO IN CORSI FANTASMA» SIGILLI AI BENI DELL'EX CITY MANAGER DI
POMPEI...
Biagio Coscia per il "Corriere
della Sera"
Non c'è posto più
adatto per organizzare dei corsi di formazione fantasma: gli scavi
archeologici di Pompei. Insegnanti invisibili, niente aule, nessuna
lezione, nessun esame, nessun test di valutazione, orari anche notturni
e festivi o che coincidevano con i turni di lavoro dei 265 dipendenti
coinvolti nell'indagine. Tutti addetti alla vigilanza presso i siti
archeologici della città sepolta dal Vesuvio ma anche a Torre
Annunziata, Boscoreale ed Ercolano. Il complicato sistema di frode era
stato organizzato per consentire ai dipendenti di percepire il pagamento
di arretrati per ore di straordinari che erano già state prescritte. I
finanzieri del comando provinciale di Napoli hanno calcolato un danno
erariale stimato in circa 700 mila euro.
Le indagini che
hanno portato alla luce i corsi di aggiornamento fantasma hanno permesso
di stabilire che l'attività didattica non era stata autorizzata dal
ministero, nonostante fosse obbligatoria. L'idea di istituire i corsi
finti nacque nel 2006 dopo un'aspra lotta sindacale e dopo numerose
minacce di sciopero dei dipendenti che pretendevano il pagamento di
straordinari effettuati tra il 1988 e il 1996.
Così, dieci anni
dopo, Luigi Crimaco il direttore amministrativo della Soprintendenza
archeologica degli Scavi di Pompei, in accordo con le organizzazioni
sindacali, autorizzò nell'aprile del 2006 lo svolgimento di corsi di
formazione nominando docenti sconosciuti o scegliendoli tra gli stessi
dipendenti. Un espediente per nascondere dietro ore di lezione mai
svolte, indennità di straordinario che erano ormai prescritte e che sono
costate provvedimenti penali sia per Luigi Crimaco, ormai ex direttore
amministrativo oggi senza incarichi, che nei confronti di 265 dipendenti
per concorso in truffa e peculato ai danni dello Stato.
Al manager sono
stati sequestrati «per equivalente» un fabbricato a Pozzuoli nell'area
Flegrea, tre immobili e altrettanti terreni nel comune di Lugnano in
Teverina vicino a Terni, per un valore stimato di circa 700.000 euro,
l'equivalente della truffa consumata in danno dell'Ente Scavi.
Gli scavi di
Pompei sono al centro delle cronache nazionali per una serie di crolli
che hanno coinvolto alcune dimore patrizie, così sulla questione dei
corsi è intervenuto anche il ministro ai Beni culturali Sandro Bondi:
«In relazione alla nuova inchiesta della Procura di Torre Annunziata -
ha detto il ministro -, desidero rinnovare la fiducia nell'operato della
magistratura e, fino alla conclusione delle indagini, salvaguardare
l'innocenza dei funzionari e delle persone coinvolte. Tuttavia, non
posso non rilevare, anche sulla base di queste nuove rivelazioni,
risalenti al 1996, come la gestione della sovrintendenza di Napoli e
Pompei fosse difficile. E come il tentativo da parte del Pd e del
partito di Di Pietro di addossare al sottoscritto ogni responsabilità
sia immotivato e politicamente disonesto» .
Durante le
perquisizioni sono stati trovati ad ammuffire, in un deposito, centinaia
di compiti scritti che non erano mai stati corretti. La Guardia di
finanza di Torre Annunziata, al comando del colonnello Fabrizio
Giaccone, ha eseguito il decreto di sequestro dei beni ieri mattina in
seguito all'ordinanza del tribunale del Riesame. Il gip aveva infatti
rigettato la richiesta della Procura perché aveva ritenuto iniquo il
sequestro a esclusivo carico del direttore amministrativo. Non così per
il Riesame, in quanto Crimaco viene considerato il responsabile della
truffa con la sola complicità dei 265 dipendenti.
.30-12-2010]
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BUONI CONSIGLI (DI
STATO) E CATTIVO ESEMPIO - UNA SENTENZA ANNULLA LA PENALE DA 7 MLN € AI
CONCESSIONARI DELLE SLOT MACHINE - E ANCHE I 98 MLD CHIESTI DALLA CORTE
DEI CONTI POTREBBERO ESSERE CANCELLATI (MA QUALCUNO HA MAI CREDUTO CHE
LI PAGASSERO?) - PER I GIUDICI AMMINISTRATIVI NON CI SONO STATI DANNI
PER LA P.A. - UNA SENTENZA DESTINATA AD AVERE RIPERCUSSIONI ANCHE SUL
PROCEDIMENTO DELLA CORTE DEI CONTI
Ferruccio Sansa
per "Il
Fatto Quotidiano"
Una sentenza del
Consiglio di Stato che annulla una penale da 7 milioni di euro. È
passata quasi inosservata nel mare di decisioni prese dalla magistratura
amministrativa. Ma potrebbe cancellare i 98 miliardi che la Procura
della Corte dei Conti ha richiesto alle società concessionarie delle
slot machine. La decisione sulla penale più grande mai richiesta dalla
magistratura contabile italiana arriverà dopo l'estate.
L'opinione
pubblica ha seguito tutta la vicenda sulle pagine del Fatto, del Secolo
XIX, nelle inchieste di Striscia la notizia e sul blog di Beppe Grillo
dove sono piovuti migliaia di messaggi. Ma la sentenza del Consiglio di
Stato è stata salutata come un trionfo dai padroni delle slot.
Per capire perché
bisogna leggere tutte le 25 pagine. I magistrati hanno accolto il
ricorso di BPlus Gioco Legale Ltd e hanno annullato le penali delle
nuove slot irrogate dai Monopoli di Stato nel 2008.
Tutto parte dal
ritardo contestato nell'avvio della rete delle slot che avrebbe
provocato, secondo l'accusa, un danno ai Monopoli. Una vicenda
complessa, che si è divisa in una miriade di giudizi, ricorsi e
controricorsi, dal Tar fino alla Corte dei Conti. La sentenza del
Consiglio di Stato, come ricorda l'agenzia specializzata Agicos,
"riguarda solamente le penali, per la precisione il secondo conteggio,
quello basato sugli atti integrativi delle convenzioni di concessione
siglati nella primavera del 2008 che hanno reso più favorevoli i
parametri per il conteggio delle pena-li".
BPlus (una volta
si chiamava Atlantis) è la compagnia con il maggior numero di apparecchi
installati. Ad essa i Monopoli avevano contestato penali per circa 7
milioni di euro (ma la Corte dei Conti aveva parlato di 31 miliardi).
Il Tar aveva
confermato le penali. Ma ecco la decisione di appello del Consiglio di
Stato. Il passaggio chiave: "Con riferimento alle violazioni più gravi
imputate" alle società concessionarie, "cioè al mancato collegamento di
apparecchi entro il 31 dicembre 2004, va condivisa la tesi... secondo
cui occorre tener conto delle modifiche alla Convenzione (tra
concessionari e Monopoli, ndr)" intervenute successivamente.
È il nodo della
questione: la nuova Convenzione. Quella che per le concessionarie è
l'ancora di salvezza e che per i critici invece è sempre parsa un colpo
di spugna voluto da tutti, partiti compresi, per cancellare decine di
miliardi di penali previste per le concessionarie. La nuova disciplina
deve essere applicata anche a violazioni precedenti? In materia penale
le leggi più favorevoli sono retroattive. Ma qui siamo in un ambito
completamente diverso, parliamo di contratti e convenzioni.
I legali delle
concessionarie cantano vittoria: "Una sentenza ottima che chiude in
maniera tombale la questione. Il Consiglio di Stato afferma che i
ritardi non hanno causato danni alla pubblica amministrazione. Una
sentenza destinata ad avere ripercussioni anche sul procedimento della
Corte dei Conti''.
Ma è davvero il
preannuncio che le casse pubbliche devono dimenticarsi i famosi 98
miliardi? No, perché il giudizio della Corte dei Conti si basa anche su
altri atti e perizie, non sempre favorevoli alle concessionarie. Certo,
però, che la sentenza del Consiglio di Stato offre una via di uscita che
i magistrati contabili potrebbero scegliere di seguire.
30-12-2010]
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MORTE A TUTTA
BIRRA - LA MODELLA ADRIENNE MARTIN MORTA NEL BAGNO DI AUGUST BUSCH IV,
MILIONARIO PLAYBOY E RE DELLA BUDWEISER - FORSE PER COLPA DI UNA RARA
MALATTIA CARDIACA. MA PERCHÉ ASPETTARE 45 MINUTI PER CHIAMARE LA
POLIZIA? IL PASSATO DI SANGUE DEL RAMPOLLO E DELLA SUA FAMIGLIA: L’EX
LASCIATA A MORIRE DOPO UN INCIDENTE, L’INVESTIMENTO DI 2 POLIZIOTTI
(CREDEVA FOSSERO RAPITORI), IL SUICIDIO DEL NONNO, LO ZIO CHE AMMAZZA
L’AMICO ‘BUTTANDO LA PISTOLA SUL LETTO’
Glauco Maggi per "La
Stampa"
Giallo di Santo Stefano a Saint Louis, nel Missouri. La polizia vuole
capire perché siano passati tre quarti d'ora dal momento della morte di
Adrienne, domenica alle 12 e 30, alla telefonata d'allarme al 911 del
fidanzato che stava con lei, alle 13 e 12. Troppo tempo. Il ritardo nel
chiamare i soccorsi genera sempre qualche sospetto, ma stavolta ci sono
le personalità dei protagonisti a gonfiare la curiosità investigativa
degli inquirenti e il gossip della gente.
Adrienne Martin,
giovane modella nativa-americana di 27 anni, capelli lunghi scuri e viso
affilato da Pocahontas, era fidanzata da un anno con August Busch IV, 46
anni, maturo playboy dai trascorsi controversi, «normale» successo negli
affari ma scapestrato nella vita privata. Dopo aver scalato dagli Anni
80 i gradini della carriera interna nel birrificio di famiglia, la ditta
AnheuserBusch, fino a diventarne Ceo nel 2006, due anni dopo ne aveva
ceduto il controllo agli europei della InBev, ottenendo un posto non
operativo in consiglio d'amministrazione, 10,35 milioni di dollari di
buonuscita e un vitalizio da 120mila dollari mensili.
Busch IV ha sempre
avuto la fama di uno che cerca i rischi e l'avventura. Terry Ganey,
coautore di una biografia non autorizzata sulla dinastia dei celebri
birrai arrivati a controllare una quota del 50% del fatturato in America
(con Budweiser e Bud Light) prima della vendita del 2008, ha ricordato
le passioni spericolate di August: «Guidava motoscafi, motociclette, jet
ed elicotteri, e partecipava ad attività sportive che avrebbero potuto
procurargli danni fisici».
In passato, Busch
IV aveva già avuto vissuto un'altra tragedia, che aveva coinvolto una
sua fiamma. Era il 1983, lui aveva 20 anni e studiava all'Università
dell'Arizona. Uscito da un bar di Tucson con la girlfriend Michele
Frederick, 22 anni, l'aveva caricata sulla sua Corvette nera. La corsa
in auto era però finita con uno schianto che aveva ucciso la giovane,
mentre Busch fu ritrovato a casa sua solo quattro ore dopo, con la testa
spaccata. Disse di non aver soccorso l'amica in preda all'amnesia
provocata dalla botta al cranio, e dopo sette mesi di indagini gli
inquirenti chiusero il caso per mancanza di prove.
Due anni dopo,
August fu prosciolto da una giuria di Saint Louis dall'accusa di aver
assalito due agenti. Nell'episodio rocambolesco era stato fermato dopo
un inseguimento da parte della squadra narcotici della polizia, che lo
aveva scambiato per uno spacciatore ed era riuscito a bloccarlo solo
sparandogli a una gomma. Busch IV tentò anche di investire con l'auto
gli agenti, ma fu assolto perché riuscì a convincere la giuria di aver
agito temendo di essere vittima di un rapimento a scopo di riscatto da
parte dei poliziotti in borghese.
Nell'area del
Missouri attorno a Saint Louis la famiglia dei Busch è nota per
l'impegno nella filantropia e nello sport (ex padroni dei Cardinals,
baseball) ma anche per varie tragedie. Nel 1934 August Busch Senior, il
presidente della compagnia, si uccise con un colpo di rivoltella.
E nel 1976 Peter
Busch, figlio di August Busch Junior e ziastro di August Busch IV, sparò
e ammazzò un amico, David Leeker. Si difese dicendo che il colpo era
partito accidentalmente quando aveva buttato la pistola sul letto: si
dichiarò colpevole di omicidio involontario e fu condannato a cinque
anni con la condizionale.
L'ultima vittima
della «maledizione dei Busch», Adrienne, sognava di sfondare come
protagonista delle pubblicità della birra: «Sono stata alle sfilate di
bellezza per molti anni e ora sento che voglio fare qualcosa di più: la
modella! È solo l'inizio, non vedo l'ora di vivere il futuro eccitante
che mi attende», aveva scritto nel suo profilo su iStudio, sito per
aspiranti stelline.
Sposata dal 2002,
un figlio di 8 anni e un divorzio alle spalle, la ragazza aveva fatto la
cameriera nei ristoranti della catena Hooters, famosa per il personale
di sala discinto e avvenente. Soffriva di sindrome del QT lungo, una
rara anomalia cardiaca che predispone ad arresti cardiaci improvvisi. Di
solito, sono le forti emozioni, l'iperattività fisica o sessuale e lo
stress a provocare crisi irreversibili.
«Posso dire che
non c'è assolutamente nulla di sospetto sulla sua morte, è la tragica e
inaspettata fine di una giovane persona», ha detto ufficialmente, a nome
della famiglia Busch, l'avvocato Art Margulis al St. Louis Post-Dispatch
. Ma la parola fine sull'ultimo mistero dei Busch tocca anche questa
volta a poliziotti e medici legali. [28-12-2010]
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1 - LA CAMERA DEI
DEPUTATI "RUBA" AI CONTRIBUENTI 46 MLN € L’ANNO IN AFFITTI, TRA SPRECHI,
AFFIDAMENTI SENZA GARA, CONTRATTI TOP SECRET E CLAUSOLE CAPESTRO - 2 -
PER QUATTRO EDIFICI NEL CENTRO DI ROMA, LOR SIGNORI SPENDONO UNA CIFRA
TANTO ELEVATA CHE SAREBBE PIÙ CONVENIENTE ACQUISTARLI - 3 - LO SCANDALO
DI PALAZZO MARINI: GLI UFFICI DI 235 DEPUTATI E TRE APPARTAMENTI CI
COSTANO 320 EURO AL MESE PER METRO QUADRATO - 4 - QUANTA FORTUNA PER
L’IMMOBILIARISTA ROMANO SERGIO SCARPELLINI, CHE DAL ’97 AD OGGI HA
CONQUISTATO LA SIMPATIA DI TUTTO L’ARCO COSTITUZIONALE, LEGA COMPRESA
LA CAMERA "RUBA"
46 MILIONI L'ANNO IN AFFITTI...
Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"
Ecco l'Affittopoli
della Camera dei deputati. Gli sprechi, i canoni irrisori, gli
affidamenti senza gara, i contratti top secret , le clausole capestro. I
dati «fantasma» su Montecitorio rivelati dal Giornale grazie anche alle
difficili investigazioni dei radicali e del parlamentare Pdl Amedeo
Laboccetta. Cominciamo dai canoni stellari, dunque. I gioielli più
costosi del mercato immobiliare, è notorio, si trovano al centro della
capitale. Ma quelli che valgono oro sono rintracciabili a metà strada
tra piazza Colonna (dove si affaccia Palazzo Chigi) e piazza di Spagna.
Un esempio che
rende l'idea? Palazzo Marini. È un grande stabile sulla centralissima
via del Tritone. Buona parte dei suoi uffici - canone 2010 - sono stati
affittati alla Camera per oltre 13 milioni di euro (per l'esattezza
13.269.346 euro). Lo spazio è ampio. Serve ad alloggiare gli uffici di
235 deputati, oltre a tre appartamenti di rappresentanza.
I locali
appartengono alla società immobiliare Milano 90 di Sergio Scarpellini.
Un partner affidabile per Montecitorio, visto che l'istituzione ha
affittato dalla sua società non un solo stabile di queste dimensioni e
con queste finalità istituzionali, bensì quattro. E nessuno con gara o
avviso pubblico. Per un totale di 12mila metri quadrati.
Locali ovviamente
chiavi in mano, cioè ristrutturati e arredati secondo il bisogno del
locatario e forniti anche del personale di vigilanza, del servizio mensa
e di assistenza ai piani. La Camera solo quest'anno spenderà più di 46
milioni di euro (stando ai dati del Bilancio di previsione 2010) per far
alloggiare i suoi deputati in questi uffici. Forse spendere più di
3.850 euro l'anno al metro quadro (320 euro al mese) è una cifra
piuttosto consistente. A nutrire questo sospetto sono stati alcuni
parlamentari (Rita Bernardini dei radicali e Amedeo Labocetta del Pdl)
che hanno chiesto lumi all'Ufficio di presidenza.
Non si sono
limitati a questo; hanno osato chiedere addirittura la rescissione di
questi contratti considerati troppo onerosi scontrandosi con i vertici
burocratici e politici della Camera, che solo alla fine si sono dovuti
arrendere, dando pubblicità ad atti finora mai resi pubblici. La cosa
però è più complicata di quanto possa apparire anche a chi conosce bene
i punti meno «battuti» del Codice civile (dove peraltro è scritto che i
contratti di affitto per locali ad uso professionale possono sempre
essere disdetti da parte del locatario).
La Camera ha
stipulato il primo dei quattro contratti nel '97. Il cosiddetto «Marini
1» impegna le parti per un periodo di «9 più 9» anni. Il 21 settembre
scorso, però, l'aula di Montecitorio, durante la lettura, la discussione
e l'approvazione del Bilancio di previsione del 2010, è riuscita a far
passare la rescissione del contratto.
Dal 2012 gli oltre
200 deputati che hanno l'ufficio in via del Tritone dovranno cercarsi
una nuova sistemazione. Questo è stato possibile perché il «Marini 1» è
l'unico dei quattro contratti che non prevede una clausola che vincola
il locatario al rinnovo automatico. Un vincolo davvero insolito. Che non
è presente nemmeno nel contratto del cosiddetto «Marini 2» (immobile di
via Poli 14/20).
Infatti è in una
lettera redatta e spedita sei mesi dopo la firma del contratto che viene
scritta nero su bianco la rinuncia alla disdetta anticipata della
locazione. Il contratto è stato redatto nel luglio del '98. E il 17
dicembre il Servizio amministrazione della Camera dei deputati spedisce
alla Milano 90 una lettera in cui si scrive tra l'altro: «La presente
Amministrazione rinuncia formalmente alla facoltà di recesso anticipato,
contrattualmente riconosciutale a far data dall'inizio del decimo anno
di rapporto».
Non è casuale la
specifica del «decimo anno» visto che nei contratti c'è scritto che la
disdetta non è possibile fino al decimo anno (il primo del rinnovo
automatico). La Camera dei deputati, quindi, rinuncerà agli uffici di
via del Tritone ma non si libererà dei contratti che la legano alla
Milano 90 per gli immobili denominati «Marini 2», «Marini 3» e «Marini
4».
Contratti
stipulati tra il '98 e il 2000 e che quindi vedranno la loro validità
esaurirsi non prima del 2016. Secondo un calcolo approssimativo (in
virtù del fatto che ogni anno gli importi dei canoni variano perché
soggetti all'indicizzazione Istat), alla fine la Camera dei deputati
avrà versato nelle casse della «Milano 90» oltre 540 milioni di euro nel
corso di 23 anni. «Secondo questo calcolo - spiega l'onorevole
Laboccetta, che insieme con la Bernardini (Pr) ha sollevato il problema
dei costi di questi immobili - con la stessa cifra e per la stessa
metratura è come se la Camera avesse acquistato immobili per un prezzo
che oscilla tra 41.600 ai 50mila euro al metro quadrato».
Non proprio a
prezzi di mercato (che nella zona del Tritone come in tutto il centro
storico si aggirano al massimo sui 10mila euro al metro quadro). Insomma
il locatario (in questo caso la Camera dei deputati) non ha badato a
spese e non ha nemmeno sottilizzato su un fattore tutt'altro che
secondario.
Al momento di
prendere in affitto i locali del cosiddetto «Marini 1» (il già citato
palazzo su via del Tritone) il proprietario non sarebbe stato in
condizioni di concedere il affitto i locali per uso ufficio. La
destinazione d'uso era un'altra. Insomma la Camera affitta a prezzi
piuttosto fuori mercato e non trova nulla da ridire sul fatto che quegli
stessi locali non potrebbero nemmeno essere affittati come uffici.
Al problema si
rimedia in sede di contratto. L'articolo 14 al punto 1 spiega che «la
conduttrice Camera dei Deputati dichiara di essere edotta dell'attuale
destinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della locazione».
Al punto 2 dello
stesso articolo si va ben oltre. «La Camera dei deputati - è scritto -
attiverà, entro e non oltre giorni 15 dalla data della sottoscrizione
apposta in calce, ogni necessaria procedura di legge per conseguire il
cambio di destinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della
locazione».
Solitamente
dovrebbe essere il proprietario a impegnarsi alla modifica della
destinazione d'uso e non l'affittuario. Secondo quanto ricostruito dal
Giornale, il Municipio I non ha subito concesso il cambio di
destinazione d'uso. Questo è stato poi assicurato direttamente dagli
ufficio del Campidoglio (il sindaco di allora era Francesco Rutelli).
QUEL PALAZZINARO
ROMANISTA SEMPRE IN AFFARI CON LA POLITICA
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"
Del «sor Sergio»,
come a Roma chiamano il costruttore Sergio Scarpellini (classe 1937), si
sono occupati un po' tutti, dagli inviati dei grandi giornali al
Romanista per finire ai segugi di Reporter. Lui, titolare di un piccolo
impero immobiliare, controllato da alcune società finanziarie, non ama
troppo mettersi in mostra. Al contrario vanta un basso profilo piuttosto
insolito nella genìa romanesca.
Nei primi anni
Novanta la sua società immobiliare navigava in acque difficili (per non
dire tempestose). Erano gli anni della crisi del mattone. Come già
riportato dal nostro giornale (16 giugno 2007), la società Milano 90,
controllata del gruppo Scarpellini, chiuse il peggiore bilancio della
sua storia nel '95 con perdite di oltre 12 miliardi di lire. Tanto che
il Banco di Napoli aveva avviato un'istanza di fallimento nei confronti
della capofila Immobilfin srl. È stato forse il punto più difficile
della carriera del «sor Sergio».
Poi le cose
cambiarono, grazie anche al ritorno in auge del mattone come migliore
investimento anticrisi. Il punto di svolta è il '97 con la firma del
primo contratto di affitto in favore della Camera dei deputati (allora
presieduta da Luciano Violante dei Ds). Nelle pagine della Casta di
Rizzo e Stella un capitolo è dedicato proprio al coup de foudre tra
Scarpellini, descritto come palazzinaro e proprietario di una delle più
grandi scuderie italiane, e Montecitorio.
È l'inizio di una
grande amicizia tra il costruttore e la politica. Un rapporto forte e
intenso, ma trasparente. Un'amicizia capace di vincere anche le iniziali
diffidenze degli ultimi arrivati nello scenario politico: i parlamentari
della Lega Nord.
Scarpellini è
infatti un munifico sostenitore. A 360°, però. E tutto alla luce del
sole, con tanto di ricevute e dichiarazioni pubbliche. Consolidato il
ménage con la Camera, la liquidità in cassa aumenta e il gruppo
Immobilfin può iniziare a fare «shopping». Nel suo portafoglio entrano
anche i terreni della Romanina e quelli della Monachina (130 ettari)
dove dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma, il cui progetto è
stato approvato in maniera bipartisan nel settembre del 2009 da Piero
Marrazzo (presidente della Regione Lazio) e Gianni Alemanno (sindaco di
Roma).
Insomma, il
rapporto con la politica di Scarpellini è schietto e soprattutto
trasparente. Ma non privo di insidie. A cominciare dal già citato
contratto per il «Marini 1» che la Camera ha deciso di rescindere.
Intervistato il 13 ottobre scorso dal Sole24Ore, l'immobiliarista non si
scompone: «Non credo che la Camera scinderà il contratto. E anche se lo
facesse, affitteremo quell'immobile ad altri clienti». E sul fatto che i
contratti dei quattro immobili siano stati fatti a trattativa privata,
senza evidenza pubblica, Scarpellini tira fuori la complessità del
servizio fornito. «Il global service chiavi in mano - spiega
l'immobiliarista - è parte essenziale dell'accordo, con vantaggi per la
Camera: confrontando i costi del contratto global service con quelli che
la Camera avrebbe sostenuto aderendo alla convenzione Consip,
Montecitorio ha risparmiato in 12 anni oltre 67 milioni.
Per non parlare
dei costi che la Camera dovrebbe affrontare se al posto dei miei 400
dipendenti con contratto alberghiero utilizzasse suo personale. Un
commesso della Camera guadagna almeno tre volte di più». Il costruttore
ha un solo rimpianto: proprio la politica. Se avesse quindici anni di
meno scenderebbe in campo, confessa al cronista del foglio economico.
Mentre Dagospia sostiene che il suo ultimo flirt è con la nuova creatura
di Fini, dandolo come spettatore attento durante la convention di Futuro
e libertà di Bastia Umbra del 7 novembre scorso.
27-12-2010]
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#1- “IO
SONO UNO DEI POCHI CHE NON HA MAI CHIESTO NÉ UNA LIRA NÉ UN AIUTO
A BERLUSCONI” - #2- BOSSI È CERTO CHE NON C'È MAI STATO NESSUN
PATTO CHE LEGA LA LEGA E SILVIO? - #3- LA SOTTILE STRISCIA DEI
SOLDI LEGHISTI DAL SALVATAGGIO DELLA BANCA PADANA (BY FIORANI) AL
MISTERO DEI 70 MLD CON CUI IL PUZZONE SI GARANTÌ LA FEDELTÀ DI
BOSSI - #4- “BALLE SPAZIALI” PER IL SENATUR. MA I SOLDI PER LA
LEGA QUALCUNO LI HA TIRATI FUORI - #5- DEL CARROCCIO SAPPIAMO
QUASI TUTTO, STORIA, POLITICA, IDEOLOGIA, PASSIONI,
INTEMPERANZE... LE SUE FINANZE RESTANO PERÒ UN OGGETTO IN GRAN
PARTE MISTERIOSO. SU QUESTO SFONDO OPACO, NON È DUNQUE COSÌ STRANO
CHE POSSANO ATTECCHIRE LE LEGGENDE DI PATTI SEGRETI CHE LEGANO PER
LA VITA IL SILVIO E L’UMBERTO -
Gianni Barbacetto per "Il Fatto Quotidiano"
"Io sono uno dei pochi che non ha mai chiesto né una lira né un
aiuto a Berlusconi".
Le parole
dette il 20 marzo da Umberto Bossi, sul palco della "festa
dell'amore" in piazza San Giovanni a Roma, risaltano di più oggi,
dopo che la Lega è diventata l'azionista più forte del
centrodestra: il Carroccio è ormai il 31 per cento dell'alleanza,
un terzo dello schieramento. Adesso alza il prezzo, sa che può
chiedere di più.
È iniziata
"la battaglia più insidiosa", come la chiama Ignazio La Russa:
quella interna al centrodestra. Ma fino a che punto Bossi può
tirare la corda? Il patto tra Umberto e Silvio è destinato a
durare? E che tipo di patto è?
IL PATTO.
Nasce nei primi mesi del 2000. Prima, la Padania, il quotidiano
della Lega, chiamava Berlusconi "il mafioso di Arcore". E
pubblicava con grande evidenza (era l'agosto 1998) dieci domande
sull'odore dei soldi e sulle imbarazzanti relazioni siciliane del
fondatore di Forza Italia. Con il nuovo millennio, il clima
cambia. Bossi e Berlusconi siglano un patto di ferro che li
porterà al trionfo elettorale del 2001. "L'accordo potrebbe essere
raggiunto in tempi brevi. Si può dire che è stato raggiunto, in
parte è già scritto", dichiara Bossi a Repubblica già il 27
gennaio 2000.
"Ma lo avete
depositato del notaio, come scrive qualcuno?", gli chiede
l'intervistatore. Il leader della Lega nega: "A che cosa serve il
notaio in politica? Sono cose da matti, invenzioni fantasiose".
Eppure la notizia dell'esistenza di un patto scritto, depositato
da un notaio, circola da subito. E arriva dall'interno della Lega.
Qualcuno favoleggia di un accordo con una parte anche finanziaria:
debiti appianati, bilanci risanati. "Cose da matti, invenzioni
fantasiose", come dice Bossi.
Qualche anno
dopo, si saprà che all'esistenza di quel patto scritto credeva
anche la security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli, che lo ha
cercato a lungo. Quando nel 2007 arrestano un collaboratore di
Tavaroli, il giornalista di Famiglia cristiana Guglielmo Sasinini,
tra i documenti che gli sequestrano ci sono anche appunti sul
presunto patto Berlusconi-Bossi: "In quel periodo pignorata per
debiti la casa di Bossi".
E poi: "70
miliardi dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale
fedeltà". "Debiti già ripianati con 70 mld". E ancora: "Notaio
milanese?". Segue anche il nome "Tremonti", senza però alcun
dettaglio né legame con il presunto accordo. Bossi non si
scompone: "Figurarsi! Una balla spaziale. Berlusconi è uno che non
tira fuori un soldo nemmeno per pagare i manifesti elettorali...
figurarsi se tira fuori dei soldi per la Lega!".
L'AMICO
FIORANI. Ma i soldi per la Lega qualcuno li ha tirati fuori. E ne
è restata traccia. È Gianpiero Fiorani, il banchiere della
Popolare di Lodi che nel 2005 guida gli assalti dei furbetti del
quartierino. È lui che salva la Lega arrivata a un passo dalla
bancarotta.
Mai stati
gran finanzieri, quelli del Carroccio. Nel 1998 una decina di
leghisti di spicco, tra cui il tesoriere Maurizio Balocchi e l'ex
sottosegretario Stefano Stefani, investono in un villaggio
turistico in Croazia che si rivela un flop e finiscono diritti
dentro un'inchiesta per bancarotta fraudolenta.
Fanno peggio
quando cercano di diventare banchieri. S'inventano la
Credieuronord, un piccolo istituto di credito messo su nel 2000.
Primo nome: Credinord. "Ci hanno fatto cambiare nome, pazienza se
ci è toccato mettere di mezzo l'euro, l'importante è che sarà una
grande banca", dichiara un Bossi pieno di speranza. Poi comincia
una struggente campagna di proselitismo, che chiede ai militanti
leghisti di mettere mano al portafoglio per contribuire al
successo della nuova "banca padana".
Vengono
aperti un paio di sportelli a Milano e uno a Treviso, ma dura
poco. Fidi importanti vengono concessi, senza troppe garanzie, a
pochi clienti eccellenti, tra cui la moglie dell'ex calciatore
Franco Baresi. Finanziamenti facili sono concessi alla Bingo.net
del tesoriere della Lega Maurizio Balocchi. In breve:
Credieuronord collassa. E conquista il record di essere l'unica
banca al mondo che in soli tre anni riesce a perdere quasi per
intero il capitale sociale. Le azioni pagate 25 euro l'una alla
fine dell'avventura crollano a 2,16 euro. Bruciati oltre 10
milioni.
I capi
leghisti rischiano, con la bancarotta, di rimetterci la faccia e
magari anche i patrimoni. Ma arriva il salvatore: Gianpiero
Fiorani. Dieci anni prima era stata la sua Banca popolare di Lodi
a concedere alla Lega il mutuo che aveva permesso al partito di
comprare la sede di via Bellerio a Milano. Nel 2004, con la regia
del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, compra Credieuronord
e annega i debiti della banchetta leghista nell'accogliente pancia
della Popolare di Lodi.
Erano
clienti di Credieuronord, nonché leghisti convinti e sostenitori
di Bossi, anche i fratelli Angelino e Caterino Borra, grandi
collezionisti di armi, ritrovate in enormi e misteriosi capannoni
in provincia di Pavia. I Borra sono i proprietari della storica
Radio 101, l'ex Radio Milano International, one-o-one: la loro
emittente precipita nel buco nero di un crac. Aggravato dal fatto
che, per tentare di far quadrare i conti, Caterino Borra e la sua
compagna Carmen Gocini, curatrice fallimentare per il Tribunale di
Milano, sottraggono 35 milioni di euro alle aziende affidate dal
Tribunale a Gocini e li riciclano in parte proprio attraverso la
banca della Lega.
Brutte
storie, le storie di soldi delle Lega. Del Carroccio sappiamo
quasi tutto, storia, politica, ideologia, passioni,
intemperanze... Le sue finanze restano però un oggetto in gran
parte misterioso. Su questo sfondo opaco, non è dunque così strano
che possano attecchire le leggende di patti segreti che legano per
la vita il Silvio e l'Umberto. "Cose da matti, invenzioni
fantasiose": parola di Bossi.
[01-04-2010]
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LOBBY BANCARIA ALLA RIVALSA SU VOLCKER...
G.Ve. per il "Sole 24 Ore" - L'equilibrio non è
semplice. Perché Barack Obama può imporre al sistema
bancario nuovi vincoli al trading proprietario, può tassare
gli istituti per «recuperare fino all'ultimo centesimo»
speso nei salvataggi del 2008-2009, ma - insieme al consenso
dei contribuenti - l'amministrazione Obama deve gestire
anche il problema dei collocamenti di Treasury bond. La
lobby delle banche sta aumentando la pressione contro i
limiti al trading proprietario voluti dal consulente della
Casa Bianca, Paul Volcker. Nel dettaglio, l'oggetto del
contendere è la definizione più o meno ampia di "proprietary
trading" che darà il Congresso. La minaccia è chiara:
se passasse una stretta al trading ci sarebbero problemi a
collocare i Treasury. Un rischio che il Tesoro Usa, con 4
mila miliardi di dollari di obbligazioni in arrivo nei
prossimi mesi, non può sottovalutare.
[22-02-2010]
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LA MADDALENA TROMBATA - DAL G8 AL G
NENTE, IL FLOP CI È COSTATO 300 MLN€ - DOPO GLI
INVESTIMENTI BERLUSCONICI CI SONO ZERO POSTI DI LAVORO - LE
OPERE CHE DOVEVANO FAR DECOLLARE L´ECONOMIA DELL'ISOLA SON
DIVENTATE UN AFFARE PER HAPPY FEW - CHI CI HA SPECULATO? -
COME È ANDATA DAVVERO L´ASSEGNAZIONE DELLE GARE?...
Paolo Berizzi e Fabio Tonacci per "la
Repubblica"
C´era una volta l´isola che doveva essere e non è più. C´è
ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito
da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all´Aquila,
lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da
raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga
parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna -
e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i
23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e
incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l´abbandono,
l´incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?
LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell´ex Arsenale e nell´ex
ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto
svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione
per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma
Marcegaglia, l´unica che da questa storia ci ha davvero
guadagnato e guadagnerà - ; l´altra, l´hotel cinque stelle
plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza
e però nessun imprenditore ne vuole sapere.
Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video
esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una
delle più grosse "incompiute" nella storia delle
opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata
in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due
indagini.
Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto
è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva
essere un volano per la stagnante economia dell´isola - già
penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un
affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su
in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e
nell´imbarazzo di molti?
DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano.
Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando
Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell´Abruzzo
colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto
sono costati, stando ai dati della
Protezione civile
, i lavori alla Maddalena) la scena sull´isola
"scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il
sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante.
Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell´ex
Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un´area che
Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri
internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice
italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per
la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un
cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture
che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato
versano, oggi, in condizioni penose. «Dopo il danno la beffa,
e ora i danni», chiosa l´assessore provinciale all´ambiente
Pierfranco Zanchetta.
TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell´albergo 2, quello che avrebbe ospitato
Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento
di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno
mai calpestato. Piove
dentro. L´acqua scende dal tetto dove hanno costruito la
piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni:
parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i
pannelli che li contenevano sono venuti giù.
Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che
ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell´ex
Arsenale militare - tra un po´ si avrà traccia solo sull´ambizioso
catalogo delle opere della struttura della missione G8
(affidata all´ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso
vale per i quadri fotografici "navali" di Luca
Cittadini.
Pareti scrostate per l´umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì
in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi
la hall dell´hotel con vista sulla darsena che può ospitare
700 barche. «Lo stato di queste strutture è una delle tante
vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne» dice Pio
Palazzolo, memoria storica dell´isola e già componente del
Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.
L´ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c´è un edificio che doveva essere un
teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della
"Casa sull´acqua" - o sala conferenze - la
strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall´architetto
Stefano Boeri. Il vero gioiello dell´ex Arsenale, costo,
comprensivo dell´area delegati, 52 milioni e 100. «Gli
edifici vanno usati, altrimenti deperiscono», ragiona Boeri.
Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno
e notte - «per garantire una doppia vita a queste strutture:
per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese...
Com´è la situazione adesso?».
Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell´Arsenale,
in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di
ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha
un aspetto desolante. Comunque lontano dall´aggettivo «affascinante»
usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort.
A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto,
gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro
della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per
i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi,
tutto è in balia del freddo e dell´umidità. Poi c´è la
"stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo
striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti
non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una
parte del tetto e chissà con l´aria che tira che fine
faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo -
che decorano gli angoli delle pareti esterne.
CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro
costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri
quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a
primavera, e poi? «Io spero che diventi un polo nautico e
multifunzionale, così com´era stato pensato», dice ancora
Boeri, «ottimista» ma forse non fino in fondo. Il vero
problema, però, l´opera che davvero preoccupa di più, è l´ex
ospedale militare. Sedicimila e
800 metri
quadri trasformati in un hotel di lusso.
Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte
ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un
accesso all´acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un´opera
da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro.
Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il
giorno e illuminata di notte con livide luci violette che
sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l´hotel. Il bando
di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto.
«A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così,
con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso
promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le
spalle l´assessore Zanchetta - e che c´era una catena
alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace». Intanto è
cresciuta l´erba davanti alla facciata che a prima vista
ricorda un po´
la Casa
bianca. C´è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e
fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico
di prendere in mano il "pacco" dell´hotel e levare
le castagne dal fuoco?
«La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza
dell´ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il
sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela
loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo
della Regione».
CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la
bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. «Volevamo
rilanciare quest´isola, farla decollare come una Davos
mediterranea - dice l´ex presidente della Regione Renato Soru
- e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio
turistico avulso dalla città». E se invece andasse male,
visto che l´aria non sembra delle più elettrizzanti? «Non
ci voglio nemmeno pensare.
Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno
sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo
che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che
eravamo su Scherzi a parte». Il non-G8 alla Maddalena è
costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati
risparmiati dopo il trasferimento all´Aquila). 209 milioni
sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d´amianto,
22 milioni solo per questo) e ristrutturare l´Arsenale. Dice
Soru: «Il colmo è che sono costruzioni compiute e
inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario,
e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo
alla Mita Resort - l´Arsenale. La Regione, proprietaria della
struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente
immobile».
CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è
andata di lusso. La base di gara per l´assegnazione della
gestione dell´Arsenale prevedeva una quota minima una tantum
di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore,
responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento
dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione
destinato alla Regione Sardegna.
Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e
canone da 600 mila euro l´anno alla Regione spalmato su 40
anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male
come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo
post-trasferimento all´Aquila). Che cosa ci faranno ancora
all´Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton).
«Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila
persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto»,
promette il manager Vasco De Cet.
DUBBI DA CHIARIRE
C´è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è
andata davvero l´assegnazione degli appalti? Il carabinieri
del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un´indagine
ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per
lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di
Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell´arcipelago-parco
naturale, ci sono due fari della prima metà dell´800 che
dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i
fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta
indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.
ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che
speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte
del maxi-investimento, oggi, non c´è nemmeno un assunto. Gli
unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i
23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la
sorveglianza dell´Arsenale. Domenica notte sono stati
liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort.
Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al
freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento.
Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. «Con
opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare
almeno 500 posti di lavoro. E invece niente». Luigi Plastina,
guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la
moglie, un forno da campeggio e l´acqua sotto i piedi. «Questo
è il mio G8».
[29-01-2010] |
ZAC! ZAC!,
COME TI TAGLIO I GIORNALI – IL GRANDE CARROZZONE DELLA
STAMPA A SPESE DEI CONTRIBUENTI TEME LA MANNAIA DEI TAGLI
ALL'EDITORIA – LA FNSI VEDE CONCRETIZZARSI L’INCUBO DI
CENTO TESTATE CHIUSE E MIGLIAIA DI GIORNALISTI DISOCCUPATI -
IL SEN. MURA (LEGA), GIÀ AMMINISTRATORE DELLA PADANIA,
RASSICURA: “C’È UN IMPEGNO DEL GOVERNO”…
Franco Adriano per "Italia
Oggi"
Bilanci in sospeso in assenza della
certezza delle risorse future. Banche che bloccano le linee di
credito finché gli amministratori delle imprese editoriali
non si presentano con in mano la lettera firmata dal
dipartimento dell'editoria. È suspense sul promesso e finora
mancato rientro dai tagli all'editoria, che potrebbe portare
cento testate giornalistiche a chiudere i battenti e più di
quattromila tra giornalisti e poligrafici a perdere il posto
di lavoro.
Ieri, l'Fnsi (Federazione nazionale
stampa italiana) con Mediacoop, Articolo21 e i cdr dei
giornali cooperativi, non profit e di partito, ha convocato
un'assemblea per valutare le conseguenze dei tagli
all'editoria dettati da una norma dell'art.2 (ex 53 bis) della
legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto
soggettivo dei contributi alla editoria.
Il punto è che il ministro
dell'Economia, Giulio Tremonti, e il sottosegretario alla
Presidenza del consiglio, con delega all'Editoria, Paolo
Bonaiuti, si erano esplicitamente impegnati in sede di
Finanziaria a risolvere il problema all'interno di un
successivo provvedimento, come per esempio il decreto
Milleproroghe. Ma fino a oggi l'impegno non è stato ancora
rispettato.
La Fnsi sostiene che «il ripristino
del diritto soggettivo è indispensabile per garantire le
certezze necessarie per una corretta gestione aziendale e
consentire agli amministratori delle società di programmarne
le scelte». Un problema non rinviabile nella fase di
preparazione dei budget annuali. Senza il diritto soggettivo,
infatti, si rende incerto l'ammontare dei contributi, non è
possibile appostarli nei bilanci aziendali, né è possibile
redigerli e certificare, determinando gravissime difficoltà
finanziarie, perché l'erogazione dei contributi viene
effettuata alla fine dell'anno successivo a quello di
riferimento.
Ma a che punto è la situazione?
Davvero il governo intende restare fermo operando una stretta
su un settore a così forte impatto mediatico in piena crisi
economico-finanziaria? Inevitabilmente, ieri, gli occhi dei
partecipanti all'assemblea Fnsi sono rimasti puntati sul
senatore della Lega Nord, Roberto Mura, componente della
commissione Comunicazione e trasporti del Senato, ma
soprattutto ex amministratore delegato della Padania, dunque
nella duplice veste di esponente della maggioranza e
interessato al mantenimento delle provvidenze.
«Non voglio dire che sono qui per
tranquillizzarvi», ha detto Mura, «né posso parlare a nome
del governo, ma di certo un impegno c'è stato e mi è stato
ribadito dai miei referenti nel governo». Quale sarà il
provvedimento legislativo che verrà utilizzato? Nessuna
soluzione è da scartare, secondo Mura. «Se c'è il via
libera politico, anche un emendamento al Milleproroghe può
andare bene». A questo punto occorre aspettare ancora qualche
giorno.
Il presidente della Fnsi, Roberto
Natale, ieri ha di nuovo gridato: «Non accetteremo il metodo
della liste dei buoni e dei cattivi calata dall'alto» pur
avendo ricordato, in polemica con la volontà di rigore del
governo, «che da anni la Fnsi denuncia che le regole attuali
accomunano giornali di partito veri e giornali di partito
inventati, testate vere e testate finte».
Intanto, ieri, tra maggioranza e
opposizione si sono affacciati nuovi motivi di polemica. Il
senatore del Pd, Vincenzo Vita, ha accusato il vice-ministro
Paolo Romani di voler accomunare l'Italia alla Cina e all'Iran
con la formalizzazione di una proposta «liberticida» per la
rete internet in Italia. Tra gli argomenti trattati in
assemblea anche la necessità di intervenire sulla spartizione
della torta della pubblicità attualmente troppo a sfavore
della carta stampata.
[14-01-2010]
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UNIVERSITA'-
QUESTIONE DI VALORI...
Cinque anni fa, l'intitolazione dell'aula magna della Lumsa a
Emilia Valori aveva lasciato di stucco più di un docente
dell'università cattolica di Roma. La madre di Giancarlo Elia
Valori, un tempo boiardo di Stato e oggi rappresentante della
spagnola Abertis in Italia (parcheggi e autostrade), aiutò
tanti ebrei a salvarsi dai nazifascisti e per questo è
ricordata nel Giardino dei Giusti.
Oltre ai
rapporti in Vaticano, però, Elia Valori è noto per la sua
trasversalità e per aver fatto parte della Loggia P2, dalla
quale Licio Gelli lo espulse per eccesso d'intraprendenza.
Nonostante la targa dorata 'Aula Emilia Valori' sia sempre al
suo posto, ultimamente l'organizzazione della Lumsa ha ripreso
a chiamare l'aula 'Giubileo', anche nei cartoncini degli
inviti ai convegni. Ripensamento o scarsa gratitudine nei
confronti di chi aveva probabilmente sottoscritto una generosa
donazione? (F.B.
29.12.09 |
Servizi,
servizietti e servizioni! - L'ombra di Silvio e l'intreccio
occulto che lega Don Verzé e Pollari: il “raffaeliano”
Pio Pompa teneva i contatti tra i due mondi, i suoi report
realizzati con spioni al soldo del Sismi riferivano
dell'attività dei magistrati anti Berlusconi - I suggerimenti
di Pompa per le nomine (Ferruccio Fazio) e per gli acquisti in
comproprietà San Raffaele/Sismi per "centri studi"
(nome in codice degli uffici Sismi) - “Pompa riferiva anche
degli incontri riservati dei magistrati con giornalisti e
politici”…
Marco Lillo per "Il
Fatto Quotidiano"
Un gruppo di mitomani convinti di far
parte di una setta di buoni ed eletti che doveva fronteggiare
il male come nei film di Harry Potter. A leggere le carte
finora segrete del covo di via Nazionale, l'ufficio segreto
del servizio militare Sismi, allora diretto da Nicolo Pollari,
c'è davvero da rabbrividire. Finora erano stati pubblicati
.dai giornali alcuni estratti delle decine di faldoni
sequestrati dalla Digos di Milano nel 2006.
"Il fatto quotidiano" ha
visionato le migliaia di pagine dell'inchiesta e da oggi
comincia a pubblicare una serie di articoli che provano a
tracciare un primo quadro dell'attività del servizio deviato
che ha operato in Italia dal 2001 al 2006. Gli appunti
sequestrati a Pompa dimostrano la sua ossessione per i
magistrati.
Dopo l'insediamento del Governo
Berlusconi nel 2001, grazie alle sue fonti sparse per gli
uffici giudiziali, era in grado di controllarne le mosse.
Impressionante un suo report del 2001. "da fonte certa
nella giornata di sabato 11 agosto 2001 si è avuta notizia
dell'acquisizione da parte dei magistrati inquirenti di un
elemento di prova circa la collusione tra persona politica di
primissimo piano (Silvio Berlusconi Ndr) e un magistrato
relativamente al processo SME, appellato in Cassazione.
Tale elemento di prova va riferito al
manoscritto, depositato agli atti dal magistrato in questione,
che nel giorno successivo al deposito veniva affiancato da una
copia dattiloscritta la cui redazione dopo apposita inchiesta
interna non risulta avvenuta come di regola presso gli uffici
giudiziari".
Pompa, in un italiano contorto, sta
girando ai suoi capi una presunta "notizia bomba" su
Berlusconi. Allora il premier era indagato con l'accusa di
avere corrotto i giudici della contesa sulla cessione della
Sme-Buitoni negli anni ottanta.
Da questa accusa il Cavaliere sarà
assolto con formula piena solo nel 2007 ma allora il caso lo
preoccupava molto. Pompa monitorava la questione e scriveva
nel suo report (probabilmente diretto a Nicolo Pollari, allora
numero due del Cesis, l'organismo di coordinamento dei
servizi) di avere saputo che i pm milanesi avevano trovato una
sorta di "prova regina" contro Berlusconi: un
documento manoscritto trovato negli atti del vecchio processo
SME dal quale si capiva che un giudice non era stato il vero
autore della sentenza Sme di allora, scritta in realtà da un
legale amico.
Scriveva Pompa nel 2001 :
"Pertanto si ritiene che tale documento (quello trovato
dai pm milanesi Ndr) possa essere stato dattilo-. scritto, in
periodo precedente al deposito, altrove e più precisamente
presso l'ufficio di un noto avvocato anch'esso coinvolto
nell'inchiesta". Pompa, con il suo appunto, probabilmente
riferisce a Pollari perché il suo capo riferisca al grande
capo di tutti: 11 presidente indagato. In quel periodo Pompa
è solo un consulente, ben retribuito da Pollari, e cerca in
tutti i modi di convincerlo ad assumerlo.
Non tutte le informazioni che veicola
sono buone. E magari questa sul caso Sme è imprecisa. Ma non
è questo il punto. Il dato inquietante è che un consulente
di un servizio segreto lavora per ostacolare la magistratura
nel suo controllo di legalità sul Governo. Nello stesso
report si parla anche del ministro Franco Frattini.
Scrive Pompa: "un ultimo elemento
informativo attiene ai contatti avuti dall'ex funzionario dei
servizi, dottore Vincenzo Chianese (tradotto in carcere
qualche giorno fa) con l'onorevole Franco Frattini. Tali
contatti telefonici sono stati intercettati e risultano ora
agli atti della magistratura inquirente. Qualora fossero resi
di pubblico dominio potrebbero determinarsi condizioni di
forte imbarazzo essendo il Chianese coinvolto nell'ambito
dell'inchiesta sui servizi deviati e l'onorevole Frattini ha
sponsorizzato la candidatura di Orofino (il generale Giuseppe
Orofìno, poi nominato vicedirettore del Cesis, l'organismo
che allora coordinava i servizi Ndr) per il vertice del
Sismi".
L'indagine "imbarazzante"
per Frattini era coordinata da un giovane pm sconosciuto, tale
Luigi De Magistris. Nulla sfuggiva a Pompa. Quando il pm
Felice Casson, (poi eletto in Parlamento con il Pd) si occupa
di un attentato firmato dalla sigla Nta a Venezia, Pompa
scrive a Pollari: " nella giornata di venerdì 10 agosto
2001 ci è pervenuta notizia da fonte certa che Casson,
titolare dell'indagine sull'attentato di Venezia, sta cercando
con ogni mezzo di attribuire la tentata strage all'eversione
di destra". Quando Gherardo Colombo chiede un fascicolo
ai suoi collaboratori, Pompa lo segnala.
Così se un politico di sinistra come
Massimo Brutti o una giornalista come Chiara Berie
D'Argentine, vanno a trovare il giudice Edmondo Bruti
Liberati. I pm per gli appunti di Pompa erano "bracci
armati" di un'area " sensibile " da controllare
e disarticolare. Quando vergava questi report Pompa lavorava
per don Luigi Maria Verzé, il sacerdote ormai 89enne che ha
creato un piccolo impero imprenditoriale anche grazie ai suoi
potentissimi agganci con la politica.
Proprio il sacerdote amico di
Berlusconi (che lo sta curando dai postumi della Madonnina) lo
aveva presentato a Pollari. Questo ex dipendente della Sip che
aveva tentato di fare l'imprenditore senza successo era
diventato così il perno dei rapporti tra mondi,
apparentemente lontani, come dovrebbero essere la Chiesa e i
servizi segreti. In questa maionese impazzita che è il
sistema di potere berlusconiano al governo da ormai un
decennio, quei due mondi si incrociano e fanno affari insieme.
Lo dimostrano i documenti sequestrati
a Pompa e diretti a don Verzé. Vi si parla di operazioni
immobiliari per centinaia di milioni di euro con gli amici
personali di Silvio Berlusconi come Renato Della Valle e poi
ancora di centri scientifici congiunti tra i servizi segreti e
il San Raffaele e di basi comuni della Cia e del Sismi.
Poco prima della nomina di Nicolo
Pollari a capo dell'intelligence militare, Pio Pompa scrive a
Don Verzé: "Caro presidente le invio un report inerente
le iniziative sulle quali potremo intervenire con maggiore e
puntuale efficacia immediatamente dopo la nomina dell'amico
N.". Dove N. sta per Nicolò Pollari. E poi segue un
elenco di sette "iniziative", come le chiama lui. Si
va dalla nomina di un dirigente del San Raffaele (l'attuale
viceministro alla salute Ferruccio Fazio) in una commissione
ministeriale all'acquisizione di Palazzo Rivaldi a Roma.
Al riguardo Pompa scrive a don Verzé:
"aggiungo inoltre l'interesse dell'organismo a cui è
destinato N. (il Sismi di Pollari Ndr) per un utilizzo
parziale tramite compartecipazione finanziaria finalizzato
alla creazione di un "centro studio" (nome in codice
degli uffici Sismi Ndr) in eventuale combinazione con il
corrispondente Organismo Usa (gestione degli aspetti sensibili
della Cabina di regia)".
In questa nota Pompa sembra proporre a
don Verzé di comprare a Roma un palazzo da destinare, in
parte con soldi pubblici, a sede congiunta dei servizi segreti
italiani e americani. Poi si passa al punto tré: "Mostacciano:
costituzione di un 'centro studi' (ancora! Ndr) utilizzando in
affitto la villa limitrofa al Parco Biomedico (il centro studi
del San Raffaele a Mostacciano, alla periferia di Roma Ndr).
Da tale struttura sarà anche
possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività
di ricerca e del business complessivo del parco come
prefigurato tra gli obiettivi da perseguire in considerazione
soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel
Romano". Anche in questo caso, Pio Pompa, nel 2001, prima
della nomina di Pollari a capo del Sismi, sta descrivendo
un'operazione che poi effettivamente anche se con modalità
differenti, sarà portata avanti dal Sismi e dal San Raffaele.
Accanto alla sede del Parco biomedico
del San Raffaele a Mostacciano, infatti, sorge una villetta
che in quegli anni era di proprietà della Fondazione di Don
Verzé e che, come ha raccontato Francesco Bonazzi in un
articolo de "L'espresso" nel 2006, è stata
affittata al Sismi per le sue attività segrete.
Preveggente, in quell'appunto
sequestrato in via Nazionale e agli atti dell'inchiesta, Pompa
allora scriveva che tutti gli affari in ballo, compreso il
campus biomedico di Castel Romano (che poi sorgerà nel 2002
vicino a Roma sempre sotto l'egida di Don Verzé e con la
benedizione di Berlusconi) erano legati alla nomina di Nicolo
Pollari al Sismi e aggiungeva: "in tal senso abbiamo la
possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia
resi disponibili dall'amico N. con i vertici del Polo
tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli
organismi deputati al finanziamento e alla ricerca". La
nomina di Pollari era funzionale a tantissimi altri affari.
Pompa scrive: "la crucialità di
acquisire da parte di N. la direzione dell'importante
organismo a lei ben noto per noi Raffaeliani consiste nella
possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di
consolidamento economico e di sviluppo futuro attraverso
interventi che potranno assumere la seguente
articolazione". E poi giù un elenco di dieci attività
in Italia e una mezza dozzina all'estero.
Per i pm milanesi "l'attività
che emerge dal contenuto di tali documenti sequestrati non
appare in alcun modo riconducibile alle finalità e competenze
istituzionali del Sismi". Ma al pm di Perugia Sergio
Sottani, che ha ricevuto gli atti per competenza, .il
presidente del Consiglio ha opposto il segreto di Stato. Il
premier ha negato le informazioni chieste dal pm: "allo
scopo di evitare danni gravi agli interessi individuati
dall'articolo 39 comma 1 della legge". Cioè
"l'integrità della Repubblica". Chiunque può
giudicare se le attività di pompa, Pollari e don Verzé sono
degne di questa tutela.
[30-12-2009] |
|
“PEDINATE
SISSI, È ANTISOCIALISTA” – L’IMPEGNO MILITANTE CONTRO IL
REGIME COMUNISTA DELLA DDR MISE ROMY SCHNEIDER NEL MIRINO DELLA
STASI - I SERVIZI SEGRETI DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA
APRIRONO UN FASCICOLO SULL’ATTRICE AUSTRIACA CON L’OBBLIGO DI
SEGUIRLA OGNI VOLTA CHE ENTRAVA NELLA GERMANIA EST (E FORSE ANCHE
FUORI)…
Danilo Taino per il "Corriere
della Sera"
Diavolo d'una Stasi, non si lasciava
sfuggire nessuna occasione. Spiava anche Romy Schneider, una delle
attrici di lingua tedesca più affascinanti della storia del cinema.
L'interprete, giovanissima, del film sull'imperatrice d'Austria
Sissi era impegnata politicamente contro la tirannia dello Stato
socialista della Germania dell'Est ( Ddr) e quindi la polizia
speciale del ministero della Sicurezza del regime decise di metterla
sotto controllo: sulla base di un' ordinanza del 1976, ogni volta
che fosse entrata nel territorio della Ddr avrebbe dovuto essere
pedinata e tutti i suoi movimenti e incontri essere registrati. Così
avvenne fino al 7 giugno 1982, una settimana dopo la morte
dell'attrice probabilmente per suicidio (non collegato all'attività
della Stasi).
Il dossier riguardante Romy Schneider
è stato rivelato ieri dal quotidiano popolare Bild e confermato
dalla Birthler Behörde, l'autorità tedesca che cura gli enormi
archivi della Stasi, chilometri di rendiconti dello spionaggio
socialista.
L'attrice, nata a Vienna nel 1938 con
il nome Rosemarie Magdalena Albach, entrò negli Anni Settanta nello
Schutzkomittee Freiheit und Sozialismus, che si occupava delle
libertà democratiche represse nella Ddr. Non una semplice aderente
ricca e famosa che poteva finanziarne le attività: in qualche modo
una militante.
La vita, sentimentalmente tormentata e
negli anni successivi drammatica, l'aveva portata a frequentare
ambienti intellettuali europei che si battevano per la libertà,
fosse essa di destra o di sinistra, soprattutto tra Germania,
Francia e Italia, dove girò numerosi film, dalla "Califfa"
di Alberto Bevilacqua a "Ludwig" di Luchino Visconti.
In questo ambiente, aveva potuto fare
proselitismo per la causa delle violazioni dei diritti civili nella
Ddr: tra i nomi famosi che coinvolse, l'attore francese Yves Montand
e lamoglie Simone Signoret. Erano anni di grandi battaglie
ideologiche e la Stasi ritenne che l'attrice fosse un elemento
antisocialista pericoloso da tenere d'occhio. Nel 1978, al suo
fascicolo fu aggiunto l'ordine di seguirla e di annotarne i
movimenti ogni volta che fosse entrata nella Germania dell'Est (e
forse anche fuori da questa).
[22-12-2009]
|
DUE POLTRONE
PER UNO – PARA PONZI PONZELLINI NON MOLLA IL VERTICE BPM E LA
PRESIDENZA DEL GENERAL CONTRACTOR DI IMPREGILO (ED È VICE DI INA
ASSITALIA) – INTANTO LA HOLDING DI FAMIGLIA ATTINGE ALLA RISERVA
STRAORDINARIA PER COPRIRE LA PERDITA 2008. MA GRAZIE ALL’AMICO
TREMONTI (DL ANTICRISI) PUÒ RIVALUTARE I SUOI BENI IMMOBILI (2,8
MLN €)…
John
Hawkins per
"Soldi"
Proiettato da
Giulio Tremonti alla presidenza della Banca Popolare di Milano,
Massimo Ponzellini, il banchiere bolognese "glamour" che
indossa gli occhiali della storica marca (François Pinton) che
portava Aristotele Onassis, non dimentica gli affari di famiglia.
Peccato che la
Penta Spa, holding finanziaria e immobiliare presieduta dal fratello
Alberto, abbia dovuto vedere qualche giorno fa i soci attingere alla
riserva straordinaria per coprire la perdita 2008 di 264.599 euro
che si raffronta con un miniutile di poco più di 35.000 euro
dell'esercizio precedente.
Pochi sanno,
infatti, che i Ponzellini controllano una holding diversificata:
Penta vanta immobilizzazioni salite dai 6,22 milioni del
2007 a
18,01 milioni perché è stata incorporata la San Luca srl; mentre
il patrimonio netto è salito da
7,34 a
11,2 milioni.
Del totale
immobilizzato ben 7,77 milioni di euro sono gli asset immobiliari
che comprendono diversi terreni e fabbricati, tutti a Bologna,
tranne una multiproprietà a Porto Cervo. E i Ponzellini, grazie al
dl anticrisi varato dal governo Berlusconi e firmato dall'amico
Tremonti, hanno potuto rivalutare i propri beni immobili di 2,88
milioni di euro.
Tra le
partecipazioni di Penta spiccano il 49% di Wegaplast, il 96,16% di
Industrie Grafiche srl, il 31,66% di Immobiliare Perticone al Corso
e il 10% di MB di Sviluppo Industriale.
Durante il
2008 i Ponzellini si sono comprati anche il marchio d'impresa
Ottagono che pubblica dal
1966 l
'omonima rivista, una delle più autorevoli di architettura e
design. Nella holding dei Ponzellini i debiti verso banche sono
lievitati da 69.231 euro a 2,4 milioni (nel consolidato da
5,98 a
7,89 milioni), mentre la Bnl (di cui Massimo Ponzellini è stato
consigliere) ha erogato un finanziamento di 500.000 euro e un mutuo
passivo assistito da ipoteca per oltre 1 milione.
E sempre con
Bnl la Penta ha chiuso nel corso del 2008 un contratto derivato
"interest rate swap OTC" del valore nozionale di 963.720
euro. Massimo Ponzellini, un tempo vicinissimo a Romano Prodi, dopo
l'ascesa alla presidenza di Bpm ha ospitato il mèntore Tremonti in
diverse occasioni, culminate nel convegno in cui il ministro ha
tessuto l'elogio del "posto fisso".
Il 59enne
banchiere, sposato con la "signora del caffè" Maria
Segafredo, ha recentemente organizzato un grande party nei saloni
dell'istituto popolare a Piazza Meda ed è stato visto alla prima
della Scala. Al vertice di Bpm, Ponzellini non ha comunque mollato
la presidenza del general contractor Impregilo e nemmeno la
vicepresidenza di Ina Assitalia (gruppo Generali).
[17-12-2009]
|
IL TRISTE E
SOLITARIO TRAMONTO DI VITTORIO - NEANCHE I POP CORN VENGONO LASCIATI
A CECCHI GORI: REQUISITI I FONDI DELLA SOCIETÀ CHE RIFOCILLAVA GLI
SPETTATORI DEI CINEMA – DELL’IMPERO FONDATO DAL PADRE MARIO
RESTA SOLO UN DESOLANTE PATRIMONIO IN SVENDITA – IERI L’OFFERTA
DI MASSIMO "VIPERETTA" FERRERO: 59,5 MLN € PER TUTTO IL
CUCUZZARO…
Malcom Pagani per "Il Fatto
Quotidiano"
La cassiera si è fermata a Eboli. Al
cinema di provincia dei film di Tornatore. Un cantuccio buio, ciò
che resta del giorno, lo sbando di un'antica sala nel centro di
Roma, con le pozze d'acqua per terra, i cessi inagibili e un freddo
contro il quale le decine di persone strette al centro
dell'edificio, seguendo l'istinto al pari della fisica, nulla
possono.
Domenica romana d'autunno. Cinema
Empire. Johnny Depp sullo schermo, una maschera annoiata che prima
di emettere il biglietto sibila: "Manca il gasolio, vuole
entrare lo stesso?", la fotografia più nitida di un crollo
senza resurrezione. Soltanto dieci anni fa, la vita era bella. Ai
tempi di Roberto Benigni, della sua favola capace di sovvertire la
storia e degli Oscar assegnati in una notte losangelina, con i due
toscani abbracciati. Ancora felici.
Del gruppo Cecchi Gori, rimangono
reliquie. Stritolato da un crac da oltre 1000 miliardi di lire,
assalito dai creditori, costretto a mettere sul piatto case,
macchine, uffici, library e esercizi, quella che fu la più grande
industria cinematografica italiana del dopoguerra (350 opere,
Antonioni, Fellini, Scola, Troisi, Olmi, Salvatores) muore senza
eutanasia. Giorno dopo giorno.
Il colpo decisivo, sferrato all'inizio
del nuovo Millennio. Quando anche Geronzi, che pure lo aveva
sostenuto, si eclissò al momento opportuno. Tragicomiche avventure
a Montecitorio precedute da viaggi elettorali siciliani per cui non
sarebbe bastata la penna di Sciascia. Transazioni economiche
fallimentari (sempre a danno di Vittorio e con il concorso della
stessa politica). Amori da copertina cui offrire in pasto baby doll,
showgirl, droga scambiata per zafferano, pigiamini di seta bianca e
confusione.
Arresti: "Voglio morire ma da
solo non ce la faccio, aiutatemi con un'iniezione letale",
accuse, distrazioni di fondi, bancarotte fraudolente. I propositi di
risalita, puntualmente disattesi. Allora, Cecchi Gori deteneva oltre
l'80 per cento della settima arte prodotta tra Aosta e Capo Passero.
Registi alti e autori popolari, giovani promesse e comici di ogni
risma. I Leoni d'oro e gli eroi dell'assalto natalizio al
botteghino. Non si faceva nulla se non desiderava Vittorio e il
figlio di Mario, il patriarca burbero che all'erede "il mì
bischero", lasciò fortuna e redini, voleva spesso.
Una specie di bulimia. Generoso e
morbido, itterico e caporalesco, eccessivo e barocco, con il
complesso dell'eredità paterna e la presunzione maldestra di
potersela cavare in prima persona. Quando cacciò Radice,
l'allenatore che i maligni sussurravano avesse disturbato l'intimità
familiare, eruttò: "Io sono laureato, sa?".
Poi, prima che Paolo Virzì fosse
sequestrato in albergo per mancanza di fondi durante la lavorazione
di "My name is Tanino", e altri autori si strappassero i
capelli tra progetti accantonati e set smontati, una visibilità
assoluta e ricercata. Pedicure d'alto bordo su yacht da emiro per
estati senza risparmio in Costa Smeralda, donne con personalità
feroce (Maria Grazia Buccella, Rita Rusic, sposata nell'83, dopo
averla incontrata sul memorabile "Attila flagello di Dio",
con cui ebbe un figlio e da cui, oltre ad alcune notevoli scoperte,
ricevette un'ingiunzione per 2000 miliardi delle vecchie lire), un
tracciato di multiplex, da far invidia alle multinazionali estere.
Adesso, mentre sul sito del gruppo, in
luogo delle novità editoriali, appaiono gli avvisi lampeggianti
delle aste giudiziarie e a Fontanella Borghese, anche i truffatori
di professione (che nel momento del declino, si affacciarono come
cavallette) si sono stancati di bussare, un rumore di niente.
Antonio Skármeta, lo scrittore cileno
de "Il postino", aspetta invano che le buone intenzioni
espresse da Vittorio davanti a un tramonto in laguna nel settembre
del 2006, diventino immagini. "Ricomincio, vedrete, il prossimo
film sarà ‘Il ballo della vittoria' di Trueba". Nulla. il
romanzo di una dinastia pare arrivato all'ultimo capitolo. Vittorio
sogna un film sulla sua vita che tenga conto del particolare
accanimento riservatogli: "Vorrei intitolarlo ‘Il complotto'
o meglio ‘Senza vergogna - il caso Cecchi Gori'".
Intanto il telefono ha smesso di
squillare e gli amici di un tempo, quelli pronti a ridere a comando,
a omaggiarlo senza ritegno, a partecipare ai banchetti e a farsi
pagare trasvolate, alberghi in Costa Azzurra e sceneggiature
remunerate a peso d'oro, hanno fiutato l'aria salata, scomparendo
dal quadro uno a uno. A Roma, il collegio dei liquidatori aveva
innescato in maggio la procedura per ripianare i debiti provocati
dal fallimento del forziere Finmavi dell'ottobre 2006.
All'asta undici sale, dall'Adriano
all'Atlantic, 31 schermi, il più importante circuito della città.
Quasi 83 milioni di euro di valore complessivo stimato, oltre a tre
strutture chiuse da anni, lo storico Volturno (nave scuola per
generazioni di militari in cerca di un'ora di proibita evasione), l'Excelsior
e il New York. Dichiarate insufficienti le prime offerte, la realtà
ha continuato a innaffiare il proprio corso e come spesso accaduto
gli affluenti hanno inquinato la precaria ansa del fiume Cecchi Gori.
Sulla vendita dei beni (in certi casi
proprietà degli immobili, in altri solo dell'esercizio
cinematografico) si addensa la nebbia. Gli acquirenti (in ballo
anche altre proprietà che furono di Vcg in Toscana, a Bari e a
Torino) avrebbero dovuto impegnarsi a mantenere per tre anni i
livelli occupazionali e a non cambiare la destinazione d'uso. Niente
supermercati, né parcheggi.
Poco spazio vitale per le
speculazioni. Forse per questo le offerte (si parlava di Benetton)
si sono fatte attendere. Sulle centinaia di dipendenti del settore
(costo del lavoro, ritardo negli stipendi e alto numero di
impiegati, i problemi) aleggiano nubi minacciose. Per questa ragione
(garantire continuità), era intervenuta anche una delibera comunale
volta a lasciare la possibilità di riservare il 50% della cubatura
ad attività commerciali.
Quando sembrava che i tempi dovessero
allungarsi, proprio l'altro ieri, Massimo Ferrero, proprietario di
Global Media, di quote di "Circuito Cinema", con attività
miste tra settore alimentare e celluloide, si è impegnato a versare
59,5 milioni di euro a Ludovico Zocca, il custode giudiziario della
Cecchi Gori cinema e spettacolo. Tre milioni già erogati, altri
sette alla fine di dicembre. Ulteriori 49,5 entro i successivi sei
mesi. Molti soldi, col sospetto che dietro, celato, si nasconda più
di un investitore.
Togliere l'Adriano a Cecchi Gori,
significa abbatterlo definitivamente. Sottraendo al pesce risalito
in superficie, acqua, aria e denaro fresco. Oggi, mentre il curatore
fallimentare gestisce gli incassi delle sale e l'antico
collaboratore, uno degli ultimi rimastigli fedeli, Leandro Pesci,
accantona tagli vari per sanare i debiti e pagare i lavoratori,
Cecchi Gori, abbandonati gli arresti domiciliari piovuti nel luglio
2008, vola in America alla ricerca di una speranza nuova.
Ricominciare all'estero, portando
avanti la causa con la Merryl Lynch e quella riguardante Seat-Pagine
Gialle col duo Pelliccioli-Colaninno, ancora in auge in Piazza
Affari. Partite ancora aperte, con un finale incerto.
Mentre gli avvocati preparano il
disperato tentativo di stupire, a Vittorio hanno tolto anche i Pop
Corn. Gelati, bibite e panini, rappresentano il 20 per cento
dell'incasso di una sala. Soldi che dopo il sequestro di una società
di catering riconducibile a Cecchi Gori, sono venuti a mancare
proprio nel momento meno adatto. "Ho parlato di calcio e mi
hanno fatto fuori, ho preso due televisioncine (Mtv e Telemontecarlo,
ndr) e mi hanno ucciso. Il potere non metabolizza le persone per
bene".
Il sistema aveva pensato a forme di
ammortizzatori sociali per i dipendenti delle sale a rischio
licenziamento (attualmente non esistono, possono andare in mobilità
ma senza assegno), a una vendita in blocco che evitasse di far
scegliere tra sale potenzialmente remunerative e immobili con meno
appeal. Tutto cancellato dalla mossa di Ferrero che con 25 milioni
in meno di quanto preventivato, rischia di mettere le mani su un
patrimonio in desolante svendita.
Intanto Vcg, forse per la prima volta,
conosce la fatica. Sequestrate le case di Londra e l'appartamento
sulla Quinta strada a New York, intatta la speranza di una
riemersione che però appare ogni giorno più complicata. A
qualcuno, produttori indipendenti in testa, manca il suo entusiasmo
senza regole. Altri rimirano i nuovi assetti e non lo rimpiangono.
In mezzo c'è Vittorio, bambino come
quando recitava ne "Il Sorpasso", uomo sorpreso nel mezzo
del cammino da una tempesta perfetta per tutti, tranne che per lui.
Del tycoon che agognava il terzo polo, anelava il superamento, non
esclusivamente fisico di Berlusconi "siamo entrambi alti 167
centimetri, però lui ha il tacco" e quando osservava l'Arno
sporco, si era messo in testa la meravigliosa idea di depurarlo,
rimangono i pezzi della "casa di cristallo" che un giorno,
senza preavviso, si trasformò in inferno. Vittorio naviga senza
rotta. In fondo ha fatto male solo a se stesso. Mentre chi ne
foraggiò la megalomanìa, spesso ha seminato in Borsa illusioni,
morti e feriti.
[27-11-2009]
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SOTTO A CHI
SBROCCA: RICATTONE A LUCI ROSSE ALLA MUSSOLINI - SECONDO IL SITO
NO-GLOBAL INDYMEDIA ESISTEREBBE UN VIDEO CHE RITRAE LA DUCIONA IN
AMPLESSO CON IL LEADER DI FORZA NUOVA ROBERTO FIORE - IL FILMATINO
HARD ERA STATO OFFERTO AL "GIORNALE" CHE L'AVEVA RIFIUTATO
Gianni Pennacchi per Il
Giornale
Roberto Fiore
Vedi che ad innescare il ventilatore,
gli schizzi giungono dappertutto e senza fine? Andrebbe ricordato a
quanti hanno acceso il caso Noemi e poi il rosario (laico e
progressista, s'intende) delle escort e dei festini.
Quando si stappa l'ampolla dei veleni
si spalancano voragini di miasmi, il vaso di Pandora diventa un
soprammobile inoffensivo, e la politica più che imbarbarirsi si fa
nauseante. Vi sembrava che col caso Marrazzo si fosse toccato il
fondo di questa malapolitica fatta di ricatti, misteri, vergogna e
violenza all'anima delle persone? Che le faide a colpi di
rivelazioni intime fossero giunte finalmente al termine? Niente da
fare, ora il ricatto hard tenta di colpire a destra e getta fango su
Alessandra Mussolini.
Tant'è che ad oscurare il virtuale
vortice di filmati che continua a gravare sul già frantumato
governatore del Lazio, ecco spuntare il fantasma di un altro filmato
che «incastrerebbe» la presidente della Commissione Bicamerale per
l'infanzia e Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.
Anche al Giornale è stato offerto
telefonicamente un tale video. Abbiamo risposto di no, non ci
interessava nemmeno visionarlo. Ieri però, in Transatlantico ha
preso a circolare un lancio di indymedia, un sito dell'area no
global, dal chiaro intento ricattatorio nei confronti di Fiore e
della Mussolini. Fango su di loro, probabilmente in vista delle
elezioni regionali. Con qualche schizzo che colpisce anche Il
Giornale, e per questo siamo costretti a parlarne.
Dunque, esisterebbe un video che
ritrae i due in intimità - «sesso esplicito» scrive indymedia -
nella sede romana di Forza Nuova. Le immagini sarebbero state
registrate dal circuito interno di videocamere; e colui che sta
contattando «diversi giornalisti» per vendere il filmato, anche «ad
alcuni giornalisti Rai e agli ambienti ex An di Milano e Roma»,
sarebbe un «ex stretto collaboratore di Fiore, già responsabile
della sua sicurezza».
Il filmato sarebbe «ancora in
circolazione e in vendita», dice la nota aggiungendo che la
proposta è arrivata anche «alla redazione de Il Giornale, che ha
potuto visionare il filmato». E almeno questo, noi possiamo
garantire che non risponde al vero. Ci hanno telefonato e abbiamo
detto che no, questa storia non ci interessava né punto né poco.
Ieri sera abbiamo cercato l'onorevole
Mussolini, che ha rifiutato qualunque commento o dichiarazione. Più
che comprensibile: dopo il colpo di quella sentenza sul film romeno
che l'ha ferita e offesa, questo annuncio di video è un'incitazione
al massacro umano, ancor prima che politico.
Roberto Fiore invece ha reagito con
fermezza, bollando questa vicenda come «una bufala ridicola»,
spacciata «da una fonte totalmente inaffidabile», condita di «falsi
clamorosi». Uno, a suo dire, è quello del «circuito di
videocamere per la sicurezza interna» nella sede di Forza Nuova.
L'altro «falso», è che Il Giornale avrebbe visto il filmato. E
almeno su questo, concordiamo con Fiore.
alessandra mussolini sex03
[27-11-2009]
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GIORNALI FINTI, SOLDI (DEI CONTRIBUENTI) VERI – IL SOLITO SCANDALO
AL’ITALIANA CHE NON SCANDALIZZA PIÙ NESSUNO: 220 MLN € CHE TUTTI GLI
ANNI FINISCONO NELLE TASCHE DI EDITORI E TESTATE CHE NON HANNO MERCATO –
UN CLASSICO “IL CAMPANILE” MASTELLIANO: UN SACCO DI SOLDI DI
CONTRIBUTI E TIRATURE TUTTE DA DIMOSTRARE…
1 - SOLDI A PALATE PER GIORNALI FINTI
Stefano Feltri per "Il
Fatto Quotidiano"
Duecento milioni 776mila euro. La salute della finanza pubblica
italiana non dipende certo dai finanziamenti statali ai giornali, però
si tratta pur sempre di un quinto di miliardo. Chi avrà la pazienza di
leggere le tabelle che pubblichiamo oggi (le ha rese note il governo e
Radio Radicale le ha rilanciate nella sua campagna per ottenere il
rinnovo della convenzione con il ministero dello Sviluppo economico)
scoprirà testate introvabili da tempo in edicola che continuano a
incassare milioni di euro e quotidiani locali che se ne accaparrano
centinaia di migliaia.
Perfino giornali diffusi all'estero e pubblicazioni specializzate in
cavalli e scommesse o storici quotidiani che tutti pensavano scomparsi
con la prima Repubblica riescono ad avere oltre due milioni e mezzo
(ciascuno) di soldi dei contribuenti.
È solo uno dei mille rivoli in cui finisce quella spesa pubblica che
adesso, rotta la diga del rigore contabile (qualcuno dice immobilismo)
del ministro Tremonti, dovrebbe essere rilanciata cambiando la
Finanziaria. Però è una buona sintesi di problemi più generali: i
giornali sovvenzionati competono con quelli che vivono di sole vendite
in un mercato dopato che premia, come di frequente nel capitalismo di
relazione italiano, gli appoggi politici e non l'efficienza
imprenditoriale, la capacità di costruire rapporti e non quella di
trovare lettori paganti.
Non è solo una questione di libertà (e qualità) dell'informazione,
ma anche di soldi: quanti altri esempi ci sono come questo tra le pieghe
del bilancio? Duecento milioni 776mila euro non risolvono tutto, ma
visto che il denaro è fungibile, basterebbero per sbloccare i progetti
di ricerca che, come ha raccontato "Il Fatto", invecchiano
aspettando finanziamenti ministeriali, per stabilizzare i precari nella
scuola, o - non sia mai - per ridurre quel debito pubblico il cui costo,
notizia di ieri, sta ricominciando a salire e che diventerà sempre più
difficile da gestire nella crisi.
Ma i governi, non solo questo, preferiscono le spese discrezionali,
che danno potere di ricatto costante a chi tiene i cordoni della borsa.
E quando si tratta di giornali da cui dipendono la conoscenza e le
opinioni necessarie per deliberare (Luigi Einaudi) il danno è maggiore.
2 - SIAMO TUTTI EDITORI - IL CONTRIBUENTE ITALIANO PAGA OLTRE
200 MILIONI, SPESSO A TESTATE FANTASMA
Beatrice Borromeo per "Il
Fatto Quotidiano"
In questi giorni la campagna di Radio Radicale per evitare la
chiusura (scade la convenzione ministeriale) ha riaperto il dibattito
sui finanziamenti pubblici all'editoria. Sono stati recentemente resi
noti i dati dei contributi erogati nel 2008 in riferimento al 2007: si
tratta di 200 milioni 776 mila euro. Sono 32 le testate che hanno
ricevuto più di 2 milioni e mezzo di euro di finanziamento.
Il Fatto Quotidiano, ha volontariamente rinunciato a questi
finanziamenti. Il professor Marco Gambaro, esperto di media e
comunicazione dell'università Statale di Milano dice:
"Complimenti, scelta coraggiosa. Questi finanziamenti sono uno
spreco di soldi pubblici". E aggiunge: "É una scelta
solamente politica che serve a far sopravvivere giornali che non
vendono".
Oggi gli aiuti a un organo di stampa vengono concessi con queste
regole: ne beneficiano le testate espressione di partiti e movimenti
politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare (spesso costituito
con l'unico scopo di ottenere i finanziamenti) in una delle camere o nel
parlamento europeo, i quotidiani editi da cooperative giornalistiche o
la cui maggioranza sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti
morali. Attingono ai contributi anche le imprese radiofoniche o
televisive, sempre a patto che siano organi di partito politico.
"Oggi si finanzia in base alle copie che il giornale tira -
continua il professor Gambaro - non di quelle che vende. Il risultato è
che ne vengono stampate tantissime e ci sono ogni giorno rese enormi.
Questo sistema è completamente sbagliato: è ingiusto e soprattutto non
efficiente. I giornali che vendono due o tremila copie non hanno senso
di esistere".
É vero però, ribattono gli interessati, che da molti piccoli
giornali arriva un contributo al dibattito italiano. Da l'"Unità"
al "Foglio", dalla "Padania"
all'"Avvenire". É una ragione valida per salvarli? "Il
loro peso nel dibattito - risponde il professore - in realtà è minimo.
Sono giornali che non hanno mai delle esclusive, o delle notizie
importanti".
Il professor Gambaro suggerisce una possibile alternativa al modello
attuale: "Io credo nel mercato, bisogna lasciar morire chi non
vende abbastanza copie per sostenersi. Per il dibattito delle idee c'è
un'alternativa economia alla portata di tutti. Internet può dare spazio
ai diversi punti di vista riducendo quasi a zero i costi: si guardi
all'esperienza del sito di economisti lavoce.info, è autorevole e
influente e costa poco".
Nella classifica dei giornali finanziati dallo Stato ci sono testate
come "Linea", "Cronacaqui.it", "Il Globo"
e addirittura "Sportsman, cavalli e corse". Quest'ultimo si
aggiudica 2 milioni 530mila euro all'anno. E anche altri ottengono cifre
analoghe. Se li si vuole comprare in edicola però, non è facile
trovarli.
"Il Globo - spiega Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale e
storico conduttore della rassegna mattutina "Stampa e regime"
- era una gloriosa testata economica, molti anni fa . Oggi sinceramente
non ho idea di cosa sia diventato. Con questi finanziamenti si generano
anche situazioni decisamente imbarazzanti: perché viene sostenuta, per
esempio, la Gazzetta di Forlì ma non quella di Cesena? Tutto questo
sarebbe ridicolo se le cifre non fossero così ingenti".
Anche Bordin si schiera contro i finanziamenti pubblici, ricordando
che Radio Radicale aveva promosso un referendum per abolirli: "I
finanziamenti sono indecorosi. Ma allo spreco di denaro pubblico,
dopotutto, siamo abituati. Il vero scandalo è che vengano finanziati i
partiti".
É anche vero, come ricorda il giornalista, che la stessa Radio
Radicale usufruisce dei soldi pubblici: "La differenza sta nel
fatto che noi possiamo documentare la destinazione del denaro fino
all'ultimo centesimo. Non facciamo una ‘distrazione' di fondi, come
molti altri: le truffe sono continue. Leggendario rimane l'esempio del
quotidiano 'il Campanile' dell'Udeur, il partito di Clemente Mastella.
Prendevano moltissimi soldi in base a tirature tutte da dimostrare.
Oppure un giornale che si chiama "La voce repubblicana":
neanche l'edicolante sa che cosa sia".
[28-10-2009]
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DA VOGHERA A ROMA, L’IRRESISTIBILE ASCESA DI UNA DONNA A FORMA DI
SALOTTO - MARIA GIRANI IN ARTE MADAME ANGIOLILLO MAI SPOSò RENATO, IL
FONDATORE DEL 'TEMPO' - SALì SUL TRONO PIU’ ALTO DEI SALOTTI QUANDO
NEGLI ANNI '90 SANDRA CARRARO ABDICò A SUO FAVORE PER COMPIACERE IL SUO
FIGLIOCCIO DI CARTA GIANNI LETTA - (LETTA, AVVOCATO E CORRISPONDENTE DE
"IL TEMPO" DALLA NATIVA AVEZZANO, ERA ENTRATO NELLE GRAZIE DEGLI
ANGIOLILLO: TRASFERITO A ROMA COME SEGRETARIO DI REDAZIONE SI TROVò
CATALPUTATO ALLA DIREZIONE, DOPO LA SCOMPARSA DI RENATO) -
"In questo momento
non mi pare che (...)
il gusto domini
incontrastato; non
si è estinto, ma è
dilaniato tra fazioni
diverse: c'è il partito
dei petis mâitres, quello
delle frivole pettegole...
Non lasciarti sopraffare"
(Lord Chesterfield)
2. CHI SERVE E CHI APPARECCHIA
Irma de Polignac per Dagospia
Venerdì mattina 16 ottobre, il sole inonda una Roma tersa e freddina
mentre raggiungo a piedi la Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte per
l'ultimo saluto alla Maria-Saura. E per capire se tra le dame presenti
al rito funebre, contrite e imbellettate per non sfigurare davanti
all'obiettivo impietoso di Umberto Pizzi, incontrerò la pretendente a
quella che è stata definita la regina dei salotti romani.
Anche se la sera prima, al ristorante "il Bolognese", un
collega di lungo corso mi aveva messo in guardia: "Penso si tratti
di un falso problema. L'ascesa di Maria al trono, in realtà si è
compiuta soltanto dopo l'avvento della seconda Repubblica. E,
soprattutto, con l'arrivo a palazzo Chigi di Silvio Berlusconi e del suo
figlioccio di carta, Gianni Letta. Siamo a circa metà degli anni
Novanta.
Nel frattempo alcune signore, penso a Guya Sospisio e alla
giornalista parlamentare Chantal Dubois, già avevano riconvertito i
propri tinelli con la parola d'ordine: fuori i liberali Altissimo, De
Lorenzo con al seguito i socialisti craxiani, dentro gli Unni di Bossi e
i giustizialisti di An.
Non dimenticare poi - aggiunge l'amico -, che negli anni Ottanta lo
scandalo P2 aveva travolto tutto, compreso il già malandato e sdrucito
salotto di Maria. Dunque - conclude - l'incoronazione dell'Angiolillo
non è avvenuta per via diretta, ma per abdicazione di sua altezza
reale, Sandrina Carraro, che adesso giustamente sul Corrierone di Roma
neppure vuol sentir parlare di eredità.
Per lunghissimi anni, infatti, Sandra è
stata la regina indiscussa della salotteria d'alto (e basso) lignaggio
romano. Ricevendo da Gianni Agnelli a Richard Gere (ma avremo tempo di
tornarci su) nella sua ineguagliabile dimora, l'Accademia dell'Arcadia
al Gianicolo. Un alloggio da favola di proprietà del Comune, una volta
abitato da Suni Agnelli. Anche il Villino Giulia, occupato dall'Angiolillo,
come ha rivelato Dagospia, è di proprietà dell'Inps, quando si dice il
caso".
Mentre provo fatica a immaginare Sandra Carraro Alecce, sposata con
il banchiere Franco, nei panni di un Edoardo VIII che rinuncia al trono
per sposare la divorziata Wallis Warfield Simpson, la prima figura che
incontro sotto la cupola della basilica decorata dal Marini, è quella
imponente e gagliarda di Marione D'Urso.
Il finanziere (per mancanza di prove) amico dell'Avvocato, mi saluta
da lontano roteando all'insù dei suoi occhi ridenti. Un cenno d'intesa
che mi riporta alla mente una sua feroce battuta. Uscitagli di bocca
quando una signora, a bruciapelo, gli aveva chiesto, troppo curiosa:
"Ma che lavoro fa il figlio della Maria Angiolillo?". La sua
fulminante risposta, pensando all'età inconfessabile della madre, fu
bruciante: "Ma cara, il pensionato!".
Il figlio di primo letto di Maria Girani, si chiama Marco, ha due
figli e svolge la sua attività professionale a Milano. Dunque,
nonostante le cronache sulla defunta non ne abbiamo fatto cenno, è
Girani, nata a Voghera nel 1928, il cognome originale della scomparsa.
Almeno prima d'incontrare (e amare) giovanissima, senza mai impalmarlo,
il fondatore del "Tempo", Renato Angiolillo.
Molto più grande di lei, ma certe cose non andrebbero sottolineate
tra signore, essendo nato nel 1901. Dopo la sua uscita di scena (1973),
Maria riuscì comunque (e non si sa come) a conservare il cognome del
suo mancato sposo.
Ma chi era Maria Girani? Sicuramente una di quelle "fanciulline
scatenate o svampite" di Voghera la cui stagione giovanile è
rievocata amabilmente da Alberto Arbasino nel suo libricino adelphiano
"Le piccole vacanze". Poi per alcuni di loro, provinciali del
dopo guerra, ci fu la fuga verso la Capitale. E all'inizio della nuova
avventura anche la rampante Maria, allora poco più che ventenne, forse
sarà stata colta, come racconta Arbasino, "dalla vastità di
Roma".
Una città che "mi ammazza (...) mi sembra di non riuscire a
inserirmi", annota ancora Alberto. Ma tra i caffè di piazza del
Popolo e la Galleria Colonna, sia Arbasino sia Maria Girani ben presto
riusciranno a trovare il filo mondan-culturale del labirinto romano. E
un fil rose e noire, come vedremo, che non si è spezzato con la fine
dell'era archeologica Maria-Saura.
(2/ continua - Riproduzione riservata)
Irma de Polignac
[20-10-2009]
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ALLARME ROSSO A MILANO! SCATTANO I PRIMI ARRESTI (TANGENTOPOLI 2000?)
- SCANDALO SANTA GIULIA: MANETTE PER LA MOGLIE DEL PARLAMENTARE PDL ABELLI
E PER GIUSEPPE GROSSI, il maggior imprenditore italiano delle bonifiche
ambientali di ex aree industriali…
(Adnkronos) - Cinque
nuovi arresti a Milano nell'ambito dell'inchiesta sulla bonifica
dell'area Santa Giulia. Destinatari della misura cautelare sono stati,
tra gli altri, Rosanna Gariboldi, assessore a Pavia e moglie del
parlamentare del Pdl Giancarlo Abelli e Giuseppe Grossi,
a capo della Sadi, il maggior imprenditore italiano delle bonifiche
ambientali di ex aree industriali.
Milano
Santa Giulia
Rosanna Gariboldi era stata indagata dai magistrati milanesi con
l'ipotesi di riciclaggio nei mesi scorsi dopo che gli inquirenti avevano
individuato un conto corrente a Montecarlo, che a lei faceva
riferimento, dal quale, nel luglio del 2007, era partito un bonifico su
un deposito svizzero gestito da un fiduciario di Grossi per 500.000
euro.
Poi, in due tranche, nel marzo e nell'ottobre
del 2008, sul conto monegasco erano arrivati complessivamente 632.000
euro da conti esteri 'schermati' che per l'accusa facevano riferimento a
Grossi.
Giancarlo
Abelli Rosanna Gariboldi e Mariastella Gelmini
All'epoca Rosanna Gariboldi
aveva
dichiarato che le somme non erano altro che la restituzione di un
prestito fatto a Grossi, "un amico". Ma le
indagini devono aver convinto gli inquirenti di altro.
Grossi, invece, era finito nell'inchiesta milanese
nel febbraio scorso dopo l'arresto di due suoi collaboratori, Paolo
Pasqualetti e Giuseppe Anastasi e il suo
avvocato svizzero Fabrizio Pessina, accusati di aver
riciclato all'estero per conto di Grossi, appunto,
circa 22 milioni sovrafatturati nei costi di bonifica dell'area Santa
Giulia.
[20-10-2009]
|
DOVE SON NATI LETTISMO E VESPISMO IERI È MORTA LA REGINA DEI
SALOTTI...
Fabrizio d'Esposito per "il
Riformista"
Era soprannominata Maria-Saura e nessuno sapeva la sua età, perché
a chi gliela chiedeva rispondeva che «i miei anni non contano». Eppure
le è capitato di morire. Ieri. La signora in nero con la falce si è
presentata, inaspettata, nel suo rinomato salotto a metà di una
mattinata assolata e un po' fredda, senza la dolcezza delle tipiche
ottobrate romane. Maria Angiolillo, vedova di Renato, fondatore del
Tempo, si è accasciata nel bagno mentre si stava pettinando. Era stata
operata da poco e dicevano che si fosse ripresa bene.
Per il più bel necrologio non bisogna aspettare i quotidiani di
oggi. L'ha scritto ieri Roberto D'Agostino - fu lui a chiamarla
Maria-Saura - su Dagospia, il sito più compulsato dal Potere.
Dieci righe nere a carattere cubitali su sfondo bianco. Come una
lapide sepolcrale: «Questa mattina alle 10 è morta Maria Angiolillo,
regina di Roma inciuciona - Da decenni il suo salotto era la
"stanza di compensazione" della Repubblica - Pontefice massimo
Gianni Letta, tutte le diatribe si attovagliavano da Maria-Saura -
Bossi, Berti-Nights, Veltroni, D'Alema, Fini, Lady Ciampi, cardinali e
vescovi, Tronchetti - Tutti insieme secondo il codice andreottiano:
perché escludere, quando si può aggiungere? - Per Dagospia, che lei
amava odiare, è una perdita insostituibile».
Il salotto di Maria Angiolillo veniva da lontano. Dalle nebbie della
prima Repubblica. Ed è per questo che lei «amava odiare» D'Agostino e
il suo paparazzo Umberto Pizzi, il più bravo d'Italia. Con i racconti
fotografici del loro sublime Cafonal, titolo poi anche di un libro, sono
riusciti a rivelare carne, sorrisi e toilette dei leggendari salotti del
Potere.
Quasi una prova dell'esistenza di Dio. Al contrario, Maria Angiolillo
detestava il gossip, secondo gli insegnamenti della principessa Isabella
Colonna, dama nera della nobiltà capitolina: «Da lei ho imparato come
si vive in un certo mondo, come si riceve; che la regola fondamentale è
non fare pettegolezzi e che è importante anche non farsi nemici».
Nel suo salotto si mangiava male, raccontano i maligni. In ogni caso,
pesante. Paté di fegato anche d'estate. In fondo non contava ciò che i
camerieri poggiavano sopra i tavoli, due al massimo tre, ma chi c'era
seduto attorno. Nel villino Giulia a Trinità dei Monti si cenava per
due ore. Dalle nove alle undici di sera. Una discesa di trentadue
gradini, per arrivarci.
Paradossi architettonici per scalare il Paradiso del Palazzo. Il
salotto di Maria Angiolillo è stato il laboratorio di un esperimento
riuscito a fasi alterne: inoculare il virus del centrismo democristiano
nel corpaccione berlusconiano. Di qui la declinazione dei due "ismi"
più in voga in quelle stanze inaccessibili ai comuni mortali. Il
lettismo, da Gianni Letta. Il vespismo, da Bruno Vespa.
Maria-Saura sognava un'applicazione perpetua dei metodi consociativi
della Prima Repubblica. Alla Seconda, ovviamente. E alla Terza, ancora
in embrione. Ed è un vero peccato che il cielo se l'è presa nel
momento in cui il suo politico prediletto, Gianni Letta, potrebbe essere
l'uomo della transizione post-Cavaliere. La "Signora" si
vantava di averlo indicato a suo tempo al marito Renato come direttore
dell'amato Tempo, che ha la sede proprio di fronte a Palazzo Chigi.
Ieri, quando si è sparsa la notizia della sua morte, si è fermata
per un minuto di silenzio anche la Camera dei deputati. L'annuncio è
stato fatto da un altro amico sempre presente alle cene nel villino di
Trinità dei Monti, l'avvocato Giuseppe Consolo, deputato del Pdl.
L'aneddotica sul suo salotto è vastissima, grazie all'archivio di
Dagospia.
Carlo Rossella, Paolo Bonaiuti, Stefania Prestigiacomo, Lucia
Annunziata, Angelino Alfano, Gianfranco Fini, Massimo D'Alema, Walter
Veltroni, Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Ferruccio de Bortoli,
finanche il direttore di questo quotidiano. Nomi alla rinfusa.
Impossibile fare l'elenco completo. È sufficiente sapere che i due
pilastri erano i già citati Letta e Vespa più l'amica del cuore
Sandrina Carraro, che proprio dopo una di quelle cene venne sorpresa in
atteggiamenti affettuosi con Pippo Baudo.
Una sola volta Letta non si è presentato. Quel giorno, sempre
Dagospia, annunciò che questa assenza avrebbe fatto nevicare in Africa.
Era il dicembre scorso e l'ospite d'onore era Mauro Masi, burocrate
numero uno di Palazzo Chigi in procinto di approdare alla Rai come
direttore generale. Tra i due, infatti, era calato il gelo dopo
un'improvvisa visita di Letta nell'ufficio di Masi alla presidenza del
Consiglio. Impossibile sapere che cosa avesse visto. Fatto sta che nello
staff del premier avvenne una clamorosa rottura.
Maria Angiolillo era passata indenne pure attraverso lo scandalo
della P2. Ecco cosa scrive lo storico Aldo A. Mola nel suo ultimo libro
sulla loggia di Licio Gelli, nell'anticipazione che ne ha dato il
mensile Storia in rete di Fabio Andriola: «Tra le cause del mortale
salasso cui l'azienda (la Rcs, ndr) a detta di Angelo Rizzoli era
continuamente sottoposta vi fu l'ininterrotta quanto immotivata e
autolesionistica erogazione di somme da capogiro ai soggetti più
disparati.
Tra quanti riuscirono a farsi mettere in conto dai Rizzoli vi fu
anche la romana Maria Angiolillo, il cui salotto era ben frequentato da
politici e prelati. Andrea pensò che fossero sufficienti sei milioni al
mese; la vedova dell'antico direttore del Tempo invece ne pretese 25.
"Il primo anno - dichiarò Angelo Rizzoli a P. Dell'Osso ed a L.
Fenizia che lo interrogavano - fui io stesso a versare tale somma in
contanti nelle mani della Angiolillo". Successivamente i contatti
vennero tenuti da Tassan Din. Analoghi versamenti la signora otteneva
anche da Calvi e altri, fra i quali, "credo anche il signor Silvio
Berlusconi"». Adesso il salotto più potente d'Italia è passato a
migliore vita. E la morte ha svelato anche l'ultimo mistero che
resisteva. Maria Angiolillo aveva 83 anni.
2- PIZZI: «IN CASA SUA SI DISCUTEVANO LE NOMINE RAI»
D. Mas. per "Libero"
«Era una persona speciale. Perbene e discreta. Una signora d'altri
tempi. Con la sua scomparsa, è andato via un pezzo di storia di Roma».
È il ricordo di Maria Angiolillo, regina dei salotti romani,
tratteggiato da Umberto Pizzi, il fotografo che a ogni cena in casa
della signora paparazzava gli ospiti eccellenti del suo salotto
bipartisan: politici, imprenditori, banchieri, editori e direttori di
grandi testate giornalistiche.
«Io ero un rompiscatole e ovviamente non sono mai entrato in casa -
racconta Pizzi - mi fermavo sull'uscio. Ma sentivo che lei dentro si
arrabbiava perché fotografavo i suoi ospiti. Poi, quando la incontravo
le facevo il bacia mano e lei tornava gentile e cordiale. E anche
simpatica. Prima di salutarmi mi bacchettava ricordandomi che i suoi
ospiti volevano la privacy e poi mi faceva sempre la stessa domanda:
"Pizzi, ma lei come fa a sapere la data delle mie cene?".
Io rispondevo che avrei svelato il segreto se lei mi avesse
raccontato tutta la sua vita». Nell'elegante casa di Maria Angiolillo,
in piazza Trinità dei Monti, sono passati tutti i personaggi del
panorama politico: «Da Berlusconi a Veltroni a Bertinotti a Fini.
Inizialmente era un salotto frequentato da personaggi di destra - dice
il famoso fotoreporter -. Infatti mi sorpresi molto quando vidi
comparire D'Alema, poi Rutelli, Bersani, Veltroni, Finocchiaro, Fassino
e tanti altri della sinistra. Erano tutte cene impegnative da dove
uscivano decisioni importanti.
Un esempio? Le nomine Rai venivano prima discusse in casa Angiolillo».
«Da giovane era una bella donna - ricorda il più stretto collaboratore
di Roberto D'Agostino - tanto che lo scultore slavo Mitorai le dedicò
una statua, la dea Roma, che sta ancora sul Lungotevere, all'altezza di
viale Mazzini. Quella statua è Maria Angiolillo».
[15-10-2009]
ANGIOLILLISMO IN PARADISO - SALOTTO & AFFARI, E DIVENNE PIÙ
INFLUENTE DEI PARTITI - Maria-SAURA s’irrigidì per una barzelletta di
troppo DI SILVIO - le belle ragazze le testava in anticipo all’Hassler -
LA PRIMA VOLTA DI PRODI FU GAFFE - ALLA FESTA D’ESORDIO, NEI ‘60,
PARTECIPARONO SARAGAT, FANFANI, LA MALFA, MERZAGORA E SEGNI….
1 - QUEL SALOTTO PIÙ INFLUENTE DEI PARTITI
Michela Tamburrino per "La
Stampa"
Un minuto di silenzio alla Camera, un onore mai concesso prima a una
signora dei salotti. Si è spenta ieri a 81 anni, quella che sarebbe
riduttivo definire semplicemente padrona di casa. Maria Angiolillo era
un potentissimo trait-d'union tra affari e politica. Tesseva trame
altrui e le rendeva appetibili anche ai palati più difficili. Da lei
non mancava la destra e c'era sempre la sinistra. Amava dire: «Il
segreto di una buona tavola? Un mix felice di persone che mai ti
aspetteresti di vedere insieme».
A lei si deve il lancio di Fausto Bertinotti in società, appena
arrivato a Roma come politico dopo gli anni nella trincea sindacale di
Torino, lì intrecciò dialoghi con direttori di giornali e boiardi di
Stato mentre spiegava candido che lui, di golf in cashmere, non ne
possedeva. Anche D'Alema era della partita, non assiduo quanto Consolo,
quanto Tatò o quanto Romiti, ma andava quanto Bossi e La Russa, un po'
meno di Fini, mai quanto Andreotti a cui poco si scuciva se non la
ricetta contro il mal di testa, quasi quanto Veltroni.
Indimenticabile, la prima volta di Silvio Berlusconi, era il 2007, e
lei apparecchiò il suo tipico tavolo da mix spurio, con Sandra Carraro,
Pippo Baudo, Tronchetti Provera, Ferruccio De Bortoli e Bonaiuti.
Facezie & politica, la cronaca narra che Maria s'irrigidì per una
barzelletta di troppo; lei non amava la risata, piuttosto il sorriso.
Nel suo salotto la Prima Repubblica è diventata la Seconda, il
costume è diventato politica, i potenti si sono incrociati in quelli
che romanamente si chiamano «inciuci», destra e sinistra, alto e
basso. Quasi la Costituente parallela della politica italiana degli
ultimi 30 anni.
Mai mancavano le belle ragazze per dar colore all'insieme: lei le
testava in anticipo e non sbagliava mai. Le invitava a colazione, all'Hassler,
per vedere come sapevano sedere a tavola e come se la cavavano in
conversazione. Se non seguiva invito a cena erano spacciate per sempre.
Ma la divertiva anche fare da pigmalione, così spesso invitava la
segretaria di un noto editore, non senza averla debitamente istruita.
Molti accordi economici e politici portano il marchio Angiolillo.
Solo da lei (sempre con le sue calze bianche e i capelli impeccabili
riordinati quotidianamente da Sergio Valente che le riservava l'unico
privé del salone di bellezza in via Condotti) si potevano conoscere
dettagli di affari segretissimi, svelati tra il primo e il secondo.
Tanta nobiltà romana e una sola défaillance. Quando per la prima
volta Prodi (per cui Maria non provava simpatia), allora presidente
dell'Iri, si presentò al suo primo invito al villino, con un giorno di
ritardo mandando in tilt il maggiordomo.
2 - L'ADDIO DA ANDREOTTI A LETTA, CENTINAIA DI OSPITI FAMOSI
- ALLA FESTA D'ESORDIO, NEI ‘60, PARTECIPARONO SARAGAT, FANFANI, LA
MALFA, MERZAGORA E SEGNI....
Paolo Conti per "il
Corriere della Sera"
«Casa Angiolillo è un punto d'arrivo, ma da me non si fa politica.
Il lusso più grande è l'amicizia vera unita al gusto di capire». Così
auto- definiva il proprio salotto Maria Angiolillo, vedova del fondatore
de «Il Tempo» Renato, morta ieri a più di ottant'anni di età alle 10
nella sua straordinaria casa accanto alla scalinata di piazza di Spagna.
La morte, con un riguardo chic che lei avrebbe apprezzato, l'ha colta
mentre si stava pettinando.
Era appena tornata dopo un intervento chirurgico, all'apparenza ben
superato. Stava progettando le tradizionali due cene natalizie nel suo
salone. Come sempre tre tavole da 12 a tema («alba, meriggio, tramonto
»), menù in francese («terrine de esturgeon fumé», vini Borgogna
maison Louis Latour), camerieri in guanti bianchi, imponenti
centri-tavola di Capodimonte.
Casa Angiolillo, per una certa Italia (non solo romano-centrica)
della politica, dell'imprenditoria, del giornalismo, della letteratura
era un ambito crocevia. Lei si irritava quando il gossip la avviliva a
luogo di intrighi occulti: «Invito per simpatie istintive, non corro
dietro al potere, io».
Non ne aveva alcun bisogno: era il potere (soprattutto quando era
nuovo) semmai che la adulava. Però la sua casa era diventata nei fatti,
come ammise il suo commensale fisso Bruno Vespa titolare di «Porta a
porta » ovvero della Terza Camera, la Prima Camera di un circuito
ristretto del Paese. Tutto cominciò a metà degli anni Sessanta per
sostenere il marito, fondatore e direttore de «Il Tempo».
Alla cena d'esordio parteciparono Giuseppe Saragat, Amintore Fanfani,
Ugo La Malfa, Cesare Merzagora, Antonio Segni. Il top. Fu un successo
indimenticato. Non smise mai più assumendo come modello l'inimitabile
perfezione della principessa Isabel Colonna nata Sursock, per decenni -
fascismo incluso - «regina » della nobiltà capitolina, nonostante
nascita e patrimonio libanesi.
Maria riprese dopo la vedovanza, riprendendo l'uso con gli amici di
sempre, a partire da Gianni Letta, erede della direzione de «Il tempo»
e poi protagonista indiscusso della politica italiana. Impensabile una
«vera» cena da Maria Angiolillo senza le sue rapide, brillanti
introduzioni prima di affrontare un assaggio di ricotta e miele o di
tortino di riso.
L'elenco completo dei commensali è impossibile. Una stella polare,
Giulio Andreotti, e per anni un cardinale del rango di Agostino Casaroli.
E poi, via per i mari dell'attualità politica, per quel «gusto di
capire». Quindi, in ordine sparso, Lamberto Dini, Antonio Maccanico,
Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti, Beppe Pisanu,
Claudio Scajola, ed - ebbene sì - Umberto Bossi.
Ma anche Walter Veltroni (un brindisi da sindaco: «Non c'è Natale
senza Angiolillo »), Piero Fassino, Fausto Bertinotti, Anna Finocchiaro
(una delle rare donne amate dalla padrona di casa, insieme con
l'inseparabile Sandra Carraro e ovviamente Maddalena Letta). Altro
frequentatore abituale, Cesare Romiti.
Silvio Berlusconi ha spesso bevuto vino francese lì, grazie al
legame comune con Gianni Letta. Una notte salvò la cena, rabbuiata da
un black-out, intervenendo personalmente sull'impianto elettrico. Ai
tempi della sua presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema fu
protagonista di una cena con Vespa, Fabiano Fabiani, Marco Tronchetti
Provera. Invece Romano Prodi sbagliò serata, e si presentò con un
giorno d'anticipo.
Lei aprì la porta: perfetta, lo accolse in vestaglia. In quanto alla
cultura, mangiarono sovente da lei Federico Fellini, Giulietta Masina e
Gianluigi Rondi. Una sera d'estate, Fellini e Rondi inciamparono e
caddero nella fontana del giardino sotto la luna.
Innumerevoli i giornalisti. Leggende assicurano che tra i suoi tavoli
si decidessero molti ricambi alla direzione dei grandi quotidiani. Lei
non smentiva, in tempi recenti: «Una volta, sì. Oggi... può darsi».
Nel 1999, quando Domenico Bonifaci stava per chiudere «Il tempo »,
organizzò una cena di solidarietà per la redazione: «Voglio che
Renato veda che sua moglie si sta battendo per salvare il giornale».
Forse per questo stile un po' da Prima Repubblica si infuriava quando
Dagospia piazzava le sue cene nella rubrica «Cafonal » (Roberto
D'Agostino: «Ma no...amava odiarci»). Non è retorica: veramente la
politica italiana senza Maria Angiolillo non sarà mai più la stessa.
[15-10-2009]
Sapete chi è il proprietario del Villino Giulia, sede operativa della
defunta Angiolillo, sul cucuzzolo di piazza di Spagna? L'Inps! ANDRà AI
PENSIONATI? -
[16-10-2009]
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IL SENATO IN CLIMA BIPARTISAN APPROVA LA LEGGE SUGLI STADI SENZA
ANDARE NEANCHE IN AULA - NON DITE ALL'ASSESSORE ALLO SPORT DI MILANO CHE
IL COGNATO DEL SINDACO E PRESIDENTE DELL'INTER HA GIÀ PRONTI I MATTONI
PER IL NUOVO STADIO: A DUE CHILOMETRI DA SAN SIRO…
Antonello Capone e Luca Taidelli
per
la "Gazzetta delo Sport"
Ieri è arrivato un sì fondamentale per il futuro del calcio. Il Senato
all'unanimità ha deliberato in Commissione cultura-sport il testo del
disegno di legge per i nuovi stadi di proprietà dei club senza bisogno
di passare dall'aula.
Un percorso rapidissimo per la legge bipartisan presentata da Butti
(Pdl, maggioranza) e Lolli (Pd, minoranza) e
spinta a tutta velocità dal governo attraverso il sottosegretario della
Presidenza del Consiglio con delega per lo Sport, Crimi. Adesso il testo
andrà in Commissione cultura della Camera che entro l'anno dovrebbe
licenziarlo definitivamente e renderlo operativo anche qui senza farlo
passare dall' aula.
Nella legge si fa espresso riferimento al sostegno della candidatura
dell'Italia per l'Europeo 2016, ma si guarda già anche all'Olimpiade
2020. Al testo è stata opportunamente attaccata la nuova ripartizione
della mutualità dai diritti televisivi dal 2010 che sta alla base dell'
accordo che ha portato alla formazione della Lega A e della Lega B: 7,5%
alla B, 1% alla Pro, 1% ai Dilettanti, 0,5% agli impianti sportivi. Se
si considera che l' ammontare è stimato per il 2010 in un miliardo di
euro...
Crimi: «Ancora una volta lo sport riesce a unire le
forze politiche e in un clima di conflittualità non è poco. Anche l'
Italia presto avrà stadi dei club, moderni e produttivi». Butti: «La
Legge dà ai club la possibilità di avere dai Comuni le autorizzazioni
per gli impianti nel più breve tempo possibile: procedure snelle e
veloci che una volta intraprese devono essere per forza completate. I
Comuni possono anche cedere o dare in gestione gli attuali impianti, da
riqualificare».
Rusconi (Pd): «Siamo tutti
d' accordo perché ci rendiamo conto dell' utilità dei nuovi impianti.
Inoltre oggi abbiamo avviato una nuova legge a favore dei dilettanti: la
chiudiamo in 2-3 mesi».
Per il presidente Figc Abete «Un tassello fondamentale per la
modernizzazione del calcio e per la forza competitiva della nostra
organizzazione ad ospitare grandi manifestazioni». Il presidente della
Lega Beretta: «Un risultato straordinario per un grande lavoro di
maggioranza e opposizione con il fondamentale lavoro di cucitura di
Crimi. Ci auguriamo che questo percorso prosegua: stadio moderno vuol
dire anche nuovo pubblico e cultura sportiva».
L' Inter è subito scattata. Il suo progetto già esiste e lunedì l'
a.d. Paolillo lo ha illustrato al presidente del
Credito Sportivo Cardinaletti. Con la nuova Legge il credito darà
finanziamenti superagevolati con piano di realizzazione dell' opera
(minimi abbassati da 15 a 10 mila posti con proposta Barelli) in tre
anni. Lo Stato verserà subito nel fondo 20 milioni. Il club di Moratti
ha già individuato la zona: ad appena un chilometro e mezzo da San
Siro, tra via Novara e il quartiere Gallaratese, attaccato alla
tangenziale Ovest. Il modello è quello tedesco dell' Allianz Arena del
Bayern Monaco.
[08-10-2009]
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PRESTO, PORTAMI AL PORTO DI CIVITAVECCHIA! - Perché la dimenticata
cittadina laziale è tornata tanto in auge nel mondo degli affari e della
politica? - Come mai tre pennelloni del governo si sono scapicollati nella
cittadina laziale per celebrare il neo cantiere navale Privilege Yard? -
IL PRIVILEGIO DI un nuovo e grande porto...
1 - PORTAMI AL PORTO
Perché quella dimentica da dio cittadina laziale che fa di nome
Civitavecchia è tornata tanto in auge nel mondo degli affari e della
politica? Come mai tre pennelloni del governo - i sottosegretari alle
Infrastrutture Giuseppe Reina
ed agli
Affari Esteri Vincenzo Scotti, e il presidente della
Commissione Finanze del Senato, Mario Baldassarri
- si sono scapicollati a Civitavecchia per celebrare il
cantiere navale della Privilege Yard?
Il "privilegio" di Civitavecchia è uno e uno solo: il
porto. Non solo, un porto sulla sponda tirrenica collegato con
l'autostrada e senza infiltrazioni camorristiche (come quello di
Napoli), di padronaggio della 'ndrangheta (come quello di Gioia Tauro),
lontano dagli artigli mafiosi (come quello di Palermo). E Genova? Ecco,
Genova ormai è un porto saturo: non entra nemmeno un pedalò. E la
Privilege Yard, che costruisce yacht per billionaire, ha iniziato a
muoversi con un cantiere, quindi partirà la costruzione di una nuova
stazione marittina ed è partita la caccia ai terreni di Civitavecchia.
2 - IL GOVERNO FA VISITA ALLA PRIVILEGE
Francesco Serangeli per http://www.trcgiornale.it/news
Civitavecchia ha un ruolo strategico e il suo sviluppo è un
interesse del Paese. È questo in sintesi il messaggio mandato nel
pomeriggio dai sottosegretari alle Infrastrutture Giuseppe
Reina ed agli Affari Esteri Vincenzo Scotti, e dal presidente della
Commissione Finanze del Senato, Mario Baldassarri, in vista alla
Privilege.
Elogi al cantiere, ma anche al porto ed alla città, per la
soddisfazione del presidente Fabio Ciani e del sindaco Giovanni
Moscherini, presenti alla conferenza stampa tenutasi prima della visita
al cantiere.
"A fronte di progetti puntuali ed esecutivi - dichiara Giuseppe
Reina - il Governo non potrà che rispondere positivamente.
Civitavecchia è rilevante nella strategia dell'Italia e, al di là del
colore politico, implementarne lo sviluppo è un interesse del Paese.
3 - "IL PORTO PRIORITA' DEL GOVERNO"
www.civonline.it - i fondi Cipe sono importanti, ma
non bastano e devono essere accompagnati dalle banche, soprattutto
quelle del territorio, perché più vicine ai suoi interessi. In un
momento di crisi come questo, proprio dal territorio parte la prima
risposta".
Tanti o pochi, l'Autorità Portuale fa comunque molto affidamento sui
fondi Cipe ed in questo senso si attendono risposte dal Governo.
"Quella di oggi è una giornata importante per il porto - commenta
Fabio
Ciani - abbiamo avuto ospiti che hanno dimostrato una grande
attenzione e questo ci fa ben sperare in vista del momento in cui il
Governo modulerà di nuovo gli investimenti, perché i fondi Cipe
potrebbero mettere in moto i fondi privati".
Questo il botta e risposta a distanza tra Reina
e Ciani,
avvenuto comunque in un clima di festa ed al termine di una serie di
interventi conditi da complimenti ed impegni. "La Privilege -
afferma Mario Baldassarri - può essere un elemento
anticrisi perché riveste un ruolo importante per il territorio e poi
offre un tipo di lavoro che risponde alle esperienze dei ragazzi
italiani, senza dimenticare l'indotto. Civitavecchia, inoltre, è un
crocevia di
una rete da inserire nelle autostrade del mare ed il mio obiettivo è
quello di unirla ad Ancona creando un asse strategico per l'Italia ma
anche per l'Europa".
"Il sindaco Moscherini e il presidente
Ciani
- sottolinea Vincenzo Scotti - sono due
persone dotate di capacità lungimiranti e se si uniscono ad
imprenditori lungimiranti possono mettere le gambe alle idee. Non
bisogna interrompere il ciclo virtuoso che si è creato a Civitavecchia
tra porto, città ed imprenditori".
Naturalmente sia Giovanni Moscherini che
Fabio
Ciani hanno ringraziato per i complimenti, cogliendo
l'occasione per rilanciare i rispettivi programmi. Il sindaco ha citato
distretto della nautica, Frasca, Terminal Cina e crocierismo, mentre il
presidente dell'Autorità Portuale ha fatto riferimento al bacino di
carenaggio, invitando il Governo a creare le condizioni per poter
realizzare i progetti.
Come spesso accade in questi casi, ora è il momento di aspettare che
gli impegni, le promesse ed i complimenti si tramutino in atti concreti.
Per il momento non si può far altro che archiviare un pomeriggio quasi
di festa per la Privilege, nonostante la situazione estremamente
difficile che stanno vivendo alcuni lavoratori delle ditte impegnate nel
cantiere.
Al riguardo non si registrano novità, anzi. Il presidente
dell'Autorità Portuale, Fabio Ciani, ha sottolineato
ed elogiato le azioni intraprese dalla Privilege con l'assunzione di
operai e l'impegno a prendere cassa integrati del territorio in caso di
necessità. Nessuna novità, però, sul fronte degli arretrati, che poi
è uno dei nodi principali della questione. Le settimane passano e
ancora non si sa se e quando i lavoratori riceveranno gli stipendi
di maggio, giugno, luglio e agosto. Chissà se nell'arco della visita al
cantiere, il presidente Baldassarri, i sottosegretari Reina e Scotti
sono stati informati anche di questo.
Per la Privilege, oltre all'Amministratore Delegato della Privilege
Yard Spa Mario La Via,
anche l'On. Vincenzo Scotti (Presidente della Privilege
Fleet Management Spa ed
attualmente Sottosegretario agli Affari Esteri), l'Avv. Giorgio
Assumma (Consigliere
di Amministrazione della Privilege Yard Spa e Presidente della SIAE), ed
il Gen.
Giovanni Verdicchio (Presidente della Privilege Yard
Spa ed ex Comandante della
DIA).
Il Cantiere Navale Privilege Yard rappresenta un positivo esempio di
sinergia tra
amministrazione locale ed investitori privati, che hanno saputo
trattenere in Italia
importanti capitali destinati alla costruzioni di navi di lusso. Le navi
Privilege Yard
infatti sono state progettate in Italia, ma erano già destinate ad
essere costruite in
cantieri del nord Europa ed in Grecia.
Diversamente da quanto purtroppo spesso succede in Italia, si è
fatto "sistema", e tramite la mobilitazione di rapporti
trasversali nel mondo politico, finanziario e della pubblica
amministrazione sono emerse diverse possibili collocazioni, tra le quali
gli investitori hanno scelto il Porto di Civitavecchia.
Si è costituita quindi la Privilege Yard Spa, che ha provveduto a
tempo di record alla costruzione della struttura cantieristica, portando
avanti nel contempo anche la costruzione delle prime navi. Le
prospettive iniziali vanno confermandosi, inducendo gli investitori ad
effettuare un ulteriore investimento per la creazione di un proprio
bacino di carenaggio, utile oltre alla costruzione anche alla
manutenzione delle navi, aprendosi anche all'importante mercato della
manutenzione delle grandi navi e dei megayachts.
Completato questo sviluppo la Privilege Yard diventa una realtà
internazionale completamente privata e realizzata senza interventi di
sostegno pubblico. Nell'occasione sono stati fatti plausi alle banche
del territorio presenti che hanno contribuito al decollo
dell'iniziativa, mentre brillavano per la loro l'assenza le grandi
banche nazionali d'investimento.
L'area sterrata che fino all'anno scorso si stendeva nell'area nord
del porto è oggi
una struttura capace di produrre contemporaneamente fino a 3 navi di
250m. In
pieno svolgimento anche i lavori prospicienti il cantiere, che devono
ospitare la
nuova darsena traghetti, e che vedranno la realizzazione di una moderna
stazione
marittima per il potenziamento del progetto ormai avviato delle
Autostrade del
Mare, nonché nuovo polo della nautica di lusso.
[30-09-2009]
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1 - IL GORDON GEKKO "‘E NAPULE" CHE
PROPONE LO SPEZZATINO ENI...
Enrico Bernardo Cavaliere detto Eric Knight: il Gordon Gekko - il
protagonista speculatore di Wall Street, con Michael Douglas
-
alla napoletana... già socio del defunto misterioso finanziere Stern,
insieme alla mamma Rosetta Vinke
vuole
raddoppiarsi il bonus proponendo lo spezzatino di Eni. Il sindacato è in
rivolta e i grandi fondi gridano alla speculazione tipo Lehman. Cosa
faranno in Eni dove al momento sembrano tutti silenziosi? Cosa diranno a
via XX settembre?
- L'AIUTO A DE BENEDETTI DEL FONDO SALVAIMPRESE...
R. Fi. per "Il Sole 24 Ore" - In tempi duri, le holding
di Carlo De Benedetti riescono a fare i profitti anche con le operazioni
infragruppo. L'Ingegnere nei giorni scorsi ha riportato a nuovo l'utile di
2,18 milioni di euro segnato nei conti 2008 dalla cassaforte Romed
International. Il risultato positivo è frutto della voce "proventi
straordinari", passato da 176.584 euro del 2007 a 4,19 milioni: si
tratta della cessione del pacchetto di Management & Capitali prima in
capo alla International e passato nel corso d'esercizio alla controllata
Romed Spa.
La quota del fondo salvaimprese ceduta a fine 2007 era pari all' 8,5%
ed era valutata 44,83 milioni nei conti della International .Trasferendo
"al piano di sotto" la partecipazione in M&C, De Benedetti
ha rafforzato la situazione patrimoniale della International il cui
patrimonio netto è salito da 20,82 a 23 milioni mentre i debiti sono
scesi da 32,03 a 2,25 milioni. Oggi la quota M&C in capo a Romed Spa
è pari al 23,43 per cento.
CHIAMPARINO E TOSI, LA POLITICA IN BANCA...
Al. G. per "Il Sole 24 Ore" - Il presidente dell'Acri
Giuseppe Guzzetti si è battuto per anni per dare una vera autonomia alle
Fondazioni. E in molti casi, anche di grande rilievo, in effetti negli
ultimi dieci anni le Fondazioni hanno mantenuto fede all'impegno di
comportarsi da investitori istituzionali responsabili nei confronti delle
banche - favorendo fusioni che pure ne hanno diluito partecipazioni
azionarie e dunque potere - e giocando al contempo un ruolo decisivo nelle
erogazioni a favore del territorio.
Ma a rovinare una reputazione faticosamente costruita basta poco. Le
uscite degli ultimi giorni del Sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di
quello di Verona Flavio Tosi, che entrano nel merito degli equilibri tra
fondazioni e banca rivendicando un ruolo decisionale, riportano d'attualità
il tema dell'invadenza della politica nelle vicende bancarie. Brutto
segnale per le Fondazioni.
SIPRA: ANNO ORRIBILE PER LA PUBBLICITÀ...
Da "la Stampa" - Il 2009 si conferma un «anno orribile»
per la raccolta pubblicitaria: 117 sono le aziende che non investono più
in spot per la televisione e nel primo semestre di quest'anno il calo per
il settore è stato del 15% rispetto allo stesso periodo del 2008.
Insomma, «continua il periodo difficile», ha spiegato a margine del Prix
Italia Maurizio Braccialarghe, amministratore delegato della Sipra, la
concessionaria che si occupa della raccolta pubblicitaria di Viale
Mazzini.
«Rispetto ai primissimi mesi dell'anno - ha osservato Braccialarghe -
c'è un leggero miglioramento, ma la raccolta resta in terreno negativo.
La speranza è che nel secondo semestre ci sia un'inversione di tendenza,
che però al momento non pare manifestarsi».
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SOTTO A CHI COCA! - ERA TUTTA UNA FINTA! TARANTINI AGLI ARRESTI
DOMICILIARI (MEJO FARLO USCIRE SUBITO PRIMA CHE APRA BOCCA E MEZZA
POLITICA FINISCA NEI GUAI) - GIANPY SMENTITO DAL PUSHER: IN SARDEGNA MEZZO
CHILO DI COCA - "LA SVEGLIA" DI NASO - UN’INCHIESTA FERMATA
NEL 2001. CHISSÀ PERCHÉ....
1 - BARI, TARANTINI AGLI ARRESTI DOMICILIARI
Corriere.it
- Gianpaolo Tarantini esce dal carcere. Ma l'imprenditore
barese dovrà comunque rimanere agli arresti domiciliari. Lo ha deciso
il gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi. Tarantini era stato bloccato
il 18 settembre dalla Guardia di finanza con l'accusa di spaccio di
cocaina nelle feste vip date in casa sua nel 2008, in particolare
durante la vacanza estiva in Sardegna.
L'UDIENZA- Nicola Quaranta, legale dell'imprenditore, aveva
assicurato che durante l'udienza di lunedì avrebbe chiarito tutti gli
equivoci. Ci è riuscito a metà perché per Tarantini c'è comunque
un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari « sulla
base di un pericolo di reiterazione probabile». Il gip però «non ha
convalidato il fermo, in quanto non ha ritenuto esistente né il
pericolo di fuga, né l'inquinamento probatorio». La procura aveva
adottato il provvedimento cautelare d'urgenza motivandolo proprio col
rischio di una fuga all'estero di Tarantini, in Tunisia, e col rischio
dell'inquinamento delle prove testimoniali.
2 - TARANTINI SMENTITO IL PUSHER: IN SARDEGNA MEZZO CHILO DI
COCA
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera
C'era almeno mezzo chi¬lo di cocaina nella cassaforte di Gianpaolo
Tarantini durante la va¬canza in Sardegna. A smentire l'im¬prenditore,
che aveva parlato di «50, 70 grammi» è stato Nico, il «pusher»,
durante un interrogato¬rio avvenuto qualche giorno fa. Su¬bito dopo i
pubblici ministeri han¬no firmato il provvedimento di fer¬mo contro
l'imprenditore finito in manette venerdì mattina subito do¬po essere
atterrato a Bari con un ae¬reo proveniente da Roma. Gli con¬testano le
bugie raccontate, ma lo accusano anche di voler «inquina¬re le prove
avvicinando testimoni e rilasciando alla stampa dichiara¬zioni
allarmistiche».
Elemento forte dell'accusa è an¬che il verbale di uno dei suoi due
fornitori di fiducia, Nico. Il 27 lu¬glio raccontò al magistrato di
aver acquistato in diverse circostanze a Bari e portato in Sardegna «50-70
grammi di cocaina ed un quantitati¬vo inferiore di Md», droga sinteti¬ca
che ha lo stesso effetto dell'ec¬stasy.
I finanzieri non hanno mai creduto a questa tesi, anche perché le
intercettazioni telefoniche evi¬denziavano come gli abitanti della
villa rifornissero abbondantemen¬te tutti gli ospiti. E qualche giorno
fa il «pusher» ha confermato: «Io gli diedi almeno mezzo chilo di co¬caina
».
3 - GIANPI, LA DROGA E LE RAGAZZE QUELL'INCHIESTA FERMATA NEL
2001
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera
«Siete miei amici, io vi ado¬ro, però purtroppo devo evitare altri¬menti
mi devasto... Meglio evitare pro¬prio la compagnia». Vittoria, France¬sca,
Raffaella, Eva, Natalia. Eccole le ra¬gazze stordite dalla droga
offerta nella villa di Gianpaolo Tarantini durante l'estate del 2008.
Eccole le aspiranti at¬trici e soubrette coinvolte nel giro di feste
e cene organizzate dall'imprendi¬tore che diventerà poi famoso per ave¬re
reclutato almeno trenta donne da portare nelle residenze di Silvio Berlu¬sconi.
Sono le intercettazioni telefoni¬che e ambientali captate durante quel¬la
vacanza a raccontare che cosa avve¬nisse nella splendida dimora che lo
stesso Tarantini aveva affittato a Porto Rotondo. Ma quei colloqui
svelano an¬che come la «rete» fosse nota già dal 2001, quando lo
stesso Tarantini finì sotto inchiesta proprio per corruzione e cessione
di cocaina.
Quell'inchiesta, avviata dal pm Ro¬berto Rossi, portò i carabinieri
sulle tracce dei clienti dell'imprenditore, ma soprattutto sui «pusher»
che lo ri¬fornivano di stupefacenti. E nell'elen¬co c'era proprio quel
«Nico» che ora racconta di avergli messo a disposizio¬ne la «partita»
da trasferire in Sarde¬gna. A luglio scorso, quando gli è sta¬to
chiesto di elencare i suoi fornitori, Tarantini ha detto: «Con riguardo
a ta¬le Nico, soggetto presso il quale mi ri¬fornivo di sostanza
stupefacente, ricor¬do che lavorava in un negozio di abbi¬gliamento
sito in Bari in via Putigna¬ni, angolo via Andrea Da Bari, sulla de¬stra
andando verso via Sparano».
Rife¬rimenti tanto precisi da rivelare subi¬to come l'uomo fosse già
citato, con identico ruolo, già nelle carte proces¬suali di otto anni
fa. E dunque come la collaborazione offerta dallo stesso Ta¬rantini ai
pubblici ministeri che ades¬so gli contestano altri fatti, compreso il
favoreggiamento della prostituzio¬ne, fosse in realtà un bluff.
Eppure quel fascicolo era rimasto inspiegabilmente fermo. Dimenticato
in un cassetto, nonostante avesse con¬sentito di rivelare il «sistema»
che con¬sentiva al giovane imprenditore di concludere affari nel
settore della sani¬tà: donne, droga e altri regali per ri¬compensare
medici e direttori delle Asl che acquistavano i suoi prodotti. «Anche
io vorrei capire che cosa è ac¬caduto », ha dichiarato qualche giorno
fa il procuratore di Bari Antonio Lauda¬ti, consapevole che se
quell'inchiesta fosse arrivata a un processo molti per¬sonaggi noti si
sarebbero probabil¬mente tenuti alla larga da Tarantini. E invece la
sua villa in Sardegna, così co¬me le sue feste organizzate a Bari, so¬no
sempre state un polo di attrazione.
4 - SECONDO LE FIAMME GIALLE, FRANCESCA LANA, JENNIFER
RODRIGUEZ, RAFFAELLA ZARDO, SABINA BEGAN ERANO OSPITI FISSE DI TARANTINI
Francesca Lana, Jennifer Rodriguez, Raffaella Zardo, Sabina Began erano
ospiti fisse, almeno a leggere le infor¬mative della GdF. Il 16 luglio
2008 vie¬ne registrata una telefonata tra Ales¬sandro Mannarini e
Gianpaolo Taranti¬ni. Annotano gli investigatori: «Vengo¬no acquisiti
elementi che testimonia¬no come, nel corso della sera prece¬dente,
Mannarini abbia ceduto alla La¬na quantitativi non meglio determina¬bili
di sostanze stupefacenti».
Tarantini : ma chi c'era a casa sta¬notte?( ovvero nella sua villa)
Mannarini : stanotte c'era Angela, Alessandro, Raffaella
Tarantini : quella Angela si deve to¬gliere dai c..., io non so come
devo fa¬re, oh...
Mannarini : Angela dice che dorme con Francesca questo week end
Tarantini : e io tutte e due non le vo¬glio...
Mannarini : vedi un po' tu... Poi, An¬gela, Alessandro, Raffaella,
Francesca, poi cinque o dieci minuti è stato Tom¬maso, poi dopo un
po', prima che io andassi via, poi io sono andato via, Raffaella ha
chiamato Tommy perché voleva fare serata, e io non avevo nien¬te,
avevo solo un residuo che ho dato, peraltro, a Francesca.
Una settimana dopo Mannarini par¬la con la Zardo di una festa
avvenuta la sera precedente durante la quale «aveva disponibilità di
sostanze stupe¬facenti da distribuire a persone di sua conoscenza o che
ne avessero fatto ri¬chiesta e riferisce di aver ricevuto da Nicola De
Marzo detto Nik (ora anche lui indagato, ndr ) in presenza di Sabi¬na
Beganovic, la richiesta di cessione gratuita di stupefacenti».
Tre ore dopo - evidenziano i finanzieri nella rela¬zione - «è
stato captato, a cornetta aperta, un colloquio intercorso tra Mannarini
e Francesca Lana all'esito del quale è verosimile ritenere che
Mannarini deteneva 13 grammi, o co¬munque 13 dosi, di una non meglio
specificata sostanza stupefacente da destinare al proprio e altrui consu¬mo
».
Lana : è un grammo, un grammo, a pezzo, sicuro? Non sarà 0,9?
Mannarini : questi sono tredici... pe¬sato...
tredici grammi
Lana : eh!
Mannarini : tredici pezzi
Lana : ho capito perché di solito un pezzo invece di darti un grammo
te ne danno.
A Ferragosto Mannarini «parla con una donna straniera di nome
Natalia. La richiesta, formulata dalla donna, è di conoscere qualcuno,
operante in Sardegna dove essi si trovano, che le potesse procurare
dello stupefacen¬te ».
Natalia : senti, hai qualche amico che può venire a trovarmi?
Mannarini : no, oggi ho troppa gen¬te intorno, assolutamente no!
Natalia : qualche amichetto non ce l'hai?
Mannarini : amichetto? Vuoi fare l'amore?
Natalia : no! Per fare omino
Mannarini : ah, per fare l'uomo! Ma per fare che cosa? Per
accompagnarti da qualche parte?
Natalia : no, no, no! per stare in ca¬sa... per spogliarmi...
Mannarini : non ho capito, per por¬tarti a casa?
Natalia : no che io stavo al (incom¬prensibile) con una mia amica e
abbia¬mo urgentemente bisogno di una sve¬glia Mannarini : ah! no, non
ho nessu¬no. Là, no!
Natalia : non mi puoi mandare qual¬cuno delle zone in cui stai tu?
Mannarini : non ho nessun numero di qua, noi facciamo tutto da Bari,
non abbiamo rapporti con questa zona, no, zero, arriva tutto da Bari
Natalia : ah, ah! Ma vuoi per manda¬re qualcuno che paghiamo il taxi
no?
Mannarini : no, Nat, è impossibile! Ho 200 persone a casa, adesso ci
sono 30 camerieri davanti che aspettano me Natalia : guarda, ti credo,
ti credo, scusami
Mannarini : venite qua, venite qua
Natalia : no, noi abbiamo questa fe¬sta sulla nave di fashion tv per
la Na¬stro Azzurro per la quale lavoriamo.
5 - RAFFAELLA ZARDO: «MAI A PALAZZO GRAZIOLI. GIANPAOLO? ERA
AL BILLIONAIRE»
Lettera di Raffaella Zardo al "Corriere della Sera"
-
Gentile Direttore, la prego di dare a questa mia un piccolo spazio poiché
da essa dipende il mio futuro umano e di lavoro: da qualche tempo, ogni
tanto, il mio nome compare non nell'inchiesta, ma nelle cronache
dell'inchiesta di Bari.
Non sono mai stata invitata a Palazzo Grazioli. Solo una volta a
Villa La Certosa. Se fossi stata invitata, mi sarei sentita
privilegiata. Conosco Tarantini perché era cliente del «Billionaire»,
del quale io curavo le pubbliche relazioni. Quanto alla droga: solo uno
(massimo due) bicchieri di vino. Chiarire anche che, in questa
inchiesta, io non sono né indagata, né testimone.
[21-09-2009]
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MATTONATE SU FINI - SI SCRIVE LIGRESTI, SI LEGGE LA RUSSA - PERCHÉ
TOTÒ VUOLE 'COMMISSARIARE' DONNA MESTIZIA? - IN BALLO: LO SBLOCCO DI TRE
PROGETTI URBANISTICI – PAPI FA PRESSING SULLA MORATTI CHE PERÒ SI
IMPUNTA E DICE “NO” – SE 'GNAZIO NON MOLLA GIANFRY, LIGRESTI PUÒ
CAMBIARE MESTIERE...
1- COMUNE DI MILANO NEL MIRINO ...
Alessia Gallione per "la Repubblica"
È una dichiarazione di guerra quella lanciata da Salvatore
Ligresti a Milano. E la partita, ancora una volta, è l´urbanistica.
Tre società (due controllate, Imco spa e Altair spa; una terza
riconducibile, Zero società di gestione del risparmio) legate al gruppo
del costruttore hanno presentato alla Provincia una richiesta di
commissariamento ad acta del Comune per sbloccare altrettanti progetti
edilizi, che risalgono agli anni Ottanta.
Tre piani che prevedono soprattutto nuove case, ma che rappresentano
soltanto una parte del risiko del mattone pronto a essere giocato nei
prossimi anni. Perché la battaglia sembra più grande di quelle aree. E
perché quello che, ufficialmente, può essere letto come un atto
amministrativo, ha il sapore di uno scontro di poteri.
Presentato ora: alla vigilia dell´approvazione da parte della giunta
di Letizia Moratti del Piano di governo del territorio,
il nuovo libro-mastro della città che manderà in pensione il vecchio
piano regolatore e che rivoluzionerà non solo 31 grandi aree di Milano
che coprono più di 12 milioni di metri quadrati, ma anche il sistema di
regole dell´urbanistica. Regole che, ha sempre sostenuto l´assessore
allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, dovranno partire dall´interesse
pubblico.
Il progetto più contestato dai comitati cittadini è quello di via
Natta, una zona vicina al polmone verde dell´ippodromo e dello stadio
di San Siro, al centro di una direttrice che conduce ai padiglioni di
Expo. Qui dovrebbero nascere due palazzi troppo alti per il contesto. E
qui, il Comune ha chiesto che le volumetrie non venissero concentrate in
un solo luogo, ma distribuite anche nelle vicinanze.
Diritti edificatori vengono reclamati anche a Bruzzano, a Nord del
capoluogo, e in via Macconago, a due passi dal parco agricolo Sud e da
un altro intervento strategico come il Cerba, il Centro europeo per la
ricerca biomedica avanzata di Umberto Veronesi. Tre disegni su cui
Palazzo Marino avrebbe continuato a trattare. Eppure qualcosa deve
essere cambiato per spingere il gruppo Ligresti a pretendere adesso che
un commissario sblocchi la situazione.
Ufficialmente il gruppo Ligresti non commenta, preferendo attendere
che la procedura faccia il proprio corso. Tecnicamente nel documento
spedito alla Provincia si fa riferimento all´articolo 14 della legge
12, approvata dalla Regione nel 2005 sul governo del territorio.
Con questa norma ogni costruttore, di fronte all´inerzia del Comune
su un piano attuativo o su una variante, sentendosi in qualche modo
danneggiato può chiedere a un altro ente (Regione o Provincia) la
nomina di un commissario ad acta per risolvere la pratica. Ma la
risposta che arriverà (entro 30 giorni) non sarà solo tecnica. Sarà
politica e racconterà molto della Milano del 2030.
2- COSÌ IL "PARTITO DEL MATTONE" METTE ALL´ANGOLO
LA MORATTI...
Rodolfo Sala per "la Repubblica"
Sono mesi che l´ingegner Ligresti bussa al portone
di Arcore. Aveva provato prima con il sindaco Letizia Moratti,
il direttore generale di Palazzo Marino, l´assessore al Territorio. La
richiesta è sempre quella: sbloccare progetti urbanistici ai quali sono
interessate tre società del suo gruppo, progetti fermi dagli anni
Ottanta.
La Moratti è stata irremovibile: non si può,
non si deve, per costruire su quelle aree di proprietà di Ligresti
bisogna prima fare un «progetto strutturale», perché le ragioni del
vecchio blocco ai diritti edificatori rimangono tutte. «È una
questione di principio», si è intestardito il sindaco, a conferma
ulteriore delle voci sempre frequenti che danno in caduta libera i suoi
rapporti con Ligresti, tessera numero uno del partito del mattone a
Milano.
Si è messa di traverso lei, non tanto l´assessore al Territorio
Carlo
Masseroli, esponente della lobby ciellina che nel mattone vede
soprattutto la possibilità di espandersi, e non solo a Milano, nel
business dell´housing sociale: case in affitto per giovani coppie e
studenti, da tirar su - è il caso della torre di legno che sorgerà nel
2011 alla Bicocca, da 280 a 450 euro la locazione mensile - in una città
dove si pensa solo a costruire per poi vendere.
E grazie, particolare non trascurabile, ai buoni uffici del Comune,
che a quel progetto denominato «Social main street» ha contribuito
cedendo gratis le aree alle cooperative edilizia della Cdo, ma anche a
quelle della centrale rossa.
È un business che a Ligresti non interessa, nella richiesta avanzata
dal suo gruppo alla Provincia (commissariare l´urbanistica milanese in
nome del diritto negato a costruire) l´obiettivo vero, prima ancora dei
concorrenti effettivi e anche solo potenziali, è Letizia Moratti. È
lei l´ostacolo da rimuovere, è per questo che l´ingegnere si è
rivolto direttamente a Berlusconi, forte dei vecchi legami
politico-imprenditoriali consolidatisi tra i due nel corso degli ultimi
vent´anni.
Tra l´altro, il recente ridimensionamento dell´Expo (si costruisce
molto meno rispetto al progetto originario) ha messo in allarme il
partito milanese del mattone. È un ridimensionamento che il sindaco ha
salutato con grande favore, e che Ligresti - uno dei dominus delle aree
su cui sorgerà l´Esposizione del 2015 - non deve certo aver accolto
bene.
Il Cavaliere - come fa sempre - ha ascoltato, preso nota, promesso di
interessarsi alla vicenda: nella capitale del berlusconismo don
Salvatore non è uno qualunque. Il passo successivo è stato un contatto
diretto con la Moratti, da lui investita nel ruolo di sindaco quando lei
faceva il ministro dell´Istruzione nel suo penultimo governo. Ma
neppure il pressing del premier ha dato uno straccio di risultato.
Un problema in più per l´uomo di Arcore, già parecchio
insoddisfatto di come il suo ex ministro sta gestendo il Comune di
Milano: dall´Ecopass (la tassa d´ingresso sugli automobilisti) alla
pulizia della città, tanto per stare a due argomenti sui quali Berlusconi
non ha mancato d´intervenire, più di una volta e in modo
molto critico. Ci sono anche problemi grossi tra il sindaco e il suo ex
collega Tremonti, culminati in liti furibonde sulla vicenda Alitalia e
sui finanziamenti per l´Expo.
E poi ci sono certi sondaggi che il Cavaliere negli ultimi mesi si è
messo a compulsare in modo frenetico: Letizia cala in modo vistoso nel
gradimento dei milanesi, e alla corte di re Silvio si moltiplicano i
rumors che non danno più così certa la sua ricandidatura nel 2011,
quando scadrà il primo mandato.
La guerra dichiarata da Ligresti alla Moratti, la pratica di
commissariamento dell´urbanistica milanese già consegnata al nuovo
presidente della Provincia Guido Podestà (lui sì in ottimi rapporti
con l´ingegnere) e soprattutto il grande fastidio del premier ridanno
fiato a quelle voci, e contribuiscono a indebolire ulteriormente l´immagine
del sindaco. Tra i due vasi di ferro impersonati da Berlusconi e
Ligresti, lei appare sempre più come un vaso di coccio.
A forte rischio di sgretolamento. Di questa debolezza il costruttore
vuole approfittare: non foss´altro, come insinua il consigliere di
opposizione Basilio Rizzo, che per ottenere il via libera alle ruspe non
già nelle tre aree bloccate, ma altrove e per il futuro. «Come quegli
allenatori - dice Rizzo - che parlano male degli arbitri a prescindere,
sperando di essere aiutati nella partita successiva».
[16-09-2009]
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il codice dei MASSONI – dan brown mette LANGDON tra i cappucci CHE
COLLEGANO WASHINGTON ALL’ANTICO EGITTO – in “LOST SYMBOL” la cia
entra in contatto con le logge – SU TWITTER indizi e COORDINATE per
trovare SIMBOLI nascosti nella cartina della città…
Maurizio Molinari per
"La Stampa"
Il 15 settembre esce in tutto il mondo in lingua inglese Lost Symbol
il nuovo libro di Dan Brown. In attesa dell'arrivo in
libreria, il romanzo ambientato nella Washington della massoneria svela
uno ad uno gli elementi della trama attraverso Twitter.
La prima indicazione, messa in rete dall'editore Doubleday, consta di
due numeri: «29,979093 e 31,133891». Andando su Google Maps ci si
accorge che sono le coordinate geografiche esatte della Grande Piramide
di Giza, in Egitto. Proprio al profilo di questa Piramide si richiama il
triangolo rosso che campeggia sulla copertina di Lost Symbol,
all'interno del quale c'è il Campidoglio di Washington con sopra il
solenne sigillo di un documento su pergamena.
La sovrapposizione fra la piramide e il Capitol del Congresso evoca
lo scenario di un classico thriller: Washington è la capitale della
massoneria ovvero la città che porta il nome del fondatore degli Stati
Uniti, a sua volta massone, e che venne disegnata dall'architetto Pierre
L'Enfant, anch'egli massone.
La seconda segnalazione su Twitter riguarda non a caso la mappa di
Washington: e mette in rilievo la stella che viene fuori collegando i
sei punti di Dupont Circle, Logan Circle, Scott Ciralle, Washington
Circle, Mount Vernon Square e la Casa Bianca. Anche le coordinate dei
sei luoghi sono state messe su Google Map. e facendo attenzione alla
mappa ci si accorge che verso Dupont Circle, Scott Circle e Washington
Circle si dirigono le sei maggiori arterie cittadine, evocando il numero
satanico 666.
Se poi si uniscono i punti topografici relativi a Casa Bianca,
Campidoglio, Memoriale di Lincoln e Memoriale di Jefferson si ottiene la
forma di un diamante, tradizionale simbolo massone al pari della
piramide che campeggia sui biglietti da un dollaro ornata con 13 gradini
e la scritta in latino «Novo Ordo Seclorum» ovvero un «nuovo ordine
nei secoli».
A tale riguardo un altro indizio utile sulla
trama del libro di Brown viene dal primo titolo che era
stato ipotizzato ovvero The Solomon Key in riferimento alla «Chiave di
Salomone» che secondo l'esperto di simboli massonici Wayne
Hershel evoca poteri e scritti su Re Salomone che era noto
nell'antica terra d'Israele per avere il potere di «controllare i
demoni». (Angeli e demoni è non a caso il titolo del primo libro di Dan
Brown, uscito nel 2000.
Lì nasceva la figura del professor Robert Langdon che ritroveremo
nel Codice da Vinci del 2003 e che ovviamente è anche il protagonista
di questo libro. Professore presso l'Università di Harvard, nonché
stimato esperto internazionale di simbologia religiosa, il personaggio
di Langdon è interpretato dall'attore Tom Hanks
nella
trasposizione cinematografica degli omonimi romanzi).
Poi c'è la data di uscita del libro di Brown: 15 settembre, giorno
di festa alle origini del cristianesimo quando i fedeli vi celebravano
la Sacra Croce. Brown da tempo sostiene che anche egiziani e massoni
hanno a che fare con il 15 settembre, al pari dell'obelisco del
Washington Monument sulla cui cima c'è un'altra piramide, sebbene in
miniatura.
Altre tracce sulla trama del libro che Doubleday ha disseminato su
Twitter riguardano soggetti che non potrebbero essere più differenti:
il Pentagono, la figura di Virginia Dare, il primo
neonato americano di una coppia di immigrati britannici, la teoria del
Tytler Cycle elaborata dallo storico scozzese Alexander Tytler (sostiene
che «i cicli storici si ripetono»), la spia tedesca Frederick
Duquesne, Gesù e un compasso, ennesimo diretto riferimento al
mondo massonico.
Ma ciò che più colpisce è l'inserimento in questo canovaccio della
Cia attraverso il monumento Kryptos che sorge nel campus di Langley ed
è da generazioni oggetto di continui tentativi di decrittazione delle
centinaia di lettere incise sulle pareti a forma di serpente. Tre quarti
del monumento è stato finora decrittato portando a identificare alcune
coordinate geografiche a Sud di Langley ma resta l'ultima parte da
svelare e Dan Brown lascia intendere che potrebbe aver
tentato di sfidare quest'imponente tabù nel cuore della «intelligence
community».
Tali e tanti indizi portano critici cinematografici e grande pubblico
ad attendersi dopo il libro un film rilevatore sulla genesi massonica di
Washington ma nel mondo delle logge del Nord America si respira ben
altra aria. Per accorgersene basta parlare con Robert Huke,
direttore dello sviluppo della loggia più importante del Massachusetts,
con la sede sulla Tremont Street poco lontano dal luogo dove sabato si
sono svolte le esequie di Ted Kennedy. Huke non vuole
sentir parlare né di Dan Brown né di rituali
massonici sul grande schermo perché «volgarizzano la nostra vita e le
nostre tradizioni» e «ci trasformano in un fenomeno da baraccone:
quello che non siamo in America».
LA STELLA E IL DIAMANTE
Una cartina di Washington con la stella e il diamante che si ottiene
unendo i punti che le anticipazioni uscite su Twitter danno come
importanti nel nuovo libro di Dan Brown. Tanto la
stella, quanto il diamante assumono importanza nella simbologia in gran
parte massonica che percorre tutto il romanzo. A sbrogliarsi fra questi
simboli sarà ancora il professor Langdon
[03-09-2009]
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“SCUDARE O NON SCUDARE?” - PERCHÉ TORNANO IN AZIONE PROPRIO OGGI
GLI “SPALLONI”? PERCHÉ SONO IN MOLTI A VOLER APPROFITTARE DELLO SCUDO
FISCALE DA METÀ SETTEMBRE IN POI - PARADOSSALMENTE, COSÌ, GLI SPALLONI
PARTECIPANO ALL'EMERSIONE DELL'ECONOMIA SOMMERSA ITALIANA….
Stefano Elli e Marco lo Conte per il Sole
24 Ore
L' appuntamento è davanti a un museo di fossili alpini. Qui un primo
alpinista riempie la borraccia alla fontana di un lavatoio in pietra.
Poi si gira e un secondo alpinista gli fa un cenno. Una stretta di mano
e inizia lo scambio degli zaini. Uno contiene mezzo milione di euro e
sta per varcare la frontiera. È il momento clou di una rappresentazione
che pare d'a
ltri tempi, ma che va in scena quest'estate sul confine italo-svizzero.
Una vicenda non inedita, siamo ormai alla terza edizione dello scudo
fiscale, ma che non manca di suscitare interesse.
Per comprenderla a fondo bisogna conoscere la parola chiave, che non
è più «segreto bancario » bensì «privacy»: le informazioni
relative ai depositi di un cliente vanno tutelate, secondo la normativa
elvetica in materia, come un dato sensibile. E ora i personaggi e gli
interpreti: alcuni loquaci, altri muti come lapidi.
Innanzitutto i clienti italiani con il conto in Svizzera: combattuti
tra l'idea di riportare a casa il denaro e quella di restare con un
piede off shore. C'è poi il Fisco italiano, a caccia dei patrimoni in
un contesto internazionale che ha messo all'indice della black o della
grey list paesi come la Svizzera, poco o punto collaborativi con le
autorità internazionali.
Poi ci sono le banche della Confederazione Elvetica che hanno seguito
per mesi con trepidazione la contesa tra Ubs e l'amministrazione Usa
dividendosi sulla convenienza di pagare una multa salata, ma garantendo
l'anonimato dei propri clienti, o convinti a consegnare una lista di
evasori indifendibili e risparmiare qualche miliardo di dollari.
Desiderose, in ogni caso, di chiudere questa vicenda e ripartire a fare
affari.
In questa recita non mancano personaggi come gli alpinisti, o i «passatori»
dell'organizzazione smantellata nei giorni scorsi dalla Guardia di
Finanza di Como nell'inchiesta battezzata «Mozart» (perché tra gli
spalloni c'era anche un musicista). Tariffa a chilometro: 400 euro per
250 km percorsi con il denaro, l'oro o i diamanti stipati in doppifondi
supertecnologici con aperture a combinazione.
Ma anche consulenti finanziari e promotori iscritti all'albo non
disdegnano l'attività transfrontaliera. Ma perché costoro tornano in
azione proprio oggi? Perché sono in molti a voler approfittare dello
scudo fiscale da metà settembre in poi. Paradossalmente, così, gli
spalloni partecipano all'emersione dell'economia sommersa italiana, in
cambio di percentuali che oscillano dal 2% del denaro trasportato, se la
sede di partenza è il nord Italia e che sale al 3% circa se proviene
dal Sud.
Obiezione: la norma prevede che potranno essere regolarizzati solo i
patrimoni già all'estero al 31 dicembre 2008. E in buona parte degli
istituti elvetici si guarda con scrupolo a questa data; in altri invece
si osserva come la data è quella indicata dal contribuente italiano «scudante»
e che la banca di cui è cliente si limita ad attestare. Ma - si sa - i
clienti si trattano bene anche quando se ne vanno, perché - si spera -
potrebbero tornare.
Non manca anche un convitato di pietra: il debito pubblico italiano,
un tiranno che esige ogni anno circa 75 miliardi di euro dai
contribuenti per soddisfare la fameliche fauci delle sue creature, ossia
i titoli di Stato, che chiedono questa cifra esorbitante da girare a
fondo perduto ai detentori di BoT e BTp, nel 60% circa dei casi non
italiani.
In questa commedia si gioca a evitare equivoci: e alcuni personaggi
sono chiamati proprio a evitarli. Sono i revisori interni degli istituti
elvetici, il cui compito è guardare con sospetto a ogni flusso
importante di denaro in ingresso, segnalando comportamenti
eccessivamente disinvolti da parte degli addetti della banca.
Costoro non sono disposti a rischiare di incappare in brutte sorprese
e preferiscono perdere clienti piuttosto che apparire come elusori, per
esempio, di norme anticiclaggio. Divergenti gli interessi in gioco.
Entro il 15 aprile prossimo il Fisco punta a incassare uno o due
miliardi dall'operazione rimpatrio, le banche svizzere a non perdere i
clienti, mentre i clienti - nel mezzo, con il rendiconto in mano - si
chiedono se «scudare o non scudare».
«A noi non interessa acquisire clienti con modalità poco ortodosse
- dice risoluto il private banker di una banca internazionale con base
in Svizzera - . Non giudichiamo chi lo fa, ma il nostro business è un
altro ». Un business che si è quasi dimezzato in due anni.
Tentazioni? «È vero che abbiamo patito più degli altri per la
crisi dei mercati. Ma stiamo iniziando a raccogliere i primi segnali di
un lavoro di pulizia avviato tempo fa. E presto torneremo forti». Se
vengo da lei e le chiedo di aprire ora un conto presso il vostro
istituto? «È del tutto lecito - spiega il gestore di una boutique
finanziaria ticinese - trasferire fino a 10mila euro attraverso il
confine italo-svizzero. Se una famiglia di cinque persone vuole fare una
gita in un giorno feriale, oppure il 25 aprile o il 2 giugno, giorni di
festa da voi, può trasferire qui da noi quasi 49mila euro. È tutto
lecito».
E per importi maggiori? Chi non ha modo di fare avanti e indietro e
deve depositare qualche centinaio di migliaia di euro? «Noi di questo
non ci occupiamo - continua -. Se crede posso informarmi sul numero di
un trasportatore». Né mancano tra gli svizzeri i "dissuasori
occulti": «Noi diciamo al nostro cliente attenzione: il fisco
italiano è un'idrovora - il banchiere A.P., direttore di un istituto di
media grandezza, 5 miliardi di patrimonio -. Ti inizia a prendere poco e
poi non ti molla più: io sono certo che i vincoli dello scudo-ter
diventeranno via via più stretti. L'esosità crescente del Fisco
italiano non ti permette di liberarti più. Quindi se hai già scudato
una prima volta, o se vuoi rimpatriare il denaro per paura, meglio
rinunciare: gli fai sapere che produci nero. Scudare conviene solo a chi
intende investire il denaro rimpatriato in attività commerciali o
immobiliari ».
[16-08-2009]
SCUDO BUCATO – DITE A TREMONTI DI LEGGERE “LIBERO”: I
COMMERCIALISTI BOCCIANO IL RIENTRO DEI CAPITALI DALL'ESTERO: "CONDONO
FISCALE TROPPO CARO, SARA' UN GIGANTESCO FLOP" - POCHE GARANZIE SUI
REATI SOCIETARI, LE COPERTURE SI LIMITANO AI SOLI REATI TRIBUTARI…
Francesco De Dominicis per "Libero"
Promessa mantenuta. A distanza di un mese dall'annuncio sono scattati
i rimborsi fiscali. Proprio in queste ore, infatti, sotto gli ombrelloni
sta arrivando una boccata d'ossigeno per gli italiani. Dei circa 600
milioni di euro inviati a oltre 900.000 contribuenti dall'agenzia delle
Entrate nei giorni scorsi il 20% è arrivato in Lombardia: 116,71
milioni di euro divisi per 156.104 rimborsi. Estate con qualche soldo in
più, che in questi tempi di crisi non guasta, pure nel Lazio dove gli
82mila rimborsi valgono 58,2 milioni di euro.
Tra le province è Milano al top della classifica con 71.543 rimborsi
e un importo complessivo di 59,13 milioni di euro. Segue Roma con quasi
60mila rimborsi e 46,58 milioni di euro. Al terzo posto Napoli: più di
39mila rimborsi e 22,71 milioni di euro. In Abruzzo, dove la liquidità
ora serve anche a far fronte al dopo-terremoto sono stati inviati 11,2
milioni di euro a 19mila contribuenti.
Per i funzionari delle Entrate è un Ferragosto al lavoro. Ma non
solo per i rimborsi. Ora si punta soprattutto a fare cassa. Fra 30
giorni esatti scatta lo scudo fiscale. Per il ministro dell'Economia,
Giulio Tremonti, è una scommessa da vincere. Ma sul successo
dell'operazione non mancano le perplessità. Come quelle dei
commercialisti, che nella partita giocheranno un ruolo chiave nel dare
consigli ai clienti che hanno fondi all'estero.
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e
degli esperti contabili, Claudio Siciliotti, parla senza mezzi termini
di «rischio flop». Si tratta, spiega a Libero, di «una manovra che
complessivamente ha poco appeal» per chi ha capitali oltreconfine, «ma
da un punto di vista etico è giusto così».
«Le iniziative mediatiche dell'amministrazione finanziaria denotano
qualche timore da parte chi gestisce l'operazione». Fatto sta che «rispetto
ai condoni del 2002-2003, quello appena varato è più costoso» osserva
Siciliotti. E in effetti l'imposta secca da versare con lo scudo 2009 è
del 5% contro il 2% circa pagato negli scorsi anni. Il leader dei
commercialisti fa riferimento anche alle "coperture" che ora
«si limitano ai soli reati tributari», lasciando i contribuenti
scoperti sul fronte degli «illeciti societari».
[16-08-2009]
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PER LA PRIMA VOLTA NELLA SUA STORIA L’ARMA REPLICA A UN
GIORNALISTA: GIORGIO BOCCA - L'INDIGNAZIONE DEL COMANDO DEI CARABINIERI
PER LE OMBRE DI COLLUSIONE CON LA MAFIA - BOCCA SULL'ESPRESSO: “I
CARABINIERI, COME LA MAFIA, NON SONO QUALCOSA DI ESTRANEO E - DI OSTILE
ALLA SOCIETÀ SICILIANA, FANNO PARTE FONDAMENTALE DEL PATTO DI COESISTENZA
- E DI CONTROLLO SUL TERRITORIO CONDIVISO CON LA CHIESA E CON LA MAFIA”
1 - L'INDIGNAZIONE DELL'ARMA PER LE OMBRE DI COLLUSIONE CON LA
MAFIA
Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - http://www.carabinieri.it/Internet/
Il settimanale l'Espresso pubblica oggi un articolo a firma di
Giorgio Bocca dal titolo "Quanti amici ha Totò Riina" nel
quale si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in
Sicilia l'ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando
Generale respinge con fermezza e con indignazione.
Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della
mafia, tra i quali il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo
Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri.
All'eroica testimonianza dei caduti si affianca quella delle
migliaia di Carabinieri che in Sicilia continuano ad offrire quotidiane
prove di abnegazione e di riconosciuta efficienza. Sono i Carabinieri
che ieri hanno arrestato lo stesso Riina e oggi hanno stroncato sul
nascere il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra.
Sorprendono, quindi, le ingiustificate e infamanti accuse che si
risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello
Stato.
Il Carabiniere è pienamente consapevole del rischio che corre ed
è invero "innaturale" insinuare che risponda a "tacite
regole di coesistenza", perché obbedisce con coraggio e lealtà
unicamente all'imperativo del dovere, per la difesa della legalità e
l'affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere muore a
Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a
Nassyria, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine.
2 - CASINI, l'ARTICOLO BOCCA INFAME. SOLIDARIETA' ALL'ARMA DA UDC
(AGI) - "Tutto il Paese si deve stringere in ogni sua componente,
maggioranza e opposizione, intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo
dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalita' e
nella consapevolezza di cio' che rappresenta per il presente e per il
futuro. L'articolo di Giorgio Bocca e' infame e ogni altro commento e'
superfluo. Esprimo al Generale Gallitelli la solidarieta' dei
simpatizzanti e militanti dell'Unione di Centro". Lo dichiara in
una nota il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini.
3 - QUANTI AMICI HA TOTÒ RIINA - L'ARTICOLO DI BOCCA PUBBLICATO
DA L'ESPRESSO
di Giorgio Bocca
I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie,
sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni
vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle
tacite regole di coesistenza
L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia
Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il
generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia
perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco
mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno
spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione
non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra
capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di
coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola
economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza
o di consenso.
Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si
rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere
che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno
partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi
speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di
Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e
meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa
autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa
alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio
in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su
cui si fonda l'unità d'Italia.
Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei
umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo
delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo
del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo
Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti,
il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della
mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la
Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.
Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha
detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si
attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa
quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione
nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata
società'.
Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste
di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando.
Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente
polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come
la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società
siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul
territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la
mafia.
In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una
caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo
aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi
apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza
ragazzi negli oratori.
E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da
altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo
di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è
naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza
o di competenza?
[13-08-2009]
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MA QUALE COCA, L’”AIUTINO” ERA IL VIAGRA - ERANO DIVERSE LE
DONNE VIP CHE FREQUENTAVANO LA VILLA DI TARANTINI IN COSTA SMERDATA -
ANCHE EVA CAVALLI, MOGLIE DELLO STILISTA, CHE SI SENTE MALE, UNA SERA, PER
VIA DI UN COCKTAIL A BASE DI MD, UN ALLUCINOGENO…
Guido Ruotolo per La Stampa
Questa storia non finisce mai di stupire. Dal punto di vista
giudiziario, gli interrogatori di ieri promettono sviluppi. Forse prima
di Ferragosto. Di certo, l'interrogatorio di garanzia dell'amico del
cuore ed ex socio di Gianpiero Tarantini, Max Verdoscia, ha aggravato la
posizione dell'imprenditore che ingaggiava le escort anche per le notti
d'amore a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. E anche dell'ex «consulente»
di Gianpi, Alex Mannarini.
Ma adesso, accanto alla coca e alle puttane, in questa storia di
malasanità che racconta anche il tentativo di «scalata» sociale
dell'imprenditore Tarantini e della sua «coorte» nel mondo dei vip e
dei potenti, spunta l' «aiutino» per garantirsi una nottata
indimenticabile. L'aiutino, ovvero il Viagra, il noto stimolatore
(chimico).
Si è difeso così Massimiliano Verdoscia, arrestato venerdì
scorso - insieme al pusher Stefano Iacovelli - per acquisto, detenzione
e cessione di almeno 50 grammi di cocaina, davanti al gip Sergio Di
Paola, nel corso dell'interrogatorio di garanzia. Non che non abbia
ammesso di sniffare coca, di comprarla - «ma solo per uso personale» -
anche dal pusher Stefano, e di averne vista girare nelle feste che
Gianpi organizzava nella villa presa in affitto a Capriccioli, Costa
Smeralda, l'estate del 2008. Il quale Stefano si difende così: «Io a
Verdoscia portavo il Cialis». Ma allora, Cialis o Viagra? Un
particolare sul quale evidentemente i due si sono contraddetti.
Poi Max ha voluto precisare che un'intercettazione telefonica che
gli era stata contestata nell'ordinanza di custodia cautelare andava
diversamente interpretata. E' il 20 agosto del 2008, Max parla con un
suo amico, Ezio Mastromarco, per organizzare una serata di sesso («Ezio,
ti volevo dire una cosa, ma neanche una zoccola riusciamo a trovare?»).
A un certo punto, Max chiede: «Che dici, dobbiamo prendere pure
un aiutino?». Il gip deduce che quell'aiutino dovrebbe essere droga.
Errore. Precisa Max: «Non è droga, è Viagra». Ma perché chiedeva ad
altri di procurare il Viagra? Per «vergogna». In realtà, secondo chi
ha frequentato Verdoscia e la sua allegra compagnia, era l'autista di
Max l'incaricato di procurare il Viagra. E non Iacovelli, così come ha
sostenuto nel corso dell'interrogatorio lo stesso pusher.i
Ma non è questa la novità che potrebbe dare una svolta alla
indagine del pm Pino Scelsi sul filone droga. Il punto è che Verdoscia
ha rispedito al mittente l'accusa di essere lui il procacciatore di coca
per le feste di Tarantini. Gianpi era stato sentito in due occasioni dal
pm Scelsi, il 28 e il 31 luglio scorso. E si era difeso scaricando
l'amico Max: «Verdoscia comprava droga da tale Stefano. Lui e Mannarini
si rifornivano da Stefano di Torre a Mare». Ieri, però, Verdoscia ha
detto che in Sardegna la droga era nella disponibilità dell'amico
Gianpi.
Dunque, Tarantini ha mentito, come è suo diritto essendo
indagato. Ma è evidente che adesso la sua posizione - come quella di
Mannarini - sarà attentamente valutata dal pm Scelsi. Anche perché, la
Procura ha depositato agli atti diverse intercettazioni telefoniche.
Nell'informativa della Guardia di Finanza, si sottolinea, per esempio,
che la soubrette Francesca Lana, riferendosi a Tarantini e Mannarini,
dice che i due «si divertono a far drogare tutti nel Privé (del
Billionaire, ndr), pure Briatore». E sempre Francesca Lana chiede le «dosi»
a Mannarini.
Erano diverse le donne del mondo dello spettacolo e dei vip che
frequentavano - da sole o accompagnate - la villa di Capriccioli. Anche
la signora Eva Cavalli, moglie dello stilista Roberto. Che si sente
male, una sera, per via di un cocktail servitole a base di Md, un
allucinogeno. Ma la signora Cavalli, interrogata, si è limitata a dire
di non «ricordare» la circostanza. E poi Sabina Began, Jennifer
Rodriguez, Victoria Petrov.
I difensori di Verdoscia e Iacovelli hanno chiesto un'attenuazione
della misura di custodia cautelare. Insomma, gli arresti domiciliari
anche per la disparità di trattamento con gli altri indagati -
Tarantini e Mannarini - che sono a piede libero. La Procura deve
esprimere il suo parere entro stasera. Poi il gip dovrà decidere.
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INTERCETTATA FRANCESCA LANA, L´AMICA LESBO-CHEAP DI MANUELA ARCURI
- “QUELLI DI BARI STANNO RIEMPIENDO DI COCA MEZZA SARDEGNA, LO SA ANCHE
BRIATORE” - L’ARCURI FU CONDOTTA DAL SUO AMICO TARANTINI A UNA CENA A
PALAZZO GRAZIOLI - TARANTINI USAVA OFFRIRE COCA AI SUOI OSPITI COME FOSSE
UN BICCHIERE DI VINO
gabriella de matteis e giuliano foschini per La
Repubblica
«Quelli di Bari», li chiamavano lo scorso anno in Costa Smeralda.
«Quelli stanno riempiendo di coca mezza Sardegna». Così parlava lo
scorso anno «a cornetta aperta con un interlocutore non identificato»
Francesca Lana, una delle soubrette vicine al gruppo di Gianpaolo
Tarantini, l´imprenditore barese accusato dalla procura di Bari di aver
portato prostitute al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.
arcuri
ezio costantino CHI09
La Lana era intercettata dalla Guardia di Finanza e ora quella
conversazione è agli atti del fascicolo che, venerdì mattina, ha
portato in carcere Massimiliano Verdoscia, il socio di Gianpaolo
Tarantini e Stefano Iacovelli. È il luglio del 2008, la prima estate
che Gianpaolo Tarantini, per sua stessa ammissione davanti alle fiamme
gialle, trascorre in Sardegna.
Un´estate di feste e coca, «tanta che anche noi eravamo
coscienti che si esagerasse - racconterà Alessandro Mannarini,
collaboratore di Tarantini e anche lui indagato per coca - ci si
riprometteva di smettere, ma le promesse venivano puntualmente disattese».
Una delle ospiti fisse di quell´estate a casa Tarantini era
Francesca Lana, una «soubrette» - come la definiscono gli
investigatori - nota alle cronache mondane soprattutto per essere l´amica
del cuore di Manuela Arcuri. Bene, è una notte di luglio quando la Lana
- «in stato confusionale» scrivono gli stessi finanzieri - non misura
le parole e si lascia andare ad un´affermazione che, nell´indagine,
diventa importante o comunque meritevole di essere citata.
«Quelli di Bari danno la droga a tutti, lo sa anche Briatore
(ndr, che non è né indagato né coinvolto nell´inchiesta, a nessun
titolo)» dice, in sintesi, l´attrice così come riportato nel verbale
agli atti dell´indagine.
A questa ricostruzione segue una nuova conversazione, anch´essa
intercettata, tra la Lana e Mannarini, nella quale si parla di alcune
dosi di cocaina che l´uomo avrebbe dovuto portare. Il tenore delle
feste sarde nella villa di Tarantini sono definite dal gip «inquietanti»
per il giro di droga: l´imprenditore barese - che portò Patrizia D´Addario
e altre signore a Palazzo Grazioli dal presidente - usava offrire coca
ai suoi ospiti come fosse un bicchiere di vino.
Tarantini ha però fatto al pm Giuseppe Scelsi, nell´interrogatorio
del 28 luglio scorso, il nome di Massimiliano Verdoscia come colui che
avrebbe portato la droga. Ed è stato sempre Tarantini a tirare in ballo
Stefano Iacovelli. Dichiarazioni che la difesa di Massimiliano Verdoscia
e Stefano Iacovelli contestano.
Questa mattina, davanti al gip Sergio Di Paola, è in programma l´interrogatorio
di garanzia dei due indagati. Il legale di Iacovelli, l´avvocato
Rosario Greco non vuole fare alcun commento sull´indagine. Ieri però
è stato in carcere dove ha incontrato il suo assistito che era sereno e
certo, spiega il legale, «di poter dimostrare la sua assoluta estraneità
ai fatti che gli vengono contestati».
[11-08-2009]
|
MI MANDA RETROMANNO – ECCO A VOI RICCARDO MANCINI, NEO AD DI EUR SPA:
GIOVANE DIRIGENTE DEL FRONTE DELLA GIOVENTÙ, LAUREATO HONORIS CAUSA (!) ALLA
PRO DEO (!!) – PER MERITI FAMILIARI (IMPRESA DEL NONNO) A 24 ANNI È AD DI
AGIP SERVIZI PIEMONTE. ED È SOLO L’INIZIO…
Pietro Romano per "Il
Mondo" in edicola domaniDa giovane, dirigente del
Fronte della gioventù con Gianni Alemanno leader. Da
adulto, amministratore delegato di Eur spa, una delle più importanti
società partecipate dell'amministrazione comunale di Roma, con Alemanno
sindaco, del quale è stato nel board dei tesorieri in campagna elettorale.
Ma da un Alemanno all'altro ne è passata di acqua sotto i
ponti del Tevere per Riccardo Mancini, nuovo ad di Eur
con presidente l'imprenditore Pierluigi Borghini, già candidato del
centrodestra a primo cittadino della Capitale.
Nato nel 1958, laureato honoris causa in ingegneria meccanica alla pro
Deo, Mancini ha l'imprenditoria nel dna. Il suo nonno
materno Romolo Zanzi nel 1916 fondò un'azienda
specializzata nel ramo riscaldamento e condizionamento che alla fine degli
anni ‘90 arrivò a fatturare 160 miliardi con oltre 500 dipendenti.
Proprio il gruppo Zanzi con Jacorossi
e Agip petroli nei primi anni ‘80 costituì l'Agip servizi con lo scopo,
come si diceva allora, di metanizzare il Paese e contribuire alla sua
modernizzazione e al suo sviluppo. E Mancini, a poco più di 24 anni, dopo
aver maturato esperienze nell'azienda di famiglia, divenne ad di Agip
servizi Piemonte (competente anche per Lombardia, Val d'Aosta e Liguria,
insomma la parte più consistente della società), un incarico conservato
fino al 2000, alla vigilia dell'assorbimento di Agip servizi da parte
dell'Eni, che la trasformò nella divisione Refining and marketing.
Nello stesso anno il gruppo Zanzi venne ceduto alla
Cofatec, polo servizi di Gaz de France. Mancini, però, era troppo giovane
per vivere di ricordi. Si guardò intorno e nel 2003 rilevò le quote di Franco Bernabè
nella Treerre, azienda all'avanguardia
tecnologica nel settore waste management, specializzata nella bonifica e
nei processi di smaltimento di rifiuti di idrocarburi, in particolare
nella dismissione e la demolizione di stabilimenti petrolchimici nonché
nella bonifica di siti contaminati da amianto e da rifiuti speciali.
La Treerre, che possiede quote di discariche per rifiuti speciali in
Olanda e Germania, ha clienti come Eni, Syndal, Tav e Bagnoli. Da tre anni
della Treerre (che controlla con il 60%) Mancini è presidente, dopo aver
lasciato l'incarico di ad a Emilia Fiorani, che possiede
il residuo 40% della società.
Il nuovo ad di Eur è stato attivo anche nel settore multimediale, con
la Kairos, di cui era azionista e presidente, che importava in esclusiva i
film della casa produttrice francese Gaumont, successi come La cena dei
cretini e L'impero dei lupi. Mancini ha inoltre interessi
in società petrolifere ed è consigliere di amministrazione della Friuli
Venezia Giulia spa (che opera nei processi di dismissione degli immobili
regionali) e della Fiumicino servizi spa, attiva nella gestione dei
servizi comunali.
[06-08-2009]
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ALLA FACCIA DEI ROSICONI, MEGALÒ MALAGò CELEBRA IL SUCCESSO DEI
“SUOI” MONDIALI - LA SAN PELLEGRINI EFFERVESCENTE SI SPUPAZZA IL
FIDANZATO CHE FA CILECCA (IN PISCINA) - ARRIVA LAPO, RETROMANNO TAGLIA LA
TORTA POI TUTTI IN PISTA (MEGLIO VEDERLI NUOTARE)
Claudia Alì per "Il
Messaggero"
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
Il trio di piscine sotto le stelle dice addio al mondiale.
Invitati eccellenti si sono ritrovati al Village Roma 09 organizzato da
Jumbo Grandi eventi per un esclusivo party di chiusura. Dopo la
cerimonia conclusiva allo Stadio del Nuoto e dopo aver mangiato
blindatissimi all'Acqua Acetosa, ecco sfilare le star del mondiale:
Massimiliano Rosolino e Alessia Filippi.
Attesi anche Filippo Magnini, i fidanzati
più famosi d'Italia Luca Marin e Federica Pellegrini, la campionessa di
tuffi Tania Cagnotto, Michael Phelps. Tutti alla corte del presidente
del comitato organizzatore Roma 09 Giovanni Malagò e del presidente
della FIN, Paolo Barelli, accolti insieme al sindaco Gianni Alemanno con
la moglie Isabella Rauti, il professor Emanuele Emmanuele, presidente
della fondazione Cassa di Risparmio e Samantha De Grenet.
«Grazie Roma, sono soddisfatto e emozionato», ha detto Malagò.
C'è buona parte della Roma: Daniele De Rossi, Marco Cassetti, Mirko
Vucinic. Invitati da Gaetano e Gianni Mangione e Giuseppe De Mita,
organizzatori della discoteca del Villaggio "Billie Jean".
Atteso Lapo Elkan che dopo aver visitato il villaggio si è imbarcato su
un volo per New York.
[03-08-2009]
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COSTA SMERDATA - TUTTI CONTRO BRIATORE: GLI ABITANTI DI ARZACHENA
RIVOGLIONO LA SPIAGGIA E LA PINETA “CANCELLATA” DAL BULLONAIRE - LUI
VUOLE 380 MILA EURO DI DANNI DA DUE OPERAI - LO SCANDALO DELLE CONCESSIONI
DEMANIALI, 98% FUORI REGOLA A ARZACHENA…
Da Blitzquotidiano.it
Gli stabilimenti balneari in Sardegna, insieme a gazebo
improvvisati, chioschi, ristoranti sulla spiaggia, non rispettano mai i
limiti e la lettera delle concessioni del demanio. Sotto accusa stavolta
i gazebo abusivi sulla costa del comune di Arzachena di Flavio Briatore
e della sua creatura Billionaire on the beach, che ha scatenato la
protesta degli abitanti del luogo e dei numerosi amanti della splendida
località.
Il risultato dell'indagine ordinata dal
comune di Arzachena lascia basiti: su 20 delle 61 concessioni
rilasciate, il 98% sono irregolari. Così, a fronte di spese irrisorie
per privatizzare alcuni dei tratti costieri più belli del mondo, si
affittano lettini davanti al mare anche a 70 euro al giorno.
Il sit-in di protesta dei bagnanti della spiaggia di Capriccioli
denunciava la cancellazione di una storica pineta per far posto al
"Rubacuori" ultima trovata di Briatore. Che non ha preso
affatto bene la cosa: ha chiesto 380 mila euro di risarcimento per i
danni provocati a due operai che hanno partecipato alla protesta.
[02-08-2009]
PIAZZA AFFARI, LA CRISI RESTRINGE IL CLUB DEI MILIARDARI: SOLO
DIECI SOPRA I MILLE MILIONI, ERANO 13 UN ANNO FA – FUORI ZALESKI, DENTRO
GHEDDAFI – CHI INCREMENTA LA RICCHEZZA? MASSÌ LUI, IL CAVALIERE DEL
CIALIS - E IN EUROPA È BOOM, MA DI DISOCCUPATI…
1 - PIAZZA AFFARI, LA CRISI RESTRINGE IL CLUB DEI MILIARDARI: SOLO
DIECI SOPRA I MILLE MILIONI, ERANO 13 UN ANNO FA - FUORI ZALESKI, DENTRO
GHEDDAFI - CHI INCREMENTA LA RICCHEZZA? MASSÌ LUI, IL CAVALIERE DEL
CIALIS...
Francesco Spini per La Stampa
Il club dei miliardari in Borsa si restringe causa crisi. Erano 13
un anno fa, sono rimasti in 10 i superazionisti che possono vantare
partecipazioni a nove zeri in società quotate. Non è solo il parco
buoi, dunque, ad uscire con le ossa rotte dal cataclisma della finanza.
Secondo la consueta rilevazione di Milano Finanza sui 300 signori
del listino, prìncipi di Piazza Affari si confermano Gianfelice e Paolo
Rocca, il cui valore della partecipazione in Tenaris vale sì la
bellezza di 7,25 miliardi di euro ma, nei dodici mesi trascorsi dal 31
luglio del 2008, si è praticamente dimezzato, perdendo il 48,8%. Il
resto del ristretto club presenta più di una novità.
Dimenticate Romain Zaleski: il finanziere franco-polacco un tempo
padre padrone della Carlo Tassara è uscito di scena a favore delle
banche creditrici. Escono dalla parte alta della classifica - quella a
nove zeri - anche i Bulgari (la loro quota valeva 1,05 miliardi un anno
fa, oggi 548,9 milioni, la metà). Morale: 20esimo posto.
Pesante new entry in vetta, invece, quella del leader libico
Muammar Gheddafi. Il colonnello ha incrementato notevolmente gli
investimenti libici in Italia: dall'1 è passato al 5% di UniCredit, è
entrato in Retelit, oltre a mantenere la vecchia partecipazione nella
Juventus. Si guadagna così la sesta posizione (1,57 miliardi) dalla
24esima di un anno fa.
Al posto di Zaleski, invece, medaglia d'argento della Borsa
milanese è Leonardo Del Vecchio. Grazie alla sua Luxottica (+80% da
marzo), alla salita in Generali (2%) e sommando le altre partecipazioni
in Foncière des Régions e Molmed assomma 6,5 miliardi, con un
progresso del 12% che gli ha permesso di abbandonare il quarto posto
dell'anno scorso. E superare i Benetton, passati da un valore di
portafoglio di 6,7 miliardi a 5,8 (-13%).
Dietro la famiglia di Ponzano Veneto resiste, e più che bene
visto che incrementa la sua ricchezza in titoli dello 0,9%, il premier
Silvio Berlusconi, quarto Paperone di Piazza Affari (era quinto un anno
fa). Le quote, che nella classifica ricomprendono anche i figli, sono
ora a 3,517 miliardi, +0,9%. Gli si sarà pure svalutata la Mondadori,
Mediaset non ha avuto particolari slanci. E allora ci ha pensato l'amico
Ennio Doris con la sua Mediolanum a ristabilire le sorti del gruzzolo.
Cosa che sa bene lo stesso Doris.
Un anno fa stava al diciottesimo posto con 802,8 milioni e ora
entra nel circolo dei nove zeri con 1,18 miliardi (+47,1%), nona
posizione. Ma più in alto in classifica, dopo la famiglia Berlusconi,
resistono i novaresi Boroli/Drago - con Dea Capital, Lottomatica, la
spagnola Antena 3 e Generali - che pure perdono in un anno il 30% e
assommano ora 2,28 miliardi.
Dopo di loro, c'è Gheddafi appunto,
Francesco Gaetano Caltagirone (1,39 miliardi, -21%) e i fratelli Massimo
e Gianmarco Moratti a cui la loro Saras, le partecipazioni in Pirelli e
Camfin non hanno dato grandi soddisfazioni: perdono una posizione in
classifica, numero 8, lasciano per strada il 38% a 1,21 miliardi.
Chiudono la classifica dei primi 10 gli Agnelli-Nasi: il valore
della quota in Exor vale 1,095 miliardi, calata del 15,9%. Restano gli
esclusi. Di Danilo Coppola, un anno fa al 82esimo posto non v'è
traccia. Resiste Luigi Zunino, ma dal 29esimo posto (e 450,79 milioni)
crolla alla 67: la quota attuale in Risanamento di milioni ne vale ormai
"solo" 76.
2 - E IN EUROPA È BOOM, MA DI DISOCCUPATI - NELL'ULTIMO ANNO
OLTRE TRE MILIONI DI CITTADINI UE SONO RIMASTI SENZA LAVORO
Marco Zatterin per La Stampa
Il bollettino dal fronte dell'occupazione regala ancora numeri
drammatici e annuncia che a giugno l'armata dei senzalavoro è arrivata
al 9,4% della popolazione attiva di Eurolandia. Vuol dire che, nello
spazio di trenta giorni, sono stati 246 mila i cittadini comunitari che
hanno perso l'impiego, cifra che porta a oltre tre milioni il totale
delle persone rimaste a casa in un anno nell'intero club della moneta
unica.
Dati duri, senza dubbio. Però, a leggerli in controluce, oltre le
difficoltà emerge un segnale positivo. E' che la caduta d'inizio estate
vale il 40% di quella marzolina, quando fu toccato il picco dei posti
bruciati (626 mila). L'emorragia rallenta, nota Bruxelles: «E' una
buona notizia, speriamo che continui».
L'auspicio si basa su analisi concrete eppure non c'è nulla da
ridere, non si può quando migliaia di famiglie vivono nell'incertezza.
Il tasso di disoccupazione registrato da Eurostat a giugno nell'Eurozona
è il più alto dal 1999. Nella configurazione a Ventisette, la
percentuale dei senza lavoro si riduce all'8,9%, contro l'8,8% di maggio
e il 6,9% del giugno 2008. Fa poca differenza. Nel complesso, gli
europei che un anno fa andavano in ufficio o in fabbrica sono oggi oltre
5 milioni di meno (totale di chi sta a casa controvoglia: 21,5 milioni).
La crisi è stata dura, non c'è dubbio.
La Commissione Ue sostiene che non si deve interpretare la
tendenza come la fine del lieve progresso del tono congiunturale. «C'è
un ritardo evidente fra la crisi economica e l'andamento del mercato del
lavoro - spiegano le fonti -, tanto che l'occupazione ha cominciato ad
andare veramente male nella seconda parte del 2008, quando la tempesta
finanziaria aveva già trasferito la parte più significativa dei suoi
effetti dannosi sull'economia reale». Oggi Bruxelles vede «potenziali
segnali di stabilizzazione». E conferma che il clima delle imprese pare
essere più virtuoso, così non da consentire di smentire le caute
aspettative di una ripresina per l'autunno 2010.
O
- copyright Pizzi
Presto per spingersi oltre. E' necessario attendere ottobre per
capire se veramente si può pensare di avere il peggio alle spalle. I
pareri si dividono fra chi sospetta che, con la ripresa dell'attività,
licenziamenti e mancato rinnovo dei contratti potranno impennarsi, e chi
immagina un'evoluzione positiva, lenta e graduale. Il problema è che a
farne le spese sono sopratutto le donne (disoccupate al 9,7%) e i
giovani, con un "under 25" su cinque che non sa cosa fare.
Nerissimo il quadro spagnolo: i ragazzi a spasso sono il 36,5% e
Madrid (18,1%) si ritrova in testa alla classifica Ue della
disoccupazione. Non succedeva dal 1998.
[02-08-2009]
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PORTAVOCE RICCO, MI CI FICCO - ADDETTI STAMPA? MEGLIO ADDETTI ALLA
CASSA! – DEL BONO (BOLOGNA) GUADAGNA 130MILA IN PIÙ DELL’ERA
COFFERATI - I CASI TURBOLENTE (ALEMANNO), FILIPPO DE BORTOLI (MORATTI) E
CALDARA, CHE GUADAGNA PIÙ DI CHIAMPARINO…
Eleonora Capelli per "La
Repubblica"
Anche in tempi di tagli per gli enti locali e di bilanci in rosso,
c'è un mestiere che meglio sembra resistere ai colpi della crisi
economica: il portavoce del sindaco. Stipendi altissimi, che pesano per
cifre vicine agli 800 mila euro sulle casse dell'amministrazione (e del
contribuente) nei 5 anni di un mandato e mettono d'accordo nord e sud,
grandi capoluoghi e città di medie dimensioni. Senza sfuggire al
paradosso che vede il comunicatore superare in busta paga il primo
cittadino, come nel caso di Torino.
Dopo l'eco suscitata dal caso del sindaco di Bologna, Flavio
Delbono, che ha impegnato 724.878 euro in cinque anni per ingaggiare il
giornalista e scrittore di noir Marco Girella, riuscendo a battere il
predecessore Sergio Cofferati che per Massimo Gibelli ne stanziò 594
mila, anche le altre città si fanno i conti in tasca. In questa
particolare classifica, Bologna raggiunge Roma: la nomina di Simone
Turbolente a direttore dell'ufficio stampa del sindaco Gianni Alemanno
pesa per 162.408,48 euro sul bilancio 2009 della capitale, anche se il
professionista riceve un compenso lordo di oltre 118 mila euro all'anno
(il resto sono oneri) poco distante dai 117 mila euro annui del collega
bolognese Girella.
Da Milano a Palermo, in una giungla di
delibere e atti dirigenziali, con denominazioni che vanno da capo
ufficio stampa a responsabile della comunicazione, da "spin doctor"
a portavoce, i professionisti che devono mettere in relazione i media
con il primo cittadino hanno in comune retribuzioni a sei cifre che a
volte superano persino quelle del loro "capo".
A Torino il caso è scoppiato pochi mesi fa: Riccardo Caldara,
responsabile della divisione informazione e servizi con il cittadino,
oltre che portavoce del sindaco, in un anno prende 123.837 euro lordi,
di cui 25 mila come premio di risultato. Il suo "superiore",
Sergio Chiamparino, si ferma a 109 mila.
A Milano il compenso di Filippo De Bortoli, responsabile della
comunicazione e coordinatore dell'ufficio stampa del sindaco Letizia
Moratti, è fissato da una delibera del 3 luglio 2006 in 132.452 euro
lordi all'anno, in una gerarchia in cui alla qualifica di vice capo
servizio dell'ufficio stampa corrispondono 79.470 euro all'anno e al
semplice addetto 44.539 euro. In buona posizione anche Palermo, con i 74
mila euro lordi all'anno dell'esperta per la comunicazione di Diego
Cammarata, Donatella Palumbo, da aggiungere ai 155 all'anno della busta
paga del capo ufficio stampa Rino Canzoneri nel 2008 (adesso però il
ruolo si sta assegnando per concorso).
Tra i comuni virtuosi Trieste, dove il portavoce Guido Galetto, ex
assessore provinciale dell'area Lega Nord, nel 2006 prendeva 64 mila
euro all'anno e Padova, con il sindaco Flavio Zanonato preferisce
parlare direttamente con i giornalisti risparmiando in immagine e nel
portafoglio. Qui il portavoce Antonio Martini percepisce una cifra
attorno ai 20 mila euro all'anno, come del resto, per tornare a Bologna,
Luca Molinari, comunicatore e membro dello staff di Delbono.
[21-07-2009]
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perché I BIG DEL MATTONE COME IMPREGILO O ASTALDI SI SONO TENUTI
LONTANO DAL BIG BUSINESS DELLA RICOSTRUZIONE POST-TERREMOTO? – SOLO LE
AZIENDE MEDIE SI SONO LANCIATE SULLA TORTA DA 700 MLN € (CON PAGAMENTI A
60 GIORNI) – E GLI 8 MLD € PER L’AQUILA?…
Adriano Bonafede per
"Affari & Finanza" de "la
Repubblica"
È una bella torta da 700 milioni di euro. E, soprattutto è una
torta che si mangia subito. Per la ricostruzione dei venti piccoli
villaggi prefabbricati intorno a L'Aquila lo Stato paga questa volta
quasi cash. E' improbabile che qualche costruttore abbia mai visto in
vita propria una cosa del genere e certamente nessuno che abbia avuto a
che fare con la pubblica amministrazione.
Per questa volta tuttavia si cambia: la Protezione civile paga a
60 giorni a stati di avanzamento lavori. Per incassare la propria parte,
le imprese che hanno vinto le gare hanno dunque solo un problema:
sbrigarsi.
E il bello è che, data l'accelerazione impressa alle costruzioni
in una lotta contro l'inverno, particolarmente precoce e rigido in
Abruzzo, quei soldi affluiranno presto nelle casse delle società di
costruzione.
«Secondo il contratto che abbiamo firmato con la Protezione
Civile spiega Giampiero Astegiano, presidente della Zoppoli e Pulcher ci
devono pagare a 60 giorni ad avanzamento lavori. Ci pagheranno presto,
ma noi siamo qui in circa 220 persone a lavorare giorno e notte per
rispettare i tempi. Certo, magari tutte le opere pubbliche si facessero
con questa rapidità!».
La Zoppoli e Pulcher è, come tante altre che hanno vinto le gare
per il Progetto Case dell'Aquila, una media impresa forse poco
conosciuta al grande pubblico ma ben nota nell'ambiente. È fra il
sessantesimo e il settantesimo posto della graduatoria generale con
circa 100 milioni di fatturato. E oggi, con i 12,5 milioni che sono
l'importo della sua commessa, potrà rimpinguare i propri bilanci per il
2009.
Ma ce la faranno a rispettare i tempi? «Noi siamo assolutamente
tranquilli spiega Astegiano dobbiamo costruire 59 "piastre" in
cemento armato (sono le basi su cui saranno poggiate le case
prefabbricate , Ndr) in 75 giorni e ne abbiamo già completate 5. Mi
risulta che anche le altre imprese di costruzione impegnate nella
realizzazione delle piastre siano in regola con i tempi. Certo, poi la
palla passerà ai prefabbricatori e per loro sarà certamente una bella
sfida».
La Zoppoli e Pulcher è, come tutte le altre impegnate nella
ricostruzione, una media impresa. I big come Impregilo, Astaldi,
Condotte, si sono tenute alla larga da questi appalti. Perché? «Io
credo che qui serva una grande duttilità e questo spiega forse perché
non ci siano i grandi", spiega Astegiano.
Appena un punto avanti alla Pulcher, per importo del lotto
aggiudicato, c'è il Gruppo Bison di Venezia: 13,2 milioni di euro.
Anche questa società è impegnata a nella "realizzazione di getti,
posa del ferro di armatura, punterazione e casseratura per la
realizzazione di piastre di cemento armato". La società non vuole
commentare i lavori in corso: «Parleremo a lavori conclusi», dice
Marino Giannetti.
Altra media società alle prese con ben tre lotti da realizzare
per complessivi 16 milioni circa è la Colabeton, che produce
calcestruzzo. «Noi siamo un'impresa nazionale con 150 impianti in tutta
Italia e produciamo intorno ai 4 milioni di metri cubi di calcestruzzo
l'anno dice il direttore tecnico Paolo Messini impegnato all'Aquila . In
Abruzzo avevamo 12 impianti di cui 2 all'Aquila, ed è stato
probabilmente questo il vantaggio che ci ha fatto vincere la gara della
Protezione Civile.
Il nostro lavoro si svolge nelle 24 ore,
senza soluzione di continuità, cosa che già avviene nelle grandi opere
pubbliche come le gallerie dell'Alta Velocità e la Variante di Valico.
Ora lavoriamo con 40 persone nostre ma ci avvaliamo anche dei alcune
imprese locali che ci forniscono ghiaia e sabbia». Anche la Colabeton
sostiene di essere in regola con i tempi, addirittura in anticipo di tre
giorni sul ruolo di marcia.
Una fetta della "torta" va anche a un'altra società di
Venezia, famosa (almeno tra gli addetti ai lavori) per aver portato a
termine in tempi abbastanza ristretti la ricostruzione del Teatro La
Fenice. È la Sacaim Spa, un'azienda che ha alle spalle ben novant'anni
di storia e che si è aggiudicata un lotto da 2,5 milioni.
«La difficoltà più grande di questo intervento è nella
logistica dice Daniela Alessandri, figlia del titolare e rappresentante
della quarta generazione imprenditoriale assai più complicata che nelle
altre situazioni. E nella tempistica, che mette a dura prova le capacità
organizzative di qualunque impresa. Noi siamo un'azienda strutturata:
nel 2008 il nostro fatturato è stato di 200 milioni di euro.
E siamo in crescita, visto che abbiamo fatto più 20 per cento
sull'anno precedente. A L'Aquila operiamo per il momento con una
trentina di persone, ma sono pronte altre 30 e, se serve, possiamo far
arrivare altro personale». La Sacaim deve fornire 13 piastre
antisismiche (le piattaforme sono come un sandwich fatto da due piastre
inframezzate da elementi antisismici che sono in grado di assorbire gli
effetti di un eventuale terremoto senza trasferirli alle case
sovrastanti).
Il Veneto sembra aver fatto la parte del leone in questa prima
fase di costruzione delle piastre. Un'altra società di questa regione,
la Veneta Reti, ha vinto una gara per 12,7 milioni. Ci sono poi Rti
Edimo Metallo Spa e Taddei Spa, che insieme hanno vinto una gara da 19
milioni per la fornitura di elementi di connessione per gli isolanti
antisismici, e la Cardiolo Spa con un lotto da 18,4 milioni per la
stessa fornitura.
Per gli elementi di isolamento sismico la Alga Spa ha vinto due
commesse da 3,7 e 2 milioni. Ci sono infine la Fip Industriale con 2,8
milioni, la Co.ge.fer con 2,5, la Ati Prs con 2 e la Midal con 600 mila
euro, tutte per scavi e movimento terra.
Le gare per la torta da 700 milioni di euro sono state espletate
finora soltanto per 450 milioni, e comprendono, oltre che i progetti,
anche il calcestruzzo, le piastre antisismiche, le case prefabbricate.
Rimangono da espletare gare per 250 milioni di euro per l'urbanizzazione
primaria e secondaria.
L'intervento dello Stato va naturalmente oltre L'Aquila. I
cittadini nelle tende sono circa 56.000 in tutto l'Abruzzo. Di questi,
la Protezione civile calcola che circa la metà, con piccoli interventi
(anche di tipo condominiale) sugli edifici danneggiati, possano tornare
a casa prima dell'inverno. Ne rimangono 28.000 circa, di cui 1315 mila
finiranno appunto nelle case dell'Aquila. Le ultime 1314 mila persone
dovrebbero avere prima dell'inverno una sistemazione provvisoria.
«Una parte di questi spiega Vincenzo Spaziante, uno dei più
stretti collaboratori del responsabile della Protezione civile, Guido
Bertolaso finirà in prefabbricati in legno, un'altra nelle case sfitte
e un'altra ancora nelle strutture alberghiere. Poi dovrà ripartire la
vera e propria ricostruzione, ovvero la rimessa in sesto delle case
distrutte, che però è un compito che riguarda in primo luogo gli enti
locali».
Finita l'emergenza, come spera il governo, entro dicembre, e
augurandosi che davvero i tempi possano essere rispettati, resta
l'immane opera di ricostruzione dell'Aquila, tutta da progettare. Ma
questa è un'altra storia, e nessuno nel governo ha dato tempi certi. Si
sa solo che lo stanziamento massimo può arrivare fino a 8 miliardi di
euro. Ma per ora sono solo 700 milioni i "soldi veri".
[13-07-2009]
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QUANTO COSTA FARE UN’OPA SUL PD? CON 6 MLN € TI PORTO IL PARTITO A
CASA – BARONI E “CACICCHI” DELLE TESSERE (IN VISTA DEL CONGRESSO)
– BOOM DEL 366% NEL CIRCOLO DI FUORIGROTTA – A NAPOLI 80MILA ISCRITTI:
4 VOLTE QUELLI DI ROMA, 5 VOLTE QUELLI DELLA LIGURIA…
Alberto Statera per
"la Repubblica"
Sei milioni di euro. Occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a
tessera, per fare un´Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa
rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi
spende ogni anno per Villa Certosa.
I baroni delle tessere napoletani, cui piace la quantità, si sono
così scatenati alla vigilia del congresso non tanto per la scalata al
partito, ma per conservare in loco la genia intramontabile dei
castosauri partenopei, la «cacicchità» degli amministratori locali
evocata da Massimo D´Alema quando citò
come esempio non proprio commendevole i capi delle comunità tribali
nell´America centro-meridionale ai tempi dell´occupazione spagnola.
Per godere di visibilità congressuale contano le percentuali, per
cui a Milano se si vuole contare basta spendere poco e avere ottomila
tesserati (120 mila euro), invece degli 80 mila, quattro volte quelli di
Roma e cinque quelli della Liguria, che la principesca megalomania
partenopea impone, conquistando più di un quinto del totale nazionale
delle tessere. Ma, si sa, qui le cose si fanno in grande.
Prendiamo un caso piccolo, ma - come dire? - di scuola. Circolo piddì
di Fuorigrotta, via Cariteo 59, stesso stabile del municipio di zona,
intonaci dei balconi che cascano, marciapiedi coperti di eiezioni
canine, inquinamento a mille nell´ingorgo perenne, in un quartiere di
melting pot assoluto, disoccupati, operai, impiegati, professori,
professionisti.
Al primo piano, sotto un ritratto di Lenin, vigila
di pomeriggio il segretario Giorgio, che ha al suo
attivo un record: l´incremento del 366 per cento delle tessere,
lievitate da poche centinaia a 2.177. Il quartiere, ultima roccaforte di
sinistra, partecipa più degli altri. Ma si narra che di quelle tessere
sia effettivo titolare il consigliere regionale Tonino Amato, bassoliniano, se nel frattempo la topografia
rapidamente mutevole non ne ha cambiato la location.
Tanto più che alle primarie del 2007, in piena crisi dei rifiuti, fu
qui che si cercò un´oasi favorevolmente fresca per la candidatura di Bassolino
all´assemblea fondante del Pd, ma a sorpresa prevalse l´ignota
signora Fortuna Caccavale, operatrice
sociale, che poi non ci mise molto a farsi cooptare dal pupillo
bassoliniano Andrea Cozzolino,
assessore regionale e neoparlamentare europeo.
Cambio scena rispetto alla calura olezzante di Fuorigrotta. Salerno l´altro
ieri: quaranta forzuti impediscono, tra schiaffi e scontri corpo a
corpo, che si tenga il congresso dei Giovani democratici. Il segretario
regionale Michele Grimaldi dice che
sono «camorristi fascisti», sia pur tesserati Pd. Off the record, come
si dice, sarebbero invece i «bravi» del sindaco di Salerno democratico
Vincenzo De Luca, storico nemico di Bassolino.
Sarà vero? Ridacchia amaro, al racconto dei dettagli di battaglia
metropolitana salernitana, il consigliere comunale di Torre del Greco Pier
Paolo Telese che se la vide con le «presenze inquinanti» e i
«loschi figuri» tesserati della sua città: «Contammo persino dei
latitanti in quella massiccia affluenza degenerata».
Fu azzerato il tesseramento e nominato commissario Aldo
Cennamo, che si è appena dimesso perché dice che il partito
continua ad essere inquinato da «guerre per bande», come non esita a
definirle anche Telese. Storiacce di provincia profonda?
Macchè, giura Telese, che
propende per la segreteria nazionale del partito a Bersani,
ma non cambierebbe una virgola di quel che dice Ignazio Marino:
«Torre del Greco come tutta la Campania è la fotografia del sistema
feudale che vige a Napoli e probabilmente a Roma: vassalli, valvassori,
valvassini. Geografia identica di un partito amorfo e pieno di lupi
voraci».
«Sì - filosofeggia il professor Eugenio Mazzarella,
deputato lettiano, nel senso di Enrico Letta - c´è il
confuso assemblaggio di destini personali di un ceto politico alla
ricerca di una scialuppa di salvataggio». Ma secondo lui è persino
meglio così che la realtà di un partito «non scalabile fino al
compiersi tardivo del ciclo biologico, come quello di Berlusconi».
Ma è difficile leggere come un segno di salute il dato di un partito
come il Pd apparentemente contendibile con un´Opa tutto sommato poco
costosa sulle tessere. Anche se a Berlusconi la Lega
Nord costò meno in termini monetari.
Marco Follini, ex segretario dell´Udc e oggi
senatore campano del Pd, ha vissuto nella Dc la sindrome del partito
delle correnti e delle tessere e oggi, smaliziato, fa la morale: «Sa
qual è la vera sindrome? La somma del tesseramento stile democristiano,
più il vecchio apparato comunista, più la propensione meridionale».
Propensione a che, lui non lo dice, ma è abbastanza evidente che si
riferisca al «familismo amorale», come lo battezzò il sociologo
americano Edward C. Banfield.
Soccorre, semmai, per spiegare gli effetti della sindrome, lo statuto
del Pd, un documento che sembra scritto da un autore pazzo medievale. O
da Stranamore, come sostiene l´ex presidente del Senato Franco
Marini.
«Un dottor Stranamore non solo pazzo, ma per di più di pessimo
umore», aggiunge Follini, che rivendica il
ripensamento urgente e totale di un sistema che si è rivelato un
mostro, cercando invano di mettere insieme l´happening delle elezioni
primarie con le esigenze bulimiche dell´apparato dell´ex Pci. Persino
a Firenze le primarie che incoronarono Matteo Renzi,
nuovo sindaco-ragazzo, si narra che furono gonfiate dalle truppe
berlusconiane di Denis Verdini. E, per di più, gratis.
«Ah, Fanfani!»: pure questo va registrato nel «confuso
assemblaggio» del Pd della vigilia congressuale. Debora Serracchiani? Il buon giovanotto
Giuseppe
Civati? Diceva il saggio Fanfani, come
sadicamente ricorda Follini: «Hovvia! Chi l´è bischero, l´è
bischero anche a vent´anni!».
Resta da stabilire chi sono i principali baroni napoletani delle
tessere, i castosauri partenopei i cui nomi da Fuorigrotta al Vomero,
dalla Riviera di Chiaia a Castel dell´Ovo, pochi osano pronunciare.
Eppure, sono sulla bocca di tutti. Primo Andrea Cozzolino,
il pupillo ex socialista di Bassolino, indagato tra l´altro
per la costruzione di una centrale a biomasse a Caserta.
E´ un miracolo vivente: da assessore regionale è diventato
parlamentare europeo con 120 mila preferenze per un partito ridotto in
Campania al 23 per cento. Secondo, il boss della sanità Angelo
Montemarano, la cui potenza fu testata quando suo figlio
Emilio, sfrecciante in Porshe cabriolet per via Caracciolo, risultò
primo degli eletti in consiglio comunale con 7.500 preferenze e nominò
tra i suoi amici un assessore del comprensivo sindaco Rosetta
Russo Iervolino.
Come direttore demitiano dell´Asl numero 1 di Napoli il suo papà già
tanti anni fa aveva avallato un contratto per la gestione degli immobili
con Alfredo Romeo, il re degli appalti pubblici
truccati. Non va invece a Strasburgo, pur con 80 mila preferenze, Pasquale
Sommese, che di Romeo fu il primo sponsor nella Regione dell´era
bassoliniana. Incidenti. Ma Bassolino rivendica
orgogliosamente la sua storia di cacicco. Chi portò nel 2006 quelle
poche decine di migliaia di voti che consentirono a Prodi di salire a
Palazzo Chigi?
I baroni a Napoli sono di casa. Lasciategli la terra da coltivare, se no
con pochi soldi fanno l´Opa.
[16-07-2009]
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TOCCATEMI TUTTO MA NON LE BANCHE – LA COMMISSIONE FINANZE DEL SENATO
STA CONCLUDENDO L’INDAGINE SULLO SCANDALO DEI DERIVATI VENDUTI AGLI ENTI
LOCALI MA NON CONVOCA LE BANCHE (I PRINCIPALI RESPONSABILI DELLA TRUFFA!)
- E POI LANCIANO ANATEMI SULLA MAFIA...
Francesco Bonazzi
per "L'espresso"
Davvero riescono a fare un'inchiesta sui derivati senza sentire i
banchieri? Ma è impossibile farne a meno, se ci si vuol capire
qualcosa!... Bruno Tabacci, l'ex presidente della
commissione Attività produttive che trascinò in Parlamento i banchieri
di casa nostra per parlare di Fiat, Cirio e Parmalat, non nasconde lo
stupore per la piega che stanno prendendo i lavori della commissione
Finanze del Senato.
Si sta concludendo l'indagine conoscitiva sullo scandalo dei derivati
venduti agli enti locali, ma loro, i venditori di queste autentiche
bombe finanziarie sulle quali stanno sedute città come Milano, Napoli,
Torino e Firenze, per non parlare di regioni e piccoli comuni, non
verranno disturbati dai senatori.
Una scelta che il presidente della commissione, l'economista del Pdl
Mario
Baldassarri, difende con forza: "Abbiamo già sentito
l'Abi e poi li chiameremo presto a parlare di credito alle
imprese", annuncia.
Ad aprire le ostilità è stato nei giorni scorsi Elio Lannutti,
senatore dipietrista e bestia nera delle banche con la sua Adusbef,
l'associazione di difesa degli utenti dei servizi bancari: "Baldassarri
non vuole creare imbarazzi alle banche". Il calendario
delle sedute prevede di sentire la Guardia di Finanza e i tecnici della
Banca d'Italia. Ma delle banche venditrici dei derivati, nessuna
traccia.
"Non ci sarà la volontà di risparmiare ai vari Profumo e Passera
una sfilata in Parlamento che gli
istituti di credito temono per la loro reputazione?", si accende
Lannutti. E non sarebbe solo un problema dei vertici di Unicredit e
Intesa Sanpaolo, ma anche di fior di banchieri esteri.
Perché a imbottire le nostre amministrazioni locali di derivati sono
state in primo luogo Merrill Lynch, Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs,
Barclays e Nomura. Poi anche le principali banche italiane non sono
certo rimaste a guardare in un mercato che il ministro Giulio
Tremonti ha bloccato per legge solo nei mesi scorsi, a buoi
scappati.
Parte proprio da qui l'autodifesa di Baldassarri con
'L'espresso': "Mi spiegate che senso ha mettere alla gogna gli
italiani se è dimostrato che oltre il 60 per cento dei derivati è
stato venduto dai loro colleghi stranieri, che mai verranno da noi in
Senato?". Alcune banche, poi, sono anche quotate e una raffica di
audizioni, sostiene Baldassari, "potrebbe anche
alterare i corsi azionari".
Baldassarri però non vuole passare per il Ponzio
Pilato di turno, e anticipa due proposte che potrebbero venire dalla sua
Commissione. La prima è un appello alle banche perché chiudano tutti i
derivati in essere con i nostri enti locali, approfittando di questa
fase di tassi bassi. La seconda è di vietare per legge a comuni,
province e regioni la pericolosa frequentazione di un mercato "per
il quale hanno dimostrato di non avere i requisiti di maturità e
preparazione".
Al di là delle polemiche su chi convoca chi, sostiene Baldassarri,
"se porteremo a casa questi due risultati, avremo fatto un'opera
meritoria per tre generazioni". Sarà, ma parlarne direttamente con
i banchieri nelle solenni aule del Parlamento non sarebbe un buon
inizio?
Alla fine, il presidente della Commissione si sbilancia: i banchieri
saranno invitati in autunno nell'ambito dell'altra indagine conoscitiva,
quella sul credito alle imprese, "e in quella sede i commissari
potranno fare domande anche sui derivati". Sempre che il presidente
Baldassarri non scampanelli, obiettando che si va fuori
tema.
[10-07-2009]
“ITALIAN BANKSTER” - INDAGINE SU 5 SUPER-MANAGER ITALIANI AL DI
SOPRA DI OGNI SOSPETTO E DIFETTO, SALITI AI VERTICI DELLE BANCHE USA –
MAGNONI (EX LEHMAN, ORA NOMURA) E IL BLITZ SU TELECOM – LA REGIA DI
BRAGGIOTTI (BANCA LEONARDO) PER INTESA-AGRICOLE…
Pubblichiamo due stralci del libro «Italian Bankster» di Laura
Serafini (Fazi editore, pagine 229, 18 euro) in libreria da
oggi. Il volume ripercorre le storie di cinque banchieri d'affari
italiani saliti ai vertici delle maggiori banche americane: Claudio
Costamagna, Ruggero Magnoni, Federico Imbert, Gerardo Braggiotti e
Panfilo Tarantelli.
COPERTINA
DI ITALIAN BANKSTER LAURA SERAFINI
Protagonisti della finanza in Italia dalla quotazione di Enel alla
scalata di Olivetti su Telecom, dal crack Parmalat alle fusioni
bancarie. Gli stralci rivelano un retroscena inedito sulla vendita di
Telecom al gruppo Pirelli e la regia di Braggiotti nell'accordo tra
Intesa e Credit Agricole per avere via libera, nel 2006, alla fusione
con il San Paolo.L'accordo è oggi al centro di una procedura di
infrazione da parte dell'Antitrust.
Laura Serafini per
"Il Sole 24 Ore"
1 - MAGNONI E IL BLITZ SU TELECOM...
Gnutti decide di muoversi in autonomia, senza rispettare l'intesa. Come
molti soci della holding, è preoccupato per la flessione che i titoli
del gruppo Telecom stanno subendo in Borsa anche a causa delle inchieste
giudiziarie. Sa, inoltre, che assieme agli altri azionisti dovrà
probabilmente sostenere un nuovo aumento di capitale per Bell (nei tre
anni ne vengono fatti diversi), mentre Antonveneta comincia a ventilare
la prospettiva di chiedergli il rientro delle linee di credito.
Il suo sponsor nella banca, Silvano Pontello, si è
ammalato (morirà l'anno seguente) e inizia a raccomandargli prudenza.
Antonveneta è tra i principali promotori della ricerca di un compratore
cui vendere la quota Olivetti controllata da Bell.
Colaninno capisce che è meglio darsi da fare per trovare nuovi soci
con cui sostituire Gnutti e i suoi compagni di ventura.
È ancora una volta Lehman a essere incaricata della
delicata operazione. Magnoni individua anche i possibili investitori:
imprenditori di rilievo internazionale con i quali aveva già lavorato
nel salvataggio di Mediaset.
Nei piani di Colaninno, l'uscita di Gnutti dal
capitale di Bell deve essere gestita con un aumento di capitale, un
innesto di risorse fresche portato da nuovi soci e di cui il finanziere
bresciano non può disporre, motivo per cui la sua partecipazione
sarebbe stata diluita. Ma a Gnutti questa mossa non
piace, perché non ci avrebbe guadagnato nulla, mentre deve ancora
restituire i soldi alle banche che lo avevano finanziato.
Ecco perché, in gran segreto, si muove alla ricerca di qualcuno che
offra di più. Verso la fine di giugno (2001, ndr) si tiene una
colazione nella foresteria della Pirelli a Milano cui partecipano il
ragioniere mantovano, Magnoni, Tronchetti Provera e Carlo
Buora, suo braccio destro e futuro amministratore delegato di
Telecom Italia.
L'incontro viene fortemente voluto da Colaninno perché nel frattempo
stanno circolando voci sui nuovi acquirenti in movimento per entrare in
Bell: le indiscrezioni parlano di Pirelli, E.Biscom, Mediaset e
Benetton.
In quell'incontro, i cui contenuti trovano riscontro da parte di
alcune fonti vicine a Pirelli, il clima all'inizio è molto teso: Tronchetti
e Colaninno si danno ancora del lei. Il
ragioniere gli chiede se, visto l'interesse per Telecom, è disposto a
entrare nell'azionariato di Bell. Ma Tronchetti declina l'invito con
fermezza: «Dottor Colaninno», replica, «sono un
industriale, per cui o prendo il controllo del gruppo oppure
l'investimento non mi interessa».
Questi replica che nel patto di Bell esistono precisi accordi che
impediscono che se ne possa cedere il controllo; in ogni caso si possono
studiare con Pirelli ipotesi di business in settori contigui oppure
nell'immobiliare: «Non c'è ragione alcuna», aggiunge, «perché i
rapporti siano tesi». I due si lasciano cordialmente, ma senza calore:
l'accordo prevede che ognuno resterà padrone a casa propria.
Colaninno se ne va in vacanza in Argentina, dove può dedicarsi alla
caccia, una delle sue passioni. Ma c'è chi è rimasto a Milano, in
allerta. Qualcuno avverte Magnoni che Tronchetti sta per fare a Gnutti un'offerta per comprare
le azioni Olivetti controllate da Bell. Il banchiere si precipita dal
manager di Pirelli per avere spiegazioni poiché, a suo avviso, sta
violando l'accordo di giugno.
Tronchetti lo porta a conoscenza del fatto che Gnutti stava
già trattando con Benetton per cedere la sua quota e
che proprio l'avvocato Sergio Erede stava facendo da
mediatore nell'operazione.
E dato che l'avvocato è al tempo stesso sia consigliere di
amministrazione di Olivetti che vice presidente di Telecom, Tronchetti
conclude che Colaninno non poteva non essere al corrente della
trattativa.
Invece il manager mantovano ne è davvero all'oscuro. Del resto,
Erede aveva uno storico rapporto con i Benetton dal
tempo in cui aveva assistito gli imprenditori di Ponzano Veneto,
assieme a Leonardo Del Vecchio, nell'acquisizione di GS
e Autogrill.
In pochi giorni si consuma il blitz: Gnutti e soci,
che avevano l'85 per cento del capitale di HOPA, fanno approvare una
modifica dello statuto che azzera gli accordi esistenti e autorizza la
cessione immediata del pacchetto del 20 per cento di Olivetti.
2 - BRAGIOTTI IN REGIA PER INTESA-AGRICOLE...
Chiusa la complessa vicenda dell'universo Fiat, nel 2006 Gerardo tornerà
a lavorare con Banca Intesa, per la quale gestirà un lungo negoziato
per la fusione con Capitalia che non andrà mai in porto,anche per
l'opposizione dell'allora amministratore delegato Matteo Arpe.
L'anno seguente, invece, avrà la regia della prima grande aggregazione
bancaria degli ultimi tempi: la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi.
È proprio in questo contesto che i buoni rapporti con Passera si
cementano.L'operazione non fila via liscia come l'olio: la fusione viene
annunciata nel corso dell'estate, ma appare presto evidente che la banca
francese Crédit Agricole, azionista con il 18 per cento del capitale d
Intesa, non ne è affatto contenta perché in cuor suo sta accarezzando
l'idea di potersi comprare Banca Intesa.
E l'operazione annunciata con il gruppo di Torino viene fatta per
fermare le aspirazioni francesi in Italia, ma anche quelle dello
spagnolo Banco di Santander sul Sanpaolo.
Il problema,però,è che l'ostruzionismo dell'Agricole rischia di
impantanare la situazione.
Braggiotti si mobilita e sfodera la sue capacità diplomatiche e di
ingegnere della finanza: incontra a più riprese i vertici del Crédit
Agricole, con i quali i rapporti sono ottimi dai tempi di Lazard (la
banca francese era presente nel suo capitale). Talmente buoni che
proprio in quei mesi conclude un accordo per l'ingresso di Eurazeo, di
cui fa parte l'Agricole, nel capitale della sua nuova creatura, Banca
Leonardo.
Braggiotti propone un compromesso che non si può rifiutare:
l'acquisto di Cariparma, Friuladria e di 193 sportelli bancari che
verrebbero ceduti da Intesa. In tutto fanno ben 654 sportelli che
trasformano così, dalla sera alla mattina, Agricole in un operatore
bancario italiano a tutti gli effetti. La soluzione arriva in extremis a
ottobre, il giorno prima che si riunisca il cda del Sanpaolo per
approvare la fusione.
Da allora il rapporto tra Braggiotti e Intesa diventa quasi
simbiotico. Il banchiere affianca il gruppo guidato da Passera
all'inizio del 2007, quando viene gestito il passaggio di consegne tra
la Pirelli di Tronchetti Provera e la cordata guidata
da Telefonica e alcune banche. Lo ritroveremo nel 2008 al lavoro per
conto del governo, in qualità di advisor indipendente, nella cessione
di Alitalia alla cordata guidata da Colaninnoe da Intesa Sanpaolo.
In quell'occasione la stampa ha preso di mira la nuova creatura di
Braggiotti per via del conflitto di interessi, poiché molti suoi
azionisti, come vedremo, sono presenti anche nel capitale della società
( la famosa cordata italiana) chiamata a rilevare la compagnia di
bandiera. In verità chi conosce il banker sa che quell'incarico gli ha
creato solo problemi:
ha lavorato praticamente gratis, perché il Ministero del Tesoro paga
poco e tardi, e per di più è stato accusato di fare l'interesse dei
suoi soci e non dello Stato, quando invece la sua perizia sul valore di
Alitalia ha costretto la cordata ad alzare di 150 milioni l'offerta. Ma
molti dei concorrenti di Braggiotti, in verità,
puntano il dito su un altro conflitto di interessi più insidioso: il
rapporto che lo lega a Banca Intesa che è tra gli azionisti che hanno
comprato Alitalia.
[10-07-2009]
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MATTONATE A TOTI – LA PROCURA METTE I SIGILLI ALLA SEDE LUISS
(CONFINDUSTRIA): INVECE DI RISTRUTTURARE, AVREBBE AUMENTATO LA SUPERFICIE
DI 250 MQ – SOTTO SEQUESTRO L’AFFITTO (6 MLN € L’ANNO) – CELLI:
"L´università è estranea" - 6 MESI PER CAMBIARE SEDE…
Marino Bisso e Carlo
Piccozza per "la
Repubblica"
Scattano i sigilli per la sede dell´università privata Luiss, in
viale Romania, ai Parioli. Violazione delle leggi urbanistiche è l´ipotesi
di reato contestata ai proprietari dell´immobile, i costruttori Claudio
e Pierluigi Toti, al rappresentante legale della loro società, Lamaro
appalti srl, e al direttore dei lavori.
Per il gip Massimo Battistini che ha disposto il sequestro,
mancherebbero le autorizzazioni per le opere eseguite nel 2006 nel
complesso immobiliare dell´ex "Assunzione", un istituto
religioso con scuola annessa. Sarebbero stati consumati, insomma, abusi
edilizi attraverso la realizzazione di nuove volumetrie nel complesso di
18 mila metri quadrati.
E sotto sequestro sono finite anche le somme dei canoni di
locazione corrisposti dalla Luiss ai Toti. Intanto è stato aperto un
conto corrente intestato alla Procura dove confluiranno gli affitti
versati dall´ateneo alla società proprietaria, la Lamaro appalti srl
(6 milioni di euro l´anno).
L´università avrà sei mesi di tempo per trasferirsi in un´altra
sede: la disposizione adottata dal gip è tesa a scongiurare
interferenze del sequestro sulle attività didattiche e di ricerca della
Luiss. «L´università è estranea ai fatti contestati», precisa il
direttore Pierluigi Celli. E l´avvocato Gianluca De Fazio, che assiste
il legale rappresentante della Lamaro srl, annuncia: «Stiamo preparando
la richiesta di riesame, che sarà esaminata nei prossimi giorni».
«Senza entrare nel merito della natura delle opere», continua,
«riteniamo inattuale il provvedimento perché interviene a lavori
ultimati da almeno due anni». Non sussisterebbero, insomma, per l´avvocato
De Fazio, i presupposti per l´applicazione del sequestro. E anche il
gruppo Toti precisa: «Verrà riconosciuta la legittimità degli
interventi».
Nella dichiarazione di avvio lavori (Dia) erano stati indicati
interventi di «restauro e risanamento conservativo», mentre per i pm
sarebbe stata realizzata una «ristrutturazione con aumento di
superficie e modificazione della sagoma».
Una prima indagine nel 2007 si era orientata verso l´archiviazione,
grazie a una consulenza tecnica che ha ritenuto i lavori conformi alla
Dia. Un anno dopo, dagli schermi televisivi, Report punta di nuovo i
riflettori su quei lavori. La Procura, riaperte le indagini, affida la
consulenza tecnica a un altro perito le cui conclusioni sono di segno
opposto a quelle del suo collega capovolgendo la valutazione del primo
procedimento (archiviato).
Ai 18 mila metri quadrati del complesso centrale (ci sono anche
immobili accessori, dalle scuderie a una chiesa sconsacrata), se ne
sarebbero aggiunti altri 250 (800 metri cubi) con l´ampliamento della
parte alta del fabbricato e l´apertura di lucernari.
Nel decreto di sequestro il gip segnala anche «la parziale
modifica della destinazione d´uso di un locale denominato Casale, la
modifica delle ex scuderie in un punto ristoro con bar» e la
realizzazione nel parco di «un plateatico di 150 metri quadrati per 30
centimetri di altezza e, su questo, di un manufatto della stessa
superficie con altezza da metri 3,80 a 4,40».
Domande di condono edilizio per l´allargamento dei locali sotto
il tetto non sembra siano state presentate mentre le aerofotogrammetrie
attesterebbero una copertura più bassa dell´attuale.
[08-07-2009]
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LA METAMORFOSI KAFKIANA DI RETROMANNO IN DALEMANNO – DOPO PERUZY
NEL CDA ACEA ECCO UN ALTRO FILO ROSSO CHE TIRA IL SINDACO DI ROMA: DIETRO
LA “FONDAZIONE ROMA MEDITERRANEO” C’è (PER DUE TERZI DEL
PATRIMONIO) IL BANCHIERe DALEMONE DE BUSTIS – IL GIOCO DI DATE…
Stefano Sansonetti per "Italia
Oggi"
Una società londinese costituita il 12 maggio scorso. L'ex
banchiere del Monte dei Paschi, Vincenzo De Bustis, amico dell'ex
premier Massimo D'Alema. Un gettone di 500 mila euro, a cui la società
inglese aggiungerà altri 500 mila euro nei prossimi cinque anni. Per
alcuni si tratta già di una bella matassa da sbrogliare.
E questa matassa si chiama, o dovrebbe chiamarsi, Fondazione Roma
Mediterranea, un progetto a cui sta lavorando il sindaco della capitale,
Gianni Alemanno, per promuovere la città di Roma nel bacino del
Mediterraneo e il dialogo tra le varie nazioni e città che si
affacciano sul mare nostrum. Iniziamo subito dicendo che questa
fondazione, nell'arco dei prossimi cinque anni, dovrebbe fare
affidamento su un patrimonio di 1,5 milioni di euro.
Ma chi c'è dietro al progetto? E qui nascono le perplessità,
perché da una parte c'è una società di Londra, la Mercantile Bridge
Ltd, che conferirà all'ente la dotazione iniziale, ovvero 500 mila
euro. Dall'altra c'è il comune di Roma, che come i «benefattori
inglesi» si è impegnato a versare 100 mila euro all'anno per i
prossimi cinque anni. Quindi sul tappeto ci sono anche soldi pubblici.
E poi la sorpresa finale, una lettera il cui contenuto ItaliaOggi
è in grado di svelare. Collegato alla Mercantile Bridge Ltd, è
nientemeno che l'ex banchiere Mps Vincenzo De Bustis, conosciuto anche
per la sua amicizia con Massimo D'Alema, e per alcune vicissitudini
finanziarie non proprio esaltanti (si pensi all'avventura di Banca 121
in Puglia e ad alcuni prodotti che hanno frastornato i risparmiatori
come My Way e 4You).
Ebbene, il 12 maggio 2009 De Bustis, su carta intestata della
Mercantile Bridge Ltd, ha scritto una lettera ad Alemanno il cui intento
è quello di «formalizzare la nostra volontà di adesione come socio
fondatore alla Fondazione Roma Mediterranea». La società londinese,
prosegue la lettera, «dichiara altresì la propria disponibilità a
conferire al fondo patrimoniale della Fondazione, al momento della
costituzione della stessa, 500 mila euro».
E subito dopo vi si legge l'impegno per ulteriori 500 mila euro
nel prossimo quinquiennio. Occhio però alle date. De Bustis scrive il
12 maggio 2009, che è la stessa identica data in cui viene costituita
la Mercantile Bridge Ltd. Ma c'è di più, perché il giorno dopo,
ovvero il 13 maggio, la giunta Alemanno ha adottato la proposta di
costituzione della fondazione. Proposta che la prossima settimana dovrà
essere sottoposta al consiglio comunale.
È chiaro, però, che i sospetti non mancano. Li ha messi in fila,
uno per uno, l'ex ministro della sanità, ora capogruppo della Destra in
consiglio comunale, Francesco Storace, che per primo ha sollevato il
caso. Un pacchetto di 10 domande rivolte al sindaco in cui si chiede
innanzitutto di sapere che fa questa Mercantile Bridge Ltd.
Storace chiede ragione delle date, domandandosi come sia possibile
che la società londinese sapesse il giorno prima (12 maggio) quello che
avrebbe deciso la giunta il giorno dopo (13 maggio). E ancora: dove avrà
sede la fondazione? Avrà dipendenti comunali? Comporterà oneri
aggiuntivi a carico della cittadinanza? Si dovranno dare soldi pubblici
a una fondazione per internazionalizzare il ruolo di Roma? Insomma il
nodo c'è.
Anche se, vista la presenza del dalemiano De Bustis, qualcuno
parla del rafforzamento di quell'asse ironicamente ribattezzato «Dalemanno».
E a tal proposito si ricorda il recente ingresso nel cda dell'Acea,
controllata al 51% dal comune di Roma, di Andrea Peruzy, direttore della
dalemiana fondazione Italianieuropei.
Nel frattempo, tanto per arricchire il quadro, una settimana dopo
la lettera ad Alemanno, De Bustis ha fondato una società di consulenza
societaria a 360 gradi che si chiama Bridge Italia srl. La tentazione
potrebbe essere quella di pensare a un'appendice italiana della
Mercantile Bridge.
Soci di De Bustis (al 33% ciascuno) nella Bridge Italia, sono due
imprenditori che si chiamano Massimiliano Marotta e Fabio Lancellotti.
Quest'ultimo, in particolare, vanta la stessa estrazione di De Bustis,
essendo stato vicepresidente del cda di Mps Professional (cancellata a
inizio 2007).
[08-07-2009]
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LE POMPE DI Retromanno - "SCANDALO" PER il contratto da
30mila € annui al capo del cerimoniale della Provincia di Roma –
SILENZIO ASSORDANTE INVECE PER L’OMOLOGO CONSULENTE DEL CAMPIDOGLIO
(FIGLIO DELL'AMBASCIATORE VATTANI): QUASI 500MILA € IN 5 ANNI…
Qualche giorno fa si è fatto un giro sui giornali il marchesino
Andrea La Spina della Cimarra dei Sacconi di Montalto, consigliere al
bon ton della Provincia di Roma per la modica cifra di 30mila euro
l'anno. "Sono l'unico precario dell'ufficio del cerimoniale di
Palazzo Valentini, marchese co.co.co per 1300 euro al mese" si è
difeso il giovane.
zi
Gran clamore mediatico, insomma, per il consulente di Nicola
Zingaretti. Meno, invece, per l'omologo del marchesino in Campidoglio,
Mario Andrea Vattani, figlio del potentissimo presidente dell'ICE,
Umberto Vattani, già passato agli onori delle cronache per la condanna
per peculato a due anni e otto mesi e l'interdizione dai pubblici
uffici.
L'accusa era l'aver utilizzato il telefonino di servizio per quasi
300 telefonate alle proprie collaboratrici, una delle quali lo aveva
anche denunciato per molestie. Venticinquemila euro di telefonate a
scrocco.
Ma torniamo al figlio. Al cerimoniere di Gianni Alemanno per il
solo 2008 - come evidenzia la delibera sul sito del Campidoglio - sono
andati oltre 80mila euro (ma L'Espresso in una inchiesta sulle
poltronissime del Sindaco di Roma parlava di 488mila euro di reddito
lordo totale più oneri fino al dicembre 2013). In pochi mesi, insomma,
Vattani jr. ha triplicato il povero marchesino La Spina della Cimarra
quanto a emolumenti.
Sarà per questo che il rinnovo della delibera in scadenza del
consigliere di Alemanno è al centro di un infuocato dibattito nei
corridoi del Campidoglio? Sono in molti a non vedere di buon occhio la
conferma del giovane rampollo, dal momento che il cerimoniale capitolino
ha una sua struttura di 16 dipendenti e professionalità che di sindaci
ne hanno visti di tutti i colori, da Nicola Signorello a Walter
Veltroni. Che bisogno c'è - sussurrano in Campidoglio - di
andarci a prendere da fuori e pagare profumatamente il giovane Vattani?
[06-07-2009]
LA CASTA DELLA PENSIONE/1 – QUANTO CI COSTANO I PARLAMENTARI CHE
RICEVONO LA BABY (SI FA PER DIRE) PENSIONE – CON POCHI ANNI DI
LEGISLATURA ARRIVA UN ASSEGNUCCIO DA 3.108 €, CHE FA FELICI TONI NEGRI,
GINO PAOLI, ASOR ROSA, MARIO D’URSO, BENETTON…
Andrea Ducci per "Il
Mondo"
Ventiquattro ore che fanno la differenza. Sono quelle che
obbligano i nati dopo la mezzanotte del 30 giugno del 1951 a scornarsi
con le nuove regole per andare in pensione introdotte dal governo Prodi.
Un meccanismo che, per mitigare gli effetti dello scalone, dal 1°
luglio aggancia il miraggio dell'assegno di anzianità alla fatidica
quota 95.
Una sorta di numero jolly composto dalla somma tra i contributi e
l'età anagrafica, con una rigidità: quest'ultima non può essere
inferiore a 59 anni. Tradotto vuol dire che servono 36 anni di
contributi e non più 35. Quindi un anno di lavoro in più rispetto a
quei coetanei che nel 1951 hanno avuto la ventura di nascere prima di
luglio.
Un meccanismo (in futuro si passerà a quota 96) che da un lato
non basta a contenere la spesa pensionistica, arrivata secondo l'Ocse al
14% del pil, un record in negativo su scala europea, e dall'altro mette
a nudo, ancora una volta, i privilegi della classe politica.
Differenze che vanno ben oltre il terno a lotto tra chi è nato 58
anni fa alla vigilia dell'estate e quelli più giovani di appena qualche
giorno. Un'occhiata all'elenco dei parlamentari in pensione e agli
importi dei vitalizi svela la diversità di quanto capita a Montecitorio
e Palazzo Madama. Tra gli onorevoli pensionati si annida un esercito di
ex deputati e senatori che hanno trascorso tra aule e commissioni una
manciata di anni. Sono i 765 titolari di baby pensioni che grazie alla
assai snella quota cinque, ovvero cinque anni di contributi, incassano
un vitalizio di 3.108 euro lordi.
Meccanismo che porta il costo totale a quasi 30 milioni di euro.
Una voce che vale oltre il 12% dei complessivi 219 milioni di euro
destinati nell'ultimo anno da Camera e Senato alle 3.309 pensioni degli
ex parlamentari. Non è un caso, del resto, che l'Italia sia la nazione
con la spesa previdenziale più alta tra le 330 aderenti all'Ocse.
Va da sé che aspettarsi dal Parlamento un impegno per rivedere
l'assegno a chi ha ricoperto per pochi anni uno scranno in legislature
che si perdono nelle notte dei tempi, come quelle del 1963 (garantisce
la pensione alla giornalista Rossana Rossanda) o del 1968 (uno dei
pensionati è Eugenio Scalfari, ex deputato del Psi), risulta
impensabile e si presta a critiche per lesa maestà.
Le poche riforme alle pensioni dei parlamentari varate sinora
sembrano essersi dimenticate della prerogativa riservata a chi ha
lavorato qualche anno appena o addirittura non si è mai visto. Vale la
pena di ricordare che per il resto dei cittadini la pensione di
vecchiaia richiede almeno 20 anni di contributi. Neanche l'evidenza dei
fatti o dei numeri serve a molto.
Nel primo caso si tratta di vicende come quella di Toni Negri, il
leader di Autonomia Operaia eletto nelle liste dei radicali e poi
fuggito in Francia senza mai praticamente mettere piede in Parlamento
(lo ha ricordato l'Espresso un paio di anni fa in un articolo in cui
elencava tutte le pensioni d'oro degli onorevoli).
Nel secondo dello sbilanciamento tra le ritenute previdenziali
versate dai parlamentari in carica e la spesa pensionistica sostenuta
dalle camere. Montecitorio incassa 10 milioni di euro, ma ne spende 138.
Al Senato l'andazzo è più o meno lo stesso: a fronte di 6 milioni di
ritenute ogni anno, servono 81 milioni di euro per mantenere i vitalizi
degli ex.
Un privilegio che, ça va sans dire, è reversibile, cioè
trasferibile in caso di morte agli eredi che ne abbiano diritto e,
ovviamente, può essere cumulabile con altri redditi. Niente ostacoli
perciò agli assegni destinati, per esempio, a Giancarlo Cito (ex
missino ed ex sindaco di Taranto rinviato a giudizio per mafia), a Mario
d'Urso (ex top banker di Lehman Brothers), e ad Augusto Fantozzi
(tributarista, ex ministro e oggi commissario straordinario di
Alitalia).
Meteore durate lo spazio di una legislatura. Appena un mandato che
in molti casi, come nell'ottava, nell'undicesima e nella dodicesima
legislatura si è addirittura rivelato meno duro del previsto
concludendosi in poco più di due anni. Il record di brevità spetta
alle camere elette in era Tangentopoli nell'aprile del 1992 e sciolte
nel gennaio del 1994. Circa 600 giorni che hanno permesso di assicurare
un vitalizio all'ex presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, (eletto
con il Psi e poi colpito dalle accuse di bancarotta e falso in
bilancio). Analogo privilegio tocca tuttora a Fulco Pratesi, fondatore
del Wwf Italia sbarcato proprio nel 1992 alla camera con i Verdi.
A tutti i non rieletti è infatti bastato versare volontariamente
i contributi per i tre anni di legislatura mancanti e maturare così la
fatidica soglia del cinque. Il vecchio regolamento, poi rivisto nel 2007
dagli ex presidenti di Camera e Senato Fausto Bertinotti e Franco
Marini, consentiva anche di rateizzare fino a 60 rate il totale delle
quote retributive necessarie a conquistarsi il super bonus.
Nel frattempo, a beneficiare della chance di diventare baby
pensionati del Parlamento con il minimo sforzo sono stati i giornalisti
(Sandra Bonsanti, Livio Caputo, Umberto Cecchi e Vittorio Emiliani) e un
paio di noti avvocati (Raffaele Della Valle e Vittorio Dotti), tutti
eletti nella dodicesima legislatura. Quella iniziata nell'aprile del
1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e naufragata
velocemente nel maggio di due anni dopo. Il mondo dei giornali, della
cultura e dello spettacolo ha fornito nel tempo una bella truppa di
capitani di breve corso.
Ad accomunare Enzo Bettiza, Alberto La Volpe, Alberto Arbasino,
Corrado Stajano, Claudio Magris, Carla Gravina, Gino Paoli, Pasquale
Squitieri, Alberto Asor Rosa ed Edoardo Sanguinetti più che il lavoro
politico, esauritosi nello spazio di una legislatura, è l'assegno
mensile targato Parlamento italiano. Alla lista delle meteore più
conosciute si aggiunge il lungo elenco dei trombati condannati
all'oblio. Quelli che in fondo sarebbero rimasti molto volentieri tra i
seggi di Montecitorio e Palazzo Madama, ma che gli elettori hanno
bocciato privandoli del bis ma non del vitalizio.
Un diritto di sapore feudale che non toccherà più ai deputati e
parlamentari eletti in questa legislatura. Per loro valgono le nuove
regole adottate due anni fa. Per avere diritto alla pensione minima
(ridotta dal 25 al 20% dell'indennità parlamentare, cioè circa 2.400
euro al mese) bisognerà effettivamente avere svolto il mandato per
almeno cinque anni. Non basterà, insomma, uno spezzone di legislatura.
Con buona pace di chi mastica amaro per i diritti pregressi dei
parlamentari che lo hanno preceduto. Un po' come tra i nati prima e dopo
la mezzanotte 1° luglio 1951.
LA VITA (PENSIONABILE) COMINCIA A 50 ANNI
Uno dei primi a fare cadere quello che era un tabù è stato Luciano
Violante. Esattamente nel luglio di 12 anni fa, l'allora presidente
della Camera propose e ottenne la modifica del regolamento pensionistico
di Montecitorio. Un giro di vite che gli valse qualche critica da destra
e da sinistra, compreso il rimprovero di avere ceduto alla demagogia
trascurando i privilegi riservati ad altre categorie come i magistrati.
Eppure, quell'estate fu approvata una modifica che rendeva, almeno in
apparenza, più presentabile il regime dei vitalizi assicurati agli ex
parlamentari.
Si stabilì infatti che a partire dalla legislatura seguente, cioè
dal 2001, il diritto alla pensione sarebbe scattato a 65 anni e non più
a 60, adeguando gli onorevoli al resto del Paese. Il guaio è che la
riforma introdotta dall'ufficio di presidenza si tirava dietro una serie
di eccezioni e deroghe che di fatto aggiravano il paletto appena
introdotto. Un meccanismo barocco che, come spiegato nel regolamento,
permette tuttora di abbattere la soglia dei 65 anni di un anno per
ciascun anno di mandato oltre il quinto, «fino al limite inderogabile
di 60 anni». In pratica, con dieci anni di attività è possibile
andare in pensione a 60 anni con il 40% dell'indennità, cioè circa
4.800 euro lordi.
Il bello, però, è che buona parte degli onorevoli oggi in
pensione sono stati eletti prima della tredicesima legislatura e,
quindi, per loro vale la vecchia cuccagna. Tetto a 60 anni e soprattutto
la possibilità di ridurlo a 50 scalando tutti gli anni di attività
oltre il quinto.
Un regime intoccabile, che per i vecchi senatori eletti prima del
2001 risultava se possibile ancora più privilegiato. Per gli ex di
Palazzo Madama valeva la possibilità di incassare il vitalizio a 60
anni con una legislatura, soglia che scendeva a 55 grazie a dieci anni
di contributi e addirittura a 50 con tre legislature. Con l'intervento
adottato nel 2007 da Franco Marini, all'epoca presidente del Senato, la
pacchia è in parte finita anche per i senatori. Per la cosiddetta
Camera alta vale lo stesso meccanismo utilizzato per i deputati:
pensione a 65 anni, con la possibilità di scendere fino a 60 scalando
tutti gli anni di mandato oltre il quinto.
Non solo. Tra le decisioni adottate il 23 luglio di due anni fa
dall'ufficio di presidenza della camera e da quello del Senato è stato
stabilito lo stop al cumulo della pensione con una lunga lista di
cariche. Dal gennaio del 2008 gli ex parlamentari nominati per incarichi
nel governo, in giunte regionali, nelle authority (Antitrust, Agcom,
Consob, Isvap, Lavori Pubblici, eccetera), nel cda della Rai, oltre che
sindaco nei comuni con oltre 250 mila abitanti devono scegliere tra il
nuovo stipendio e la pensione. Se invece la nuova carica non consente di
rinunciare ai relativi emolumenti la pensione viene sospesa fino alla
fine dell'incarico. Anche qui però è prevista un'eccezione: la
sospensione e l'obbligo di scelta scattano solo se l'importo del nuovo
incarico è superiore al 40% dell'indennità parlamentare.
[06-07-2009]
LA CASTA DELLA PENSIONE/2 – ECCO IL MOSTRUOSO ELENCO DI ONOREVOLI
CON ASSEGNO DA 3.108 € - TRA GLI ALTRI: EUGENIO SCALFARI, AUGUSTO
FANTOZZI, CARLO TAORMINA, GUIDO ROSSI, ECC. – TUTTA GENTE CHE HA BISOGNO
DI METTERE INSIEME IL PRANZO E LA CENA…
Da "Il Mondo"
CAMERA DEI DEPUTATI: L'elenco degli ex deputati che riscuotono
l'assegno previdenziale mensile di 3.108 euro. Compaiono anche le
pensioni di reversibilità assegnate ai coniugi
Cosimo Abate
Michele Abbate
Amaele Abbiati
Andrea Agnaletti
Vincenzo Alaimo
Giovanni Alasia
Giuseppe Aleffi
Tommaso Alibrandi
Giuseppe Aloise
Malgari Amadei
Gaetano Ambrico
Fausto Amodei
Renato Andreani
Vittorio Angelici
Franco Angioni
Bruno Antonucci
Nino Alberto Arbasino
Rosario Ardica
Luigi Arisio
Paolo Armaroli
Patrizia Arnaboldi
Alfredo Arpaia
Mario Artali
Alberto Asor Rosa
Gaetano Azzolina
Giovanni Bacciardi
Licia Badesi
Vinicio Baldelli
Guido Baldo Baldi
Enzo Balocchi
Angiolo Bandinelli
Giuseppe Antonio Barbieri
Gennaro Barboni
Pietro Barcellone
Roberto Barontini
Enzo Bartocci
Ada Becchi
Angelo Becciui
Nicola Bellisario
Italo Bellotti
Alida Benedetto
Giorgio Bernini
Ivana Bernini
Gaetano Berretta
Giuseppina Bertone
Lamberto Bertucci
Giovanni Bettini
Alfredo Bianchini
Ilario Bianco
Salvatore Biasco
Adriano Biasutti
Gino Birindelli
Luciano Bistaffa
Vincenzo Bizzarri
Ludovico Boetti Villanis
Luigi Boggio
Mario Giovanni Boi
Franco Boiardi
Luca Boneschi
Casimiro Bonfiglio
Giovanni Martino Bonomo
Alessandra Bonsani
Francesco Borgia
Gian Mauro Borsano
Benito Mario Bortolami
Mario Bortoloso
Lia Bracci
Maria Gloria Bracci Marinai
Aldo Brancati
Antonio Brizioli
Arnaldo Brunetto
Giovanni Battista Bruni
Vincenzo Buonocore
Maria Buro
Paola Buttazzoni
Antonino Buttitta
Maria Anna Calabretta Manzara
Antonino Calamo
Gabriele Calvi
Giuseppe Caminiti
Giuseppe Camo
Raffaele Cananzi
Giorgio Canestri
Francesco Maria Capitaneo
Dante Cappello
Giovanni Caravita
Giorgio Cardetti
Luca Carli
Pietro Fausto Carotti
Ezequiel Stefano Carrara Sutour
Roberto Caruso
Amelia Casadei
Giovanni Casola
Emidio Casula
Mario Catalano
Francesco Catanzariti
Luisella Cavallini
Paolo Caviglia
Umberto Cecchi
Ugo Cecconi
Giuseppe Ceni
Gianni Cerioni
Fulvio Cerofolini
Gianluigi Ceruti
Sergio Chiesa
Rosario Chiriano
Carlo Chirico
Angelo Ciavarella
Francesco Cicerone
Carlo Alberto Ciocci
Paolo Emilio Ciofi Degli Atti
Lorenzo Cirasino
Vincenzo Ciruzzi
Giancarlo Cito
Salvatore Civita
Nicola Colaianni
Mario Columba
Michele Columbu
Giovanni Battista Colurcio
Giorgio Conca
Ilia Coppi
Luigia Cordati
Magda Cornacchione
Calogero Corrao
Michele Cortese
Claudio Bruno Corvatta
Robinio Costi
Ugo Crescenzi
Paolo Cristoni
Amedeo D'addario
Piergiuseppe D'andreamatteo
Guido D'angelo
Giorgio Da Mommio
Carlo Aristide Dal Sasso
Alessandro Dalla Via
Giuseppe Lorenzo Dallara
Roberto Damiani
Ferruccio Danini
Giovanbattista Davoli
Paola De Biase Gaiotti
Fabio De Felice
Simone De Florio
Ferdinando De Franciscis
Raffaele De Grada
Giuseppe De Grazia
Antonio De Gregorio
Paolo De Paoli
Mazarino De Petro
Dino De Poli
Luisa Debiasio Calimani
Giuseppe Del Barone
Leone Delfino
Salvatore Dell'utri
Raffaele Della Valle
Angelo Raffaele Devicienti
Mario Di Bartolomei
Cosimo Damiano Francesco Di Giuseppe
Fernando Di Laura Frattura
Sebastiano Di Lorenzo
Pietro Di Muccio De Quattro
Carlo Di Re
Annalisa Diaz
Giovanni Divella
Luciano Donner
Ermanno Dossetti
Vittorio Dotti
Alessandro Duce
Renzo Dè Vidovich
Giovanni Guido Elsner
Vittorio Emiliani
Vincenzo Epifani
Alfredo Erpete
Demetrio Pietro Errigo
Giuseppe Facchetti
Silvana Fachin
Salvatore Fausto Fagone
Antonio Falconio
Benito Falvo
Vincenzo Fanto'
Augusto Fantozzi
Giuseppe Farassino
Giampaolo Fatale
Francesco Ferrarotti
Romano Ferrauto
Enrico Ferri
Giovanni Filocamo
Custode Fioriello
Costantino Fittante
Antonio Fonnesu
Marco Formentini
Costantino Formica
Giovanni Forner
Giuseppe Fortunato
Giorgio Franceschini
Hubert Frasnelli
Gianstefano Frigerio
Alberto Giorgio Gagliardi
Giovanni Gaiti
Alfredo Galasso
Domenico Galbiati
Luciano Galliani
Elisabetta Gallo
Argeo Gambelli Fenili
Aldo Antonio Gandolfi
Giorgio Gardiol
Giovenale Gerbauto
Giusto Geremia
Antonino Germanà
Mario Domenico Gerolimetto
Enrico Ghio
Elio Giovannini
Umberto Giovine
Aurelio Gironda Veraldi
Iole Giugni
Alda Grassi
Carla Gravina
Guido Grimaldi
Angela Maria Gritta Grainer
Maria Teresa Gloria Grosso
Giacomo Gualco
Giuseppe Guarino
Nazzareno Guasso
Bianca Guidetti Serra
Enrico Hullweck
Ermanno Iacobellis
Berardino Impegno
Carmelo Incorvaia
Giancarlo Innocenzi Botti
Giovan Carlo Iozzelli
Giuseppe Iperico
Gino Ippolito
Vittorio Korach
Antonio La Gloria
Angelo La Russa
Francesco La Saponara
Alberto La Volpe
Bruno Landi
Lelio Lantella
Gianni Lanzinger
Giangiacomo Lattanzi
Giuseppe Lavorato
Giuseppe Lezza
Pier Giorgio Licheri
Roberto Liotti
Francesco Paolo Liuzzi
Giancarlo Lombardi
Giuseppe Lombardo
Giovannino Loreti
Giuseppe Lucenti
Maria Mafai
Silvio Magistroni
Nicola Magrone
Assunta Malavenda
Angelo Raffaele Manca
Paolo Manca
Alberto Manchinu
Angelo Mancuso
Francesco Manganelli
Giuseppe Mangiapane
Lucio Manisco
Andrea Manna
Leone Manti
Giovanni Manzolini
Spartaco Marangoni
Enzo Marchi
Ferdinando Margutti
Achille Enoc Mariano
Franca Maria Marino
Giovanni Eugenio Marongiu
Neri Marraccini
Enrico Marrucci
Lamberto Martellotti
Alfonso Martucci
Raffaele Mascolo
Roberto Massi
Antonio Mastrogiacomo
Teresita Mattei
Cesare Matteini
Vincenzo Mattina
Dino Mazza
Vincenzo Mazzei
Gianantonio Mazzocchin
Italo Mazzola
Giovanni Mealli
Piero Melograni
Giovanni Meloni
Luigi Tommaso Memmi
Giuseppa Mendola
Paolo Mengoli
Pietro Paolo Menzietti
Antonio Miceli
Vanda Milano
Ruggero Millet
Francesco Miroglio
Antonino Mirone
Enrico Modigliani
Paolo Sandro Molinaro
Rosalba Molineri
Sebastiano Montali
Otello Montanari
Lorenzo Montecuollo
Gabriele Mori
Antonio Negri
Renzo Nicolini
Giuseppe Niedda
Gaspare Nuccio
Luigi Occhionero
Marcello Olivi
Benito Orgiana
Federico Orlando
Donato Antonio Pace
Massimo Pacetti
Marcello Pacini
Pierangelo Paleari
Gino Paoli
Antonio Pappalardo
Nicola Parenti
Eolo Giovanni Parodi
Ennio Parrelli
Renzo Pascolat
Franco Pasini
Benito Pavoni
Maurizio Pensa
Riccardo Perale
Giuseppe Romeo Pericu
Vincenzo Perrone
Domenico Petrella
Giuseppe Petrelli
Angelo Pezzana
Cesare Piacentino
Giovanni Piccirillo
Maria Piccoli
Vincenzo Pietrini
Claudio Pioli
Cesare Salvatore Pirisi
Lucio Pisani
Mario Pitzalis
Stefano Podesta'
Gianugo Polesello
Franco Politano
Francesco Polizio
Rosario Antonio Polizzi
Antonio Potenza
Onelio Prandini
Fulco Pratesi
Mario Prestamburgo
Alberto Presutti
Paolo Prodi
Giampiero Pucciarini
Antonio Quattrocchi
Giulio Quercini
Gaetano Rabbito
Francesco Rais
Bruno Randazzo
Pio Rapagnà
Gaetano Rasi
Gianfranco Rastrelli
Remo Ratto
Giorgio Rebuffa
Giuliana Reduzzi
Alessandro Giovanni Repetto
Michele Ricci
Federico Ricotti
Salvatore Riela
Nicola Rinaldi
Lamberto Riva
Augusto Rizzi
Sergio Rogna Manassero Di Costiglione
Domenico Paolo Romano Carratelli
Emilio Rosini
Rossana Rossanda
Stefano Rossattini
Maria Chiara Rosso
Paolo Rubino
Pier Corrado Salino
Massimo Salvadori
Micael Antonio Salvati
Vittorio Salvatori
Luigi Sandirocco
Riccardo Sandrone
Edoardo Sanguineti
Bernardo Sanlorenzo
Emiliana Santoli
Mauro Santoni
Gianfranco Saraca
Eugenio Sarli
Riccardo Sartoris
Giuseppe Sasso
Giulio Savelli
Mauro Savino
Benito Savo
Gabriele Ugo Sboarina
Nicola Scaglione
Eugenio Scalfari
Giuseppe Mario Scalisi
Dino Scantamburlo
Corrado Scardavilla
Felice Scermino
Giacomo Antonio Schettini
Ferdinando Schettino
Sandro Schmid
Maria Grazia Sestero
Luigi Sidoti
Attilio Sigona
Vincenzo Simonelli
Alberto Sinatra
Uberto Siola
Giampaolo Sodano
Mario Soldani
Onofrio Spagnoletti Zeuli
Francesco Speranza
Francesco Spina
Aldo Spinelli
Carlo Squeri
Vincenzo Squicciarini
Carla Stampacchia
Carlo Stelluti
Alfredo Strambi
Artemio Strazzi
Alvaro Superchi
Francecso Tagliarini
Carlo Taormina
Ferdinando Targetti
Teodoro Tascone
Aldo Tenaglia
Adriano Teso
Lucio Testa
Enzo Tiezzi
Giulio Togni
Renzo Tosolini
Sergio Trabattoni
Achille Tramarin
Nicola Trapani
Giovanni Travaglini
Bruno Trentin
Alberto Tridente
Flavio Trinca
Aldo Trione
Emanuele Tuccari
Paolo Tuffi
Denis Ugolini
Carlo Usiglio
Karl Vaja
Antonio Valiante
Antonietta Vascon
Sergio Vazzoler
Alcide Vecchi
Stella Vecchio
Cornelio Veltri
Gaetano Veneto
Giorgio Vido
Anna Maria Vietti
Rosario Villari
Nazareno Vitali
Ambrogio Viviani
Vincenzo Viviani
Francesco Paolo Voccoli
Vittorio Voglino
Ferdinand Willeit
Francesco Paolo Zama
Antonio Zanforlin
Angiola Zilli
Lanfranco Zucalli
SENATO: L'elenco degli ex
senatori che riscuotono l'assegno previdenziale mensile di 3.108 euro.
Compaiono anche le pensioni di reversibilità assegnate ai coniugi
Modestino Acone
Gerardo Agostini
Gian Mario Albani
Urbano Aletti
Tarcisio Andreolli
Costantino Armani
Giovanni Azzaretti
Francesco Barra
Giampiero Beccaria
Marisa Bedoni
Antonio Belloni
Ugo Benassi
Luciano Benetton
Carlo Bernardini
Carlo Bernini
Lionello Bertoldi
Felice Carlo Besostri
Vincenzo Bettiza
Francesco Saverio Biasco
Giovanni Binaghi
Mario Birardi
Giampaolo Bissi
Giuseppe Bodo
Emilio Bonatti
Cirillo Bonora
Alcibiade Boratto
Silvano Boroli
Giuseppe Borzi
Giuseppe Botti
Giovanni Bruni
Domenico Buccini
Erminio Busnelli
Antonino Calarco
Felice Calcaterra
Matilde Callari Galli
Fulvio Camerini
Guido Campopiano
Pietro Cangelosi
Girolamo Cannariato
Livio Caputo
Quintino Antonio Cartia
Archimede Casadei Lucchi
Giorgio Cavitelli
Pietro Cherchi
Gianfranco Chessa
Vittorio Chiesura
Michele Chimenti
Giorgio Cisbani
Mario Giacomo Cocciu
Rocco Coletta
Ambrogio Colombo
Giancarlo Comastri
Virgilio Condarcuri
Marco Conti
Aldo Corasaniti
Gilberto Cormegna
Andrea Corrado
Efisio Corrias
Marino Cortese
Luigi Cortesi
Piero Craveri
Dario Cravero
Maurizio Creuso
Alfredo D'Ambrosio
Mario D'Urso
Sauro Dalle Mura
Dino De Anna
Athos De Luca
Francesco De Notaris
Gerardo De Prisco
Walter De Rigo
Sandrino De Toffol
Aldo Degaudenz
Biagio Antonio Dell'Uomo
Saverio Di Bella
Giovanni Di Benedetto
Giovanni Di Benedetto
Bruno Di Maio
Mario Di Nubila
Guido Dondeynaz
Vielmo Duò
Antonio Duva
Renato Ellero
Umberto Emo Capodilista
Bruno Erroi
Piero Fabiani
Ada Valeria Fabj
Enrico Falqui
Franco Fante
Gianni Fardin
Gian Pietro Favaro
Pasqualino Lorenzo Federici
Isa Ferraguti
Pietro Ferrara
Micheke Figurelli
Bianca Maria Fiorillo
Angelo Flammia
Luigi Follieri
Albino Fontana
Romano Cataldo Forleo
Donato Michele Fragassi
Maurilio Frigerio
Giuseppe Gaburro
Menotti Galeotti
Raimondo Galuppo
Vittorio Dante Gambino
Renato Garibaldi
Vincenzo Garraffa
Luciano Gasperini
Vito Giacalone
Roberto Giollo
Luciano Giorgi
Graziano Girardi
Raffaele Girotti
Roberto Giunta
Luigi Grassani
Franco Alfredo Grassini
Augusto Guido Graziani
Giuseppe Grossi
Giuseppe Paolo Guarascio
Antonio Guarino
Antonio Guerritore
Francesco Guizzi
Adriano Angelo Icardi
Antonio Iervolino
Enrico Jacchia
Epifanio La Porta
Antonio Landolfi
Carmelo Latino
Baldassare Lauria
Bruno Lazzaro
Vincenzo Leggieri
Giacomo Leopizzi
Vittorio Liberatori
Paolo Licini
Alessandro Lippi
Giuseppe Lo Curzio
Giuseppe Locatelli
Enzo Mario Nino Lombardi
Luigi Lombardi Satriani
Gian Luigi Lombardi-Cerri
Siro Lombardini
Gennaro Lopez
Nicola Loprieno
Giuseppe Luongo
Simona Mafai
Giuseppe Maggiore
Erasmo Magliozzi
Claudio Magris
Vincenzo Maiorca
Giuseppina Maisano Grassi
Vincenzo Ruggero Manca
Tommaso Mancia
Olivio Mancini
Gaetano Mancini
Luigi Manna
Domenico Manno
Italo Marri
Giuseppe Mascaro
Cosimo Ennio Masiello
Luigi Mazzei
Vincenzo Meo
Roberto Meraviglia
Luciano Merigliano
Renzo Michelini
Daria Minucci
Maria Antonia Modolo
Mafalda Molinari
G. Moncada Lo Giudice Di Monforte
Tullio Montagna
Orazio Montinaro
Luigi Moretti
Maria Fida Moro
Giorgio Moschetti
Vittorio Mundi
Vincenzo Mungari
Luigi Natali
Davide Nava
Giuseppe Nistico'
Giuseppe Onorato Benito Nocco
Massimo Palombi
Vincenzo Palumbo
Pasquale Panico
Luigi Panigazzi
Vittorio Parisi
Adriana Pasquali
Bruno Pellegrino
Salvatore Pellegrino
Pietro Perlingieri
Vittorio Pessina
Rosario Pettinato
Sossio Pezzullo
Francesco Raffaele Piccolo
Terzo Pierani
Enrica Pietra Lenzi
Armin Pinggera
Luigi Pingitore
Francesco Pintus
Carlo Pisati
Antonio Pischedda
Francesco Pistoia
Giorgio Pizzol
Emilio Podestà
Luigi Poli
Carlo Polli
Domenico Presti
Giuseppe Pugliese
Leonello Puppi
Ilvano Rasimelli
Carla Ravaioli
Delio Redi
Claudio Regis
Francesco Renda
Antonio Pompeo Rendina
Angelo Rescaglio
Giuseppe Resta
Gianfranco Reviglio
Augusto Guido Rezzonico
Paolo Riani
Libero Riccardelli
Giuseppe Righetti
Armando Riviera
Lionello Franco Romania
Roberto Romei
Domenico Romeo
Pierluigi Ronzani
Domenico Rosati
Guido Rossi
Aride Rossi
Dante Rossi
Angelo Antoni Rossi
Ettore Rotelli
Raffaele Russo
Ferdinando Russo
Rocco Salini
Stanislao Alessandro Sambin
Carlo Sanna
Giovanni Saracco
Giorgio Sarto
Aldo Sartori
Johann Paul Saxl
Cosimo Scaglioso
Filippo Scalone
Umberto Scardaoni
Roberto Scheda
Renzo Sclavi
Pietro Scoppola
Umberto Nicolo' Sella
Di Monteluce
Enrico Serra
Mario Signorino
Piergiorgio Sirtori
Ottavio Spano
Stojan Spetic
Francesco Spinelli
Gianfranco Spisani
Pasquale Squitieri
Corrado Stajano
Armando Stefanelli
Massimo Struffi
Domenico Sudano
Filomeno Biagio Tato'
Marco Toniolli
Giorgio Tornati
Lucio Toth
Maria Luisa Tourn
Vincenzo Michele Trimarchi
Mario Tronti
Gianfranco Tunis
Giovanni Beniamino Valcavi
Nereo Vanzan
Graziano Verzotto
Edoardo Vesentini
Maria Vevante Scioletti
Antonio Vicini
Mario Viganò
Luigi Vinci
Giuseppe Visca
Giuseppe Vitale
Giombattista Xiumè
Arturo Mario Zambrino
Giampaolo Zancan
Siro Zanella
Giancarlo Zilio
Enzo Zotti
[06-07-2009]
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ALTRO CHE FATALITÀ – DIETRO IL DISASTRO DI VIAREGGIO UN MERCATO
NERO DI ROTTAMAZIONI E RICAMBI FASULLI - INDAGINI DELLA FINANZA E DUE
INCHIESTE CAMPANE SQUARCIANO IL VELO SU SOCIETÀ "OPACHE" - NEL
2006 SCOPERTI DUE CARRI MERCI CHE NON DOVEVANO ESISTERE…
Carlo Bonini per
"la Repubblica"
A una settimana dall´inferno di Viareggio, le domande restano
intatte: come è potuto accadere? Perché è potuto accadere? E
soprattutto: può accadere ancora? Se si sta al canovaccio proposto sin
qui da addetti e autorità politica, la strage del treno merci 50325
Trecate-Gricignano è affare di tutti e dunque di nessuno.
Pronta per essere consegnata ad una catena di responsabilità
edulcorate, impastate nei ruoli (Fs, la società committente, Gatx, la
proprietaria dei carri, Cima Riparazioni, l´azienda che ha sostituito l´assale
spezzato causa del deragliamento), annegate in cervellotiche tecnicalità
e normative di settore.
Insomma, una notte in cui tutti i gatti sono grigi. E non deve
essere un caso. Perché c´è una parte di questa storia, a ben vedere
ben più nitida, che non fa comodo a nessuno raccontare e di cui pochi
hanno voglia di parlare. Che illumina lo sfondo oscuro della strage e
dunque può cominciare a dare risposta alle domande che pone.
Una storia su cui lavora da tempo e a fari spenti la Guardia di
Finanza (prima con la Procura di Santa Maria Capua Vetere, ora con
quella di Napoli) con un´inchiesta durante la quale, tra gli altri, è
stato per altro ascoltato come testimone anche l´attuale amministratore
delegato di Fs Mauro Moretti.
Che, non più tardi di due anni e mezzo fa, è stata oggetto di un
audit interno delle Fs. Che documenta l´esistenza di un mercato nero
della componentistica, della manutenzione e della rottamazione dei carri
merci. Una terra di nessuno dove circolano vagoni che risultano
rottamati, ma tali non sono.
Dove accade che una "sala montata" (il complesso di asse
e ruote del carrello) criccata - esattamente come quella di Viareggio -
possa tornare sul mercato punzonata e certificata come "pronta al
montaggio" (che è esattamente quel che è accaduto alla Cima di
Mantova quando ha ricevuto il materiale dalle officine della Gatx di
Hannover) in una cosmesi che non lascia traccia, almeno fino a quando
non uccide.
Tutto cominciò tre anni fa. Curiosamente nelle stesse terre cui
era destinato il merci 50325. La provincia di Caserta. Nel 2006, vengono
ritrovati due carri merci delle Ferrovie dello Stato su un binario morto
nelle campagne di Sessa Aurunca. Hanno la matricola del telaio abrasa
(proprio come un´auto rubata).
Ma, quel che è peggio, non dovrebbero neppure esistere, perché
dagli inventari dell´azienda risultano rottamati da tempo. L´allora
amministratore delegato di Fs, Roberto Testore (lascerà la carica nel
settembre di quell´anno), dispone immediatamente un audit interno. Gli
esiti svelano un abisso.
«L´audit di Fs - racconta oggi una qualificata fonte
investigativa - scoprì una gestione dei cargo a dir poco pazzesca. Gli
accertamenti interni verificarono che, dei carri merci che allora erano
inventariati dalle Fs, ne mancavano all´appello almeno duemila. Nessuno
sapeva dove fossero finiti. Ma, soprattutto, furono ritrovati, dopo
quelli di Sessa Aurunca, almeno una decina di altri carri merci che
risultavano regolarmente rottamati e, al contrario, erano in carico a
società private che incrociavano nella zona di Bologna e Livorno».
Carrette vendute al mercato nero e adibite per lo più al
trasporto di ghiaia e altro materiale di movimento terra. Inesistenti
negli archivi del patrimonio rotabile delle Ferrovie, ma regolarmente
circolanti sulla sua rete.
L´audit accerta anche dell´altro. L´allora responsabile della
manutenzione merci, Raffaele Arena, ha affidato nel tempo la
manutenzione e revisione periodica di migliaia di carri senza uno
straccio di gara. Per ragioni di "tempo ed efficienza", le
aziende che devono verificare l´integrità dei carelli e la tenuta dei
carri, ovvero rottamare gli uni e gli altri, sono state scelte con
trattativa privata. Diverse sono campane, alcune lavorano in zone di
camorra e hanno un profilo societario opaco. Una, la Mavis srl, risulta
di proprietà del cugino di Arena, tale Carmine D´Elia.
Nel 2006, insomma, le Ferrovie scoprono di non avere, di fatto, un
reale controllo sulla manutenzione della propria flotta merci. Con il
nuovo amministratore delegato Moretti, Arena viene spostato dal merci
alla manutenzione dell´Alta Velocità. Quindi, sulla base degli esiti
dell´audit interno, allontanato dall´azienda. Mentre l´inchiesta che
nel frattempo ha avviato la Guardia di Finanza contribuisce a rendere il
quadro ancora più fosco.
L´indagine accerta infatti che intorno al ciclo spesso fasullo
della rottamazione e della manutenzione è cresciuto un mercato nero
della componentistica che cannibalizza materiale rotabile di fatto non
più in grado di circolare (carri e carrelli), ma che viene reimmesso
nel circuito come regolarmente certificato. Centinaia di "sale
montate" vengono rivendute alle stesse Ferrovie. Altre prendono la
strada di mercati che hanno come acquirenti società private
proprietarie dei loro carri.
E dunque: quante "sale montate" criccate, ma date per
"pronte al montaggio", circolano sul mercato? È possibile
che, nel caso di Viareggio (dove, come è ormai noto, i carri non erano
di proprietà delle Fs), la "sala" messa a disposizione della
Cima Riparazioni di Mantova dalla Gatx avesse una provenienza opaca? Una
fonte investigativa allarga le braccia. E invita però a osservare una
curiosa coincidenza: «A Viareggio è stata una strage. Ma qualcuno ha
provato a collegare la strage di lunedì con quanto è accaduto a Prato
tre settimane fa?».
Un altro deragliamento di merci. Il 22 giugno, alle 5 e 10 del
mattino, tra Vaiano e Prato, all´altezza della località Canneto, un
convoglio di quindici carri che trasporta acido fluoridrico esce dalla
sede rotabile, trascinando la propria corsa per oltre due chilometri e
mezzo, prima di urtare, fortunatamente senza danni alle persone, il
locomotore di un treno regionale che marcia in direzione opposta. I
primi accertamenti condotti sul luogo dell´incidente, documentano le
ragioni del deragliamento nella «perdita degli assi rotabili portanti
del carro numero 9» (ne risulterà proprietaria una società privata
genovese). Dunque, ancora un problema con le "sale montate".
Il riferimento dell´investigatore è sufficientemente chiaro. Il
mercato dei merci ha conosciuto da tempo un forte inquinamento. Le
modalità degli incidenti cominciano a essere troppo simili. E nessuno
è in grado davvero di dire quanta componentistica avariata, ma data per
buona, circoli. Anche perché, come spiega lo stesso Giuseppe Pacchioni,
amministratore unico della Cima Riparazioni spa, «normalmente il
materiale usurato viene sostituito con altro materiale che ovviamente è
certificato ma è già usato». «Di "sale montate" nuove -
aggiunge Pacchioni - non ne compra nessuno per fare le manutenzioni.
Perché possono costare fino al triplo di una "sala" usata».
Quella che ha ucciso a Viareggio arrivava da Hannover. Dove la ha
acquistata la Gatx? Da chi? Chi ne ha certificato la regolarità? E in
Italia, quanta roba cannibalizzata e criccata circola?
[06-07-2009]
SOTTO LA STRAGE, IL SOLITO, ETERNO MARCIO ALL'ITALIANA - ALDO BORDI,
Un consulente delle Ferrovie che, contemporaneamente, lavora anche nell´interesse
della "Gatx" di Vienna che assicura il trasporto di gpl - L´intreccio
di rapporti getta una nuova luce sul disastro di una settimana fa
Carlo Bonini per
"la Repubblica"
Una società di intermediazione commerciale con sede a Genova. Un
consulente delle Ferrovie che, contemporaneamente, lavora anche nell´interesse
del committente e proprietario del convoglio che assicura il trasporto
di gpl (la "Gatx" di Vienna).
Carri merci di cui oggi si denuncia la vetustà e l´origine estera
(la ex Ddr), ma che da cinque anni, in realtà, si muovevano lungo un
unico asse all´interno dei nostri confini: la tratta Trecate-Gricignano.
E di cui le Ferrovie conoscevano dunque perfettamente provenienza e
impiego.
La strage del merci 50325 si svela come una storia cui continuano a
mancare tasselli cruciali. Utili oggi a ricostruire le premesse dell´inferno
che ha inghiottito otto giorni fa 23 vite innocenti e domani, forse, a
definire con maggiore nitidezza la catena delle responsabilità.
Una storia, appunto, che ora - come confermano fonti investigative -
si arricchisce di nuove circostanze. A cominciare da una società
genovese, la Ffi, di cui, alla Gatx di Vienna dicono di «non essere
autorizzati a parlare».
Salvo confermare che il suo amministratore, Aldo Bordi,
lavora come loro consulente commerciale per l´Italia. Bordi è
il professionista che intermedia e consegna alle Ferrovie il contratto
con cui l´azienda casertana Aversana Petroli (con sede a Casal di
Principe e di proprietà di Luigi Cosentino, padre del Nicola sottosegretario all´economia) si affida alla Gatx e alle
stesse Ferrovie per il trasporto settimanale di Gpl da san Martino Trecate
(provincia di Novara) a Gricignano di Aversa.
Ma Bordi è anche un professionista legato da un
contratto di consulenza commerciale con le stesse Ferrovie. Un conflitto
di interessi che porta in dote - tra il 2004 e il 2005 - all´allora
Cargo Chemical (la società controllata dalle Fs che cambierà
successivamente denominazione in Fs Logistica) gli austriaci di Gatx e i
casertani.
Della circostanza, Bordi non ha intenzione di
parlare, fosse anche soltanto per mettere meglio a fuoco le origini del
contratto e gli accordi che regolavano il rapporto tra le Ferrovie e la
Gatx per gli aspetti relativi alla manutenzione dei carri. Raggiunto
telefonicamente da Repubblica nei suoi uffici di Genova, si dice «sorpreso»
che qualcuno lo cerchi.
«Rispondo solo per un fatto di cortesia - spiega - Perché non
essendo coinvolto direttamente in quanto è accaduto, non vedo che cosa
altro potrei dire se non che sono dispiaciuto sotto il profilo morale».
Bordi conferma il rapporto «esclusivamente commerciale»
tra la sua Ffi e la Gatx e dunque la sua estraneità agli aspetti
tecnici della manutenzione dei carri.
Glissa sul proprio rapporto di consulenza con le Ferrovie nonostante
il suo legame commerciale con Gatx: «Non vedo cosa c´entri in questa
storia e, soprattutto, le parti mi hanno consigliato di non parlarne,
per non introdurre elementi di confusione e alimentare altre suggestioni».
Su un fatto, conviene, si può tuttavia essere certi. Nel siglare l´accordo
con Gatx, le Ferrovie accettarono che il trasporto del gpl fosse
assicurato con convogli composti da carri di proprietà della stessa
Gatx. Il dettaglio non è irrilevante.
Perché racconta qualcosa della consapevolezza che le Ferrovie
avevano del tipo di materiale rotabile che sarebbe stato impiegato e
della sua futura destinazione. Negli ultimi cinque anni, infatti, i
carri messi a disposizione dalla Gatx non erano mai usciti dall´Italia,
essendo stati destinati a un unico tragitto: Trecate-Gricignano.
Gricignano-Trecate.
E anche la loro origine nella ex Ddr (segnalata da Mauro
Moretti, amministratore delegato di Fs, nei giorni successivi
alla strage come un dettaglio capace di documentare la scarsa sicurezza
di materiale proveniente dall´estero) era assolutamente nota alle
Ferrovie. La Gatx aveva infatti acquisito quei carri costruiti nella ex
Repubblica democratica tedesca al momento dell´acquisizione della Kvg,
la più piccola tra le società europee attrezzate per il trasporto di
gpl.
Un fatto, in queste ore, appare insomma certo. Che l´indagine per la
strage del 50325 tornerà a mettere pressione su Fs Logistica, società
che già nel marzo del 2008 fu coinvolta a Molfetta nella morte di
cinque operai durante la manutenzione di una cisterna per il trasporto
dello zolfo.
Intanto, Fs con una lettera del suo portavoce conferma quanto
documentato nell´inchiesta di Repubblica ieri, dichiara di essersi
messa a disposizione dell´indagine della procura di Napoli e assicura
che il parco merci circolante «garantisce il massimo della sicurezza
possibile oggi».
IN 25MILA PER L'ULTIMO SALUTO...
(Agi) - Un minuto di silenzio e' stato l'inizio dei funerali
nello Stadio dei Pini per 15 delle 22 vittime della strage causata
dall'esplosione di un vagone carico di gpl alla stazione di Viareggio.
Poi, con l'ingresso dei feretri coperti di rose bianche, un lunghissimo
applauso si e' levato dalle oltre venticinquemila persone che hanno
voluto dare l'ultimo, commosso saluto e manifestare solidarieta' alle
famiglie degli scomparsi. A uno a uno sono stati detti i nomi delle
vittime, sette delle quali sono state traslate in Marocco.
Le bare, portate a spalla da rapresentanti delle istituzioni locali,
sono state allineate al centro del campo: davanti a tutte le due piccole
e bianche, quelle dei fratellini Luca e Lorenzo
Piagentini, e nel mezzo la mamma Stefania.
Sono passate da poco le 11 quando nello stadio sono arrivati il
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e i
presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato
Schifani. Il canto e' stato affidato al tenore Andrea Bocelli per Panis Angelicum, di
Frank, e l'Ave Verum
Corpus, di Mozart. Fuori dallo stadio, uno striscione
di circa trenta metri: "29-06-09 con rabbia e dolore Viareggio vi
portera' nel cuore".
[07-07-2009]
|
BENESSIA-BAZOLI-GUZZETTI: UN PATTO A TRE CHE SMANIA DI UCCELLARE
CORRADO PASSERA - SAREBBE L'EFFETTO DELLA BOCCIATURA DELL'ANTITRUST DEL
PATTO AGRICOLE-INTESA - I 'SANPAOLINI' DI BENESSIA MIRANO A CACCIARE SALZA
E PASSERA E TORNARE AL POTERE - ECCO TUTTI I MOTIVI
DELL'"INSOFFERENZA" DA PARTE DEL TRIO VERSO IL VERTICE DI INTESA
Su ogni giornale abbiamo letto della bocciatura da parte dell'AntiTrust
di Catricalà del patto Agricole-Intesa, anche in versione
"soft". ("...creare un legame sul 10,8% di Intesa
Sanpaolo è contrario a quanto era stato a suo tempo concordato con l´Authority
ai tempi della fusione Banca Intesa-Sanpaolo. In quell´occasione, il Crédit
Agricole si era impegnato a scendere, in varie tappe, fino al 2%. E
invece tuttora è a quota 5,8% (dovrebbe essere già al 5%) ed entro la
fine dell´anno dovrebbe scendere al 2%. Fuori dal rispetto dei tetti
assegnati par di capire che ci siano poche possibilità di trovare
udienza dalle parti dell´Antitrust.
A meno che la banca francese non faccia quello che è già
avvenuto in situazioni di mercato avverso: chiedere una proroga all´obbligo
di vendere e nel frattempo non esercitare i diritti patrimoniali, a
partire dal voto. Proprio l´opposto, insomma, di quanto si prefigge il
Crédit, che grazie al Patto (o Accordo) punta a considerare stabile e
strategica, invece che finanziaria, la partecipazione in Intesa. E, di
conseguenza, a non svalutarla in bilancio" (Vittoria Puledda per
"la Repubblica")
Ma nessuno ha pensato di commentare quali potrebbero essere gli
effetti se la banca francese guidata da Caron mettesse in vendita il suo
pacchetto. Infatti il gruppo Intesa-San Paolo diventerebbe
"contendibile". E un nuovo meccanismo di potere potrebbe
mettersi in moto in maniera definitiva.
Si sa che le Fondazioni guidate da Giuseppe Guzzetti (grandi
azionisti) si son ben rotti con il dominio del supermanager
megagalattico Corradino Passera e vogliono approfittare del niet dell'AntiTrust
all'Agricole per rimescolare le carte della governance. E il loro
principale alleato nella bisogna è il potentissimo Angelo Benessia.
Il presidente della Fondazione San Paolo (primo azionista col 10
per cento) da tempo smania di liquidare il massiccio concittadino Enrico
Salza, accusandolo di essere venduto ai milanesi di Banca Intesa per
ottenere in cambio la poltrona di presidente del Consiglio di Gestione
(vige il sistema duale). Di fatto, il ruolo del San Paolo si è quasi
del tutto annullato perché Salza si guarda bene di rompere i cojoni
all'amministratore delegato Passera.
E Benessia (che all'epoca era nomignolato "Bene-Fiat")
mira appunto a prendere la carica dell'accidioso Salza. In cambio i
cattolici Bazoli (che non ha più a cuore il virgulto Passera, sempre più
legato alle trame politiche di Montezemolo) e Guzzetti potrebbero avere
l'appoggio di Benessia per ridisegnare il vertice di Intesa.
La ragione della "disistima" di Benessia verso Salza è
di aver liquidato il San Paolo e i torinesi vogliono contare di più di
Milano, ma qual è il motivo dell'insofferenza delle Fondazioni delle
casse di risparmio rappresentate da Guzzetti - che si prenderebbero il
pacchetto azionario di Agricole - verso Corradino nostro?
Semplice occupazione di potere. Nei punti nevralgici di Intesa-San
Paolo troviamo solo uomini di Passera: ad esempio, Francesco Micheli, già
alla gestione del personale, ora direttore generale, mal sopportato da
Bazoli per i suoi modi rudi e poco concilianti, preso da Passera alle
Poste come personale tagliatore di teste.
A seguire troviamo Mario Ciaccia, ex brillante burocrate di Stato,
a capo del settore Infrastrutture, e l'ex ristrutturatore aziendale
Gaetano Micciché, potentissimo responsabile della divisione Corporate
(grandi clienti), forse perché proviene dal gruppo del finanziere
Salvatore Mancuso. Tutta gente che ha tolto il potere ai torinesi. E ora
tira aria di vendetta, tremenda vendetta: per il trio
Benessia-Bazoli-Guzzetti è giunta l'ora di ridimensionare questi
manager acchiappatutto e arroganti alla Passera e Profumo.
E' una partita molto complessa: chissà se Passera sarà costretto
auscire dalla sua gabbietta dorata...
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UNA Puglia PIENA DI BARI - - Tangenti, festini, appalti truccati,
intercettazioni, la sanità d’affari: Pd travolto da quattro INCHIESTE -
Su tutto E TUTTI Il "grande burattinaio" Tarantini (ESCORT, COME
PROTESI DEL POTERE)...
Stefano Filippi per Il
Giornale
Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità
pugliese gestita da un comitato d'affari sotto la regìa della sinistra.
Il quadro delle inchieste di Bari è ormai chiaro: ne ha preso atto
anche il governatore Nichi Vendola, che ha chiesto e ottenuto le
dimissioni della giunta regionale. Aveva già fatto saltare un assessore
alla Sanità, Alberto Tedesco, caduto in piedi con la garanzia di
entrare al Senato. Poi ha avuto la testa del direttore generale dell'Asl
di Bari, Lea Cosentino, manager legata al Pd e amica di Giampiero
Tarantini. Infine è toccato agli assessori, tutti.
L'unico a resistere sul ponte di comando è lui, Vendola, che
appena sente odore di guai giudiziari caccia gli altri per mostrare chi
ha in pugno la «questione morale». Ma neppure il governatore potrà
chiamarsi del tutto fuori, dal momento che è stato convocato lunedì 6
in procura come persona informata dei fatti. Il presidente ha depositato
un rapporto frutto di ispezioni e controlli forse tardivi.
Quanto sia esteso il marcio (presunto), lo dimostra il numero di
inchieste aperte dalla procura di Bari. Quattro. E affidate ad
altrettanti pm. Attività investigative nate da fonti diverse e che si
muovono in tante direzioni. Nei fascicoli c'è di tutto. Ci sono i
presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche. Ci sono i
rapporti sospetti tra primari e cliniche riabilitative cui venivano
indirizzati i pazienti. E ancora i grandi appalti per servizi e prodotti
medicali preceduti e seguiti da feste e festini. I dubbi
sull'accreditamento di strutture sanitarie private. Un appartamento nel
centro di Bari utilizzato come garçonniere da politici di sinistra.
Su tutto sembra regnare un solo nome, quello del «grande
burattinaio» Tarantini, il «re delle protesi» diventato famoso per
aver portato un tot di bellezze, tra cui una prostituta di lusso, a casa
di Silvio Berlusconi. Ma il «sistema Tarantini» è assai vasto,
prevede rapporti con la politica che conta in Puglia (cioè soprattutto
con il Pd, che governa la regione e gran parte delle province).
In realtà Tarantini è uno dei tanti: nell'inchiesta più
articolata e - a quanto si dice - più pericolosa per la sinistra, di
cui è titolare il sostituto procuratore della Dda Desirée Digeronimo,
gli indagati sarebbero una ventina, tra cui Tedesco, la Cosentino, il
direttore generale del policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, il
primario di ortopedia Vittorio Patella, la direttrice di un centro di
riabilitazione Ilaria Tatò, l'imprenditore Enrico Intini grande amico
di Massimo D'Alema. Le ipotesi di reato comprendono a vario titolo la
corruzione, la turbativa d'asta, le false dichiarazioni, l'associazione
per delinquere.
Succede così che le inchieste del pm Giuseppe Scelsi che hanno
scatenato i veleni sulla vita privata di Berlusconi perdono peso:
secondo il procuratore capo Emilio Marzano, è caduta l'ipotesi di
indagare Tarantini per droga mentre la tranche sull'induzione alla
prostituzione è sostanzialmente chiusa e sarà definita entro luglio.
Crescono invece i capitoli sugli intrecci tra imprenditori, manager
sanitari, funzionari della regione e politici della sinistra pugliese.
Il primo dei quattro fascicoli, aperto nel 2000 dal pm Roberto
Rossi e avviato a rapida conclusione, riguarda presunti illeciti nella
fornitura di protesi ortopediche e nei rapporti tra i Tarantini, aziende
sanitarie pugliesi ed enti locali. Personaggio chiave è Alberto
Tedesco, che nonostante siano a lui riconducibili aziende del settore
elettromedicale (concorrenti con Tarantini), è stato fino al 6 febbraio
scorso assessore alla sanità. Il conflitto d'interessi fu denunciato
dall'Italia dei valori, partito esterno alla giunta regionale il quale
ora rifiuta l'invito di Vendola di entrare nella maggioranza.
Sullo sfondo resta l'inchiesta sull'immobiliarista campano Alfredo
Romeo, che non solleva più il clamore di qualche mese fa. Romeo ebbe un
appalto dalla regione Puglia e dalle intercettazioni emergevano
riferimenti a un referente pugliese.
[02-07-2009]
COSE BULGARE - TRA LE PAPI-GIRL PIZZICATE DA ZAPPADU SUGLI AEREI
BLU SPUNTA ANCHE DARINA PAVLOVA, RICCHISSIMA VEDOVA DI UN FINANZIERE
BULGARO (UCCISO CON UNA PISTOLETTATA AL CUORE) – NEL 2007, IMPAZZò SUI
GIORNALI BULGARI LA LIASON CON SILVIO…
Paolo Berizzi per "La
Repubblica"
La Dama e il Cavaliere. Il titolo gossipparo apparve a febbraio 2007 sui
quotidiani bulgari, ripreso dalle agenzie e infine carambolato sui siti
rosa italiani. Finché a tornare sull'argomento fu, in modo forse un po'
incauto, proprio il Cavaliere. Due settimane fa. E' il 20 giugno quando
una telecamera di Sky cattura una chiacchierata tra Berlusconi e il
primo ministro bulgaro Sergei Stanishev. A margine di un Consiglio
europeo a Bruxelles, presente il ministro degli Esteri Frattini.
I due parlano di Darina Pavlova (la Dama), ex attrice bulgara,
vedova del finanziere Iliya Pavlov ucciso da un sicario nel marzo 2003
(un solo colpo al cuore, morte passata agli atti come "omicidio
politico"). Una delle donne più ricche dell'Europa dell'est, con
un patrimonio di 1,5 miliardi di dollari.
"La verità - dice il nostro presidente del Consiglio nei
giorni in cui in Italia si accendono le polemiche sulla sua vita privata
- è che Pavlova ha una figlia fantastica. E tu - aggiunge rivolto a
Stanishev - conosci il mio interesse per le minorenni". Ora si
scopre che sarebbe proprio lei, Darina Pavlova, la "donna
misteriosa" pizzicata l'anno scorso dal fotoreporter Antonello
Zappadu a Olbia mentre sale su un volo di Stato.
Sul quale, poco dopo, si imbarca anche il premier. A riferirlo a
Repubblica sono tre fonti distinte ma convergenti: lo stesso Zappadu (al
quale un giornale bulgaro ha richiesto l'intero servizio fotografico),
una fonte vicina a Palazzo Chigi e una dell'Aviazione generale
dell'aeroporto sardo.
E' il 17 agosto 2008. Gli scatti mostrano l'arrivo della bella
Pavlova, in auto, allo scalo di Olbia. Capelli corvini, pantaloni a
pinocchietto, camicia nera come gli occhiali, borsa leopardata e scarpe
dorate, Darina viene accompagnata sull'Airbus A 319. Sono le 16.27. La
donna accede dall'ingresso posteriore. Fuma sulla scaletta. Passa
mezz'ora e atterra l'elicottero di Berlusconi.
a
Il premier, seguito dal suo staff, sale sull'Airbus dal portellone
anteriore. Il volo è diretto a Ciampino. Nella sequenza si vede un
assistente che trasporta a bordo degli abiti. Poi il capo scorta del
presidente che dà l'ok agli uomini a terra.
Il servizio fotografico - che fa parte dei 700 scatti sequestrati
a Zappadu dalla Procura di Roma - potrebbe uscire presto in Bulgaria.
Dove l'interesse intorno all'amicizia tra Pavlova e Berlusconi si
accende nel 2007. "Silvio Berlusconi si è innamorato di Darina
Pavlova" scrive il 15 febbraio il quotidiano Standard. Che
racconta: "L'ex premier è stato avvistato a flirtare galantemente
con la bulgara".
La conoscenza tra i due risalirebbe all'estate 2007 in Sardegna.
Ed è per una festa, in effetti, che il presidente del Consiglio e la
vedova del fondatore della MG corporation (alimentare, banche, energia,
turismo) vengono di nuovo tirati in ballo. Il 30 maggio 2008 Darina
festeggia il 43esimo compleanno nella casa romana di piazza del Popolo.
Una quarantina di amici. C'è il menestrello presidenziale Mariano
Apicella, e c'è anche Slavi Trifonov, re dei talk show di Sofia.
Alle 21,45 bussa Silvio Berlusconi, di rientro a Roma dal vertice
di governo napoletano sui rifiuti. Il premier scende dall'auto e prova a
schivare i fotografi: "A che ora era l'invito? Alle nove? Quindi
sono in ritardo...". Al portone tagliano corto: "Festa
privata".
I cultori del pettegolezzo ricordano che la Pavlova di piazza del
Popolo è la stessa Pavlova descritta un anno prima dalla stampa bulgara
come la "fiamma" di Berlusconi. Raccontano che Darina è così
appassionata di calcio da essere diventata la prima donna presidente di
una squadra, il "Cherno More" di Varna, terza città della
Bulgaria.
[04-07-2009]
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UN FONDO LIBICO ENTRA IN FINMECCANICA CON QUOTA SOTTO IL 10% (CIRCA
600 MLN €) - DI PIÙ. LA TRATTATIVA PREVEDE L'APERTURA DI UNA FABBRICA
FINMECCANICA IN LIBIA - L'OPERAZIONE È CLAMOROSA: IL GRUPPO OPERA IN UN
PERIMETRO DI TECNOLOGIE AVANZATE, CHE VANNO DAGLI ELICOTTERI AI TRASPORTI,
AI PRODOTTI MILITARI DI SICUREZZA - MA STATI UNITI, NATO, UE, SONO STATI
MESSI AL CORRENTE DELL’INGRESSO DI GHEDDAFI? -
DAGO-REPORT
"Un'era si è chiusa, una nuova era è iniziata". Con queste
parole il Colonnello Gheddafi ha concluso a metà giugno la sua visita
in Italia dove Berlusconi lo ha accolto come "un cliente
originale" ricevendo dal leader di Tripoli grandi apprezzamenti per
il coraggio e le scuse sulle pagine buie del colonialismo.
Sotto la tenda beduina di Villa Pamphili sono stati numerosi i
manager e gli imprenditori che hanno cercato di capire se dentro l'era
nuova ci fosse spazio per nuovi business con il governo di Tripoli che
opera attraverso il braccio finanziario del Fondo sovrano Libyan Arab
Foreign Investment.
E quando il Colonnello si è presentato nell'Auditorium di
Confindustria il 13 giugno è stato accolto con inchini da Profumo,
Conti, Moretti, Bombassei e Luisa Todini che Gheddafi ha lasciato di
sasso quando le ha chiesto se era un uomo.
Durante la visita in Italia non ci sono stati annunci clamorosi e
chi si aspettava che ad esempio il Fondo sovrano partecipasse
all'aumento di capitale di Enel oppure ad altre operazioni è rimasto a
bocca asciutta. Da quando ha cominciato a operare in Italia il braccio
finanziario della Libia ha acquisito partecipazioni significative in
Fiat dove detiene il 2%, Unicredit con il 4,9 e il Gruppo Eni di cui
possiede l'1%. Con Paoletto Scaroni i libici hanno firmato un accordo
per un investimento di circa 150 milioni di dollari nel settore
dell'energia.
Le ditte italiane che da tempo operano nel Paese di Gheddafi e
occupano la prima fila sono tra le altre la Sirti (per la messa in opera
di 7.000 km di cavi di fibre ottiche), Impregilo e la AgustaWestland di
Finmeccanica che ha ottenuto il contratto per la fornitura di 10
elicotteri che si aggiungono alla commessa per un programma da 3 milioni
di euro ad Alenia Aermacchi.
Ed è proprio sul Gruppo Finmeccanica, guidato da Pierfrancesco
Guarguaglini, che si erano puntati gli occhi degli analisti convinti che
Gheddafi e il suo Fondo avrebbero messo un piede per una partecipazione
azionaria. D'altra parte è stato lo stesso Guarguaglini a spiegare
pochi giorni dopo al Salone internazionale dell'aeronautica di Le
Bourget che Finmeccanica puntava alla Turchia e alla Libia per allargare
il suo mercato.
Nella sua infinita miseria Dagospia ha raccolto nelle ultime ore
una notizia che da sola farebbe giustizia della delusione emersa dopo il
viaggio di Gheddafi a Roma. Sembra infatti che siano in corso
trattative molto avanzate con il Gruppo Finmeccanica dove il fondo
sovrano che dispone di 200 miliardi avrebbe intenzione di acquisire una
quota azionaria di notevole dimensione.
lini
Botta di Sonno - Copyright Pizzi
A questo proposito dagli uffici di via Monte Grappa dove ha sede
il quartier generale di Guarguaglini non trapelano indiscrezioni, ma
sembra che si stia trattando l'acquisizione di una quota di Finmeccanica
intorno al 10% (non oltre) con un investimento dei libici nell'ordine di
circa 600 milioni di euro. Non è finita. L'investimento prevede anche
la costituzione di una azienda Finmeccanica in Libia.
La notizia è clamorosa e carica di significati industriali e
politici. Dal punto di vista industriale l'ingresso dei libici nella
società di Guarguaglini ha il significato di un intervento lungimirante
perché il Gruppo opera in un perimetro industriale di tecnologie
avanzate che vanno dagli elicotteri allo spazio fino ai trasporti, e
soprattutto all'elettronica e alla difesa e sicurezza. Questo settore è
strategico e nel primo trimestre di quest'anno i ricavi hanno avuto un
incremento del 111% rispetto a quelli dell'anno scorso.
lini
A conferma dell'interesse di Tripoli per i sistemi di difesa basta
leggere l'"Espresso" in edicola dove si apprende che lo
shopping bellico di Gheddafi ha portato in questi giorni a una commessa
di piccoli aerei spia che si chiamano Falco e vengono utilizzati per
controllare le carovane dei migranti (box a seguire).
Ma questa è una piccola cosa rispetto alle prospettive che si
aprono con una partecipazione di Tripoli dentro l'azienda che ha vinto
la commessa per gli elicotteri della Casa Bianca e che nella produzione
di armi e di sistemi sofisticati ha uno dei suoi asset fondamentali.
Qui si tocca il versante politico della nuova alleanza societaria
che potrebbe essere annunciata addirittura lunedì prossimo. Non è un
mistero infatti che i governi della Nato e in primo luogo quello
americano, stiano seguendo le mosse del Colonnello con grande
attenzione. Dopo l'attentato di Lockerbie dell'88 quando 270 persone
morirono c'è stata una lenta ricucitura dei rapporti tra la Libia e gli
Stati Uniti. Il dialogo diplomatico è iniziato sotto la tenda di
Gheddafi nell'aprile del '91 e oggi il Colonnello non è il nemico di un
tempo.
Certo, quando nel settembre 2008 ha dichiarato che "l'Italia
non darà basi Nato agli americani in caso di attacco contro la
Libia", a Washington sono riemersi i pruriti e i pregiudizi, ma
"business is business" e oggi sul bel suol di Tripoli
passeggiano in lungo e in largo gli uomini d'affari americani e di tutti
i paesi dell'Occidente.
L'intesa tra Finmeccanica e il governo libico potrà far discutere
e forse se ne parlerà anche al G8 dell'Aquila perché tocca una materia
"sensibile", ma dalla sua Guarguaglini può far valere i forti
rapporti sul mercato americano dove il Cavaliere gli ha aperto ai tempi
di Bush la strada per la Casa Bianca e dove nel maggio 2008 ha acquisito
per 3,4 miliardi di euro DRS Technologies, l'azienda leader nel settore
dei servizi e dei prodotti elettronici integrati per la difesa.
Tutti sanno che la commessa per gli elicotteri della Casa Bianca
ha avuto una battuta d'arresto forse fatale con l'arrivo di Obama, ma
l'alleanza con un colosso come DRS ha rappresentato per Finmeccanica
l'ingresso dalla porta principale nel mercato della sicurezza e della
difesa statunitensi (un mercato da 700 miliardi di dollari all'anno).
Se le notizie sull'acquisizione della quota da parte dei libici
saranno confermate, Guarguaglini dovrà gestire un difficile equilibrio
politico e industriale che apre comunque per il suo Gruppo le
prospettive di quella "nuova era" di cui Gheddafi ha parlato
sotto la tenda beduina.
ITALIA-LIBIA, UN FALCO SU TRIPOLI...
Da L'Espresso - Si chiama Falco ed è un piccolo aereo spia prodotto da
Finmeccanica. Formalmente, servirà per controllare le carovane di
immigrati ma di fatto questo sofisticato velivolo telecomandato ha
potenzialità militari notevoli. Proprio il Falco apre la lista dello
shopping bellico italiano di Gheddafi. Tra i primi contratti siglati, la
modernizzazione di 12 monoplani Sf 260, addestratori usati in passato
nella guerra del Ciad.
Ma si sta discutendo anche la vendita di radar Selex Rat31 per la
difesa aerea a lungo raggio, di pattugliatori navali Fincantieri simili
a quelli acquistati dal nuovo governo iracheno, di sistemi per la
sorveglianza elettronica delle coste. Agusta ha poi intascato ordini per
venti elicotteri, mentre molti altri potrebbero venire assemblati da un
nuovo stabilimento italo-libico. (P.Ba.)
[04-07-2009]
JOINT FIN-LIBIA: DAGOSPIA ANTICIPA, FINMECCA
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