MAFIA
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– SI SCOPRE parallelo a quella di Cian
LA Milano DELL’EXPO
[21-08-2009]
GENCHI ACCUSAA I
SPATUZZA
GENCHI
N'ANDRANGEDA

 

 

 

 

E' mia intenzione dare la mia disponibilità a raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :

 ideeconomiche@pec.it

 

 

LA MAPPA DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio di:

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondati da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

 

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN

6 ) NO TETRAPAC 

 

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 2 PARTE 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRi SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

 

 

Thanks again,

Jennifer

 

 

 

 

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 17.11.12 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

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. STRAGI '93, CONSO E AMATO SARANNO ASCOLTATI IL 15 FEBBRAIO A PROCESSO FIRENZE...
(Adnkronos) - La corte d'assise di Firenze ascoltera' il prossimo 15 febbraio l'ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, e l'ex capo del Dap, Nicolo' Amato. Entrambi sono stati chiamati come testi nell'ambito del processo a Francesco Tagliavia, il boss di Corso dei Mille raggiunto nel marzo scorso da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla procura di Firenze sulla stragi di mafia del 1993-94 a Firenze, Roma e Milano. A indicare Tagliavia come uno degli esecutori della stagione di attentati e' stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che la procura di Firenze ritiene attendibile.14-01-2011]

 

 EX PM ALIQUO', PROTESTAMMO PER REVOCHE 41 BIS...
(AGI) - L'ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Aliquo' e' stato sentito oggi, per circa due ore e mezza, dai pm Lia Sava e Nino Di Matteo, nell'ambito dell'indagine sulla trattativa fra mafia e Stato. L'ex magistrato, oggi in pensione, ha risposto in particolare a domande sulla segnalazione che, assieme al collega Luigi Croce, oggi Procuratore generale del capoluogo siciliano, inoltro' al ministero della Giustizia nell'estate del 1993: i due vice di Gian Carlo Caselli rappresentarono la inopportunita' delle revoche e delle mancate proroghe del regime di carcere duro imposto ai mafiosi detenuti. I provvedimenti di cancellazione del 41 bis pero' continuarono e, nel corso del '93, furono circa 300.

 

 

Aliquo' ha detto ai pm che la Procura dell'epoca aveva l'esigenza di interrompere i canali di comunicazione tra i detenuti e gli "uomini d'onore" presenti sul territorio. Cosa che di fatto venne ostacolata dalle decisioni del ministro della Giustizia dell'epoca, Giovanni Conso. Sentito dai pm palermitani e dalla commissione Antimafia, l'ex Guardasigilli aveva spiegato di avere adottato i provvedimenti in maniera autonoma, per evitare altre stragi.14-01-2011]

 

 

“IL PADRINO”, ULTIMO ATTO - LA MEGA RETATA DELL’FBI FA CALARE IL SIPARIO SUL CRIMINE ORGANIZZATO DEL VECCHIO “MADE IN ITALY” - PIÙ “SOPRANOS” CHE DON VITO CORLEONE, I CENTO ARRESTATI RAPPRESENTAVANO LE FRATTAGLIE DELLA CRIMINALITÀ: ESTORSIONI A PIZZERIE, ESECUZIONI VECCHIE DI 30 ANNI, UN PO’ DI USURA, PROSTITUZIONE DA MARCIAPIEDI O DA TAVERNA DI PERIFERIE - ORMAI COSA NOSTRA LASCIA IL POSTO ALLE CELLULE METASTATICHE DELLA ‘NDRANGHETA, ALLA "MAFYA" RUSSA, COLOMBIANI, GIAMAICANI, I CINESI DELLA TRIADE, I GIAPPONESI DELLA YAKUZA, CHE RECLUTANO SANGUE IMMIGRATO FRESCO, DA ASSOLDARE E DA SPARGERE… Vittorio Zucconi per "la Repubblica"

 

Suonate le note languide e struggenti di Nino Rota sui titoli di coda del "Padrino", per leggere questa notizia. I resti miserabili di quelle che furono le famiglie mafiose che governavano New York sono stati spazzati via all´alba di ieri in una retata mai vista prima. Cento fra mammasantissima, pezzi da novanta, capi regime, picciotti e made men, associati a Cosa Nostra, sono stati arrestati sulle indicazioni di un canarino che ha cantato e ha tradito il patto dell´omertà.

 

Ma a guardare bene le imputazioni che il procuratore dello stato di New York, sotto il controllo del ministro della Giustizia federale Eric Holder, ha scritto sui mandati d´arresto e di perquisizione eseguiti, come quasi sempre accade, all´alba per sorprendere quei "bravi ragazzi" ancora a casa e a letto, emerge la fotografia di una mafia italiana in America ormai più da telefilm alla "Soprano" che da sinistro e onnipotente impero nello stile del "Padrino".

 

Non sarà certamente l´ultimo atto, il gran finale, per le due ultime famiglie, quella dei Gambino e dei Colombo, sopravvissute alle cinque che per mezzo secolo hanno controllato le mean street, le strade di New York, con i Bonanno, i Lucchese e i Genovese, perché pezzi, brandelli dell´impero che un tempo insanguinava la città con le sue guerre, resteranno. Ma il racket, il giro nel quale 100 arrestati sguazzavano, era la frattaglia della criminalità.

 

Storie di estorsioni a pizzerie e grossisti di alimentari, esecuzioni risalenti a volte a 30 anni or sono, un po´ di usura, prostituzione da marciapiedi o da taverna di periferie, lontana dal giro molto più rispettabili e redditizio delle agenzie per "escort", come la famosa agenzia "Empire" che nel 2007 distrusse il governatore dello Stato di New York, Elliot Spitzer quando si scoprì che ne era un cliente affezionato. «La nostra battaglia è ben lontana dall´essere finita o vinta» ha chiarito subito il ministro Holder.

La battaglia no, ma quella Cosa Nostra che ha riempito le cronache, le carceri, le strade, le barberie e le trattorie di sangue e di prepotenza e che ha tormentato l´immagine di tutti gli italiani e gli italo americani per almeno tre generazioni sembra molto vicina al tramonto.

 

Nella grande rete tesa ieri mattina, soprattutto a Brooklyn, sono finiti Bobby Vernace, capo della Gambino Family, con accuse di estorsione, spaccio e di un omicidio commesso 30 anni or sono, a Queens. Per gli omicidi non esiste naturalmente la prescrizione.

 

E la scorsa settimana, in un preludio alla pesca miracolosa di pesci mafiosi, il tribunale aveva condannato a otto anni un boss della famiglia Genovese, John "Sonny" Franzese, specialista in estorsioni contro pizzerie e locali di spogliarello e di "pole dance", le contorsioni delle pitonesse in mutande attorno alla pertica. Franzese ha 93 anni.

 

Ancora una volta, e come sempre in materia di mafie, la «brillante operazione» delle forze di polizia e della magistratura era partita da un voltagabbana, da un pentito collaboratore di giustizia, Salvatore "Sal" Vitale, un boia della famiglia Bonanno che si era vantato di avere fatto fuori 10 persone di clan nemici nei suoi anni ruggenti. Di fronte alla prospettiva di morire in carcere, di essere giustiziato, legalmente o illegalmente in quelle prigioni federali ad alta sicurezza dove le scenette del mafiosi che preparano la salsa di pomodoro con la salsiccia e l´origano ascoltando O Sole Mio sono letteratura del passato, "Sal" ha parlato, e altri ruderi della struttura criminale sono caduti.

 

Era dal 1957 quando l´Fbi fece irruzione in una casa fra i monti Appalachiani dove era riunito lo stato maggiore della mafia e poi dalla deposizione di Joe Valachi nel 1961, quando fu tracciata per la prima volta la mappa delle famiglie mafiose, che le organizzazioni criminali di origine italiana negli Usa non subivano colpi così duri. Da questo, a differenza di quanto accadde 60 anni or sono, la mafia difficilmente si riprenderà, almeno nella sua forma tradizionale.

L´ultimo "capo di tutti i capi", John Gotti, è morto di malattia in carcere. Il figlio John A. è stato a lungo perseguito dai procuratori di New York nel sospetto che avesse ereditato la famiglia, ma nei mesi scorsi i magistrati hanno annunciati di avere abbandonato la caccia perché, come disse un sostituto procuratore, Greg Andres «ci siamo accorti che stavamo spendendo un sacco di soldi e di tempo dietro a qualcuno che non conta niente».

 

Mentre il cadente impero del Padrino siciliano si consuma nel proprio tramonto assai poco romantico, si diffondono le cellule metastatiche della ‘ndrangheta, molto più difficili da sopprimere per la loro struttura non verticistica come le famiglie di Cosa Nostra. Si affermano la "mafya" russa, spesso in collegamento con le ‘ndrine, i colombiani, i giamaicani, i cinesi della Triade, i giapponesi della Yakuza, le organizzazioni criminali che possono ancora contare su un reclutamento di sangue immigrato fresco, da assoldare e da spargere.

Quando, alla frontiera del Rio Grande con il Messico con Texas e Arizona, la guerra fra i narcos, gli agenti di frontiera, le autorità locali racconta di stragi e di atrocità quotidiana, la condanna di un vegliardo di 93 anni condannato per il pizzo sulle ballerine in topless e dei 100 scaricati dal killer segnala che non è finita la mafia. Ma stanno finendo le mafie siciliane dei vecchi uomini di panza e dei loro disperati picciotti.

 21-01-2011]

 

 

L’ANTIMAFIA NEL LETTO DI PAPI - NELL’INDAGINE DELLA BOCCASSINI PERQUISITA LA CASA DOVE Eleonora De Vivo, famosa per essere insieme alla gemella Imma la “portafortuna” di Silvio, ABITA CON IL COMPAGNO SOTTO PROCESSO PER CAMORRA - MA ALTRE DELLE RAGAZZE DI ARCORE HANNO RELAZIONI PERICOLOSE. CHE POTREBBERO ESPORRE IL PREMIER AL RISCHIO DI RICATTI... Emiliano Fittipaldi per "L'espresso" in edicola domani

 

Eleonora De Vivo, famosa per essere insieme alla gemella Imma la "portafortuna" di Silvio Berlusconi, venerdì scorso si è svegliata presto, tirata giù dal letto dalle forze dell'ordine spedite dai pm di Milano a perquisire la sua abitazione.

L'ex naufraga dell'"Isola dei Famosi" è coinvolta con la sorella e altre nove ragazze nel Rubygate, perché il suo nome appare come beneficiario di un appartamento nell'ormai celebre condominio di Milano 2, a via Olgettina 65, dove vivono altre favorite dell'harem del premier.

 

La polizia, però, non ha bussato a quella porta, ma è andata dritta a Napoli. Non a Bagnoli, dove la show-girl è residente, ma a via Luca Giordano. Eleonora, al Vomero, ci vive infatti da anni. Insieme al compagno Massimo Grasso, imprenditore di successo ed ex consigliere comunale di Forza Italia, attualmente indagato per associazione a delinquere di stampo camorristico.

I poliziotti sono stati gentili, hanno sequestrato carte e computer portatili, e sono andati via. Erano certi che Eleonora fosse lì, e che insieme a lei avrebbero trovato anche il convivente, dal momento che è agli arresti domicilari. Sapevano pure che la casa è di proprietà di una società (Le Mimose) sotto sequestro nell'ambito di un'inchiesta antimafia. La stessa mattina Grasso, coincidenza, aveva un'udienza nel maxiprocesso che lo vede coinvolto con familiari e soci in affari.

 

Tutti finiti alla sbarra dopo un'inchiesta della Dda di Napoli che ha scoperto come vari clan della camorra - Casalesi in primis - attraverso le aziende guidate da Renato Grasso (fratello di Massimo) siano riusciti a mettere le mani sul business miliardario dei videopoker e delle new slot in tutta la Campania.

 

Nel via vai di ragazze che da anni accompagna le serate del presidente del Consiglio possono infiltrarsi anche signorine con frequentazioni poco raccomandabili. Persone che, venute in possesso di informazioni delicate sulla vita privata di una delle massime istituzioni del Paese, potrebbero poi esercitare pressioni, chiedere piaceri, ricattare.

 

Il caso della gemellina De Vivo è solo un esempio dei rischi che corre Berlusconi: non è la prima volta che l'ombra della criminalità organizzata (non solo camorra, ma anche ‘ndrangheta, Cosa nostra e mafia pugliese) ha sfiorato i protagonisti dei festini presidenziali.

 

Ilda Boccassini è titolare di un altro fascicolo scottante. Un filone della grande inchiesta sulle cosche della 'ndrangheta in Lombardia che lo scorso luglio portò in carcere centinaia di persone. A "L'espresso" risulta che in alcune informative sugli affari delle cosche calabresi venga citato più volte il nome di Lele Mora. Le indagini sono ancora in corso, gli accertamenti per definire la reale natura del rapporto tra l'agente delle star (condannato in passato per spaccio di droga, attualmente sotto inchiesta anche per bancarotta) e alcuni boss indagati non sono ancora conclusi.

 

Ma nell'entourage di Palazzo Chigi la preoccupazione è palpabile. E invita a rileggere la dichiarazione che Berlusconi fece a novembre, appena scoppiato lo scandalo Ruby, per rintuzzare gli attacchi politici e della stampa. «Nessuno può negare», spiegò, «che alcune delle cose che accadono siano una vendetta della malavita».

 

Anche a Napoli, dove tutto iniziò con la partecipazione del Cavaliere alla festa dei 18 anni di Noemi Letizia, non è facile destreggiarsi tra le frequentazioni. Elio, padre di Noemi, fu indagato per una storia di mazzette intascate per garantire licenze a vari commercianti napoletani.

Al tempo l'uomo definito da Berlusconi «l'ex autista di Craxi» lavorava nella segreteria dell'assessore Arcangelo Martino, assurto di recente alle cronache perché protagonista della cosiddetta P3. Ad accusare Letizia nel 1993 fu un collega, David Lezzi, che davanti ai pm definì Elio «una persona dalle frequentazioni oscure: si vantava, a scopo di intimidazione di impiegati e componenti della commissione, di essere protetto dai clan camorristici di Secondigliano».

 

Sembra fantascienza, ma sono altre le ragazze entrate nelle residenze del premier che hanno (o hanno avuto) rapporti con personaggi della malavita. Nel 2008, Barbara Montereale, la ragazza immagine portata a Palazzo Grazioli da Giampaolo Tarantini, era legata a Radames Parisi, rampollo della potente dinastia della mafia barese. Arrestato per l'omidicio di un pregiudicato cieco, condannato in primo grado, fu poi assolto in appello nel maggio 2008, dopo due anni di carcere preventivo.

 

Lo scorso ottobre Radames è finito nuovamente in galera. Stavolta per detenzione di arma da fuoco. Non solo: tre settimane dopo è stato raggiunto, insieme al padre Vito, da nuove, pesanti accuse, tra cui l'associazione per delinquere finalizzata all'usura, estorsione e riciclaggio.

 

Infine Perla Genovesi e Nadia Macrì, due amiche ascoltate per mesi dai magistrati di Palermo, incappati in un traffico di cocaina gestito, sembra, da uomini vicini al boss dei boss Matteo Messina Denaro. La Genovesi, arrestata con l'accusa di essere un corriere delle cosche, si è pentita di recente. È una donna che conosce molti politici di centrodestra, essendo stata l'ex assistente parlamentare di un senatore del Pdl. Gli inquirenti, già nel 2005, registrano sue telefonate verso Villa San Martino ad Arcore e ipotizzano rapporti tra lei e Sandro Bondi.

 

Perla comincia a parlare pochi mesi fa: descrive il sistema del narcotraffico, racconta di orge e festini a base di coca nelle ville di politici di centrodestra dell'isola. Tira in ballo un'escort, la Macrì, che viene subito interrogata: dice di essere stata ai festini hard del premier grazie a Mora e Fede, di aver fatto sesso a pagamento con Silvio, racconta di aver visto minorenni anche a Villa Certosa, e di «erba da fumare che veniva trasportata sul jet privato del presidente». Le storie della pentita e della prostituta andranno ovviamente verificate. 20-01-2011]

 

.. CONTRADA, ESPOSTO SU INTERROGATORIO DI INGROIA A SCARANTINO...
(Adnkronos) - Un esposto e' stato presentato da Bruno Contrada - l'ex dirigente della Polizia, condannato in via definitiva nel 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa e ora agli arresti domiciliari a Palermo - dopo la lettura di quanto contenuto nel libro 'Nel labirinto degli dei: storie di mafia e di antimafia' scritto dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia, a proposito di un interrogatorio del pm al collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino, durante il quale il 'pentito' lancio' accuse contro Contrada.

L'esposto e' stato proposto al ministro della Giustizia Angelino Alfano, al procuratore generale della Cassazione e al procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. 19-01-2011]

 

 

2. STRAGI'93; PENTITO, BERLUSCONI DIETRO ATTENTATI...
(ANSA) - "Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti", per le stragi del 1993 "e in un'altra occasione mi fece il nome di Berlusconi". Lo ha detto il pentito Giovanni Ciaramitaro, deponendo a Firenze al processo sulle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano. "La ragione delle stragi - ha aggiunto - era l'abolizione del 41 bis, l'abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C'erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d'arte".

 

In un'altra circostanza, durante una latitanza, "chiesi a Giuliano - ha detto Ciaramitaro - perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi".

 

 

 

3. PM LARI, CI SARA' ACCELERAZIONE SU STRAGE VIA D'AMELIO...
(Adnkronos) - Dopo due anni di lavoro e' pronta la memoria della procura antimafia di Caltanissetta che chiede la revisione del processo definito in Cassazione per la strage di via D'Amelio. Mancano gli ultimi ritocchi prima di consegnare gli atti al procuratore generale a cui spetta di pronunciarsi. Intanto si preparano le richieste per gli indagati dell'inchiesta scaturita dalle dichiarazione di Gaspare Spatuzza. Fiducioso il procuratore nisseno, Sergio Lari intervistato da Radio Rai.

'Stiamo lavorando a una memoria con cui si ricostruira' tutta questa vicenda e la sottoporremo all'attenzione del procuratore generale di Caltanissetta - ha spiegato Lari - il quale dovra' a sua volta decidere se chiedere o meno la revisione della corte d'appello competente che potrebbe essere quella di catania o eventualmente quella di Messina".

 

Il procuratore distrettuale di Caltanissetta confida che "nel giro di un paio di settimane" potrebbe consegnare al procuratore generale Roberto Scarpinato la memoria sulla revisione e "dare un'accelerazione alla nuova inchiesta sugli esecutori della strage di via D'Amelio, quella cioe' scaturita dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che smentiscono la ricostruzione dell'altro pentito, Vincenzo Scarantino le cui accuse hanno mandato all'ergastolo molti uomini estranei all'eccidio del giudice Borsellino".18-01-2011]

 

 

 

GIUDICE SABELLA, PM CHELAZZI VOLEVA INDAGARE MORI...
(Adnkronos) - Il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, prima di morire, avrebbe voluto iscrivere il Prefetto Mario Mori "nel registro degli indagati" nell'ambito della cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa nostra. A confermarlo in aula, al processo Mori, e' l'ex pm di Palermo Alfonso Sabella, che sta deponendo come teste dell'accusa.

"Chelazzi mi disse parecchie volte che voleva iscrivere nel registro degli indagati Mori ma io ero contrario - dice il giudice Sabella - So che lo aveva interrogato anche come persona informata sui fatti ma dopo l'interrogatorio non l'ho piu' visto perche' e' morto due o tre giorni dopo. Lo sentii solo al telefono e mi disse che aveva fatto un verbale riassuntivo molto scarno per evitare che potesse essere frainteso cio' che aveva detto Mori".

11-01-2011]

 

 

Sì, lo stato italiano cercò di trattare la resa con la mafia - ma non fu il cainano ma il quartetto vocale Scalfaro-Ciampi-Mancino-Conso - La rivelazione dal magistrato Alfonso Sabella in un’aula di tribunale a Palermo - il risultato fu la liberazione dal carcere duro per oltre 130 boss mafiosi dell’Ucciardone e per centinaia di detenuti mafiosi e camorristi nelle carceri campane - Fra i beneficiari alcuni dei protagonisti delle stragi del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino....

Chris Bonface per "Libero"

 

Sì, lo stato italiano cercò di trattare la resa con la mafia all'epoca di Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi presidente del Consiglio, Nicola Mancino ministro dell'Interno e Giovanni Conso ministro della Giustizia. La rivelazione è arrivata ieri in un'aula di tribunale a Palermo da un testimone di eccezione: il magistrato Alfonso Sabella, attualmente in servizio al tribunale di Roma.

Chiamato a deporre al processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, Sabella ha ricordato i suoi anni da pm a Palermo, quelli al Dap e soprattutto quelli alla procura di Firenze quando collaborò con il pm della Dna Gabriele Chelazzi (oggi scomparso) all'inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia. Sabelli, che è uno dei magistrati più apprezzati dalle associazioni antimafia, ha rivelato che Chelazzi era convinto che il generale Mori avesse avuto da organi dello Stato un mandato a trattare con i boss di Cosa Nostra.

 

Secondo lo stesso magistrato «lo Stato, dopo le stragi del '93, tentò di dare un segno di disponibilità a Cosa Nostra alleggerendo il numero dei boss sottoposti al regime carcerario duro previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario». La deposizione di Sabella è importante perché nonostante tutte le smentite, omissioni e parziali rivelazioni sulla trattativa fra Stato e mafia sotto il governo Scalfaro-Ciampi, sta emergendo con chiarezza come allora ci si arrese alle condizioni imposte da Cosa nostra.

 

Secondo il ricordo di Sabella il suo collega Chelazzi carpì qualche elemento per ricostruire questa oscura vicenda «da un incontro che si svolse fra il generale Mori e l'ex vicecapo del Dap Francesco Di Maggio».

Nel colloquio ci furono riferimenti espliciti alla direttiva governativa di trattare con i boss di Cosa Nostra. E il clamoroso risultato fu la liberazione dal giogo del carcere duro per oltre 130 boss mafiosi dell'Ucciardone e per centinaia di detenuti mafiosi e camorristi nelle carceri campane.

 

Fra i beneficiari vi furono alcuni dei protagonisti delle stragi del '92 in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e perfino uno dei rapitori e barbari assassini (sciolsero il corpo nell'acido) del giovanissimo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino.

 

A calarsi le braghe davanti a siffatti nobiluomini fu il tanto celebrato governo tecnico della fine della prima Repubblica, che oggi parte del Pd vorrebbe erigere a modello per sostituire l'odiato Silvio Berlusconi. Ma quel governo Ciampi co-diretto al Quirinale da Scalfaro, uno dei grandi moralisti della Repubblica, non solo invece di combatterla si arrese senza condizioni alla mafia, ma si è tenuto questo segreto per quasi due decenni.

 

Fino a quando chissà se per ingenuità o per rimorso nel novembre scorso il quasi novantenne professore Conso ha deciso di rivelare i primi particolari di quel che accadde, sostenendo di avere fatto tutto da solo senza informare nessuno, proprio per vedere se quella grazia concessa ai boss fosse in grado di salvare l'Italia da nuove stragi.

 

La versione di Conso è stata ritenuta sia dalla commissione antimafia che lo ha ascoltato sia dai magistrati palermitani che hanno aperto una inchiesta, assai poco credibile. Proprio per questo i pm palermitani alla vigilia di Natale hanno interrogato per lunghe ore a Roma sia Ciampi che Scalfaro, segregando il contenuto di quei verbali. 12-01-2011]

 

 

1- "I CARABINIERI TROVARONO IL "PAPELLO" MA ARRIVÒ L’ORDINE DI NON SEQUESTRARLO" - 2- LA DEPOSIZIONE DEL MARESCIALLO SAVERIO MASI AL PROCESSO AL GENERALE DELL’ARMA MARIO MORI, ACCUSATO DI FAVOREGGIAMENTO ALLA MAFIA: IL FOGLIETTO CON LE RICHIESTE DI RIINA ALLO STATO FU SCOPERTO IN UNA PERQUISIZIONE A CASA CIANCIMINO

Da Corriere.it

 

Già nel 2005, durante la perquisizione in casa di Massimo Ciancimino, i carabinieri trovarono il cosiddetto «papello» di Totò Riina ma non lo sequestrarono, su ordine di un colonnello, poichè l'Arma ne sarebbe stata già in possesso.

La rivelazione è venuta dalla testimonianza del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale dei carabinieri che sta deponendo al processo al generale dell'Arma Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. «Il capitano Angeli - ha sostenuto il maresciallo - mi disse che, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano».

 

Il teste, prima in servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo, pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto appreso dall'allora capitano Antonello Angeli che effettuò una perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005 indagato per il riciclaggio del tesoro del padre, l'ex sindaco di Palermo Vito. In casa del superteste della trattativa, nascosto in un controsoffitto, ci sarebbe stato l'elenco con le richieste di Riina allo Stato.

 

FOTOCOPIA DI NASCOSTO - Esterrefatto dall'ordine del superiore di non sequestrare il papello, Angeli lo fece fotocopiare di nascosto a un collega. Angeli informò della vicenda il maresciallo circa un anno dopo la perquisizione a casa di Massimo Ciancimino e gli raccontò di averne poi discusso animatamente con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco Gosciu.

 

Il capitano scelse il sottufficiale per la confidenza sapendo che questi aveva avuto rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu, quindi essendo certo di trovare in lui un «alleato». Angeli e Masi, molto preoccupati per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far filtrare la notizia sulla stampa.

 

CONTATTI CON LA STAMPA - Una mossa che, secondo loro, avrebbe «costretto» i magistrati a convocarli e gli avrebbe consentito di rivelare all'autorità giudiziaria una circostanza che ritenevano inquietante. Nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro sottufficiale, contattò allora il giornalista dell'Unità Saverio Lodato proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia importante.

 

Al cronista chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo. Dopo la testimonianza di Masi, controesaminato dal legale di Mori, l'avvocato Basilio Milio, che ha messo in luce che il teste è sottoposto a un procedimento penale per falso materiale e che è stato «piu volte trasferito», ha cominciato a deporre Lodato. 21-12-2010]

 

 

CIA-CIA-CIà! SENTI COME CIANCIA CIANCIMINO - INTERCETTATO 3 SETTIMANE FA, RACCONTA ALL’INDAGATO PER ‘NDRANGHETA GINO STRANGI, CHE USERÀ LA SCORTA DELLO STATO PER RIPORTARE 7 MILIONI € IN FONDI NERI DALLA FRANCIA IN ITALIA - RICICLAGGIO E SPIONAGGIO (ENTRA NEI PC LASCIATI INCUSTODITI DAI PM SICILIANI), PERCHÉ TANTO “L’HAI VISTA LA TRAMISSIONE SU BORSELLINO? SONO UN’ICONA PER LORO! A CHI MI VUOLE FOTTERE, GLI DICONO: GUARDATE CHE È IL NOSTRO TESTE PRINCIPALE D’ACCUSA SU QUELLO CHE È SUCCESSO NEGLI ULTIMI 20 ANNI, NON ME LO SCREDITATE PER UNA CAZZATA!”…

Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"

Massimo Ciancimino che spia di nascosto i computer dei pm di Palermo per carpire loro informazioni sulle indagini. Massimo Ciancimino che si vanta di tenere 7 milioni in nero in Francia. Massimo Ciancimino che vanta il suo ruolo di icona del'Antimafia come uno scudo per coprire le sue malefatte.

 

Dopo le notizie già pubblicate sulle sue fughe a Verona senza scorta per programmare giri di assegni con l'imprenditore legato al clan Piromalli Girolamo Strangi, ieri sono arrivate nuove rivelazioni dall'inchiesta della Procura di Reggio Calabria. Le trascrizioni delle telefonate tra Ciancimino e Strangi (indagato per appartenenza alla Ndrangheta) anticipate ieri dal Corriere della sera, e visionate dal Fatto Quotidiano assestano un colpo durissimo alla figura del figlio di don Vito.

Il primo dicembre del 2010 alle 12 e 15 la Polizia intercetta negli uffici della cooperativa Gpl di Verona (amministrata da un calabrese di Taurianova, con un fatturato di 3,2 milioni di euro si occupa di movimentazione merci) Ciancimino che programma con Strangi un viaggio a Parigi. Non per far distrarre la moglie come racconta in giro, ma per far rientrare parte del suo tesoro.

 

Questo è il colloquio tra Ciancimino (M) e Girolamo Strangi detto Gino (S):
M Parto per Parigi il 6 e torno il 13. Tu che dici di fare Gino? Li porto in Italia i miei 100 e poi li do a Paolo (il commercialista di Ciancimino, ndr)? A me non mi piace che Paolo arriva fino a Gioia Tauro...

S No deve arrivare... per forza. Qua non deve venire

M (...) Ti fidi a fare tutto questo percorso in macchina con i soldi? Io non ho problemi che sono con scorte e tutto... passo ovunque... (...)

M Il 9 lui può prenderli e portarli, si mette in macchina con sua moglie e se ne va

S Per me va meglio

M (inc.)... fare entrare un'altra persona... una volta che abbiamo messi questi cento... mi devi dare 70 di assegni, giusto?

S Sì

 

Non è chiaro a cosa serva questo scambio di assegni. Comunque Ciancimino, dopo aver concordato l'operazione comincia a parlare dei suoi problemi con i contanti.

M Hai capito? A me non mi serve a un cazzo il contante, perché io devo pagare tutto con la carta di credito e io, Gino, in te ho una fiducia cieca

S Io sono una persona seria, Massimo
M (Inc..) Io faccio tutto con carta, lascio tutto tracciato (...) io è meglio che non ci giro in Italia con il contante, è deleterio... no io vado su tutti i giornali del mondo "Ciancimino è andato a recuperare il tesoro". Sono rovinato!

Poi Massimo Ciancimino parla delle sue disponibilità in Francia:
M Non ho problemi... Io ce ne ho sette (milioni? ndr) Gino. (inc)... Sono due tocchetti (inc.) ...io ce ne ho un pacco intero ancora è sotto vuoto... inc... la banca me li dà sottovuoto 5 milioni... ho venduto una società di gas in Sicilia, abbiamo venduto a 128 milioni di euro a Gas Natural, sono andati a tutti i soci mica erano tutti miei, una parte io. Soltanto che dopo la vendita ci fu un'inchiesta ...inc ... questi sette miei in nero perché alcuni li ho spesi e poi sono rimasti e dopo io sono stato accusato di riciclaggio e io devo documentare che tutta la mia vita è tracciabile (...)

 

S Io a Verona lascerei stare ... non lo so se c'è qualcosa qua in giro a Verona...capisci? Non lo so...non si sa mai. Ci può essere qualche inchiesta

M Se hai problemi dimmelo! A Verona ti faccio nominare un avvocato che praticamente è il professore all'Accademia della Guardia di finanza.

A questo punto Strangi si incuriosisce e vuol sapere se davvero Ciancimino è in grado di conoscere dettagli sulle inchieste che lo riguardano. Ciancimino allora millanta di poter accedere alle banche dati approfittando della disattenzione momentanea dei pm tra una pausa e l'altra degli interrogatori. Uno scenario poco credibile che sembra un tentativo per accreditarsi agli occhi di un ricco partner di affari. Nella trascrizione sono molti i punti in cui, a causa del basso tono di voce, il testo è incomprensibile.

M No, però io me la vado a vedere io nel registro! ...inc ...stanza... inc... per tutti, nella stanza del pm. Non troveresti... inc... di tutto, io negli uffici di Ingroia tu digiti un nome... inc ...e gli puoi fare vita morte e miracoli... inc... procuratore capo... inc... c'è la convergenza nazionale dei dati... io vado sui dati di ricerca, ti faccio vedere cosa c'è su questo?! Tran e ti stampano tutto, quelle in corso e tutto. Io me ne vado alla banca dati. Io ti posso dire: ogni volta chiamavo a mia suocera e dice come fai a saperlo?

Perché io ho anche le password per le banche.... Io se gli digito un nome mi dice se c'è l'iscrizione in un'indagine anche dei vigili urbani. È la banca dati del ministero ...della Dda dell'Antimafia; ce li ha tutti i dati... la storia di tutto e se c'è un'inchiesta. Se ti serve saperlo io... quando ho un attimo guardo ...no sennò regalo un iPhone a qualcuno e glielo faccio vedere

 

S Non sollevare un polverone

M Se ho la maniera di vederlo da solo che... l'altra notte c'è stata una riunione alla Dda nella stanza del procuratore... mi lasciano loro nella stanza chiusa per non farmi vedere dai giornalisti e lo vede che sto al computer... dice: lei è un bastardo! Mi sono andato a vedere tutti ...inc... investimenti di mia suocera. Che cazzo fa al computer?! Io c'ho un rapporto molto... mica mi nascondo. Io faccio quello che minchia voglio. Peggio per loro che mi lasciano là... dimmelo in tempo però.

Su di me Borsellino, l'hai vista la tramissione? Sono un'icona per loro! Se io dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e robe varie, loro... in gioco io c'ho molto di più di un'inchiesta fiscale... e allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste principale d'accusa su quello che è successo negli ultimi 20 anni non me lo screditate per una cazzata! 20-12-2010]

 

 

PAPI-CULO! - VITA E OPERE DI BARRY DILLER, IL MAGNATE DEI MEDIA (HA INVENTATO I SIMPSON E LA FOX TV) CHE A 70 ANNI MOLLA L’AZIENDA PER DEDICARSI AL BUNGA BUNGA IN AEREO PRIVATO CON PISCHELLI CALIFORNIANI CHE IL SUO LELE MORA GLI SCODELLA - È INDICATO DA ANNI COME UNO DEI CAPI DELLA “PINK MAFIA” DI HOLLYWOOD INSIEME A DAVID GEFFEN, MA NON FA COMING OUT - LA MOGLIE DIANE VON FURSTENBERG (VEDOVA EGON, EX DI ALAIN ELKANN) NON È COME VERONICA, INCASSA E STA ZITTA…

Michele Masneri per "Il Foglio"

 

Quando il 2 dicembre ha annunciato le sue dimissioni da amministratore delegato della sua holding internet Iac (InterActive Corp), Barry Diller, uno degli uomini più potenti di Hollywood, nonché uno dei più ricchi d'America (1,2 miliardi di dollari di patrimonio), in molti hanno pensato che questo settantenne con una onorata carriera nei media ormai (quasi) alle spalle abbia voluto mettersi in pensione per seguire finalmente la sua vera passione: i ragazzi.

Una passione che non ha mai tenuto nascosta: parallela a un glorioso cursus honorum in tv (ha inventato i Simpson, ha messo su per Rupert Murdoch la televisione della Fox), nel cinema (a capo della Paramount ha prodotto La febbre del sabato sera e Grease, la saga di Indiana Jones e Beverly Hills Cop) e in Internet (Home Shopping, Expedia, Ask.com, e oggi la galassia di siti Internet di Iac che fattura 420 milioni di dollari a trimestre), Diller ha avuto diversi fidanzati ed è indicato da anni come uno dei capi della "pink mafia" di Hollywood insieme al produttore David Geffen, ma fa impazzire la comunità gay perché continua a non fare il dannato coming out. Anzi, nel 2001 si è persino sposato con Diane von Fürstenberg, una che teorizza la perfezione delle unioni con uomini gay e pratica l'arte dell'accumulazione del denaro.

 

Nata già ricca, è diventata miliardaria prima col matrimonio con Egon, stilista sfortunato e nipote dell'avvocato Agnelli, poi con l'invenzione della "wrap dress", un "abito di jersey che si allaccia come una vestaglia e non si stropiccia" (Marco Ferrante, Casa Agnelli). Il matrimonio tra DVF e Barry Diller, datato 2001, è uno dei più solidi di Hollywood, i due danno feste e pic nic simpatici, racconta chi ci è stato, si vogliono bene sul serio, e lui ha carinamente adottato i figli di lei, Alessandro e Tatiana, i quali hanno capito tutto almeno in tema di accumulazione.

 

In particolare Alex, che sarebbe un'Altezza Serenissima, che si è laureato in storia dell'arte, ma amministra le fortune Diller-Fürstenberg con un family office che si chiama Arrow Investments, e soprattutto impalma solo femmine a sette zeri. Prima ha sposato la figlia del boss dei duty free Alexandra Miller ("Quella ragazza è ricca, ricca, ricca", ha detto la nonna Clara Agnelli a Marco Ferrante). Poi, divorziato, si è fidanzato con Ali Kay, imprenditrice di una linea di "loungewear" (in pratiche, tutone per casa) fighettissima e ipercostosa. Tatiana invece fa la regista e la cantante rock.

Nonostante le soddisfazioni che devono dargli i figliastri, Diller secondo i maligni sarebbe un po' sbroccato negli ultimi tempi: i dipendenti e gli azionisti della Iac, con il titolo boccheggiante e gli stipendi congelati da anni "causa crisi" non hanno mai apprezzato il suo uso disinvolto della flotta aziendale (una delle battute del socio storico John Malone è: "Barry ha reso l'uso del jet privato una forma d'arte").

 

Adesso pare che esageri: per il Ringraziamento dell'anno scorso Barry insieme con il suo sodale Sally Gallin, ex agente dei divi, picciotto della pink mafia, produttore tra l'altro di Buffy l'Ammazzavampiri, una specie di Lele Mora però liftato, ha fatto il giro dei Caraibi con la sua armata d'aria e di mare composta dal jet Bombardier BD-700 aziendale e dall'Eos, 305 piedi, il più grande veliero non militare del mondo, valore 200 milioni di dollari, famoso per i party di DVF a margine del festival di Cannes.

 

Stavolta però Diane non c'era, e tra gli ospiti tutti maschi e tutti ventenni di questo tour c'erano invece i gemellini Bryan e Aaron Fox, molto carini, uno biondo e uno moro, uno fa l'attore e l'altro il maestro di tennis.

 

Bryan al ritorno ha messo tutte le foto giustamente su Facebook, e i pigiama party sul Bombardier aziendale sono ancora in Rete e non sono molto piaciuti agli azionisti (la moglie se ne frega). Diller (che ha solo 59 amici su Facebook, tra cui Mark Zuckerberg, Michael Dell dell'omonima ditta Dell, e diversi teenager), non perde comunque il fiuto per gli affari: con una somma simbolica (18 milioni di dollari) è diventato primo azionista di Daily Beast, il giornale online di Tina Brown, e le gole profonde di San Francisco concordano nel dire che è stato lui ad aver voluto e gestito la fusione del Beast con Newsweek. I maligni malignano: gli piace mettere insieme il vecchio con il nuovo (carta più Internet). In realtà sembra molto meno rincoglionito di come vogliono farlo apparire.

 16-12-2010]

 

 

 

1- NUZZI: UN BIG DELLA MODA SOTTO INCHIESTA PER MAFIA: "NON È VERSACE"
Lo ha rivelato Gianluigi Nuzzi nel corso del suo intervento a KlausCondicio senza voler precisare il nome. "L'inchiesta è opera del lavoro di diverse Procure", ha poi precisato Nuzzi.
E, alla domanda di Klaus Davi "E' Versace?", la risposta è stata: "No, non è Versace. E' un'altra casa. Non le dico il nome, ma è un marchio conosciuto in tutto il mondo che vede fascicoli corposi negli archivi dell'antimafia", ha aggiunto.

 

Nel corso del programma Nuzzi ha spiegato come i capitali mafiosi entrano nel circuito delle griffe. "Nel momento in cui hai una rete di negozi, quindi hai un cash flow cospicuo che entra ed esce. Hai una distribuzione in alcuni Paesi nei quali ci sono regimi fiscali molto interessanti per chi vuole entrare nella zona grigia (Singapore, Cina, Corea, Hong Kong, Taiwan) sicuramente in maniera sana. Ma consentono un movimento sia finanziario che economico che costituisce una rete molto appetibile". [16-12-2010]

 

 

2- LA CAMERA DELLA MODA NON FA PREVENZIONE ANTI-MAFIA
"Dalle istituzioni che presidiano la moda in Italia sarebbe condivisibile attendersi un moderno codice etico, un sistema di controllo interno per consentire al nostro made in Italy un'immagine indiscutibile in tutto il mondo. Iniziative significative e, soprattutto, preventive, metterebbero a tacere qualsiasi voce. Non è infatti tollerabile che su alcuni marchi concorrenti sleali o maligni facciano aleggiare leggende negative e voci infamanti sulla costituzione dei primi capitali.

Ed è ovvio che non mi riferisco a quanto due collaboratori di giustizia affermano in ‘Metastasi'. E' un discorso generale. Sarebbe bene che si prendesse esempio da quanto Confindustria sta facendo nel Mezzogiorno perché il silenzio confina con la complicità".

 

E alla domanda "Farebbe bene la Camera della Moda a segnalare alla magistratura le aziende associate in odor di mafia e camorra?", la risposta è stata "Sì, come qualunque organismo di rappresentanza deve cercare la collaborazione della magistratura e non far finta di nulla".

 [16-12-2010]

 

 

 

 

 

3- RAMPOLLI ‘NDRANGHETA SMERCIANO DROGA ALLA LUISS E ALLA BOCCONI
"Non pagano la droga, quindi la smerciano alle feste degli studenti della Bocconi e della Luiss. L'arte è quella di essere in credito rispetto agli altri... E' quello il segreto. La ‘Ndrangheta non è generosa: sa colpire i punti deboli, cerca connivenza e consenso".
Così Gianluigi Nuzzi spiega il meccanismo con cui i rampolli della ‘ndrangheta smerciano droga negli ambienti studenteschi della Milano bene.
Nuzzi racconta come avviene: "Questi ragazzi della Luiss e della Bocconi sono boss in provetta a tutti gli effetti. Portano cocaina (tanto non la pagano), la mettono sul tavolo e la offrono a tutti, determinando leadership negative. E, per lo stesso motivo, pagano anche il conto dei tavoli nelle discoteche e nei ristoranti".[16-12-2010]

 

 

 

 

4- DAL LIBRO "METASTASI" - LA MORTE OSCURA DI GIANNI VERSACE
di GianLuigi Nuzzi con Claudio Antonelli, Chiarelettere editore

 

......l'omicidio Versace, e soprattutto il suicidio del suo assassino Cunanan, presentano zone d'ombra e misteri che possono alimentare una facile pubblicistica, ma le ipotesi alternative formulate nel tempo sono finora naufragate. Dalle più fantasiose (c'era chi lo indicava ucciso dalla mafia russa, che aveva lasciato un piccione morto vicino al cadavere) alla grandinata di domande rimaste senza risposta, come quelle del compagno storico dello stilista, Antonio D'Amico, che subito dopo la morte di Gianni andò rapidamente in rottura con la famiglia; fino a qualche anno fa, quando sostenne a proposito dell'indagine americana: «È stata chiusa solo in un mese, troppo frettolosamente. Assurdo che la famiglia abbia accettato questa risoluzione».

Le amicizie pericolose di Versace
Di Bella prosegue il suo racconto. «Franco Coco Trovato aveva una fissa per gli abiti di moda, per le firme del made in Italy. È stato uno dei primi boss italiani curato nel vestire, attento agli accessori, al dettaglio, al marchio da sbattere in faccia ai morti di fame. Franco chiamava i ragazzi, mostrava le cravatte di Versace autografate davanti e dietro, lo indicava come un amico, uno del quale si fidava.

 

Quando parlava di Versace si faceva spavaldo. Gonfiava il petto, ti squadrava dall'alto, insomma si atteggiava come se conoscesse chissà chi. Ci descriveva Gianni Versace come fosse il presidente della Repubblica. E poi un giorno aveva una cravatta, un giorno un'altra: "Questa me l'ha data Gianni, questa me l'ha personalizzata Gianni con le iniziali".

«Non chiedetemi come si sono conosciuti, non credo che si fossero visti in Calabria, anche se Gianni era nato giù. Penso che si fossero incrociati a Milano all'inizio degli anni Ottanta. Franco aveva il pallino della moda e delle boutique, tanto che ne aveva aperta qualcuna. La prima a Calolziocorte, vicino a Lecco, intestata a un prestanome di lì, uno zoppo che aveva la gamba sifulina.

 

Abiti su misura e confezionati; in vetrina esponeva Versace, Pierre Cardin... Poi l'amicizia deve essersi fatta più stretta. A noi diceva solo che facevano viaggi insieme. Andavano a Palma di Maiorca, in Brasile, ma io ho saputo che il rapporto era più intimo. Si divertivano insieme, viaggi e affari. Franco chiedeva di soddisfare qualsiasi esigenza di Gianni.

 

Così Beta [nome in codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a nuove indagini, nda] si rivolgeva ai fratelli Marinaro, che procuravano coca buona, di prima classe, che arrivava dalle mani di Aldé, amico strettissimo di Musolino, uno dei narcotrafficanti di punta di Franco, uno che collegava la famiglia direttamente con il Sud America. «Tra di noi si diceva che Franco Coco dava soldi a Versace per ripulirli, per riciclarli. Anzi, posso dire, e me ne assumo la responsabilità, che dal 1983-84 Versace collaborava con Franco Coco per il riciclaggio dei soldi.

 

Il primo a dirmelo è stato Beta, che conosceva vita, morte e miracoli dei soldi di Coco Trovato. Meglio di lui non c'era nessuno. Io non rimasi sorpreso. Franco era molto bravo con le relazioni. Non è detto che Versace conoscesse l'origine dei soldi che riceveva. Anzi, forse nemmeno sapeva che il suo amico Coco Trovato era uno di noi, uno della 'ndrangheta. Ma, vedete, per me uno più uno fa due; se tu mi dai un miliardo, fai parte della mia famiglia, altrimenti il miliardo non me lo dai, o sbaglio? Io mi alzo la mattina, vengo da te e ti do un miliardo per cosa? Per giocare? Tutto in simpatia? Dico, siamo impazziti?

 

«Anche Sandrino, l'autista di fiducia di Franco, mi confermò che i due erano in affari. Sandrino coglieva i discorsi delle persone che trasportava in auto. Ed era un tiratore di cocaina, di quelli forti, 5-10 grammi al giorno. Così si confidava, mi raccontava tutto. Un altro che era a conoscenza dei rapporti di Versace con l'organizzazione era Vincenzo Musolino, cognato di Franco: si era intestato diverse società fittizie per conto del boss e ripuliva un paio di miliardi di vecchie lire al mese. «La montagna di soldi da riciclare tutti i mesi era enorme. I soldi della droga, delle estorsioni, del pizzo, dei furti, dell'usura.

 

Un fiume di denaro che arrivava dai capi dei paesi che versavano il dovuto a Franco. Il denaro andava pulito. Sta di fatto che Franco utilizzava due canali: il reinvestimento in bar, ristoranti, appartamenti, beni di lusso, e il riciclaggio in aziende sane che davano utili puliti, candidi. «E poi Franco aveva la passione delle Ferrari, ne possedeva quattro o cinque, le comprava in contanti e le rivendeva.

Anche così puliva, come con i caterpillar comprati nuovi per le sue ditte di scavatori: li teneva fermi tre, quattro mesi e poi li rivendeva. Franco era uno semplice, non usava i computer. Non si fidava. "I soldi si contano, non si scrivono" mi diceva spesso. Così aveva bisogno di qualcuno che prendeva le somme in contanti e poi li riprendeva indietro sempre cash pur di cambiare i numeri di serie delle banconote.

Perché magari finivano dentro i soldi delle rapine ai portavalori, alle poste, alle banche; banconote segnate, pericolose, che bisognava girare subito. Io ti do le banconote sporche, tu mi dai indietro quelle pulite. Ma che poi i soldi davvero tornassero indietro è solo una mia supposizione. Io so che c'erano i versamenti, l'uscita. Nessuno però mi diceva se e come ci tornavano, i capitali puliti. I due lavoravano quindi come una società.

 

Per anni i soldi grossi glieli smaltiva Versace, con passaggi di somme all'estero, a Campione, in Svizzera. Di sicuro ci guadagnavano tutti: consegni un miliardo e ne tornano indietro 800, perché anche chi riceveva i soldi da Gianni doveva avere il suo tornaconto.

.... Nello stesso periodo tra di noi si diceva che Gianni Versace iniziava ad andare male, non aveva nemmeno i soldi per pagare i dipendenti. Iniziò a traballare, a fare debiti. Non ce la faceva più ad andare avanti, per cui la messinscena che Alfa mi confidò sulla finta morte io la interpretai come un modo per togliere Versace dai guai finanziari.

«Rimane invece un capitolo a parte la questione dei quadri rubati da rivendere senza seccature. Le bande compivano furti nelle ville, nelle case di lusso, tele di valore, Dalí, Picasso, Fiume; solo che Franco non capiva un cazzo di arte perché era ignorante, e li girava a chi si fidava. I ragazzi di Franco, quando andavano a compiere furti su commissione negli appartamenti di qualcuno che contava, trovavano sempre quadri di valore. Nella nostra zona c'erano molti di questi quadri. Si cercava qualcuno all'altezza di smaltirli e tutti si rivolgevano a noi. Gianni Versace conosceva parecchia gente e così alcuni glieli piazzava a meraviglia.

 

«Una volta li ho visti insieme, nei primi mesi del 1992. Eravamo a Bellagio, sul lago di Como, a pochi metri dall'imbarcadero. Stavo passeggiando con mia moglie quando alla gelateria di fronte ai traghetti, prima del fotografo, notai parcheggiata la Ferrari di Franco, una Testarossa. A un tavolino, Franco stava parlando con una persona che non vedevo in faccia perché era di spalle. Mi vide, ma da come mosse la testa capii che non voleva che gli si rompessero i coglioni.

Non mi avvicinai neanche. Franco, quando ti vedeva in giro, aveva due modi di salutare: se alzava la mano era un invito ad avvicinarti; altrimenti, se faceva un movimento veloce con la testa, dovevi fare finta di niente e continuare per la tua strada. Fece così, e io me ne andai fuori dalle palle. Dopo però mi girai per guardare di nascosto verso il tavolino: l'uomo seduto con lui era Gianni Versace. L'ho riconosciuto subito.»

 [16-12-2010]

 

11 - NELLE MANI GIUSTE...
"Cosenza, racket delle pompe funebri, arrestato l'ex deputato La Macchia" (Repubblica, p. 20). Non indovinereste mai in che partiti ha militato: prima con Lamberto Dini e poi con l'Udeur di Mastella. Oh, quelli non sbagliano un colpo!

E per la serie "Le tre scimmiette del centrosinistra", dopo Giovanni Conso ecco le altre due: "Scalfaro e Ciampi: mai saputo di revoche del 41 bis" (Corriere, p. 24).16-12-2010]

 

 

tempi duri per CIANCIMINO - colui che ha osato l’inosabile (accusare "franco" de gennaro di essere il tramite tra stato e mafia) INCONTRA SENZA SCORTA un IMPRENDITORE LEGATO ALLA ‘NDRANGHETA? E IL PREFETTO CARUSO GLI LEVA LA scorta - SCENA MUTA DAVANTI AI PM DI CALTANISSETTA - ORMAI DI CIANCI JR. SI FIDA SOLO INGROIA - NOVITÀ SUL CELLULARE “FANTASMA” DEL MISTERIOSO “SIGNOR FRANCO”: L’UTENZA ERA DI UN CAMIONISTA CHE NE DENUNCIÒ LA CLONAZIONE: “NEI TABULATI CHIAMATE IN USA E A STAZIONI DEI CARABINIERI A ROMA”…

Salvo Palazzolo e Francesco Viviano per "la Repubblica"

 

Sarà tolta la scorta della polizia a Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex sindaco di Palermo che da un anno e mezzo vive sotto protezione per le minacce ricevute dopo le sue rivelazioni sulla trattativa fra Stato e mafia.

 

La decisione potrebbe essere già ratificata nel prossimo comitato provinciale per l´ordine e la sicurezza: a portarla all´ordine del giorno sarà il prefetto Giuseppe Caruso, che ha scritto al procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, chiedendo notizie di una trasferta a Verona di Ciancimino, fatta senza la scorta. In quell´occasione, rivelata da un´intercettazione della Mobile di Reggio, il figlio dell´ex sindaco avrebbe incontrato un imprenditore legato alla ´ndrangheta. Al di là dei contenuti del colloquio, al vaglio dei pm, il prefetto di Palermo contesta a Ciancimino di avere violato gli obblighi previsti per chi è sottoposto a protezione.

 

Ieri, Ciancimino è stato convocato dai magistrati di Caltanissetta con un avviso di garanzia in cui si ipotizza il reato di calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, l´ex capo della polizia oggi coordinatore dei Servizi. Stessa accusa viene contestata a Ciancimino per le dichiarazioni fatte su un altro 007, Lorenzo Narracci. Davanti al procuratore Sergio Lari, Ciancimino ha fatto scena muta. «Non ho risposto - commenta - perché è venuto meno un clima di serenità».

 

Ciancimino continua invece a collaborare con la Procura di Palermo. Proprio ieri mattina, davanti ai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido, è tornato a parlare della trattativa, del ruolo svolto dal "signor Franco" e dei rapporti che il misterioso intermediario avrebbe avuto con De Gennaro, almeno secondo le confidenze del padre. Nell´interrogatorio sarebbero state esaminate alcune intercettazioni telefoniche risalenti al 2004, in cui Massimo Ciancimino faceva riferimento al rilascio del passaporto per il figlio e al passaggio «protetto» a Fiumicino di una somma di denaro proveniente dall´estero. In entrambi i casi, "Franco" avrebbe avuto un ruolo.

L´intermediario fra Stato e mafia non ha ancora un nome, Ciancimino continua a sostenere di non conoscerlo. Il procuratore di Caltanissetta non ci crede, per questo ha contestato al supertestimone anche l´accusa di favoreggiamento nei confronti del signor Franco. I pm di Palermo vanno invece avanti sulle indicazioni di Ciancimino. Ed è arrivato un primo riscontro sull´utenza 337 che il testimone ha detto essere di mister X. Per mesi, la Telecom ha risposto che quel numero era inesistente.

I magistrati hanno insistito, inviando la Dia a verificare tutti gli archivi della società. Così è saltato fuori che il 337 era stato per davvero attivato nei primi anni Novanta, da un autotrasportatore. Interrogato, l´uomo ha spiegato di aver fatto due denunce per clonazione del suo cellulare: «Arrivavano bollette con cifre esorbitanti», ha spiegato. All´epoca, agli esposti allegò anche i tabulati delle chiamate. C´erano diversi numeri americani e alcuni intestati a stazioni dei carabinieri di Roma. Una nuova pista per cercare di dare un nome al signor Franco. 09-12-2010

 

CIANCIMINO CIANCIA ANCORA - IL FIGLIO DELL’EX SINDACO MAFIOSO DI PALERMO AGGIUNGE UN NUOVO CAPITOLO AL SUO PERSONALISSIMO ROMANZO CRIMINALE (A GETTONI) - “UNA TALPA TRADÌ FALCONE, SCOPRIMMO IN ANTICIPO CHE STAVA PER ORDINARE IL SEQUESTRO DEI BENI E PORTAMMO IN SVIZZERA 2 MILIARDI” - E CHI LI AVVISÒ? IL FANTOMATICO "SIGNOR FRANCO", ÇA VA SANS DIRE - DI LUI SI CONOSCE SOLO UN NUMERO DI TELEFONO “INESISTENTE”, CHE SA TANTO DI UTENZA RISERVATA

Salvo Palazzolo per "la Repubblica"

 

Il personaggio chiave della trattativa fra Stato e mafia continua ad avere solo un soprannome, "il signor Franco": Massimo Ciancimino ha detto ai magistrati di Palermo di non conoscere la sua vera identità, però nelle ultime settimane ha messo a verbale tutte le volte che il misterioso personaggio avrebbe anticipato al padre notizie riservate sulle indagini in corso. La rivelazione più eclatante sarebbe stata nell'estate 1984, mentre il giudice istruttore Giovanni Falcone raccoglieva ancora in gran segreto le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Una talpa tradì Falcone.

Racconta Massimo Ciancimino che il padre seppe quasi in diretta che il primo grande pentito di mafia stava facendo il suo nome. "Venne il conte Romolo Vaselli ad avvertirci - ha ricordato Ciancimino junior ai pm Di Matteo, Guido e Ingroia - ma mio padre sapeva già, grazie al signor Franco".

 

E partirono subito le contromisure di Vito Ciancimino per salvare una parte del suo patrimonio. "Mio padre simulò la vendita della Etna costruzioni a Vaselli - così prosegue il racconto di Massimo Ciancimino - due miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire che si trovavano in alcuni libretti al portatore gestiti dallo stesso Vaselli furono svincolati e messi al sicuro in Svizzera".

 

I magistrati hanno chiesto riscontri al racconto. Ciancimino ha dato una pista d'indagine: "Andate a controllare nel registro dell'hotel Billia a Saint Vincent. Ci restammo quasi un mese in quell'estate 1984. Con la scusa di dover fare delle cure particolari in Svizzera, due volte alla settimana attraversavamo il confine. E i soldi viaggiavano assieme a noi".

Il supertestimone della Procura ha invitato i magistrati a guardare anche nelle carte di Falcone. Il giudice aveva capito. Appena otto giorni prima del sequestro dei beni per Ciancimino (firmato l'8 ottobre 1984) le quote della Etna costruzioni erano state trasferite a Vaselli. Falcone fece di tutto per ripercorrere a ritroso la strada fatta dai due miliardi.

 

Il giudice interrogò anche il conte Romolo Vaselli, che all'inizio provò a sostenere "l'effettività" di quella cessione del pacchetto azionario, poi ammise che già il primo settembre Ciancimino gli aveva chiesto la "cortesia" di intestarsi fittiziamente il capitale della società: "Mi riferì che erano possibili indagini patrimoniali su uomini politici e che, pertanto, aveva la necessità di disfarsi della titolarità di tali azioni, gestite fiduciariamente dalla Figeroma".

I soldi erano ormai al sicuro in una banca Svizzera. Falcone non scoprì mai chi l'aveva tradito. Vito Ciancimino finì invece in manette, il 3 novembre 1984.

Per i magistrati di Palermo, l'ultimo racconto di Massimo Ciancimino è un altro tassello per cercare di dare un volto e un nome al misterioso "signor Franco". Il suo numero di cellulare, un 337, svelato ai magistrati dal figlio dell'ex sindaco, è risultato alla Tim come "inesistente". Davvero strano, perché i dieci numeri prima e dopo sono invece in funzione. Quel numero inesistente sa tanto di utenza riservata.

 01-12-2010]

 

 

1- ALTRO CHE BUNGA BUNGA, ALTRO CHE RISATE: BERLUSCONI È “NERO COME LA PECE” - 2- INIZIA A SALTARE FUORI IL VERO CAMPO MINATO DELLE RIVELAZIONI WIKILEAKS: BERLUSCONI FA AFFARI PERSONALI CON PUTIN E GAZPROM? (IL RUOLO DELL’AMICO MENTASTI) - 3- L’INTERVISTA BOMBA DI MASSIMO CIANCIMINO (SORPRESI?): “LE AZIENDE ITALIANE ACQUISTANO IL GAS TRAMITE LA MEDIAZIONE DEL SICILIANO ANTONIO FALLICO (CAPO DI BANCA INTESA A MOSCA) E IN CAMBIO PAGANO TANGENTI AI RUSSI SOTTO FORMA DI FINANZIAMENTI AD ALCUNI FONDAZIONI. ERO IN LIZZA PER OTTENERE L’APPALTO, POI È USCITA LA NOTIZIA CHE ERO INDAGATO E TUTTO È FINITO IN MANO A GENTE VICINA AL PREMIER” -

 

1- BERLUSCONI RIDE? NO, E' NERO COME LA PECE...
Scrive Ugo Magri su "La Stampa": E per fortuna che Berlusconi «si fa una risata», che lo tsunami di «Wikileaks» non lo sfiora, come prova a far credere la propaganda del Cavaliere... In verità il premier è nero come la pece. Basta incrociarlo qui a Tripoli per accorgersi che, se potesse, i giornalisti li metterebbe tutti in una gabbia: appena spuntano lui si alza di scatto e se ne va...

2- "ORA VI SPIEGO CHI E' IL MEDIATORE". PARLA MASSIMO CIANCIMINO
Marco Lillo per "Il Fatto Quotidiano"


Quando ha letto i report dell'ambasciata americana pubblicati da Wikileaks sugli affari di Berlusconi e Putin con l'energia, Massimo Ciancimino ha sorriso. "Da sei anni dico i, tè cose e nessuno mi ascolta: la verità è che gli amici di Berlusconi hanno usato gli stessi canali e mi hanno soffiato l'affare".

 

Ciancimino, non esageri: dopo la trattativa Stato mafia, ora ci vuole spiegare pure la trattativa Putin-Berlusconi sul gas, non le sembra un po' troppo?

Io sono stato prima un protagonista e poi una vittima di quella trattativa. Wikileaks riporta la nota degli americani in cui si parla del mediatore italiano che parla russo? Tutti si chiedono chi sia. Bene, io "il mediatore" lo conosco bene, si chiama Antonio Fallico, e chi me lo ha presentato lo definiva 'la chiave per Gazprom'.

Perché 'il mediatore' sarebbe Fallico e qual è il suo ruolo?

 

Il Fatto ne ha già parlato: è un siciliano che è stato nominato presidente di Zao Bank, la filiale di Banca Intesa a Mosca. Io l'ho conosciuto prima del mio arresto quando per primo avevo capito le potenzialità del buisiness dell'energia e trattavo con Gazprom per importare il gas dalla Russia. Ero a un passo dalla conclusione, poi mi hanno indagato e l'affare se lo sono preso gli amici di Berlusconi. Se il contratto , fosse andato in porto nella sua interezza, avremmo guadagnato 180 milioni di euro di utili all'anno. Tanti soldi che permettono di far guadagnare tante persone, sia in Italia che in Russia.

 

Andiamo per ordine. Ci spieghi come pensava di importare il gas e qual era il ruolo di Fallico.

Per importare il gas dalla Russia ci vuole l'accordo di Gazprom. Grazie proprio ad Antonio Fallico ero riuscito ad agganciare i vertici di Gazprom, in particolare Alexander Medvedev, che è il direttore generale della Gazprom Export e che non va confuso con Dmitri Medvedev, attuale presidente russo.

Ciancimino, Gazprom fattura 4 mila e 250 miliardi di euro e fa utili per 450 miliardi. Scusi la domanda ma perché doveva mettersi in affari con voi?

Voglio ricordarle che la Fingas del professor Lapis aveva appena incassato 120 milioni di euro dalla vendita agli spagnoli della Società che aveva metanizzato i paesi siciliani. E la nostra forza era proprio questa: solo una piccola società come la nostra poteva agire in maniera "agile" e meno burocratica nella seconda fase degli accordi, quella che prevedeva il ritorno di parte dei soldi in Russia alle fondazioni vicine agli uomini di Gazprom. Non presentavamo i rischi connessi all'inserimento di società pubbliche e grandi come dimostra il recente caso Finmeccanica.

 

Quando ha incontrato Fallico e Medvedev?

Medvedev lo ha incontrato, con Fallico, il professor Lapis a Vienna mentre io ho incontrato il suo collaboratore Nelson insieme a Fallico sempre a Roma in un hotel di via Veneto e poi nello studio dell'avvocato Ghiron. In quell'occasione abbiamo messo a punto tutti i dettagli dell'operazione che prevedeva la possibilità per noi di importare dalla Russia in Europa 6 miliardi di metri cubi all'anno attraverso la Slovacchia e la Slovenia. Il nostro guadagno sarebbe stato di 30 dollari ogni mille metri cubi.

E quanto sarebbe stato il "ritorno" per i russi, del quale ci spiegava prima?

L'accordo raggiunto a Vienna prevedeva che noi pagassimo per ogni mille metri importati una somma di dieci dollari, sui trenta incassati, alla Fondazione.

Quale Fondazione?

L'uomo della Gazprom, Nelson, ci disse che lui ci avrebbe indicato a quale Fondazione versare i soldi.

E cosa le disse Fallico?

Lui ci consigliò di seguire le indicazioni dei manager di Gazprom e comunque mi disse di finanziare con una piccola somma la Fondazione Putin per un balletto a Roma. Cosa che puntualmente abbiamo fatto. Insomma tutto procedeva per il meglio. Ad ognuno dei partecipanti all'operazione era stato garantito un ritorno. Stavamo andando a parlare con la Geoplin della Slovenia quando è uscita la notizia dell'indagine, anzi a dire il vero gli sloveni lo hanno saputo un giorno prima e si è bloccato tutto. Poi l'affare con Gazprom lo hanno fatto gli amici di Silvio Berlusconi.

Si rende conto che questa storia è basata solo sulle sue parole?

Mica tanto. Nell'anomala perquisizione in cui non aprirono la cassaforte mi fu sequestrato un bigliettino che stupì i carabinieri nel quale c'era il ringraziamento della Fondazione Putin e i biglietti da visita di Alexander Medvedev, di Nelson e Fallico.

Fallico è un siciliano come lei e si dice che abbia frequentato lo stesso liceo di Marcello dell'Utri. Ne avete parlato?

No. Fallico era certamente legato a Gaetano Micciché di Banca Intesa. Probabilmente è una persona vicina al mondo berlusconiano ma non abbiamo mai parlato di politica, con lui parlavo di affari.

Hillary Clinton, secondo Wikileaks, chiede se Berlusconi abbia interessi in comune con Putin nell'energia. Lei cosa pensa alla luce della sua esperienza?

Il contratto dell'Eni per l'importazione del gas è un segreto di stato e il margine di guadagno è enorme. Secondo me Berlusconi sta aiutando società a lui vicine e non mi stupirei se ci fosse una fondazione russa finanziata da qualche impresa coinvolta nell'affare.


3- FALLICO, SICILIANO A MOSCA: DAGLI AFFARI IN URSS ALL'ASSE ENI-GAZPROM
Massimo Mucchetti per "Il Corriere della Sera"

Se non si troverà il nome nelle informative diplomatiche messe in rete da Wikileaks, è probabile che non si saprà mai con burocratica certezza a chi faceva riferimento l'ambasciata americana quando accennava a un mediatore riservato, che «parla il russo», tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. E tuttavia, da tempo, le cronache finanziarie individuano questa figura in Antonio Fallico, presidente di Intesa Sanpaolo Russia, advisor di Gazprom per l'Italia, e dunque abituale interlocutore di Eni ed Enel.

Sessantacinquenne, siciliano d'origine, abbigliamento anonimo ma fresco autore per Feltrinelli di un romanzo intrigante, «Prospettiva Lenin», ambientato nella Mosca della perestroika, Fallico ricevette grandi e pubblici elogi da Berlusconi in persona quando, nel 2004, il premier italiano volle intervenire all'inaugurazione della filiale russa di Intesa, benché questa avesse allora non più di 23 dipendenti.

Chi assistette alla scena rimase colpito dal fatto che Berlusconi non spese una parola per il presidente di Intesa, Giovanni Bazoli, e per l'amministratore delegato, Corrado Passera, presenti per ragioni d'ufficio, e quasi rubò la scena al collega russo Michail Fradkov, invitato d'obbligo. Del professor Fallico, Berlusconi ha parlato come del suo uomo di fiducia all'amico Putin.

Il quale, però, ha tutte le informazioni per sapere che Fallico ha una storia tutta sua, che può certo incrociare Berlusconi e i suoi amia come tanti altri imprenditori e uomini di governo italiani impegnati in transazioni con l'Urss e poi con la Federazione Russa e le altre repubbliche ex sovietiche. Una storia che ha perfino favorito il dialogo interreligioso tra il Patriarcato ortodosso di Mosca e i Francescani. Fallico mise piede a Mosca per la prima volta nel 1974 per seguire piccoli affari come il commercio di barre d'oro, per conto della Banca cattolica del Veneto.

Nel 1989 aprì la prima rappresentanza vera e propria del Banco Ambroveneto, che aveva nel frattempo assorbito la «sua» banca. E poi fu Intesa. Una così lunga durata presuppone un rapporto fiduciario molto forte con chi guida Intesa Sanpaolo, e cioè con Bazoli, ancorché il professore bresciano entri in scena 8 anni dopo l'esordio di Fallico all'ombra del Cremlino.

Berlusconi può aver pensato di annettersi questo raffinato ufficiale di collegamento tra Milano e Mosca forse perché, nella seconda metà degli anni Ottanta, Fallico aveva aiutato la Silvio Berlusconi Editore ad aggiudicarsi i diritti di alcuni libri sulle riforme gorbacioviane e in quelle occasioni aveva incontrato Fedele Gonfalonieri e Marcelle Dell'Utri, suo antico compagno di collegio a Brente. Ma la professione è una cosa e la mediazione privata un'altra. La distinzione è venuta a galla tra il 2005 e il 2006 sulla delicata questione del gas.

Gli accordi tra Eni e Gazprom prevedevano che l'azienda italiana retrocedesse alla russa 3 miliardi di metri cubi l'anno, già acquisiti tramite gli storici contratti take or pay, affinchè Gazprom potesse venderli direttamente a clienti italiani. Partita delicata per più di una ragione: Gazprom è considerato negli Usa il braccio secolare dell'imperialismo energetico del Cremlino; l'Eni non ha interesse a veder diminuire il suo molo di intermediario tra i pozzi siberiani e i consumatori italiani; i russi non hanno una rete di vendita propria in Italia e dunque devono appoggiarsi a qualcuno, e questo qualcuno sono soprattutto le ex municipalizzate.

Intesa Russia stava dunque cucendo un accordo tra Gazprom e le varie A2A, quando si è messo in mezzo un uomo d'affari milanese, Bruno Mentasti, di nessuna esperienza nel settore ma intimo dell'inquilino di Palazzo Chigi, con una joint-venture tra sé medesimo ed esponenti di Gazprom basata a Vienna. Intesa Russia consiglia cautela a tutti: se in Russia la catena di comando è ferrea, in Italia lo è assai meno.

E infatti Berlusconi perde le elezioni. Fallico porta Alexander Medvedev dal nuovo premier, Romano Prodi. L'Eni rientra in campo solo dopo per tornare al canovaccio iniziale, senza il passaggio da Mentasti, utile a lui e ai suoi soci, ma non a un trasparente commercio italo-russo. Si è così arrivati a una joint-venture tra A2A, Iren e Gazprom Germania, in attesa che il colosso russo apra la sua filiale italiana a Verona, dove Fallico anima la Fondazione Eurasia. E Berlusconi ha poi lasciato perdere.

 

 

[30-11-2010]

 

 

COSA LORO - Ci fu, forse, un prologo nella trattativa fra Stato e mafia. E risale a prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio, risale esattamente al 1991 quando Giovanni Falcone lavorava per isolare Cosa nostra e strappare la politica all’ingerenza mafiosa - Questa la tesi di un protagonista - nel bene e nel male - di quella stagione: Calogero Mannino: IL PARTITO SI OPPOSE ALL’INTESA....

Francesco La Licata per "La Stampa"

Ci fu, forse, un prologo nella trattativa fra Stato e mafia. E risale a prima delle stragi di Capaci e via D'Amelio, risale esattamente al 1991 quando Giovanni Falcone lavorava per isolare Cosa nostra e strappare la politica all'ingerenza mafiosa.

Questa la tesi di un protagonista - nel bene e nel male - di quella stagione: Calogero Mannino, per nove anni ai vertici nazionali della Democrazia Cristiana e per lungo tempo, a Roma, titolare di diversi ministeri, prima di finire (nel 1994) nel vortice dei processi su mafia e politica per uscirne con la piena assoluzione, ma sedici anni dopo.

 

«La storia di quegli anni può essere considerata il risultato di un copione ben scritto. Le cose dovevano andare come da copione e così avvenne». Questo il commento dell'ex ministro in una intervista a Giovanni Minoli, all'interno di una puntata di «La Storia siamo noi» - andrà in onda mercoledi prossimo - che ricostruisce minuziosamente l'intera vicenda politico-processuale di Mannino, ma anche il contesto in cui quella storia avvenne e si sviluppò.

Non si tratta, dunque, di un semplice «risarcimento» ad un politico la cui carriera è stata interrotta da 22 mesi di carcerazione preventiva - oggi si può dire ingiusta - ma anche della rivisitazione di un momento cruciale della nostra storia recente che offre chiavi di lettura nuove, specialmente alla luce di quanto continua ad emergere da inaspettate testimonianze e improvvisi ritorni di memoria sulla cosiddetta «trattativa» fra Stato e mafia.

 

Perché Mannino «anticipa», se così si può dire, i limiti temporali di quell'innaturale «inciucio» politico-mafioso? Le sue risposte a Minoli non sono nette, ma risentono ancora della difficoltà - per un politico appena uscito dalla nube del sospetto - di potersi accreditare come qualcosa di diverso, se non opposto, all'uomo descritto dai magistrati che lo hanno accusato.

E allora Mannino va per esempi e suggerisce: «Dice niente che nel 1991, in occasione delle elezioni regionali, da segretario del partito feci affiggere degli enormi manifesti con lo slogan "Contro la mafia, costi quel che costi"»? Lasciando così intendere che il «costi quel che costi» fosse la risposta «non mia personale, ma della Dc» alle richieste di trattative, appunto.

 

Quello che Mannino non dice alle telecamere, ma è ormai più di un'ipotesi, riguarda il suo rapporto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Detto in parole semplici, i due magistrati avevano trovato nel «politico del rinnovamento» una sponda per portare a termine quella operazione che Falcone riteneva essenziale: togliere alla mafia il suo rapporto coi partiti, che la rendeva imbattibile.

E allora, questa la lettura di Mannino, si capisce anche perché «si doveva rimuovere quell'ostacolo che tendeva a interrompere una consuetudine di ambiguità mafiosa». In questo senso - dice - «attaccarono me per colpire Falcone». Chi? Mannino - oggi deputato del raggruppamento «Noi Sud» - ritorna al «regista del copione», ma più oltre non si spinge.

 

E le accuse tremende rivoltegli dai magistrati? I favori ai Salvo, il voto di scambio, gli appalti alla mafia e la vicinanza coi bossfino a partecipare ai matrimoni? «Le motivazioni della Cassazione - risponde a Minoli - hanno fatto piazza pulita, addirittura ribaltando in favore dell'imputato l'analisi di quei comportamenti.

 

Per i Salvo, ad esempio, è stato accertato che i miei provvedimenti amministrativi hanno, semmai, arrecato loro danno. Ed è stato accertato che al famoso matrimonio di Sciacca ero testimone della sposa, figlia di un compagno di partito, e non dello sposo figlio di boss».

 

La «Storia siamo noi» ricostruisce anche la figura del politico e il contesto dove è nato e si è svolto il «caso Mannino». Osservatori qualificati come Emanuele Macaluso, i giornalisti Marcello Sorgi e Alfio Caruso e l'ex segretario della Cgil siciliana, Franco Padrut, hanno descritto il personaggio. Per illustrare il contesto è stato utilizzato un repertorio ormai divenuto un cult: la famosa puntata di «Samarcanda» del 1991.

Durissima la reazione di Mannino su Michele Santoro e Sandro Ruotolo: «Si prestavano alla lettura di un copione. Non andai perché in una trasmissione gestita da Santoro e Ruotolo non ci si può difendere». Minoli si dissocia: «Io non la penso così».

 29-11-2010]

 

 

 

 

 

2 - ORMAI SONO FUORI DALLA REALTÀ
Filippo Facci per "Libero"

Il minestrone di Annozero, comunque lo condisci, sa di Berlusconi. Qualunque sia il tema, poi, si parla di Berlusconi. Qualsiasi cosa sia accaduta, da qualunque strada si parta, si arriva eccetera. La puntata di ieri era titolata «Onore e pregiudizio» e l'onore era di Berlusconi mentre il pregiudizio era quello di Annozero, chiaro; si è partiti dal dolore di alcune vittime di via D'Amelio e poi si è declarato che «di quelle stragi non si sappia ancora tanto» (anche se in realtà se ne sa moltissimo) dopodiché si è passati a un pentito di mafia che sparlava di Dell'Utri e quindi di Berlusconi: Francesco Di Carlo, testimone unico - e senza riscontri - giudicato però attendibile dal tribunale.

 

Si è partiti, in sostanza, da una notizia che non c'era: infatti la sentenza su Dell'Utri era sostanzialmente già nota - se n'era già discusso ampiamente dopo il primo grado - e si sapeva che i giudici avevano escluso contatti tra mafia e Fininvest negli anni in cui Berlusconi decideva di buttarsi in politica: figurarsi dopo, negli anni della fantomatica «trattativa».

 

Il titolo della puntata di Annozero, del resto, si chiedeva ancora: «I teorici della trattativa tra stato e mafia sono stati smentiti da questa sentenza?». La risposta è un «sì» grande come una casa, e ora è stato messo a sentenza ciò che prima sembrava semplicemente logico: ma non basta, no. Il teste Massimo Ciancimino è stato giudicato inattendibile dai giudici: ma non basta, eccolo dunque, attendibilissimo, ospite del tribunale di Annozero mentre lacrima nel guardare un'intervista a sua madre, già moglie del mafioso Vito Ciancimino.

Poi la parola passa a Gaspare Mutolo, un altro pentito che ti raccomando, e a quel poveraccio di un Salvatore Borsellino: il quale spiega che no, i giudici si sono sbagliati, Ciancimino è attendibile. E mentre chiudiamo questo commento sconsolato, verso le 22, nessuno - tranne Luigi Nuzzi di Libero - ha ancora detto una parola sul fatto che altri, nei giorni precedenti, la famosa inchiesta sulla trattativa l'hanno già smontata tutta e completamente: l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, infatti, tre settimane fa, ha dichiarato che nel novembre 1993 fu lui, in piena autonomia e senza informare nessuno, a non rinnovare il carcere duro per 140 mafiosi in carcere all'Ucciardone: «Fu il frutto di una mia decisione non comunicata ad alcuno, né ai funzionari del ministero, né al Consiglio dei ministri, né al presidente del Consiglio, né al vicecomandante del Ros Mario Mori, né al capitano De Donno né ad altri».

 

E nessun magistrato, allora, si oppose. Nessuno. Già, fu Giovanni Conso a evitare nuove stragi all'Italia: e lo ha dichiarato alla Commissione Antimafia. Ma nessun Annozero l'ha mai invitato o intervistato. E il fantasista della trattativa, il pm Antonio Ingroia, l'ha ascoltato soltanto l'altro giorno dopo 18 anni. Le affermazioni e i ricordi di Conso stroncano molte delle ricostruzioni fatte da tre o quattro procure circa una trattativa che probabilmente mai vi fu: ma Annozero ha proseguito come se nulla fosse.

Verrebbe solo da chiedersi perché Conso non abbia parlato prima, e su questo il presidente dell'Antimafia Pisanu è stato caustico: «Perché probabilmente, prima, non gli hanno rivolto una domanda semplice e chiara come quella che gli ho rivolto io». Erano impegnati ad avvalorare congetture con mafiosi e pentiti e ciancimini, a rimescolarne gli imbarazzanti ingredienti affinché il minestrone potesse avere sempre lo stesso sapore.

E infatti ecco, alle 22.05 imbraccia il suo squadernino Travaglio: dice che i giudici si sono sbagliati, chela mafia votò in massa per Forza Italia e che per esempio i berlusconiani Tiziana Maiolo e Vittorio Sgarbi e Paolo Liguori, anche dopo il 1992, fecero oggettivamente il gioco della mafia; in pratica dice, 3 giorni dopo una sentenza in cui Silvio Berlusconi è descritto come vittima della mafia, che non era vittima, ma mafioso. A Roma, il 25 novembre 2010, durante una qualsiasi puntata di Annozero.

 

 

3 - IL REGALO DEL GOVERNO CIAMPI AL BOSS INDAGATO DA FALCONE...
Franco Bechis per "Libero"

 

La procura della Repubblica di Palermo ha secretato la lista dei circa 340 boss mafiosi e detenuti a vario titolo a cui nell'anno 1993 fu revocato il regime di carcere duro previsto dall'articolo 41bis dell'ordinamento penitenziario. Anche il ministero di Giustizia ha dovuto spiegare ai parlamentari che erano pronti a presentare una interrogazione di non potere divulgare la lista essendoci il segreto investigativo.

Eppure dalla blindatura giudiziaria seguita alle dichiarazioni dell'ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, trapela almeno una circostanza: fra i beneficiari che ricevettero la grazia carceraria all'epoca di Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica e Carlo Azeglio Ciampi presidente del Consiglio ci furono anche i boss delle Madonie, condannati per associazione mafiosa e per attentati ed estorsioni nella zona confinante con quella dei corleonesi di Totò Riina.

 

La condanna era arrivata il 10 gennaio 1993 e riguardava fra gli altri il capomafia, Giuseppe Farinella (67 anni), il cugino Giusi Farinella (4 anni) e l'imprenditore Giuseppe Ferrara (2 anni e sei mesi). Sono due nomi chiave nella storia di Cosa nostra. Il primo è stato poi condannato insieme a tutti gli altri capimafia per le stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Il secondo aveva dato ospitalità nel suo albergo, l'Hotel Costa Verde di Cefalù, a numerosi latitanti di Cosa Nostra fra cui Michele Greco.

VIA DAL POOL
Che proprio i Farinella siano stati graziati dal governo Ciampi è uno dei più clamorosi schiaffi che si siano potuti dare alla memoria di Falcone. Non solo perché la famiglia fu protagonista dell'assassinio del giudice simbolo dell'antimafia (questo si sarebbe appreso dopo, tanto è che il governo di Silvio Berlusconi nel 1994 firmò un nuovo 41bis per quei boss), ma anche perché era già noto come proprio il caso Farinella fu all'origine dell'abbandono da parte di Falcone del pool antimafia di Palermo.

 

Fu il giudice assassinato nel 1992 infatti ad istruire l'inchiesta sulla mafia delle Madonie, grazie anche alle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia. Ma fra quegli arresti ordinati da Falcone c'era anche quello dell'imprenditore Ferrara, che era consuocero del consigliere istruttore di Palermo, quell'Antonino Meli che successe nell'incarico ad Antonino Caponnetto.

 

Meli spezzò l'inchiesta di Falcone in 21 tronconi, spedendone ciascuno al tribunale territorialmente competente. Falcone protestò e ricorse in Cassazione, che diede però ragione a Meli. Quel procedimento, che riuniva il caso Madonie a tutte le altre indagini per istruire il maxi-processo a Cosa Nostra, fu la fine del pool anti-mafia di Falcone.

 

È chiaro che vedere inseriti i Farinella nei provvedimenti di grazia carceraria che un anno dopo l'assassinio del magistrato furono firmati dal governo Scalfaro-Ciampi-Conso è stato un messaggio potentissimo per Cosa Nostra. E non a caso. con quell'atto con cui lo Stato di fatto si calava le brache davanti alla mafia. è finita la cosiddetta stagione stragista ed è terminata ogni trattativa possibile.

 26-11-2010]

 

 

PER PURA MALVAGITÀ VALE LA PENA DI SOTTOLINEARE CHE MOLTE DELLE AZIENDE SPONSOR DI DELL'UTRI SONO ALLE PRESE CON GUAI GIUDIZIARI E INDUSTRIALI
Dopo la condanna in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, Marcello Dell'Utri ostenta sicurezza e trova conforto negli amici.

Finora in pochi gli hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad appoggiare il suo Circolo del Buongoverno, fondato nel '99 per diffondere la cultura liberale. Tra gli sponsor dell'iniziativa politica si trova un po' di tutto: studi professionali di avvocati famosi e meno noti, marchi di aziende come Riso Scotti e Fema, una società di forniture ospedaliere.

 

La parte del leone la fanno però imprese energetiche e civili che spesso lavorano con appalti pubblici; tra queste Siram e Veolia, che sostiene di avere acquistato spazi pubblicitari sul sito e sul giornale di Dell'Utri per soli 12mila euro.

 

All'elenco si deve aggiungere la Cogei che lavora soprattutto in Veneto, Lombardia e Sicilia, la Compagnia Petrolifera Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile) e la Zanardo dei servizi logistici.

Fino a poco tempo fa la lista comprendeva Giochi Preziosi, la società dell'imprenditore proprietario del Genoa Calcio che da sempre ha una tifoseria "rossa". Sembra che di fronte al timore di una reazione da parte degli ultras della squadra, Enrico Preziosi abbia deciso di togliere il logo dell'azienda dal sito del Circolo del Buongoverno.

 

Per pura curiosità vale la pena di sottolineare che molte delle aziende sponsor di Dell'Utri sono alle prese con guai giudiziari e industriali. Il vertice di una delle società del Gruppo "Riso Scotti" è stato arrestato la settimana scorsa, mentre l'azienda Fema è presidiata da 200 lavoratori per impedire che venga portata via una parte dei macchinari che la proprietà avrebbe già venduto.

Qualche problema ce l'ha anche Cogei, impegnata nell'Alta Velocità e colpita più volte da attentati. Questa azienda di costruzioni è di proprietà della famiglia Menarini di Bologna che a maggio ha venduto la squadra di calcio per difficoltà finanziarie.

[23-11-2010]

 

 

 

COSO NOSTRO - per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. - sentenza discutibile e minimalista: i secondi giudici, diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo, quando Dell’Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò la Fininvest nello Stato - “PREMIER SFRUTTATO PER 20 ANNI DAL SENATORE DOPPIOGIOCHISTA”... 1- COSO NOSTRO
Marco Travaglio per Il Fatto

Ci sarà tempo per valutare nei dettagli la sentenza della Corte d'appello di Palermo che spiega la condanna di Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di carcere (contro i 9 del primo grado). Il perché dello sconto era già chiaro dal dispositivo emesso il 29 giugno: i secondi giudici, diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo, quando Dell'Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò la Fininvest nello Stato.

 

Le motivazioni del taglio netto al ‘92 aprono ampi spazi per un ricorso in Cassazione: i giudici fanno i salti mortali per salvare il Berlusconi politico dalle contiguità mafiose, negando addirittura l'evidenza delle prove documentali (come gli incontri con Mangano nel novembre '93 registrati nelle agende di Dell'Utri primo e da lui stesso ammessi) e liquidando frettolosamente le testimonianze di Spatuzza e Ciancimino.

Ma, anche alla luce di questa sentenza discutibile e minimalista, non si comprende - se non per scopi di bieca propaganda - l'esultanza che accompagnò la lettura estiva del dispositivo. Semmai c'è da notare come i giudici più benevoli che Dell'Utri abbia mai incontrato nella sua lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a meno di citare in una sentenza di mafia Silvio Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco che:

 

per vent'anni Dell'Utri è stato "il mediatore" e lo "specifico canale di collegamento" tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che "ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso" capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l'anno delle stragi di Capaci e via D'Amelio; che l'assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell'Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall'altra;

 

che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell'"incolumità" di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent'anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra "ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari" e della "messa a posto" delle tv Fininvest in Sicilia. In pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze dell'ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì farsi proteggere dai mafiosi.

 

Cioè: abbiamo un presidente del Consiglio che per vent'anni ha finanziato la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso "esterno" infiltrato nelle istituzioni. Noi lo sappiamo da 15 anni. Altri, si spera, lo scopriranno ora. Ogni giorno che passa con Berlusconi a Palazzo Chigi e Dell'Utri in Senato è un giorno di troppo.

2- "PREMIER SFRUTTATO PER 20 ANNI DAL SENATORE DOPPIOGIOCHISTA" -
DALLE MOTIVAZIONI ESCONO INDEBOLITE LE TESI SUI LEGAMI CON LE STRAGI DEL '93
Francesco Grignetti per La Stampa

 

Venti anni di doppio gioco, dall'inizio degli Anni Settanta fino al 1992. È un Giano bifronte, il Marcello Dell'Utri che emerge da questa sentenza. Da una parte è un «amico» premuroso che si fa carico di paure e problemi dell'imprenditore Silvio Berlusconi; dall'altra dà appoggio consapevole a Cosa Nostra, tenendo i rapporti con i mafiosi Gaetano Cinà e Vittorio Mangano, e tramite questi con il boss Stefano Bontate.

 

«Era divenuto costante e insostituibile punto di riferimento sia per Silvio Berlusconi - scrivono i giudici - che lo ha interpellato ogni volta che ha dovuto confrontarsi con minacce, attentati e richieste di denaro sistematicamente subite negli anni, sia soprattutto per l'associazione mafiosa che sapeva di disporre di un canale affidabile e proficuo per conseguire i propri illeciti scopi».

Sì, è davvero pesante questa sentenza, che condanna Marcello Dell'Utri per avere «fornito un rilevante contributo a Cosa Nostra, consentendo ad essa di perpetrare un'intensa attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese, imponendogli sistematicamente per quasi due decenni il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di "protezione" personale e familiare».

Due decenni di doppio gioco proseguito anche dopo la morte di Bontate nell'aprile 1981 e l'ascesa di Totò Riina. Era infatti Dell'Utri, secondo la sentenza, «mai rinnegandoli e anzi alimentandoli, in amichevoli e continuativi rapporti con i due esponenti mafiosi in contatto con i vertici di Cosa Nostra». E questo appoggio esterno del senatore alla mafia ha per di più permesso a Cinà e Mangano di accrescere il loro peso criminale dentro l'organizzazione proprio perché «l'imputato ha loro consentito di accreditarsi come tramiti per giungere a Silvio Berlusconi, destinato a diventare uno dei più importanti esponenti del mondo economico-finanziariodel paese».

 

Se Dell'Utri ha condotto un doppio gioco per vent'anni, insomma, i giudici ritengono Berlusconi doppiamente vittima della mafia: perché sistematicamente «estorto» e perché oggetto di dicerie dentro l'organizzazione che avevano sì un fondamento, ma solo per l'attività del senatore.

 

Nel 1992, poi, tutto ciò si sarebbe interrotto. I giudici non credono a contatti successivi e nemmeno alla storia dei fratelli Graviano. Ma così scrivendo, assegnano una legnata terribile al teorema delle bombe mafiose come ispirate da Forza Italia e alla credibilità del pentito Gaspare Spatuzza.

 

«Non sussiste alcun concreto elemento ancorché indiziario comprovante l'esistenza di contatti, o rapporti, diretti o indiretti tra Marcello Dell'Utri e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, essendo risultato sostanzialmente inconsistente anche il contributo offerto nel presente giudizio di appello da Gaspare Spatuzza». Cadono nel nulla anche tutte le ipotesi di voto di scambio nel 1994. «Non risulta provato che l'imputato abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso».

20-11-2010]

 

 

SE CIAMPI IN-CIAMPA SUI BOSS - DALLE RIVELAZIONI DELL’EX MINISTRO CONSO (“TOGLIEMMO IL 41BIS PER EVITARE ALTRE STRAGI”), ALLA FREQUENTAZIONE DEL FIGLIO CLAUDIO CON ROSARIO SPADARO (RE DEGLI HOTEL DELLE ANTILLE E IN ODORE DI MAFIA), MOLTE NUBI S’ADDENSANO SULLA SANTITÀ DELL’EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E SOPRATTUTTO SULL’AZIONE DEL SUO GOVERNO (1993) - E CON MERAVIGLIOSO TEMPISMO VELTRONI FA IL CONSUETO HARA-KIRI: “OGGI CI VORREBBE UN NUOVO GOVERNO CIAMPI”…

Franco Bechis per "Libero"

 

Per sostituire Silvio Berlusconi e affrontare la grave situazione economica e istituzionale il Partito democratico vorrebbe un governo come quello che nel 1993 calò le braghe di fronte alla mafia dandola vinta alla massima organizzazione criminale italiana: il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi.

Proprio nelle ore in cui emerge la grave responsabilità di quell'esecutivo che disapplicò il 41bis (il carcere duro ai boss) come i mafiosi volevano, ricattando lo Stato di strage in strage, uno dei leder del Pd, Walter Veltroni, se ne è uscito con una proposta incredibile: «Si deve dare vita a un governo istituzionale che, come il governo Ciampi, rassereni e dia sicurezza al Paese. Chi vuole votare ora è nemico dell'Italia».

 

Va bene che il Pd è ormai famoso per non averne azzeccata mai una da quando è nato, ma l'uscita di Veltroni ha fatto strabuzzare gli occhi a molti dei suoi. Proprio quando dentro il partito si stava perfino accarezzando l'idea di accasare (c'è chi dice perfino come leader) un uomo- simbolo dell'antimafia come Roberto Saviano, è sembrato follia uscirsene con quel "modello governo Ciampi" proprio nel bel mezzo delle rivelazioni sui favori fatti dall'esecutivo in quel 1993 ai boss di Cosa Nostra accettando di fatto le condizioni poste dal papello Ciancimino trovato un anno fa.

Prudenza avrebbe consigliato di cancellare perfino il ricordo di quel governo, che tutto fece meno che rassicurare l'Italia, ma il Pd - si sa - è fatto così: se trova l'occasione per un hara-kiri ci si butta a capofitto. Proprio mentre Veltroni confessava al Corriere il suo modello, ieri davanti al pm fiorentino della Dia, Gabriele Chelazzi, si è svolto l'interrogatorio di Nicolò Amato, che nel 1993 era direttore delle carceri italiane.

L'ex collaboratore del ministro della Giustizia dell'epoca, Giovanni Conso, ha confermato che la decisione di disapplicare il carcere duro ai mafiosi venne proposta dall'allora capo della polizia, Vincenzo Parisi, un fedelissimo del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e che vi furono anche «pressanti insistenze» per la revoca della carcerazione dura da parte del Viminale, che era guidato da Nicola Mancino.

Grazie a questo pressing il governo Ciampi adottò due decreti di revoca del carcere duro ai mafiosi. Uno a maggio e l'altro a novembre e i destinatari erano in tutto 280 boss detenuti nelle carceri di Secondigliano, di Poggioreale e dell'Ucciardone. Amato ha confermato parzialmente la versione di Conso, dicendo che non vi fu trattativa con le organizzazioni mafiose (non avrebbe per altro potuto dire diversamente), ma discussione politica sì, tutta nelle sedi istituzionali.

Lo scopo sarebbe stato quello già rivelato dall'ex ministro della Giustizia: fare finire la stagione delle stragi allentando la morsa di quel 41bis che a tutti era chiaro fosse all'origine degli attentati e degli assassinii del 1992- '93. Ci sarà da indagare naturalmente sulle versioni e sui motivi di quella scelta, ma intanto i nuovi fatti emersi, le testimonianze e le documentazioni per la prima volta acquisite agli atti sono in grado di riscrivere la storia di quegli anni e probabilmente buona parte della storia di Italia così come l'abbiamo conosciuta. Sentenze comprese.

 

La vicenda dei rapporti fra Stato e Mafia invece di essere studiata e indagata con prudenza viene spesso utilizzata in modo distorto come manganello di uno schieramento contro l'altro. Ha brandito questo argomento in modo maldestro lo stesso Saviano contro la Lega, scatenando le ira del ministro dell'Interno, Roberto Maroni.

Incidente simile è accaduto ai primi di novembre al Fatto quotidiano diretto da Antonio Padellaro. Che ha pubblicato l'anticipazione di un libro intervista alla prima moglie di Flavio Briatore titolando "Quando Mr. Billionaire frequentava i mafiosi"e prendendosi una querela dal diretto interessato.

Il Fatto si scandalizzava per la presunta frequentazione da parte di Briatore alla fine degli anni Ottanta di due personaggi: Gaetano Corallo, il re del casinò delle Antille, e Rosario Spadaro, re degli hotel delle Antille. Erano loro i mafiosi individuati dal Fatto, e Briatore ha querelato perché sostiene di non averli mai frequentati.

In effetti i due personaggi frequentavano all'epoca il bel mondo. Non la famiglia Briatore, però. Si trattava della famiglia Ciampi. E in particolare del rampollo di Carlo Azeglio, Claudio, che all'epoca era dirigente dell'ufficio di New York della Bnl, in mezzo a mille polemiche per non avere controllato la filiale di Atlanta ed evitato lo scandalo internazionale dei fondi all'Iraq. Ciampi jr aveva rapporti strettissimi con Spadaro, tanto da essere stato intercettato dall'Alto commissario antimafia, Domenico Sica (le carte sono ancora in archivio) numerose volte al telefono con lui e nell'estate del 1989 addirittura mentre erano insieme in barca.

 

Un missino dell'epoca, per anni fiero oppositore di Gianfranco Fini e ora finito fra le sue braccia, il barone Tommaso Staiti di Cuddia, presentò una interrogazione parlamentare che fece molto rumore, ipotizzando che nelle Antille con Spadaro fosse finito anche il governatore della Banca di Italia, Carlo Azeglio Ciampi. In effetti nelle telefonate con Ciampi jr c'erano numerosi riferimenti di Spadaro a un imminente incontro con "il Governatore". Interrogati poi i due sostennero che il riferimento era al Governatore della isola di Sant Marteen.

Ciampi jr per diradare le ombre che si addensavano sul padre ammise la frequentazione con Spadaro, prima sostenendo «non ho letto da nessuna parte che Spadaro sia stato giudicato colpevole di qualche reato», poi aggiungendo: «Rosario è cliente della Bnl da molti anni, più di dieci. Siccome io mi occupo dell'area commerciale, mi sembra naturale che io abbia contatti con lui. Credo non sia reato e tantomeno peccato andare in barca con qualcuno...».

Spadaro è stato arrestato due volte. Nel 1993 dalla polizia olandese nelle Antille per un'inchiesta sulle tangenti. Nello stesso anno è stato indagato dalla procura di Messina per traffico internazionale di armi. Nel 2005 Spadaro è stato arrestato una seconda volta per ordine della procura antimafia di Reggio Calabria nell'ambito dell'inchiesta "Gioco d'azzardo".

Reati che non hanno portato al momento a condanne in via definitiva. Resta il fatto che Spadaro in barca andava con il figlio di Ciampi e non con Briatore. Banale particolare che però insieme a quelli ben più seri e sostanziosi che emergono fra i segreti dell'attività del governo Ciampi nei confronti della mafia, racconta una storia assai diversa dalla favola ufficiale narrata. Particolare che sconsiglia vivamente di utilizzare questi temi in modo strumentale: spesso si rivelano armi a doppio taglio.

 19-11-2010]

 

.- THE MONTREAL GAZETTE (QUEBEC, CANADA)

DOPO LA MORTE DEL CAPOMAFIA NIC RIZZUTO, SI SCATENANO LE POLEMICHE
http://bit.ly/a3ZTGk

La leader del Partito del Québec ha accusato il Premier Jean Charest: il governo sta proteggendo la mafia. Troppi appalti pubblici sarebbero pilotati dalla criminalità organizzata (di stampo italo-canadese). Tutte le parti coinvolte, polizia, magistratura, politici locali, hanno chiesto venga fatta un'inchiesta speciale sul tema della mafia a Montreal e dintorni. "Molte pizzerie, caffè e negozi sono stati dati alle fiamme nell'ultimo anno. E l'omicidio di Nic Rizzuto ieri mostra come il crimine organizzato si stia rinnovando e sia

 

EDITORIALE sulla morte di Nic Rizzuto: http://bit.ly/aJGp7y

11.11.10

 

 

PER CASO O PER CAOS, LA SIGLA MPA STA PER “MAFIOSI PER AMICI”? - NON DITE A FINI, CASINI, RUTELLI CHE IL LORO NEO-Alleato raffaele lombardo è stato accusato di mafiosità dai PM siculi - DAI SUMMIT COI BOSS DI DIO E BEVILACQUA, ALLA FESTA PER L’ELEZIONE IN PARLAMENTO DEL FRATELLO ANGELO (DOVE AD ATTENDERLLO C’È ALFIO STIRO, REFERENTE DEL BOSS TUCCIO) - PER I MAGISTRATI LOMBARDO “POTEVA AVVALERSI DEL COSTANTE E CONSISTENTE APPOGGIO ELETTORALE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA A LUI VICINA”…

Antonio Condorelli per "il Fatto Quotidiano"

 

"Non scordatevelo che gli ho dato i soldi nostri, quelli del Pigno, glieli ho dati a lui per la campagna elettorale". Parole di Vincenzo Aiello, capo di Cosa Nostra a Catania, intercettato dai Ros mentre discute con gli affiliati della destinazione dei proventi del pizzo di un centro commerciale "alla campagna elettorale - sottolineano i pm - di Raffaele Lombardo".

Dietro le sbarre sono finiti in 50 tra imprenditori, politici e boss del clan mafioso Ercolano Santapaola, il più potente nella Sicilia orientale che ha sulle spalle una lunga storia di stragi, omicidi e affari. Il governatore della Sicilia è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha sempre negato ogni coinvolgimento, la sua posizione è in corso di valutazione, ma agli atti del procedimento Iblis ci sono le intercettazioni dei principali padrini e picciotti siciliani.

Coinvolti diversi esponenti politici, anche nazionali. Documentata ad esempio la visita in carcere con cui Nino Strano - fino a poche settimane fa assessore regionale al Turismo e noto per la sua abbuffata di mortadella in Parlamento il giorno della caduta di Prodi - ha omaggiato il boss Marsiglione. "Era Natale, solo una visita di carità" si è difeso.

 

Lo scorso 31 luglio nella richiesta d'arresto nei confronti dei 50 indagati vistata dal procuratore capo Vincenzo D'Agata, i pm Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata Santonocito e Iole Boscarino hanno scritto che sarebbe "provata in punto di fatto, l'esistenza di risalenti rapporti - diretti e indiretti - degli esponenti di Cosa Nostra della provincia di Catania con Raffaele Lombardo e con Angelo Lombardo".

Il rapporto sarebbe "non occasionale né marginale - aggiungono i magistrati - ma cospicuo, diretto e continuativo grazie al quale l'uomo politico poteva avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui vicina".

LA FESTA CON I BOSS - "Onorevole, questo rosé?" Vino di qualità e auto di lusso posteggiate davanti la villa in campagna del geologo Giovanni Barbagallo, militante Mpa, arrestato perché considerato anello di congiunzione tra i Lombardo e i boss Rosario di Di Dio e Vincenzo Aiello.

 

L'atmosfera è quella delle grandi occasioni, bisogna festeggiare l'elezione al Parlamento nazionale del fratello di Raffaele, secondo i pm la festa sarebbe "significativa della compenetrazione tra esponenti del crimine organizzato, amministratori della cosa pubblica, politici e imprenditori". Angelo Lombardo arriva con un'Audi Q7 intestata all'Mpa.

Ad attenderlo c'è Alfio Stiro, referente del boss Salvatore Tuccio detto "Turi di l'ova", condannato definitivamente per associazione mafiosa, precedenti per detenzione e porto d'arma da fuoco, già sottoposto a sorveglianza speciale. I carabinieri del Ros filmano tutto, le cimici registrano.

UOMINI GRADITI AI CLAN NELLE LISTE MPA - Il capo di Cosa Nostra catanese Vincenzo Aiello sarebbe intervenuto anche sulla scelta dei candidati nelle liste Mpa. I Ros, mentre è in corso la campagna elettorale delle comunali di Gravina, grosso centro in provincia di Catania, intercettano le conversazioni tra il geologo Giovanni Barbagallo dell'Mpa e Alfio Stiro il cui genero viene candidato con l'approvazione del capo di Cosa Nostra Vincenzo Aiello.

Quest'ultimo sembra conoscere bene il territorio: parlando di Gravina comunica a Barbagallo che presto gli avrebbe presentato Fabio Bacciulli, "un amico", già assessore col sindaco Mpa. Sullo sfondo gli "affari" del "piano regolatore" e la costruzione di un nuovo "cimitero" dice Aiello.

LA NOTTE IN BIANCO CON IL CAPOMAFIA - Rosario Di Dio, "esponente di primissimo piano della famiglia Santapaola", secondo i pm avrebbe intrattenuto "rapporti diretti" con Raffaele Lombardo. "...Da me - dice il boss intercettato riferendosi a Lombardo - all'una e mezza di notte è venuto ed è stato due ore e mezza, qua da me, dall'una e mezza alle quattro di mattina... si è mangiato sette sigarette".

"Recandosi nottetempo - scrivono i pm - a casa dell'amico mafioso per chiedere il suo appoggio elettorale sapeva che una richiesta di voto proveniente da un soggetto dotato di indiscusso prestigio criminale non poteva essere tanto facilmente disattesa... la circostanza che l'incontro si sia svolto dall'una e mezza alle quattro di notte può spiegarsi soltanto con la consapevolezza che i fratelli Lombardo avevano di recarsi a casa di un mafioso".

 

In una delle conversazioni il boss racconta della richiesta di voti dell'assessore provinciale Orazio Pellegrino dell'Mpa "uomo di Raffaele Lombardo".

I RAPPORTI CON IL BOSS DI ENNA - Agli atti ci sono anche i rapporti definiti "desolanti" dai pm, tra Raffaele Lombardo e il boss di Enna Raffaele Bevilacqua. Nell'agenda personale il boss Bevilacqua scrive: "Ore 8 da Raf". Poi un nuovo appuntamento pochi giorni dopo: "Ore 8.30 da Raf... a chi fare domanda per aeroporto?".

Lombardo sarebbe "consapevole" di incontrare un "impresentabile", secondo i pm. Relazioni pericolose vengono documentate anche attraverso Salvatore Bonfirrario, "personaggio di sicura caratura criminale affiliato all'associazione criminale del Bevilacqua" che viene anche redarguito da Lombardo: "Ma che cazzo ti hanno fatto e fatto - dice Lombardo - ti hanno chiesto di votare Palermo e stai votando Palermo...".

 

E Bonfirrario riferendosi al boss Raffaele Bevilacqua rispondeva: "Diciamo che Raffaelluccio, Raffaelluccio si è schierato con Palermo su input di Silviuccio Cuffaro e quindi tu stai eseguendo questa cosa". Emblematico un ulteriore episodio considerato dagli investigatori: "La telefonata tra il Bonfirrario e il Bevilacqua intercettata il 17 maggio 2003, nel corso della quale Lombardo si rifiuta di parlare al telefono con il Bevilacqua se non per il tramite del Bonfirrario!".

Al momento non sussisterebbero elementi per l'arresto di Raffaele Lombardo secondo quanto hanno comunicato i legali del governatore siciliano e il procuratore capo Vincenzo D'Agata. Nel corso degli interrogatori dei 50 arrestati nell'operazione Iblis però, potrebbero emergere dei riscontri determinanti nell'accertamento della verità processuale. Raffaele Lombardo si ritiene vittima "dell'odio criminale", secondo il Governatore siciliano sarebbe in atto una manovra politica per bloccare le riforme della sua amministrazione. 08-11-2010]

 

 

MEMENTO MORI - QUANDO IL GENERALE DEI ROS DICEVA (AL “FOGLIO”): “IL POLIZIOTTO SPERA DI CATTURARE OSAMA BIN LADEN, MENTRE L’UOMO DI INTELLIGENCE SPERA DI ACQUISIRLO COME FONTE” - È IL "METODO ROS" CHE L’HA MESSO NEI GUAI COI PM DI PALERMO: QUELLA filosofia che Dalla Chiesa applicò sia alla mafia che al terrorismo: gli infiltrati, la corda lunga ai confidenti, qualche baratto…

Francesco La Licata per "La Stampa"

 

C'è una sorta di maledizione che perseguita molti dei protagonisti delle diverse stagioni dell'antimafia. Ed è una maledizione palermitana: una specie di nemesi incontrollabile che colpisce gli uomini più in vista, i più esposti nella lunga guerra che lo Stato (non sempre in modo ineccepibile) combatte da anni contro la mafia. Il cinico, sbrigativo e un po' macabro humor palermitano sentenzia che la lotta alla mafia può essere occasione per grandi carriere o per funerali fastosi.

E Palermo - si dice - è il posto dove può capitare di doversi giustificare di essere vivi. Già, perché in una galleria di morti ammazzati, di eroi, il combattente ancora in vita può destare qualche sospetto. E' accaduto in passato, ovviamente non in modo esplicito, che il chiacchiericcio salottiero si sia attardato a dibattere sui motivi che hanno provocato l'eliminazione di qualcuno e «graziato», invece, qualcun altro.

 

Ma spesso anche i sopravvissuti pagano il loro prezzo. Per colpe ignominiose come può essere l'alto tradimento, oppure per essersi mossi fuori dagli schemi, fuori dalle regole? Questo è il rebus che poche vicende giudiziarie sono riuscite a chiarire. Questo è il mistero che avvolge la storia del prefetto Mario Mori (ex generale dei carabinieri) un tempo eletto sugli altari, assieme al mitico capitan Ultimo, per aver catturato Totò Riina il Padrino di Cosa nostra, e poi precipitato nella polvere, accusato di non aver perquisito la casa del boss corleonese in ottemperanza ad una «combine» mafiosa.

 

Sembrava uscito in qualche modo dal tunnel quando il Tribunale di Palermo lo aveva assolto (insieme con Ultimo), seppure motivando la sentenza col ricorso ad una «ragion di Stato» poco comprensibile per i cittadini che dai processi si aspettano verità e giustizia.

E' durata niente la svolta assolutoria, perché immediatamente è arrivata la seconda botta: l'accusa di favoreggiamento nei confronti della mafia e in particolare di Bernardo Provenzano, secondo i pubblici ministeri palermitani latitante «autorizzato» da una sorta di lasciapassare concessogli in virtù di quella «trattativa» messa in piedi dai carabinieri del Ros, subito dopo la strage di Capaci del 1992, il «botto» che aprì la stagione terroristica della mafia segnata da via D'Amelio - 57 giorni dopo - e poi dagli attentati sanguinari di Roma, Milano e Firenze del 1993.

 

La trattativa raccontata da Massimo Ciancimino: i «pizzini» di Provenzano al padre don Vito, il «papello» con le richieste della mafia allo Stato in cambio di una tregua alle bombe. Insomma tutto quello che ha trasformato il secondo processo a Mori in un racconto dell'orrore che probabilmente culminerà nell'accusa di concorso esterno e non già di favoreggiamento.

Tutt'altro che sconfitto o rassegnato lui, il generale, continua a difendersi nelle aule di giustizia, seppure rimanendo nei limiti imposti dalla sua appartenenza all'Arma e soprattutto alla logica del carabiniere. Una difesa che più d'una volta ha fatto trasparire nell'imputato eccellente un atteggiamento autoassolutorio quasi senza l'obbligo di spiegazioni.

 

E' l'adesione ad un metodo investigativo, il cosiddetto «metodo Ros» che chiede fiducia incondizionata, anche in presenza di vicende poco comprensibili, se non addirittura torbide. Un metodo che affonda le radici nei tempi: già con la morte del bandito Salvatore Giuliano all'Italia attonita fu offerta la trama di un affaire che coinvolgeva interessi di politica internazionale.

Erano corrotti quegli investigatori? Era corrotto anche il medico legale che certificò il falso? Forse erano tutti costretti da una «ragion di Stato», allora indirizzata verso l'argine anticomunista, essenziale per il rapporto col governo americano e col Vaticano. Il metodo ha resistito, nel tempo. Ma non ha perso la propria identità di servizio alla politica, dentro cui convivono doveri istituzionali ma anche interessi di carriera. Ai magistrati spetta il compito di stabilire se in questo «gioco fisiologico» si infrange la legge.

 

Il prefetto Mori non ha mai fatto mistero di propendere per un metodo, diciamo, il più sburocratizzato possibile. E per questo si è sempre circondato di ufficiali che si riconoscono nella filosofia che Dalla Chiesa applicò sia alla mafia che al terrorismo: gli infiltrati, la corda lunga ai confidenti, qualche baratto. In un colloquio dello scorso dicembre con Claudio Cerasa del Foglio, è apparsa chiara la predilezione del generale più per l'intelligence che per le operazioni giudiziarie: «Il poliziotto spera di catturare Osama Bin Laden, mentre l'uomo di intelligence spera di acquisirlo come fonte». Eccolo, il metodo Ros.

 

LA CRONOLOGIA
1992 - E' l'anno delle stragi di Capaci e via D'amelio. Proprio in quel periodo si svilupperebbe la trattativa Stato-mafia, con Ciancimino e Mori protagonisti.

1993 - Totò Riina viene arrestato il 15 gennaio. Il suo covo è perquisito soltanto il 2 febbraio. Un ritardo contestato al Ros dalla Procura.

 

2001 - Il colonnelo Riccio, ad un processo, denuncia: «Avvisai il generale Mori che si poteva prendere Bernardo Provenzano. Ma lui non volle intervenire».

2007 - Per la mancata cattura di Provenzano la Procura chiede per due volte l'archiviazione. Il Gip non ci sta, così alla fine i pm chiederanno per Mori il processo.

2008 - Inizia il secondo processo Mori, imputato di favoreggiamento con il colonnello Obinu. Massimo Ciancimino incomincia a parlare della trattativa fra Stato e mafia.

 

 

[28-10-2010]

 

Palermo INDAGA, ROMA TREMA (LO STATO NELLA MAFIA) - UN COLPO AL CERCHIO (indagato Massimo Ciancimino per concorso esterno in associazione mafiosa) E UNO ALLA BOTTE (Mario Mori, ex comandante Ros dei carabinieri, indagato per lo stesso reato) - CHI MAI SARà il funzionario dell’ex Sisde CHE Ciancimino indicato come uno dei tramiti fra gli apparati di sicurezza e il padre? AH SAPERLO (PROBABILE UN CONFRONTO TRAI DUE)...

 

1 - TRATTATIVA STATO-MAFIA, INDAGATO IL GENERALE MORI...
Dal "Corriere.it" - Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del fascicolo sulla presunta trattativa tra la mafia e pezzi delle istituzioni durante gli anni delle stragi. Lo confermano in ambienti investigativi.

GLI ALTRI INDAGATI - Oltre a Mori, per la presunta trattativa la Procura ha indagato anche Massimo Ciancimino, pure per concorso esterno in associazione mafiosa. Per il reato di «attentato a un corpo politico o istituzionale dello Stato» sono stati invece iscritti nel registro degli indagati i boss corleonesi Bernardo Provenzano e Totò Riina, e il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno. La mossa della Procura di Palermo potrebbe preludere alla richiesta di un cambiamento dell'imputazione a carico di Mori nel processo in cui attualmente risponde di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernardo Provenzano.

 


2 - L'INCHIESTA SU CIANCIMINO JR NASCE DALLE SUE DICHIARAZIONI AI PM E DAI DOCUMENTI CONSEGNATI. COINVOLTI UOMINI DELLO STATO
Francesco La Licata per "La Stampa"

Massimo Ciancimino è indagato dalla Procura di Palermo. L'ipotesi di reato contenuta nell'avviso, notificatogli lunedi mattina, fa riferimento al concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il provvedimento dei magistrati palermitani, l'iscrizione nel registro degli indagati del figlio dell'ex sindaco democristiano scaturisce dalle sue stesse dichiarazioni, ma soprattutto dal "materiale probatorio" consegnato nel tempo ai magistrati.

 

Dunque dai "pizzini", dalla "corrispondenza" che il giovane rampollo di don Vito Ciancimino riceveva dagli uomini di Cosa nostra e dallo stesso Bernardo Provenzano per smistarla, poi, al padre anche quando questi era in carcere o al soggiorno obbligato.

Tra le numerose carte consegnate ai giudici, ovviamente, anche il famigerato "papello", cioè la lista con le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per ottenere benefici (legislativi e giudiziari) in cambio di uno stop alla strategia stragista dei corleonesi di Totò Riina.

Sembra che l'avviso di garanzia a Massimo Ciancimino sia già abbastanza datato (il procedimento in questione risale al 2008, anno in cui è cominciata la sua collaborazione), ma sia stato notificato soltanto adesso, alla vigilia di importanti adempimenti che l'indagato si appresta a svolgere.

Oggi Massimo Ciancimino sarà sentito dai magistrati di Caltanissetta, che indagano sulle stragi del ‘92 (Capaci, via D'Amelio e l'attentato a Falcone all'Addaura del 1989) e sul coinvolgimento, in quei torbidi avvenimenti, di pezzi delle Istituzioni e dei Servizi di sicurezza.

 

 

E' probabile che a Ciancimino venga chiesto di sottoporsi ad un confronto con il funzionario dell'ex Sisde, l'agente da lui indicato come uno dei tramiti fra gli apparati di sicurezza e il padre. Un altro confronto potrebbe rendersi necessario, domani a Palermo, con un altro agente (anche questi identificato in foto) descritto da Massimo Ciancimino come "il capitano", l'uomo cioè che - con minacce - avrebbe in ogni modo cercato di disincentivare la sua collaborazione coi magistrati.

Il nuovo procedimento palermitano avrebbe già causato l'iscrizione di un certo numero di indagati, quindi non il solo Massimo Ciancimino. Ma su questo aspetto il muro di riservatezza della magistratura appare insuperabile.

Si intuisce che sulle dichiarazioni del figlio di don Vito sono stati svolti accurati accertamenti risultati utili al preseguimento dell'inchiesta. Si tratta di ricerche e ricostruzioni su tutto quanto dichiarato da Ciancimino in merito ai contatti del padre, sia con Provenzano e con gli uomini di Cosa nostra, sia con funzionari dello Stato infedeli. Ma sembrano essere gli "accertamenti tecnici", la chiave della svolta.

 

I "pizzini" tenuti da don Vito e oggi in possesso dei giudici, sembrano essere per nulla dei "falsi". Certo, il "papello" non risulta essere stato scritto da nessuno dei 27 uomini di Cosa nostra sottoposti a perizia, nè dallo stesso Riina. Ma questo non toglie che sia stato offerto a Ciancimino come base di discussione per la trattativa con lo Stato.

Ecco: è proprio per questo tipo di attività di "postino" che oggi Massimo si trova indagato. Fu lui - per sua stessa ammissione - a prendere dalle mani del medico Antonino Cinà (mafioso e medico curante di Riina) la busta con "papello" e a portarla al padre. Fu lo studio medico di Cinà a funzionare da "centro raccolta" per la corrispondenza tra Riina e Vito Ciancimino.

 

Ma non solo: tante altre lettere sono state recapitate a don Vito, anche mentre si trovava detenuto a Rebibbia. Una corrispondenza andata avanti nel tempo, pure dopo il fallimento dei contatti coi carabinieri del Ros. Era il tempo in cui don Vito chiedeva all'amico Bernardo Provenzano di interessarsi della sua "condizione" (di detenuto ndr) insopportabile.

E il vecchio corleonese lo tranquillizzava, promettendo interventi politici. Promesse forse irrealizzabili ma che servivano a rabbonire l'ex sindaco e ad evitare che raccontasse i suoi misteri.

27-10-2010]

 

 

VIENI AVANTI, CIANCIMINO! - Gli omicidi del giornalista de ’L’Ora’ Mauro De Mauro ma anche l’ex procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione, cosi’ come l’ex presidente della Regione Piersanti Mattarella e il generale Dalla Chiesa sarebbero stati commissionati "da ambienti istituzionali romani" e la mafia "ebbe solo il ruolo di manovalanza nell’organizzare gli omicidi eccellenti" - De Mauro "era stato eliminato per le inchieste che in quel periodo stava conducendo", dal golpe Borghese al delitto di Enrico Mattei

Adnkronos) - Gli omicidi del giornalista de 'L'Ora' Mauro De Mauro ma anche l'ex procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione, cosi' come l'ex presidente della Regione Piersanti Mattarella e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sarebbero stati commissionati "da ambienti istituzionali romani" e la mafia "ebbe solo il ruolo di manovalanza nell'organizzare gli omicidi eccellenti".

 

A dirlo ai magistrati e' Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino in un verbale dello scorso 8 ottobre e che ora potrebbe entrare nel processo nell'omicidio del giornalista Mauro de Mauro, scomparso il 16 settrembe 1970 a Palermo.

A chiedere la produzione del verbale e' stato oggi il pm Sergio De Montis durante l'udienza presieduta da Giancarlo Trizzino. "Ho deciso di presentarmi al fine di riferire quanto a mia conoscenza sul sequestro di Mauro De Mauro", inizia cosi' la deposizione di Massimo Ciancimino davanti ai pm di Palermo. In quella stessa circostanza Ciancimino junior ha consegnato la copia di alcuni articoli e dei manoscritti del padre.

 

"La documentazione suscito' il mio interesse soprattutto con riferimento alla figura di Pietro Scaglione, amico di famiglia, e alle eventuali motivazioni che avevano indotto i suoi 'paesani' a decretarne l'eliminazione -racconta Ciancimino ai pm- mio padre ebbe a spiegarmi come sin dal 1970, anno in cui era stato chiamato a Roma dall'allora ministro dell'Interno Restivo a svolgere il ruolo di intermediario tra lo Stato, Riina e Provenzano in alcune vicende delicate, spesso la mafia ebbe solo il ruolo di manovalanza nell'organizzare ed eseguire omicidi eccellenti in realta' commissionati da ambienti istituzionali romani".

 

Tra questi delitti, secondo Ciancimino sarebbero stati inseriti gli omicidi di Mauro De Mauro e di Pietro Scaglione "e poi a seguire -ha spiegato Ciancimino- tutti gli altri omicidi cosiddetti eccellenti, Mattarella, Dalla Chiesa e cosi' via fino alle stragi del '92 e '93". E' sempre Ciancimino a spiegare che il padre, Vito Ciancimino, "in un primo momento aveva ricondotto il movente dell'omicidio Scaglione a una possibile vendetta per essersi lo stesso rifiutato di visionare, su richiesta di mio padre, il dossier processuale di Liggio.

 

Quasi sentendosi in colpa e contravvenendo a una regola che si era imposto mio padre chiese spiegazioni a Provenzano del perche' avessero ucciso Scaglione, che come gia' detto era un amico di famiglia, lamentandosi di non essere stato informato, anche perche' gli stessi Riina e Provenzano gli avevano chiesto proprio in quel periodo di raccogliere informazioni da Scaglione su eventuali indagini sui cugini Salvo".

 

Sempre secondo quanto riferisce Massimo Ciancimino, Bernardo Provenzano, allora latitante avrebbe risposto a Vito Ciancimino "di chiedere spiegazioni ai suoi amici e referenti romani. Provenzano gli disse anche che uno dei principali motivi che aveva indotto i romani a sollecitare l'eliminazione di Scaglione era l'inchiesta che lo stesso stava seguendo sul delitto De Mauro". Secondo Massimo Ciancimino, notizia che avebbe appreso dal padre, il giornalista Mauro De Mauro "era stato eliminato per le inchieste che in quel periodo stava conducendo", dal golpe Borghese al delitto di Enrico Mattei.

 

Dell'omicidio De Mauro Vito Ciancimino avrebbe parlato anche con il boss mafioso Stefano Bontade, poi ucciso in un agguato nel 1980, "accusandolo di avere innescato un meccanismo perverso che aveva condotto all'eliminazione di Scaglione, personaggio a suo dire integerrimo ma garantista, quindi attribuendo allo stesso Bontade una responsabilita' nel delitto De Mauro".22-10-2010]

 

"Per Borsellino non siamo stati noi" - La strage di via D’Amelio non sarebbe stata solo opera della mafia, ma soprattutto dei Servizi. È il pensiero di Riina, esternato ai pm della Dda di Palermo dal legale del boss - ma il peggio è questo: indagato un funzionario di polizia, braccio destro del ’signor Franco’, il misterioso agente dei servizi segreti che secondo Massimo Ciancimino sarebbe una delle menti della trattativa tra la mafia e lo Stato...

La Stampa.it

 

La strage di via D'Amelio non sarebbe stata solo opera della mafia, ma soprattutto dei Servizi. È il pensiero di Totò Riina, esternato ai pm della Dda di Palermo dal legale del boss, Luca Cianferoni. L'avvocato è stato sentito dal sostituto procuratore Lia Sava e dall'aggiunto Antonio Ingroia che in questi giorni stanno ascoltano testimoni nell'ambito dell'inchiesta sul bandito Giuliano, riaperta dopo un esposto secondo cui il cadavere seppellito non sarebbe il suo, ma di un'altra persona. Cianferoni in un'intervista aveva accostato la sorte di Giuliano a quella di Borsellino, sostenendo che in entrambi i casi ci sarebbe la mano dei servizi segreti.

I magistrati gli hanno allora chiesto di chiarire queste parole. Il legale, così, autorizzato dal suo cliente, avrebbe rivelato quella che sarebbe l'idea di Riina in merito alla strage di via D'Amelio, in linea, del resto, con quanto detto al figlio Giovanni, in un colloquio intercettato in carcere: «Per Borsellino non siamo stati noi».

Intanto, sarebbe stato indagato il braccio destro del 'signor Franco', il misterioso agente dei servizi segreti che secondo Massimo Ciancimino sarebbe una delle menti della trattativa tra la mafia e lo Stato.

Si tratterebbe di un funzionario di polizia in forza al servizio segreto civile Aisi che sarebbe stato l'autista e il collaboratore del 'signor Franco'. È accusato di violenza privata aggravata dall'avere favorito Cosa nostra. In due occasioni avrebbe minacciato Ciancimino jr affinchè tacesse sulla trattativa e sui rapporti del padre con esponenti politici. [21-10-2010]

 

 

MAFIA: MORTE ENRICO MATTEI, AL PROCESSO DE MAURO EX DIRIGENTE SNAM GIROTTI - SI PENSAVA CHE FOSSE MORTO, INVECE HA 92 ANNI ED E' VIVO...
(Adnkronos) - L'ex amministratore delegato della Snam Raffaele Girotti, oggi 92enne, fa il suo ingresso al processo per l'omicidio Mauro De Mauro di Palermo. La sua audizione e' stata chiesta oggi dal pm Sergio De Montis per fare luce anche sugli scenari della morte del Presidente dell'Eni, Enrico Mattei. All'epoca della sciagura aerea di Bascape', il 27 ottobre 1962, quando Mattei mori' in un incidente aereo, Girotti era amministratore delegato della Snam, societa' controllata dell'Eni e proprietaria della flotta aerea dell'ente petrolifero. Fino ad oggi si pensava che Girotti fosse morto, invece, il pm De Montis, grazie ad alcune indagini della Squadra mobile ha scoperto che e' ancora vivo. 23.10.10

 

TOH, LEGGENDO ’LA STAMPA’ (NIENTE SUGLI ALTRI GIORNALI) SI SCOPRE CHE MASSIMO CIANCIMINO HA "MANIPOLATO" LA CARTA CHE LEGA BERLUSCONI ALLA MAFIA - LA DIFESA DEL FIGLIO DELl’ex sindaco mafioso di Palermo: AI PM AVEVO SEGNALATO DI AVER ASSEMBLATO DUE APPUNTI PER COMODITÀ (GUARDA UN PO’ IL CASO

Riccardo Arena per "La Stampa"

 

Stavolta la manipolazione la rilevano i consulenti, chiamati dalla Procura a verificare l'attendibilità e la provenienza dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino.

Al processo di Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano, una presunta manovra sulle carte era stata rappresentata, all'udienza del 28 settembre, dall'imputato principale, Mori. L'ex direttore del Sisde aveva mostrato in aula la sovrapposizione tra due documenti: da uno stesso originale ne sarebbero stati ricavati due.

 

Ieri un'operazione simile è stata fatta notare, su un'altra carta prodotta dal superteste dell'indagine sulla trattativa mafia-Stato, da Maria Vincenza Caria e Marco Pagano, del gabinetto di polizia scientifica di Roma, nominati dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.

Pronti a confermare, rispondendo alle domande dell'avvocato Basilio Milio, che due originali sono stati messi insieme, qualche parola è stata spostata dall'uno all'altro ed è stato realizzato un collage suggestivo, perché assieme ad appunti scritti a stampatello da Massimo Ciancimino su «rapporti Dell'Utri», assieme a riferimenti a «Milano-Gelli-Bono-Calvi», c'erano parole scritte dallo stesso don Vito: «Berlusconi-Ciancimino» e, più in basso, «Milano truffa assicurazioni».

 

Un po' quanto aveva fatto rilevare Mori il 28 settembre, quando aveva evidenziato come a una lettera contenente minacce nei confronti dello stesso attuale premier, fosse stata aggiunta (sempre in maniera grossolana) la scritta, di pugno di don Vito, «e, p.c. (per conoscenza, ndr) al presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi». E anche in quel caso ci sarebbero state un'estrapolazione e una sovrapposizione.

 

Secondo quanto hanno riferito ieri i consulenti, l'ex sindaco mafioso di Palermo, i riferimenti a Berlusconi li aveva scritti: non in quel contesto ma in un altro appunto, consegnato dallo stesso teste alla Procura di Caltanissetta. Gli esperti hanno effettuato la comparazione e hanno visto che in alcune parti il reperto «3-Cl» e il «3-Comp. Palermo», combaciavano alla perfezione: «Le coincidenze strutturali-proporzionali dei tracciati grafici, entrambi esaminati in fotocopia consentono di esprimere un giudizio di riconducibilità degli stessi da un unico originale».

 

Massimo Ciancimino non ci sta. «Avevo segnalato io stesso, ai pm di Palermo - dice al telefono - di avere unito i due documenti. L'ho fatto unicamente per comodità, per assemblare due diversi appunti che mi servivano entrambi per il mio libro. Il fatto che si tratti di due fotocopie messe insieme è evidente».

Ma se erano appunti, perché cercare di far credere che quei riferimenti a Berlusconi li avesse scritti don Vito? «L'ho detto ai pm, ma ora sarò crocifisso per un documento su 55 che sono stati ritenuti autentici».

 

In effetti ieri il pool coordinato da Piero Angeloni, ha confermato che i documenti attribuiti a Vito Ciancimino sono stati effettivamente scritti dall'ex sindaco, e che i periodi di fabbricazione della carta sono compatibili con quanto dichiarato dal figlio Massimo. Ma un altro esperto, Lorenzo Rinaldi, ha agitato nuovi dubbi sui 7 pizzini attribuiti dal teste al boss Provenzano.

Sarebbero stati scritti, secondo il teste, tra il 1992 e il 2001, con una sola macchina per scrivere, diversa dalle sette usate da «Binu» e conosciute dagli investigatori. I martelletti, però, col tempo si usurano e cambia anche la scrittura. Ma in questi pizzini non ci sono significative differenze: è come se quella macchina fosse stata usata solo per scrivere quei biglietti.

 13-10-2010]

 

 

SILENZIO, PARLA RIINA - IL CAPO DEI CAPI SA DI ESSERE INTERCETTATO E DURANTE UN COLLOQUIO IN CARCERE COL FIGLIO LANCIA SEGNALI A DESTRA E A MANCA: LE STRAGI, I SERVIZI, LA TRATTATIVA – “AI MAGISTRATI HO DETTO: QUEL PROVENZANO CHE VOIALTRI DITE CHE ERA D’ACCORDO PER FARMI ARRESTARE... NON HA FATTO ARRESTARE MAI NESSUNO” – SU CIANCIMINO E SUO FIGLIO MASSIMO: “LORO SI INCONTRAVANO CON I SERVIZI SEGRETI, PADRE E FIGLIO. PURTROPPO... PROVENZANO NO!” – IL BANANA LIQUIDATO CON UNA SOLA BATTUTA: “CI CREDO POCO E NIENTE”…

Lirio Abbate per "L'espresso" in edicola domani

 

1 - PAROLA DI RIINA...
Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare bene. Chiuso». Potrebbe intitolarsi: "La mafia spiegata a mio figlio". Una lezione unica, del maestro più esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha cambiato Cosa nostra e la storia d'Italia, dopo 14 anni ha potuto incontrare per la prima volta il figlio Giovanni, anche lui detenuto.

E, sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel colloquio in una summa della sua esperienza criminale, alternando consigli pratici («Sposati una corleonese e mai una palermitana») a messaggi sulle inchieste più scottanti («Della morte di Borsellino non so nulla, l'ho saputo dalla tv»). Un proclama che ha alcuni obiettivi fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con i servizi e ribadire invece la forza dei suoi segreti. Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti delle procure antimafia.

Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia. Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l'uno davanti all'altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò non comprende perché "Giovannello" non è abbronzato. E il figlio spiega: «Perché nell'ora d'aria preferisco fare la corsa».

 

Il boss insiste sulla salute: «Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. È un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero». Ci tiene a trasmettere di essere ancora forte, per niente piegato da 17 anni di isolamento: «Ti devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora... Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello».

TRADIMENTI Poi però entrano nelle questioni serie. Partendo da Bernardo Provenzano: è lui il traditore che ha trattato con lo Stato consegnando il capo dei capi ai carabinieri del Ros? «Ho fatto una difesa di Provenzano. Ai magistrati ho detto: quel Provenzano che voialtri dite che era d'accordo per farmi arrestare... Provenzano non ha fatto arrestare mai nessuno».

I rinnegati per lui sono altri, più volte attaccati durante il colloquio: Vito Ciancimino e suo figlio Massimo, che con le sue dichiarazioni sta animando l'ultima stagione di inchieste. «Loro si incontravano con i servizi segreti, padre e figlio. Provenzano no. I magistrati durante l'interrogatorio non ci credevano, e gli ho detto: "E purtroppo... Provenzano no!"».

 

Sull'uomo che assieme a lui è stato protagonista della più incredibile scalata mafiosa, che in mezzo secolo ha trasformato due contadini di Corleone nei padroni di Cosa nostra fino a sfidare lo Stato, su quel Provenzano che è stato il reggente del vertice della cupola fino al giorno dell'arresto si dilunga.

Alternando segnali positivi a frecciate sibilline, riferite ai pizzini trovati tra ricotta e cicoria nel covo di Montagna dei Cavalli: «I magistrati mi hanno detto che sono troppo intelligente (facendo riferimento alla difesa di Provenzano, ndr) ed ho risposto che non è così. Non sapevo di avere un paesano scrittore. Il mio paesano (Provenzano, ndr) è scrittore, ma non si sedeva con gli sbirri per farmi arrestare. Il paesano queste cose non le fa».

E sempre su Provenzano: «Onestamente è quello che è, non voglio soprassedere. Però farlo passare per uno che arresta le persone, non è persona di queste cose. I mascalzoni sono gli altri che lo vogliono far entrare. Perché Giovà devi essere onesto con lui: per me ha un cervello fenomenale per l'amor di Dio, ha un cervello suo quando fa lo scrittore e scrive... quindi solo lo scrittore può fare queste cose.

Lo sapevi che papà lo difende lo scrittore? Gli dissi l'altro giorno che non sapevo che avevo uno scrittore al mio paese, io so che c'è uno scrittore che si chiama Provenzano ma incapace di farmi arrestare i cristiani (i mafiosi, nd.)». E torna ad accusare i due Ciancimino: «Qui infamoni sono padre e figlio e tutte queste persone perché devono far passare...».

Il capo dei corleonesi riflette sulle frequentazioni che avrebbe avuto Provenzano e sulla confidenza che avrebbe dato a Ciancimino. «La gente bisogna delle volte guardarla dall'alto in basso e valutare se vale la pena frequentare certe persone. Quando io gliene parlavo a Provenzano di questi, gli dicevo che non ne valeva la pena, ma lui mi diceva:

 

"Noo", ed io: "Ma finiscila, finiscila, vedi che non ne vale la pena". Adesso a distanza di tempo questo è il regalo che gli ho fatto». «Papà, hai avuto sempre un sesto senso per... Hai avuto sempre il sesto senso». «Giovà, ma lo sai perché, che cos'è? Il cervello sveglio, che sono più avanzato di un altro, più sveglio, hai capito perché?».

DOPPI SERVIZI La questione dei servizi segreti aleggia in tutto l'incontro. Direttamente e per vie trasversali. Quando Provenzano venne arrestato, alcuni quotidiani narrarono un diverbio in carcere con il giovane Riina che avrebbe visto il padrino entrare nel penitenziario e lo avrebbe accolto insultandolo come "uno sbirro". Una versione impossibile: i boss al 41 bis non hanno contatti tra loro di nessun genere. Le indagini hanno fornito una ricostruzione suggestiva di questo falso episodio che porta a riflettere sul ruolo depistante che avrebbero avuto fino ai giorni nostri alcuni uomini degli apparati di sicurezza.

È stato uno 007 infatti a riferire la falsa notizia del diverbio a Massimo Ciancimino, che poi ne ha parlato con un giornalista, come lui stesso ha detto ai pm. Su questo fatto indaga la Procura di Roma. Un altro mistero, che i due Riina chiariscono faccia a faccia. «Non è vero che tu lo incontravi in carcere... Come potevi incontrarti con Provenzano? Me lo devi dire», chiede il boss al figlio.

«Una buffonata, una vergogna... Lo sai papà, non mi permetto nemmeno a dirlo a quelli che lo dovrebbero meritare determinate cose, immagina se me lo metto a dire a qualcuno che non lo merita».

E Riina sintetizza la sua linea: «Ho voluto dirlo ai magistrati che con questi servizi segreti di cui parla lui (Ciancimino jr, ndr) io non ho mai parlato, non li conosco, anche perché se io mi fossi incontrato con uno di questi dei servizi segreti non mi chiamerei più Riina...». E conclude: «Mi hanno chiesto se conosco nessuno (il riferimento è ad uomini dei servizi, ndr). Non conosco nessuno, e se mi fossi incontrato con queste persone non mi chiamerei Riina. Minchia l'avvocato stava morendo, mi stava cadendo a terra...».

STRAGI SU STRAGI Il vecchio corleonese autore e mandante di centinaia di omicidi e stragi riflette in carcere con il figlio sull'uccisione di Paolo Borsellino. Il boss critica l'atteggiamento di Giovanni Brusca che per l'attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio 1992. «Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l'ho saputo dalla televisione e non so niente».

A Milano durante un'udienza aveva fatto un'altra uscita, ancora più esplicita per prendere le distanze dall'ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993 quando era già in cella: «Non ne so nulla, ma bisogna capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva colpire».

 

Più in generale, nell'incontro con il figlio confida: «Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po' tutti. Perché un po' tutti? Perché l'ultima parola era sicuramente la mia e quindi l'utima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare nella vita.

Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l'ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest'ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po' avvantaggiatello. Questa è la vita a papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?».

E poi spiega: «Perché anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita...».

PAPELLO E TRATTATIVA Parlano anche del "papello", la lista di richieste in favore di Cosa nostra che secondo alcuni collaboratori di giustizia fra cui Giovanni Brusca, Riina avrebbe fatto avere nel 1992 a uomini dello Stato per far cessare le stragi. È la trattativa. Copia del "papello" è stata consegnata ai magistrati di Palermo da Massimo Ciancimino, il quale sostiene che suo padre lo avrebbe ricevuto perché fece da tramite fra i corleonesi e uomini dello Stato.

 

Nel colloquio con Giovanni, il capo dei capi non smentisce l'esistenza di una lista con le richieste. Non smentisce che quel "papello" che oggi fa tremare ufficiali delle forze dell'ordine e politici sia esistito. A Giovannello dice solo che il foglio prodotto da Ciancimino «non è scrittura mia...».

E aggiunge: «Giovà, nella storia, quando poi non ci sarò più, voi altri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce ne è sulla Terra, non credete che ne trovate, un altro non ce ne è perché io sono di un'onestà e di una coerenza non comune».

Il capo dei corleonesi sembra non dare alcuna apertura di collaborazione, ma vuole far prevalere il suo ruolo di numero uno di Cosa nostra. Di boss che non parla con gli sbirri. «Ho chiuso con tutti perché non ho nulla a che vedere con nessuno. Il magistrato voleva farmi una domanda e gli ho subito detto: "Non mi faccia domande perché non rispondo". E lui non ha parlato, è stato zitto, perché io so mettere ko un po' tutti perché io ho esperienza Giovà, ho esperienza».

BAGARELLA A un certo punto Riina senior chiude con stragi e servizi per affrontare questioni familiari. «Giovanni lasciamo stare, salutami lo zio quando gli scrivi». Lo zio a cui fa riferimento è Leoluca Bagarella, lo stragista che ha sulle spalle centinaia di omicidi. Un sanguinario che secondo alcuni pentiti nella sua vita avrebbe versato poche lacrime solo in occasione della morte della moglie che sembra essersi suicidata.

 

La scomparsa della donna è ancora un mistero, come pure il luogo in cui è stata sepolta. Nei confronti di quest'uomo che non ha mai avuto pietà per le sue vittime, Totò Riina usa queste parole con Giovanni, forse facendo riferimento alla morte della moglie: «Rispettatelo sempre, che volete povero uomo sfortunato; anche lui nella vita proprio sfortunato nella vita per quello che gli è successo. Purtroppo questa è la vita e dobbiamo andare avanti".

Le raccomandazioni di tenere unita la famiglia, e di pensare al futuro per Salvo, l'altro figlio che è pure lui detenuto e che nel 2011 finirà di scontare la pena per associazione mafiosa, vengono spesso ripetute. Non mancano i riferimenti alla passione comune che padre e figlio hanno: quella del ciclismo. "Il Giro d'Italia me lo seguo sempre", sottolinea Totò Riina, commentando le prestazioni di Petacchi, le sue volate e le vittorie. "Io spero sempre in Basso, però c'è questo Contador, è troppo forte, minchia è troppo forte questo!". E dal figlio vuole la conferma se legge sempre la "Gazzetta dello Sport". "Sì, sì, seguo tutto a livello sportivo...".

CIBO E POLITICA L'unico accenno alla politica viene buttato in modo casuale, discutendo del vitto concesso dal governo: «Berlusconi, che io ci credo poco o niente...». Una battuta, verrebbe da credere, anche se il capo dei capi è un maestro nel calibrare le parole. Ne parla mentre consiglia al figlio di mangiare molta frutta ed elenca quali alimenti acquistare. «Perché io qui ho preso chili... Giovà, la vita che faccio io con questo signore... Berlusconi, che ci credo poco e niente, la vita che faccio con questo... io mangio come un pazzo e metto su chili».

 

Giovanni ribatte che in carcere si trova bene, e che si è pure iscritto a scuola per conseguire il diploma di Agraria. Ma suo padre ci tiene a precisare: «Cerca di non litigare con nessuno, comportati sempre bene, come mi sono sempre comportato io». Giovanni ribatte: «Ci vuole un po' di pazienza nella vita». «E noi ne abbiamo», risponde il padre. E aggiunge: «Riconosco che la galera è difficile, però uno se si mette in testa di non far del male agli altri, diventa facile, bisogna avere un po' di pazienza». Il figlio annuisce «ne abbiamo. Purtroppo sono già 14 anni che sono qua dentro ...».

Ma Totò gli indica il suo esempio: «Giovanni, qui mi portano in braccio. Mi portano sul palmo delle mani... Mi rispettano tutti. Mi rispettano Giovà, sanno che sono tedesco, sanno che c'è profumo, qualcuno che... perché io non parlo. Io non gli rispondo, sanno che non parlo. Sono un ottantenne e conosco la vita che c'è fuori, il mondo che c'è fuori, quindi valuto tutto e tutti. E mi so regolare con tutti».

 

FERMARE I PENTITI Il boss poi loda la moglie che lo ha sempre assistito restando al suo fianco, ma non scarica su di sé la colpa di «tutte le sofferenze» che la sua famiglia sta vivendo. Non a caso Totò Riina è stato sempre definito "un tragediatore" dai mafiosi che lo hanno conosciuto: parla con il figlio come se la loro detenzione non fosse la pena per stragi ordinate e omicidi commessi, ma solo colpa del fatto che «c'è gente disgraziata, gente infamona». Il riferimento è ai pentiti che lo accusano: «C'è gente meschina, ha fatto questo su minacce e su tutto? Perché sono nati tra i carabinieri? Sono nati tra gli infamoni? Sono nati spioni?». E Giovanni risponde: «Eh, ognuno sì... approfittatori... approfittatori».

Il capo dei capi butta lì una frase che sembra indicare un suo tentativo per bloccare i pentiti. «Mi fermo lì, quello che ho potuto fare, io ringrazio pure a me stesso. L'ho fatto... ho cercato pure...». Giovanni comprende il senso di quello a cui il padre si riferisce e dice: «Però uno non è che può sempre...». Il capomafia bisbiglia al figlio una parola: «Questo Brusca...». E il discorso su questo argomento finisce così. I due parlano subito di altro.

Il pensiero vola ancora a Salvo, il figlio minore che il prossimo anno lascerà il carcere. Il boss vuole che vada a lavorare a Firenze perché a Corleone «non ci può tornare». Ma il valore della famiglia e dei corleonesi Totò Riina cerca di spalmarlo in tutti i suoi discorsi: «Caro Giovanni, nella vita dovete capire che siamo di Corleone, non siamo palermitani, quindi, se avete determinazione, pensate di trovare una ragazza lì a Corleone, perché bene o male, bene o male, è sempre una corleonese».

 

Giovanni contrasta questo discorso: «Però devo dire una cosa che il ragionamento mogli e buoi dei paesi tuoi, funzionava, un tempo; adesso purtroppo non è nemmeno così». E il padre: «Eh sì però c'è sempre questo fatto dei paesi tuoi... Dici: "Corleone non è più come i tuoi tempi" però a papà sempre una paesana bene o male sappiamo chi è la mamma, chi è la nonna, chi era il nonno, chi è il padre, invece alle volte...».

Ma il messaggio fondamentale per lui è trasmettere di essere ancora forte. «Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: "Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo". Devono sapere invece... che a me non mi distruggete». Una tenuta sintetizzata con una frase: «Facciamoci questa galera... Io a ottanta anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare».

2 - QUANDO LA FAMIGLIA CRESCE IN LATITANZA...
L'immagine sanguinaria di Totò Riina ha fatto da sfondo alla Sicilia degli ultimi quarant'anni. La sua ombra si è allungata su tutte le stragi e sui delitti eccellenti.

IL PADRINO. Dal 15 gennaio 1993 è in carcere dopo una latitanza durata 24 anni.
Quando il volto del capo dei capi apparve in tv, sorprese tutti: nessuno immaginava che un signore così goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il mafioso feroce che le cronache giudiziarie avevano dipinto. I giudici Falcone e Borsellino avevano però compreso lo spessore criminale di Riina, il corleonese dalle scarpe infangate, personaggio ben diverso da quello che si sforzava di apparire sui media. Sono decine gli ergastoli definitivi a cui è stato condannato, fra questi anche quelli per le stragi di via D'Amelio e Capaci. Nel primo maxi processo a Cosa nostra gli è stato inflitto il carcere a vita per una serie di delitti commessi a Palermo negli anni Ottanta.

 

LA MOGLIE. Durante la latitanza Riina ha sposato Ninetta Bagarella, sorella del boss Leoluca, feroce sicario in carcere dal 1995. Le nozze di Riina furono celebrate in gran segreto. Nel 1970, prima del matrimonio, però, la Bagarella venne proposta dalla questura per il confino. Era la prima volta che un provvedimento del genere veniva fatto nei confronti di una donna. La coppia scomparve nel nulla. Così mentre il boss era ricercato sua moglie partoriva quattro figli in una delle cliniche private più esclusive di Palermo: nel 1974 Maria Concetta, nel 1976 Giovanni, nel 1977 Salvatore Giuseppe (detto Salvo) e nel 1980 Lucia. Tutti e quattro furono regolarmente registrati all'anagrafe. Ninetta Bagarella ha fatto ritorno a Corleone con i figli la sera in cui Riina venne arrestato.

I FIGLI. Maria Concetta, diplomata al liceo classico di Corleone, è stata una studentessa dai voti eccellenti. È stata coinvolta in indagini antimafia che hanno riguardato il marito Tony Ciavarello, ma nessun provvedimento è stato adottato nei suoi confronti. Giovanni Riina è in carcere perché deve scontare una condanna all'ergastolo. La sua carriera criminale inizia appena compiuta la maggiore età. Il primo omicidio lo compie a 19 anni strangolando a mani nude un uomo di Corleone, e lo zio Leoluca Bagarella ne andava fiero. Poi i delitti commessi sono proseguiti con altri omicidi per i quali è finito in carcere l'11 giugno 1996.

 

Salvo Riina non è sfuggito al destino mafioso della propria famiglia. È in carcere perchè deve finire di scontare otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa. Nel 2000 era diventato il punto di riferimento dei mafiosi di Corleone. Dalle indagini è emerso che è un ragazzo arrogante, sicuro di sé, pronto a difendere l'onore del padre.Lucia Riina è l'unica della famiglia a non aver avuto a che fare con uffici giudiziari e magistrati. Sposata con un rappresentante di commercio, ha tre figli e vive a Corleone. [16-09-2010]

 

 

MAFIA-FININVEST - TESCAROLI 2, LA VENDETTA...
Il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Luca Tescaroli si avvia a conquistare due record. Il primo magistrato antimafia (è stato pm nel processo per l'attentato a Giovanni Falcone, 37 ergastoli comminati) a essere citato in giudizio dalla Fininvest, e presto anche il primo a restituire il favore con una denuncia contro la Fininvest per intimidazioni e violenza privata. La controffensiva di Tescaroli e del giornalista Ferruccio Pinotti, autori del libro "Colletti Sporchi" (Bur) che ha generato la querela della Fininvest si annuncia durissima.

 

Documenti in abbondanza per dimostrare che le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi ("Totò Riina gestiva i contatti di Cosa nostra con Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi e la Fininvest versava 200 milioni l'anno alla mafia per evitare attentati e sabotaggi ai ripetitori tv in Sicilia") non sono state considerate calunniose dai giudici, tant'è vero che la procura di Caltanissetta ha archiviato ogni denuncia nei confronti del pentito. Ciò che ha irritato i legali della Fininvest è l'accostamento della società di Berlusconi, a loro avviso, agli scenari di riciclaggio di denaro mafioso.

Nel processo, che si svolgerà a Verona in novembre, Tescaroli riaccenderà una luce sui collegamenti tra il processo contro Dell'Utri per concorso in associazione mafiosa (condanna in primo e secondo grado) e il processo per l'omicidio del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi nonché sui contatti tra Calvi, la sua banca e alcune società del gruppo Fininvest. L. I.

28.08.10

 

 

 

CIVITAVECCHIA / 28-06-2010

MAFIA NELL'ALTO LAZIO, AFFARI E POLITICA / Tarquinia e Civitavecchia: distribuito ''Mani sulla città'', dossier sulle infiltrazioni della mafia


Alto Lazio e mafia, ultime notizie Civitavecchia e Tarquinia - in distribuzione a Civitavecchia e a Tarquinia il dossier che documenta l’intreccio perverso tra affari e politica nell’Alto Lazio e la presenza della criminalità organizzata nei comuni della costa tirrenica.
Il dossier, edito sotto la testata di “Tarquinia Città” e “Civitavecchia Città”, a seconda del
rispettivo luogo di diffusione, chiama a raccolta i cittadini per un impegno civile a resistere contro un fenomeno che rischia di sconvolgere l’economia del territorio e le condizioni di vivibilità dell’intera zona.

“Con questo dossier vogliamo lanciare un grido di dolore per la nostra terra – sostiene Luigi Daga, vicepresidente dell’Associazione – Qui ci sono le nostre radici, qui è l’avvenire dei nostri figli e non si può continuare a tacere. Il silenzio è complicità.”

Da terra degli Etruschi, l’Alto Lazio rischia, nella malaugurata idea che vadano in porto alcuni progetti, tra cui quello “secretato” firmato da Gianni Moscherini, sindaco di Civitavecchia, e da Giancarlo Elia Valori, di diventare colonia di poteri forti italiani e stranieri.

“Vogliono cambiare il volto del nostro territorio – affermano i responsabili dell’Associazione – Se passa questo accordo 4.200 ettari a cavallo tra i comuni di Tarquinia e Civitavecchia, saranno riempiti di cemento, grattacieli, capannoni, aree di sosta, piste per aerei cargo, megabanchine container, con il forte rischio di investimento di capitali di dubbia provenienza, magari della mafia cinese, come sostengono, ormai da tempo, alcuni magistrati”.

La mafia esiste e vive, si radica e consolida in un territorio, perché fa affari e perché ha
rapporti con il Potere, necessita di fondi pubblici così come delle concessioni, delle licenze e autorizzazioni per le aziende della "mafia pulita".

La lotta alle mafie, quindi, non può essere relegata alla sola magistratura e alle forze dell’ordine; come indicavano Falcone Borsellino e Caponnetto, unico reale ed efficace contrasto per sconfiggere realmente le mafie è l’assunzione di responsabilità della comunità, della politica e dell’economia.

“E’ questo il nostro modo di fare antimafia – conclude Elvio Di Cesare, Presidente dell’Associazione. – Forze dell’ordine e magistratura vanno aiutati con atti concreti, facendo nomi e cognomi, citando fatti e situazioni specifiche, considerata la gravità e la pericolosità in cui ci troviamo nel Lazio: tutto il resto è solo perdita di tempo!”.

Associazione Antonino Caponnetto

Per contatti:
asscaponnettocv@gmail.com


- Uno Notizie Lazio - ultime news Civitavecchia, Tarquinia

 

FONDI (LATINA) / 13-09-2009

MAFIA, FONDI: INFILTRAZIONI MAFIOSE A FONDI /perchè questo Governo non scioglie il Comune a Fondi ?

FONDI - LATINA (UnoNotizie.it)
 
“Attentati incendiari, arresti a raffica, relazioni prefettizie: davanti a tutto ciò il Governo non decide rendendo così un pessimo servizio alla comunità di Fondi”. Lo dichiara in una nota Enrico Fontana, Capogruppo di Sl alla Regione Lazio, a proposito del mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni mafiose.

“E’ la prima volta che,  per ragioni incomprensibili o peggio ancora inconfessabili, si rinnega l’operato dei prefetti, delle forze dell’ordine e della magistratura - aggiunge Fontana - Ma il Comune di Fondi va sciolto, come si è sempre fatto in Italia per altri Comuni, quando le relazioni prefettizie sono state fatte proprie dal Ministero dell’interno.

E se ne è accorto anche un autorevole esponente del centrodestra intellettualmente onesto, come il vice presidente della commissione antimafia Fabio Granata”.

- Uno Notizie  Fondi ( Latina ) -

 

Caccia al montepremi di eli - se la Tulliani ha mentito sarà facilmente scoperta. Per ritirare una grossa vincita all’Enalotto non ci sono alternative: deve essersi presentata lei stessa alla sede Sisal – Pare esista anche un discreto giro di riciclaggio attorno alle grosse vincite, che non essendo soggette ad alcuna tassazione possono finire integre su un conto sicuro magari all’estero…

Chiara Paolin per il Fatto

Lui è a Santo Domingo coi cellulari staccati. Lei manda lettere tramite avvocati per dire che le sue proprietà sono solo sue, e che anzi l'ex fidanzato le deve ancora una discreta sommetta. In mezzo, una ricevuta fortunata, un tagliando milionario che segna la crisi - anche economica - del rapporto tra Luciano Gaucci ed Elisabetta Tulliani, attuale compagna del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

 

Un pezzo di carta che sta mettendo sottosopra la politica e i media italiani: chi vinse davvero quei due miliardi di lire nel 2000? Come venne spartita la cifra tra gli (allora) amanti e protagonisti della mondanità romana? Domande senza risposte visto che la Tulliani dice una cosa e Gaucci l'esatto contrario. Versioni inconciliabili.

Chi è il fortunato vincitore?
Tutti i beni ascrivibili alla bionda signora (e ai suoi familiari) sono ormai oggetto di scrupolose analisi da parte di Libero e Il Giornale, che dividono le loro pagine tra questa storia e quella dell'appartamento lasciato in eredità al partito di Fini è andato in affitto al fratello della Tulliani, Giancarlo.

Visto l'assalto mediatico, ‘Eli' - come la chiamava Gaucci - ha deciso di stringere i ranghi: lettera piccata a tutta la stampa in cui precisa che la lite davanti al tribunale civile di Roma per un tesoretto di beni mobili e immobili conteso tra lei e l'ex imprenditore è dovuta a una querelle di cui è vittima e non carnefice. Che non esiste alcuna denuncia per appropriazione indebita avviata da Gaucci per contestare la titolarità di beni intestati a lei (solo per sfuggire alle grinfie dei creditori).

Questa in effetti era la tesi lanciata da ‘Luciano l'uragano' nei mesi scorsi: "Il Fisco sta cercando di recuperare beni in seguito al fallimento delle mie società - aveva detto a Dagospia riferendosi a quattro appartamenti intestati alla ex compagna - Il denaro necessario per l'acquisto delle case ha origine da una schedina del Totocalcio con cui ho centrato un 12+1. Ed è facilmente riscontrabile che il conto corrente di Elisabetta all'epoca, nove anni fa, era privo di tali fondi".

Ecco dunque il famoso tagliando, la vincita fortunata che spiegherebbe l'origine dei beni ormai di proprietà della Tulliani nonostante Gaucci avesse parlato di un accordo privato, con tanto di lettera sottoscritta, in cui Elisabetta riconosceva la vera titolarità dei beni.

 

Un documento scomparso, una versione della storia seccamente rifiutata tramite apposita nota legale degli avvocati di casa Tulliani: "I beni mobili e immobili indicati dal signor Gaucci nell'atto di citazione - scrivono Carlo Guglielmo e Adriano Izzo a proposito della causa romana - sono stati acquistati con denaro proprio della signora Tulliani e della sua famiglia. In particolare, l'acquisto è avvenuto con i ricavi di una vincita all'Enalotto e con gli ulteriori risparmi dei genitori della signora Tulliani.

Di tale circostanza la nostra assistita ha fornito ampia prova documentale, dimostrando, in particolare, che la vincita all'Enalotto era di sua esclusiva pertinenza. Dopo l'incasso della somma una parte cospicua di essa, esattamente un miliardo e cento milioni di lire, è stata messa a disposizione del Sig. Gaucci con l'espresso incarico di provvedere a gestirla in proficui investimenti nell'interesse della medesima. Tale somma non è mai stata restituita dal Sig. Gaucci, con la conseguenza che la Sig.ra Tulliani si è trovata costretta a svolgere apposita domanda di restituzione nel giudizio civile in corso".

Ma allora: Totocalcio o Enalotto? Chi dice la verità?

 

IL RICORDO DELL'AVVOCATO
Giuliano Maria Pompa, l'avvocato che seguì la vicenda del Perugia e il crac finanziario di Gaucci, rimette la palla al centro: "All'epoca non esisteva alcun rapporto finanziario tra Gaucci e la Tulliani. Nessun bene le era stato intestato e non ricordo affatto che la signorina avesse un ruolo nella distribuzione dell'asse patrimoniale di Gaucci".

Quindi ogni eventuale operazione creativa inventata dall'ex patron del Perugia prima della fuga nel paradiso di Santo Domingo - dove riparò nel 2005 per evitare la condanna a tre anni di carcere per bancarotta fraudolenta - avvenne fuori da registri ufficiali e carte vidimate.

Quel che è certo è che se la Tulliani ha mentito sarà facilmente scoperta. Per ritirare una grossa vincita all'Enalotto (o meglio al Superenalotto, come si chiama ora) non ci sono alternative: deve essersi presentata lei stessa alla sede Sisal di via Sacco e Vanzetti 89 a Roma e aver compilato l'apposito modulo per farsi versare il premio sul conto corrente personale.

 

Oppure può essersi fidata di un mediatore, perché allo sportello Sisal il vincitore è chi porta il tagliando e indica un conto corrente a lui intestato presso la propria località di residenza. Pare esista anche un discreto giro di riciclaggio attorno alle grosse vincite, che non essendo soggette ad alcuna tassazione possono finire integre su un conto sicuro magari all'estero, se a ritirarle è la persona giusta.

L'Agenzia delle entrate e i magistrati romani non hanno che da chiedere lumi alla Sisal, sempre disponibile a cedere le preziose informazioni sui fortunati vincitori (il cui anonimato è assolutamente garantito in tutti gli altri casi): se Eli ha vinto, il round è suo. E Fini tirerà un sospiro di sollievo.

 

 

[05-08-2010]

 

 

 

IL PADRINO NEL PALLONE – IL RICERCATO N.1, MATTEO MESSINA DENARO A MAGGIO ERA SPAPARANZATO BEATO ALLO STADIO A VEDERE PALERMO-SAMP – E NON PER FARE IL TIFO PER I ROSANERO, MA PER UNA RIUNIONE CON IL GOTHA DI COSA NOSTRA E DECIDERE LA STRATEGIA FUTURA (BOMBE O NON BOMBE, QUESTO è IL PROBLEMA) – IL PENTITO RIVELA: “È UNA TESTA CALDA, SE DEVE PARTECIPARE A UN INCONTRO DAVVERO IMPORTANTE PRENDE UNA SMART E VA. SENZA SCORTA”…

Salvo Palazzolo per "la Repubblica"

Il ricercato numero uno della mafia siciliana, il trapanese Matteo Messina Denaro, seduto fra gli spalti dello stadio Renzo Barbera di Palermo. È un´immagine che ha dell´incredibile, ma la fonte che l´ha riferita in carcere ai carabinieri del Ros non ha dubbi.

Sarebbe stato proprio Matteo Messina Denaro, il custode dei segreti di Riina e Provenzano, quel distinto tifoso (con tanto di maglietta del Palermo al seguito) arrivato a maggio allo stadio per incontrare alcuni mafiosi palermitani. C´era una riunione quel giorno. Si discuteva del progetto messo con insistenza in agenda da alcuni giovani boss rampanti, per colpire il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo.

 

Dice la fonte che Messina Denaro era contrario al ritorno alla strategia delle bombe. Ma i palermitani insistevano, e del nuovo corso mafioso si sarebbe dovuto discutere in un´altra riunione. Ai no di Messina Denaro, i fautori della linea dura avrebbero risposto rilanciando: «Dovremmo fare due attentati in ogni provincia».

Ecco i retroscena dell´ultimo allarme attentati in Sicilia lanciato la settimana scorsa dal Viminale con un fonogramma urgente inviato alla prefettura. Le indicazioni offerte dalla fonte in carcere ai carabinieri sono adesso al vaglio dei magistrati della direzione distrettuale antimafia Marcello Viola, Lia Sava e Francesco Del Bene, nonché del procuratore aggiunto Antonio Ingroia.

La parola d´ordine è «non sottovalutare alcuna indicazione», anche perché le informazioni parlano di nuovi mafiosi in campo, fautori della linea dura. E già da mesi le indagini parlano di una riorganizzazione in atto tra le fila di Cosa nostra. In che direzione, non è ancora chiaro.

 

Ma è credibile l´immagine del ricercato numero uno della mafia siciliana che va in uno stadio super sorvegliato? Per la cronaca, a maggio, c´è stata solo una partita al Renzo Barbera, il 9: segnava la battaglia finale fra Palermo e Sampdoria per l´accesso alla Champions League. Chi indaga ricorda la passione calcistica di uno dei colonnelli di Messina Denaro, Andrea Mangiaracina: nel 1990 finì in manette per una telefonata di troppo, quella in cui chiedeva a un favoreggiatore di fargli avere urgentemente un televisore per vedere le semifinali di Italia Novanta. Ma Messina Denaro non sembra un grande appassionato di calcio.

In gioco ci sarebbe stato dell´altro, quel giorno di maggio: la decisione su un cambio di strategia di Cosa nostra. Dice un investigatore: «Messina Denaro resta una testa calda, se deve partecipare a un incontro davvero importante prende una Smart e va. Senza scorta».

Le sue tracce più recenti risalgono ormai a marzo. Le intercettazioni dicevano di un gruppo di favoreggiatori che si dava un gran da fare per preparare «una villa con tutti i confort che lui vuole», alla fiume del Belice. Quella villa i poliziotti hanno cercato a lungo, ma inutilmente.

 27-07-2010]

 

LA LETTERA SEGRETA E PROFETICA DI DON VITO CIANCIMINO - indirizzata a un dirigente di Bankitalia candidatO aD occupare la poltrona di presidente del Consiglio, ALL’INDOMANI DELL’ATTENTATO DI CAPACI A FALCONE in quel convulso autunno del ’92, LA MISSIVA È STATA CONSEGNATA DAL FIGLIO MASSIMO ALLA PROCURA DI PALERMO - IL COLONNELLO MORI VOLEVA TRATTARE CON TOTÒ RIINA...

Guido Ruotolo per "la Stampa"

In tempi non sospetti, siamo al novembre del 1992, don Vito Ciancimino lascia tracce dei suoi incontri con il Ros dei carabinieri, con il colonnello Mario Mori, prima della strage di via D'Amelio. Come tanti altri materiali riaffiorati dagli archivi della famiglia Ciancimino 18 anni dopo quella tragica stagione, anche questo documento è stato consegnato alla Procura di Palermo.

 

Si tratta di una lettera indirizzata a un dirigente di Bankitalia il cui nome era compreso in una rosa di candidati a occupare la poltrona di presidente del Consiglio, in quel convulso autunno del '92.

Mercoledì Massimo Ciancimino sarà di nuovo in pellegrinaggio a Palermo, e poi a Caltanissetta, per una nuova serie di colloqui-interrogatori con i magistrati che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, e sulla strage di via D'Amelio. E mercoledì Ciancimino jr dovrà anche spiegare la lettera nella quale il padre si assunse un ruolo di compartecipe di quella «cricca» - una decina di personalità, tra ministri in carica, funzionari e generali degli apparati di sicurezza - che, mentre crollava la Prima Repubblica abbattuta da Mani Pulite, lavorava a creare le condizioni per «una nuova entità politica».

 

L'incipit di questa lettera è chiarissimo: «Sono Vito Ciancimino il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente Lei deciderà di scendere in politica come da amici di regime mi è stato sussurrato.

Ritengo mio dovere precisare che direttamente e indirettamente faccio parte di quel "regime" che oggi, a causa di tutti loro e anche i miei sbagli costringeranno Ella, sicuramente persona super partes, e da me stimata e apprezzata nel tempo, nel tentativo di convincerla a prendere le redini di un Paese destinato allo sfascio. Sono stato condannato su indicazione del regime per il reato di mafia per mano di persone che a confronto con alcuni mafiosi sono dei veri galantuomini».

Non veste solo i panni del «profeta» don Vito Ciancimino. Scrive al suo interlocutore: «Faccio parte di questo regime e sono consapevole che solo per averne fatto parte ne sarò presto escluso. Al momento, sono utile per i loro ultimi disegni prima del "capolavoro finale"».

E' come se don Vito avvertisse che ben presto sarebbe finito in carcere, e ciò avvenne puntualmente un paio di settimane dopo aver spedito questa lettera.

 

«Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione avanzato dal colonnello Mori per bloccare questo attacco terroristico ad opera della mafia, ennesimo strumento nelle mani del regime, e di fatto interrotto con l'omicidio del giudice Borsellino sicuramente oppositore fermo di questo accordo, si è deciso finalmente, costretti dai fatti, di accettare l'unica soluzione possibile per poter cercare di rallentare questa ondata di sangue, che al momento rappresenta solo una parte di questo piano eversivo».

Dunque, Ciancimino rivela al suo interlocutore che il colonnello Mori propone - anche se la ritiene «scellerata» - una soluzione per bloccare l'offensiva stragista. In tutti questi mesi, il figlio Massimo ha sempre sostenuto che, secondo don Vito, Mori, il signor Franco, lo stesso Provenzano suggerivano di trattare con Totò Riina e che suo padre era contrario: «Con quell'animale - diceva papà - non si può trattare».

 

Nella lettera spedita nel novembre del '92, don Vito ammette che la trattativa si avvia dopo la strage di Capaci e prima di quella di via D'Amelio. Nello stesso tempo l'ex sindaco mafioso di Palermo rivela implicitamente che Paolo Borsellino era stato informato dei contatti in corso tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, e che si opponeva.

Da questo punto di vista, la lettera consegnata da Ciancimino jr ai magistrati siciliani è una conferma a quanto ha ricostruito la Procura di Caltanissetta.

 

La missiva di don Vito Ciancimino si conclude così: «Tutta la vecchia gerarchia politica sarà destinata ad allinearsi a questo nuovo corso della storia della nostra Repubblica, che sta buttando le sue basi non più su un semplice imbroglio (quale fu secondo don Vito il referendum monarchia-repubblica, ndr), ma su "una vera e propria carneficina". Di tutto questo posso fornirle documentazione come prove e nomi e cognomi».

 [26-07-2010]

 

 

UNA SENTENZA GIÀ (PRE)SCRITTA – il processo DELL’UTRI RISCHIA DI FARE LA FINE DI ANDREOTTI – LA “SENTENZA PILATESCA” DI PALERMO APRE LA STRADA ALLA PRESCRIZIONE PER I REATI PRIMA DEL ’92. COSÌ OGNUNO POTRÀ RACCONTARE LA VERITÀ CHE PREFERISCE – IL SENATORE insiste: “CONFERMO, MANGANO È IL MIO EROE” – LA DELUSIONE DEL PROCURATORE GATTO: “SONO STUPITO - DELL'UTRI: UN CONTENTINO A PROCURA DI PALERMO...


(ANSA) - Una "sentenza pilatesca": così il senatore Marcello Dell'Utri ha commentato in una conferenza stampa a Milano la sentenza della Corte d'Appello di Palermo che lo ha condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. "Hanno dato un contentino alla procura palermitana - ha detto - e una grossa soddisfazione all'imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi".

 

2 - PG GATTO: SONO STUPITO MA ASPETTO MOTIVAZIONI...
(ANSA) - "Vedremo quali sono le motivazioni. Sono stupito. In pratica le cose dette da Spatuzza e l'intero impianto accusatorio che pure era ben piantato su questo punto non è stato preso nella giusta considerazione". Lo ha detto il pg Nino Gatto commentando la sentenza con cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette anni, escludendo però i fatti commessi dopo il 1992.

 

"Non è vero tra l'altro - ha aggiunto - che Filippo Graviano ha smentito Gaspare Spatuzza, anzi ha confermato alcuni episodi. Invece Giuseppe Graviano stava male e non ha voluto rispondere. Bisogna capire perché la corte ha deciso di eliminare la 'stagione politica' da questo processo. In ogni caso sono sempre possibili ulteriori indagini. Non voglio pensare alla prescrizione, non ci ho mai pensato. La difesa valuterà se esistono i termini".

 

3 - LEGALE: CADUTE ACCUSE PENTITO SPATUZZA...
(ANSA) - Per l'avvocato Pietro Federico l'assoluzione di Marcello Dell'Utri dalle accuse contestate dal 1992 in poi dimostrano che "tra il senatore e i fratelli Graviano, boss di Brancaccio, non ci sono stati rapporti". Commentando la sentenza del processo di appello al senatore Dell'Utri, l'avvocato Federico aggiunge: "dal '92 in poi sono stati smentiti tutti i collaboratori di giustizia, ci auguriamo che il principio adottato dalla Corte per arrivare a questa sentenza sia applicato nel prossimo giudizio della Cassazione anche al periodo antecedente al '92, che presenta numerose contraddizioni".

 

4 - SULLA CONDANNA PESA RISCHIO PRESCRIZIONE...
(ANSA) - Sia il procuratore generale Antonino Gatto sia i difensori di Marcello Dell'Utri, subito dopo la lettura della sentenza hanno parlato della possibilità che la condanna a sette anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa possa cadere in prescrizione. I giudici della seconda sezione della Corte d'appello di Palermo hanno infatti condannato il senatore del Pdl limitatamente alle contestazioni precedenti al 1992.

 

I calcoli relativi alla prescrizione sono estremamente complessi e vanno rapportati ai singoli episodi. La Corte avrebbe potuto applicarla d'ufficio, cosa che però non è avvenuta. I legali di Dell'Utri hanno già annunciato che prima di valutare i termini di un'eventuale prescrizione faranno ricorso in Cassazione, mentre il Pg Antonino Gatto ha detto che per il momento non ci vuol pensare, ammettendo implicitamente che il rischio prescrizione esiste.

 

5 - DELL'UTRI: MANGANO E' STATO IL MIO EROE...
(ANSA) - Marcello Dell'Utri lo aveva detto in passato e lo ha ripetuto oggi: "Vittorio Mangano è stato il mio eroe". Spiegandolo ai giornalisti che lo hanno incontrato per un commento sulla sentenza della Corte d'Appello che lo condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha citato anche i fratelli Karamazov, quando Andrej viene presentato come un furfante ma eroe.

 

"Era una persona in carcere, ammalata - ha detto - invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. E' stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui".

6 - DELL'UTRI: DISSI IO A BERLUSCONI NON PARLARE A PROCESSO...
(ANSA) - Non è dispiaciuto Marcello Dell' Utri che Silvio Berlusconi non sia intervenuto al suo processo a Palermo, anzi oggi in conferenza stampa ha sottolineato di essere stato lui stesso a dire "a Berlusconi che non bisognava parlare". "Bisogna applicare - ha detto - l'unica arma da imputato in un processo: avvalersi della facoltà di non parlare". Dell'Utri non ha ancora sentito il premier. "Si trova in Brasile. Forse sta dormendo - ha detto -. Mi chiamerà".

7 - DE MAGISTRIS: CONFERMATO LEGAME COSA NOSTRA...
(ANSA) - "La sentenza di condanna emessa oggi dalla Corte d'Appello di Palermo conferma che è esistito un legame ed un rapporto fra il braccio destro di Berlusconi e cosa nostra: Dell'Utri è stato infatti condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa".

 

Lo afferma in una nota l'eurodeputato IdV Luigi de Magistris. "E' bene ricordarlo - dice - prima che inizi il bombardamento mediatico difensivo da parte del centrodestra. Esiste dunque una verità storica che si fa progressivamente sempre più giudiziaria e che non può essere scalfita dagli ormai logori strali della maggioranza contro una magistratura politicizzata, che starebbe lavorando per disarcionare Berlusconi, cioé per compiere un'operazione golpista. Questa verità è drammatica ma innegabile: l'uomo ombra del premier in Sicilia si relazionò con cosa nostra e di questa relazione inquietante dovrebbe rispondere anche il Presidente del Consiglio, eticamente, davanti al Paese".

8 - DI PIETRO: SPERIAMO ORA NON DIVENTI MINISTRO...
(ANSA) - "Anno più, anno meno, il fatto resta quello che è, ossia che Marcello Dell'Utri ha avuto rapporti penalmente rilevanti con la mafia. Speriamo che Berlusconi adesso non faccia ministro pure lui". E' il commento del Presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, alla condanna di Marcello dell'Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa pronunciata della Corte di Appello di Palermo.

9 - BONDI: AMAREZZA MA SPERO IN CASSAZIONE...
(ANSA) - "A parte la profonda amarezza per la decisione dei giudici d'appello sul caso di Marcello Dell' Utri, l'unico commento positivo in questo momento è la speranza che la cassazione riaffermi che l' Italia è la patria del diritto". Lo afferma Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali e coordinatore del Pdl. 29-06-2010]

 

 

Io credo nella buona fede di CIANCIMINO JR, ed il suo tentativo di riscatto ! Mb

 

LE CIANCE DI CIANCIMINO - TUTTE LE CONTRADDIZIONI DI CIANCIMINO JR SUL BANANA - IL BLOGGER SCOVA-BUFALE METTE A CONFRONTO VERBALI, DEPOSIZIONI E INTERVISTE DEL FIGLIO DI DON VITO E SCOVA IL TRAPPOLONE DELLA LETTERA (TAROCCATA) DI COSA NOSTRA A BERLUSCONI - A GIORNI IL LIBRO SU INTERNET - LA CORSA ALL’ACQUISTO DI AVVOCATI, PM, SBIRRI E PROFESSIONISTI D’ANTIMAFIA…

Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti per "Il Giornale"

Ricordate la letterina indirizzata al premier Silvio Berlusconi e a Marcello Dell'Utri e portata in aula al processo Mori da Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, a riprova dell'origine mafiosa di Forza Italia? Letterina in cui don Vito avrebbe minacciato il Cavaliere di spiattellare, Ciancimino junior dixit, l'origine di Forza Italia? Che fosse una mezza bufala, guardando le versioni contraddittorie date da Massimo in più interrogatori precedenti al debutto d'aula l'8 febbraio del 2010, si capiva. Ma è molto probabile che si tratti di una bufala intera. O, almeno, di un testo manomesso (da chi?) che non era affatto indirizzato a Berlusconi e che soprattutto aveva chissà quale scopo.

A ricostruire la vicenda, individuando anche la prova delle menzogne che il figlio di don Vito avrebbe raccontato ai giudici, un libro-inchiesta, presto scaricabile on line o acquistabile in rete, «Prego dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino».

A scriverlo Enrico Tagliaferro, Enrix, un blogger attento ai temi di mafia che già nei mesi scorsi aveva sollevato sul suo blog, segugio.splinder.com, perplessità a proposito di quell'intestazione a Berlusconi e Dell'Utri appiccicata in calce. La prova della menzogna starebbe invece in un altro libro, «Don Vito», scritto a quattro mani dallo stesso Massimo Ciancimino e dal giornalista de La Stampa Francesco La Licata. Alla pagina 229 di questo testo, c'è infatti un altro pezzo di quella letterina, il pezzo mancante dal quale sarebbe stato effettuato il copia e incolla che ha portato alla lettera finale portata in aula lo scorso 8 febbraio. Ricordate?

Ciancimino depone in aula non al processo Dell'Utri - dove i giudici lo hanno ritenuto inattendibile - ma al processo contro il generale Mori. Al termine di cinque ore di testimonianza produce un documento esplosivo. Una "lettera" scritta da suo padre a Berlusconi, negli interessi del capomafia Provenzano. A suo dire, la missiva è del 1994. Lo scritto sarebbe una rielaborazione di un'altra lettera scritta dal capo di Cosa nostra. Il testo, chiaramente, è monco, all'inizio e alla fine.

Recita: «anni di carcere per questa mia posizione politica, intendo dare il mio contributo (che non sarà modesto) perché questo triste evento non abbia a verificarsi. Sono convinto che se si dovesse verificare questo evento (sia in sede giudiziaria che altrove) l'on. Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e pertanto sarò costretto (cancellato) a convocherò...».

Ciancimino dice che quel documento non è completo, «manca una parte». Spiega che si tratta di una minaccia a Berlusconi perché mantenga gli impegni presi - evidentemente con Cosa nostra - altrimenti è pronto a uscire dal riserbo. Data del documento: «Il 1994».

Il Pm si guarda bene dal contestare al teste che negli interrogatori del 30 giugno e del 1 luglio 2009 sulla data di quel testo e su chi l'abbia scritto Ciancimino junior ha detto tutto e il contrario di tutto: prima che risale al 2000, '99-2000; poi che è stata scritta tra il '90 e il '92, precedentemente all'arresto di don Vito del 23 dicembre del '92, sicuramente prima del papello; poi genericamente il periodo in cui il padre era in carcere.

All'udienza dell'8 febbraio 2010, anticipata qualche mese prima in un articolo da Repubblica, la data della lettera diventa con certezza «1994», toh, guarda, l'anno della nascita di Forza Italia. All'udienza dell'8 febbraio il Pm chiede a Massimo Ciancimino se sappia cosa si doveva convocare. E Ciancimino junior risponde a tappo: una conferenza stampa. Una conferenza stampa?, si meraviglia il Pm.

Il perché è chiaro: nel 1994 Ciancimino è in carcere, Provenzano è latitante: nessuno dei due è in grado di convocare conferenze stampa. «Mi viene in mente una conferenza stampa...» insiste Massimo. Il Pm non insiste. L'argomento viene lasciato cadere. Perché Ciancimino junior abbia detto «conferenza stampa» si capisce quando esce il libro scritto insieme a La Licata. A pagina 229, presentata come «una seconda parte della bozza di lettera di Vito Ciancimino», c'è un documento. Identico in parte alla lettera prodotta in aula. Ma contenente tre righe mancanti.

Al «convocherò» infatti segue: «una conferenza stampa non solo per questo modesto episodi ma soprattutto per dimostrare l'inattivismo che dura da quando io ho...». Altro che intuizione, come raccontato in aula. Ecco la prova della bugia, spacciata per verità. Ecco la prova della - probabile - manomissione del documento, quelle tre righe tirate via magari per aggiungerne altre, forse l'intestazione.

E che di bugia si tratti si capisce anche usando la logica. Se davvero la data, come sostenuto da Ciancimino jr, fosse il '94, il testo della lettera non avrebbe senso: don Vito parla di «anni», nel '94 Forza Italia è appena nata. Non quadra. Come non quadra tutto il resto: dalle troppe versioni sul misterioso signor Franco a quelle sulla grafia della lettera che un giorno attribuisce a Provenzano, poi al padre, poi a se stesso. Oppure su chi quella lettera gliel'ha data, un giorno Provenzano, un altro Lipari, poi un autista, poi non se lo ricorda più.

«Minchiate», insomma, per dirla con uno dei bersagli di Ciancimino junior, Marcello Dell'Utri. «Irrisolta contraddittorietà», per usare il termine usato dai giudici del processo Dell'Utri, che non l'hanno voluto neanche ascoltare.

 

 

[18-06-2010]

 

 

 

CI MANCAVA SOLO LA “mafioneria”! - "una sorta di ordinamento composto da mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un’area oscura della politica, connotata da una perversa logica di potere" - COSì UN Documento della Dia, Divisione investigativa antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle stragi del ‘93, RIVELA uomini di Cosa nostra infiltrati nelle logge siciliane (GIà ATTIVI AL TEMPO DI SINDONA)... - Francesco La Licata, Guido Ruotolo per La Stampa

 

Novembre del 2002. Documento della Dia, Divisione investigativa antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle stragi del ‘93. «Cosa nostra, storicamente, per raggiungere determinati obiettivi essenziali - condizionamento dei processi e realizzazione di grossi arricchimenti - si è sempre mossa attivando da una parte referenti politico-istituzionali, dall'altra ponendo in essere azioni delittuose, alla bisogna, anche estreme.

 

Altra determinante leva di pressione è stata sicuramente quell'alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù - Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano - Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che come si vedrà più avanti ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».

Il rapporto della Dia si dilunga sui rapporti di Savona con i mafiosi della famiglia Lo Nigro, e più in generale della massoneria deviata con Cosa nostra: «Questo particolare aspetto relazionale deviante della massoneria, viene definito "mafioneria"; una sorta di ordinamento composto da mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un'area oscura della politica, connotata da una perversa logica di potere».

 

C'è un passaggio dell'informativa della Dia del 2002 che richiama alle polemiche di questi giorni sulla strategia stragista finalizzata a favorire la discesa in campo di nuovi soggetti politici: «L'avvio di una trattativa, nella logica pragmatica mafiosa, con le Istituzioni non poteva che prevedere l'apporto e l'intervento di soggetti asserviti a Cosa nostra... in questo quadro si inserisce il ruolo svolto dall'indagato Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc (poi la sua posizione è stata archiviata nell'ambito del fascicolo sui mandanti delle stragi di Firenze, Roma e Milano, ndr), collegato con la famiglia dominante del quartiere Brancaccio di Palermo, capeggiata all'epoca dai fratelli Graviano, cui l'Inzerillo era asservito».

Inzerillo (condannato in Appello, l'11 gennaio del 2010, a 5 anni e 4 mesi per concorso in associazione mafiosa) in quell'autunno del ‘93 è impegnato nella nascita di un partito politico, Sicilia Libera. «La possibilità di poter disporre di una forza politica da inserire poi in un più ampio raggruppamento, che fosse espressione di un vero soggetto politico, avrebbe consentito a Cosa nostra, secondo il suo progetto, di poter realizzare direttamente e senza alcuna mediazione quegli affari abbisognevoli di appoggi di natura politica, ma anche di poter condizionare con subdoli interventi l'andamento dei processi avviati contro i propri sodali».

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Sempre la Dia, ma dieci anni prima (10 agosto 1993). Un documento corposo analizza scenari e moventi all'indomani delle stragi di luglio di Roma e Milano: «Lo scenario criminale delineato sullo sfondo di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l'interesse alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato altresì intravedere l'intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le eigenze specifiche dell'organizzazione mafiosa».

Si sofferma sul punto il rapporto della Dia: «Si potrebbe pensare a una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell'ambito di un progetto più complesso in cui convergano finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base costituita da autentici rivoluzionari si affida all'apporto operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d'assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano».

 

Infine un accenno alla massoneria: «Recenti indagini - si legge nel rapporto Dia del 10 agosto 1993 - hanno evidenziato la presenza di uomini di "cosa nostra" nelle logge palermitane e trapanesi, senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni ‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana».

Un salto di un anno. Siamo al 4 marzo del 1994. Questa volta si tratta di una informativa all'autorità giudiziaria da parte della Dia. Settanta pagine corpose. Un capitolo importante è dedicato al regime carcerario, al 41 bis: «Solo alcuni giorni prima degli attentati di Milano e Roma, il ministro di grazia e giustizia aveva disposto il rinnovo dei provvedimenti di sottoposizione al regime speciale per circa 284 detenuti appartenenti a organizzazioni mafiose.

 

La logica che ha fatto considerare vincente l'attuazione di una campagna del terrore deve aver avuto alla base il convincimento che, dovendo scegliere se affrontare una situazione di caos generale o revocare i provvedimenti di rigore nei confronti dei mafiosi, le Autorità dello Stato avrebbero probabilmente optato per la seconda soluzione, facilmente giustificabile con motivazioni garantiste o, come avvenuto in passato, affidando all'oblio, agevolato dall'assenza di nuovi fatti delittuosi eclatanti, una normalizzazione di fatto».

 

 [31-05-2010]

 

Mafia, servizi e Cafonal! - Il famigerato “Signor Franco” identificato grazie a Roma Godona! - Lo 007 che faceva da collegamento tra la mafia e lo Stato, attraverso Vito Ciancimino, ha nome e volto. L’immagine che lo incastra è UNA FOTO DI PIZZI del 2006 (RIPUBBLICATA DA ’PARIOLI POCKET’) “che ha dedicato una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip. Alle spalle di Gianni Letta e di Bruno Vespa c’era lui, il Signor Franco” - “L’uomo che ha avuto in mano il papello. Che sapeva tutto dei corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione”...

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

L'uomo dei grandi misteri siciliani ha un volto. L'agente dei servizi che per 30 anni è stato l'ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato è stato identificato. Chi investiga sulle stragi, finalmente ha scoperto chi è il fantomatico "signor Franco" di cui tanto ha parlato il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

 

Il suo nome, secondo indiscrezioni, è finito nel registro degli indagati fra la procura di Caltanissetta e - notizia dell'ultima ora - quella di Firenze che ha le inchieste sulle bombe in continente del 1993. Riconosciuto in una fotografia, il "signor Franco", che Massimo Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche "Carlo", è entrato in tutte le indagini che partono da Capaci e finiscono ai morti dei Georgofili. È un agente di alto grado della nostra intelligence. Il "signor Franco" è ancora in servizio.

 

Tutto è avvenuto nelle ultime quarantotto ore. Con Massimo Ciancimino riascoltato d'urgenza dai procuratori di Caltanissetta e Firenze insieme, ieri l'altro, davanti a una foto. Un'immagine su una rivista ha incastrato lo 007 che gli investigatori braccavano da almeno due anni. La rivista è un numero di Parioli Pocket del 2006, magazine romano a distribuzione gratuita, che ha dedicato una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip.

 

Alle spalle di Gianni Letta e di Bruno Vespa (che naturalmente erano lì solo per l'evento e naturalmente nulla avevano a che fare con l'uomo ripreso sullo sfondo) c'era lui: il famigerato "signor Franco". Massimo Ciancimino l'ha riconosciuto. Ha detto che era proprio quello l'agente che fin, dai primi Anni Settanta, ha accompagnato don Vito nei tortuosi percorsi dove la mafia si incontra sempre con lo Stato.

Guardie e ladri sono stati compari. L'ex sindaco mafioso di Palermo e il "signor Franco" hanno cospirato insieme praticamente dal primo delitto eccellente della Sicilia - maggio 1971, uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione - alle stragi di Capaci e di via D'Amelio.

 

L'identificazione dello spione ha dato un'accelerazione alle indagini sulla trattativa, sul fallito attentato all'Addaura, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una trama unica, dove certi personaggi si manifestano prima e dopo le stragi. In alcuni casi, testimoni riferiscono che quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra erano anche sui luoghi dei massacri.

Il "signor Franco" è quello che ha avuto in mano il papello - le richieste di Totò Riina per fermare le stragi nel 1992 - diciassette anni prima dei magistrati. "Era il mese di giugno del 1992", ha dichiarato a verbale Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito era andato in una mattina di quell'inizio estate al bar Caflish di Mondello a ritirarlo, gliel'aveva consegnato Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò Riina.

 

Era dentro una busta che Massimo ha portato a suo padre. Un paio di giorni dopo ha rivisto il papello sulla scrivania del padre, a casa sua. E con don Vito c'era anche il "signor Franco", uno che si scambiava informazioni e favori con l'ex sindaco, uno che gli faceva avere passaporti falsi, uno che ha protetto gli affari di Cosa nostra in nome di un antico patto. Il "signor Franco" sapeva tutto dei Corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione.

È lo stesso agente che qualche giorno prima dell'arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l'11 aprile del 2006, aveva spedito suoi emissari da Massimo Ciancimino (che poi l'ha raccontato ai procuratori di Palermo) per avvertirlo di "allontanarsi dalla Sicilia" perché con la cattura del boss di Corleone il figlio di don Vito non avrebbe più goduto di protezioni.

È stato sempre il "signor Franco", qualche mese fa, a far visita a Massimo Ciancimino nella sua casa di Bologna per dirgli: "Chi te lo fa fare di parlare con i magistrati...". Era sempre il "signor Franco" a incontrare don Vito quando era agli arresti domiciliari nella sua abitazione romana dietro Piazza di Spagna, un mafioso mai controllato e un agente dei servizi con licenza di spadroneggiare fra Roma e la Sicilia.

 

L'uomo dei grandi misteri siciliani era circondato da luogotenenti e portaordini, tutti in contatto con don Vito e - attraverso don Vito - con l'"ingegnere Lo Verde", alias Bernardo Provenzano. Una banda. Con l'agente con la faccia da "mostro" che era sempre dove c'era una strage. E con "il capitano", che con l'auto blu accompagnava sempre il "signor Franco" dappertutto. Anche dai figli di don Vito. Per rassicurarli, quando il padre era finito in carcere arrestato su mandato di cattura del giudice Falcone: "Dite a papà di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi". Il "signor Franco" aveva paura che don Vito potesse parlare. Così lo ha fatto incontrare in galera - quando era in isolamento totale - con altri personaggi. Il "signor Franco" poteva fare tutto. Dentro e fuori dalle mura dei penitenziari.

Nei prossimi giorni probabilmente i procuratori siciliani - e quelli di Firenze - ascolteranno l'agente e cominceranno a capire a quale struttura appartiene, per chi lavora o ha lavorato, quali sono stati i suoi contatti in Sicilia nel tempo, quali i suoi uomini di fiducia. Se le indagini riusciranno a scoprire tutti i legami dello 007, dentro e fuori Cosa nostra, forse sapremo qualcosa di più sulle stragi del 1992 in Sicilia e su quelle del 1993 in Italia. Forse sapremo qualcosa di più su chi voleva morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 27-05-2010]

 

 

STRAGI DI COSA NOSTRA O STRAGE DI STATO? (MAGARI IL DIAVOLI LI FA E POI LI ACCOPPIA) - IN VIA D’AMELIO, DOVE SALTò IN ARIA BORSELLINO, CHE CI STAVA A FARE LO ’SPIONE’? - un funzionario tuttora in servizio all’Aisi, al servizio segreto civile, stretto collaboratore dell’allora capocentro Sisde di Palermo e poi numero tre del Sisde, Bruno Contrada, oggi agli arresti domiciliari, condannato per i suoi rapporti di collusione con Cosa nostra... Guido Ruotolo per "La Stampa"

Un agente dei servizi segreti interni (ex Sisde oggi Aisi) indagato dalla Procura di Caltanissetta che sta cercando di scoprire i mandanti esterni delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E poi falsi scoop sull'avvenuta identificazione del «signor Franco», l'ufficiale di collegamento tra il Sisde e Vito Ciancimino, così come lo ha raccontato il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo. E la smentita sul «signor Franco» indicato da Ciancimino junior che non è quello rappresentato dalla foto messa in rete (e poi ritirata) dal sito di «Repubblica».

E mentre sinistri proiettili vengono recapitati al procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a sera il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, commenta amaramente: «Se le cose scritte fossero vere saremmo davanti a una grave fuga di notizie. Se non sono vere c'è qualcuno che vuole intorbidire le acque e dividere le procure di Palermo e Caltanissetta».

Forse siamo giunti al punto più delicato delle indagini che da tempo le procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo hanno riaperto sulla partita della stagione stragista di Cosa nostra, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino. Con Spatuzza che intanto ha consentito di riscrivere la fase esecutiva della strage di via D'Amelio al punto che - essendo state riscontrate le dichiarazioni del pentito - le difese potranno chiedere la revisione del processo che ha condannato degli «innocenti» per la strage di Borsellino.

Spatuzza e Ciancimino hanno portato adesso i magistrati nisseni a iscrivere sul registro degli indagati uno spione.

Si tratta di un funzionario tuttora in servizio all'Aisi, al servizio segreto civile. E in quanto tale è stato uno stretto collaboratore dell'allora capocentro Sisde di Palermo e poi numero tre del Sisde, Bruno Contrada, oggi agli arresti domiciliari, condannato per i suoi rapporti di collusione con Cosa nostra.

Diciamo subito che Spatuzza riconosce la sua foto e colloca lo 007 sulla scena della strage Borsellino: «Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage, tra noi c'era uno elegante, biondino, mai visto prima. Parlava con Gaetano Scotto». A Spatuzza gli inquirenti mostrano diverse fotografie e il pentito si ferma su quella dello 007. Se davvero quel riconoscimento dovesse trovare validi riscontri lo scenario giudiziario che si apre è terribile.

Arriviamo a Massimo Ciancimino. Gli inquirenti mostrano al figlio dell'ex sindaco mafioso, al centro della trattativa con il Ros dei carabinieri di Mario Mori, una serie di fotografie per tentare di ricoscere il «signor Franco». Quando arriva su quella foto, Massimo Ciancimino blocca gli inquirenti: «Non è il signor Franco ma questo lo conosco, è un collaboratore del signor Franco. E' lui che entra ed esce dal carcere di Rebibbia quando mio padre era detenuto».

Lo 007 è indagato, dunque. Non è la prima volta che è finito impigliato nelle inchieste sulle stragi mafiose. Già in quella per la strage Falcone fu ritrovato a Capaci un bigliettino con il suo numero di cellulare. L'agente segreto farfugliò una giustificazione. Ma anche per la strage di via D'Amelio gli è stato attribuito un ruolo.

E' lui quello che dalla barca, dove si trovava insieme a Bruno Contrada, al largo di Palermo, quando alle 17,58 esplode l'autobomba in via D'Amelio chiama dal suo cellulare il Centro Sisde di Roma. Interrogato, si è giustificato: «Abbiamo chiamato Roma per sapere cosa era accaduto...».

In attesa del «signor Franco», dunque un altro 007 finisce indagato per le stragi di Palermo. E per il «signor Franco», almeno per quanto riguarda il suo riconoscimento da parte di Massimo Ciancimino ci vuole ancora tempo.

Lunedì scorso il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo è stato sentito dalla Procura di Caltanissetta, dopo che la Dia aveva recuperato una copia di una rivista - «Parioli Pocket» - che su un numero del 2006 pubblicò una foto in occasione di una presentazione di un nuovo modello di un'auto, avvenuta nel 2003 alla presenza anche di Gianni Letta e Bruno Vespa.

Ciancimino non se l'è sentita di individuare con certezza il «signor Franco», rinviando a un'altra foto, scattata nel 2001, pubblicata sempre da «Parioli Pocket». Vito Ciancimino era ancora in vita: «Papà commentò: "Dovrebbe essere lui. Strano che si sia fatto fregare così.."». Quella foto, Massimo Ciancimino deve ancora recuperarla. All'estero. 28-05-2010]

 

 

 

Sulla ’Stampa’ la storia strappaRABBIA del carabiniere giustiziato dalla mafia alla Festa del Santissimo Crocifisso con la figlia di quattro anni in braccio - La figlia oggi trentenne rifiuta di tornare in Sicilia per commemorare il padre, ma l’articolo viene ignorato dalle rassegne stampa di Governo, Viminale e Ministero della Difesa - Per la serie "coscienza civile"...

1 - LA BAMBINA CORAGGIO SI E' ARRESA ALLA MEMORIA
Laura Anello per "La Stampa"

Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l'ho fatta a dirgli che doveva scappare». È colpa mia se adesso è morto». Era notte quando Barbara Basile, quattro anni, riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A confessarsi alla madre, a liberarsi dai fantasmi che la accompagnavano dal 4 maggio 1980, quando venne quasi schiacciata dal corpo del padre Emanuele, comandante della stazione dei carabinieri di Monreale, crivellato dai colpi di tre killer di Cosa nostra che gli volevano far pagare le intuizioni sui Corleonesi in ascesa, le indagini sull'omicidio di Boris Giuliano, i faldoni consegnati al giudice Paolo Borsellino.

Era in braccio a quell'omone in divisa quando gli spararono alle spalle, con la testolina reclinata, gli occhi che si chiudevano dal sonno. Protetta dalle sue braccia, in un momento finì a terra in mezzo al sangue. Adesso ha 34 anni, tre in più di quanti riuscì a viverne lui. Abita a Milano, la città d'adozione della madre, è impiegata in un'azienda privata, sta per sposarsi.

Ma ieri, nel trentesimo anniversario della morte, non ha accettato l'invito a tornare in Sicilia. «Non me la sento, lì non ci voglio andare», ha detto ai familiari. Né lei né la madre Silvana, che la sera del delitto cercò invano di parare il marito dal colpo di grazia e raccolse la figlia tramortita. Donna-coraggio, che sfidò gli occhi dei killer, gridò «assassini, delinquenti», li accusò con una testimonianza dettagliata che non bastò, però, a evitare un'assoluzione in primo grado davanti alla quale - raccontò - «mi sarebbe venuta voglia di armarmi e di farmi giustizia da sola».

Seconda beffa in appello, quando Armando Bonanno (poi vittima di lupara bianca), Vincenzo Puccio (successivamente ucciso in carcere) e Giuseppe Madonia fecero perdere le tracce prima di ascoltare la sentenza di ergastolo, confermata poi in Cassazione. Si salvò per un pelo anche lei, protetta da un'agendina con la copertina di argento massiccio, tre centimetri per quattro, in cui si conficcò il proiettile. Gliel'aveva regalata il marito.

No, madre e figlia non ce l'hanno fatta a tornare qui, lungo questa strada in cui camminavano alle due del mattino, in mezzo alla folla accorsa per la festa del Santissimo Crocifisso. Per mesi e mesi, dopo il delitto, la bambina graffiava, urlava, ripeteva: «Assassini, delinquenti, vi uccido tutti, vi sparo». Ieri, a ritirare la laurea honoris causa conferita dall'Università di Palermo alla memoria di Basile, c'erano i tre fratelli di lui: Vincenzo, Luigi e Cosimo. Testimoni di un dolore che brucia ancora, che ancora bagna gli occhi, nonostante il tempo passato.

A raccontare quegli anni terribili e la pace conquistata a fatica. «Barbara ne è venuta fuori. Ma è stata dura, durissima», dice lo zio Luigi, 59 anni, che lavora in banca a Taranto, la città d'origine della famiglia, la stessa in cui era nato Emanuele. «La bambina non parlò per tre giorni - ricorda - non aprì bocca, aveva la polvere da sparo sulla manina, i killer la mancarono per un soffio. Poi, dopo un po', una notte disse che era stata colpa sua, che aveva visto quegli uomini e non aveva avvertito in tempo il padre».

Furono le carezze della madre a placarla, la rassicurazione «che le pallottole corrono più veloci delle gambe e che quindi, amore mio, anche se avessi gridato non sarebbe servito a niente».

Cerimonia fuori dalla retorica, quella di ieri, organizzata dall'Arma dei carabinieri e dall'Ateneo. Prima una messa, poi la collocazione di una nuova lapide nel luogo del delitto, sul corso principale, tra il via vai dei turisti diretti ad ammirare i mosaici del Duomo.

Infine la consegna della pergamena di laurea in Giurisprudenza dalle mani del rettore dell'Università di Palermo, Roberto Lagalla, che ha rispolverato un decreto del 1949 per conferire il titolo alla memoria. Studente con tutti 30, Emanuele Basile. «E studiare diritto a Palermo sul finire degli Anni 70 - dice il preside della facoltà, Giuseppe Verde - non deve essere stato facile, c'è da chiedersi se il clima culturale non fosse in contrasto con i problemi che il capitano esercitava nell'esercizio delle sue funzioni».

A ritirare il diploma il più anziano dei fratelli, Vincenzo, insegnante in pensione, oggi impegnato con l'associazione «Libera memoria» nella promozione della cultura della legalità nelle scuole. Bacia la pergamena e si commuove, riceve anche i documenti che erano custoditi nella segreteria dell'Ateneo: un tesserino universitario ingiallito, la domanda di iscrizione scritta da Emanuele, il diploma di studi dell'Accademia militare di Modena.

Sono applausi, lacrime e ricordi. Un salto nel tempo. A partire da quella telefonata arrivata nel cuore della notte a Taranto, la bugia pietosa detta alla madre, che oggi ha 85 anni. «Le dissero che era stato ferito, conobbe la verità soltanto quando arrivò qui, e vide il corpo del figlio», racconta ancora Luigi.

La bambina, Barbara, non seppe che il papà era morto neanche ai funerali, quando il feretro avanzava sul carro funebre. «Ricordo che continuava a chiedermi: mamma, ma papà dov'è? È chiuso lì dentro in mezzo ai fiori? E io a dirle: no, papà non è lì, ha piccole ferite, lo stanno curando», raccontò la vedova. Passate poche settimane, arrivò a Monreale il nuovo capitano dei carabinieri, Mario D'Aleo. Tre anni dopo venne ucciso anche lui. Aveva 29 anni e stava per sposarsi.

2 - L'ARTICOLO ANTIMAFIA DELLA STAMPA IGNORATO DALLE RASSEGNE DI GOVERNO, VIMINALE E MINISTERO DELLA DIFESA

 

 Da "http://nomfup.wordpress.com/"

 

 [05-05-2010]

 

MAFIA & CEMENTO: SCOPPIA LO SCANDALO CALCESTRUZZI MA SUI GIORNALI SCATA IL SILENZIO SUL GRUPPO CHE FA CAPO A CARLO PESENTI
Quando si toccano i padroni del cemento e del mattone, nei grandi giornali scattano cautele particolari.

L'esempio più clamoroso è dato dalla vicenda che nei giorni scorsi ha portato in galera 14 manager della società Calcestruzzi di Bergamo. Lo scandalo è stato "coperto" con grande discrezione dei più importanti quotidiani italiani. Così ad esempio la "Stampa" e il "Sole 24 Ore" ne hanno parlato senza chiamare in causa Italcementi, il gruppo che fa capo a Carlo Pesenti e che controlla Calcestruzzi.

 

Il giornale di Confindustria ha dedicato un corsivo per sostenere che un gruppo serio come quello di Bergamo non può aver fatto nulla di male e ha suggerito ai magistrati di avere saggezza, ma il nome di Pesenti e di Italcementi è rimasto sullo sfondo.

La ragione è chiara. Carlo Pesenti, erede dell'impero cementifero, siede nel Consiglio di amministrazione di Mediobanca, Unicredit e Rcs, editore del "Corriere della Sera". Questo spiega il motivo per cui la brutta storia di collusioni con la mafia scoperta dai magistrati nisseni, è rimasta un episodio locale che tocca una società dove gli azionisti sono quasi anonimi e i padroni non hanno un volto.

 

01.05.10

 

CAMORRA, SAN MALLARDO D'ASSISI...
Santa camorra. Il clan Mallardo, famiglia di Giugliano in ascesa nel Gotha criminale, che condivide con i casalesi il business dei rifiuti, stava tentando un investimento da record. Comprare "tutto il terreno che sta dietro la Basilica di Assisi". L'operazione è stata intercettata dai finanzieri del Gico, che assieme alla polizia hanno sequestrato ai Mallardo beni per mezzo miliardo di euro.

A proporre la speculazione francescana è un mediatore, che chiama il fratello del boss latitante: "Mi sei venuto in mente solo tu visto che ti occupi di costruzioni: c'è un'attività ad Assisi del Vaticano, un terreno edificabile e quant'altro. È un'ottima opportunità". Giovanni Dell'Aquila accetta subito. C'è un unico problema: "I frati benedettini ci hanno richiesto comunque il nominativo, che loro vogliono fare una verifica...". Poiché l'interlocutore campano ha qualche guaio con la giustizia, fanno formulare l'offerta da una società del figlio incensurato. Poi il blitz e la fine del sogno camorrista. (G. D. F.)

3- CASO CUFFARO, UNA SCORTA PER TOTÒ...
Al processo per concorso esterno in associazione mafiosa, che si apre il 15 aprile a Palermo, Totò Cuffaro è atteso su un'auto blindata con due poliziotti a bordo. Il senatore dell'Udc, che dovrà rispondere alle accuse dei pm antimafia Francesco Del Bene e Nino Di Matteo, dal 17 luglio 2001 (giorno dell'elezione a presidente della Regione Sicilia), è scortato: una misura di protezione che dalle tre auto e sette agenti è stata via via ridotta dopo le dimissioni del 26 gennaio 2008 a seguito del verdetto per le 'talpe' a palazzo di giustizia di Palermo.

Per il sindacato di polizia Silp-Cgil è "un paradosso" che lo Stato protegga un politico condannato a sette anni per favoreggiamento di mafiosi e ora di nuovo imputato. In aula, tra l'altro, si parlerà di un verbale del pentito Maurizio Di Gati: in vista di un incontro con alcuni boss agrigentini, Cuffaro avrebbe detto: "Un viniti all'ufficio di presidenza" ("Non venite alla presidenza") ma a casa mia perché "haiu li sbirri appriessu e non mi puozzu arriminari tantu assai" ("Ho gli sbirri che mi scortano e non mi posso muovere molto"). U. Luc.

UNICREDIT: STOP ALLO SPOT...
Tra i tanti grattacapi che Alessandro Profumo ha in queste settimane sul fronte del progetto 'Grande Unicredit', c'è anche la pubblicità. Per la nuova immagine istituzionale del gruppo, che spende un centinaio di milioni negli oltre 20 paesi in cui è presente, era stata indetta una gara nello scorso settembre che, poi, però, è stata congelata a fine 2009. In questi giorni la consultazione, che vedeva coinvolti alcuni tra i principali network della comunicazione, avrebbe dovuto ripartire, con focus sull'ormai famosa One 4 C, il cui decollo è stato però rimandato al cda del 13 aprile.

Risultato, un altro stop. Se ne riparlerà dopo: ma l'ipotesi che la nuova campagna appaia entro l'anno è remota. Tutto questo mentre i principali concorrenti riempiono le tv di spot d'autore: Banca Intesa con Francesca Archibugi, Paolo Virzì e Silvio Soldini; Montepaschi con Marco Bellocchio, mentre Bnl si è affidata alla voce di Giancarlo Giannini. (Vi. P.)

 

“MILANO ORDINA, UCCIDETE BORSELLINO” – SEMBRA IL TITOLO DI UN POLIZIOTTESCO ANNI ’70, INVECE È IL NUOVO LIBRO DI ALFIO CARUSO: LA SANTA ALLEANZA TRA COSA NOSTRA E I POTERI ECONOMICI CORROTTI NEL CUORE FINANZIARIO DEL NORD (CHE TEMEVANO LE INDAGINI DEL GIUDICE SICILIANO) – FALCONE UCCISO DALLA MAFIA, APPOGGIATA DALL'ENTITÀ ESTERNA; VIA D'AMELIO, VOLUTA DALL'ENTITÀ ESTERNA, APPOGGIATA DALLA MAFIA…

Felice Cavallaro per il "Corriere della Sera" 18 marzo 2010

È un pugno allo stomaco alla Milano degli affari, di grandi gruppi industriali che si sono ritrovati a braccetto con gli straccioni armati di lupara, ma straricchi, accolti all' ombra della Madunina sin dagli anni Settanta da chi avrebbe riciclato soldi di lordi traffici. Restituendo linfa vitale a una mafia pronta ad alzare il tiro, a puntare sempre più in alto, ad accordarsi, a condizionare con i suoi tentacoli chi, infine, avrebbe dato l'avallo o addirittura commissionato le grandi stragi di Cosa Nostra, da Capaci a via D' Amelio, da Roma a Firenze e Milano.

Così, anche la copertina del nuovo libro di Alfio Caruso da oggi in libreria, con un secco "Milano ordina, uccidete Borsellino" (Longanesi), scaraventa nel cuore della capitale economica del Paese una ricostruzione che, pur con una tesi esposta a critiche e obiezioni, mette a nudo quanto meno le leggerezze di chi ha tollerato il contagio.

Un'analisi completa obbligherebbe a una messa a fuoco degli impasti con altre piaghe, a cominciare da quella della 'ndrangheta calabrese, sempre più estesa nelle regioni del Nord e oltre confine, come drammaticamente emerso a Duisburg. Ma qui il pugno allo stomaco va dritto al perno della questione sintetizzata dal titolo, destinato ad alimentare le polemiche degli ultimi mesi, e dalla riga a base della copertina, «l'estate che cambiò la nostra vita».

Autore versatile e prolifico, dopo le inchieste che hanno riaperto pagine di storia, da Cefalonia al calvario degli italiani in Russia, ogni libro un successo, Caruso riprende le mille tessere del puzzle e prova ad incastonarle per una possibile ricostruzione del romanzo-verità che, a tratti, appare come una spy-story su un gioco grande dove s'intrecciano intrighi e bugie di potentati politici ed economici, manager e malacarne, apparati ufficiali e servizi segreti.

Il testo diventa una guida capace di offrire al lettore un filo per non perdersi in una materia che spacca, ancora con troppe zone grigie, con processi aperti, con pentiti sbugiardati e altri osannati, mentre si marcia verso la revisione di verdetti già passati in Cassazione.

Proprio come sembra che dovrà accadere per i tre giudizi emessi al termine di altrettanti dibattimenti alla ricerca della verità su mandanti ed esecutori della strage del 19 luglio 1992, il massacro per uccidere Paolo Borsellino, a 55 giorni dall' apocalisse di Capaci con l'obiettivo di eliminare Giovanni Falcone. Due massacri legati, per Caruso, dalla trama di una mafia che si fa impresa e teme un incrocio delle inchieste siciliane con quelle del pool di Tangentopoli.

Ucciso Falcone, sintetizza Caruso, si elimina Borsellino per «impedirgli di arrivare a Milano, di indagare sulle complicità che da oltre vent' anni intrecciano Cosa Nostra alla grande industria, alla grande finanza». E diversa sarebbe solo la mente: «Capaci, voluta da Cosa Nostra e appoggiata dall'Entità esterna. Via D'Amelio, voluta dall'Entità esterna e appoggiata da Cosa Nostra».

Che non fu solo mafia, che entrarono in campo interessi diversi, lo ammettono un po' tutti, pur annaspando fra processi conclusi con semi-assoluzioni, come nel caso Andreotti, ovvero con inchieste e sospetti rovesciati su personaggi ancora sotto torchio giudiziario, da Marcello Dell' Utri a Mario Mori. Giusto per indicare due bersagli non solo dei collaboratori di giustizia, ma anche di Saint Just spesso citati da Caruso richiamando le parole del rampollo di «don» Vito Ciancimino o dell'unico poliziotto italiano che, dopo aver lavorato come tecnico di intercettazioni e tabulati, assurge al rango di analista, Gioacchino Genchi, anch' egli autore di un volume fondato su una tesi simile a quella di "Milano ordina, uccidete Borsellino".

Un titolo provocatorio che campeggerà da oggi nelle vetrine, alla vigilia di un sabato inquieto, con testimoni e parenti delle vittime di mafia e terrorismo pronti a sfilare lungo le strade di Milano per la giornata-memoria di Libera, mentre a Roma continuerà la sfida politica con il corteo del centrodestra da contrapporre a quello della scorsa settimana. Coincidenze che danno la misura di un Paese senza pace. E lo è, intanto, perché la pace gliel' ha tolta quell' impasto perverso di cui parla Caruso.

Ma senza pace anche perché la materia diventa elemento di scontro fra cittadini ridotti a tifosi di squadre avverse, tutti indisponibili ad accogliere con rispetto le sentenze di una magistratura a sua volta insidiata da veleni interni. Su questo sfondo disgregato Caruso prova a ricollocare le sue tessere, dalla Calcestruzzi dei Ferruzzi alla Fininvest di Berlusconi, dai protagonisti della Duomo Connection al progetto targato Lega Nord di spaccare l' Italia in macroregioni lasciando la Sicilia a Cosa Nostra. Compresi tutti i dubbi sull' atto di nascita di Forza Italia. Con ampio spazio al pentito più gettonato, Gaspare Spatuzza, implacabile con Berlusconi e con Dell' Utri, ma cogliendo le contraddizioni con le voci di altri collaboratori. E lasciando così aperta la partita che, d' altronde, non può chiudere un libro.

[24-03-2010] 

 

PURI VELENI DISTILLATI DI CAMORRA - L’ex procuratore di Napoli, coordinatore dei pm nell’inchiesta su Saccà e Berlusconi (quella contraddistinta dalle fughe di notizie su Repubblica by d'avanzo), tirato in ballo da tre boss pentiti per suoi presunti rapporti con il Provenzano della camorra - L’inchiesta è incardinata per competenza a Roma dove 'dorme' da oltre un anno senza particolare clamore...

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Ancora sospetti, ancora veleni di camorra. E ancora una volta spunta il nome della toga Paolo Mancuso, precedentemente prosciolto da simili accuse con un'archiviazione costellata di ombre.

L'ex procuratore aggiunto di Napoli, già punta di diamante della corrente rossa di Magistratura democratica nonché coordinatore dei pm nell'inchiesta su Saccà e Berlusconi (quella contraddistinta dalle fughe di notizie su Repubblica), sarebbe stato tirato in ballo da tre boss pentiti per suoi presunti rapporti con il Provenzano della camorra. L'inchiesta è incardinata per competenza a Roma dove «dorme» da oltre un anno senza particolare clamore.

 

Le accuse dei collaboratori di giustizia - tutte da verificare e da prendere con le pinze in attesa dei dovuti riscontri - farebbero riferimento a una vicinanza fra il magistrato e il super boss di Scampia, Paolo Di Lauro, alias «Ciruzzo 'o milionario». Dichiarazioni tutte «de relato». Mancuso, a oggi, non risulterebbe iscritto nel registro degli indagati. Il suo nome compare fra le carte del procedimento affidato al pm della Dda capitolina, De Falco, che, secondo i legali di Mancuso, non riguarderebbe il magistrato ma altri personaggi legati alla camorra napoletana.

 

A puntare il dito sul procuratore, oggi agli uffici giudiziari di Nola, tre esponenti di spicco della criminalità campana: innanzitutto Peppe Misso junior, detto «'o chiatto», nipote ed erede dell'omonimo super boss detto «'o nasone», mammasantissima della camorra, noto alle cronache anche per il suo coinvolgimento nelle inchieste sulla strage del Rapido 904. Tre anni fa, ai pm della Dda Sergenti e Narducci, Misso jr ha rivelato che lo zio gli aveva confidato che all'origine dell'accordo fra il suo potentissimo clan e la cosca Di Lauro vi era l'eccezionale canale di riciclaggio nella disponibilità di quel Di Lauro che poteva anche contare - sempre a dar retta al pentito - su protezioni in ambienti giudiziari per il collegamento diretto con il giudice Paolo Mancuso, collegamento a suo dire avviato addirittura nei primi anni Novanta. Lo zio boss, collaborante anch'esso, sarebbe stato ascoltato sul punto dai magistrati romani e a precisa contestazione non avrebbe confermato la versione del nipote sul collegamento Mancuso-Di Lauro.

 

Per la cronaca, proprio Misso senior, quando decise di pentirsi, scrisse una lettera al procuratore Paolo Mancuso che, non essendo alla Dda, chiese il permesso al procuratore capo di parlare col «padrino» per convincerlo a collaborare: il procuratore Lepore diede l'ok, Mancuso andò in carcere e Misso senior tradì per sempre la sua famiglia criminale.

 

Tornando a Misso jr, quando si decide a fare il nome del giudice Mancuso lo accosta a quello di Stefano Marano, un industriale dell'hinterland napoletano, già coinvolto nella precedente inchiesta che coinvolse Mancuso, indagato nel 2004 (poi archiviato) per rivelazioni d'atti d'ufficio e favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato l'associazione camorristica capeggiata da Paolo Di Lauro. Marano, per quanto a Misso junior avrebbe detto lo zio Misso senior, sarebbe stato il tramite fra Mancuso e Di Lauro.

Un pezzo da novanta della camorra che conta, il killer-pentito Maurizio Prestieri, tira in ballo il magistrato («Paolo Di Lauro mi disse: il mio referente in procura è Paolo Mancuso») e pure lui a un certo punto cita Marano - sempre prosciolto nelle inchieste in cui è stato coinvolto - quale «riciclatore» del clan più potente di Scampia.

 

Il giudice Mancuso ha sempre negato una frequentazione assidua con Marano, indipendentemente da quel che veniva fuori dai contenuti delle intercettazioni sull'utenza dell'imprenditore a proposito della partecipazione di entrambi a battute di caccia anche fuori dai confini nazionali.

L'inchiesta fu lunga e tormentata. E se nel 2005 la procura di Roma chiese e ottenne l'archiviazione di Mancuso per mancanza di «prove piene» rispetto ai fatti contestati, in sentenza i magistrati romani non lesinarono critiche al collega partenopeo sul quale vennero riscontrati «elementi di un certo rilievo» che hanno «sicuramente un alto valore indiziante», posto che Mancuso - si legge nel dispositivo della sentenza - ha tenuto comportamenti «singolari e inopportuni», «numerosi contatti e frequentazioni con soggetti pregiudicati e indagati dal suo stesso ufficio». Fecero notare inoltre come Paolo Mancuso fosse «andato a caccia, probabilmente di frodo, in compagnia di un soggetto indagato per associazione a delinquere».

 

Il terzo pentito dell'inchiesta romana è in realtà un ex pentito campano, essendo stato declassato perché faceva estorsioni. Secondo quanto riporta il Roma costui è Antonio Cutolo, capozona della Nco di San Giuseppe Vesuviano, e al pm Maria Antonietta Troncone ha riferito parecchie cose per sentito dire, compresa quella che Paolo Mancuso si sarebbe interessato alle condizioni carcerarie di camorristi.

 

La difesa di Mancuso, interpellata dal Giornale, preannuncia querele nei confronti di chiunque «getterà fango sull'onorabilità di Paolo Mancuso». L'avvocato Peppino Fusco non ci tiene a commentare. Precisa soltanto che il suo assistito non è iscritto sul registro degli indagati. «L'unica cosa certa - dice - è che a Roma c'è un'inchiesta a carico di altri personaggi, non di Mancuso, citato da tre pentiti in maniera marginale e generica. Quanto ai presunti favoritismi per alcuni detenuti, beh, qui siamo alla diffamazione perché è già stato tutto chiarito nell'indagine precedente. Sull'inchiesta romana a quanto ne so pende una richiesta di archiviazione».

 

E mentre la procura capitolina tace, l'esponente del Pdl campano, Marcello Taglialatela, sollecita una presa di posizione del Guardasigilli Alfano per fugare ogni dubbio sulla correttezza delle indagini nei confronti di Paolo Mancuso che nel 2011 potrebbe candidarsi proprio alla guida della procura di Napoli. Che ha ripetutamente indagato su di lui.

 

ANCHE IL SUO NOME TRA I CONTATTI DI D'AVANZO
Il nome del magistrato Paolo Mancuso finì anche fra gli accertamenti disposti dalla Procura di Napoli sulla fuga di notizie per le intercettazioni Saccà-Berlusconi. Nessuna conseguenza per lui. Le indagini disposte per accertare chi passò a «Repubblica» i contenuti dell'inchiesta top secret si svilupparono attraverso i tabulati di Giuseppe D'Avanzo, autore degli articoli incriminati.

 

L'esame del traffici telefonici portò a evidenziare contatti con numerosi magistrati della procura di Napoli, compreso per l'appunto Mancuso. Sulla rubrica del cellulare di D'Avanzo spuntavano il numero di cellulare del magistrato e quello dell'ufficio di Mancuso oltre a un'utenza in uso a Paolo Mancuso, chiamata in quei giorni ma «intestata - osservava l'informativa della Gdf - a tale S. Francesco, nato a Caserta e che secondo la banca dati A.T. percepisce redditi di lavoro dipendente dalla casa circondariale femminile di (...)» un penitenziario toscano. D'Avanzo chiamò anche un telefono intestato al figlio del magistrato. L'inchiesta si concluse con un nulla di fatto.

 

[11-02-2010]

 

 

 

CIANCIMINO: MIO PADRE INTERVENNE PER NON FAR LIBERARE MORO...
(ANSA) -
"Nel 2000 mio padre mi disse che i cugini Salvo e l'on. Rosario Nicoletti, ex segretario della Dc siciliana, si erano rivolti a Salvo Lima dicendo di essere in grado di dare indicazioni sul luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro". E' una delle ultime rivelazioni rese da Massimo Ciancimino ai pm di Roma confluite nel processo al senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.

Le carte sono state inviate alla Dda di Palermo perché contengono anche dichiarazioni su Dell'Utri e i pm del capoluogo le hanno inviate al pg che sostiene l'accusa nel processo al senatore. "In seguito - prosegue - a mio padre era stato chiesto di impedire la liberazione dello statista dal segretario della Dc Zaccagnini attraverso Attilio Ruffini. Analoga richiesta gli era giunta da appartenenti a Gladio, nella cui struttura mio padre era inserito, e dai servizi segreti".

 - PROCESSO DELL'UTRI, PG PRESENTA NUOVI ATTI
(ANSA) -
In apertura di udienza del processo per concorso in associazione mafiosa al senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri, il pg Nino Gatto ha annunciato il deposito di una serie di atti supplementari, tra i quali le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. Il pg, che avrebbe dovuto proseguire la requisitoria, sta illustrando i documenti che depositerà alla seconda sezione della corte d'appello. Tra le nuove carte anche i pizzini scritti da Provenzano all'ex sindaco Vito Ciancimino. Il pg si accinge a chiedere, per la seconda volta, la sospensione del processo Dell'Utri.

 - DELL'UTRI; CONCESSO TERMINE A DIFESA DI 2 SETTIMANE...
(ANSA)
- La seconda sezione della corte d'appello di Palermo ha concesso ai legali del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri un termine di due settimane per consentire loro l'esame delle nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino depositate agli atti del processo. All'udienza del 26 febbraio i legali diranno se sono d'accordo sul sentire Ciancimino e interrompere, per la seconda volta, la requisitoria o meno.

Sentito il parere dei difensori la corte deciderà l'eventuale esame del testimone. Già una volta i giudici avevano rigettato la richiesta di fare deporre il figlio dell'ex sindaco di Palermo. La requisitoria è già stata interrotta i primi di dicembre per l'esame di un altro teste dell'ultima ora: il pentito Gaspare Spatuzza.

12.02.10 

 

 

CIANCIMINO: FORZA ITALIA FRUTTO TRATTATIVA STATO-MAFIA (PROVENZANO VOLEVA RAPIRE I FIGLI DI BERLUSCONI)...
(AGI) -
"Berlusconi come entita' politica era il frutto di questa trattativa" tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992. Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori a Palermo. Ciancimino, parlando di una lettera di Provenzano del 1994, ha sostenuto che il boss voleva "richiamare il partito che era nato grazie a quello che era il frutto della trattativa, o collaborazione dopo agosto, a ritornare un poco sui suoi passi. Era un'avvisaglia a rientrare nei ranghi". Nella lettera si alludeva a "un triste evento", che per Ciancimino era il possibile sequestro di uno dei figli di Berlusconi.

 

3 - CIANCIMINO: UN CAPITANO MI DISSE NON PARLARE DI BERLUSCONI...
(AGI) -
"Un capitano, mi si presento' cosi', mi disse che non dovevo parlare di Berlusconi e Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino deponendo al processo Mori a Palermo. "Il capitano -ha aggiunto- lo avevo visto con Franco", il finora non identificato agente dei servizi dei segreti che teneva rapporti con Vito Ciancimino. "Io -ha proseguito Massimo Ciancimino- gli dissi che non potevo tace con tutto quello che mi avevano sequestrato, compreso il foglio sulle minacce a Berlusconi".

 

Il capitano gli avrebbe replicato: "'Non ti preoccupare, tanto nessuno ti chiedera' niente'. Ed e' andata davvero cosi' -ha affermato Massimo Ciancimino rivolto ai pm- fino a che non mi avete interrogato voi". Il teste ha poi riferito di essersi rivolto al settimanale 'Panorama' "per paura" e ha sottolineato di avere "un buon rapporto" con il direttore Maurizio Belpietro.

Nel corso della deposizione, Ciancimino ha anche sostenuto che il viceprocuratore nazionale Antimafia, Giusto Schiacchitano, gli fece sapere "attraverso (il commercialista Gianni) Lapis e mia moglie che non dovevo parlare del fatto che parte della societa' del gas era mia, e che cosi' si sarebbe salvato tutto".

CHI VINCE IN SICILIA (O IN CAMPANIA, TRA LE REGIONI PIÙ POPOLOSE) HA IN MANO IL PAESE – MA SE VINCE LA DC, L’UDC, BERLUSCONI (O I SOCIALISTI DI MARTELLI) È "PATTO CON LA MAFIA". QUANDO VINSE LEOLUCA ORLANDO FU RINASCITA DEMOCRATICA - A PALERMO O A NAPOLI LA REGOLA È UNA E UNA SOLA: O TI ACCORDI CON COSA NOSTRA O SONO CAZZI VOSTRI, TERZA VIA NON ESISTE ( PERCHÉ LO STATO NON HA CITTADINANZA IN QUELLE REGIONI)

 

1 - LA PALERMO DEI VELENI E LE DOMANDE MAI FATTE AL FIGLIO DI DON VITO...
Attilio Bolzoni
per "
la Repubblica"

 

Covi e tesori potrebbero raccontare la Palermo di ieri e l'Italia di oggi. Ma covi e tesori non parlano.E non parlano alti ufficiali in divisa nera. A volte non parlano neanche carte lasciate ammuffire negli armadi di qualche Tribunale. Ci resta solo lui: ci resta solo Massimo Ciancimino che fa parlare un morto.
Suo padre.

 

Sui soldi sporchi arrivati da Palermo per costruire la Milano 2 di Berlusconi. Sui latitanti mai presi. Sulla nascita di quel nuovo partito- Forza Italia- voluto da una trattativa fra mafia e Stato durante le stragi siciliane. Vicende di confine. Di scambio e di ricatto. Perché dice tutto questo soltanto ora?, si chiedono tutti.

Perché chiama in causa il presidente del Consiglio? Perché sono arrivate soltanto ora e così in ritardo le verità di Massimo Ciancimino? La risposta è semplice nella sua banalità: nessuno gli aveva mai chiesto niente prima.
Mai, mai una volta.

 

Anzi, stando a quello che sostiene il più piccolo dei cinque figli di don Vito, alcuni personaggi (un ufficiale dei Ros, un agente segreto chiamato «Carlo» o «signor Franco» e un misterioso «capitano»), gli avevano assicurato che nessuno lo avrebbe mai «disturbato» su queste faccende né a Palermo né altrove in Italia.
Le cose sono andate diversamente. E lui a domanda, adesso risponde. Sempre. Quanto ci sia di vero o di verosimile in quello che dice, è un altro discorso.

E' tutto scombinato l' affaire Ciancimino, visto al presente e visto al passato. Scombinato ai tempi del padre e scombinato ai tempi del figlio. Generazione dopo generazione loro tengono sempre banco. Il verbo di Palermo da cinquant'anni è sempre sulla bocca di un Ciancimino.

 

Cominciamo dall'inizio che poi è anche la fine: il 19 novembre del 2002. Anche se non spiega tutto, questa data già spiega tanto: è il giorno che muore Vito Ciancimino ed è pure il giorno che suo figlio Massimo viene indagato per il riciclaggio dei soldi di suo padre. Per i tre o quattro decenni precedenti mai un'indagine patrimoniale (se si esclude un tentativo di Falcone naufragato fra gli «aggiustamenti» di consulenti e di giudici buoni amici di don Vito) sull'impero costruito da un ex sindaco che era alla guida di un partito cosca trasversale dominante a Palermo.

 

Mai un solo accertamento fiscale, un'ispezione bancaria. Vito Ciancimino era uno degli uomini più ricchi della Sicilia e, quando se n'è andato- «per cause naturali», rassicurava un'agenzia di stampa quel giorno - risultava nullatenente. Quel 19 novembre del 2002, Massimo è scivolato per la prima volta in un'inchiesta giudiziaria. Tutti a Palermo erano stati ciechi e muti e sordi. Naturalmente, magistrati dell'antimafia compresi.

 

C'è un'altra data da ricordare: la primavera del 1993. E' in quei mesi che Ciancimino - padre - comincia a parlare con i procuratori di Palermo, nel carcere dove era rinchiuso. A dire più o meno, difendendosi, quello che oggi sta ripetendo il figlio per le storie di Palermo dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta. Su cadaveri eccellenti. Su appalti. Su Giulio Andreotti. E' tutto in un memoriale che molti considerarono «spazzatura».

 

Vito Ciancimino, una quindicina di anni fa quando cominciò a rivelare i suoi segreti, fu trattato come un depistatore. Il suo pensiero adesso sono diventate le «rivelazioni» del figlio. Con l'aggiunta - non secondaria per la verità - dei patti per la cattura pilotata di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, della mancata cattura di Bernardo Provenzano, del ruolo di «mediatore» che prese Marcello Dell'Utri al posto di suo padre. E' il Ciancimino parte seconda, che però viene sempre dalla prima: la fonte è sempre don Vito. Il morto.

 

Perché parla soltanto ora Massimo Ciancimino? Perché se non avesse rilasciato un'intervista a «Panorama» nel dicembre del 2007 - sugli incontri di suo padre con Bernardo Provenzano, sulle trattative con i carabinieri dei Reparti speciali a cavallo delle stragi Falcone e Borsellino, sul famigerato papello ricevuto da Totò Riina - non avrebbe parlato mai. Poi, i procuratori di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l'hanno invitato a «spiegare». E da quel momento - era il giugno del 2008 - non si è fermato più. Un testimone un po' particolare ma sempre un testimone. Seguito, minacciato, invitato a «stare zitto» da misteriosi personaggi che una volta erano in intimità con suo padre, Massimo Ciancimino riempie verbali e inonda l'aula bunker dell'Ucciardone con i suoi racconti.

Un'altra coincidenza molto palermitana: il covo di Bernardo Provenzano e il tesoro di Vito Ciancimino. Il primo l'hanno trovato dopo quarantatré anni di latitanza, il secondo l'hanno cominciato a cercare subito dopo.

 

Sembravano due indagini separate nel 2006, oggi è la stessa indagine e la stessa storia. Covo e tesoro, un unico incastro. Potere militare e potere economico di Cosa Nostra. Della mancata cattura di Provenzano, il piccolo Ciancimino ha riferito probabilmente tutto ciò che sapeva («Il padrino corleonese aveva immunità su tutto il territorio nazionale»), sul tesoro di famiglia probabilmente non dirà mai niente. Non è che a Palermo, in questi mesi, sta accadendo qualcosa che ci sfugge?

2 - L'OLTRAGGIO IMPUNITO...
Paolo Granzotto
per "
Il Giornale"

A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell'Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all'intelligenza dei componenti la Corte.

 

Nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell'ottobre del '95, del boss mafioso Bernardo Provenzano.

Cosa c'entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?

Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell'Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all'immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo.

Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un'aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un'aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.

È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l'interesse e la disposizione d'animo.

 

È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l'estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: "È fuori da tutto". Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...».

È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo). Possibile che mancasse quell'intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un'aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X.

Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l'occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch'esso. Tertium non datur.

 

 

[09-02-2010]

 

 

CIANCIMINO: FORZA ITALIA FRUTTO TRATTATIVA STATO-MAFIA (PROVENZANO VOLEVA RAPIRE I FIGLI DI BERLUSCONI)...
(AGI) -
"Berlusconi come entita' politica era il frutto di questa trattativa" tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992. Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori a Palermo. Ciancimino, parlando di una lettera di Provenzano del 1994, ha sostenuto che il boss voleva "richiamare il partito che era nato grazie a quello che era il frutto della trattativa, o collaborazione dopo agosto, a ritornare un poco sui suoi passi. Era un'avvisaglia a rientrare nei ranghi". Nella lettera si alludeva a "un triste evento", che per Ciancimino era il possibile sequestro di uno dei figli di Berlusconi.

 

- CIANCIMINO: UN CAPITANO MI DISSE NON PARLARE DI BERLUSCONI...
(AGI) -
"Un capitano, mi si presento' cosi', mi disse che non dovevo parlare di Berlusconi e Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino deponendo al processo Mori a Palermo. "Il capitano -ha aggiunto- lo avevo visto con Franco", il finora non identificato agente dei servizi dei segreti che teneva rapporti con Vito Ciancimino. "Io -ha proseguito Massimo Ciancimino- gli dissi che non potevo tace con tutto quello che mi avevano sequestrato, compreso il foglio sulle minacce a Berlusconi".

 

Il capitano gli avrebbe replicato: "'Non ti preoccupare, tanto nessuno ti chiedera' niente'. Ed e' andata davvero cosi' -ha affermato Massimo Ciancimino rivolto ai pm- fino a che non mi avete interrogato voi". Il teste ha poi riferito di essersi rivolto al settimanale 'Panorama' "per paura" e ha sottolineato di avere "un buon rapporto" con il direttore Maurizio Belpietro.

Nel corso della deposizione, Ciancimino ha anche sostenuto che il viceprocuratore nazionale Antimafia, Giusto Schiacchitano, gli fece sapere "attraverso (il commercialista Gianni) Lapis e mia moglie che non dovevo parlare del fatto che parte della societa' del gas era mia, e che cosi' si sarebbe salvato tutto".

09.01.10

 

LE CIANCE DI CIANCIMINO - "Mio padre mi disse che Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente. Accordo che risale al maggio del ’92". Cioè pochi giorni prima dell'assassinio di Falcone e Borsellino - "Nel 1990 mio padre si fece annullare l’ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione" (all’epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale)...

Il Giornale.it


"Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento per la mancata cattura del boss Provenzano.

"Questa immunità - ha aggiunto - secondo quanto mi ha spiegato mio padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale al maggio del '92". Cioè pochi giorni prima della strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, e di quella di via D'Amelio, di cui rimase vittima il giudice Paolo Borsellino.

I rapporti con Provenzano "Conosco Provenzano da sempre. Ho ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni '70, fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre". Ha detto ancora, deponendo al processo per favoreggiamento agli ufficiali dell'Arma Mario Mori e Mauro Obinu, Ciancimino junior.

Il testimone, che ha detto di avere conosciuto il capomafia con il nome di "ingegner Lo Verde", ha scherzosamente ricordato che il padre lo rimproverava di avere risposto male al boss di Corleone, quando era ragazzino, dicendogli: "Tu sei l'unico che è riuscito a dire cornuto a Provenzano".

Arresto annullato in Cassazione "Nel 1990 mio padre si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione". Ciancimino ha fatto un riferimento esplicito, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.

[01-02-2010]

LE CIANCE DI CIANCIMINO JR. – DELL’UTRI SOSTITUÌ MIO PADRE, AVEVA RAPPORTI DIRETTI CON PROVENZANO – LA MANCATA PERQUISIZIONE DEL COVO DI RIINA FU CONCORDATA - MIO PADRE SI SENTI' INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER L'ARRESTO DI RIINA - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA…

1 - CIANCIMINO: DELL'UTRI SOSTITUI' MIO PADRE IN TRATTATIVA...

 

(ANSA) - "Dopo il suo arresto, a dicembre del '92, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con l'avallo di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.

2 - RAPPORTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO...

(ANSA) - "Marcello Dell'Utri e Bernardo Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario Mori.

3 - ECCO LA VIA DEI 'PIZZINI' DI PROVENZANO...

 

(Adnkronos) - 'I 'pizzini' che arrivavano a mio padre provenivano da Provenzano. Me lo disse mio padre'. Lo ha  detto Massimo Ciancimino, proseguendo la deposizione all'aula bunker  dell'Ucciardone di Palermo al processo Mori. 'Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da Provenzano, ma  erano tutti riconoscibili, secondo un codice criptato all'interno  degli stessi, che mio padre poteva riconoscere. Erano sempre in buste  chiuse che io portavo a mio padre.

Lui andava a prendere i guanti  monouso, quelli sterili, usava il borotalco, apriva i 'pizzini', li  leggeva e li richiudeva - ha detto ancora Ciancimino junior - Faceva  sempre le fotocopie dei 'pizzini' che metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e aveva paura che si potessero trovare gli  originali con le impronte di Provenzano. Cosi' preferiva fare le  fotocopie'.   

I pizzini di Provenzano, come spiega poi il figlio dell'ex  sindaco di Palermo, sarebbero stati conservati 'in territorio non  italiano, in un istituto svizzero'. Ed e' lo stesso Massimo Cancimino  a spiegare al Tribunale di essere 'indagato in Svizzera', senza dare  ulteriori spiegazioni.

 

4 - MANCATA PERQUISIZIONE COVO RIINA FU CONCORDATA...

(Adnkronos) - La mancata perquisizione del covo  del boss mafioso Toto' Riina sarebbe stata concordata dai Carabinieri.  Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo,  proseguendo la sua deposizione all'aula bunker del carcere Ucciardone  del capoluogo siciliano.   

Ciancimino junior ne aveva parlato con il padre in uno dei colloqui in carcere: "Per mio padre la mancata perquisizione del covo fu una sorta di onore alle armi per il capomafia". Ed e' sempre  Massimo Ciancimino a raccontare che il padre gli racconto' che "Riina  si vantava sempre che nel momento in cui avessero lo avessero  arrestato e avessero perquisito il covo, avrebbero trovato tanta di  quella documentazione da fare crollare l'Italia".

Una circostanza  appresa dal padre in carcere.   Sulla mancata perquisizione del covo del boss mafioso Riina,  dopo la sua cattura, avvenuta il 15 gennaio del 1993, Ciancimino dice  ancora: 'Per l'arresto di Riina i Carabinieri avevano avuto un  atteggiamento di rispetto per la sua famiglia che doveva essere messa  nelle condizioni di potere raggiungere il suo paese (Corleone ndr)'.

 

5 - CARABINIERI NON PERQUISIRONO CASSAFORTE CON 'PAPELLO' RIINA...

(Adnkronos) - Nella perquisizione eseguita dai  Carabinieri nell'abitazione di Massimo Ciancimino dopo l'avviso di  garanzia ricevuto per riciclaggio, i Carabinieri 'non controllarono  la cassaforte' dove erano conservati tutti i 'pizzini' del padre Vito  Ciancimino, tra cui quelli inviati dal boss Bernardo Provenzano, ma anche il cosiddetto 'papello', cioe' la lista di richieste avanzate da Toto' Riina per far cessare l'offensiva stragista del 1992 di Cosa nostra allo Stato.

A rivelarlo oggi in aula, al processo Mori, e' lo  stesso Massimo Ciancimino, che sta ricostruendo, rispondendo alle  domande del pm Antonio Ingoia, la via dei 'pizzini'.   Nel 2006 - ha spiegato - i documenti furono portati all'estero  "perche' fui avvisato da una persona, vicina al 'signor Franco' (uomo  dei servizi segreti ndr), che da li' a poco mi avrebbero arrestato e  che sarebbe stato opportuno sbarazzarmi dei pizzini".  

 

6 - RIINA PRESSATO DA SUGGERITORE PER POLITICA STRAGISTA...

(Adnkronos) - 'Carissimo ingegnere... Ho  ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore... Come  gia' avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e'  molto pressato'. Inizia cosi' uno dei 'pizzini' inviati da Bernardo  Provenzano a Vito Ciancimino. 'Ricevetti la busta con all'interno il  pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano,  cioe' da familiari di Pino Lipari', ha spiegato Massimo Ciancimino,  nel corso della sua deposizione al processo Mori.

Analizzando il 'pizzino', mostrato in aula dal pm Antonio  Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del 'nostro  amico' si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato  un 'grande architetto' con l'obiettivo di 'mandare avanti la politica  stragista' anche se, ha detto il figlio dell'ex sindaco, 'mio padre  e Provenzano erano contrari all'accelerazione delle stragi'.

 

'E'il  momento che tutti facciamo un grande sforzo', si legge nel 'pizzino'  e Massimo Ciancimino spiega: 'Mio padre diceva che l'ulteriore sforzo  era il contropapello'.   Ma chi e' 'l'architetto' di cui si parla nel pizzino? "Il nome  non mi fu mai fatto da mio padre", ha detto Ciancimino. "Speriamo che  la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne  insieme", si legge ancora nel pizzino.

7 - PRIMA DI CATTURA RIINA MIO PADRE DOVEVA INCONTRARE PROVENZANO...

(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino poco prima dell'arresto di Salvatore Riina 'doveva incontrare all'estero il boss mafioso Bernardo Provenzano', all'epoca latitante. A rivelarlo in aula e' Massimo Ciancimino che continua la deposizione al processo Mori. "Mio padre - ricorda - chiese ai Carabinieri di avere un passaporto valido per l'espatrio".

'Mio padre percepiva come il fatto stesso di avere dato indicazioni per la cattura di Riina, attraverso Bernardo Provenzano, necessitava di ulteriori cautele - ha detto ancora - Da qui la necessita' di incontrare Provenzano all'estero'. Ma il 19 dicembre del 1992 Vito Ciancimino venne arrestato. "Per mio padre fu una trappola dei Carabinieri che lo volevano togliere di mezzo" ha commentato il figlio dell'ex sindaco.

 

8 - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER ARRESTO RIINA...

(Adnkronos) - Il boss mafioso Bernardo Provenzano avrebbe dato ai Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino, le indicazioni per catturare il boss mafioso Salvatore Riina. E' quanto dice, per la prima volta in un'aula di giustizia, Massimo Ciancimino, continuando la deposizione al processo Mori a Palermo. I Carabinieri, secondo il racconto di Ciancimino junior, che continua a parlare della presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino 'due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo'.

I documenti, ridotti a una zona piu' ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con alcune zone ristrette e 'cerchiate con l'evidenziatore'.

Secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato proprio il padre Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo, a 'convincere Provenzano. Non fu facile, lui non amava il tardimento".

 

9 - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA...

(Adnkronos) - "Mio padre chiese ai Carabinieri che della trattativa bisognava informare anche l'onorevole Violante".  Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori in corso  all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A proposito della  cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, Ciancimino junior ha  detto ai giudici della quarta sezione via D'Amelio, che ci sarebbe  stato un altro incontro tra Vito Ciancimino, l'allora capitano De  Donno e il generale Mario Mori.   

Parlando ancora di Violante, che era all'epoca Presidente della  Commissione nazionale antimafia, il figlio dell'ex sindaco afferma che  era considerato 'vicino ai giudici comunisti'. Secondo quanto  racconta in aula Ciancimino junior, il padre riteneva opportuno  informare Luciano Violante perche' "voleva una contropartita per la  cattura di Riina" e sperava di potere avere un trattamento di favore  per la restituzione dei beni che gli erano stati sequestrati dalla  magistratura.  

10 - CARABINIERI NON IPOTIZZARONO MAI CATTURA PROVENZANO...

(Adnkronos) - 'A mio padre i Carabinieri non  chiesero mai la cattura di Provenzano, ma non credo fosse mai stata  neppure ipotizzata, proprio perche' l'interlocutore privilegiato di  mio padre per giungere alla cattura di Riina era Provenzano'. Lo ha  detto Massimo Ciancimino proseguendo nella sua deposizione in aula al  processo Mori.  

11 - PER CATTURARE RIINA SI USO' PROVENZANO...

(Adnkronos) - Dopo la strage di Via D'Amelio,  in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della  scorta, sarebbe ripresa la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa  nostra. A rivelarlo in aula, al processo Mori, e' Massimo Ciancimino  che dice: 'Mio padre mi disse che per riuscire a catturare Toto'  Riina i Carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano'.   

'Alla luce dell'ennesima strage, quella di via D'Amelio - ha  detto in aula - -nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa  nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con  Salvatore Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere  i contatti con i Carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento  di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il  riscontro.

 

Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla  'prima' trattativa. In quel caso, era una proposta iniziale delle  istituzioni di possibili benefici verso i familiari, un atteggiamento  piu' morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase che  e' piu' operativa. Dalla resa dei latitanti si passa alla volonta' di  volere catturare Salvatore Riina. Ovviamente si parla di catturare  Riina e non Provenzano, perche' era un interlocutore privilegiato di  mio padre e loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano  bisogno di mio padre'.  

12 - MIO PADRE SI SENTI' INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO...

(Adnkronos) - E' iniziata all'aula bunker del  carcere Ucciardone di Palermo la seconda giornata di deposizione di  Massimo Ciancimino al processo a carico del generale Mario Mori e del  colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa  nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ciancimino e'  entrato in aula accompagnato dal suo legale Francesca Russo.   

Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato l'udienza parlando della  strage di via D'Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo  Borsellino a e la scorta. 'Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv  della strage - ha detto - mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di  Palermo ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile,  dell'ennesima strage. 'Se questo e' capitatato e' anche colpa nostra',  mi disse mio padre'.

[02-02-2010] 

 

 

 

CIANCIMINO: MIO PADRE NEGLI ANNI '70 INVESTI' SOLDI A MILANO 2...
(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, avrebbe investito una parte del suo patriminio per la realizzazione di Milano 2. Ad affermarlo in aula, al processo Mori, e' Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso. "Mio padre in quegli anni - ha detto - si vedeva spesso con gli imprenditori Franco Bonura e Nino Buscemi. E insieme investirono soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano, che e' stata poi chiamata Milano 2".

 CIANCIMINO: COSI' IL CAPITANO DE DONNO CHIESE DI INCONTRARE MIO PADRE...
(Adnkronos) - "Cinque o sei giorni dopo la strage del 23 maggio del 1992 incontrai in aeroporto l'allora capitano Giuseppe De Donno. In volo per Palermo abbiamo viaggiato seduti accanto. In quell'occasione, il capitano fece riferimento al mio buon rapporto con il giudice Falcone e io riferii al capitano una delle parole usate da mio padre dopo la strage di pochi giorni prima: 'Questa non e' piu' mafia, ma terrorismo'. Subito dopo De Donno ipotizzo' a un appuntamento diretto tra il capitano, il suo diretto superiore, l'allora colonnello Mario Mori e mio padre".

Lo ha detto Massimo Ciancimino, alla ripresa del processo a carico del generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. "Tornando a Roma riferii a mio padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno - ha detto ancora Ciancimino - La cosa che mi meraviglio' e' che mio padre non mostro' alcuno stupore all'idea di un contatto con due ufficiali dell'Arma. Non dico che se l'aspettava ma non era sorpreso piu' di tanto".

Alla richiesta di incontrare De Donno, il padre di Massimo Ciancimino avrebbe chiesto al figlio in quanto tempo "avrebbe dovuto dare la risposta. Ci avrebbe pensato su e mi avrebbe fatto sapere".

CIANCIMINO: NEL 2009 ATTO INTIMIDATORIO DA SERVIZI SEGRETI...
(Adnkronos) - "Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accuso' di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio'. A parlare in aula di una intimidaizone avuta dai servizi segreti e' Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, che sta deponendo al processo a Mario Mori.

Gli 007, come sostenuto da Ciancimino junior, non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del '92.  

02.02.10

 

TARQUINIA / 23-01-2010

TARQUINIA, SEGNALAZIONI ALL'ANTIMAFIA / tra Tarquinia e Civitavecchia terreno sempre più fertile per la Mafia

Lottizzazioni, zone industriali, appalti. La centrale a carbone di Civitavecchia, l'autostrada, il cementificio, il Porto di Civitavecchia, il Terminal Cina e le lunghe mani di 'ndrangheta, camorra e cosa nostra.
Le mafie avanzano in bassa Maremma, meravigliosa terra degli Etruschi. L'ex Sindaco di Tarquinia, Luigi Daga, Vice Presidente dell'Associazione Antonino Caponnetto, scrive alla Direzione Distrettuale Antimafia la lettera che pubblichiamo:



Negli ultimi tempi, da notizie fornite da cittadini e da articoli di stampa apparsi sui giornali locali, è stata evidenziata la presenza di attività sospette lungo il litorale tra Tarquinia e Civitavecchia, in particolare nella località definita S. Giorgio, interessata da estese lottizzazioni.

E’ stata notata la presenza di imbarcazioni che attraccano nelle ore notturne e di automezzi che subito dopo ripartono dalla spiaggia verso l’entroterra.


La zona avrebbe attratto l’interesse di società campane e calabresi intenzionate alla compravendita di aree edificabili per decine di ettari.


Alcuni giorni fa è apparsa la notizia che il proprietario di un lotto di terreno in quella località, è stato fatto oggetto di una evidente intimidazione: la testa mozzata di un agnello sul cancello d’ingresso della sua proprietà.

Trattandosi di un’area sulla costa, adiacente al porto di Civitavecchia, interessato da traffici di ogni tipo e alla Centrale a carbone di Civitavecchia nel cui cantiere operano imprese contigue alla criminalità organizzata, nonché ad ingenti investimenti come il cementificio, il Terminal Cina, l’impianto di smaltimento dei rifiuti e il cantiere dell’autostrada Civitavecchia-Livorno; si chiede di porre la massima attenzione sulla zona in questione, compresi gli investimenti nell’area industriale di Tarquinia da parte di società fiduciarie presumibilmente provenienti dalla Calabria e di cui non si conoscono gli assetti proprietari.


A disposizione per ogni eventuale notizia, cordiali saluti


Luigi Daga

 

 

QUEI PEZZI MANCANTI (CHE UNA MANINA HA PORTATO VIA...) – NEL LIBRO DI SALVO PALAZZOLO LA LUNGA LISTA DELLE PROVE SCOMPARSE DALLE SCENE DEI CRIMINI Più EFFERATI DELLA STORIA SICILIANA: DALLE CARTE DI DALLA CHIESA ALL’AGENDA DI IGNAZIO SALVO, LA RELAZIONE DI PIO LA TORRE – UN VIAGGIO FRA I SEGRETI DELLO STATO, TRA “PULIZIE” E DEPISTAGGI…

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

Chiamiamolo il catalogo, l´inventario delle prove scomparse di Palermo. E frugando fra i reperti (che non si trovano più), torniamo dentro i misteri siciliani degli ultimi trent´anni. La mafia si può descrivere anche con quello che è stato sottratto o cancellato, manomesso o fatto sparire. A volte dopo un delitto, a volte anche prima.

Sono pochi gli omicidi eccellenti di Palermo dove, «sulla scena del crimine», qualcuno non si sia appropriato di qualcosa per nasconderla per sempre. Qualcuno che non voleva far ritrovare un diario, un´agenda, una cassaforte. O anche un sasso, una pietra sporca di sangue come quella che nella notte fra l´8 e 9 il maggio 1978 uccise Giuseppe Impastato, ragazzo sognatore che se la prendeva con i boss e cercarono di farlo diventare un terrorista suicida.

La pietra sporca di sangue, l´arma del delitto «rinvenuta» dal necroforo comunale di Cinisi Giuseppe Briguglio in un casolare a pochi metri dai binari dove ammazzarono Giuseppe Impastato, non è mai stata ricevuta dall´ufficio corpi di reato del Tribunale di Palermo. Consegnata ai carabinieri e poi sparita.

L´inchiesta giornalistica di Salvo Palazzolo è stata raccolta in un libro - ‘I pezzi mancanti´ (Editori Laterza, pagg. 297, 16 euro) - che è, avverte il sottotitolo, «un viaggio nei misteri della mafia». Ricordando ciò che è accaduto intorno ai morti ‘importanti´ di Palermo, potremmo aggiungere che non è solo un viaggio nei misteri di mafia ma anche un viaggio nei misteri di Stato. Il sicario non ruba mai le prove che lascia: uccide e basta. Sono altri, che poi intervengono per ripulire e depistare.

Di pezzi mancanti, l´inchiesta di Palazzolo ne rintraccia 24. E ci spiega che sono sempre serviti a non farci avvicinare troppo alla verità. Dal sasso che ha ucciso Giuseppe Impastato alle carte che il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa conservava nella sua cassaforte di Villa Pajno a Palermo: sparite anche quelle.

I poliziotti, che la notte del 3 settembre del 1982 entrarono nella residenza del generale prefetto, trovarono la cassaforte ma non la chiave per aprirla. Saltò fuori solo sei giorni dopo, quando la cassaforte era ormai vuota. «Se mi accade qualcosa, prendi quel che sai: ho messo tutto nero su bianco», aveva confidato appena qualche settimana prima della sua morte Carlo Alberto dalla Chiesa alla fedele governante.

E dov´è finita l´agendina «con la copertina colore marrone scuro» dell´esattore mafioso Ignazio Salvo, quella sequestrata dal commissario Ninni Cassarà pochi mesi prima di venire ucciso a colpi di Kalashnikov? Era agli atti del maxi processo. Era: perché oggi non c´è più. Non c´era più già all´inizio del 1993, quando i procuratori di Palermo inutilmente la cercarono. Fra tanti numeri, su quell´agendina c´era anche quello di tale «Giulio».

Non si trova più la relazione del segretario regionale del Partito comunista Pio La Torre, quella dove il leader politico denunciava - nell´ottobre del 1981, sette mesi prima di morire - le collusioni con esponenti mafiosi di alcuni uomini del suo partito a Villabate. Non si trova più una videocassetta di Mauro Rostagno, quella che il sociologo giornalista portava sempre con sé e che - secondo alcuni testimoni - aveva sul sedile posteriore della sua auto anche la notte che lo ammazzarono, il 26 settembre 1988. Non si trova più l´agenda rossa di Paolo Borsellino, quella che il procuratore aveva infilato nella sua borsa il pomeriggio che fu ucciso in via D´Amelio.

Pezzi mancanti. Che non ricompariranno più. O che invece ritorneranno al momento opportuno. Per uno scambio, una trattativa. Il contenuto di alcuni file conservati nella memoria del computer del giudice Falcone (quello trovato nella sua casa palermitana di via Notarbartolo) probabilmente non lo conosceremo mai. Il «tesoro» di Totò Riina - documenti che aveva nella sua cassaforte di via Bernini, covo non perquisito dai carabinieri per 18 giorni e 19 notti - non è detto che, prima o poi, non possa riemergere da qualche segreto archivio. Per un altro baratto, un altro ricatto

[21-01-2010]

 

 

CIANCIMINO CIANCIA ANCORA – “NON HANNO MAI PERQUISITO IL COVO DI TOTÒ RIINA PER NON FAR TROVARE CARTE CHE AVREBBERO FATTO CROLLARE L'ITALIA" - "I SERVIZI DISSERO ALLA MAFIA DI NON INTERVENIRE per trovare moro” – “USTICA? FU UN AEREO FRANCESE" – “RICORDO UN "PIZZINO SU DELL'UTRI E CUFFARO SCRITTO DA PROVENZANO”…

Attilio Bolzoni e Franco Viviano per "la Repubblica"

 

Il covo di Totò Riina non l'hanno mai perquisito "per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l'Italia". E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la "cantata" di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell'ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati - milleduecento pagine - e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell'arresto "concordato".

 

Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d'indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni '70 sino all'estate del '92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l'Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l'impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent'anni la Sicilia.

 

IL COVO DEL CAPO DEI CAPI
Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: "Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa".

E ha aggiunto: "Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l'avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l'Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza".

 

LA TRATTATIVA FRA LE STRAGI DEL 1992.
Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l'uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall'altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e "il signor Franco", un agente dei servizi segreti legato all'Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino "è diventato l'obiettivo della trattativa". Racconta ancora il figlio dell'ex sindaco: "Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l'ha detto il signor Franco e gliel'hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno".

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D'Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell'Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: "Mio padre sosteneva che era l'unico a poter gestire una situazione simile... ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate".

L'OMICIDIO MATTARELLA
Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu "un omicidio anomalo". Spiega suo figlio: "Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti... un poliziotto poi gli disse che c'era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell'omicidio.. ".

IL SEQUESTRO MORO
Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all'intelligence fin dal sequestro di Moro. "La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro".

DON VITO E GLADIO
"Mio padre faceva parte di Gladio", ha rivelato Massimo. E ha spiegato: "Mi disse che all'origine c'era mio nonno Giovanni che, all'epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete". Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export "insieme a un colonnello americano" e che ha partecipato "a diversi incontri" organizzati dalla struttura militare segreta.

L'UCCISIONE DEL PREFETTO DALLA CHIESA
É la parte più "omissata" dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell'uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli "che sono legate", poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

LA STRAGE DI USTICA
Nei racconti del figlio dell'ex sindaco c'è il ricordo dell'aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: "Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l'onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un'operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori".

GLI AUTISTI SENATORI
Massimo Ciancimino, ricordando di un "pizzino" inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento "a un amico senatore e al nuovo Presidente per l'amnistia", ha confermato che i due erano Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l'ex governatore: "L'ho incontrato nel 2001 a una festa dell'ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l'ho raccontato a mio padre che mi ha detto: 'Ma come, non te lo ricordi, che faceva l'autista al ministro Mannino?

SCHIFANI

Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me ... Poi ho collegato... perché quando accompagnavo mio padre dall'onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l'autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi... andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c'è chi è più fortunato nella vita e chi meno... ma tutti e tre una volta eravamo autisti".

[13-01-2010]

 

 

CORONA DI SPINE – AL RE DEI PAPARAZZI TRASH IL 2010 HA PORTATO UN ALTRO GUAIO: TRA I SUOI SOCI SPUNTA ANCHE UN PRESTANOME DELLA MAFIA – PER LA PROCURA IL RISCHIO È CHE LUIGI GIROLA POSSA AVER USATO LA QUOTA DI MINORANZA IN UNA SOCIETÀ DI CORONA (ABBIGLIAMENTO) PER RICICLARE DENARO SPORCO – PER ORA NESSUN INDAGATO…

Enrico Lagattolla per "Il Giornale"

 

Mancava solo la criminalità organizzata. Ora potrebbe non mancare più. L'ultima tappa della travagliata vicenda giudiziaria di Fabrizio Corona rischia di essere anche quella più imbarazzante. E emerge da una lunga indagine della procura di Milano e dei carabinieri del Ros, che nello scorso ottobre ha portato all'arresto di 75 persone (tra cui due avvocatesse milanesi) legate alle mafie campana, pugliese e calabrese, e al sequestro di beni immobili, esercizi commerciali e imprese edili nel capoluogo lombardo e nella Bergamasca per un valore di oltre venti milioni di euro.

È l'inchiesta condotta dal pm Marcello Musso, che nei giorni scorsi ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e riciclaggio. In tutto questo, Corona non c'entra. Eppure, il suo nome spunta nella coda dell'indagine. Tra gli arrestati, infatti, ci sarebbe anche un suo socio d'affari. Una vicenda ancora tutta da chiarire e per la quale non ci sono nuovi indagati.

 

Il nome è quello di Luigi Girola, 69 anni da Appiano Gentile (Como). Girola, secondo le indicazioni degli investigatori, è l'uomo che riciclava i soldi sporchi della camorra e delle cosche calabresi. È il denaro della droga e dei furti d'auto che viene reinvestito nelle attività edili e immobiliari.

 

È Girola, scrive il pm, che investe 150mila euro di provenienza illecita per «acquistare un immobile nel comune di Garlasco» e «costruire due villette bi-familiari». O ancora, ad acquistare alcuni immobili nel comune di Magenta per 750mila euro. È lui il rappresentante legale delle società «Arco srl» e «Gila srl», attraverso cui passano i milioni della criminalità organizzata.

E, stando al nuovo filone d'inchiesta che si sta aprendo proprio in questi giorni e che dovrebbe essere assegnato al pubblico ministero Frank Di Maio (lo stesso magistrato che ha ottenuto la condanna in primo grado di Corona a 3 anni e otto mesi nel cosiddetto processo Vallettopoli), Girola avrebbe fatto affari anche con l'ex fotografo dei vip.

 

Come? Attraverso una partecipazione di minoranza in una delle società di Corona, attraverso cui l'ex paparazzo (che di quella società detiene quasi la totalità delle quote) commercializza una linea di abbigliamento.

 

L'indagine è solo agli inizi, ma gli investigatori sembrano già intenzionati a verificare quale sia stato il genere di investimento fatto da un uomo di fiducia e da un prestanome delle organizzazioni criminali. Se, cioè, anche in questo caso sia stato sfruttato un canale legale - quello dell'attività commerciale di Fabrizio Corona, che del tutto lecitamente mette in vendita il proprio prodotto - utilizzandolo in realtà per «lavare» il denaro sporco.

Per ora, comunque, è solo una traccia. E Corona, nonostante la recente condanna, un fascicolo aperto dal tribunale fallimentare e dalla procura per il crac della sua vecchia agenzia, e le tante tegole giudiziarie che vanno dal ritiro della patente allo smercio di banconote false, può dormire sonni tranquilli. Fino al prossimo guaio.

 

 

 

[05-01-2010]



 

 

LA MAFIA VA ALL'ASTA...
Se i beni confiscati alla mafia verranno messi all'asta, la Regione Toscana parteciperà all'acquisto dell'azienda agricola di Suvignano, nel comune di Monteroni d'Arbia, nel Senese. Si tratta di uno dei 23 beni toscani passati allo Stato. Tra questi un famoso albergo a Montecatini e un podere a Massa Cozzile, in provincia di Pistoia, appartenuto al clan Nuvoletta.

"Da quando negli anni Settanta si cominciò a mandare i mafiosi in confino in Toscana, la nostra è diventata una regione molto importante per il riciclaggio di denaro", spiega Federico Gelli, vicepresidente della giunta regionale. Che ha convocato a Firenze un convegno sulla legalità con Pier Luigi Vigna, don Luigi Ciotti e Walter Veltroni per lanciare la proposta di un'agenzia nazionale per la collocazione dei beni confiscati. (M.La.)

04.1.09

 

REGALINI E RICATTINI DI NATALE (TU FAI UN FAVORE A ME, IO FACCIO UN PIACERE A TE) - MA GUARDA ‘STO DESTINO, CINICO E BARO! LO SCORSO 11 DICEMBRE, ZITTI ZITTI, HANNO TOLTO IL CARCERE DURO A GIUSEPPE GRAVIANO, IL BOSS CHE RIFIUTÒ DI TESTIMONIARE AL PROCESSO DELL’UTRI SULLA VERIDICITÀ DELLE DICHIARAZIONI DI SPATUZZA SU BERLUSCONI - "REGALO SCANDALOSO PER IL MAFIOSO CI HA ROVINATO LA VITA AMMAZZANDO I NOSTRI FIGLI” -

La Repubblica.it

E' stato tolto il regime di carcere duro 41 bis al boss mafioso Giuseppe Graviano, attualmente detenuto nel carcere milanese di Opera. La misura era stata richiesta dal legale di Graviano. "I magistrati - dice l'avvocato Gaetamo Giacobbe - hanno applicato la norma che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro. Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41 bis, si è arrivati al tetto di tre anni previsto dalla legge". Graviano sarebbe passato al regime di vita comune il 16 dicembre.

Lo scorso 11 dicembre, davanti ai giudici della Corte d'appello di Palermo che stanno giudicando il senatore Marcello Dell'Utri, Giuseppe Graviano - sentito insieme al fratello Filippo - aveva lamentato uno stato di salute precario, a suo dire provocato dai rigori del 41 bis. A causa dei problemi di salute non aveva risposto alle domande dell'accusa sulla veridicità delle dichiarazioni rese dal pentito Gaspare Spatuzza, che aveva parlato di rapporti tra il senatore e i due fratelli Graviano.

L'ergastolano aveva spiegato che la sua decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere poteva essere rivista se le sue condizioni di salute fossero migliorate, lasciando intendere che questo sarebbe dipeso dal miglioramento del suo regime carcerario. Filippo Graviano aveva invece smentito la ricostruzione fatta da Spatuzza.

Spatuzza

Durissima la reazione dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. "E' scandaloso - si legge in una lettera inviata al ministro della Giustizia, Alfano - che in questo clima di buonismo a buon mercato a Graviano Giuseppe sia stato fatto un regalo di natale che gli ammorbidisce il 41 bis. Butti via le chiavi per il mafioso che ci ha rovinato la vita ammazzando i nostri figli e rendendone di invalidi alla mercé di organismi di stato tutt'altro che buoni, o chieda a Graviano Giuseppe di dirci, collaborando con la giustizia, la verità sulla morte dei nostri figli, quella che spavaldamente ha sempre negato in tribunale ricattando i governi".

 

 

[01-01-2010]

 

 

 

Perché il boss della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino, è sepolto nella basilica opus dei di Sant'Apollinare di Roma? Se lo chiede la procura che ha attivato un'indagine nell'ambito dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi - In passato, il Vaticano non ha mai risposto agli inquirenti - Nel 2005 inoltre il Vicariato di Roma non autorizzò la riesumazione del cadavere di De Pedis…

Dal Messaggero

Interrogatori. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sta procedendo ad una serie di interrogatori. A rispondere alle domande di Capaldo sono già stati Carla Di Giovanni, vedova De Pedis, don Pedro Huidobro rettore della basilica e monsignor Pietro Vergari, ex rettore di Sant'Apollinare.

Le indagini. Tempo fa un uomo telefonò alla trasmissione Chi l'ha visto ? invitando ad andare a vedere nella tomba di De Pedis per fare chiarezza sulla sparizione di Emanuela, alludendo che in quella tomba ci fosse proprio il cadavere della ragazza. L'uomo riconosciuto da Sabrina Minardi (ex di De Pedis e supertestimone) fu identificato dalla procura.

La posizione del Vaticano. In passato, alla richiesta di notizie sui motivi della sepoltura di Renatino a Sant'Apollinare, il Vaticano non ha mai risposto agli inquirenti. Nel 2005 inoltre il Vicariato di Roma non autorizzò la riesumazione del cadavere di De Pedis.

A parlare del «mistero» della sepoltura fu la stessa Minardi agli inquirenti: secondo la donna, la sepoltura nella basilica scaturì dalle offerte, di svariati miliardi a quanto pare, fatte dalla moglie di De Pedis. La donazione fatta dalla famiglia di Renatino al Rettorato fu di cinquecento milioni delle vecchie lire.

La sepoltura, aveva tuttavia suscitato perplessità in ambienti non solo cattolici, che era stata decisa dal cardinale vicario Ugo Poletti, e sollecitata dall'ex rettore della Basilica Piero Vergari.

I dubbi riguardavano proprio il curriculum criminale di Renatino ma, nonostante ciò, a De Pedis fu assicurato l'estremo riposo in un luogo sacro, privilegio riservato in passato alle alte sfere del clero e alle famiglie patrizie romane.

Lo stesso Pietro Vergari ha affermato più volte che di De Pedis non sapeva nulla del suo passato criminale e che aveva più volte fatto donazioni alla Chiesa. «Enrico De Pedis - ha spiegato Vergari in più di una occasione anche sul suo sito - veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso.

Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all'estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente».

«Qualche tempo dopo la sua morte - ha spiegato Vergari - i familiari mi chiesero, per ritrovare un pò di serenità, poichè la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto.

Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani »Parce sepulto«: perdona se c'è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d'accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991».

L'inchiesta sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 in circostanze ancora misteriose procede dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi, l'ex compagna di De Pedis, secondo la quale la banda della Magliana ha avuto un ruolo determinante nel rapimento.

Recentemente sono stati identificati i due "telefonisti", coloro che, poco dopo la scomparsa della ragazza, chiamarono più volte casa Orlandi per dare informazioni. Inoltre, secondo il pentito della banda della Magliana, Antonio Mancino, il rapimento era da ricollegarsi a problemi finanziari tra l'organizzazione criminale romana e il Vaticano. La Minardi ha accusato De Pedis del rapimento e dell'omicidio su ordine del cardinale Paul Marcinkus.

 

 

[26-12-2009]

 

 

 

Giovanni Paparcuri, l'autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che nel 1985 Falcone volle accanto a sé per informatizzare il primo maxiprocesso alle cosche, va in pensione, fra tante amarezze: "Ho creato una grande banca dati dell'antimafia ma al ministero della Giustizia non sembra interessare, si preferisce piuttosto rivolgersi a ditte esterne pagando profumate parcelle. E io vado in pensione con la qualifica di commesso"….

Salvo Palazzolo per La Repubblica.it

 

Diciassette anni dopo, i misteri che avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della Giustizia, all´indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone davvero particolare racconta a Repubblica che prima di lasciare Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk. Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell´ufficio di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che ce ne fossero altri.

 


Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola scheda Ram, un´estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l´esplosione di Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c´era il diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall´ufficio di Falcone al ministero della Giustizia.

falcone appunti

Ha il volto stanco l´uomo che parla per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l´autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra.

Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell´antimafia». Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso».

 


Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare importantissimo per l´avvio dell´inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone.

Nella stanza di Paparcuri c´è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l´amministrazione della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello che ho subito nel 1983».

 

Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma sarà un´altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa - racconta - sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo.

 

Diceva: "Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato: Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi computer - spiega Paparcuri - però so per certo che su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c´era l´archivio di Giovanni Falcone».

 

 

[22-12-2009] 

 

 

NGROIA: MAFIA NON E' IN GINOCCHIO MA CAPACE DI RIORGANIZZARSI...
(Adnkronos) - "Nonostante gli importanti colpi subiti, Cosa nostra non e' in ginocchio, non e' moribonda e non attende il colpo di grazia". A dirlo e' Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, che aggiunge: "Abbiamo neutralizzato capimafia, arrestato importanti latitanti, colpito il sistema delle estorsioni, ma la mafia e' capace di riorganizzarsi, come dimostra la recrudescenza del fenomeno del pizzo in diverse zone della citta'. A questo - ha concluso - va aggiunto - che la collaborazione dei commercianti vittime e' insufficiente rispetto ai dati del fenomeno e alla sua estensione".  

 

 

LA CONFERMA DEL PENTITO : " LA ORLANDI FU RAPITA DALLA BANDA DELLA MAGLIANA"...
Dal "Corriere della Sera"
- È stato Enrico «Renatino» De Pedis a occuparsi personalmente del rapimento di Emanuela Orlandi, un sequestro che avvenne «nel quadro di problemi finanziari con il Vaticano». Lo ha sostenuto Antonio Mancini, detto «Accattone», uno dei pentiti della banda della Magliana nell'interrogatorio di ieri davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al capo della Mobile, Vittorio Rizzi.

Mancini ha spiegato di averlo appreso dai vertici della Magliana. Per il sequestro, De Pedis (ucciso nel '90) si sarebbe servito di altri appartenenti al suo gruppo, quello dei Testaccini. Fra loro, secondo Mancini, Libero Angelico («Rufetto») e Angelo Cassani («Ciletto»).

Il pentito ha poi confermato il nome dell'autista di «Renatino» (Sergio) e quelli dei telefonisti del sequestro, avvenuto il 22 giugno '83: Mario, che chiamò lo zio di Emanuela sei giorni dopo la scomparsa della quindicenne, e l'anonimo che contattò Chi l'ha visto invitando ad indagare su chi fosse seppellito nella basilica di Sant'Apollinare (De Pedis). I due telefonisti saranno interrogati nei prossimi giorni.

17 - SCAJOLA: «FIAT DEVE FARE PIÙ AUTO IN ITALIA»...
Da "La Stampa" -
Il governo vuole che la Fiat produca più auto in Italia e considera bassa la cifra di 900.000 vetture, ipotizzata nei giorni scorsi. Dice il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola: «Fiat presenterà il 21 dicembre il piano industriale. Chiediamo un aumento sensibile della produzione nel nostro Paese».

18 - EVASORI IN FRANCIA, PER LE MONDE LA LISTA È ESPLOSIVA...
R.E.S. per "La Stampa"
- La lista di evasori fiscali piratata da un ex informatico della filiale ginevrina della Hsbc di cui è venuto in possesso il fisco francese riguarderebbe «varie migliaia di contribuenti», dicono fonti vicine al ministro del bilancio Eric Woerth.

«Nell'elenco trasmesso alla giustizia che l'ha poi fatto pervenire al fiscò ci sono numerosi contribuenti», ma è solo una parte dell'elenco di 3.000 nomi di francesi sospettati di evasione fiscale, dalla scorsa estate nel mirino del fisco. Al ministero si sottolinea anche che la lista piratata a Ginevra è stata trasmessa al fisco dalla giustizia e perciò i « dati possono essere utilizzati in quanto non si tratta di dati rubati».

La lista piratata, scrive il quotidiano Le Monde «è potenzialmente esplosiva» in quanto vi figurano «nomi conosciuti». Per il giornale l'intera lista che il ministro Woerth aveva brandito ad agosto per cercare di convincere gli evasori francesi a regolarizzare la loro situazione corrisponde all'elenco fornito dall'ex informatico della Hsbc.

Questi, che vivrebbe ora sotto un'altra identità e sotto protezione, avrebbe agito con la complicità di una franco-libanese per piratare banche dati di varie banche in Svizzera. Le Parisien aveva rivelato l'esistenza della lista piratata affermando che il fisco l'aveva comprata dall'informatico, un italo-francese di 38 anni. Woerth ha assicurato però che il fisco non ha pagato le informazioni.

 

 

 

IL CODICE GRAVIANO è GRAVIDO DI ENIGMI SICULI – LA PROCURA CERCA DI FAR PARLARE LE “FONTI” DI SPATUZZA: I FRATELLI FILIPPO E GIUSEPPE MUTI RESTANO, MA LANCIANO STRANI MESSAGGI DA DECIFRARE: “SONO CONTENTO CHE SPATUZZA HA TROVATO QUELLA PACE INTERIORE… BISOGNA TROVARE I VERI COLPEVOLI. SI PARLA SEMPRE DI COLLETTI BIANCHI, GRIGI…” – E INTANTO FILIPPO PRENDE 30 E LODE A ECONOMIA…

Giovanni Bianconi per "il Corriere della Sera"

I magistrati di Firenze sono tornati a sentirli anche la scorsa settimana, sottoponendo i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano a nuovi confronti con un altro testimone dell'inchiesta riaperta sulle stragi mafiose del 1993. Perché dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il pentito che la Procura toscana ritiene attendibile al punto da aver chiesto per lui il programma definitivo di protezione, il seguito dell'indagine passa soprattutto da loro, i due boss - oggi ergastolani - del quartiere palermitano Brancaccio che davano ordini al collaboratore di giustizia e non lo hanno rinnegato nemmeno dopo la sua collaborazione con lo Stato.

Sono i Graviano, arrestati a Milano a fine gennaio del 1994, la «fonte» delle rivelazioni di Spatuzza sui referenti politici di Cosa Nostra nella sua stagione terroristica. Per questo i giudici del processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri (ormai vicini alla sentenza, dopo la condanna di primo grado a 9 anni di carcere per concorso in associazione mafiosa) li hanno convocati per domani.

Dovranno confermare o smentire le dichiarazioni del pentito, ma qualunque loro risposta sarà poi valutata e decodificata trattandosi di «uomini d'onore» tuttora in servizio, come hanno stabilito le sentenze definitive e i comportamenti in carcere. Almeno fino all'estate scorsa, quando prima Filippo e poi Giuseppe sono stati interrogati e hanno dato risposte che i magistrati stanno ancora cercando di interpretare.

Sulle specifiche circostanze riferite da Spatuzza di cui si parla nel processo Dell'Utri (l'incontro con Giuseppe Graviano in cui il boss gli avrebbe fatto i nomi di Berlusconi e del senatore, e quello con Filippo nel quale si discusse l'eventualità di collaborare coi magistrati) hanno negato o taciuto.

Come è normale per dei mafiosi che non hanno mai ammesso la loro appartenenza all'organizzazione e rivendicano la propria innocenza per i delitti di cui sono stati dichiarati colpevoli, dalle stragi del ' 93 in giù. Ma al di là dei singoli episodi, entrambi i fratelli hanno pronunciato frasi dietro le quali è legittimo chiedersi se si nascondono messaggi da decifrare.

Giuseppe Graviano, quello che secondo Spatuzza trattava direttamente con Dell'Utri e Berlusconi, ha spiegato ai pubblici ministeri di Firenze che «dobbiamo vedere cosa c'è dietro a quello che sta dicendo Spatuzza». Ha lamentato il «regime disumano e razziale, peggio di Guantanamo» che sta subendo con il «carcere duro» previsto dall'articolo 41 bis, e se l'è presa coi magistrati: «Trovate i veri colpevoli.

Si parla sempre colletti bianchi, colletti grigi e... sono sempre innocenti i poveri disgraziati». Ma appena gli hanno chiesto se avesse qualcosa da dire sui «colletti bianchi» s'è ritratto, facendo però intravedere altri scenari: «Io non lo so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo, che lo sa benissimo».

Anche Filippo Graviano - il maggiore dei due, 48 anni contro i 46 di Giuseppe - si proclama innocente: «Le mie colpe non sono quelle per cui sono stato condannato, in particolare in questo processo (cioè per le stragi, ndr )». Si definisce un «danno collaterale» delle inchieste e mostra di non vedere un futuro per sé: «Io non ho prospettive.

Per me la cosa più bella sarebbe addormentarmi una sera e non svegliarmi la mattina. Sarei in pace con me stesso e con tutti». Nel frattempo, però, studia Economia e sostiene esami in teleconferenza coi professori dell'università La Sapienza di Roma. Al confronto con Spatuzza s'è presentato esibendo i certificati di 10 prove (quasi tutti trenta, un paio di lodi) e un biglietto di complimenti fattogli recapitare dal docente di Statistica.

Sui fatti raccontati dal pentito smentisce, ma precisa: «Io non ho nulla contro le tue scelte»; e quando il pentito rivendica che «nessuno mi può dire infame, perché non sto infamando nessuno», Filippo Graviano annuisce: «Ma assolutamente... Sono contento che tu hai ritrovato quella pace interiore...». Quanto al suo passato di mafioso tace: «Di certi argomenti non parlo».

E se ammette una colpa, è quella di aver cercato di accumulare soldi, perché gli piaceva spenderne: «Io cercavo denaro. Oggi magari non mi interessa più, però allora era qualcosa più forte di me». Il magistrato cerca di sapere come faceva a guadagnare e Graviano sr risponde, col suo italiano malfermo: «Se io trovavo un'area edificabile, un qualcosa da fare anche al nord, io l'avrei fatto. Se trovavo un'attività imprenditoriale l'avrei fatto... Ma non ne parlo perché è inutile». Poi, tornando alle accuse più gravi: «Io vi ribadisco, di stragi non ne so, di omicidi non ne so. E mi dispiace non poter chiarire».

Domani lui e suo fratello avranno un'altra occasione. Per chiarire o ingarbugliare i fili, parlare o tacere, smentire, confermare o lanciare messaggi. E fare in modo che sulle proprie frasi tornino a fiorire le più diverse interpretazioni.

 

 

[10-12-2009]

ANCHE LO NIGRO SMENTISCE SPATUZZA
(Agi) - Dopo Filippo Graviano, anche Cosimo Lo Nigro, esponente del clan mafioso di Brancaccio, ha smentito le dichiarazioni del collaborante Gaspare Spatuzza al processo d'Appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri. Collegato in video conferenza, Lo Nigro era stato citato per deporre su un incontro tra Spatuzza e il boss Giuseppe Graviano, al quale secondo il opentito sarebbe stato presente nel gennaio del 1994 a Campofelice di Roccella, un centro collinare in provincia di Palermo.

In quell'occasione, secondo Spatuzza, Graviano avrebbe impartito istruzioni su un attentato da commettere a Roma, allo stadio Olimpico, contro i carabinieri. Un progetto che poi non fu realizzato. Ma Lo Nigro ha detto di non aver mai conosciouto i Graviano prima del suo arresto, avvenuto nel '95, e di non essere mai stato a Campofelice di Roccella in vita sua.

"Ho conosciuto solo in carcere i Graviano. Sono 14 anni che sono in carcere, pero' puo' anche essere che questi signori venivano ad acquistare il pesce nel mio negozio in via Bergamo, perche' io ero pescivendolo. Ma ho avuto il piacere di conoscerli solo in carcere", ha affermato Lo Nigro rispondendo alle domande del procuratore generale Antonino Gatto.

Alla domanda se fosse mai stato a Campofelice di Roccella, Lo Nigro ha risposto "Non sono mai stato a Campofelice e non lo conosco". A questo punto il procuratore generale ha ritenuto inutile proseguire nell'interrogatorio e Lo Nigro e' stato congedato poiche' neanche i difensori hanno voluto porgli domande.

4 - FILIPPO GRAVIANO: NESSUN RAPPORTO CON DELL'UTRI...
(Agi) - "Non conosco il senatore dell'Utri e non ho mai avuti rapporti con lui". Cosi' il boss Filippo Graviano ha risposto a due precise domande del presidente della corte d'appello di Palermo, Claudio Dell'Acqua, a conclusione del suo interrogatorio nel processo a carico del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.

5 - FILIPPO GRAVIANO SMENTISCE SPATUZZA...
(Agi) - Il boss Filippo Graviano, collegato in videoconferenza con la Corte d'Appello di Palermo nel processo Dell'Utri ha smentito alcune dichiarazioni del collaborante Gaspare Spatuzza. In particolare Graviano ha negato di aver mai detto a Spatuzza nel 2004 la frase "Se non arriva qualcosa da dove deve arrivare sarebbe bene anche per noi parlare con i magistrati".

Secondo quanto riferito da Spatuzza, Graviano gli avrebbe detto quelle parole quando, nel 2004 Spatuzza lo informo' di avere avuto un colloquio con il procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi Vigna. "Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle", ha affermato Graviano, e ha aggiunto "Sono passati 5 anni, se avessi dovuto consumare una vendetta l'avrei fatta visto che non vivo in un hotel non avrei perso tempo. Questo discorso non c'e' stato".

6 - F.GRAVIANO, MAI DETTO A SPATUZZA CHE MI ASPETTAVO AIUTI
(Agi) - "Io non ho mai detto queste cose a Spatuzza, non potevo dirle". Davanti ai giudici del processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri, Filippo Graviano smentisce di aver detto a Gaspare Spatuzza di aspettarsi degli "aiuti", come presupposto per l'inzio di una collaborazione. "Ho tentato di spiegarlo ai magistrati che mi hanno interrogato in precedenza", aggiunge, del resto "quando fui arrestato nel '94 avevo pochi mesi da scontare, non avevo problemi e nessuno doveva promettermi niente".

7 - DELL'UTRI: LA BAGICALUPO NON E' SQUADRA DI MAFIOSI, CI GIOCAVA PURE GRASSO...
(Adnkronos) - La squadra di calcio palermitana della Bagicalupo, che giocava negli anni ' 70 in un campionato minore, "non era una squadra di mafiosi. Ci giocava anche il procuratore Grasso". Lo ha detto il senatore Marcello Dell'Utri parlando con i giornalisti. Dell'Utri ha detto di avere conosciuto Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, condannato per mafia proprio alla Bagicalupo.

GRAVIANO ORDINAVA OMICIDI DAL TRIBUNALE"
Francesco La Licata per "La Stampa"

Il giorno della grande rappresentazione. Attori protagonisti saranno i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, chiamati «a dire qualcosa» a proposito delle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, il mafioso che ha tanto ucciso per conto loro e oggi li chiama in causa addirittura come interlocutori di Berlusconi e Dell'Utri, nell'ambito della «trattativa» ordita da Cosa nostra sull'onda della stagione stragista del ‘93.

Palcoscenico della rappresentazione sarà oggi l'aula della corte d'Appello dove si celebra il processo di secondo grado nei confronti di Marcello Dell'Utri, condannato in prima istanza a nove anni. Sarà una bella battaglia, quella dei Graviano, sospesi tra l'impossibilità di funzionare da riscontro a Spatuzza - cosa che equivarrebbe a una pubblica ammissione, dunque al pentimento - e l'interesse a non demolire la figura del collaboratore indirettamente utilizzato come strumento di pressione nei confronti della politica, che secondo i Graviano - ma anche secondo Matteo Messina Denaro e tutti i capi - è «inadempiente» verso le aspettative d'alleggerimento delle condanne nutrite da Cosa nostra.

 

Non deve risultare cosa difficile ai fratelli stragisti l'utilizzazione mediatica dell'aula di giustizia. Sono abituati a dialogare a distanza, addirittura a lanciare ordini e messaggi di sangue nel corso delle udienze. È lo stesso Spatuzza che l'ha spiegato nei verbali sottoscritti alla procura di Palermo quando affrontò il capitolo della guerra di mafia, e dell'incredibile mattanza portata avanti sistematicamente «per espressa volontà» dei suoi capi e in particolare di Giuseppe Graviano, il boss indicato come onnipotente e sanguinario.

Dice, dunque, Spatuzza di aver ricevuto «contratti» per uccidere anche quando si trovava in latitanza e i capi del mandamento erano in carcere. Come ricevevate l'ordine, chiedono i pubblici ministeri. «Quotidianamente - è la risposta - quotidianamente perchè loro avevano i processi, quindi tramite le aule di giustizia mandavano i messaggi. Il nostro canale era Giuseppe Battaglia». In sostanza accadeva che questo Battaglia, in combutta col figlio Fedele, successivamente divenuto collaboratore, non si perdeva una sola udienza e «quotidianamente» andava a scambiare con Giuseppe Graviano gesti e occhiate poi trasferite a Spatuzza, capo del gruppo di fuoco. Così «quotidianamente» si organizzava l'immonda strage che abbiamo conosciuto.

È lunghissima la lista, Spatuzza ha ammesso in corte d'Appello di aver assassinato più di quaranta persone e preso parte «a sei o sette stragi». Spatuzza uccideva anche per banalità, come accadde per un giovane che «aveva espresso contentezza, pensieri di felicità per l'arresto dei Graviano». E l'altro ragazzo, Matteo Sole? Fu sequestrato solo perchè imparentato coi mafiosi Grado, ritenuti responsabili di un accenno di vendetta della cosiddetta mafia dei perdenti. Volevano fargli dire dove si nascondevano i suoi familiari, ma il ragazzo non sapeva nulla perchè era fuori dei giochi.

Era tanto «innocente» che «rideva perchè gli sembrava di trovarsi davanti a uno scherzo». Bassa macelleria anche per un tunisino che «telefonava alla moglie» di un mafioso. Fu evirato e «gli è stato messo questo coso in bocca», secondo la peggiore morale sessuale mafiosa. Quando fu preso era con «un altro tunisino» che «purtroppo abbiamo dovuto strangolare e gettare in strada».

 

 

[11-12-2009]

 

 

 

 

DOPO CAPACI E VIA D'AMELIO, SCOPPIA UN'ALTRA BOMBA (IN LIBRERIA): "IL CASO GENCHI" - PER LA PRIMA VOLTA I CONTENUTI DEL DISCUSSO ARCHIVIO, FINO A POCO TEMPO FA COPERTO DAL SEGRETO INVESTIGATIVO, VENGONO RESI PUBBLICI ED È SUBITO CAOS - CHI INTERCETTÒ BORSELLINO PER SAPERE IL SUO ARRIVO NON ATTESO IN VIA D’AMELIO? -

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1 - IN UN LIBRO I GIALLI DELL'ARCHIVIO GENCHI
Cristina Marrone per "il Corriere della Sera"

È il 24 gennaio scorso quando Silvio Berlusconi annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c'è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione si chiama Gioacchino Genchi, da 17 consulente di varie procure, tribunali e corti d'assise in tutta Italia. Ma cosa contiene davvero il cosiddetto «archivio Genchi»?

Va detto che, anche se molto materiale è inedito, proviene comunque da fonti non ufficiali e che lo stesso consulente è finito sotto inchiesta per «violazione della privacy», «abuso d'ufficio» e «costituzione illecita di archivio». Per la prima volta i contenuti del discusso archivio, fino a poco tempo fa coperto dal segreto investigativo, vengono resi pubblici in un libro «Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato» (Aliberti editore con prefazione di Marco Travaglio) scritto dal giornalista Edoardo Montolli e basato sulle memorie difensive del consulente. Nel libro si descrive Catanzaro come una realtà torbida: magistrati a contatto con boss della 'ndrangheta, procuratori a pranzo con inquisiti, avvocati e giudici che si sentono prima e dopo le decisioni favorevoli agli imputati.

Secondo Genchi e Montolli, quaranta giorni prima di far archiviare la posizione di un suo indagato, indicatogli dalla Procura Nazionale Antimafia come riciclatore di denaro sporco in Lussemburgo, l'ex procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi ci sarebbe andato a pranzo insieme: si trattava del re dei supermercati Despar, Tonino Gatto e con loro ci sarebbe stato anche Antonio Saladino, leader della Compagnia delle opere in Calabria, principale indagato di «Why not».

Con Saladino, stando sempre a quanto raccontato nel libro, la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, intratteneva pure rapporti di collaborazione almeno dal 2006. «Genchi aveva scoperto tutto rianalizzando le intercettazioni dei carabinieri ritenute 'non di interesse operativo'» spiega Edoardo Montolli. E sarebbero stati diversi, scrive il giornalista, i magistrati di Catanzaro a dover dare spiegazioni a un giudice se i tabulati raccolti da Genchi in realtà non fossero stati dichiarati inutilizzabili.

A proclamarli nulli fu infatti il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati che prese in carico «Why not». Dai tabulati, sostiene sempre Genchi, risultavano moltissimi contatti di Garbati con uno dei principali indagati, l'assessore calabrese Nicola Adamo. Montolli tira in ballo anche Giancarlo Elia Valori e sostiene la tesi che fosse in contatto con protagonisti delle scalate bancarie a Bnl e Antonveneta.

Nel periodo delle indagini, secondo la versione di Genchi, avrebbe intrattenuto contatti con tre generali delle fiamme gialle e con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, che proprio quelle indagini conduceva. Genchi ricorda poi quella notte del maggio 1993, quando decise di lasciare le indagini sui delitti Falcone e Borsellino perché la polizia voleva arrestare subito il presunto telefonista di via D'Amelio, Pietro Scotto (ostacolando di fatto la possibilità di rintracciare i mandanti): «L'ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera scoppiò a piangere. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere alle parole che mi stava dicendo».

2 - DAL LIBRO "IL CASO GENCHI", Aliberti editore
Da "Il Fatto Quotidiano"

VIA D'AMELIO: LA PISTA SCOTTO
Ciò che gli era da subito sembrato strano era stato il perfetto disegno dell'attentato, preparato nei minimi dettagli, dall'intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all'esplosivo di tipo bellico utilizzato (...). E un'altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell'autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D'Amelio. (...). C'era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino.

In cima c'era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (...). Nei pressi del castello c'erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell'intercettazione a casa Borsellino (...). E che da via D'Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D'Amelio. Poi (...) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D'Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l'indagine arrivasse lì, a dicembre '92 (...).

giuseppe graviano filippo graviano

LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA
"Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino", racconta Genchi, "decisero di arrestare Pietro Scotto, l'uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D'Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D'Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l'analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (...).

Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l'abbaglio su Maira, e ora l'arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l'inchiesta. (...). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L'indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi".

ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO
I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. "Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate", dice Genchi, "c'era da capire (...) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l'appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (...) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell'arrivo non previsto del giudice in via D'Amelio. (...). L'autobomba non poteva essere portata in via D'Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c'era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull'arrivo esatto di Borsellino".

Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. "Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell'ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l'accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (...). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo".

Nicola Mancino

Già dal 17 luglio 1992, nell'interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (...) Mutolo (...) aveva accusato una schiera di notabili (...). L'operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (...), Giuseppe Guttadauro (...), che sarebbe stato il punto di snodo dell'inchiesta su mafia e sanità (...). Ma non fu l'unico medico a essere trascinato a processo. (...) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (...).
"Il professor Maurizio Romano", racconta Genchi, "fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (...)".

DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE
"Quello che già rilevai allora", racconta Genchi, "sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992". Il pomeriggio del primo luglio è quello dell'incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: "Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro... manco una mezz'oretta e ritorno". E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L'episodio di cui l'attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla.

"Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino", dice Genchi, "l'avevo analizzato per intero (...). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell'Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell'Interno, direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari.

Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l'effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (...) Così come utile sarebbe individuare l'usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull'agenda, c'era scritto dell'incontro con Mancino.

A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell'Interno, che, all'epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (...) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all'identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini".

I TABULATI DI CIANCIMINO
Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n'è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando (...) tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell'Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (...). Un'altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell'Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (...). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (...)

Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del '92 e del '93 (...) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (...) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell'ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati (...) C'è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (...) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (...). "Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D'Amelio", dice Genchi, "Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice".

 

 

 

[09-12-2009]

 

 

 

CONTI DELLE PAPI-GILRS - LA TOPOLONA SAVINO (INDAGATA) E L'APE REGINA BEGAN COINVOLTE IN UN’INCHIESTA DI RICICLAGGIO A BARI - CONCEDEVANO L'APERTURA DI CONTI CORRENTI FITTIZI A LABELLARTE (CHE AVEVA CONOSCENZE AI VERTICI DI MAFIA E POLITICA LOCALE) – L’UOMO FREQUENTAVA ANCHE TARANTINI…

Antonio Massari per "Il Fatto Quotidiano"

Due donne molto vicine al premier Silvio Berlusconi avevano acceso dei conti correnti bancari fittizi: in realtà erano utilizzati da un esponente della mafia pugliese. Nelle 1600 pagine dell'ordinanza, firmata dal gip Giulia Romanazzi, che ieri ha portato all'arresto di 83 persone, la parlamentare Pdl Elvira Savino risulta indagata per aver agevolato il riciclaggio.

 

Più defilata la posizione dell'attrice di Fiction Sabina Beganovic, che non risulta indagata, ma era intestataria, secondo l'accusa, di "uno dei sei conti correnti nella filiale di Bari-Palese della banca Antonveneta". L'inchiesta dell'Antimafia ha rivelato un sistema di riciclaggio pari a 220 milioni di euro, risultato del traffico internazionale di droga e investito in 35 società sparse in tutta Italia e ben 680 conti correnti.

 

Due conti correnti fittizi, intestati alla Savino e alla Beganovic, erano utilizzati da Michele Labellarte, imprenditore da poco scomparso, ritenuto dalla pm Elisabetta Pugliese una sorta di cassiere di Savino Parisi, noto alle cronache giudiziarie come "Savinuccio", boss dello storico clan mafioso Parisi.

Secondo l'accusa, la Savino era conoscenza dei precedenti penali, per reati di bancarotta, di Labellarte: "Elvira Savino", scrivono gli inquirenti, "nel momento in cui ha acconsentito all'intestazione fittizia del conto corrente 10024G della banca Antonveneta, di fatto nella disponibilità del Labellarte, ben conosceva i problemi giudiziari nei quali era stato coinvolto quest'ultimo ed era perfettamente consapevole, anche perché ribaditoglielo dallo stesso interessato, che l'imprenditore non poteva esporsi direttamente nella conduzione degli affari".

 

La parlamentare era quindi consapevole e riceveva un "corrispettivo": "la concessione della carta di credito American Express collegata alla promozione Alitalia con addebito sul conto di Michele Labellarte", per esempio, oppure "aiuti finanziari" per 3.500 euro, alcune "ricariche telefoniche" e persino il pagamento del biglietto aereo per il volo AirOne "Roma-Bari".

Intercettando Michele Labellarte ed Elvira Savino, gli inquirenti sentono parlare di una Sabina, quando i due discutono della chiusura di un conto corrente: "Ma un'altra cosa, siccome io questa raccomandata ce l'ho qui per Sabina", dice la Savino. "Tu l'hai presa per Sabina?", chiede Labellarte. "No, perchè io ho solo la cartolina che serve a ritirare la raccomandata", risponde la Savino.

Michele Labellarte non era un personaggio secondario della mala barese. Al contrario. Basti dare un'occhiata alle intercettazioni ambientali tra il boss Savino Parisi e ai capi di imputazione, nei quali si parla di "stabile inserimento nell'organigramma del soldalizio Parisi-Stramaglia".

 

Il ruolo di Labellarte è finanziario: "Nel corso della loro ancestrale e prestigiosa carriera criminale, Savino Parisi e Angelo Stramaglia hanno accumulato un patrimonio discretamente cospicuo; in parte reinvestito in proprietà immobiliari; in parte costituito in denaro contante affidato a Michele Labellarte. Scelta determinata anche dal suo incisivo inserimento nel tessuto socio politico ed economico locale".

Inserimento che non riguarda soltanto la Savino, ma anche un ex esponente del Csm, noto avvocato vicino al centrosinistra , Gianni Di Cagno, indagato per impiego di denaro di provenienza illecita, per aver coperto, in qualità di legale di Labellarte, alcune sue operazioni. Esattamente come per l'avvocato Onofrio Sisto, ex vicepresidente della Provincia (Pd), fratello del parlamentare Pdl, nonché avvocato difensore del ministro Raffaele Fitto, Francesco Paolo Sisto.

 

Labellarte stava puntando a un nuovo, lucroso affare, che mirava alla costruzione di un villaggio universitario per 3.500 studenti. Anche un imprenditore molto vicino a Massimo d'Alema, Enrico Intini (non indagato), aveva tentato di entrare in affari con Labellarte, con il quale "aveva condotto trattative personalmente".

Ma chi è davvero Labellarte? Gli indagati lo definiscono un "diavolo" e lo stesso Parisi sembra temere per il proprio patrimonio affidato all'ex imprenditore.

La guardia di Finanza intercetta una conversazione tra il boss e l'imprenditore: "Perchè tu forse non lo sai ma la vita tua è la vita nostra ... noi non possiamo pensare un male per te ... noi vogliamo la vita lunga", gli dice Parisi. Il motivo è semplice: "Labellarte", scrivono gli inquirenti, "rappresenta per il clan una figura di vitale importanza. (...) Stramaglia avrebbe consegnato a Labellarte circa sei miliardi di vecchie lire (...)".

 

Ma non solo. Labellarte avrebbe dovuto "restituire ‘ripuliti' tre milioni di euro a Parisi" e contava di farlo anche attraverso "l'affare della sua vita", ovvero "l'affare universitario". La sua posizione è talmente rilevante che un giorno, il boss Parisi, parlando con un "luogotenente", si chiede: "Ma se succede qualcosa a lui a chi ci dobbiamo rivolgere ...". E' a quest'uomo che la Savino e la Began concedevano l'apertura di conti correnti fittizi. Un uomo che aveva conoscenze ai vertici della mafia e della politica locale. E non disdegnava di frequentare l'enfant prodige delle scalate sociali in salsa pugliese: Gianpi Tarantini, amico della Savino, della Began, e dello stesso Berlusconi.

 

 

[02-12-2009]

 

 

FUOCO DI PUGLIA! – TSUNAMI GIUDIZIARIO A BARI (ORMAI è PEGGIO DI NAPOLI): 83 ARRESTI E 220 MLN SEQUESTRATI - COINVOLTI DIRETTORI DI BANCA E PROFESSIONISTI – INDAGATA LA TOPOLONA SAVINO (TRASFERIMENTO FRAUDOLENTO DI VALORI), CHE SI DICE “SCONVOLTA” PER LE ACCUSE – MA INTANTO ALFANO CHIAMA LA PROCURA E SI CONGRATULA…

1 - MAFIA, 83 ARRESTI E 220 MILIONI SEQUESTRATI COINVOLTI DIRETTORI DI BANCA E PROFESSIONISTI...
Roberto Leone per "la Repubblica"

Un tesoro da 220 milioni di euro. Società che riciclavano capitali sporchi, e poi tanti nomi di insospettabili: avvocati, bancari, amministratori pubblici. Quasi cento persone coinvolte nella "piovra" fotografata nell'ordinanza dei giudici baresi, notificata oggi anche a vecchie conoscenze della criminalità pugliese come il boss di Japigia Savinucco Parisi e il suo rivale di sempre Antonio Dicosola. Un'operazione storica, dicono in procura, tanto che per illustrarne i risultati, a fianco del procuratore capo di Bari Antonio Laudati, è arrivato anche Piero Grasso, capo della Direzione nazionale antimafia.

 

Emerge - affermano i magistrati - il vero volto della mafia pugliese. Per la prima volta - viene fatto rilevare - l'indagine "fotografa" il coinvolgimento di persone della Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata. A sostegno di questa ipotesi accusatoria vi sarebbero non solo intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati video ritenuti dagli inquirenti particolarmente significati. Nelle indagini risulta convolti due avvocati e un notaio. Per loro la procura ha chiesto e ottenuto misure interdittive dalla profesisone.

I due legali coinvolti sono tra i più noti in città. Si tratta di Gianni Di Cagno, ex componente del Csm, ex vicepresidente della Provincia e di Onofrio Sisto, anche lui ex presidente della Provincia, attuale presidente del circolo del tennis e fratello di Francesco Paolo, deputato del Pdl e difensore del ministro Raffaele Fitto. I due professionisti sono accusati di concorso in riciclaggio. Indagata anche Elvira Savino, deputata del Pdl, per trasferimento fraudolento di valori.

 

Una dei capitoli più importanti è quello del riciclaggio, attraverso società che facevano da paravento. Come la 'Paradisebet limited' di Londra che - secondo l'accusa - dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa società nel sito web) in molti Stati, tra cui Cina, Australia, Stati Uniti, fino ai Paesi dell'Europa dell'Est e in Italia.

Nel nostro Paese - secondo la procura antimafia - la società, costituita da affiliati al clan Parisi, raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket, rugby e football americano. La Paradisebet era già stata al centro di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere finalizzata all'esercizio delle scommesse clandestine in Italia.

In totale i destinatari dei provvedimenti restrittivi sono 83 persone (53 sono state poste in carcere, 30 ai domiciliari): tra questi figura anche il capoclan barese 'Savinucciò Parisi, assieme a suoi luogotenenti e gregari, e il boss Antonio Di Cosola, egemone dell'omonimo clan contrapposto agli Strisciuglio.

Parisi, tornato il libertà da qualche tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei primi anni Novanta era il market della droga.

2 - PROCURATORE BARI, INCHIESTA CHIARISCE CAOS SCONTRO TRA CLAN...
(Adnkronos) - 'Questa indagine e' particolarmente importante perche', al di la' di quella che e' la composizione dei clan, dirige la sua attenzione sul caos dello scontro tra i clan nel territorio pugliese. La causa di questo scontro e' la gestione di un enorme flusso finanziario e di un enorme ricchezza accumulata negli anni, prima attraverso il contrabbando di sigarette e poi attraverso lo spaccio di stupefacenti'.

 

Lo ha detto il procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Antonio Laudati, illustrando in conferenza stampa i risultati dell'operazione 'Domino', condotta dalla Guardia di Finanza, che ha portato al sequestro di beni per quasi 300 mln di euro tra i quali catene di supermercati, aziende, ristoranti e scuderie di cavalli.

'Si tratta -ha aggiunto Laudati- di una delle piu' importanti operazioni fatte non solo a livello pugliese ma anche nazionale sotto il profilo del contrasto patrimoniale al crimine organizzato'. E' stato monitorato e colpito il potente clan Parisi e i rapporti con altre organizzazioni del territorio.

"Questa indagine -ha sottolineato il procuratore- ha consentito anche di effettuare operazioni intermedie, come il sequestro di armi e come il sequestro di sostanze stupefacenti, e di verificare la dimensione transnazionale dell'organizzazione in altre piazze importanti di spaccio come a Milano".

Secondo Laudati "si comincia a vedere il vero volto della mafia pugliese che non e' piu' quello del controllo del territorio, dei marciapiedi, delle faide, dell'abigeato e della mafia agricola ma di una mafia moderna, transnazionale e imprenditrice che gestisce grossi traffici".

 

Sono stati sequestrati infatti, quote per 100mila sterline inglesi di una delle principali agenzie di scommesse del Regno Unito.
Una mafia, dunque, moderna ma allo stesso tempo con aspetti tradizionali. "Ci sono ricostruzioni filmati nelle indagini -ha spiegato il procuratore di come funzionano i riti di iniziazione della mafia pugliese, a sfondo religioso e con meccanismi arcaici. Questa e' la sua forza come spesso ripeto -ha concluso Laudati- coniugare cioe' tradizione e modernizzazione".

3 - ALFANO TELEFONA A PROCURATORE BARI, PLAUSO A FORZE ORDINE...
(Asca) - In una lunga telefonata, il ministro della Giustizia Angelino Alfano si e' congratulato con il procuratore della Repubblica di Bari, Antonio Laudati, per l'imponente operazione che ha portato al completo smantellamento di una cosca pugliese disposta dalla Dda di Bari e portata a termine questa mattina dagli uomini della Guardia di Finanza.

 

'I numerosi arresti di oggi e le ingenti somme sequestrate - ha aggiunto il Guardasigilli - rappresentano l'ennesima dimostrazione dell'efficacia delle norme varate dal Governo in materia di lotta al crimine organizzato'.

'Il mio plauso - ha concluso Alfano - va agli uomini delle forze dell'ordine e della magistratura impegnati nella lotta alla mafia che ogni giorno applicano concretamente le norme varate dal Governo, con l'obiettivo di sradicare definitivamente la cultura mafiosa dal territorio dello Stato'.

4 - SAVINO (PDL): SCONVOLTA PER ACCUSE PRIVE DI FONDAMENTO...
(Velino) - "Sono profondamente turbata e sconvolta per le accuse prive di fondamento che mi sono state rivolte. Ho piena fiducia nella magistratura e sono certo che tutto potra' chiarirsi in tempi rapidi. In questo momento sono vicina a mio figlio che lotta in ospedale per una terribile malattia e quindi non intendo partecipare alle polemiche". Lo dichiara Elvira Savino, deputata del Pdl, commentando l'accusa formulata oggi dalla procura di Bari.

 

 

[01-12-2009]  

 

 

SPATUZZA SPUTAZZA - HA IMPIEGATO QUASI UN ANNO A FARE IL NOME DI SILVIO COLLEGANDOLO ALLE STRAGI DI MAFIA DEL 1993, INSIEME A QUELLO DI DELL’UTRI - AVEVANO GARANTITO A COSA NOSTRA DI ESAUDIRE TUTTE LE RICHIESTE, DOPO UNA TRATTATIVA POLITICA – COSÌ È SALTATO L’ATTENTATO ALLO STADIO OLIMPICO…

Giovanni Bianconi per "il Corriere della Sera"

 

Ha impiegato quasi un anno, Gaspare Spatuzza, a fare il nome di Silvio Berlusconi collegandolo alle stragi di mafia del 1993, insieme a quello di Marcello Dell'Utri. Il primo verbale sottoscritto davanti ai pubblici ministeri di Firenze che hanno riaperto l'indagine su quegli attentati (agli Uffizi, le bombe di Roma e di Milano, il fallito attentato allo stadio Olimpico) il nuovo pentito proveniente dalla cosca palermitana di Brancaccio l'ha firmato il 9 luglio 2008.

In quell'occasione l'ormai ex mafioso spiegò che Giuseppe Graviano - il suo capo insieme al fratello Filippo, entrambi ergastolani per le stragi del '93 e per l'omicidio del parroco antimafia don Pino Puglisi - «ci parlò genericamente di politica», senza mai precisare «quali fossero i suoi eventuali contatti».

«LE RASSICURAZIONI»
Nei due interrogatori successivi Spatuzza accenna ancora all'accordo con la politica e alle «rassicurazioni» ricevute dal suo capo, ma senza tirare in ballo nessuno. Il 16 marzo 2009 dice che «i Graviano sono ricchissimi e non mi risulta che il loro patrimonio sia stato minimamente intaccato», e aggiunge: «Questa possibilità che loro hanno di riferire l'identità dell'interlocutore politico implicato nelle stragi è come un jolly, o un asso tenuto nella manica».

 

L'ultima carta da giocare per i boss di Brancaccio, una sorta di assicurazione. Ma ancora niente nomi, da parte del pentito. Fino al 18 giugno di quest'anno, quando si decide a raccontare la storia dell'incontro nel bar di via Veneto, a gennaio '94, quando Giuseppe Graviano gli disse che «tutto è chiuso bene con i politici, abbiamo ottenuto quello che cercavamo» rivelando che la controparte erano, appunto, Berlusconi e Dell'Utri.

E' tutto scritto negli otto verbali trasmessi dalla Procura di Firenze a quella di Palermo e ora finiti agli atti del processo Dell'Utri, insieme a circa mille pagine di altri interrogatori, informative e relazioni sulle attività di riscontro alle dichiarazioni del pentito che ha fatto riaprire le inchieste sulle stragi di mafia.

Gli undici mesi di silenzio sul presidente del Consiglio Spatuzza li spiega con la volontà di apparire credibile prima su altre vicende altrettanto spinose, come la bomba di via D'Amelio di cui aveva già parlato coi magistrati di Caltanissetta, e col ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi: «Si trattava proprio di uno dei nomi che avrei dovuto implicare; ne ebbi timore, anche perché il ministro della Giustizia Alfano, che vedevo come un bambino, non mi sembrava altro che la faccia di Berlusconi e Dell'Utri... E' la loro reincarnazione».

 

Per i magistrati della Procura di Firenze - il capo dell'ufficio Quattrocchi, e i sostituti Nicolosi e Crini - Gaspare Spatuzza è affidabile. Molto affidabile. Per questo hanno inviato gran parte del loro fascicolo a Palermo, dove Spatuzza dovrà deporre tra una settimana nel processo d'appello sul senatore Dell'Utri, già condannato in primo grado a 9 anni di carcere. Compresi gli interrogatori, ovviamente «negativi», dei fratelli Graviano e dell'altro mafioso della loro cosca Cosimo Lo Nigro. Nonché i confronti con lo stesso Spatuzza, nei quali i tre ergastolani si proclamano innocenti ma ripetono di rispettare le scelte del collaboratore che li accusa.

«Finite le indagini e poi venite a chiedermi... Quando esce tutto ne riparleremo, se sarò ancora in vita... Io sono trattato peggio dei detenuti di Guantanamo», ha risposto agli inquirenti il quarantaseienne Giuseppe Graviano, il boss che secondo Spatuzza «ha in mano il jolly » del politico col quale trattava.

 

Suo fratello Filippo, che di anni ne ha 48, parla un po' di più, dice che un tempo pensava ai soldi e ora soltanto agli studi e al futuro di suo figlio. Rivendica l'estraneità alle stragi e ad altri delitti, ma quando il pubblico ministero gli chiede di parlare in generale di Cosa Nostra risponde: «No, io di certi argomenti non parlo... Fra dieci, venti o trent'anni, quando magari non ci sarò più, magari si potrà fare chiarezza su queste frasi».

I GRAVIANO
I richiami alla tomba dei due Graviano farebbero pensare che collaborare con la giustizia è il loro ultimo pensiero, ma non si può mai dire. E da come gli inquirenti fiorentini dialogano soprattutto con Filippo, par di capire che ancora contano di ottenere qualcosa di più, almeno da lui. Per adesso devono accontentarsi di Spatuzza e dei riscontri accumulati in un anno d'indagine.

Il pentito racconta che Filippo Graviano «era molto tifoso di Berlusconi e Dell' Utri, però non è mai andato oltre a dirmi... Però potremmo riempire pagine e pagine di verbale, della simpatia, e possiamo dire dell'amore che lega lui con questi soggetti... sulla figura professionale, al di là del manager, su quello che hanno fatto. Cioè, osannava queste persone... ».

 

Giuseppe invece, quando fu reso permanente il «carcere duro» per i mafiosi stabilito dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, esplose contro il fratello e contro Berlusconi gridando: «E' un cornuto!»; così ricorda Spatuzza, secondo cui Filippo difendeva comunque il premier perché aveva detto che quella misura «è una legge immorale ma va approvata ».

Per trovare conferme alle ricostruzioni di Spatuzza, i pubblici ministeri fiorentini hanno riascoltato anche i pentiti che negli anni Novanta avevano parlato dell'implicazione di Berlusconi nelle stragi, provocando l'inchiesta archiviata nel 1998 e ora riaperta.

Per esempio il killer della cosca di Brancaccio Giovanni Ciaramitaro, che il 22 ottobre scorso ha ripetuto di quando «Francesco Giuliano detto «Olivetti» (condannato per l'attentato ai Georgofili, ndr) mi spiegò che le stragi fatte in continente erano volte a costringere lo Stato a cedere sul 41 bis ed altro, e mi disse che dietro alle stragi ci stava Berlusconi ed altri politici.

 

Anche perché i mafiosi non avevano la possibilità di individuare obiettivi inerenti il patrimonio artistico in continente... Poiché me lo chiedete, non ricordo se mi sia mai stato detto quali fossero le motivazioni della parte politica nel collaborare alle stragi».

ALL'OLIMPICO
Proporsi come coloro che facevano cessare la «guerra allo Stato », è l'idea di Spatuzza: i politici arrivano e dicono «la sistemiamo noi la cosa, però vogliono questo, questo e questo. E nel momento in cui la trattativa andava a buon fine, si interrompeva tutto. E' la storia italiana, queste cose mica sono di oggi!» Il pentito ha pure spiegato nei dettagli come e perché fallì quello che doveva essere «il colpo finale», cioè l'attentato allo stadio Olimpico di Roma, verosimilmente domenica 23 gennaio 1994.

Tra i riscontri, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia indicano la presenza a Roma del telefono cellulare usato da Spatuzza in quel periodo, tra il 18 e il 24 gennaio '94. In un'altra relazione della Dia sono riportati gli accertamenti sull'incontro tra il pentito e Giuseppe Graviano al bar Doney di via Veneto, avvenuto poco prima della mancata strage allo stadio. Già nell'autunno '93 Graviano gli aveva confidato che «c'è in atto qualche cosa che se va a buon fine, ne avremo tutti benefici - riferisce Spatuzza - .

 

In quell'istante per me c'è già una trattativa. Conferma che mi viene data quando incontro Graviano nel bar Doney di Roma, in cui mi conferma che si era chiuso tutto e avevamo ottenuto quello che noi cercavamo». Grazie a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, secondo il pentito al quale la Procura che indaga sulle stragi del 1993 mostra di voler credere.

 

 

 

[26-11-2009]  

 

 

MAFIA BALCANICA - IL MERCATO DELLA COCA È IN MANO AI SERBI. SONO MILLE I NARCO-GUERRIERI DIVISI IN CELLULE DI 10 UNITÀ – QUESTA “MULTINAZIONALE” PORTA LA DROGA IN EUROPA, RIFORNISCE LE BANDE CRIMINALI E HA BASI IN TOSCANA E VENETO – IL SEGRETO DEL LORO SUCCESSO? NIENTE ALCOL, DROGA E DONNE…

Gianni Santucci per "il Corriere della Sera"

La tempesta si è scatenata sul Rio de la Plata nella notte dell' 11 ottobre. La nazionale argentina di Maradona si giocava la qualificazione ai Mondiali contro il Perù. Il gol vittoria è arrivato sotto un acquazzone feroce. Quella stessa notte, pioggia e vento tormentavano un gruppo di barche appena salpate dalla costa vicino a Buenos Aires. C'era anche il «Maui», uno yacht con bandiera britannica.

 

I «marinai» erano tutti serbi. E nella stiva portavano il più grosso carico di droga sequestrato quest'anno nel mondo: oltre due tonnellate di cocaina. La tempesta ha costretto il «Maui» ad attraccare sull'altra sponda del fiume, in Uruguay, nel porto turistico di Santiago Vazquez. È lì che le squadre antinarcotici sono piombate all'alba del 15 ottobre e hanno trovato il carico. Che sarebbe dovuto arrivare in Europa. E poi, in parte, in Italia.

Il viaggio della coca prevedeva uno «scalo tecnico» in Sudafrica. Poi l'approdo a Bar, in Montenegro, per lo stoccaggio. Infine la distribuzione in altri Paesi. Il carico era in mano alla mafia serbo-montenegrina, la nuova potenza nel traffico di cocaina tra Sud America ed Europa.

Nel giro di qualche anno, l'organizzazione è arrivata a monopolizzare intere rotte della droga via mare. Per rifornire alcune famiglie di 'ndrangheta, il Nord Italia, la criminalità organizzata di Austria, Germania, Spagna, Inghilterra. In Italia, questa è una storia che inizia il 26 febbraio 2008, in un appartamento di via Washington, a due passi dal centro di Milano.

LE LEGGI DEL CAPITALE
I serbi hanno la forza, l'organizzazione, la mentalità da guerrieri-narcos, l'affidabilità di una multinazionale. È con queste carte che si sono seduti al tavolo del mercato globale degli stupefacenti. E si sono imposti. Per capire cosa sta accadendo, bisogna ascoltare le parole di un investigatore esperto di crimine internazionale: «Il mercato dell'eroina è diverso, molto più condizionato da legami storici di malavita. Per la cocaina è tutta un'altra cosa. Più di tutto, contano le stesse leggi dell'economia pulita: domanda e offerta; concorrenza; sicurezza dell'investimento. Chi lavora meglio, fa affari. Spesso senza bisogno di sparare».

 

In questo quadro si comprende l'ascesa internazionale della mafia balcanica. Con un esempio: se la 'ndrangheta organizza un carico dalla Colombia deve trattare con i «fornitori », sborsare un grosso anticipo e, soprattutto, assumersi enormi rischi di trasporto (se il carico viene intercettato, perderà milioni di euro). I serbi hanno fatto una scelta molto semplice.

Si sono inseriti nella catena come la migliore «agenzia di servizi» sulla piazza. Acquistano la droga, la trasportano in Europa e la consegnano praticamente «a domicilio». La criminalità locale si scarica di ogni responsabilità per le fasi più rischiose dell'affare. Non versa anticipi. E in più, risparmia: comprando dai serbi, la coca costa in media 35 mila euro al chilo rispetto ai 40 mila della «concorrenza ».

Per questo sempre più organizzazioni criminali, piccole e grandi, in Italia e in Europa, negli ultimi anni hanno deciso di comprare da loro. Così i clan dei Balcani sono entrati nei più recenti dossier della Dea (l'agenzia antidroga americana), del Bia (la polizia segreta serba) e del Soca (l'agenzia anticrimine inglese).

LA TESTA E LE CELLULE
Il 26 febbraio 2008 gli investigatori della Squadra Mobile entrano in una casa di via Washington, a Milano, e trovano 90 chili di cocaina. Inizia il lavoro per smantellare la cellula lombarda della mafia balcanica. Il capo del gruppo, Dragan Gacesa, 33 anni, viene arrestato un anno dopo in Toscana. Il «magazzino» per lo stoccaggio della droga era in una villetta sul mare, a Tirrenia (Pisa).

Sequestri totali: 530 chili di coca. E alla fine dell'indagine è stato possibile ricostruire le dinamiche della cellula: vendite solo all'ingrosso (mai contatti con lo spaccio in strada). Magazzini vicini ai porti di arrivo dei carichi (Livorno, La Spezia), ma lontani dai luoghi di vendita. E uomini che si comportano da professionisti paramilitari.

Durante il lavoro, i «soldati» non consumano droga, non bevono, non frequentano night, niente donne, sono in grado di rimanere chiusi in una casa per 3-4 giorni facendo solo ginnastica, mai un'infrazione al codice della strada. Il profilo del gruppo milanese è utile per descrivere l'intera organizzazione. A partire da un dato: proprio Gacesa era citato in un verbale del 2003 del Tribunale internazionale per i crimini della ex Jugoslavia, in cui veniva definito « commander of the Bihac security station » .

Il centro direttivo dell'organizzazione è saldamente radicato nei Balcani. Tra Belgrado e il Montenegro, vengono gestiti al massimo livello affari, traffici, alleanze, investimenti, riciclaggio. È il risultato di una saldatura/ riconversione, avvenuta dopo i conflitti nella ex-Jugoslavia, tra gli storici gruppi criminali (il clan di Zemun su tutti) e le ex milizie. I legami con i cartelli colombiani hanno radici più che ventennali.

L'intera logistica è però affidata alle «cellule»: gruppi operativi di una decina di persone, fortemente gerarchizzati, in grado di creare una base in una città, gestire uno o più carichi, per poi sparire o spostarsi in caso di pericolo (l'ultimo rapporto di World security network lancia un allarme relativo al «crimine delocalizzato dei gruppi balcanici » che sarà in grado di «dettare le regole in altri Paesi d'Europa»).

Seguendo lo stesso modello, ha lavorato il gruppo smantellato tra Argentina e Uruguay: affitto di appartamenti per ricevere e preparare i carichi di cocaina a Buenos Aires; acquisto in contanti del «Maui» (265 mila dollari); apparecchiature anti-intercettazione. Sopra le cellule, c'è una rete di «manager», ancora più mobili, che si occupa solo di accordi con i compratori e supervisione delle operazioni.

Le regole, valide per tutti: basso profilo; massima flessibilità; organizzazione «svizzera»; forniture solo ai «grossisti» (da 15-20 chili in su). I «soldati» serbo-montenegrini sparsi tra Europa e Sud America potrebbero essere un migliaio. Di recente il Soca ha intercettato tre cellule in Inghilterra, che si coordinavano con gruppi in Olanda (incaricati di ricevere e smistare la cocaina dal porto di Rotterdam), Germania, Slovenia e Nord Italia.

TRA VENETO E TOSCANA
Mattina del 22 giugno scorso, i carabinieri fermano un Tir in una piazzola di corso Stati Uniti, a Padova. Nel camion, tra le cassette di ananas e banane, i militari trovano 420 chili di cocaina. Il guidatore dice: «Ho attaccato un rimorchio sbagliato». Ma alcuni indizi permettono di fare una serie di collegamenti: il camion è di una ditta slovena, proviene dall'Olanda, l'autotrasportatore è serbo.

Il carico di cocaina aveva viaggiato via mare, in un cargo dall'Ecuador a Rotterdam. Meno di tre mesi dopo, avviene un altro sequestro interessante. Il 5 settembre, nel parcheggio di un supermercato a Pian di Rota, frazione di Livorno, i carabinieri perquisiscono una Lancia Lybra e trovano uno zaino verde con dentro 14 chili di coca pura al 97 per cento. Tre arrestati. Anche qui: uno sloveno e due serbi. Segnali che non lasciano dubbi sul radicamento, in Italia, delle «cellule» agli ordini dei nuovi signori della cocaina.

Ma il legame più forte emerge due giorni dopo il sequestro dei 2.174 chili in Uruguay. Il 17 ottobre la Corte distrettuale di Belgrado ordina l'arresto del gruppo che attendeva il carico nei Balcani. L'elemento di spicco, Zeljko Vujanovic, viene fermato nella discoteca «Casino» di Kragujevac, a 140 chilometri da Belgrado. Il locale è di un certo Darko Saric, ritenuto dagli inquirenti una colonna dell'organizzazione (come ha rivelato la stampa montenegrina).

I collegamenti di Saric con l'Italia sono stati accertati in un'inchiesta contro una banda di trafficanti di armi chiusa dalla polizia di Padova a novembre 2008. Sarebbe stata la donna del gruppo, detta «Nikita», a ospitare e coprire Saric nei suoi spostamenti in Italia. Tornati in Serbia, Saric e i suoi attendevano le due tonnellate di cocaina in partenza dal Rio de la Plata. Sono arrivati prima gli investigatori serbi e sudamericani. Nome dell'indagine che ha portato al blitz: « Operación Guerreros Balcánicos » .

 

 
[23-11-2009]

 

 

 

GASPARE MUTOLO, L’AUTISTA DI TOTÓ RIINA: “NEGLI ANNI '70 DOVEVAMO RAPIRE BERLUSCONI” - "MANCO SAPEVO CHE SI CHIAMAVA COSÌ. CI AVEVANO DETTO: QUELLO DI MILANO 2. ERAVAMO IN DICIOTTO PER RAPIRE BERLUSCONI, C’ERA ANCHE CONTORNO. POI ARRIVÒ IL CONTRORDINE DI GAETANO BADALAMENTI, IL CAPO DEI CAPI. E DOPO, PER TENERE ALLA LARGA TURATELLO E ALTRI MALINTENZIONATI, BERLUSCONI ASSUNSE AD ARCORE LO 'STALLIERE' MANGANO" - "QUANDO RIINA HA COMINCIATO A FAR AMMAZZARE LE DONNE INCINTE, È STATA LA FINE PER LUI "

 

ANTICIPAZIONE DI VANITY FAIR

Gaspare mutolo

C'è un pittore che cancella tutte le firme dai suoi quadri e riscrive un diverso nome. È la prima volta dopo venticinque anni che può farlo. Prima fu il boss mafioso Luciano Liggio a rubargli l'identità artistica e autografare le sue tele più riuscite. Poi gli toccò usare il nome che si erano inventati per lui quando era entrato nel programma di protezione. Ora, finito di scontare la pena, può uscire allo scoperto: è Gaspare Mutolo, che a Vanity Fair, in edicola dall'11 novembre, racconta una carriera di artista autodidatta che sfiora tutti i nomi della cupola di Cosa Nostra. Ma rivela anche di un mancato sequestro che avrebbe potuto cambiare la storia d'Italia.

Lei è stato condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Poi è diventato il primo pentito del clan vincente, ha aiutato Falcone, è stato l'ultimo a vedere Borsellino nella sua veste di magistrato. E intanto dipingeva. Come ha cominciato?
«Nell'83 finii al carcere di Sollicciano, prima del maxiprocesso, stavo in cella con un altro gruppo di mafiosi, ma ogni mattina passavo davanti a quella dell'Aragonese e rimanevo incantato. Si chiamava Mungo, ma veniva da Aragona e si era dato quel nome d'arte. Aveva l'ergastolo perché aveva ammazzato la moglie per gelosia e buttato il cadavere. Dipingeva benissimo. All'ora d'aria gli andavo vicino. Chiedevo: è difficile dipingere? E lui: se vieni in cella con me t'insegno. Ho chiesto il trasferimento».

 

Quando arriva Liggio?
«Quando mi trasferiscono a Palermo per il maxiprocesso. Finisco in cella, tra gli altri, con il fratello di Bernardo Provenzano, Salvatore, e quattro nipoti di Liggio: Pino, Luca, Giacomo e Franco. Lui, Luciano Liggio, stava di fronte e passava ore a leggere i filosofi. Un giorno dico a Pino: ma perché tuo zio invece di perdere tempo a leggere non impara a dipingere, che è una cosa che dà benefici? Detto e fatto: Liggio chiede che mi spostino nella sua cella e io divento il suo maestro».

Com'era Liggio pittore?
«Mah. Ci metteva ore per fare una margheritina. Diceva sempre: ah, Gaspare, avessi la tua mano! D'oro hai le mani».

Ha avuto altri discepoli eccellenti?
«Salvatore Provenzano, che faceva quadretti da regalare alla moglie. E Leoluca Bagarella».

 

Il vice di Provenzano? Il cognato di Riina? L'assassino del commissario Boris Giuliano e di altri cento?
«Quello faceva solo fiorellini, e malamente».

Invece per lei e per Liggio si pensò a una mostra.
«Eravamo in tre. C'era anche il Vampiro: aveva i dentoni, era il figlio di un commissario, ma ammalato di mafia. Bronzini, si chiamava. Come pittore bravo, però. Ci avevano autorizzati a stare insieme noi tre, per dipingere. Quando lo seppe l'avvocato di Liggio, Traina (...), gli venne l'idea della mostra. Disse: è meglio se esponete uno alla volta, cominciamo con Liggio. Ci rimanemmo male. Ancora peggio quando presero i nostri quadri, soprattutto miei, e li firmarono Liggio».

 

Poi lei si è pentito ed è uscito. Ha continuato a dipingere?
«Sempre. Quando sto davanti alla tela dimentico di esistere. Non so più chi sono».

 

Qui però ci tocca ricordarlo.
«Mi sono sempre assunto tutte le mie responsabilità. Sono stato un rapinatore, un mafioso, ho trafficato droga, partecipato a sequestri. Poi ho scelto di collaborare: ho fatto seicento nomi, spiegato centocinquanta omicidi, raccontato i legami tra la mafia e la magistratura, la polizia, la politica. Oggi ho pagato il mio conto, fino in fondo».

Mai avuto la scorta?
«Hanno provato a darmela, più di una volta. Ho sempre detto che se debbono ammazzarmi lo fanno. E meglio allora che non muoia nessun innocente con me e per me. Guardi Falcone. Guardi Borsellino. Se non avessero avuto la scorta morivano lo stesso, ma gli altri no».

Che cosa ricorda di Falcone?
«Uno che capiva. Ho scelto lui per passare dall'altra parte. Chi altri? Poi, morto lui, ho voluto parlare solo con Borsellino».

 

Fino al suo penultimo giorno di vita. Com'era, alla vigilia della fine?
«L'uomo che teneva una sigaretta in ogni mano. Tanto era nervoso. Era andato a parlare con quelli della polizia e quelli gli avevano detto: "Dottore, se Mutolo ha bisogno di qualcosa...". Era tornato con quelle due sigarette accese e una domanda: come fanno a sapere che sto parlando con Mutolo?».

 

Lei ha frequentato più diavoli che santi. È stato l'autista di Riina. Ci andava d'accordo?
«È peggiorato col tempo. È diventato un dittatore sanguinario. Quando ha cominciato a far ammazzare per niente, a far ammazzare le donne incinte, è stata la fine di tutto. Io ho fatto molti errori, ma cose così mai».

Qual è stata l'impresa più clamorosa a cui ha preso parte?
«Una che non andò mai in porto. Negli anni '70 dovevamo rapire Berlusconi. Manco sapevo che si chiamava così. Ci avevano detto: quello di Milano 2. Allora il capo dei capi era Gaetano Badalamenti e aveva proibito i sequestri in Sicilia. Non c'era problema, con tutti i ricchi che stavano al Nord. Allora li facevamo in Lombardia, roba pulita: mai donne e bambini, niente orecchie tagliate, niente sangue. Trattativa, pagamento, restituzione. Eravamo in diciotto per rapire Berlusconi, c'era anche Contorno. Poi arrivò il contrordine. E dopo, per tenere alla larga Turatello e altri malintenzionati, Berlusconi assunse Mangano».

 

Lo stalliere?
«Vabbè, stalliere. Quello era uno in gamba, diciamo così» (Pochi giorni fa, nella requisitoria per il processo di secondo grado a carico di Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, il procuratore generale Antonino Gatto ha di fatto anticipato la versione di Mutolo: Vittorio Mangano fu ingaggiato per proteggersi dal pericolo di sequestri, ndr).

 

 

 

[10-11-2009]

 

 

 

E CIANCE DI CIANCIMINO JR. – “MIO PADRE ERA CON GLADIO” – IL GATTOSARDO È SCETTICO: “UN GLADIATORE IN SICILIA? DAVVERO STRANO” – PERÒ PARE CHE DON VITO CONOSCESSE BENE IL MONDO ECONOMICO, FINANZIARIO E POLITICO - E SUO PADRE GIOVANNI ERA UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER GLI AMERICANI VICINI A CORLEONE…

1- "MIO PADRE ERA CON GLADIO"
Francesco La Licata per "La Stampa"

 

Tra i documenti che Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo c'è un appunto scritto dal padre, Vito, l'ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all'inizio degli anni Novanta, quando Giulio Andreotti (decretandone la fine perché ormai superata dai nuovi assetti dell'Europa) ne rivelò l'esistenza in Parlamento.

 

L'appunto manoscritto è stato consegnato ieri mattina dal figlio, insieme con una quarantina di altre "carte", tra cui la copia originale del famigerato «papello» finora esistente, ma in fotocopia, e custodito negli archivi dei sostituti procuratori di Palermo. Il biglietto sarebbe una sorta di "rivelazione" autografa destinata all'enorme materiale politico e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora suscitavano le sue affermazioni. «Ho fatto parte di Gladio», scrive don Vito.

E non si sa quanto di altro aggiunge nel corso del "messaggio". Ovviamente ogni cautela è d'obbligo, quando ci si imbatte in un argomento così scivoloso. I magistrati, infatti, non si sbilanciano, almeno fino a quando non saranno in grado di valutare l'attendibilità dell'appunto e soprattutto fino a che non riusciranno a collocarlo temporalmente e nel clima di quegli anni.

 

Fino a questo momento ci si deve accontentare dei ricordi e delle riflessioni del figlio, Massimo. Pure il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti dei servizi segreti. In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla «trattativa» che don Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra.

DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO

Da cosa potrebbe essere nato il "filo" tra Ciancimino e i servizi? Il mondo economico, finanziario e politico - specialmente in Sicilia - è stato sempre al centro delle attenzioni e dello sguardo lungo degli apparati di sicurezza. Ma don Vito, a quanto sembra, ne aveva dimestichezza anche per via del ruolo ricoperto dal padre, Giovanni, che durante la guerra e subito dopo era divenuto una sorta di punto di riferimento degli americani nella zona di Corleone, anche perché padrone (forse l'unico, nel territorio) della lingua inglese.

Si vedrà, comunque, se le indagini porteranno a qualcosa di concreto. Nella stessa giornata di ieri - abbastanza convulsa per il teste privilegiato Ciancimino - alla Procura di Palermo ha finalmente fatto ingresso ufficiale il «papello». Dal punto di vista del contenuto (i dodici punti di richiesta della mafia) il documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la fotocopia.

Importanza, invece, viene data all'originale per via delle conoscenze che potranno essere acquisite attraverso le perizie già disposte. A parte quella grafica, che potrebbe portare all'identificazione dell'autore, sarà interessante accertare «l'età» del documento (attraverso l'analisi della carta) e forse anche la provenienza.

 

Tra le carte consegnate ieri da Massimo Ciancimino ci sarebbe pure una pagina manoscritta dedicata alla morte di Paolo Borsellino. Don Vito titola: «Post scriptum traditori», e riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi». Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti.


A tradirlo, sarebbe stata la politica (non aveva gradito il lancio di volantini da un aereo con la scritta: «Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino»). E alla fine immagina che Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e «forse anche Falcone»), «se risuscitasse» non rifarebbe le cose che ha fatto.

In mattinata Massimo Ciancimino aveva reso dichiarazioni spontanee al processo d'appello che le vede condannato a cinque anni e mezzo. «Ci sono - ha detto - tante cose che non vanno nel mio processo. Tante intercettazioni, a suo tempo ritenute irrilevanti dai magistrati, contengono invece elementi a mia discolpa che, quantomeno, avrebbe potuto evitarmi l'accusa di riciclaggio. Io desidero essere giudicato per quel che ho fatto».

 

2- FRANCESCO COSSIGA: "UN GLADIATORE PROPRIO IN SICILIA? DAVVERO STRANO"
Da "La Stampa"

 

Presidente Cossiga, ha sentito? Pare che Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, l'uomo al centro di tanti misteri e mediatore della famigerata trattativa tra lo Stato e la mafia, fosse un gladiatore. Così ha lasciato scritto su una sua agenda. Le risulta?
«Mai sentito dire prima e guardi che io, modestamente, la storia di Gladio un po' la conosco. Comunque, che io non sapessi, non vuol dire nulla. Né mi pare che il suo nome sia negli elenchi pubblici... ma anche questo dice poco. Nessuno me ne ha mai parlato, neanche in seguito, però era una struttura altamente compartimentata e quindi è possibile che certi segreti fossero davvero segreti. Di sicuro il nome di Ciancimino non è citato neanche nei libri che recentemente hanno raccontato di Gladio. Boh...».

 

Presidente, sembra molto scettico. E così?
«Un poco. Non capisco che cosa avrebbe dovuto fare un gladiatore in Sicilia. Prima che le armate sovietiche fossero arrivatE fino a Palermo, sarebbero intervenuti americani e inglesi. Qualcuno dimentica che razza di presidi fossero le loro basi nel Mediterraneo, un tempo»

Quindi il Sud era escluso?
«Certo, c'era una piccola quota di gladiatori in Sardegna, ma il motivo è chiaro: non soltanto perché in Sardegna c'era la base operativa e di addestramento, ma anche perché i piani, in caso di guerra e di invasione da parte dell'Est, prevedevano il trasferimento del legittimo governo nazionale sull'isola. Non a caso, però, la stragrande maggioranza dei gladiatori si trovava in Lombardia e nel Triveneto.

Nei testi dell'Alleanza atlantica, quella era definita la "combat zone", l'area dove si sarebbe combattuto, e lì serviva la Gladio. Che poi questo non è neanche il suo nome. Ricordiamoci che il vero nome della struttura era "Stay behind", restare indietro. La rete dei gladiatori, messa su nell'intera Europa occidentale doveva servire a organizzare la resistenza contro gli invasori del Patto di Varsavia. Se si chiamano ancora oggi così, è perché a livello europeo lo stemma era un gladio, mentre il simbolo araldico in Italia era una civetta, l'animale notturno per eccellenza. Io ho ancora qui, nella mia libreria, il loro scudetto in legno, che l'ammiraglio Martini fece fare a posteriori».

Lei non ci crede, insomma, che don Vito fosse un esperto di sabotaggi e di esfiltrazione. Ma nemmeno, considerando che nella sfera dei servizi segreti c'è sempre qualche mistero che rimane nell'ombra, se la sente di escluderlo, giusto?
«Escluderlo, no. Ciancimino era un democristiano e quindi avrebbe avuto il profilo giusto. Venivano arruolate persone con forte spirito patriottico e chiara militanza politica. Andavano bene tutti, eccetto missini, monarchici e comunisti. Magari, considerando che il tutore di don Vito è stato Bernardo Mattarella, se l'ha mai fatto studiare sul Continente, a Padova o Milano, lì potrebbe essere entrato in contatto con gli arruolatori. Ma sinceramente io non ne so nulla». (Fra. Gri.)

 

 

[30-10-2009]

 

 

BIRRO MAFIOSO – PERCHÉ PROVENZANO HA TRADITO RIINA? - PER FERMARE LA STAGIONE DELLE STRAGI E RICONDURRE COSA NOSTRA AD UNA “SOBRIA” SOCIETÀ SEGRETA E SILENZIOSA – E “SI È FATTO SBIRRO” - ALTRIMENTI COME AVREBBE POTUTO FARE IL LATITANTE PER PIÙ DI QUATTRO DECENNI?....

 

 

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

Fu Bernardo Provenzano, con tanto di mappe alla mano, a indicare ai carabinieri il nascondiglio di Totò Riina, arrestato nel gennaio del 1993 dopo 23 anni di latitanza. Lo ha rivelato ai pm Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco di Palermo Vito. Si tratterebbe di un tradimento in piena regola di un vecchio alleato diventato scomodo che incrina le verità ufficiali. Ciancimino ha anche consegnato una serie di nuovi documenti.

Qualcuno aveva già parlato di una possibile "soffiata" dietro l´arresto del Capo dei capi il boss che conosceva fin da bambino e che aveva voluto la morte di Falcone. Così "si è fatto sbirro" il mafioso che per 43 anni era stato un fantasma. Sbirro. E come altrimenti avrebbe potuto fare il latitante per più di quattro decenni fra Corleone e Bagheria, Casteldaccia e Mezzojuso, i paesini della campagna siciliana che erano diventati il regno suo, del vecchio e misteriosissimo Bernardo Provenzano.

 

Sbirro. Con documenti falsi andava in Francia per farsi operare alla prostata, con la tranquillità di un pensionato in gita andava a Roma per incontrare Vito Ciancimino agli arresti domiciliari dietro piazza di Spagna. Sbirro. Come tutti i grandi Padrini nella storia della Cosa Nostra, alla faccia dell´omertà e delle leggende che circondano gli uomini d´onore, anche lui si è rivelato come il più sbirro di tutti, il più "cantante", il più svelto a parlare e a tradire. Provenzano non è sfuggito alla "tradizione".

E aveva le sue ragioni. Totò Riina in quindici anni di strategia stragista aveva attaccato lo Stato come nessun altro mafioso aveva osato prima, dall´Unità d´Italia. Aveva ucciso magistrati, politici, giornalisti, poliziotti. Aveva trasformato la Cosa Nostra nella Cosa Sua, aveva modificato il Dna dell´organizzazione, aveva fatto finire - massacro dopo massacro - la mafia siciliana in un vicolo cieco. Con la strage di Capaci e poi con l´uccisione di Borsellino, Totò Riina era riuscito in quello dove avevano fallito tutti e per primo lo Stato: portare alla rovina Cosa Nostra.

 

Ecco perché Provenzano ha tradito Riina. Per ricondurre Cosa Nostra a quello che era sempre stata, una società segreta che si mischiava con gli altri e con le istituzioni, una setta invisibile che si adattava di volta in volta alle situazioni, che si infiltrava nella politica e nell´amministrazione, silenziosa, dormiente, qualcosa che c´era e non c´era. Totò Riina era l´uomo "impresentabile" di quella Cosa Nostra, era il capo di un potere che non era nelle condizioni di avere più amici da nessuna parte.

Ecco perché il 15 gennaio del 1993 i carabinieri dei reparti speciali arrestarono Salvatore Riina da Corleone. Di quella cattura oscura si è detto tanto ma non si è ancora detto tutto. Nascondono qualcosa gli ufficiali dei Ros che la spacciarono come «la più clamorosa operazione antimafia del secolo». Nascondono qualcosa i capi della procura di Palermo che, nei primi mesi di quel 1993, avallarono in silenzio quella spudorata indagine. Nascondono qualcosa i mafiosi che sanno e ancora non parlano per paura. Ma non di altri mafiosi hanno paura, hanno paura del resto.

 

La cattura di Totò Riina è stata come un´ipoteca iscritta sulla lotta giudiziaria a Cosa Nostra negli anni successivi, un grande bluff. E adesso, dopo 16 anni, quando cominciano ad affiorare tutti i patti e i ricatti fra apparati dello Stato e fazioni di mafia corleonese, è più chiaro il perché di quel covo di Riina mai visitato dai carabinieri dei Ros.

C´è un detto che ripetono i vecchi delle province interne della Sicilia per raccontare l´impasto: «Il mafioso nasce mafioso e muore sbirro, lo sbirro nasce sbirro e muore mafioso». Sono gli estremi che prima o poi si toccano, è la storia della mafia segnata a ogni stagione da trattative, avvicinamenti, negoziati, arresti comprati e venduti, inganni, tutto in nome di un "ordine sociale" da garantire. Ecco, un´altra volta, perché nel suo delirio di onnipotenza Totò Riina - quello delle stragi - è finito nella trappola dei suoi stessi Corleonesi.

Oggi ne parla Massimo Ciancimino e ricorda vicende sentite da suo padre Vito, uno che con Bernardo Provenzano andava "a braccetto". Vedremo cosa riferirà, quali dettagli e quali elementi concreti fornirà ai magistrati che investigano sulle trattative fra le due stragi siciliane del 1992. Ma prima di lui, inascoltati - e trattati con un certo fastidio sulla materia - di questo tradimento di Bernardo Provenzano ne avevano parlato altri. Quasi con timore, con tormento.

 

Più di dieci anni fa, nel 1997. Verbale del 23 luglio, ore 10 del mattino, interrogatorio di Tullio Cannella - il braccio destro di Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina - con Pietro Grasso della procura nazionale antimafia: «Luchino Bagarella mi diceva che lui non era uno sbirro. Uno sbirro come Bernardo Provenzano». E diceva Cannella: «Secondo Bagarella, il vecchio Provenzano aveva rapporti con esponenti delle istituzioni e in particolare con rappresentanti dei carabinieri».

E diceva ancora: «Mi raccontò che due o tre giorni prima dell´arresto del cognato, proprio lui, Bagarella, era stato a casa di Riina. Era inquieto. Era stato a casa di Totò Riina ma non era stato arrestato... non riusciva a capire perché, quel giorno mi manifestò anche la perplessità che il solo Balduccio Di Maggio avesse consentito la cattura di Totò Riina, era davvero molto preoccupato e disse alla fine: "Di questa faccenda l´amico mio sa qualcosa". "L´amico suo" era Bernardo Provenzano.

Dopo Tullio Cannella venne Giovanni Brusca a scoprire altri particolari sulla "loquacità" di Provenzano. E poi anche Antonino Giuffrè. Dentro Cosa Nostra cominciò a diffondersi la voce che il Padrino di Corleone era «un po´ ammalato di sbirritudine».

 

 

 

[06-11-2009]

 

 

   

 

 

CIANCIMINO CIANCIA ANCORA – SCOOP RITARDATO! “PROVENZANO HA TRADITO RIINA INDICANDO AI CARABINIERI LA ZONA ESATTA DEL NASCONDIGLIO” - NEL '92 IL CAPITANO DEL ROS CONSEGNÒ AL CIANCIA JR. DELLE MAPPE DA DARE A DON VITO – FINIRONO A PROVENZANO CHE FECE UN CERCHIO PER SEGNARE DOVE SI TROVAVA TOTÒ…

Da "Corriere.it"

Fu Bernando Provenzano a tradire Totò Riina e consegnarlo alla polizia. Lo ha detto Massimo Ciancimino nella seconda giornata di dichiarazioni spontanee nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli. «Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina» rivela.

 

Provenzano avrebbe «venduto» il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano.

MAPPE DI PALERMO

Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante.

 

Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette.

 

APPUNTI E LETTERE

Ciancimino, imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado, ha consegnato ai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido una serie di appunti e lettere del padre, Vito, sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare le dichiarazioni sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.

 

La scorsa settimana davanti la quarta sezione della corte d'appello, Ciancimino aveva sostenuto che ci sono «molte cose che non vanno» nella sua inchiesta e ha sostenuto che alcune intercettazioni in cui c'erano elementi a sua discolpa erano state indicate nei brogliacci come «irrilevanti».

Stessa sorte, secondo Ciancimino, sarebbe toccata a conversazioni nelle quali ci sarebbero state notizie di reato che adesso «vengono valutate» dai magistrati che hanno aperto le inchieste. Massimo Ciancimino, alla scorsa udienza aveva detto alla Corte di essere in possesso delle trascrizioni integrali delle conversazioni e i giudici gli hanno chiesto di riferire in aula il contenuto.

NASTRI SEGRETI

 

Non sono stati consegnati in Procura i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che Vito Ciancimino incideva di nascosto per documentare i suoi incontri con i carabinieri. «Io non so cosa contengano quei nastri», ha precisato Massimo, annunciando di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati. Mercoledì Ciancimino è stato sentito dai pm di Catania, con i quali ha parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul 'tesorò del padre Vito.

«Io non ce l'ho con i magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni», ha detto Ciancimino, e alla domanda dei giornalisti se il riferimento fosse ai carabinieri ha risposto: «Sì, ma dovranno essere i magistrati competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte prove a mio favore».

 

 

[05-11-2009]

   

 

 

SPATUZZA O SPAZZATURA? – “MARCELLO DELL’UTRI E BERLUSCONI ERANO IN MANO DI COSA NOSTRA” – COLPO DI SCENA AL PROCESSO D’APPELLO: INVECE DI RICHIEDERE LA PENA, IL PG PRESENTA IL NUOVO INTERROGATORIO DEL PENTITO E CHIEDE LA SOSPENSIONE DELLA DISCUSSIONE – IL SENATORE: “SPAZZATURA, LA PROCURA VUOLE CONDIZIONARE L’APPELLO”…

1 - PENTITO SPATUZZA: BERLUSCONI E DELL'UTRI ERANO IN MANO NOSTRA...
(Adnkronos) - "Abbiamo ottenuto quello che volevamo, abbiamo il paese in mano, abbiamo persone serie e affidabili come Silvio Berlusconi e il nostro compaesano, non come quei quattro crastazzi dei socialisti".

Cosi' il boss mafioso Giuseppe Graviano si sarebbe rivolto nel '94 in un bar di Roma al neo pentito, allora boss mafioso, Gaspare Spatuzza. A raccontarlo e' lo stesso collaboratore le cui dichiarazioni sono state anticipate oggi dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel processo d'appello a carico di Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

"Nel '93 - ha detto il Pg Gatto nella richiesta di interruzione della discussione - era stato programmato da parte di Cosa nostra un attentato che si doveva compiere a Roma contro i carabinieri. Gaspare Spatuzza e Cosimo Lo Nigro si incontrarono con Giuseppe Graviano, poco dopo la strage di Firenze in cui mori' una bambina. Spatuzza era molto preoccupato per la morte della bambina, ma Graviano gli disse 'te ne intendi di politica? C'e' una situazione in piedi che prevede dei benefici per i carcerati'".

Ed e' ancora il pg Gatto a spiegare alla Corte d'Appello, presieduta da Claudio Dall'Acqua: "Dopo qualche tempo Giuseppe Graviano sta con il gruppo di fuoco a Roma e prepara l'attentato devastante contro i carabinieri, si parlava di almeno 100 carabinieri morti. Si aspettava il via libera dello stesso Graviano.

Nel gennaio del '94 Spatuzza incontra a Roma Graviano che e' esultante". E sarebbe stato proprio in quella occasione che Graviano avrebbe parlato a Spatuzza di Berlusconi. "Il nome di Dell'Utri non lo fece Graviano - ha spiegato Gatto - ma parlando del 'nostro compaesano' per Spatuzza faceva riferimento proprio a Dell'Utri".

Al termine della richiesta di interruzione della discussione, dopo aver ascoltato la difesa, il presidente della Corte d'appello si e' riservato e ha rinviato l'udienza al prossimo 30 ottobre concedendo alla difesa i termini per visionare l'interrogatorio di Gaspare Spatuzza.

2 - DELL'UTRI: LE ACCUSE DI SPATUZZA SONO SOLO ASSURDITA'...
(Adnkronos) - "E' un'assurdita' cosi' grossa che non ha bisogno di commenti, e' una cosa allucinante". Cosi' Marcello Dell'Utri (Pdl) commenta uscendo dall'aula del tribunale di Palermo le dichiarazioni rese in un interrogatorio dal neo collaboratore Gaspare Spatuzza nelle quali sostiene che Dell'Utri dopo il periodo della stagioni stragiste del '92 e del '93 sarebbe stato il "punto di riferimento di Cosa nostra".

"Non ho mai visto nella mia vita i fratelli Graviano - ha aggiunto Dell'Utri - e non ci ho mai parlato per telefono, ho gia' detto nel processo di primo grado con chi ho parlato. Si dice che i Graviano siano coloro che hanno raccomandato i giocatori di calcio tra cui D'Agostino, ma non direttamente attraverso me bensi' con un uomo di calcio che io conoscevo perche' era il vicepresidente della Juventina, tale Pippo Barone, un commerciante di tessuti di Palermo. Mi chiamo' per dirmi che era un 'bravo ragazzo, perche' non lo fai provare al Milan?'

3 - DELL'UTRI: PROCURA PALERMO VUOLE CONDIZIONARE MIO PROCESSO D'APPELLO...
(Adnkronos) - "E' evidente, la Procura di Palermo, che ha rappresentato l'accusa nel processo di primo grado, vuole condizionare il processo d'appello. E' inutile volerci nascondere dietro le metafore". Lo ha detto Marcello Dell'Utri, uscendo dall'aula subito dopo la fine dell'udienza del processo d'appello a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa in cui il pg ha chiesto di riaprire la discussione e di ascoltare il pentito Gaspare Spatuzza, che di recente ha fatto delle dichiarazioni accusatorie nei confronti dell'imputato.

 
[23-10-2009]

 

 

 

LO SME(MORI)TO - L´EX CAPO DEI ROS ATTACCA A FAR NOMI - ED INVIA UN SEGNALE: NON ERA LUI SOLO A VOLER PORTARE DON VITO CIANCIMINO “DALLA PARTE DELLO STATO” – QUALCUNO HA MENTITO E CONTINUA A MENTIRE – GLI SMEMORATI (DA MANCINO, A ROGNONI, A MARTELLI) HANNO COSTRUITO UN MURO DI SILENZI E VERITÀ SMOZZICATE…

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

FALCONE ASSASSINATO A CAPACI

Qualcuno ha mentito prima e dopo le stragi. Qualcuno ha mentito sul «papello». Qualcuno ha mentito a Paolo Borsellino alla vigilia della sua morte. Qualcuno ha mentito e mente ancora dopo diciassette anni. E´ quel qualcuno che ha fatto il patto con i Corleonesi.

Dopo le bombe di Capaci e dopo quelle di via D´Amelio ci sono stati covi mai perquisiti e latitanti mai presi. Ci sono state trattative e ricatti. Ci sono stati depistaggi nelle indagini.

strage di capaci

Sotto processo c´è un alto ufficiale dei reparti speciali, il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri ed ex capo del servizio segreto civile. E´ stato soltanto lui a «manovrare» e a intossicare le più oscure vicende siciliane dall´estate del 1992? Sono stati solo i suoi Ros a spingere le scorribande sul confine fra mafia e Stato? Dall´impasto che si sta svelando in queste settimane affiorano altri nomi, altri personaggi. C´è un lungo elenco di smemorati eccellenti. E un altro lungo elenco di eccellenti ignari.

strage di capaci

A cominciare dagli uomini politici, per primi i ministri dell´epoca. Quelli che a loro dire non sapevano della trattativa (Nicola Mancino che era all´Interno e Virginio Rognoni che era alla Difesa), e quegli altri che ne hanno rivelato dettagli a scoppio ritardato (Claudio Martelli, che era alla Giustizia), o quegli altri ancora (Luciano Violante, che era presidente dell´Antimafia) che dopo tutti questi anni ricorda proposte di incontri «riservati» perché - prima - non aveva capito bene cosa stesse accadendo fra Vito Ciancimino e i Ros. E´ un muro. Di silenzi, di verità smozzicate, di sbiadite reminiscenze.

borsellino strage

Troppo tardi sono arrivate certe informazioni su quella trattativa. Ma anche troppo presto sono stati soffocati alla procura di Palermo quando c´era Gian Carlo Caselli, dopo la misteriosa cattura di Totò Riina, interrogativi che già allora avrebbero potuto segnare un diverso percorso nelle indagini sul negoziato fra Stato e mafia.

C´è un filo che ha voluto rendere visibile il generale Mori su tutta la vicenda di Vito Ciancimino, al tempo delle stragi. Con le sue spontanee dichiarazioni da imputato, ieri in aula a Palermo, in sostanza il generale ha detto: io non trattavo segretamente con Ciancimino perché avevo informato dei miei incontri con don Vito il presidente dell´Antimafia Violante; e dopo l´arresto dell´ex sindaco (e ancora prima che Caselli arrivasse a Palermo come procuratore capo) «riferii allo stesso Caselli, per sommi capi, anche del mio tentativo di approccio con Ciancimino.

 

Lui si mostrò interessato, mi chiese di tenerlo informato degli eventuali sviluppi». E´ come se il generale sotto accusa volesse mandare un segnale: che non era solo in quel tentativo di portare don Vito «dalla parte dello Stato». E´ la prima volta che l´ex capo dei Ros non si difende ma attacca. Facendo nomi.

Dopo diciassette anni, se non ci fosse stato un mafioso come Gaspare Spatuzza - che si è autoaccusato - oggi la strage Borsellino sarebbe un caso chiuso. Dopo diciassette anni, se non ci fosse stato il figlio di un mafioso come Vito Ciancimino - che ha scatenato il finimondo con le sue confessioni - le trattative fra Stato e mafia sarebbero state sepolte per sempre.

In tanti avrebbero preferito non sentirne parlare più. In tanti però sono appesi al filo di una verità: quella di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio di Vito, corleonese amico di Bernardo Provenzano, sindaco di Palermo per dieci giorni e padrone della città per trent´anni. Il sipario si è rialzato quando lui ha cominciato a parlare. Erano stati tutti zitti, avevano fatto tutti finta di niente.

Da quando «Massimuccio» è entrato nelle stanze della procura di Palermo come «dichiarante» sono ripartite le indagini, gli interrogatori, i confronti «all´americana», sono state ripescate vecchie deposizioni e quelle nuove depositate nei processi in corso. Abilissimo prestigiatore, maestro nella gestione mediatica dei torbidi affaire palermitani e della sua stessa persona, distributore di «inediti», mattatore nei talk show, Massimo Ciancimino è diventato il motore delle ultime indagini sulle stragi.

E´ sua e solo sua la «regia» dello spettacolo che va in scena oggi a Palermo? Dice la verità «Massimuccio»? «Noi ci siamo avvicinati alle sue confessioni con un approccio laico e stiamo valutando e verificando passo dopo passo ogni sua affermazione», rispondono i procuratori siciliani.

E´ da un anno e mezzo che mette a verbale i segreti di suo padre. E dopo un anno e mezzo ha finalmente consegnato anche quel «papello» che aveva promesso. C´è chi ne mette in dubbio l´autenticità, chi aspetta una perizia grafica, chi vuole da lui altre prove e altri documenti. Nel frattempo però Massimo Ciancimino è già diventato l´elemento scatenante» per qualcosa che in troppi volevano dimenticare per sempre.

 
[21-10-2009]

 

 

 

MEMENTO MORI/2 – DACCI LA DOSE DI VELENO QUOTIDIANA: IL GENERALE: BORSELLINO MI RACCOMANDÒ RISERVATEZZA COI SUOI COLLEGHI – VIOLANTE: VOLEVANO VEDERMI ANCHE CUTOLO E MANGANO – E SPUNTA ANCHE GENCHI: SONO TESTIMONE VIVENTE DEI RISCONTRI SUI RAPPORTI FRA CIANCIMINO, IL MINISTERO DEGLI INTERNI E DELLA GIUSTIZIA…

1 - MORI: BORSELLINO MI RACCOMANDO' RISERVATEZZA CON I SUOI COLLEGHI...
(Adnkronos) - "Nel salutarci il dottor Borsellino raccomando' ancora la massima riservatezza sull'incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di Palermo". E' uno dei passaggi delle dichiarazioni spontanee rese dal generale Mario Mori, nell'ambito del processo che lo vede imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Parlando del periodo successivo alla strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone , la moglie e tre agenti di scorta, Mori ha ricordato in aula che ebbe "ripetuti contatti telefonici con Paolo Borsellino, che conoscevo da tempo, finche' il magistrato mi chiamo' dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano de Donno. Decidemmo di vederci a Palermo il 25 giugno 1992, negli uffici del Ros, perche' il dottor Borsellino disse che non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell'incontro".

"Il magistrato - ha aggiunto Mori - parlando preliminarmente solo con me, disse che riteneva fondamentale riprendere l'inchiesta 'mafia e appalti' che rappresentava un salto di qualita' investigativo, in quanto strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e degli ambienti esterni con cui essa si relazionava". La conferma, per Mori che "il dottor Borsellino ritenesse importante la prosecuzione dell'inchiesta 'mafia e appalti', trova pieno sostegno nelle dichiarazioni rese dal pm Antonio Ingroia davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta nel '97".

2 - VIOLANTE: NON SOLO CIANCIMINO, PURE CUTOLO E MANGANO VOLEVANO INCONTRARMI...
(AGI) - Nell'ottobre del 1992 Vito Ciancimino aveva manifestato all'allora colonnello del Ros dei car abinieri Mario Mori l'intenzione di incontrare Luciano Violante, all'epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, che ne fu informato dall'ufficiale ma rifiuto' il colloquio. Lo ha ricostruito lo stesso Violante, sentito oggi come testimone dal Tribunale di Palermo nel processo in cui Mori e' imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.

"Mori mi parlo' di Ciancimino tre vole e in un'occasione mi porto' il libro 'Le mafie'", ha ricordato Violante, che alla richiesta di un incontro con Ciancimino rispose di no: "Dissi che doveva fare una richiesta ufficiale alla commissione", ha affermato in aula, e ha spiegato: "Non diedi allora particolare peso alla cosa perche' molti chiedevano di parlare con me, tra gli altri Cutolo e Vittorio Mangano. Solo ora che ho sentito Massimo Ciancimino parlare con i pm e sui giornali, ho capito".

3 - GENCHI: ATTENTATI ROMANI MESSAGGIO A NAPOLITANO E SPADOLINI...
(Adnkronos) - "Ricordo un particolare che e' sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche' San Giovanni e San Giorgio, perche' non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e' in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu' risalto? Perche' non li hanno fatti all'Ara Pacis o al Colosseo? Perche' proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e' diventato Ministro dell'Interno e ora fa il Presidente della Repubblica".

Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell'intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube. Genchi parla poi della strage di via D'Amelio: "Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita'. Invece l'esplosivo utilizzato in via D'Amelio e' un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe' in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra".

"Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita' che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio", aggiunge Genchi, che conclude affermando: "Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche' il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l'autista rimase indenne, vivo, l'unico, perche' si trovava dentro la macchina".

4 - GENCHI: CIANCIMINO IN RAPPORTI CON ALTISSIMI LIVELLI DELLE ISTITUZIONI...
(Adnkronos) - "Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un'indagine a Palermo su mafia e appalti, un'indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d'Amelio". Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell'intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube.

"Segnalai alla procura di Palermo l'acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi -ha aggiunto Genchi- sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell'Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu' importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato".

5 - MASSIMO CIANCIMINO: SE NON MI TUTELANO NON PARLO PIU'...
(Adnkronos) - 'Se non mi tutelano, non parlo piu'. Sono persino stato costretto a comprarmi, con i miei soldi, una macchina blindata su cui, pero', la scorta non puo' salire. Ho davvero paura, sia per per me che per la mia famiglia'. E' il preoccupato allarme lanciato da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, in questi giorni al centro dell'attenzione per le rivelaizoni sulla cosiddetta trattativa tra Stato e Cosa nostra.
Massimo Ciancimino e' venuto al Palazzo di giuistizia di Palermo proprio mentre era in corso il processo al generale Mario Mori per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

 
[20-10-2009]

L’IMPRESENTABILE SI PRESENTA – NICOLA COSENTINO SARÀ IL CANDIDATO PDL PER LA REGIONE CAMPANIA – DI LUI PARLANO QUATTRO PENTITI E LO DESCRIVONO COME IL REFERENTE POLITICO PIÙ IMPORTANTE DELL’IMPERO DI GOMORRA – MA NEL PARTITO NESSUN CUOR DI LEONE CONTRASTA L’UOMO CHE PERSINO SCAJOLA HA DEFINITO: “INVOTABILE”…

Alessandro De Angelis per "Il Riformista"

Alla fine quelli che Nicola Cosentino ha bollato come «frocetti che, stando a Roma, credono di poter decidere il destino politico della Campania» hanno perso. Perché il potente sottosegretario all'Economia nato a Casal di Principe, e sotto indagine per i suoi rapporti con i clan, la sua candidatura l'ha strappata a forza. Quasi per assenza di rivali. Neanche avessero paura di parlare quelli che - e non sono pochi - non stanno con lui.

È lo stesso metodo con cui impose la sua, di candidatura, Luigi Cesaro, attualmente presidente della Provincia di Napoli e alleato di ferro di Cosentino: dandola cioè per chiusa, prima dei tavoli ufficiali. Per altrui pavidità. Sì, pavidità.

Come è emerso alla riunione dei parlamentari campani del Pdl, svoltasi sabato a palazzo Grazioli alla presenza dei triumviri. Una quindicina, vicini a Cosentino, lo hanno indicato come l'uomo giusto. Gli altri hanno taciuto. Compresi i possibili antagonisti, che dei gladiatori proprio non sono: l'ex ministro Stefano Caldoro e Mara Carfagna. E quando qualcuno ha fatto il nome del leader degli industriali napoletano Gianni Lettieri i supporter di Cosentino hanno salutato la nomination con un elegante «booh», con tanto di coretto.

Poi i suoi colonnelli si sono affrettati a dichiarare alle agenzie l'accordo cosa fatta, dopo che Berlusconi ha toccato con mano l'assenza di alternative. Tanto che Ignazio La Russa ha provato a frenare, in attesa del vertice con Fini: «Non è detto ancora nulla. Decideremo regione per regione».

Niente da fare: Cosentino, di fatto, ha iniziato la sua campagna elettorale. Dalla sua ha avuto come grandi sponsor il triumviro Denis Verdini e il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, che ha un filo diretto, in Campania, con Cesaro. Gli altri ci hanno provato a dire che c'è un limite a tutto. E che, certe volte, conta pure la faccia.

 

Sandro Bondi, ad esempio, fino all'ultimo ha sostenuto la candidatura di Caldoro. Claudio Scajola uno che secondo Berlusconi di campagne elettorali se ne intende, ha definito Cosentino semplicemente «invotabile». E prima della riunione dei parlamentari Gaetano Quagliariello è andato a parlare a quattr'occhi con il Cavaliere chiedendo un supplemento di riflessione. Tutto vano.

Berlusconi infatti ufficializzerà Cosentino nel corso della sua prossima visita a Napoli. Dunque l'impresentabile ha vinto. Proprio così: impresentabile. Per carità, un conto è essere indagati, un conto è essere condannati. Ma è altrettanto lecito dire che il suo sistema di relazioni è da brivido. C'è innanzitutto la vicenda giudiziaria. Da tempo Cosentino è coinvolto in inchieste su camorra, rifiuti e politica. E la «bomba», per più di un azzurro che conta, starebbe per esplodere: deflagrante per il Pdl campano e non solo.

Tutto parte dalle rilevazioni dell'Espresso di un anno fa, secondo cui Cosentino sarebbe il referente politico più importante dell'Impero di Gomorra, retto dalla diarchia Schiavone-Bidognetti. Agli atti le accuse di quattro pentiti, contestate duramente dall'attuale sottosegretario, ma su cui gli inquirenti hanno lavorato negli ultimi mesi, raccogliendo prove e riscontri. Quelle più pesanti le ha rivolte Gaetano Vassallo, indicato come il «ministro dei rifiuti» del clan dei casalesi.

Ai pm Vassallo ha raccontato come Cosentino controllerebbe la società Eco-4 dei fratelli Orsi, il consorzio per la raccolta dei rifiuti infiltrato dalla camorra e gestirebbe pure la costruzione degli inceneritori, in accordo con Sandokan, il boss Francesco Schiavone attualmente in carcere, condannato a tre ergastoli per omicidio e associazione camorristica.

Della vicinanza tra Cosentino e Sandokan ha parlato anche un altro pentito, Domenico Frascogna. E soprattutto l'ha raccontata il cugino di Sandokan, Carmine Schiavone che fa risalire addirittura all'inizio degli anni ottanta i patti elettorali con i casalesi, quando Cosentino era socialdemocratico, nel senso di eletto nel Psdi. Da allora nel casertano l'attuale sottosegretario ha raccolto sempre una valanga di preferenze.

scena del film "Gomorra"

Un quadro inquietante, al netto dell'esito delle indagini. Ma l'opportunità politica di una candidatura non cozza con il rispetto del garantismo. Le connessioni familiari di Cosentino non aiutano certo. Il fratello Giovanni è sposato con la figlia del boss, ora deceduto, Costantino Diana. Mentre un altro fratello, Mario, ha portato all'altare Mirella, la sorella di "Peppe 'u Padrino", il boss condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Non male come curriculum per diventare presidente della regione Campania.

gomorra roberto saviano

Forse però col pretesto del finto garantismo qualcuno nel Pdl ha semplicemente deciso di chiudere un occhio. E i suoi oppositori tutto sommato le barricate non le hanno fatte. Nemmeno Italo Bocchino, molto perplesso all'inizio. Poi, di fatto, ha alzato bandiera bianca. Misteri. Del resto di battaglie di principio contro i forti da quelle parti se ne fanno poche. E Cosentino è uno potentissimo.

gomorra film cor07

Oltre a quelle relazioni pericolose che fanno sì che alle riunioni i suoi pavidi oppositori tacciono, il sottosegretario ha un impero economico: il gruppo di aziende che si occupa di carburante e che fa capo ai tre fratelli è una miniera d'oro. Al limite del conflitto di interessi per uno che fa politica. Altra cosa che non fa gridare allo scandalo tra gli azzurri.

 
[20-10-2009]

 

 

 

MEMENTO MORI (MARIO) – IL GENERALE DEI CARABINIERI E VIOLANTE DEPONGONO AL PROCESSO: “DISSI A MORI CHE NON VOLEVO INCONTRARE CIANCIMINO DA SOLO” – MORI: "NESSUNA TRATTATIVA, DAI ROS COMPORTAMENTO TRASPARENTE” – GIOVANNI CIANCIMINO: "MIO PADRE DISSE: MI HANNO CONTATTATO PER FERMARE LA MATTANZA"…

1 - VIOLANTE: DISSI A MORI CHE NON VOLEVO INCONTRARE RISERVATAMENTE VITO CIANCIMINO...
(Adnkronos) - 'Al terzo incontro con l'allora colonnello Mario Mori gli dissi che non volevo avere nessun colloquio riservato con Vito Ciancimino'. Lo ha detto l'ex Presidente della Commissione nazionale antimafia Luciano Violante deponendo in aula al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Interrogato dal pm Antonio Ingoia, Violante ha raccontato: "Conobbi il generale Mario Mori quando ero ancora magistrato a Torino e mi occupavo di terrorismo nero. L'ultimo incontro con Mori risale al 7 luglio '93, e' stato l'unico appuntamento segnato nella mia agenda. Ma precedentemente lo avevo incontrato per tre volte subito dopo la mia nomina. La prima volta Mori mi disse che Vito Ciancimino, che viveva a Roma dalle parti di piazza di Spagna, intendeva parlarmi riservatamente e che mi voleva dire delle cose importanti e che mi avrebbe chiesto qualcosa'.

 

'In quell'occasione - ha aggiunto Violante - feci presente che non svolgevo colloqui riservati e che poteva chiedere un'istanza all'Ufficio di Presidenza della Commissione antimafia che avrebbe valutato la vicenda. Il 29 ottobre comunicai alla Commissione che Ciancimino voleva essere sentito'.

'Al secondo incontro - ha detto ancora Violante - il colonnello Mori mi porto' il libro di Ciancimino 'Le mafie', voleva essere un segno di disponibilita'. Al terzo incontro confermai al colonnello Mori che non intendevo avere nessun colloquio con Ciancimino, e il colonnello mi ribadi' l'opportunita' dell'incontro. Di Ciancimino si parlava alla Commissione antimafia perche' c'era stata il processo per la confisca dei beni'.

'Il 29 ottobre dissi alla Commissione antimafia che si poteva sentire Vito Ciancimino perche' aveva ritrattato le condizioni che aveva posto precedentemente all'ex Presidente Chiaromonte', ha detto ancora Violante rispondendo al Presidente della quarta sezione del Tribunale, Antonio Fontana al termine dell'interrogatorio.

 

2 - MORI: NON CI FU NESSUNA TRATTATIVA CON COSA NOSTRA...
(Adnkronos) - 'Le dichiarazioni dell'onorevole Violante sono importanti perche' dimostrano due fatti: intanto che il mio comportamento e' stato improntato alla massima trasparenza avendo provveduto a parlargli del rapporto con Vito Ciancimino. Inoltre, la esplicitazione del mio rapporto con Vito Ciancimino rappresenta la dimostrazione dell'inesistenza, almeno per quanto riguarda il Ros, di una trattativa con Cosa nostra che avrebbe costituito secondo i pm il contesto della condotta di favoreggiamento di cui sono accusato e questa in modo particolare perche' implicava la resa vergognosa dello stato a una banda di volgari assassini presuppone il piu' rispettoso rispetto del segreto'.

Lo ha detto il Prefetto Mario Mori rendendo dichiarazioni spontanee durante il processo a suo carico per favoreggiamento aggravato. 'Il fatto di avere reso noto il contatto con Ciancimino avendone parlato con due figure istituzionali - ha aggiunto - il Presidente della Commissione antimafia e con il Procuratore esclude qualsiasi iniziativa al riguardo'.

 

3 - GIOVANNI CIANCIMINO: MIO PADRE DISSE CHE FU CONTATTATO DA PERSONAGGI ALTOLOCATI 'PER FERMARE MATTANZA'...
(Adnkronos) - 'Un giorno andai a trovare mio padre che mi disse 'Sono stato contattato da personaggi altolocati per evitare che questa mattanza continui. Io rimasi basito e gli risposi: 'Ma sei pazzo?'. Lui non si aspetto' la mia reazione. Cosi' litigammo furiosamente'.

Lo ha detto in aula Giovanni Ciancimino, figlio maggiore dell'ex sindaco Vito Ciancimino interrogato dai pm durante il processo al Prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

'Mi disse in quell'occasione che venne investito di occuparsi di questa vicenda'. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha poi raccontato che quando andava a trovare il padre a Roma gli raccontava 'nelle lunghe passeggiate che facevamo di essere 'sfortunato perche' ho fatto le stesse cose che hanno fatto gli altri, ma visto che sono nato a Corleone ce l'hanno tutti con me'. Insomma, faceva la vittima'.

 
[20-10-2009]

 

 

 

LA MEMORIA RITROVATA DI CIANCIMINO JR E DI VIOLANTE APRE NUOVI SCENARI SUL MISTERO DELL´ESTATE DI SANGUE - NELLE ULTIME SETTIMANE IN MOLTI HANNO RIEVOCATO EPISODI E INCONTRI FINORA SCONOSCIUTI - LE RIVELAZIONI DEL FIGLIO DI DON VITO, 17 ANNI DOPO, HANNO SCATENATO UN TERREMOTO...

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

C´è un mistero di troppo in questa storia di mafia e stragi che si fonde fra mandanti noti e mandanti occulti. E´ il mistero della memoria. Con il tempo i ricordi si perdono, nell´ultima vicenda mafiosa al contrario i ricordi tornano. Prepotenti, nitidi. Dopo diciassette anni in tanti rievocano fatti e circostanze, citano momenti e luoghi, rivivono situazioni che avevano cancellato, rimosso.

Dopo diciassette anni ricorda Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare antimafia nel 1992. Dopo 17 anni ricorda Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia nel 1992. Dopo diciassette anni vengono ascoltati Liliana Ferraro, che al tempo era il capo degli Affari penali al ministero di via Arenula. Dopo diciassette anni rammenta e precisa Nicola Mancino, l´ex ministro dell´Interno. Tutti hanno qualcosa da dire. E tutti pronunciano sottovoce quella parola ritenuta indecente: trattativa.

Il primo è stato Luciano Violante, il 23 luglio scorso: «Mi sono oggi presentato in questi uffici a seguito di contatti telefonici che ho preso direttamente con l´ufficio, avendo letto su un quotidiano degli ultimi giorni una notizia che mi riguardava in ordine alla quale ho da riferire circostanze che potrebbero forse essere di interesse per l´autorità giudiziaria».

E poi racconta ai procuratori di Palermo di tre incontri con il colonnello Mario Mori, allora vicecomandante dei Ros, i reparti speciali dei carabinieri. Tre incontri finalizzati - secondo quanto sostiene Violante - a un faccia a faccia con Vito Ciancimino, l´ex sindaco mafioso di Palermo che stava trattando con i Corleonesi e con lo stesso Mori.

Il presidente dell´antimafia respinse l´invito e all´ufficiale chiese: «L´autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?». Gli rispose Mori: «Si tratta di una cosa politica... di una questione politica». Queste "chiacchierate" fra Violante e Mori sono affiorate 17 anni e tre giorni dopo la strage di via Mariano D´Amelio.

Perché? «Perché probabilmente sono ricordi tornati alla mente dopo un elemento scatenante», dice chi indaga sulle stragi e sui patti di quell´estate. Il primo "elemento scatenante" ha un nome e un cognome: Massimo Ciancimino. Con le sue rivelazioni - ancora tutte da verificare passo dopo passo - il figlio di don Vito ha scatenato un terremoto politico-giudiziario. E ha fatto tornare la memoria a molti.

Un altro che si è ricordato tutto dopo tanto tempo è stato Claudio Martelli. In diretta, l´altra settimana ad Annozero. Ha svelato di avere saputo da Liliana Ferraro che un giorno - il 23 giugno del 1992, nel trigesimo della strage di Capaci - il capitano Giuseppe De Donno dei Ros avrebbe informato la stessa Ferraro della «disponibilità di collaborare» di Vito Ciancimino. Il capitano (oggi colonnello) ha smentito e annunciato querela.

Liliana Ferraro e Claudio Martelli sono stati ascoltati ieri dai procuratori che indagano sulle stragi, quegli altri magistrati che indagano sulla trattativa intanto sono sempre più convinti che Paolo Borsellino sia morto proprio per la trattativa che lui non voleva. I ricordi dell´ex ministro di Grazia e giustizia riportano a date precise: il 23 giugno 1992 la Ferraro viene avvicinata dal capitano, la stessa sera avverte Borsellino della «disponibilità» di Ciancimino, il 25 giugno Borsellino ha un incontro alla caserma "Carini" di Palermo con Mori e De Donno. Di che cosa parlarono? «Di mafia e appalti», faranno sapere quattro e cinque anni dopo - fra il 1996 e il 1997 - i due ufficiali ai magistrati di Caltanissetta. Un altro ricordo (tutto da verificare) a scoppio ritardato. Un´altra memoria (tutta da accertare) ritrovata.

 

Ricorda tutto e niente l´ex ministro dell´Interno Nicola Mancino. Ricorda tutto perché è da settimane che, ogni giorno, ribadisce che non c´è stata alcuna trattativa fra Stato e mafia nell´estate del 1992. Ricorda niente dell´incontro avuto con Paolo Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio del 1992.

Ricorda tutto o quasi sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano fino al 2001 anche il colonnello Michele Riccio, grande accusatore del generale Mori e primo testimone nel processo che è in corso a Palermo «per la mancata cattura di Provenzano». Dopo il 2001 il colonnello Riccio spedisce una lettera al sostituto procuratore Nino Di Matteo - il magistrato che indaga sulla latitanza infinita del padrino corleonese - e aggiunge altri particolari.

Ma qui siamo già in quella che i magistrati di Palermo chiamano «seconda trattativa», quella fra Bernardo Provenzano e - secondo il racconto di alcuni pentiti - e Marcello Dell´Utri. La prima, fra Totò Riina e Vito Ciancimino e gli ufficiali dei Ros, era già finita il 15 gennaio 1993. Con l´arresto del capo dei capi di Cosa Nostra.

 
[15-10-2009]

PAPELLO SÌ, PAPELLO NO – “L’ESPRESSO” PUBBLICA IL DOCUMENTO CHE PROVEREBBE LA TRATTATIVA TRA COSA NOSTRA E LO STATO, MA PER “LIBERO” IL SETTIMANALE “CURVA LA VERITÀ SECONDO PRIVATA NECESSITÀ” – I CONTI CHE NON TORNANO: LA RICHIESTA DI CHIUDERE LE CARCERI SPECIALI QUANDO I BOSS ERANO IN QUELLE ORDINARIE E RIINA E PROVENZANO ERANO LIBERI...

1 - AI GIUDICI IL "PAPELLO" DI RIINA "ECCO LE 12 RICHIESTE DELLA MAFIA"...
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

Le immagini del papello dal sito de l'espressoLe immagini del papello dal sito de l'espresso

Per non fare più stragi e per non fare più morti Totò Riina aveva messo sotto ricatto lo Stato italiano con un foglio. Un foglio solo, bianco e con alcune scritte in stampatello. Fra una riga e l´altra dodici punti: le dodici richieste della mafia presentate dopo l´omicidio di Falcone e prima dell´omicidio di Borsellino.

Eccolo il papello dei Corleonesi: «La revisione del maxi processo... la liberazione dalle carceri degli ultrasettantenni... la modifica del reato di mafia che prevede l´arresto solo in flagranza di reato... la defiscalizzazione della benzina in Sicilia...». Un elenco dettato dal capo dei capi di Cosa Nostra e probabilmente scritto da uno dei suoi figli, una lunga lista estorsiva con un post it giallo sopra il foglio bianco. E un´altra scritta, questa volta a firma Vito Ciancimino: «Copia consegnata spontaneamente al colonnello Mario Mori dei carabinieri dei Ros».

A diciassette anni dalle stragi e dai primi sospetti sulla "trattativa" fra alcuni apparati investigativi e i boss di Corleone, quello che è considerata la "prova" di un patto infame è in una cassaforte della procura di Palermo. Come aveva promesso, Massimo Ciancimino l´ha consegnato ai magistrati. Prima il "papello" e poi alcuni manoscritti di suo padre, altri fogli dove il vecchio don Vito fa riferimento a sporche vicende palermitane e cita a vario titolo i nomi di alcuni uomini politici.

I primi due sono l´allora ministro dell´Interno Nicola Mancino e poi l´allora ministro della Difesa Virginio Rognoni. Materiale che serviva a don Vito per un suo libro. Fra una carta e l´altra ci sono annotazioni anche di suo figlio Massimo.

Ma è quel foglio bianco e sono quei 12 punti che racchiudono la storia dell´estate siciliana del 1992, che raccontano le pretese deliranti di Totò Riina, che spiegano l´abitudine al negoziato di certi pezzi dello Stato. Il "papello" era nascosto in Liechtenstein ed è arrivato a Palermo attraverso tortuosi percorsi ancora ignoti. E poi via fax. Da Massimo Ciancimino al suo avvocato Francesca Russo.

«È una fotocopia, prima di ordinare una perizia grafica aspettiamo l´originale», fanno sapere i procuratori che intanto domani lo trasmetteranno ai loro colleghi di Caltanissetta, quelli che indagano sulle stragi Falcone e Borsellino.

I dodici punti. Alcuni erano noti, come quello che chiedeva la modifica delle legge sui collaboratori di giustizia, la revisione del maxi processo, l´abolizione della legge sulla confisca dei beni. Altri si sovrappongono. Come quello su una rettifica generale della legge Rognoni-La Torre del 1992, approvata subito dopo l´omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.O

Altri ancora sono del tutto inediti. Come quello sulla defiscalizzazione della benzina in Sicilia. O quello sulla liberazione dei detenuti anziani: «Carcere a casa per gli ultrasettantenni». O quello sui «traferimenti in carceri vicino casa e vicino famiglie di tutti i detenuti». E poi: l´abolizione della censura della corrispondenza con i familiari. E poi: l´abolizione del decreto del 41 bis.

È un particolare molto importante per gli investigatori questo del "decreto", perché data in modo preciso la trattativa in corso fra Corleonesi e carabinieri del Ros. Il 41 bis è ancora decreto fra le due stragi, viene convertito in legge solo il 7 agosto del 1992, tre settimane dopo la morte di Paolo Borsellino.

Un´altra delle dodici richieste - la più insidiosa forse - chiede «l´arresto per mafia solo in fragranza (è scritto così, con la «r», ndr) di reato». E l´estensore corleonese precisa che non si possono arrestare mafiosi solo in quanto mafiosi, ma chiedono che l´arresto possa avvenire solo se i mafiosi vengono trovati in un summit, tutti insieme mentre complottano. È una sorta di "immunità" quella desiderata dai boss, un po´ simile al trattamento che avevano riservato i parlamentari fino al 29 ottobre del 1993, data in cui è stata abolita l´autorizzazione a procedere per deputati e senatori.

Questo foglio bianco compilato da Totò Riina è stato visto per la prima volta da Massimo Ciancimino fra le due stragi. «Era il mese di giugno del ‘92», ha raccontato il figlio più piccolo di don Vito. Massimo va a prendere il "papello" da Caflish, un famoso bar di Mondello. Glielo consegna Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò Riina. È dentro una busta che Massimo Ciancimino non apre.

Qualche giorno dopo, sempre a Mondello ma nella villa dei Ciancimino, Massimo trova suo padre che parla con il «signor Franco», un agente dei servizi segreti che da almeno un paio di decenni era in contatto con don Vito. Che gli passava e riceveva informazioni, che gli faceva avere anche passaporti falsi. È in quella occasione che Massimo Ciancimino - racconterà lui ai procuratori - «ho visto il papello».

Ed è anche in quella occasione che don Vito dice al «signor Franco» di organizzare a Roma «un incontro con i due». I due sono il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, gli ufficiali del Ros che stavano portando avanti la trattativa - a questo punto una delle trattative - con i Corleonesi. L´incontro - sempre secondo i ricordi di Massimo Ciancimino - ci fu dopo qualche giorno ancora.

A Roma. E don Vito mostrò il "papello" di Totò Riina ai due carabinieri. Il colonnello e il capitano hanno sempre negato questa circostanza: «Se avessimo visto una carta, l´avremmo consegnata a chi di dovere». Ma in tutto questo intrigo non è certo la prima volta che i due ufficiali dei Ros negano. Dopo le ultime indagini dell´estate, il colonnello e il capitano sembrano affondare sempre di più nelle sabbie mobili palermitane. Forse anche troppo.

Quella sulla trattativa fra mafia e Stato è un´indagine che, da qualche mese e dopo diciassette anni, non sembra sbagliare una sola mossa o mancare un solo bersaglio. Se un difetto ce l´ha, quel difetto è che un´indagine troppo perfetta.

2 - IL PAPELLO? NO, CARTA STRACCIA...
Gianluigi Nuzzi per "Libero"

"Stato-mafia, ecco il papello". La sparata è de L'Espresso, che a tardo pomeriggio curva la verità secondo privata necessità, creando inutili sobbugli. Il settimanale ha messo le mani sugli appunti che Vito Ciancimino aveva vergato "Per il mio libro", come si legge in modo nitido sul documento. Ma la smania di intercettare la prova provata della trattativa tra mafia e Stato porta a sparare il petardo, in un momento in cui le pareti della politica sono talmente sensibili che basta una miccetta per aprire crepe.

"Ecco il papello". In realtà non è il foglio consegnato a don Vito e al figlio Massimo dagli emissari dei Corleonesi, scritto forse di pugno da Totò Riina, forse da Gaetano Cinà o da un fidato compare. No, la scrittura è quella incerta, traballante dell'ex sindaco di Palermo, che prospetta soluzioni alternative ai voleri di Cosa Nostra. Lo scoop c'è comunque, nulla da dire. Lo scritto di Ciancimino indica che la trattativa era in corso eccome, anche se ormai le recenti memorie di Claudio Martelli sembrano tagliare in radice ogni dubbio. Non è questo il punto.

RIFORMA IMPROBABILE
La questione è un'altra. Semplicemente, quello non è il papello. Visto non solo che si tratta di un "allegato per il mio libro" come indica la prima riga del foglio . C'è poi una frase che spazza via ogni remora: "Riforma giustizia all'americana - scrive Vito Ciancimino - Sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio (Es. Leonardo Sciascia)".

Ora, è semplicemente surreale ritenere che un qualsiasi mafioso possa aver proposto una riforma della giustizia tale da introdurre giudici senza nemmeno la quinta elementare purché eletti dal popolo. Nemmeno agli inizi del '900 durante gli anni della mafia agraria sarebbe passata un'idea talmente balzana, una simile riforma. Nessuno dello Stato l'avrebbe accettata. Nemmeno un vigile urbano in terra di Cosa Nostra.
Ancora: si legge nel documento integrale visionato da Libero "Abolizione monopolio tabacchi".

Allora perché, perché buttare nel ventilatore dell'informazione un papello che non è un papello? Giocare sugli equivoci, correggendosi tardivamente, solo a polverone già alzato (con nuovo titolo online "Stato-mafia, il papello ai Pm, ecco gli appunti di Ciancimino")? Dar qui fiato alla dietrologia non serve. Di certo la confusione, pur involontaria, fa comodo solo a chi non vuole chiarezza. Non vuol far luce su passaggi chiave nello snodo tra Prima e Seconda Repubblica. Su stragi che suonano stonate a qualsiasi picciotto che campa a lupara e, soprattutto, silenzio, quiete, osmosi, mimetismo. Non il baccano di corpi dilaniati, di morte che rivolta e sconvolge di rabbia e sgomento.i

Il Pm Ingroia è persona avveduta per non intuire come l'inchiesta che sta conducendo si riverberà inevitabilmente sulla storia politica. Ben oltre le precedenti indagini, dalla Bagicalupo calcio di Dell'Utri a "Sistemi Criminali". Per questo, forse sorprendendo i luoghi comuni dei suoi detrattori, si muove con il passo felpato dell'investigatore. Alle spalle ha gli insuccessi della sua procura nei processi ai politici della Prima Repubblica dell'era Caselli, oggi aggrapparsi ai teoremi polverizzerebbe qualsiasi reputazione rimasta alla giustizia.

Certo, l'obiettivo grosso può anche essere per taluni Berlusconi oppure Dell'Utri in questa caccia sulle stragi. Ma le prossime settimane, i prossimi mesi sveleranno, meglio di ogni acerba previsione, cosa accadrà. Sperando che non si scivoli nella Grande Tentazione di cogliere l'apertura per infilare la coppola a Berlusconi, come vorrebbe Antonio Di Pietro.

RIFERIMENTI A MORI
In realtà, è sugli uomini di Stato che in questi giorni ci si orienta nelle centrali investigative. Su magistrati, su divise, su chi condivise e orchestrò questa trattative. Su chi partecipò, animò e soprattutto mutilò incontri, come racconteremo presto su Libero. In un post-it appuntato sul papello (vero) don Vito scrive "Consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori del Ros", come ha recuperato Lirio Abbate.

Significa che il papello, o le osservazioni sullo stesso, sono state portate all'attenzione dell'allora super poliziotto? I post-it si attaccano e staccano. Vedremo presto dove rimane traccia chimica di colla alterata da 16 anni di scantinati.

Di certo le richieste nel papello vero sono devastanti per lo Stato. Anche solo a leggerle per la prima volta come abbiamo avuto modo di fare di recente. Sì si tratta di dodici punti, che potevano segnare un arretramento inaudito nella lotta a Cosa Nostra, che indicano una violenza nella proposta, un grande ricatto nei confronti delle istituzioni.

O accettate o bombe. Vediamoli questi punti: "revisione sentenza maxi processo", "annullamento decreto legge 41 bis", "revisione legge Rognoni-La Torre" nella lotta alla mafia, "Riforma legge pentiti", "Riconoscimento benefici dissociati - Brigate Rosse - Per condannati di mafia", "Arresti domiciliari dopo 70 anni di età", "Chiusura super carceri", "Carcerazione vicino le case dei familiari", "Niente censura posta familiari". Infine "Misure prevenzione-sequestro-non familiari", "Arresto solo flagranza di reato", "Levare tasse carburanti come Aosta".

Altro che giudici analfabeti e libera vendita delle sigarette. C'è molto di più. Per questo i magistrati siciliani non da ieri ma da due mesi lavorano su papello per capirne fattezza, periodo di estensione, calligrafia, attendibilità. Insomma, quel lavoro classico degli inquirenti per un foglio che potrebbe diventare l'ultima pagina di un periodo nero del nostro Paese.

3 - LA FOTOCOPIA, LE DATE, I DUBBI...
Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

Ecco dunque, finalmente, il presunto papello, seppure in fotocopia e trasmesso via fax. La «prova tangibile che la trattativa tra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata», l'aveva definito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia prima di vederlo.

Ma ora al secondo piano del palazzo di giustizia si respira aria di prudenza. Perché quel pezzo di carta è arrivato dopo mesi di tira e molla con chi l'ha fatto recapitare: Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso Vito, principale e controverso testimone nell'inchiesta sui contatti tra boss e istituzioni avviati a cavallo delle stragi mafiose del '92.

E perché manca ancora l'originale sul quale poter fare perizie e ulteriori accertamenti per provare a stabilirne la provenienza. Ciancimino jr dice che sopra c'è un post-it vergato dal padre in cui è scritto che fu consegnato «spontaneamente» all'allora colonnello dei carabinieri Mario Mori, ma un foglietto adesivo si può applicare e riapplicare ovunque.

E, per esempio, Vito Ciancimino diede al colonnello un altro documento, la bozza del libro che voleva pubblicare, sul quale può aver messo quell'appunto. Il che non significa che ci sia stata una manipolazione delle prove, ma semplicemente che è possibile, e perciò bisogna procedere con cautela.
Come sanno bene i magistrati. Alcuni dei quali, per fare un altro esempio, sono rimasti perplessi leggendo che nel '92 i capimafia avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul modello di quella varata per gli ex terroristi. Un'idea comparsa in alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante.

Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d'uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po' strana, se scritta prima della strage di via D'Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordinarie».

In ogni caso l'oggetto misterioso inseguito per anni e promesso da mesi adesso c'è, e intorno ad esso si potranno appuntare nuove indagini. Come sui nuovi elementi acquisiti, ultime in ordine di tempo le rivelazioni sulle informazioni giunte a Borsellino poco prima della sua morte. Anche in quel caso, di fronte alle versioni contrapposte di chi conferma e chi nega, bisognerà appurare chi mente e perché. Con il dovuto scrupolo e senza tralasciare nulla, perché 17 anni dopo quella stagione di sangue e di misteri non sono tollerabili altri errori.

 
[16-10-2009]

 

 

 

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – LA VEDOVA BORSELLINO AI PM: “PAOLO SAPEVA CHE LA MAFIA L’AVREBBE UCCISO” - Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone...

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.

Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.

Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi".

Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".

Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò".

Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".

Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno.

Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".

Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'".

Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato.

Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri.

E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire garanzie concrete?...".

E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.

 

 
[14-10-2009]

 

 

 

MARTELLI: "LO STATO TRATTÒ CON LA MAFIA"
Mara Grazia Bruzzone per La Stampa

E' partita con un battibecco duro fra Di Pietro e Ghedini, la nuova puntata di Annozero. Mentre il conduttore Michele Santoro ha detto di «rimpiangere anche i tempi dell'editto bulgaro». Il leader di Idv esordisce dando del «delinquente» a Berlusconi, l'avvocato deputato lo interrompe e ribatte. Di Pietro: «Ma questo si è fatto uno spinello». E Ghedini: «Forse se li fanno li amici suoi».

C'era molta attesa per questo Annozero dedicata al rapporto tra mafia e istituzioni. Ospite in studio anche Massimo Ciancimino, il minore dei cinque figli di Vito, il sindaco del sacco di Palermo definito da Buscetta organico alla cosca dei corleonesi.

Ciancimino jr, già condannato in primo grado per riciclaggio, è anche teste d'accusa in inchieste delicatissime condotte dai magistrati di Palermo e Caltanissetta per la storia del «papello», il documento che proverebbe trattative fra mafia e politica nel ‘92, a cavallo tra le stragi di Falcone e Borsellino.

Intervistato l'allora Guardasigilli Claudio Martelli conferma che trattativa ci fu. Racconta che Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali del ministero e prima collaboratrice di Falcone, gli aveva comunicato di aver ricevuto una visita dell'allora capitano De Donno, che l'aveva informata che Ciancimino voleva collaborare ma chiedeva in cambio garanzie e coperture politiche. E lei lo aveva fatto sapere anche a Borsellino. Agnese Borsellino, dopo 17 anni, rompe il silenzio e si appella ai pentiti: «Chiedo in ginocchio di far luce sui mandanti della strage annunziata».

strage di capaci

C'era attesa ma soprattutto preoccupazione in Rai e nei palazzi, tanto che in giornata si era sparsa voce di telefonate dei collaboratori del premier al dg Masi, e uno degli esiti è forse la sostituzione come ospite dell'ex ministro Castelli con Ghedini, visto che si parlava anche del lodo Alfano.

strage di capaci

La prima puntata di Annozero con la escort D'Addario aveva fatto inviperire Berlusconi e indotto il ministro Scajola a convocare i vertici Rai e ad aprire un'istruttoria per verificare il rispetto del contratto di servizio. Una doppia iniziativa che ha allarmato l'opposizione, che ha parlato di «invasione di campo senza precedenti su competenze che sono del Parlamento e dell'Agcom.

Ieri l'incontro di Scajola con Masi e il presidente Garimberti, «per acquisire informazioni sulla programmazione, in particolare sulle trasmissioni giornalistiche di approfondimento».

Il governo avrebbe intenzione di utilizzare il rinnovo del contratto fra Rai e Stato per ritagliarsi un ruolo di controllo più stringente e formale, ma Garimberti mette le mani avanti e ribadisce che, «nel rispetto delle normative vigenti la Rai resta un'azienda autonoma dal punto di vista editoriale e organizzativo».

E l'Usigrai avvisa: «No alla sudditanza al governo su singole trasmissioni, o sarà sciopero». Contratto di servizio, Annozero ma anche Tg1, diventato un «caso» dopo l'editoriale del direttore Minzolini. Il cda si è diviso, la maggioranza schierata col dg a difesa di Minzolini e del suo Tg, che i colleghi di opposizione considerano «ormai trasformato da tg istituzionale in organo filogovernativo».

Il cda sentirà giovedì Minzolini e Mazza, direttore di RaiUno, poi toccherà al vicedirettore Leone che segue per la Rai il rinnovo del contratto di servizio.


2 - COSA NOSTRA È UNA COINCIDENZA ALL'INTERNO DELLE ISTITUZIONI
Marco Travaglio per "Il Fatto quotidiano"

Noi giornalisti ci occupiamo di fatti, non di reati. Allora proviamo a fare un breve riepilogo dei fatti finora accertati sulle stragi di mafia di 17 anni fa, poi i giudici decideranno se ci sono reati e chi li ha commessi. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma a sorpresa le condanne dei boss al maxi-processo. Riina fa subito ammazzare Salvo Lima e Ignazio Salvo, fedelissimi di Andreotti: avevano promesso l'assoluzione e non hanno mantenuto. Oppure è solo una coincidenza?

Il 23 maggio ‘92, mentre infuria Tangentopoli e il Parlamento si appresta a eleggere Andreotti presidente della Repubblica, viene ucciso Giovanni Falcone, con sua moglie e la scorta. Andreotti ritira la candidatura alla presidenza e viene eletto Scalfaro. Altra punizione o altra coincidenza? Sarebbe la seconda.

Dopo la strage di Capaci i ministri dell'Interno Scotti e della Giustizia Martelli preparano un decreto antimafia: benefici ai pentiti, carcere duro per i mafiosi. Ma a fine giugno due ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mori e De Donno, vanno a trovare Vito Ciancimino perché faccia da tramite fra loro e i suoi amici Riina e Provenzano.

Il nuovo governo Amato cambia il ministro dell'Interno Scotti con Mancino. Intanto il decreto Scotti-Martelli si arena in Parlamento. E' un cambio di linea o è la terza coincidenza? Il 1° luglio Paolo Borsellino, amico e erede di Falcone, va a Roma per interrogare un nuovo pentito, Gaspare Mutolo. Mutolo dirà di avergli preannunciato rivelazioni sui rapporti con la mafia di giudici come Carnevale e Signorino e del numero 3 del Sisde, Bruno Contrada.

Mentre Borsellino verbalizza, viene chiamato al ministero dell'Interno, dove si sta insediando Mancino. Nell'agenda grigia, dove segna gli incontri della giornata trascorsa, Borsellino annota: "Ore 18.30 Parisi (capo della polizia); 19.30 Mancino". Al ritorno dal Viminale, Mutolo lo vede sconvolto: Borsellino fuma due sigarette alla volta e spiega al pentito che Parisi gli ha fatto incontrare Contrada. Oggi Parisi è morto.

Mancino è vicepresidente del Csm e nega di aver incontrato Borsellino. Al massimo una frettolosa stretta di mano, ma non ricorda il suo volto, anche se Borsellino, morto Falcone, era il magistrato antimafia più famoso. Forse Borsellino mentiva alla sua agenda. L'ex pm Ayala quest'estate ricorda all'improvviso che Mancino gli giurò di averlo incontrato, Borsellino, ma poi smentisce.

Anche gli ufficiali Mori e De Donno dicono di aver incontrato in segreto Borsellino in quei giorni, ma di non avergli detto niente della trattativa con Ciancimino. I magistrati si stanno convincendo che Borsellino fu informato da qualcuno della trattativa e della linea morbida delle istituzioni, e ovviamente si disse contrario. Il 19 luglio, quarta coincidenza, salta in aria anche Borsellino con la scorta.

Così il Parlamento rispolvera in tutta fretta il decreto antimafia e lo converte in legge. Un autogol per la mafia. Infatti gli uomini di Riina, ora pentiti, giurano che la strage di via D'Amelio non era in programma. Secondo i giudici di Caltanissetta, la causa scatenante della seconda strage fu l'intervista di Borsellino a due giornalisti francesi, rilasciata 48 ore prima di Capaci, sui rapporti fra il mafioso Vittorio Mangano e imprenditori del nord, tra cui Dell'Utri e Berlusconi. Borsellino scriveva tutto nell'altra agenda, quella rossa: ma purtroppo è scomparsa. Eliminato Borsellino, la trattativa dei carabinieri con Ciancimino prosegue.

Riina, secondo il figlio di Ciancimino, fa recapitare a Mori e ad altri referenti politici un "papello" con le richieste della mafia per finirla con le stragi e fare pace con lo Stato. Brusca e Ciancimino jr. dicono che don Vito, per seguitare a fare da tramite, pretese una copertura politica da Mancino. Massimo Ciancimino dice che il padre voleva coinvolgere anche Violante per l'opposizione. Mancino nega di averne mai saputo nulla.

Violante invece, quest'estate, ha ritrovato la memoria e, dopo 17 anni, s'è ricordato che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma a tu per tu. Perciò lui disse di no. Perché dimenticò di avvertire i magistrati? Mistero. E poi, sull'Ansa dell'ottobre '92, si legge che Ciancimino chiedeva di essere sentito in commissione Antimafia in seduta pubblica, quand'era presidente proprio Violante. Ma non se ne fece nulla anche perché, altra coincidenza, a metà dicembre Ciancimino fu arrestato. Un mese dopo, 15 gennaio '93, viene arrestato pure Riina. Dagli stessi uomini di Mori che trattava con Ciancimino. E' una coincidenza, o Provenzano ha dato un aiutino?izzi

Sta di fatto che il Ros non perquisisce il covo di Riina e lo lascia perquisire alla mafia. Ennesima coincidenza Vito Ciancimino e il pentito Nino Giuffrè dicono che, a quel punto, la trattativa la prende in mano Dell'Utri, che stava creando Forza Italia. Affermazioni tutte da provare. Ma quest'estate, da uno scatolone dimenticato in Procura a Palermo, salta fuori una lettera strappata: l'avrebbe scritta Provenzano a Berlusconi, chiamandolo "onorevole", promettendogli appoggio politico in cambio di una tv e minacciando in caso contrario un "triste evento", forse un attentato a Piersilvio. Intanto le bombe continuano, primavera-estate ‘93: l'attentato a Maurizio Costanzo, le stragi di Milano, Firenze e Roma. Poi la mafia, all'improvviso, annulla un mega-attentato all'Olimpico di Roma e smette di sparare.

E' il novembre '93, mancano tre mesi alle elezioni poi vinte da Forza Italia: il 2 e il 30 novembre, le agende di Dell'Utri registrano due appuntamenti con Mangano, che è appena uscito da 11 anni di galera. Forse anche Dell'Utri mentiva alle sue agende. O forse anche questa è una coincidenza.

 
[09-10-2009]

 

 

 

 

MACELLO MAFIOSO' PER DELL'UTRI: AL PROCESSO DURISSIMA ACCUSA DEL PROCURATORE - "ASSUNSE AD ARCORE LO STALLIERE VITTORIO MANGANO PER CONTO DI BERLUSCONI PER COLTIVARE INTERESSI DIVERSI DA QUELLI PER I QUALI FU UFFICIALMENTE CHIAMATO" - PER DISTRARSI UN PO' L'EMINENZA DI PAPI VA NEL CENTRO SOCIALE NEOFASCIO CASAPOUND - DOVE LEGGE IL DIARIO (FALSO PER ALCUNI) DI MUSSOLINI - “L’UNITÀ” NON È STATA AMMESSA

 

Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo

1 - DELL'UTRI E LO STALLIERE DI BERLUSCONI. IL PG: "MANGANO AD ARCORE PER I BOSS"
Da Repubblica.it

 

"Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza". Così il Procuratore generale Antonino Gatto entra subito nel vivo della requisitoria del processo di secondo grado in cui il senatore Marcello dell'Utri (Pdl) è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere.

 

Stamani davanti alla seconda sezione della Corte di appello di Palermo, Gatto parla prima di tutto di Vittorio Mangano, morto alcuni anni fa, condannato nell'ambito di un processo di mafia. L'uomo per alcuni anni aveva svolto il ruolo di stalliere ad Arcore, la tenuta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

 

Era stato lo stesso Dell'Utri a farlo assumere. Una scelta, secondo il magistrato, non legata a interessi agricoli, ma alla necessità, che all'epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali lo stesso Berlusconi, di "proteggersi" dal pericolo di sequestri.

"Ma davvero - si chiede il Pg - non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall'estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole?". "In realtà - prosegue Gatto - non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt'altra natura rispetto a quelli agricoli".

 

"Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 - dice il Pg - fu Dell'Utri a dire che in realtà Mangano si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva allevare nella tenuta appena acquistata".

Il senatore non è presente in aula. Ad ascoltare l'atto d'accusa del Pg ci sono i suoi difensori, gli avvocati Nino Mormino, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico.

2 - DELL'UTRI LEGGE MUSSOLINI...
Francesco Di Frischia per il "Corriere della Sera"

Ieri sera si è aperto il ciclo di conferenze 2009-2010 organizzato da Casapound, il centro sociale neofascista all'Esquilino, di fronte a un centinaio di persone ammassate come sardine. Quei documenti, giudicati falsi da molti storici, sarebbero stati scritti dal duce dal 1935 al '39.

 

Il giallo sulla loro autenticità o meno resta. «Io non sono uno storico, nè uno studioso - ricorda il parlamentare - ma a me non me ne frega nulla se siano veri o falsi. Io ho letto pagina per pagina quasi tutti i diari e ho provato una grande emozione. E mi sono convinto che non possono essere falsi: se lo fossero, il falsario sarebbe un genio. Ognuno di voi faccia le sue riflessioni».

 

Dell'Utri chiarisce: «Mussolini ha fatto cose buone e cose molto negative che non si possono dimenticare - precisa - Io non lo voglio riabilitare». Poi il senatore comincia a leggere passi dei presunti diari, scandendo date e momenti. Il 10 gennaio del '35 il duce sostiene: «Non sono un santo, ma mi tormenta la gente che soffre. Amo la solitudine: sto bene da solo ».

Definisce la moglie Rachele «la donna prediletta della mia vita» perché «mi capisce al volo». Su Claretta Petacci dice che «quando parla mi commuove con il suo accento romano ». Oltre ai giudizi negativi sui Savoia, Dell'Utri riferisce il commento di Mussolini l'8 novembre del '39 su Hitler appena scampato all'attentato di Monaco: se fosse morto «sarebbe arrivata aria di pace e di salvezza, accidenti alla sventura».

Andrea Antonini, consigliere del XX Municipio e vicepresidente di Casapound Italia, proclama «la tolleranza di Casapound, ma alla fiaccolata non ci hanno voluto. Alla faccia della tolleranza! ». Ieri, però, la giornalista dell'Unità, Mariagrazia Gerina, non è stata fatta entrare alla conferenza sui diari di Mussolini «perchè parli male di noi...».

 
[25-09-2009]

 

 

 

 

 

VIOLANTE 2 CONTRO VIOLANTE 1 - LE “BUGIE” SULLA TRATTATIVA - “MORI VOLEVA CHE INCONTRASSI SEGRETAMENTE CIANCIMINO” - MA LE PAROLE DI LUCIANO DI 17 ANNI FA LO SMENTISCONO - E RISPUNTA BRUSCA, IL BRACCIO DESTRO DI RIINA CHE VOLO’ CON VIOLANTE, ALLORA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DA ROMA A PALERMO…

Gian Marco Chiocci per il Giornale

Parlare di mafia e di politica significa parlare di Silvio Berlusconi, innanzitutto. Poi del senatore Dell'Utri, quindi del figlio di Ciancimino, poi del pentito Spatuzza, dell'agenda rossa di Borsellino, dei carabinieri collusi, delle indagini sulle stragi, di pizzini e di papelli.

Di tutto in questi giorni si discute fuorché di un personaggio tornato d'attualità che, a torto o a ragione, di quella stagione è stato indiscusso protagonista avendo ricoperto il ruolo di presidente della commissione parlamentare antimafia: Luciano Violante. Il quale, solo a diciassette anni dalle stragi, e solo dopo aver letto sui giornali le allusioni del figlio di Ciancimino che in qualche modo tiravano in ballo lui e il senatore Mancino sui tentativi di trattativa fra Cosa nostra (per il tramite dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino) e lo Stato (attraverso i carabinieri del Ros di Mario Mori) s'è ricordato di qualcosa che evidentemente aveva rimosso. "E che - si duole un pm palermitano col Giornale - in tutti questi anni sarebbe potuto tornare utilissimo a diverse inchieste e svariati processi".

Di che si tratta? Il 23 luglio scorso Violante ritrova improvvisamente la memoria allorché riferisce ai pm di Palermoi che lui, con Ciancimino senior, non ci aveva mai voluto avere a che fare nonostante l'allora colonnello dei carabinieri, Mario Mori, gli avesse detto che l'ex sindaco di Palermo, in cambio di "qualcosa", sarebbe stato disposto a incontrarlo perché "avrebbe potuto dire cose importanti".

Ai pm Violante aggiunge d'aver incontrato Mori al massimo tre volte, e di aver chiesto al colonnello se di quella disponibilità di Ciancimino avesse avvisato l'autorità giudiziaria, ricevendo in risposta che... beh, si trattava di una "questione politica". Come dire, ovviamente no.

Bene. Negli archivi della Camera si scopre che la tardiva dichiarazione di Violante collide violentemente con un'altra vecchia dichiarazione, dello stesso Violante, trascritta a pagina 181 della settima seduta della commissione d'inchiesta da lui presieduta dedicata proprio al rapporto fra mafia e politica. Fra le cose da fare per andare a fondo al problema, Violante suggerisce varie cose. Compresa quella di ascoltare sia "quei collaboratori (pentiti) che possono tornare utili" sia, udite udite, "Vito Ciancimino, che lo ha chiesto revocando la condizione, posta nel passato, di essere ripreso dai canali televisivi pubblici o privati, in diretta nel momento in cui rendeva la deposizione".

Quell'antica dichiarazione di Violante, oltre a contraddire quella del 23 luglio, è un formidabile riscontro alla versione fornita in più sedi dal colonnello Mori Mori: "All'onorevole Violante non ho mai proposto di incontrare Ciancimino a tu per tu, ma di farlo parlare in commissione Antimafia". La domanda, a questo punto, è scontata: se Ciancimino chiese per ben 5 volte (l'ultima con Violante presidente) di parlare pubblicamente alla commissione d'inchiesta, perché Violante parla di incontro privato?

E perché - vista la sua massima disponibilità ("gli faccia fare apposita istanza") - poi Violante decide di non ascoltare mai l'ex sindaco di Palermo, depositario di tante verità? Violante dice poi che il colonnello Mori gli rispose picche ("è una questione politica") alla domanda se avesse avvertito l'autorità giudiziaria delle intenzioni di Ciancimino. Ma così non è, perché agli atti c'è la prova provata che il Ros di Mario Mori, con nota del 24 gennaio 1993, avvertì subito il procuratore Giancarlo Caselli della disponibilità di Ciancimino a collaborare, tant'è che poi l'ex sindaco venne preso a verbale per dieci volte.

La collaborazione venne casualmente meno allorquando Ciancimino iniziò a parlare di affari, collusioni e scheletri negli armadi del centrosinistra. Piuttosto verrebbe da farla a Violante la domanda: ma lui, sapute quelle cose, avvertì i pm? E perchè, visti gli ampi poteri d'indagine conferiti al presidente della commissione d'inchiesta antimafia, non indagò personalmente interrogando i protagonisti dell'asserita trattativa? E ancora.

Gli incontri con Mori, sostiene Violante, sono stati al massimo tre. La difesa di Mori ne ha contati molti ma molti di più. Sono tutti elencati in un dossier (a cominciare da quelli prodromici alla convocazione dei vertici del Ros in commissione antimafia della terza seduta) e prossimamente verranno prodotti al processo che vede Mori indagato per la mancata cattura di Provenzano. Perché un abbaglio del genere?

A smentire Violante ci sono pure i manoscritti sequestrati anni fa a Ciancimino con le richieste autografe presentate a più riprese dall'ex sindaco alla commissione antimafia. Compresa l'ultima, indirizzata proprio a Violante, nella quale l'ex sindaco si metteva a disposizione del parlamento rinunciando, per la prima volta, alla richiesta di diretta televisiva. Ce n'è allora abbastanza per giustificare il chiacchiericcio di queste ore teso a riesumare il giallo del boss Giovanni Brusca che prima parlò di un accordo segreto con Violante (con il quale effettivamente volò sulla tratta Roma-Palermo) e poi ritrattò.

 

L'ex braccio destro di Riina non è stato mai amato dai professionisti dell'antimafia, e non solo per quel riferimento alla "sinistra che sapeva delle stragi" detto in aula al processo Dell'Utri. Brusca demolì le tesi su Andreotti, smascherò la doppia vita criminale del pentito Di Maggio, disintegrò il teorema Buscetta sulla centralità decisionale della Cupola. Ma a lungo, inspiegabilmente, venne trattato come un "dichiarante" anziché come un "collaboratore di giustizia".

Prima di dargli lo status, anche economico, di pentito, lo hanno lasciato precauzionalmente a bagnomaria in regime di 41 bis (è ancora in cella!) nonostante gli attestati di attendibilità dei tribunali. Alla fine ce l'ha fatta. E' diventato pentito, stipendiato come gli altri colleghi dallo Stato. E' il primo pentito pagato non per parlare ma per tacere. Sarebbe ora di capire perché.

ECCO IL VERBALE DEL'INTERROGATORIO RESO DA LUCIANO VIOLANTE IL 23 LUGLIO 2009 ALLE ORE 11 AI MAGISTRATI DELLA DIREZIONE DISTRETUALE ANTIMAFIA DI PALERMO, ANTONIO INGROIA E ROBERTO SCARPINATO:
"Mi sono oggi presentato in questi uffici a seguito di contatti telefonici che ho preso direttamente con l'ufficio avendo letto su un quotidiano negli ultimi giorni una notizia che mi riguardava in ordine alla quale ho da riferire circostanze che potrebbero forse essere d'interesse per l'autorità giudiziaria. In particolare ho letto che Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, aveva dichiarato ai magistrati di Palermo che il padre intendeva sapere se io fossi stato informato della tratativa in corso e che aveva ricevuto risposta negativa.

La lettura di tali notizie mi ha fatto tornare in mente una visita che ricevetti dall'allora colonnello Mario Mori nel periodo in cui io ero presidente della Commissione parlamentae antimafia, in epoca certamente successiva alle stragi palermiate del '92. Ricordo che il colonnello Mori venne a trovarmi nel mio ufficio. Lo ricevetti da solo nel mio studio e Mori mi disse che Vito Ciancimino intendeva incontrarmi. Aggiunse che Ciancimino avrebbe potuto dire "cose importanti" e "naturalemnte - aggiunse - avrebbe anche chiesto qualcosa".

Gli risposi che Ciancimino avrebbe potuto chiedere formalemnte di essere sentito dalla Commisisone con apposita istanza. Mori replicò dicendomi che Ciancimino chiedeva un colloquio personale con me non con la Commissione. E io gli ribadii che non facevo colloqui privati. A quel punto, Mori si congeda dicendomi che in ogni caso mi avrebbe fatto pervenire un libro che Ciancimino aveva scritto, libro che poteva essere d'interesse per l'antimafia.

Successivamente, nell'arco di un paio di settimane, Mori tornò a trovarmi, sempre in ufficio, e mi portò copia del libro, che era un dattiloscritto rilegato intitolato Le mafie che produco in fotocopia all'ufficio. In quell'occasione ebbi l'impressione che la consegna del testo avesse un caratterere privilegiato, nel senso che era come se fossi uno dei pochi ad aver avuto copia di quel libro. Vi fu certamente un terzo incontro con un lasso di tempo rispetto al secondo maggiore di quanto ve ne fosse stato tra il primo e il secondo.

In tale circostanza, Mori mi chiese un giudizio sul libro e io, che l'avevo letto con una certa attenzione, gli dissi che non mi sembrava particolarmente importante. Mori replicò, insistendo con garbo, perchè io incontrassi Cincimino e aggiunse che comunque il contenuto del libro potesse essere una traccia della conversazione. Insistetti sulla mia posizione e domandai se l'autorità giudiziaria fosse stata informata di questa disposibilità di Ciancimino a parlare.

Mori mi rispose con tono cortese che si trattava di una "cosa politica" o di una "questione politica", non ricordo esattamente quale delle due espressioni utilizzò. La conversazione, comunque, si chiuse lì perchè rimasi della mia idea. Adr: "Non si parò del luogo ove avrebbe dovuto svolgersi eventualmente l'incontro, ma nella prima conversazione il colonnello Mori mi aveva detto incidentalmente, che Ciancimino abitava a Roma vicino piazza di Spagna".

Adr: "Sono certo che al momento dell'incontro con Mori Ciancimino non era detenuto". Adr: "Non sono in grado di ricordare esattamente la data di tali incontri, posso solo dire che ho consultato l'agenda dei miei appuntamenti dell'epoca e ho rinveunto una sola annotazione relativa all'allora colonnello Mori, si colloca nel giorno 7 luglio 1993. Produco all'ufficio copia della relativa pagina della mia agenda".

Adr: "Non tutti i miei appuntamenti vengono annotati nell'agenda. In particolare non venivano certamente annotati gli appuntamenti fissati all'ultimo momento, ma soltanto quelli presi a distanza di tempo". Adr: "Non sono certo che l'incontro che ebbe per oggetto la richiesta di incontro con Ciancimino sia stato preso a distanza di tempo e quindi sia quello annotato il 7 luglio 1993". Adr: "Non ricordo di altri incontri con il colonnelo Mori avvenuti nel mio ufficio".

Adr: "Credo di non aver mai parlato con nessuno di questi tre incontri con il colonnello Mori. Forse ne parlai all'epoca con l'onorevole Paolo Cabras, deputato Dc, all'epoca viceprediente della Comissione parlamentare antimafia". Adr: "Venni nominato presidente della Commissione parlamentare antimafia il 25 settembre 1992".

 

 
[13-09-2009]

 

 

 

 

Cosa nostra - Da Riina a De gennaro, piccolo dizionario di Personaggi e interpreti della più grande opera italiana: la mafia – come si trasformò in una sorta di “service” adatto ai “lavori sporchi” – L’ASSASSINIO DI FALCONE “TRASFERITO” DA RIINA DALLA ‘CARBONARA’ A CAPACI…

francesco la licata per La Stampa


Ci sono parole della cronaca che entrano nell'immaginario, evocano fatti e situazioni come icone immaginifiche. Eppure non sempre chi osserva o legge dall'esterno riesce a comprenderne il senso esatto. Un piccolo dizionario forse può aiutare.

A Addaura.
Luogo di villeggiatura marina dei palermitani. In una delle ville della costa trascorreva l'estate
Giovanni Falcone e la moglie, Francesca. Il 21 giugno del 1989 gli agenti della scorta trovarono sugli scogli una borsa da sub con 75 candelotti di dinamite innescati. L'attentato fu sventato, ma Falcone ne denunciò immediatamente l'anomalia parlando di «menti raffinatissime» che stavano dietro quella bomba.

Per la prima volta si intuisce, in una grande affaire di mafia, la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra che si servono dei boss come di una sorta di «service» adatto ai «lavori sporchi». Il processo sull'attentato fallito si concluderà in un nulla di fatto, tranne una condanna nei confronti di un sottufficiale del Sismi che - sbagliando - aveva fatto brillare il detonatore della bomba distruggendo così un importante reperto per le indagini. Infortunio o premeditazione?

B Boccassini Ilda.
Magistrato a Milano, nel ‘92 - davanti allo scempio compiuto su
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, suoi grandi amici - chiese e ottenne l'applicazione alla Procura di Caltanissetta, titolare delle indagini su Capaci e via D'Amelio. Dopo due anni di lavoro lasciò l'incarico con qualche frizione originata da divergenza di vedute con alcuni dei colleghi-investigatori.

Esistono agli atti due relazioni scritte, nel 1994, da Ilda Boccassini che testimoniano una certa diffidenza del magistrato nei confronti di alcuni pentiti. I dubbi principali riguardavano le rivelazioni dei collaboratori Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.

I non idilliaci rapporti della Boccassini coi colleghi sono evidenti nella relazione al procuratore Tinebra e all'aggiunto Giordano del 10 ottobre. Ilda Boccassini dopo avere appreso che sarà «il collega Tescaroli a sostenere l'accusa in dibattimento», dichiara di aver offerto la propria disponibilità a «fornire al più giovane collega ogni assistenza nello studio degli atti». Ma «il collega Tescaroli non ha però ritenuto di dover attingere alla mia conoscenza degli atti».

E, quindi, la stoccata sul pentito che non le piace: «...non sono stata interpellata sugli indirizzi investigativi da seguire in conseguenza delle sorprendenti dichiarazioni recentemente rese da Scarantino Vincenzo - ufficialmente assunte a verbale nei primi giorni dello scorso settembre - né sono stata avvisata del compimento di atti istruttori di decisiva importanza».

Più avanti, sempre su Scarantino, giudicherà «le suddette dichiarazioni, scarsamente credibili sulla base di argomenti logici». Argomenti, questi, tornati all'attualità con le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, uomo di punta dei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio.

C Ciancimino Massimo.
Figlio di don
Vito, ex sindaco di Palermo condannato per mafia (morto nel 2002) e in rapporti assidui con Bernardo Provenzano, sembra diventato un teste importate perché detentore del «patrimonio conoscitivo» lasciatogli dal padre. Si trova nella singolare posizione di condannato (riciclaggio in primo grado) e personaggio «socialmente pericoloso», ma contemporaneamente teste protetto per il contributo delle sue rivelazioni sulla «trattativa» fra Stato e mafia condotta dal padre nel ‘92, sulla costante presenza dei servizi segreti nelle vicende stragiste di Cosa nostra.

Massimo Ciancimino oggi viene interrogato da quattro Procure. Attualmente, seppure guardato ancora con diffidenza da più di un magistrato, è stato messo sotto protezione e gli è stato «sconsigliato» di soffermarsi a lungo a Palermo. Il «valore aggiunto» del nuovo teste è il famigerato «papello»: la lista di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato - attraverso Vito Ciancimino - per offrire, in cambio, la fine delle stragi.

D Dia, Direzione investigativa antimafia.
E' lo strumento investigativo (insieme con la Superprocura) che Falcone e
Gianni De Gennaro crearono all'inizio dei Novanta per far fronte all'attacco mafioso. E' stato l'organismo che si è occupato dell'analisi sui fatti siciliani più cruenti, quelli che hanno caratterizzato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Quando la spinta stragista mafiosa si spinse, nel '93, ad attaccare Roma, Milano e Firenze con gli attentati del 14, 27 maggio e 27 luglio, proprio la Dia fornì l'analisi più «politica» di quella scelta di Cosa nostra, rintuzzando i tentativi di altri apparati della sicurezza che collocavano il movente delle stragi nel terrorismo internazionale (allora inesistente). «E' mafia - scrisse la Dia in una relazione del 10 agosto 1993 - ma anche altro».

Quegli investigatori facevano partire la strategia dall'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima. Strategia che proseguiva con l'assassinio di Ignazio Salvo, uno dei cugini esattori (l'altro, Nino, era scomparso per cause naturali), per sfociare a Capaci, via D'Amelio e poi a Roma, Firenze e Milano. Uno scenario, secondo la Dia, tale da far ipotizzare la volontà criminale di conseguire «obiettivi di portata più ampia e travalicanti le esigenze specifiche dell'organizzazione mafiosa». E ancora: «..si riconosce una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali».

Quindi il commento: «Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d'assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano». Una vera predizione, a giudicare da quanto sta emergendo.

E Esplosivi.
La materia prima della strategia «corleonese». Una strategia indotta, sembra dai recenti sviluppi investigativi, per trasformare la «normale violenza mafiosa» in una forma di terrorismo politico teso a condizionare le Istituzioni.

F Falcone Giovanni.
Vittima, insieme con la moglie e con la scorta, dell'attentato di Capaci del 23 maggio 1992. Quella strage oggi viene considerata una delle tappe della guerra dichiarata da Cosa nostra: una vendetta della mafia, certo, ma anche una mossa preventiva per sgomberare il campo dall'ostacolo principale in vista di un cambio politico-finanziario alla guida del Paese. Una strage che colpirà duramente l'immaginario collettivo e persino una mente fredda come quella di
Vito Ciancimino che allora comincerà la sua collaborazione coi carabinieri del Ros.

G Gaspare Spatuzza.
Uomo d'onore del mandamento di
Brancaccio. Tentò di collaborare subito dopo il suo arresto ma dovette rinunciare per l'avversione dei familiari. E' tornato a parlare nel giugno del 2008. In un colloquio col Procuratore nazionale, Piero Grasso, ha fornito una versione della strage di via D'Amelio che stravolge la verità processuale già codificata in sentenze passate in giudicato. In sostanza afferma di essere stato l'organizzatore del furto della Fiat 126 servita come autobomba. Una versione che smentisce la confessione dei pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, autoaccusatisi del furto. Gli accertamenti condotti dalla Procura di Caltanissetta hanno dato ragione a Spatuzza, aprendo uno scenario completamente nuovo.

Trattato con molto sospetto all'inizio, oggi Spatuzza è nella lista dei pentiti credibili ed è entrato nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Lo scenario che ha aperto non è di facile gestione. Le indagini hanno appena introdotto il tema delle presunte pressioni della polizia per indurre Scarantino e Candura e dichiarare il falso. I magistrati dovranno stabilire perché tanta menzogna non per discolparsi ma per accollarsi la responsabilità di una strage mai commessa.

I Ilardo Gigino.
Era un mafioso che il colonnello dei carabinieri
Michele Riccio aveva infiltrato dentro la cupola di Cosa nostra. Fu ucciso prima che potesse assumere lo status ufficiale di pentito (e quindi prima che le sue dichiarazioni assumessero altro valore processuale). Raccontò agli investigatori una lunga storia di connivenze tra mafia e politica, anche in direzione della spiegazione delle stragi del ‘92 e del ‘93.

L Lima Salvo.
Ex sindaco Dc di Palermo. Poi eurodeputato, fu ucciso nel marzo del 1991. Secondo molti collaboratori
Totò Riina decise la sua soppressione perché non aveva saputo mantenere la promessa di «neutralizzare» il maxiprocesso di Giovanni Falcone. Con l'omicidio Lima si è aperta la campagna politica di Cosa nostra e dei suoi amici «esterni».

M Mostro.
E' un agente segreto affetto da una grave malformazione al viso. E' stato collocato da diverse fonti (anche
Massimo Ciancimino e Gigino Ilardo) sulla scena di svariati crimini: all'Addaura durante l'operazione contro Falcone, accanto ad un altro «agente» molto intimo di don Vito Ciancimino e presente durante l'agguato che uccise l'agente Agostino e la giovane moglie incinta.

Il mostro, raccontò Ilardo, aveva avuto un ruolo anche in occasione dell'omicidio di Claudio Domino, un bambino ucciso come un boss da un killer. Per smentire il convogliamento della mafia, per la prima volta un boss, per l'occasione Giovanni Bontade, lesse un comunicato dalla gabbia del maxiprocesso.

P Papello.
Per i palermitani è la pergamena che viene imposta, dietro pagamento di una «tassa», alle «matricole» universitarie. Da qualche tempo, però, il papello è diventata una sorta di «parola chiave» che introduce ai misteri delle stragi siciliane e non. Il termine è stato inventato dal pentito
Giovanni Brusca: «Riina presentò il papello allo Stato». La sua esistenza è stata negata dal prefetto Mario Mori (uno dei protagonisti della cosiddetta «trattativa») e oggi viene confermata da Massimo Ciancimino che sostiene di averne copia ben custodita all'estero.

Il pezzo di carta sarebbe stato recapitato a Vito Ciancimino e conteneva le richieste che la mafia inoltrava «per far cessare le bombe». Dice Massimo Ciancimino di aver visto coi propri occhi il papello, «girato» dal padre al «signor Franco», un altro agente segreto molto intimo con la famiglia dell'ex sindaco.

Il papello però non è ancora nelle mani dei magistrati perché Massimo Ciancimino non lo ha consegnato. Lo usa sapientemente come «carta vincente» (nella partita che sta giocando coi giudici per trattare qualche beneficio processuale), ma non lo caccia fuori. Sembra sia custodito in una cassaforte del Liechtenstein, da dove è difficile recuperarlo perché la procedura prevede la presenza contemporanea di Massimo e di un altro familiare che non può spostarsi. Il ricorso alla delega non sembra sufficiente, sarebbe necessaria una procura speciale che Ciancimino, a quanto pare, non riesce (o non vuole) chiedere.

Insomma il papello è bloccato. Altre carte, invece, il teste protetto Ciancimino le ha consegnate: una intimidazione a Silvio Berlusconi, firmata Bernardo Provenzano, altre due lettere e un assegno, che col premier hanno a che fare. Tra i «reperti» sequestrati a Massimo Ciancimino nel 2005, c'era anche una carta Sim col numero di telefono del «signor Franco» il cui vero nome non è stato rivelato. Ciancimino sostiene di non conoscerlo, ma attraverso la carta Sim si potrebbe identificarlo.

Solo che la traccia elettronica sembrava si fosse persa nella confusione dei corpi di reato. Solo qualche giorno fa i carabinieri l'avrebbero ritrovata nei propri archivi. Resta da verificare se è possibile che un agente, segreto per quanto possa essere, abbia avuto contatti per più di vent'anni coi Ciancimino, fornendogli documenti, notizie, passaporti, protezione e persino brillanti da fare avere a Totò Riina, senza rivelare la propria identità.

R Riina.
Don
Totò il padrino stragista. E' diventato improvvisamente loquace, anche coi giornali. Le notizie sulle «presenze esterne» a Capaci e in via D'Amelio sono manna dal cielo per lui, che, sorretto da una buona strategia difensiva del suo legale, tenta di scaricare tutto sullo Stato. «Borsellino l'hanno ucciso loro», dice il boss attraverso l'avv. Luca Cianferoni.

Nega, poi, ogni trattativa con lo Stato per affermare di essere stato lui oggetto di un accordo che ha portato alla sua cattura. Perché parla? Parla senza rispondere a nessuna domanda, tanto che si dice disponibile addirittura a firmare un memoriale. Tutto pur di non sedersi davanti a un giudice che possa cominciare: «A domanda risponde...».

S Scarantino Vincenzo.
Si è accusato della strage di via D'Amelio ed ha fornito una sua verità confermata dalla Cassazione. Verità che oggi sembra andare in frantumi. Non è mai stato un gran collaboratore,
Scarantino. Durante il dibattimento ha ritrattato una prima volta, poi è tornato in aula a ritrattare la ritrattazione. Insomma, anche se ha retto per anni, non sembra un buon teste d'accusa.

T Trattoria.
«La Carbonara» a Campo de' fiori. Lì
Falcone cenava spesso e lì i killer venuti da Palermo nel febbraio ‘92 avrebbero dovuto ucciderlo. Ma la squadra sbagliò «ricetta» ed andò a cercarlo al «Matriciano», in Prati. Ovviamente non lo trovarono, poi Riina li richiamò perché aveva deciso per la strage.

U Utveggio.
Il castello in cima al Monte Pellegrino di Palermo. Lì è possibile sia stata pianificata la strage di via D'Amelio. Accertata la presenza di un ufficio di copertura del Sisde, dentro la sede del Cerisdi. «Guardate all'Utveggio», dice ora
Riina.

V Via D'amelio.
Strage
Borsellino: quelle indagini rappresentano la crepa, uno squarcio al velo sulla commistione tra potere mafioso e politico-finanziario che ha prodotto lo stragismo degli anni novanta. La scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino, la presenza dei servizi segreti sulla scena degli attentati, le rivelazioni di Ciancimino, la trattativa e il coinvolgimento di uomini delle istituzioni (Mori, l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, l'allora presidente dell'Antimafia Luciano Violante che oggi ammette di essere stato contattato da Mori per conto di Ciancimino): forse non tutta la verità verrà fuori, ma che qualcosa di strano sia avvenuto sembra certo.

Z Zio.
E' uno dei nomignoli riservati a
Bernardo Provenzano. Un altro è «signor Lo Verde», il nome con cui, da latitante, andava a trovare a casa l'ex sindaco, in via Sciuti a Palermo. Provenzano è un perno della trattativa del ‘93 che, tuttavia, non è la sola intrattenuta con lo Stato. Più interessante del papello, infatti, ci sarebbe il «contatto originario» che in qualche modo indusse Riina ad imbarcarsi nella strategia stragista.

Racconta Spatuzza che Falcone doveva essere ucciso a revolverate in un ristorante di Roma e che, improvvisamente, arrivò il contrordine: si fa a Palermo e si fa con le bombe. Perché? Forse per trasformare l'omicidio di un giudice nell'inizio di una campagna di intimidazione nazionale e politica?

 
[17-08-2009]

 

 

 

UN AGGHIACCIANTE ARTICOLO-DOCUMENTO DI CIRINO POMICINO SULLE STRAGI DI MAFIA - “VIOLANTE, ENZO SCOTTI, ARLACCHI SU CAPACI E VIA D’AMELIO GIOCANO CON L’OBLIO DEL TEMPO” - “Non ci sto” DI SCALFARO NON legato ai fondi neri Sisde MA alLA trattativa mafia-Stato - L’ACCORDO FU TRA MAFIA E UNA PARTE DELLA POLITICA CON SERVIZI ITALIANI E STRANIERI - Falcone STAVA indagaNDO sull’uscita dalla Russia di ingenti somme di denaro del Kgb

Paolo Cirino Pomicino per "Il Secolo XIX"

In queste settimane siamo stati travolti da un effluvio di interviste sulle stragi di via D'Amelio e di Capaci in cui morirono Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, piene di ricordi sbiaditi che non fanno onore alla verità storicamente accertata.

Luciano Violante, Enzo Scotti, Pino Arlacchi, Oscar Luigi Scalfaro giocando nell'oblio del tempo hanno detto cose che non stanno né in cielo né in terra. A cominciare dal famoso «Non ci sto» scalfariano legato ieri ai fondi neri dal Sisde e oggi, invece, collegato al rifiuto di una trattativa tra mafia e Stato.

La riapertura delle indagini della Procura di Caltanissetta sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ha dato il via a una sarabanda di ricordi falsi, naturalmente in buona fede, che rischiano ancora una volta di allontanare la verità che molti sanno e che per paura non dicono diventando così complici di chi tradì la Repubblica a cavallo degli anni Novanta.

Per consentire a ciascuno dei lettori di farsi una propria opinione è bene ricordare i fatti storicamente accertati:

1) sono stati sempre noti i collegamenti negli anni '89-‘93 tra alcuni gradi dei servizi italiani e stranieri e alcuni mafiosi. Dal rapporto riservato e non autorizzato con Totuccio Contorno del prefetto Domenico Sica e del capo della Criminalpol Gianni Di Gennaro, agli uomini che visitarono nel carcere inglese di Full Sutton il mafioso Francesco Di Carlo per chiedergli indicazioni sui possibili killer per uccidere Giovanni Falcone sino al rapporto con Vito Ciancimino del generale de i carabinieri Mario Mori.

Mentre nel primo e nel terzo caso i rapporti possono inquadrarsi in un lavoro di intelligence per colpire la mafia, nel secondo caso, quello del pentito Di Carlo, gli obiettivi erano di natura mafiosa;

2) nel settembre del 1989 il decreto legge Andreotti-Vassalli allunga il periodo di carcerazione preventiva agli imputati di associazione mafiosa. Il vecchio Pci con Violante fa una tremenda requisitoria contro il governo e vota contro;

3) alla fine dell'estate del ‘90, secondo gli accertamenti del pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, c'è un contatto tra alcuni capi mafiosi (Totò Riina o Bernardo Provenzano) e un non meglio identificato agente istituzionale per discutere della reazione stragista alla legislazione antimafia dell'epoca;

4) nello stesso anno, Francesco Di Carlo riceve nel carcere inglese di Full Sutton un agente dei servizi siriani, tal Nazzar Hindaw, insieme a quattro persone, tre mediorientali e un italiano. Questi gli chiesero di indicare qualcuno che poteva aiutarli a uccidere Giovanni Falcone. Di Carlo fece il nome di Antonino Gioè, che infatti partecipò alla strage di Capaci, fu arrestato e un mese dopo fu trovato impiccato nel carcere di Rebibbia;

5) il 23 dicembre ‘91 viaggiano casualmente sullo stesso volo Roma-Palermo Luciano Violante e Giovanni Brusca, già all'epoca noto mafioso;

6) tre mesi dopo il piemontese Luciano Violante fu capolista a Palermo del vecchio Pci nelle elezioni politiche del 1992 e in quella occasione nasce il movimento della Rete di Leoluca Orlando, che prende in Sicilia il 9% salvo a sparire qualche tempo dopo;

7) il 5 marzo 1992 c'è l'omicidio di Salvo Lima;

8) il 17 marzo 1992 Vincenzo Scotti, ministro dell'Interno, allerta le prefetture di tutta Italia preannunciando un piano di destabilizzazione istituzionale. Questo piano prevedeva attacchi mafiosi e indagini giudiziarie su tutti i leader dei partiti di governo. Quarantotto ore dopo Scotti si rimangia tutto davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato;

9) il 23 maggio1992 Falcone e la sua scorta saltano in aria;

10) ai primi di luglio ‘92, uno scritto anonimo inviato a tutte le autorità descriveva tutto ciò che poi sarebbe accaduto nei mesi successivi sugli attacchi mafiosi, sulle indagini di Tangentopoli e sull'impunità dei mafiosi pentiti;

11) il 19 luglio '92 Borsellino e la sua scorta saltano in aria in via D'Amelio;

12) nel settembre ‘92 a casa Scotti, non più ministro, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il capo di stato maggiore dell'arma dei carabinieri, generale Domenico Pisani, confermarono al neoeletto segretario della Dc Mino Martinazzoli la veridicità dell'informativa del marzo precedente per la quale lo stesso Scotti prima aveva allertato le prefetture e poi ne aveva smentito il valore;

13) nel gennaio del ‘93 viene arrestato Totò Riina;

14) nella primavera del ‘93 arrivano le bombe mafiose di Milano, Firenze e Roma e subito dopo i programmi di protezione incominceranno a scarcerare mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti (oltre 3 mila nei dieci anni successivi) così come aveva previsto il documento anonimo del luglio ‘92.

Ultimo dato da ricordare. Pochi giorni dopo la sua morte, Giovanni Falcone doveva incontrare, come è documentato da un telex alla Farnesina, Valentin Stepankov, procuratore generale di Mosca che indagava sull'uscita dalla Russia di ingenti somme di denaro nella disponibilità del Kgb, molti agenti del quale gironzolavano indisturbati per mezza Europa.

Questi alcuni fatti.
Adesso un'opinione, una considerazione e un consiglio. L'opinione. La tenaglia fra stragi mafiose (Falcone, Borsellino) e inchieste giudiziarie sui finanziamenti ai partiti di governo ha scansioni temporali e obiettivi troppo simili per non immaginare un "oggettivo" coordinamento tra di loro che produsse effetti devastanti sul sistema politico italiano.

L'accordo, infatti, non fu tra mafia e Stato, ma tra mafia e una parte della politica con l'aiuto di uomini deviati dei servizi italiani e stranieri e delle forze dell'ordine come si leggeva sul documento anonimo del luglio 1992 che Violante imputò ai carabinieri (se fosse vero, ancora una volta l'Arma avrebbe tentato di aiutare la Repubblica).

La considerazione.
È molto strano che solo dopo 17 anni Violante dichiari che Ciancimino voleva parlare con lui come gli avrebbe detto il generale Mori. È vero il contrario. Fu Violante a chiedere a Mori di voler sentire alcuni mafiosi tra cui Ciancimino, come dimostrano i verbali del 29ottobre 1992, nell'ambito dell'indagine mafia-politica. Violante era presidente dell'Antimafia e capogruppo Dc in quella Commissione era Vincenzo Scotti.

Il consiglio.
Le forze politiche abbiano un sussulto di orgoglio e varino una Commissione parlamentare di inchiesta su quegli anni in cui la Repubblica fu tradita e certi servitori dello Stato, come Falcone e Borsellino, pagarono con la vita la lealtà verso la nostra democrazia. E si faccia presto perché annusiamo sotto vento che è in preparazione un altro furibondo attacco alle istituzioni che presiedono alla legalità repubblicana con complicità attive e omissive impensabili e di cui presto torneremo a parlare.

 

 
[07-08-2009]
CIVITAVECCHIA (ROMA) / 29-05-2009

ANNOZERO/ processo a un'italiana che ha il coraggio di parlare, sosteniamola tutti

 

CIVITAVECCHIA (Uno Notizie.it)

Presso il tribunale di Civitavecchia una cittadina che da anni si batte contro la riconversione a carbone della centrale di TVN, “una di noi”, sarà processata presso il Tribunale di Civitavecchia, perché querelata per diffamazione da Alessio De Sio, colui che, nell’allora ruolo di Sindaco, contraddicendo quanto approvato pochi giorni prima in Consiglio Comunale diede parere favorevole alla riconversione a carbone della centrale di TVN.

Nel frattempo veniva stilata una milionaria convenzione con Enel.

Né l’allora Sindaco De Sio, né tanto meno l’attuale sindaco Moscherini, hanno mai pensato di adire le vie legali contro l’Enel per le gravi carenze autorizzative relative alla centrale di TVN  né, tanto meno, per l’esercizio in assenza di autorizzazione in essere dal 24 dicembre scorso. Alla sbarra è stata condotta, invece, una cittadina dell’Alto Lazio, una di quelle cittadine che hanno deciso di non poter far passare sotto silenzio la terribile ipoteca posta sul futuro dei propri figli e della propria terra, una “no coke”, una di noi, colpevole di aver confuso, durante un’intervista rilasciata nel 2007, nella trasmissione “Annozero” di Michele Santoro, la nomina di De Sio nel consiglio di amministrazione di Acquirente Unico spa, con una nell’ ENEL.

Una confusione di cui, probabilmente, potrebbe essere colpevole mezzo Lazio visto che ben pochi, tra i cittadini, hanno ben chiari gli effetti della privatizzazione di ENEL e della sua divisionalizzazione in numerose società, da cui Acquirente Unico spa nasce.

Il processo a Marzia è un processo a tutti noi, a tutti coloro che accusano quanti hanno acconsentito, e continuano ad acconsentire a tale scempio, di devastazione ambientale, di distruzione di un intera economia, di ipoteca sul futuro di un intera popolazione.

E noi saremo lì a farci processare e nelle nostre deposizioni faremo il nostro “je t’accuse” contro tutti coloro che nella coscienza e nelle azioni hanno la responsabilità di quanto si sta per abbattere su questo territorio; ricorderemo loro le inquietanti stime di mortalità e morbilità contenute nei monitoraggi epidemiologici; narreremo di cieli gialli e di nuvole rosse piene “solo di ruggine” e quindi, a dire di ENEL, innocue; ripercorreremo la storia di compensi milionari utilizzati, nella migliore delle ipotesi, per coprire l’incapacità dei vari amministratori succedutesi; parleremo della corruzione delle coscienze per il tramite di giochi, concorsi e spettacoli; racconteremo del silenzio, quando non della collusione, della politica davanti alle innumerevoli bugie e/o mistificazioni raccontate dalle Società elettriche per far digerire alla popolazione un futuro nero come il carbone.

Non sappiamo come finirà la vicenda giudiziaria, riponiamo tutta la nostra fiducia nella Magistratura. Oggi noi saremo processati, ma siamo certi che al banco della Storia saremo assolti, mentre De Sio, e quanti come lui, rimarranno macchiati dall’infamante marchio di aver svenduto per un piatto di lenticchie la salute e il futuro di un intera popolazione.

Un marchio che non potranno nascondere quando guarderanno negli occhi i loro figli che dovranno sapere che i loro padri hanno condannato a morte questo territorio.

 

Movimento no coke Alto Lazio

www.nocoketarquinia.splinder.com

www.noalcarbone.blogspot.co

 

 

 

CIVITAVECCHIA (ROMA) / 26-07-2009

A CIVITAVECCHIA LA MAFIA C'E' / le mani di cosa nostra su città portuale e comuni vicini

CIVITAVECCHIA - ROMA (UnoNotizie.it)

Dal buon esito di una vicenda giudiziaria che lo ha riguardato, il sindaco di Civitavecchia Moscherini ha tratto spunto per passare - secondo quanto  hanno riportato alcuni organi di stampa - alla formulazione di giudizi negazionisti su una situazione generale   attinente alla  presenza  della criminalità organizzata sul territorio da lui amministrato.

In sostanza, egli ha negato tale  presenza, smentendo oggettivamente quanto  sostenuto al riguardo dalla Procura Nazionale Antimafia e da altri organismi investigativi e giudiziari centrali.
Lo stesso sindaco ha colto, inoltre, l’occasione per esprimere giudizi negativi nei confronti di tutti coloro – i cosiddetti “professionisti dell’antimafia“ – che, in virtù dell’esito di approfondite analisi e di quanto scritto dagli Organi dello Stato succitati, esprimono da tempo un  parere opposto al suo.

Nell’esprimergli le nostre felicitazioni per l’esito della sua vicenda giudiziaria - che, da quanto appreso dai giornali, non riguarda, comunque, la materia che stiamo trattando -non possiamo esimerci dal ricordargli che  ci siamo già visti costretti a presentare denuncia - querela alla Procura della Repubblica per alcuni giudizi offensivi da lui espressi nei nostri confronti.

Noi  non abbiamo mai fatto ricorso nei confronti di chicchessia – né tanto meno nei suoi confronti – all’arma del dileggio e dell’insulto.
Riteniamo, pertanto, che altrettanto debba fare anche il Sindaco Moscherini, tenuto conto, soprattutto, del ruolo istituzionale da lui al momento ricoperto e del rispetto dovuto  a quello degli altri attori in campo, a cominciare dalla Magistratura.
A noi non interessano le polemiche fra il Sindaco Moscherini ed altri esponenti politici locali, ma quando egli arriva a dichiarare pubblicamente che a Civitavecchia  “la mafia non c’è”, è doveroso per noi replicargli che, al contrario, “la mafia c’è“.

Associazione Regionale del Lazio per la lotta contro le illegalità e le mafie
“Antonino Caponnetto”



- Uno Notizie Civitavecchia -

 

 

 

Palermo, sparita una prova dei contatti tra Stato e mafia  In una sim il numero dell´agente segreto che trattava    La "spia" fece avere a don Vito un passaporto turco dopo l´uccisione di Salvo Lima Fu sequestrata a Ciancimino jr Lo 007 "Carlo" è il personaggio chiave di tutta l´inchiesta  

ATTILIO BOLZONI
FRANCESCO VIVIANO per La Repubblica

vito e massimo ciancimino

L´ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c´è anche il numero del cellulare di «Carlo», l´agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992. Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell´arresto. C´è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c´è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita. Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e «sollecitazioni» alla Corte di Appello però - dopo mesi di ricerche - non è stata consegnata ancora ai pubblici ministeri che indagano sul patto fra Stato e Mafia. O qualcuno l´ha sottratta o qualcun altro l´ha infilata in un posto sbagliato. Forse fra un giorno o fra un anno salterà fuori da qualche scatolone o forse non ricomparirà più. E «Carlo», se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell´ombra.
E´ il personaggio centrale di tutta l´inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell´estate del 1992. Più dello sfregiato, quell´altro agente segreto con la «faccia da mostro» che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi. Più degli «irregolari» del Sisde che per anni si sono aggirati nelle borgate palermitane «camminando» insieme a boss e a picciotti - questa l´ipotesi - per mettere bombe o far paura a Falcone e Borsellino. E´ «Carlo» l´uomo cerniera di più «alto livello» fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E´ lui - lo racconta Massimo Ciancimino - che aveva materialmente in mano il famigerato «papello» alla vigilia del massacro di via D´Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina. Il figlio di don Vito non conosce l´identità di «Carlo» e quella scheda telefonica scomparsa era l´unica traccia per risalire all´oscuro 007.


Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero «intermediario» fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l´uccisione di Salvo Lima, all´inizio del 1992. E´ stato «Carlo» a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. «Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall´Italia», gli disse «Carlo». La foto che servì per quel passaporto, don Vito l´ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta. Ma quel passaporto l´ex sindaco di Palermo non l´ha mai usato. E´ fra le carte ereditate dal figlio.


E´ un potente «Carlo». Con «licenza» di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur. E´ sempre stato lui - nell´autunno del 1984 - a far visita più volte a Rotello, in Abruzzo, a don Vito che era al soggiorno obbligato. In quel periodo «Carlo» incontra pure i figli. Li pedina anche. Quando escono di casa. Quando lasciano la Sicilia. Quando hanno i «colloqui» in carcere con il padre. Capita anche che «Carlo» prova a usare come «postini» i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: «Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda». L´agente segreto e i suoi hanno sempre avuto paura che don Vito potesse parlare.


Le «visite» in carcere si fanno sempre più frequenti. E anche la «libertà» di don Vito in galera è tanta. Può chiamare con un cellulare di «Carlo». E può incontrare, anche quando è ufficialmente in isolamento, altri detenuti. Come per esempio Nino Salvo, il grande esattore mafioso della Sicilia, con Salvo Lima l´uomo più potente della corrente andreottiana nell´isola che Giulio Andreotti ha sempre negato di conoscere. Ecco cosa raccontava il 17 marzo 1993 Vito Ciancimino al procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, al sostituto Antonio Ingroia e - guarda caso presente all´incontro - al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il fedelissimo del generale Mario Mori che fu il primo ad «agganciare» Massimo Ciancimino per avviare la «trattativa». Allora don Vito non raccontò come poteva aggirare l´isolamento, però ricordò: «Nino salvo mi disse: ‘Hai capito di quali romani ci parlò Salvo Lima? Non hai capito niente...Ti comunico in termini perentori che a decidere l´assassinio del generale Dalla Chiesa e dell´onorevole Pio La Torre è stato Giulio Andreotti». All´epoca don Vito fu bollato come un «depistatore».
Un rapporto antico quello fra l´agente «Carlo» e l´ex sindaco. Fino ai giorni del «papello». Fino a quando si ritrovarono a «ragionare» insieme sulle richieste che Totò Riina aveva avanzato allo Stato per fermare le stragi. Poi, dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, «Carlo» non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E´ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari. E´ stato lui a presentarsi come «un carabiniere» sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E´ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell´appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: «Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?». E ieri, Massimo Ciancimino, ascoltato di sera in procura a Palermo, forse ha parlato anche dell´ultimo incontro con «Carlo» e dei suoi avvertimenti.

 

 
[03-08-2009]

CANNOLI AMARI PER CUFFARO – GUAI PER TOTÒ E I CONSULENTI DELLA CARTOLARIZZAZIONE DA 655 MLN DEL 2003. I PM DI MILANO FICCANO IL NASO E PARTONO I PRIMI AVVISI PER CORRUZIONE. - SCOOP DELL'ANTEFATTO, IL BLOG CHE PREPARA LO SBARCO CARTACEO DEL FATTO QUOTIDIANO…

Francesco Bonazzi per "l'Ante-Fatto" (http://antefatto.ilcannocchiale.it/)

Sull'asse Milano-Palermo non sarà un'estate serena. C'è un troncone tutto siculo dell'inchiesta milanese sui derivati venduti alle pubbliche amministrazioni che rischia di rovinare le vacanze a un pugno di banchieri, mediatori e grand commis. Tutti personaggi che hanno avuto a che fare con cartolarizzazioni e derivati venduti dalle banche d'affari straniere alla Regione Sicilia durante il lungo regno di Salvatore Cuffaro. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, tra gli avvisi di garanzia notificati la scorsa settimana dalla Procura di Milano (pm Alfredo Robledo), ve ne sarebbero almeno un paio che fanno tremare la Palermo che conta: sono quelli spediti ai consulenti Marcello Massinelli e Calogero "Fulvio" Reina.

Due professionisti riservati, molto ben introdotti nella Milano degli affari, ma tuttora al centro del sistema di potere siciliano che ha ruotato per anni intorno a "Totò vasa vasa" e che, oggi, tenta di ricostituirsi intorno ad Angelino Alfano. Il reato per i quali sono indagati Massinelli e Reina è la corruzione aggravata, perché nel 2003 avrebbero "giocato sporco" nell'assicurare ai giapponesi di Nomura la regìa di una cartolarizzazione di crediti sanitari per la stratosferica cifra di 655 milioni di euro. Chi abbiano corrotto in concreto, secondo le ipotesi investigative di Milano, non è ancora noto. Ma visto il loro elevato livello di rapporti, è difficile che un'operazione del genere sia stata gestita solo con qualche ragioniere di Palazzo d'Orleans. O che, peggio, si siano corrotti da soli come il mitico avvocato inglese David Mills.

La storia comincia agli inizi degli anni Novanta a Milano, all'università. Dalla Bocconi e dalla Cattolica esce un pugno di ragazzi siciliani studiosissimi e dalla faccia pulita, che le famiglie hanno avuto l'intelligenza di mandare in Continente perché il loro curriculum sia solido e specchiato. Tra di loro, si conoscono bene, si aiutano e si frequentano la sera. Ci sono i rampolli di politici democristiani come Angelino Alfano, futuro ministro di Giustizia, discendenti di professionisti palermitani e figli di nessuno come Marcello Massinelli, che si mantiene in Bocconi quasi da solo e al quale gli amici offrono volentieri la pizza.

Li tiene insieme la voglia di emergere in una città che a stento ha sdoganato i Ligresti, che tuttora guarda a bocca storta Gaetano Miccichè, numero tre di Intesa Sanpaolo, solo perché è il fratello (riservato) di Gianfrancuccio e non viene dalla scuola Comit. E li cementa l'educazione cattolica, la diffidenza per la stagione di Mani Pulite, la convinzione che chi verrà dopo i Craxi e gli Andreotti non sia tanto meglio dei predecessori. Una volta laureati, ognuno prende la sua strada lontano dalla Sicilia: chi fa l'avvocato tra Roma e Milano, chi entra in banca, chi si dedica al mercato immobiliare, chi sogna di lavorare per le banche d'affari straniere. Uno. Alfano, farà molta strada a Roma.

Poi però, quando sei bravo, pulito e sveglio, alla fine in Sicilia ci torni non solo per andare al mare. L'emblema di queste carriere è proprio Massinelli, classe 1971, uno che per Totò Cuffaro vale tanto oro quanto pesa. Il presidente della Sicilia sta indebitando la sua Regione come un pazzo, non dice no a nessuno, sfonda ogni tipo di tetto alla spesa sanitaria nella convinzione assolutamente esatta, che più grave sarà il bubbone e più verrà salvato dal governo di Roma con i soldi dei contribuenti. La Sicilia, non a caso, è la terra del mitico 61 a zero per il Polo alle Politiche del 2001 e sarà di lì in poi l'ago della bilancia elettorale. Con la mafia che non spara più, il potere vero è nelle mani di chi ha i cordoni della spesa pubblica.

Cuffaro mette alla prova Massinelli, che gli fa anche da mandatario elettorale, spedendolo in varie poltrone di sottogoverno regionale, dagli acquedotti alle finanziarie pubbliche, passando per gli aeroporti, e ne apprezza le doti uniche: onesto, competente, aggiornatissimo, svelto e tecnicamente capace di imbastire qualunque operazione finanziaria. Lo infila nel consiglio d'amministrazione del Banco di Sicilia, dove entra a far parte della cordata di Salvatore Mancuso: il siciliano che ha fatto maggior fortuna a Milano e che la Procura ritiene oggi "l'amministratore di fatto" (per conto delle banche) della Risanamento di Luigi Zunino, schiacciata da 3 miliardi di debito.

Mancuso e Massinelli si scontreranno con Alessandro Profumo dopo la fusione Capitalia-Unicredit e la politica siciliana li stimerà ancor di più per come hanno resistito fino all'ultimo all'invasore milanese. Non è un caso, forse, che tutta la squadra di Mancuso sia in ottimi rapporti con Intesa, grande competitor di Unicredit e teatro della grande ascesa di Miccichè senior.

Massinelli però ha una marcia in più e si mette in proprio già nel 1997 con la Rossini srl, piccola boutique finanziaria nata "con l'obiettivo di fornire consulenza e assistenza a banche internazionali di primaria importanza nel rapporto con le Pubbliche Amministrazioni", come si legge sul loro scarno sito Internet. Che non sia il braccio finanziario dell'amico Cuffaro, ma uno che si muove benissimo anche da solo, è provato dal fatto che lavora parecchio lontano dalla Sicilia e si conquista la fiducia anche degli gnomi del Credit Suisse, già nel '97. Non solo, a onor del vero, bisogna ricordare che la storia delle cartolarizzazioni siciliane parte ben prima di Cuffaro, quando ci sono ancora le pericolanti e fragili giunte di centrosinistra.

Massinelli ha un solo socio e compagno: Calogero Reina, detto Fulvio perché in certi salotti con la puzza sotto il naso è meglio così. "Fulvio" ha qualche anno in più, non è tecnicamente preparato come Marcello, ma è figlio dell'ex senatore socialista Giuseppe Reina. Lui sta alla larga dalla politica fatta in prima persona: ha visto che ha sofferto il padre per l'amicizia con Calogero Mannino e si occupa di affari immobiliari e di finanziamenti. Ha un carnet di relazioni notevolissimo ed è proprio quello che ci vuole per un tecnico come Massinelli.

La loro società ha sede a Palermo e uffici a Milano. Il colpo della vita è la consulenza per i giapponesi di Nomura, che all'inizio degli anni Duemila vogliono entrare in forza nel ricco mercato delle cartolarizzazioni e dei derivati italiani. E' un pascolo da oltre 50 miliardi di euro, con la garanzia di avere a che fare quasi sempre con amministratori che non distinguono un finanziamento da un attivo patrimoniale e in più, ragionano più per competenza che per cassa. Non solo, se anche capiscono che stanno indebitando il loro ente fino ai nipoti, tanto meglio: non saranno loro a pagarne il dazio elettorale.

Cuffaro è un medico molto furbo e, a differenza di molti suoi colleghi del Nord, ha il tecnico giusto per le mani - Massinelli - e uno strumento perfetto a disposizione: i consigli della Rossini. Così nel 2003 affida quel contratto da 655 milioni ai giapponesi di Nomura, i cui consulenti sono chi? Ma è ovvio, Massinelli e Reina jr. "Quella dei crediti sanitari siciliani è una delle poche cartolarizzazioni che è stata un affare anche per le casse pubbliche", spiega un bnachiere che chiede di restare anonimo per ovvie ragioni. In effetti, pare pensarla così anche la Procura di Palermo, che sul tema "derivati" è ferma inchiodata.

E forse è d'accordo anche quella di Milano, che altrimenti avrebbe contestato ai due "golden boy" della Rossini quantomeno la truffa, come avvenuto per i derivati venduti alla Giunta Albertini. Ma se non c'è l'evidenza del danno, difficile ipotizzare la truffa. Forse è poco elegante che Massinelli sia stato contemporaneamente consulente del venditore Nomura e del compratore Regione, ma questo non è un problema suo. Semmai, dimostra una volta di più l'impreparazione dei pubblici amministratori nel maneggiare i soldi di tutti.

A Torino, altra città dove Comune e Regione sono seduti su una bomba a orologeria confezionata da Merrill Lynch, la Procura ha già archiviato tutto sulla base della considerazione che finchè non emerge il danno, è impossibile contestare la truffa. Un'impostazione di apprezzabile garantismo, ma che forse sconta una scarsa comprensione dei meccanismi di continua rinegoziazione degli swap: frutto di ottime commissioni bancarie per chi rimodula il debito, ma anche garanzia di spostamento della polvere sotto il tappeto fino al 2034, o giù di lì.

A Palermo, nel 2003, le cose invece filano tutte lisce: Nomura piazza il colpo, la Regione chiude una mezza voragine finanziaria, la Rossini sta in mezzo e si becca una provvigione da otto milioni e fischia. Massinelli e Reina la incassano estero su estero da Nomura, come è uso fare in questi casi.

A questo punto c'è da rispondere a una domanda: che c'entrano quegli impiccioni della Guardia di Finanza di Milano, diretti dal pm Robledo? Ebbene, la colpa del non lieto fine è di quest'amore dei siciliani per bene per la capitale finanziaria italiana. Anche Massinelli e Reina mettono la sede della Rossini all'ombra della Madonnina per qualche mese. E questo basta a radicare la competenza della magistratura milanese. Il resto lo fa la crisi internazionale delle banche d'affari. Tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, tutte le banche licenziano in massa i loro "venditori".

Il mercato delle Pubbliche amministrazioni italiane è già stato ampiamente spremuto, qualche fattaccio è venuto fuori grazie a Report, su Rai3, e allora si chiudono in fretta i "desk" che avevano base a Londra, ma operatività concreta da Palermo a Bolzano. Non tutti ci stanno ed è così che Robledo ha la fila di ex banchieri "stranieri" davanti alla porta, pronti a spiegare che è successo davvero negli anni della finanza spericolata.

Poco prima di Natale, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, la Procura di Milano avrebbe spedito una rogatoria in Svizzera per sapere dai colleghi elvetici se per caso Massinelli e Reina avessero conti bancari segreti. Lo vogliono scoprire per vedere se per caso hanno retrocesso parte dei loro compensi non solo ai top manager di Nomura che hanno dato loro la consulenza (succede spesso, nel settore) , ma soprattutto per controllare che neppure un euro sia finito a pubblici amministratori siciliani.

La rogatoria indica il reato di "corruzione contro ignoti", una bizzarria che vi spiegheremo domani.

 

 
[03-08-2009]

 

 

 

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – L’APPELLO RETORICO DEL PM INGROIA: “SULLE STRAGI CHI SA ORA PARLI” – “RIINA? L´INVITO A GUARDARSI DENTRO NON È RIVOLTO A NOI” – “IL GOVERNO CAMBI LA LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI E RIAPRA PER I MAFIOSI PIANOSA E L’ASINARA”…

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

Nell´estate di diciassette anni fa era uno di quei «giudici ragazzini» al fianco di Paolo Borsellino, a Marsala. Oggi è il procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo che indaga sulla trattativa intorno alla quale Paolo Borsellino probabilmente è morto. Antonio Ingroia parla della svolta nelle inchieste sulle stragi.

«I miei colleghi di Caltanissetta stanno procedendo con grande rigore, in questi mesi stanno affiorando tanti particolari che possono fare finalmente luce su misteri durati troppo a lungo». Parla del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che «rileggerà» tutte le carte sui massacri siciliani: «E´ un segnale di attenzione molto importante».

Parla di Totò Riina e della sua improvvisa voglia di verità: «Io non credo che lui abbia voluto inviare un messaggio a noi magistrati, ma credo che lo abbia voluto mandare a qualcun altro».

In quest´intervista a Repubblica, Ingroia lancia un appello: «Chi sa parli: questo è il momento giusto per raccontare tutto su quello che è avvenuto fra il maggio e il luglio del 1992».

Procuratore Ingroia, pensa davvero che questa volta siamo a una svolta sulle stragi siciliane?
«Credo di sì. E nelle ultime settimane, anche qui a Palermo, sono venuti fuori particolari estremamente interessanti. E´ decisivo che chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori le istituzioni, si faccia avanti. Anche se sono ricordi lontani. Magari per alcuni di loro possono sembrare insignificanti, ma per noi magistrati che indaghiamo e che abbiamo raccolto nuovi elementi, anche quei particolari potrebbero esserci molto utili. E´ il momento giusto per riferirli».

Come ha fatto l´ex presidente della Camera e dell´Antimafia Luciano Violante...
«Non posso aggiungere niente alla testimonianza di Violante, però è evidente che certi ricordi assumono nelle nostre indagini significati importanti anche dopo tanto tempo. Mi riferisco anche a quello che potrebbero dire uomini di Cosa Nostra, i collaboratori di giustizia che tanti anni fa hanno riferito molti fatti e forse non altri perché li avevano giudicati ininfluenti».

Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ha deciso di ascoltare il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e in pratica di indagare sugli 007: lei, cosa ne pensa?
«E´ un segnale importante, come quello che è venuto qualche giorno fa dalla commissione parlamentare antimafia che ha deciso di avviare un´inchiesta sulle stragi a cavallo fra il 1992 e il 1993. E´ da molti anni che i familiari delle vittime delle stragi, penso per esempio a Rita Borsellino, chiedevano quest´attenzione. Ma poi devono seguire i fatti. L´attività del comitato non dovrà certo sovrapporsi alle inchieste della magistratura - ma sono sicuro che non avverrà - e dovrà servire da stimolo nei confronti di altri istituzioni».

E´ evidente che lei, procuratore, sta pensando al Palazzo, alla politica.
«Alla politica come legislatore e alla politica come amministrazione. E´ il momento questo anche di fornire il massimo di strumenti operativi e legislativi per potere andare avanti per svelare le zone rimaste al buio».

Cosa dovrebbe fare la politica, secondo lei, per arrivare a scoprire altri pezzi di verità su quello che è accaduto nel 1992 in Sicilia?
«Voglio fare un paio di esempi. Nel 1982 fu approvata la legge Rognoni La Torre e, subito dopo, produsse collaborazioni di mafiosi come quella di Tommaso Buscetta. E poi ci fu il maxi processo di Palermo. In tempi più recenti, la legislazione post stragista del 1992 produsse risultati straordinari nella repressione contro Cosa Nostra. Ora, siccome da qualche anno la legislazione antimafia è stata caratterizzata da segnali negativi, in una fase delicata come questa bisognerebbe cambiare rotta».

Come, procuratore? Faccia esempi precisi.
«Ripensare alla soglia di sbarramento dei tempi sull´acquisizione dei tabulati telefonici. E poi c´è da riflettere anche su un segnale equivoco nei confronti della criminalità organizzata: la stretta sulle intercettazioni telefoniche e ambientali previste dall´ultimo disegno di legge. E si dovrebbe rivedere quella norma sui collaboratori di giustizia che devono raccontare una vita intera entro sei mesi di tempo. Se lo Stato vuole fare sul serio contro la criminalità mafiosa, oggi dovrebbe riaprire anche le carceri di Pianosa e dell´Asinara».

Parliamo dell´"uscita" a sorpresa di Totò Riina: che cosa avrà mai voluto dire il capo dei capi con quell´invito allo Stato "di guardarsi dentro"?
«Rimango convinto di quello che ho pensato fin dal primo momento. Totò Riina non era tanto interessato a spedire un messaggio ai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi o a quelli di Palermo che indagano sulla trattativa fra Mafia e pezzi dello Stato: Totò Riina lo voleva mandare ad altri. Ci sarà tempo per decifrare anche quelle parole»

 

 
[03-08-2009]

 

 

 

NON SOLO COSA NOSTRA – COSA C’È DIETRO L’INEDITA LOQUACITÀ DEGLI EREDI DEI BOSS (RIINA, PROVENZANO, CIANCIMINO)? - IL CAPO DEI CAPI DEFINISCE UN ERRORE LA STAGIONE DELLE STRAGI, DANDO LA COLPA ALLO STATO E LIBERANDOSI DALLE RESPONSABILITÀ…

Lirio Abbate per "L'espresso"


Certo, è un po' singolare la pazza voglia di comunicare venuta negli ultimi tempi ai boss di Cosa nostra, dopo il silenzio omertoso che li ha avvolti per mezzo secolo. Eppure eccoli qui, che lanciano messaggi. Quasi mai attraverso i verbali di interrogatorio dei magistrati, quasi sempre utilizzando i giornali. E la stranezza di questa nuova forma di comunicazione preoccupa parecchio gli inquirenti, perché sembra rappresentare una nuova strategia d'attacco e arriva in un momento cruciale nelle indagini condotte a Caltanissetta sulle stragi del 1992 e a Palermo sulla presunta trattativa fra mafia e Stato dopo l'attentato mortale a Giovanni Falcone.

Nell'ultimo periodo, poi, anche gli eredi dei principali mafiosi corleonesi si sono pubblicamente affacciati con inaspettate interviste ai giornali. Prima lo hanno fatto i figli di Bernardo Provenzano, Angelo e Francesco Paolo, parlando nel dicembre scorso delle stragi avvenute in Sicilia nel 1992 e dicendo che "i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato".

Poche settimane dopo ha esternato la figlia di Totò Riina, Maria Concetta, parlando di papà e - anche lei- delle stragi del '92: "Per me mio padre è stato un parafulmine per tante situazioni. Faceva comodo a molti dire che tutte quelle cose le aveva fatte Totò Riina. Tutti sanno benissimo comunque che qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui non sarebbe andato più di là, oltre. Non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno. A lui hanno chiesto tante volte in maniera esplicita di pentirsi, ma il suo è sempre stato un no tassativo".

A queste due uscite si potrebbe aggiungere anche quella di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito (il sindaco democristiano e mafioso di Palermo, l'amico fidato di Provenzano, il collegamento fra i corleonesi e la politica, morto nel 2002). La posizione di Ciancimino junior però è un po' diversa da quella dei figli di Provenzano e Riina: lui infatti sta anche riempiendo migliaia di pagine di verbali davanti ai pm di diverse procure. Comunque, sugli attentati a Falcone e Borsellino il figlio di Ciancimino ha detto: "Mio padre era convinto che la mafia avesse fornito solo la manovalanza delle stragi del 1992. Lui infatti sosteneva che le stragi avessero una matrice diversa".

Se si mettono in fila questi cognomi - Provenzano, Riina e Ciancimino - viene difficile pensare che parlino tutti e tre pubblicamente e contemporaneamente soltanto per una coincidenza. C'è più probabilmente da chiedersi cosa sta accadendo in Cosa nostra, e quale sia l'attuale strategia di Totò Riina. Uno che in passato i cronisti li faceva semplicemente ammazzare, perché per lui rappresentavano un intralcio. Adesso invece approfitta dei giornali per parlare al suo popolo e lanciare messaggi ai mafiosi, a dispetto del carcere duro (in regime di 41 bis) che gli dovrebbe impedire ogni contatto con l'esterno.

La 'vecchia belva' corleonese, sepolta da decine di ergastoli, ha invece scaldato l'estate con frasi e ipotesi avvelenate attraverso il suo portavoce-avvocato, Luca Cianferoni. Così ha ammesso per la prima volta - quasi con indifferenza - di essere il capo di Cosa nostra. Ma ha soprattutto negato di avere avuto un ruolo nella strage di via D'Amelio, sostenendo che "Borsellino lo hanno ammazzato loro".

Rifiutando così tardivamente la paternità di quelle bombe - senza offrire però alcuna collaborazione alla Procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi - Riina sembra aver mandato un messaggio al popolo di Cosa nostra, per far intendere che la stagione stragista è stata un errore, avendo avuto come conseguenza troppe inchieste giudiziarie che hanno portato a condanne e sequestri di beni.

Insomma, quasi un modo per 'scusarsi' con i propri uomini per i danni che ha provocato con le sue decisioni stragiste, ma anche una maniera per tentare di riconquistare i boss, facendo credere che lui, il capo di Cosa nostra, in quella strategia sbagliata non avrebbe responsabilità.

Un modo per passare al contrattacco, riprendendo pubblicamente le redini dell'organizzazione e intestandosi una campagna mediatica che potrebbe portare alla richiesta di revisione del processo per le stragi. Gli attentati del '92 del resto hanno trascinato nella devastazione, da un punto di vista giudiziario, moltissimi uomini d'onore.

Tra l'altro, le dichiarazioni di Riina pubblicate dai giornali sono coincise con le uscite di diversi politici, ad alcuni dei quali sembra essere tornata all'improvviso la memoria su quel periodo in cui forse ci fu una trattativa fra mafia e Stato. L'ex ministro degli Interni Nicola Mancino ha in qualche modo confermato che qualcosa di simile a una trattativa ci fu, o ancora, che in qualche modo la mafia si fece avanti dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.

E l'ex presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante, ha raccontato che 17 anni fa l'allora vice comandante del Ros, Mario Mori, gli aveva chiesto di incontrare Vito Ciancimino. Il quale, per avviare la trattativa con lo Stato, avrebbe a quanto pare desiderato la garanzia politica dell'allora presidente della commissione Antimafia, preferito ad altri.

In ogni caso, le pubbliche dichiarazioni di Riina hanno portato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, con i pm Gozzo, Marino e Luciani, a interrogare il capo di Cosa nostra, il quale non ha fornito alcun cenno di collaborazione. Ha invece fatto discorsi sibillini, a cominciare dal suo arresto, sostenendo che l'ex mafioso Balduccio Di Maggio non avrebbe avuto un ruolo determinante. E ha fatto capire di non temere nemmeno le nuove rivelazioni del boss Gaspare Spatuzza, le cui dichiarazioni hanno fatto riaprire le indagini su Capaci e via D'Amelio.

In più, dai discorsi di Riina emerge in filigrana anche una possibile spaccatura nei corleonesi: infatti dalla cella Riina cita alcuni boss (tutti suoi amici) vittime secondo lui della giustizia; ma non parla mai di Bernardo Provenzano. Forse perché la trattativa che lo 'zio Bino' doveva condurre dopo la cattura di Riina non è mai andata a buon fine?

Quello che è certo è che attraverso le dichiarazioni ai giornali ora Cosa nostra sta tentando di riaprire una delle pagine più misteriose e oscure della storia repubblicana, quella che va dal 1992 al 1994: un periodo di fortissima instabilità, in cui l'Italia è andata vicinissima alla bancarotta, mentre a Milano la Procura stava indagando su Tangentopoli (con conseguenze devastanti sulla Prima Repubblica) e mentre l'allora numero uno di Publitalia, Marcello Dell'Utri, che dieci anni dopo sarebbe stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, veniva incaricato di tessere la tela per la nascita di un nuovo soggetto politico, Forza Italia.

In mezzo, le stragi che hanno portato alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'estate del '92, ma anche, un anno dopo, la bomba di via Palestro a Milano e quella di piazza San Giovanni a Roma. Il tutto mentre i corleonesi, come è emerso da un foglio trovato fra le carte di Vito Ciancimino, chiedevano a Berlusconi di "mettere a disposizione una delle sue reti televisive".

 
[31-07-2009]

 

 

NON SOLO COSA NOSTRA – COSA C’È DIETRO L’INEDITA LOQUACITÀ DEGLI EREDI DEI BOSS (RIINA, PROVENZANO, CIANCIMINO)? - IL CAPO DEI CAPI DEFINISCE UN ERRORE LA STAGIONE DELLE STRAGI, DANDO LA COLPA ALLO STATO E LIBERANDOSI DALLE RESPONSABILITÀ…

Lirio Abbate per "L'espresso"


Certo, è un po' singolare la pazza voglia di comunicare venuta negli ultimi tempi ai boss di Cosa nostra, dopo il silenzio omertoso che li ha avvolti per mezzo secolo. Eppure eccoli qui, che lanciano messaggi. Quasi mai attraverso i verbali di interrogatorio dei magistrati, quasi sempre utilizzando i giornali. E la stranezza di questa nuova forma di comunicazione preoccupa parecchio gli inquirenti, perché sembra rappresentare una nuova strategia d'attacco e arriva in un momento cruciale nelle indagini condotte a Caltanissetta sulle stragi del 1992 e a Palermo sulla presunta trattativa fra mafia e Stato dopo l'attentato mortale a Giovanni Falcone.

Nell'ultimo periodo, poi, anche gli eredi dei principali mafiosi corleonesi si sono pubblicamente affacciati con inaspettate interviste ai giornali. Prima lo hanno fatto i figli di Bernardo Provenzano, Angelo e Francesco Paolo, parlando nel dicembre scorso delle stragi avvenute in Sicilia nel 1992 e dicendo che "i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato".

Poche settimane dopo ha esternato la figlia di Totò Riina, Maria Concetta, parlando di papà e - anche lei- delle stragi del '92: "Per me mio padre è stato un parafulmine per tante situazioni. Faceva comodo a molti dire che tutte quelle cose le aveva fatte Totò Riina. Tutti sanno benissimo comunque che qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui non sarebbe andato più di là, oltre. Non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno. A lui hanno chiesto tante volte in maniera esplicita di pentirsi, ma il suo è sempre stato un no tassativo".

A queste due uscite si potrebbe aggiungere anche quella di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito (il sindaco democristiano e mafioso di Palermo, l'amico fidato di Provenzano, il collegamento fra i corleonesi e la politica, morto nel 2002). La posizione di Ciancimino junior però è un po' diversa da quella dei figli di Provenzano e Riina: lui infatti sta anche riempiendo migliaia di pagine di verbali davanti ai pm di diverse procure. Comunque, sugli attentati a Falcone e Borsellino il figlio di Ciancimino ha detto: "Mio padre era convinto che la mafia avesse fornito solo la manovalanza delle stragi del 1992. Lui infatti sosteneva che le stragi avessero una matrice diversa".

Se si mettono in fila questi cognomi - Provenzano, Riina e Ciancimino - viene difficile pensare che parlino tutti e tre pubblicamente e contemporaneamente soltanto per una coincidenza. C'è più probabilmente da chiedersi cosa sta accadendo in Cosa nostra, e quale sia l'attuale strategia di Totò Riina. Uno che in passato i cronisti li faceva semplicemente ammazzare, perché per lui rappresentavano un intralcio. Adesso invece approfitta dei giornali per parlare al suo popolo e lanciare messaggi ai mafiosi, a dispetto del carcere duro (in regime di 41 bis) che gli dovrebbe impedire ogni contatto con l'esterno.

La 'vecchia belva' corleonese, sepolta da decine di ergastoli, ha invece scaldato l'estate con frasi e ipotesi avvelenate attraverso il suo portavoce-avvocato, Luca Cianferoni. Così ha ammesso per la prima volta - quasi con indifferenza - di essere il capo di Cosa nostra. Ma ha soprattutto negato di avere avuto un ruolo nella strage di via D'Amelio, sostenendo che "Borsellino lo hanno ammazzato loro".

Rifiutando così tardivamente la paternità di quelle bombe - senza offrire però alcuna collaborazione alla Procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi - Riina sembra aver mandato un messaggio al popolo di Cosa nostra, per far intendere che la stagione stragista è stata un errore, avendo avuto come conseguenza troppe inchieste giudiziarie che hanno portato a condanne e sequestri di beni.

Insomma, quasi un modo per 'scusarsi' con i propri uomini per i danni che ha provocato con le sue decisioni stragiste, ma anche una maniera per tentare di riconquistare i boss, facendo credere che lui, il capo di Cosa nostra, in quella strategia sbagliata non avrebbe responsabilità.

Un modo per passare al contrattacco, riprendendo pubblicamente le redini dell'organizzazione e intestandosi una campagna mediatica che potrebbe portare alla richiesta di revisione del processo per le stragi. Gli attentati del '92 del resto hanno trascinato nella devastazione, da un punto di vista giudiziario, moltissimi uomini d'onore.

Tra l'altro, le dichiarazioni di Riina pubblicate dai giornali sono coincise con le uscite di diversi politici, ad alcuni dei quali sembra essere tornata all'improvviso la memoria su quel periodo in cui forse ci fu una trattativa fra mafia e Stato. L'ex ministro degli Interni Nicola Mancino ha in qualche modo confermato che qualcosa di simile a una trattativa ci fu, o ancora, che in qualche modo la mafia si fece avanti dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.

E l'ex presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante, ha raccontato che 17 anni fa l'allora vice comandante del Ros, Mario Mori, gli aveva chiesto di incontrare Vito Ciancimino. Il quale, per avviare la trattativa con lo Stato, avrebbe a quanto pare desiderato la garanzia politica dell'allora presidente della commissione Antimafia, preferito ad altri.

In ogni caso, le pubbliche dichiarazioni di Riina hanno portato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, con i pm Gozzo, Marino e Luciani, a interrogare il capo di Cosa nostra, il quale non ha fornito alcun cenno di collaborazione. Ha invece fatto discorsi sibillini, a cominciare dal suo arresto, sostenendo che l'ex mafioso Balduccio Di Maggio non avrebbe avuto un ruolo determinante. E ha fatto capire di non temere nemmeno le nuove rivelazioni del boss Gaspare Spatuzza, le cui dichiarazioni hanno fatto riaprire le indagini su Capaci e via D'Amelio.

In più, dai discorsi di Riina emerge in filigrana anche una possibile spaccatura nei corleonesi: infatti dalla cella Riina cita alcuni boss (tutti suoi amici) vittime secondo lui della giustizia; ma non parla mai di Bernardo Provenzano. Forse perché la trattativa che lo 'zio Bino' doveva condurre dopo la cattura di Riina non è mai andata a buon fine?

Quello che è certo è che attraverso le dichiarazioni ai giornali ora Cosa nostra sta tentando di riaprire una delle pagine più misteriose e oscure della storia repubblicana, quella che va dal 1992 al 1994: un periodo di fortissima instabilità, in cui l'Italia è andata vicinissima alla bancarotta, mentre a Milano la Procura stava indagando su Tangentopoli (con conseguenze devastanti sulla Prima Repubblica) e mentre l'allora numero uno di Publitalia, Marcello Dell'Utri, che dieci anni dopo sarebbe stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, veniva incaricato di tessere la tela per la nascita di un nuovo soggetto politico, Forza Italia.

In mezzo, le stragi che hanno portato alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'estate del '92, ma anche, un anno dopo, la bomba di via Palestro a Milano e quella di piazza San Giovanni a Roma. Il tutto mentre i corleonesi, come è emerso da un foglio trovato fra le carte di Vito Ciancimino, chiedevano a Berlusconi di "mettere a disposizione una delle sue reti televisive".

 
[31-07-2009]

 

 

“ULTIMO” STADIO – IL CARABINIERE CHE ARRESTÒ RIINA FURIOSO CONTRO BOLZONI (VECCHIA RUGGINE TRA I DUE): "DA “REPUBBLICA” “TERRORISMO GIORNALISTICO” CHE RIABILITA E LEGITTIMA IL CAPO DEI CAPI" – “LORO TRATTANO PERSINO COI TALEBANI, IO NO”…

Ultimo (alias Sergio De Caprio, colonnello dei Carbinieri) da "Libero"


Le velenose insinuazioni e le offese che Attilio Bolzoni propala dal quotidiano "La Repubblica" contro le Istituzioni e contro valorosi servitori dello Stato sono l'ultima operazione di terrorismo giornalistico che lo contraddistingue da tempo come zelante scrivano al servizio del suggeritore e della lobby editoriale o giudiziaria di turno. Questa volta siamo di fronte ad una ignobile manovra eversiva il cui risultato più immediato è la riabilitazione e la legittimazione di un criminale del calibro di Riina Salvatore e dello stragismo corleonese.

Ancora una volta, dopo un decennio di articoli falsi, dopo un processo pubblico e una chiara sentenza di assoluzione, Attilio Bolzoni infanga la trasparenza e l'efficacia dell'operazione con cui è stato catturato Riina e le azioni collegate e successive. È necessario che i giovani e i cittadini onesti sappiano che la lotta contro Cosa Nostra è un patrimonio del popolo e non lo scettro di potere e di privilegio di elite giornalistico-giudiziarie settarie e di parte, forse infiltrate da Cosa Nostra.

Diffidate di questa antimafia salottiera e settaria, abbiate fiducia nello Stato e nei suoi servitori che con coraggio, mentre tutti rimanevano inermi e indifferenti, hanno affrontato, scovato e scardinato Riina Salvatore e i suoi Corleonesi, senza patti e senza ricatti.

L'unica trattativa che io conosca, perché ammessa pubblicamente, è quella tentata dal quotidiano La Repubblica con i Talebani del latitante Osama Bin Laden per la liberazione di un giornalista italiano. Evidentemente quella della trattativa è la loro cultura. Non la mia. Vergogna! Onore a tutti i combattenti caduti contro la mafia.

 

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – ECCO COME FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO: I “SUGGERIMENTI” DI UN POLIZIOTTO SUL PRIMO VERBALE “ANOMALO” DI SCARANTINO CHE HA PORTATO ALLE CONDANNE PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO…

COSÌ FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO...
Lirio Abbate per "La Stampa"

Sembra la bozza di un racconto di mafia, con note a margine e annotazioni in cui si riportano nomi veri di boss e gregari coinvolti nella strage di via d'Amelio. Invece, è il primo verbale d'interrogatorio - da collaboratore di giustizia - di Vincenzo Scarantino, l'uomo sulle cui dichiarazioni si è basata gran parte dell'inchiesta, e poi le sentenze di condanna, per l'uccisione di Paolo Borsellino e di cinque agenti di polizia. Un pentito che è stato preso in considerazione solo dalla procura di Caltanissetta diretta all'epoca da Giovanni Tinebra.

E' formato da 52 pagine di trascrizione, questo primo interrogatorio da pentito, a cui viene sottoposto l'uomo che si accusò di aver rubato l'auto imbottita di tritolo e poi fatta esplodere in via d'Amelio 17 anni fa. Un fatto ora smentito dall'ex boss Gaspare Spatuzza, che ha fornito ai pm precisi riscontri, distruggendo così, definitivamente, l'attendibilità di Scarantino.

Un verbale anomalo, su carta intestata del «ministero dell'Interno-Dipartimento della pubblica sicurezza», in cui non vengono citati, come è invece solito fare, i nomi delle persone presenti all'atto, che inizia così: «Il giorno 24 del mese di giugno 1994 alle ore 21,00, si procede all'interrogatorio di Scarantino Vincenzo, del presente verbale sarà fatta anche una registrazione sommaria di tutto quello che verrà riferito dall'indagato». E' il giorno in cui dice di pentirsi il teste-fasullo di via d'Amelio. Attorno al quale ruotano adesso alcune inchieste della Dda di Caltanissetta che vuole fare luce, non solo sulla vera natura della strage, ma su eventuali depistaggi.

Le annotazioni scritte a mano non sono di Scarantino, ma di un poliziotto. Il dato è stato accertato dalla procura di Caltanissetta, guidata oggi da Sergio Lari, che ha avviato nuove indagini sugli attentati del 1992, in cui emergerebbero depistaggi condotti da investigatori, che sarebbero indagati. Il documento in cui parla per la prima volta Scarantino è al vaglio del pool di magistrati nisseni (Gozzo, Bertone, Marino e Luciani).

Su questo verbale, scarabocchiato, con appunti e annotazioni che fanno cambiare versione, che aggiungono nomi e circostanze, la Corte d'assise di Caltanissetta ha basato la sentenza di condanna nel processo denominato «Borsellino bis».

I giudici, nella sentenza scrivono: «Il ritrovamento di atti processuali con appunti a margine scritti con stile e contenuti sicuramente non riconducibili allo Scarantino rende credibile ciò che già aveva detto la moglie Basile Rosalia, nel corso del primo dibattimento per la strage di via D'Amelio, e cioè che si era apprestata una attività di studio ed il marito veniva istruito in merito alle dichiarazioni da rendere, cosa questa che ha reso superfluo l'esame dei presunti compilatori degli appunti e degli "assistenti" allo studio di Scarantino. Ciò, evidentemente, non consente di imputare l'appianamento di molte contraddizioni ad un migliore ricordo, ma piuttosto alla suddetta attività di studio finalizzata all'aggiustamento di contraddizioni ed incongruenze, per cui non può farsi pieno affidamento sulla attendibilità complessiva delle dichiarazioni dibattimentali di Scarantino».

Insomma, i giudici, accogliendo agli atti questo verbale scarabocchiato, si accorgono che alcuni «assistenti» lo hanno istruito per impostare le dichiarazioni, ma nulla accade. Sarà lo stesso Scarantino, nel 1998, dopo questa sentenza, a rivelare ai giudici d'appello che «quelle annotazioni gliele avevano consegnate», in modo da ripassare la versione dei fatti.

Il pentito, prima di ritrattare queste affermazioni, dice alla Corte che «tutto gli era stato confezionato». Un ispettore di polizia, che dal 1994 al 1995 si occupava della tutela di Scarantino a Imperia, conferma che quelle annotazioni le ha scritte lui sul verbale. Dice: «Io trascrivevo quello che lui mi diceva. Facevo lo scrivano». Poi aggiunge: «Ho scritto quegli appunti su richiesta di Scarantino che aveva difficoltà a leggere i verbali. Mi chiese anche delucidazioni su alcuni punti degli interrogatori e io gli risposi che per questo doveva rivolgersi al suo legale».

Nelle annotazioni vengono riportati appunti su «riunioni in cui mancano nomi», ne vengono scritti altri a margine, o ricostruiti incontri con boss che sono diversi da come appaiono nella trascrizione, e per questo motivo, oltre all'annotazione, il paragrafo è evidenziato con grandi punti interrogativi. Vengono «aggiustati» orari e numero di persone che partecipavano ai summit.

Insomma, un verbale dall'apparenza «taroccato» in cui qualcuno potrebbe aver messo le mani - forse per una ragion di Stato - per suggerire al teste-fasullo la lezione da ripetere davanti ai giudici. Un'ipotesi sulla quale adesso indagano i magistrati nisseni.

 

 
[30-07-2009]

BARI OPPORTUNITÀ – STAVOLTA RIDE PAPI: I CARABINIERI ACQUSISCONO I BILANCI DEI PARTITI DI CENTROSINISTRA IN PUGLIA – L’INCHIESTA DEL PM DESIRÈ DIGERONIMO AVREBBE 15 INDAGATI PER CORRUZIONE, FALSO, TRUFFA E PERSINO ASSOCIAZIONE MAFIOSA. SPICCA IL NOME DEL SEN. TEDESCO…

(Ansa) - I bilanci dei partiti politici del centrosinistra della Regione Puglia vengono acquisiti dai carabinieri a Bari nell'ambito dell'indagine del pm Desire' Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario.
A quanto e' dato sapere, le acquisizioni vengono fatte nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Liberta', e Lista Emiliano.

Gli accertamenti disposti dal magistrato, che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano l'ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento al periodo compreso dal 2005 ad oggi, comprese le ultime elezioni al Comune di Bari.

Nell'inchiesta del pm Desire' Digeronimo e' finora indagata una quindicina di persone tra cui l'ex assessore regionale alla Sanita' Alberto Tedesco, ora senatore. Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l'aggravante di aver favorito un'associazione mafiosa.

 

 
[30-07-2009]

 

 
[27-07-2009]

ANNI '80, UN PAESE ALLO SBANDO DI TERRORISMI - A SETTEMBRE UN LIBRO-BOMBA del pm Pennisi ripercorre i misteri di Sigonella - "Se l’Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi"...

guido ruotolo per La Stampa

La telefonata, allora non esistevano i cellulari, gli arrivò a casa, alle due di notte: «Dottore, deve venire. E' atterrato un aereo...». Roberto Pennisi era il sostituto procuratore di turno, a Siracusa. Si vestì, aspettò l'auto dei carabinieri e si mise in viaggio.

Un'ora per arrivare a Sigonella. Entrò nella base, vide l'aereo, i militari americani che circondavano il velivolo, i carabinieri che circondavano a loro volta i militari a stelle e strisce. E per ventiquattr'ore fu testimone e protagonista nello stesso tempo dell'epilogo della drammatica vicenda dell'Achille Lauro, con la consegna dei quattro terroristi palestinesi, autori del sequestro e dell'omicidio del cittadino americano Leon Klinghoffer, ebreo.

Va bene, sono passati ventiquattr'anni dal dirottamento della nave da crociera italiana. I quattro colpevoli hanno scontato la pena. Anche il capo del commando, Youssef Maged al Molky, ha lasciato l'Italia, il primo maggio scorso, destinazione Damasco (lui non voleva andarci, convinto che sarebbe stato eliminato). Ma ancora oggi, nell'immaginario collettivo, quella vicenda viene tramandata come l'esempio di un Paese che mostrò gli attributi, che, per la prima volta, non si piegò ai desiderata degli alleati americani.

Ancora adesso, e l'ultimo in ordine di tempo è stato Walter Veltroni, si ricorda lo «statista» Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che seppe dire no a Ronald Reagan. «Di cosa può andar fiera una nazione - si domanda oggi il magistrato - che prende per i fondelli se stessa?».

Un grande inganno. Roberto Pennisi e Alessandra Nardini hanno raccolto in un libro, che uscirà a settembre - «Il mistero di Sigonella» (Giuffrè editore) -, i fatti accaduti in quell'arco di tempo di ventiquattr'ore. La testimonianza di Pennisi propone un'altra storia, che sintetizza così: «In quelle ventiquattr'ore si consumò una doppia privazione della sovranità nazionale del nostro Paese, sia da parte degli alleati americani - la limitazione in quel caso la subimmo - che degli interlocutori arabo-palestinesi, e in quel caso l'accettammo. Sia chiaro, posso pure capirne le ragioni, ma non posso giustificarle».

Questa privazione di sovranità ha a che fare con l'autonomia e la competenza della magistratura penale per i fatti criminali, messe in discussione: «In quelle ventiquattr'ore - spiega Pennisi - il pm doveva applicare la legge. E solo parzialmente è riuscito a farlo. Doveva individuare i responsabili del reato e assicurarli alla giustizia. E ciò non è avvenuto, perché non è riuscito a impedire che qualcuno dei sospettati, munito di salvacondotto, lasciasse il nostro Paese».

Non solo, Pennisi avrebbe dovuto perseguire anche gli alleati americani, protagonisti di un dirottamento aereo, il velivolo egiziano doveva raggiungere Tunisi, dell'ingresso di un manipolo di militari, la Delta Force, in armi sul suolo italiano. E anche di sequestro di persona, i passeggeri del velivolo egiziano. Ma evidentemente non lo fece per motivi di opportunità: «Del resto, senza l'intervento americano come avremmo potuto arrestare i sequestratori?».

Abu Abbas in realtà non era il mediatore indicato dal leader dell'Olp Arafat per risolvere la «crisi», era il capo dell'organizzazione - che faceva riferimento allo stesso Arafat - del gruppo di terroristi che dirottò l'Achille Lauro. Allora, in quelle ventiquattr'ore, il pm Pennisi ebbe la consapevolezza che in quell'aereo egiziano poteva trovare le risposte a tanti «misteri», dal momento che «sin dall'inizio non quadrava un bel niente».

Dice Pennisi: «Comprendo le ragioni del governo, preoccupato a salvaguardare la sicurezza nazionale ma non le posso giustificare anche perché non fu pagante proprio dal punto di vista politico. Solo due mesi dopo Sigonella, la nostra sovranità nazionale fu nuovamente violata».

Era il 27 dicembre del 1985. Aeroporto di Fiumicino. Un commando di terroristi palestinesi, gruppo Abu Nidal, attacca le compagnie aeree israeliana (El Al) e americana (Twa). Bilancio: 13 morti e 80 feriti. «E' vero che si trattava di un'altra fazione palestinese - commenta Pennisi - ma ciò non toglie che ancora una volta la sovranità nazionale era stata tragicamente violata».

La suggestione è forte, e Pennisi accenna a un parallelismo con le antiche vicende palermitane tornate d'attualità in queste ore: «A questo punto che differenza c'è tra la trattativa con gli americani e i palestinesi e la trattativa con Cosa Nostra? Perché non si trattava anche con la mafia di evitare altre stragi?».

Naturalmente, la sua è un'osservazione paradossale. E però affonda la lama, Pennisi: «Se l'Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi. Nessuno avrebbe mai neppure immaginato di fare ciò che è successo a Sigonella in Paesi quali la Francia, l'Inghilterra, persino la Spagna. E non è stata forse violazione la mancata possibilità di applicare la legge?».

Diciamo la verità, quel che non ha mai mandato giù Pennisi è che alla fine è stato una comparsa, anzi è diventato un alibi della diplomazia italiana, di Bettino Craxi e Giulio Andreotti: «Vissi quella storia come un qualcosa che si è consumato sulla mia pelle di magistrato». Di tutta quella vicenda, cosa le rimane nella sua colonna sonora interiore: «Una frase che si legge nei Vangeli: "Il sangue di questo innocente ricada su di noi e sui nostri figli"».

LE TAPPE DELLA STORIA
7/10/1985
Il transatlantico italiano viene preso in ostaggio da un gruppo di terroristi palestinesi che si dichiara aderente all'Olp. I sequestratori minacciano di uccidere i passeggeri e rivendicano la liberazione di una cinquantina di compagni.

8/10/1985
Yasser Arafat, capo di al Fatah, e l'Olp si dichiarano non responsabili dell'accaduto. I terroristi chiedono di aprire una trattativa con gli ambasciatori: il ministro degli Esteri Andreotti e il presidente del Consiglio Craxi sono favorevoli, ma il presidente americano Reagan stoppa ogni apertura diplomatica.

9/10/1985
L'uccisione di Leon Klinghoffer, ostaggio usa di religione ebraica, spinge Reagan ad optare per l'azione violenta. Craxi è contrario. Abbas, membro di al Fatah e negoziatore di Arafat, ottiene la resa dei terroristi garantendo loro un salvacondotto.

10/10/1985
Reagan fa intercettare il velivolo e lo costringe ad atterrare a Sigonella. Le forze armate italiane vengono circondate dagli americani, a loro volta attorniati da un ingente numero di Carabinieri. Nella notte Reagan chiede la consegna dei terroristi, ma Craxi non accetta. I terroristi vengono assicurati alla giustizia italiana, mentre Abu Abbas, con il consenso del governo italiano, il 12 ottobre fugge a Belgrado.

 

 
[28-07-2009]

 

 

 

CAFè DE ‘NDRANGHETà – SEQUESTRATO IL BAR Più FAMOSO DELLA “DOLCE VITA” ROMANA: IL “CAFè DE PARIS” DI VIA VENETO – L’OPERAZIONE HA MESSO I SIGILLI A BENI DELLA MALAVITA PER OLTRE 200 MLN € - ERA TUTTO DELLA cosca degli Alvaro-Palamara di Sinopoli e Cosoleto…

Da "repubblica.it"

Il pezzo più pregiato della "Dolce Vita" di Roma, il "Cafè de Paris" di via Veneto, a pochi passi dall'Ambasciata americana a Roma, era finito nelle mani della cosca Alvaro della 'ndrangheta.

Il Tribunale di Reggio Calabria ha ordinato oggi ai carabinieri del Ros e alla Guardia di finanza di sequestrarlo insieme ad altri beni sempre nella capitale: società, attività commerciali, abitazioni e automobili di lusso per un valore complessivo di oltre 200 milioni di euro.

Traffico d'armi Reggio Calabria-Bologna. Sempre i giudici dell'antimafia di Reggio Calabria hanno ordinato il fermo di sei persone accusate di associazione mafiosa e traffico di armi. Si tratta di presunti affiliati alla cosca Bellocco di Rosarno.

Tre dei soggetti sono stati rintracciati in Calabria mentre gli altri si trovavano a Bologna. "La situazione era in continuo divenire, siamo dovuti intervenire d'urgenza", ha anticipato il dirigente della squadra mobile reggina, Renato Cortese.

Traffico di cocaina tra Lombardia e Calabria. E infine, operazione della Polizia contro il traffico di cocaina tra la Calabria e la Lombardia. Venti ordinanze di custodia cautelare contro residenti a Catanzaro e in provincia di Cosenza.

Un'ordinanza è stata eseguita a a Milano nei confronti di un calabrese residente nel capoluogo lombardo. Diciassette delle persone coinvolte nell'operazione erano libere, mentre tre erano già detenute ed hanno avuto notificato il provvedimento in carcere. Il reato contestato è associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

2 - GLI IMMOBILI DELLA COSCA ALVARO-PALAMARA...
Da www.nerinagatti.com" - è in corso a Roma un'operazione contro i patrimoni della 'ndrangheta. Sequestrati beni per oltre 200 milioni di euro. Tra questi il noto locale di Via Veneto, il "Cafè de Paris", simbolo della Doce Vita romana e altri esercizi commerciali come il noto bar California, vicino all'ambasciata Americana in via Bissolati e numerosi immobili di lusso, tutti riconducibili alla potente cosca degli Alvaro-Palamara di Sinopoli e Cosoleto, paesi dell'area tirrenica di Reggio Calabria.

Le operazioni sono state effettuate dal ROS dei Carabinieri, comandati dal generale Giampaolo Ganzer e dalla Guardia di Finanza, tutto coordinato dalla Dda reggina del procuratore Capo Giuseppe Pignatone.

 

 
[22-07-2009]

REALITY MAFIA - L’ARCHIVIO DI “DON VITO” SAREBBE BLOCCATO ALL’ESTERO PER PROBLEMI BUROCRATICI – CIANCIMINO JR. INDICA IL LUOGO E PROVA A SBLOCCARE LE PRATICHE: DAL “PAPELLO” A NASTRI REGISTRATI A UN ASSEGNO DI 35 MLN £ DEL CAV. PER IL PADRE – BLUFFA O NO?...

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

Il secondo «tesoro » di Vito Ciancimino - quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale - è custodito all'estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere.

Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l'ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre.

Su quel periodo, sui misteri ancora irrisolti, e sui cosiddetti «mandanti occulti», la commissione parlamentare antimafia ha deciso ieri di aprire un'inchiesta, di cui sarà relatore il presidente Beppe Pisanu.

Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l'accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l'archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati.

Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l'ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell'estate del '92. E ancora, la copia integrale della lettera - trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 - dove si parla di richieste all'«onorevole Berlusconi»;

forse le altre lettere provenienti da Bernardo Provenzano, di cui ha pure testimoniato il figlio dell'ex sindaco, e il misterioso assegno da 35 milioni firmato in anni lontani da Silvio Berlusconi in favore di Ciancimino sr, di cui Massimo discuteva con la sorella Luciana in una telefonata intercettata nel marzo 2004.

«Digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro... », diceva Massimo a Luciana che stava andando a una manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il premier. «Chi, il Berlusconi?», chiedeva lei ridendo. «Sì, ce l'abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva Massimo.

Luciana era incredula: «Ma che dici... Del Berlusca? ». E il fratello: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo...». Se il giovane Ciancimino dice la verità la riconsegna non avvenne, e quell'assegno è custodito all'estero insieme al papello e alle altre carte che sarebbero il riscontro ai suoi racconti sui contatti tra mafia e istituzioni avvenuti attraverso l'ex sindaco morto a fine 2002.

Nell'interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo.

Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell'altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no.

Poi, eventualmente, si potrà valutare l'effettiva importanza delle carte rimaste segrete per tutti questi anni. E interpretare meglio le ultime uscite intorno alle novità vere e presunte nelle inchieste sulle stragi di mafia. A cominciare da quelle di Totò Riina.

Il «capo dei capi» di Cosa Nostra sarà probabilmente interrogato nei prossimi giorni dai magistrati di Caltanissetta (titolari delle indagini sulle morti di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta trucidati con loro), che ritengono indirizzato a loro il «messaggio » mandato da Riina attraverso le dichiarazioni affidate al suo avvocato.

Ma secondo le interpretazioni che circolano nel palazzo di giustizia di Palermo, le frasi del capomafia avrebbero (anche) altri destinatari: gli «uomini d'onore», per ribadire che non ci sono vuoti di potere ma a comandare la mafia è ancora lui; e i nuovi, presunti, referenti politici di Cosa Nostra, subentrati ai vecchi dopo le stragi del 1992 e 1993.

Le dichiarazioni di Riina sono arrivate all'indomani della diffusione del frammento di lettera che secondo Ciancimino jr proveniva da Provenzano ed era diretta al premier tramite Marcello Dell'Utri (sul quale pesa una condanna di primo grado per concorso in associazione mafiosa; il processo d'appello è arrivate alle battute finali).

 

 
[22-07-2009]

LO SAPEVATE CHE ABBIAMO RISCHIATO UN GOLPE DELLA MAFIA?!? - IMMAGINATE: RIINA PRESIDENTE, PROVENZANO CAPO DEL GOVERNO, BUSCETTA AGLI INTERNI! - LE RIVELAZIONI CHOC DI ENZO SCOTTI: 1992, Andò a letto ministro dell’Interno e si svegliò ministro degli Esteri...

Guido Ruotolo per "La Stampa"

Andò a letto ministro dell'Interno e si svegliò ministro degli Esteri. Era il 29 giugno del 1992. Falcone era già stato fatto fuori, tre settimane dopo sarebbe toccato a Paolo Borsellino. Vincenzo Scotti, fino a quella notte aveva fatto coppia con il Guardasigilli dell'epoca, Claudio Martelli, nell'elaborare e produrre antimafia attiva (decreti, leggi, direttive). Erano mesi di morti ammazzati, di sospetti di tentativi golpisti e di strategie destabilizzanti.

Al suo posto fu indicato Nicola Mancino, che l'altro giorno ha ammesso che lo Stato respinse la trattativa con Cosa Nostra: «Trovo inconcepibile - dice adesso Scotti - l'idea di intavolare una trattativa con Cosa Nostra. E spero che non se ne sia fatto nulla. E poi, su cosa si sarebbe trattato?». Oggi Scotti è sottosegretario agli Esteri e di quella stagione offre una testimonianza importante, proprio nel giorno in cui la commissione antimafia decide di aprire un'inchiesta sulle stragi, indicando nell'ex ministro Pisanu il relatore.

Sottosegretario, dopo l'omicidio di Salvo Lima, siamo nel marzo di quel 1992, lei allertò i questori e inviò una informativa a tutti i prefetti. Temeva un attacco eversivo per destabilizzare le istituzioni?
«L'allora direttore del Dipartimento della Pubbica sicurezza, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, mi trasmise diversi rapporti che ipotizzavano un'azione destabilizzante delle istituzioni. Tra l'altro mi consegnò una informativa del Tribunale di Bologna che riassumeva una deposizione di un dichiarante, senza rivelarne l'identità, che aveva parlato di riunioni internazionali tenute in un'area della ex Jugoslavia, arrivando alla conclusione che avremmo dovuto fronteggiare iniziative mafiose e non solo».

Si riferisce alla "patacca" - così la definì il suo presidente del Consiglio dell'epoca, Giulio Andreotti - Elio Ciolini, un inossidabile depistatore?
«Ma io questo non lo sapevo. I dossier Parisi mi portarono ad allertare i questori e a inviare una informativa ai prefetti. Messaggi che trasmisi con codici cifrati. Il Corriere della sera sparò in prima pagina l'allerta. Si scatenò un putiferio, anche perché eravamo in campagna elettorale. E io chiesi, a quel punto, di riferire in Parlamento. Prima che arrivassi a palazzo Madama, un'agenzia di stampa rivelò l'identità di quel dichiarante, di Elio Ciolini. Ma l'allarme si poggiava anche su altra documentazione».

L'Antimafia di Scotti e Martelli. Perché lei venne fatto fuori dal Viminale?
«In quell'aprile del ‘92, io e Martelli cominciamo a lavorare riservatamente, con Falcone, a un testo con diverse norme, compresa l'istituzione del 41 bis. La candidatura di Giovanni Falcone a procuratore nazionale antimafia era evidente che sarebbe stata bocciata dal Csm. Mi resi conto che anche i componenti laici della Dc non lo avrebbero appoggiato. La nostra reazione, quella mia e di Martelli, fu un'ulteriore accelerazione dei provvedimenti antimafia.

Invio una direttiva alle forze di polizia dando priorità assoluta alla cattura dei latitanti mafiosi. A ciascuna forza di polizia viene assegnato un numero di latitanti da arrestare. Viene ucciso Falcone e a quel punto trasformiamo il pacchetto di norme, anche il 41 bis, in un decreto legge».

Le elezioni, il nuovo governo. Presidente del consiglio è Giuliano Amato. Lei però perde il posto al Viminale.
«E mi ritrovo alla Farnesina. La Dc sollevò la questione della compatibilità tra carica di governo e di partito. Io obiettai che proprio perché esposto sul fronte della lotta alla mafia, il ministro dell'Interno aveva bisogno di una copertura politica. Mi ritrovai, però, alla Farnesina e annunciai subito le mie dimissioni, che vennero congelate e poi accettate».

A distanza di tanti anni, fu solo Cosa Nostra a uccidere Falcone e Borsellino?
«Dopo Falcone, in Antimafia e in Parlamento dissi da ministro dell'Interno che le modalità della strage di Capaci erano molto inquietanti. Mi fermo qui, fiducioso che le indagini della magistratura possano finalmente chiarire la vera storia di quelle stragi».

 

 
[22-07-2009]

Violante sentito in Procura Palermo...
(ANSA) - L'ex presidente della Camera Luciano Violante e' negli uffici della Procura palermitana. Viene sentito dai magistrati nell'ambito dell'inchiesta sulla ipotesi di trattativa tra mafia e Stato che ci sarebbe stata nel '92.

 

 

GRILLO: "BORSELLINO SAPEVA DI FINIRE AMMAZZATO: MAFIA ESECUTRICE, STATO MANDANTE" - DOPO 17 ANNI DI SILENZIO TOTALE TOTÒ RIINA VUOTA IL SACCO: "L´HANNO AMMAZZATO LORO" - "TRATTATIVA FATTA DA CIANCIMINO PER CONTO SUO E PER I SUOI AFFARI E INSIEME AI CARABINIERI"

1 - BORSELLINO CHE SAPEVA DI ESSERE AMMAZZATO: MAFIA ESECUTRICE, STATO MANDANTE
Da www.beppegrillo.it

Paolo Borsellino era un giudice che sapeva di essere ammazzato. Sapeva che il tritolo veniva dal continente (come dicono i siciliani), sapeva che era di origine militare, sapeva che se la mafia era l'esecutrice, una parte dello Stato era il mandante. E' andato al macello insieme alla scorta.

Ogni domenica si recava a trovare sua madre in via D'Amelio. Davanti al cancello del condominio non c'era una transenna, un divieto qualunque che impedisse di parcheggiare un'autobomba. Bastava un vigile per salvarlo.

Il fetore delle istituzioni di allora, in gran parte quelle di adesso, sta emergendo dalle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, dalle denunce incessanti di quel piccolo grande uomo che è il fratello di Borsellino, Salvatore, dal processo a Marcello Dell'Utri in corso a Palermo.

I servizi segreti trattavano con la mafia, Totò Riina dettò le condizioni della pace tra Stato e mafia in un papello, una pace tra Stati conniventi. A ognuno il suo.

La verità verrà fuori, la luce della vita e della morte di Borsellino è troppo potente per impedirlo. Paolo Borsellino ha spiegato in una delle sue ultime interviste l'equivoco di fondo della politica italiana. Il politico colluso, amico, referente, compare di affari, testimone di nozze di un criminale non ha bisogno di una condanna per uscire dalla vita pubblica.

I partiti non devono "soltanto essere onesti, ma apparire onesti". E oggi abbiamo uno psiconano per presidente del Consiglio che proclama eroe Mangano, un mafioso che viveva a casa sua e portava a scuola i suoi figli e il fondatore di Forza Italia condannato in primo grado a nove anni per relazioni con la mafia...

Lezione di Paolo Borsellino, Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989:
"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso.

Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti...".

2 - DOPO DICIASSETTE ANNI DI SILENZIO TOTALE RIINA ESCE ALLO SCOPERTO: "L´HANNO AMMAZZATO LORO"
Attilio Bolzoni-Francesco Viviano per La Repubblica

Totò Riina, l´uomo delle stragi mafiose, per la prima volta parla delle stragi mafiose. Sull´uccisione di Paolo Borsellino dice: «L´ammazzarono loro». E poi - riferendosi agli uomini dello Stato - aggiunge: «Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi».

Dopo diciassette anni di silenzio totale il capo dei capi di Cosa Nostra esce allo scoperto. Riina lo fa ad appena due giorni dalla svolta delle indagini sui massacri siciliani - il patto fra cosche e servizi segreti che i magistrati della procura di Caltanissetta stanno esplorando. Ha incaricato il suo avvocato di far sapere all´esterno quale è il suo pensiero sugli attentati avvenuti in Sicilia nel 1992, su quelli avvenuti in Italia nel 1993.

Una mossa a sorpresa del vecchio Padrino di Corleone che non aveva mai aperto bocca su niente e nessuno fin dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio del 1993. Un´«uscita» clamorosa sull´affaire stragi, che da certi indizi non sembrano più solo di mafia ma anche di Stato.

Ecco quello che ci ha raccontato ieri sera l´avvocato Luca Cianferoni, fiorentino, da dodici anni legale di Totò Riina, da quando il più spietato mafioso della storia di Cosa Nostra è imputato non solo per Capaci e via Mariano D´Amelio, ma anche per le bombe di Firenze, Milano e Roma.

Avvocato, quali sono le esatte parole pronunciate da Totò Riina? Sono proprio queste: «L´ammazzarono loro»?
«Sì, sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina e l´ho trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle parole...L´ammazzarono loro...».

E poi, che altro ha le ha detto Totò Riina?
«Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha detto: "Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si pensi ad altro". Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda stragi».

Ma Totò Riina è stato condannato in Cassazione per l´omicidio di Borsellino, per l´omicidio di Falcone, per le stragi in Continente e per decine di altri delitti: che interesse ha a dire soltanto adesso quello che ha detto?
«Io mi limito a riportare le sue parole come mi ha chiesto. Mi ha ripetuto più volte: avvocato parlo sapendo bene che la mia situazione processuale nell´inchiesta Borsellino non cambierà, fra l´altro adesso c´è anche Gaspare Spatuzza che sta collaborando con i magistrati quindi...».

Le ha raccontato altro?
«Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l´ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza».

E poi, che altro le ha detto Totò Riina nel carcere di Opera?
«E´ tornato a parlare della vicenda Mancino, come aveva fatto nell´udienza del 24 gennaio 1998. Sempre al processo di Firenze, quel giorno Riina chiese alla Corte di chiedere a Mancino, ai tempi del suo arresto ministro dell´Interno, come fosse a conoscenza - una settimana prima - della sua cattura».

E questo cosa significa, avvocato?
«Significa che per lui sono invenzioni tutte quelle voci secondo le quali sarebbe stato venduto dall´altro boss di Corleone, Bernardo Provenzano. Come suo difensore, ho chiesto al processo di Firenze di sentire come testimone il senatore Mancino, ma la Corte ha respinto anche quest´altra istanza».

Le ha mai detto qualcosa, il suo cliente, sui servizi segreti?
«Spesso, molto spesso mi ha parlato della vicenda di quelli che stavano al castello Utvegio, su a Montepellegrino. Leggendo e rileggendo le carte processuali mi ha trasmesso le sue perplessità, mi ha detto che non ha mai capito perché, dopo l´esplosione dell´autobomba che ha ucciso il procuratore Borsellino, sia sparito tutto il traffico telefonico in entrata e in uscita da Castel Utvegio».

Insomma, Totò Riina in sostanza cosa pensa delle stragi?
«Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro anche voi».

 

 
[19-07-2009]

 

 

 

LETTERE DI PROVENZANO A DELL’UTRI – “UNO DEI FIGLI DI SILVIO DOVEVA ESSERE UCCISO, PER RICOR¬DARE “CERTI VANTAGGI AVUTI” DAL PADRE “IRRICONOSCENTE” - MA L’EX SINDACO MAFIOSO DI PALER¬MO VITO CIANCIMINO -MORTO A FINE 2002- INTERVEN¬NE PER FERMARE L’ATTENTATO…

Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera

La «lettera del mistero» - proveniente da Bernardo Provenzano, indi¬rizzata a Marcello Dell'Utri e destinata a Silvio Berlusconi - conteneva una minaccia al¬l'attuale presidente del Consi¬glio sventata da Vito Ciancimi¬no. Uno dei figli del premier doveva essere ucciso, per ricor¬dare «certi vantaggi avuti» dal padre «irriconoscente», ma l'ex sindaco mafioso di Paler¬mo morto a fine 2002 interven¬ne per fermare l'attentato.

Pa¬rola di Massimo Ciancimino, figlio di Vito e condannato in primo grado per riciclaggio, che fra tentennamenti, con¬traddizioni e timori di nuove imputazioni ha fornito questa versione finale (almeno per ora) ai pubblici ministeri che indagano sulle trattative tra Cosa Nostra e lo Stato nella sta¬gione delle stragi.

La lettera trovata nel 2005 tra le carte di Ciancimino se¬nior ed esaminata solo oggi, mutilata di una parte, fa riferi¬mento all'«onorevole Berlusco¬ni » e a un «triste evento» ai suoi danni. Ciancimino jr ha spiegato che la vittima desi¬gnata era un figlio di Berlusco¬ni, e che suo padre era invece favorevole a un richiamo me¬no drastico all'attuale pre¬mier; una «tastata di polso» che servisse a «scuoterlo».

«Usava l'espressione sicilia¬na 'bisogna andargli a toccare il polso', per instradare - ha raccontato al procuratore ag¬giunto di Palermo Ingroia e al sostituto Di Matteo in un inter¬rogatorio della scorsa settima¬na -... Poi i discorsi che dice¬vano che il soggetto era irrico¬noscente, si stava scordando di certe situazioni, di certi van¬taggi avuti, di certe robe va¬rie... 'Tutto dopo', diceva mio padre».

I pm chiedono a quale «soggetto» si riferisce e Cianci¬mino jr risponde: «Al dottor Berlusconi». I magistrati do¬mandano se fosse «irricono¬scente nei confronti di Cosa nostra» e lui frena: «Di perso¬naggi che si vede... Però non posso dire... Non so altro...». Dichiara esplicitamente di aver paura ad affrontare que¬sto argomento, il figlio del sin¬daco mafioso, che il giorno precedente era stato un po' più esplicito sulla provenien¬za della minaccia e sul ruolo svolto da suo padre.

«Sicura¬mente arrivava da Provenza¬no », dice della lettera ritrova¬ta; e Vito Ciancimino s'era spe¬so «per un cambio di atteggia¬mento... Si vantava di aver scongiurato un evento, perché diceva sempre 'mi dovrebbe¬ro dare una medaglia'».

La lettera ritrovata solo a me¬tà, in cui si ipotizza che Berlu¬sconi «vorrà mettere a disposi¬zione una delle sue reti televisi¬ve », per Ciancimino jr fu scrit¬ta dopo che suo padre entrò in carcere (a fine '92), perché lui andò a ritirarla a casa di Vito Li¬pari (altro condannato per ma¬fia, considerato il gestore dei patrimoni dei boss Riina e Pro¬venzano), alla presenza dello stesso Provenzano, la portò in prigione da suo padre, che la lesse senza fare commenti e gliela fece consegnare a un uo¬mo non ancora identificato.

Il destinatario era Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia tra il '93 e il '94 e oggi senatore del Popolo della libertà, condanna¬to in primo grado per concor¬so in associazione mafiosa. Da lui il messaggio sarebbe dovu¬to arrivare a Berlusconi.

Ieri quel pezzo di carta, in¬sieme ai due verbali di Massi¬mo Ciancimino, è stato porta¬to dall'accusa al processo d'ap¬pello contro Dell'Utri. La corte deciderà a settembre se accet¬tarlo e ascoltare il figlio dell'ex sindaco. Il quale ha rivelato di essere stato il «postino» di al¬meno altre due lettere prove¬nienti da Provenzano. Una, sempre diretta a Dell'Utri, con¬segnata «subito dopo» che Rii¬na aveva fatto recapitare il pa¬pello con le richieste allo Stato per far cessare le stragi di ma¬fia; un'altra destinata invece Ciancimino sr, ricevuta insie¬me a dei soldi, «circa 50 milio¬ni di lire».

Chi abbia materialmente scritto la lettera riferita al¬l' «onorevole Berlusconi» è an¬cora un mistero; Ciancimino jr dice di non saperlo (in un pri¬mo momento, mentendo, ave¬va detto che l'autore era suo padre) e i pubblici ministeri hanno già disposto una peri¬zia grafica. Così come resta mi¬sterioso il motivo per cui ne è stata trovata, nella perquisizio¬ne del 2005, solo una parte; Massimo Ciancimino ricorda di averla a suo tempo vista tut¬ta intera e nascosta tra i volu¬mi dell'enciclopedia Treccani della casa romana affacciata su piazza di Spagna.

Di certo c'è che non è stato lui a tirarla fuori, e che quando i magistra¬ti gliel'hanno fatta vedere s'è spaventato, ha chiesto una pausa, poi ha cominciato a mentire e infine ad ammettere le bugie e correggere il tiro spiegando di avere «molta pa¬ura, perché questo documen¬to rappresenta un periodo at¬torno al periodo stragista di mio padre... Ero convinto che non venisse mai fuori... È un discorso cento volte più gran¬de di me».

 
[12-07-2009]

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA - 20 ANNI DOPO L'ASSASSINIO DI BORSELLINO, LE DICHIARAZIONI-CHOC DEL PENTITO SPATUZZA RIAPRONO LA STAGIONE DEI VELENI PALERMITANI – CIANCIMINO JR. E IL “BIONDINO”: TUTTO IL FENOMENO DELLO STRAGISMO MAFIOSO ANDREBBE RIVISTO…

Francesco La Licata per "La Stampa"

Revisione del processo. E' l'incubo che accompagna il diciassettesimo anniversario della strage di via D'Amelio, a Palermo. Per anni si è data per scontata una verità processuale (indennizzo consolatorio per familiari, amici delle vittime e società civile) consacrata nella condanna all'ergastolo di mafiosi piccoli e grandi, la «cupola» di Riina e i tanti gregari, indicati come organizzatori ed esecutori dell'attentato del 19 luglio 1992 che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della scorta.

Domenica prossima, per la prima volta invece, si commemorerà Borsellino avendo ben presente la certezza, più che il dubbio, che gli avvocati di molti degli imputati del dibattimento di via D'Amelio, anche alcuni condannati in via definitiva, si apprestano a chiedere la revisione del processo.

Il tam tam palermitano è in fermento da quando è scoppiata la «bomba Spatuzza» cioè la rivoluzione processuale innescata dalle rivelazioni del neopentito Gaspare Spatuzza, affidate ad alcuni colloqui investigativi intrattenuti col Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso.

Questa rivoluzione annulla, in sostanza, il ruolo fondamentale a suo tempo assunto dal pentito principale dell'inchiesta, Vincenzo Scarantino, che si autoaccusò del furto e della «preparazione» della «126» usata come autobomba in via D'Amelio. Questa confessione fu fatta agli investigatori del «Gruppo Falcone-Borsellino» del questore Arnaldo La Barbera e fu presa per buona anche contro non poche osservazioni critiche, come quelle di Ilda Boccassini, allora pm a Caltanissetta.

Quando finì il periodo di applicazione, la Boccassini lasciò agli atti una relazione, firmata anche dal collega Roberto Saieva, che suscitava perplessità sull'attendibilità di Scarantino. In particolare, la discrepanza sul furto della «126»: Scarantino aveva detto di averla rubata su indicazione di Salvatore Candura (arrestato), poi aveva affermato che era stato lui a commissionare il furto all'altro.

Ma oggi Gaspare Spatuzza taglia la testa al toro: l'auto l'ho rubata io, Scarantino e Candura hanno mentito. Un anno di accertamenti della Procura di Caltanissetta dimostrano la sua piena attendibilità. Tutto ciò che racconta sembra essere stato accertato nei minimi particolari. Non solo, Salvatore Candura - dopo una prima difesa della posizione - ha ritrattato la vecchia versione, aggiungendo di essere stato costretto a inventare dalla polizia e coinvolgendo anche Scarantino.

Il gruppo di investigatori dell'epoca sono entrati così nel mirino delle nuove indagini, che sembrano aver preso una piega clamorosa e preoccupante. Ci sono stati - come denuncia Candura - maltrattamenti e percosse? La Procura di Caltanissetta lavora in silenzio e finora è riuscita a difendere il risultato dell'inchiesta da «spifferi» e fughe di notizie. Una riservatezza che non ha impedito un primo screening di imputati destinati alla revisione del processo.o

Sono due i più accreditati: Salvatore Profeta (condannato all'ergastolo) in quanto accusato da Scarantino di essere il committente del furto dell'auto e Salvatore Orofino (scarcerato dopo otto anni), indicato dal pentito come il proprietario del garage dove fu «preparata» l'autobomba. E almeno altri cinque detenuti all'ergastolo attendono l'evolversi della nuova inchiesta per accodarsi all'inevitabile richiesta di revisione.

Ma il quadro generale di quello che è stato lo stragismo mafioso sembra essere destinato ad una revisione consistente, anche alla luce di nuovi impulsi che sono giunti da altri testi. E prende corpo una strategia criminale alla quale sembra non siano stati estranei anche elementi di organismi istituzionali preposti alla sicurezza.

Falcone, Borsellino e gli attentati del ‘93 a Roma, Firenze e Milano: un filo unico teso a imporre allo Stato quella «trattativa» tornata agli onori della cronaca attraverso l'imprevista collaborazione di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco Dc di Palermo, quel don Vito scelto da Cosa nostra come mediatore ed ambasciatore della mafia corleonese presso lo Stato italiano.

Massimo Ciancimino afferma di essere in possesso del «papello», la carta con le richieste di Totò Riina in favore del popolo di Cosa nostra. Ma ha anche aggiunto che quel «papello» (una copia, ovviamente) fu consegnato ai carabinieri del Ros, impegnati nel tentativo di far cessare gli attentati mafiosi, ma anche ad un «certo signore biondino ed elegante» - una volta è chiamato Carlo, un'altra volta Franco - che da tempo coltivava una buona amicizia col padre.

Chi è Carlo? Ciancimino ne ha parlato coi magistrati di Palermo e Caltanissetta, ma le sue risposte sono ancora avvolte dal segreto. Un fatto sembra certo: il «biondino» e il vecchio Ciancimino costituivano un'antica «sinergia». Tanto che, dice ancora Massimo, anche la lettera di minacce inviata da Provenzano a Berlusconi, tra il 1991 e il ‘94, prima fu portata al padre in carcere, poi consegnata ancora al solito «biondino».

Insomma, la storia delle stragi sembra fortemente condizionata da oscure presenze. Fin dall'inizio, che oggi forse è possibile datare col fallito attentato a Giovanni Falcone del giugno 1989. Anche quell'indagine, che sembrava definitivamente chiusa, appare rivitalizzata da nuovi impulsi. Le ricerche sono concentrate su un poliziotto che ha lavorato a Palermo e poi sembra essere scomparso. Uno strano tipo con gravi malformazioni al viso, dicono di lui. E c'è un testimone che racconta cose strane.

Dice che i sabotatori arrivarono su un gommone con la dinamite, mentre poco distante esponenti della «famiglia» di «Acquasanta» facevano il bagno e forse controllavano lo svolgimento dei «lavori». Ancora una innaturale «sinergia» fra guardie e ladri? Questo «film» non sfuggì ad un malavitoso della borgata, Francesco Paolo Gaeta, che perciò fu tenuto a lungo sotto controllo. Il ragazzo non dava affidamento: era anche tossico e avrebbe potuto parlare. Fu ucciso a revolverate e il delitto fu fatto passare per regolamento di conti tra piccoli delinquenti.

Borsellino una spy story? Acclarati risultati investigativi ci dicono che lo stragismo fu una "precisa scelta" di Cosa nostra, da preferire al tradizionale ricorso all'omicidio classico. La volontà, dunque, di dare una valenza politica all'"Operazione Borsellino". Perché? Chi ideò una simile sceneggiatura?

Scrive Piero Grasso nell'ultimo suo libro: «Fu la prospettiva che Borsellino diventasse Procuratore nazionale antimafia? Il timore di nuove indagini su mafia e appalti? Fu la "trattativa" già iniziata che aveva bisogno di un supplemento di terrore per alzare il prezzo per la sospensione delle stragi? Fu il coacervo di interessi di entità esterne che vedevano in pericolo i loro lucrosi affari e gli illeciti profitti? Il paventato pericolo di una svolta verso i partiti popolari dopo Tangentopoli? Probabilmente ciascuna e tutte queste motivazioni insieme».

[14-07-2009]

Ciancimino jr - "Ho tutte le carte segrete che spiegano il patto tra mafia e Stato" - E poi ricorda di "alti magistrati che incontravano mio padre e Salvo Lima per aggiustare processi" - "perché i carabinieri non aprirono la cassaforte di mio padre?"...

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

Conferma che consegnerà il «papello» di Totò Riina, racconta di un dossier di don Vito con la dicitura «Carabinieri», svela che tutte le carte segrete erano conservate in una cassaforte della sua villa di Mondello e che «stranamente» alcuni ufficiali dell´Arma non l´aprirono. E poi ricorda di «alti magistrati che incontravano mio padre e Salvo Lima per aggiustare processi». Parla Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex sindaco mafioso, il testimone che con le sue verità sta facendo tremare Palermo.

Quando si libererà di quell´«atto» - il papello - con il quale il capo dei capi della mafia di Corleone nell´estate del 1992 stava ricattando lo Stato?
«Al più presto, appena possibile lo darò ai magistrati palermitani che mi stanno interrogando da un anno. Ma non consegnerò solo il papello, ci sono altri documenti di mio padre... gli servivano per un libro che non ha mai scritto».

Dov´erano e dove sono custodite tutte queste carte di suo padre, compreso il papello?
«Adesso sono in un luogo sicuro, fino a quattro anni fa erano nella cassaforte della mia casa a Mondello. I carabinieri un giorno fecero una perquisizione - io ero a Parigi, volevo prendere il primo aereo per Palermo e presentarmi ma loro mi dissero che non c´era bisogno - però non aprirono la cassaforte. Non so perché. Eppure era ben visibile, era nella stanza della tata del mio bambino. Quel giorno aprirono la cassaforte nella casa del professore Giovanni Lapis, il commercialista di mio padre che era stato indagato con me. Ma stranamente non la mia».

Lei sta raccontando tanto dal giugno del 2008, si sente un pentito?
«Io non mi devo pentire di niente, sono altri che devono farlo. Io sto semplicemente cercando di ricostruire certe vicende. E lo farò con la documentazione, non soltanto a parole. Lo farò anche con il papello».

Chi dovrebbe pentirsi?
«Alcune persone... i loro nomi li ho già fatti ai magistrati e tutto è stato secretato. C´è stato uno strabismo investigativo... ne ho parlato con i magistrati Ingroia e Di Matteo: si è voluto guardare solo da una parte».

Cosa ha svelato ai magistrati in questi ultimi mesi?
«Ho parlato degli incontri di Bernardo Provenzano con mio padre. E poi ho parlato della famosa trattativa fra Stato e Mafia: ho messo a verbale che anch´io, direttamente, ho partecipato con mio padre alla cattura di Totò Riina nel 1993. Lo stesso Riina deve avere saputo qualcosa attraverso i suoi canali, durante un´udienza infatti ha detto che era stato «venduto» dal figlio di Ciancimino...».

In quell´occasione Riina fece anche il nome dell´allora ministro degli Interni, Nicola Mancino: cosa c´entra in questa vicenda?
«Ho parlato del senatore Mancino con i magistrati di Caltanissetta, ma non posso dire nulla di più».

Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?
«Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non si fidava di loro, erano sì influenti ma lui - che non era certo un deficiente - cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo ‘signor Franco´, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre che dietro c´era un personaggio politico».

Perché Ciancimino non si fidava dei due ufficiali dell´Arma?
«Non si fidava molto dei carabinieri perché una loro inchiesta, quella su mafia e appalti, era stata abilmente occultata da esponenti politici e da magistrati vicini a mio padre. Per questo cercava altre garanzie in quella trattativa pericolossima».

Chi erano questi politici e questi magistrati?
«Ai procuratori ho raccontato di summit fra mio padre, l´onorevole Salvo Lima e l´onorevole Mario D´Acquisto con alcuni procuratori e giudici di Palermo - che ormai sono in pensione - con i quali tutti insieme studiavano i piani per favorire certi uomini politici e i loro amici».

 
[15-07-2009]

non ci facciamo mancare nulla! - FAR-WEST VERSILIA: “SI è VERIFICATA UNA saldatura fra Camorra, mafia cinese e albanese" – SEQUESTRATI 2 YACHT (13 MLN €) DESTINATI AL “COMPAGNNO” KIM JONG IL, IL DITTATORE NORD-COREANO AFFETTO DA NANISMO… -

Enrico Paoli per "Libero"

Se è vero che  pecunia non olet, come dicevamo i romani, in Toscana, nella rossa Toscana, il  modo di dire è ancor più vero. In uno dei cantieri della perla della Versilia  la Guardia di Finanza ha sequestrato due yacht destinati al dittatore nord  coreano Kim Jong Il. Valore delle barche: 13 milioni di euro. Peccato che la  commessa, frutto di una triangolazione societaria fra l'Austria, la Cina e  l'Italia, sia illegale.

In sostanza il cantiere di Viareggio, ha violato  l'embargo internazionale in base al quale è proibito vendere alla Corea del  nord dalle arance agli aerei. A portare a termine la clamorosa operazione,  denominata Fly Bridge, è stato il comando provinciale delle Fiamme Gialle di  Lucca, guidato dal colonnello Antonio Leone, con il supporto del generale  Giorgio Toschi, comandante regionale della Finanza.

Le parti essenziali  dell'operazione sono già patrimonio del voluminoso dossier messo insieme dagli  investigatori e trasmesso alla magistratura, ma il lavoro dell'intelligence  teso a smantellare l'intera rete non è ancora terminato. Non solo.  L'esperienza maturata in questi mesi ha indotto i baschi verdi del comando  provinciale di Lucca ad intensificare i controlli in questo settore, seguendo  nuovi canoni investigativi.

L'operazione Fly Bridge, è questo il nome che  il dittatore coreano aveva scelto per le sue due barche, in sostanza ha fatto  emergere un ingranaggio semplice e originale al contempo.

Un imprenditore  austriaco ha commissionato le due barche al cantiere viareggino, versando un  anticipo in contanti. A lavori avviati, da Vienna è arrivata una disdetta,  attraverso la quale l'uomo ha ceduto l'ordine ad una società cinese che si è  fatta carico di regolarizzare i pagamenti e, a quel punto, le Fiamme gialle  hanno iniziato a sospettare che dietro il passaggio di consegne vi fosse  qualcosa di anomalo.

Tracciando i pagamenti, grazie alla segnalazione delle  autorità austriache, i finanzieri sono risaliti al dittatore coreano, vero  committente dei due milionari yacht. L'operazione è ancora in corso e mira a  individuare gli altri canali attraverso i quali il dittatore coreano, messo al  bando dalla comunità internazionale, si rifornisce di beni lusso in Italia e  nel resto d'Europa.i

L'indagine è stata resa possibile grazie all'attivazione  degli accordi comunitari in materia di contraffazione, che vede il nostro  Paese impegnato in prima linea per dotare la Ue di strumenti più efficaci.  Impegno che ha già una traduzione pratica.

La questione della mancanza di un  adeguato apparato sanzionatorio rispetto alle esportazioni vietate da misure  restrittive che riguardano la Corea del Nord è stato sollevato dal  dipartimento del ministro Andrea Ronchi, titolare delle Politiche comunitarie,  con una lettera ai ministeri competenti, quali Giustizia, Sviluppo Economico  ed Esteri. E proprio per questa operazione la Finanza ha chiesto al ministero  un aiuto concreto sotto il profilo legislativo.

Le navi sequestrate, con  tutta probabilità, saranno messe all'asta e rivendute mentre i soldi del  governo coreano arrivati a Viareggio tramite la Cina, sono stati congelati.  Per le Fiamme Gialle si tratta di un importantissimo risultato, che apre la  strada a nuovi filoni d'inchiesta.

Come è ormai accertato, in Versilia si è  verificata una vera e propria saldatura fra la Camorra, la mafia cinese e  quella albanese. I settori più redditizi sono quelli della realizzazione e  commercializzazione di prodotti contraffatti, venduti sul mercato regolare. In  particolare le Fiamme Gialle stanno cercando di stroncare e arginare il  mercato dei giochi per ragazzi, contraffatti e realizzati con materiale  altamente nocivo.

 
[16-07-2009]

LO STATO DELLA MAFIA E MAFIA DI STATO - SI RIAPRONO LE INCHIESTE FALCONE-BORSELLINO E SBUCANO AGENTI SEGRETI SEMPRE A CONTATTO CON I BOSS – I RIINA NEL RUOLO DI SICARI PER CONTO DI? - L’UOMO CHIAVE CHE SI CERCA è UNO 007 CON UNA “FACCIA DA MOSTRO”…

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

Nessuno conosce il suo nome. Tutti dicono però che ha "una faccia da mostro". è un agente dei servizi di sicurezza. Lo cercano per scoprire cosa c'entra lui e cosa c'entrano altri uomini degli apparati dello Stato nelle stragi e nei delitti eccellenti di Palermo.

Diciassette anni dopo si sta riscrivendo la storia degli attentati mafiosi che hanno fatto tremare l'Italia. Ci sono testimoni che parlano di altri mandanti, ci sono indizi che portano alla ragionevole convinzione che non sia stata solo la mafia a uccidere Falcone e Borsellino o a mettere bombe. É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su via Mariano D'Amelio. É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su Capaci.

É stata ufficialmente riaperta anche l'inchiesta sull'Addaura, su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno dell'89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone. Una trama. Una sorta di "strategia della tensione" - questa l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste sulle stragi palermitane - che parte dagli anni precedenti all'estate del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri di via Palestro a Milano.

Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all'ergastolo come esecutori e mandanti di quelle stragi. C'è qualcosa di molto più contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti "presenze" - indagine dopo indagine - di agenti segreti sempre a contatto con i boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue.

I procuratori di Caltanissetta - sono cinque che indagano, il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani - hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l'allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993) Giuliano Amato per avere anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo fra tutti quell'agente con la "faccia da mostro".

É uno dei protagonisti dell'intrigo. Un'ombra, una figura sempre vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne hanno parlato, ma nonostante quella malformazione - segno evidente per un facile riconoscimento - nessuno l'ha mai identificato. Chi è? Gli stanno dando la caccia. Sembra l'uomo chiave di molti misteri palermitani.

Il primo: l'attentato del 21 giugno del 1989 all'Addaura. C'è la testimonianza di una donna che ha visto quell'uomo "con quella faccia così brutta" vicino alla villa del giudice Falcone, poco prima che qualcuno piazzasse una borsa sugli scogli con dentro la dinamite.

Qualcuno? Sull'Addaura c'è a verbale anche il racconto di Angelo Fontana, un pentito della "famiglia" dell'Acquasanta, cioè quella che comanda in quel territorio. Fontana rivela in sostanza che i mafiosi dell'Acquasanta quel giorno si limitarono a "sorvegliare" la zona mentre su un gommone - e a bordo non c'erano i mafiosi dell'Acquasanta - stavano portando i cinquantotto candelotti sugli scogli di fronte alla casa di Falcone.

Un piccolo "malacarne" della borgata - tale Francesco Paolo Gaeta - assistette casualmente alle "operazioni". Fu ucciso a colpi di pistola qualche tempo dopo: il caso fu archiviato come un regolamento di conti fra spacciatori. Dopo il fallito attentato, a Palermo fecero circolare le solite voci infami: "É stato Falcone a mettersi da solo l'esplosivo". Il giudice, molto turbato, disse soltanto: "Sono state menti raffinatissime". Già allora, lo stesso Falcone aveva il sospetto che qualcuno, dentro gli apparati, volesse ucciderlo.

Ma l'uomo con "la faccia da mostro" fu avvistato anche in un altro angolo di Palermo, un paio di mesi dopo. Un'altra testimonianza. Confidò il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio: "Noi sapevamo che c'era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino".

Nino Agostino, ufficialmente agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà "cacciatore" di latitanti, fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989. Mai scoperti i suoi assassini. Come non scoprirono mai come un amico di Agostino, il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza (anche lui cacciatore di latitanti) fu strangolato dai boss di San Lorenzo. Una soffiata, probabilmente.

Il confidente Ilardo ha parlato anche di lui. E poi ha raccontato: "Io non so per quale ragione i servizi segreti partecipavano a queste azioni... forse per coprire determinati uomini politici che avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi, mettendo fuori gioco magistrati o altri uomini politici che volevano far scoprire tutte queste magagne". Un'altra testimonianza ancora viene da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto ucciso: "Poco prima dell'omicidio di mio figlio vennero a casa mia a Villagrazia di Carini due uomini che si presentarono come colleghi di Nino, uno aveva un viso orribile...".

L'ultimo a parlare dell'agente segreto con "la faccia da mostro" è stato Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni '70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell'uomo era in contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa "trattativa", fino a quell'accordo che Totò Riina voleva raggiungere con lo Stato italiano per "fermare le stragi". Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari decidono la revisione del maxi processo.

Ma Massimo Ciancimino non ha rivelato solo gli incontri di suo padre con l'agente dal viso sfigurato. Ha parlato anche di un certo "signor Franco" e di un certo "Carlo". Forse non sono due uomini ma uno solo: un altro agente dei servizi. Uno con il quale il vecchio don Vito aveva un'intensità di rapporti lontana nel tempo.

"Fu lui - sono parole di Ciancimino jr - a garantire mio padre, rassicurandolo che dietro le trattattive, inizialmente avviate dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, c'era un personaggio politico". Di questo "signor Franco" o "Carlo", Massimo Ciancimino ha fornito ai procuratori indicazioni precise. E anche un'agenda del padre con i loro riferimenti telefonici.

Un ultimo capitolo di questi intrecci fra mafia e apparati è affiorato dalle ultime indagini sull'uccisione di Paolo Borsellino. Un pentito (Gaspare Spatuzza) ha smentito il pentito (Vincenzo Scarantino) che 17 anni fa si era autoaccusato di avere portato in via D'Amelio l'autobomba che ha ucciso il procuratore e cinque poliziotti della sua scorta. "Sono stato io, non lui", ha spiegato Spatuzza, confermando comunque in ogni dettaglio la dinamica dei fatti e svelando che Falcone - prima di Capaci - sarebbe dovuto morire a Roma in un agguato.

Le armi, fucili e pistole, a Roma le aveva portate lui stesso. Dopo un anno di indagini i magistrati di Caltanissetta hanno accertato che Gaspare Spatuzza ha detto il vero e Vincenzo Scarantino aveva mentito. Si era inventato tutto. Qualcuno lo aveva "imbeccato". Chi? "Qualcuno gli ha messo in bocca quelle cose per allontanare sospetti su altri mandanti non mafiosi", risponde oggi chi indaga sulla strage.

Un depistaggio con frammenti di verità. Agenti segreti e scorrerie in Sicilia. Poliziotti caduti, omicidi di inspiegabile matrice. Boss e spie che camminano a braccetto. Attentati, uno dopo l'altro: prima Falcone e cinquantaquattro giorni dopo Borsellino. Una cosa fuori da ogni logica mafiosa. La tragedia di Palermo non sembra più solo il romanzo nero di Totò Riina e dei suoi Corleonesi.

 
[17-07-2009]

MAFIA: TESORO CIANCIMINO, E' CACCIA AL 'PAPELLO'...
(Adnkronos) - E' caccia a Palermo del  'papello' che conterrebbe la trattativa tra lo Stato e Cosa nostra,  voluta dal capomafia Salvatore Riina in cambio dell'abolizione del  carcere duro. Ieri, come scrive oggi 'Il Corriere della Sera', ladri  travestiti da zingari, si sono intrufolati nello studio dell'avvocato  Francesca Russo, uno dei legali di Massimo Ciancimino, il figlio  dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e  morto alcuni anni fa.

Nelle stesse ore Massimo Ciancimino si era presentato davanti  agli uffici della procura di Palermo per consegnare ai magistrati  alcuni documenti importanti. Sono state consegnate, in particolare,  tre lettere di cui non si conosce il contenuto. Sembra siano state  scritte da Riina e Gaetano Cina' e "indirizzate -scrive il Corriere- a  Marcello dell'Utri fra il 1991 e il 1993 e dirette a Silvio Berlusconi  con riferimenti alla costituzione di un partito, di un movimento o di  una Lega Sud".

13 - PDL: LOMBARDO, IL PARTITO DEL SUD? L'HO GIA' FONDATO IO MICCICHE' ARRIVA TARDI...
(Adnkronos) - "Il partito del Sud esiste gia' nei  fatti" ed e' il Movimento per l'Autonomia. Parola di Raffaele Lombardo  che in un'intervista a 'Il Giornale' spiega che il progetto di un  partito del Sud di Gianfranco Micciche' arriva tardi e il governatore  siciliano gli consiglia, se vuole portarlo avanti, di "tagliare il  cordone ombelicale con il Pdl".   Lombardo porta l'esempio della Lega che "sta con il Pdl ma non  e' dentro il Pdl. Per il partito del Sud deve essere la stessa cosa.  Dentro il Pdl non c'e' futuro". Insomma, un partito cosi' deve porter  scegliere in autonomia: "Se devo scegliere tra sostenere il governo e  il mio popolo non ho dubbi. Valuteremo volta per volta".   E comunque, secondo Lombardo, l'esigenza di forze che si  occupino del Sud e' piu' che mai forte visti anche gli ultimi dati del  rapporto Svimez: "C'e' un intero popolo che sta naufragando".

14 - UDEUR: TORNA FESTA A TELESE, MASTELLA INDICA 'MODELLO OBAMA'...
(ANSA) - 'Una Telese diversa maniera: non una settimana, ma tre giorni, tra fine agosto e meta' settembre'. Con il ritorno della tradizionale kermesse di fine estate, il segretario Clemente Mastella annuncia la rinascita dell'Udeur. La manifestazione di Telese Terme, che negli anni ha avuto ospite da Silvio Berlusconi al comico Roberto Benigni, ha subito uno stop nel 2008, in corrispondenza con la profonda crisi del partito dopo la caduta del governo Prodi. Rinnovare l'appuntamento per quest'anno e' percio' tutt'uno con la 'ripartenza' dell'Udeur.

Un nuovo inizio che e' segnato pero' da ristrettezze economiche: 'Siamo un partito senza finanziamento pubblico, quindi chi ci sta, deve sapere che dobbiamo ripartire dal basso', ha detto Mastella. Che ha anche annunciato, da settembre, una nuova sede nazionale, piu' piccola, in via Tomacelli 146, a Roma. Il segretario ha chiesto ai suoi 'lo sforzo' di una campagna di tesseramento. E ha indicato per il partito il 'modello Obama'. 'Dobbiamo fare un po' come ha fatto Obama - ha detto - che, al contrario della Clinton, che aveva dietro gli apparati, alle primarie e' partito dalle cose piu' spicciole, di periferia' fino ad arrivare alla presidenza.

LE TANTE VITE DEL FU AGENTE CALIPARI – NEL 1988 l’AGENTE DEL SISMI TRASCORSE 3 MESI IN AUSTRALIA PER SCRIVERE UNA RELAZIONE SULLA ‘NDRANGHETA CHE AL TEMPO INFESTAVA ANCHE I CANGURI – ORA è UN LIBRO – I RICORSI DELLA VEDOVA ROSA E LA DATA DEL 4 MARZO…

Marco Lillo per "L'espresso"

Un baule di quelli che si usavano un tempo nelle famiglie del Sud per conservare la biancheria pregiata o i cimeli di famiglia. In quella cassa di legno nella casa romana di Nicola Calipari era chiuso un documento impolverato dal titolo: 'Relazione sulla missione in Australia presso la National Crime Authorithy'.

Quella relazione, datata 1988, rappresenta un momento importante della vita professionale e privata del funzionario del Sismi, (il servizio segreto militare) che ha sacrificato nel 2005 la sua vita per salvare quella della giornalista del 'manifesto', Giuliana Sgrena, rapita in Iraq.

A tirar fuori dall'oblio la relazione è stata la moglie di Calipari, Rosa Villecco, deputata Pd alla sua seconda legislatura. Anche se l'idea di farne la base di un libro è venuta a un consulente della commissione Antimafia, Enzo Ciconte, che ne sentì parlare dalla Calipari a margine dei lavori della Commissione sulla 'ndrangheta nel 2006.

"Da quel momento Ciconte mi chiese più volte di fargli avere una copia della relazione", racconta Rosa Calipari nel suo ufficio alla Camera, "ma io cercavo di evitarlo perché sapevo che avrei dovuto riaprire una pagina bella della mia vita con Nicola, ma segnata da tante preoccupazioni".

Alla fine è stato il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, amico di entrambi, a sbloccare la situazione: "In una cena a Roma, Ciconte e Macrì mi misero all'angolo e mi convinsero dell'utilità che ancora oggi rivestiva la pubblicazione della relazione di Nicola su quella missione di vent'anni fa".

Così è nato 'Australia 'ndrangheta', edizioni Rubbettino, 158 pagine, in libreria dal 20 luglio. Un saggio in quattro parti: accanto alla relazione scritta dal giovane Calipari al ritorno dalla missione di tre mesi per aiutare i poliziotti australiani, ci sono la testimonianza di Rosa Calipari e due saggi che rappresentano la parte più corposa del libro. Il primo è dedicato a un'analisi della 'ndrangheta australiana ed è firmato da Macrì.

Il secondo è invece un'analisi dei cerimoniali e dei rituali contenuti nei codici della 'ndrangheta, condotta da Ciconte, presidente dell'osservatorio sulla legalità nel Lazio. La testimonianza di Rosa Calipari ricostruisce il clima del 1988, quando la giovane moglie del funzionario di polizia con una bambina di appena un anno e mezzo, si sentì proporre dal marito: "Devo andare in Australia per aiutare le autorità di quel paese a combattere la 'ndrangheta. Dovresti venire anche tu con la bambina".

Non poteva dire di no. Per due ragioni. La prima le fu spiegata subito dal marito. La seconda no. Il ministro dell'Interno di allora, Amintore Fanfani, teneva molto alla missione perché i calabresi si erano segnalati a Sydney per il racket e la coltivazione della cannabis. Alla reazione dello Stato era seguita un'escalation di violenza fino all'uccisione del giovane deputato, Donald Mac Kay, nel 1977.

In alcuni centri, come Griffith, i calabresi costituivano il 40 per cento della popolazione, e non sempre gli australiani erano disponibili a distinguere i criminali dalla maggioranza onesta. La situazione stava diventando difficile ed era stata la nostra comunità a chiedere aiuto a Roma. Calipari era l'uomo giusto: nato a Reggio Calabria, dopo il concorso in polizia e il primo incarico a Genova, era tornato nella sua terra come vice e poi capo della Squadra mobile di Cosenza.

Lì aveva conosciuto Rosa, una bella ventenne che studiava all'università e veniva dalla famiglia più in vista della città, quella del leader socialista Giacomo Mancini, fratello di sua madre. Cosenza era segnata dall'esplosione della violenza. Un amico di Calipari, il giovane direttore del carcere, Sergio Cosmai, era stato ucciso perché non scendeva a compromessi con i boss reclusi. Calipari era il prossimo obiettivo: viveva scortato e girava con l'auto blindata. Tutta la famiglia era in pericolo. Ed era questa la seconda ragione di quel viaggio.

"Che il pericolo incombesse sulla nostra vita", spiega Rosa Calipari, "io lo avevo capito quando una vicina a Cosenza mi fermò preoccupatissima per i rischi di un conflitto a fuoco con la scorta che proteggeva Nicola e mi disse: 'Tuo marito è minacciato, ma se vogliono farlo fuori, ci riusciranno anche se ha dieci uomini di scorta'.

Nicola mi tranquillizzò come sempre e solo a Sydney, il 4 marzo 1988, mentre stavamo festeggiando il nostro quarto anniversario di matrimonio, mi disse la verità. Quella è una data che ha segnato tutta la nostra vita, nel bene nel male. Il 4 marzo ci siamo sposati, il 4 marzo è nato il nostro secondo figlio e il 4 marzo Nicola è morto in Iraq".

Dopo la morte, come accade in questi casi, le carte più importanti di Calipari tornano a casa. Ed è nel 2005 che, rileggendo quella relazione, Rosa ripensa a quel viaggio di tre mesi tra Sydney, Canberra e Melbourne nella primavera della vita e scopre anche l'attualità del testo scritto dal marito allora.

'Australia 'ndrangheta', grazie anche ai saggi di Macrì e Ciconte, fornisce un quadro sorprendente di questa succursale della nostra criminalità che è stata in grado di comprare politici australiani, influenzare un ministro, uccidere il numero due della Polizia, far sparire per lupara bianca un deputato, far esplodere con un pacco bomba un investigatore dell'alto commissariato.

Ma il libro è interessante perché contiene un'analisi dei codici e dei rituali che hanno permesso alla 'ndrangheta di sopravvivere a latitudini diverse e anche perché permette di riflettere sul rapporto che lega criminalità e immigrazione e sui pericoli dei pregiudizi in entrambe le comunità coinvolte nell'integrazione. Calipari nella sua relazione ricorda la tendenza degli australiani a considerare criminale qualsiasi italiano nato in determinati paesi calabresi.

Un pregiudizio che trova però il suo contrappeso, come spiega Macrì, nel riflesso condizionato che scatta nelle comunità italiane quando si tratta di difendere tutti i concittadini, anche gli indifendibili. Il magistrato ricorda il caso di Francesco Madafferi, un ex sorvegliato speciale approdato in Australia negli anni Ottanta come clandestino che, dopo aver sposato un'australiana e avere avuto quattro figli, aveva ricevuto il decreto di espulsione.

A sua difesa erano insorti i principali giornali della comunità italiana, il 'Globo' e la 'Fiamma'. Il giornalista Nino Randazzo aveva scritto nel 2003 un accorato appello al governo (riportato integralmente nel libro) in difesa dell'italiano. Appello, accolto dal nuovo ministro dell'Immigrazione nel 2005 tra i festeggiamenti della comunità calabrese. Ma tre anni dopo Madafferi è stato arrestato nella più grande operazione antidroga della storia e in quell'occasione si scoprì anche che era sospettato di avere aiutato un concittadino in un tentato omicidio.

La polemica investì il ministro Amanda Vanstone, anche perché si scoprì che il suo partito aveva ricevuto finanziamenti dalla comunità. Randazzo, nel frattempo, è diventato il senatore del centrosinistra che rappresenta l'Oceania (nel 2007 fu corteggiato da Berlusconi con offerte di ogni tipo, tanto che la Procura di Napoli indagò sulla trattativa). Invece il ministro Vanstone è stato nominato ambasciatore nel nostro Paese.

Il caso Madafferi dimostrò comunque la grande capacità di mimetizzazione delle mele marce nelle comunità italiane all'estero. Anche per evitare contatti pericolosi nei tre mesi australiani, i Calipari restarono isolati e frequentavano quasi esclusivamente Enzo Maselli, il funzionario italiano che coadiuvò Calipari con funzione di interprete. Oggi Maselli ha aperto a Melbourne una libreria dove certamente il saggio sarà esposto in vetrina.

"Mi è costato un po' riaprire quella pagina della mia vita con Nicola", spiega Rosa Calipari, "ma ho capito che ne è valsa la pena quando i miei figli mi hanno chiesto di leggere la prima copia. Nicola è sempre ricordato per il suo gesto estremo a difesa della vita che aveva il compito di difendere. E invece è utile conoscere anche il suo impegno precedente a difesa degli altri. Solo così è possibile capire il senso profondo di quello scatto finale, di quella capacità di andare oltre l'individualità, che è poi l'eredità più importante lasciata a me e ai miei figli".

 
[17-07-2009]

 

 

1991: I CORLEONESI DI RIINA PRETENDEVANO DA BERLUSCONI IL CONTROLLO DI UNA RETE - LA LETTERA GIRATA A PROVENZANO, PER POI PASSARLA AL SUO AMICO VITO CIANCIMINO - 1988, IL CAV AL TELEFONO: "MI HANNO DETTO CHE, SE ENTRO UNA CERTA DATA, NON FACCIO UNA ROBA, MI CONSEGNANO LA TESTA DI MIO FIGLIO A ME Ed ESPONGONO IL CORPO IN PIAZZA DEL DUOMO" (DAL 1973 AL '75 IL MAFIO-stalliere MANGANO SPUNTò ad arcore)

 

Lino Abbate per La Stampa

I boss mafiosi nei primi anni Novanta minacciavano Silvio Berlusconi e i suoi familiari perchè volevano avere «a disposizione» una della sue reti televisive. La richiesta sarebbe stata fatta all'allora imprenditore della Fininvest, ancora lontano dalla politica, attraverso una lettera che sarebbe stata scritta dai «corleonesi».

 

Questa missiva, vergata a mano, è adesso agli atti dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ed è stata sequestrata insieme alle carte personali di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso della città, amico fidato di Bernardo Provenzano, e referente politico dei corleonesi di Totò Riina.

 

I documenti erano nascosti in un magazzino a Palermo. La lettera è stata sequestrata dai carabinieri nel febbraio 2005 durante la prima perquisizione a cui è stato sottoposto il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio. E dal verbale redatto dai militari dell'Arma, a firma del capitano Angeli, si legge: «Parte di foglio A4 manoscritto, contenente richieste all'On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive».

VITO CIANCIMINO NEGLI ANNI 60

Il pezzo di carta è strappato nella parte iniziale, il testo è incompleto, e ciò che si legge è un «invito» a Berlusconi affinchè accolga le richieste che gli sono state fatte, «altrimenti dovrà essere compiuto il luttuoso evento».

Sullo scenario giudiziario che si apre, prendendo spunto dal documento fino adesso inedito, i magistrati della Dda, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, hanno avviato un'inchiesta riservatissima. Sono stati fatti interrogatori e altre persone devono essere convocate. E' stato sentito anche Massimo Ciancimino, che da quasi un anno collabora con diverse procure, rendendo dichiarazioni ai pm sull'economia mafiosa e intrecci con la politica.

arre

E proprio a Ciancimino i pm hanno mostrato questa lettera durante un interrogatorio. Il dichiarante sarebbe rimasto sorpreso nel vedere nelle mani dei magistrati quel documento - di cui gli avrebbe parlato il padre - che pensava fosse stato smarrito fra le tante perquisizioni subìte, o nei traslochi che ha effettuato. E invece era lì. Fra le carte processuali - ancora a disposizione della procura - che fanno parte del processo in cui è stato condannato per riciclaggio. Su questo procedimento è in corso l'appello, e dunque la procura ha inviato alla Corte una copia del documento.

 

Intanto i pm hanno già disposto accertamenti, uno dei quali ha verificato che la missiva sarebbe stata scritta intorno al 1991. Una perizia calligrafia avrebbe escluso che sia la scrittura di Vito o Massimo Ciancimino, e gli inquirenti vogliono far esaminare la grafia di alcuni uomini di fiducia di Riina. Dalle ipotesi investigative emergerebbe che il messaggio è stato scritto dai corleonesi (la grafia è facilmente leggibile e non presenta errori di grammatica), che sarebbe stato girato a Provenzano, per poi passarlo al suo amico Vito Ciancimino.

Quest'ultimo avrebbe avuto il compito di comunicare a «un referente» il messaggio per Berlusconi. A questa vicenda gli inquirenti potrebbero collegare una telefonata intercettata il 17 febbraio 1988 fra Berlusconi e Renato della Valle, immobiliarista milanese amico del premier. Lo scenario in quel periodo era quello dei rapporti difficili tra Cosa nostra ed alcuni soggetti del Psi con i quali era intervenuto l'accordo elettorale del 1987, di cui ha parlato il pentito Nino Giuffrè.

Nella telefonata a Della Valle, Berlusconi confida che: «C'ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l'estero, perchè mi han fatto estorsioni... in maniera brutta».

 

Berlusconi spiega che si tratta di «una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori». Poi aggiunge: «Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo...».

La lettera trovata fra le carte di Vito Ciancimino potrebbe dunque essere collegata a questa intercettazione in cui Berlusconi denuncia di aver ricevuto pesanti minacce, che riguardavano i suoi figli. In quel periodo, erano gli anni Ottanta, come dieci anni prima, Cosa nostra aveva aumentato la posta, e lo aveva fatto nell'unico modo in cui era in grado di fare, con la violenza.

"Lo stalliere di Arcore"
dal libro "L'Unto del Signore" di Ferruccio Pinotti e Udo Gumpel

Il 1 luglio 1974 Silvio Berlusconi assume ad Arcore Vittorio Mangano, una dlele figure di spicco della Milano Connection. Il giovane e promettente mafioso della famiglia di Porta Nuova (capeggiata allora da Pippo Calò), trafficante di droga già noto alle cronache giudiziarie e alle forze di polizia per una serie di arresti, denunce, processi e condanne, si trasferisce a Villa Casati, ad Arcore, come "fattore" della tenuta e "stalliere" dei cavalli di Berlusconi. Un tuttofare, in apparenza. In realtà è il guardaspalle del padrone di casa e dei suoi figli Marina e Pier Silvio"
(p.85 e ss.)

 

 

 

 
[03-07-2009]

 

 

 

PERCHè LA CONFINDUSTRIA NON ASSOCIA la più grande multinazionale italiana, L'UNICA iN ottima salute (fatturato 140-150 miliardi)? D'ACCORDO, TRATTASI DI MAFIA MA UN LIBRO DICE CHE "Non è più solo un fenomeno criminale. C'è La mafia pulita!"...

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera"

 


Mafia, ‘ndrangheta e camorra si sono evolute nei comportamenti e nella strategia. Investono in attività apparentemente legali i proventi miliardari che guadagnano dai loro loschi traffici. Possono essere considerate i soci di un'unica «Mafia spa» che, con un «fatturato di 140-150 miliardi di euro, è la più grande multinazionale italiana» che «inquina l'economia» il cui patrimonio immenso, se fosse confiscato, «potrebbe da solo colmare il debito pubblico italiano».

 

Nonostante la «Mafia spa» sia in grado di condizionare la vita economica e politica del Paese, l'ex deputato dell'Ulivo Elio Veltri e il magistrato di Cassazione Antonio Laudati nel libro «Mafia pulita» (Longanesi, 250 pagine, in libreria da giovedì) scrivono che «governo, parlamento e organi di informazione non sembrano accorgersi nemmeno che c'è un tesoro di proprietà pubblica, costituito da beni, titoli e soldi mafiosi, appartenente all'unica multinazionale che gode di ottima salute» che «resta lì, nel disinteresse generale, non si capisce bene se per ignoranza dei problemi o per interessi economici e politici».

L'analisi socio-economica si dipana attraverso le storie, ricostruite anche con atti giudiziari e documenti inediti, di cinque personaggi tra i quali insospettabili abituati a frequentare i salotti buoni della finanza internazionale o gli uffici delle banche, ma che per conto di una delle mafie si sono occupati del lavaggio del denaro sporco e degli investimenti nell'economia pulita.

 

Come quella di Vito Roberto Palazzolo, nato a Terrasini (Palermo) nel 1947. Finanziere negli anni ‘80 in Germania e Svizzera, legato a doppio filo a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Condannato a 9 anni per mafia a Palermo, vive libero in Sudafrica con il nome di Robert von Palace Kolbatschenko.

L'allora ministro della Giustizia Castelli nel 2001 ne chiese l'estradizione definendolo «uno dei soggetti in libertà più pericolosi della comunità criminale internazionale». Per Veltri e Laudati, Palazzolo è la «cerniera tra il mondo imprenditoriale internazionale e Cosa nostra nel settore del riciclaggio e del reinvestimento del denaro sporco». I suoi affari spaziano nei più disparati settori: «Dai pomodori pelati al traffico di armi, dalle operazioni finanziarie nei paradisi fiscali alle miniere di diamanti».

Inseguito dalle polizie di mezzo mondo, in Sudafrica aveva e cercava contatti con imprenditori e politici italiani. Seguendo «i percorsi dell'economia globale», «Mafia spa» è diventata una holding, parla più lingue, ha interessi in tutto il mondo e sa rendersi invisibile, ad esempio inquinando le imprese sane del Nord Italia.

I risultati delle indagini della magistratura hanno dimostrato che «le organizzazioni criminali hanno prima comprato le società commerciali poi, ottenuta una faccia pulita, hanno comprato i favori dei poliziotti, dei giudici e dei funzionari pubblici, quindi hanno deciso di acquisire i mass-media, i giornali e le televisioni, per orientare l'opinione pubblica, successivamente hanno infiltrato le amministrazioni pubbliche territoriali, comuni e Asl, e acquisito la titolarità di banche e intermediari finanziari. Alla fine il grande salto: la politica». Oggi «la mafia non ha più bisogno di uccidere, compra».

Non «è più solo un fenomeno criminale. La mafia pulita è entrata prepotentemente nel mercato e nella società imponendo nuovi modelli di organizzazione sociale. Non sarà facile stroncarla, la globalizzazione del crimine più che una rivoluzione è un golpe strisciante».

 

 

 
[15-06-2009]

 

 

 

CIANCIMINO CONNECTION – IL FIGLIO DI “DON VITO” ACCUSA IL SENATORE PDL VIZZINI E GLI UDC CUFFARO, CINTOLA E ROMANO: PRESERO SOLDI PER FAVORIRE GLI AFFARI DI MIO PADRE – LE PARZIALI AMMISSIONI DEL TRIBUTARISTA LAPIS (CHE ELARGIVE Le SOMME)…

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

L'accusa è concorso in corruzione aggravata dall'aver favorito l'associazione mafiosa. I senatori inquisiti Carlo Vizzini (Popolo della Libertà, presidente della commissione Affari costituzionali), Salvatore Cintola, Saverio Romano e Salvatore Cuffaro (Udc) saranno chiamati a risponderne nei prossimi giorni davanti ai magistrati della Procura di Palermo che indagano sul cosiddetto «tesoro » di Vito Ciancimino, l'ex sindaco della città condannato per mafia e morto nel 2002.

VITO CIANCIMINO NEGLI ANNI 60

L'inchiesta è scaturita dalle più recenti dichiarazioni dell'ultimogenito di Ciancimino, Massimo, già condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di carcere per riciclaggio dei soldi del padre. S'è definito una capro espiatorio, ha parlato di altri personaggi ben più importanti di lui coinvolti nella gestione dei soldi lasciati dal padre, compresi uomini politici.

Di loro si occupava - ha riferito - il tributarista Giorgio Lapis, condannato anche lui nel processo per riciclaggio, distribuendo il denaro prelevato dal conto «Mignon Sa» presso la Banca di Ginevra, in Svizzera, da un altro imputato condannato: l'avvocato Giorgio Ghiron, titolare di studi a New York, Londra e Roma.

VITO CIANCIMINO SCARCERATO DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO

Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino, che gli inquirenti ritengono riscontrato da altri elementi di prova, tra gli «ingenti quantitativi di denaro» elargiti da Lapis per conto di Ciancimino una buona fetta sarebbe finita a Vizzini, ex leader socialdemocratico poi entrato in Forza Italia. Secondo i calcoli degli inquirenti, nel corso del tempo, avrebbe ricevuto almeno un milione di euro.

Tramite la mediazione di Cintola (ex assessore regionale, già inquisito per concorso in associazione mafiosa in indagine archiviata nel settembre 2007, senatore dal 2008), altri soldi sarebbero finiti a Saverio Romano e Salvatore Cuffaro; il primo è stato appena eletto al Parlamento europeo, l'altro è l'ex presidente della Regione, dimessosi dopo una condanna in primo grado per favoreggiamento, approdato lo scorso anno a palazzo Madama.

I milioni del «tesoro» di Ciancimino, in parte già sequestrato nel 2005 perché considerato di «provenienza mafiosa» vista la condanna riportata da Vito e i suoi rapporti con capimafia del calibro di Bernardo Provenzano, stavano sul conto «Mignon » e sono serviti a liquidare i soci palesi e occulti della società «Gas», una sorta di contenitore creato dall'ex sindaco dopo la vendita a un gruppo spagnolo.

Secondo Ciancimino jr., e ora anche secondo l'ipotesi accusatoria formulata dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, a una quota di liquidazione avrebbe avuto diritto anche il senatore Vizzini. Di qui i pagamenti a lui e ad altri politici che, nella storia raccontata dal figlio dell'ex sindaco, sono serviti negli anni passati a «oliare i meccanismi» delle concessione per la distribuzione del gas in Sicilia, un affare gestito proprio da Ciancimino attraverso le sue società.

In pratica il denaro veniva dato ai capi-partito o ai capi-corrente dei partiti, che poi avevano il compito di agevolare l'aggiudicazione degli appalti e la concessione dei lavori nei vari centri dell'isola. A riscontro delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sarebbero parziali ammissioni (seppure con giustificazioni diverse e molto meno compromettenti) dell'anziano tributarista Lapis, documenti e intercettazioni telefoniche che però, per essere contestate ai senatori indagati, dovranno prima essere trasmesse al Parlamento insieme alla richiesta di utilizzazione.

Qualche mese fa, dopo la pubblicazione di indiscrezioni sul coinvolgimento di Vizzini nell'inchiesta, il senatore aveva replicato con una denuncia per calunnia contro il figlio dell'ex sindaco: «Non conosco il signor Massimo Ciancimino - disse Vizzini -, dal quale dunque non posso mai avere ricevuto nulla, così come non ho mai avuto rapporto alcuno con suo padre.

Ho però dedicato buona parte della mia vita e della mia attività parlamentare prima a demolire il sistema politico-mafioso costruito dal signor Vito Ciancimino, e poi a combattere la mafia e tutti i detentori di patrimoni mafiosi». L'onorevole Romano parlò di «vicenda che non ha alcun fondamento».

 

 
[11-06-2009]

 

 

 

 

LA MAFIA CHIAMA, LO STATO RISPONDE (E VICEVERSA) – BRUSCA PARLA DELL’ACCORDO TRA RIINA E LE ISTITUZIONI MA NON Può FARE IL NOME DEL POLITICO CHE AVVIò LA TRATTATIVA – LA “COPERTURA POLITICA” DELLE FORZE DELL’ORDINE – “TANTI VOLEVANO IL POSTO DI LIMA”…

Francesco La Licata per "La Stampa"

L'ombra della trattativa fra Stato e mafia è riapparsa ieri nell'aula bunker di Rebibbia, durante l'interrogatorio di uno dei pentiti storici di Cosa nostra. Un fardello ingombrante proprio mentre a Palermo lo Stato prepara la cerimonia per ricordare Giovanni Falcone.

E' stato Giovanni Brusca - l'uomo che nel maggio del 1992 attivò il telecomando che uccise Giovanni Falcone, la moglie e la scorta - a riproporre la sceneggiatura del tentativo di accordo fra Riina e le Istituzioni. Il palcoscenico è il processo che si celebra a carico del prefetto Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu (ex ufficiali del Ros), accusati di favoreggiamento per aver impedito - secondo la testimonianza di un altro ufficiale dei carabinieri, il colonnello Riccio - nell'ottobre del 1995 la cattura di Bernardo Provenzano.

 

«Riina mi fece il nome dell'uomo delle Istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell'ordine, la trattativa con Cosa nostra», così Brusca ha confermato la sua tesi sul coinvolgimento della politica nel dopo stragi del 1992 e del 1993. I pubblici ministeri - Antonio Ingroia e Nino Di Matteo - hanno invitato il collaboratore a fare in aula il nome indicato da Salvatore Riina, ma Brusca si è avvalso della facoltà di non rispondere perchè l'episodio è divenuto oggetto di indagine della Procura di Caltanissetta che segretamente aveva interrogato il collaboratore.

La vicenda di una trattativa fra Stato e mafia non è nuova, ma è la prima volta che si giunge ad una svolta. Che dopo la strage di Falcone i carabinieri del Ros, l'allora colonnello Mori e il capitano De Donno, avessero avvicinato l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (politico molto influente presso la mafia corleonese) per «fare in modo di far cessare la svolta stragista di Cosa nostra», è cosa nota.

Un po' più nel vago è rimasta la questione legata alla "copertura politica" di cui godevano le forze dell'ordine. La testimonianza di ieri di Brusca sembra destinata a rendere meno vaga tutta la vicenda, almeno dal punto di vista delle indagini su un fatto forse mai approfondito. Ma Brusca ha detto dell'altro.

Ha ripetuto ancora una volta che, dopo l'uccisone dell'europarlamentare Salvo Lima (impegnato ad alleggerire i guai giudiziari di Cosa nostra), «qualcuno offrì a Totò Riina un contatto con la Lega di Bossi». Ma ha aggiunto che tra gli omicidi di Lima e di Falcone (marzo-maggio 1992) furono più d'uno «i politici che si proposero a Riina per prendere il posto del politico ucciso». «Non se ne fece nulla - commenta il pentito - perchè nel frattempo il capo di Cosa nostra aveva trovato il canale giusto. Ed era soddisfattissimo».

Poi, sempre per descrivere il guazzabuglio mafioso-istituzionale di quel periodo, Brusca ha introdotto il sospetto che la cattura di Riina possa essere stata concordata. «Ci furono - ha ricordato il pentito - diversi commenti in Cosa nostra e molte voci, come quella in cui si diceva che prima dell'arresto di Riina la moglie di Provenzano si sarebbe incontrata con un carabiniere».

La "voce", inoltre, sarebbe stata trasmessa ad un mafioso da un sottufficiale del Ros. Senza risparmiare colpi di scena, poi, Brusca ha infranto il mito di Provenzano "mafioso moderato". Le stragi? Don Binnu non era d'accordo, ma solo perchè avrebbero creato troppo clamore. Ma Falcone e Borsellino lui li voleva morti come Riina, «magari a Roma o in altri luoghi, ma senza clamore».

Tra una pausa e l'altra, infine, il pentito ha messo lì il racconto di una estorsione (500 milioni di vecchie lire) "messa a posto" da Vito Ciancimino a Caltanissetta. Duecento milioni furono presi da Massimo Ciancimino (figlio dell'ex sindaco) e consegnati ad un imprenditore che li "passò" al politico Bernardo Alaimo.

Prima di Brusca era stato ascoltato il collaboratore Ciro Vara, a proposito delle "allegre latitanze" di Provenzano. «Per alleggerire, dopo le stragi la pressione del 41 bis - ha detto - Provenzano aveva cercato di far intervenire la Chiesa». Una tesi, questa, poco conosciuta ma ritenuta attendibile nell'inchiesta portata avanti dal giudice Gabriele Chelazzi (morto di infarto nel 2003).

 

 
[22-05-2009]

LA 'LAVATRICE' DI SAN MARINO - ALLA BUONORA BANKITALIA SCOPRE IL PARADISO FISCALE DE NOANTRI - i soldi SPORCHI affluivano e da qui rimbalzavano su conti bancari italiani per tornare a San Marino ripuliti e pronti per essere incassati...

Vittorio Malagutti per "L'espresso"

 

Dopo tre mesi di verifiche tra libri contabili e pratiche di fido, gli uomini della Banca d'Italia se ne sono andati a metà marzo elargendo un consiglio che suonava come un ordine. "Sarebbe opportuno ridurre l'esposizione verso le banche di San Marino", hanno detto senza mezzi termini gli ispettori della Vigilanza, anticipando in via informale le conclusioni ufficiali della loro relazione.

Già, perché mai un piccolo istituto milanese come la Banca MB ospita sui suoi conti decine di milioni di denaro cash provenienti dalla Repubblica del monte Titano? E per quale motivo quei depositi vengono remunerati a tassi che, a prima vista, appaiono meno generosi di quelli correnti sul mercato? Di questi tempi, con le banche sanmarinesi descritte come santuari off shore del riciclaggio, i rilievi degli ispettori di Bankitalia rischiano di alimentare nuove polemiche.

 

Giusto pochi giorni fa un'inchiesta della procura di Forlì ha alzato il velo su un gioco di sponda miliardario gestito, secondo le accuse, dai vertici della Cassa di Risparmio di San Marino. Funzionava così: i soldi di origine sospetta, proventi dell'evasione fiscale o di altri reati, affluivano nella minuscola Repubblica romagnola e da qui rimbalzavano su conti bancari italiani per tornare a San Marino finalmente ripuliti e pronti per essere incassati dai legittimi (si fa per dire) proprietari.

La Banca d'Italia, da più parti accusata di scarsa vigilanza su questi movimenti miliardari, ora sembra aver deciso di alzare il tiro. Per il momento non c'è nessuna prova che il denaro proveniente dal monte Titano e approdato alla Banca MB sia il frutto di attività illecite. A scanso di equivoci e sospetti, però, gli ispettori inviati dal governatore Mario Draghi hanno dato indicazioni precise. I depositi targati San Marino vanno ridotti drasticamente. Chiaro? Chiarissimo: i manager dell'istituto milanese guidati dal presidente Mario Aramini non potranno fare altro che seguire alla lettera le disposizioni della Vigilanza.

 

Poco male, se non fosse che questo episodio rappresenta l'ultimo guaio di un percorso piuttosto accidentato. Nata nel novembre 2006 dalla fusione con la finanziaria Novagest, la Banca MB offre crediti e gestioni patrimoniali a una clientela di piccoli e medi imprenditori. Tra i soci, insieme a una cinquantina di professionisti e industriali dell'area lombardo-veneta, spuntano alcuni nomi noti alle cronache.

Per esempio il manager di lungo corso (e targato Opus Dei) Giuseppe (Pippo) Garofano, che è anche consigliere d'amministrazione, il gruppo Burani quotato in Borsa, la Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, la svizzera Banca Arner e il Credito Sanmarinese.

Già nel 2007, in effetti, Bankitalia aveva bussato alle porte dell'istituto. Una volta conclusa l'ispezione sono fioccate le multe per amministratori e manager. Ma l'allarme rosso, ben più preoccupante, scatta per il bilancio. Sui conti pesano alcune sfortunate speculazioni finanziarie su cui ha indagato la Consob e perfino la magistratura statunitense. Insomma, servono soldi per tappare i buchi del passato e rafforzare il patrimonio.

Aramini, classe 1943, ex direttore centrale di Unicredit, un banchiere navigato con mille contatti soprattutto nel Nord-est, chiama a raccolta i suoi vecchi clienti. Un successone, almeno sulla carta. Il capitale passa da 35 a 105 milioni. Di lì a poco, però, scoppia l'uragano. A settembre 2008 le Borse crollano e Banca MB ci mette del suo. Le gestioni di alcuni clienti di peso vengono affossate con perdite fino al 70-80 per cento del patrimonio nel giro di poche ore. Colpa di speculazioni ad alto rischio a base di derivati.

Alla fine, complice l'anno nero dei mercati finanziari, il bilancio del 2008 si chiude con una perdita di 6,5 milioni. È già un passo avanti rispetto al disavanzo del 2007 pari a 12,2 milioni, ma l'appuntamento con il profitto è rimandato a data da destinarsi. Nel frattempo, a dicembre dell'anno scorso, arriva la vigilanza di Banca d'Italia. Viene a galla la questione dei depositi di San Marino, ma i controlli si soffermano anche su altre aree critiche. C'è, per esempio, il problema del cosiddetto 'funding', termine che in gergo tecnico sta ad indicare la provvista di capitali da parte della banca.

In pratica, gli ispettori hanno segnalato che i crediti erogati alla clientela non sempre sarebbero stati finanziati in modo adeguato. Di questo passo l'istituto guidato da Aramini corre il rischio di restare a corto di liquidità. Non sembra un caso, quindi, che nelle scorse settimane sia stato avviato il collocamento di un primo bond targato MB per una dozzina di milioni. Forse però non è soltanto una questione di numeri.

Con decine di clienti che sono anche soci della banca la gestione dei crediti diventa un terreno scivolosissimo. Su un gran numero di operazioni a favore di azionisti e amministratori incombe il rischio concreto del conflitto d'interessi. E la Banca d'Italia, secondo quanto risulta a 'L'espresso', avrebbe formulato rilievi anche su questa delicata materia.

Garofano

Dai controlli è infatti emerso che l'anno scorso Banca MB avrebbe indirettamente finanziato alcuni dei propri soci per sottoscrivere l'aumento di capitale dell'istituto. Una partita di giro che, ovviamente, è vietata dalla legge. La questione è controversa. Aramini si è affidato a un parere legale nel tentativo di dimostrare la regolarità di tutti i fidi concessi ai clienti-soci.

Intanto però vanno segnalati almeno altri due fatti che appaiono piuttosto insoliti. Nel corso del 2008 Banca MB ha comprato poco meno del 10 per cento del proprio capitale sociale. Inoltre la finanzaria Novapart, controllata dalla banca milanese, possiede warrant MB valutati una quindicina di milioni. Anche questi aspetti non hanno mancato di suscitare la curiosità degli ispettori di Banca d'Italia, che hanno formulato una serie di quesiti sulle numerose compravendite di azioni proprie realizzate nel corso del 2008.

Ora si attende il verdetto finale. Intanto però Aramini e l'amministratore delegato Fabrizio Sartirano hanno già ottenuto una gratifica. Il bonus è giustificato, come si legge nei documenti interni dell'istituto, con "il buon andamento del 2009". Ciascuno dei due manager ha ricevuto 150 mila euro. Lo ha deciso il consiglio di amministrazione. Composto in buona parte da imprenditori. Finanziati dalla banca che dirigono.

 

 
[22-05-2009]

 

 

 

MINCHIA CHE CUCCAGNA! A CATANIA PAGARE L'AFFITTO AL COMUNE è FUORI MODA: SOLO UNO SU DIECI HA IL VIZIO! - A PALERMO IL 27% DELLE CASE POPOLARI OCCUPATE DA INQUILINI ABUSIVI! - LA RIFORMA NON è MAI Stata ATTUATA E ORA SCATTA LA CORSA A 100 POLTRONE…

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"

La notizia è dentro una ricerca fatta dal Censis e Federcasa con Dexia Crediop: alle case popolari di Catania chi paga l'affitto è una mosca bianca. La morosità aveva raggiunto nel 2006 il 92,5%. Su 8 milioni 617.680 euro di canoni lo Iacp del capoluogo etneo ne aveva incassati in un anno intero 644.376. Una miseria.

Soprattutto considerando il costo medio dell'affitto: 67 euro al mese. Una situazione oltre i limiti dell'incredibile, che non si spiega soltanto con l'abusivismo dilagante, ai livelli più alti d'Italia. Su 10.003 alloggi popolari, a Catania ce ne sono 2.386 occupati abusivamente. È il 23,9% del totale. Un record nazionale battuto soltanto da Palermo, dove le case popolari occupate da inquilini senza titolo per starci sono circa 3.000, ossia il 27,3% del totale.

Di fronte a questo stato di cose sarebbe logico aspettarsi che qualcuno si rimboccasse le maniche. E non che invece, come sta accadendo in Sicilia, si discutesse di poltrone. Cento, per l'esattezza. Il caso è stato sollevato alla Regione da due «deputati » regionali del Popolo della libertà, Marco Falcone e Pippo Correnti. Sono stati loro a denunciare l'imminenza di una ondata di nomine agli Istituti autonomi delle case popolari siciliani.

Gli enti sono dieci (uno per provincia più quello di Acireale), ognuno dei quali con dieci posti in consiglio di amministrazione: tre nominati dalla Provincia, tre dai sindacati, due dagli assessorati al Lavoro e ai Lavori pubblici, uno dalle associazioni degli inquilini e l'ultimo dagli ordini professionali. Una lottizzazione con il bilancino, dove al solito sono i politici a fare la voce grossa. Un caso per tutti: alla presidenza dello Iacp di Catania c'era fino a poco tempo fa Vincenzo Gibiino, parlamentare in carica eletto con il partito di Silvio Berlusconi.

Il fatto è che la Sicilia è praticamente l'unica regione a trovarsi in questa situazione. Nell'isola la riforma del 1998 che ha spazzato via gli Iacp in quasi tutta Italia, passando la competenza alle Regioni e trasformandoli in aziende con un consiglio di amministrazione al massimo di cinque componenti, non è mai stata attuata. I vecchi istituti per le case popolari sono sopravvissuti a ogni timido tentativo di cambiamento.

Nei mesi scorsi il presidente della Regione Raffaele Lombardo ha sostituito i presidenti con commissari ad acta. E ora sono partite le grandi manovre per rinnovare completamente i consigli di amministrazione. Uno scandalo, anche secondo il sindacato guidato da Guglielmo Epifani. Hanno denunciato Michele Palazzotto e Antonio Crispi della Cgil: «Gli Iacp rappresentano terreno di conquista per politici di ritorno e clientele politico affaristiche. In Sicilia ogni istituto ha ben dieci consiglieri, fra cui un presidente e un vice­presidente, tutti con status giuridico, indennità, diritto all'aspettativa e spese di missione».

Di che cifre si sta parlando, lo spiega Falcone: «Con una legge regionale del 2008 gli emolumenti dei vertici degli Iacp siciliani sono stati parametrati a quelli dei vertici delle Province. La retribuzione del presidente di ognuno dei dieci istituti è pari al 75% di quella del presidente della Provincia». Facendo i conti, non meno di 7.500 euro al mese. «Lo Iacp di Catania, per esempio, potrà arrivare a costare 50 mila euro al mese per i compensi degli amministratori», sostiene il deputato regionale del Pdl.

«L'esperienza dice che dove i vecchi Iacp sono diventati aziende e i consigli sono stati ridotti a tre, al massimo cinque componenti, si riesce a gestire il servizio senza contributi pubblici e magari ottenendo qualche piccolo utile. La Sardegna, per esempio, ha chiuso i vecchi Iacp e li ha riuniti in una sola azienda. In Liguria hanno fatto la scelta dell'amministratore unico. Come nelle Marche», dice Luciano Cecchi, il presidente di Federcasa, l'associazione che riunisce gli istituti riformati.

Non che i problemi manchino neppure dove la legge del 1998 è stata attuata. Nel Comune di Roma, per esempio, le case popolari occupate abusivamente sono 5.863, l'11,1% del totale. A Milano, invece, 3.409, il 5,2%. E se a Palermo la morosità, pur notevolmente inferiore a quella di Catania, raggiunge comunque la vetta del 34,7%, a Roma si arriva al 41,2%, con 21 milioni di euro non incassati ogni anno, e a Cagliari si tocca il 44%. Ben più che a Torino (32,5%), e addirittura a Napoli, città nella quale non si riscuote circa il 24% degli affitti delle case popolari. Mentre a Milano la morosità è al 10,2%, ma fra il 2001 e il 2006 è raddoppiata.

 

 
[12-05-2009]
 
 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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ATTENZIONE AI RISCHI DELL'EOLICO

 

RIFIUTI ED EMISSIONI 0

 

 

 

 

Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL PROF.UGAZIO clicca qui

La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di una minoranza armata

Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere ancora viste dalle future generazioni

Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di essere impallinati

Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e meno contrastanti con l’interesse generale

Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria

Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere preservato

Le ragioni del SI
www.referendumcaccia.it .

A breve avremo la data!

Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici piemontesi!

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.it