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– SI SCOPRE parallelo a quella di Cian LA Milano DELL’EXPO [21-08-2009] GENCHI ACCUSAA I SPATUZZA GENCHI N'ANDRANGEDA

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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
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dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
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QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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|
LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
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|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
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grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
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LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
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1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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La Stampa e lo staff TypePad
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. STRAGI '93, CONSO
E AMATO SARANNO ASCOLTATI IL 15 FEBBRAIO A PROCESSO FIRENZE...
(Adnkronos) - La corte d'assise di Firenze ascoltera' il
prossimo 15 febbraio l'ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, e l'ex
capo del Dap, Nicolo' Amato. Entrambi sono stati chiamati come testi
nell'ambito del processo a Francesco Tagliavia, il boss di Corso dei Mille
raggiunto nel marzo scorso da una nuova ordinanza di custodia cautelare in
carcere nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla procura di Firenze sulla
stragi di mafia del 1993-94 a Firenze, Roma e Milano. A indicare Tagliavia
come uno degli esecutori della stagione di attentati e' stato il
collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che la procura di Firenze
ritiene attendibile.14-01-2011] |
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EX PM ALIQUO',
PROTESTAMMO PER REVOCHE 41 BIS...
(AGI) - L'ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio
Aliquo' e' stato sentito oggi, per circa due ore e mezza, dai pm Lia Sava e
Nino Di Matteo, nell'ambito dell'indagine sulla trattativa fra mafia e
Stato. L'ex magistrato, oggi in pensione, ha risposto in particolare a
domande sulla segnalazione che, assieme al collega Luigi Croce, oggi
Procuratore generale del capoluogo siciliano, inoltro' al ministero della
Giustizia nell'estate del 1993: i due vice di Gian Carlo Caselli
rappresentarono la inopportunita' delle revoche e delle mancate proroghe del
regime di carcere duro imposto ai mafiosi detenuti. I provvedimenti di
cancellazione del 41 bis pero' continuarono e, nel corso del '93, furono
circa 300.
Aliquo' ha detto ai pm
che la Procura dell'epoca aveva l'esigenza di interrompere i canali di
comunicazione tra i detenuti e gli "uomini d'onore" presenti sul territorio.
Cosa che di fatto venne ostacolata dalle decisioni del ministro della
Giustizia dell'epoca, Giovanni Conso. Sentito dai pm palermitani e dalla
commissione Antimafia, l'ex Guardasigilli aveva spiegato di avere adottato i
provvedimenti in maniera autonoma, per evitare altre stragi.14-01-2011]
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“IL PADRINO”,
ULTIMO ATTO - LA MEGA RETATA DELL’FBI FA CALARE IL SIPARIO SUL CRIMINE
ORGANIZZATO DEL VECCHIO “MADE IN ITALY” - PIÙ “SOPRANOS” CHE DON VITO
CORLEONE, I CENTO ARRESTATI RAPPRESENTAVANO LE FRATTAGLIE DELLA
CRIMINALITÀ: ESTORSIONI A PIZZERIE, ESECUZIONI VECCHIE DI 30 ANNI, UN
PO’ DI USURA, PROSTITUZIONE DA MARCIAPIEDI O DA TAVERNA DI PERIFERIE -
ORMAI COSA NOSTRA LASCIA IL POSTO ALLE CELLULE METASTATICHE DELLA
‘NDRANGHETA, ALLA "MAFYA" RUSSA, COLOMBIANI, GIAMAICANI, I CINESI DELLA
TRIADE, I GIAPPONESI DELLA YAKUZA, CHE RECLUTANO SANGUE IMMIGRATO
FRESCO, DA ASSOLDARE E DA SPARGERE… Vittorio Zucconi per "la
Repubblica"
Suonate le note
languide e struggenti di Nino Rota sui titoli di coda del "Padrino", per
leggere questa notizia. I resti miserabili di quelle che furono le
famiglie mafiose che governavano New York sono stati spazzati via
all´alba di ieri in una retata mai vista prima. Cento fra
mammasantissima, pezzi da novanta, capi regime, picciotti e made men,
associati a Cosa Nostra, sono stati arrestati sulle indicazioni di un
canarino che ha cantato e ha tradito il patto dell´omertà.
Ma a guardare bene
le imputazioni che il procuratore dello stato di New York, sotto il
controllo del ministro della Giustizia federale Eric Holder, ha scritto
sui mandati d´arresto e di perquisizione eseguiti, come quasi sempre
accade, all´alba per sorprendere quei "bravi ragazzi" ancora a casa e a
letto, emerge la fotografia di una mafia italiana in America ormai più
da telefilm alla "Soprano" che da sinistro e onnipotente impero nello
stile del "Padrino".
Non sarà
certamente l´ultimo atto, il gran finale, per le due ultime famiglie,
quella dei Gambino e dei Colombo, sopravvissute alle cinque che per
mezzo secolo hanno controllato le mean street, le strade di New York,
con i Bonanno, i Lucchese e i Genovese, perché pezzi, brandelli
dell´impero che un tempo insanguinava la città con le sue guerre,
resteranno. Ma il racket, il giro nel quale 100 arrestati sguazzavano,
era la frattaglia della criminalità.
Storie di
estorsioni a pizzerie e grossisti di alimentari, esecuzioni risalenti a
volte a 30 anni or sono, un po´ di usura, prostituzione da marciapiedi o
da taverna di periferie, lontana dal giro molto più rispettabili e
redditizio delle agenzie per "escort", come la famosa agenzia "Empire"
che nel 2007 distrusse il governatore dello Stato di New York, Elliot
Spitzer quando si scoprì che ne era un cliente affezionato. «La nostra
battaglia è ben lontana dall´essere finita o vinta» ha chiarito subito
il ministro Holder.
La battaglia no,
ma quella Cosa Nostra che ha riempito le cronache, le carceri, le
strade, le barberie e le trattorie di sangue e di prepotenza e che ha
tormentato l´immagine di tutti gli italiani e gli italo americani per
almeno tre generazioni sembra molto vicina al tramonto.
Nella grande rete
tesa ieri mattina, soprattutto a Brooklyn, sono finiti Bobby Vernace,
capo della Gambino Family, con accuse di estorsione, spaccio e di un
omicidio commesso 30 anni or sono, a Queens. Per gli omicidi non esiste
naturalmente la prescrizione.
E la scorsa
settimana, in un preludio alla pesca miracolosa di pesci mafiosi, il
tribunale aveva condannato a otto anni un boss della famiglia Genovese,
John "Sonny" Franzese, specialista in estorsioni contro pizzerie e
locali di spogliarello e di "pole dance", le contorsioni delle pitonesse
in mutande attorno alla pertica. Franzese ha 93 anni.
Ancora una volta,
e come sempre in materia di mafie, la «brillante operazione» delle forze
di polizia e della magistratura era partita da un voltagabbana, da un
pentito collaboratore di giustizia, Salvatore "Sal" Vitale, un boia
della famiglia Bonanno che si era vantato di avere fatto fuori 10
persone di clan nemici nei suoi anni ruggenti. Di fronte alla
prospettiva di morire in carcere, di essere giustiziato, legalmente o
illegalmente in quelle prigioni federali ad alta sicurezza dove le
scenette del mafiosi che preparano la salsa di pomodoro con la salsiccia
e l´origano ascoltando O Sole Mio sono letteratura del passato, "Sal" ha
parlato, e altri ruderi della struttura criminale sono caduti.
Era dal 1957
quando l´Fbi fece irruzione in una casa fra i monti Appalachiani dove
era riunito lo stato maggiore della mafia e poi dalla deposizione di Joe
Valachi nel 1961, quando fu tracciata per la prima volta la mappa delle
famiglie mafiose, che le organizzazioni criminali di origine italiana
negli Usa non subivano colpi così duri. Da questo, a differenza di
quanto accadde 60 anni or sono, la mafia difficilmente si riprenderà,
almeno nella sua forma tradizionale.
L´ultimo "capo di
tutti i capi", John Gotti, è morto di malattia in carcere. Il figlio
John A. è stato a lungo perseguito dai procuratori di New York nel
sospetto che avesse ereditato la famiglia, ma nei mesi scorsi i
magistrati hanno annunciati di avere abbandonato la caccia perché, come
disse un sostituto procuratore, Greg Andres «ci siamo accorti che
stavamo spendendo un sacco di soldi e di tempo dietro a qualcuno che non
conta niente».
Mentre il cadente
impero del Padrino siciliano si consuma nel proprio tramonto assai poco
romantico, si diffondono le cellule metastatiche della ‘ndrangheta,
molto più difficili da sopprimere per la loro struttura non verticistica
come le famiglie di Cosa Nostra. Si affermano la "mafya" russa, spesso
in collegamento con le ‘ndrine, i colombiani, i giamaicani, i cinesi
della Triade, i giapponesi della Yakuza, le organizzazioni criminali che
possono ancora contare su un reclutamento di sangue immigrato fresco, da
assoldare e da spargere.
Quando, alla
frontiera del Rio Grande con il Messico con Texas e Arizona, la guerra
fra i narcos, gli agenti di frontiera, le autorità locali racconta di
stragi e di atrocità quotidiana, la condanna di un vegliardo di 93 anni
condannato per il pizzo sulle ballerine in topless e dei 100 scaricati
dal killer segnala che non è finita la mafia. Ma stanno finendo le mafie
siciliane dei vecchi uomini di panza e dei loro disperati picciotti.
21-01-2011]
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L’ANTIMAFIA NEL
LETTO DI PAPI - NELL’INDAGINE DELLA BOCCASSINI PERQUISITA LA CASA DOVE
Eleonora De Vivo, famosa per essere insieme alla gemella Imma la
“portafortuna” di Silvio, ABITA CON IL COMPAGNO SOTTO PROCESSO PER
CAMORRA - MA ALTRE DELLE RAGAZZE DI ARCORE HANNO RELAZIONI PERICOLOSE.
CHE POTREBBERO ESPORRE IL PREMIER AL RISCHIO DI RICATTI...
Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"
in edicola domani
Eleonora De Vivo,
famosa per essere insieme alla gemella Imma la "portafortuna" di Silvio
Berlusconi, venerdì scorso si è svegliata presto, tirata giù dal letto
dalle forze dell'ordine spedite dai pm di Milano a perquisire la sua
abitazione.
L'ex naufraga
dell'"Isola dei Famosi" è coinvolta con la sorella e altre nove ragazze
nel Rubygate, perché il suo nome appare come beneficiario di un
appartamento nell'ormai celebre condominio di Milano 2, a via Olgettina
65, dove vivono altre favorite dell'harem del premier.
La polizia, però,
non ha bussato a quella porta, ma è andata dritta a Napoli. Non a
Bagnoli, dove la show-girl è residente, ma a via Luca Giordano.
Eleonora, al Vomero, ci vive infatti da anni. Insieme al compagno
Massimo Grasso, imprenditore di successo ed ex consigliere comunale di
Forza Italia, attualmente indagato per associazione a delinquere di
stampo camorristico.
I poliziotti sono
stati gentili, hanno sequestrato carte e computer portatili, e sono
andati via. Erano certi che Eleonora fosse lì, e che insieme a lei
avrebbero trovato anche il convivente, dal momento che è agli arresti
domicilari. Sapevano pure che la casa è di proprietà di una società (Le
Mimose) sotto sequestro nell'ambito di un'inchiesta antimafia. La stessa
mattina Grasso, coincidenza, aveva un'udienza nel maxiprocesso che lo
vede coinvolto con familiari e soci in affari.
Tutti finiti alla
sbarra dopo un'inchiesta della Dda di Napoli che ha scoperto come vari
clan della camorra - Casalesi in primis - attraverso le aziende guidate
da Renato Grasso (fratello di Massimo) siano riusciti a mettere le mani
sul business miliardario dei videopoker e delle new slot in tutta la
Campania.
Nel via vai di
ragazze che da anni accompagna le serate del presidente del Consiglio
possono infiltrarsi anche signorine con frequentazioni poco
raccomandabili. Persone che, venute in possesso di informazioni delicate
sulla vita privata di una delle massime istituzioni del Paese,
potrebbero poi esercitare pressioni, chiedere piaceri, ricattare.
Il caso della
gemellina De Vivo è solo un esempio dei rischi che corre Berlusconi: non
è la prima volta che l'ombra della criminalità organizzata (non solo
camorra, ma anche ‘ndrangheta, Cosa nostra e mafia pugliese) ha sfiorato
i protagonisti dei festini presidenziali.
Ilda Boccassini è
titolare di un altro fascicolo scottante. Un filone della grande
inchiesta sulle cosche della 'ndrangheta in Lombardia che lo scorso
luglio portò in carcere centinaia di persone. A "L'espresso" risulta che
in alcune informative sugli affari delle cosche calabresi venga citato
più volte il nome di Lele Mora. Le indagini sono ancora in corso, gli
accertamenti per definire la reale natura del rapporto tra l'agente
delle star (condannato in passato per spaccio di droga, attualmente
sotto inchiesta anche per bancarotta) e alcuni boss indagati non sono
ancora conclusi.
Ma nell'entourage
di Palazzo Chigi la preoccupazione è palpabile. E invita a rileggere la
dichiarazione che Berlusconi fece a novembre, appena scoppiato lo
scandalo Ruby, per rintuzzare gli attacchi politici e della stampa.
«Nessuno può negare», spiegò, «che alcune delle cose che accadono siano
una vendetta della malavita».
Anche a Napoli,
dove tutto iniziò con la partecipazione del Cavaliere alla festa dei 18
anni di Noemi Letizia, non è facile destreggiarsi tra le frequentazioni.
Elio, padre di Noemi, fu indagato per una storia di mazzette intascate
per garantire licenze a vari commercianti napoletani.
Al tempo l'uomo
definito da Berlusconi «l'ex autista di Craxi» lavorava nella segreteria
dell'assessore Arcangelo Martino, assurto di recente alle cronache
perché protagonista della cosiddetta P3. Ad accusare Letizia nel 1993 fu
un collega, David Lezzi, che davanti ai pm definì Elio «una persona
dalle frequentazioni oscure: si vantava, a scopo di intimidazione di
impiegati e componenti della commissione, di essere protetto dai clan
camorristici di Secondigliano».
Sembra
fantascienza, ma sono altre le ragazze entrate nelle residenze del
premier che hanno (o hanno avuto) rapporti con personaggi della
malavita. Nel 2008, Barbara Montereale, la ragazza immagine portata a
Palazzo Grazioli da Giampaolo Tarantini, era legata a Radames Parisi,
rampollo della potente dinastia della mafia barese. Arrestato per
l'omidicio di un pregiudicato cieco, condannato in primo grado, fu poi
assolto in appello nel maggio 2008, dopo due anni di carcere preventivo.
Lo scorso ottobre
Radames è finito nuovamente in galera. Stavolta per detenzione di arma
da fuoco. Non solo: tre settimane dopo è stato raggiunto, insieme al
padre Vito, da nuove, pesanti accuse, tra cui l'associazione per
delinquere finalizzata all'usura, estorsione e riciclaggio.
Infine Perla
Genovesi e Nadia Macrì, due amiche ascoltate per mesi dai magistrati di
Palermo, incappati in un traffico di cocaina gestito, sembra, da uomini
vicini al boss dei boss Matteo Messina Denaro. La Genovesi, arrestata
con l'accusa di essere un corriere delle cosche, si è pentita di
recente. È una donna che conosce molti politici di centrodestra, essendo
stata l'ex assistente parlamentare di un senatore del Pdl. Gli
inquirenti, già nel 2005, registrano sue telefonate verso Villa San
Martino ad Arcore e ipotizzano rapporti tra lei e Sandro Bondi.
Perla comincia a
parlare pochi mesi fa: descrive il sistema del narcotraffico, racconta
di orge e festini a base di coca nelle ville di politici di centrodestra
dell'isola. Tira in ballo un'escort, la Macrì, che viene subito
interrogata: dice di essere stata ai festini hard del premier grazie a
Mora e Fede, di aver fatto sesso a pagamento con Silvio, racconta di
aver visto minorenni anche a Villa Certosa, e di «erba da fumare che
veniva trasportata sul jet privato del presidente». Le storie della
pentita e della prostituta andranno ovviamente verificate. 20-01-2011]
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.. CONTRADA,
ESPOSTO SU INTERROGATORIO DI INGROIA A SCARANTINO...
(Adnkronos) - Un esposto e' stato presentato da Bruno
Contrada - l'ex dirigente della Polizia, condannato in via definitiva
nel 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa e ora agli arresti
domiciliari a Palermo - dopo la lettura di quanto contenuto nel libro
'Nel labirinto degli dei: storie di mafia e di antimafia' scritto dal
procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia, a proposito
di un interrogatorio del pm al collaboratore di giustizia Vincenzo
Scarantino, durante il quale il 'pentito' lancio' accuse contro
Contrada.
L'esposto e' stato
proposto al ministro della Giustizia Angelino Alfano, al procuratore
generale della Cassazione e al procuratore della Repubblica presso il
tribunale di Caltanissetta. 19-01-2011]
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2. STRAGI'93;
PENTITO, BERLUSCONI DIETRO ATTENTATI...
(ANSA) - "Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a
dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti", per le stragi del 1993 "e
in un'altra occasione mi fece il nome di Berlusconi". Lo ha detto il
pentito Giovanni Ciaramitaro, deponendo a Firenze al processo sulle
stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano. "La ragione delle stragi - ha
aggiunto - era l'abolizione del 41 bis, l'abolizione delle leggi sulla
mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C'erano
dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate
a metterle alle opere d'arte".
In un'altra
circostanza, durante una latitanza, "chiesi a Giuliano - ha detto
Ciaramitaro - perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore
fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che
ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente
del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era
Berlusconi".
3. PM LARI, CI
SARA' ACCELERAZIONE SU STRAGE VIA D'AMELIO...
(Adnkronos) - Dopo due anni di lavoro e' pronta la memoria della procura
antimafia di Caltanissetta che chiede la revisione del processo definito
in Cassazione per la strage di via D'Amelio. Mancano gli ultimi ritocchi
prima di consegnare gli atti al procuratore generale a cui spetta di
pronunciarsi. Intanto si preparano le richieste per gli indagati
dell'inchiesta scaturita dalle dichiarazione di Gaspare Spatuzza.
Fiducioso il procuratore nisseno, Sergio Lari intervistato da Radio Rai.
'Stiamo lavorando
a una memoria con cui si ricostruira' tutta questa vicenda e la
sottoporremo all'attenzione del procuratore generale di Caltanissetta -
ha spiegato Lari - il quale dovra' a sua volta decidere se chiedere o
meno la revisione della corte d'appello competente che potrebbe essere
quella di catania o eventualmente quella di Messina".
Il procuratore
distrettuale di Caltanissetta confida che "nel giro di un paio di
settimane" potrebbe consegnare al procuratore generale Roberto
Scarpinato la memoria sulla revisione e "dare un'accelerazione alla
nuova inchiesta sugli esecutori della strage di via D'Amelio, quella
cioe' scaturita dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che smentiscono la
ricostruzione dell'altro pentito, Vincenzo Scarantino le cui accuse
hanno mandato all'ergastolo molti uomini estranei all'eccidio del
giudice Borsellino".18-01-2011]
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GIUDICE SABELLA,
PM CHELAZZI VOLEVA INDAGARE MORI...
(Adnkronos) - Il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, prima di
morire, avrebbe voluto iscrivere il Prefetto Mario Mori "nel registro degli
indagati" nell'ambito della cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa
nostra. A confermarlo in aula, al processo Mori, e' l'ex pm di Palermo
Alfonso Sabella, che sta deponendo come teste dell'accusa.
"Chelazzi mi disse
parecchie volte che voleva iscrivere nel registro degli indagati Mori ma io
ero contrario - dice il giudice Sabella - So che lo aveva interrogato anche
come persona informata sui fatti ma dopo l'interrogatorio non l'ho piu'
visto perche' e' morto due o tre giorni dopo. Lo sentii solo al telefono e
mi disse che aveva fatto un verbale riassuntivo molto scarno per evitare che
potesse essere frainteso cio' che aveva detto Mori".
11-01-2011]
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Sì, lo stato italiano
cercò di trattare la resa con la mafia - ma non fu il cainano ma il
quartetto vocale Scalfaro-Ciampi-Mancino-Conso - La rivelazione dal
magistrato Alfonso Sabella in un’aula di tribunale a Palermo - il risultato
fu la liberazione dal carcere duro per oltre 130 boss mafiosi
dell’Ucciardone e per centinaia di detenuti mafiosi e camorristi nelle
carceri campane - Fra i beneficiari alcuni dei protagonisti delle stragi del
’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino....
Chris Bonface per "Libero"
Sì, lo stato italiano
cercò di trattare la resa con la mafia all'epoca di Oscar Luigi Scalfaro
presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi presidente del Consiglio,
Nicola Mancino ministro dell'Interno e Giovanni Conso ministro della
Giustizia. La rivelazione è arrivata ieri in un'aula di tribunale a Palermo
da un testimone di eccezione: il magistrato Alfonso Sabella, attualmente in
servizio al tribunale di Roma.
Chiamato a deporre al
processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, Sabella ha ricordato
i suoi anni da pm a Palermo, quelli al Dap e soprattutto quelli alla procura
di Firenze quando collaborò con il pm della Dna Gabriele Chelazzi (oggi
scomparso) all'inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia. Sabelli, che è
uno dei magistrati più apprezzati dalle associazioni antimafia, ha rivelato
che Chelazzi era convinto che il generale Mori avesse avuto da organi dello
Stato un mandato a trattare con i boss di Cosa Nostra.
Secondo lo stesso
magistrato «lo Stato, dopo le stragi del '93, tentò di dare un segno di
disponibilità a Cosa Nostra alleggerendo il numero dei boss sottoposti al
regime carcerario duro previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento
penitenziario». La deposizione di Sabella è importante perché nonostante
tutte le smentite, omissioni e parziali rivelazioni sulla trattativa fra
Stato e mafia sotto il governo Scalfaro-Ciampi, sta emergendo con chiarezza
come allora ci si arrese alle condizioni imposte da Cosa nostra.
Secondo il ricordo di
Sabella il suo collega Chelazzi carpì qualche elemento per ricostruire
questa oscura vicenda «da un incontro che si svolse fra il generale Mori e
l'ex vicecapo del Dap Francesco Di Maggio».
Nel colloquio ci
furono riferimenti espliciti alla direttiva governativa di trattare con i
boss di Cosa Nostra. E il clamoroso risultato fu la liberazione dal giogo
del carcere duro per oltre 130 boss mafiosi dell'Ucciardone e per centinaia
di detenuti mafiosi e camorristi nelle carceri campane.
Fra i beneficiari vi
furono alcuni dei protagonisti delle stragi del '92 in cui persero la vita i
giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e perfino uno dei rapitori e
barbari assassini (sciolsero il corpo nell'acido) del giovanissimo Giuseppe
Di Matteo, figlio del pentito Santino.
A calarsi le braghe
davanti a siffatti nobiluomini fu il tanto celebrato governo tecnico della
fine della prima Repubblica, che oggi parte del Pd vorrebbe erigere a
modello per sostituire l'odiato Silvio Berlusconi. Ma quel governo Ciampi
co-diretto al Quirinale da Scalfaro, uno dei grandi moralisti della
Repubblica, non solo invece di combatterla si arrese senza condizioni alla
mafia, ma si è tenuto questo segreto per quasi due decenni.
Fino a quando chissà
se per ingenuità o per rimorso nel novembre scorso il quasi novantenne
professore Conso ha deciso di rivelare i primi particolari di quel che
accadde, sostenendo di avere fatto tutto da solo senza informare nessuno,
proprio per vedere se quella grazia concessa ai boss fosse in grado di
salvare l'Italia da nuove stragi.
La versione di Conso è
stata ritenuta sia dalla commissione antimafia che lo ha ascoltato sia dai
magistrati palermitani che hanno aperto una inchiesta, assai poco credibile.
Proprio per questo i pm palermitani alla vigilia di Natale hanno interrogato
per lunghe ore a Roma sia Ciampi che Scalfaro, segregando il contenuto di
quei verbali. 12-01-2011]
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1- "I CARABINIERI
TROVARONO IL "PAPELLO" MA ARRIVÒ L’ORDINE DI NON SEQUESTRARLO" - 2- LA
DEPOSIZIONE DEL MARESCIALLO SAVERIO MASI AL PROCESSO AL GENERALE
DELL’ARMA MARIO MORI, ACCUSATO DI FAVOREGGIAMENTO ALLA MAFIA: IL
FOGLIETTO CON LE RICHIESTE DI RIINA ALLO STATO FU SCOPERTO IN UNA
PERQUISIZIONE A CASA CIANCIMINO
Da
Corriere.it
Già nel 2005,
durante la perquisizione in casa di Massimo Ciancimino, i carabinieri
trovarono il cosiddetto «papello» di Totò Riina ma non lo sequestrarono,
su ordine di un colonnello, poichè l'Arma ne sarebbe stata già in
possesso.
La rivelazione è
venuta dalla testimonianza del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale
dei carabinieri che sta deponendo al processo al generale dell'Arma
Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. «Il capitano Angeli
- ha sostenuto il maresciallo - mi disse che, nel corso di una
perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e
informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che
questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano».
Il teste, prima in
servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo,
pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto
appreso dall'allora capitano Antonello Angeli che effettuò una
perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005 indagato per il
riciclaggio del tesoro del padre, l'ex sindaco di Palermo Vito. In casa
del superteste della trattativa, nascosto in un controsoffitto, ci
sarebbe stato l'elenco con le richieste di Riina allo Stato.
FOTOCOPIA DI
NASCOSTO
- Esterrefatto dall'ordine del superiore di non sequestrare il papello,
Angeli lo fece fotocopiare di nascosto a un collega. Angeli informò
della vicenda il maresciallo circa un anno dopo la perquisizione a casa
di Massimo Ciancimino e gli raccontò di averne poi discusso animatamente
con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco
Gosciu.
Il capitano scelse
il sottufficiale per la confidenza sapendo che questi aveva avuto
rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu, quindi essendo
certo di trovare in lui un «alleato». Angeli e Masi, molto preoccupati
per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far filtrare
la notizia sulla stampa.
CONTATTI CON LA
STAMPA
- Una mossa che,
secondo loro, avrebbe «costretto» i magistrati a convocarli e gli
avrebbe consentito di rivelare all'autorità giudiziaria una circostanza
che ritenevano inquietante. Nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro
sottufficiale, contattò allora il giornalista dell'Unità Saverio Lodato
proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome
di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia
importante.
Al cronista
chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo. Dopo la
testimonianza di Masi, controesaminato dal legale di Mori, l'avvocato
Basilio Milio, che ha messo in luce che il teste è sottoposto a un
procedimento penale per falso materiale e che è stato «piu volte
trasferito», ha cominciato a deporre Lodato. 21-12-2010]
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CIA-CIA-CIà! SENTI
COME CIANCIA CIANCIMINO - INTERCETTATO 3 SETTIMANE FA, RACCONTA
ALL’INDAGATO PER ‘NDRANGHETA GINO STRANGI, CHE USERÀ LA SCORTA DELLO
STATO PER RIPORTARE 7 MILIONI € IN FONDI NERI DALLA FRANCIA IN ITALIA -
RICICLAGGIO E SPIONAGGIO (ENTRA NEI PC LASCIATI INCUSTODITI DAI PM
SICILIANI), PERCHÉ TANTO “L’HAI VISTA LA TRAMISSIONE SU BORSELLINO? SONO
UN’ICONA PER LORO! A CHI MI VUOLE FOTTERE, GLI DICONO: GUARDATE CHE È IL
NOSTRO TESTE PRINCIPALE D’ACCUSA SU QUELLO CHE È SUCCESSO NEGLI ULTIMI
20 ANNI, NON ME LO SCREDITATE PER UNA CAZZATA!”…
Marco Lillo per "il
Fatto Quotidiano"
Massimo Ciancimino
che spia di nascosto i computer dei pm di Palermo per carpire loro
informazioni sulle indagini. Massimo Ciancimino che si vanta di tenere 7
milioni in nero in Francia. Massimo Ciancimino che vanta il suo ruolo di
icona del'Antimafia come uno scudo per coprire le sue malefatte.
Dopo le notizie
già pubblicate sulle sue fughe a Verona senza scorta per programmare
giri di assegni con l'imprenditore legato al clan Piromalli Girolamo
Strangi, ieri sono arrivate nuove rivelazioni dall'inchiesta della
Procura di Reggio Calabria. Le trascrizioni delle telefonate tra
Ciancimino e Strangi (indagato per appartenenza alla Ndrangheta)
anticipate ieri dal Corriere della sera, e visionate dal Fatto
Quotidiano assestano un colpo durissimo alla figura del figlio di don
Vito.
Il primo dicembre
del 2010 alle 12 e 15 la Polizia intercetta negli uffici della
cooperativa Gpl di Verona (amministrata da un calabrese di Taurianova,
con un fatturato di 3,2 milioni di euro si occupa di movimentazione
merci) Ciancimino che programma con Strangi un viaggio a Parigi. Non per
far distrarre la moglie come racconta in giro, ma per far rientrare
parte del suo tesoro.
Questo è il
colloquio tra Ciancimino (M) e Girolamo Strangi detto Gino (S):
M Parto per Parigi il 6 e torno il 13. Tu che dici di fare Gino? Li
porto in Italia i miei 100 e poi li do a Paolo (il commercialista di
Ciancimino, ndr)? A me non mi piace che Paolo arriva fino a Gioia
Tauro...
S No deve
arrivare... per forza. Qua non deve venire
M (...) Ti fidi a
fare tutto questo percorso in macchina con i soldi? Io non ho problemi
che sono con scorte e tutto... passo ovunque... (...)
M Il 9 lui può
prenderli e portarli, si mette in macchina con sua moglie e se ne va
S Per me va meglio
M (inc.)... fare
entrare un'altra persona... una volta che abbiamo messi questi cento...
mi devi dare 70 di assegni, giusto?
S Sì
Non è chiaro a
cosa serva questo scambio di assegni. Comunque Ciancimino, dopo aver
concordato l'operazione comincia a parlare dei suoi problemi con i
contanti.
M Hai capito? A me
non mi serve a un cazzo il contante, perché io devo pagare tutto con la
carta di credito e io, Gino, in te ho una fiducia cieca
S Io sono una
persona seria, Massimo
M (Inc..) Io faccio tutto con carta, lascio tutto tracciato (...) io è
meglio che non ci giro in Italia con il contante, è deleterio... no io
vado su tutti i giornali del mondo "Ciancimino è andato a recuperare il
tesoro". Sono rovinato!
Poi Massimo
Ciancimino parla delle sue disponibilità in Francia:
M Non ho problemi... Io ce ne ho sette (milioni? ndr) Gino. (inc)...
Sono due tocchetti (inc.) ...io ce ne ho un pacco intero ancora è sotto
vuoto... inc... la banca me li dà sottovuoto 5 milioni... ho venduto una
società di gas in Sicilia, abbiamo venduto a 128 milioni di euro a Gas
Natural, sono andati a tutti i soci mica erano tutti miei, una parte io.
Soltanto che dopo la vendita ci fu un'inchiesta ...inc ... questi sette
miei in nero perché alcuni li ho spesi e poi sono rimasti e dopo io sono
stato accusato di riciclaggio e io devo documentare che tutta la mia
vita è tracciabile (...)
S Io a Verona
lascerei stare ... non lo so se c'è qualcosa qua in giro a
Verona...capisci? Non lo so...non si sa mai. Ci può essere qualche
inchiesta
M Se hai problemi
dimmelo! A Verona ti faccio nominare un avvocato che praticamente è il
professore all'Accademia della Guardia di finanza.
A questo punto
Strangi si incuriosisce e vuol sapere se davvero Ciancimino è in grado
di conoscere dettagli sulle inchieste che lo riguardano. Ciancimino
allora millanta di poter accedere alle banche dati approfittando della
disattenzione momentanea dei pm tra una pausa e l'altra degli
interrogatori. Uno scenario poco credibile che sembra un tentativo per
accreditarsi agli occhi di un ricco partner di affari. Nella
trascrizione sono molti i punti in cui, a causa del basso tono di voce,
il testo è incomprensibile.
M No, però io me
la vado a vedere io nel registro! ...inc ...stanza... inc... per tutti,
nella stanza del pm. Non troveresti... inc... di tutto, io negli uffici
di Ingroia tu digiti un nome... inc ...e gli puoi fare vita morte e
miracoli... inc... procuratore capo... inc... c'è la convergenza
nazionale dei dati... io vado sui dati di ricerca, ti faccio vedere cosa
c'è su questo?! Tran e ti stampano tutto, quelle in corso e tutto. Io me
ne vado alla banca dati. Io ti posso dire: ogni volta chiamavo a mia
suocera e dice come fai a saperlo?
Perché io ho anche
le password per le banche.... Io se gli digito un nome mi dice se c'è
l'iscrizione in un'indagine anche dei vigili urbani. È la banca dati del
ministero ...della Dda dell'Antimafia; ce li ha tutti i dati... la
storia di tutto e se c'è un'inchiesta. Se ti serve saperlo io... quando
ho un attimo guardo ...no sennò regalo un iPhone a qualcuno e glielo
faccio vedere
S Non sollevare un
polverone
M Se ho la maniera
di vederlo da solo che... l'altra notte c'è stata una riunione alla Dda
nella stanza del procuratore... mi lasciano loro nella stanza chiusa per
non farmi vedere dai giornalisti e lo vede che sto al computer... dice:
lei è un bastardo! Mi sono andato a vedere tutti ...inc... investimenti
di mia suocera. Che cazzo fa al computer?! Io c'ho un rapporto molto...
mica mi nascondo. Io faccio quello che minchia voglio. Peggio per loro
che mi lasciano là... dimmelo in tempo però.
Su di me
Borsellino, l'hai vista la tramissione? Sono un'icona per loro! Se io
dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e
robe varie, loro... in gioco io c'ho molto di più di un'inchiesta
fiscale... e allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste
principale d'accusa su quello che è successo negli ultimi 20 anni non me
lo screditate per una cazzata! 20-12-2010]
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PAPI-CULO! - VITA
E OPERE DI BARRY DILLER, IL MAGNATE DEI MEDIA (HA INVENTATO I SIMPSON E
LA FOX TV) CHE A 70 ANNI MOLLA L’AZIENDA PER DEDICARSI AL BUNGA BUNGA IN
AEREO PRIVATO CON PISCHELLI CALIFORNIANI CHE IL SUO LELE MORA GLI
SCODELLA - È INDICATO DA ANNI COME UNO DEI CAPI DELLA “PINK MAFIA” DI
HOLLYWOOD INSIEME A DAVID GEFFEN, MA NON FA COMING OUT - LA MOGLIE DIANE
VON FURSTENBERG (VEDOVA EGON, EX DI ALAIN ELKANN) NON È COME VERONICA,
INCASSA E STA ZITTA…
Michele Masneri
per "Il
Foglio"
Quando il 2
dicembre ha annunciato le sue dimissioni da amministratore delegato
della sua holding internet Iac (InterActive Corp), Barry Diller, uno
degli uomini più potenti di Hollywood, nonché uno dei più ricchi
d'America (1,2 miliardi di dollari di patrimonio), in molti hanno
pensato che questo settantenne con una onorata carriera nei media ormai
(quasi) alle spalle abbia voluto mettersi in pensione per seguire
finalmente la sua vera passione: i ragazzi.
Una passione che non ha mai tenuto nascosta: parallela a un glorioso
cursus honorum in tv (ha inventato i Simpson, ha messo su per Rupert
Murdoch la televisione della Fox), nel cinema (a capo della Paramount ha
prodotto La febbre del sabato sera e Grease, la saga di Indiana Jones e
Beverly Hills Cop) e in Internet (Home Shopping, Expedia, Ask.com, e
oggi la galassia di siti Internet di Iac che fattura 420 milioni di
dollari a trimestre), Diller ha avuto diversi fidanzati ed è indicato da
anni come uno dei capi della "pink mafia" di Hollywood insieme al
produttore David Geffen, ma fa impazzire la comunità gay perché continua
a non fare il dannato coming out. Anzi, nel 2001 si è persino sposato
con Diane von Fürstenberg, una che teorizza la perfezione delle unioni
con uomini gay e pratica l'arte dell'accumulazione del denaro.
Nata già ricca, è
diventata miliardaria prima col matrimonio con Egon, stilista sfortunato
e nipote dell'avvocato Agnelli, poi con l'invenzione della "wrap dress",
un "abito di jersey che si allaccia come una vestaglia e non si
stropiccia" (Marco Ferrante, Casa Agnelli). Il matrimonio tra DVF e
Barry Diller, datato 2001, è uno dei più solidi di Hollywood, i due
danno feste e pic nic simpatici, racconta chi ci è stato, si vogliono
bene sul serio, e lui ha carinamente adottato i figli di lei, Alessandro
e Tatiana, i quali hanno capito tutto almeno in tema di accumulazione.
In particolare
Alex, che sarebbe un'Altezza Serenissima, che si è laureato in storia
dell'arte, ma amministra le fortune Diller-Fürstenberg con un family
office che si chiama Arrow Investments, e soprattutto impalma solo
femmine a sette zeri. Prima ha sposato la figlia del boss dei duty free
Alexandra Miller ("Quella ragazza è ricca, ricca, ricca", ha detto la
nonna Clara Agnelli a Marco Ferrante). Poi, divorziato, si è fidanzato
con Ali Kay, imprenditrice di una linea di "loungewear" (in pratiche,
tutone per casa) fighettissima e ipercostosa. Tatiana invece fa la
regista e la cantante rock.
Nonostante le soddisfazioni che devono dargli i figliastri, Diller
secondo i maligni sarebbe un po' sbroccato negli ultimi tempi: i
dipendenti e gli azionisti della Iac, con il titolo boccheggiante e gli
stipendi congelati da anni "causa crisi" non hanno mai apprezzato il suo
uso disinvolto della flotta aziendale (una delle battute del socio
storico John Malone è: "Barry ha reso l'uso del jet privato una forma
d'arte").
Adesso pare che
esageri: per il Ringraziamento dell'anno scorso Barry insieme con il suo
sodale Sally Gallin, ex agente dei divi, picciotto della pink mafia,
produttore tra l'altro di Buffy l'Ammazzavampiri, una specie di Lele
Mora però liftato, ha fatto il giro dei Caraibi con la sua armata d'aria
e di mare composta dal jet Bombardier BD-700 aziendale e dall'Eos, 305
piedi, il più grande veliero non militare del mondo, valore 200 milioni
di dollari, famoso per i party di DVF a margine del festival di Cannes.
Stavolta però
Diane non c'era, e tra gli ospiti tutti maschi e tutti ventenni di
questo tour c'erano invece i gemellini Bryan e Aaron Fox, molto carini,
uno biondo e uno moro, uno fa l'attore e l'altro il maestro di tennis.
Bryan al ritorno
ha messo tutte le foto giustamente su Facebook, e i pigiama party sul
Bombardier aziendale sono ancora in Rete e non sono molto piaciuti agli
azionisti (la moglie se ne frega). Diller (che ha solo 59 amici su
Facebook, tra cui Mark Zuckerberg, Michael Dell dell'omonima ditta Dell,
e diversi teenager), non perde comunque il fiuto per gli affari: con una
somma simbolica (18 milioni di dollari) è diventato primo azionista di
Daily Beast, il giornale online di Tina Brown, e le gole profonde di San
Francisco concordano nel dire che è stato lui ad aver voluto e gestito
la fusione del Beast con Newsweek. I maligni malignano: gli piace
mettere insieme il vecchio con il nuovo (carta più Internet). In realtà
sembra molto meno rincoglionito di come vogliono farlo apparire.
16-12-2010]
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1- NUZZI: UN BIG
DELLA MODA SOTTO INCHIESTA PER MAFIA: "NON È VERSACE"
Lo ha rivelato Gianluigi Nuzzi nel corso del suo intervento a
KlausCondicio senza voler precisare il nome. "L'inchiesta è opera del
lavoro di diverse Procure", ha poi precisato Nuzzi.
E, alla domanda di Klaus Davi "E' Versace?", la risposta è stata: "No,
non è Versace. E' un'altra casa. Non le dico il nome, ma è un marchio
conosciuto in tutto il mondo che vede fascicoli corposi negli archivi
dell'antimafia", ha aggiunto.
Nel corso del
programma Nuzzi ha spiegato come i capitali mafiosi entrano nel circuito
delle griffe. "Nel momento in cui hai una rete di negozi, quindi hai un
cash flow cospicuo che entra ed esce. Hai una distribuzione in alcuni
Paesi nei quali ci sono regimi fiscali molto interessanti per chi vuole
entrare nella zona grigia (Singapore, Cina, Corea, Hong Kong, Taiwan)
sicuramente in maniera sana. Ma consentono un movimento sia finanziario
che economico che costituisce una rete molto appetibile". [16-12-2010]
2- LA CAMERA DELLA
MODA NON FA PREVENZIONE ANTI-MAFIA
"Dalle istituzioni che presidiano la moda in Italia sarebbe
condivisibile attendersi un moderno codice etico, un sistema di
controllo interno per consentire al nostro made in Italy un'immagine
indiscutibile in tutto il mondo. Iniziative significative e,
soprattutto, preventive, metterebbero a tacere qualsiasi voce. Non è
infatti tollerabile che su alcuni marchi concorrenti sleali o maligni
facciano aleggiare leggende negative e voci infamanti sulla costituzione
dei primi capitali.
Ed è ovvio che non
mi riferisco a quanto due collaboratori di giustizia affermano in
‘Metastasi'. E' un discorso generale. Sarebbe bene che si prendesse
esempio da quanto Confindustria sta facendo nel Mezzogiorno perché il
silenzio confina con la complicità".
E alla domanda
"Farebbe bene la Camera della Moda a segnalare alla magistratura le
aziende associate in odor di mafia e camorra?", la risposta è stata "Sì,
come qualunque organismo di rappresentanza deve cercare la
collaborazione della magistratura e non far finta di nulla".
[16-12-2010]
3- RAMPOLLI
‘NDRANGHETA SMERCIANO DROGA ALLA LUISS E ALLA BOCCONI
"Non pagano la droga, quindi la smerciano alle feste degli studenti
della Bocconi e della Luiss. L'arte è quella di essere in credito
rispetto agli altri... E' quello il segreto. La ‘Ndrangheta non è
generosa: sa colpire i punti deboli, cerca connivenza e consenso".
Così Gianluigi Nuzzi spiega il meccanismo con cui i rampolli della
‘ndrangheta smerciano droga negli ambienti studenteschi della Milano
bene.
Nuzzi racconta come avviene: "Questi ragazzi della Luiss e della Bocconi
sono boss in provetta a tutti gli effetti. Portano cocaina (tanto non la
pagano), la mettono sul tavolo e la offrono a tutti, determinando
leadership negative. E, per lo stesso motivo, pagano anche il conto dei
tavoli nelle discoteche e nei ristoranti".[16-12-2010]
4- DAL LIBRO
"METASTASI" - LA MORTE OSCURA DI GIANNI VERSACE
di GianLuigi Nuzzi con Claudio Antonelli, Chiarelettere editore
......l'omicidio
Versace, e soprattutto il suicidio del suo assassino Cunanan, presentano
zone d'ombra e misteri che possono alimentare una facile pubblicistica,
ma le ipotesi alternative formulate nel tempo sono finora naufragate.
Dalle più fantasiose (c'era chi lo indicava ucciso dalla mafia russa,
che aveva lasciato un piccione morto vicino al cadavere) alla grandinata
di domande rimaste senza risposta, come quelle del compagno storico
dello stilista, Antonio D'Amico, che subito dopo la morte di Gianni andò
rapidamente in rottura con la famiglia; fino a qualche anno fa, quando
sostenne a proposito dell'indagine americana: «È stata chiusa solo in un
mese, troppo frettolosamente. Assurdo che la famiglia abbia accettato
questa risoluzione».
Le amicizie
pericolose di Versace
Di Bella prosegue il suo racconto. «Franco Coco Trovato aveva una fissa
per gli abiti di moda, per le firme del made in Italy. È stato uno dei
primi boss italiani curato nel vestire, attento agli accessori, al
dettaglio, al marchio da sbattere in faccia ai morti di fame. Franco
chiamava i ragazzi, mostrava le cravatte di Versace autografate davanti
e dietro, lo indicava come un amico, uno del quale si fidava.
Quando parlava di
Versace si faceva spavaldo. Gonfiava il petto, ti squadrava dall'alto,
insomma si atteggiava come se conoscesse chissà chi. Ci descriveva
Gianni Versace come fosse il presidente della Repubblica. E poi un
giorno aveva una cravatta, un giorno un'altra: "Questa me l'ha data
Gianni, questa me l'ha personalizzata Gianni con le iniziali".
«Non chiedetemi
come si sono conosciuti, non credo che si fossero visti in Calabria,
anche se Gianni era nato giù. Penso che si fossero incrociati a Milano
all'inizio degli anni Ottanta. Franco aveva il pallino della moda e
delle boutique, tanto che ne aveva aperta qualcuna. La prima a
Calolziocorte, vicino a Lecco, intestata a un prestanome di lì, uno
zoppo che aveva la gamba sifulina.
Abiti su misura e
confezionati; in vetrina esponeva Versace, Pierre Cardin... Poi
l'amicizia deve essersi fatta più stretta. A noi diceva solo che
facevano viaggi insieme. Andavano a Palma di Maiorca, in Brasile, ma io
ho saputo che il rapporto era più intimo. Si divertivano insieme, viaggi
e affari. Franco chiedeva di soddisfare qualsiasi esigenza di Gianni.
Così Beta [nome in
codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a nuove indagini, nda]
si rivolgeva ai fratelli Marinaro, che procuravano coca buona, di prima
classe, che arrivava dalle mani di Aldé, amico strettissimo di Musolino,
uno dei narcotrafficanti di punta di Franco, uno che collegava la
famiglia direttamente con il Sud America. «Tra di noi si diceva che
Franco Coco dava soldi a Versace per ripulirli, per riciclarli. Anzi,
posso dire, e me ne assumo la responsabilità, che dal 1983-84 Versace
collaborava con Franco Coco per il riciclaggio dei soldi.
Il primo a dirmelo
è stato Beta, che conosceva vita, morte e miracoli dei soldi di Coco
Trovato. Meglio di lui non c'era nessuno. Io non rimasi sorpreso. Franco
era molto bravo con le relazioni. Non è detto che Versace conoscesse
l'origine dei soldi che riceveva. Anzi, forse nemmeno sapeva che il suo
amico Coco Trovato era uno di noi, uno della 'ndrangheta. Ma, vedete,
per me uno più uno fa due; se tu mi dai un miliardo, fai parte della mia
famiglia, altrimenti il miliardo non me lo dai, o sbaglio? Io mi alzo la
mattina, vengo da te e ti do un miliardo per cosa? Per giocare? Tutto in
simpatia? Dico, siamo impazziti?
«Anche Sandrino,
l'autista di fiducia di Franco, mi confermò che i due erano in affari.
Sandrino coglieva i discorsi delle persone che trasportava in auto. Ed
era un tiratore di cocaina, di quelli forti, 5-10 grammi al giorno. Così
si confidava, mi raccontava tutto. Un altro che era a conoscenza dei
rapporti di Versace con l'organizzazione era Vincenzo Musolino, cognato
di Franco: si era intestato diverse società fittizie per conto del boss
e ripuliva un paio di miliardi di vecchie lire al mese. «La montagna di
soldi da riciclare tutti i mesi era enorme. I soldi della droga, delle
estorsioni, del pizzo, dei furti, dell'usura.
Un fiume di denaro
che arrivava dai capi dei paesi che versavano il dovuto a Franco. Il
denaro andava pulito. Sta di fatto che Franco utilizzava due canali: il
reinvestimento in bar, ristoranti, appartamenti, beni di lusso, e il
riciclaggio in aziende sane che davano utili puliti, candidi. «E poi
Franco aveva la passione delle Ferrari, ne possedeva quattro o cinque,
le comprava in contanti e le rivendeva.
Anche così puliva,
come con i caterpillar comprati nuovi per le sue ditte di scavatori: li
teneva fermi tre, quattro mesi e poi li rivendeva. Franco era uno
semplice, non usava i computer. Non si fidava. "I soldi si contano, non
si scrivono" mi diceva spesso. Così aveva bisogno di qualcuno che
prendeva le somme in contanti e poi li riprendeva indietro sempre cash
pur di cambiare i numeri di serie delle banconote.
Perché magari
finivano dentro i soldi delle rapine ai portavalori, alle poste, alle
banche; banconote segnate, pericolose, che bisognava girare subito. Io
ti do le banconote sporche, tu mi dai indietro quelle pulite. Ma che poi
i soldi davvero tornassero indietro è solo una mia supposizione. Io so
che c'erano i versamenti, l'uscita. Nessuno però mi diceva se e come ci
tornavano, i capitali puliti. I due lavoravano quindi come una società.
Per anni i soldi
grossi glieli smaltiva Versace, con passaggi di somme all'estero, a
Campione, in Svizzera. Di sicuro ci guadagnavano tutti: consegni un
miliardo e ne tornano indietro 800, perché anche chi riceveva i soldi da
Gianni doveva avere il suo tornaconto.
.... Nello stesso
periodo tra di noi si diceva che Gianni Versace iniziava ad andare male,
non aveva nemmeno i soldi per pagare i dipendenti. Iniziò a traballare,
a fare debiti. Non ce la faceva più ad andare avanti, per cui la
messinscena che Alfa mi confidò sulla finta morte io la interpretai come
un modo per togliere Versace dai guai finanziari.
«Rimane invece un
capitolo a parte la questione dei quadri rubati da rivendere senza
seccature. Le bande compivano furti nelle ville, nelle case di lusso,
tele di valore, Dalí, Picasso, Fiume; solo che Franco non capiva un
cazzo di arte perché era ignorante, e li girava a chi si fidava. I
ragazzi di Franco, quando andavano a compiere furti su commissione negli
appartamenti di qualcuno che contava, trovavano sempre quadri di valore.
Nella nostra zona c'erano molti di questi quadri. Si cercava qualcuno
all'altezza di smaltirli e tutti si rivolgevano a noi. Gianni Versace
conosceva parecchia gente e così alcuni glieli piazzava a meraviglia.
«Una volta li ho
visti insieme, nei primi mesi del 1992. Eravamo a Bellagio, sul lago di
Como, a pochi metri dall'imbarcadero. Stavo passeggiando con mia moglie
quando alla gelateria di fronte ai traghetti, prima del fotografo, notai
parcheggiata la Ferrari di Franco, una Testarossa. A un tavolino, Franco
stava parlando con una persona che non vedevo in faccia perché era di
spalle. Mi vide, ma da come mosse la testa capii che non voleva che gli
si rompessero i coglioni.
Non mi avvicinai
neanche. Franco, quando ti vedeva in giro, aveva due modi di salutare:
se alzava la mano era un invito ad avvicinarti; altrimenti, se faceva un
movimento veloce con la testa, dovevi fare finta di niente e continuare
per la tua strada. Fece così, e io me ne andai fuori dalle palle. Dopo
però mi girai per guardare di nascosto verso il tavolino: l'uomo seduto
con lui era Gianni Versace. L'ho riconosciuto subito.»
[16-12-2010]
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11 - NELLE MANI
GIUSTE...
"Cosenza, racket delle pompe funebri, arrestato l'ex deputato La
Macchia" (Repubblica, p. 20). Non indovinereste mai in che partiti ha
militato: prima con Lamberto Dini e poi con l'Udeur di Mastella. Oh,
quelli non sbagliano un colpo!
E per la serie "Le
tre scimmiette del centrosinistra", dopo Giovanni Conso ecco le altre
due: "Scalfaro e Ciampi: mai saputo di revoche del 41 bis" (Corriere, p.
24).16-12-2010]
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tempi duri per
CIANCIMINO - colui che ha osato l’inosabile (accusare "franco" de
gennaro di essere il tramite tra stato e mafia) INCONTRA SENZA SCORTA un
IMPRENDITORE LEGATO ALLA ‘NDRANGHETA? E IL PREFETTO CARUSO GLI LEVA LA
scorta - SCENA MUTA DAVANTI AI PM DI CALTANISSETTA - ORMAI DI CIANCI JR.
SI FIDA SOLO INGROIA - NOVITÀ SUL CELLULARE “FANTASMA” DEL MISTERIOSO
“SIGNOR FRANCO”: L’UTENZA ERA DI UN CAMIONISTA CHE NE DENUNCIÒ LA
CLONAZIONE: “NEI TABULATI CHIAMATE IN USA E A STAZIONI DEI CARABINIERI A
ROMA”…
Salvo Palazzolo
e
Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Sarà tolta la
scorta della polizia a Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex sindaco di
Palermo che da un anno e mezzo vive sotto protezione per le minacce
ricevute dopo le sue rivelazioni sulla trattativa fra Stato e mafia.
La decisione
potrebbe essere già ratificata nel prossimo comitato provinciale per
l´ordine e la sicurezza: a portarla all´ordine del giorno sarà il
prefetto Giuseppe Caruso, che ha scritto al procuratore di Reggio
Calabria, Giuseppe Pignatone, chiedendo notizie di una trasferta a
Verona di Ciancimino, fatta senza la scorta. In quell´occasione,
rivelata da un´intercettazione della Mobile di Reggio, il figlio dell´ex
sindaco avrebbe incontrato un imprenditore legato alla ´ndrangheta. Al
di là dei contenuti del colloquio, al vaglio dei pm, il prefetto di
Palermo contesta a Ciancimino di avere violato gli obblighi previsti per
chi è sottoposto a protezione.
Ieri, Ciancimino è
stato convocato dai magistrati di Caltanissetta con un avviso di
garanzia in cui si ipotizza il reato di calunnia nei confronti di Gianni
De Gennaro, l´ex capo della polizia oggi coordinatore dei Servizi.
Stessa accusa viene contestata a Ciancimino per le dichiarazioni fatte
su un altro 007, Lorenzo Narracci. Davanti al procuratore Sergio Lari,
Ciancimino ha fatto scena muta. «Non ho risposto - commenta - perché è
venuto meno un clima di serenità».
Ciancimino
continua invece a collaborare con la Procura di Palermo. Proprio ieri
mattina, davanti ai pm Nino Di Matteo e Paolo Guido, è tornato a parlare
della trattativa, del ruolo svolto dal "signor Franco" e dei rapporti
che il misterioso intermediario avrebbe avuto con De Gennaro, almeno
secondo le confidenze del padre. Nell´interrogatorio sarebbero state
esaminate alcune intercettazioni telefoniche risalenti al 2004, in cui
Massimo Ciancimino faceva riferimento al rilascio del passaporto per il
figlio e al passaggio «protetto» a Fiumicino di una somma di denaro
proveniente dall´estero. In entrambi i casi, "Franco" avrebbe avuto un
ruolo.
L´intermediario
fra Stato e mafia non ha ancora un nome, Ciancimino continua a sostenere
di non conoscerlo. Il procuratore di Caltanissetta non ci crede, per
questo ha contestato al supertestimone anche l´accusa di favoreggiamento
nei confronti del signor Franco. I pm di Palermo vanno invece avanti
sulle indicazioni di Ciancimino. Ed è arrivato un primo riscontro
sull´utenza 337 che il testimone ha detto essere di mister X. Per mesi,
la Telecom ha risposto che quel numero era inesistente.
I magistrati hanno
insistito, inviando la Dia a verificare tutti gli archivi della società.
Così è saltato fuori che il 337 era stato per davvero attivato nei primi
anni Novanta, da un autotrasportatore. Interrogato, l´uomo ha spiegato
di aver fatto due denunce per clonazione del suo cellulare: «Arrivavano
bollette con cifre esorbitanti», ha spiegato. All´epoca, agli esposti
allegò anche i tabulati delle chiamate. C´erano diversi numeri americani
e alcuni intestati a stazioni dei carabinieri di Roma. Una nuova pista
per cercare di dare un nome al signor Franco. 09-12-2010
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CIANCIMINO CIANCIA ANCORA - IL FIGLIO DELL’EX SINDACO
MAFIOSO DI PALERMO AGGIUNGE UN NUOVO CAPITOLO AL SUO
PERSONALISSIMO ROMANZO CRIMINALE (A GETTONI) - “UNA
TALPA TRADÌ FALCONE, SCOPRIMMO IN ANTICIPO CHE STAVA PER
ORDINARE IL SEQUESTRO DEI BENI E PORTAMMO IN SVIZZERA 2
MILIARDI” - E CHI LI AVVISÒ? IL FANTOMATICO "SIGNOR
FRANCO", ÇA VA SANS DIRE - DI LUI SI CONOSCE SOLO UN
NUMERO DI TELEFONO “INESISTENTE”, CHE SA TANTO DI UTENZA
RISERVATA
Salvo Palazzolo per "la
Repubblica"
Il
personaggio chiave della trattativa fra Stato e mafia
continua ad avere solo un soprannome, "il signor
Franco": Massimo Ciancimino ha detto ai magistrati di
Palermo di non conoscere la sua vera identità, però
nelle ultime settimane ha messo a verbale tutte le volte
che il misterioso personaggio avrebbe anticipato al
padre notizie riservate sulle indagini in corso. La
rivelazione più eclatante sarebbe stata nell'estate
1984, mentre il giudice istruttore Giovanni Falcone
raccoglieva ancora in gran segreto le dichiarazioni di
Tommaso Buscetta. Una talpa tradì Falcone.
Racconta Massimo Ciancimino che il padre seppe quasi in
diretta che il primo grande pentito di mafia stava
facendo il suo nome. "Venne il conte Romolo Vaselli ad
avvertirci - ha ricordato Ciancimino junior ai pm Di
Matteo, Guido e Ingroia - ma mio padre sapeva già,
grazie al signor Franco".
E
partirono subito le contromisure di Vito Ciancimino per
salvare una parte del suo patrimonio. "Mio padre simulò
la vendita della Etna costruzioni a Vaselli - così
prosegue il racconto di Massimo Ciancimino - due
miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire che
si trovavano in alcuni libretti al portatore gestiti
dallo stesso Vaselli furono svincolati e messi al sicuro
in Svizzera".
I
magistrati hanno chiesto riscontri al racconto.
Ciancimino ha dato una pista d'indagine: "Andate a
controllare nel registro dell'hotel Billia a Saint
Vincent. Ci restammo quasi un mese in quell'estate 1984.
Con la scusa di dover fare delle cure particolari in
Svizzera, due volte alla settimana attraversavamo il
confine. E i soldi viaggiavano assieme a noi".
Il
supertestimone della Procura ha invitato i magistrati a
guardare anche nelle carte di Falcone. Il giudice aveva
capito. Appena otto giorni prima del sequestro dei beni
per Ciancimino (firmato l'8 ottobre 1984) le quote della
Etna costruzioni erano state trasferite a Vaselli.
Falcone fece di tutto per ripercorrere a ritroso la
strada fatta dai due miliardi.
Il
giudice interrogò anche il conte Romolo Vaselli, che
all'inizio provò a sostenere "l'effettività" di quella
cessione del pacchetto azionario, poi ammise che già il
primo settembre Ciancimino gli aveva chiesto la
"cortesia" di intestarsi fittiziamente il capitale della
società: "Mi riferì che erano possibili indagini
patrimoniali su uomini politici e che, pertanto, aveva
la necessità di disfarsi della titolarità di tali
azioni, gestite fiduciariamente dalla Figeroma".
I
soldi erano ormai al sicuro in una banca Svizzera.
Falcone non scoprì mai chi l'aveva tradito. Vito
Ciancimino finì invece in manette, il 3 novembre 1984.
Per i magistrati di Palermo, l'ultimo racconto di
Massimo Ciancimino è un altro tassello per cercare di
dare un volto e un nome al misterioso "signor Franco".
Il suo numero di cellulare, un 337, svelato ai
magistrati dal figlio dell'ex sindaco, è risultato alla
Tim come "inesistente". Davvero strano, perché i dieci
numeri prima e dopo sono invece in funzione. Quel numero
inesistente sa tanto di utenza riservata.
01-12-2010]
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1-
ALTRO CHE BUNGA BUNGA, ALTRO CHE RISATE: BERLUSCONI È
“NERO COME LA PECE” - 2- INIZIA A SALTARE FUORI IL VERO
CAMPO MINATO DELLE RIVELAZIONI WIKILEAKS: BERLUSCONI FA
AFFARI PERSONALI CON PUTIN E GAZPROM? (IL RUOLO
DELL’AMICO MENTASTI) - 3- L’INTERVISTA BOMBA DI MASSIMO
CIANCIMINO (SORPRESI?): “LE AZIENDE ITALIANE ACQUISTANO
IL GAS TRAMITE LA MEDIAZIONE DEL SICILIANO ANTONIO
FALLICO (CAPO DI BANCA INTESA A MOSCA) E IN CAMBIO
PAGANO TANGENTI AI RUSSI SOTTO FORMA DI FINANZIAMENTI AD
ALCUNI FONDAZIONI. ERO IN LIZZA PER OTTENERE L’APPALTO,
POI È USCITA LA NOTIZIA CHE ERO INDAGATO E TUTTO È
FINITO IN MANO A GENTE VICINA AL PREMIER” -
1-
BERLUSCONI RIDE? NO, E' NERO COME LA PECE...
Scrive Ugo Magri su "La Stampa": E per fortuna che
Berlusconi «si fa una risata», che lo tsunami di
«Wikileaks» non lo sfiora, come prova a far credere la
propaganda del Cavaliere... In verità il premier è nero
come la pece. Basta incrociarlo qui a Tripoli per
accorgersi che, se potesse, i giornalisti li metterebbe
tutti in una gabbia: appena spuntano lui si alza di
scatto e se ne va...
2- "ORA VI SPIEGO CHI E' IL MEDIATORE". PARLA
MASSIMO CIANCIMINO
Marco Lillo per "Il
Fatto Quotidiano"
Quando ha letto i report dell'ambasciata americana
pubblicati da Wikileaks sugli affari di Berlusconi e
Putin con l'energia, Massimo Ciancimino ha sorriso. "Da
sei anni dico i, tè cose e nessuno mi ascolta: la verità
è che gli amici di Berlusconi hanno usato gli stessi
canali e mi hanno soffiato l'affare".
Ciancimino, non esageri: dopo la trattativa Stato mafia,
ora ci vuole spiegare pure la trattativa
Putin-Berlusconi sul gas, non le sembra un po' troppo?
Io
sono stato prima un protagonista e poi una vittima di
quella trattativa. Wikileaks riporta la nota degli
americani in cui si parla del mediatore italiano che
parla russo? Tutti si chiedono chi sia. Bene, io "il
mediatore" lo conosco bene, si chiama Antonio Fallico, e
chi me lo ha presentato lo definiva 'la chiave per
Gazprom'.
Perché 'il mediatore' sarebbe Fallico e qual è il suo
ruolo?
Il
Fatto ne ha già parlato: è un siciliano che è stato
nominato presidente di Zao Bank, la filiale di Banca
Intesa a Mosca. Io l'ho conosciuto prima del mio arresto
quando per primo avevo capito le potenzialità del
buisiness dell'energia e trattavo con Gazprom per
importare il gas dalla Russia. Ero a un passo dalla
conclusione, poi mi hanno indagato e l'affare se lo sono
preso gli amici di Berlusconi. Se il contratto , fosse
andato in porto nella sua interezza, avremmo guadagnato
180 milioni di euro di utili all'anno. Tanti soldi che
permettono di far guadagnare tante persone, sia in
Italia che in Russia.
Andiamo per ordine. Ci spieghi come pensava di importare
il gas e qual era il ruolo di Fallico.
Per importare il gas dalla Russia ci vuole l'accordo di
Gazprom. Grazie proprio ad Antonio Fallico ero riuscito
ad agganciare i vertici di Gazprom, in particolare
Alexander Medvedev, che è il direttore generale della
Gazprom Export e che non va confuso con Dmitri Medvedev,
attuale presidente russo.
Ciancimino, Gazprom fattura 4 mila e 250 miliardi di
euro e fa utili per 450 miliardi. Scusi la domanda ma
perché doveva mettersi in affari con voi?
Voglio ricordarle che la Fingas del professor Lapis
aveva appena incassato 120 milioni di euro dalla vendita
agli spagnoli della Società che aveva metanizzato i
paesi siciliani. E la nostra forza era proprio questa:
solo una piccola società come la nostra poteva agire in
maniera "agile" e meno burocratica nella seconda fase
degli accordi, quella che prevedeva il ritorno di parte
dei soldi in Russia alle fondazioni vicine agli uomini
di Gazprom. Non presentavamo i rischi connessi
all'inserimento di società pubbliche e grandi come
dimostra il recente caso Finmeccanica.
Quando ha incontrato Fallico e Medvedev?
Medvedev lo ha incontrato, con Fallico, il professor
Lapis a Vienna mentre io ho incontrato il suo
collaboratore Nelson insieme a Fallico sempre a Roma in
un hotel di via Veneto e poi nello studio dell'avvocato
Ghiron. In quell'occasione abbiamo messo a punto tutti i
dettagli dell'operazione che prevedeva la possibilità
per noi di importare dalla Russia in Europa 6 miliardi
di metri cubi all'anno attraverso la Slovacchia e la
Slovenia. Il nostro guadagno sarebbe stato di 30 dollari
ogni mille metri cubi.
E
quanto sarebbe stato il "ritorno" per i russi, del quale
ci spiegava prima?
L'accordo raggiunto a Vienna prevedeva che noi pagassimo
per ogni mille metri importati una somma di dieci
dollari, sui trenta incassati, alla Fondazione.
Quale Fondazione?
L'uomo della Gazprom, Nelson, ci disse che lui ci
avrebbe indicato a quale Fondazione versare i soldi.
E
cosa le disse Fallico?
Lui ci consigliò di seguire le indicazioni dei manager
di Gazprom e comunque mi disse di finanziare con una
piccola somma la Fondazione Putin per un balletto a
Roma. Cosa che puntualmente abbiamo fatto. Insomma tutto
procedeva per il meglio. Ad ognuno dei partecipanti
all'operazione era stato garantito un ritorno. Stavamo
andando a parlare con la Geoplin della Slovenia quando è
uscita la notizia dell'indagine, anzi a dire il vero gli
sloveni lo hanno saputo un giorno prima e si è bloccato
tutto. Poi l'affare con Gazprom lo hanno fatto gli amici
di Silvio Berlusconi.
Si
rende conto che questa storia è basata solo sulle sue
parole?
Mica tanto. Nell'anomala perquisizione in cui non
aprirono la cassaforte mi fu sequestrato un bigliettino
che stupì i carabinieri nel quale c'era il
ringraziamento della Fondazione Putin e i biglietti da
visita di Alexander Medvedev, di Nelson e Fallico.
Fallico è un siciliano come lei e si dice che abbia
frequentato lo stesso liceo di Marcello dell'Utri. Ne
avete parlato?
No. Fallico era certamente legato a Gaetano Micciché di
Banca Intesa. Probabilmente è una persona vicina al
mondo berlusconiano ma non abbiamo mai parlato di
politica, con lui parlavo di affari.
Hillary Clinton, secondo Wikileaks, chiede se Berlusconi
abbia interessi in comune con Putin nell'energia. Lei
cosa pensa alla luce della sua esperienza?
Il
contratto dell'Eni per l'importazione del gas è un
segreto di stato e il margine di guadagno è enorme.
Secondo me Berlusconi sta aiutando società a lui vicine
e non mi stupirei se ci fosse una fondazione russa
finanziata da qualche impresa coinvolta nell'affare.
3- FALLICO, SICILIANO A MOSCA: DAGLI AFFARI IN
URSS ALL'ASSE ENI-GAZPROM
Massimo Mucchetti per "Il
Corriere della Sera"
Se non si troverà il nome nelle informative diplomatiche
messe in rete da Wikileaks, è probabile che non si saprà
mai con burocratica certezza a chi faceva riferimento
l'ambasciata americana quando accennava a un mediatore
riservato, che «parla il russo», tra Silvio Berlusconi e
Vladimir Putin. E tuttavia, da tempo, le cronache
finanziarie individuano questa figura in Antonio
Fallico, presidente di Intesa Sanpaolo Russia, advisor
di Gazprom per l'Italia, e dunque abituale interlocutore
di Eni ed Enel.
Sessantacinquenne, siciliano d'origine, abbigliamento
anonimo ma fresco autore per Feltrinelli di un romanzo
intrigante, «Prospettiva Lenin», ambientato nella Mosca
della perestroika, Fallico ricevette grandi e pubblici
elogi da Berlusconi in persona quando, nel 2004, il
premier italiano volle intervenire all'inaugurazione
della filiale russa di Intesa, benché questa avesse
allora non più di 23 dipendenti.
Chi assistette alla scena rimase colpito dal fatto che
Berlusconi non spese una parola per il presidente di
Intesa, Giovanni Bazoli, e per l'amministratore
delegato, Corrado Passera, presenti per ragioni
d'ufficio, e quasi rubò la scena al collega russo
Michail Fradkov, invitato d'obbligo. Del professor
Fallico, Berlusconi ha parlato come del suo uomo di
fiducia all'amico Putin.
Il
quale, però, ha tutte le informazioni per sapere che
Fallico ha una storia tutta sua, che può certo
incrociare Berlusconi e i suoi amia come tanti altri
imprenditori e uomini di governo italiani impegnati in
transazioni con l'Urss e poi con la Federazione Russa e
le altre repubbliche ex sovietiche. Una storia che ha
perfino favorito il dialogo interreligioso tra il
Patriarcato ortodosso di Mosca e i Francescani. Fallico
mise piede a Mosca per la prima volta nel 1974 per
seguire piccoli affari come il commercio di barre d'oro,
per conto della Banca cattolica del Veneto.
Nel 1989 aprì la prima rappresentanza vera e propria del
Banco Ambroveneto, che aveva nel frattempo assorbito la
«sua» banca. E poi fu Intesa. Una così lunga durata
presuppone un rapporto fiduciario molto forte con chi
guida Intesa Sanpaolo, e cioè con Bazoli, ancorché il
professore bresciano entri in scena 8 anni dopo
l'esordio di Fallico all'ombra del Cremlino.
Berlusconi può aver pensato di annettersi questo
raffinato ufficiale di collegamento tra Milano e Mosca
forse perché, nella seconda metà degli anni Ottanta,
Fallico aveva aiutato la Silvio Berlusconi Editore ad
aggiudicarsi i diritti di alcuni libri sulle riforme
gorbacioviane e in quelle occasioni aveva incontrato
Fedele Gonfalonieri e Marcelle Dell'Utri, suo antico
compagno di collegio a Brente. Ma la professione è una
cosa e la mediazione privata un'altra. La distinzione è
venuta a galla tra il 2005 e il 2006 sulla delicata
questione del gas.
Gli accordi tra Eni e Gazprom prevedevano che l'azienda
italiana retrocedesse alla russa 3 miliardi di metri
cubi l'anno, già acquisiti tramite gli storici contratti
take or pay, affinchè Gazprom potesse venderli
direttamente a clienti italiani. Partita delicata per
più di una ragione: Gazprom è considerato negli Usa il
braccio secolare dell'imperialismo energetico del
Cremlino; l'Eni non ha interesse a veder diminuire il
suo molo di intermediario tra i pozzi siberiani e i
consumatori italiani; i russi non hanno una rete di
vendita propria in Italia e dunque devono appoggiarsi a
qualcuno, e questo qualcuno sono soprattutto le ex
municipalizzate.
Intesa Russia stava dunque cucendo un accordo tra
Gazprom e le varie A2A, quando si è messo in mezzo un
uomo d'affari milanese, Bruno Mentasti, di nessuna
esperienza nel settore ma intimo dell'inquilino di
Palazzo Chigi, con una joint-venture tra sé medesimo ed
esponenti di Gazprom basata a Vienna. Intesa Russia
consiglia cautela a tutti: se in Russia la catena di
comando è ferrea, in Italia lo è assai meno.
E
infatti Berlusconi perde le elezioni. Fallico porta
Alexander Medvedev dal nuovo premier, Romano Prodi.
L'Eni rientra in campo solo dopo per tornare al
canovaccio iniziale, senza il passaggio da Mentasti,
utile a lui e ai suoi soci, ma non a un trasparente
commercio italo-russo. Si è così arrivati a una
joint-venture tra A2A, Iren e Gazprom Germania, in
attesa che il colosso russo apra la sua filiale italiana
a Verona, dove Fallico anima la Fondazione Eurasia. E
Berlusconi ha poi lasciato perdere.
[30-11-2010]
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COSA LORO - Ci fu, forse, un prologo nella trattativa
fra Stato e mafia. E risale a prima delle stragi di
Capaci e via D’Amelio, risale esattamente al 1991 quando
Giovanni Falcone lavorava per isolare Cosa nostra e
strappare la politica all’ingerenza mafiosa - Questa la
tesi di un protagonista - nel bene e nel male - di
quella stagione: Calogero Mannino: IL PARTITO SI OPPOSE
ALL’INTESA....
Francesco La Licata per "La
Stampa"
Ci
fu, forse, un prologo nella trattativa fra Stato e
mafia. E risale a prima delle stragi di Capaci e via
D'Amelio, risale esattamente al 1991 quando Giovanni
Falcone lavorava per isolare Cosa nostra e strappare la
politica all'ingerenza mafiosa.
Questa la tesi di un protagonista - nel bene e nel male
- di quella stagione: Calogero Mannino, per nove anni ai
vertici nazionali della Democrazia Cristiana e per lungo
tempo, a Roma, titolare di diversi ministeri, prima di
finire (nel 1994) nel vortice dei processi su mafia e
politica per uscirne con la piena assoluzione, ma sedici
anni dopo.
«La storia di quegli anni può essere considerata il
risultato di un copione ben scritto. Le cose dovevano
andare come da copione e così avvenne». Questo il
commento dell'ex ministro in una intervista a Giovanni
Minoli, all'interno di una puntata di «La Storia siamo
noi» - andrà in onda mercoledi prossimo - che
ricostruisce minuziosamente l'intera vicenda
politico-processuale di Mannino, ma anche il contesto in
cui quella storia avvenne e si sviluppò.
Non si tratta, dunque, di un semplice «risarcimento» ad
un politico la cui carriera è stata interrotta da 22
mesi di carcerazione preventiva - oggi si può dire
ingiusta - ma anche della rivisitazione di un momento
cruciale della nostra storia recente che offre chiavi di
lettura nuove, specialmente alla luce di quanto continua
ad emergere da inaspettate testimonianze e improvvisi
ritorni di memoria sulla cosiddetta «trattativa» fra
Stato e mafia.
Perché Mannino «anticipa», se così si può dire, i limiti
temporali di quell'innaturale «inciucio»
politico-mafioso? Le sue risposte a Minoli non sono
nette, ma risentono ancora della difficoltà - per un
politico appena uscito dalla nube del sospetto - di
potersi accreditare come qualcosa di diverso, se non
opposto, all'uomo descritto dai magistrati che lo hanno
accusato.
E
allora Mannino va per esempi e suggerisce: «Dice niente
che nel 1991, in occasione delle elezioni regionali, da
segretario del partito feci affiggere degli enormi
manifesti con lo slogan "Contro la mafia, costi quel che
costi"»? Lasciando così intendere che il «costi quel che
costi» fosse la risposta «non mia personale, ma della
Dc» alle richieste di trattative, appunto.
Quello che Mannino non dice alle telecamere, ma è ormai
più di un'ipotesi, riguarda il suo rapporto con Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino. Detto in parole semplici, i
due magistrati avevano trovato nel «politico del
rinnovamento» una sponda per portare a termine quella
operazione che Falcone riteneva essenziale: togliere
alla mafia il suo rapporto coi partiti, che la rendeva
imbattibile.
E
allora, questa la lettura di Mannino, si capisce anche
perché «si doveva rimuovere quell'ostacolo che tendeva a
interrompere una consuetudine di ambiguità mafiosa». In
questo senso - dice - «attaccarono me per colpire
Falcone». Chi? Mannino - oggi deputato del
raggruppamento «Noi Sud» - ritorna al «regista del
copione», ma più oltre non si spinge.
E
le accuse tremende rivoltegli dai magistrati? I favori
ai Salvo, il voto di scambio, gli appalti alla mafia e
la vicinanza coi bossfino a partecipare ai matrimoni?
«Le motivazioni della Cassazione - risponde a Minoli -
hanno fatto piazza pulita, addirittura ribaltando in
favore dell'imputato l'analisi di quei comportamenti.
Per i Salvo, ad esempio, è stato accertato che i miei
provvedimenti amministrativi hanno, semmai, arrecato
loro danno. Ed è stato accertato che al famoso
matrimonio di Sciacca ero testimone della sposa, figlia
di un compagno di partito, e non dello sposo figlio di
boss».
La
«Storia siamo noi» ricostruisce anche la figura del
politico e il contesto dove è nato e si è svolto il
«caso Mannino». Osservatori qualificati come Emanuele
Macaluso, i giornalisti Marcello Sorgi e Alfio Caruso e
l'ex segretario della Cgil siciliana, Franco Padrut,
hanno descritto il personaggio. Per illustrare il
contesto è stato utilizzato un repertorio ormai divenuto
un cult: la famosa puntata di «Samarcanda» del 1991.
Durissima la reazione di Mannino su Michele Santoro e
Sandro Ruotolo: «Si prestavano alla lettura di un
copione. Non andai perché in una trasmissione gestita da
Santoro e Ruotolo non ci si può difendere». Minoli si
dissocia: «Io non la penso così».
29-11-2010]
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2 - ORMAI SONO FUORI DALLA REALTÀ
Filippo Facci per "Libero"
Il minestrone di
Annozero, comunque lo condisci, sa di Berlusconi.
Qualunque sia il tema, poi, si parla di Berlusconi.
Qualsiasi cosa sia accaduta, da qualunque strada si
parta, si arriva eccetera. La puntata di ieri era
titolata «Onore e pregiudizio» e l'onore era di
Berlusconi mentre il pregiudizio era quello di Annozero,
chiaro; si è partiti dal dolore di alcune vittime di via
D'Amelio e poi si è declarato che «di quelle stragi non
si sappia ancora tanto» (anche se in realtà se ne sa
moltissimo) dopodiché si è passati a un pentito di mafia
che sparlava di Dell'Utri e quindi di Berlusconi:
Francesco Di Carlo, testimone unico - e senza riscontri
- giudicato però attendibile dal tribunale.
Si è partiti, in
sostanza, da una notizia che non c'era: infatti la
sentenza su Dell'Utri era sostanzialmente già nota - se
n'era già discusso ampiamente dopo il primo grado - e si
sapeva che i giudici avevano escluso contatti tra mafia
e Fininvest negli anni in cui Berlusconi decideva di
buttarsi in politica: figurarsi dopo, negli anni della
fantomatica «trattativa».
Il titolo della
puntata di Annozero, del resto, si chiedeva ancora: «I
teorici della trattativa tra stato e mafia sono stati
smentiti da questa sentenza?». La risposta è un «sì»
grande come una casa, e ora è stato messo a sentenza ciò
che prima sembrava semplicemente logico: ma non basta,
no. Il teste Massimo Ciancimino è stato giudicato
inattendibile dai giudici: ma non basta, eccolo dunque,
attendibilissimo, ospite del tribunale di Annozero
mentre lacrima nel guardare un'intervista a sua madre,
già moglie del mafioso Vito Ciancimino.
Poi la parola passa a
Gaspare Mutolo, un altro pentito che ti raccomando, e a
quel poveraccio di un Salvatore Borsellino: il quale
spiega che no, i giudici si sono sbagliati, Ciancimino è
attendibile. E mentre chiudiamo questo commento
sconsolato, verso le 22, nessuno - tranne Luigi Nuzzi di
Libero - ha ancora detto una parola sul fatto che altri,
nei giorni precedenti, la famosa inchiesta sulla
trattativa l'hanno già smontata tutta e completamente:
l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, infatti,
tre settimane fa, ha dichiarato che nel novembre 1993 fu
lui, in piena autonomia e senza informare nessuno, a non
rinnovare il carcere duro per 140 mafiosi in carcere
all'Ucciardone: «Fu il frutto di una mia decisione non
comunicata ad alcuno, né ai funzionari del ministero, né
al Consiglio dei ministri, né al presidente del
Consiglio, né al vicecomandante del Ros Mario Mori, né
al capitano De Donno né ad altri».
E nessun magistrato,
allora, si oppose. Nessuno. Già, fu Giovanni Conso a
evitare nuove stragi all'Italia: e lo ha dichiarato alla
Commissione Antimafia. Ma nessun Annozero l'ha mai
invitato o intervistato. E il fantasista della
trattativa, il pm Antonio Ingroia, l'ha ascoltato
soltanto l'altro giorno dopo 18 anni. Le affermazioni e
i ricordi di Conso stroncano molte delle ricostruzioni
fatte da tre o quattro procure circa una trattativa che
probabilmente mai vi fu: ma Annozero ha proseguito come
se nulla fosse.
Verrebbe solo da
chiedersi perché Conso non abbia parlato prima, e su
questo il presidente dell'Antimafia Pisanu è stato
caustico: «Perché probabilmente, prima, non gli hanno
rivolto una domanda semplice e chiara come quella che
gli ho rivolto io». Erano impegnati ad avvalorare
congetture con mafiosi e pentiti e ciancimini, a
rimescolarne gli imbarazzanti ingredienti affinché il
minestrone potesse avere sempre lo stesso sapore.
E infatti ecco, alle
22.05 imbraccia il suo squadernino Travaglio: dice che i
giudici si sono sbagliati, chela mafia votò in massa per
Forza Italia e che per esempio i berlusconiani Tiziana
Maiolo e Vittorio Sgarbi e Paolo Liguori, anche dopo il
1992, fecero oggettivamente il gioco della mafia; in
pratica dice, 3 giorni dopo una sentenza in cui Silvio
Berlusconi è descritto come vittima della mafia, che non
era vittima, ma mafioso. A Roma, il 25 novembre 2010,
durante una qualsiasi puntata di Annozero.
3 - IL REGALO DEL GOVERNO CIAMPI AL BOSS INDAGATO DA FALCONE...
Franco Bechis per "Libero"
La procura della
Repubblica di Palermo ha secretato la lista dei circa
340 boss mafiosi e detenuti a vario titolo a cui
nell'anno 1993 fu revocato il regime di carcere duro
previsto dall'articolo 41bis dell'ordinamento
penitenziario. Anche il ministero di Giustizia ha dovuto
spiegare ai parlamentari che erano pronti a presentare
una interrogazione di non potere divulgare la lista
essendoci il segreto investigativo.
Eppure dalla
blindatura giudiziaria seguita alle dichiarazioni
dell'ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso,
trapela almeno una circostanza: fra i beneficiari che
ricevettero la grazia carceraria all'epoca di Oscar
Luigi Scalfaro presidente della Repubblica e Carlo
Azeglio Ciampi presidente del Consiglio ci furono anche
i boss delle Madonie, condannati per associazione
mafiosa e per attentati ed estorsioni nella zona
confinante con quella dei corleonesi di Totò Riina.
La condanna era
arrivata il 10 gennaio 1993 e riguardava fra gli altri
il capomafia, Giuseppe Farinella (67 anni), il cugino
Giusi Farinella (4 anni) e l'imprenditore Giuseppe
Ferrara (2 anni e sei mesi). Sono due nomi chiave nella
storia di Cosa nostra. Il primo è stato poi condannato
insieme a tutti gli altri capimafia per le stragi che
costarono la vita a Giovanni Falcone e a Paolo
Borsellino. Il secondo aveva dato ospitalità nel suo
albergo, l'Hotel Costa Verde di Cefalù, a numerosi
latitanti di Cosa Nostra fra cui Michele Greco.
VIA DAL POOL
Che proprio i Farinella siano stati graziati dal governo
Ciampi è uno dei più clamorosi schiaffi che si siano
potuti dare alla memoria di Falcone. Non solo perché la
famiglia fu protagonista dell'assassinio del giudice
simbolo dell'antimafia (questo si sarebbe appreso dopo,
tanto è che il governo di Silvio Berlusconi nel 1994
firmò un nuovo 41bis per quei boss), ma anche perché era
già noto come proprio il caso Farinella fu all'origine
dell'abbandono da parte di Falcone del pool antimafia di
Palermo.
Fu il giudice
assassinato nel 1992 infatti ad istruire l'inchiesta
sulla mafia delle Madonie, grazie anche alle rivelazioni
dei pentiti Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e
Francesco Marino Mannoia. Ma fra quegli arresti ordinati
da Falcone c'era anche quello dell'imprenditore Ferrara,
che era consuocero del consigliere istruttore di
Palermo, quell'Antonino Meli che successe nell'incarico
ad Antonino Caponnetto.
Meli spezzò
l'inchiesta di Falcone in 21 tronconi, spedendone
ciascuno al tribunale territorialmente competente.
Falcone protestò e ricorse in Cassazione, che diede però
ragione a Meli. Quel procedimento, che riuniva il caso
Madonie a tutte le altre indagini per istruire il
maxi-processo a Cosa Nostra, fu la fine del pool
anti-mafia di Falcone.
È chiaro che vedere
inseriti i Farinella nei provvedimenti di grazia
carceraria che un anno dopo l'assassinio del magistrato
furono firmati dal governo Scalfaro-Ciampi-Conso è stato
un messaggio potentissimo per Cosa Nostra. E non a caso.
con quell'atto con cui lo Stato di fatto si calava le
brache davanti alla mafia. è finita la cosiddetta
stagione stragista ed è terminata ogni trattativa
possibile.
26-11-2010]
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PER PURA MALVAGITÀ VALE LA PENA DI SOTTOLINEARE CHE MOLTE DELLE
AZIENDE SPONSOR DI DELL'UTRI SONO ALLE PRESE CON GUAI
GIUDIZIARI E INDUSTRIALI
Dopo la condanna in appello a sette anni di carcere per
concorso esterno in associazione mafiosa, Marcello
Dell'Utri ostenta sicurezza e trova conforto negli
amici.
Finora in pochi gli
hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad
appoggiare il suo Circolo del Buongoverno, fondato nel
'99 per diffondere la cultura liberale. Tra gli sponsor
dell'iniziativa politica si trova un po' di tutto: studi
professionali di avvocati famosi e meno noti, marchi di
aziende come Riso Scotti e Fema, una società di
forniture ospedaliere.
La parte del leone la
fanno però imprese energetiche e civili che spesso
lavorano con appalti pubblici; tra queste Siram e
Veolia, che sostiene di avere acquistato spazi
pubblicitari sul sito e sul giornale di Dell'Utri per
soli 12mila euro.
All'elenco si deve
aggiungere la Cogei che lavora soprattutto in Veneto,
Lombardia e Sicilia, la Compagnia Petrolifera
Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile)
e la Zanardo dei servizi logistici.
Fino a poco tempo fa
la lista comprendeva Giochi Preziosi, la società
dell'imprenditore proprietario del Genoa Calcio che da
sempre ha una tifoseria "rossa". Sembra che di fronte al
timore di una reazione da parte degli ultras della
squadra, Enrico Preziosi abbia deciso di togliere il
logo dell'azienda dal sito del Circolo del Buongoverno.
Per pura curiosità
vale la pena di sottolineare che molte delle aziende
sponsor di Dell'Utri sono alle prese con guai giudiziari
e industriali. Il vertice di una delle società del
Gruppo "Riso Scotti" è stato arrestato la settimana
scorsa, mentre l'azienda Fema è presidiata da 200
lavoratori per impedire che venga portata via una parte
dei macchinari che la proprietà avrebbe già venduto.
Qualche problema ce
l'ha anche Cogei, impegnata nell'Alta Velocità e colpita
più volte da attentati. Questa azienda di costruzioni è
di proprietà della famiglia Menarini di Bologna che a
maggio ha venduto la squadra di calcio per difficoltà
finanziarie.
[23-11-2010]
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COSO NOSTRO -
per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo
“specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B.
- sentenza discutibile e minimalista: i secondi giudici,
diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la
mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo,
quando Dell’Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò
la Fininvest nello Stato - “PREMIER SFRUTTATO PER 20
ANNI DAL SENATORE DOPPIOGIOCHISTA”... 1- COSO
NOSTRO
Marco Travaglio per
Il Fatto
Ci sarà tempo per valutare nei dettagli la sentenza
della Corte d'appello di Palermo che spiega la condanna
di Marcello Dell'Utri per concorso esterno in
associazione mafiosa a 7 anni di carcere (contro i 9 del
primo grado). Il perché dello sconto era già chiaro dal
dispositivo emesso il 29 giugno: i secondi giudici,
diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la
mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo,
quando Dell'Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò
la Fininvest nello Stato.
Le motivazioni del
taglio netto al ‘92 aprono ampi spazi per un ricorso in
Cassazione: i giudici fanno i salti mortali per salvare
il Berlusconi politico dalle contiguità mafiose, negando
addirittura l'evidenza delle prove documentali (come gli
incontri con Mangano nel novembre '93 registrati nelle
agende di Dell'Utri primo e da lui stesso ammessi) e
liquidando frettolosamente le testimonianze di Spatuzza
e Ciancimino.
Ma, anche alla luce di
questa sentenza discutibile e minimalista, non si
comprende - se non per scopi di bieca propaganda -
l'esultanza che accompagnò la lettura estiva del
dispositivo. Semmai c'è da notare come i giudici più
benevoli che Dell'Utri abbia mai incontrato nella sua
lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a
meno di citare in una sentenza di mafia Silvio
Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco
che:
per vent'anni
Dell'Utri è stato "il mediatore" e lo "specifico canale
di collegamento" tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo
del nostro premier: è proprio lui); che "ha apportato un
consapevole e valido contributo al consolidamento e al
rafforzamento del sodalizio mafioso" capeggiato prima da
Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l'anno
delle stragi di Capaci e via D'Amelio; che l'assunzione
del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un
incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e
Dell'Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di
Carlo dall'altra;
che Mangano non era
uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato
Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a
protezione dell'"incolumità" di B. (sempre il nostro
premier); e che, per vent'anni, fino al 1992 mentre
esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa
Nostra "ingenti somme di denaro in cambio della
protezione alla sua persona e ai suoi familiari" e della
"messa a posto" delle tv Fininvest in Sicilia. In
pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze
dell'ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì
farsi proteggere dai mafiosi.
Cioè: abbiamo un
presidente del Consiglio che per vent'anni ha finanziato
la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre
il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso
"esterno" infiltrato nelle istituzioni. Noi lo sappiamo
da 15 anni. Altri, si spera, lo scopriranno ora. Ogni
giorno che passa con Berlusconi a Palazzo Chigi e
Dell'Utri in Senato è un giorno di troppo.
2- "PREMIER SFRUTTATO PER 20 ANNI DAL SENATORE DOPPIOGIOCHISTA" -
DALLE MOTIVAZIONI ESCONO INDEBOLITE LE TESI SUI
LEGAMI CON LE STRAGI DEL '93
Francesco Grignetti per
La Stampa
Venti anni di doppio
gioco, dall'inizio degli Anni Settanta fino al 1992. È
un Giano bifronte, il Marcello Dell'Utri che emerge da
questa sentenza. Da una parte è un «amico» premuroso che
si fa carico di paure e problemi dell'imprenditore
Silvio Berlusconi; dall'altra dà appoggio consapevole a
Cosa Nostra, tenendo i rapporti con i mafiosi Gaetano
Cinà e Vittorio Mangano, e tramite questi con il boss
Stefano Bontate.
«Era divenuto costante
e insostituibile punto di riferimento sia per Silvio
Berlusconi - scrivono i giudici - che lo ha interpellato
ogni volta che ha dovuto confrontarsi con minacce,
attentati e richieste di denaro sistematicamente subite
negli anni, sia soprattutto per l'associazione mafiosa
che sapeva di disporre di un canale affidabile e
proficuo per conseguire i propri illeciti scopi».
Sì, è davvero pesante
questa sentenza, che condanna Marcello Dell'Utri per
avere «fornito un rilevante contributo a Cosa Nostra,
consentendo ad essa di perpetrare un'intensa attività
estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese,
imponendogli sistematicamente per quasi due decenni il
pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di
"protezione" personale e familiare».
Due decenni di doppio
gioco proseguito anche dopo la morte di Bontate
nell'aprile 1981 e l'ascesa di Totò Riina. Era infatti
Dell'Utri, secondo la sentenza, «mai rinnegandoli e anzi
alimentandoli, in amichevoli e continuativi rapporti con
i due esponenti mafiosi in contatto con i vertici di
Cosa Nostra». E questo appoggio esterno del senatore
alla mafia ha per di più permesso a Cinà e Mangano di
accrescere il loro peso criminale dentro
l'organizzazione proprio perché «l'imputato ha loro
consentito di accreditarsi come tramiti per giungere a
Silvio Berlusconi, destinato a diventare uno dei più
importanti esponenti del mondo economico-finanziariodel
paese».
Se Dell'Utri ha
condotto un doppio gioco per vent'anni, insomma, i
giudici ritengono Berlusconi doppiamente vittima della
mafia: perché sistematicamente «estorto» e perché
oggetto di dicerie dentro l'organizzazione che avevano
sì un fondamento, ma solo per l'attività del senatore.
Nel 1992, poi, tutto
ciò si sarebbe interrotto. I giudici non credono a
contatti successivi e nemmeno alla storia dei fratelli
Graviano. Ma così scrivendo, assegnano una legnata
terribile al teorema delle bombe mafiose come ispirate
da Forza Italia e alla credibilità del pentito Gaspare
Spatuzza.
«Non sussiste alcun
concreto elemento ancorché indiziario comprovante
l'esistenza di contatti, o rapporti, diretti o indiretti
tra Marcello Dell'Utri e i fratelli Filippo e Giuseppe
Graviano, essendo risultato sostanzialmente
inconsistente anche il contributo offerto nel presente
giudizio di appello da Gaspare Spatuzza». Cadono nel
nulla anche tutte le ipotesi di voto di scambio nel
1994. «Non risulta provato che l'imputato abbia assunto
impegni nei riguardi del sodalizio mafioso».
20-11-2010]
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SE
CIAMPI IN-CIAMPA SUI BOSS - DALLE RIVELAZIONI DELL’EX
MINISTRO CONSO (“TOGLIEMMO IL 41BIS PER EVITARE ALTRE
STRAGI”), ALLA FREQUENTAZIONE DEL FIGLIO CLAUDIO CON
ROSARIO SPADARO (RE DEGLI HOTEL DELLE ANTILLE E IN ODORE
DI MAFIA), MOLTE NUBI S’ADDENSANO SULLA SANTITÀ DELL’EX
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E SOPRATTUTTO SULL’AZIONE
DEL SUO GOVERNO (1993) - E CON MERAVIGLIOSO TEMPISMO
VELTRONI FA IL CONSUETO HARA-KIRI: “OGGI CI VORREBBE UN
NUOVO GOVERNO CIAMPI”…
Franco Bechis per "Libero"
Per sostituire Silvio Berlusconi e affrontare la grave
situazione economica e istituzionale il Partito
democratico vorrebbe un governo come quello che nel 1993
calò le braghe di fronte alla mafia dandola vinta alla
massima organizzazione criminale italiana: il governo
guidato da Carlo Azeglio Ciampi.
Proprio nelle ore in cui emerge la grave responsabilità
di quell'esecutivo che disapplicò il 41bis (il carcere
duro ai boss) come i mafiosi volevano, ricattando lo
Stato di strage in strage, uno dei leder del Pd, Walter
Veltroni, se ne è uscito con una proposta incredibile:
«Si deve dare vita a un governo istituzionale che, come
il governo Ciampi, rassereni e dia sicurezza al Paese.
Chi vuole votare ora è nemico dell'Italia».
Va
bene che il Pd è ormai famoso per non averne azzeccata
mai una da quando è nato, ma l'uscita di Veltroni ha
fatto strabuzzare gli occhi a molti dei suoi. Proprio
quando dentro il partito si stava perfino accarezzando
l'idea di accasare (c'è chi dice perfino come leader) un
uomo- simbolo dell'antimafia come Roberto Saviano, è
sembrato follia uscirsene con quel "modello governo
Ciampi" proprio nel bel mezzo delle rivelazioni sui
favori fatti dall'esecutivo in quel 1993 ai boss di Cosa
Nostra accettando di fatto le condizioni poste dal
papello Ciancimino trovato un anno fa.
Prudenza avrebbe consigliato di cancellare perfino il
ricordo di quel governo, che tutto fece meno che
rassicurare l'Italia, ma il Pd - si sa - è fatto così:
se trova l'occasione per un hara-kiri ci si butta a
capofitto. Proprio mentre Veltroni confessava al
Corriere il suo modello, ieri davanti al pm fiorentino
della Dia, Gabriele Chelazzi, si è svolto
l'interrogatorio di Nicolò Amato, che nel 1993 era
direttore delle carceri italiane.
L'ex collaboratore del ministro della Giustizia
dell'epoca, Giovanni Conso, ha confermato che la
decisione di disapplicare il carcere duro ai mafiosi
venne proposta dall'allora capo della polizia, Vincenzo
Parisi, un fedelissimo del presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro, e che vi furono anche «pressanti
insistenze» per la revoca della carcerazione dura da
parte del Viminale, che era guidato da Nicola Mancino.
Grazie a questo pressing il governo Ciampi adottò due
decreti di revoca del carcere duro ai mafiosi. Uno a
maggio e l'altro a novembre e i destinatari erano in
tutto 280 boss detenuti nelle carceri di Secondigliano,
di Poggioreale e dell'Ucciardone. Amato ha confermato
parzialmente la versione di Conso, dicendo che non vi fu
trattativa con le organizzazioni mafiose (non avrebbe
per altro potuto dire diversamente), ma discussione
politica sì, tutta nelle sedi istituzionali.
Lo
scopo sarebbe stato quello già rivelato dall'ex ministro
della Giustizia: fare finire la stagione delle stragi
allentando la morsa di quel 41bis che a tutti era chiaro
fosse all'origine degli attentati e degli assassinii del
1992- '93. Ci sarà da indagare naturalmente sulle
versioni e sui motivi di quella scelta, ma intanto i
nuovi fatti emersi, le testimonianze e le documentazioni
per la prima volta acquisite agli atti sono in grado di
riscrivere la storia di quegli anni e probabilmente
buona parte della storia di Italia così come l'abbiamo
conosciuta. Sentenze comprese.
La
vicenda dei rapporti fra Stato e Mafia invece di essere
studiata e indagata con prudenza viene spesso utilizzata
in modo distorto come manganello di uno schieramento
contro l'altro. Ha brandito questo argomento in modo
maldestro lo stesso Saviano contro la Lega, scatenando
le ira del ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
Incidente simile è accaduto ai primi di novembre al
Fatto quotidiano diretto da Antonio Padellaro. Che ha
pubblicato l'anticipazione di un libro intervista alla
prima moglie di Flavio Briatore titolando "Quando Mr.
Billionaire frequentava i mafiosi"e prendendosi una
querela dal diretto interessato.
Il
Fatto si scandalizzava per la presunta frequentazione da
parte di Briatore alla fine degli anni Ottanta di due
personaggi: Gaetano Corallo, il re del casinò delle
Antille, e Rosario Spadaro, re degli hotel delle
Antille. Erano loro i mafiosi individuati dal Fatto, e
Briatore ha querelato perché sostiene di non averli mai
frequentati.
In
effetti i due personaggi frequentavano all'epoca il bel
mondo. Non la famiglia Briatore, però. Si trattava della
famiglia Ciampi. E in particolare del rampollo di Carlo
Azeglio, Claudio, che all'epoca era dirigente
dell'ufficio di New York della Bnl, in mezzo a mille
polemiche per non avere controllato la filiale di
Atlanta ed evitato lo scandalo internazionale dei fondi
all'Iraq. Ciampi jr aveva rapporti strettissimi con
Spadaro, tanto da essere stato intercettato dall'Alto
commissario antimafia, Domenico Sica (le carte sono
ancora in archivio) numerose volte al telefono con lui e
nell'estate del 1989 addirittura mentre erano insieme in
barca.
Un
missino dell'epoca, per anni fiero oppositore di
Gianfranco Fini e ora finito fra le sue braccia, il
barone Tommaso Staiti di Cuddia, presentò una
interrogazione parlamentare che fece molto rumore,
ipotizzando che nelle Antille con Spadaro fosse finito
anche il governatore della Banca di Italia, Carlo
Azeglio Ciampi. In effetti nelle telefonate con Ciampi
jr c'erano numerosi riferimenti di Spadaro a un
imminente incontro con "il Governatore". Interrogati poi
i due sostennero che il riferimento era al Governatore
della isola di Sant Marteen.
Ciampi jr per diradare le ombre che si addensavano sul
padre ammise la frequentazione con Spadaro, prima
sostenendo «non ho letto da nessuna parte che Spadaro
sia stato giudicato colpevole di qualche reato», poi
aggiungendo: «Rosario è cliente della Bnl da molti anni,
più di dieci. Siccome io mi occupo dell'area
commerciale, mi sembra naturale che io abbia contatti
con lui. Credo non sia reato e tantomeno peccato andare
in barca con qualcuno...».
Spadaro è stato arrestato due volte. Nel 1993 dalla
polizia olandese nelle Antille per un'inchiesta sulle
tangenti. Nello stesso anno è stato indagato dalla
procura di Messina per traffico internazionale di armi.
Nel 2005 Spadaro è stato arrestato una seconda volta per
ordine della procura antimafia di Reggio Calabria
nell'ambito dell'inchiesta "Gioco d'azzardo".
Reati che non hanno portato al momento a condanne in via
definitiva. Resta il fatto che Spadaro in barca andava
con il figlio di Ciampi e non con Briatore. Banale
particolare che però insieme a quelli ben più seri e
sostanziosi che emergono fra i segreti dell'attività del
governo Ciampi nei confronti della mafia, racconta una
storia assai diversa dalla favola ufficiale narrata.
Particolare che sconsiglia vivamente di utilizzare
questi temi in modo strumentale: spesso si rivelano armi
a doppio taglio.
19-11-2010]
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.- THE MONTREAL GAZETTE (QUEBEC, CANADA)
DOPO LA MORTE DEL CAPOMAFIA NIC RIZZUTO, SI SCATENANO LE
POLEMICHE
http://bit.ly/a3ZTGk
La
leader del Partito del Québec ha accusato il Premier
Jean Charest: il governo sta proteggendo la mafia.
Troppi appalti pubblici sarebbero pilotati dalla
criminalità organizzata (di stampo italo-canadese).
Tutte le parti coinvolte, polizia, magistratura,
politici locali, hanno chiesto venga fatta un'inchiesta
speciale sul tema della mafia a Montreal e dintorni.
"Molte pizzerie, caffè e negozi sono stati dati alle
fiamme nell'ultimo anno. E l'omicidio di Nic Rizzuto
ieri mostra come il crimine organizzato si stia
rinnovando e sia
EDITORIALE sulla morte di Nic Rizzuto:
http://bit.ly/aJGp7y
11.11.10 |
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PER CASO O PER CAOS, LA SIGLA MPA STA PER “MAFIOSI PER
AMICI”? - NON DITE A FINI, CASINI, RUTELLI CHE IL LORO
NEO-Alleato raffaele lombardo è stato accusato di
mafiosità dai PM siculi - DAI SUMMIT COI BOSS DI DIO E
BEVILACQUA, ALLA FESTA PER L’ELEZIONE IN PARLAMENTO DEL
FRATELLO ANGELO (DOVE AD ATTENDERLLO C’È ALFIO STIRO,
REFERENTE DEL BOSS TUCCIO) - PER I MAGISTRATI LOMBARDO
“POTEVA AVVALERSI DEL COSTANTE E CONSISTENTE APPOGGIO
ELETTORALE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA A LUI VICINA”…
Antonio Condorelli per "il
Fatto Quotidiano"
"Non scordatevelo che gli ho dato i soldi nostri, quelli
del Pigno, glieli ho dati a lui per la campagna
elettorale". Parole di Vincenzo Aiello, capo di Cosa
Nostra a Catania, intercettato dai Ros mentre discute
con gli affiliati della destinazione dei proventi del
pizzo di un centro commerciale "alla campagna elettorale
- sottolineano i pm - di Raffaele Lombardo".
Dietro le sbarre sono finiti in 50 tra imprenditori,
politici e boss del clan mafioso Ercolano Santapaola, il
più potente nella Sicilia orientale che ha sulle spalle
una lunga storia di stragi, omicidi e affari. Il
governatore della Sicilia è indagato per concorso
esterno in associazione mafiosa, ha sempre negato ogni
coinvolgimento, la sua posizione è in corso di
valutazione, ma agli atti del procedimento Iblis ci sono
le intercettazioni dei principali padrini e picciotti
siciliani.
Coinvolti diversi esponenti politici, anche nazionali.
Documentata ad esempio la visita in carcere con cui Nino
Strano - fino a poche settimane fa assessore regionale
al Turismo e noto per la sua abbuffata di mortadella in
Parlamento il giorno della caduta di Prodi - ha
omaggiato il boss Marsiglione. "Era Natale, solo una
visita di carità" si è difeso.
Lo
scorso 31 luglio nella richiesta d'arresto nei confronti
dei 50 indagati vistata dal procuratore capo Vincenzo
D'Agata, i pm Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata
Santonocito e Iole Boscarino hanno scritto che sarebbe
"provata in punto di fatto, l'esistenza di risalenti
rapporti - diretti e indiretti - degli esponenti di Cosa
Nostra della provincia di Catania con Raffaele Lombardo
e con Angelo Lombardo".
Il
rapporto sarebbe "non occasionale né marginale -
aggiungono i magistrati - ma cospicuo, diretto e
continuativo grazie al quale l'uomo politico poteva
avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale
della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui
vicina".
LA
FESTA CON I BOSS - "Onorevole, questo rosé?" Vino di
qualità e auto di lusso posteggiate davanti la villa in
campagna del geologo Giovanni Barbagallo, militante Mpa,
arrestato perché considerato anello di congiunzione tra
i Lombardo e i boss Rosario di Di Dio e Vincenzo Aiello.
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni, bisogna
festeggiare l'elezione al Parlamento nazionale del
fratello di Raffaele, secondo i pm la festa sarebbe
"significativa della compenetrazione tra esponenti del
crimine organizzato, amministratori della cosa pubblica,
politici e imprenditori". Angelo Lombardo arriva con
un'Audi Q7 intestata all'Mpa.
Ad
attenderlo c'è Alfio Stiro, referente del boss Salvatore
Tuccio detto "Turi di l'ova", condannato definitivamente
per associazione mafiosa, precedenti per detenzione e
porto d'arma da fuoco, già sottoposto a sorveglianza
speciale. I carabinieri del Ros filmano tutto, le cimici
registrano.
UOMINI GRADITI AI CLAN NELLE LISTE MPA - Il capo di Cosa
Nostra catanese Vincenzo Aiello sarebbe intervenuto
anche sulla scelta dei candidati nelle liste Mpa. I Ros,
mentre è in corso la campagna elettorale delle comunali
di Gravina, grosso centro in provincia di Catania,
intercettano le conversazioni tra il geologo Giovanni
Barbagallo dell'Mpa e Alfio Stiro il cui genero viene
candidato con l'approvazione del capo di Cosa Nostra
Vincenzo Aiello.
Quest'ultimo sembra conoscere bene il territorio:
parlando di Gravina comunica a Barbagallo che presto gli
avrebbe presentato Fabio Bacciulli, "un amico", già
assessore col sindaco Mpa. Sullo sfondo gli "affari" del
"piano regolatore" e la costruzione di un nuovo
"cimitero" dice Aiello.
LA
NOTTE IN BIANCO CON IL CAPOMAFIA - Rosario Di Dio,
"esponente di primissimo piano della famiglia
Santapaola", secondo i pm avrebbe intrattenuto "rapporti
diretti" con Raffaele Lombardo. "...Da me - dice il boss
intercettato riferendosi a Lombardo - all'una e mezza di
notte è venuto ed è stato due ore e mezza, qua da me,
dall'una e mezza alle quattro di mattina... si è
mangiato sette sigarette".
"Recandosi nottetempo - scrivono i pm - a casa
dell'amico mafioso per chiedere il suo appoggio
elettorale sapeva che una richiesta di voto proveniente
da un soggetto dotato di indiscusso prestigio criminale
non poteva essere tanto facilmente disattesa... la
circostanza che l'incontro si sia svolto dall'una e
mezza alle quattro di notte può spiegarsi soltanto con
la consapevolezza che i fratelli Lombardo avevano di
recarsi a casa di un mafioso".
In
una delle conversazioni il boss racconta della richiesta
di voti dell'assessore provinciale Orazio Pellegrino
dell'Mpa "uomo di Raffaele Lombardo".
I
RAPPORTI CON IL BOSS DI ENNA - Agli atti ci sono anche i
rapporti definiti "desolanti" dai pm, tra Raffaele
Lombardo e il boss di Enna Raffaele Bevilacqua.
Nell'agenda personale il boss Bevilacqua scrive: "Ore 8
da Raf". Poi un nuovo appuntamento pochi giorni dopo:
"Ore 8.30 da Raf... a chi fare domanda per aeroporto?".
Lombardo sarebbe "consapevole" di incontrare un
"impresentabile", secondo i pm. Relazioni pericolose
vengono documentate anche attraverso Salvatore
Bonfirrario, "personaggio di sicura caratura criminale
affiliato all'associazione criminale del Bevilacqua" che
viene anche redarguito da Lombardo: "Ma che cazzo ti
hanno fatto e fatto - dice Lombardo - ti hanno chiesto
di votare Palermo e stai votando Palermo...".
E
Bonfirrario riferendosi al boss Raffaele Bevilacqua
rispondeva: "Diciamo che Raffaelluccio, Raffaelluccio si
è schierato con Palermo su input di Silviuccio Cuffaro e
quindi tu stai eseguendo questa cosa". Emblematico un
ulteriore episodio considerato dagli investigatori: "La
telefonata tra il Bonfirrario e il Bevilacqua
intercettata il 17 maggio 2003, nel corso della quale
Lombardo si rifiuta di parlare al telefono con il
Bevilacqua se non per il tramite del Bonfirrario!".
Al
momento non sussisterebbero elementi per l'arresto di
Raffaele Lombardo secondo quanto hanno comunicato i
legali del governatore siciliano e il procuratore capo
Vincenzo D'Agata. Nel corso degli interrogatori dei 50
arrestati nell'operazione Iblis però, potrebbero
emergere dei riscontri determinanti nell'accertamento
della verità processuale. Raffaele Lombardo si ritiene
vittima "dell'odio criminale", secondo il Governatore
siciliano sarebbe in atto una manovra politica per
bloccare le riforme della sua amministrazione.
08-11-2010]
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MEMENTO MORI - QUANDO IL GENERALE DEI ROS DICEVA (AL
“FOGLIO”): “IL POLIZIOTTO SPERA DI CATTURARE OSAMA BIN
LADEN, MENTRE L’UOMO DI INTELLIGENCE SPERA DI ACQUISIRLO
COME FONTE” - È IL "METODO ROS" CHE L’HA MESSO NEI GUAI
COI PM DI PALERMO: QUELLA filosofia che Dalla Chiesa
applicò sia alla mafia che al terrorismo: gli
infiltrati, la corda lunga ai confidenti, qualche
baratto…
Francesco La Licata per "La
Stampa"
C'è una sorta di maledizione che perseguita molti dei
protagonisti delle diverse stagioni dell'antimafia. Ed è
una maledizione palermitana: una specie di nemesi
incontrollabile che colpisce gli uomini più in vista, i
più esposti nella lunga guerra che lo Stato (non sempre
in modo ineccepibile) combatte da anni contro la mafia.
Il cinico, sbrigativo e un po' macabro humor palermitano
sentenzia che la lotta alla mafia può essere occasione
per grandi carriere o per funerali fastosi.
E
Palermo - si dice - è il posto dove può capitare di
doversi giustificare di essere vivi. Già, perché in una
galleria di morti ammazzati, di eroi, il combattente
ancora in vita può destare qualche sospetto. E' accaduto
in passato, ovviamente non in modo esplicito, che il
chiacchiericcio salottiero si sia attardato a dibattere
sui motivi che hanno provocato l'eliminazione di
qualcuno e «graziato», invece, qualcun altro.
Ma
spesso anche i sopravvissuti pagano il loro prezzo. Per
colpe ignominiose come può essere l'alto tradimento,
oppure per essersi mossi fuori dagli schemi, fuori dalle
regole? Questo è il rebus che poche vicende giudiziarie
sono riuscite a chiarire. Questo è il mistero che
avvolge la storia del prefetto Mario Mori (ex generale
dei carabinieri) un tempo eletto sugli altari, assieme
al mitico capitan Ultimo, per aver catturato Totò Riina
il Padrino di Cosa nostra, e poi precipitato nella
polvere, accusato di non aver perquisito la casa del
boss corleonese in ottemperanza ad una «combine»
mafiosa.
Sembrava uscito in qualche modo dal tunnel quando il
Tribunale di Palermo lo aveva assolto (insieme con
Ultimo), seppure motivando la sentenza col ricorso ad
una «ragion di Stato» poco comprensibile per i cittadini
che dai processi si aspettano verità e giustizia.
E'
durata niente la svolta assolutoria, perché
immediatamente è arrivata la seconda botta: l'accusa di
favoreggiamento nei confronti della mafia e in
particolare di Bernardo Provenzano, secondo i pubblici
ministeri palermitani latitante «autorizzato» da una
sorta di lasciapassare concessogli in virtù di quella
«trattativa» messa in piedi dai carabinieri del Ros,
subito dopo la strage di Capaci del 1992, il «botto» che
aprì la stagione terroristica della mafia segnata da via
D'Amelio - 57 giorni dopo - e poi dagli attentati
sanguinari di Roma, Milano e Firenze del 1993.
La
trattativa raccontata da Massimo Ciancimino: i «pizzini»
di Provenzano al padre don Vito, il «papello» con le
richieste della mafia allo Stato in cambio di una tregua
alle bombe. Insomma tutto quello che ha trasformato il
secondo processo a Mori in un racconto dell'orrore che
probabilmente culminerà nell'accusa di concorso esterno
e non già di favoreggiamento.
Tutt'altro che sconfitto o rassegnato lui, il generale,
continua a difendersi nelle aule di giustizia, seppure
rimanendo nei limiti imposti dalla sua appartenenza
all'Arma e soprattutto alla logica del carabiniere. Una
difesa che più d'una volta ha fatto trasparire
nell'imputato eccellente un atteggiamento
autoassolutorio quasi senza l'obbligo di spiegazioni.
E'
l'adesione ad un metodo investigativo, il cosiddetto
«metodo Ros» che chiede fiducia incondizionata, anche in
presenza di vicende poco comprensibili, se non
addirittura torbide. Un metodo che affonda le radici nei
tempi: già con la morte del bandito Salvatore Giuliano
all'Italia attonita fu offerta la trama di un affaire
che coinvolgeva interessi di politica internazionale.
Erano corrotti quegli investigatori? Era corrotto anche
il medico legale che certificò il falso? Forse erano
tutti costretti da una «ragion di Stato», allora
indirizzata verso l'argine anticomunista, essenziale per
il rapporto col governo americano e col Vaticano. Il
metodo ha resistito, nel tempo. Ma non ha perso la
propria identità di servizio alla politica, dentro cui
convivono doveri istituzionali ma anche interessi di
carriera. Ai magistrati spetta il compito di stabilire
se in questo «gioco fisiologico» si infrange la legge.
Il
prefetto Mori non ha mai fatto mistero di propendere per
un metodo, diciamo, il più sburocratizzato possibile. E
per questo si è sempre circondato di ufficiali che si
riconoscono nella filosofia che Dalla Chiesa applicò sia
alla mafia che al terrorismo: gli infiltrati, la corda
lunga ai confidenti, qualche baratto. In un colloquio
dello scorso dicembre con Claudio Cerasa del Foglio, è
apparsa chiara la predilezione del generale più per
l'intelligence che per le operazioni giudiziarie: «Il
poliziotto spera di catturare Osama Bin Laden, mentre
l'uomo di intelligence spera di acquisirlo come fonte».
Eccolo, il metodo Ros.
LA
CRONOLOGIA
1992 - E' l'anno delle stragi di Capaci e via D'amelio.
Proprio in quel periodo si svilupperebbe la trattativa
Stato-mafia, con Ciancimino e Mori protagonisti.
1993 - Totò Riina viene arrestato il 15 gennaio. Il suo
covo è perquisito soltanto il 2 febbraio. Un ritardo
contestato al Ros dalla Procura.
2001 - Il colonnelo Riccio, ad un processo, denuncia:
«Avvisai il generale Mori che si poteva prendere
Bernardo Provenzano. Ma lui non volle intervenire».
2007 - Per la mancata cattura di Provenzano la Procura
chiede per due volte l'archiviazione. Il Gip non ci sta,
così alla fine i pm chiederanno per Mori il processo.
2008 - Inizia il secondo processo Mori, imputato di
favoreggiamento con il colonnello Obinu. Massimo
Ciancimino incomincia a parlare della trattativa fra
Stato e mafia.
[28-10-2010]
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Palermo INDAGA, ROMA TREMA (LO STATO NELLA MAFIA) - UN
COLPO AL CERCHIO (indagato Massimo Ciancimino per
concorso esterno in associazione mafiosa) E UNO ALLA
BOTTE (Mario Mori, ex comandante Ros dei carabinieri,
indagato per lo stesso reato) - CHI MAI SARà il
funzionario dell’ex Sisde CHE Ciancimino indicato come
uno dei tramiti fra gli apparati di sicurezza e il
padre? AH SAPERLO (PROBABILE UN CONFRONTO TRAI DUE)...
1
- TRATTATIVA STATO-MAFIA, INDAGATO IL GENERALE MORI...
Dal "Corriere.it"
- Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros
dei carabinieri, è stato iscritto nel registro degli
indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di
concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del
fascicolo sulla presunta trattativa tra la mafia e pezzi
delle istituzioni durante gli anni delle stragi. Lo
confermano in ambienti investigativi.
GLI ALTRI INDAGATI - Oltre a Mori, per la presunta
trattativa la Procura ha indagato anche Massimo
Ciancimino, pure per concorso esterno in associazione
mafiosa. Per il reato di «attentato a un corpo politico
o istituzionale dello Stato» sono stati invece iscritti
nel registro degli indagati i boss corleonesi Bernardo
Provenzano e Totò Riina, e il colonnello dei carabinieri
Giuseppe De Donno. La mossa della Procura di Palermo
potrebbe preludere alla richiesta di un cambiamento
dell'imputazione a carico di Mori nel processo in cui
attualmente risponde di favoreggiamento aggravato in
relazione alla mancata cattura di Bernardo Provenzano.
2 - L'INCHIESTA SU CIANCIMINO JR NASCE DALLE SUE
DICHIARAZIONI AI PM E DAI DOCUMENTI CONSEGNATI.
COINVOLTI UOMINI DELLO STATO
Francesco La Licata per "La
Stampa"
Massimo Ciancimino è indagato dalla Procura di Palermo.
L'ipotesi di reato contenuta nell'avviso, notificatogli
lunedi mattina, fa riferimento al concorso esterno in
associazione mafiosa. Secondo il provvedimento dei
magistrati palermitani, l'iscrizione nel registro degli
indagati del figlio dell'ex sindaco democristiano
scaturisce dalle sue stesse dichiarazioni, ma
soprattutto dal "materiale probatorio" consegnato nel
tempo ai magistrati.
Dunque dai "pizzini", dalla "corrispondenza" che il
giovane rampollo di don Vito Ciancimino riceveva dagli
uomini di Cosa nostra e dallo stesso Bernardo Provenzano
per smistarla, poi, al padre anche quando questi era in
carcere o al soggiorno obbligato.
Tra le numerose carte consegnate ai giudici, ovviamente,
anche il famigerato "papello", cioè la lista con le
richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per
ottenere benefici (legislativi e giudiziari) in cambio
di uno stop alla strategia stragista dei corleonesi di
Totò Riina.
Sembra che l'avviso di garanzia a Massimo Ciancimino sia
già abbastanza datato (il procedimento in questione
risale al 2008, anno in cui è cominciata la sua
collaborazione), ma sia stato notificato soltanto
adesso, alla vigilia di importanti adempimenti che
l'indagato si appresta a svolgere.
Oggi Massimo Ciancimino sarà sentito dai magistrati di
Caltanissetta, che indagano sulle stragi del ‘92
(Capaci, via D'Amelio e l'attentato a Falcone all'Addaura
del 1989) e sul coinvolgimento, in quei torbidi
avvenimenti, di pezzi delle Istituzioni e dei Servizi di
sicurezza.
E'
probabile che a Ciancimino venga chiesto di sottoporsi
ad un confronto con il funzionario dell'ex Sisde,
l'agente da lui indicato come uno dei tramiti fra gli
apparati di sicurezza e il padre. Un altro confronto
potrebbe rendersi necessario, domani a Palermo, con un
altro agente (anche questi identificato in foto)
descritto da Massimo Ciancimino come "il capitano",
l'uomo cioè che - con minacce - avrebbe in ogni modo
cercato di disincentivare la sua collaborazione coi
magistrati.
Il
nuovo procedimento palermitano avrebbe già causato
l'iscrizione di un certo numero di indagati, quindi non
il solo Massimo Ciancimino. Ma su questo aspetto il muro
di riservatezza della magistratura appare insuperabile.
Si
intuisce che sulle dichiarazioni del figlio di don Vito
sono stati svolti accurati accertamenti risultati utili
al preseguimento dell'inchiesta. Si tratta di ricerche e
ricostruzioni su tutto quanto dichiarato da Ciancimino
in merito ai contatti del padre, sia con Provenzano e
con gli uomini di Cosa nostra, sia con funzionari dello
Stato infedeli. Ma sembrano essere gli "accertamenti
tecnici", la chiave della svolta.
I
"pizzini" tenuti da don Vito e oggi in possesso dei
giudici, sembrano essere per nulla dei "falsi". Certo,
il "papello" non risulta essere stato scritto da nessuno
dei 27 uomini di Cosa nostra sottoposti a perizia, nè
dallo stesso Riina. Ma questo non toglie che sia stato
offerto a Ciancimino come base di discussione per la
trattativa con lo Stato.
Ecco: è proprio per questo tipo di attività di "postino"
che oggi Massimo si trova indagato. Fu lui - per sua
stessa ammissione - a prendere dalle mani del medico
Antonino Cinà (mafioso e medico curante di Riina) la
busta con "papello" e a portarla al padre. Fu lo studio
medico di Cinà a funzionare da "centro raccolta" per la
corrispondenza tra Riina e Vito Ciancimino.
Ma
non solo: tante altre lettere sono state recapitate a
don Vito, anche mentre si trovava detenuto a Rebibbia.
Una corrispondenza andata avanti nel tempo, pure dopo il
fallimento dei contatti coi carabinieri del Ros. Era il
tempo in cui don Vito chiedeva all'amico Bernardo
Provenzano di interessarsi della sua "condizione" (di
detenuto ndr) insopportabile.
E
il vecchio corleonese lo tranquillizzava, promettendo
interventi politici. Promesse forse irrealizzabili ma
che servivano a rabbonire l'ex sindaco e ad evitare che
raccontasse i suoi misteri.
27-10-2010]
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VIENI AVANTI, CIANCIMINO! - Gli omicidi del giornalista
de ’L’Ora’ Mauro De Mauro ma anche l’ex procuratore capo
di Palermo Pietro Scaglione, cosi’ come l’ex presidente
della Regione Piersanti Mattarella e il generale Dalla
Chiesa sarebbero stati commissionati "da ambienti
istituzionali romani" e la mafia "ebbe solo il ruolo di
manovalanza nell’organizzare gli omicidi eccellenti" -
De Mauro "era stato eliminato per le inchieste che in
quel periodo stava conducendo", dal golpe Borghese al
delitto di Enrico Mattei
Adnkronos) -
Gli omicidi del giornalista de 'L'Ora' Mauro De Mauro ma
anche l'ex procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione,
cosi' come l'ex presidente della Regione Piersanti
Mattarella e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
sarebbero stati commissionati "da ambienti istituzionali
romani" e la mafia "ebbe solo il ruolo di manovalanza
nell'organizzare gli omicidi eccellenti".
A
dirlo ai magistrati e' Massimo Ciancimino, il figlio
dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino in un verbale
dello scorso 8 ottobre e che ora potrebbe entrare nel
processo nell'omicidio del giornalista Mauro de Mauro,
scomparso il 16 settrembe 1970 a Palermo.
A
chiedere la produzione del verbale e' stato oggi il pm
Sergio De Montis durante l'udienza presieduta da
Giancarlo Trizzino. "Ho deciso di presentarmi al fine di
riferire quanto a mia conoscenza sul sequestro di Mauro
De Mauro", inizia cosi' la deposizione di Massimo
Ciancimino davanti ai pm di Palermo. In quella stessa
circostanza Ciancimino junior ha consegnato la copia di
alcuni articoli e dei manoscritti del padre.
"La documentazione suscito' il mio interesse soprattutto
con riferimento alla figura di Pietro Scaglione, amico
di famiglia, e alle eventuali motivazioni che avevano
indotto i suoi 'paesani' a decretarne l'eliminazione
-racconta Ciancimino ai pm- mio padre ebbe a spiegarmi
come sin dal 1970, anno in cui era stato chiamato a Roma
dall'allora ministro dell'Interno Restivo a svolgere il
ruolo di intermediario tra lo Stato, Riina e Provenzano
in alcune vicende delicate, spesso la mafia ebbe solo il
ruolo di manovalanza nell'organizzare ed eseguire
omicidi eccellenti in realta' commissionati da ambienti
istituzionali romani".
Tra questi delitti, secondo Ciancimino sarebbero stati
inseriti gli omicidi di Mauro De Mauro e di Pietro
Scaglione "e poi a seguire -ha spiegato Ciancimino-
tutti gli altri omicidi cosiddetti eccellenti,
Mattarella, Dalla Chiesa e cosi' via fino alle stragi
del '92 e '93". E' sempre Ciancimino a spiegare che il
padre, Vito Ciancimino, "in un primo momento aveva
ricondotto il movente dell'omicidio Scaglione a una
possibile vendetta per essersi lo stesso rifiutato di
visionare, su richiesta di mio padre, il dossier
processuale di Liggio.
Quasi sentendosi in colpa e contravvenendo a una regola
che si era imposto mio padre chiese spiegazioni a
Provenzano del perche' avessero ucciso Scaglione, che
come gia' detto era un amico di famiglia, lamentandosi
di non essere stato informato, anche perche' gli stessi
Riina e Provenzano gli avevano chiesto proprio in quel
periodo di raccogliere informazioni da Scaglione su
eventuali indagini sui cugini Salvo".
Sempre secondo quanto riferisce Massimo Ciancimino,
Bernardo Provenzano, allora latitante avrebbe risposto a
Vito Ciancimino "di chiedere spiegazioni ai suoi amici e
referenti romani. Provenzano gli disse anche che uno dei
principali motivi che aveva indotto i romani a
sollecitare l'eliminazione di Scaglione era l'inchiesta
che lo stesso stava seguendo sul delitto De Mauro".
Secondo Massimo Ciancimino, notizia che avebbe appreso
dal padre, il giornalista Mauro De Mauro "era stato
eliminato per le inchieste che in quel periodo stava
conducendo", dal golpe Borghese al delitto di Enrico
Mattei.
Dell'omicidio De Mauro Vito Ciancimino avrebbe parlato
anche con il boss mafioso Stefano Bontade, poi ucciso in
un agguato nel 1980, "accusandolo di avere innescato un
meccanismo perverso che aveva condotto all'eliminazione
di Scaglione, personaggio a suo dire integerrimo ma
garantista, quindi attribuendo allo stesso Bontade una
responsabilita' nel delitto De Mauro".22-10-2010]
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"Per Borsellino non siamo stati noi" - La strage di via
D’Amelio non sarebbe stata solo opera della mafia, ma
soprattutto dei Servizi. È il pensiero di Riina,
esternato ai pm della Dda di Palermo dal legale del boss
- ma il peggio è questo: indagato un funzionario di
polizia, braccio destro del ’signor Franco’, il
misterioso agente dei servizi segreti che secondo
Massimo Ciancimino sarebbe una delle menti della
trattativa tra la mafia e lo Stato...
La Stampa.it
La
strage di via D'Amelio non sarebbe stata solo opera
della mafia, ma soprattutto dei Servizi. È il pensiero
di Totò Riina, esternato ai pm della Dda di Palermo dal
legale del boss, Luca Cianferoni. L'avvocato è stato
sentito dal sostituto procuratore Lia Sava e
dall'aggiunto Antonio Ingroia che in questi giorni
stanno ascoltano testimoni nell'ambito dell'inchiesta
sul bandito Giuliano, riaperta dopo un esposto secondo
cui il cadavere seppellito non sarebbe il suo, ma di
un'altra persona. Cianferoni in un'intervista aveva
accostato la sorte di Giuliano a quella di Borsellino,
sostenendo che in entrambi i casi ci sarebbe la mano dei
servizi segreti.
I
magistrati gli hanno allora chiesto di chiarire queste
parole. Il legale, così, autorizzato dal suo cliente,
avrebbe rivelato quella che sarebbe l'idea di Riina in
merito alla strage di via D'Amelio, in linea, del resto,
con quanto detto al figlio Giovanni, in un colloquio
intercettato in carcere: «Per Borsellino non siamo stati
noi».
Intanto, sarebbe stato indagato il braccio destro del
'signor Franco', il misterioso agente dei servizi
segreti che secondo Massimo Ciancimino sarebbe una delle
menti della trattativa tra la mafia e lo Stato.
Si
tratterebbe di un funzionario di polizia in forza al
servizio segreto civile Aisi che sarebbe stato l'autista
e il collaboratore del 'signor Franco'. È accusato di
violenza privata aggravata dall'avere favorito Cosa
nostra. In due occasioni avrebbe minacciato Ciancimino
jr affinchè tacesse sulla trattativa e sui rapporti del
padre con esponenti politici. [21-10-2010]
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MAFIA: MORTE ENRICO MATTEI, AL PROCESSO DE MAURO EX
DIRIGENTE SNAM GIROTTI - SI PENSAVA CHE FOSSE MORTO,
INVECE HA 92 ANNI ED E' VIVO...
(Adnkronos) - L'ex amministratore
delegato della Snam Raffaele Girotti, oggi 92enne, fa il
suo ingresso al processo per l'omicidio Mauro De Mauro
di Palermo. La sua audizione e' stata chiesta oggi dal
pm Sergio De Montis per fare luce anche sugli scenari
della morte del Presidente dell'Eni, Enrico Mattei.
All'epoca della sciagura aerea di Bascape', il 27
ottobre 1962, quando Mattei mori' in un incidente aereo,
Girotti era amministratore delegato della Snam, societa'
controllata dell'Eni e proprietaria della flotta aerea
dell'ente petrolifero. Fino ad oggi si pensava che
Girotti fosse morto, invece, il pm De Montis, grazie ad
alcune indagini della Squadra mobile ha scoperto che e'
ancora vivo. 23.10.10 |
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TOH,
LEGGENDO ’LA STAMPA’ (NIENTE SUGLI ALTRI GIORNALI) SI
SCOPRE CHE MASSIMO CIANCIMINO HA "MANIPOLATO" LA CARTA
CHE LEGA BERLUSCONI ALLA MAFIA - LA DIFESA DEL FIGLIO
DELl’ex sindaco mafioso di Palermo: AI PM AVEVO
SEGNALATO DI AVER ASSEMBLATO DUE APPUNTI PER COMODITÀ
(GUARDA UN PO’ IL CASO
Riccardo Arena per "La
Stampa"
Stavolta la manipolazione la rilevano i consulenti,
chiamati dalla Procura a verificare l'attendibilità e la
provenienza dei documenti prodotti da Massimo
Ciancimino.
Al processo di Palermo contro il generale Mario Mori e il
colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento
aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano, una
presunta manovra sulle carte era stata rappresentata,
all'udienza del 28 settembre, dall'imputato principale,
Mori. L'ex direttore del Sisde aveva mostrato in aula la
sovrapposizione tra due documenti: da uno stesso
originale ne sarebbero stati ricavati due.
Ieri un'operazione simile è stata fatta notare, su
un'altra carta prodotta dal superteste dell'indagine
sulla trattativa mafia-Stato, da Maria Vincenza Caria e
Marco Pagano, del gabinetto di polizia scientifica di
Roma, nominati dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.
Pronti a confermare, rispondendo alle domande
dell'avvocato Basilio Milio, che due originali sono
stati messi insieme, qualche parola è stata spostata
dall'uno all'altro ed è stato realizzato un collage
suggestivo, perché assieme ad appunti scritti a
stampatello da Massimo Ciancimino su «rapporti Dell'Utri»,
assieme a riferimenti a «Milano-Gelli-Bono-Calvi»,
c'erano parole scritte dallo stesso don Vito: «Berlusconi-Ciancimino»
e, più in basso, «Milano truffa assicurazioni».
Un po' quanto aveva fatto rilevare Mori il 28 settembre,
quando aveva evidenziato come a una lettera contenente
minacce nei confronti dello stesso attuale premier,
fosse stata aggiunta (sempre in maniera grossolana) la
scritta, di pugno di don Vito, «e, p.c. (per conoscenza,
ndr) al presidente del Consiglio, on. Silvio
Berlusconi». E anche in quel caso ci sarebbero state
un'estrapolazione e una sovrapposizione.
Secondo quanto hanno riferito ieri i consulenti, l'ex
sindaco mafioso di Palermo, i riferimenti a Berlusconi
li aveva scritti: non in quel contesto ma in un altro
appunto, consegnato dallo stesso teste alla Procura di
Caltanissetta. Gli esperti hanno effettuato la
comparazione e hanno visto che in alcune parti il
reperto «3-Cl» e il «3-Comp. Palermo», combaciavano alla
perfezione: «Le coincidenze strutturali-proporzionali
dei tracciati grafici, entrambi esaminati in fotocopia
consentono di esprimere un giudizio di riconducibilità
degli stessi da un unico originale».
Massimo Ciancimino non ci sta. «Avevo segnalato io
stesso, ai pm di Palermo - dice al telefono - di avere
unito i due documenti. L'ho fatto unicamente per
comodità, per assemblare due diversi appunti che mi
servivano entrambi per il mio libro. Il fatto che si
tratti di due fotocopie messe insieme è evidente».
Ma se erano appunti, perché cercare di far credere che
quei riferimenti a Berlusconi li avesse scritti don
Vito? «L'ho detto ai pm, ma ora sarò crocifisso per un
documento su 55 che sono stati ritenuti autentici».
In effetti ieri il pool coordinato da Piero Angeloni, ha
confermato che i documenti attribuiti a Vito Ciancimino
sono stati effettivamente scritti dall'ex sindaco, e che
i periodi di fabbricazione della carta sono compatibili
con quanto dichiarato dal figlio Massimo. Ma un altro
esperto, Lorenzo Rinaldi, ha agitato nuovi dubbi sui 7
pizzini attribuiti dal teste al boss Provenzano.
Sarebbero stati scritti, secondo il teste, tra il 1992 e
il 2001, con una sola macchina per scrivere, diversa
dalle sette usate da «Binu» e conosciute dagli
investigatori. I martelletti, però, col tempo si usurano
e cambia anche la scrittura. Ma in questi pizzini non ci
sono significative differenze: è come se quella macchina
fosse stata usata solo per scrivere quei biglietti.
13-10-2010]
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SILENZIO, PARLA RIINA - IL CAPO DEI CAPI SA DI ESSERE
INTERCETTATO E DURANTE UN COLLOQUIO IN CARCERE COL
FIGLIO LANCIA SEGNALI A DESTRA E A MANCA: LE STRAGI, I
SERVIZI, LA TRATTATIVA – “AI MAGISTRATI HO DETTO: QUEL
PROVENZANO CHE VOIALTRI DITE CHE ERA D’ACCORDO PER FARMI
ARRESTARE... NON HA FATTO ARRESTARE MAI NESSUNO” – SU
CIANCIMINO E SUO FIGLIO MASSIMO: “LORO SI INCONTRAVANO
CON I SERVIZI SEGRETI, PADRE E FIGLIO. PURTROPPO...
PROVENZANO NO!” – IL BANANA LIQUIDATO CON UNA SOLA
BATTUTA: “CI CREDO POCO E NIENTE”…
Lirio Abbate per "L'espresso" in edicola domani
1
- PAROLA DI RIINA...
Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il
procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo
dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se
sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno
deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare
bene. Chiuso». Potrebbe intitolarsi: "La mafia spiegata
a mio figlio". Una lezione unica, del maestro più
esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha
cambiato Cosa nostra e la storia d'Italia, dopo 14 anni
ha potuto incontrare per la prima volta il figlio
Giovanni, anche lui detenuto.
E,
sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel
colloquio in una summa della sua esperienza criminale,
alternando consigli pratici («Sposati una corleonese e
mai una palermitana») a messaggi sulle inchieste più
scottanti («Della morte di Borsellino non so nulla, l'ho
saputo dalla tv»). Un proclama che ha alcuni obiettivi
fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di
Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno
nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con
i servizi e ribadire invece la forza dei suoi segreti.
Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti
delle procure antimafia.
Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia.
Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l'uno davanti
all'altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui
del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono
normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò
non comprende perché "Giovannello" non è abbronzato. E
il figlio spiega: «Perché nell'ora d'aria preferisco
fare la corsa».
Il
boss insiste sulla salute: «Stai tranquillo che me la
cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che
papà è fenomenale. È un fenomeno. Tu lo sai che io non
sono normale, non faccio parte delle persone uguali a
tutti, io sono estero». Ci tiene a trasmettere di essere
ancora forte, per niente piegato da 17 anni di
isolamento: «Ti devo dire la verità, io sono
autosufficiente ancora... Non devi stare in pensiero
perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi
dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un
gioiello».
TRADIMENTI Poi però entrano nelle questioni serie.
Partendo da Bernardo Provenzano: è lui il traditore che
ha trattato con lo Stato consegnando il capo dei capi ai
carabinieri del Ros? «Ho fatto una difesa di Provenzano.
Ai magistrati ho detto: quel Provenzano che voialtri
dite che era d'accordo per farmi arrestare... Provenzano
non ha fatto arrestare mai nessuno».
I
rinnegati per lui sono altri, più volte attaccati
durante il colloquio: Vito Ciancimino e suo figlio
Massimo, che con le sue dichiarazioni sta animando
l'ultima stagione di inchieste. «Loro si incontravano
con i servizi segreti, padre e figlio. Provenzano no. I
magistrati durante l'interrogatorio non ci credevano, e
gli ho detto: "E purtroppo... Provenzano no!"».
Sull'uomo che assieme a lui è stato protagonista della
più incredibile scalata mafiosa, che in mezzo secolo ha
trasformato due contadini di Corleone nei padroni di
Cosa nostra fino a sfidare lo Stato, su quel Provenzano
che è stato il reggente del vertice della cupola fino al
giorno dell'arresto si dilunga.
Alternando segnali positivi a frecciate sibilline,
riferite ai pizzini trovati tra ricotta e cicoria nel
covo di Montagna dei Cavalli: «I magistrati mi hanno
detto che sono troppo intelligente (facendo riferimento
alla difesa di Provenzano, ndr) ed ho risposto che non è
così. Non sapevo di avere un paesano scrittore. Il mio
paesano (Provenzano, ndr) è scrittore, ma non si sedeva
con gli sbirri per farmi arrestare. Il paesano queste
cose non le fa».
E
sempre su Provenzano: «Onestamente è quello che è, non
voglio soprassedere. Però farlo passare per uno che
arresta le persone, non è persona di queste cose. I
mascalzoni sono gli altri che lo vogliono far entrare.
Perché Giovà devi essere onesto con lui: per me ha un
cervello fenomenale per l'amor di Dio, ha un cervello
suo quando fa lo scrittore e scrive... quindi solo lo
scrittore può fare queste cose.
Lo
sapevi che papà lo difende lo scrittore? Gli dissi
l'altro giorno che non sapevo che avevo uno scrittore al
mio paese, io so che c'è uno scrittore che si chiama
Provenzano ma incapace di farmi arrestare i cristiani (i
mafiosi, nd.)». E torna ad accusare i due Ciancimino:
«Qui infamoni sono padre e figlio e tutte queste persone
perché devono far passare...».
Il
capo dei corleonesi riflette sulle frequentazioni che
avrebbe avuto Provenzano e sulla confidenza che avrebbe
dato a Ciancimino. «La gente bisogna delle volte
guardarla dall'alto in basso e valutare se vale la pena
frequentare certe persone. Quando io gliene parlavo a
Provenzano di questi, gli dicevo che non ne valeva la
pena, ma lui mi diceva:
"Noo", ed io: "Ma finiscila, finiscila, vedi che non ne
vale la pena". Adesso a distanza di tempo questo è il
regalo che gli ho fatto». «Papà, hai avuto sempre un
sesto senso per... Hai avuto sempre il sesto senso».
«Giovà, ma lo sai perché, che cos'è? Il cervello
sveglio, che sono più avanzato di un altro, più sveglio,
hai capito perché?».
DOPPI SERVIZI La questione dei servizi segreti aleggia
in tutto l'incontro. Direttamente e per vie trasversali.
Quando Provenzano venne arrestato, alcuni quotidiani
narrarono un diverbio in carcere con il giovane Riina
che avrebbe visto il padrino entrare nel penitenziario e
lo avrebbe accolto insultandolo come "uno sbirro". Una
versione impossibile: i boss al 41 bis non hanno
contatti tra loro di nessun genere. Le indagini hanno
fornito una ricostruzione suggestiva di questo falso
episodio che porta a riflettere sul ruolo depistante che
avrebbero avuto fino ai giorni nostri alcuni uomini
degli apparati di sicurezza.
È
stato uno 007 infatti a riferire la falsa notizia del
diverbio a Massimo Ciancimino, che poi ne ha parlato con
un giornalista, come lui stesso ha detto ai pm. Su
questo fatto indaga la Procura di Roma. Un altro
mistero, che i due Riina chiariscono faccia a faccia.
«Non è vero che tu lo incontravi in carcere... Come
potevi incontrarti con Provenzano? Me lo devi dire»,
chiede il boss al figlio.
«Una buffonata, una vergogna... Lo sai papà, non mi
permetto nemmeno a dirlo a quelli che lo dovrebbero
meritare determinate cose, immagina se me lo metto a
dire a qualcuno che non lo merita».
E
Riina sintetizza la sua linea: «Ho voluto dirlo ai
magistrati che con questi servizi segreti di cui parla
lui (Ciancimino jr, ndr) io non ho mai parlato, non li
conosco, anche perché se io mi fossi incontrato con uno
di questi dei servizi segreti non mi chiamerei più
Riina...». E conclude: «Mi hanno chiesto se conosco
nessuno (il riferimento è ad uomini dei servizi, ndr).
Non conosco nessuno, e se mi fossi incontrato con queste
persone non mi chiamerei Riina. Minchia l'avvocato stava
morendo, mi stava cadendo a terra...».
STRAGI SU STRAGI Il vecchio corleonese autore e mandante
di centinaia di omicidi e stragi riflette in carcere con
il figlio sull'uccisione di Paolo Borsellino. Il boss
critica l'atteggiamento di Giovanni Brusca che per
l'attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non
ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio
1992. «Ho detto al magistrato che io il fatto di
Borsellino l'ho saputo dalla televisione e non so
niente».
A
Milano durante un'udienza aveva fatto un'altra uscita,
ancora più esplicita per prendere le distanze
dall'ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993
quando era già in cella: «Non ne so nulla, ma bisogna
capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva
colpire».
Più in generale, nell'incontro con il figlio confida:
«Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però
tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto
non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono
ridotti così. Quasi un po' tutti. Perché un po' tutti?
Perché l'ultima parola era sicuramente la mia e quindi
l'utima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare
nella vita.
Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l'ultima
parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto
su quest'ultima parola: gli altri non sanno niente e tu
sei anche un po' avvantaggiatello. Questa è la vita a
papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la
fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato
avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?».
E
poi spiega: «Perché anche loro sbagliano e sbattono la
testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono
la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è
un segreto della vita...».
PAPELLO E TRATTATIVA Parlano anche del "papello", la
lista di richieste in favore di Cosa nostra che secondo
alcuni collaboratori di giustizia fra cui Giovanni
Brusca, Riina avrebbe fatto avere nel 1992 a uomini
dello Stato per far cessare le stragi. È la trattativa.
Copia del "papello" è stata consegnata ai magistrati di
Palermo da Massimo Ciancimino, il quale sostiene che suo
padre lo avrebbe ricevuto perché fece da tramite fra i
corleonesi e uomini dello Stato.
Nel colloquio con Giovanni, il capo dei capi non
smentisce l'esistenza di una lista con le richieste. Non
smentisce che quel "papello" che oggi fa tremare
ufficiali delle forze dell'ordine e politici sia
esistito. A Giovannello dice solo che il foglio prodotto
da Ciancimino «non è scrittura mia...».
E
aggiunge: «Giovà, nella storia, quando poi non ci sarò
più, voi altri dovete dire e dovete sapere che avete un
padre che non ce ne è sulla Terra, non credete che ne
trovate, un altro non ce ne è perché io sono di
un'onestà e di una coerenza non comune».
Il
capo dei corleonesi sembra non dare alcuna apertura di
collaborazione, ma vuole far prevalere il suo ruolo di
numero uno di Cosa nostra. Di boss che non parla con gli
sbirri. «Ho chiuso con tutti perché non ho nulla a che
vedere con nessuno. Il magistrato voleva farmi una
domanda e gli ho subito detto: "Non mi faccia domande
perché non rispondo". E lui non ha parlato, è stato
zitto, perché io so mettere ko un po' tutti perché io ho
esperienza Giovà, ho esperienza».
BAGARELLA A un certo punto Riina senior chiude con
stragi e servizi per affrontare questioni familiari.
«Giovanni lasciamo stare, salutami lo zio quando gli
scrivi». Lo zio a cui fa riferimento è Leoluca
Bagarella, lo stragista che ha sulle spalle centinaia di
omicidi. Un sanguinario che secondo alcuni pentiti nella
sua vita avrebbe versato poche lacrime solo in occasione
della morte della moglie che sembra essersi suicidata.
La
scomparsa della donna è ancora un mistero, come pure il
luogo in cui è stata sepolta. Nei confronti di
quest'uomo che non ha mai avuto pietà per le sue
vittime, Totò Riina usa queste parole con Giovanni,
forse facendo riferimento alla morte della moglie:
«Rispettatelo sempre, che volete povero uomo sfortunato;
anche lui nella vita proprio sfortunato nella vita per
quello che gli è successo. Purtroppo questa è la vita e
dobbiamo andare avanti".
Le
raccomandazioni di tenere unita la famiglia, e di
pensare al futuro per Salvo, l'altro figlio che è pure
lui detenuto e che nel 2011 finirà di scontare la pena
per associazione mafiosa, vengono spesso ripetute. Non
mancano i riferimenti alla passione comune che padre e
figlio hanno: quella del ciclismo. "Il Giro d'Italia me
lo seguo sempre", sottolinea Totò Riina, commentando le
prestazioni di Petacchi, le sue volate e le vittorie.
"Io spero sempre in Basso, però c'è questo Contador, è
troppo forte, minchia è troppo forte questo!". E dal
figlio vuole la conferma se legge sempre la "Gazzetta
dello Sport". "Sì, sì, seguo tutto a livello
sportivo...".
CIBO E POLITICA L'unico accenno alla politica viene
buttato in modo casuale, discutendo del vitto concesso
dal governo: «Berlusconi, che io ci credo poco o
niente...». Una battuta, verrebbe da credere, anche se
il capo dei capi è un maestro nel calibrare le parole.
Ne parla mentre consiglia al figlio di mangiare molta
frutta ed elenca quali alimenti acquistare. «Perché io
qui ho preso chili... Giovà, la vita che faccio io con
questo signore... Berlusconi, che ci credo poco e
niente, la vita che faccio con questo... io mangio come
un pazzo e metto su chili».
Giovanni ribatte che in carcere si trova bene, e che si
è pure iscritto a scuola per conseguire il diploma di
Agraria. Ma suo padre ci tiene a precisare: «Cerca di
non litigare con nessuno, comportati sempre bene, come
mi sono sempre comportato io». Giovanni ribatte: «Ci
vuole un po' di pazienza nella vita». «E noi ne
abbiamo», risponde il padre. E aggiunge: «Riconosco che
la galera è difficile, però uno se si mette in testa di
non far del male agli altri, diventa facile, bisogna
avere un po' di pazienza». Il figlio annuisce «ne
abbiamo. Purtroppo sono già 14 anni che sono qua dentro
...».
Ma
Totò gli indica il suo esempio: «Giovanni, qui mi
portano in braccio. Mi portano sul palmo delle mani...
Mi rispettano tutti. Mi rispettano Giovà, sanno che sono
tedesco, sanno che c'è profumo, qualcuno che... perché
io non parlo. Io non gli rispondo, sanno che non parlo.
Sono un ottantenne e conosco la vita che c'è fuori, il
mondo che c'è fuori, quindi valuto tutto e tutti. E mi
so regolare con tutti».
FERMARE I PENTITI Il boss poi loda la moglie che lo ha
sempre assistito restando al suo fianco, ma non scarica
su di sé la colpa di «tutte le sofferenze» che la sua
famiglia sta vivendo. Non a caso Totò Riina è stato
sempre definito "un tragediatore" dai mafiosi che lo
hanno conosciuto: parla con il figlio come se la loro
detenzione non fosse la pena per stragi ordinate e
omicidi commessi, ma solo colpa del fatto che «c'è gente
disgraziata, gente infamona». Il riferimento è ai
pentiti che lo accusano: «C'è gente meschina, ha fatto
questo su minacce e su tutto? Perché sono nati tra i
carabinieri? Sono nati tra gli infamoni? Sono nati
spioni?». E Giovanni risponde: «Eh, ognuno sì...
approfittatori... approfittatori».
Il
capo dei capi butta lì una frase che sembra indicare un
suo tentativo per bloccare i pentiti. «Mi fermo lì,
quello che ho potuto fare, io ringrazio pure a me
stesso. L'ho fatto... ho cercato pure...». Giovanni
comprende il senso di quello a cui il padre si riferisce
e dice: «Però uno non è che può sempre...». Il capomafia
bisbiglia al figlio una parola: «Questo Brusca...». E il
discorso su questo argomento finisce così. I due parlano
subito di altro.
Il
pensiero vola ancora a Salvo, il figlio minore che il
prossimo anno lascerà il carcere. Il boss vuole che vada
a lavorare a Firenze perché a Corleone «non ci può
tornare». Ma il valore della famiglia e dei corleonesi
Totò Riina cerca di spalmarlo in tutti i suoi discorsi:
«Caro Giovanni, nella vita dovete capire che siamo di
Corleone, non siamo palermitani, quindi, se avete
determinazione, pensate di trovare una ragazza lì a
Corleone, perché bene o male, bene o male, è sempre una
corleonese».
Giovanni contrasta questo discorso: «Però devo dire una
cosa che il ragionamento mogli e buoi dei paesi tuoi,
funzionava, un tempo; adesso purtroppo non è nemmeno
così». E il padre: «Eh sì però c'è sempre questo fatto
dei paesi tuoi... Dici: "Corleone non è più come i tuoi
tempi" però a papà sempre una paesana bene o male
sappiamo chi è la mamma, chi è la nonna, chi era il
nonno, chi è il padre, invece alle volte...».
Ma
il messaggio fondamentale per lui è trasmettere di
essere ancora forte. «Vivo solo e non ho contatti con
nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato
questo fatto: "Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo
distruggiamo, lo finiamo". Devono sapere invece... che a
me non mi distruggete». Una tenuta sintetizzata con una
frase: «Facciamoci questa galera... Io a ottanta anni
non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo
che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi,
tranquillo e sereno che forse nemmeno potete
immaginare».
2
- QUANDO LA FAMIGLIA CRESCE IN LATITANZA...
L'immagine sanguinaria di Totò Riina ha fatto da sfondo
alla Sicilia degli ultimi quarant'anni. La sua ombra si
è allungata su tutte le stragi e sui delitti eccellenti.
IL
PADRINO. Dal 15 gennaio 1993 è in carcere dopo una
latitanza durata 24 anni.
Quando il volto del capo dei capi apparve in tv,
sorprese tutti: nessuno immaginava che un signore così
goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il
mafioso feroce che le cronache giudiziarie avevano
dipinto. I giudici Falcone e Borsellino avevano però
compreso lo spessore criminale di Riina, il corleonese
dalle scarpe infangate, personaggio ben diverso da
quello che si sforzava di apparire sui media. Sono
decine gli ergastoli definitivi a cui è stato
condannato, fra questi anche quelli per le stragi di via
D'Amelio e Capaci. Nel primo maxi processo a Cosa nostra
gli è stato inflitto il carcere a vita per una serie di
delitti commessi a Palermo negli anni Ottanta.
LA
MOGLIE. Durante la latitanza Riina ha sposato Ninetta
Bagarella, sorella del boss Leoluca, feroce sicario in
carcere dal 1995. Le nozze di Riina furono celebrate in
gran segreto. Nel 1970, prima del matrimonio, però, la
Bagarella venne proposta dalla questura per il confino.
Era la prima volta che un provvedimento del genere
veniva fatto nei confronti di una donna. La coppia
scomparve nel nulla. Così mentre il boss era ricercato
sua moglie partoriva quattro figli in una delle cliniche
private più esclusive di Palermo: nel 1974 Maria
Concetta, nel 1976 Giovanni, nel 1977 Salvatore Giuseppe
(detto Salvo) e nel 1980 Lucia. Tutti e quattro furono
regolarmente registrati all'anagrafe. Ninetta Bagarella
ha fatto ritorno a Corleone con i figli la sera in cui
Riina venne arrestato.
I
FIGLI. Maria Concetta, diplomata al liceo classico di
Corleone, è stata una studentessa dai voti eccellenti. È
stata coinvolta in indagini antimafia che hanno
riguardato il marito Tony Ciavarello, ma nessun
provvedimento è stato adottato nei suoi confronti.
Giovanni Riina è in carcere perché deve scontare una
condanna all'ergastolo. La sua carriera criminale inizia
appena compiuta la maggiore età. Il primo omicidio lo
compie a 19 anni strangolando a mani nude un uomo di
Corleone, e lo zio Leoluca Bagarella ne andava fiero.
Poi i delitti commessi sono proseguiti con altri omicidi
per i quali è finito in carcere l'11 giugno 1996.
Salvo Riina non è sfuggito al destino mafioso della
propria famiglia. È in carcere perchè deve finire di
scontare otto anni e dieci mesi per associazione
mafiosa. Nel 2000 era diventato il punto di riferimento
dei mafiosi di Corleone. Dalle indagini è emerso che è
un ragazzo arrogante, sicuro di sé, pronto a difendere
l'onore del padre.Lucia Riina è l'unica della famiglia a
non aver avuto a che fare con uffici giudiziari e
magistrati. Sposata con un rappresentante di commercio,
ha tre figli e vive a Corleone. [16-09-2010]
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MAFIA-FININVEST - TESCAROLI 2, LA VENDETTA...
Il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Luca
Tescaroli si avvia a conquistare due record. Il primo
magistrato antimafia (è stato pm nel processo per
l'attentato a Giovanni Falcone, 37 ergastoli comminati)
a essere citato in giudizio dalla Fininvest, e presto
anche il primo a restituire il favore con una denuncia
contro la Fininvest per intimidazioni e violenza
privata. La controffensiva di Tescaroli e del
giornalista Ferruccio Pinotti, autori del libro
"Colletti Sporchi" (Bur) che ha generato la querela
della Fininvest si annuncia durissima.
Documenti in abbondanza per dimostrare che le
dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi ("Totò Riina
gestiva i contatti di Cosa nostra con Marcello Dell'Utri
e Silvio Berlusconi e la Fininvest versava 200 milioni
l'anno alla mafia per evitare attentati e sabotaggi ai
ripetitori tv in Sicilia") non sono state considerate
calunniose dai giudici, tant'è vero che la procura di
Caltanissetta ha archiviato ogni denuncia nei confronti
del pentito. Ciò che ha irritato i legali della
Fininvest è l'accostamento della società di Berlusconi,
a loro avviso, agli scenari di riciclaggio di denaro
mafioso.
Nel processo, che si svolgerà a Verona in novembre,
Tescaroli riaccenderà una luce sui collegamenti tra il
processo contro Dell'Utri per concorso in associazione
mafiosa (condanna in primo e secondo grado) e il
processo per l'omicidio del presidente del Banco
Ambrosiano Roberto Calvi nonché sui contatti tra Calvi,
la sua banca e alcune società del gruppo Fininvest. L.
I.
28.08.10
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CIVITAVECCHIA / 28-06-2010
MAFIA NELL'ALTO LAZIO, AFFARI E POLITICA / Tarquinia e
Civitavecchia: distribuito ''Mani sulla città'', dossier
sulle infiltrazioni della mafia
Alto Lazio e mafia, ultime notizie Civitavecchia e
Tarquinia - in distribuzione a Civitavecchia e a
Tarquinia il dossier che documenta l’intreccio perverso
tra affari e politica nell’Alto Lazio e la presenza
della criminalità organizzata nei comuni della costa
tirrenica.
Il dossier, edito sotto la testata di “Tarquinia Città”
e “Civitavecchia Città”, a seconda del
rispettivo luogo di diffusione, chiama a raccolta i
cittadini per un impegno civile a resistere contro un
fenomeno che rischia di sconvolgere l’economia del
territorio e le condizioni di vivibilità dell’intera
zona.
“Con questo dossier vogliamo lanciare un grido di dolore
per la nostra terra – sostiene Luigi Daga,
vicepresidente dell’Associazione – Qui ci sono le nostre
radici, qui è l’avvenire dei nostri figli e non si può
continuare a tacere. Il silenzio è complicità.”
Da terra degli Etruschi, l’Alto Lazio rischia, nella
malaugurata idea che vadano in porto alcuni progetti,
tra cui quello “secretato” firmato da Gianni Moscherini,
sindaco di Civitavecchia, e da Giancarlo Elia Valori, di
diventare colonia di poteri forti italiani e stranieri.
“Vogliono cambiare il volto del nostro territorio –
affermano i responsabili dell’Associazione – Se passa
questo accordo 4.200 ettari a cavallo tra i comuni di
Tarquinia e Civitavecchia, saranno riempiti di cemento,
grattacieli, capannoni, aree di sosta, piste per aerei
cargo, megabanchine container, con il forte rischio di
investimento di capitali di dubbia provenienza, magari
della mafia cinese, come sostengono, ormai da tempo,
alcuni magistrati”.
La mafia esiste e vive, si radica e consolida in un
territorio, perché fa affari e perché ha
rapporti con il Potere, necessita di fondi pubblici così
come delle concessioni, delle licenze e autorizzazioni
per le aziende della "mafia pulita".
La lotta alle mafie, quindi, non può essere relegata
alla sola magistratura e alle forze dell’ordine; come
indicavano Falcone Borsellino e Caponnetto, unico reale
ed efficace contrasto per sconfiggere realmente le mafie
è l’assunzione di responsabilità della comunità, della
politica e dell’economia.
“E’ questo il nostro modo di fare antimafia – conclude
Elvio Di Cesare, Presidente dell’Associazione. – Forze
dell’ordine e magistratura vanno aiutati con atti
concreti, facendo nomi e cognomi, citando fatti e
situazioni specifiche, considerata la gravità e la
pericolosità in cui ci troviamo nel Lazio: tutto il
resto è solo perdita di tempo!”.
Associazione Antonino Caponnetto
Per contatti:
asscaponnettocv@gmail.com
- Uno Notizie Lazio - ultime news Civitavecchia,
Tarquinia
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FONDI (LATINA) / 13-09-2009
MAFIA, FONDI: INFILTRAZIONI MAFIOSE A FONDI /perchè
questo Governo non scioglie il Comune a Fondi ?
FONDI - LATINA
(UnoNotizie.it)
“Attentati incendiari, arresti a raffica, relazioni
prefettizie: davanti a tutto ciò il Governo non decide
rendendo così un pessimo servizio alla comunità di
Fondi”. Lo dichiara in una nota Enrico
Fontana, Capogruppo di Sl alla Regione Lazio,
a proposito del mancato scioglimento del Comune di Fondi
per infiltrazioni mafiose.
“E’ la prima volta che, per ragioni incomprensibili o
peggio ancora inconfessabili, si rinnega l’operato dei
prefetti, delle forze dell’ordine e della magistratura -
aggiunge Fontana - Ma il Comune di Fondi va sciolto,
come si è sempre fatto in Italia per altri Comuni,
quando le relazioni prefettizie sono state fatte proprie
dal Ministero dell’interno.
E se ne è accorto anche un autorevole esponente del
centrodestra intellettualmente onesto, come il vice
presidente della commissione antimafia
Fabio Granata”.
- Uno Notizie Fondi ( Latina ) -
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Caccia al montepremi di eli - se la Tulliani ha mentito
sarà facilmente scoperta. Per ritirare una grossa
vincita all’Enalotto non ci sono alternative: deve
essersi presentata lei stessa alla sede Sisal – Pare
esista anche un discreto giro di riciclaggio attorno
alle grosse vincite, che non essendo soggette ad alcuna
tassazione possono finire integre su un conto sicuro
magari all’estero…
Chiara Paolin per
il Fatto
Lui è a Santo Domingo coi cellulari staccati. Lei manda
lettere tramite avvocati per dire che le sue proprietà
sono solo sue, e che anzi l'ex fidanzato le deve ancora
una discreta sommetta. In mezzo, una ricevuta fortunata,
un tagliando milionario che segna la crisi - anche
economica - del rapporto tra Luciano Gaucci ed
Elisabetta Tulliani, attuale compagna del presidente
della Camera, Gianfranco Fini.
Un
pezzo di carta che sta mettendo sottosopra la politica e
i media italiani: chi vinse davvero quei due miliardi di
lire nel 2000? Come venne spartita la cifra tra gli
(allora) amanti e protagonisti della mondanità romana?
Domande senza risposte visto che la Tulliani dice una
cosa e Gaucci l'esatto contrario. Versioni
inconciliabili.
Chi è il fortunato vincitore?
Tutti i beni ascrivibili alla bionda signora (e ai suoi
familiari) sono ormai oggetto di scrupolose analisi da
parte di Libero e Il Giornale, che dividono le loro
pagine tra questa storia e quella dell'appartamento
lasciato in eredità al partito di Fini è andato in
affitto al fratello della Tulliani, Giancarlo.
Visto l'assalto mediatico, ‘Eli' - come la chiamava
Gaucci - ha deciso di stringere i ranghi: lettera
piccata a tutta la stampa in cui precisa che la lite
davanti al tribunale civile di Roma per un tesoretto di
beni mobili e immobili conteso tra lei e l'ex
imprenditore è dovuta a una querelle di cui è vittima e
non carnefice. Che non esiste alcuna denuncia per
appropriazione indebita avviata da Gaucci per contestare
la titolarità di beni intestati a lei (solo per sfuggire
alle grinfie dei creditori).
Questa in effetti era la tesi lanciata da ‘Luciano
l'uragano' nei mesi scorsi: "Il Fisco sta cercando di
recuperare beni in seguito al fallimento delle mie
società - aveva detto a Dagospia riferendosi a quattro
appartamenti intestati alla ex compagna - Il denaro
necessario per l'acquisto delle case ha origine da una
schedina del Totocalcio con cui ho centrato un 12+1. Ed
è facilmente riscontrabile che il conto corrente di
Elisabetta all'epoca, nove anni fa, era privo di tali
fondi".
Ecco dunque il famoso tagliando, la vincita fortunata
che spiegherebbe l'origine dei beni ormai di proprietà
della Tulliani nonostante Gaucci avesse parlato di un
accordo privato, con tanto di lettera sottoscritta, in
cui Elisabetta riconosceva la vera titolarità dei beni.
Un
documento scomparso, una versione della storia
seccamente rifiutata tramite apposita nota legale degli
avvocati di casa Tulliani: "I beni mobili e immobili
indicati dal signor Gaucci nell'atto di citazione -
scrivono Carlo Guglielmo e Adriano Izzo a proposito
della causa romana - sono stati acquistati con denaro
proprio della signora Tulliani e della sua famiglia. In
particolare, l'acquisto è avvenuto con i ricavi di una
vincita all'Enalotto e con gli ulteriori risparmi dei
genitori della signora Tulliani.
Di
tale circostanza la nostra assistita ha fornito ampia
prova documentale, dimostrando, in particolare, che la
vincita all'Enalotto era di sua esclusiva pertinenza.
Dopo l'incasso della somma una parte cospicua di essa,
esattamente un miliardo e cento milioni di lire, è stata
messa a disposizione del Sig. Gaucci con l'espresso
incarico di provvedere a gestirla in proficui
investimenti nell'interesse della medesima. Tale somma
non è mai stata restituita dal Sig. Gaucci, con la
conseguenza che la Sig.ra Tulliani si è trovata
costretta a svolgere apposita domanda di restituzione
nel giudizio civile in corso".
Ma
allora: Totocalcio o Enalotto? Chi dice la verità?
IL
RICORDO DELL'AVVOCATO
Giuliano Maria Pompa, l'avvocato che seguì la vicenda
del Perugia e il crac finanziario di Gaucci, rimette la
palla al centro: "All'epoca non esisteva alcun rapporto
finanziario tra Gaucci e la Tulliani. Nessun bene le era
stato intestato e non ricordo affatto che la signorina
avesse un ruolo nella distribuzione dell'asse
patrimoniale di Gaucci".
Quindi ogni eventuale operazione creativa inventata
dall'ex patron del Perugia prima della fuga nel paradiso
di Santo Domingo - dove riparò nel 2005 per evitare la
condanna a tre anni di carcere per bancarotta
fraudolenta - avvenne fuori da registri ufficiali e
carte vidimate.
Quel che è certo è che se la Tulliani ha mentito sarà
facilmente scoperta. Per ritirare una grossa vincita
all'Enalotto (o meglio al Superenalotto, come si chiama
ora) non ci sono alternative: deve essersi presentata
lei stessa alla sede Sisal di via Sacco e Vanzetti 89 a
Roma e aver compilato l'apposito modulo per farsi
versare il premio sul conto corrente personale.
Oppure può essersi fidata di un mediatore, perché allo
sportello Sisal il vincitore è chi porta il tagliando e
indica un conto corrente a lui intestato presso la
propria località di residenza. Pare esista anche un
discreto giro di riciclaggio attorno alle grosse
vincite, che non essendo soggette ad alcuna tassazione
possono finire integre su un conto sicuro magari
all'estero, se a ritirarle è la persona giusta.
L'Agenzia delle entrate e i magistrati romani non hanno
che da chiedere lumi alla Sisal, sempre disponibile a
cedere le preziose informazioni sui fortunati vincitori
(il cui anonimato è assolutamente garantito in tutti gli
altri casi): se Eli ha vinto, il round è suo. E Fini
tirerà un sospiro di sollievo.
[05-08-2010]
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IL
PADRINO NEL PALLONE – IL RICERCATO N.1, MATTEO MESSINA
DENARO A MAGGIO ERA SPAPARANZATO BEATO ALLO STADIO A
VEDERE PALERMO-SAMP – E NON PER FARE IL TIFO PER I
ROSANERO, MA PER UNA RIUNIONE CON IL GOTHA DI COSA
NOSTRA E DECIDERE LA STRATEGIA FUTURA (BOMBE O NON
BOMBE, QUESTO è IL PROBLEMA) – IL PENTITO RIVELA: “È UNA
TESTA CALDA, SE DEVE PARTECIPARE A UN INCONTRO DAVVERO
IMPORTANTE PRENDE UNA SMART E VA. SENZA SCORTA”…
Salvo Palazzolo per "la
Repubblica"
Il
ricercato numero uno della mafia siciliana, il trapanese
Matteo Messina Denaro, seduto fra gli spalti dello
stadio Renzo Barbera di Palermo. È un´immagine che ha
dell´incredibile, ma la fonte che l´ha riferita in
carcere ai carabinieri del Ros non ha dubbi.
Sarebbe stato proprio Matteo Messina Denaro, il custode
dei segreti di Riina e Provenzano, quel distinto tifoso
(con tanto di maglietta del Palermo al seguito) arrivato
a maggio allo stadio per incontrare alcuni mafiosi
palermitani. C´era una riunione quel giorno. Si
discuteva del progetto messo con insistenza in agenda da
alcuni giovani boss rampanti, per colpire il palazzo di
giustizia e la squadra mobile di Palermo.
Dice la fonte che Messina Denaro era contrario al
ritorno alla strategia delle bombe. Ma i palermitani
insistevano, e del nuovo corso mafioso si sarebbe dovuto
discutere in un´altra riunione. Ai no di Messina Denaro,
i fautori della linea dura avrebbero risposto
rilanciando: «Dovremmo fare due attentati in ogni
provincia».
Ecco i retroscena dell´ultimo allarme attentati in
Sicilia lanciato la settimana scorsa dal Viminale con un
fonogramma urgente inviato alla prefettura. Le
indicazioni offerte dalla fonte in carcere ai
carabinieri sono adesso al vaglio dei magistrati della
direzione distrettuale antimafia Marcello Viola, Lia
Sava e Francesco Del Bene, nonché del procuratore
aggiunto Antonio Ingroia.
La
parola d´ordine è «non sottovalutare alcuna
indicazione», anche perché le informazioni parlano di
nuovi mafiosi in campo, fautori della linea dura. E già
da mesi le indagini parlano di una riorganizzazione in
atto tra le fila di Cosa nostra. In che direzione, non è
ancora chiaro.
Ma
è credibile l´immagine del ricercato numero uno della
mafia siciliana che va in uno stadio super sorvegliato?
Per la cronaca, a maggio, c´è stata solo una partita al
Renzo Barbera, il 9: segnava la battaglia finale fra
Palermo e Sampdoria per l´accesso alla Champions League.
Chi indaga ricorda la passione calcistica di uno dei
colonnelli di Messina Denaro, Andrea Mangiaracina: nel
1990 finì in manette per una telefonata di troppo,
quella in cui chiedeva a un favoreggiatore di fargli
avere urgentemente un televisore per vedere le
semifinali di Italia Novanta. Ma Messina Denaro non
sembra un grande appassionato di calcio.
In
gioco ci sarebbe stato dell´altro, quel giorno di
maggio: la decisione su un cambio di strategia di Cosa
nostra. Dice un investigatore: «Messina Denaro resta una
testa calda, se deve partecipare a un incontro davvero
importante prende una Smart e va. Senza scorta».
Le
sue tracce più recenti risalgono ormai a marzo. Le
intercettazioni dicevano di un gruppo di favoreggiatori
che si dava un gran da fare per preparare «una villa con
tutti i confort che lui vuole», alla fiume del Belice.
Quella villa i poliziotti hanno cercato a lungo, ma
inutilmente.
27-07-2010]
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LA
LETTERA SEGRETA E PROFETICA DI DON VITO CIANCIMINO -
indirizzata a un dirigente di Bankitalia candidatO aD
occupare la poltrona di presidente del Consiglio,
ALL’INDOMANI DELL’ATTENTATO DI CAPACI A FALCONE in quel
convulso autunno del ’92, LA MISSIVA È STATA CONSEGNATA
DAL FIGLIO MASSIMO ALLA PROCURA DI PALERMO - IL
COLONNELLO MORI VOLEVA TRATTARE CON TOTÒ RIINA...
Guido Ruotolo per "la Stampa"
In
tempi non sospetti, siamo al novembre del 1992, don Vito
Ciancimino lascia tracce dei suoi incontri con il Ros
dei carabinieri, con il colonnello Mario Mori, prima
della strage di via D'Amelio. Come tanti altri materiali
riaffiorati dagli archivi della famiglia Ciancimino 18
anni dopo quella tragica stagione, anche questo
documento è stato consegnato alla Procura di Palermo.
Si
tratta di una lettera indirizzata a un dirigente di
Bankitalia il cui nome era compreso in una rosa di
candidati a occupare la poltrona di presidente del
Consiglio, in quel convulso autunno del '92.
Mercoledì Massimo Ciancimino sarà di nuovo in
pellegrinaggio a Palermo, e poi a Caltanissetta, per una
nuova serie di colloqui-interrogatori con i magistrati
che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa
nostra, e sulla strage di via D'Amelio. E mercoledì
Ciancimino jr dovrà anche spiegare la lettera nella
quale il padre si assunse un ruolo di compartecipe di
quella «cricca» - una decina di personalità, tra
ministri in carica, funzionari e generali degli apparati
di sicurezza - che, mentre crollava la Prima Repubblica
abbattuta da Mani Pulite, lavorava a creare le
condizioni per «una nuova entità politica».
L'incipit di questa lettera è chiarissimo: «Sono Vito
Ciancimino il noto, questa mia lettera, a futura
memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se
realmente Lei deciderà di scendere in politica come da
amici di regime mi è stato sussurrato.
Ritengo mio dovere precisare che direttamente e
indirettamente faccio parte di quel "regime" che oggi, a
causa di tutti loro e anche i miei sbagli costringeranno
Ella, sicuramente persona super partes, e da me stimata
e apprezzata nel tempo, nel tentativo di convincerla a
prendere le redini di un Paese destinato allo sfascio.
Sono stato condannato su indicazione del regime per il
reato di mafia per mano di persone che a confronto con
alcuni mafiosi sono dei veri galantuomini».
Non veste solo i panni del «profeta» don Vito
Ciancimino. Scrive al suo interlocutore: «Faccio parte
di questo regime e sono consapevole che solo per averne
fatto parte ne sarò presto escluso. Al momento, sono
utile per i loro ultimi disegni prima del "capolavoro
finale"».
E'
come se don Vito avvertisse che ben presto sarebbe
finito in carcere, e ciò avvenne puntualmente un paio di
settimane dopo aver spedito questa lettera.
«Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione
avanzato dal colonnello Mori per bloccare questo attacco
terroristico ad opera della mafia, ennesimo strumento
nelle mani del regime, e di fatto interrotto con
l'omicidio del giudice Borsellino sicuramente oppositore
fermo di questo accordo, si è deciso finalmente,
costretti dai fatti, di accettare l'unica soluzione
possibile per poter cercare di rallentare questa ondata
di sangue, che al momento rappresenta solo una parte di
questo piano eversivo».
Dunque, Ciancimino rivela al suo interlocutore che il
colonnello Mori propone - anche se la ritiene
«scellerata» - una soluzione per bloccare l'offensiva
stragista. In tutti questi mesi, il figlio Massimo ha
sempre sostenuto che, secondo don Vito, Mori, il signor
Franco, lo stesso Provenzano suggerivano di trattare con
Totò Riina e che suo padre era contrario: «Con
quell'animale - diceva papà - non si può trattare».
Nella lettera spedita nel novembre del '92, don Vito
ammette che la trattativa si avvia dopo la strage di
Capaci e prima di quella di via D'Amelio. Nello stesso
tempo l'ex sindaco mafioso di Palermo rivela
implicitamente che Paolo Borsellino era stato informato
dei contatti in corso tra pezzi dello Stato e Cosa
nostra, e che si opponeva.
Da
questo punto di vista, la lettera consegnata da
Ciancimino jr ai magistrati siciliani è una conferma a
quanto ha ricostruito la Procura di Caltanissetta.
La
missiva di don Vito Ciancimino si conclude così: «Tutta
la vecchia gerarchia politica sarà destinata ad
allinearsi a questo nuovo corso della storia della
nostra Repubblica, che sta buttando le sue basi non più
su un semplice imbroglio (quale fu secondo don Vito il
referendum monarchia-repubblica, ndr), ma su "una vera e
propria carneficina". Di tutto questo posso fornirle
documentazione come prove e nomi e cognomi».
[26-07-2010]
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UNA
SENTENZA GIÀ (PRE)SCRITTA – il processo DELL’UTRI RISCHIA DI
FARE LA FINE DI ANDREOTTI – LA “SENTENZA PILATESCA” DI PALERMO
APRE LA STRADA ALLA PRESCRIZIONE PER I REATI PRIMA DEL ’92. COSÌ
OGNUNO POTRÀ RACCONTARE LA VERITÀ CHE PREFERISCE – IL SENATORE
insiste: “CONFERMO, MANGANO È IL MIO EROE” – LA DELUSIONE DEL
PROCURATORE GATTO: “SONO STUPITO
- DELL'UTRI: UN CONTENTINO A PROCURA DI PALERMO...
(ANSA) -
Una "sentenza pilatesca": così il senatore Marcello Dell'Utri ha
commentato in una conferenza stampa a Milano la sentenza della
Corte d'Appello di Palermo che lo ha condannato a sette anni per
concorso esterno in associazione mafiosa. "Hanno dato un
contentino alla procura palermitana - ha detto - e una grossa
soddisfazione all'imputato, perché hanno escluso tutto ciò che
riguarda le ipotesi dal 1992 in poi".
2 - PG
GATTO: SONO STUPITO MA ASPETTO MOTIVAZIONI...
(ANSA) -
"Vedremo quali sono le motivazioni. Sono stupito. In pratica le
cose dette da Spatuzza e l'intero impianto accusatorio che pure
era ben piantato su questo punto non è stato preso nella giusta
considerazione". Lo ha detto il pg Nino Gatto commentando la
sentenza con cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette
anni, escludendo però i fatti commessi dopo il 1992.
"Non è
vero tra l'altro - ha aggiunto - che Filippo Graviano ha
smentito Gaspare Spatuzza, anzi ha confermato alcuni episodi.
Invece Giuseppe Graviano stava male e non ha voluto rispondere.
Bisogna capire perché la corte ha deciso di eliminare la
'stagione politica' da questo processo. In ogni caso sono sempre
possibili ulteriori indagini. Non voglio pensare alla
prescrizione, non ci ho mai pensato. La difesa valuterà se
esistono i termini".
3 -
LEGALE: CADUTE ACCUSE PENTITO SPATUZZA...
(ANSA) -
Per l'avvocato Pietro Federico l'assoluzione di Marcello
Dell'Utri dalle accuse contestate dal 1992 in poi dimostrano che
"tra il senatore e i fratelli Graviano, boss di Brancaccio, non
ci sono stati rapporti". Commentando la sentenza del processo di
appello al senatore Dell'Utri, l'avvocato Federico aggiunge:
"dal '92 in poi sono stati smentiti tutti i collaboratori di
giustizia, ci auguriamo che il principio adottato dalla Corte
per arrivare a questa sentenza sia applicato nel prossimo
giudizio della Cassazione anche al periodo antecedente al '92,
che presenta numerose contraddizioni".
4 - SULLA
CONDANNA PESA RISCHIO PRESCRIZIONE...
(ANSA) -
Sia il procuratore generale Antonino Gatto sia i difensori di
Marcello Dell'Utri, subito dopo la lettura della sentenza hanno
parlato della possibilità che la condanna a sette anni di
reclusione per concorso in associazione mafiosa possa cadere in
prescrizione. I giudici della seconda sezione della Corte
d'appello di Palermo hanno infatti condannato il senatore del
Pdl limitatamente alle contestazioni precedenti al 1992.
I calcoli
relativi alla prescrizione sono estremamente complessi e vanno
rapportati ai singoli episodi. La Corte avrebbe potuto
applicarla d'ufficio, cosa che però non è avvenuta. I legali di
Dell'Utri hanno già annunciato che prima di valutare i termini
di un'eventuale prescrizione faranno ricorso in Cassazione,
mentre il Pg Antonino Gatto ha detto che per il momento non ci
vuol pensare, ammettendo implicitamente che il rischio
prescrizione esiste.
5 -
DELL'UTRI: MANGANO E' STATO IL MIO EROE...
(ANSA) -
Marcello Dell'Utri lo aveva detto in passato e lo ha ripetuto
oggi: "Vittorio Mangano è stato il mio eroe". Spiegandolo ai
giornalisti che lo hanno incontrato per un commento sulla
sentenza della Corte d'Appello che lo condanna a 7 anni per
concorso esterno in associazione mafiosa, ha citato anche i
fratelli Karamazov, quando Andrej viene presentato come un
furfante ma eroe.
"Era una
persona in carcere, ammalata - ha detto - invitata più volte a
parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo.
Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma
ha preferito stare in carcere, morire, che accusare
ingiustamente. E' stato il mio eroe. Io non so se avrei
resistito a quello a cui ha resistito lui".
6 -
DELL'UTRI: DISSI IO A BERLUSCONI NON PARLARE A PROCESSO...
(ANSA) -
Non è dispiaciuto Marcello Dell' Utri che Silvio Berlusconi non
sia intervenuto al suo processo a Palermo, anzi oggi in
conferenza stampa ha sottolineato di essere stato lui stesso a
dire "a Berlusconi che non bisognava parlare". "Bisogna
applicare - ha detto - l'unica arma da imputato in un processo:
avvalersi della facoltà di non parlare". Dell'Utri non ha ancora
sentito il premier. "Si trova in Brasile. Forse sta dormendo -
ha detto -. Mi chiamerà".
7 - DE
MAGISTRIS: CONFERMATO LEGAME COSA NOSTRA...
(ANSA) -
"La sentenza di condanna emessa oggi dalla Corte d'Appello di
Palermo conferma che è esistito un legame ed un rapporto fra il
braccio destro di Berlusconi e cosa nostra: Dell'Utri è stato
infatti condannato a sette anni per concorso esterno in
associazione mafiosa".
Lo afferma
in una nota l'eurodeputato IdV Luigi de Magistris. "E' bene
ricordarlo - dice - prima che inizi il bombardamento mediatico
difensivo da parte del centrodestra. Esiste dunque una verità
storica che si fa progressivamente sempre più giudiziaria e che
non può essere scalfita dagli ormai logori strali della
maggioranza contro una magistratura politicizzata, che starebbe
lavorando per disarcionare Berlusconi, cioé per compiere
un'operazione golpista. Questa verità è drammatica ma
innegabile: l'uomo ombra del premier in Sicilia si relazionò con
cosa nostra e di questa relazione inquietante dovrebbe
rispondere anche il Presidente del Consiglio, eticamente,
davanti al Paese".
8 - DI
PIETRO: SPERIAMO ORA NON DIVENTI MINISTRO...
(ANSA) -
"Anno più, anno meno, il fatto resta quello che è, ossia che
Marcello Dell'Utri ha avuto rapporti penalmente rilevanti con la
mafia. Speriamo che Berlusconi adesso non faccia ministro pure
lui". E' il commento del Presidente dell'Italia dei Valori,
Antonio Di Pietro, alla condanna di Marcello dell'Utri a sette
anni per concorso esterno in associazione mafiosa pronunciata
della Corte di Appello di Palermo.
9 - BONDI:
AMAREZZA MA SPERO IN CASSAZIONE...
(ANSA) -
"A parte la profonda amarezza per la decisione dei giudici
d'appello sul caso di Marcello Dell' Utri, l'unico commento
positivo in questo momento è la speranza che la cassazione
riaffermi che l' Italia è la patria del diritto". Lo afferma
Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali e coordinatore del
Pdl. 29-06-2010]
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Io credo nella buona fede di
CIANCIMINO JR, ed il suo tentativo di riscatto ! Mb
LE CIANCE
DI CIANCIMINO - TUTTE LE CONTRADDIZIONI DI CIANCIMINO JR SUL
BANANA - IL BLOGGER SCOVA-BUFALE METTE A CONFRONTO VERBALI,
DEPOSIZIONI E INTERVISTE DEL FIGLIO DI DON VITO E SCOVA IL
TRAPPOLONE DELLA LETTERA (TAROCCATA) DI COSA NOSTRA A BERLUSCONI
- A GIORNI IL LIBRO SU INTERNET - LA CORSA ALL’ACQUISTO DI
AVVOCATI, PM, SBIRRI E PROFESSIONISTI D’ANTIMAFIA…
Gian Marco Chiocci
e Mariateresa Conti per "Il
Giornale"
Ricordate
la letterina indirizzata al premier Silvio Berlusconi e a
Marcello Dell'Utri e portata in aula al processo Mori da Massimo
Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, a
riprova dell'origine mafiosa di Forza Italia? Letterina in cui
don Vito avrebbe minacciato il Cavaliere di spiattellare,
Ciancimino junior dixit, l'origine di Forza Italia? Che fosse
una mezza bufala, guardando le versioni contraddittorie date da
Massimo in più interrogatori precedenti al debutto d'aula l'8
febbraio del 2010, si capiva. Ma è molto probabile che si tratti
di una bufala intera. O, almeno, di un testo manomesso (da chi?)
che non era affatto indirizzato a Berlusconi e che soprattutto
aveva chissà quale scopo.
A
ricostruire la vicenda, individuando anche la prova delle
menzogne che il figlio di don Vito avrebbe raccontato ai
giudici, un libro-inchiesta, presto scaricabile on line o
acquistabile in rete, «Prego dottore! Le lettere della mafia a
Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino».
A scriverlo
Enrico Tagliaferro, Enrix, un blogger attento ai temi di mafia
che già nei mesi scorsi aveva sollevato sul suo blog,
segugio.splinder.com, perplessità a proposito di
quell'intestazione a Berlusconi e Dell'Utri appiccicata in
calce. La prova della menzogna starebbe invece in un altro
libro, «Don Vito», scritto a quattro mani dallo stesso Massimo
Ciancimino e dal giornalista de La Stampa Francesco La Licata.
Alla pagina 229 di questo testo, c'è infatti un altro pezzo di
quella letterina, il pezzo mancante dal quale sarebbe stato
effettuato il copia e incolla che ha portato alla lettera finale
portata in aula lo scorso 8 febbraio. Ricordate?
Ciancimino
depone in aula non al processo Dell'Utri - dove i giudici lo
hanno ritenuto inattendibile - ma al processo contro il generale
Mori. Al termine di cinque ore di testimonianza produce un
documento esplosivo. Una "lettera" scritta da suo padre a
Berlusconi, negli interessi del capomafia Provenzano. A suo
dire, la missiva è del 1994. Lo scritto sarebbe una
rielaborazione di un'altra lettera scritta dal capo di Cosa
nostra. Il testo, chiaramente, è monco, all'inizio e alla fine.
Recita:
«anni di carcere per questa mia posizione politica, intendo dare
il mio contributo (che non sarà modesto) perché questo triste
evento non abbia a verificarsi. Sono convinto che se si dovesse
verificare questo evento (sia in sede giudiziaria che altrove)
l'on. Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti
televisive. Se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato
del reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo
che dura da anni e pertanto sarò costretto (cancellato) a
convocherò...».
Ciancimino
dice che quel documento non è completo, «manca una parte».
Spiega che si tratta di una minaccia a Berlusconi perché
mantenga gli impegni presi - evidentemente con Cosa nostra -
altrimenti è pronto a uscire dal riserbo. Data del documento:
«Il 1994».
Il Pm si
guarda bene dal contestare al teste che negli interrogatori del
30 giugno e del 1 luglio 2009 sulla data di quel testo e su chi
l'abbia scritto Ciancimino junior ha detto tutto e il contrario
di tutto: prima che risale al 2000, '99-2000; poi che è stata
scritta tra il '90 e il '92, precedentemente all'arresto di don
Vito del 23 dicembre del '92, sicuramente prima del papello; poi
genericamente il periodo in cui il padre era in carcere.
All'udienza dell'8 febbraio 2010, anticipata qualche mese prima
in un articolo da Repubblica, la data della lettera diventa con
certezza «1994», toh, guarda, l'anno della nascita di Forza
Italia. All'udienza dell'8 febbraio il Pm chiede a Massimo
Ciancimino se sappia cosa si doveva convocare. E Ciancimino
junior risponde a tappo: una conferenza stampa. Una conferenza
stampa?, si meraviglia il Pm.
Il perché
è chiaro: nel 1994 Ciancimino è in carcere, Provenzano è
latitante: nessuno dei due è in grado di convocare conferenze
stampa. «Mi viene in mente una conferenza stampa...» insiste
Massimo. Il Pm non insiste. L'argomento viene lasciato cadere.
Perché Ciancimino junior abbia detto «conferenza stampa» si
capisce quando esce il libro scritto insieme a La Licata. A
pagina 229, presentata come «una seconda parte della bozza di
lettera di Vito Ciancimino», c'è un documento. Identico in parte
alla lettera prodotta in aula. Ma contenente tre righe mancanti.
Al
«convocherò» infatti segue: «una conferenza stampa non solo per
questo modesto episodi ma soprattutto per dimostrare l'inattivismo
che dura da quando io ho...». Altro che intuizione, come
raccontato in aula. Ecco la prova della bugia, spacciata per
verità. Ecco la prova della - probabile - manomissione del
documento, quelle tre righe tirate via magari per aggiungerne
altre, forse l'intestazione.
E che di
bugia si tratti si capisce anche usando la logica. Se davvero la
data, come sostenuto da Ciancimino jr, fosse il '94, il testo
della lettera non avrebbe senso: don Vito parla di «anni», nel
'94 Forza Italia è appena nata. Non quadra. Come non quadra
tutto il resto: dalle troppe versioni sul misterioso signor
Franco a quelle sulla grafia della lettera che un giorno
attribuisce a Provenzano, poi al padre, poi a se stesso. Oppure
su chi quella lettera gliel'ha data, un giorno Provenzano, un
altro Lipari, poi un autista, poi non se lo ricorda più.
«Minchiate», insomma, per dirla con uno dei bersagli di
Ciancimino junior, Marcello Dell'Utri. «Irrisolta
contraddittorietà», per usare il termine usato dai giudici del
processo Dell'Utri, che non l'hanno voluto neanche ascoltare.
[18-06-2010]
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CI MANCAVA
SOLO LA “mafioneria”! - "una sorta di ordinamento composto da
mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un’area
oscura della politica, connotata da una perversa logica di
potere" - COSì UN Documento della Dia, Divisione investigativa
antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle
stragi del ‘93, RIVELA uomini di Cosa nostra infiltrati nelle
logge siciliane (GIà ATTIVI AL TEMPO DI SINDONA)...
- Francesco La Licata, Guido Ruotolo per
La Stampa
Novembre
del 2002. Documento della Dia, Divisione investigativa
antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle
stragi del ‘93. «Cosa nostra, storicamente, per raggiungere
determinati obiettivi essenziali - condizionamento dei processi
e realizzazione di grossi arricchimenti - si è sempre mossa
attivando da una parte referenti politico-istituzionali,
dall'altra ponendo in essere azioni delittuose, alla bisogna,
anche estreme.
Altra
determinante leva di pressione è stata sicuramente
quell'alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata
nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del
Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati
Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù - Maestro Sovrano
Generale del Rito Filosofico Italiano - Sovrano Onorario del
Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di
stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente
sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo
profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso
il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel
panorama criminale torinese nel periodo succitato, che come si
vedrà più avanti ha avuto un ruolo non certo insignificante
nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non
volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».
Il
rapporto della Dia si dilunga sui rapporti di Savona con i
mafiosi della famiglia Lo Nigro, e più in generale della
massoneria deviata con Cosa nostra: «Questo particolare aspetto
relazionale deviante della massoneria, viene definito
"mafioneria"; una sorta di ordinamento composto da mafiosi e
massoni, che trova ambiti ben definiti in un'area oscura della
politica, connotata da una perversa logica di potere».
C'è un
passaggio dell'informativa della Dia del 2002 che richiama alle
polemiche di questi giorni sulla strategia stragista finalizzata
a favorire la discesa in campo di nuovi soggetti politici:
«L'avvio di una trattativa, nella logica pragmatica mafiosa, con
le Istituzioni non poteva che prevedere l'apporto e l'intervento
di soggetti asserviti a Cosa nostra... in questo quadro si
inserisce il ruolo svolto dall'indagato Vincenzo Inzerillo, ex
senatore Dc (poi la sua posizione è stata archiviata nell'ambito
del fascicolo sui mandanti delle stragi di Firenze, Roma e
Milano, ndr), collegato con la famiglia dominante del quartiere
Brancaccio di Palermo, capeggiata all'epoca dai fratelli
Graviano, cui l'Inzerillo era asservito».
Inzerillo
(condannato in Appello, l'11 gennaio del 2010, a 5 anni e 4 mesi
per concorso in associazione mafiosa) in quell'autunno del ‘93 è
impegnato nella nascita di un partito politico, Sicilia Libera.
«La possibilità di poter disporre di una forza politica da
inserire poi in un più ampio raggruppamento, che fosse
espressione di un vero soggetto politico, avrebbe consentito a
Cosa nostra, secondo il suo progetto, di poter realizzare
direttamente e senza alcuna mediazione quegli affari
abbisognevoli di appoggi di natura politica, ma anche di poter
condizionare con subdoli interventi l'andamento dei processi
avviati contro i propri sodali».
pz002
Sempre la
Dia, ma dieci anni prima (10 agosto 1993). Un documento corposo
analizza scenari e moventi all'indomani delle stragi di luglio
di Roma e Milano: «Lo scenario criminale delineato sullo sfondo
di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l'interesse
alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato
altresì intravedere l'intervento di altre forze criminali in
grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il
conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti
le eigenze specifiche dell'organizzazione mafiosa».
Si
sofferma sul punto il rapporto della Dia: «Si potrebbe pensare a
una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei
componenti è portatore di interessi particolari perseguibili
nell'ambito di un progetto più complesso in cui convergano
finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base
costituita da autentici rivoluzionari si affida all'apporto
operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi
nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri
d'assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici
amministratori corrotti non mancano».
Infine un
accenno alla massoneria: «Recenti indagini - si legge nel
rapporto Dia del 10 agosto 1993 - hanno evidenziato la presenza
di uomini di "cosa nostra" nelle logge palermitane e trapanesi,
senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni
‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di
progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana».
Un salto
di un anno. Siamo al 4 marzo del 1994. Questa volta si tratta di
una informativa all'autorità giudiziaria da parte della Dia.
Settanta pagine corpose. Un capitolo importante è dedicato al
regime carcerario, al 41 bis: «Solo alcuni giorni prima degli
attentati di Milano e Roma, il ministro di grazia e giustizia
aveva disposto il rinnovo dei provvedimenti di sottoposizione al
regime speciale per circa 284 detenuti appartenenti a
organizzazioni mafiose.
La logica
che ha fatto considerare vincente l'attuazione di una campagna
del terrore deve aver avuto alla base il convincimento che,
dovendo scegliere se affrontare una situazione di caos generale
o revocare i provvedimenti di rigore nei confronti dei mafiosi,
le Autorità dello Stato avrebbero probabilmente optato per la
seconda soluzione, facilmente giustificabile con motivazioni
garantiste o, come avvenuto in passato, affidando all'oblio,
agevolato dall'assenza di nuovi fatti delittuosi eclatanti, una
normalizzazione di fatto».
[31-05-2010]
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Mafia,
servizi e Cafonal! - Il famigerato “Signor Franco” identificato
grazie a Roma Godona! - Lo 007 che faceva da collegamento tra la
mafia e lo Stato, attraverso Vito Ciancimino, ha nome e volto.
L’immagine che lo incastra è UNA FOTO DI PIZZI del 2006
(RIPUBBLICATA DA ’PARIOLI POCKET’) “che ha dedicato una pagina
alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia
di gala, tante autorità, qualche vip. Alle spalle di Gianni Letta
e di Bruno Vespa c’era lui, il Signor Franco” - “L’uomo che ha
avuto in mano il papello. Che sapeva tutto dei corleonesi che
mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione”...
Attilio
Bolzoni
e
Francesco Viviano per "la
Repubblica"
L'uomo dei grandi misteri siciliani ha un volto. L'agente dei
servizi che per 30 anni è stato l'ufficiale di collegamento fra la
mafia e pezzi dello Stato è stato identificato. Chi investiga
sulle stragi, finalmente ha scoperto chi è il fantomatico "signor
Franco" di cui tanto ha parlato il figlio dell'ex sindaco di
Palermo Vito Ciancimino.
Il suo nome,
secondo indiscrezioni, è finito nel registro degli indagati fra la
procura di Caltanissetta e - notizia dell'ultima ora - quella di
Firenze che ha le inchieste sulle bombe in continente del 1993.
Riconosciuto in una fotografia, il "signor Franco", che Massimo
Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche
"Carlo", è entrato in tutte le indagini che partono da Capaci e
finiscono ai morti dei Georgofili. È un agente di alto grado della
nostra intelligence. Il "signor Franco" è ancora in servizio.
Tutto è
avvenuto nelle ultime quarantotto ore. Con Massimo Ciancimino
riascoltato d'urgenza dai procuratori di Caltanissetta e Firenze
insieme, ieri l'altro, davanti a una foto. Un'immagine su una
rivista ha incastrato lo 007 che gli investigatori braccavano da
almeno due anni. La rivista è un numero di Parioli Pocket del
2006, magazine romano a distribuzione gratuita, che ha dedicato
una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile.
Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip.
Alle spalle
di Gianni Letta e di Bruno Vespa (che naturalmente erano lì solo
per l'evento e naturalmente nulla avevano a che fare con l'uomo
ripreso sullo sfondo) c'era lui: il famigerato "signor Franco".
Massimo Ciancimino l'ha riconosciuto. Ha detto che era proprio
quello l'agente che fin, dai primi Anni Settanta, ha accompagnato
don Vito nei tortuosi percorsi dove la mafia si incontra sempre
con lo Stato.
Guardie e
ladri sono stati compari. L'ex sindaco mafioso di Palermo e il
"signor Franco" hanno cospirato insieme praticamente dal primo
delitto eccellente della Sicilia - maggio 1971, uccisione del
procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione - alle stragi
di Capaci e di via D'Amelio.
L'identificazione dello spione ha dato un'accelerazione alle
indagini sulla trattativa, sul fallito attentato all'Addaura,
sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una trama
unica, dove certi personaggi si manifestano prima e dopo le
stragi. In alcuni casi, testimoni riferiscono che quelle "presenze
estranee" a Cosa Nostra erano anche sui luoghi dei massacri.
Il "signor
Franco" è quello che ha avuto in mano il papello - le richieste di
Totò Riina per fermare le stragi nel 1992 - diciassette anni prima
dei magistrati. "Era il mese di giugno del 1992", ha dichiarato a
verbale Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito era andato in
una mattina di quell'inizio estate al bar Caflish di Mondello a
ritirarlo, gliel'aveva consegnato Antonino Cinà, un boss
vicinissimo a Totò Riina.
Era dentro
una busta che Massimo ha portato a suo padre. Un paio di giorni
dopo ha rivisto il papello sulla scrivania del padre, a casa sua.
E con don Vito c'era anche il "signor Franco", uno che si
scambiava informazioni e favori con l'ex sindaco, uno che gli
faceva avere passaporti falsi, uno che ha protetto gli affari di
Cosa nostra in nome di un antico patto. Il "signor Franco" sapeva
tutto dei Corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre
sotto osservazione.
È lo stesso
agente che qualche giorno prima dell'arresto di Bernardo
Provenzano, avvenuto l'11 aprile del 2006, aveva spedito suoi
emissari da Massimo Ciancimino (che poi l'ha raccontato ai
procuratori di Palermo) per avvertirlo di "allontanarsi dalla
Sicilia" perché con la cattura del boss di Corleone il figlio di
don Vito non avrebbe più goduto di protezioni.
È stato
sempre il "signor Franco", qualche mese fa, a far visita a Massimo
Ciancimino nella sua casa di Bologna per dirgli: "Chi te lo fa
fare di parlare con i magistrati...". Era sempre il "signor
Franco" a incontrare don Vito quando era agli arresti domiciliari
nella sua abitazione romana dietro Piazza di Spagna, un mafioso
mai controllato e un agente dei servizi con licenza di
spadroneggiare fra Roma e la Sicilia.
L'uomo dei
grandi misteri siciliani era circondato da luogotenenti e
portaordini, tutti in contatto con don Vito e - attraverso don
Vito - con l'"ingegnere Lo Verde", alias Bernardo Provenzano. Una
banda. Con l'agente con la faccia da "mostro" che era sempre dove
c'era una strage. E con "il capitano", che con l'auto blu
accompagnava sempre il "signor Franco" dappertutto. Anche dai
figli di don Vito. Per rassicurarli, quando il padre era finito in
carcere arrestato su mandato di cattura del giudice Falcone: "Dite
a papà di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci
siamo noi". Il "signor Franco" aveva paura che don Vito potesse
parlare. Così lo ha fatto incontrare in galera - quando era in
isolamento totale - con altri personaggi. Il "signor Franco"
poteva fare tutto. Dentro e fuori dalle mura dei penitenziari.
Nei prossimi
giorni probabilmente i procuratori siciliani - e quelli di Firenze
- ascolteranno l'agente e cominceranno a capire a quale struttura
appartiene, per chi lavora o ha lavorato, quali sono stati i suoi
contatti in Sicilia nel tempo, quali i suoi uomini di fiducia. Se
le indagini riusciranno a scoprire tutti i legami dello 007,
dentro e fuori Cosa nostra, forse sapremo qualcosa di più sulle
stragi del 1992 in Sicilia e su quelle del 1993 in Italia. Forse
sapremo qualcosa di più su chi voleva morti Giovanni Falcone e
Paolo Borsellino. 27-05-2010]
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STRAGI DI
COSA NOSTRA O STRAGE DI STATO? (MAGARI IL DIAVOLI LI FA E POI LI
ACCOPPIA) - IN VIA D’AMELIO, DOVE SALTò IN ARIA BORSELLINO, CHE CI
STAVA A FARE LO ’SPIONE’?
- un funzionario tuttora in servizio all’Aisi, al servizio segreto
civile, stretto collaboratore dell’allora capocentro Sisde di
Palermo e poi numero tre del Sisde, Bruno Contrada, oggi agli
arresti domiciliari, condannato per i suoi rapporti di collusione
con Cosa nostra... Guido Ruotolo per "La
Stampa"
Un agente
dei servizi segreti interni (ex Sisde oggi Aisi) indagato dalla
Procura di Caltanissetta che sta cercando di scoprire i mandanti
esterni delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
E poi
falsi scoop sull'avvenuta identificazione del «signor Franco»,
l'ufficiale di collegamento tra il Sisde e Vito Ciancimino, così
come lo ha raccontato il figlio dell'ex sindaco mafioso di
Palermo, Massimo. E la smentita sul «signor Franco» indicato da
Ciancimino junior che non è quello rappresentato dalla foto messa
in rete (e poi ritirata) dal sito di «Repubblica».
E mentre
sinistri proiettili vengono recapitati al procuratore di
Caltanissetta, Sergio Lari, a sera il procuratore aggiunto di
Palermo, Antonio Ingroia, commenta amaramente: «Se le cose scritte
fossero vere saremmo davanti a una grave fuga di notizie. Se non
sono vere c'è qualcuno che vuole intorbidire le acque e dividere
le procure di Palermo e Caltanissetta».
Forse
siamo giunti al punto più delicato delle indagini che da tempo le
procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo hanno riaperto sulla
partita della stagione stragista di Cosa nostra, grazie alla
collaborazione di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino. Con
Spatuzza che intanto ha consentito di riscrivere la fase esecutiva
della strage di via D'Amelio al punto che - essendo state
riscontrate le dichiarazioni del pentito - le difese potranno
chiedere la revisione del processo che ha condannato degli
«innocenti» per la strage di Borsellino.
Spatuzza
e Ciancimino hanno portato adesso i magistrati nisseni a iscrivere
sul registro degli indagati uno spione.
Si tratta
di un funzionario tuttora in servizio all'Aisi, al servizio
segreto civile. E in quanto tale è stato uno stretto collaboratore
dell'allora capocentro Sisde di Palermo e poi numero tre del
Sisde, Bruno Contrada, oggi agli arresti domiciliari, condannato
per i suoi rapporti di collusione con Cosa nostra.
Diciamo
subito che Spatuzza riconosce la sua foto e colloca lo 007 sulla
scena della strage Borsellino: «Mentre veniva imbottita di
esplosivo la Fiat 126 nel garage, tra noi c'era uno elegante,
biondino, mai visto prima. Parlava con Gaetano Scotto». A Spatuzza
gli inquirenti mostrano diverse fotografie e il pentito si ferma
su quella dello 007. Se davvero quel riconoscimento dovesse
trovare validi riscontri lo scenario giudiziario che si apre è
terribile.
Arriviamo
a Massimo Ciancimino. Gli inquirenti mostrano al figlio dell'ex
sindaco mafioso, al centro della trattativa con il Ros dei
carabinieri di Mario Mori, una serie di fotografie per tentare di
ricoscere il «signor Franco». Quando arriva su quella foto,
Massimo Ciancimino blocca gli inquirenti: «Non è il signor Franco
ma questo lo conosco, è un collaboratore del signor Franco. E' lui
che entra ed esce dal carcere di Rebibbia quando mio padre era
detenuto».
Lo 007 è
indagato, dunque. Non è la prima volta che è finito impigliato
nelle inchieste sulle stragi mafiose. Già in quella per la strage
Falcone fu ritrovato a Capaci un bigliettino con il suo numero di
cellulare. L'agente segreto farfugliò una giustificazione. Ma
anche per la strage di via D'Amelio gli è stato attribuito un
ruolo.
E' lui
quello che dalla barca, dove si trovava insieme a Bruno Contrada,
al largo di Palermo, quando alle 17,58 esplode l'autobomba in via
D'Amelio chiama dal suo cellulare il Centro Sisde di Roma.
Interrogato, si è giustificato: «Abbiamo chiamato Roma per sapere
cosa era accaduto...».
In attesa
del «signor Franco», dunque un altro 007 finisce indagato per le
stragi di Palermo. E per il «signor Franco», almeno per quanto
riguarda il suo riconoscimento da parte di Massimo Ciancimino ci
vuole ancora tempo.
Lunedì
scorso il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo è stato
sentito dalla Procura di Caltanissetta, dopo che la Dia aveva
recuperato una copia di una rivista - «Parioli Pocket» - che su un
numero del 2006 pubblicò una foto in occasione di una
presentazione di un nuovo modello di un'auto, avvenuta nel 2003
alla presenza anche di Gianni Letta e Bruno Vespa.
Ciancimino
non se l'è sentita di individuare con certezza il «signor Franco»,
rinviando a un'altra foto, scattata nel 2001, pubblicata sempre da
«Parioli Pocket». Vito Ciancimino era ancora in vita: «Papà
commentò: "Dovrebbe essere lui. Strano che si sia fatto fregare
così.."». Quella foto, Massimo Ciancimino deve ancora recuperarla.
All'estero. 28-05-2010]
|
|
Sulla ’Stampa’ la storia strappaRABBIA del carabiniere
giustiziato dalla mafia alla Festa del Santissimo Crocifisso con
la figlia di quattro anni in braccio - La figlia oggi trentenne
rifiuta di tornare in Sicilia per commemorare il padre, ma
l’articolo viene ignorato dalle rassegne stampa di Governo,
Viminale e Ministero della Difesa - Per la serie "coscienza
civile"...
1
- LA BAMBINA CORAGGIO SI E' ARRESA ALLA MEMORIA
Laura Anello
per "La
Stampa"
Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà,
non ce l'ho fatta a dirgli che doveva scappare». È colpa mia se
adesso è morto». Era notte quando Barbara Basile, quattro anni,
riuscì a tirare fuori dal cuore il magone che la opprimeva. A
confessarsi alla madre, a liberarsi dai fantasmi che la
accompagnavano dal 4 maggio 1980, quando venne quasi schiacciata
dal corpo del padre Emanuele, comandante della stazione dei
carabinieri di Monreale, crivellato dai colpi di tre killer di
Cosa nostra che gli volevano far pagare le intuizioni sui
Corleonesi in ascesa, le indagini sull'omicidio di Boris Giuliano,
i faldoni consegnati al giudice Paolo Borsellino.
Era in braccio a quell'omone in divisa quando gli
spararono alle spalle, con la testolina reclinata, gli occhi che
si chiudevano dal sonno. Protetta dalle sue braccia, in un momento
finì a terra in mezzo al sangue. Adesso ha 34 anni, tre in più di
quanti riuscì a viverne lui. Abita a Milano, la città d'adozione
della madre, è impiegata in un'azienda privata, sta per sposarsi.
Ma ieri, nel trentesimo anniversario della morte, non ha
accettato l'invito a tornare in Sicilia. «Non me la sento, lì non
ci voglio andare», ha detto ai familiari. Né lei né la madre
Silvana, che la sera del delitto cercò invano di parare il marito
dal colpo di grazia e raccolse la figlia tramortita.
Donna-coraggio, che sfidò gli occhi dei killer, gridò «assassini,
delinquenti», li accusò con una testimonianza dettagliata che non
bastò, però, a evitare un'assoluzione in primo grado davanti alla
quale - raccontò - «mi sarebbe venuta voglia di armarmi e di farmi
giustizia da sola».
Seconda beffa in appello, quando Armando Bonanno (poi
vittima di lupara bianca), Vincenzo Puccio (successivamente ucciso
in carcere) e Giuseppe Madonia fecero perdere le tracce prima di
ascoltare la sentenza di ergastolo, confermata poi in Cassazione.
Si salvò per un pelo anche lei, protetta da un'agendina con la
copertina di argento massiccio, tre centimetri per quattro, in cui
si conficcò il proiettile. Gliel'aveva regalata il marito.
No, madre e figlia non ce l'hanno fatta a tornare qui,
lungo questa strada in cui camminavano alle due del mattino, in
mezzo alla folla accorsa per la festa del Santissimo Crocifisso.
Per mesi e mesi, dopo il delitto, la bambina graffiava, urlava,
ripeteva: «Assassini, delinquenti, vi uccido tutti, vi sparo».
Ieri, a ritirare la laurea honoris causa conferita dall'Università
di Palermo alla memoria di Basile, c'erano i tre fratelli di lui:
Vincenzo, Luigi e Cosimo. Testimoni di un dolore che brucia
ancora, che ancora bagna gli occhi, nonostante il tempo passato.
A raccontare quegli anni terribili e la pace conquistata
a fatica. «Barbara ne è venuta fuori. Ma è stata dura, durissima»,
dice lo zio Luigi, 59 anni, che lavora in banca a Taranto, la
città d'origine della famiglia, la stessa in cui era nato
Emanuele. «La bambina non parlò per tre giorni - ricorda - non
aprì bocca, aveva la polvere da sparo sulla manina, i killer la
mancarono per un soffio. Poi, dopo un po', una notte disse che era
stata colpa sua, che aveva visto quegli uomini e non aveva
avvertito in tempo il padre».
Furono le carezze della madre a placarla, la
rassicurazione «che le pallottole corrono più veloci delle gambe e
che quindi, amore mio, anche se avessi gridato non sarebbe servito
a niente».
Cerimonia fuori dalla retorica, quella di ieri,
organizzata dall'Arma dei carabinieri e dall'Ateneo. Prima una
messa, poi la collocazione di una nuova lapide nel luogo del
delitto, sul corso principale, tra il via vai dei turisti diretti
ad ammirare i mosaici del Duomo.
Infine la consegna della pergamena di laurea in
Giurisprudenza dalle mani del rettore dell'Università di Palermo,
Roberto Lagalla, che ha rispolverato un decreto del 1949 per
conferire il titolo alla memoria. Studente con tutti 30, Emanuele
Basile. «E studiare diritto a Palermo sul finire degli Anni 70 -
dice il preside della facoltà, Giuseppe Verde - non deve essere
stato facile, c'è da chiedersi se il clima culturale non fosse in
contrasto con i problemi che il capitano esercitava nell'esercizio
delle sue funzioni».
A ritirare il diploma il più anziano dei fratelli,
Vincenzo, insegnante in pensione, oggi impegnato con
l'associazione «Libera memoria» nella promozione della cultura
della legalità nelle scuole. Bacia la pergamena e si commuove,
riceve anche i documenti che erano custoditi nella segreteria
dell'Ateneo: un tesserino universitario ingiallito, la domanda di
iscrizione scritta da Emanuele, il diploma di studi dell'Accademia
militare di Modena.
Sono applausi, lacrime e ricordi. Un salto nel tempo. A
partire da quella telefonata arrivata nel cuore della notte a
Taranto, la bugia pietosa detta alla madre, che oggi ha 85 anni.
«Le dissero che era stato ferito, conobbe la verità soltanto
quando arrivò qui, e vide il corpo del figlio», racconta ancora
Luigi.
La bambina, Barbara, non seppe che il papà era morto
neanche ai funerali, quando il feretro avanzava sul carro funebre.
«Ricordo che continuava a chiedermi: mamma, ma papà dov'è? È
chiuso lì dentro in mezzo ai fiori? E io a dirle: no, papà non è
lì, ha piccole ferite, lo stanno curando», raccontò la vedova.
Passate poche settimane, arrivò a Monreale il nuovo capitano dei
carabinieri, Mario D'Aleo. Tre anni dopo venne ucciso anche lui.
Aveva 29 anni e stava per sposarsi.
2
- L'ARTICOLO ANTIMAFIA DELLA STAMPA IGNORATO DALLE RASSEGNE DI
GOVERNO, VIMINALE E MINISTERO DELLA DIFESA
Da "http://nomfup.wordpress.com/"
[05-05-2010]
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|
MAFIA & CEMENTO: SCOPPIA LO
SCANDALO CALCESTRUZZI MA SUI GIORNALI SCATA IL SILENZIO SUL
GRUPPO CHE FA CAPO A CARLO PESENTI
Quando si toccano i padroni del cemento e del mattone, nei
grandi giornali scattano cautele particolari.
L'esempio più clamoroso è dato dalla
vicenda che nei giorni scorsi ha portato in galera 14 manager
della società Calcestruzzi di Bergamo. Lo scandalo è stato
"coperto" con grande discrezione dei più importanti
quotidiani italiani. Così ad esempio la "Stampa" e
il "Sole 24 Ore" ne hanno parlato senza chiamare in
causa Italcementi, il gruppo che fa capo a Carlo Pesenti e che
controlla Calcestruzzi.
Il giornale di Confindustria ha
dedicato un corsivo per sostenere che un gruppo serio come
quello di Bergamo non può aver fatto nulla di male e ha
suggerito ai magistrati di avere saggezza, ma il nome di
Pesenti e di Italcementi è rimasto sullo sfondo.
La ragione è chiara. Carlo Pesenti,
erede dell'impero cementifero, siede nel Consiglio di
amministrazione di Mediobanca, Unicredit e Rcs, editore del
"Corriere della Sera". Questo spiega il motivo per
cui la brutta storia di collusioni con la mafia scoperta dai
magistrati nisseni, è rimasta un episodio locale che tocca
una società dove gli azionisti sono quasi anonimi e i padroni
non hanno un volto.
01.05.10 |
CAMORRA, SAN MALLARDO D'ASSISI...
Santa camorra. Il clan Mallardo, famiglia di Giugliano in ascesa
nel Gotha criminale, che condivide con i casalesi il business dei
rifiuti, stava tentando un investimento da record. Comprare "tutto
il terreno che sta dietro la Basilica di Assisi". L'operazione è
stata intercettata dai finanzieri del Gico, che assieme alla
polizia hanno sequestrato ai Mallardo beni per mezzo miliardo di
euro.
A proporre la speculazione francescana è un mediatore, che chiama
il fratello del boss latitante: "Mi sei venuto in mente solo tu
visto che ti occupi di costruzioni: c'è un'attività ad Assisi del
Vaticano, un terreno edificabile e quant'altro. È un'ottima
opportunità". Giovanni Dell'Aquila accetta subito. C'è un unico
problema: "I frati benedettini ci hanno richiesto comunque il
nominativo, che loro vogliono fare una verifica...". Poiché
l'interlocutore campano ha qualche guaio con la giustizia, fanno
formulare l'offerta da una società del figlio incensurato. Poi il
blitz e la fine del sogno camorrista. (G. D. F.)
3- CASO CUFFARO, UNA
SCORTA PER TOTÒ...
Al processo per concorso esterno in associazione mafiosa, che
si apre il 15 aprile a Palermo, Totò Cuffaro è atteso su un'auto
blindata con due poliziotti a bordo. Il senatore dell'Udc, che
dovrà rispondere alle accuse dei pm antimafia Francesco Del Bene e
Nino Di Matteo, dal 17 luglio 2001 (giorno dell'elezione a
presidente della Regione Sicilia), è scortato: una misura di
protezione che dalle tre auto e sette agenti è stata via via
ridotta dopo le dimissioni del 26 gennaio 2008 a seguito del
verdetto per le 'talpe' a palazzo di giustizia di Palermo.
Per il
sindacato di polizia Silp-Cgil è "un paradosso" che lo Stato
protegga un politico condannato a sette anni per favoreggiamento
di mafiosi e ora di nuovo imputato. In aula, tra l'altro, si
parlerà di un verbale del pentito Maurizio Di Gati: in vista di un
incontro con alcuni boss agrigentini, Cuffaro avrebbe detto: "Un
viniti all'ufficio di presidenza" ("Non venite alla presidenza")
ma a casa mia perché "haiu li sbirri appriessu e non mi puozzu
arriminari tantu assai" ("Ho gli sbirri che mi scortano e non mi
posso muovere molto"). U. Luc.
UNICREDIT: STOP
ALLO SPOT...
Tra
i tanti grattacapi che Alessandro Profumo ha in queste settimane
sul fronte del progetto 'Grande Unicredit', c'è anche la
pubblicità. Per la nuova immagine istituzionale del gruppo, che
spende un centinaio di milioni negli oltre 20 paesi in cui è
presente, era stata indetta una gara nello scorso settembre che,
poi, però, è stata congelata a fine 2009. In questi giorni la
consultazione, che vedeva coinvolti alcuni tra i principali
network della comunicazione, avrebbe dovuto ripartire, con focus
sull'ormai famosa One 4 C, il cui decollo è stato però rimandato
al cda del 13 aprile.
Risultato, un altro stop. Se ne riparlerà dopo: ma l'ipotesi che la
nuova campagna appaia entro l'anno è remota. Tutto questo mentre i
principali concorrenti riempiono le tv di spot d'autore: Banca
Intesa con Francesca Archibugi, Paolo Virzì e Silvio Soldini;
Montepaschi con Marco Bellocchio, mentre Bnl si è affidata alla
voce di Giancarlo Giannini. (Vi. P.)
|
“MILANO
ORDINA, UCCIDETE BORSELLINO” – SEMBRA IL TITOLO DI UN
POLIZIOTTESCO ANNI ’70, INVECE È IL NUOVO LIBRO DI ALFIO
CARUSO: LA SANTA ALLEANZA TRA COSA NOSTRA E I POTERI ECONOMICI
CORROTTI NEL CUORE FINANZIARIO DEL NORD (CHE TEMEVANO LE
INDAGINI DEL GIUDICE SICILIANO) – FALCONE UCCISO DALLA
MAFIA, APPOGGIATA DALL'ENTITÀ ESTERNA; VIA D'AMELIO, VOLUTA
DALL'ENTITÀ ESTERNA, APPOGGIATA DALLA MAFIA…
Felice Cavallaro per
il "Corriere della Sera"
18 marzo 2010
È
un pugno allo stomaco alla Milano degli affari, di grandi
gruppi industriali che si sono ritrovati a braccetto con gli
straccioni armati di lupara, ma straricchi, accolti all' ombra
della Madunina sin dagli anni Settanta da chi avrebbe
riciclato soldi di lordi traffici. Restituendo linfa vitale a
una mafia pronta ad alzare il tiro, a puntare sempre più in
alto, ad accordarsi, a condizionare con i suoi tentacoli chi,
infine, avrebbe dato l'avallo o addirittura commissionato le
grandi stragi di Cosa Nostra, da Capaci a via D' Amelio, da
Roma a Firenze e Milano.
Così,
anche la copertina del nuovo libro di Alfio Caruso da oggi in
libreria, con un secco "Milano ordina, uccidete
Borsellino" (Longanesi), scaraventa nel cuore della
capitale economica del Paese una ricostruzione che, pur con
una tesi esposta a critiche e obiezioni, mette a nudo quanto
meno le leggerezze di chi ha tollerato il contagio.
Un'analisi
completa obbligherebbe a una messa a fuoco degli impasti con
altre piaghe, a cominciare da quella della 'ndrangheta
calabrese, sempre più estesa nelle regioni del Nord e oltre
confine, come drammaticamente emerso a Duisburg. Ma qui il
pugno allo stomaco va dritto al perno della questione
sintetizzata dal titolo, destinato ad alimentare le polemiche
degli ultimi mesi, e dalla riga a base della copertina, «l'estate
che cambiò la nostra vita».
Autore
versatile e prolifico, dopo le inchieste che hanno riaperto
pagine di storia, da Cefalonia al calvario degli italiani in
Russia, ogni libro un successo, Caruso riprende le mille
tessere del puzzle e prova ad incastonarle per una possibile
ricostruzione del romanzo-verità che, a tratti, appare come
una spy-story su un gioco grande dove s'intrecciano intrighi e
bugie di potentati politici ed economici, manager e malacarne,
apparati ufficiali e servizi segreti.
Il
testo diventa una guida capace di offrire al lettore un filo
per non perdersi in una materia che spacca, ancora con troppe
zone grigie, con processi aperti, con pentiti sbugiardati e
altri osannati, mentre si marcia verso la revisione di
verdetti già passati in Cassazione.
Proprio
come sembra che dovrà accadere per i tre giudizi emessi al
termine di altrettanti dibattimenti alla ricerca della verità
su mandanti ed esecutori della strage del 19 luglio 1992, il
massacro per uccidere Paolo Borsellino, a 55 giorni dall'
apocalisse di Capaci con l'obiettivo di eliminare Giovanni
Falcone. Due massacri legati, per Caruso, dalla trama di una
mafia che si fa impresa e teme un incrocio delle inchieste
siciliane con quelle del pool di Tangentopoli.
Ucciso
Falcone, sintetizza Caruso, si elimina Borsellino per «impedirgli
di arrivare a Milano, di indagare sulle complicità che da
oltre vent' anni intrecciano Cosa Nostra alla grande
industria, alla grande finanza». E diversa sarebbe solo la
mente: «Capaci, voluta da Cosa Nostra e appoggiata dall'Entità
esterna. Via D'Amelio, voluta dall'Entità esterna e
appoggiata da Cosa Nostra».
Che
non fu solo mafia, che entrarono in campo interessi diversi,
lo ammettono un po' tutti, pur annaspando fra processi
conclusi con semi-assoluzioni, come nel caso Andreotti, ovvero
con inchieste e sospetti rovesciati su personaggi ancora sotto
torchio giudiziario, da Marcello Dell' Utri a Mario Mori.
Giusto per indicare due bersagli non solo dei collaboratori di
giustizia, ma anche di Saint Just spesso citati da Caruso
richiamando le parole del rampollo di «don» Vito Ciancimino
o dell'unico poliziotto italiano che, dopo aver lavorato come
tecnico di intercettazioni e tabulati, assurge al rango di
analista, Gioacchino Genchi, anch' egli autore di un volume
fondato su una tesi simile a quella di "Milano ordina,
uccidete Borsellino".
Un
titolo provocatorio che campeggerà da oggi nelle vetrine,
alla vigilia di un sabato inquieto, con testimoni e parenti
delle vittime di mafia e terrorismo pronti a sfilare lungo le
strade di Milano per la giornata-memoria di Libera, mentre a
Roma continuerà la sfida politica con il corteo del
centrodestra da contrapporre a quello della scorsa settimana.
Coincidenze che danno la misura di un Paese senza pace. E lo
è, intanto, perché la pace gliel' ha tolta quell' impasto
perverso di cui parla Caruso.
Ma
senza pace anche perché la materia diventa elemento di
scontro fra cittadini ridotti a tifosi di squadre avverse,
tutti indisponibili ad accogliere con rispetto le sentenze di
una magistratura a sua volta insidiata da veleni interni. Su
questo sfondo disgregato Caruso prova a ricollocare le sue
tessere, dalla Calcestruzzi dei Ferruzzi alla Fininvest di
Berlusconi, dai protagonisti della Duomo Connection al
progetto targato Lega Nord di spaccare l' Italia in
macroregioni lasciando la Sicilia a Cosa Nostra. Compresi
tutti i dubbi sull' atto di nascita di Forza Italia. Con ampio
spazio al pentito più gettonato, Gaspare Spatuzza,
implacabile con Berlusconi e con Dell' Utri, ma cogliendo le
contraddizioni con le voci di altri collaboratori. E lasciando
così aperta la partita che, d' altronde, non può chiudere un
libro.
[24-03-2010] |
PURI VELENI DISTILLATI DI CAMORRA -
L’ex procuratore di Napoli, coordinatore dei pm
nell’inchiesta su Saccà e Berlusconi (quella
contraddistinta dalle fughe di notizie su Repubblica by
d'avanzo), tirato in ballo da tre boss pentiti per suoi
presunti rapporti con il Provenzano della camorra -
L’inchiesta è incardinata per competenza a Roma dove
'dorme' da oltre un anno senza particolare clamore...
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Ancora sospetti, ancora veleni di camorra. E ancora una volta
spunta il nome della toga Paolo Mancuso, precedentemente
prosciolto da simili accuse con un'archiviazione costellata di
ombre.
L'ex procuratore aggiunto di Napoli, già punta di diamante della
corrente rossa di Magistratura democratica nonché
coordinatore dei pm nell'inchiesta su Saccà e Berlusconi
(quella contraddistinta dalle fughe di notizie su Repubblica),
sarebbe stato tirato in ballo da tre boss pentiti per suoi
presunti rapporti con il Provenzano della camorra. L'inchiesta
è incardinata per competenza a Roma dove «dorme» da oltre
un anno senza particolare clamore.
Le accuse dei collaboratori di giustizia - tutte da verificare e
da prendere con le pinze in attesa dei dovuti riscontri -
farebbero riferimento a una vicinanza fra il magistrato e il
super boss di Scampia, Paolo Di Lauro, alias «Ciruzzo 'o
milionario». Dichiarazioni tutte «de relato». Mancuso, a
oggi, non risulterebbe iscritto nel registro degli indagati.
Il suo nome compare fra le carte del procedimento affidato al
pm della Dda capitolina, De Falco, che, secondo i legali di
Mancuso, non riguarderebbe il magistrato ma altri personaggi
legati alla camorra napoletana.
A puntare il dito sul procuratore, oggi agli uffici giudiziari di
Nola, tre esponenti di spicco della criminalità campana:
innanzitutto Peppe Misso junior, detto «'o chiatto», nipote
ed erede dell'omonimo super boss detto «'o nasone»,
mammasantissima della camorra, noto alle cronache anche per il
suo coinvolgimento nelle inchieste sulla strage del Rapido
904. Tre anni fa, ai pm della Dda Sergenti e Narducci, Misso
jr ha rivelato che lo zio gli aveva confidato che all'origine
dell'accordo fra il suo potentissimo clan e
la cosca Di Lauro
vi era l'eccezionale canale di riciclaggio nella disponibilità
di quel Di Lauro che poteva anche contare - sempre a dar retta
al pentito - su protezioni in ambienti giudiziari per il
collegamento diretto con il
giudice Paolo
Mancuso, collegamento a suo dire avviato addirittura nei primi
anni Novanta. Lo zio boss, collaborante anch'esso, sarebbe
stato ascoltato sul punto dai magistrati romani e a precisa
contestazione non avrebbe confermato la versione del nipote
sul collegamento Mancuso-Di Lauro.
Per la cronaca, proprio Misso senior, quando decise di pentirsi,
scrisse una lettera al procuratore Paolo Mancuso che, non
essendo alla Dda, chiese il permesso al procuratore capo di
parlare col «padrino» per convincerlo a collaborare: il
procuratore Lepore diede l'ok, Mancuso andò in carcere e
Misso senior tradì per sempre la sua famiglia criminale.
Tornando a Misso jr, quando si decide a fare il nome del giudice
Mancuso lo accosta a quello di Stefano Marano, un industriale
dell'hinterland napoletano, già coinvolto nella precedente
inchiesta che coinvolse Mancuso, indagato nel 2004 (poi
archiviato) per rivelazioni d'atti d'ufficio e favoreggiamento
aggravato dall'aver agevolato l'associazione camorristica
capeggiata da Paolo Di Lauro. Marano, per quanto a Misso
junior avrebbe detto lo zio Misso senior, sarebbe
stato il
tramite fra Mancuso e Di Lauro.
Un pezzo da novanta della camorra che conta, il killer-pentito
Maurizio Prestieri, tira in ballo il magistrato («Paolo Di
Lauro mi disse: il mio referente in procura è Paolo Mancuso»)
e pure lui a un certo punto cita Marano - sempre prosciolto
nelle inchieste in cui è stato coinvolto - quale «riciclatore»
del clan più potente di Scampia.
Il giudice Mancuso ha sempre negato una frequentazione assidua
con Marano, indipendentemente da quel che veniva fuori dai
contenuti delle intercettazioni sull'utenza dell'imprenditore
a proposito della partecipazione di entrambi a battute di
caccia anche fuori dai confini nazionali.
L'inchiesta fu lunga e tormentata. E se nel 2005 la procura di
Roma chiese e ottenne l'archiviazione di Mancuso per mancanza
di «prove piene» rispetto ai fatti contestati, in sentenza i
magistrati romani non lesinarono critiche al collega
partenopeo sul quale vennero riscontrati «elementi di un
certo rilievo» che hanno «sicuramente un alto valore
indiziante», posto che Mancuso - si legge nel dispositivo
della sentenza - ha tenuto comportamenti «singolari e
inopportuni», «numerosi contatti e frequentazioni con
soggetti pregiudicati e indagati dal suo stesso ufficio».
Fecero notare inoltre come Paolo Mancuso fosse «andato a
caccia, probabilmente di frodo, in compagnia di un soggetto
indagato per associazione a delinquere».
Il terzo pentito dell'inchiesta romana è in realtà un ex
pentito campano, essendo stato declassato perché faceva
estorsioni. Secondo quanto riporta
il Roma
costui è Antonio Cutolo, capozona della Nco di San Giuseppe
Vesuviano, e al pm Maria Antonietta Troncone ha riferito
parecchie cose per sentito dire, compresa quella che Paolo
Mancuso si sarebbe interessato alle condizioni carcerarie di
camorristi.
La difesa di Mancuso, interpellata dal Giornale, preannuncia
querele nei confronti di chiunque «getterà fango
sull'onorabilità di Paolo Mancuso». L'avvocato Peppino Fusco
non ci tiene a commentare. Precisa soltanto che il suo
assistito non è iscritto sul registro degli indagati. «L'unica
cosa certa - dice - è che a Roma c'è un'inchiesta a carico
di altri personaggi, non di Mancuso, citato da tre pentiti in
maniera marginale e generica. Quanto ai presunti favoritismi
per alcuni detenuti, beh, qui siamo alla diffamazione perché
è già stato tutto chiarito nell'indagine precedente.
Sull'inchiesta romana a quanto ne so pende una richiesta di
archiviazione».
E mentre la procura capitolina tace, l'esponente del Pdl campano,
Marcello Taglialatela, sollecita una presa di posizione del
Guardasigilli Alfano per fugare ogni dubbio sulla correttezza
delle indagini nei confronti di Paolo Mancuso che nel 2011
potrebbe candidarsi proprio alla guida della procura di
Napoli. Che ha ripetutamente indagato su di lui.
ANCHE IL SUO NOME TRA I CONTATTI DI D'AVANZO
Il nome del magistrato Paolo Mancuso finì anche fra gli
accertamenti disposti dalla Procura di Napoli sulla fuga di
notizie per le intercettazioni Saccà-Berlusconi. Nessuna
conseguenza per lui. Le indagini disposte per accertare chi
passò a «Repubblica» i contenuti dell'inchiesta top secret
si svilupparono attraverso i tabulati di Giuseppe D'Avanzo,
autore degli articoli incriminati.
L'esame del traffici telefonici portò a evidenziare contatti con
numerosi magistrati della procura di Napoli, compreso per
l'appunto Mancuso. Sulla rubrica del cellulare di D'Avanzo
spuntavano il numero di cellulare del magistrato e quello
dell'ufficio di Mancuso oltre a un'utenza in uso a Paolo
Mancuso, chiamata in quei giorni ma «intestata - osservava
l'informativa della Gdf - a tale S. Francesco, nato a Caserta
e che secondo la banca dati A.T. percepisce redditi di lavoro
dipendente dalla casa circondariale femminile di (...)» un
penitenziario toscano. D'Avanzo chiamò anche un telefono
intestato al figlio del magistrato. L'inchiesta si concluse
con un nulla di fatto.
[11-02-2010]
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CIANCIMINO:
MIO PADRE INTERVENNE PER NON FAR LIBERARE MORO...
(ANSA) -
"Nel 2000 mio padre mi disse che i cugini Salvo e l'on.
Rosario Nicoletti, ex segretario della Dc siciliana, si erano
rivolti a Salvo Lima dicendo di essere in grado di dare
indicazioni sul luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo
Moro". E' una delle ultime rivelazioni rese da Massimo
Ciancimino ai pm di Roma confluite nel processo al senatore
del Pdl Marcello Dell'Utri.
Le
carte sono state inviate alla Dda di Palermo perché
contengono anche dichiarazioni su Dell'Utri e i pm del
capoluogo le hanno inviate al pg che sostiene l'accusa nel
processo al senatore. "In seguito - prosegue - a mio
padre era stato chiesto di impedire la liberazione dello
statista dal segretario della Dc Zaccagnini attraverso Attilio
Ruffini. Analoga richiesta gli era giunta da appartenenti a
Gladio, nella cui struttura mio padre era inserito, e dai
servizi segreti".
- PROCESSO DELL'UTRI, PG PRESENTA NUOVI ATTI
(ANSA) -
In apertura di udienza del processo per concorso in
associazione mafiosa al senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri,
il pg Nino Gatto ha annunciato il deposito di una serie di
atti supplementari, tra i quali le dichiarazioni di Massimo
Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. Il pg,
che avrebbe dovuto proseguire la requisitoria, sta illustrando
i documenti che depositerà alla seconda sezione della corte
d'appello. Tra le nuove carte anche i pizzini scritti da
Provenzano all'ex sindaco Vito Ciancimino. Il pg si accinge a
chiedere, per la seconda volta, la sospensione del processo
Dell'Utri.
- DELL'UTRI; CONCESSO TERMINE A DIFESA DI 2 SETTIMANE...
(ANSA) -
La seconda sezione della corte d'appello di Palermo ha
concesso ai legali del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri un
termine di due settimane per consentire loro l'esame delle
nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino depositate agli atti
del processo. All'udienza del 26 febbraio i legali diranno se
sono d'accordo sul sentire Ciancimino e interrompere, per la
seconda volta, la requisitoria o meno.
Sentito
il parere dei difensori la corte deciderà l'eventuale esame
del testimone. Già una volta i giudici avevano rigettato la
richiesta di fare deporre il figlio dell'ex sindaco di
Palermo. La requisitoria è già stata interrotta i primi di
dicembre per l'esame di un altro teste dell'ultima ora: il
pentito Gaspare Spatuzza.
12.02.10
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CIANCIMINO: FORZA ITALIA FRUTTO TRATTATIVA
STATO-MAFIA (PROVENZANO VOLEVA RAPIRE I FIGLI DI
BERLUSCONI)...
(AGI) - "Berlusconi
come entita' politica era il frutto di questa trattativa"
tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992. Lo ha detto Massimo
Ciancimino, deponendo al processo Mori a Palermo. Ciancimino,
parlando di una lettera di Provenzano del 1994, ha sostenuto
che il boss voleva "richiamare il partito che era nato
grazie a quello che era il frutto della trattativa, o
collaborazione dopo agosto, a ritornare un poco sui suoi
passi. Era un'avvisaglia a rientrare nei ranghi". Nella
lettera si alludeva a "un triste evento", che per
Ciancimino era il possibile sequestro di uno dei figli di
Berlusconi.
3 - CIANCIMINO: UN CAPITANO MI DISSE NON
PARLARE DI BERLUSCONI...
(AGI) - "Un capitano, mi si presento' cosi', mi disse
che non dovevo parlare di Berlusconi e Dell'Utri". Lo ha
detto Massimo Ciancimino deponendo al processo Mori a Palermo.
"Il capitano -ha aggiunto- lo avevo visto con
Franco", il finora non identificato agente dei servizi
dei segreti che teneva rapporti con Vito Ciancimino. "Io
-ha proseguito Massimo Ciancimino- gli dissi che non potevo
tace con tutto quello che mi avevano sequestrato, compreso il
foglio sulle minacce a Berlusconi".
Il capitano gli avrebbe replicato: "'Non
ti preoccupare, tanto nessuno ti chiedera' niente'. Ed e'
andata davvero cosi' -ha affermato Massimo Ciancimino rivolto
ai pm- fino a che non mi avete interrogato voi". Il teste
ha poi riferito di essersi rivolto al settimanale 'Panorama'
"per paura" e ha sottolineato di avere "un buon
rapporto" con il direttore Maurizio Belpietro.
Nel corso della deposizione, Ciancimino ha
anche sostenuto che il viceprocuratore nazionale Antimafia,
Giusto Schiacchitano, gli fece sapere "attraverso (il
commercialista Gianni) Lapis e mia moglie che non dovevo
parlare del fatto che parte della societa' del gas era mia, e
che cosi' si sarebbe salvato tutto".
CHI VINCE IN SICILIA (O IN CAMPANIA, TRA LE
REGIONI PIÙ POPOLOSE) HA IN MANO IL PAESE – MA SE VINCE LA
DC, L’UDC, BERLUSCONI (O I SOCIALISTI DI MARTELLI) È
"PATTO CON LA MAFIA". QUANDO VINSE LEOLUCA ORLANDO
FU RINASCITA DEMOCRATICA - A PALERMO O A NAPOLI LA REGOLA È
UNA E UNA SOLA: O TI ACCORDI CON COSA NOSTRA O SONO CAZZI
VOSTRI, TERZA VIA NON ESISTE ( PERCHÉ LO STATO NON HA
CITTADINANZA IN QUELLE REGIONI)
1 - LA PALERMO DEI VELENI E LE DOMANDE MAI
FATTE AL FIGLIO DI DON VITO...
Attilio Bolzoni per " la
Repubblica"
Covi e tesori potrebbero raccontare la Palermo
di ieri e l'Italia di oggi. Ma covi e tesori non parlano.E non
parlano alti ufficiali in divisa nera. A volte non parlano
neanche carte lasciate ammuffire negli armadi di qualche
Tribunale. Ci resta solo lui: ci resta solo Massimo Ciancimino
che fa parlare un morto.
Suo padre.
Sui soldi sporchi arrivati da Palermo per
costruire la Milano 2 di Berlusconi. Sui latitanti mai presi.
Sulla nascita di quel nuovo partito- Forza Italia- voluto da
una trattativa fra mafia e Stato durante le stragi siciliane.
Vicende di confine. Di scambio e di ricatto. Perché dice
tutto questo soltanto ora?, si chiedono tutti.
Perché chiama in causa il presidente del
Consiglio? Perché sono arrivate soltanto ora e così in
ritardo le verità di Massimo Ciancimino? La risposta è
semplice nella sua banalità: nessuno gli aveva mai chiesto
niente prima.
Mai, mai una volta.
Anzi, stando a quello che sostiene il più
piccolo dei cinque figli di don Vito, alcuni personaggi (un
ufficiale dei Ros, un agente segreto chiamato «Carlo» o
«signor Franco» e un misterioso «capitano»), gli avevano
assicurato che nessuno lo avrebbe mai «disturbato» su queste
faccende né a Palermo né altrove in Italia.
Le cose sono andate diversamente. E lui a domanda, adesso
risponde. Sempre. Quanto ci sia di vero o di verosimile in
quello che dice, è un altro discorso.
E' tutto scombinato l' affaire Ciancimino,
visto al presente e visto al passato. Scombinato ai tempi del
padre e scombinato ai tempi del figlio. Generazione dopo
generazione loro tengono sempre banco. Il verbo di Palermo da
cinquant'anni è sempre sulla bocca di un Ciancimino.
Cominciamo dall'inizio che poi è anche la
fine: il 19 novembre del 2002. Anche se non spiega tutto,
questa data già spiega tanto: è il giorno che muore Vito
Ciancimino ed è pure il giorno che suo figlio Massimo viene
indagato per il riciclaggio dei soldi di suo padre. Per i tre
o quattro decenni precedenti mai un'indagine patrimoniale (se
si esclude un tentativo di Falcone naufragato fra gli
«aggiustamenti» di consulenti e di giudici buoni amici di
don Vito) sull'impero costruito da un ex sindaco che era alla
guida di un partito cosca trasversale dominante a Palermo.
Mai un solo accertamento fiscale, un'ispezione
bancaria. Vito Ciancimino era uno degli uomini più ricchi
della Sicilia e, quando se n'è andato- «per cause
naturali», rassicurava un'agenzia di stampa quel giorno -
risultava nullatenente. Quel 19 novembre del 2002, Massimo è
scivolato per la prima volta in un'inchiesta giudiziaria.
Tutti a Palermo erano stati ciechi e muti e sordi.
Naturalmente, magistrati dell'antimafia compresi.
C'è un'altra data da ricordare: la primavera
del 1993. E' in quei mesi che Ciancimino - padre - comincia a
parlare con i procuratori di Palermo, nel carcere dove era
rinchiuso. A dire più o meno, difendendosi, quello che oggi
sta ripetendo il figlio per le storie di Palermo dagli Anni
Sessanta agli Anni Ottanta. Su cadaveri eccellenti. Su
appalti. Su Giulio Andreotti. E' tutto in un memoriale che
molti considerarono «spazzatura».
Vito Ciancimino, una quindicina di anni fa
quando cominciò a rivelare i suoi segreti, fu trattato come
un depistatore. Il suo pensiero adesso sono diventate le
«rivelazioni» del figlio. Con l'aggiunta - non secondaria
per la verità - dei patti per la cattura pilotata di Totò
Riina il 15 gennaio del 1993, della mancata cattura di
Bernardo Provenzano, del ruolo di «mediatore» che prese
Marcello Dell'Utri al posto di suo padre. E' il Ciancimino
parte seconda, che però viene sempre dalla prima: la fonte è
sempre don Vito. Il morto.
Perché parla soltanto ora Massimo Ciancimino?
Perché se non avesse rilasciato un'intervista a «Panorama»
nel dicembre del 2007 - sugli incontri di suo padre con
Bernardo Provenzano, sulle trattative con i carabinieri dei
Reparti speciali a cavallo delle stragi Falcone e Borsellino,
sul famigerato papello ricevuto da Totò Riina - non avrebbe
parlato mai. Poi, i procuratori di Palermo Antonio Ingroia e
Nino Di Matteo l'hanno invitato a «spiegare». E da quel
momento - era il giugno del 2008 - non si è fermato più. Un
testimone un po' particolare ma sempre un testimone. Seguito,
minacciato, invitato a «stare zitto» da misteriosi
personaggi che una volta erano in intimità con suo padre,
Massimo Ciancimino riempie verbali e inonda l'aula bunker
dell'Ucciardone con i suoi racconti.
Un'altra coincidenza molto palermitana: il
covo di Bernardo Provenzano e il tesoro di Vito Ciancimino. Il
primo l'hanno trovato dopo quarantatré anni di latitanza, il
secondo l'hanno cominciato a cercare subito dopo.
Sembravano due indagini separate nel 2006,
oggi è la stessa indagine e la stessa storia. Covo e tesoro,
un unico incastro. Potere militare e potere economico di Cosa
Nostra. Della mancata cattura di Provenzano, il piccolo
Ciancimino ha riferito probabilmente tutto ciò che sapeva
(«Il padrino corleonese aveva immunità su tutto il
territorio nazionale»), sul tesoro di famiglia probabilmente
non dirà mai niente. Non è che a Palermo, in questi mesi,
sta accadendo qualcosa che ci sfugge?
2 - L'OLTRAGGIO IMPUNITO...
Paolo Granzotto per " Il
Giornale"
A essere scandalose non sono le parole di
Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle
parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un
procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con
Berlusconi, Dell'Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si
sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per
oltraggio alla giustizia e all'intelligenza dei componenti la
Corte.
Nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone
si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello
Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la
mancata cattura, nell'ottobre del '95, del boss mafioso
Bernardo Provenzano.
Cosa c'entra, dunque, la fondazione di Forza
Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente
assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che
Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la
mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro
Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?
Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose
dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di
papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma
elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario,
che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a
Marcello Dell'Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a
Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica;
figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo
Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all'immagine di
un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo.
Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne
pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un'aula
dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in
un'aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla
presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle
origini di Forza Italia.
È lecito chiedersi perché ciò sia stato
consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un
collaboratore di giustizia, non un teste, ma un
«dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e
proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo
l'interesse e la disposizione d'animo.
È poi doveroso chiedersi perché la Corte,
una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino
non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con
quelle che il «dichiarante» giusto l'estate scorsa: «Io a
Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai
detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte,
e rispose sempre allo stesso modo: "È fuori da
tutto". Per certo so che Berlusconi era piuttosto una
vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del
suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa
Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere,
muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi
lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni
personaggi...».
È noto che la magistratura - e ciò va a suo
onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su
faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte
bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella
causa in corso (e anche non in corso, se è per questo).
Possibile che mancasse quell'intervista rilasciata da Massimo
Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano
un «dichiarante», non gli si offre la platea di un'aula
giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai
raggi X.
Non resta quindi da pensare o a un governo
alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa
impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una
precisa volontà di cogliere l'occasione per coinvolgere in un
processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo
apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile
perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso
anch'esso. Tertium non datur.
[09-02-2010]
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CIANCIMINO: FORZA ITALIA FRUTTO
TRATTATIVA STATO-MAFIA (PROVENZANO VOLEVA RAPIRE I FIGLI DI
BERLUSCONI)...
(AGI) - "Berlusconi
come entita' politica era il frutto di questa trattativa"
tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992. Lo ha detto Massimo
Ciancimino, deponendo al processo Mori a Palermo. Ciancimino,
parlando di una lettera di Provenzano del 1994, ha sostenuto
che il boss voleva "richiamare il partito che era nato
grazie a quello che era il frutto della trattativa, o
collaborazione dopo agosto, a ritornare un poco sui suoi
passi. Era un'avvisaglia a rientrare nei ranghi". Nella
lettera si alludeva a "un triste evento", che per
Ciancimino era il possibile sequestro di uno dei figli di
Berlusconi.
- CIANCIMINO: UN CAPITANO MI DISSE NON
PARLARE DI BERLUSCONI...
(AGI) - "Un
capitano, mi si presento' cosi', mi disse che non dovevo
parlare di Berlusconi e Dell'Utri". Lo ha detto Massimo
Ciancimino deponendo al processo Mori a Palermo. "Il
capitano -ha aggiunto- lo avevo visto con Franco", il
finora non identificato agente dei servizi dei segreti che
teneva rapporti con Vito Ciancimino. "Io -ha proseguito
Massimo Ciancimino- gli dissi che non potevo tace con tutto
quello che mi avevano sequestrato, compreso il foglio sulle
minacce a Berlusconi".
Il capitano gli avrebbe replicato:
"'Non ti preoccupare, tanto nessuno ti chiedera' niente'.
Ed e' andata davvero cosi' -ha affermato Massimo Ciancimino
rivolto ai pm- fino a che non mi avete interrogato voi".
Il teste ha poi riferito di essersi rivolto al settimanale
'Panorama' "per paura" e ha sottolineato di avere
"un buon rapporto" con il direttore Maurizio
Belpietro.
Nel corso della deposizione,
Ciancimino ha anche sostenuto che il viceprocuratore nazionale
Antimafia, Giusto Schiacchitano, gli fece sapere
"attraverso (il commercialista Gianni) Lapis e mia moglie
che non dovevo parlare del fatto che parte della societa' del
gas era mia, e che cosi' si sarebbe salvato tutto".
09.01.10 |
LE
CIANCE DI CIANCIMINO - "Mio padre mi disse che Provenzano
godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche
da latitante, poteva muoversi liberamente. Accordo che risale
al maggio del ’92". Cioè pochi giorni prima
dell'assassinio di Falcone e Borsellino - "Nel 1990 mio
padre si fece annullare l’ordine di carcerazione grazie ai
rapporti che aveva in Cassazione" (all’epoca presieduta
dal giudice Corrado Carnevale)...
Il
Giornale.it
"Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una
sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante,
poteva muoversi liberamente". Lo ha detto Massimo
Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo,
deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori,
accusato di favoreggiamento per la mancata cattura del boss
Provenzano.
"Questa
immunità - ha aggiunto - secondo quanto mi ha spiegato mio
padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del
quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale
al maggio del '92". Cioè pochi giorni prima della strage
di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, e
di quella di via D'Amelio, di cui rimase vittima il giudice
Paolo Borsellino.
I
rapporti con Provenzano "Conosco Provenzano da sempre. Ho
ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni '70,
fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano,
anche per rapporti di vicinato, da sempre". Ha detto
ancora, deponendo al processo per favoreggiamento agli
ufficiali dell'Arma Mario Mori e Mauro Obinu, Ciancimino
junior.
Il
testimone, che ha detto di avere conosciuto il capomafia con
il nome di "ingegner Lo Verde", ha scherzosamente
ricordato che il padre lo rimproverava di avere risposto male
al boss di Corleone, quando era ragazzino, dicendogli:
"Tu sei l'unico che è riuscito a dire cornuto a
Provenzano".
Arresto
annullato in Cassazione "Nel 1990 mio padre si fece
annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che
aveva in Cassazione". Ciancimino ha fatto un riferimento
esplicito, come autorità giudiziaria che annullò la misura,
la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal
giudice Corrado Carnevale.
[01-02-2010]
LE CIANCE
DI CIANCIMINO JR. – DELL’UTRI SOSTITUÌ MIO PADRE, AVEVA
RAPPORTI DIRETTI CON PROVENZANO – LA MANCATA PERQUISIZIONE
DEL COVO DI RIINA FU CONCORDATA - MIO PADRE SI SENTI'
INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO - PROVENZANO
DIEDE INDICAZIONI AI CARABINIERI PER L'ARRESTO DI RIINA - MIO
PADRE CHIESE DI INFORMARE VIOLANTE DELLA TRATTATIVA…
1 - CIANCIMINO: DELL'UTRI SOSTITUI'
MIO PADRE IN TRATTATIVA...
(ANSA) - "Dopo il suo arresto, a dicembre
del '92, mio padre si convinse che i carabinieri l'avevano
tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente
con l'avallo di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo
lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei
soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello
Dell'Utri". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio
dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al processo, per
favoreggiamento alla mafia, al generale dei carabinieri Mario
Mori.
2 - RAPPORTI DIRETTI DELL'UTRI
PROVENZANO...
(ANSA) - "Marcello Dell'Utri e Bernardo
Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a
cui era stato detto dal capomafia". Lo ha detto Massimo
Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, al
processo, per favoreggiamento alla mafia, al generale dei
carabinieri Mario Mori.
3 - ECCO LA VIA DEI 'PIZZINI' DI
PROVENZANO...
(Adnkronos) - 'I 'pizzini' che arrivavano a mio
padre provenivano da Provenzano. Me lo disse mio padre'. Lo ha
detto Massimo Ciancimino, proseguendo la deposizione
all'aula bunker dell'Ucciardone di Palermo al processo
Mori. 'Alcuni dei pizzini li ho avuti personalmente da
Provenzano, ma erano tutti riconoscibili, secondo un
codice criptato all'interno degli stessi, che mio padre
poteva riconoscere. Erano sempre in buste chiuse che io
portavo a mio padre.
Lui andava a prendere i guanti monouso,
quelli sterili, usava il borotalco, apriva i 'pizzini', li
leggeva e li richiudeva - ha detto ancora Ciancimino
junior - Faceva sempre le fotocopie dei 'pizzini' che
metteva nel suo archivio. Temeva sempre una perquisizione e
aveva paura che si potessero trovare gli originali con
le impronte di Provenzano. Cosi' preferiva fare le fotocopie'.
I pizzini di Provenzano, come spiega
poi il figlio dell'ex sindaco di Palermo, sarebbero
stati conservati 'in territorio non italiano, in un
istituto svizzero'. Ed e' lo stesso Massimo Cancimino a
spiegare al Tribunale di essere 'indagato in Svizzera', senza
dare ulteriori spiegazioni.
4 - MANCATA PERQUISIZIONE COVO RIINA
FU CONCORDATA...
(Adnkronos) - La mancata perquisizione del covo
del boss mafioso Toto' Riina sarebbe stata concordata
dai Carabinieri. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio
dell'ex sindaco di Palermo, proseguendo la sua
deposizione all'aula bunker del carcere Ucciardone del
capoluogo siciliano.
Ciancimino junior ne aveva parlato con
il padre in uno dei colloqui in carcere: "Per mio padre
la mancata perquisizione del covo fu una sorta di onore alle
armi per il capomafia". Ed e' sempre Massimo
Ciancimino a raccontare che il padre gli racconto' che
"Riina si vantava sempre che nel momento in cui
avessero lo avessero arrestato e avessero perquisito il
covo, avrebbero trovato tanta di quella documentazione
da fare crollare l'Italia".
Una circostanza appresa dal
padre in carcere. Sulla mancata perquisizione del
covo del boss mafioso Riina, dopo la sua cattura,
avvenuta il 15 gennaio del 1993, Ciancimino dice ancora:
'Per l'arresto di Riina i Carabinieri avevano avuto un atteggiamento
di rispetto per la sua famiglia che doveva essere messa nelle
condizioni di potere raggiungere il suo paese (Corleone ndr)'.
5 - CARABINIERI NON PERQUISIRONO
CASSAFORTE CON 'PAPELLO' RIINA...
(Adnkronos) - Nella perquisizione eseguita dai
Carabinieri nell'abitazione di Massimo Ciancimino dopo
l'avviso di garanzia ricevuto per riciclaggio, i
Carabinieri 'non controllarono la cassaforte' dove erano
conservati tutti i 'pizzini' del padre Vito Ciancimino,
tra cui quelli inviati dal boss Bernardo Provenzano, ma anche
il cosiddetto 'papello', cioe' la lista di richieste avanzate
da Toto' Riina per far cessare l'offensiva stragista del 1992
di Cosa nostra allo Stato.
A rivelarlo oggi in aula, al processo
Mori, e' lo stesso Massimo Ciancimino, che sta
ricostruendo, rispondendo alle domande del pm Antonio
Ingoia, la via dei 'pizzini'. Nel 2006 - ha
spiegato - i documenti furono portati all'estero "perche'
fui avvisato da una persona, vicina al 'signor Franco' (uomo
dei servizi segreti ndr), che da li' a poco mi avrebbero
arrestato e che sarebbe stato opportuno sbarazzarmi dei
pizzini".
6 - RIINA PRESSATO DA SUGGERITORE PER
POLITICA STRAGISTA...
(Adnkronos) - 'Carissimo ingegnere... Ho ricevuto
la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore... Come
gia' avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro
amico e' molto pressato'. Inizia cosi' uno dei 'pizzini'
inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino.
'Ricevetti la busta con all'interno il pizzino ai primi
di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe'
da familiari di Pino Lipari', ha spiegato Massimo Ciancimino,
nel corso della sua deposizione al processo Mori.
Analizzando il 'pizzino', mostrato in
aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando
Provenzano parla del 'nostro amico' si riferisce a
Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un
'grande architetto' con l'obiettivo di 'mandare avanti la
politica stragista' anche se, ha detto il figlio dell'ex
sindaco, 'mio padre e Provenzano erano contrari
all'accelerazione delle stragi'.
'E'il momento che tutti facciamo
un grande sforzo', si legge nel 'pizzino' e Massimo
Ciancimino spiega: 'Mio padre diceva che l'ulteriore sforzo
era il contropapello'. Ma chi e' 'l'architetto'
di cui si parla nel pizzino? "Il nome non mi fu mai
fatto da mio padre", ha detto Ciancimino. "Speriamo
che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo
per parlarne insieme", si legge ancora nel pizzino.
7 - PRIMA DI CATTURA RIINA MIO PADRE
DOVEVA INCONTRARE PROVENZANO...
(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo Vito
Ciancimino poco prima dell'arresto di Salvatore Riina 'doveva
incontrare all'estero il boss mafioso Bernardo Provenzano',
all'epoca latitante. A rivelarlo in aula e' Massimo Ciancimino
che continua la deposizione al processo Mori. "Mio padre
- ricorda - chiese ai Carabinieri di avere un passaporto
valido per l'espatrio".
'Mio padre percepiva come il fatto
stesso di avere dato indicazioni per la cattura di Riina,
attraverso Bernardo Provenzano, necessitava di ulteriori
cautele - ha detto ancora - Da qui la necessita' di incontrare
Provenzano all'estero'. Ma il 19 dicembre del 1992 Vito
Ciancimino venne arrestato. "Per mio padre fu una
trappola dei Carabinieri che lo volevano togliere di
mezzo" ha commentato il figlio dell'ex sindaco.
8 - PROVENZANO DIEDE INDICAZIONI AI
CARABINIERI PER ARRESTO RIINA...
(Adnkronos) - Il boss mafioso Bernardo Provenzano
avrebbe dato ai Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino, le
indicazioni per catturare il boss mafioso Salvatore Riina. E'
quanto dice, per la prima volta in un'aula di giustizia,
Massimo Ciancimino, continuando la deposizione al processo
Mori a Palermo. I Carabinieri, secondo il racconto di
Ciancimino junior, che continua a parlare della presunta
trattativa tra Stato e Cosa nostra, avrebbero fatto avere a
Vito Ciancimino 'due tuboni gialli con documenti A3 contenenti
le mappe di Palermo'.
I documenti, ridotti a una zona piu'
ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a
Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con alcune zone
ristrette e 'cerchiate con l'evidenziatore'.
Secondo Massimo Ciancimino sarebbe
stato proprio il padre Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo,
a 'convincere Provenzano. Non fu facile, lui non amava il
tardimento".
9 - MIO PADRE CHIESE DI INFORMARE
VIOLANTE DELLA TRATTATIVA...
(Adnkronos) - "Mio padre chiese ai
Carabinieri che della trattativa bisognava informare anche
l'onorevole Violante". Lo ha detto Massimo
Ciancimino, deponendo al processo Mori in corso all'aula
bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A proposito della
cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra,
Ciancimino junior ha detto ai giudici della quarta
sezione via D'Amelio, che ci sarebbe stato un altro
incontro tra Vito Ciancimino, l'allora capitano De Donno
e il generale Mario Mori.
Parlando ancora di Violante, che era
all'epoca Presidente della Commissione nazionale
antimafia, il figlio dell'ex sindaco afferma che era
considerato 'vicino ai giudici comunisti'. Secondo quanto
racconta in aula Ciancimino junior, il padre riteneva
opportuno informare Luciano Violante perche'
"voleva una contropartita per la cattura di
Riina" e sperava di potere avere un trattamento di favore
per la restituzione dei beni che gli erano stati
sequestrati dalla magistratura.
10 - CARABINIERI NON IPOTIZZARONO MAI
CATTURA PROVENZANO...
(Adnkronos) - 'A mio padre i Carabinieri non
chiesero mai la cattura di Provenzano, ma non credo
fosse mai stata neppure ipotizzata, proprio perche'
l'interlocutore privilegiato di mio padre per giungere
alla cattura di Riina era Provenzano'. Lo ha detto
Massimo Ciancimino proseguendo nella sua deposizione in aula
al processo Mori.
11 - PER CATTURARE RIINA SI USO'
PROVENZANO...
(Adnkronos) - Dopo la strage di Via D'Amelio,
in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque
agenti della scorta, sarebbe ripresa la cosiddetta
trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. A rivelarlo in
aula, al processo Mori, e' Massimo Ciancimino che dice:
'Mio padre mi disse che per riuscire a catturare Toto' Riina
i Carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano'.
'Alla luce dell'ennesima strage,
quella di via D'Amelio - ha detto in aula - -nel momento
in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio
padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore
Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere
i contatti con i Carabinieri. L'incontro avviene nel suo
appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un
documento che ne prova il riscontro.
Cambia totalmente l'oggetto del
dialogo rispetto alla 'prima' trattativa. In quel caso,
era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili
benefici verso i familiari, un atteggiamento piu'
morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase
che e' piu' operativa. Dalla resa dei latitanti si passa
alla volonta' di volere catturare Salvatore Riina.
Ovviamente si parla di catturare Riina e non Provenzano,
perche' era un interlocutore privilegiato di mio padre e
loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno
di mio padre'.
12 - MIO PADRE SI SENTI'
INDIRETTAMENTE RESPONSABILE STRAGE VIA D'AMELIO...
(Adnkronos) - E' iniziata all'aula bunker del
carcere Ucciardone di Palermo la seconda giornata di
deposizione di Massimo Ciancimino al processo a carico
del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu,
accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per
la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ciancimino e'
entrato in aula accompagnato dal suo legale Francesca
Russo.
Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato
l'udienza parlando della strage di via D'Amelio in cui
perse la vita il giudice Paolo Borsellino a e la scorta.
'Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage
- ha detto - mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo
ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile, dell'ennesima
strage. 'Se questo e' capitatato e' anche colpa nostra',
mi disse mio padre'.
[02-02-2010] |
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CIANCIMINO: MIO PADRE NEGLI ANNI '70 INVESTI' SOLDI A
MILANO 2...
(Adnkronos) - L'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino,
avrebbe investito una parte del suo patriminio per la
realizzazione di Milano 2. Ad affermarlo in aula, al processo
Mori, e' Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso.
"Mio padre in quegli anni - ha detto - si vedeva spesso
con gli imprenditori Franco Bonura e Nino Buscemi. E insieme
investirono soldi anche in una grande realizzazione alla
periferia di Milano, che e' stata poi chiamata Milano 2".
CIANCIMINO:
COSI' IL CAPITANO DE DONNO CHIESE DI INCONTRARE MIO PADRE...
(Adnkronos) - "Cinque o sei giorni dopo la strage
del 23 maggio del 1992 incontrai in aeroporto l'allora
capitano Giuseppe De Donno. In volo per Palermo abbiamo
viaggiato seduti accanto. In quell'occasione, il capitano fece
riferimento al mio buon rapporto con il giudice Falcone e io
riferii al capitano una delle parole usate da mio padre dopo
la strage di pochi giorni prima: 'Questa non e' piu' mafia, ma
terrorismo'. Subito dopo De Donno ipotizzo' a un appuntamento
diretto tra il capitano, il suo diretto superiore, l'allora
colonnello Mario Mori e mio padre".
Lo
ha detto Massimo Ciancimino, alla ripresa del processo a
carico del generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento
aggravato a Cosa nostra. "Tornando a Roma riferii a mio
padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno - ha
detto ancora Ciancimino - La cosa che mi meraviglio' e' che
mio padre non mostro' alcuno stupore all'idea di un contatto
con due ufficiali dell'Arma. Non dico che se l'aspettava ma
non era sorpreso piu' di tanto".
Alla
richiesta di incontrare De Donno, il padre di Massimo
Ciancimino avrebbe chiesto al figlio in quanto tempo
"avrebbe dovuto dare la risposta. Ci avrebbe pensato su e
mi avrebbe fatto sapere".
CIANCIMINO: NEL 2009 ATTO INTIMIDATORIO DA SERVIZI
SEGRETI...
(Adnkronos) - "Nel maggio del 2009 ho ricevuto la
visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di
Bologna, e mi accuso' di essere venuto meno agli impegni
presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada
che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun
beneficio'. A parlare in aula di una intimidaizone avuta dai
servizi segreti e' Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco
mafioso di Palermo, che sta deponendo al processo a Mario
Mori.
Gli
007, come sostenuto da Ciancimino junior, non avrebbero
gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni
ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo
le stragi del '92.
02.02.10 |
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TARQUINIA / 23-01-2010
TARQUINIA,
SEGNALAZIONI ALL'ANTIMAFIA / tra Tarquinia e Civitavecchia
terreno sempre più fertile per la Mafia
Lottizzazioni, zone industriali, appalti. La centrale a
carbone di Civitavecchia, l'autostrada, il cementificio, il
Porto di Civitavecchia, il Terminal Cina e le lunghe mani di
'ndrangheta, camorra e cosa nostra.
Le mafie avanzano in bassa Maremma, meravigliosa terra degli
Etruschi. L'ex Sindaco di Tarquinia, Luigi Daga, Vice
Presidente dell'Associazione Antonino Caponnetto, scrive alla
Direzione Distrettuale Antimafia la lettera che pubblichiamo:
Negli ultimi tempi, da notizie fornite da cittadini e da articoli di
stampa apparsi sui giornali locali, è stata evidenziata la
presenza di attività sospette lungo il litorale tra Tarquinia
e Civitavecchia, in particolare nella località definita S.
Giorgio, interessata da estese lottizzazioni.
E’ stata notata la presenza di imbarcazioni che attraccano
nelle ore notturne e di automezzi che subito dopo ripartono
dalla spiaggia verso l’entroterra.
La zona avrebbe attratto l’interesse di società campane e
calabresi intenzionate alla compravendita di aree edificabili
per decine di ettari.
Alcuni giorni fa è apparsa la notizia che il proprietario di
un lotto di terreno in quella località, è stato fatto
oggetto di una evidente intimidazione: la testa mozzata di un
agnello sul cancello d’ingresso della sua proprietà.
Trattandosi di un’area sulla costa, adiacente al porto di
Civitavecchia, interessato da traffici di ogni tipo e alla
Centrale a carbone di Civitavecchia nel cui cantiere operano
imprese contigue alla criminalità organizzata, nonché ad
ingenti investimenti come il cementificio, il Terminal Cina,
l’impianto di smaltimento dei rifiuti e il cantiere
dell’autostrada Civitavecchia-Livorno; si chiede di porre la
massima attenzione sulla zona in questione, compresi gli
investimenti nell’area industriale di Tarquinia da parte di
società fiduciarie presumibilmente provenienti dalla Calabria
e di cui non si conoscono gli assetti proprietari.
A disposizione per ogni eventuale notizia, cordiali saluti
Luigi Daga
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QUEI
PEZZI MANCANTI (CHE UNA MANINA HA PORTATO VIA...) – NEL
LIBRO DI SALVO PALAZZOLO LA LUNGA LISTA DELLE PROVE SCOMPARSE
DALLE SCENE DEI CRIMINI Più EFFERATI DELLA STORIA SICILIANA:
DALLE CARTE DI DALLA CHIESA ALL’AGENDA DI IGNAZIO SALVO, LA
RELAZIONE DI PIO LA TORRE – UN VIAGGIO FRA I SEGRETI DELLO
STATO, TRA “PULIZIE” E DEPISTAGGI…
Attilio Bolzoni per "la
Repubblica"
Chiamiamolo
il catalogo, l´inventario delle prove scomparse di Palermo. E
frugando fra i reperti (che non si trovano più), torniamo
dentro i misteri siciliani degli ultimi trent´anni. La mafia
si può descrivere anche con quello che è stato sottratto o
cancellato, manomesso o fatto sparire. A volte dopo un
delitto, a volte anche prima.
Sono
pochi gli omicidi eccellenti di Palermo dove, «sulla scena
del crimine», qualcuno non si sia appropriato di qualcosa per
nasconderla per sempre. Qualcuno che non voleva far ritrovare
un diario, un´agenda, una cassaforte. O anche un sasso, una
pietra sporca di sangue come quella che nella notte fra l´8 e
9 il maggio 1978 uccise Giuseppe Impastato, ragazzo sognatore
che se la prendeva con i boss e cercarono di farlo diventare
un terrorista suicida.
La
pietra sporca di sangue, l´arma del delitto «rinvenuta» dal
necroforo comunale di Cinisi Giuseppe Briguglio in un casolare
a pochi metri dai binari dove ammazzarono Giuseppe Impastato,
non è mai stata ricevuta dall´ufficio corpi di reato del
Tribunale di Palermo. Consegnata ai carabinieri e poi sparita.
L´inchiesta
giornalistica di Salvo Palazzolo è stata raccolta in un libro
- ‘I pezzi mancanti´ (Editori Laterza, pagg. 297, 16 euro)
- che è, avverte il sottotitolo, «un viaggio nei misteri
della mafia». Ricordando ciò che è accaduto intorno ai
morti ‘importanti´ di Palermo, potremmo aggiungere che non
è solo un viaggio nei misteri di mafia ma anche un viaggio
nei misteri di Stato. Il sicario non ruba mai le prove che
lascia: uccide e basta. Sono altri, che poi intervengono per
ripulire e depistare.
Di pezzi
mancanti, l´inchiesta di Palazzolo ne rintraccia 24. E ci
spiega che sono sempre serviti a non farci avvicinare troppo
alla verità. Dal sasso che ha ucciso Giuseppe Impastato alle
carte che il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa conservava
nella sua cassaforte di Villa Pajno a Palermo: sparite anche
quelle.
I
poliziotti, che la notte del 3 settembre del 1982 entrarono
nella residenza del generale prefetto, trovarono la cassaforte
ma non la chiave per aprirla. Saltò fuori solo sei giorni
dopo, quando la cassaforte era ormai vuota. «Se mi accade
qualcosa, prendi quel che sai: ho messo tutto nero su bianco»,
aveva confidato appena qualche settimana prima della sua morte
Carlo Alberto dalla Chiesa alla fedele governante.
E dov´è
finita l´agendina «con la copertina colore marrone scuro»
dell´esattore mafioso Ignazio Salvo, quella sequestrata dal
commissario Ninni Cassarà pochi mesi prima di venire ucciso a
colpi di Kalashnikov? Era agli atti del maxi processo. Era:
perché oggi non c´è più. Non c´era più già all´inizio
del 1993, quando i procuratori di Palermo inutilmente la
cercarono. Fra tanti numeri, su quell´agendina c´era anche
quello di tale «Giulio».
Non si
trova più la relazione del segretario regionale del Partito
comunista Pio La Torre, quella dove il leader politico
denunciava - nell´ottobre del 1981, sette mesi prima di
morire - le collusioni con esponenti mafiosi di alcuni uomini
del suo partito a Villabate. Non si trova più una
videocassetta di Mauro Rostagno, quella che il sociologo
giornalista portava sempre con sé e che - secondo alcuni
testimoni - aveva sul sedile posteriore della sua auto anche
la notte che lo ammazzarono, il 26 settembre 1988. Non si
trova più l´agenda rossa di Paolo Borsellino, quella che il
procuratore aveva infilato nella sua borsa il pomeriggio che
fu ucciso in via D´Amelio.
Pezzi
mancanti. Che non ricompariranno più. O che invece
ritorneranno al momento opportuno. Per uno scambio, una
trattativa. Il contenuto di alcuni file conservati nella
memoria del computer del giudice Falcone (quello trovato nella
sua casa palermitana di via Notarbartolo) probabilmente non lo
conosceremo mai. Il «tesoro» di Totò Riina - documenti che
aveva nella sua cassaforte di via Bernini, covo non perquisito
dai carabinieri per 18 giorni e 19 notti - non è detto che,
prima o poi, non possa riemergere da qualche segreto archivio.
Per un altro baratto, un altro ricatto
[21-01-2010]
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CIANCIMINO
CIANCIA ANCORA – “NON HANNO MAI PERQUISITO IL COVO DI TOTÒ
RIINA PER NON FAR TROVARE CARTE CHE AVREBBERO FATTO CROLLARE
L'ITALIA" - "I SERVIZI DISSERO ALLA MAFIA DI NON
INTERVENIRE per trovare moro” – “USTICA? FU UN AEREO
FRANCESE" – “RICORDO UN "PIZZINO SU DELL'UTRI E
CUFFARO SCRITTO DA PROVENZANO”…
Attilio Bolzoni e Franco Viviano per
"la Repubblica"
Il covo di Totò Riina non l'hanno mai
perquisito "per non far trovare carte che avrebbero fatto
crollare l'Italia". E la cattura del capo dei capi è
stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa
che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia
portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti
speciali dei carabinieri. É la "cantata" di Massimo
Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell'ex sindaco di Palermo,
sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati -
milleduecento pagine - e depositati al processo contro il
generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga
latitanza di Provenzano dopo quell'arresto
"concordato".
Ma se sulla cattura di Totò Riina
esistono già atti ufficiali d'indagine che smontano la
versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di
don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni
'70 sino all'estate del '92. É la sua verità, ereditata per
bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il
sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di
Vito Ciancimino con l'Alto Commissario antimafia Emanuele De
Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l'impasto fra
Stato e mafia che ha governato per vent'anni la Sicilia.
IL COVO DEL CAPO DEI CAPI
Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e
i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di
Riina: "Una delle garanzie che mio padre chiese ai
carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel
momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro
un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella
sua villa".
E ha aggiunto: "Provenzano riferì
a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di
proposito con un obiettivo: se l'avessero arrestato avrebbero
trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero
fatto crollare l'Italia. Mio padre commentò con me il fatto
dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina.
Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti,
sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine
di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che
solo una spiata poteva far finire la sua latitanza".
LA TRATTATIVA FRA LE STRAGI DEL 1992.
Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l'uccisione di
Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall'altra il vice
comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e
"il signor Franco", un agente dei servizi segreti
legato all'Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito
Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un
terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la
strage Borsellino "è diventato l'obiettivo della
trattativa". Racconta ancora il figlio dell'ex sindaco:
"Della trattativa erano informati i ministri Virginio
Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l'ha detto il
signor Franco e gliel'hanno confermato il colonnello Mori e il
capitano De Donno".
La trattativa dopo le stragi. Nel
1993, un anno dopo Capaci e via D'Amelio, la trattativa
mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai
in carcere, sarebbe stato Marcello Dell'Utri a sostituirlo nel
ruolo di mediatore: "Mio padre sosteneva che era l'unico
a poter gestire una situazione simile... ha gestito soldi che
appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui
legate".
L'OMICIDIO MATTARELLA
Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del
1980, per Vito Ciancimino fu "un omicidio anomalo".
Spiega suo figlio: "Dopo il delitto, mio padre chiese
spiegazioni ai servizi segreti... un poliziotto poi gli disse
che c'era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu
uno scambio di favori su quell'omicidio.. ".
IL SEQUESTRO MORO
Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato
legato all'intelligence fin dal sequestro di Moro. "La
prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa
Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha
detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare
seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché
si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio
di Aldo Moro".
DON VITO E GLADIO
"Mio padre faceva parte di Gladio", ha rivelato
Massimo. E ha spiegato: "Mi disse che all'origine c'era
mio nonno Giovanni che, all'epoca dello sbarco degli Alleati
in Sicilia, era stato assoldato come interprete". Il
figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito
le prime società di import export "insieme a un
colonnello americano" e che ha partecipato "a
diversi incontri" organizzati dalla struttura militare
segreta.
L'UCCISIONE DEL PREFETTO DALLA CHIESA
É la parte più "omissata" dei verbali di
Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell'uccisione di
Carlo Alberto dalla Chiesa e dell'omicidio del giornalista
Mino Pecorelli "che sono legate", poi il verbale è
ancora tutto coperto dal segreto.
LA STRAGE DI USTICA
Nei racconti del figlio dell'ex sindaco c'è il ricordo
dell'aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980:
"Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della
Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un
casino: fece chiamare anche l'onorevole Lima. Si seppe subito
che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per
sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un'operazione di
copertura perché questa informazione non venisse fuori".
GLI AUTISTI SENATORI
Massimo Ciancimino, ricordando di un "pizzino"
inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento
"a un amico senatore e al nuovo Presidente per
l'amnistia", ha confermato che i due erano Marcello Dell'Utri
e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l'ex
governatore: "L'ho incontrato nel 2001 a una festa
dell'ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai
visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l'ho
raccontato a mio padre che mi ha detto: 'Ma come, non te lo
ricordi, che faceva l'autista al ministro Mannino?
SCHIFANI
Anche lui aspettava in macchina,
fuori, come te che accompagnavi me ... Poi ho collegato...
perché quando accompagnavo mio padre dall'onorevole Lima
fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche
Renato Schifani che faceva l'autista al senatore La Loggia.
Diciamo, che i tre autisti eravamo questi... andavamo a
prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due,
Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c'è chi è più
fortunato nella vita e chi meno... ma tutti e tre una volta
eravamo autisti".
[13-01-2010]
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CORONA DI SPINE – AL RE DEI
PAPARAZZI TRASH IL
2010 HA
PORTATO UN ALTRO GUAIO: TRA I SUOI SOCI SPUNTA ANCHE UN
PRESTANOME DELLA MAFIA – PER LA PROCURA IL RISCHIO È CHE
LUIGI GIROLA POSSA AVER USATO LA QUOTA DI MINORANZA IN UNA
SOCIETÀ DI CORONA (ABBIGLIAMENTO) PER RICICLARE DENARO SPORCO
– PER ORA NESSUN INDAGATO…
Enrico Lagattolla per "Il
Giornale"
Mancava solo la criminalità organizzata. Ora potrebbe non
mancare più. L'ultima tappa della travagliata vicenda
giudiziaria di Fabrizio Corona rischia di essere anche quella
più imbarazzante. E emerge da una lunga indagine della
procura di Milano e dei carabinieri del Ros, che nello scorso
ottobre ha portato all'arresto di 75 persone (tra cui due
avvocatesse milanesi) legate alle mafie campana, pugliese e
calabrese, e al sequestro di beni immobili, esercizi
commerciali e imprese edili nel capoluogo lombardo e nella
Bergamasca per un valore di oltre venti milioni di euro.
È l'inchiesta condotta dal pm Marcello Musso, che nei giorni
scorsi ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio con
l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al
traffico di stupefacenti e riciclaggio. In tutto questo,
Corona non c'entra. Eppure, il suo nome spunta nella coda
dell'indagine. Tra gli arrestati, infatti, ci sarebbe anche un
suo socio d'affari. Una vicenda ancora tutta da chiarire e per
la quale non ci sono nuovi indagati.
Il nome è quello di Luigi Girola, 69 anni da Appiano Gentile
(Como). Girola, secondo le indicazioni degli investigatori, è
l'uomo che riciclava i soldi sporchi della camorra e delle
cosche calabresi. È il denaro della droga e dei furti d'auto
che viene reinvestito nelle attività edili e immobiliari.
È Girola, scrive il pm, che investe 150mila euro di provenienza
illecita per «acquistare un immobile nel comune di Garlasco»
e «costruire due villette bi-familiari». O ancora, ad
acquistare alcuni immobili nel comune di Magenta per 750mila
euro. È lui il rappresentante legale delle società «Arco
srl» e «Gila srl», attraverso cui passano i milioni della
criminalità organizzata.
E, stando al nuovo filone d'inchiesta che si sta aprendo proprio
in questi giorni e che dovrebbe essere assegnato al pubblico
ministero Frank Di Maio (lo stesso magistrato che ha ottenuto
la condanna in primo grado di Corona a 3 anni e otto mesi nel
cosiddetto processo Vallettopoli), Girola avrebbe fatto affari
anche con l'ex fotografo dei vip.
Come? Attraverso una partecipazione di minoranza in una delle
società di Corona, attraverso cui l'ex paparazzo (che di
quella società detiene quasi la totalità delle quote)
commercializza una linea di abbigliamento.
L'indagine è solo agli inizi, ma gli investigatori sembrano già
intenzionati a verificare quale sia
stato il
genere di investimento fatto da un uomo di fiducia e da un
prestanome delle organizzazioni criminali. Se, cioè, anche in
questo caso sia stato sfruttato un canale legale - quello
dell'attività commerciale di Fabrizio Corona, che del tutto
lecitamente mette in
vendita il
proprio prodotto - utilizzandolo in realtà per «lavare» il
denaro sporco.
Per ora, comunque, è solo una traccia. E Corona, nonostante la
recente condanna, un fascicolo aperto dal tribunale
fallimentare e dalla procura per il crac della sua vecchia
agenzia, e le tante tegole giudiziarie che vanno dal ritiro
della patente allo smercio di banconote false, può dormire
sonni tranquilli. Fino al prossimo guaio.
[05-01-2010]
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LA MAFIA VA
ALL'ASTA...
Se i beni confiscati alla mafia verranno messi all'asta, la
Regione Toscana
parteciperà all'acquisto dell'azienda agricola di Suvignano,
nel comune di Monteroni d'Arbia, nel Senese. Si tratta di uno
dei 23 beni toscani passati allo Stato. Tra questi un famoso
albergo a Montecatini e un podere a Massa Cozzile, in
provincia di Pistoia, appartenuto al clan Nuvoletta.
"Da
quando negli anni Settanta si cominciò a mandare i mafiosi in
confino in Toscana, la nostra è diventata una regione molto
importante per il riciclaggio di denaro", spiega Federico
Gelli, vicepresidente della giunta regionale. Che ha convocato
a Firenze un convegno sulla legalità con Pier Luigi Vigna,
don Luigi Ciotti e Walter Veltroni per lanciare la proposta di
un'agenzia nazionale per la collocazione dei beni confiscati.
(M.La.)
04.1.09 |
REGALINI
E RICATTINI DI NATALE (TU FAI UN FAVORE A ME, IO FACCIO
UN PIACERE A TE) - MA GUARDA ‘STO DESTINO, CINICO E
BARO! LO SCORSO 11 DICEMBRE, ZITTI ZITTI, HANNO TOLTO IL
CARCERE DURO A GIUSEPPE GRAVIANO, IL BOSS CHE RIFIUTÒ
DI TESTIMONIARE AL PROCESSO DELL’UTRI SULLA VERIDICITÀ
DELLE DICHIARAZIONI DI SPATUZZA SU BERLUSCONI -
"REGALO SCANDALOSO PER IL MAFIOSO CI HA ROVINATO LA
VITA AMMAZZANDO I NOSTRI FIGLI” -
La
Repubblica.it
E'
stato tolto il regime di carcere duro 41 bis al boss
mafioso Giuseppe Graviano, attualmente detenuto nel
carcere milanese di Opera. La misura era stata richiesta
dal legale di Graviano. "I magistrati - dice
l'avvocato Gaetamo Giacobbe - hanno applicato la norma
che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro.
Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41
bis, si è arrivati al tetto di tre anni previsto dalla
legge". Graviano sarebbe passato al regime di vita
comune il 16 dicembre.
Lo
scorso 11 dicembre, davanti ai giudici della Corte
d'appello di Palermo che stanno giudicando il senatore
Marcello Dell'Utri, Giuseppe Graviano - sentito insieme
al fratello Filippo - aveva lamentato uno stato di
salute precario, a suo dire provocato dai rigori del 41
bis. A causa dei problemi di salute non aveva risposto
alle domande dell'accusa sulla veridicità delle
dichiarazioni rese dal pentito Gaspare Spatuzza, che
aveva parlato di rapporti tra il senatore e i due
fratelli Graviano.
L'ergastolano
aveva spiegato che la sua decisione di avvalersi della
facoltà di non rispondere poteva essere rivista se le
sue condizioni di salute fossero migliorate, lasciando
intendere che questo sarebbe dipeso dal miglioramento
del suo regime carcerario. Filippo Graviano aveva invece
smentito la ricostruzione fatta da Spatuzza.
Spatuzza
Durissima
la reazione dell'associazione tra i familiari delle
vittime della strage di via dei Georgofili. "E'
scandaloso - si legge in una lettera inviata al ministro
della Giustizia, Alfano - che in questo clima di
buonismo a buon mercato a Graviano Giuseppe sia stato
fatto un regalo di natale che gli ammorbidisce il 41
bis. Butti via le chiavi per il mafioso che ci ha
rovinato la vita ammazzando i nostri figli e rendendone
di invalidi alla mercé di organismi di stato tutt'altro
che buoni, o chieda a Graviano Giuseppe di dirci,
collaborando con la giustizia, la verità sulla morte
dei nostri figli, quella che spavaldamente ha sempre
negato in tribunale ricattando i governi".
[01-01-2010]
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Perché
il boss della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino, è
sepolto nella basilica opus dei di Sant'Apollinare di Roma? Se
lo chiede la procura che ha attivato un'indagine nell'ambito
dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi - In
passato, il Vaticano non ha mai risposto agli inquirenti - Nel
2005 inoltre il Vicariato di Roma non autorizzò la
riesumazione del cadavere di De Pedis…
Dal Messaggero
Interrogatori.
Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sta procedendo ad
una serie di interrogatori. A rispondere alle domande di
Capaldo sono già stati Carla Di Giovanni, vedova De Pedis,
don Pedro Huidobro rettore della basilica e monsignor Pietro
Vergari, ex rettore di Sant'Apollinare.
Le
indagini. Tempo
fa un uomo
telefonò alla trasmissione
Chi l'ha visto
? invitando ad andare a vedere nella tomba di De Pedis per
fare chiarezza sulla sparizione di Emanuela, alludendo che in
quella tomba ci fosse proprio il cadavere della ragazza.
L'uomo riconosciuto da Sabrina Minardi (ex di De Pedis e
supertestimone) fu identificato dalla procura.
La
posizione del Vaticano. In passato, alla richiesta di notizie
sui motivi della sepoltura di Renatino a Sant'Apollinare, il
Vaticano non ha mai risposto agli inquirenti. Nel 2005 inoltre
il Vicariato di Roma non autorizzò la riesumazione del
cadavere di De Pedis.
A
parlare del «mistero» della sepoltura fu la stessa Minardi
agli inquirenti: secondo la donna, la sepoltura nella basilica
scaturì dalle offerte, di svariati miliardi a quanto pare,
fatte dalla moglie di De Pedis. La donazione fatta dalla
famiglia di Renatino al Rettorato fu di cinquecento milioni
delle vecchie lire.
La
sepoltura, aveva tuttavia suscitato perplessità in ambienti
non solo cattolici, che era stata decisa dal cardinale vicario
Ugo Poletti, e sollecitata dall'ex rettore della Basilica
Piero Vergari.
I dubbi
riguardavano proprio il curriculum criminale di Renatino ma,
nonostante ciò, a De Pedis fu assicurato l'estremo riposo in
un luogo sacro, privilegio riservato in passato alle alte
sfere del clero e alle famiglie patrizie romane.
Lo
stesso Pietro Vergari ha affermato più volte che di De Pedis
non sapeva nulla del suo passato criminale e che aveva più
volte fatto donazioni alla Chiesa. «Enrico De Pedis - ha
spiegato Vergari in più di una occasione anche sul suo sito -
veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo
visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore,
sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso.
Mai ho
veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne
la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per
poter andare liberamente all'estero. Mi ha aiutato molto per
preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi
dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne
restai meravigliato e dispiacente».
«Qualche
tempo dopo la sua morte - ha spiegato Vergari - i familiari mi
chiesero, per ritrovare un pò di serenità, poichè
la stampa
aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il
desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche
camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei
sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo
desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e
civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto.
Anche in
questa circostanza doveva essere valido come sempre, il
solenne principio dei Romani »Parce sepulto«: perdona se c'è
da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d'accordo con
i familiari che la visita alla cappella funeraria era
riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato
scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto
rettore, fino al 1991».
L'inchiesta
sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana scomparsa il
22 giugno del
1983 in
circostanze ancora misteriose procede dopo le dichiarazioni di
Sabrina Minardi, l'ex compagna di De Pedis, secondo la quale
la banda della Magliana ha avuto un ruolo determinante nel
rapimento.
Recentemente
sono stati identificati i due "telefonisti", coloro
che, poco dopo la scomparsa della ragazza, chiamarono più
volte casa Orlandi per dare informazioni. Inoltre,
secondo il
pentito della banda della Magliana, Antonio Mancino, il
rapimento era da ricollegarsi a problemi finanziari tra
l'organizzazione criminale romana e il Vaticano. La Minardi ha
accusato De Pedis del rapimento e dell'omicidio su ordine del
cardinale Paul Marcinkus.
[26-12-2009]
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Giovanni
Paparcuri, l'autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici
che nel 1985 Falcone volle accanto a sé per informatizzare il primo
maxiprocesso alle cosche, va in pensione, fra tante amarezze:
"Ho creato una grande banca dati dell'antimafia ma al ministero
della Giustizia non sembra interessare, si preferisce piuttosto
rivolgersi a ditte esterne pagando profumate parcelle. E io vado in
pensione con la qualifica di commesso"….
Salvo Palazzolo per La
Repubblica.it
Diciassette anni dopo, i misteri che
avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi
computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della
Giustizia, all´indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone
davvero particolare racconta a Repubblica che prima di lasciare
Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie
dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk.
Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell´ufficio
di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che
ce ne fossero altri.
Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola
scheda Ram, un´estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il
minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l´esplosione di
Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e
la ram-card c´era il diario segreto di Falcone, di cui hanno
parlato alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui
il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo
per certo che qualcuno trafugò delle prove dall´ufficio di Falcone
al ministero della Giustizia.
falcone appunti
Ha il volto stanco l´uomo che parla
per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer.
È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l´autista sopravvissuto alla
strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero
accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho
resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per anni sono
rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei
milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra.
Successivamente, ho creato una banca
dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora
ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra
che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia,
che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per
gestire la banca dati dell´antimafia». Paparcuri è amareggiato:
«Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di
commesso».
Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini
per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare.
Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti
collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare
importantissimo per l´avvio dell´inchiesta, quando i consulenti
dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file
di Falcone.
Nella stanza di Paparcuri c´è aria
di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano
ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la
banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l´amministrazione
della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento
per quello che ho subito nel 1983».
Adesso, Paparcuri sta dando le ultime
consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si
fermi neanche un istante. Ma sarà un´altra cosa senza il suo
ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di
Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il
magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa -
racconta - sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della
dottoressa Morvillo.
Diceva: "Giovanni amore mio, sei
la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così
come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato:
Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il
giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di
elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il
databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi
computer - spiega Paparcuri - però so per certo che su quei cento
dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c´era
l´archivio di Giovanni Falcone».
[22-12-2009]
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NGROIA:
MAFIA NON E' IN GINOCCHIO MA CAPACE DI RIORGANIZZARSI...
(Adnkronos)
- "Nonostante gli importanti colpi subiti, Cosa nostra non e'
in ginocchio, non e' moribonda e non attende il colpo di
grazia". A dirlo e' Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di
Palermo, che aggiunge: "Abbiamo neutralizzato capimafia,
arrestato importanti latitanti, colpito il sistema delle estorsioni,
ma la mafia e' capace di riorganizzarsi, come dimostra la
recrudescenza del fenomeno del pizzo in diverse zone della citta'. A
questo - ha concluso - va aggiunto - che la collaborazione dei
commercianti vittime e' insufficiente rispetto ai dati del fenomeno
e alla sua estensione".
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LA CONFERMA DEL
PENTITO
: "
LA ORLANDI FU RAPITA
DALLA BANDA DELLA MAGLIANA"...
Dal "Corriere
della Sera" -
È stato Enrico «Renatino» De Pedis a occuparsi
personalmente del rapimento di Emanuela Orlandi, un sequestro
che avvenne «nel quadro di problemi finanziari con il
Vaticano». Lo ha sostenuto Antonio Mancini, detto «Accattone»,
uno dei pentiti della banda della Magliana nell'interrogatorio
di ieri davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al
capo della Mobile, Vittorio Rizzi.
Mancini
ha spiegato di averlo appreso dai vertici della Magliana. Per
il sequestro, De Pedis (ucciso nel '90) si sarebbe servito di
altri appartenenti al suo gruppo, quello dei Testaccini. Fra
loro, secondo Mancini, Libero Angelico («Rufetto») e Angelo
Cassani («Ciletto»).
Il
pentito ha poi confermato il nome dell'autista di «Renatino»
(Sergio) e quelli dei telefonisti del sequestro, avvenuto il
22 giugno '83: Mario, che chiamò lo zio di Emanuela sei
giorni dopo la scomparsa della quindicenne, e l'anonimo che
contattò
Chi l'ha visto
invitando ad indagare su chi fosse seppellito nella basilica
di Sant'Apollinare (De Pedis). I due telefonisti saranno
interrogati nei prossimi giorni.
17 - SCAJOLA: «FIAT
DEVE FARE PIÙ AUTO IN ITALIA»...
Da "La Stampa"
-
Il governo vuole che la Fiat produca più auto in Italia e
considera bassa la cifra di 900.000 vetture, ipotizzata nei
giorni scorsi. Dice il ministro dello Sviluppo Economico,
Claudio Scajola: «Fiat presenterà il 21 dicembre il piano
industriale. Chiediamo un aumento sensibile della produzione
nel nostro Paese».
18 - EVASORI IN
FRANCIA, PER LE MONDE LA LISTA È ESPLOSIVA...
R.E.S. per
"La Stampa" -
La lista di evasori fiscali piratata da un ex informatico
della filiale ginevrina della Hsbc di cui è venuto in
possesso il fisco francese riguarderebbe «varie migliaia di
contribuenti», dicono fonti vicine al ministro del bilancio
Eric Woerth.
«Nell'elenco
trasmesso alla giustizia che l'ha poi fatto pervenire al fiscò
ci sono numerosi contribuenti», ma è solo una parte
dell'elenco di 3.000 nomi di francesi sospettati di evasione
fiscale, dalla scorsa estate nel mirino del fisco. Al
ministero si sottolinea anche che la lista piratata a Ginevra
è stata trasmessa al fisco dalla giustizia e perciò i «
dati possono essere utilizzati in quanto non si tratta di dati
rubati».
La
lista piratata, scrive il quotidiano Le Monde «è
potenzialmente esplosiva» in quanto vi figurano «nomi
conosciuti». Per il giornale l'intera lista che il ministro
Woerth aveva brandito ad agosto per cercare di convincere gli
evasori francesi a regolarizzare la loro situazione
corrisponde all'elenco fornito dall'ex informatico della Hsbc.
Questi,
che vivrebbe ora sotto un'altra identità e sotto protezione,
avrebbe agito con la complicità di una franco-libanese per
piratare banche dati di varie banche in Svizzera. Le Parisien
aveva rivelato l'esistenza della lista piratata affermando che
il fisco l'aveva comprata dall'informatico, un italo-francese
di 38 anni. Woerth ha assicurato però che il fisco non ha
pagato le informazioni.
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IL
CODICE GRAVIANO è GRAVIDO DI ENIGMI SICULI –
LA PROCURA CERCA DI
FAR PARLARE LE “FONTI” DI SPATUZZA: I FRATELLI FILIPPO E
GIUSEPPE MUTI RESTANO, MA LANCIANO STRANI MESSAGGI DA
DECIFRARE: “SONO CONTENTO CHE SPATUZZA HA TROVATO QUELLA
PACE INTERIORE… BISOGNA TROVARE I VERI COLPEVOLI. SI PARLA
SEMPRE DI COLLETTI BIANCHI, GRIGI…” – E INTANTO FILIPPO
PRENDE 30 E LODE A ECONOMIA…
Giovanni Bianconi
per
"il Corriere della Sera"
I
magistrati di Firenze sono tornati a sentirli anche la scorsa
settimana, sottoponendo i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano
a nuovi confronti con un altro testimone dell'inchiesta
riaperta sulle stragi mafiose del 1993. Perché dopo le
dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il pentito che la
Procura toscana
ritiene attendibile al punto da aver chiesto per lui il
programma definitivo di protezione, il seguito dell'indagine
passa soprattutto da loro, i due boss - oggi ergastolani - del
quartiere palermitano Brancaccio che davano ordini al
collaboratore di giustizia e non lo hanno rinnegato nemmeno
dopo la sua collaborazione con lo Stato.
Sono
i Graviano, arrestati a Milano a fine gennaio del 1994, la «fonte»
delle rivelazioni di Spatuzza sui referenti politici di Cosa
Nostra nella sua stagione terroristica. Per questo i giudici
del processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri (ormai
vicini alla sentenza, dopo la condanna di primo grado a 9 anni
di carcere per concorso in associazione mafiosa) li hanno
convocati per domani.
Dovranno
confermare o smentire le dichiarazioni del pentito, ma
qualunque loro risposta sarà poi valutata e decodificata
trattandosi di «uomini d'onore» tuttora in servizio, come
hanno stabilito le sentenze definitive e i comportamenti in
carcere. Almeno fino all'estate scorsa, quando
prima Filippo
e poi Giuseppe sono stati interrogati e hanno dato risposte
che i magistrati stanno ancora cercando di interpretare.
Sulle
specifiche circostanze riferite da Spatuzza di cui si parla
nel processo Dell'Utri (l'incontro con Giuseppe Graviano in
cui il boss gli avrebbe fatto i nomi di Berlusconi e del
senatore, e quello con Filippo nel quale si discusse
l'eventualità di collaborare coi magistrati) hanno negato o
taciuto.
Come
è normale per dei mafiosi che non hanno mai ammesso la loro
appartenenza all'organizzazione e rivendicano la propria
innocenza per i delitti di cui sono stati dichiarati
colpevoli, dalle stragi del '
93 in
giù. Ma al di là dei singoli episodi, entrambi i fratelli
hanno pronunciato frasi dietro le quali è legittimo chiedersi
se si nascondono messaggi da decifrare.
Giuseppe
Graviano, quello che secondo Spatuzza trattava direttamente
con Dell'Utri e Berlusconi, ha spiegato ai pubblici ministeri
di Firenze che «dobbiamo vedere cosa c'è dietro a quello che
sta dicendo Spatuzza». Ha lamentato il «regime disumano e
razziale, peggio di Guantanamo» che sta subendo con il «carcere
duro» previsto dall'articolo 41 bis, e se l'è presa coi
magistrati: «Trovate i veri colpevoli.
Si
parla sempre colletti bianchi, colletti grigi e... sono sempre
innocenti i poveri disgraziati». Ma appena gli hanno chiesto
se avesse qualcosa da dire sui «colletti bianchi» s'è
ritratto, facendo però intravedere altri scenari: «Io non lo
so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di
dirlo, che lo sa benissimo».
Anche
Filippo Graviano - il maggiore dei due, 48 anni contro i 46 di
Giuseppe - si proclama innocente: «Le mie colpe non sono
quelle per cui sono stato condannato, in particolare in questo
processo (cioè per le stragi, ndr )». Si definisce un «danno
collaterale» delle inchieste e mostra di non vedere un futuro
per sé: «Io non ho prospettive.
Per
me la cosa più bella sarebbe addormentarmi una sera e non
svegliarmi
la mattina. Sarei
in pace con me stesso e con tutti». Nel frattempo, però,
studia Economia e sostiene esami in teleconferenza coi
professori dell'università La Sapienza di Roma. Al confronto
con Spatuzza s'è presentato esibendo i certificati di 10
prove (quasi tutti trenta, un paio di lodi) e un biglietto di
complimenti fattogli recapitare dal docente di Statistica.
Sui
fatti raccontati dal pentito smentisce, ma precisa: «Io non
ho nulla contro le tue scelte»; e quando il pentito rivendica
che «nessuno mi può dire infame, perché non sto infamando
nessuno», Filippo Graviano annuisce: «Ma assolutamente...
Sono contento che tu hai ritrovato quella pace interiore...».
Quanto al suo passato di mafioso tace: «Di certi argomenti
non parlo».
E
se ammette una colpa, è quella di aver cercato di accumulare
soldi, perché gli piaceva spenderne: «Io cercavo denaro.
Oggi magari non mi interessa più, però allora era qualcosa
più forte di me». Il magistrato cerca di sapere come faceva
a guadagnare e Graviano sr risponde, col suo italiano
malfermo: «Se io trovavo un'area edificabile, un qualcosa da
fare anche al nord, io l'avrei fatto. Se trovavo un'attività
imprenditoriale l'avrei fatto... Ma non ne parlo perché è
inutile». Poi, tornando alle accuse più gravi: «Io vi
ribadisco, di stragi non ne so, di omicidi non ne so. E mi
dispiace non poter chiarire».
Domani
lui e suo fratello avranno un'altra occasione. Per chiarire o
ingarbugliare i fili, parlare o tacere, smentire, confermare o
lanciare messaggi. E fare in modo che sulle proprie frasi
tornino a fiorire le più diverse interpretazioni.
[10-12-2009]
ANCHE LO NIGRO
SMENTISCE SPATUZZA
(Agi) - Dopo Filippo Graviano, anche Cosimo
Lo Nigro, esponente del clan mafioso di Brancaccio, ha
smentito le dichiarazioni del collaborante Gaspare Spatuzza al
processo d'Appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.
Collegato in video conferenza, Lo Nigro era stato citato per
deporre su un incontro tra Spatuzza e il boss Giuseppe
Graviano, al quale
secondo il
opentito sarebbe stato presente nel gennaio del
1994 a
Campofelice di Roccella, un centro collinare in provincia di
Palermo.
In
quell'occasione, secondo Spatuzza, Graviano avrebbe impartito
istruzioni su un attentato da commettere a Roma, allo stadio
Olimpico, contro i carabinieri. Un progetto che poi non fu
realizzato. Ma Lo Nigro ha detto di non aver mai conosciouto i
Graviano prima del suo arresto, avvenuto nel '95, e di non
essere mai stato a Campofelice di Roccella in vita sua.
"Ho
conosciuto solo in carcere i Graviano. Sono 14 anni che sono
in carcere, pero' puo' anche essere che questi signori
venivano ad acquistare il pesce nel mio negozio in via
Bergamo, perche' io ero pescivendolo. Ma ho avuto il piacere
di conoscerli solo in carcere", ha affermato Lo Nigro
rispondendo alle domande del procuratore generale Antonino
Gatto.
Alla
domanda se fosse mai stato a Campofelice di Roccella, Lo Nigro
ha risposto "Non sono mai stato a Campofelice e non lo
conosco". A questo punto il procuratore generale ha
ritenuto inutile proseguire nell'interrogatorio e Lo Nigro e'
stato congedato poiche' neanche i difensori hanno voluto
porgli domande.
4 - FILIPPO
GRAVIANO: NESSUN RAPPORTO CON DELL'UTRI...
(Agi) - "Non conosco il senatore dell'Utri e non ho mai
avuti rapporti con lui". Cosi' il boss Filippo Graviano
ha risposto a due precise domande del presidente della corte
d'appello di Palermo, Claudio Dell'Acqua, a conclusione del
suo interrogatorio nel processo a carico del senatore del Pdl
Marcello Dell'Utri.
5 - FILIPPO
GRAVIANO SMENTISCE SPATUZZA...
(Agi) - Il boss Filippo Graviano, collegato in videoconferenza
con la Corte d'Appello di Palermo nel processo Dell'Utri ha
smentito alcune dichiarazioni del collaborante Gaspare
Spatuzza. In particolare Graviano ha negato di aver mai detto
a Spatuzza nel 2004 la frase "Se non arriva qualcosa da
dove deve arrivare sarebbe bene anche per noi parlare con i
magistrati".
Secondo
quanto riferito da Spatuzza, Graviano gli avrebbe detto quelle
parole quando, nel 2004 Spatuzza lo informo' di avere avuto un
colloquio con il procuratore nazionale Antimafia, Pierluigi
Vigna. "Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non
potevo dirle", ha affermato Graviano, e ha aggiunto
"Sono passati 5 anni, se avessi dovuto consumare una
vendetta l'avrei fatta visto che non vivo in un hotel non
avrei perso tempo. Questo discorso non c'e' stato".
6 - F.GRAVIANO,
MAI DETTO A SPATUZZA
CHE MI ASPETTAVO AIUTI
(Agi) - "Io non ho mai detto queste cose a Spatuzza, non
potevo dirle". Davanti ai giudici del processo d'appello
al senatore Marcello Dell'Utri, Filippo Graviano smentisce di
aver detto a Gaspare Spatuzza di aspettarsi degli
"aiuti", come presupposto per l'inzio di una
collaborazione. "Ho tentato di spiegarlo ai magistrati
che mi hanno interrogato in precedenza", aggiunge, del
resto "quando fui arrestato nel '94 avevo pochi mesi da
scontare, non avevo problemi e nessuno doveva promettermi
niente".
7 - DELL'UTRI:
LA BAGICALUPO NON E'
SQUADRA DI MAFIOSI, CI GIOCAVA PURE GRASSO...
(Adnkronos) - La squadra di calcio palermitana della
Bagicalupo, che giocava negli anni '
70 in
un campionato minore, "non era una squadra di mafiosi. Ci
giocava anche il procuratore Grasso". Lo ha detto il
senatore Marcello Dell'Utri parlando con i giornalisti. Dell'Utri
ha detto di avere conosciuto Vittorio Mangano, stalliere di
Arcore, condannato per mafia proprio alla Bagicalupo.
GRAVIANO ORDINAVA
OMICIDI DAL TRIBUNALE"
Francesco La Licata per "La
Stampa"
Il
giorno della grande rappresentazione. Attori protagonisti
saranno i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, chiamati «a
dire qualcosa» a proposito delle rivelazioni del pentito
Gaspare Spatuzza, il mafioso che ha tanto ucciso per conto
loro e oggi li chiama in causa addirittura come interlocutori
di Berlusconi e Dell'Utri, nell'ambito della «trattativa»
ordita da Cosa nostra sull'onda della stagione stragista del
‘93.
Palcoscenico
della rappresentazione sarà oggi l'aula della corte d'Appello
dove si celebra il processo di secondo grado nei confronti di
Marcello Dell'Utri, condannato in prima istanza a nove anni.
Sarà una bella battaglia, quella dei Graviano, sospesi tra
l'impossibilità di funzionare da riscontro a Spatuzza - cosa
che equivarrebbe a una pubblica ammissione, dunque al
pentimento - e l'interesse a non demolire la figura del
collaboratore indirettamente utilizzato come strumento di
pressione nei confronti della politica, che secondo i Graviano
- ma anche secondo Matteo Messina Denaro e tutti i capi - è
«inadempiente» verso le aspettative d'alleggerimento delle
condanne nutrite da Cosa nostra.
Non
deve risultare cosa difficile ai fratelli stragisti
l'utilizzazione mediatica dell'aula di giustizia. Sono
abituati a dialogare a distanza, addirittura a lanciare ordini
e messaggi di sangue nel corso delle udienze. È lo stesso
Spatuzza che l'ha spiegato nei verbali sottoscritti alla
procura di Palermo quando affrontò il capitolo della guerra
di mafia, e dell'incredibile mattanza portata avanti
sistematicamente «per espressa volontà» dei suoi capi e in
particolare di Giuseppe Graviano, il boss indicato come
onnipotente e sanguinario.
Dice,
dunque, Spatuzza di aver ricevuto «contratti» per uccidere
anche quando si trovava in latitanza e i capi del mandamento
erano in carcere. Come ricevevate l'ordine, chiedono i
pubblici ministeri. «Quotidianamente - è la risposta -
quotidianamente perchè loro avevano i processi, quindi
tramite le aule di giustizia mandavano i messaggi. Il nostro
canale era Giuseppe Battaglia». In sostanza accadeva che
questo Battaglia, in combutta col figlio Fedele,
successivamente divenuto collaboratore, non si perdeva una
sola udienza e «quotidianamente» andava a scambiare con
Giuseppe Graviano gesti e occhiate poi trasferite a Spatuzza,
capo del gruppo di fuoco. Così «quotidianamente» si
organizzava l'immonda strage che abbiamo conosciuto.
È
lunghissima la lista, Spatuzza ha ammesso in corte d'Appello
di aver assassinato più di quaranta persone e preso parte «a
sei o sette stragi». Spatuzza uccideva anche per banalità,
come accadde per un giovane che «aveva espresso contentezza,
pensieri di felicità per l'arresto dei Graviano». E l'altro
ragazzo, Matteo Sole? Fu sequestrato solo perchè imparentato
coi mafiosi Grado, ritenuti responsabili di un accenno di
vendetta della cosiddetta mafia dei perdenti. Volevano fargli
dire dove si nascondevano i suoi familiari, ma il ragazzo non
sapeva nulla perchè era fuori dei giochi.
Era
tanto «innocente» che «rideva perchè gli sembrava di
trovarsi davanti a uno scherzo». Bassa macelleria anche per
un tunisino che «telefonava alla moglie» di un mafioso. Fu
evirato e «gli è stato messo questo coso in bocca», secondo
la peggiore morale sessuale mafiosa. Quando fu preso era con
«un altro tunisino» che «purtroppo abbiamo dovuto
strangolare e gettare in strada».
[11-12-2009]
|
DOPO CAPACI E
VIA D'AMELIO, SCOPPIA UN'ALTRA BOMBA (IN LIBRERIA): "IL CASO
GENCHI" - PER LA PRIMA VOLTA I CONTENUTI DEL DISCUSSO ARCHIVIO,
FINO A POCO TEMPO FA COPERTO DAL SEGRETO INVESTIGATIVO, VENGONO RESI
PUBBLICI ED È SUBITO CAOS - CHI INTERCETTÒ BORSELLINO PER SAPERE
IL SUO ARRIVO NON ATTESO IN VIA D’AMELIO? -
1 - IN
UN LIBRO I GIALLI DELL'ARCHIVIO GENCHI
Cristina Marrone per
"il Corriere della Sera"
È il 24 gennaio scorso quando Silvio Berlusconi annuncia
in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della
storia della Repubblica: c'è un signore che ha spiato
trecentocinquantamila persone». Il signore in questione si chiama
Gioacchino Genchi, da 17 consulente di varie procure, tribunali e
corti d'assise in tutta Italia. Ma cosa contiene davvero il
cosiddetto «archivio Genchi»?
Va detto che, anche se molto materiale è inedito,
proviene comunque da fonti non ufficiali e che lo stesso consulente
è finito sotto inchiesta per «violazione della privacy», «abuso
d'ufficio» e «costituzione illecita di archivio». Per la prima
volta i contenuti del discusso archivio, fino a poco tempo fa
coperto dal segreto investigativo, vengono resi pubblici in un libro
«Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato» (Aliberti
editore con prefazione di Marco Travaglio) scritto dal giornalista
Edoardo Montolli e basato sulle memorie difensive del consulente.
Nel libro si descrive Catanzaro come una realtà torbida: magistrati
a contatto con boss della 'ndrangheta, procuratori a pranzo con
inquisiti, avvocati e giudici che si sentono prima e dopo le
decisioni favorevoli agli imputati.
Secondo Genchi e Montolli, quaranta giorni prima di far
archiviare la posizione di un suo indagato, indicatogli dalla
Procura Nazionale Antimafia come riciclatore di denaro sporco in
Lussemburgo, l'ex procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi ci
sarebbe andato a pranzo insieme: si trattava del re dei supermercati
Despar, Tonino Gatto e con loro ci sarebbe stato anche Antonio
Saladino, leader della Compagnia delle opere in Calabria, principale
indagato di «Why not».
Con Saladino, stando sempre a quanto raccontato nel
libro, la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, intratteneva pure
rapporti di collaborazione almeno dal 2006. «Genchi aveva scoperto
tutto rianalizzando le intercettazioni dei carabinieri ritenute 'non
di interesse operativo'» spiega Edoardo Montolli. E sarebbero stati
diversi, scrive il giornalista, i magistrati di Catanzaro a dover
dare spiegazioni a un giudice se i tabulati raccolti da Genchi in
realtà non fossero stati dichiarati inutilizzabili.
A proclamarli nulli fu infatti il sostituto procuratore
generale Alfredo Garbati che prese in carico «Why not». Dai
tabulati, sostiene sempre Genchi, risultavano moltissimi contatti di
Garbati con uno dei principali indagati, l'assessore calabrese
Nicola Adamo. Montolli tira in ballo anche Giancarlo Elia Valori e
sostiene la tesi che fosse in contatto con protagonisti delle
scalate bancarie a Bnl e Antonveneta.
Nel periodo delle indagini, secondo la versione di Genchi,
avrebbe intrattenuto contatti con tre generali delle fiamme gialle e
con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, che proprio quelle
indagini conduceva. Genchi ricorda poi quella notte del maggio 1993,
quando decise di lasciare le indagini sui delitti Falcone e
Borsellino perché la polizia voleva arrestare subito il presunto
telefonista di via D'Amelio, Pietro Scotto (ostacolando di fatto la
possibilità di rintracciare i mandanti): «L'ex capo della Mobile
di Palermo Arnaldo La Barbera scoppiò a piangere. Mi disse che lui
sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione
per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere alle parole
che mi stava dicendo».
2 -
DAL LIBRO "IL CASO GENCHI", Aliberti editore
Da "Il Fatto
Quotidiano"
VIA
D'AMELIO: LA PISTA SCOTTO
Ciò che gli era da subito sembrato strano era
stato il
perfetto disegno dell'attentato, preparato nei minimi dettagli,
dall'intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica
della sorella di Borsellino, all'esplosivo di tipo bellico
utilizzato (...). E un'altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove
potessero aver azionato il telecomando dell'autobomba i mafiosi, in
un luogo chiuso come via D'Amelio. (...). C'era un solo punto da cui
la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino.
In cima c'era un castello, il castello Utveggio. E
dentro, un centro studi. (...). Nei pressi del castello c'erano
apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava
Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile
autore dell'intercettazione a casa Borsellino (...). E che da via
D'Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva
avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss
Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D'Amelio. Poi
(...) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi,
ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della
strage di via D'Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata
pochi giorni prima che l'indagine arrivasse lì, a dicembre '92
(...).
giuseppe
graviano
filippo
graviano
LE
RIVELAZIONI SU LA BARBERA
"Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino",
racconta Genchi, "decisero di arrestare Pietro Scotto, l'uomo
che avevo individuato come possibile telefonista per via D'Amelio.
Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era
intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché
faceva avanti e indietro da via D'Amelio a sotto il Monte
Pellegrino, su cui avevo focalizzato l'analisi dei tabulati. Ci fu
una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si
doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla
nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (...).
Litigammo
tutta
la sera
e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro
sul viaggio di Falcone, l'abbaglio su Maira, e ora l'arresto di
Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura
e Scarantino che rischiavano di far naufragare l'inchiesta. (...).
Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi
disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista
una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo
credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E
ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne
andai sbattendo la porta. L'indomani mattina abbandonai per sempre
il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi".
ROMANO,
IL MEDICO CHIAMATO
DA SCOTTO
I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino.
Il 17 e il 18 luglio 1992. "Se davvero le linee del telefono di
casa della sorella di Borsellino furono intercettate", dice
Genchi, "c'era da capire (...) se Borsellino avesse accennato
al telefono che avrebbe spostato l'appuntamento della visita della
madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (...) del
19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così
che si seppe dell'arrivo non previsto del giudice in via D'Amelio.
(...). L'autobomba non poteva essere portata in via D'Amelio troppo
tempo prima. Era stata rubata, c'era il rischio che fosse
controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di
avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull'arrivo esatto di
Borsellino".
Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a
casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in
cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due:
il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. "Rilevo
alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il
pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al
telefono di casa di un medico. Nell'ipotesi che si era fatta che il
telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato
intercettato, l'accertamento della natura di queste chiamate, da
parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto
importante. (...). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a
dichiarare Gaspare Mutolo".
Nicola
Mancino
Già dal 17 luglio 1992, nell'interrogatorio che gli fece
Borsellino nel palazzo della Dia, (...) Mutolo (...) aveva accusato
una schiera di notabili (...). L'operazione si era diretta contro i
capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in
particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio
(...), Giuseppe Guttadauro (...), che sarebbe
stato il
punto di snodo dell'inchiesta su mafia e sanità (...). Ma non fu
l'unico medico a essere trascinato a processo. (...) Un altro fu
assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una
prova di una condotta criminale. (...).
"Il professor Maurizio Romano", racconta Genchi, "fu
a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò
a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la
natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare.
(...)".
DUE
CHIAMATE MAI INDIVIDUATE
"Quello che già rilevai allora", racconta Genchi,
"sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo
luglio del 1992". Il pomeriggio del primo luglio è quello
dell'incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma.
Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli
avrebbe detto la famosa frase: "Sai Gaspare, devo smettere
perché mi ha telefonato il ministro... manco una mezz'oretta e
ritorno". E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di
aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio
quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui
aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30.
L'episodio di cui l'attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o
nulla.
"Il traffico telefonico di quella giornata di
Borsellino", dice Genchi, "l'avevo analizzato per intero
(...). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del
ministero dell'Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e
9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08,
cellulare intestato al ministero dell'Interno, direzione centrale
della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato
prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli
Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari.
Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che
gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si
vuole, capire se fosse vero, trovando l'effettivo usuario. Perché
è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è
difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (...) Così
come utile sarebbe individuare l'usuario del cellulare che chiamò
il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull'agenda, c'era
scritto dell'incontro con Mancino.
A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate
eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero
dell'Interno, che, all'epoca non venivano registrate nei tabulati
dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (...) potesse
aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate
provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre
all'identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità
dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni
contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state
recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini".
I
TABULATI DI CIANCIMINO
Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n'è occupato
recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando (...) tre telefonate
a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell'Interno, del
9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a
carico del padre (...). Un'altra telefonata, sempre a un numero
riservato del ministero dell'Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni
dopo la condanna in primo grado di don Vito (...). Come dire che i
suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (...)
Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che
partivano dalle primavere del '92 e del '93 (...) con numerose
utenze di interesse che, si dice convinto, (...) potrebbero ancora
fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di
cui il figlio dell'ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati
(...) C'è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo
che Agnese Borsellino è tornata a parlare (...) raccontando ciò
che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima
della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la
serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal
castello Utveggio. (...). "Ho delle rivelazioni cruciali da
fare su via D'Amelio", dice Genchi, "Se questa volta a
Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice".
[09-12-2009]
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CONTI DELLE
PAPI-GILRS - LA TOPOLONA SAVINO (INDAGATA) E L'APE REGINA BEGAN
COINVOLTE IN UN’INCHIESTA DI RICICLAGGIO A BARI - CONCEDEVANO
L'APERTURA DI CONTI CORRENTI FITTIZI A LABELLARTE (CHE AVEVA
CONOSCENZE AI VERTICI DI MAFIA E POLITICA LOCALE) – L’UOMO
FREQUENTAVA ANCHE TARANTINI…
Antonio Massari per "Il Fatto
Quotidiano"
Due donne molto vicine al premier
Silvio Berlusconi avevano acceso dei conti correnti bancari fittizi:
in realtà erano utilizzati da un esponente della mafia pugliese.
Nelle 1600 pagine dell'ordinanza, firmata dal gip Giulia Romanazzi,
che ieri ha portato all'arresto di 83 persone, la parlamentare Pdl
Elvira Savino risulta indagata per aver agevolato il riciclaggio.
Più defilata la posizione
dell'attrice di Fiction Sabina Beganovic, che non risulta indagata,
ma era intestataria, secondo l'accusa, di "uno dei sei conti
correnti nella filiale di Bari-Palese della banca Antonveneta".
L'inchiesta dell'Antimafia ha rivelato un sistema di riciclaggio
pari a 220 milioni di euro, risultato del traffico internazionale di
droga e investito in 35 società sparse in tutta Italia e ben 680
conti correnti.
Due conti correnti fittizi, intestati
alla Savino e alla Beganovic, erano utilizzati da Michele Labellarte,
imprenditore da poco scomparso, ritenuto dalla pm Elisabetta
Pugliese una sorta di cassiere di Savino Parisi, noto alle cronache
giudiziarie come "Savinuccio", boss dello storico clan
mafioso Parisi.
Secondo l'accusa, la Savino era
conoscenza dei precedenti penali, per reati di bancarotta, di
Labellarte: "Elvira Savino", scrivono gli inquirenti,
"nel momento in cui ha acconsentito all'intestazione fittizia
del conto corrente 10024G della banca Antonveneta, di fatto nella
disponibilità del Labellarte, ben conosceva i problemi giudiziari
nei quali era stato coinvolto quest'ultimo ed era perfettamente
consapevole, anche perché ribaditoglielo dallo stesso interessato,
che l'imprenditore non poteva esporsi direttamente nella conduzione
degli affari".
La parlamentare era quindi consapevole
e riceveva un "corrispettivo": "la concessione della
carta di credito American Express collegata alla promozione Alitalia
con addebito sul conto di Michele Labellarte", per esempio,
oppure "aiuti finanziari" per 3.500 euro, alcune
"ricariche telefoniche" e persino il pagamento del
biglietto aereo per il volo AirOne "Roma-Bari".
Intercettando Michele Labellarte ed
Elvira Savino, gli inquirenti sentono parlare di una Sabina, quando
i due discutono della chiusura di un conto corrente: "Ma
un'altra cosa, siccome io questa raccomandata ce l'ho qui per
Sabina", dice la Savino. "Tu l'hai presa per
Sabina?", chiede Labellarte. "No, perchè io ho solo la
cartolina che serve a ritirare la raccomandata", risponde la
Savino.
Michele Labellarte non era un
personaggio secondario della mala barese. Al contrario. Basti dare
un'occhiata alle intercettazioni ambientali tra il boss Savino
Parisi e ai capi di imputazione, nei quali si parla di "stabile
inserimento nell'organigramma del soldalizio Parisi-Stramaglia".
Il ruolo di Labellarte è finanziario:
"Nel corso della loro ancestrale e prestigiosa carriera
criminale, Savino Parisi e Angelo Stramaglia hanno accumulato un
patrimonio discretamente cospicuo; in parte reinvestito in proprietà
immobiliari; in parte costituito in denaro contante affidato a
Michele Labellarte. Scelta determinata anche dal suo incisivo
inserimento nel tessuto socio politico ed economico locale".
Inserimento che non riguarda soltanto
la Savino, ma anche un ex esponente del Csm, noto avvocato vicino al
centrosinistra , Gianni Di Cagno, indagato per impiego di denaro di
provenienza illecita, per aver coperto, in qualità di legale di
Labellarte, alcune sue operazioni. Esattamente come per l'avvocato
Onofrio Sisto, ex vicepresidente della Provincia (Pd), fratello del
parlamentare Pdl, nonché avvocato difensore del ministro Raffaele
Fitto, Francesco Paolo Sisto.
Labellarte stava puntando a un nuovo,
lucroso affare, che mirava alla costruzione di un villaggio
universitario per 3.500 studenti. Anche un imprenditore molto vicino
a Massimo d'Alema, Enrico Intini (non indagato), aveva tentato di
entrare in affari con Labellarte, con il quale "aveva condotto
trattative personalmente".
Ma chi è davvero Labellarte? Gli
indagati lo definiscono un "diavolo" e lo stesso Parisi
sembra temere per il proprio patrimonio affidato all'ex
imprenditore.
La guardia di Finanza intercetta una
conversazione tra il boss e l'imprenditore: "Perchè tu forse
non lo sai ma la vita tua è la vita nostra ... noi non possiamo
pensare un male per te ... noi vogliamo la vita lunga", gli
dice Parisi. Il motivo è semplice: "Labellarte", scrivono
gli inquirenti, "rappresenta per il clan una figura di vitale
importanza. (...) Stramaglia avrebbe consegnato a Labellarte circa
sei miliardi di vecchie lire (...)".
Ma non solo. Labellarte avrebbe dovuto
"restituire ‘ripuliti' tre milioni di euro a Parisi" e
contava di farlo anche attraverso "l'affare della sua
vita", ovvero "l'affare universitario". La sua
posizione è talmente rilevante che un giorno, il boss Parisi,
parlando con un "luogotenente", si chiede: "Ma se
succede qualcosa a lui a chi ci dobbiamo rivolgere ...". E' a
quest'uomo che la Savino e la Began concedevano l'apertura di conti
correnti fittizi. Un uomo che aveva conoscenze ai vertici della
mafia e della politica locale. E non disdegnava di frequentare
l'enfant prodige delle scalate sociali in salsa pugliese: Gianpi
Tarantini, amico della Savino, della Began, e dello stesso
Berlusconi.
[02-12-2009]
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FUOCO DI
PUGLIA! – TSUNAMI GIUDIZIARIO A BARI (ORMAI è PEGGIO DI NAPOLI):
83 ARRESTI E 220 MLN SEQUESTRATI - COINVOLTI DIRETTORI DI BANCA E
PROFESSIONISTI – INDAGATA LA TOPOLONA SAVINO (TRASFERIMENTO
FRAUDOLENTO DI VALORI), CHE SI DICE “SCONVOLTA” PER LE ACCUSE
– MA INTANTO ALFANO CHIAMA LA PROCURA E SI CONGRATULA…
1 - MAFIA, 83 ARRESTI E 220 MILIONI
SEQUESTRATI COINVOLTI DIRETTORI DI BANCA E PROFESSIONISTI...
Roberto Leone per "la
Repubblica"
Un tesoro da 220 milioni di euro.
Società che riciclavano capitali sporchi, e poi tanti nomi di
insospettabili: avvocati, bancari, amministratori pubblici. Quasi
cento persone coinvolte nella "piovra" fotografata
nell'ordinanza dei giudici baresi, notificata oggi anche a vecchie
conoscenze della criminalità pugliese come il boss di Japigia
Savinucco Parisi e il suo rivale di sempre Antonio Dicosola.
Un'operazione storica, dicono in procura, tanto che per illustrarne
i risultati, a fianco del procuratore capo di Bari Antonio Laudati,
è arrivato anche Piero Grasso, capo della Direzione nazionale
antimafia.
Emerge - affermano i magistrati - il
vero volto della mafia pugliese. Per la prima volta - viene fatto
rilevare - l'indagine "fotografa" il coinvolgimento di
persone della Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata.
A sostegno di questa ipotesi accusatoria vi sarebbero non solo
intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati video
ritenuti dagli inquirenti particolarmente significati. Nelle
indagini risulta convolti due avvocati e un notaio. Per loro la
procura ha chiesto e ottenuto misure interdittive dalla profesisone.
I due legali coinvolti sono tra i più
noti in città. Si tratta di Gianni Di Cagno, ex componente del Csm,
ex vicepresidente della Provincia e di Onofrio Sisto, anche lui ex
presidente della Provincia, attuale presidente del circolo del
tennis e fratello di Francesco Paolo, deputato del Pdl e difensore
del ministro Raffaele Fitto. I due professionisti sono accusati di
concorso in riciclaggio. Indagata anche Elvira Savino, deputata del
Pdl, per trasferimento fraudolento di valori.
Una dei capitoli più importanti è
quello del riciclaggio, attraverso società che facevano da
paravento. Come la 'Paradisebet limited' di Londra che - secondo
l'accusa - dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di
sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa
società nel sito web) in molti Stati, tra cui Cina, Australia,
Stati Uniti, fino ai Paesi dell'Europa dell'Est e in Italia.
Nel nostro Paese - secondo la procura
antimafia - la società, costituita da affiliati al clan Parisi,
raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra
tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket,
rugby e football americano. La Paradisebet era già stata al centro
di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una
imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver
costituito e preso parte a un'associazione per delinquere
finalizzata all'esercizio delle scommesse clandestine in Italia.
In totale i destinatari dei
provvedimenti restrittivi sono 83 persone (53 sono state poste in
carcere, 30 ai domiciliari): tra questi figura anche il capoclan
barese 'Savinucciò Parisi, assieme a suoi luogotenenti e gregari, e
il boss Antonio Di Cosola, egemone dell'omonimo clan contrapposto
agli Strisciuglio.
Parisi, tornato il libertà da qualche
tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto
da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della
mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei
primi anni Novanta era il market della droga.
2 - PROCURATORE BARI, INCHIESTA
CHIARISCE CAOS SCONTRO TRA CLAN...
(Adnkronos) - 'Questa indagine e' particolarmente
importante perche', al di la' di quella che e' la composizione dei
clan, dirige la sua attenzione sul caos dello scontro tra i clan nel
territorio pugliese. La causa di questo scontro e' la gestione di un
enorme flusso finanziario e di un enorme ricchezza accumulata negli
anni, prima attraverso il contrabbando di sigarette e poi attraverso
lo spaccio di stupefacenti'.
Lo ha detto il procuratore della
Direzione distrettuale antimafia di Bari, Antonio Laudati,
illustrando in conferenza stampa i risultati dell'operazione 'Domino',
condotta dalla Guardia di Finanza, che ha portato al sequestro di
beni per quasi 300 mln di euro tra i quali catene di supermercati,
aziende, ristoranti e scuderie di cavalli.
'Si tratta -ha aggiunto Laudati- di
una delle piu' importanti operazioni fatte non solo a livello
pugliese ma anche nazionale sotto il profilo del contrasto
patrimoniale al crimine organizzato'. E' stato monitorato e colpito
il potente clan Parisi e i rapporti con altre organizzazioni del
territorio.
"Questa indagine -ha sottolineato
il procuratore- ha consentito anche di effettuare operazioni
intermedie, come il sequestro di armi e come il sequestro di
sostanze stupefacenti, e di verificare la dimensione transnazionale
dell'organizzazione in altre piazze importanti di spaccio come a
Milano".
Secondo Laudati "si comincia a
vedere il vero volto della mafia pugliese che non e' piu' quello del
controllo del territorio, dei marciapiedi, delle faide,
dell'abigeato e della mafia agricola ma di una mafia moderna,
transnazionale e imprenditrice che gestisce grossi traffici".
Sono stati sequestrati infatti, quote
per 100mila sterline inglesi di una delle principali agenzie di
scommesse del Regno Unito.
Una mafia, dunque, moderna ma allo stesso tempo con aspetti
tradizionali. "Ci sono ricostruzioni filmati nelle indagini -ha
spiegato il procuratore di come funzionano i riti di iniziazione
della mafia pugliese, a sfondo religioso e con meccanismi arcaici.
Questa e' la sua forza come spesso ripeto -ha concluso Laudati-
coniugare cioe' tradizione e modernizzazione".
3 - ALFANO TELEFONA A PROCURATORE
BARI, PLAUSO A FORZE ORDINE...
(Asca) - In una lunga telefonata, il ministro della
Giustizia Angelino Alfano si e' congratulato con il procuratore
della Repubblica di Bari, Antonio Laudati, per l'imponente
operazione che ha portato al completo smantellamento di una cosca
pugliese disposta dalla Dda di Bari e portata a termine questa
mattina dagli uomini della Guardia di Finanza.
'I numerosi arresti di oggi e le
ingenti somme sequestrate - ha aggiunto il Guardasigilli -
rappresentano l'ennesima dimostrazione dell'efficacia delle norme
varate dal Governo in materia di lotta al crimine organizzato'.
'Il mio plauso - ha concluso Alfano -
va agli uomini delle forze dell'ordine e della magistratura
impegnati nella lotta alla mafia che ogni giorno applicano
concretamente le norme varate dal Governo, con l'obiettivo di
sradicare definitivamente la cultura mafiosa dal territorio dello
Stato'.
4 - SAVINO (PDL): SCONVOLTA PER ACCUSE
PRIVE DI FONDAMENTO...
(Velino) - "Sono
profondamente turbata e sconvolta per le accuse prive di fondamento
che mi sono state rivolte. Ho piena fiducia nella magistratura e
sono certo che tutto potra' chiarirsi in tempi rapidi. In questo
momento sono vicina a mio figlio che lotta in ospedale per una
terribile malattia e quindi non intendo partecipare alle
polemiche". Lo dichiara Elvira Savino, deputata del Pdl,
commentando l'accusa formulata oggi dalla procura di Bari.
[01-12-2009]
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SPATUZZA
SPUTAZZA - HA IMPIEGATO QUASI UN ANNO A FARE IL NOME DI SILVIO
COLLEGANDOLO ALLE STRAGI DI MAFIA DEL 1993, INSIEME A QUELLO DI
DELL’UTRI - AVEVANO GARANTITO A COSA NOSTRA DI ESAUDIRE TUTTE LE
RICHIESTE, DOPO UNA TRATTATIVA POLITICA – COSÌ È SALTATO
L’ATTENTATO ALLO STADIO OLIMPICO…
Giovanni Bianconi per "il
Corriere della Sera"
Ha impiegato quasi un anno, Gaspare
Spatuzza, a fare il nome di Silvio Berlusconi collegandolo alle
stragi di mafia del 1993, insieme a quello di Marcello Dell'Utri. Il
primo verbale sottoscritto davanti ai pubblici ministeri di Firenze
che hanno riaperto l'indagine su quegli attentati (agli Uffizi, le
bombe di Roma e di Milano, il fallito attentato allo stadio
Olimpico) il nuovo pentito proveniente dalla cosca palermitana di
Brancaccio l'ha firmato il 9 luglio 2008.
In quell'occasione l'ormai ex mafioso
spiegò che Giuseppe Graviano - il suo capo insieme al fratello
Filippo, entrambi ergastolani per le stragi del '93 e per l'omicidio
del parroco antimafia don Pino Puglisi - «ci parlò genericamente
di politica», senza mai precisare «quali fossero i suoi eventuali
contatti».
«LE RASSICURAZIONI»
Nei due interrogatori successivi Spatuzza accenna ancora all'accordo
con la politica e alle «rassicurazioni» ricevute dal suo capo, ma
senza tirare in ballo nessuno. Il 16 marzo 2009 dice che «i
Graviano sono ricchissimi e non mi risulta che il loro patrimonio
sia stato minimamente intaccato», e aggiunge: «Questa possibilità
che loro hanno di riferire l'identità dell'interlocutore politico
implicato nelle stragi è come un jolly, o un asso tenuto nella
manica».
L'ultima carta da giocare per i boss
di Brancaccio, una sorta di assicurazione. Ma ancora niente nomi, da
parte del pentito. Fino al 18 giugno di quest'anno, quando si decide
a raccontare la storia dell'incontro nel bar di via Veneto, a
gennaio '94, quando Giuseppe Graviano gli disse che «tutto è
chiuso bene con i politici, abbiamo ottenuto quello che cercavamo»
rivelando che la controparte erano, appunto, Berlusconi e Dell'Utri.
E' tutto scritto negli otto verbali
trasmessi dalla Procura di Firenze a quella di Palermo e ora finiti
agli atti del processo Dell'Utri, insieme a circa mille pagine di
altri interrogatori, informative e relazioni sulle attività di
riscontro alle dichiarazioni del pentito che ha fatto riaprire le
inchieste sulle stragi di mafia.
Gli undici mesi di silenzio sul
presidente del Consiglio Spatuzza li spiega con la volontà di
apparire credibile prima su altre vicende altrettanto spinose, come
la bomba di via D'Amelio di cui aveva già parlato coi magistrati di
Caltanissetta, e col ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi: «Si
trattava proprio di uno dei nomi che avrei dovuto implicare; ne ebbi
timore, anche perché il ministro della Giustizia Alfano, che vedevo
come un bambino, non mi sembrava altro che la faccia di Berlusconi e
Dell'Utri... E' la loro reincarnazione».
Per i magistrati della Procura di
Firenze - il capo dell'ufficio Quattrocchi, e i sostituti Nicolosi e
Crini - Gaspare Spatuzza è affidabile. Molto affidabile. Per questo
hanno inviato gran parte del loro fascicolo a Palermo, dove Spatuzza
dovrà deporre tra una settimana nel processo d'appello sul senatore
Dell'Utri, già condannato in primo grado a 9 anni di carcere.
Compresi gli interrogatori, ovviamente «negativi», dei fratelli
Graviano e dell'altro mafioso della loro cosca Cosimo Lo Nigro.
Nonché i confronti con lo stesso Spatuzza, nei quali i tre
ergastolani si proclamano innocenti ma ripetono di rispettare le
scelte del collaboratore che li accusa.
«Finite le indagini e poi venite a
chiedermi... Quando esce tutto ne riparleremo, se sarò ancora in
vita... Io sono trattato peggio dei detenuti di Guantanamo», ha
risposto agli inquirenti il quarantaseienne Giuseppe Graviano, il
boss che secondo Spatuzza «ha in mano il jolly » del politico col
quale trattava.
Suo fratello Filippo, che di anni ne
ha 48, parla un po' di più, dice che un tempo pensava ai soldi e
ora soltanto agli studi e al futuro di suo figlio. Rivendica
l'estraneità alle stragi e ad altri delitti, ma quando il pubblico
ministero gli chiede di parlare in generale di Cosa Nostra risponde:
«No, io di certi argomenti non parlo... Fra dieci, venti o
trent'anni, quando magari non ci sarò più, magari si potrà fare
chiarezza su queste frasi».
I GRAVIANO
I richiami alla tomba dei due Graviano farebbero pensare che
collaborare con la giustizia è il loro ultimo pensiero, ma non si
può mai dire. E da come gli inquirenti fiorentini dialogano
soprattutto con Filippo, par di capire che ancora contano di
ottenere qualcosa di più, almeno da lui. Per adesso devono
accontentarsi di Spatuzza e dei riscontri accumulati in un anno
d'indagine.
Il pentito racconta che Filippo
Graviano «era molto tifoso di Berlusconi e Dell' Utri, però non è
mai andato oltre a dirmi... Però potremmo riempire pagine e pagine
di verbale, della simpatia, e possiamo dire dell'amore che lega lui
con questi soggetti... sulla figura professionale, al di là del
manager, su quello che hanno fatto. Cioè, osannava queste
persone... ».
Giuseppe invece, quando fu reso
permanente il «carcere duro» per i mafiosi stabilito dall'articolo
41 bis dell'ordinamento penitenziario, esplose contro il fratello e
contro Berlusconi gridando: «E' un cornuto!»; così ricorda
Spatuzza, secondo cui Filippo difendeva comunque il premier perché
aveva detto che quella misura «è una legge immorale ma va
approvata ».
Per trovare conferme alle
ricostruzioni di Spatuzza, i pubblici ministeri fiorentini hanno
riascoltato anche i pentiti che negli anni Novanta avevano parlato
dell'implicazione di Berlusconi nelle stragi, provocando l'inchiesta
archiviata nel 1998 e ora riaperta.
Per esempio il killer della cosca di
Brancaccio Giovanni Ciaramitaro, che il 22 ottobre scorso ha
ripetuto di quando «Francesco Giuliano detto «Olivetti»
(condannato per l'attentato ai Georgofili, ndr) mi spiegò che le
stragi fatte in continente erano volte a costringere lo Stato a
cedere sul 41 bis ed altro, e mi disse che dietro alle stragi ci
stava Berlusconi ed altri politici.
Anche perché i mafiosi non avevano la
possibilità di individuare obiettivi inerenti il patrimonio
artistico in continente... Poiché me lo chiedete, non ricordo se mi
sia mai stato detto quali fossero le motivazioni della parte
politica nel collaborare alle stragi».
ALL'OLIMPICO
Proporsi come coloro che facevano cessare la «guerra allo Stato »,
è l'idea di Spatuzza: i politici arrivano e dicono «la sistemiamo
noi la cosa, però vogliono questo, questo e questo. E nel momento
in cui la trattativa andava a buon fine, si interrompeva tutto. E'
la storia italiana, queste cose mica sono di oggi!» Il pentito ha
pure spiegato nei dettagli come e perché fallì quello che doveva
essere «il colpo finale», cioè l'attentato allo stadio Olimpico
di Roma, verosimilmente domenica 23 gennaio 1994.
Tra i riscontri, gli investigatori
della Direzione investigativa antimafia indicano la presenza a Roma
del telefono cellulare usato da Spatuzza in quel periodo, tra il 18
e il 24 gennaio '94. In un'altra relazione della Dia sono riportati
gli accertamenti sull'incontro tra il pentito e Giuseppe Graviano al
bar Doney di via Veneto, avvenuto poco prima della mancata strage
allo stadio. Già nell'autunno '93 Graviano gli aveva confidato che
«c'è in atto qualche cosa che se va a buon fine, ne avremo tutti
benefici - riferisce Spatuzza - .
In quell'istante per me c'è già una
trattativa. Conferma che mi viene data quando incontro Graviano nel
bar Doney di Roma, in cui mi conferma che si era chiuso tutto e
avevamo ottenuto quello che noi cercavamo». Grazie a Silvio
Berlusconi e Marcello Dell'Utri, secondo il pentito al quale la
Procura che indaga sulle stragi del 1993 mostra di voler credere.
[26-11-2009]
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MAFIA BALCANICA - IL MERCATO DELLA COCA È IN MANO AI SERBI. SONO
MILLE I NARCO-GUERRIERI DIVISI IN CELLULE DI 10 UNITÀ – QUESTA
“MULTINAZIONALE” PORTA LA DROGA IN EUROPA, RIFORNISCE LE BANDE
CRIMINALI E HA BASI IN TOSCANA E VENETO – IL SEGRETO DEL LORO SUCCESSO?
NIENTE ALCOL, DROGA E DONNE…
Gianni Santucci per "il
Corriere della Sera"
La tempesta si è scatenata sul Rio de la Plata nella notte dell'
11 ottobre. La nazionale argentina di Maradona si giocava la
qualificazione ai Mondiali contro il Perù. Il gol vittoria è arrivato
sotto un acquazzone feroce. Quella stessa notte, pioggia e vento
tormentavano un gruppo di barche appena salpate dalla costa vicino a
Buenos Aires. C'era anche il «Maui», uno yacht con bandiera
britannica.
I «marinai» erano tutti serbi. E nella stiva portavano il più
grosso carico di droga sequestrato quest'anno nel mondo: oltre due
tonnellate di cocaina. La tempesta ha costretto il «Maui» ad
attraccare sull'altra sponda del fiume, in Uruguay, nel porto turistico
di Santiago Vazquez. È lì che le squadre antinarcotici sono piombate
all'alba del 15 ottobre e hanno trovato il carico. Che sarebbe dovuto
arrivare in Europa. E poi, in parte, in Italia.
Il viaggio della coca prevedeva uno «scalo tecnico» in
Sudafrica. Poi l'approdo a Bar, in Montenegro, per lo stoccaggio. Infine
la distribuzione in altri Paesi. Il carico era in mano alla mafia
serbo-montenegrina, la nuova potenza nel traffico di cocaina tra Sud
America ed Europa.
Nel giro di qualche anno, l'organizzazione è arrivata a
monopolizzare intere rotte della droga via mare. Per rifornire alcune
famiglie di 'ndrangheta, il Nord Italia, la criminalità organizzata di
Austria, Germania, Spagna, Inghilterra. In Italia, questa è una storia
che inizia il 26 febbraio 2008, in un appartamento di via Washington, a
due passi dal centro di Milano.
LE LEGGI DEL CAPITALE
I serbi hanno la forza, l'organizzazione, la mentalità da
guerrieri-narcos, l'affidabilità di una multinazionale. È con queste
carte che si sono seduti al tavolo del mercato globale degli
stupefacenti. E si sono imposti. Per capire cosa sta accadendo, bisogna
ascoltare le parole di un investigatore esperto di crimine
internazionale: «Il mercato dell'eroina è diverso, molto più
condizionato da legami storici di malavita. Per la cocaina è tutta
un'altra cosa. Più di tutto, contano le stesse leggi dell'economia
pulita: domanda e offerta; concorrenza; sicurezza dell'investimento. Chi
lavora meglio, fa affari. Spesso senza bisogno di sparare».
In questo quadro si comprende l'ascesa internazionale della mafia
balcanica. Con un esempio: se la 'ndrangheta organizza un carico dalla
Colombia deve trattare con i «fornitori », sborsare un grosso anticipo
e, soprattutto, assumersi enormi rischi di trasporto (se il carico viene
intercettato, perderà milioni di euro). I serbi hanno fatto una scelta
molto semplice.
Si sono inseriti nella catena come la migliore «agenzia di
servizi» sulla piazza. Acquistano la droga, la trasportano in Europa e
la consegnano praticamente «a domicilio». La criminalità locale si
scarica di ogni responsabilità per le fasi più rischiose dell'affare.
Non versa anticipi. E in più, risparmia: comprando dai serbi, la coca
costa in media 35 mila euro al chilo rispetto ai 40 mila della «concorrenza
».
Per questo sempre più organizzazioni criminali, piccole e grandi,
in Italia e in Europa, negli ultimi anni hanno deciso di comprare da
loro. Così i clan dei Balcani sono entrati nei più recenti dossier
della Dea (l'agenzia antidroga americana), del Bia (la polizia segreta
serba) e del Soca (l'agenzia anticrimine inglese).
LA TESTA E LE CELLULE
Il 26 febbraio 2008 gli investigatori della Squadra Mobile entrano in
una casa di via Washington, a Milano, e trovano 90 chili di cocaina.
Inizia il lavoro per smantellare la cellula lombarda della mafia
balcanica. Il capo del gruppo, Dragan Gacesa, 33 anni, viene arrestato
un anno dopo in Toscana. Il «magazzino» per lo stoccaggio della droga
era in una villetta sul mare, a Tirrenia (Pisa).
Sequestri totali: 530 chili di coca. E
alla fine dell'indagine è stato possibile ricostruire le dinamiche
della cellula: vendite solo all'ingrosso (mai contatti con lo spaccio in
strada). Magazzini vicini ai porti di arrivo dei carichi (Livorno, La
Spezia), ma lontani dai luoghi di vendita. E uomini che si comportano da
professionisti paramilitari.
Durante il lavoro, i «soldati» non consumano droga, non bevono,
non frequentano night, niente donne, sono in grado di rimanere chiusi in
una casa per 3-4 giorni facendo solo ginnastica, mai un'infrazione al
codice della strada. Il profilo del gruppo milanese è utile per
descrivere l'intera organizzazione. A partire da un dato: proprio Gacesa
era citato in un verbale del 2003 del Tribunale internazionale per i
crimini della ex Jugoslavia, in cui veniva definito « commander of the
Bihac security station » .
Il centro direttivo dell'organizzazione è saldamente radicato nei
Balcani. Tra Belgrado e il Montenegro, vengono gestiti al massimo
livello affari, traffici, alleanze, investimenti, riciclaggio. È il
risultato di una saldatura/ riconversione, avvenuta dopo i conflitti
nella ex-Jugoslavia, tra gli storici gruppi criminali (il clan di Zemun
su tutti) e le ex milizie. I legami con i cartelli colombiani hanno
radici più che ventennali.
L'intera logistica è però affidata alle «cellule»: gruppi
operativi di una decina di persone, fortemente gerarchizzati, in grado
di creare una base in una città, gestire uno o più carichi, per poi
sparire o spostarsi in caso di pericolo (l'ultimo rapporto di World
security network lancia un allarme relativo al «crimine delocalizzato
dei gruppi balcanici » che sarà in grado di «dettare le regole in
altri Paesi d'Europa»).
Seguendo lo stesso modello, ha lavorato il gruppo smantellato tra
Argentina e Uruguay: affitto di appartamenti per ricevere e preparare i
carichi di cocaina a Buenos Aires; acquisto in contanti del «Maui»
(265 mila dollari); apparecchiature anti-intercettazione. Sopra le
cellule, c'è una rete di «manager», ancora più mobili, che si occupa
solo di accordi con i compratori e supervisione delle operazioni.
Le regole, valide per tutti: basso profilo; massima flessibilità;
organizzazione «svizzera»; forniture solo ai «grossisti» (da 15-20
chili in su). I «soldati» serbo-montenegrini sparsi tra Europa e Sud
America potrebbero essere un migliaio. Di recente il Soca ha
intercettato tre cellule in Inghilterra, che si coordinavano con gruppi
in Olanda (incaricati di ricevere e smistare la cocaina dal porto di
Rotterdam), Germania, Slovenia e Nord Italia.
TRA VENETO E TOSCANA
Mattina del 22 giugno scorso, i carabinieri fermano un Tir in una
piazzola di corso Stati Uniti, a Padova. Nel camion, tra le cassette di
ananas e banane, i militari trovano 420 chili di cocaina. Il guidatore
dice: «Ho attaccato un rimorchio sbagliato». Ma alcuni indizi
permettono di fare una serie di collegamenti: il camion è di una ditta
slovena, proviene dall'Olanda, l'autotrasportatore è serbo.
Il carico di cocaina aveva viaggiato via mare, in un cargo
dall'Ecuador a Rotterdam. Meno di tre mesi dopo, avviene un altro
sequestro interessante. Il 5 settembre, nel parcheggio di un
supermercato a Pian di Rota, frazione di Livorno, i carabinieri
perquisiscono una Lancia Lybra e trovano uno zaino verde con dentro 14
chili di coca pura al 97 per cento. Tre arrestati. Anche qui: uno
sloveno e due serbi. Segnali che non lasciano dubbi sul radicamento, in
Italia, delle «cellule» agli ordini dei nuovi signori della cocaina.
Ma il legame più forte emerge due giorni dopo il sequestro dei
2.174 chili in Uruguay. Il 17 ottobre la Corte distrettuale di Belgrado
ordina l'arresto del gruppo che attendeva il carico nei Balcani.
L'elemento di spicco, Zeljko Vujanovic, viene fermato nella discoteca «Casino»
di Kragujevac, a 140 chilometri da Belgrado. Il locale è di un certo
Darko Saric, ritenuto dagli inquirenti una colonna dell'organizzazione
(come ha rivelato la stampa montenegrina).
I collegamenti di Saric con l'Italia sono stati accertati in
un'inchiesta contro una banda di trafficanti di armi chiusa dalla
polizia di Padova a novembre 2008. Sarebbe stata la donna del gruppo,
detta «Nikita», a ospitare e coprire Saric nei suoi spostamenti in
Italia. Tornati in Serbia, Saric e i suoi attendevano le due tonnellate
di cocaina in partenza dal Rio de la Plata. Sono arrivati prima gli
investigatori serbi e sudamericani. Nome dell'indagine che ha portato al
blitz: « Operación Guerreros Balcánicos » .
[23-11-2009]
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GASPARE
MUTOLO, L’AUTISTA DI TOTÓ RIINA: “NEGLI ANNI '70 DOVEVAMO
RAPIRE BERLUSCONI” - "MANCO SAPEVO CHE SI CHIAMAVA COSÌ. CI
AVEVANO DETTO: QUELLO DI MILANO 2. ERAVAMO IN DICIOTTO PER RAPIRE
BERLUSCONI, C’ERA ANCHE CONTORNO. POI ARRIVÒ IL CONTRORDINE DI
GAETANO BADALAMENTI, IL CAPO DEI CAPI. E DOPO, PER TENERE ALLA LARGA
TURATELLO E ALTRI MALINTENZIONATI, BERLUSCONI ASSUNSE AD ARCORE LO
'STALLIERE' MANGANO" - "QUANDO RIINA HA COMINCIATO A FAR
AMMAZZARE LE DONNE INCINTE, È STATA
LA FINE PER LUI
"
ANTICIPAZIONE
DI VANITY FAIR
Gaspare mutolo
C'è un pittore che cancella tutte le firme dai suoi quadri
e riscrive un diverso nome. È la prima volta dopo venticinque anni
che può farlo. Prima fu il boss mafioso Luciano Liggio a rubargli
l'identità artistica e autografare le sue tele più riuscite. Poi
gli toccò usare il nome che si erano inventati per lui quando era
entrato nel programma di protezione. Ora, finito di scontare la
pena, può uscire allo scoperto: è Gaspare Mutolo, che a Vanity
Fair, in edicola dall'11 novembre, racconta una carriera di artista
autodidatta che sfiora tutti i nomi della cupola di Cosa Nostra. Ma
rivela anche di un mancato sequestro che avrebbe potuto cambiare la
storia d'Italia.
Lei
è stato condannato per associazione mafiosa e traffico di
stupefacenti. Poi è diventato il primo pentito del clan vincente,
ha aiutato Falcone, è stato l'ultimo a vedere Borsellino nella sua
veste di magistrato. E intanto dipingeva. Come ha cominciato?
«Nell'83 finii al carcere di Sollicciano, prima del maxiprocesso,
stavo in cella con un altro gruppo di mafiosi, ma ogni mattina
passavo davanti a quella dell'Aragonese e rimanevo incantato. Si
chiamava Mungo, ma veniva da Aragona e si era dato quel nome d'arte.
Aveva l'ergastolo perché aveva ammazzato la moglie per gelosia e
buttato il cadavere. Dipingeva benissimo. All'ora d'aria gli andavo
vicino. Chiedevo: è difficile dipingere? E lui: se vieni in cella
con me t'insegno. Ho chiesto il trasferimento».
Quando
arriva Liggio?
«Quando mi trasferiscono a Palermo per il maxiprocesso. Finisco in
cella, tra gli altri, con il fratello di Bernardo Provenzano,
Salvatore, e quattro nipoti di Liggio: Pino, Luca, Giacomo e Franco.
Lui, Luciano Liggio, stava di fronte e passava ore a leggere i
filosofi. Un giorno dico a Pino: ma perché tuo zio invece di
perdere tempo a leggere non impara a dipingere, che è una cosa che
dà benefici? Detto e fatto: Liggio chiede che mi spostino nella sua
cella e io divento il suo maestro».
Com'era
Liggio pittore?
«Mah. Ci metteva ore per fare una margheritina. Diceva sempre: ah,
Gaspare, avessi la tua mano! D'oro hai le mani».
Ha
avuto altri discepoli eccellenti?
«Salvatore Provenzano, che faceva quadretti da regalare alla
moglie. E Leoluca Bagarella».
Il
vice di Provenzano? Il cognato di Riina? L'assassino del commissario
Boris Giuliano e di altri cento?
«Quello faceva solo fiorellini, e malamente».
Invece
per lei e per Liggio si pensò a una mostra.
«Eravamo in tre. C'era anche il Vampiro: aveva i dentoni, era il
figlio di un commissario, ma ammalato di mafia. Bronzini, si
chiamava. Come pittore bravo, però. Ci avevano autorizzati a stare
insieme noi tre, per dipingere. Quando lo seppe l'avvocato di Liggio,
Traina (...), gli venne l'idea della mostra. Disse: è meglio se
esponete uno alla volta, cominciamo con Liggio. Ci rimanemmo male.
Ancora peggio quando presero i nostri quadri, soprattutto miei, e li
firmarono Liggio».
Poi
lei si è pentito ed è uscito. Ha continuato a dipingere?
«Sempre. Quando sto davanti alla tela dimentico di esistere. Non so
più chi sono».
Qui
però ci tocca ricordarlo.
«Mi sono sempre assunto tutte le mie responsabilità. Sono stato un
rapinatore, un mafioso, ho trafficato droga, partecipato a
sequestri. Poi ho scelto di collaborare: ho fatto seicento nomi,
spiegato centocinquanta omicidi, raccontato i legami tra la mafia e
la magistratura, la polizia,
la politica. Oggi
ho pagato il mio conto, fino in fondo».
Mai
avuto la scorta?
«Hanno provato a darmela, più di una volta. Ho sempre detto che se
debbono ammazzarmi lo fanno. E meglio allora che non muoia nessun
innocente con me e per me. Guardi Falcone. Guardi Borsellino. Se non
avessero avuto la scorta morivano lo stesso, ma gli altri no».
Che
cosa ricorda di Falcone?
«Uno che capiva. Ho scelto lui per passare dall'altra parte. Chi
altri? Poi, morto lui, ho voluto parlare solo con Borsellino».
Fino
al suo penultimo giorno di vita. Com'era, alla vigilia della fine?
«L'uomo che teneva una sigaretta in ogni mano. Tanto era nervoso.
Era andato a parlare con quelli della polizia e quelli gli avevano
detto: "Dottore, se Mutolo ha bisogno di qualcosa...". Era
tornato con quelle due sigarette accese e una domanda: come fanno a
sapere che sto parlando con Mutolo?».
Lei
ha frequentato più diavoli che santi. È stato l'autista di Riina.
Ci andava d'accordo?
«È peggiorato col tempo. È diventato un dittatore sanguinario.
Quando ha cominciato a far ammazzare per niente, a far ammazzare le
donne incinte, è stata la fine di tutto. Io ho fatto molti errori,
ma cose così mai».
Qual
è stata l'impresa più clamorosa a cui ha preso parte?
«Una che non andò mai in porto. Negli anni '70 dovevamo rapire
Berlusconi. Manco sapevo che si chiamava così. Ci avevano detto:
quello di Milano 2. Allora il capo dei capi era Gaetano Badalamenti
e aveva proibito i sequestri in Sicilia. Non c'era problema, con
tutti i ricchi che stavano al Nord. Allora li facevamo in Lombardia,
roba pulita: mai donne e bambini, niente orecchie tagliate, niente
sangue. Trattativa, pagamento, restituzione. Eravamo in diciotto per
rapire Berlusconi, c'era anche Contorno. Poi arrivò il contrordine.
E dopo, per tenere alla larga Turatello e altri malintenzionati,
Berlusconi assunse Mangano».
Lo
stalliere?
«Vabbè, stalliere. Quello era uno in gamba, diciamo così» (Pochi
giorni fa, nella requisitoria per il processo di secondo grado a
carico di Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, il
procuratore generale Antonino Gatto ha di fatto anticipato la
versione di Mutolo: Vittorio Mangano fu ingaggiato per proteggersi
dal pericolo di sequestri, ndr).
[10-11-2009]
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E CIANCE DI CIANCIMINO JR. – “MIO PADRE ERA CON GLADIO” – IL
GATTOSARDO È SCETTICO: “UN GLADIATORE IN SICILIA? DAVVERO STRANO” –
PERÒ PARE CHE DON VITO CONOSCESSE BENE IL MONDO ECONOMICO, FINANZIARIO E
POLITICO - E SUO PADRE GIOVANNI ERA UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER GLI
AMERICANI VICINI A CORLEONE…
1- "MIO PADRE ERA
CON GLADIO"
Francesco La Licata per "La
Stampa"
Tra i documenti che Massimo
Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo c'è un appunto scritto
dal padre, Vito, l'ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla
Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in
Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all'inizio degli anni
Novanta, quando Giulio Andreotti (decretandone la fine perché ormai
superata dai nuovi assetti dell'Europa) ne rivelò l'esistenza in
Parlamento.
L'appunto manoscritto è stato
consegnato ieri mattina dal figlio, insieme con una quarantina di altre
"carte", tra cui la copia originale del famigerato «papello»
finora esistente, ma in fotocopia, e custodito negli archivi dei sostituti
procuratori di Palermo. Il biglietto sarebbe una sorta di
"rivelazione" autografa destinata all'enorme materiale politico
e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una
pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora
suscitavano le sue affermazioni. «Ho fatto parte di Gladio», scrive don
Vito.
E non si sa quanto di altro
aggiunge nel corso del "messaggio". Ovviamente ogni cautela è
d'obbligo, quando ci si imbatte in un argomento così scivoloso. I
magistrati, infatti, non si sbilanciano, almeno fino a quando non saranno
in grado di valutare l'attendibilità dell'appunto e soprattutto fino a
che non riusciranno a collocarlo temporalmente e nel clima di quegli anni.
Fino a questo momento ci si
deve accontentare dei ricordi e delle riflessioni del figlio, Massimo.
Pure il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è
stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti
dei servizi segreti. In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al «papello»
con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla «trattativa» che don
Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra.
DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO
Da cosa potrebbe essere nato
il "filo" tra Ciancimino e i servizi? Il mondo economico,
finanziario e politico - specialmente in Sicilia - è stato sempre al
centro delle attenzioni e dello sguardo lungo degli apparati di sicurezza.
Ma don Vito, a quanto sembra, ne aveva dimestichezza anche per via del
ruolo ricoperto dal padre, Giovanni, che durante la guerra e subito dopo
era divenuto una sorta di punto di riferimento degli americani nella zona
di Corleone, anche perché padrone (forse l'unico, nel territorio) della
lingua inglese.
Si vedrà, comunque, se le
indagini porteranno a qualcosa di concreto. Nella stessa giornata di ieri
- abbastanza convulsa per il teste privilegiato Ciancimino - alla Procura
di Palermo ha finalmente fatto ingresso ufficiale il «papello». Dal
punto di vista del contenuto (i dodici punti di richiesta della mafia) il
documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la
fotocopia.
Importanza, invece, viene data
all'originale per via delle conoscenze che potranno essere acquisite
attraverso le perizie già disposte. A parte quella grafica, che potrebbe
portare all'identificazione dell'autore, sarà interessante accertare «l'età»
del documento (attraverso l'analisi della carta) e forse anche la
provenienza.
Tra le carte consegnate ieri
da Massimo Ciancimino ci sarebbe pure una pagina manoscritta dedicata alla
morte di Paolo Borsellino. Don Vito titola: «Post scriptum traditori», e
riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi».
Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti.
A tradirlo, sarebbe stata la politica (non aveva gradito il lancio di
volantini da un aereo con la scritta: «Meglio vivere un giorno da
Borsellino che cento giorni da Ciancimino»). E alla fine immagina che
Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e «forse anche
Falcone»), «se risuscitasse» non rifarebbe le cose che ha fatto.
In mattinata Massimo
Ciancimino aveva reso dichiarazioni spontanee al processo d'appello che le
vede condannato a cinque anni e mezzo. «Ci sono - ha detto - tante cose
che non vanno nel mio processo. Tante intercettazioni, a suo tempo
ritenute irrilevanti dai magistrati, contengono invece elementi a mia
discolpa che, quantomeno, avrebbe potuto evitarmi l'accusa di riciclaggio.
Io desidero essere giudicato per quel che ho fatto».
2- FRANCESCO COSSIGA:
"UN GLADIATORE PROPRIO IN SICILIA? DAVVERO STRANO"
Da "La Stampa"
Presidente Cossiga, ha
sentito? Pare che Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, l'uomo al
centro di tanti misteri e mediatore della famigerata trattativa tra lo
Stato e la mafia, fosse un gladiatore. Così ha lasciato scritto su una
sua agenda. Le risulta?
«Mai sentito dire prima e guardi che io, modestamente, la storia di
Gladio un po' la conosco. Comunque, che io non sapessi, non vuol dire
nulla. Né mi pare che il suo nome sia negli elenchi pubblici... ma anche
questo dice poco. Nessuno me ne ha mai parlato, neanche in seguito, però
era una struttura altamente compartimentata e quindi è possibile che
certi segreti fossero davvero segreti. Di sicuro il nome di Ciancimino non
è citato neanche nei libri che recentemente hanno raccontato di Gladio.
Boh...».
Presidente, sembra
molto scettico. E così?
«Un poco. Non capisco che cosa avrebbe dovuto fare un gladiatore in
Sicilia. Prima che le armate sovietiche fossero arrivatE fino a Palermo,
sarebbero intervenuti americani e inglesi. Qualcuno dimentica che razza di
presidi fossero le loro basi nel Mediterraneo, un tempo»
Quindi il Sud era
escluso?
«Certo, c'era una piccola quota di gladiatori in Sardegna, ma il motivo
è chiaro: non soltanto perché in Sardegna c'era la base operativa e di
addestramento, ma anche perché i piani, in caso di guerra e di invasione
da parte dell'Est, prevedevano il trasferimento del legittimo governo
nazionale sull'isola. Non a caso, però, la stragrande maggioranza dei
gladiatori si trovava in Lombardia e nel Triveneto.
Nei testi dell'Alleanza
atlantica, quella era definita la "combat zone", l'area dove si
sarebbe combattuto, e lì serviva la Gladio. Che poi questo non è neanche
il suo nome. Ricordiamoci che il vero nome della struttura era "Stay
behind", restare indietro. La rete dei gladiatori, messa su
nell'intera Europa occidentale doveva servire a organizzare la resistenza
contro gli invasori del Patto di Varsavia. Se si chiamano ancora oggi così,
è perché a livello europeo lo stemma era un gladio, mentre il simbolo
araldico in Italia era una civetta, l'animale notturno per eccellenza. Io
ho ancora qui, nella mia libreria, il loro scudetto in legno, che
l'ammiraglio Martini fece fare a posteriori».
Lei non ci crede,
insomma, che don Vito fosse un esperto di sabotaggi e di esfiltrazione. Ma
nemmeno, considerando che nella sfera dei servizi segreti c'è sempre
qualche mistero che rimane nell'ombra, se la sente di escluderlo, giusto?
«Escluderlo, no. Ciancimino era un democristiano e quindi avrebbe avuto
il profilo giusto. Venivano arruolate persone con forte spirito
patriottico e chiara militanza politica. Andavano bene tutti, eccetto
missini, monarchici e comunisti. Magari, considerando che il tutore di don
Vito è stato Bernardo Mattarella, se l'ha mai fatto studiare sul
Continente, a Padova o Milano, lì potrebbe essere entrato in contatto con
gli arruolatori. Ma sinceramente io non ne so nulla». (Fra. Gri.)
[30-10-2009]
BIRRO MAFIOSO – PERCHÉ PROVENZANO HA TRADITO RIINA? - PER FERMARE
LA STAGIONE DELLE STRAGI E RICONDURRE COSA NOSTRA AD UNA “SOBRIA”
SOCIETÀ SEGRETA E SILENZIOSA – E “SI È FATTO SBIRRO” - ALTRIMENTI
COME AVREBBE POTUTO FARE IL LATITANTE PER PIÙ DI QUATTRO DECENNI?....
Attilio Bolzoni per
"la Repubblica"
Fu Bernardo Provenzano, con
tanto di mappe alla mano, a indicare ai carabinieri il nascondiglio di Totò
Riina, arrestato nel gennaio del 1993 dopo 23 anni di latitanza. Lo ha
rivelato ai pm Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco di Palermo Vito.
Si tratterebbe di un tradimento in piena regola di un vecchio alleato
diventato scomodo che incrina le verità ufficiali. Ciancimino ha anche
consegnato una serie di nuovi documenti.
Qualcuno aveva già parlato di
una possibile "soffiata" dietro l´arresto del Capo dei capi il
boss che conosceva fin da bambino e che aveva voluto la morte di Falcone.
Così "si è fatto sbirro" il mafioso che per 43 anni era stato
un fantasma. Sbirro. E come altrimenti avrebbe potuto fare il latitante
per più di quattro decenni fra Corleone e Bagheria, Casteldaccia e
Mezzojuso, i paesini della campagna siciliana che erano diventati il regno
suo, del vecchio e misteriosissimo Bernardo Provenzano.
Sbirro. Con documenti falsi
andava in Francia per farsi operare alla prostata, con la tranquillità di
un pensionato in gita andava a Roma per incontrare Vito Ciancimino agli
arresti domiciliari dietro piazza di Spagna. Sbirro. Come tutti i grandi
Padrini nella storia della Cosa Nostra, alla faccia dell´omertà e delle
leggende che circondano gli uomini d´onore, anche lui si è rivelato come
il più sbirro di tutti, il più "cantante", il più svelto a
parlare e a tradire. Provenzano non è sfuggito alla
"tradizione".
E aveva le sue ragioni. Totò
Riina in quindici anni di strategia stragista aveva attaccato lo Stato
come nessun altro mafioso aveva osato prima, dall´Unità d´Italia. Aveva
ucciso magistrati, politici, giornalisti, poliziotti. Aveva trasformato la
Cosa Nostra nella Cosa Sua, aveva modificato il Dna dell´organizzazione,
aveva fatto finire - massacro dopo massacro - la mafia siciliana in un
vicolo cieco. Con la strage di Capaci e poi con l´uccisione di
Borsellino, Totò Riina era riuscito in quello dove avevano fallito tutti
e per primo lo Stato: portare alla rovina Cosa Nostra.
Ecco perché Provenzano ha
tradito Riina. Per ricondurre Cosa Nostra a quello che era sempre stata,
una società segreta che si mischiava con gli altri e con le istituzioni,
una setta invisibile che si adattava di volta in volta alle situazioni,
che si infiltrava nella politica e nell´amministrazione, silenziosa,
dormiente, qualcosa che c´era e non c´era. Totò Riina era l´uomo
"impresentabile" di quella Cosa Nostra, era il capo di un potere
che non era nelle condizioni di avere più amici da nessuna parte.
Ecco perché il 15 gennaio del
1993 i carabinieri dei reparti speciali arrestarono Salvatore Riina da
Corleone. Di quella cattura oscura si è detto tanto ma non si è ancora
detto tutto. Nascondono qualcosa gli ufficiali dei Ros che la spacciarono
come «la più clamorosa operazione antimafia del secolo». Nascondono
qualcosa i capi della procura di Palermo che, nei primi mesi di quel 1993,
avallarono in silenzio quella spudorata indagine. Nascondono qualcosa i
mafiosi che sanno e ancora non parlano per paura. Ma non di altri mafiosi
hanno paura, hanno paura del resto.
La cattura di Totò Riina è
stata come un´ipoteca iscritta sulla lotta giudiziaria a Cosa Nostra
negli anni successivi, un grande bluff. E adesso, dopo 16 anni, quando
cominciano ad affiorare tutti i patti e i ricatti fra apparati dello Stato
e fazioni di mafia corleonese, è più chiaro il perché di quel covo di
Riina mai visitato dai carabinieri dei Ros.
C´è un detto che ripetono i
vecchi delle province interne della Sicilia per raccontare l´impasto: «Il
mafioso nasce mafioso e muore sbirro, lo sbirro nasce sbirro e muore
mafioso». Sono gli estremi che prima o poi si toccano, è la storia della
mafia segnata a ogni stagione da trattative, avvicinamenti, negoziati,
arresti comprati e venduti, inganni, tutto in nome di un "ordine
sociale" da garantire. Ecco, un´altra volta, perché nel suo delirio
di onnipotenza Totò Riina - quello delle stragi - è finito nella
trappola dei suoi stessi Corleonesi.
Oggi ne parla Massimo
Ciancimino e ricorda vicende sentite da suo padre Vito, uno che con
Bernardo Provenzano andava "a braccetto". Vedremo cosa riferirà,
quali dettagli e quali elementi concreti fornirà ai magistrati che
investigano sulle trattative fra le due stragi siciliane del 1992. Ma
prima di lui, inascoltati - e trattati con un certo fastidio sulla materia
- di questo tradimento di Bernardo Provenzano ne avevano parlato altri.
Quasi con timore, con tormento.
Più di dieci anni fa, nel
1997. Verbale del 23 luglio, ore 10 del mattino, interrogatorio di Tullio
Cannella - il braccio destro di Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina
- con Pietro Grasso della procura nazionale antimafia: «Luchino Bagarella
mi diceva che lui non era uno sbirro. Uno sbirro come Bernardo Provenzano».
E diceva Cannella: «Secondo Bagarella, il vecchio Provenzano aveva
rapporti con esponenti delle istituzioni e in particolare con
rappresentanti dei carabinieri».
E diceva ancora: «Mi raccontò
che due o tre giorni prima dell´arresto del cognato, proprio lui,
Bagarella, era stato a casa di Riina. Era inquieto. Era stato a casa di
Totò Riina ma non era stato arrestato... non riusciva a capire perché,
quel giorno mi manifestò anche la perplessità che il solo Balduccio Di
Maggio avesse consentito la cattura di Totò Riina, era davvero molto
preoccupato e disse alla fine: "Di questa faccenda l´amico mio sa
qualcosa". "L´amico suo" era Bernardo Provenzano.
Dopo Tullio Cannella venne
Giovanni Brusca a scoprire altri particolari sulla "loquacità"
di Provenzano. E poi anche Antonino Giuffrè. Dentro Cosa Nostra cominciò
a diffondersi la voce che il Padrino di Corleone era «un po´ ammalato di
sbirritudine».
[06-11-2009]
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CIANCIMINO CIANCIA ANCORA – SCOOP RITARDATO! “PROVENZANO HA
TRADITO RIINA INDICANDO AI CARABINIERI LA ZONA ESATTA DEL NASCONDIGLIO”
- NEL '92 IL CAPITANO DEL ROS CONSEGNÒ AL CIANCIA JR. DELLE MAPPE DA DARE
A DON VITO – FINIRONO A PROVENZANO CHE FECE UN CERCHIO PER SEGNARE DOVE
SI TROVAVA TOTÒ…
Da "Corriere.it"
Fu Bernando Provenzano a
tradire Totò Riina e consegnarlo alla polizia. Lo ha detto Massimo
Ciancimino nella seconda giornata di dichiarazioni spontanee nell'aula
bunker del carcere di Pagliarelli. «Il boss Bernardo Provenzano indicò
ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima
parte della latitanza Totò Riina» rivela.
Provenzano avrebbe «venduto»
il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che
confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come
protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo
interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano.
MAPPE DI PALERMO
Ciancimino, nel ricostruire il
ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo
delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno
gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e
sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante.
Secondo quanto raccontato da
Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle
mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un
uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco
indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a
Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere
Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai
carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette.
APPUNTI E LETTERE
Ciancimino, imputato di
riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni dopo
essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado, ha consegnato ai
pm Nino Di Matteo e Paolo Guido una serie di appunti e lettere del padre,
Vito, sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. Tra questi, materiale
definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare
le dichiarazioni sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.
La scorsa settimana davanti la
quarta sezione della corte d'appello, Ciancimino aveva sostenuto che ci
sono «molte cose che non vanno» nella sua inchiesta e ha sostenuto che
alcune intercettazioni in cui c'erano elementi a sua discolpa erano state
indicate nei brogliacci come «irrilevanti».
Stessa sorte, secondo
Ciancimino, sarebbe toccata a conversazioni nelle quali ci sarebbero state
notizie di reato che adesso «vengono valutate» dai magistrati che hanno
aperto le inchieste. Massimo Ciancimino, alla scorsa udienza aveva detto
alla Corte di essere in possesso delle trascrizioni integrali delle
conversazioni e i giudici gli hanno chiesto di riferire in aula il
contenuto.
NASTRI SEGRETI
Non sono stati consegnati in
Procura i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che Vito
Ciancimino incideva di nascosto per documentare i suoi incontri con i
carabinieri. «Io non so cosa contengano quei nastri», ha precisato
Massimo, annunciando di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove
custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati.
Mercoledì Ciancimino è stato sentito dai pm di Catania, con i quali ha
parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche
della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul 'tesorò del padre
Vito.
«Io non ce l'ho con i
magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro
infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni»,
ha detto Ciancimino, e alla domanda dei giornalisti se il riferimento
fosse ai carabinieri ha risposto: «Sì, ma dovranno essere i magistrati
competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte
prove a mio favore».
[05-11-2009]
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SPATUZZA O SPAZZATURA? – “MARCELLO DELL’UTRI E BERLUSCONI ERANO
IN MANO DI COSA NOSTRA” – COLPO DI SCENA AL PROCESSO D’APPELLO:
INVECE DI RICHIEDERE LA PENA, IL PG PRESENTA IL NUOVO INTERROGATORIO DEL
PENTITO E CHIEDE LA SOSPENSIONE DELLA DISCUSSIONE – IL SENATORE:
“SPAZZATURA, LA PROCURA VUOLE CONDIZIONARE L’APPELLO”…
1 - PENTITO SPATUZZA: BERLUSCONI E DELL'UTRI ERANO IN MANO
NOSTRA...
(Adnkronos) - "Abbiamo ottenuto quello che volevamo, abbiamo il
paese in mano, abbiamo persone serie e affidabili come Silvio Berlusconi
e il nostro compaesano, non come quei quattro crastazzi dei
socialisti".
Cosi' il boss mafioso Giuseppe Graviano si sarebbe rivolto nel '94 in
un bar di Roma al neo pentito, allora boss mafioso, Gaspare Spatuzza. A
raccontarlo e' lo stesso collaboratore le cui dichiarazioni sono state
anticipate oggi dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino
Gatto nel processo d'appello a carico di Marcello Dell'Utri, accusato di
concorso esterno in associazione mafiosa.
"Nel '93 - ha detto il Pg Gatto nella richiesta di interruzione
della discussione - era stato programmato da parte di Cosa nostra un
attentato che si doveva compiere a Roma contro i carabinieri. Gaspare
Spatuzza e Cosimo Lo Nigro si incontrarono con Giuseppe Graviano, poco
dopo la strage di Firenze in cui mori' una bambina. Spatuzza era molto
preoccupato per la morte della bambina, ma Graviano gli disse 'te ne
intendi di politica? C'e' una situazione in piedi che prevede dei
benefici per i carcerati'".
Ed e' ancora il pg Gatto a spiegare alla Corte d'Appello, presieduta
da Claudio Dall'Acqua: "Dopo qualche tempo Giuseppe Graviano sta
con il gruppo di fuoco a Roma e prepara l'attentato devastante contro i
carabinieri, si parlava di almeno 100 carabinieri morti. Si aspettava il
via libera dello stesso Graviano.
Nel gennaio del '94 Spatuzza incontra a Roma Graviano che e'
esultante". E sarebbe stato proprio in quella occasione che
Graviano avrebbe parlato a Spatuzza di Berlusconi. "Il nome di
Dell'Utri non lo fece Graviano - ha spiegato Gatto - ma parlando del
'nostro compaesano' per Spatuzza faceva riferimento proprio a Dell'Utri".
Al termine della richiesta di interruzione della discussione, dopo
aver ascoltato la difesa, il presidente della Corte d'appello si e'
riservato e ha rinviato l'udienza al prossimo 30 ottobre concedendo alla
difesa i termini per visionare l'interrogatorio di Gaspare Spatuzza.
2 - DELL'UTRI: LE ACCUSE DI SPATUZZA SONO SOLO ASSURDITA'...
(Adnkronos) - "E' un'assurdita' cosi' grossa che non ha bisogno di
commenti, e' una cosa allucinante". Cosi' Marcello Dell'Utri (Pdl)
commenta uscendo dall'aula del tribunale di Palermo le dichiarazioni
rese in un interrogatorio dal neo collaboratore Gaspare Spatuzza nelle
quali sostiene che Dell'Utri dopo il periodo della stagioni stragiste
del '92 e del '93 sarebbe stato il "punto di riferimento di Cosa
nostra".
"Non ho mai visto nella mia vita i fratelli Graviano - ha
aggiunto Dell'Utri - e non ci ho mai parlato per telefono, ho gia' detto
nel processo di primo grado con chi ho parlato. Si dice che i Graviano
siano coloro che hanno raccomandato i giocatori di calcio tra cui
D'Agostino, ma non direttamente attraverso me bensi' con un uomo di
calcio che io conoscevo perche' era il vicepresidente della Juventina,
tale Pippo Barone, un commerciante di tessuti di Palermo. Mi chiamo' per
dirmi che era un 'bravo ragazzo, perche' non lo fai provare al Milan?'
3 - DELL'UTRI: PROCURA PALERMO VUOLE CONDIZIONARE MIO
PROCESSO D'APPELLO...
(Adnkronos) - "E' evidente, la Procura di Palermo, che ha
rappresentato l'accusa nel processo di primo grado, vuole condizionare
il processo d'appello. E' inutile volerci nascondere dietro le
metafore". Lo ha detto Marcello Dell'Utri, uscendo dall'aula subito
dopo la fine dell'udienza del processo d'appello a suo carico per
concorso esterno in associazione mafiosa in cui il pg ha chiesto di
riaprire la discussione e di ascoltare il pentito Gaspare Spatuzza, che
di recente ha fatto delle dichiarazioni accusatorie nei confronti
dell'imputato.
[23-10-2009]
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LO SME(MORI)TO - L´EX CAPO DEI ROS ATTACCA A FAR NOMI - ED INVIA UN
SEGNALE: NON ERA LUI SOLO A VOLER PORTARE DON VITO CIANCIMINO “DALLA
PARTE DELLO STATO” – QUALCUNO HA MENTITO E CONTINUA A MENTIRE – GLI
SMEMORATI (DA MANCINO, A ROGNONI, A MARTELLI) HANNO COSTRUITO UN MURO DI
SILENZI E VERITÀ SMOZZICATE…
Attilio Bolzoni per "la
Repubblica"
FALCONE
ASSASSINATO A CAPACI
Qualcuno ha mentito prima e dopo le stragi. Qualcuno ha mentito sul
«papello». Qualcuno ha mentito a Paolo Borsellino alla vigilia della
sua morte. Qualcuno ha mentito e mente ancora dopo diciassette anni. E´
quel qualcuno che ha fatto il patto con i Corleonesi.
Dopo le bombe di Capaci e dopo quelle di via D´Amelio ci sono stati
covi mai perquisiti e latitanti mai presi. Ci sono state trattative e
ricatti. Ci sono stati depistaggi nelle indagini.
strage
di capaci
Sotto processo c´è un alto ufficiale dei reparti speciali, il
generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri ed ex capo
del servizio segreto civile. E´ stato soltanto lui a «manovrare» e a
intossicare le più oscure vicende siciliane dall´estate del 1992? Sono
stati solo i suoi Ros a spingere le scorribande sul confine fra mafia e
Stato? Dall´impasto che si sta svelando in queste settimane affiorano
altri nomi, altri personaggi. C´è un lungo elenco di smemorati
eccellenti. E un altro lungo elenco di eccellenti ignari.
strage
di capaci
A cominciare dagli uomini politici, per primi i ministri dell´epoca.
Quelli che a loro dire non sapevano della trattativa (Nicola Mancino che
era all´Interno e Virginio Rognoni che era alla Difesa), e quegli altri
che ne hanno rivelato dettagli a scoppio ritardato (Claudio Martelli,
che era alla Giustizia), o quegli altri ancora (Luciano Violante, che
era presidente dell´Antimafia) che dopo tutti questi anni ricorda
proposte di incontri «riservati» perché - prima - non aveva capito
bene cosa stesse accadendo fra Vito Ciancimino e i Ros. E´ un muro. Di
silenzi, di verità smozzicate, di sbiadite reminiscenze.
borsellino
strage
Troppo tardi sono arrivate certe informazioni su quella trattativa.
Ma anche troppo presto sono stati soffocati alla procura di Palermo
quando c´era Gian Carlo Caselli, dopo la misteriosa cattura di Totò
Riina, interrogativi che già allora avrebbero potuto segnare un diverso
percorso nelle indagini sul negoziato fra Stato e mafia.
C´è un filo che ha voluto rendere visibile il generale Mori su
tutta la vicenda di Vito Ciancimino, al tempo delle stragi. Con le sue
spontanee dichiarazioni da imputato, ieri in aula a Palermo, in sostanza
il generale ha detto: io non trattavo segretamente con Ciancimino perché
avevo informato dei miei incontri con don Vito il presidente dell´Antimafia
Violante; e dopo l´arresto dell´ex sindaco (e ancora prima che Caselli
arrivasse a Palermo come procuratore capo) «riferii allo stesso
Caselli, per sommi capi, anche del mio tentativo di approccio con
Ciancimino.
Lui si mostrò interessato, mi chiese di
tenerlo informato degli eventuali sviluppi». E´ come se il generale
sotto accusa volesse mandare un segnale: che non era solo in quel
tentativo di portare don Vito «dalla parte dello Stato». E´ la prima
volta che l´ex capo dei Ros non si difende ma attacca. Facendo nomi.
Dopo diciassette anni, se non ci fosse stato un mafioso come Gaspare
Spatuzza - che si è autoaccusato - oggi la strage Borsellino sarebbe un
caso chiuso. Dopo diciassette anni, se non ci fosse stato il figlio di
un mafioso come Vito Ciancimino - che ha scatenato il finimondo con le
sue confessioni - le trattative fra Stato e mafia sarebbero state
sepolte per sempre.
In tanti avrebbero preferito non sentirne parlare più. In tanti però
sono appesi al filo di una verità: quella di Massimo Ciancimino, quinto
e ultimo figlio di Vito, corleonese amico di Bernardo Provenzano,
sindaco di Palermo per dieci giorni e padrone della città per trent´anni.
Il sipario si è rialzato quando lui ha cominciato a parlare. Erano
stati tutti zitti, avevano fatto tutti finta di niente.
Da quando «Massimuccio» è entrato nelle stanze della procura di
Palermo come «dichiarante» sono ripartite le indagini, gli
interrogatori, i confronti «all´americana», sono state ripescate
vecchie deposizioni e quelle nuove depositate nei processi in corso.
Abilissimo prestigiatore, maestro nella gestione mediatica dei torbidi
affaire palermitani e della sua stessa persona, distributore di «inediti»,
mattatore nei talk show, Massimo Ciancimino è diventato il motore delle
ultime indagini sulle stragi.
E´ sua e solo sua la «regia» dello spettacolo che va in scena oggi
a Palermo? Dice la verità «Massimuccio»? «Noi ci siamo avvicinati
alle sue confessioni con un approccio laico e stiamo valutando e
verificando passo dopo passo ogni sua affermazione», rispondono i
procuratori siciliani.
E´ da un anno e mezzo che mette a verbale i segreti di suo padre. E
dopo un anno e mezzo ha finalmente consegnato anche quel «papello» che
aveva promesso. C´è chi ne mette in dubbio l´autenticità, chi
aspetta una perizia grafica, chi vuole da lui altre prove e altri
documenti. Nel frattempo però Massimo Ciancimino è già diventato l´elemento
scatenante» per qualcosa che in troppi volevano dimenticare per sempre.
[21-10-2009]
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MEMENTO MORI/2 – DACCI LA DOSE DI VELENO QUOTIDIANA: IL GENERALE:
BORSELLINO MI RACCOMANDÒ RISERVATEZZA COI SUOI COLLEGHI – VIOLANTE:
VOLEVANO VEDERMI ANCHE CUTOLO E MANGANO – E SPUNTA ANCHE GENCHI: SONO
TESTIMONE VIVENTE DEI RISCONTRI SUI RAPPORTI FRA CIANCIMINO, IL MINISTERO
DEGLI INTERNI E DELLA GIUSTIZIA…
1 - MORI: BORSELLINO MI RACCOMANDO' RISERVATEZZA CON I SUOI
COLLEGHI...
(Adnkronos) - "Nel salutarci il dottor Borsellino
raccomando'
ancora la massima riservatezza sull'incontro e sui suoi contenuti, in
particolare nei confronti dei colleghi della Procura di Palermo".
E' uno dei passaggi delle dichiarazioni spontanee rese dal generale Mario
Mori, nell'ambito del processo che lo vede imputato per
favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo
Provenzano.
Parlando del periodo successivo alla strage di Capaci in cui morirono
il giudice Giovanni Falcone , la moglie e tre agenti di
scorta, Mori ha ricordato in aula che ebbe
"ripetuti contatti telefonici con Paolo Borsellino,
che conoscevo da tempo, finche' il magistrato mi chiamo' dicendo che mi
voleva parlare riservatamente insieme al capitano de Donno.
Decidemmo di vederci a Palermo il 25 giugno 1992, negli uffici del Ros,
perche' il dottor Borsellino disse che non voleva che
qualche suo collega potesse sapere dell'incontro".
"Il magistrato - ha aggiunto Mori - parlando
preliminarmente solo con me, disse che riteneva fondamentale riprendere
l'inchiesta 'mafia e appalti' che rappresentava un salto di qualita'
investigativo, in quanto strumento per individuare gli interessi
profondi di Cosa nostra e degli ambienti esterni con cui essa si
relazionava". La conferma, per Mori che "il dottor Borsellino
ritenesse importante la prosecuzione dell'inchiesta 'mafia e appalti',
trova pieno sostegno nelle dichiarazioni rese dal pm Antonio Ingroia
davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta nel '97".
2 - VIOLANTE: NON SOLO CIANCIMINO, PURE CUTOLO E MANGANO
VOLEVANO INCONTRARMI...
(AGI) - Nell'ottobre del 1992 Vito Ciancimino aveva manifestato
all'allora colonnello del Ros dei car abinieri Mario Mori l'intenzione
di incontrare Luciano Violante, all'epoca presidente della commissione
parlamentare Antimafia, Luciano Violante, che ne fu informato
dall'ufficiale ma rifiuto' il colloquio. Lo ha ricostruito lo stesso
Violante, sentito oggi come testimone dal Tribunale di Palermo nel
processo in cui Mori e' imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa
Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del
boss Bernardo Provenzano nel 1995.
"Mori mi parlo' di Ciancimino tre vole e in un'occasione mi
porto' il libro 'Le mafie'", ha ricordato Violante, che alla
richiesta di un incontro con Ciancimino rispose di no: "Dissi che
doveva fare una richiesta ufficiale alla commissione", ha affermato
in aula, e ha spiegato: "Non diedi allora particolare peso alla
cosa perche' molti chiedevano di parlare con me, tra gli altri Cutolo e
Vittorio Mangano. Solo ora che ho sentito Massimo Ciancimino parlare con
i pm e sui giornali, ho capito".
3 - GENCHI: ATTENTATI ROMANI
MESSAGGIO A NAPOLITANO E SPADOLINI...
(Adnkronos) - "Ricordo un particolare che e' sfuggito a
molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro
e San Giovanni in Laterano. Insomma perche' San Giovanni e San Giorgio,
perche' non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per
esempio e' in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora
piu' risalto? Perche' non li hanno fatti all'Ara Pacis o al Colosseo?
Perche' proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio
e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni
Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica
dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano,
Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e' diventato
Ministro dell'Interno e ora fa il Presidente della Repubblica".
Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel
corso dell'intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda
su YouTube. Genchi parla poi della strage di via D'Amelio: "Le
stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un
esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita'. Invece l'esplosivo
utilizzato in via D'Amelio e' un esplosivo che viene utilizzato in
ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe' in contesti e circuiti
che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra".
"Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il
tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando
poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura
tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita' che ci fosse
una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello
scoppio", aggiunge Genchi, che conclude affermando: "Qualcuno
doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina
blindata perche' il livello di protezione che aveva quella macchina era
tale che l'autista rimase indenne, vivo, l'unico, perche' si trovava
dentro la macchina".
4 - GENCHI: CIANCIMINO IN RAPPORTI CON ALTISSIMI LIVELLI
DELLE ISTITUZIONI...
(Adnkronos) - "Sono testimone vivente dei riscontri
originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il
Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un'indagine a
Palermo su mafia e appalti, un'indagine importante che secondo me
rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della
strage di via d'Amelio". Lo ha affermato il consulente informatico
Gioacchino Genchi nel corso dell'intervista rilasciata a Klaus Davi per
il programma KlausCondicio, visibile su YouTube.
"Segnalai alla procura di Palermo l'acquisizione e lo sviluppo
di un cellulare di Ciancimino, quindi -ha aggiunto Genchi- sono
testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino
con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma
anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero
dell'Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti
telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che,
secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu' importanti alle
dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli
apparati dello Stato".
5 - MASSIMO CIANCIMINO: SE NON MI TUTELANO NON PARLO PIU'...
(Adnkronos) - 'Se non mi tutelano, non parlo piu'. Sono persino
stato costretto a comprarmi, con i miei soldi, una macchina blindata su
cui, pero', la scorta non puo' salire. Ho davvero paura, sia per per me
che per la mia famiglia'. E' il preoccupato allarme lanciato da Massimo
Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino,
in questi giorni al centro dell'attenzione per le rivelaizoni sulla
cosiddetta trattativa tra Stato e Cosa nostra.
Massimo Ciancimino e' venuto al Palazzo di giuistizia di Palermo proprio
mentre era in corso il processo al generale Mario Mori per
favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
[20-10-2009]
L’IMPRESENTABILE SI PRESENTA – NICOLA COSENTINO SARÀ IL CANDIDATO
PDL PER LA REGIONE CAMPANIA – DI LUI PARLANO QUATTRO PENTITI E LO
DESCRIVONO COME IL REFERENTE POLITICO PIÙ IMPORTANTE DELL’IMPERO DI
GOMORRA – MA NEL PARTITO NESSUN CUOR DI LEONE CONTRASTA L’UOMO CHE
PERSINO SCAJOLA HA DEFINITO: “INVOTABILE”…
Alessandro De Angelis per "Il
Riformista"
Alla fine quelli che Nicola Cosentino ha bollato come «frocetti che,
stando a Roma, credono di poter decidere il destino politico della
Campania» hanno perso. Perché il potente sottosegretario all'Economia
nato a Casal di Principe, e sotto indagine per i suoi rapporti con i
clan, la sua candidatura l'ha strappata a forza. Quasi per assenza di
rivali. Neanche avessero paura di parlare quelli che - e non sono pochi
- non stanno con lui.
È lo stesso metodo con cui impose la sua, di candidatura, Luigi
Cesaro, attualmente presidente della Provincia di Napoli e alleato di
ferro di Cosentino: dandola cioè per chiusa, prima dei tavoli
ufficiali. Per altrui pavidità. Sì, pavidità.
Come è emerso alla riunione dei parlamentari campani del Pdl,
svoltasi sabato a palazzo Grazioli alla presenza dei triumviri. Una
quindicina, vicini a Cosentino, lo hanno indicato come l'uomo giusto.
Gli altri hanno taciuto. Compresi i possibili antagonisti, che dei
gladiatori proprio non sono: l'ex ministro Stefano Caldoro e Mara
Carfagna. E quando qualcuno ha fatto il nome del leader degli
industriali napoletano Gianni Lettieri i supporter di Cosentino hanno
salutato la nomination con un elegante «booh», con tanto di coretto.
Poi i suoi colonnelli si sono affrettati a dichiarare alle agenzie
l'accordo cosa fatta, dopo che Berlusconi ha toccato con mano l'assenza
di alternative. Tanto che Ignazio La Russa ha provato a frenare, in
attesa del vertice con Fini: «Non è detto ancora nulla. Decideremo
regione per regione».
Niente da fare: Cosentino, di fatto, ha iniziato la sua campagna
elettorale. Dalla sua ha avuto come grandi sponsor il triumviro Denis
Verdini e il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, che ha un filo
diretto, in Campania, con Cesaro. Gli altri ci hanno provato a dire che
c'è un limite a tutto. E che, certe volte, conta pure la faccia.
Sandro Bondi, ad esempio, fino all'ultimo ha sostenuto la candidatura
di Caldoro. Claudio Scajola uno che secondo Berlusconi di campagne
elettorali se ne intende, ha definito Cosentino semplicemente «invotabile».
E prima della riunione dei parlamentari Gaetano Quagliariello è andato
a parlare a quattr'occhi con il Cavaliere chiedendo un supplemento di
riflessione. Tutto vano.
Berlusconi infatti ufficializzerà Cosentino
nel corso della sua prossima visita a Napoli. Dunque l'impresentabile ha
vinto. Proprio così: impresentabile. Per carità, un conto è essere
indagati, un conto è essere condannati. Ma è altrettanto lecito dire
che il suo sistema di relazioni è da brivido. C'è innanzitutto la
vicenda giudiziaria. Da tempo Cosentino è coinvolto in inchieste su
camorra, rifiuti e politica. E la «bomba», per più di un azzurro che
conta, starebbe per esplodere: deflagrante per il Pdl campano e non
solo.
Tutto parte dalle rilevazioni dell'Espresso di un anno fa, secondo
cui Cosentino sarebbe il referente politico più importante dell'Impero
di Gomorra, retto dalla diarchia Schiavone-Bidognetti. Agli atti le
accuse di quattro pentiti, contestate duramente dall'attuale
sottosegretario, ma su cui gli inquirenti hanno lavorato negli ultimi
mesi, raccogliendo prove e riscontri. Quelle più pesanti le ha rivolte
Gaetano Vassallo, indicato come il «ministro dei rifiuti» del clan dei
casalesi.
Ai pm Vassallo ha raccontato come Cosentino controllerebbe la società
Eco-4 dei fratelli Orsi, il consorzio per la raccolta dei rifiuti
infiltrato dalla camorra e gestirebbe pure la costruzione degli
inceneritori, in accordo con Sandokan, il boss Francesco Schiavone
attualmente in carcere, condannato a tre ergastoli per omicidio e
associazione camorristica.
Della vicinanza tra Cosentino e Sandokan ha parlato anche un altro
pentito, Domenico Frascogna. E soprattutto l'ha raccontata il cugino di
Sandokan, Carmine Schiavone che fa risalire addirittura all'inizio degli
anni ottanta i patti elettorali con i casalesi, quando Cosentino era
socialdemocratico, nel senso di eletto nel Psdi. Da allora nel casertano
l'attuale sottosegretario ha raccolto sempre una valanga di preferenze.
scena
del film "Gomorra"
Un quadro inquietante, al netto dell'esito delle indagini. Ma
l'opportunità politica di una candidatura non cozza con il rispetto del
garantismo. Le connessioni familiari di Cosentino non aiutano certo. Il
fratello Giovanni è sposato con la figlia del boss, ora deceduto,
Costantino Diana. Mentre un altro fratello, Mario, ha portato all'altare
Mirella, la sorella di "Peppe 'u Padrino", il boss condannato
all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Non male come
curriculum per diventare presidente della regione Campania.
gomorra
roberto saviano
Forse però col pretesto del finto garantismo qualcuno nel Pdl ha
semplicemente deciso di chiudere un occhio. E i suoi oppositori tutto
sommato le barricate non le hanno fatte. Nemmeno Italo Bocchino, molto
perplesso all'inizio. Poi, di fatto, ha alzato bandiera bianca. Misteri.
Del resto di battaglie di principio contro i forti da quelle parti se ne
fanno poche. E Cosentino è uno potentissimo.
gomorra
film cor07
Oltre a quelle relazioni pericolose che fanno sì che alle riunioni i
suoi pavidi oppositori tacciono, il sottosegretario ha un impero
economico: il gruppo di aziende che si occupa di carburante e che fa
capo ai tre fratelli è una miniera d'oro. Al limite del conflitto di
interessi per uno che fa politica. Altra cosa che non fa gridare allo
scandalo tra gli azzurri.
[20-10-2009]
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MEMENTO MORI (MARIO) – IL GENERALE DEI CARABINIERI E VIOLANTE
DEPONGONO AL PROCESSO: “DISSI A MORI CHE NON VOLEVO INCONTRARE
CIANCIMINO DA SOLO” – MORI: "NESSUNA TRATTATIVA, DAI ROS
COMPORTAMENTO TRASPARENTE” – GIOVANNI CIANCIMINO: "MIO PADRE
DISSE: MI HANNO CONTATTATO PER FERMARE LA MATTANZA"…
1 - VIOLANTE: DISSI A MORI CHE NON VOLEVO INCONTRARE
RISERVATAMENTE VITO CIANCIMINO...
(Adnkronos) - 'Al terzo incontro con l'allora colonnello Mario Mori gli
dissi che non volevo avere nessun colloquio riservato con Vito
Ciancimino'. Lo ha detto l'ex Presidente della Commissione nazionale
antimafia Luciano Violante deponendo in aula al processo a carico del
generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di
favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di
Bernardo Provenzano.
Interrogato dal pm Antonio Ingoia, Violante ha raccontato:
"Conobbi il generale Mario Mori quando ero ancora magistrato a
Torino e mi occupavo di terrorismo nero. L'ultimo incontro con Mori
risale al 7 luglio '93, e' stato l'unico appuntamento segnato nella mia
agenda. Ma precedentemente lo avevo incontrato per tre volte subito dopo
la mia nomina. La prima volta Mori mi disse che Vito Ciancimino, che
viveva a Roma dalle parti di piazza di Spagna, intendeva parlarmi
riservatamente e che mi voleva dire delle cose importanti e che mi
avrebbe chiesto qualcosa'.
'In quell'occasione - ha aggiunto Violante - feci presente che non
svolgevo colloqui riservati e che poteva chiedere un'istanza all'Ufficio
di Presidenza della Commissione antimafia che avrebbe valutato la
vicenda. Il 29 ottobre comunicai alla Commissione che Ciancimino voleva
essere sentito'.
'Al secondo incontro - ha detto ancora Violante - il colonnello Mori
mi porto' il libro di Ciancimino 'Le mafie', voleva essere un segno di
disponibilita'. Al terzo incontro confermai al colonnello Mori che non
intendevo avere nessun colloquio con Ciancimino, e il colonnello mi
ribadi' l'opportunita' dell'incontro. Di Ciancimino si parlava alla
Commissione antimafia perche' c'era stata il processo per la confisca
dei beni'.
'Il 29 ottobre dissi alla Commissione antimafia che si poteva sentire
Vito Ciancimino perche' aveva ritrattato le condizioni che aveva posto
precedentemente all'ex Presidente Chiaromonte', ha detto ancora Violante
rispondendo al Presidente della quarta sezione del Tribunale, Antonio
Fontana al termine dell'interrogatorio.
2 - MORI: NON CI FU NESSUNA
TRATTATIVA CON COSA NOSTRA...
(Adnkronos) - 'Le dichiarazioni dell'onorevole Violante sono importanti
perche' dimostrano due fatti: intanto che il mio comportamento e' stato
improntato alla massima trasparenza avendo provveduto a parlargli del
rapporto con Vito Ciancimino. Inoltre, la esplicitazione del mio
rapporto con Vito Ciancimino rappresenta la dimostrazione
dell'inesistenza, almeno per quanto riguarda il Ros, di una trattativa
con Cosa nostra che avrebbe costituito secondo i pm il contesto della
condotta di favoreggiamento di cui sono accusato e questa in modo
particolare perche' implicava la resa vergognosa dello stato a una banda
di volgari assassini presuppone il piu' rispettoso rispetto del
segreto'.
Lo ha detto il Prefetto Mario Mori rendendo dichiarazioni spontanee
durante il processo a suo carico per favoreggiamento aggravato. 'Il
fatto di avere reso noto il contatto con Ciancimino avendone parlato con
due figure istituzionali - ha aggiunto - il Presidente della Commissione
antimafia e con il Procuratore esclude qualsiasi iniziativa al riguardo'.
3 - GIOVANNI CIANCIMINO: MIO PADRE DISSE CHE FU CONTATTATO DA
PERSONAGGI ALTOLOCATI 'PER FERMARE MATTANZA'...
(Adnkronos) - 'Un giorno andai a trovare mio padre che mi disse 'Sono
stato contattato da personaggi altolocati per evitare che questa
mattanza continui. Io rimasi basito e gli risposi: 'Ma sei pazzo?'. Lui
non si aspetto' la mia reazione. Cosi' litigammo furiosamente'.
Lo ha detto in aula Giovanni Ciancimino, figlio maggiore dell'ex
sindaco Vito Ciancimino interrogato dai pm durante il processo al
Prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di
favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
'Mi disse in quell'occasione che venne investito di occuparsi di
questa vicenda'. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha poi raccontato
che quando andava a trovare il padre a Roma gli raccontava 'nelle lunghe
passeggiate che facevamo di essere 'sfortunato perche' ho fatto le
stesse cose che hanno fatto gli altri, ma visto che sono nato a Corleone
ce l'hanno tutti con me'. Insomma, faceva la vittima'.
[20-10-2009]
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LA MEMORIA RITROVATA DI CIANCIMINO JR E DI VIOLANTE APRE NUOVI SCENARI
SUL MISTERO DELL´ESTATE DI SANGUE - NELLE ULTIME SETTIMANE IN MOLTI HANNO
RIEVOCATO EPISODI E INCONTRI FINORA SCONOSCIUTI - LE RIVELAZIONI DEL
FIGLIO DI DON VITO, 17 ANNI DOPO, HANNO SCATENATO UN TERREMOTO...
Attilio Bolzoni per "la
Repubblica"
C´è un mistero di troppo in questa storia di mafia e stragi che si
fonde fra mandanti noti e mandanti occulti. E´ il mistero della
memoria. Con il tempo i ricordi si perdono, nell´ultima vicenda mafiosa
al contrario i ricordi tornano. Prepotenti, nitidi. Dopo diciassette
anni in tanti rievocano fatti e circostanze, citano momenti e luoghi,
rivivono situazioni che avevano cancellato, rimosso.
Dopo diciassette anni ricorda Luciano Violante, presidente della
commissione parlamentare antimafia nel 1992. Dopo 17 anni ricorda
Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia nel 1992. Dopo
diciassette anni vengono ascoltati Liliana Ferraro, che al tempo era il
capo degli Affari penali al ministero di via Arenula. Dopo diciassette
anni rammenta e precisa Nicola Mancino, l´ex ministro dell´Interno.
Tutti hanno qualcosa da dire. E tutti pronunciano sottovoce quella
parola ritenuta indecente: trattativa.
Il primo è stato Luciano Violante, il 23 luglio scorso: «Mi sono
oggi presentato in questi uffici a seguito di contatti telefonici che ho
preso direttamente con l´ufficio, avendo letto su un quotidiano degli
ultimi giorni una notizia che mi riguardava in ordine alla quale ho da
riferire circostanze che potrebbero forse essere di interesse per l´autorità
giudiziaria».
E poi racconta ai procuratori di Palermo di tre incontri con il
colonnello Mario Mori, allora vicecomandante dei Ros, i reparti speciali
dei carabinieri. Tre incontri finalizzati - secondo quanto sostiene
Violante - a un faccia a faccia con Vito Ciancimino, l´ex sindaco
mafioso di Palermo che stava trattando con i Corleonesi e con lo stesso
Mori.
Il presidente dell´antimafia respinse l´invito e all´ufficiale
chiese: «L´autorità giudiziaria è stata informata di questa
disponibilità del Ciancimino a parlare?». Gli rispose Mori: «Si
tratta di una cosa politica... di una questione politica». Queste
"chiacchierate" fra Violante e Mori sono affiorate 17 anni e
tre giorni dopo la strage di via Mariano D´Amelio.
Perché? «Perché probabilmente sono ricordi tornati alla mente dopo
un elemento scatenante», dice chi indaga sulle stragi e sui patti di
quell´estate. Il primo "elemento scatenante" ha un nome e un
cognome: Massimo Ciancimino. Con le sue rivelazioni - ancora tutte da
verificare passo dopo passo - il figlio di don Vito ha scatenato un
terremoto politico-giudiziario. E ha fatto tornare la memoria a molti.
Un altro che si è ricordato tutto dopo tanto tempo è stato Claudio
Martelli. In diretta, l´altra settimana ad Annozero. Ha svelato di
avere saputo da Liliana Ferraro che un giorno - il 23 giugno del 1992,
nel trigesimo della strage di Capaci - il capitano Giuseppe De Donno dei
Ros avrebbe informato la stessa Ferraro della «disponibilità di
collaborare» di Vito Ciancimino. Il capitano (oggi colonnello) ha
smentito e annunciato querela.
Liliana Ferraro e Claudio Martelli
sono
stati ascoltati ieri dai procuratori che indagano sulle stragi, quegli
altri magistrati che indagano sulla trattativa intanto sono sempre più
convinti che Paolo Borsellino sia morto proprio per la trattativa che
lui non voleva. I ricordi dell´ex ministro di Grazia e giustizia
riportano a date precise: il 23 giugno 1992 la Ferraro viene avvicinata
dal capitano, la stessa sera avverte Borsellino della «disponibilità»
di Ciancimino, il 25 giugno Borsellino ha un incontro alla caserma
"Carini" di Palermo con Mori e De Donno. Di che cosa
parlarono? «Di mafia e appalti», faranno sapere quattro e cinque anni
dopo - fra il 1996 e il 1997 - i due ufficiali ai magistrati di
Caltanissetta. Un altro ricordo (tutto da verificare) a scoppio
ritardato. Un´altra memoria (tutta da accertare) ritrovata.
Ricorda tutto e niente l´ex ministro dell´Interno Nicola Mancino.
Ricorda tutto perché è da settimane che, ogni giorno, ribadisce che
non c´è stata alcuna trattativa fra Stato e mafia nell´estate del
1992. Ricorda niente dell´incontro avuto con Paolo Borsellino il giorno
del suo insediamento al Viminale, il primo luglio del 1992.
Ricorda tutto o quasi sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano
fino al 2001 anche il colonnello Michele Riccio, grande accusatore del
generale Mori e primo testimone nel processo che è in corso a Palermo
«per la mancata cattura di Provenzano». Dopo il 2001 il colonnello
Riccio spedisce una lettera al sostituto procuratore Nino Di Matteo - il
magistrato che indaga sulla latitanza infinita del padrino corleonese -
e aggiunge altri particolari.
Ma qui siamo già in quella che i magistrati di Palermo chiamano «seconda
trattativa», quella fra Bernardo Provenzano e - secondo il racconto di
alcuni pentiti - e Marcello Dell´Utri. La prima, fra Totò Riina e Vito
Ciancimino e gli ufficiali dei Ros, era già finita il 15 gennaio 1993.
Con l´arresto del capo dei capi di Cosa Nostra.
[15-10-2009]
PAPELLO SÌ, PAPELLO NO – “L’ESPRESSO” PUBBLICA IL DOCUMENTO
CHE PROVEREBBE LA TRATTATIVA TRA COSA NOSTRA E LO STATO, MA PER
“LIBERO” IL SETTIMANALE “CURVA LA VERITÀ SECONDO PRIVATA NECESSITÀ”
– I CONTI CHE NON TORNANO: LA RICHIESTA DI CHIUDERE LE CARCERI SPECIALI
QUANDO I BOSS ERANO IN QUELLE ORDINARIE E RIINA E PROVENZANO ERANO
LIBERI...
1 - AI GIUDICI IL "PAPELLO" DI RIINA "ECCO LE
12 RICHIESTE DELLA MAFIA"...
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Le
immagini del papello dal sito de l'espresso Le
immagini del papello dal sito de l'espresso
Per non fare più stragi e per non fare più morti Totò Riina aveva
messo sotto ricatto lo Stato italiano con un foglio. Un foglio solo,
bianco e con alcune scritte in stampatello. Fra una riga e l´altra
dodici punti: le dodici richieste della mafia presentate dopo l´omicidio
di Falcone e prima dell´omicidio di Borsellino.
Eccolo il papello dei Corleonesi: «La revisione del maxi processo...
la liberazione dalle carceri degli ultrasettantenni... la modifica del
reato di mafia che prevede l´arresto solo in flagranza di reato... la
defiscalizzazione della benzina in Sicilia...». Un elenco dettato dal
capo dei capi di Cosa Nostra e probabilmente scritto da uno dei suoi
figli, una lunga lista estorsiva con un post it giallo sopra il foglio
bianco. E un´altra scritta, questa volta a firma Vito Ciancimino: «Copia
consegnata spontaneamente al colonnello Mario Mori dei carabinieri dei
Ros».
A diciassette anni dalle stragi e dai primi sospetti sulla
"trattativa" fra alcuni apparati investigativi e i boss di
Corleone, quello che è considerata la "prova" di un patto
infame è in una cassaforte della procura di Palermo. Come aveva
promesso, Massimo Ciancimino l´ha consegnato ai magistrati. Prima il
"papello" e poi alcuni manoscritti di suo padre, altri fogli
dove il vecchio don Vito fa riferimento a sporche vicende palermitane e
cita a vario titolo i nomi di alcuni uomini politici.
I primi due sono l´allora ministro dell´Interno Nicola Mancino e
poi l´allora ministro della Difesa Virginio Rognoni. Materiale che
serviva a don Vito per un suo libro. Fra una carta e l´altra ci sono
annotazioni anche di suo figlio Massimo.
Ma è quel foglio bianco e sono quei 12 punti che racchiudono la
storia dell´estate siciliana del 1992, che raccontano le pretese
deliranti di Totò Riina, che spiegano l´abitudine al negoziato di
certi pezzi dello Stato. Il "papello" era nascosto in
Liechtenstein ed è arrivato a Palermo attraverso tortuosi percorsi
ancora ignoti. E poi via fax. Da Massimo Ciancimino al suo avvocato
Francesca Russo.
«È una fotocopia, prima di ordinare una perizia grafica aspettiamo
l´originale», fanno sapere i procuratori che intanto domani lo
trasmetteranno ai loro colleghi di Caltanissetta, quelli che indagano
sulle stragi Falcone e Borsellino.
I dodici punti. Alcuni erano noti, come quello che chiedeva la
modifica delle legge sui collaboratori di giustizia, la revisione del
maxi processo, l´abolizione della legge sulla confisca dei beni. Altri
si sovrappongono. Come quello su una rettifica generale della legge
Rognoni-La Torre del 1992, approvata subito dopo l´omicidio del
generale Carlo Alberto dalla Chiesa.O
Altri ancora sono del tutto inediti. Come quello sulla
defiscalizzazione della benzina in Sicilia. O quello sulla liberazione
dei detenuti anziani: «Carcere a casa per gli ultrasettantenni». O
quello sui «traferimenti in carceri vicino casa e vicino famiglie di
tutti i detenuti». E poi: l´abolizione della censura della
corrispondenza con i familiari. E poi: l´abolizione del decreto del 41
bis.
È un particolare molto importante per gli investigatori questo del
"decreto", perché data in modo preciso la trattativa in corso
fra Corleonesi e carabinieri del Ros. Il 41 bis è ancora decreto fra le
due stragi, viene convertito in legge solo il 7 agosto del 1992, tre
settimane dopo la morte di Paolo Borsellino.
Un´altra delle dodici richieste - la più insidiosa forse - chiede
«l´arresto per mafia solo in fragranza (è scritto così, con la «r»,
ndr) di reato». E l´estensore corleonese precisa che non si possono
arrestare mafiosi solo in quanto mafiosi, ma chiedono che l´arresto
possa avvenire solo se i mafiosi vengono trovati in un summit, tutti
insieme mentre complottano. È una sorta di "immunità" quella
desiderata dai boss, un po´ simile al trattamento che avevano riservato
i parlamentari fino al 29 ottobre del 1993, data in cui è stata abolita
l´autorizzazione a procedere per deputati e senatori.
Questo foglio bianco compilato da Totò Riina è stato visto per la
prima volta da Massimo Ciancimino fra le due stragi. «Era il mese di
giugno del ‘92», ha raccontato il figlio più piccolo di don Vito.
Massimo va a prendere il "papello" da Caflish, un famoso bar
di Mondello. Glielo consegna Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò
Riina. È dentro una busta che Massimo Ciancimino non apre.
Qualche giorno dopo, sempre a Mondello ma nella villa dei Ciancimino,
Massimo trova suo padre che parla con il «signor Franco», un agente
dei servizi segreti che da almeno un paio di decenni era in contatto con
don Vito. Che gli passava e riceveva informazioni, che gli faceva avere
anche passaporti falsi. È in quella occasione che Massimo Ciancimino -
racconterà lui ai procuratori - «ho visto il papello».
Ed è anche in quella occasione che don Vito dice al «signor Franco»
di organizzare a Roma «un incontro con i due». I due sono il
colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, gli ufficiali del
Ros che stavano portando avanti la trattativa - a questo punto una delle
trattative - con i Corleonesi. L´incontro - sempre secondo i ricordi di
Massimo Ciancimino - ci fu dopo qualche giorno ancora.
A Roma. E don Vito mostrò il "papello" di Totò Riina ai
due carabinieri. Il colonnello e il capitano hanno sempre negato questa
circostanza: «Se avessimo visto una carta, l´avremmo consegnata a chi
di dovere». Ma in tutto questo intrigo non è certo la prima volta che
i due ufficiali dei Ros negano. Dopo le ultime indagini dell´estate, il
colonnello e il capitano sembrano affondare sempre di più nelle sabbie
mobili palermitane. Forse anche troppo.
Quella sulla trattativa fra mafia e Stato è un´indagine che, da
qualche mese e dopo diciassette anni, non sembra sbagliare una sola
mossa o mancare un solo bersaglio. Se un difetto ce l´ha, quel difetto
è che un´indagine troppo perfetta.
2 - IL PAPELLO? NO, CARTA STRACCIA...
Gianluigi Nuzzi per "Libero"
"Stato-mafia, ecco il papello". La sparata è de
L'Espresso, che a tardo pomeriggio curva la verità secondo privata
necessità, creando inutili sobbugli. Il settimanale ha messo le mani
sugli appunti che Vito Ciancimino aveva vergato "Per il mio
libro", come si legge in modo nitido sul documento. Ma la smania di
intercettare la prova provata della trattativa tra mafia e Stato porta a
sparare il petardo, in un momento in cui le pareti della politica sono
talmente sensibili che basta una miccetta per aprire crepe.
"Ecco il papello". In realtà non è il foglio consegnato a
don Vito e al figlio Massimo dagli emissari dei Corleonesi, scritto
forse di pugno da Totò Riina, forse da Gaetano Cinà o da un fidato
compare. No, la scrittura è quella incerta, traballante dell'ex sindaco
di Palermo, che prospetta soluzioni alternative ai voleri di Cosa
Nostra. Lo scoop c'è comunque, nulla da dire. Lo scritto di Ciancimino
indica che la trattativa era in corso eccome, anche se ormai le recenti
memorie di Claudio Martelli sembrano tagliare in radice ogni dubbio. Non
è questo il punto.
RIFORMA IMPROBABILE
La questione è un'altra. Semplicemente, quello non è il papello. Visto
non solo che si tratta di un "allegato per il mio libro" come
indica la prima riga del foglio . C'è poi una frase che spazza via ogni
remora: "Riforma giustizia all'americana - scrive Vito Ciancimino -
Sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal
titolo di studio (Es. Leonardo Sciascia)".
Ora, è semplicemente surreale ritenere che un qualsiasi mafioso
possa aver proposto una riforma della giustizia tale da introdurre
giudici senza nemmeno la quinta elementare purché eletti dal popolo.
Nemmeno agli inizi del '900 durante gli anni della mafia agraria sarebbe
passata un'idea talmente balzana, una simile riforma. Nessuno dello
Stato l'avrebbe accettata. Nemmeno un vigile urbano in terra di Cosa
Nostra.
Ancora: si legge nel documento integrale visionato da Libero
"Abolizione monopolio tabacchi".
Allora perché, perché buttare nel ventilatore dell'informazione un
papello che non è un papello? Giocare sugli equivoci, correggendosi
tardivamente, solo a polverone già alzato (con nuovo titolo online
"Stato-mafia, il papello ai Pm, ecco gli appunti di
Ciancimino")? Dar qui fiato alla dietrologia non serve. Di certo la
confusione, pur involontaria, fa comodo solo a chi non vuole chiarezza.
Non vuol far luce su passaggi chiave nello snodo tra Prima e Seconda
Repubblica. Su stragi che suonano stonate a qualsiasi picciotto che
campa a lupara e, soprattutto, silenzio, quiete, osmosi, mimetismo. Non
il baccano di corpi dilaniati, di morte che rivolta e sconvolge di
rabbia e sgomento.i
Il Pm Ingroia è persona avveduta per non intuire come l'inchiesta
che sta conducendo si riverberà inevitabilmente sulla storia politica.
Ben oltre le precedenti indagini, dalla Bagicalupo calcio di Dell'Utri a
"Sistemi Criminali". Per questo, forse sorprendendo i luoghi
comuni dei suoi detrattori, si muove con il passo felpato
dell'investigatore. Alle spalle ha gli insuccessi della sua procura nei
processi ai politici della Prima Repubblica dell'era Caselli, oggi
aggrapparsi ai teoremi polverizzerebbe qualsiasi reputazione rimasta
alla giustizia.
Certo, l'obiettivo grosso può anche essere per taluni Berlusconi
oppure Dell'Utri in questa caccia sulle stragi. Ma le prossime
settimane, i prossimi mesi sveleranno, meglio di ogni acerba previsione,
cosa accadrà. Sperando che non si scivoli nella Grande Tentazione di
cogliere l'apertura per infilare la coppola a Berlusconi, come vorrebbe
Antonio Di Pietro.
RIFERIMENTI A MORI
In realtà, è sugli uomini di Stato che in questi giorni ci si orienta
nelle centrali investigative. Su magistrati, su divise, su chi condivise
e orchestrò questa trattative. Su chi partecipò, animò e soprattutto
mutilò incontri, come racconteremo presto su Libero. In un post-it
appuntato sul papello (vero) don Vito scrive "Consegnato
spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori del Ros",
come ha recuperato Lirio Abbate.
Significa che il papello, o le osservazioni sullo stesso, sono state
portate all'attenzione dell'allora super poliziotto? I post-it si
attaccano e staccano. Vedremo presto dove rimane traccia chimica di
colla alterata da 16 anni di scantinati.
Di certo le richieste nel papello vero sono devastanti per lo Stato.
Anche solo a leggerle per la prima volta come abbiamo avuto modo di fare
di recente. Sì si tratta di dodici punti, che potevano segnare un
arretramento inaudito nella lotta a Cosa Nostra, che indicano una
violenza nella proposta, un grande ricatto nei confronti delle
istituzioni.
O accettate o bombe. Vediamoli questi punti: "revisione sentenza
maxi processo", "annullamento decreto legge 41 bis",
"revisione legge Rognoni-La Torre" nella lotta alla mafia,
"Riforma legge pentiti", "Riconoscimento benefici
dissociati - Brigate Rosse - Per condannati di mafia",
"Arresti domiciliari dopo 70 anni di età", "Chiusura
super carceri", "Carcerazione vicino le case dei
familiari", "Niente censura posta familiari". Infine
"Misure prevenzione-sequestro-non familiari", "Arresto
solo flagranza di reato", "Levare tasse carburanti come
Aosta".
Altro che giudici analfabeti e libera vendita delle sigarette. C'è
molto di più. Per questo i magistrati siciliani non da ieri ma da due
mesi lavorano su papello per capirne fattezza, periodo di estensione,
calligrafia, attendibilità. Insomma, quel lavoro classico degli
inquirenti per un foglio che potrebbe diventare l'ultima pagina di un
periodo nero del nostro Paese.
3 - LA FOTOCOPIA, LE DATE, I DUBBI...
Giovanni Bianconi per il "Corriere
della Sera"
Ecco dunque, finalmente, il presunto papello, seppure in fotocopia e
trasmesso via fax. La «prova tangibile che la trattativa tra mafia e
Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata», l'aveva definito il
procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia prima di vederlo.
Ma ora al secondo piano del palazzo di giustizia si respira aria di
prudenza. Perché quel pezzo di carta è arrivato dopo mesi di tira e
molla con chi l'ha fatto recapitare: Massimo Ciancimino, il figlio
dell'ex sindaco mafioso Vito, principale e controverso testimone
nell'inchiesta sui contatti tra boss e istituzioni avviati a cavallo
delle stragi mafiose del '92.
E perché manca ancora l'originale sul quale poter fare perizie e
ulteriori accertamenti per provare a stabilirne la provenienza.
Ciancimino jr dice che sopra c'è un post-it vergato dal padre in cui è
scritto che fu consegnato «spontaneamente» all'allora colonnello dei
carabinieri Mario Mori, ma un foglietto adesivo si può applicare e
riapplicare ovunque.
E, per esempio, Vito Ciancimino diede al colonnello un altro
documento, la bozza del libro che voleva pubblicare, sul quale può aver
messo quell'appunto. Il che non significa che ci sia stata una
manipolazione delle prove, ma semplicemente che è possibile, e perciò
bisogna procedere con cautela.
Come sanno bene i magistrati. Alcuni dei quali, per fare un altro
esempio, sono rimasti perplessi leggendo che nel '92 i capimafia
avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul
modello di quella varata per gli ex terroristi. Un'idea comparsa in
alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata
da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure
latitante.
Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e
stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già
immaginassero una via d'uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la
richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po' strana, se
scritta prima della strage di via D'Amelio, quando i boss detenuti erano
ancora nelle prigioni «ordinarie».
In ogni caso l'oggetto misterioso inseguito per anni e promesso da
mesi adesso c'è, e intorno ad esso si potranno appuntare nuove
indagini. Come sui nuovi elementi acquisiti, ultime in ordine di tempo
le rivelazioni sulle informazioni giunte a Borsellino poco prima della
sua morte. Anche in quel caso, di fronte alle versioni contrapposte di
chi conferma e chi nega, bisognerà appurare chi mente e perché. Con il
dovuto scrupolo e senza tralasciare nulla, perché 17 anni dopo quella
stagione di sangue e di misteri non sono tollerabili altri errori.
[16-10-2009]
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MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – LA VEDOVA BORSELLINO AI PM: “PAOLO
SAPEVA CHE LA MAFIA L’AVREBBE UCCISO” - Un paio d'ore prima aveva
raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su
superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e
commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone...
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per
dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo
paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei
nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i
particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la
vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È
la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde
nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.
Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da
una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo
dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare
"quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio
1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per
interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che
aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È
venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento
per il lunedì successivo.
Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da
sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare
una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda
la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore
Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata
abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma
quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi".
Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di
silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in
faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di
Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano
spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al
servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino.
Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per
interrogare ancora Mutolo".
Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19
luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla.
È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio
marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo
Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire
gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna
all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto
Vittorio Aliquò".
Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori
di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva
appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".
Un'informazione che arrivava da alcune
intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei
mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati,
Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova:
"Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di
andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di
andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi
gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è
condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che
alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi.
Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori -
"l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe
De Donno.
Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di
Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché
contrario a quella "trattativa".
Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i
ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è
quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e
superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di
Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me
personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il
generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra
ndr)...'".
Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino,
come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore,
lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque
messa a verbale. E il verbale è stato secretato.
Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime
rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua
intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è
andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta),
Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura
corleonese non si è mai fidato dei carabinieri.
E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di
instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il
dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti
nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire
garanzie concrete?...".
E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto
che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È
un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.
[14-10-2009]
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MARTELLI: "LO STATO TRATTÒ CON LA MAFIA"
Mara Grazia Bruzzone per La Stampa
E' partita con un battibecco duro fra Di Pietro e Ghedini, la nuova
puntata di Annozero. Mentre il conduttore Michele Santoro ha detto di «rimpiangere
anche i tempi dell'editto bulgaro». Il leader di Idv esordisce dando
del «delinquente» a Berlusconi, l'avvocato deputato lo interrompe e
ribatte. Di Pietro: «Ma questo si è fatto uno spinello». E Ghedini:
«Forse se li fanno li amici suoi».
C'era molta attesa per questo Annozero dedicata al rapporto tra mafia
e istituzioni. Ospite in studio anche Massimo Ciancimino, il minore dei
cinque figli di Vito, il sindaco del sacco di Palermo definito da
Buscetta organico alla cosca dei corleonesi.
Ciancimino jr, già condannato in primo grado per riciclaggio, è
anche teste d'accusa in inchieste delicatissime condotte dai magistrati
di Palermo e Caltanissetta per la storia del «papello», il documento
che proverebbe trattative fra mafia e politica nel ‘92, a cavallo tra
le stragi di Falcone e Borsellino.
Intervistato l'allora Guardasigilli Claudio Martelli conferma che
trattativa ci fu. Racconta che Liliana Ferraro, direttore degli Affari
penali del ministero e prima collaboratrice di Falcone, gli aveva
comunicato di aver ricevuto una visita dell'allora capitano De Donno,
che l'aveva informata che Ciancimino voleva collaborare ma chiedeva in
cambio garanzie e coperture politiche. E lei lo aveva fatto sapere anche
a Borsellino. Agnese Borsellino, dopo 17 anni, rompe il silenzio e si
appella ai pentiti: «Chiedo in ginocchio di far luce sui mandanti della
strage annunziata».
strage
di capaci
C'era attesa ma soprattutto preoccupazione in Rai e nei palazzi,
tanto che in giornata si era sparsa voce di telefonate dei collaboratori
del premier al dg Masi, e uno degli esiti è forse la sostituzione come
ospite dell'ex ministro Castelli con Ghedini, visto che si parlava anche
del lodo Alfano.
strage
di capaci
La prima puntata di Annozero con la escort D'Addario aveva fatto
inviperire Berlusconi e indotto il ministro Scajola a convocare i
vertici Rai e ad aprire un'istruttoria per verificare il rispetto del
contratto di servizio. Una doppia iniziativa che ha allarmato
l'opposizione, che ha parlato di «invasione di campo senza precedenti
su competenze che sono del Parlamento e dell'Agcom.
Ieri l'incontro di Scajola con Masi e il presidente Garimberti, «per
acquisire informazioni sulla programmazione, in particolare sulle
trasmissioni giornalistiche di approfondimento».
Il governo avrebbe intenzione di utilizzare il rinnovo del contratto
fra Rai e Stato per ritagliarsi un ruolo di controllo più stringente e
formale, ma Garimberti mette le mani avanti e ribadisce che, «nel
rispetto delle normative vigenti la Rai resta un'azienda autonoma dal
punto di vista editoriale e organizzativo».
E l'Usigrai avvisa: «No alla sudditanza al governo su singole
trasmissioni, o sarà sciopero». Contratto di servizio, Annozero ma
anche Tg1, diventato un «caso» dopo l'editoriale del direttore
Minzolini. Il cda si è diviso, la maggioranza schierata col dg a difesa
di Minzolini e del suo Tg, che i colleghi di opposizione considerano «ormai
trasformato da tg istituzionale in organo filogovernativo».
Il cda sentirà giovedì Minzolini e Mazza, direttore di RaiUno, poi
toccherà al vicedirettore Leone che segue per la Rai il rinnovo del
contratto di servizio.
2 - COSA NOSTRA È UNA COINCIDENZA ALL'INTERNO DELLE ISTITUZIONI
Marco Travaglio per "Il Fatto quotidiano"
Noi giornalisti ci occupiamo di fatti, non
di reati. Allora proviamo a fare un breve riepilogo dei fatti finora
accertati sulle stragi di mafia di 17 anni fa, poi i giudici decideranno
se ci sono reati e chi li ha commessi. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione
conferma a sorpresa le condanne dei boss al maxi-processo. Riina fa
subito ammazzare Salvo Lima e Ignazio Salvo, fedelissimi di Andreotti:
avevano promesso l'assoluzione e non hanno mantenuto. Oppure è solo una
coincidenza?
Il 23 maggio ‘92, mentre infuria Tangentopoli e il Parlamento si
appresta a eleggere Andreotti presidente della Repubblica, viene ucciso
Giovanni Falcone, con sua moglie e la scorta. Andreotti ritira la
candidatura alla presidenza e viene eletto Scalfaro. Altra punizione o
altra coincidenza? Sarebbe la seconda.
Dopo la strage di Capaci i ministri dell'Interno Scotti e della
Giustizia Martelli preparano un decreto antimafia: benefici ai pentiti,
carcere duro per i mafiosi. Ma a fine giugno due ufficiali del Ros dei
Carabinieri, Mori e De Donno, vanno a trovare Vito Ciancimino perché
faccia da tramite fra loro e i suoi amici Riina e Provenzano.
Il nuovo governo Amato cambia il ministro dell'Interno Scotti con
Mancino. Intanto il decreto Scotti-Martelli si arena in Parlamento. E'
un cambio di linea o è la terza coincidenza? Il 1° luglio Paolo
Borsellino, amico e erede di Falcone, va a Roma per interrogare un nuovo
pentito, Gaspare Mutolo. Mutolo dirà di avergli preannunciato
rivelazioni sui rapporti con la mafia di giudici come Carnevale e
Signorino e del numero 3 del Sisde, Bruno Contrada.
Mentre Borsellino verbalizza, viene chiamato al ministero
dell'Interno, dove si sta insediando Mancino. Nell'agenda grigia, dove
segna gli incontri della giornata trascorsa, Borsellino annota:
"Ore 18.30 Parisi (capo della polizia); 19.30 Mancino". Al
ritorno dal Viminale, Mutolo lo vede sconvolto: Borsellino fuma due
sigarette alla volta e spiega al pentito che Parisi gli ha fatto
incontrare Contrada. Oggi Parisi è morto.
Mancino è vicepresidente del Csm e nega di aver incontrato
Borsellino. Al massimo una frettolosa stretta di mano, ma non ricorda il
suo volto, anche se Borsellino, morto Falcone, era il magistrato
antimafia più famoso. Forse Borsellino mentiva alla sua agenda. L'ex pm
Ayala quest'estate ricorda all'improvviso che Mancino gli giurò di
averlo incontrato, Borsellino, ma poi smentisce.
Anche gli ufficiali Mori e De Donno dicono di aver incontrato in
segreto Borsellino in quei giorni, ma di non avergli detto niente della
trattativa con Ciancimino. I magistrati si stanno convincendo che
Borsellino fu informato da qualcuno della trattativa e della linea
morbida delle istituzioni, e ovviamente si disse contrario. Il 19
luglio, quarta coincidenza, salta in aria anche Borsellino con la
scorta.
Così il Parlamento rispolvera in tutta fretta il decreto antimafia e
lo converte in legge. Un autogol per la mafia. Infatti gli uomini di
Riina, ora pentiti, giurano che la strage di via D'Amelio non era in
programma. Secondo i giudici di Caltanissetta, la causa scatenante della
seconda strage fu l'intervista di Borsellino a due giornalisti francesi,
rilasciata 48 ore prima di Capaci, sui rapporti fra il mafioso Vittorio
Mangano e imprenditori del nord, tra cui Dell'Utri e Berlusconi.
Borsellino scriveva tutto nell'altra agenda, quella rossa: ma purtroppo
è scomparsa. Eliminato Borsellino, la trattativa dei carabinieri con
Ciancimino prosegue.
Riina, secondo il figlio di Ciancimino, fa recapitare a Mori e ad
altri referenti politici un "papello" con le richieste della
mafia per finirla con le stragi e fare pace con lo Stato. Brusca e
Ciancimino jr. dicono che don Vito, per seguitare a fare da tramite,
pretese una copertura politica da Mancino. Massimo Ciancimino dice che
il padre voleva coinvolgere anche Violante per l'opposizione. Mancino
nega di averne mai saputo nulla.
Violante invece, quest'estate, ha ritrovato la memoria e, dopo 17
anni, s'è ricordato che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma a
tu per tu. Perciò lui disse di no. Perché dimenticò di avvertire i
magistrati? Mistero. E poi, sull'Ansa dell'ottobre '92, si legge che
Ciancimino chiedeva di essere sentito in commissione Antimafia in seduta
pubblica, quand'era presidente proprio Violante. Ma non se ne fece nulla
anche perché, altra coincidenza, a metà dicembre Ciancimino fu
arrestato. Un mese dopo, 15 gennaio '93, viene arrestato pure Riina.
Dagli stessi uomini di Mori che trattava con Ciancimino. E' una
coincidenza, o Provenzano ha dato un aiutino?izzi
Sta di fatto che il Ros non perquisisce il covo di Riina e lo lascia
perquisire alla mafia. Ennesima coincidenza Vito Ciancimino e il pentito
Nino Giuffrè dicono che, a quel punto, la trattativa la prende in mano
Dell'Utri, che stava creando Forza Italia. Affermazioni tutte da
provare. Ma quest'estate, da uno scatolone dimenticato in Procura a
Palermo, salta fuori una lettera strappata: l'avrebbe scritta Provenzano
a Berlusconi, chiamandolo "onorevole", promettendogli appoggio
politico in cambio di una tv e minacciando in caso contrario un
"triste evento", forse un attentato a Piersilvio. Intanto le
bombe continuano, primavera-estate ‘93: l'attentato a Maurizio
Costanzo, le stragi di Milano, Firenze e Roma. Poi la mafia,
all'improvviso, annulla un mega-attentato all'Olimpico di Roma e smette
di sparare.
E' il novembre '93, mancano tre mesi alle elezioni poi vinte da Forza
Italia: il 2 e il 30 novembre, le agende di Dell'Utri registrano due
appuntamenti con Mangano, che è appena uscito da 11 anni di galera.
Forse anche Dell'Utri mentiva alle sue agende. O forse anche questa è
una coincidenza.
[09-10-2009]
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MACELLO MAFIOSO' PER DELL'UTRI: AL PROCESSO DURISSIMA ACCUSA DEL
PROCURATORE - "ASSUNSE AD ARCORE LO STALLIERE VITTORIO MANGANO PER
CONTO DI BERLUSCONI PER COLTIVARE INTERESSI DIVERSI DA QUELLI PER I QUALI
FU UFFICIALMENTE CHIAMATO" - PER DISTRARSI UN PO' L'EMINENZA DI PAPI
VA NEL CENTRO SOCIALE NEOFASCIO CASAPOUND - DOVE LEGGE IL DIARIO (FALSO
PER ALCUNI) DI MUSSOLINI - “L’UNITÀ” NON È STATA AMMESSA
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
1 - DELL'UTRI E LO STALLIERE DI BERLUSCONI. IL PG:
"MANGANO AD ARCORE PER I BOSS"
Da Repubblica.it
"Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di
Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi
diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino
in Brianza". Così il Procuratore generale Antonino Gatto
entra
subito nel vivo della requisitoria del processo di secondo grado in cui
il senatore Marcello dell'Utri (Pdl)
è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare
è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere.
Stamani davanti alla seconda sezione della Corte di appello di
Palermo, Gatto parla prima di tutto di Vittorio
Mangano, morto alcuni anni fa, condannato nell'ambito di un
processo di mafia. L'uomo per alcuni anni aveva svolto il ruolo di
stalliere ad Arcore, la tenuta del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi.
Era stato lo stesso Dell'Utri a farlo assumere. Una
scelta, secondo il magistrato, non legata a interessi agricoli, ma alla
necessità, che all'epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali lo
stesso Berlusconi, di "proteggersi" dal
pericolo di sequestri.
"Ma davvero - si chiede il Pg - non fu possibile trovare in
Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero
dall'estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una
persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole?".
"In realtà - prosegue Gatto - non solo Mangano
di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo
i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava
erano di tutt'altra natura rispetto a quelli agricoli".
"Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 -
dice il Pg - fu Dell'Utri a dire che in realtà Mangano
si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato
dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva
allevare nella tenuta appena acquistata".
Il senatore non è presente in aula. Ad ascoltare l'atto d'accusa del
Pg ci sono i suoi difensori, gli avvocati Nino Mormino,
Giuseppe Di Peri e Pietro
Federico.
2 - DELL'UTRI LEGGE MUSSOLINI...
Francesco Di Frischia per il "Corriere della Sera"
Ieri sera si è aperto il ciclo di conferenze 2009-2010 organizzato
da Casapound, il centro sociale neofascista all'Esquilino, di fronte a
un centinaio di persone ammassate come sardine. Quei documenti,
giudicati falsi da molti storici, sarebbero stati scritti dal duce dal
1935 al '39.
Il giallo sulla loro autenticità o meno resta. «Io non sono uno
storico, nè uno studioso - ricorda il parlamentare - ma a me non me ne
frega nulla se siano veri o falsi. Io ho letto pagina per pagina quasi
tutti i diari e ho provato una grande emozione. E mi sono convinto che
non possono essere falsi: se lo fossero, il falsario sarebbe un genio.
Ognuno di voi faccia le sue riflessioni».
Dell'Utri chiarisce: «Mussolini ha fatto cose buone e cose molto
negative che non si possono dimenticare - precisa - Io non lo voglio
riabilitare». Poi il senatore comincia a leggere passi dei presunti
diari, scandendo date e momenti. Il 10 gennaio del '35 il duce sostiene:
«Non sono un santo, ma mi tormenta la gente che soffre. Amo la
solitudine: sto bene da solo ».
Definisce la moglie Rachele «la donna prediletta della mia vita»
perché «mi capisce al volo». Su Claretta Petacci dice che «quando
parla mi commuove con il suo accento romano ». Oltre ai giudizi
negativi sui Savoia, Dell'Utri riferisce il commento di Mussolini l'8
novembre del '39 su Hitler appena scampato all'attentato di Monaco: se
fosse morto «sarebbe arrivata aria di pace e di salvezza, accidenti
alla sventura».
Andrea Antonini, consigliere del XX Municipio e vicepresidente di
Casapound Italia, proclama «la tolleranza di Casapound, ma alla
fiaccolata non ci hanno voluto. Alla faccia della tolleranza! ». Ieri,
però, la giornalista dell'Unità, Mariagrazia Gerina, non è stata
fatta entrare alla conferenza sui diari di Mussolini «perchè parli
male di noi...».
[25-09-2009]
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VIOLANTE 2 CONTRO VIOLANTE 1 - LE “BUGIE” SULLA TRATTATIVA -
“MORI VOLEVA CHE INCONTRASSI SEGRETAMENTE CIANCIMINO” - MA LE PAROLE
DI LUCIANO DI 17 ANNI FA LO SMENTISCONO - E RISPUNTA BRUSCA, IL BRACCIO
DESTRO DI RIINA CHE VOLO’ CON VIOLANTE, ALLORA PRESIDENTE DELLA
COMMISSIONE DA ROMA A PALERMO…
Gian Marco Chiocci per il
Giornale
Parlare di mafia e di politica significa parlare di Silvio
Berlusconi, innanzitutto. Poi del senatore Dell'Utri, quindi del figlio
di Ciancimino, poi del pentito Spatuzza, dell'agenda rossa di
Borsellino, dei carabinieri collusi, delle indagini sulle stragi, di
pizzini e di papelli.
Di tutto in questi giorni si discute fuorché di un personaggio
tornato d'attualità che, a torto o a ragione, di quella stagione è
stato indiscusso protagonista avendo ricoperto il ruolo di presidente
della commissione parlamentare antimafia: Luciano Violante. Il quale,
solo a diciassette anni dalle stragi, e solo dopo aver letto sui
giornali le allusioni del figlio di Ciancimino che in qualche modo
tiravano in ballo lui e il senatore Mancino sui tentativi di trattativa
fra Cosa nostra (per il tramite dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito
Ciancimino) e lo Stato (attraverso i carabinieri del Ros di Mario Mori)
s'è ricordato di qualcosa che evidentemente aveva rimosso. "E che
- si duole un pm palermitano col Giornale - in tutti questi anni sarebbe
potuto tornare utilissimo a diverse inchieste e svariati processi".
Di che si tratta? Il 23 luglio scorso Violante ritrova
improvvisamente la memoria allorché riferisce ai pm di Palermoi che
lui, con Ciancimino senior, non ci aveva mai voluto avere a che fare
nonostante l'allora colonnello dei carabinieri, Mario Mori, gli avesse
detto che l'ex sindaco di Palermo, in cambio di "qualcosa",
sarebbe stato disposto a incontrarlo perché "avrebbe potuto dire
cose importanti".
Ai pm Violante aggiunge d'aver incontrato Mori al massimo tre volte,
e di aver chiesto al colonnello se di quella disponibilità di
Ciancimino avesse avvisato l'autorità giudiziaria, ricevendo in
risposta che... beh, si trattava di una "questione politica".
Come dire, ovviamente no.
Bene. Negli archivi della Camera si scopre che la tardiva
dichiarazione di Violante collide violentemente con un'altra vecchia
dichiarazione, dello stesso Violante, trascritta a pagina 181 della
settima seduta della commissione d'inchiesta da lui presieduta dedicata
proprio al rapporto fra mafia e politica. Fra le cose da fare per andare
a fondo al problema, Violante suggerisce varie cose. Compresa quella di
ascoltare sia "quei collaboratori (pentiti) che possono tornare
utili" sia, udite udite, "Vito Ciancimino, che lo ha chiesto
revocando la condizione, posta nel passato, di essere ripreso dai canali
televisivi pubblici o privati, in diretta nel momento in cui rendeva la
deposizione".
Quell'antica dichiarazione di Violante, oltre a contraddire quella
del 23 luglio, è un formidabile riscontro alla versione fornita in più
sedi dal colonnello Mori Mori: "All'onorevole Violante non ho mai
proposto di incontrare Ciancimino a tu per tu, ma di farlo parlare in
commissione Antimafia". La domanda, a questo punto, è scontata: se
Ciancimino chiese per ben 5 volte (l'ultima con Violante presidente) di
parlare pubblicamente alla commissione d'inchiesta, perché Violante
parla di incontro privato?
E perché - vista la sua massima disponibilità ("gli faccia
fare apposita istanza") - poi Violante decide di non ascoltare mai
l'ex sindaco di Palermo, depositario di tante verità? Violante dice poi
che il colonnello Mori gli rispose picche ("è una questione
politica") alla domanda se avesse avvertito l'autorità giudiziaria
delle intenzioni di Ciancimino. Ma così non è, perché agli atti c'è
la prova provata che il Ros di Mario Mori, con nota del 24 gennaio 1993,
avvertì subito il procuratore Giancarlo Caselli della disponibilità di
Ciancimino a collaborare, tant'è che poi l'ex sindaco venne preso a
verbale per dieci volte.
La collaborazione venne casualmente meno allorquando Ciancimino iniziò
a parlare di affari, collusioni e scheletri negli armadi del
centrosinistra. Piuttosto verrebbe da farla a Violante la domanda: ma
lui, sapute quelle cose, avvertì i pm? E perchè, visti gli ampi poteri
d'indagine conferiti al presidente della commissione d'inchiesta
antimafia, non indagò personalmente interrogando i protagonisti
dell'asserita trattativa? E ancora.
Gli incontri con Mori, sostiene Violante, sono stati al massimo tre.
La difesa di Mori ne ha contati molti ma molti di più. Sono tutti
elencati in un dossier (a cominciare da quelli prodromici alla
convocazione dei vertici del Ros in commissione antimafia della terza
seduta) e prossimamente verranno prodotti al processo che vede Mori
indagato per la mancata cattura di Provenzano. Perché un abbaglio del
genere?
A smentire Violante ci sono pure i manoscritti sequestrati anni fa a
Ciancimino con le richieste autografe presentate a più riprese dall'ex
sindaco alla commissione antimafia. Compresa l'ultima, indirizzata
proprio a Violante, nella quale l'ex sindaco si metteva a disposizione
del parlamento rinunciando, per la prima volta, alla richiesta di
diretta televisiva. Ce n'è allora abbastanza per giustificare il
chiacchiericcio di queste ore teso a riesumare il giallo del boss
Giovanni Brusca che prima parlò di un accordo segreto con Violante (con
il quale effettivamente volò sulla tratta Roma-Palermo) e poi ritrattò.
L'ex braccio destro di Riina non è stato mai amato dai
professionisti dell'antimafia, e non solo per quel riferimento alla
"sinistra che sapeva delle stragi" detto in aula al processo
Dell'Utri. Brusca demolì le tesi su Andreotti, smascherò la doppia
vita criminale del pentito Di Maggio, disintegrò il teorema Buscetta
sulla centralità decisionale della Cupola. Ma a lungo,
inspiegabilmente, venne trattato come un "dichiarante" anziché
come un "collaboratore di giustizia".
Prima di dargli lo status, anche economico, di pentito, lo hanno
lasciato precauzionalmente a bagnomaria in regime di 41 bis (è ancora
in cella!) nonostante gli attestati di attendibilità dei tribunali.
Alla fine ce l'ha fatta. E' diventato pentito, stipendiato come gli
altri colleghi dallo Stato. E' il primo pentito pagato non per parlare
ma per tacere. Sarebbe ora di capire perché.
ECCO IL VERBALE DEL'INTERROGATORIO RESO DA LUCIANO VIOLANTE IL 23 LUGLIO
2009 ALLE ORE 11 AI MAGISTRATI DELLA DIREZIONE DISTRETUALE ANTIMAFIA DI
PALERMO, ANTONIO INGROIA E ROBERTO SCARPINATO:
"Mi sono oggi presentato in questi uffici a seguito di contatti
telefonici che ho preso direttamente con l'ufficio avendo letto su un
quotidiano negli ultimi giorni una notizia che mi riguardava in ordine
alla quale ho da riferire circostanze che potrebbero forse essere
d'interesse per l'autorità giudiziaria. In particolare ho letto che
Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, aveva dichiarato
ai magistrati di Palermo che il padre intendeva sapere se io fossi stato
informato della tratativa in corso e che aveva ricevuto risposta
negativa.
La lettura di tali notizie mi ha fatto tornare in mente una visita
che ricevetti dall'allora colonnello Mario Mori nel periodo in cui io
ero presidente della Commissione parlamentae antimafia, in epoca
certamente successiva alle stragi palermiate del '92. Ricordo che il
colonnello Mori venne a trovarmi nel mio ufficio. Lo ricevetti da solo
nel mio studio e Mori mi disse che Vito Ciancimino intendeva
incontrarmi. Aggiunse che Ciancimino avrebbe potuto dire "cose
importanti" e "naturalemnte - aggiunse - avrebbe anche chiesto
qualcosa".
Gli risposi che Ciancimino avrebbe potuto chiedere formalemnte di
essere sentito dalla Commisisone con apposita istanza. Mori replicò
dicendomi che Ciancimino chiedeva un colloquio personale con me non con
la Commissione. E io gli ribadii che non facevo colloqui privati. A quel
punto, Mori si congeda dicendomi che in ogni caso mi avrebbe fatto
pervenire un libro che Ciancimino aveva scritto, libro che poteva essere
d'interesse per l'antimafia.
Successivamente, nell'arco di un paio di settimane, Mori tornò a
trovarmi, sempre in ufficio, e mi portò copia del libro, che era un
dattiloscritto rilegato intitolato Le mafie che produco in fotocopia
all'ufficio. In quell'occasione ebbi l'impressione che la consegna del
testo avesse un caratterere privilegiato, nel senso che era come se
fossi uno dei pochi ad aver avuto copia di quel libro. Vi fu certamente
un terzo incontro con un lasso di tempo rispetto al secondo maggiore di
quanto ve ne fosse stato tra il primo e il secondo.
In tale circostanza, Mori mi chiese un giudizio sul libro e io, che
l'avevo letto con una certa attenzione, gli dissi che non mi sembrava
particolarmente importante. Mori replicò, insistendo con garbo, perchè
io incontrassi Cincimino e aggiunse che comunque il contenuto del libro
potesse essere una traccia della conversazione. Insistetti sulla mia
posizione e domandai se l'autorità giudiziaria fosse stata informata di
questa disposibilità di Ciancimino a parlare.
Mori mi rispose con tono cortese che si trattava di una "cosa
politica" o di una "questione politica", non ricordo
esattamente quale delle due espressioni utilizzò. La conversazione,
comunque, si chiuse lì perchè rimasi della mia idea. Adr: "Non si
parò del luogo ove avrebbe dovuto svolgersi eventualmente l'incontro,
ma nella prima conversazione il colonnello Mori mi aveva detto
incidentalmente, che Ciancimino abitava a Roma vicino piazza di
Spagna".
Adr: "Sono certo che al momento dell'incontro con Mori
Ciancimino non era detenuto". Adr: "Non sono in grado di
ricordare esattamente la data di tali incontri, posso solo dire che ho
consultato l'agenda dei miei appuntamenti dell'epoca e ho rinveunto una
sola annotazione relativa all'allora colonnello Mori, si colloca nel
giorno 7 luglio 1993. Produco all'ufficio copia della relativa pagina
della mia agenda".
Adr: "Non tutti i miei appuntamenti vengono annotati
nell'agenda. In particolare non venivano certamente annotati gli
appuntamenti fissati all'ultimo momento, ma soltanto quelli presi a
distanza di tempo". Adr: "Non sono certo che l'incontro che
ebbe per oggetto la richiesta di incontro con Ciancimino sia stato preso
a distanza di tempo e quindi sia quello annotato il 7 luglio 1993".
Adr: "Non ricordo di altri incontri con il colonnelo Mori avvenuti
nel mio ufficio".
Adr: "Credo di non aver mai parlato con nessuno di questi tre
incontri con il colonnello Mori. Forse ne parlai all'epoca con
l'onorevole Paolo Cabras, deputato Dc, all'epoca viceprediente della
Comissione parlamentare antimafia". Adr: "Venni nominato
presidente della Commissione parlamentare antimafia il 25 settembre
1992".
[13-09-2009]
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Cosa nostra - Da Riina a De gennaro, piccolo dizionario di Personaggi
e interpreti della più grande opera italiana: la mafia – come si
trasformò in una sorta di “service” adatto ai “lavori sporchi”
– L’ASSASSINIO DI FALCONE “TRASFERITO” DA RIINA DALLA
‘CARBONARA’ A CAPACI…
francesco la licata
per La Stampa
Ci sono parole della cronaca che entrano nell'immaginario, evocano fatti
e situazioni come icone immaginifiche. Eppure non sempre chi osserva o
legge dall'esterno riesce a comprenderne il senso esatto. Un piccolo
dizionario forse può aiutare.
A Addaura.
Luogo di villeggiatura marina dei palermitani. In una delle ville della
costa trascorreva l'estate Giovanni Falcone e la
moglie, Francesca. Il 21 giugno del 1989 gli agenti
della scorta trovarono sugli scogli una borsa da sub con 75 candelotti
di dinamite innescati. L'attentato fu sventato, ma Falcone
ne
denunciò immediatamente l'anomalia parlando di «menti raffinatissime»
che stavano dietro quella bomba.
Per la prima volta si intuisce, in una grande affaire di mafia, la
presenza di soggetti esterni a Cosa nostra che si servono dei boss come
di una sorta di «service» adatto ai «lavori sporchi». Il processo
sull'attentato fallito si concluderà in un nulla di fatto, tranne una
condanna nei confronti di un sottufficiale del Sismi che - sbagliando -
aveva fatto brillare il detonatore della bomba distruggendo così un
importante reperto per le indagini. Infortunio o premeditazione?
B Boccassini Ilda.
Magistrato a Milano, nel ‘92 - davanti allo scempio compiuto su Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino, suoi grandi amici
- chiese e ottenne l'applicazione alla Procura di Caltanissetta,
titolare delle indagini su Capaci e via D'Amelio. Dopo
due anni di lavoro lasciò l'incarico con qualche frizione originata da
divergenza di vedute con alcuni dei colleghi-investigatori.
Esistono agli atti due relazioni scritte, nel 1994, da Ilda
Boccassini che testimoniano una certa diffidenza del magistrato nei
confronti di alcuni pentiti. I dubbi principali riguardavano le
rivelazioni dei collaboratori Vincenzo Scarantino
e Salvatore Candura.
I non idilliaci rapporti della Boccassini
coi
colleghi sono evidenti nella relazione al procuratore Tinebra
e
all'aggiunto Giordano del 10 ottobre. Ilda
Boccassini dopo avere appreso che sarà «il collega Tescaroli
a sostenere l'accusa in dibattimento», dichiara di aver
offerto la propria disponibilità a «fornire al più giovane collega
ogni assistenza nello studio degli atti». Ma «il collega Tescaroli
non ha però ritenuto di dover attingere alla mia conoscenza
degli atti».
E, quindi, la stoccata sul pentito che non le piace: «...non sono
stata interpellata sugli indirizzi investigativi da seguire in
conseguenza delle sorprendenti dichiarazioni recentemente rese da Scarantino
Vincenzo - ufficialmente assunte a verbale nei primi giorni
dello scorso settembre - né sono stata avvisata del compimento di atti
istruttori di decisiva importanza».
Più avanti, sempre su Scarantino, giudicherà «le suddette
dichiarazioni, scarsamente credibili sulla base di argomenti logici».
Argomenti, questi, tornati all'attualità con le rivelazioni di Gaspare
Spatuzza, uomo di punta dei fratelli Graviano,
capi del mandamento di Brancaccio.
C Ciancimino
Massimo.
Figlio di don Vito, ex sindaco di Palermo condannato
per mafia (morto nel 2002) e in rapporti assidui con Bernardo
Provenzano, sembra diventato un teste importate perché
detentore del «patrimonio conoscitivo» lasciatogli dal padre. Si trova
nella singolare posizione di condannato (riciclaggio in primo grado) e
personaggio «socialmente pericoloso», ma contemporaneamente teste
protetto per il contributo delle sue rivelazioni sulla «trattativa»
fra Stato e mafia condotta dal padre nel ‘92, sulla costante presenza
dei servizi segreti nelle vicende stragiste di Cosa nostra.
Massimo Ciancimino oggi viene interrogato da quattro
Procure. Attualmente, seppure guardato ancora con diffidenza da più di
un magistrato, è stato messo sotto protezione e gli è stato «sconsigliato»
di soffermarsi a lungo a Palermo. Il «valore aggiunto» del nuovo teste
è il famigerato «papello»: la lista di richieste che Totò
Riina fece avere allo Stato - attraverso Vito
Ciancimino - per offrire, in cambio, la fine delle stragi.
D Dia, Direzione
investigativa antimafia.
E' lo strumento investigativo (insieme con la Superprocura) che Falcone
e Gianni De Gennaro crearono all'inizio dei Novanta per
far fronte all'attacco mafioso. E' stato l'organismo che si è occupato
dell'analisi sui fatti siciliani più cruenti, quelli che hanno
caratterizzato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Quando la spinta stragista mafiosa si spinse, nel '93, ad attaccare
Roma, Milano e Firenze con gli attentati del 14, 27 maggio e 27 luglio,
proprio la Dia fornì l'analisi più «politica» di quella scelta di
Cosa nostra, rintuzzando i tentativi di altri apparati della sicurezza
che collocavano il movente delle stragi nel terrorismo internazionale
(allora inesistente). «E' mafia - scrisse la Dia in una relazione del
10 agosto 1993 - ma anche altro».
Quegli investigatori facevano partire la strategia dall'omicidio
dell'eurodeputato Salvo Lima. Strategia che proseguiva
con l'assassinio di Ignazio Salvo, uno dei cugini
esattori (l'altro, Nino, era scomparso per cause
naturali), per sfociare a Capaci, via D'Amelio e poi a
Roma, Firenze e Milano. Uno scenario, secondo la Dia, tale da far
ipotizzare la volontà criminale di conseguire «obiettivi di portata più
ampia e travalicanti le esigenze specifiche dell'organizzazione mafiosa».
E ancora: «..si riconosce una dimestichezza con le dinamiche del
terrorismo e con meccanismi della comunicazione di massa nonché una
capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i
segnali».
Quindi il commento: «Gli esempi di organismi nati da commistioni tra
mafia, eversione di destra, finanzieri d'assalto, funzionari dello Stato
infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano». Una vera
predizione, a giudicare da quanto sta emergendo.
E Esplosivi.
La materia prima della strategia «corleonese». Una strategia indotta,
sembra dai recenti sviluppi investigativi, per trasformare la «normale
violenza mafiosa» in una forma di terrorismo politico teso a
condizionare le Istituzioni.
F Falcone Giovanni.
Vittima, insieme con la moglie e con la scorta, dell'attentato di Capaci
del 23 maggio 1992. Quella strage oggi viene considerata una delle tappe
della guerra dichiarata da Cosa nostra: una vendetta della mafia, certo,
ma anche una mossa preventiva per sgomberare il campo dall'ostacolo
principale in vista di un cambio politico-finanziario alla guida del
Paese. Una strage che colpirà duramente l'immaginario collettivo e
persino una mente fredda come quella di Vito Ciancimino
che
allora comincerà la sua collaborazione coi carabinieri del Ros.
G Gaspare Spatuzza.
Uomo d'onore del mandamento di Brancaccio. Tentò di
collaborare subito dopo il suo arresto ma dovette rinunciare per
l'avversione dei familiari. E' tornato a parlare nel giugno del 2008. In
un colloquio col Procuratore nazionale, Piero Grasso,
ha fornito una versione della strage di via D'Amelio che stravolge la
verità processuale già codificata in sentenze passate in giudicato. In
sostanza afferma di essere stato l'organizzatore del furto della Fiat
126 servita come autobomba. Una versione che smentisce la confessione
dei pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura,
autoaccusatisi del furto. Gli accertamenti condotti dalla Procura di
Caltanissetta hanno dato ragione a Spatuzza, aprendo
uno scenario completamente nuovo.
Trattato con molto sospetto all'inizio, oggi Spatuzza
è
nella lista dei pentiti credibili ed è entrato nel programma di
protezione dei collaboratori di giustizia. Lo scenario che ha aperto non
è di facile gestione. Le indagini hanno appena introdotto il tema delle
presunte pressioni della polizia per indurre Scarantino
e
Candura e dichiarare il falso. I magistrati dovranno
stabilire perché tanta menzogna non per discolparsi ma per accollarsi
la responsabilità di una strage mai commessa.
I Ilardo Gigino.
Era un mafioso che il colonnello dei carabinieri Michele Riccio
aveva
infiltrato dentro la cupola di Cosa nostra. Fu ucciso prima che potesse
assumere lo status ufficiale di pentito (e quindi prima che le sue
dichiarazioni assumessero altro valore processuale). Raccontò agli
investigatori una lunga storia di connivenze tra mafia e politica, anche
in direzione della spiegazione delle stragi del ‘92 e del ‘93.
L Lima Salvo.
Ex sindaco Dc di Palermo. Poi eurodeputato, fu ucciso nel marzo del
1991. Secondo molti collaboratori Totò Riina decise la
sua soppressione perché non aveva saputo mantenere la promessa di «neutralizzare»
il maxiprocesso di Giovanni Falcone. Con l'omicidio
Lima si è aperta la campagna politica di Cosa nostra e dei suoi amici
«esterni».
M Mostro.
E' un agente segreto affetto da una grave malformazione al viso. E'
stato collocato da diverse fonti (anche Massimo Ciancimino
e
Gigino Ilardo) sulla scena di svariati crimini: all'Addaura
durante l'operazione contro Falcone, accanto
ad un altro «agente» molto intimo di don Vito Ciancimino
e
presente durante l'agguato che uccise l'agente Agostino e la giovane
moglie incinta.
Il mostro, raccontò Ilardo, aveva avuto un ruolo anche in occasione
dell'omicidio di Claudio Domino, un bambino ucciso come
un boss da un killer. Per smentire il convogliamento della mafia, per la
prima volta un boss, per l'occasione Giovanni Bontade,
lesse un comunicato dalla gabbia del maxiprocesso.
P Papello.
Per i palermitani è la pergamena che viene imposta, dietro pagamento di
una «tassa», alle «matricole» universitarie. Da qualche tempo, però,
il papello è diventata una sorta di «parola chiave» che introduce ai
misteri delle stragi siciliane e non. Il termine è stato inventato dal
pentito Giovanni Brusca: «Riina
presentò
il papello allo Stato». La sua esistenza è stata negata dal prefetto Mario
Mori (uno dei protagonisti della cosiddetta «trattativa») e
oggi viene confermata da Massimo Ciancimino che
sostiene di averne copia ben custodita all'estero.
Il pezzo di carta sarebbe stato recapitato a Vito Ciancimino
e
conteneva le richieste che la mafia inoltrava «per far cessare le bombe».
Dice Massimo Ciancimino di aver visto coi propri occhi
il papello, «girato» dal padre al «signor Franco»,
un altro agente segreto molto intimo con la famiglia dell'ex sindaco.
Il papello però non è ancora nelle mani dei magistrati perché Massimo
Ciancimino non lo ha consegnato. Lo usa sapientemente come «carta
vincente» (nella partita che sta giocando coi giudici per trattare
qualche beneficio processuale), ma non lo caccia fuori. Sembra sia
custodito in una cassaforte del Liechtenstein, da dove è difficile
recuperarlo perché la procedura prevede la presenza contemporanea di Massimo
e di un altro familiare che non può spostarsi. Il ricorso alla
delega non sembra sufficiente, sarebbe necessaria una procura speciale
che Ciancimino, a quanto pare, non riesce (o non vuole)
chiedere.
Insomma il papello è bloccato. Altre carte, invece, il teste
protetto Ciancimino le ha consegnate: una intimidazione
a Silvio Berlusconi, firmata Bernardo
Provenzano, altre due lettere e un assegno, che col premier
hanno a che fare. Tra i «reperti» sequestrati a Massimo
Ciancimino nel 2005, c'era anche una carta Sim col numero di
telefono del «signor Franco» il cui vero nome non è
stato rivelato. Ciancimino sostiene di non conoscerlo,
ma attraverso la carta Sim si potrebbe identificarlo.
Solo che la traccia elettronica sembrava si fosse persa nella
confusione dei corpi di reato. Solo qualche giorno fa i carabinieri
l'avrebbero ritrovata nei propri archivi. Resta da verificare se è
possibile che un agente, segreto per quanto possa essere, abbia avuto
contatti per più di vent'anni coi Ciancimino,
fornendogli documenti, notizie, passaporti, protezione e persino
brillanti da fare avere a Totò Riina, senza rivelare
la propria identità.
R Riina.
Don Totò il padrino stragista. E' diventato
improvvisamente loquace, anche coi giornali. Le notizie sulle «presenze
esterne» a Capaci e in via D'Amelio sono manna dal cielo per lui, che,
sorretto da una buona strategia difensiva del suo legale, tenta di
scaricare tutto sullo Stato. «Borsellino l'hanno
ucciso loro», dice il boss attraverso l'avv. Luca Cianferoni.
Nega, poi, ogni trattativa con lo Stato per affermare di essere stato
lui oggetto di un accordo che ha portato alla sua cattura. Perché
parla? Parla senza rispondere a nessuna domanda, tanto che si dice
disponibile addirittura a firmare un memoriale. Tutto pur di non sedersi
davanti a un giudice che possa cominciare: «A domanda risponde...».
S Scarantino
Vincenzo.
Si è accusato della strage di via D'Amelio ed ha fornito una sua verità
confermata dalla Cassazione. Verità che oggi sembra andare in frantumi.
Non è mai stato un gran collaboratore, Scarantino.
Durante il dibattimento ha ritrattato una prima volta, poi è tornato in
aula a ritrattare la ritrattazione. Insomma, anche se ha retto per anni,
non sembra un buon teste d'accusa.
T Trattoria.
«La Carbonara» a Campo de' fiori. Lì Falcone cenava
spesso e lì i killer venuti da Palermo nel febbraio ‘92 avrebbero
dovuto ucciderlo. Ma la squadra sbagliò «ricetta» ed andò a cercarlo
al «Matriciano», in Prati. Ovviamente non lo trovarono, poi Riina
li richiamò perché aveva deciso per la strage.
U Utveggio.
Il castello in cima al Monte Pellegrino di Palermo. Lì è possibile sia
stata pianificata la strage di via D'Amelio. Accertata la presenza di un
ufficio di copertura del Sisde, dentro la sede del Cerisdi. «Guardate
all'Utveggio», dice ora Riina.
V Via D'amelio.
Strage Borsellino: quelle indagini rappresentano la
crepa, uno squarcio al velo sulla commistione tra potere mafioso e
politico-finanziario che ha prodotto lo stragismo degli anni novanta. La
scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino, la presenza
dei servizi segreti sulla scena degli attentati, le rivelazioni di Ciancimino,
la trattativa e il coinvolgimento di uomini delle istituzioni (Mori,
l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, l'allora presidente
dell'Antimafia Luciano Violante che oggi ammette di
essere stato contattato da Mori per conto di
Ciancimino):
forse non tutta la verità verrà fuori, ma che qualcosa di strano sia
avvenuto sembra certo.
Z Zio.
E' uno dei nomignoli riservati a Bernardo Provenzano.
Un altro è «signor Lo Verde», il nome con cui, da latitante, andava a
trovare a casa l'ex sindaco, in via Sciuti a Palermo. Provenzano è un
perno della trattativa del ‘93 che, tuttavia, non è la sola
intrattenuta con lo Stato. Più interessante del papello, infatti, ci
sarebbe il «contatto originario» che in qualche modo indusse Riina
ad imbarcarsi nella strategia stragista.
Racconta Spatuzza che Falcone
doveva
essere ucciso a revolverate in un ristorante di Roma e che,
improvvisamente, arrivò il contrordine: si fa a Palermo e si fa con le
bombe. Perché? Forse per trasformare l'omicidio di un giudice
nell'inizio di una campagna di intimidazione nazionale e politica?
[17-08-2009]
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UN AGGHIACCIANTE ARTICOLO-DOCUMENTO DI CIRINO POMICINO SULLE
STRAGI DI MAFIA - “VIOLANTE, ENZO SCOTTI, ARLACCHI SU CAPACI E VIA
D’AMELIO GIOCANO CON L’OBLIO DEL TEMPO” - “Non ci sto” DI
SCALFARO NON legato ai fondi neri Sisde MA alLA trattativa mafia-Stato
- L’ACCORDO FU TRA MAFIA E UNA PARTE DELLA POLITICA CON SERVIZI
ITALIANI E STRANIERI - Falcone STAVA indagaNDO sull’uscita dalla
Russia di ingenti somme di denaro del Kgb
Paolo Cirino
Pomicino per "Il Secolo XIX"
In queste settimane siamo stati travolti da un effluvio di
interviste sulle stragi di via D'Amelio e di Capaci in cui morirono Paolo
Borsellino e Giovanni Falcone, piene di
ricordi sbiaditi che non fanno onore alla verità storicamente
accertata.
Luciano Violante, Enzo Scotti, Pino
Arlacchi, Oscar Luigi Scalfaro giocando
nell'oblio del tempo hanno detto cose che non stanno né in cielo né
in terra. A cominciare dal famoso «Non ci sto» scalfariano legato
ieri ai fondi neri dal Sisde e oggi, invece, collegato al rifiuto di
una trattativa tra mafia e Stato.
La riapertura delle indagini della Procura di Caltanissetta sulle
dichiarazioni di Massimo Ciancimino ha dato il via
a una sarabanda di ricordi falsi, naturalmente in buona fede, che
rischiano ancora una volta di allontanare la verità che molti sanno
e che per paura non dicono diventando così complici di chi tradì
la Repubblica a cavallo degli anni Novanta.
Per consentire a ciascuno dei lettori di farsi una propria
opinione è bene ricordare i fatti storicamente accertati:
1) sono stati sempre noti i collegamenti negli anni '89-‘93 tra
alcuni gradi dei servizi italiani e stranieri e alcuni mafiosi. Dal
rapporto riservato e non autorizzato con Totuccio Contorno del
prefetto Domenico Sica e del capo della Criminalpol Gianni
Di Gennaro, agli uomini che visitarono nel carcere inglese
di Full Sutton il mafioso Francesco Di Carlo per
chiedergli indicazioni sui possibili killer per uccidere Giovanni
Falcone sino al rapporto con Vito Ciancimino del generale
de i carabinieri Mario Mori.
Mentre nel primo e nel terzo caso i rapporti possono inquadrarsi
in un lavoro di intelligence per colpire la mafia, nel secondo caso,
quello del pentito Di Carlo, gli obiettivi erano di
natura mafiosa;
2) nel settembre del 1989 il decreto legge Andreotti-Vassalli
allunga il periodo di carcerazione preventiva agli imputati
di associazione mafiosa. Il vecchio Pci con Violante fa una tremenda
requisitoria contro il governo e vota contro;
3) alla fine dell'estate del ‘90, secondo gli accertamenti del
pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, c'è un
contatto tra alcuni capi mafiosi (Totò Riina o Bernardo
Provenzano) e un non meglio identificato agente
istituzionale per discutere della reazione stragista alla
legislazione antimafia dell'epoca;
4) nello stesso anno, Francesco Di Carlo riceve
nel carcere inglese di Full Sutton un agente dei servizi siriani,
tal Nazzar Hindaw, insieme a quattro persone, tre
mediorientali e un italiano. Questi gli chiesero di indicare
qualcuno che poteva aiutarli a uccidere Giovanni Falcone.
Di Carlo fece il nome di Antonino Gioè,
che infatti partecipò alla strage di Capaci, fu
arrestato e un mese dopo fu trovato impiccato nel carcere di
Rebibbia;
5) il 23 dicembre ‘91 viaggiano casualmente sullo stesso volo
Roma-Palermo Luciano Violante e Giovanni
Brusca, già all'epoca noto mafioso;
6) tre mesi dopo il piemontese Luciano Violante fu capolista a
Palermo del vecchio Pci nelle elezioni politiche del 1992 e in
quella occasione nasce il movimento della Rete di Leoluca
Orlando, che prende in Sicilia il 9% salvo a sparire
qualche tempo dopo;
7) il 5 marzo 1992 c'è l'omicidio di Salvo Lima;
8) il 17 marzo 1992 Vincenzo Scotti, ministro
dell'Interno, allerta le prefetture di tutta Italia preannunciando
un piano di destabilizzazione istituzionale. Questo piano prevedeva
attacchi mafiosi e indagini giudiziarie su tutti i leader dei
partiti di governo. Quarantotto ore dopo Scotti si rimangia tutto
davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato;
9) il 23 maggio1992 Falcone e la sua scorta saltano in aria;
10) ai primi di luglio ‘92, uno scritto anonimo inviato a tutte
le autorità descriveva tutto ciò che poi sarebbe accaduto nei mesi
successivi sugli attacchi mafiosi, sulle indagini di Tangentopoli e
sull'impunità dei mafiosi pentiti;
11) il 19 luglio '92 Borsellino e la sua scorta
saltano in aria in via D'Amelio;
12) nel settembre ‘92 a casa Scotti, non più ministro, il capo
della polizia Vincenzo Parisi e il capo di stato maggiore dell'arma
dei carabinieri, generale Domenico Pisani,
confermarono al neoeletto segretario della Dc Mino Martinazzoli
la veridicità dell'informativa del marzo precedente per la
quale lo stesso Scotti prima aveva allertato le prefetture e poi ne
aveva smentito il valore;
13) nel gennaio del ‘93 viene arrestato Totò Riina;
14) nella primavera del ‘93 arrivano le bombe mafiose di
Milano, Firenze e Roma e subito dopo i programmi di protezione
incominceranno a scarcerare mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti
(oltre 3 mila nei dieci anni successivi) così come aveva previsto
il documento anonimo del luglio ‘92.
Ultimo dato da ricordare. Pochi giorni dopo la sua morte, Giovanni
Falcone doveva incontrare, come è documentato da un telex
alla Farnesina, Valentin Stepankov, procuratore
generale di Mosca che indagava sull'uscita dalla Russia di ingenti
somme di denaro nella disponibilità del Kgb, molti agenti del quale
gironzolavano indisturbati per mezza Europa.
Questi alcuni
fatti.
Adesso un'opinione, una considerazione e un consiglio. L'opinione.
La tenaglia fra stragi mafiose (Falcone, Borsellino)
e inchieste giudiziarie sui finanziamenti ai partiti di governo ha
scansioni temporali e obiettivi troppo simili per non immaginare un
"oggettivo" coordinamento tra di loro che produsse effetti
devastanti sul sistema politico italiano.
L'accordo, infatti, non fu tra mafia e Stato, ma tra mafia e una
parte della politica con l'aiuto di uomini deviati dei servizi
italiani e stranieri e delle forze dell'ordine come si leggeva sul
documento anonimo del luglio 1992 che Violante imputò ai
carabinieri (se fosse vero, ancora una volta l'Arma avrebbe tentato
di aiutare la Repubblica).
La
considerazione.
È molto strano che solo dopo 17 anni Violante dichiari che Ciancimino
voleva parlare con lui come gli avrebbe detto il generale Mori.
È vero il contrario. Fu Violante a chiedere a Mori di voler sentire
alcuni mafiosi tra cui Ciancimino, come dimostrano i verbali del
29ottobre 1992, nell'ambito dell'indagine mafia-politica. Violante
era presidente dell'Antimafia e capogruppo Dc in quella
Commissione era Vincenzo Scotti.
Il consiglio.
Le forze politiche abbiano un sussulto di orgoglio e varino una
Commissione parlamentare di inchiesta su quegli anni in cui la
Repubblica fu tradita e certi servitori dello Stato, come Falcone
e Borsellino, pagarono con la vita la
lealtà verso la nostra democrazia. E si faccia presto perché
annusiamo sotto vento che è in preparazione un altro furibondo
attacco alle istituzioni che presiedono alla legalità repubblicana
con complicità attive e omissive impensabili e di cui presto
torneremo a parlare.
[07-08-2009]
CIVITAVECCHIA (ROMA) / 29-05-2009
ANNOZERO/ processo a un'italiana che ha il coraggio di parlare,
sosteniamola tutti
CIVITAVECCHIA
(Uno Notizie.it)
Presso il tribunale
di Civitavecchia una cittadina che da anni si batte contro la
riconversione a carbone della centrale di TVN, “una
di noi”, sarà processata presso il Tribunale di Civitavecchia,
perché querelata per diffamazione da Alessio De Sio, colui che,
nell’allora ruolo di Sindaco, contraddicendo quanto
approvato pochi giorni prima in Consiglio Comunale diede parere
favorevole alla riconversione a carbone della centrale di TVN.
Nel frattempo veniva
stilata una milionaria convenzione con Enel.
Né l’allora
Sindaco De Sio, né tanto meno l’attuale sindaco Moscherini, hanno
mai pensato di adire le vie legali contro l’Enel
per le gravi carenze autorizzative relative alla centrale di TVN
né, tanto meno, per l’esercizio in assenza di autorizzazione in
essere dal 24 dicembre scorso. Alla sbarra è stata condotta, invece,
una cittadina dell’Alto Lazio, una di quelle cittadine che hanno
deciso di non poter far passare sotto silenzio la terribile ipoteca
posta sul futuro dei propri figli e della propria terra, una “no
coke”, una di noi, colpevole di aver confuso, durante
un’intervista rilasciata nel 2007, nella trasmissione “Annozero”
di Michele Santoro, la nomina di De Sio nel consiglio di
amministrazione di Acquirente Unico spa, con una nell’ ENEL.
Una confusione di
cui, probabilmente, potrebbe essere colpevole mezzo Lazio
visto che ben pochi, tra i cittadini, hanno ben chiari gli effetti
della privatizzazione di ENEL e della sua
divisionalizzazione in numerose società, da cui Acquirente Unico spa
nasce.
Il processo a Marzia
è un processo a tutti noi, a tutti coloro che accusano quanti hanno
acconsentito, e continuano ad acconsentire a tale scempio, di
devastazione ambientale, di distruzione di un intera economia, di
ipoteca sul futuro di un intera popolazione.
E noi saremo lì a
farci processare e nelle nostre deposizioni faremo il nostro “je
t’accuse” contro tutti coloro che nella coscienza e nelle azioni
hanno la responsabilità di quanto si sta per abbattere su questo
territorio; ricorderemo loro le inquietanti stime di mortalità e
morbilità contenute nei monitoraggi epidemiologici; narreremo di
cieli gialli e di nuvole rosse piene “solo di ruggine” e quindi, a
dire di ENEL, innocue; ripercorreremo la storia di
compensi milionari utilizzati, nella migliore delle ipotesi, per
coprire l’incapacità dei vari amministratori succedutesi; parleremo
della corruzione delle coscienze per il tramite di giochi, concorsi e
spettacoli; racconteremo del silenzio, quando non della collusione,
della politica davanti alle innumerevoli bugie e/o mistificazioni
raccontate dalle Società elettriche per far digerire alla popolazione
un futuro nero come il carbone.
Non sappiamo come
finirà la vicenda giudiziaria, riponiamo tutta la nostra fiducia
nella Magistratura. Oggi noi saremo processati, ma siamo certi che al
banco della Storia saremo assolti, mentre De Sio, e quanti come lui,
rimarranno macchiati dall’infamante marchio di aver svenduto per un
piatto di lenticchie la salute e il futuro di un intera popolazione.
Un marchio che non
potranno nascondere quando guarderanno negli occhi i loro figli che
dovranno sapere che i loro padri hanno condannato a morte questo
territorio.
Movimento
no coke Alto Lazio
www.nocoketarquinia.splinder.com
www.noalcarbone.blogspot.co
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CIVITAVECCHIA (ROMA) / 26-07-2009
A CIVITAVECCHIA LA MAFIA C'E' / le mani di cosa nostra su città
portuale e comuni vicini
CIVITAVECCHIA -
ROMA (UnoNotizie.it)
Dal buon esito di una vicenda giudiziaria che lo ha riguardato, il
sindaco di Civitavecchia Moscherini ha
tratto spunto per passare - secondo quanto hanno riportato
alcuni organi di stampa - alla formulazione di giudizi
negazionisti su una situazione generale attinente alla
presenza della criminalità organizzata sul territorio da lui
amministrato.
In sostanza, egli ha negato tale presenza, smentendo oggettivamente
quanto sostenuto al riguardo dalla Procura Nazionale
Antimafia e da altri organismi investigativi e giudiziari
centrali.
Lo stesso sindaco ha colto, inoltre, l’occasione per esprimere giudizi
negativi nei confronti di tutti coloro – i cosiddetti “professionisti
dell’antimafia“ – che, in virtù dell’esito di
approfondite analisi e di quanto scritto dagli Organi dello Stato
succitati, esprimono da tempo un parere opposto al suo.
Nell’esprimergli le nostre felicitazioni per l’esito della sua vicenda
giudiziaria - che, da quanto appreso dai giornali, non riguarda, comunque,
la materia che stiamo trattando -non possiamo esimerci dal ricordargli che
ci siamo già visti costretti a presentare denuncia - querela alla Procura
della Repubblica per alcuni giudizi offensivi da lui espressi nei
nostri confronti.
Noi non abbiamo mai fatto ricorso nei confronti di chicchessia – né
tanto meno nei suoi confronti – all’arma del dileggio e
dell’insulto.
Riteniamo, pertanto, che altrettanto debba fare anche il Sindaco
Moscherini, tenuto conto, soprattutto, del ruolo istituzionale da lui al
momento ricoperto e del rispetto dovuto a quello degli altri attori
in campo, a cominciare dalla Magistratura.
A noi non interessano le polemiche fra il Sindaco Moscherini ed altri
esponenti politici locali, ma quando egli arriva a dichiarare
pubblicamente che a Civitavecchia “la mafia non
c’è”, è doveroso per noi replicargli che, al contrario, “la mafia
c’è“.
Associazione Regionale del Lazio per la lotta contro le illegalità e
le mafie
“Antonino Caponnetto”
- Uno Notizie Civitavecchia -
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Palermo, sparita una prova dei contatti tra Stato e mafia In
una sim il numero dell´agente segreto che trattava La
"spia" fece avere a don Vito un passaporto turco dopo l´uccisione
di Salvo Lima Fu sequestrata a Ciancimino jr Lo 007 "Carlo" è
il personaggio chiave di tutta l´inchiesta
ATTILIO BOLZONI
FRANCESCO VIVIANO per La Repubblica
vito
e massimo ciancimino
L´ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda
telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La
cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c´è anche il numero
del cellulare di «Carlo», l´agente segreto che ha trattato con Vito
Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992. Il suo nome è sconosciuto
agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim
requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al
momento dell´arresto. C´è il verbale di sequestro di uno dei suoi
telefonini, c´è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta
è sparita. Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e «sollecitazioni»
alla Corte di Appello però - dopo mesi di ricerche - non è stata
consegnata ancora ai pubblici ministeri che indagano sul patto fra Stato
e Mafia. O qualcuno l´ha sottratta o qualcun altro l´ha infilata in un
posto sbagliato. Forse fra un giorno o fra un anno salterà fuori da
qualche scatolone o forse non ricomparirà più. E «Carlo», se non ci
sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell´ombra.
E´ il personaggio centrale di tutta l´inchiesta siciliana sugli
avvenimenti di quell´estate del 1992. Più dello sfregiato, quell´altro
agente segreto con la «faccia da mostro» che i magistrati di Palermo e
di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi. Più degli «irregolari»
del Sisde che per anni si sono aggirati nelle borgate palermitane «camminando»
insieme a boss e a picciotti - questa l´ipotesi - per mettere bombe o
far paura a Falcone e Borsellino. E´ «Carlo» l´uomo cerniera di più
«alto livello» fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette
anni fa. E´ lui - lo racconta Massimo Ciancimino - che aveva
materialmente in mano il famigerato «papello» alla vigilia del
massacro di via D´Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime
mosse per far contento Totò Riina. Il figlio di don Vito non conosce l´identità
di «Carlo» e quella scheda telefonica scomparsa era l´unica traccia
per risalire all´oscuro 007.
Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una
frequentazione con lui dal 1980. Un vero «intermediario» fra pezzi
dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle
carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino
anche un passaporto turco subito dopo l´uccisione di Salvo Lima, all´inizio
del 1992. E´ stato «Carlo» a portarglielo a casa sua, a Roma in via
San Sebastianello. «Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di
allontanarsi in fretta dall´Italia», gli disse «Carlo». La foto che
servì per quel passaporto, don Vito l´ha fatta in uno studio a pochi
passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta. Ma
quel passaporto l´ex sindaco di Palermo non l´ha mai usato. E´ fra le
carte ereditate dal figlio.
E´ un potente «Carlo». Con «licenza» di fare scorribande
dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e
chaffeur. E´ sempre stato lui - nell´autunno del 1984 - a far visita
più volte a Rotello, in Abruzzo, a don Vito che era al soggiorno
obbligato. In quel periodo «Carlo» incontra pure i figli. Li pedina
anche. Quando escono di casa. Quando lasciano la Sicilia. Quando hanno i
«colloqui» in carcere con il padre. Capita anche che «Carlo» prova a
usare come «postini» i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire:
«Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare
perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda». L´agente
segreto e i suoi hanno sempre avuto paura che don Vito potesse parlare.
Le «visite» in carcere si fanno sempre più frequenti. E anche la «libertà»
di don Vito in galera è tanta. Può chiamare con un cellulare di «Carlo».
E può incontrare, anche quando è ufficialmente in isolamento, altri
detenuti. Come per esempio Nino Salvo, il grande esattore mafioso della
Sicilia, con Salvo Lima l´uomo più potente della corrente andreottiana
nell´isola che Giulio Andreotti ha sempre negato di conoscere. Ecco
cosa raccontava il 17 marzo 1993 Vito Ciancimino al procuratore capo di
Palermo Giancarlo Caselli, al sostituto Antonio Ingroia e - guarda caso
presente all´incontro - al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno,
il fedelissimo del generale Mario Mori che fu il primo ad «agganciare»
Massimo Ciancimino per avviare la «trattativa». Allora don Vito non
raccontò come poteva aggirare l´isolamento, però ricordò: «Nino
salvo mi disse: ‘Hai capito di quali romani ci parlò Salvo Lima? Non
hai capito niente...Ti comunico in termini perentori che a decidere l´assassinio
del generale Dalla Chiesa e dell´onorevole Pio La Torre è stato Giulio
Andreotti». All´epoca don Vito fu bollato come un «depistatore».
Un rapporto antico quello fra l´agente «Carlo» e l´ex sindaco. Fino
ai giorni del «papello». Fino a quando si ritrovarono a «ragionare»
insieme sulle richieste che Totò Riina aveva avanzato allo Stato per
fermare le stragi. Poi, dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure
del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, «Carlo» non ha mai
voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo.
E´ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto
del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari. E´ stato lui a
presentarsi come «un carabiniere» sotto la sua casa di Palermo qualche
mese fa. E´ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio,
a entrare segretamente nell´appartamento bolognese di Ciancimino jr per
lasciare un messaggio: «Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in
questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?». E ieri, Massimo
Ciancimino, ascoltato di sera in procura a Palermo, forse ha parlato
anche dell´ultimo incontro con «Carlo» e dei suoi avvertimenti.
[03-08-2009]
CANNOLI AMARI PER CUFFARO – GUAI PER TOTÒ E I CONSULENTI DELLA
CARTOLARIZZAZIONE DA 655 MLN DEL 2003. I PM DI MILANO FICCANO IL NASO E
PARTONO I PRIMI AVVISI PER CORRUZIONE. - SCOOP DELL'ANTEFATTO, IL BLOG CHE
PREPARA LO SBARCO CARTACEO DEL FATTO QUOTIDIANO…
Francesco Bonazzi per
"l'Ante-Fatto" (http://antefatto.ilcannocchiale.it/)
Sull'asse Milano-Palermo non sarà un'estate serena. C'è un
troncone tutto siculo dell'inchiesta milanese sui derivati venduti alle
pubbliche amministrazioni che rischia di rovinare le vacanze a un pugno
di banchieri, mediatori e grand commis. Tutti personaggi che hanno avuto
a che fare con cartolarizzazioni e derivati venduti dalle banche
d'affari straniere alla Regione Sicilia durante il lungo regno di
Salvatore Cuffaro. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, tra gli
avvisi di garanzia notificati la scorsa settimana dalla Procura di
Milano (pm Alfredo Robledo), ve ne sarebbero almeno un paio che fanno
tremare la Palermo che conta: sono quelli spediti ai consulenti Marcello
Massinelli e Calogero "Fulvio" Reina.
Due professionisti riservati, molto ben introdotti nella Milano
degli affari, ma tuttora al centro del sistema di potere siciliano che
ha ruotato per anni intorno a "Totò vasa vasa" e che, oggi,
tenta di ricostituirsi intorno ad Angelino Alfano. Il reato per i quali
sono indagati Massinelli e Reina è la corruzione aggravata, perché nel
2003 avrebbero "giocato sporco" nell'assicurare ai giapponesi
di Nomura la regìa di una cartolarizzazione di crediti sanitari per la
stratosferica cifra di 655 milioni di euro. Chi abbiano corrotto in
concreto, secondo le ipotesi investigative di Milano, non è ancora
noto. Ma visto il loro elevato livello di rapporti, è difficile che
un'operazione del genere sia stata gestita solo con qualche ragioniere
di Palazzo d'Orleans. O che, peggio, si siano corrotti da soli come il
mitico avvocato inglese David Mills.
La storia comincia agli inizi degli anni Novanta a Milano,
all'università. Dalla Bocconi e dalla Cattolica esce un pugno di
ragazzi siciliani studiosissimi e dalla faccia pulita, che le famiglie
hanno avuto l'intelligenza di mandare in Continente perché il loro
curriculum sia solido e specchiato. Tra di loro, si conoscono bene, si
aiutano e si frequentano la sera. Ci sono i rampolli di politici
democristiani come Angelino Alfano, futuro ministro di Giustizia,
discendenti di professionisti palermitani e figli di nessuno come
Marcello Massinelli, che si mantiene in Bocconi quasi da solo e al quale
gli amici offrono volentieri la pizza.
Li tiene insieme la voglia di emergere in una città che a stento
ha sdoganato i Ligresti, che tuttora guarda a bocca storta Gaetano
Miccichè, numero tre di Intesa Sanpaolo, solo perché è il fratello
(riservato) di Gianfrancuccio e non viene dalla scuola Comit. E li
cementa l'educazione cattolica, la diffidenza per la stagione di Mani
Pulite, la convinzione che chi verrà dopo i Craxi e gli Andreotti non
sia tanto meglio dei predecessori. Una volta laureati, ognuno prende la
sua strada lontano dalla Sicilia: chi fa l'avvocato tra Roma e Milano,
chi entra in banca, chi si dedica al mercato immobiliare, chi sogna di
lavorare per le banche d'affari straniere. Uno. Alfano, farà molta
strada a Roma.
Poi però, quando sei bravo, pulito e sveglio, alla fine in
Sicilia ci torni non solo per andare al mare. L'emblema di queste
carriere è proprio Massinelli, classe 1971, uno che per Totò Cuffaro
vale tanto oro quanto pesa. Il presidente della Sicilia sta indebitando
la sua Regione come un pazzo, non dice no a nessuno, sfonda ogni tipo di
tetto alla spesa sanitaria nella convinzione assolutamente esatta, che
più grave sarà il bubbone e più verrà salvato dal governo di Roma
con i soldi dei contribuenti. La Sicilia, non a caso, è la terra del
mitico 61 a zero per il Polo alle Politiche del 2001 e sarà di lì in
poi l'ago della bilancia elettorale. Con la mafia che non spara più, il
potere vero è nelle mani di chi ha i cordoni della spesa pubblica.
Cuffaro mette alla prova Massinelli, che gli fa anche da
mandatario elettorale, spedendolo in varie poltrone di sottogoverno
regionale, dagli acquedotti alle finanziarie pubbliche, passando per gli
aeroporti, e ne apprezza le doti uniche: onesto, competente,
aggiornatissimo, svelto e tecnicamente capace di imbastire qualunque
operazione finanziaria. Lo infila nel consiglio d'amministrazione del
Banco di Sicilia, dove entra a far parte della cordata di Salvatore
Mancuso: il siciliano che ha fatto maggior fortuna a Milano e che la
Procura ritiene oggi "l'amministratore di fatto" (per conto
delle banche) della Risanamento di Luigi Zunino, schiacciata da 3
miliardi di debito.
Mancuso e Massinelli si scontreranno con Alessandro Profumo dopo
la fusione Capitalia-Unicredit e la politica siciliana li stimerà ancor
di più per come hanno resistito fino all'ultimo all'invasore milanese.
Non è un caso, forse, che tutta la squadra di Mancuso sia in ottimi
rapporti con Intesa, grande competitor di Unicredit e teatro della
grande ascesa di Miccichè senior.
Massinelli però ha una marcia in più e si mette in proprio già
nel 1997 con la Rossini srl, piccola boutique finanziaria nata "con
l'obiettivo di fornire consulenza e assistenza a banche internazionali
di primaria importanza nel rapporto con le Pubbliche
Amministrazioni", come si legge sul loro scarno sito Internet. Che
non sia il braccio finanziario dell'amico Cuffaro, ma uno che si muove
benissimo anche da solo, è provato dal fatto che lavora parecchio
lontano dalla Sicilia e si conquista la fiducia anche degli gnomi del
Credit Suisse, già nel '97. Non solo, a onor del vero, bisogna
ricordare che la storia delle cartolarizzazioni siciliane parte ben
prima di Cuffaro, quando ci sono ancora le pericolanti e fragili giunte
di centrosinistra.
Massinelli ha un solo socio e compagno:
Calogero Reina, detto Fulvio perché in certi salotti con la puzza sotto
il naso è meglio così. "Fulvio" ha qualche anno in più, non
è tecnicamente preparato come Marcello, ma è figlio dell'ex senatore
socialista Giuseppe Reina. Lui sta alla larga dalla politica fatta in
prima persona: ha visto che ha sofferto il padre per l'amicizia con
Calogero Mannino e si occupa di affari immobiliari e di finanziamenti.
Ha un carnet di relazioni notevolissimo ed è proprio quello che ci
vuole per un tecnico come Massinelli.
La loro società ha sede a Palermo e uffici a Milano. Il colpo
della vita è la consulenza per i giapponesi di Nomura, che all'inizio
degli anni Duemila vogliono entrare in forza nel ricco mercato delle
cartolarizzazioni e dei derivati italiani. E' un pascolo da oltre 50
miliardi di euro, con la garanzia di avere a che fare quasi sempre con
amministratori che non distinguono un finanziamento da un attivo
patrimoniale e in più, ragionano più per competenza che per cassa. Non
solo, se anche capiscono che stanno indebitando il loro ente fino ai
nipoti, tanto meglio: non saranno loro a pagarne il dazio elettorale.
Cuffaro è un medico molto furbo e, a differenza di molti suoi
colleghi del Nord, ha il tecnico giusto per le mani - Massinelli - e uno
strumento perfetto a disposizione: i consigli della Rossini. Così nel
2003 affida quel contratto da 655 milioni ai giapponesi di Nomura, i cui
consulenti sono chi? Ma è ovvio, Massinelli e Reina jr. "Quella
dei crediti sanitari siciliani è una delle poche cartolarizzazioni che
è stata un affare anche per le casse pubbliche", spiega un
bnachiere che chiede di restare anonimo per ovvie ragioni. In effetti,
pare pensarla così anche la Procura di Palermo, che sul tema
"derivati" è ferma inchiodata.
E forse è d'accordo anche quella di Milano, che altrimenti
avrebbe contestato ai due "golden boy" della Rossini
quantomeno la truffa, come avvenuto per i derivati venduti alla Giunta
Albertini. Ma se non c'è l'evidenza del danno, difficile ipotizzare la
truffa. Forse è poco elegante che Massinelli sia stato
contemporaneamente consulente del venditore Nomura e del compratore
Regione, ma questo non è un problema suo. Semmai, dimostra una volta di
più l'impreparazione dei pubblici amministratori nel maneggiare i soldi
di tutti.
A Torino, altra città dove Comune e Regione sono seduti su una
bomba a orologeria confezionata da Merrill Lynch, la Procura ha già
archiviato tutto sulla base della considerazione che finchè non emerge
il danno, è impossibile contestare la truffa. Un'impostazione di
apprezzabile garantismo, ma che forse sconta una scarsa comprensione dei
meccanismi di continua rinegoziazione degli swap: frutto di ottime
commissioni bancarie per chi rimodula il debito, ma anche garanzia di
spostamento della polvere sotto il tappeto fino al 2034, o giù di lì.
A Palermo, nel 2003, le cose invece filano tutte lisce: Nomura
piazza il colpo, la Regione chiude una mezza voragine finanziaria, la
Rossini sta in mezzo e si becca una provvigione da otto milioni e
fischia. Massinelli e Reina la incassano estero su estero da Nomura,
come è uso fare in questi casi.
A questo punto c'è da rispondere a una domanda: che c'entrano
quegli impiccioni della Guardia di Finanza di Milano, diretti dal pm
Robledo? Ebbene, la colpa del non lieto fine è di quest'amore dei
siciliani per bene per la capitale finanziaria italiana. Anche
Massinelli e Reina mettono la sede della Rossini all'ombra della
Madonnina per qualche mese. E questo basta a radicare la competenza
della magistratura milanese. Il resto lo fa la crisi internazionale
delle banche d'affari. Tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, tutte
le banche licenziano in massa i loro "venditori".
Il mercato delle Pubbliche amministrazioni italiane è già stato
ampiamente spremuto, qualche fattaccio è venuto fuori grazie a Report,
su Rai3, e allora si chiudono in fretta i "desk" che avevano
base a Londra, ma operatività concreta da Palermo a Bolzano. Non tutti
ci stanno ed è così che Robledo ha la fila di ex banchieri
"stranieri" davanti alla porta, pronti a spiegare che è
successo davvero negli anni della finanza spericolata.
Poco prima di Natale, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano,
la Procura di Milano avrebbe spedito una rogatoria in Svizzera per
sapere dai colleghi elvetici se per caso Massinelli e Reina avessero
conti bancari segreti. Lo vogliono scoprire per vedere se per caso hanno
retrocesso parte dei loro compensi non solo ai top manager di Nomura che
hanno dato loro la consulenza (succede spesso, nel settore) , ma
soprattutto per controllare che neppure un euro sia finito a pubblici
amministratori siciliani.
La rogatoria indica il reato di "corruzione contro
ignoti", una bizzarria che vi spiegheremo domani.
[03-08-2009]
|
MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – L’APPELLO RETORICO DEL PM
INGROIA: “SULLE STRAGI CHI SA ORA PARLI” – “RIINA? L´INVITO A
GUARDARSI DENTRO NON È RIVOLTO A NOI” – “IL GOVERNO CAMBI LA LEGGE
SULLE INTERCETTAZIONI E RIAPRA PER I MAFIOSI PIANOSA E L’ASINARA”…
Attilio Bolzoni per
"la Repubblica"
Nell´estate di diciassette anni fa era uno di quei «giudici
ragazzini» al fianco di Paolo Borsellino, a Marsala. Oggi è il
procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo che indaga sulla
trattativa intorno alla quale Paolo Borsellino probabilmente è morto.
Antonio Ingroia parla della svolta nelle inchieste sulle stragi.
«I miei colleghi di Caltanissetta stanno procedendo con grande
rigore, in questi mesi stanno affiorando tanti particolari che possono
fare finalmente luce su misteri durati troppo a lungo». Parla del
comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che «rileggerà»
tutte le carte sui massacri siciliani: «E´ un segnale di attenzione
molto importante».
Parla di Totò Riina e della sua improvvisa voglia di verità: «Io
non credo che lui abbia voluto inviare un messaggio a noi magistrati, ma
credo che lo abbia voluto mandare a qualcun altro».
In quest´intervista a Repubblica, Ingroia lancia un appello: «Chi
sa parli: questo è il momento giusto per raccontare tutto su quello che
è avvenuto fra il maggio e il luglio del 1992».
Procuratore Ingroia, pensa davvero che questa volta siamo a una
svolta sulle stragi siciliane?
«Credo di sì. E nelle ultime settimane, anche qui a Palermo, sono
venuti fuori particolari estremamente interessanti. E´ decisivo che
chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori
le istituzioni, si faccia avanti. Anche se sono ricordi lontani. Magari
per alcuni di loro possono sembrare insignificanti, ma per noi
magistrati che indaghiamo e che abbiamo raccolto nuovi elementi, anche
quei particolari potrebbero esserci molto utili. E´ il momento giusto
per riferirli».
Come ha fatto l´ex presidente della
Camera e dell´Antimafia Luciano Violante...
«Non posso aggiungere niente alla testimonianza di Violante, però è
evidente che certi ricordi assumono nelle nostre indagini significati
importanti anche dopo tanto tempo. Mi riferisco anche a quello che
potrebbero dire uomini di Cosa Nostra, i collaboratori di giustizia che
tanti anni fa hanno riferito molti fatti e forse non altri perché li
avevano giudicati ininfluenti».
Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi
segreti, ha deciso di ascoltare il procuratore capo di Caltanissetta
Sergio Lari e in pratica di indagare sugli 007: lei, cosa ne pensa?
«E´ un segnale importante, come quello che è venuto qualche giorno fa
dalla commissione parlamentare antimafia che ha deciso di avviare un´inchiesta
sulle stragi a cavallo fra il 1992 e il 1993. E´ da molti anni che i
familiari delle vittime delle stragi, penso per esempio a Rita
Borsellino, chiedevano quest´attenzione. Ma poi devono seguire i fatti.
L´attività del comitato non dovrà certo sovrapporsi alle inchieste
della magistratura - ma sono sicuro che non avverrà - e dovrà servire
da stimolo nei confronti di altri istituzioni».
E´ evidente che lei, procuratore, sta pensando al Palazzo, alla
politica.
«Alla politica come legislatore e alla politica come amministrazione. E´
il momento questo anche di fornire il massimo di strumenti operativi e
legislativi per potere andare avanti per svelare le zone rimaste al buio».
Cosa dovrebbe fare la politica, secondo lei, per arrivare a
scoprire altri pezzi di verità su quello che è accaduto nel 1992 in
Sicilia?
«Voglio fare un paio di esempi. Nel 1982 fu approvata la legge Rognoni
La Torre e, subito dopo, produsse collaborazioni di mafiosi come quella
di Tommaso Buscetta. E poi ci fu il maxi processo di Palermo. In tempi
più recenti, la legislazione post stragista del 1992 produsse risultati
straordinari nella repressione contro Cosa Nostra. Ora, siccome da
qualche anno la legislazione antimafia è stata caratterizzata da
segnali negativi, in una fase delicata come questa bisognerebbe cambiare
rotta».
Come, procuratore? Faccia esempi precisi.
«Ripensare alla soglia di sbarramento dei tempi sull´acquisizione dei
tabulati telefonici. E poi c´è da riflettere anche su un segnale
equivoco nei confronti della criminalità organizzata: la stretta sulle
intercettazioni telefoniche e ambientali previste dall´ultimo disegno
di legge. E si dovrebbe rivedere quella norma sui collaboratori di
giustizia che devono raccontare una vita intera entro sei mesi di tempo.
Se lo Stato vuole fare sul serio contro la criminalità mafiosa, oggi
dovrebbe riaprire anche le carceri di Pianosa e dell´Asinara».
Parliamo dell´"uscita" a sorpresa di Totò Riina: che
cosa avrà mai voluto dire il capo dei capi con quell´invito allo Stato
"di guardarsi dentro"?
«Rimango convinto di quello che ho pensato fin dal primo momento. Totò
Riina non era tanto interessato a spedire un messaggio ai magistrati di
Caltanissetta che indagano sulle stragi o a quelli di Palermo che
indagano sulla trattativa fra Mafia e pezzi dello Stato: Totò Riina lo
voleva mandare ad altri. Ci sarà tempo per decifrare anche quelle
parole»
[03-08-2009]
|
NON SOLO COSA NOSTRA – COSA C’È DIETRO L’INEDITA LOQUACITÀ
DEGLI EREDI DEI BOSS (RIINA, PROVENZANO, CIANCIMINO)? - IL CAPO DEI CAPI
DEFINISCE UN ERRORE LA STAGIONE DELLE STRAGI, DANDO LA COLPA ALLO STATO E
LIBERANDOSI DALLE RESPONSABILITÀ…
Lirio Abbate per
"L'espresso"
Certo, è un po' singolare la pazza voglia di comunicare venuta negli
ultimi tempi ai boss di Cosa nostra, dopo il silenzio omertoso che li ha
avvolti per mezzo secolo. Eppure eccoli qui, che lanciano messaggi.
Quasi mai attraverso i verbali di interrogatorio dei magistrati, quasi
sempre utilizzando i giornali. E la stranezza di questa nuova forma di
comunicazione preoccupa parecchio gli inquirenti, perché sembra
rappresentare una nuova strategia d'attacco e arriva in un momento
cruciale nelle indagini condotte a Caltanissetta sulle stragi del 1992 e
a Palermo sulla presunta trattativa fra mafia e Stato dopo l'attentato
mortale a Giovanni Falcone.
Nell'ultimo periodo, poi, anche gli eredi dei principali mafiosi
corleonesi si sono pubblicamente affacciati con inaspettate interviste
ai giornali. Prima lo hanno fatto i figli di Bernardo Provenzano, Angelo
e Francesco Paolo, parlando nel dicembre scorso delle stragi avvenute in
Sicilia nel 1992 e dicendo che "i giudici Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici
immolati sull'altare della ragion di Stato".
Poche settimane dopo ha esternato la figlia di Totò Riina, Maria
Concetta, parlando di papà e - anche lei- delle stragi del '92:
"Per me mio padre è stato un parafulmine per tante situazioni.
Faceva comodo a molti dire che tutte quelle cose le aveva fatte Totò
Riina. Tutti sanno benissimo comunque che qualsiasi cosa gli avessero
chiesto, lui non sarebbe andato più di là, oltre. Non avrebbe mai
fatto nomi e cognomi di nessuno. A lui hanno chiesto tante volte in
maniera esplicita di pentirsi, ma il suo è sempre stato un no
tassativo".
A queste due uscite si potrebbe aggiungere anche quella di Massimo
Ciancimino, figlio di don Vito (il sindaco democristiano e mafioso di
Palermo, l'amico fidato di Provenzano, il collegamento fra i corleonesi
e la politica, morto nel 2002). La posizione di Ciancimino junior però
è un po' diversa da quella dei figli di Provenzano e Riina: lui infatti
sta anche riempiendo migliaia di pagine di verbali davanti ai pm di
diverse procure. Comunque, sugli attentati a Falcone e Borsellino il
figlio di Ciancimino ha detto: "Mio padre era convinto che la mafia
avesse fornito solo la manovalanza delle stragi del 1992. Lui infatti
sosteneva che le stragi avessero una matrice diversa".
Se si mettono in fila questi cognomi - Provenzano, Riina e
Ciancimino - viene difficile pensare che parlino tutti e tre
pubblicamente e contemporaneamente soltanto per una coincidenza. C'è più
probabilmente da chiedersi cosa sta accadendo in Cosa nostra, e quale
sia l'attuale strategia di Totò Riina. Uno che in passato i cronisti li
faceva semplicemente ammazzare, perché per lui rappresentavano un
intralcio. Adesso invece approfitta dei giornali per parlare al suo
popolo e lanciare messaggi ai mafiosi, a dispetto del carcere duro (in
regime di 41 bis) che gli dovrebbe impedire ogni contatto con l'esterno.
La 'vecchia belva' corleonese, sepolta da decine di ergastoli, ha
invece scaldato l'estate con frasi e ipotesi avvelenate attraverso il
suo portavoce-avvocato, Luca Cianferoni. Così ha ammesso per la prima
volta - quasi con indifferenza - di essere il capo di Cosa nostra. Ma ha
soprattutto negato di avere avuto un ruolo nella strage di via D'Amelio,
sostenendo che "Borsellino lo hanno ammazzato loro".
Rifiutando così tardivamente la paternità di quelle bombe -
senza offrire però alcuna collaborazione alla Procura di Caltanissetta
che indaga sulle stragi - Riina sembra aver mandato un messaggio al
popolo di Cosa nostra, per far intendere che la stagione stragista è
stata un errore, avendo avuto come conseguenza troppe inchieste
giudiziarie che hanno portato a condanne e sequestri di beni.
Insomma, quasi un modo per 'scusarsi' con
i propri uomini per i danni che ha provocato con le sue decisioni
stragiste, ma anche una maniera per tentare di riconquistare i boss,
facendo credere che lui, il capo di Cosa nostra, in quella strategia
sbagliata non avrebbe responsabilità.
Un modo per passare al contrattacco, riprendendo pubblicamente le
redini dell'organizzazione e intestandosi una campagna mediatica che
potrebbe portare alla richiesta di revisione del processo per le stragi.
Gli attentati del '92 del resto hanno trascinato nella devastazione, da
un punto di vista giudiziario, moltissimi uomini d'onore.
Tra l'altro, le dichiarazioni di Riina pubblicate dai giornali
sono coincise con le uscite di diversi politici, ad alcuni dei quali
sembra essere tornata all'improvviso la memoria su quel periodo in cui
forse ci fu una trattativa fra mafia e Stato. L'ex ministro degli
Interni Nicola Mancino ha in qualche modo confermato che qualcosa di
simile a una trattativa ci fu, o ancora, che in qualche modo la mafia si
fece avanti dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.
E l'ex presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante,
ha raccontato che 17 anni fa l'allora vice comandante del Ros, Mario
Mori, gli aveva chiesto di incontrare Vito Ciancimino. Il quale, per
avviare la trattativa con lo Stato, avrebbe a quanto pare desiderato la
garanzia politica dell'allora presidente della commissione Antimafia,
preferito ad altri.
In ogni caso, le pubbliche dichiarazioni di Riina hanno portato il
procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, con i pm Gozzo, Marino e
Luciani, a interrogare il capo di Cosa nostra, il quale non ha fornito
alcun cenno di collaborazione. Ha invece fatto discorsi sibillini, a
cominciare dal suo arresto, sostenendo che l'ex mafioso Balduccio Di
Maggio non avrebbe avuto un ruolo determinante. E ha fatto capire di non
temere nemmeno le nuove rivelazioni del boss Gaspare Spatuzza, le cui
dichiarazioni hanno fatto riaprire le indagini su Capaci e via D'Amelio.
In più, dai discorsi di Riina emerge in filigrana anche una
possibile spaccatura nei corleonesi: infatti dalla cella Riina cita
alcuni boss (tutti suoi amici) vittime secondo lui della giustizia; ma
non parla mai di Bernardo Provenzano. Forse perché la trattativa che lo
'zio Bino' doveva condurre dopo la cattura di Riina non è mai andata a
buon fine?
Quello che è certo è che attraverso le dichiarazioni ai giornali
ora Cosa nostra sta tentando di riaprire una delle pagine più
misteriose e oscure della storia repubblicana, quella che va dal 1992 al
1994: un periodo di fortissima instabilità, in cui l'Italia è andata
vicinissima alla bancarotta, mentre a Milano la Procura stava indagando
su Tangentopoli (con conseguenze devastanti sulla Prima Repubblica) e
mentre l'allora numero uno di Publitalia, Marcello Dell'Utri, che dieci
anni dopo sarebbe stato condannato per concorso esterno in associazione
mafiosa, veniva incaricato di tessere la tela per la nascita di un nuovo
soggetto politico, Forza Italia.
In mezzo, le stragi che hanno portato alla morte di Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino nell'estate del '92, ma anche, un anno dopo,
la bomba di via Palestro a Milano e quella di piazza San Giovanni a
Roma. Il tutto mentre i corleonesi, come è emerso da un foglio trovato
fra le carte di Vito Ciancimino, chiedevano a Berlusconi di
"mettere a disposizione una delle sue reti televisive".
[31-07-2009]
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NON SOLO COSA NOSTRA – COSA C’È DIETRO L’INEDITA LOQUACITÀ
DEGLI EREDI DEI BOSS (RIINA, PROVENZANO, CIANCIMINO)? - IL CAPO DEI CAPI
DEFINISCE UN ERRORE LA STAGIONE DELLE STRAGI, DANDO LA COLPA ALLO STATO E
LIBERANDOSI DALLE RESPONSABILITÀ…
Lirio Abbate per
"L'espresso"
Certo, è un po' singolare la pazza voglia di comunicare venuta negli
ultimi tempi ai boss di Cosa nostra, dopo il silenzio omertoso che li ha
avvolti per mezzo secolo. Eppure eccoli qui, che lanciano messaggi.
Quasi mai attraverso i verbali di interrogatorio dei magistrati, quasi
sempre utilizzando i giornali. E la stranezza di questa nuova forma di
comunicazione preoccupa parecchio gli inquirenti, perché sembra
rappresentare una nuova strategia d'attacco e arriva in un momento
cruciale nelle indagini condotte a Caltanissetta sulle stragi del 1992 e
a Palermo sulla presunta trattativa fra mafia e Stato dopo l'attentato
mortale a Giovanni Falcone.
Nell'ultimo periodo, poi, anche gli eredi dei principali mafiosi
corleonesi si sono pubblicamente affacciati con inaspettate interviste
ai giornali. Prima lo hanno fatto i figli di Bernardo Provenzano, Angelo
e Francesco Paolo, parlando nel dicembre scorso delle stragi avvenute in
Sicilia nel 1992 e dicendo che "i giudici Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici
immolati sull'altare della ragion di Stato".
Poche settimane dopo ha esternato la figlia di Totò Riina, Maria
Concetta, parlando di papà e - anche lei- delle stragi del '92:
"Per me mio padre è stato un parafulmine per tante situazioni.
Faceva comodo a molti dire che tutte quelle cose le aveva fatte Totò
Riina. Tutti sanno benissimo comunque che qualsiasi cosa gli avessero
chiesto, lui non sarebbe andato più di là, oltre. Non avrebbe mai
fatto nomi e cognomi di nessuno. A lui hanno chiesto tante volte in
maniera esplicita di pentirsi, ma il suo è sempre stato un no
tassativo".
A queste due uscite si potrebbe aggiungere anche quella di Massimo
Ciancimino, figlio di don Vito (il sindaco democristiano e mafioso di
Palermo, l'amico fidato di Provenzano, il collegamento fra i corleonesi
e la politica, morto nel 2002). La posizione di Ciancimino junior però
è un po' diversa da quella dei figli di Provenzano e Riina: lui infatti
sta anche riempiendo migliaia di pagine di verbali davanti ai pm di
diverse procure. Comunque, sugli attentati a Falcone e Borsellino il
figlio di Ciancimino ha detto: "Mio padre era convinto che la mafia
avesse fornito solo la manovalanza delle stragi del 1992. Lui infatti
sosteneva che le stragi avessero una matrice diversa".
Se si mettono in fila questi cognomi - Provenzano, Riina e
Ciancimino - viene difficile pensare che parlino tutti e tre
pubblicamente e contemporaneamente soltanto per una coincidenza. C'è più
probabilmente da chiedersi cosa sta accadendo in Cosa nostra, e quale
sia l'attuale strategia di Totò Riina. Uno che in passato i cronisti li
faceva semplicemente ammazzare, perché per lui rappresentavano un
intralcio. Adesso invece approfitta dei giornali per parlare al suo
popolo e lanciare messaggi ai mafiosi, a dispetto del carcere duro (in
regime di 41 bis) che gli dovrebbe impedire ogni contatto con l'esterno.
La 'vecchia belva' corleonese, sepolta da decine di ergastoli, ha
invece scaldato l'estate con frasi e ipotesi avvelenate attraverso il
suo portavoce-avvocato, Luca Cianferoni. Così ha ammesso per la prima
volta - quasi con indifferenza - di essere il capo di Cosa nostra. Ma ha
soprattutto negato di avere avuto un ruolo nella strage di via D'Amelio,
sostenendo che "Borsellino lo hanno ammazzato loro".
Rifiutando così tardivamente la paternità di quelle bombe -
senza offrire però alcuna collaborazione alla Procura di Caltanissetta
che indaga sulle stragi - Riina sembra aver mandato un messaggio al
popolo di Cosa nostra, per far intendere che la stagione stragista è
stata un errore, avendo avuto come conseguenza troppe inchieste
giudiziarie che hanno portato a condanne e sequestri di beni.
Insomma, quasi un modo per 'scusarsi' con
i propri uomini per i danni che ha provocato con le sue decisioni
stragiste, ma anche una maniera per tentare di riconquistare i boss,
facendo credere che lui, il capo di Cosa nostra, in quella strategia
sbagliata non avrebbe responsabilità.
Un modo per passare al contrattacco, riprendendo pubblicamente le
redini dell'organizzazione e intestandosi una campagna mediatica che
potrebbe portare alla richiesta di revisione del processo per le stragi.
Gli attentati del '92 del resto hanno trascinato nella devastazione, da
un punto di vista giudiziario, moltissimi uomini d'onore.
Tra l'altro, le dichiarazioni di Riina pubblicate dai giornali
sono coincise con le uscite di diversi politici, ad alcuni dei quali
sembra essere tornata all'improvviso la memoria su quel periodo in cui
forse ci fu una trattativa fra mafia e Stato. L'ex ministro degli
Interni Nicola Mancino ha in qualche modo confermato che qualcosa di
simile a una trattativa ci fu, o ancora, che in qualche modo la mafia si
fece avanti dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992.
E l'ex presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante,
ha raccontato che 17 anni fa l'allora vice comandante del Ros, Mario
Mori, gli aveva chiesto di incontrare Vito Ciancimino. Il quale, per
avviare la trattativa con lo Stato, avrebbe a quanto pare desiderato la
garanzia politica dell'allora presidente della commissione Antimafia,
preferito ad altri.
In ogni caso, le pubbliche dichiarazioni di Riina hanno portato il
procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, con i pm Gozzo, Marino e
Luciani, a interrogare il capo di Cosa nostra, il quale non ha fornito
alcun cenno di collaborazione. Ha invece fatto discorsi sibillini, a
cominciare dal suo arresto, sostenendo che l'ex mafioso Balduccio Di
Maggio non avrebbe avuto un ruolo determinante. E ha fatto capire di non
temere nemmeno le nuove rivelazioni del boss Gaspare Spatuzza, le cui
dichiarazioni hanno fatto riaprire le indagini su Capaci e via D'Amelio.
In più, dai discorsi di Riina emerge in filigrana anche una
possibile spaccatura nei corleonesi: infatti dalla cella Riina cita
alcuni boss (tutti suoi amici) vittime secondo lui della giustizia; ma
non parla mai di Bernardo Provenzano. Forse perché la trattativa che lo
'zio Bino' doveva condurre dopo la cattura di Riina non è mai andata a
buon fine?
Quello che è certo è che attraverso le dichiarazioni ai giornali
ora Cosa nostra sta tentando di riaprire una delle pagine più
misteriose e oscure della storia repubblicana, quella che va dal 1992 al
1994: un periodo di fortissima instabilità, in cui l'Italia è andata
vicinissima alla bancarotta, mentre a Milano la Procura stava indagando
su Tangentopoli (con conseguenze devastanti sulla Prima Repubblica) e
mentre l'allora numero uno di Publitalia, Marcello Dell'Utri, che dieci
anni dopo sarebbe stato condannato per concorso esterno in associazione
mafiosa, veniva incaricato di tessere la tela per la nascita di un nuovo
soggetto politico, Forza Italia.
In mezzo, le stragi che hanno portato alla morte di Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino nell'estate del '92, ma anche, un anno dopo,
la bomba di via Palestro a Milano e quella di piazza San Giovanni a
Roma. Il tutto mentre i corleonesi, come è emerso da un foglio trovato
fra le carte di Vito Ciancimino, chiedevano a Berlusconi di
"mettere a disposizione una delle sue reti televisive".
[31-07-2009]
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“ULTIMO” STADIO – IL CARABINIERE CHE ARRESTÒ RIINA FURIOSO
CONTRO BOLZONI (VECCHIA RUGGINE TRA I DUE): "DA “REPUBBLICA”
“TERRORISMO GIORNALISTICO” CHE RIABILITA E LEGITTIMA IL CAPO DEI
CAPI" – “LORO TRATTANO PERSINO COI TALEBANI, IO NO”…
Ultimo (alias Sergio
De Caprio, colonnello dei Carbinieri) da "Libero"
Le velenose insinuazioni e le offese che Attilio Bolzoni propala
dal quotidiano "La Repubblica" contro le Istituzioni e contro
valorosi servitori dello Stato sono l'ultima operazione di terrorismo
giornalistico che lo contraddistingue da tempo come zelante scrivano al
servizio del suggeritore e della lobby editoriale o giudiziaria di
turno. Questa volta siamo di fronte ad una ignobile manovra eversiva il
cui risultato più immediato è la riabilitazione e la legittimazione di
un criminale del calibro di Riina Salvatore e dello
stragismo corleonese.
Ancora una volta, dopo un decennio di
articoli falsi, dopo un processo pubblico e una chiara sentenza di
assoluzione, Attilio Bolzoni infanga la trasparenza e
l'efficacia dell'operazione con cui è stato catturato Riina e
le azioni collegate e successive. È necessario che i giovani e i
cittadini onesti sappiano che la lotta contro Cosa Nostra è un
patrimonio del popolo e non lo scettro di potere e di privilegio di
elite giornalistico-giudiziarie settarie e di parte, forse infiltrate da
Cosa Nostra.
Diffidate di questa antimafia salottiera e settaria, abbiate fiducia
nello Stato e nei suoi servitori che con coraggio, mentre tutti
rimanevano inermi e indifferenti, hanno affrontato, scovato e scardinato
Riina Salvatore e i suoi Corleonesi, senza patti e
senza ricatti.
L'unica trattativa che io conosca, perché ammessa pubblicamente, è
quella tentata dal quotidiano La Repubblica con i Talebani del latitante
Osama Bin Laden per la liberazione di un giornalista
italiano. Evidentemente quella della trattativa è la loro cultura. Non
la mia. Vergogna! Onore a tutti i combattenti caduti contro la mafia.
MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA – ECCO COME FU ISTRUITO IL FALSO
PENTITO: I “SUGGERIMENTI” DI UN POLIZIOTTO SUL PRIMO VERBALE
“ANOMALO” DI SCARANTINO CHE HA PORTATO ALLE CONDANNE PER LA STRAGE
DI VIA D’AMELIO…
COSÌ FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO...
Lirio Abbate per "La
Stampa"
Sembra la bozza di un racconto di mafia, con note a margine e
annotazioni in cui si riportano nomi veri di boss e gregari coinvolti
nella strage di via d'Amelio. Invece, è il primo verbale
d'interrogatorio - da collaboratore di giustizia - di Vincenzo
Scarantino, l'uomo sulle cui dichiarazioni si è basata gran
parte dell'inchiesta, e poi le sentenze di condanna, per l'uccisione
di Paolo Borsellino e di cinque agenti di polizia. Un
pentito che è stato preso in considerazione solo dalla procura di Caltanissetta
diretta all'epoca da Giovanni Tinebra.
E' formato da 52 pagine di trascrizione, questo primo
interrogatorio da pentito, a cui viene sottoposto l'uomo che si accusò
di aver rubato l'auto imbottita di tritolo e poi fatta esplodere in
via d'Amelio 17 anni fa. Un fatto ora smentito dall'ex boss Gaspare
Spatuzza, che ha fornito ai pm precisi riscontri,
distruggendo così, definitivamente, l'attendibilità di Scarantino.
Un verbale anomalo, su carta intestata del «ministero
dell'Interno-Dipartimento della pubblica sicurezza», in cui non
vengono citati, come è invece solito fare, i nomi delle persone
presenti all'atto, che inizia così: «Il giorno 24 del mese di giugno
1994 alle ore 21,00, si procede all'interrogatorio di Scarantino
Vincenzo, del presente verbale sarà fatta anche una
registrazione sommaria di tutto quello che verrà riferito
dall'indagato». E' il giorno in cui dice di pentirsi il teste-fasullo
di via d'Amelio. Attorno al quale ruotano adesso alcune inchieste
della Dda di Caltanissetta che vuole fare luce, non
solo sulla vera natura della strage, ma su eventuali depistaggi.
Le annotazioni scritte a mano non sono di Scarantino,
ma di un poliziotto. Il dato è stato accertato dalla procura di Caltanissetta,
guidata oggi da Sergio Lari, che ha avviato nuove
indagini sugli attentati del 1992, in cui emergerebbero depistaggi
condotti da investigatori, che sarebbero indagati. Il documento in cui
parla per la prima volta Scarantino è al vaglio del
pool di magistrati nisseni (Gozzo, Bertone, Marino e Luciani).
Su questo verbale, scarabocchiato, con
appunti e annotazioni che fanno cambiare versione, che aggiungono nomi
e circostanze, la Corte d'assise di Caltanissetta ha basato la
sentenza di condanna nel processo denominato «Borsellino bis».
I giudici, nella sentenza scrivono: «Il ritrovamento di atti
processuali con appunti a margine scritti con stile e contenuti
sicuramente non riconducibili allo Scarantino rende
credibile ciò che già aveva detto la moglie Basile Rosalia,
nel corso del primo dibattimento per la strage di via D'Amelio, e cioè
che si era apprestata una attività di studio ed il marito veniva
istruito in merito alle dichiarazioni da rendere, cosa questa che ha
reso superfluo l'esame dei presunti compilatori degli appunti e degli
"assistenti" allo studio di Scarantino. Ciò,
evidentemente, non consente di imputare l'appianamento di molte
contraddizioni ad un migliore ricordo, ma piuttosto alla suddetta
attività di studio finalizzata all'aggiustamento di contraddizioni ed
incongruenze, per cui non può farsi pieno affidamento sulla
attendibilità complessiva delle dichiarazioni dibattimentali di Scarantino».
Insomma, i giudici, accogliendo agli atti questo verbale
scarabocchiato, si accorgono che alcuni «assistenti» lo hanno
istruito per impostare le dichiarazioni, ma nulla accade. Sarà lo
stesso Scarantino, nel 1998, dopo questa sentenza, a
rivelare ai giudici d'appello che «quelle annotazioni gliele avevano
consegnate», in modo da ripassare la versione dei fatti.
Il pentito, prima di ritrattare queste affermazioni, dice alla
Corte che «tutto gli era stato confezionato». Un ispettore di
polizia, che dal 1994 al 1995 si occupava della tutela di Scarantino a Imperia, conferma che quelle annotazioni le ha scritte lui
sul verbale. Dice: «Io trascrivevo quello che lui mi diceva. Facevo
lo scrivano». Poi aggiunge: «Ho scritto quegli appunti su richiesta
di Scarantino che aveva difficoltà a leggere i
verbali. Mi chiese anche delucidazioni su alcuni punti degli
interrogatori e io gli risposi che per questo doveva rivolgersi al suo
legale».
Nelle annotazioni vengono riportati appunti su «riunioni in cui
mancano nomi», ne vengono scritti altri a margine, o ricostruiti
incontri con boss che sono diversi da come appaiono nella
trascrizione, e per questo motivo, oltre all'annotazione, il paragrafo
è evidenziato con grandi punti interrogativi. Vengono «aggiustati»
orari e numero di persone che partecipavano ai summit.
Insomma, un verbale dall'apparenza «taroccato» in cui qualcuno
potrebbe aver messo le mani - forse per una ragion di Stato - per
suggerire al teste-fasullo la lezione da ripetere davanti ai giudici.
Un'ipotesi sulla quale adesso indagano i magistrati nisseni.
[30-07-2009]
BARI OPPORTUNITÀ – STAVOLTA RIDE PAPI: I CARABINIERI ACQUSISCONO
I BILANCI DEI PARTITI DI CENTROSINISTRA IN PUGLIA – L’INCHIESTA DEL
PM DESIRÈ DIGERONIMO AVREBBE 15 INDAGATI PER CORRUZIONE, FALSO, TRUFFA
E PERSINO ASSOCIAZIONE MAFIOSA. SPICCA IL NOME DEL SEN. TEDESCO…
(Ansa) - I bilanci dei partiti politici del
centrosinistra della Regione Puglia vengono acquisiti dai carabinieri
a Bari nell'ambito dell'indagine del pm Desire' Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella
gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario.
A quanto e' dato sapere, le acquisizioni vengono fatte nelle sedi
regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Liberta', e Lista
Emiliano.
Gli accertamenti disposti dal magistrato,
che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano
l'ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento
al periodo compreso dal 2005 ad oggi, comprese le ultime elezioni al
Comune di Bari.
Nell'inchiesta del pm Desire' Digeronimo e'
finora indagata una quindicina di persone tra cui l'ex assessore
regionale alla Sanita' Alberto Tedesco, ora senatore.
Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata
alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni
reati si ipotizza l'aggravante di aver favorito un'associazione
mafiosa.
[30-07-2009]
[27-07-2009]
ANNI '80, UN PAESE ALLO SBANDO DI TERRORISMI - A SETTEMBRE UN
LIBRO-BOMBA del pm Pennisi ripercorre i misteri di Sigonella - "Se
l’Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe
permesso di violare il nostro territorio in armi"...
guido ruotolo per La
Stampa
La telefonata, allora non esistevano i cellulari, gli arrivò a casa,
alle due di notte: «Dottore, deve venire. E' atterrato un aereo...». Roberto
Pennisi era il sostituto procuratore di turno, a Siracusa. Si
vestì, aspettò l'auto dei carabinieri e si mise in viaggio.
Un'ora per arrivare a Sigonella. Entrò nella base,
vide l'aereo, i militari americani che circondavano il velivolo, i
carabinieri che circondavano a loro volta i militari a stelle e strisce.
E per ventiquattr'ore fu testimone e protagonista nello stesso tempo
dell'epilogo della drammatica vicenda dell'Achille Lauro,
con la consegna dei quattro terroristi palestinesi, autori del sequestro
e dell'omicidio del cittadino americano Leon Klinghoffer,
ebreo.
Va bene, sono passati ventiquattr'anni dal dirottamento della nave da
crociera italiana. I quattro colpevoli hanno scontato la pena. Anche il
capo del commando, Youssef Maged al Molky, ha lasciato
l'Italia, il primo maggio scorso, destinazione Damasco (lui non voleva
andarci, convinto che sarebbe stato eliminato). Ma ancora oggi,
nell'immaginario collettivo, quella vicenda viene tramandata come
l'esempio di un Paese che mostrò gli attributi, che, per la prima
volta, non si piegò ai desiderata degli alleati americani.
Ancora adesso, e l'ultimo in ordine di tempo è stato Walter
Veltroni, si ricorda lo «statista» Bettino Craxi,
allora presidente del Consiglio, che seppe dire no a Ronald
Reagan. «Di cosa può andar fiera una nazione - si domanda
oggi il magistrato - che prende per i fondelli se stessa?».
Un grande inganno. Roberto Pennisi e Alessandra
Nardini hanno raccolto in un libro, che uscirà a settembre -
«Il mistero di Sigonella» (Giuffrè editore) -, i
fatti accaduti in quell'arco di tempo di ventiquattr'ore. La
testimonianza di Pennisi propone un'altra storia, che sintetizza così:
«In quelle ventiquattr'ore si consumò una doppia privazione della
sovranità nazionale del nostro Paese, sia da parte degli alleati
americani - la limitazione in quel caso la subimmo - che degli
interlocutori arabo-palestinesi, e in quel caso l'accettammo. Sia
chiaro, posso pure capirne le ragioni, ma non posso giustificarle».
Questa privazione di sovranità ha a che fare con l'autonomia e la
competenza della magistratura penale per i fatti criminali, messe in
discussione: «In quelle ventiquattr'ore - spiega Pennisi -
il pm doveva applicare la legge. E solo parzialmente è riuscito a
farlo. Doveva individuare i responsabili del reato e assicurarli alla
giustizia. E ciò non è avvenuto, perché non è riuscito a impedire
che qualcuno dei sospettati, munito di salvacondotto, lasciasse il
nostro Paese».
Non solo, Pennisi avrebbe dovuto perseguire anche
gli alleati americani, protagonisti di un dirottamento aereo, il
velivolo egiziano doveva raggiungere Tunisi, dell'ingresso di un
manipolo di militari, la Delta Force, in armi sul suolo italiano. E
anche di sequestro di persona, i passeggeri del velivolo egiziano. Ma
evidentemente non lo fece per motivi di opportunità: «Del resto, senza
l'intervento americano come avremmo potuto arrestare i sequestratori?».
Abu Abbas in realtà non era il mediatore indicato dal leader
dell'Olp Arafat per risolvere la «crisi», era il capo
dell'organizzazione - che faceva riferimento allo stesso Arafat - del
gruppo di terroristi che dirottò l'Achille Lauro.
Allora, in quelle ventiquattr'ore, il pm Pennisi ebbe la consapevolezza
che in quell'aereo egiziano poteva trovare le risposte a tanti «misteri»,
dal momento che «sin dall'inizio non quadrava un bel niente».
Dice Pennisi: «Comprendo
le ragioni del governo, preoccupato a salvaguardare la sicurezza
nazionale ma non le posso giustificare anche perché non fu pagante
proprio dal punto di vista politico. Solo due mesi dopo Sigonella, la
nostra sovranità nazionale fu nuovamente violata».
Era il 27 dicembre del 1985. Aeroporto di Fiumicino. Un commando di
terroristi palestinesi, gruppo Abu Nidal, attacca le compagnie aeree
israeliana (El Al) e americana (Twa). Bilancio: 13 morti e 80 feriti. «E'
vero che si trattava di un'altra fazione palestinese - commenta Pennisi - ma ciò non toglie che ancora una volta la sovranità
nazionale era stata tragicamente violata».
La suggestione è forte, e Pennisi accenna a un parallelismo con le
antiche vicende palermitane tornate d'attualità in queste ore: «A
questo punto che differenza c'è tra la trattativa con gli americani e i
palestinesi e la trattativa con Cosa Nostra? Perché non si trattava
anche con la mafia di evitare altre stragi?».
Naturalmente, la sua è un'osservazione paradossale. E però affonda
la lama, Pennisi: «Se l'Italia fosse stata davvero
autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il
nostro territorio in armi. Nessuno avrebbe mai neppure immaginato di
fare ciò che è successo a Sigonella in Paesi quali la Francia,
l'Inghilterra, persino la Spagna. E non è stata forse violazione la
mancata possibilità di applicare la legge?».
Diciamo la verità, quel che non ha mai mandato giù Pennisi è
che alla fine è stato una comparsa, anzi è diventato un alibi della
diplomazia italiana, di Bettino Craxi e Giulio
Andreotti: «Vissi quella storia come un qualcosa che si è
consumato sulla mia pelle di magistrato». Di tutta quella vicenda, cosa
le rimane nella sua colonna sonora interiore: «Una frase che si legge
nei Vangeli: "Il sangue di questo innocente ricada su di noi e sui
nostri figli"».
LE TAPPE DELLA STORIA
7/10/1985
Il transatlantico italiano viene preso in ostaggio da un gruppo di
terroristi palestinesi che si dichiara aderente all'Olp. I sequestratori
minacciano di uccidere i passeggeri e rivendicano la liberazione di una
cinquantina di compagni.
8/10/1985
Yasser Arafat, capo di al Fatah, e l'Olp si dichiarano
non responsabili dell'accaduto. I terroristi chiedono di aprire una
trattativa con gli ambasciatori: il ministro degli Esteri Andreotti e il presidente del Consiglio
Craxi sono
favorevoli, ma il presidente americano Reagan stoppa ogni apertura
diplomatica.
9/10/1985
L'uccisione di Leon Klinghoffer, ostaggio usa di religione ebraica,
spinge Reagan ad optare per l'azione violenta. Craxi è contrario. Abbas, membro di al Fatah e negoziatore di
Arafat, ottiene la resa dei terroristi garantendo loro un salvacondotto.
10/10/1985
Reagan fa intercettare il velivolo e lo costringe ad
atterrare a Sigonella. Le forze armate italiane vengono
circondate dagli americani, a loro volta attorniati da un ingente numero
di Carabinieri. Nella notte Reagan chiede la consegna
dei terroristi, ma Craxi non accetta. I terroristi
vengono assicurati alla giustizia italiana, mentre Abu Abbas,
con il consenso del governo italiano, il 12 ottobre fugge a Belgrado.
[28-07-2009]
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CAFè DE ‘NDRANGHETà – SEQUESTRATO IL BAR Più FAMOSO DELLA
“DOLCE VITA” ROMANA: IL “CAFè DE PARIS” DI VIA VENETO –
L’OPERAZIONE HA MESSO I SIGILLI A BENI DELLA MALAVITA PER OLTRE 200 MLN
€ - ERA TUTTO DELLA cosca degli Alvaro-Palamara di Sinopoli e Cosoleto…
Da "repubblica.it"
Il pezzo più pregiato della "Dolce Vita" di Roma, il
"Cafè de Paris" di via Veneto, a pochi passi dall'Ambasciata
americana a Roma, era finito nelle mani della cosca Alvaro della
'ndrangheta.
Il Tribunale di Reggio Calabria ha ordinato oggi ai carabinieri
del Ros e alla Guardia di finanza di sequestrarlo insieme ad altri beni
sempre nella capitale: società, attività commerciali, abitazioni e
automobili di lusso per un valore complessivo di oltre 200 milioni di
euro.
Traffico d'armi Reggio Calabria-Bologna. Sempre i giudici
dell'antimafia di Reggio Calabria hanno ordinato il fermo di sei persone
accusate di associazione mafiosa e traffico di armi. Si tratta di
presunti affiliati alla cosca Bellocco di Rosarno.
Tre dei soggetti sono stati rintracciati
in Calabria mentre gli altri si trovavano a Bologna. "La situazione
era in continuo divenire, siamo dovuti intervenire d'urgenza", ha
anticipato il dirigente della squadra mobile reggina, Renato Cortese.
Traffico di cocaina tra Lombardia e Calabria. E infine, operazione
della Polizia contro il traffico di cocaina tra la Calabria e la
Lombardia. Venti ordinanze di custodia cautelare contro residenti a
Catanzaro e in provincia di Cosenza.
Un'ordinanza è stata eseguita a a Milano nei confronti di un
calabrese residente nel capoluogo lombardo. Diciassette delle persone
coinvolte nell'operazione erano libere, mentre tre erano già detenute
ed hanno avuto notificato il provvedimento in carcere. Il reato
contestato è associazione per delinquere finalizzata al traffico di
sostanze stupefacenti.
2 - GLI IMMOBILI DELLA COSCA ALVARO-PALAMARA...
Da www.nerinagatti.com" -
è in corso a Roma un'operazione contro i patrimoni della 'ndrangheta.
Sequestrati beni per oltre 200 milioni di euro. Tra questi il noto
locale di Via Veneto, il "Cafè de Paris", simbolo della Doce
Vita romana e altri esercizi commerciali come il noto bar California,
vicino all'ambasciata Americana in via Bissolati e numerosi immobili di
lusso, tutti riconducibili alla potente cosca degli Alvaro-Palamara di
Sinopoli e Cosoleto, paesi dell'area tirrenica di Reggio Calabria.
Le operazioni sono state effettuate dal ROS dei Carabinieri,
comandati dal generale Giampaolo Ganzer e dalla Guardia di Finanza,
tutto coordinato dalla Dda reggina del procuratore Capo Giuseppe
Pignatone.
[22-07-2009]
REALITY MAFIA - L’ARCHIVIO DI “DON VITO” SAREBBE BLOCCATO
ALL’ESTERO PER PROBLEMI BUROCRATICI – CIANCIMINO JR. INDICA IL LUOGO E
PROVA A SBLOCCARE LE PRATICHE: DAL “PAPELLO” A NASTRI REGISTRATI A UN
ASSEGNO DI 35 MLN £ DEL CAV. PER IL PADRE – BLUFFA O NO?...
Giovanni Bianconi per il "Corriere
della Sera"
Il secondo «tesoro » di Vito Ciancimino - quello di maggior
interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e
altro materiale - è custodito all'estero, bloccato da problemi
burocratici che il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo,
non è riuscito a risolvere.
Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l'ormai famoso
papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della
trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le
altre carte segrete del padre.
Su quel periodo, sui misteri ancora irrisolti, e sui cosiddetti «mandanti
occulti», la commissione parlamentare antimafia ha deciso ieri di
aprire un'inchiesta, di cui sarà relatore il presidente Beppe Pisanu.
Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo
grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro»
avuto in eredità, quello milionario che secondo l'accusa proviene da
affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul
luogo in cui è conservato l'archivio di «don Vito». Lì dentro ci
sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni
nastri registrati.
Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le
conversazioni tra l'ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo
incontrarono nell'estate del '92. E ancora, la copia integrale della
lettera - trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 - dove si
parla di richieste all'«onorevole Berlusconi»;
forse le altre lettere provenienti da Bernardo Provenzano, di cui
ha pure testimoniato il figlio dell'ex sindaco, e il misterioso assegno
da 35 milioni firmato in anni lontani da Silvio Berlusconi in favore di
Ciancimino sr, di cui Massimo discuteva con la sorella Luciana in una
telefonata intercettata nel marzo 2004.
«Digli che abbiamo un assegno suo, se lo
vuole indietro... », diceva Massimo a Luciana che stava andando a una
manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il
premier. «Chi, il Berlusconi?», chiedeva lei ridendo. «Sì, ce
l'abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva Massimo.
Luciana era incredula: «Ma che dici... Del Berlusca? ». E il
fratello: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo...». Se il
giovane Ciancimino dice la verità la riconsegna non avvenne, e
quell'assegno è custodito all'estero insieme al papello e alle altre
carte che sarebbero il riscontro ai suoi racconti sui contatti tra mafia
e istituzioni avvenuti attraverso l'ex sindaco morto a fine 2002.
Nell'interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato
che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi
burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la
promessa di consegnare il «tesoro» investigativo.
Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una
rogatoria internazionale. In un modo o nell'altro, la fine di questo «tira
e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando
arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure
no.
Poi, eventualmente, si potrà valutare l'effettiva importanza
delle carte rimaste segrete per tutti questi anni. E interpretare meglio
le ultime uscite intorno alle novità vere e presunte nelle inchieste
sulle stragi di mafia. A cominciare da quelle di Totò Riina.
Il «capo dei capi» di Cosa Nostra sarà probabilmente
interrogato nei prossimi giorni dai magistrati di Caltanissetta
(titolari delle indagini sulle morti di Giovanni Falcone, Paolo
Borsellino e gli agenti di scorta trucidati con loro), che ritengono
indirizzato a loro il «messaggio » mandato da Riina attraverso le
dichiarazioni affidate al suo avvocato.
Ma secondo le interpretazioni che circolano nel palazzo di
giustizia di Palermo, le frasi del capomafia avrebbero (anche) altri
destinatari: gli «uomini d'onore», per ribadire che non ci sono vuoti
di potere ma a comandare la mafia è ancora lui; e i nuovi, presunti,
referenti politici di Cosa Nostra, subentrati ai vecchi dopo le stragi
del 1992 e 1993.
Le dichiarazioni di Riina sono arrivate all'indomani della
diffusione del frammento di lettera che secondo Ciancimino jr proveniva
da Provenzano ed era diretta al premier tramite Marcello Dell'Utri (sul
quale pesa una condanna di primo grado per concorso in associazione
mafiosa; il processo d'appello è arrivate alle battute finali).
[22-07-2009]
LO SAPEVATE CHE ABBIAMO RISCHIATO UN GOLPE DELLA MAFIA?!? -
IMMAGINATE: RIINA PRESIDENTE, PROVENZANO CAPO DEL GOVERNO, BUSCETTA AGLI
INTERNI! - LE RIVELAZIONI CHOC DI ENZO SCOTTI: 1992, Andò a letto
ministro dell’Interno e si svegliò ministro degli Esteri...
Guido Ruotolo per "La
Stampa"
Andò a letto ministro dell'Interno e si svegliò ministro degli
Esteri. Era il 29 giugno del 1992. Falcone era già stato fatto fuori,
tre settimane dopo sarebbe toccato a Paolo Borsellino. Vincenzo Scotti,
fino a quella notte aveva fatto coppia con il Guardasigilli dell'epoca,
Claudio Martelli, nell'elaborare e produrre antimafia attiva (decreti,
leggi, direttive). Erano mesi di morti ammazzati, di sospetti di
tentativi golpisti e di strategie destabilizzanti.
Al suo posto fu indicato Nicola Mancino, che l'altro giorno ha
ammesso che lo Stato respinse la trattativa con Cosa Nostra: «Trovo
inconcepibile - dice adesso Scotti - l'idea di intavolare una trattativa
con Cosa Nostra. E spero che non se ne sia fatto nulla. E poi, su cosa
si sarebbe trattato?». Oggi Scotti è sottosegretario agli Esteri e di
quella stagione offre una testimonianza importante, proprio nel giorno
in cui la commissione antimafia decide di aprire un'inchiesta sulle
stragi, indicando nell'ex ministro Pisanu il relatore.
Sottosegretario, dopo l'omicidio di Salvo Lima, siamo nel marzo di
quel 1992, lei allertò i questori e inviò una informativa a tutti i
prefetti. Temeva un attacco eversivo per destabilizzare le istituzioni?
«L'allora direttore del Dipartimento della Pubbica sicurezza, il
prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, mi trasmise diversi
rapporti che ipotizzavano un'azione destabilizzante delle istituzioni.
Tra l'altro mi consegnò una informativa del Tribunale di Bologna che
riassumeva una deposizione di un dichiarante, senza rivelarne
l'identità, che aveva parlato di riunioni internazionali tenute in
un'area della ex Jugoslavia, arrivando alla conclusione che avremmo
dovuto fronteggiare iniziative mafiose e non solo».
Si riferisce alla "patacca" -
così la definì il suo presidente del Consiglio dell'epoca, Giulio
Andreotti - Elio Ciolini, un inossidabile depistatore?
«Ma io questo non lo sapevo. I dossier Parisi mi portarono ad allertare
i questori e a inviare una informativa ai prefetti. Messaggi che
trasmisi con codici cifrati. Il Corriere della sera sparò in prima
pagina l'allerta. Si scatenò un putiferio, anche perché eravamo in
campagna elettorale. E io chiesi, a quel punto, di riferire in
Parlamento. Prima che arrivassi a palazzo Madama, un'agenzia di stampa
rivelò l'identità di quel dichiarante, di Elio Ciolini. Ma l'allarme
si poggiava anche su altra documentazione».
L'Antimafia di Scotti e Martelli. Perché lei venne fatto fuori
dal Viminale?
«In quell'aprile del ‘92, io e Martelli cominciamo a lavorare
riservatamente, con Falcone, a un testo con diverse norme, compresa
l'istituzione del 41 bis. La candidatura di Giovanni Falcone a
procuratore nazionale antimafia era evidente che sarebbe stata bocciata
dal Csm. Mi resi conto che anche i componenti laici della Dc non lo
avrebbero appoggiato. La nostra reazione, quella mia e di Martelli, fu
un'ulteriore accelerazione dei provvedimenti antimafia.
Invio una direttiva alle forze di polizia dando priorità assoluta
alla cattura dei latitanti mafiosi. A ciascuna forza di polizia viene
assegnato un numero di latitanti da arrestare. Viene ucciso Falcone e a
quel punto trasformiamo il pacchetto di norme, anche il 41 bis, in un
decreto legge».
Le elezioni, il nuovo governo. Presidente del consiglio è
Giuliano Amato. Lei però perde il posto al Viminale.
«E mi ritrovo alla Farnesina. La Dc sollevò la questione della
compatibilità tra carica di governo e di partito. Io obiettai che
proprio perché esposto sul fronte della lotta alla mafia, il ministro
dell'Interno aveva bisogno di una copertura politica. Mi ritrovai,
però, alla Farnesina e annunciai subito le mie dimissioni, che vennero
congelate e poi accettate».
A distanza di tanti anni, fu solo Cosa Nostra a uccidere Falcone e
Borsellino?
«Dopo Falcone, in Antimafia e in Parlamento dissi da ministro
dell'Interno che le modalità della strage di Capaci erano molto
inquietanti. Mi fermo qui, fiducioso che le indagini della magistratura
possano finalmente chiarire la vera storia di quelle stragi».
[22-07-2009]
Violante sentito in Procura
Palermo...
(ANSA) - L'ex presidente della Camera Luciano Violante e' negli uffici
della Procura palermitana. Viene sentito dai magistrati nell'ambito
dell'inchiesta sulla ipotesi di trattativa tra mafia e Stato che ci
sarebbe stata nel '92. |
GRILLO: "BORSELLINO SAPEVA DI FINIRE AMMAZZATO: MAFIA ESECUTRICE,
STATO MANDANTE" - DOPO 17 ANNI DI SILENZIO TOTALE TOTÒ RIINA VUOTA
IL SACCO: "L´HANNO AMMAZZATO LORO" - "TRATTATIVA FATTA DA
CIANCIMINO PER CONTO SUO E PER I SUOI AFFARI E INSIEME AI
CARABINIERI"
1 - BORSELLINO CHE SAPEVA DI ESSERE AMMAZZATO: MAFIA
ESECUTRICE, STATO MANDANTE
Da www.beppegrillo.it
Paolo Borsellino era un giudice che sapeva di essere ammazzato.
Sapeva che il tritolo veniva dal continente (come dicono i siciliani),
sapeva che era di origine militare, sapeva che se la mafia era
l'esecutrice, una parte dello Stato era il mandante. E' andato al
macello insieme alla scorta.
Ogni domenica si recava a trovare sua madre in via D'Amelio. Davanti
al cancello del condominio non c'era una transenna, un divieto qualunque
che impedisse di parcheggiare un'autobomba. Bastava un vigile per
salvarlo.
Il fetore delle istituzioni di allora, in gran parte quelle di
adesso, sta emergendo dalle dichiarazioni del figlio di Ciancimino,
dalle denunce incessanti di quel piccolo grande uomo che è il fratello
di Borsellino, Salvatore, dal processo a Marcello Dell'Utri in corso a
Palermo.
I servizi segreti trattavano con la mafia, Totò Riina dettò le
condizioni della pace tra Stato e mafia in un papello, una pace tra
Stati conniventi. A ognuno il suo.
La verità verrà fuori, la luce della vita e della morte di
Borsellino è troppo potente per impedirlo. Paolo Borsellino ha spiegato
in una delle sue ultime interviste l'equivoco di fondo della politica
italiana. Il politico colluso, amico, referente, compare di affari,
testimone di nozze di un criminale non ha bisogno di una condanna per
uscire dalla vita pubblica.
I partiti non devono "soltanto essere onesti, ma apparire
onesti". E oggi abbiamo uno psiconano per presidente del Consiglio
che proclama eroe Mangano, un mafioso che viveva a casa sua e portava a
scuola i suoi figli e il fondatore di Forza Italia condannato in primo
grado a nove anni per relazioni con la mafia...
Lezione di Paolo Borsellino, Bassano del Grappa, 26 gennaio
1989:
"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel
politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di
avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la
magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo
onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare
soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono
sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza
giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è
mafioso.
Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere,
altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni
disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o
quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste
vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma
rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa
pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro
lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato
condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne
conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci
sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe,
quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto
essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di
tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti...".
2 - DOPO DICIASSETTE ANNI DI SILENZIO TOTALE RIINA ESCE ALLO
SCOPERTO: "L´HANNO AMMAZZATO LORO"
Attilio Bolzoni-Francesco Viviano per La
Repubblica
Totò Riina, l´uomo delle stragi mafiose,
per la prima volta parla delle stragi mafiose. Sull´uccisione di Paolo
Borsellino dice: «L´ammazzarono loro». E poi - riferendosi agli
uomini dello Stato - aggiunge: «Non guardate sempre e solo me,
guardatevi dentro anche voi».
Dopo diciassette anni di silenzio totale il capo dei capi di Cosa
Nostra esce allo scoperto. Riina lo fa ad appena due giorni dalla svolta
delle indagini sui massacri siciliani - il patto fra cosche e servizi
segreti che i magistrati della procura di Caltanissetta stanno
esplorando. Ha incaricato il suo avvocato di far sapere all´esterno
quale è il suo pensiero sugli attentati avvenuti in Sicilia nel 1992,
su quelli avvenuti in Italia nel 1993.
Una mossa a sorpresa del vecchio Padrino di Corleone che non aveva
mai aperto bocca su niente e nessuno fin dal giorno della sua cattura,
il 15 gennaio del 1993. Un´«uscita» clamorosa sull´affaire stragi,
che da certi indizi non sembrano più solo di mafia ma anche di Stato.
Ecco quello che ci ha raccontato ieri sera l´avvocato Luca
Cianferoni, fiorentino, da dodici anni legale di Totò Riina, da quando
il più spietato mafioso della storia di Cosa Nostra è imputato non
solo per Capaci e via Mariano D´Amelio, ma anche per le bombe di
Firenze, Milano e Roma.
Avvocato, quali sono le esatte parole pronunciate da Totò
Riina? Sono proprio queste: «L´ammazzarono loro»?
«Sì, sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina e l´ho
trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a
salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle
parole...L´ammazzarono loro...».
E poi, che altro ha le ha detto Totò Riina?
«Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza
segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha
detto: "Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico
niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si
pensi ad altro". Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e
non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda
stragi».
Ma Totò Riina è stato condannato in Cassazione per l´omicidio
di Borsellino, per l´omicidio di Falcone, per le stragi in Continente e
per decine di altri delitti: che interesse ha a dire soltanto adesso
quello che ha detto?
«Io mi limito a riportare le sue parole come mi ha chiesto. Mi ha
ripetuto più volte: avvocato parlo sapendo bene che la mia situazione
processuale nell´inchiesta Borsellino non cambierà, fra l´altro
adesso c´è anche Gaspare Spatuzza che sta collaborando con i
magistrati quindi...».
Le ha raccontato altro?
«Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto
e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in
questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che
l´ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme
ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io,
come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già
quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in
aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse,
purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza».
E poi, che altro le ha detto Totò Riina nel carcere di
Opera?
«E´ tornato a parlare della vicenda Mancino, come aveva fatto nell´udienza
del 24 gennaio 1998. Sempre al processo di Firenze, quel giorno Riina
chiese alla Corte di chiedere a Mancino, ai tempi del suo arresto
ministro dell´Interno, come fosse a conoscenza - una settimana prima -
della sua cattura».
E questo cosa significa, avvocato?
«Significa che per lui sono invenzioni tutte quelle voci secondo le
quali sarebbe stato venduto dall´altro boss di Corleone, Bernardo
Provenzano. Come suo difensore, ho chiesto al processo di Firenze di
sentire come testimone il senatore Mancino, ma la Corte ha respinto
anche quest´altra istanza».
Le ha mai detto qualcosa, il suo cliente, sui servizi
segreti?
«Spesso, molto spesso mi ha parlato della vicenda di quelli che stavano
al castello Utvegio, su a Montepellegrino. Leggendo e rileggendo le
carte processuali mi ha trasmesso le sue perplessità, mi ha detto che
non ha mai capito perché, dopo l´esplosione dell´autobomba che ha
ucciso il procuratore Borsellino, sia sparito tutto il traffico
telefonico in entrata e in uscita da Castel Utvegio».
Insomma, Totò Riina in sostanza cosa pensa delle stragi?
«Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre
stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto
dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro
anche voi».
[19-07-2009]
|
LETTERE DI PROVENZANO A DELL’UTRI – “UNO DEI FIGLI DI SILVIO
DOVEVA ESSERE UCCISO, PER RICOR¬DARE “CERTI VANTAGGI AVUTI” DAL PADRE
“IRRICONOSCENTE” - MA L’EX SINDACO MAFIOSO DI PALER¬MO VITO
CIANCIMINO -MORTO A FINE 2002- INTERVEN¬NE PER FERMARE L’ATTENTATO…
Giovanni Bianconi per il
Corriere della Sera
La «lettera del mistero» - proveniente da Bernardo Provenzano, indi¬rizzata
a Marcello Dell'Utri e destinata a Silvio Berlusconi - conteneva una
minaccia al¬l'attuale presidente del Consi¬glio sventata da Vito
Ciancimi¬no. Uno dei figli del premier doveva essere ucciso, per ricor¬dare
«certi vantaggi avuti» dal padre «irriconoscente», ma l'ex sindaco
mafioso di Paler¬mo morto a fine 2002 interven¬ne per fermare
l'attentato.
Pa¬rola di Massimo Ciancimino, figlio di Vito e condannato in primo
grado per riciclaggio, che fra tentennamenti, con¬traddizioni e timori
di nuove imputazioni ha fornito questa versione finale (almeno per ora)
ai pubblici ministeri che indagano sulle trattative tra Cosa Nostra e lo
Stato nella sta¬gione delle stragi.
La lettera trovata nel 2005 tra le carte di Ciancimino se¬nior ed
esaminata solo oggi, mutilata di una parte, fa riferi¬mento all'«onorevole
Berlusco¬ni » e a un «triste evento» ai suoi danni. Ciancimino jr ha
spiegato che la vittima desi¬gnata era un figlio di Berlusco¬ni, e che
suo padre era invece favorevole a un richiamo me¬no drastico
all'attuale pre¬mier; una «tastata di polso» che servisse a «scuoterlo».
«Usava l'espressione sicilia¬na 'bisogna andargli a toccare il
polso', per instradare - ha raccontato al procuratore ag¬giunto di
Palermo Ingroia e al sostituto Di Matteo in un inter¬rogatorio della
scorsa settima¬na -... Poi i discorsi che dice¬vano che il soggetto
era irrico¬noscente, si stava scordando di certe situazioni, di certi
van¬taggi avuti, di certe robe va¬rie... 'Tutto dopo', diceva mio
padre».
I pm chiedono a quale «soggetto» si riferisce e Cianci¬mino jr
risponde: «Al dottor Berlusconi». I magistrati do¬mandano se fosse «irricono¬scente
nei confronti di Cosa nostra» e lui frena: «Di perso¬naggi che si
vede... Però non posso dire... Non so altro...». Dichiara
esplicitamente di aver paura ad affrontare que¬sto argomento, il figlio
del sin¬daco mafioso, che il giorno precedente era stato un po' più
esplicito sulla provenien¬za della minaccia e sul ruolo svolto da suo
padre.
«Sicura¬mente arrivava da Provenza¬no »,
dice della lettera ritrova¬ta; e Vito Ciancimino s'era spe¬so «per un
cambio di atteggia¬mento... Si vantava di aver scongiurato un evento,
perché diceva sempre 'mi dovrebbe¬ro dare una medaglia'».
La lettera ritrovata solo a me¬tà, in cui si ipotizza che Berlu¬sconi
«vorrà mettere a disposi¬zione una delle sue reti televisi¬ve »,
per Ciancimino jr fu scrit¬ta dopo che suo padre entrò in carcere (a
fine '92), perché lui andò a ritirarla a casa di Vito Li¬pari (altro
condannato per ma¬fia, considerato il gestore dei patrimoni dei boss
Riina e Pro¬venzano), alla presenza dello stesso Provenzano, la portò
in prigione da suo padre, che la lesse senza fare commenti e gliela fece
consegnare a un uo¬mo non ancora identificato.
Il destinatario era Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia tra il
'93 e il '94 e oggi senatore del Popolo della libertà, condanna¬to in
primo grado per concor¬so in associazione mafiosa. Da lui il messaggio
sarebbe dovu¬to arrivare a Berlusconi.
Ieri quel pezzo di carta, in¬sieme ai due verbali di Massi¬mo
Ciancimino, è stato porta¬to dall'accusa al processo d'ap¬pello
contro Dell'Utri. La corte deciderà a settembre se accet¬tarlo e
ascoltare il figlio dell'ex sindaco. Il quale ha rivelato di essere
stato il «postino» di al¬meno altre due lettere prove¬nienti da
Provenzano. Una, sempre diretta a Dell'Utri, con¬segnata «subito dopo»
che Rii¬na aveva fatto recapitare il pa¬pello con le richieste allo
Stato per far cessare le stragi di ma¬fia; un'altra destinata invece
Ciancimino sr, ricevuta insie¬me a dei soldi, «circa 50 milio¬ni di
lire».
Chi abbia materialmente scritto la lettera riferita al¬l' «onorevole
Berlusconi» è an¬cora un mistero; Ciancimino jr dice di non saperlo
(in un pri¬mo momento, mentendo, ave¬va detto che l'autore era suo
padre) e i pubblici ministeri hanno già disposto una peri¬zia grafica.
Così come resta mi¬sterioso il motivo per cui ne è stata trovata,
nella perquisizio¬ne del 2005, solo una parte; Massimo Ciancimino
ricorda di averla a suo tempo vista tut¬ta intera e nascosta tra i volu¬mi
dell'enciclopedia Treccani della casa romana affacciata su piazza di
Spagna.
Di certo c'è che non è stato lui a tirarla fuori, e che quando i
magistra¬ti gliel'hanno fatta vedere s'è spaventato, ha chiesto una
pausa, poi ha cominciato a mentire e infine ad ammettere le bugie e
correggere il tiro spiegando di avere «molta pa¬ura, perché questo
documen¬to rappresenta un periodo at¬torno al periodo stragista di mio
padre... Ero convinto che non venisse mai fuori... È un discorso cento
volte più gran¬de di me».
[12-07-2009]
MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA - 20 ANNI DOPO L'ASSASSINIO DI
BORSELLINO, LE DICHIARAZIONI-CHOC DEL PENTITO SPATUZZA RIAPRONO LA
STAGIONE DEI VELENI PALERMITANI – CIANCIMINO JR. E IL “BIONDINO”:
TUTTO IL FENOMENO DELLO STRAGISMO MAFIOSO ANDREBBE RIVISTO…
Francesco La Licata per
"La Stampa"
Revisione del processo. E' l'incubo che accompagna il
diciassettesimo anniversario della strage di via D'Amelio, a Palermo.
Per anni si è data per scontata una verità processuale (indennizzo
consolatorio per familiari, amici delle vittime e società civile)
consacrata nella condanna all'ergastolo di mafiosi piccoli e grandi,
la «cupola» di Riina e i tanti gregari, indicati come organizzatori
ed esecutori dell'attentato del 19 luglio 1992 che costò la vita al
giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della scorta.
Domenica prossima, per la prima volta invece, si commemorerà
Borsellino avendo ben presente la certezza, più che il dubbio, che
gli avvocati di molti degli imputati del dibattimento di via D'Amelio,
anche alcuni condannati in via definitiva, si apprestano a chiedere la
revisione del processo.
Il tam tam palermitano è in fermento da quando è scoppiata la
«bomba Spatuzza» cioè la rivoluzione processuale innescata dalle
rivelazioni del neopentito Gaspare Spatuzza, affidate ad alcuni
colloqui investigativi intrattenuti col Procuratore nazionale
antimafia, Pietro Grasso.
Questa rivoluzione annulla, in sostanza, il ruolo fondamentale a
suo tempo assunto dal pentito principale dell'inchiesta, Vincenzo
Scarantino, che si autoaccusò del furto e della «preparazione»
della «126» usata come autobomba in via D'Amelio. Questa confessione
fu fatta agli investigatori del «Gruppo Falcone-Borsellino» del
questore Arnaldo La Barbera e fu presa per buona anche contro non
poche osservazioni critiche, come quelle di Ilda Boccassini, allora pm
a Caltanissetta.
Quando finì il periodo di applicazione, la Boccassini lasciò
agli atti una relazione, firmata anche dal collega Roberto Saieva, che
suscitava perplessità sull'attendibilità di Scarantino. In
particolare, la discrepanza sul furto della «126»: Scarantino aveva
detto di averla rubata su indicazione di Salvatore Candura
(arrestato), poi aveva affermato che era stato lui a commissionare il
furto all'altro.
Ma oggi Gaspare Spatuzza taglia la testa al toro: l'auto l'ho
rubata io, Scarantino e Candura hanno mentito. Un anno di accertamenti
della Procura di Caltanissetta dimostrano la sua piena attendibilità.
Tutto ciò che racconta sembra essere stato accertato nei minimi
particolari. Non solo, Salvatore Candura - dopo una prima difesa della
posizione - ha ritrattato la vecchia versione, aggiungendo di essere
stato costretto a inventare dalla polizia e coinvolgendo anche
Scarantino.
Il gruppo di investigatori dell'epoca sono entrati così nel
mirino delle nuove indagini, che sembrano aver preso una piega
clamorosa e preoccupante. Ci sono stati - come denuncia Candura -
maltrattamenti e percosse? La Procura di Caltanissetta lavora in
silenzio e finora è riuscita a difendere il risultato dell'inchiesta
da «spifferi» e fughe di notizie. Una riservatezza che non ha
impedito un primo screening di imputati destinati alla revisione del
processo.o
Sono due i più accreditati: Salvatore
Profeta (condannato all'ergastolo) in quanto accusato da Scarantino di
essere il committente del furto dell'auto e Salvatore Orofino
(scarcerato dopo otto anni), indicato dal pentito come il proprietario
del garage dove fu «preparata» l'autobomba. E almeno altri cinque
detenuti all'ergastolo attendono l'evolversi della nuova inchiesta per
accodarsi all'inevitabile richiesta di revisione.
Ma il quadro generale di quello che è stato lo stragismo
mafioso sembra essere destinato ad una revisione consistente, anche
alla luce di nuovi impulsi che sono giunti da altri testi. E prende
corpo una strategia criminale alla quale sembra non siano stati
estranei anche elementi di organismi istituzionali preposti alla
sicurezza.
Falcone, Borsellino e gli attentati del ‘93 a Roma, Firenze e
Milano: un filo unico teso a imporre allo Stato quella «trattativa»
tornata agli onori della cronaca attraverso l'imprevista
collaborazione di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco Dc di
Palermo, quel don Vito scelto da Cosa nostra come mediatore ed
ambasciatore della mafia corleonese presso lo Stato italiano.
Massimo Ciancimino afferma di essere in possesso del «papello»,
la carta con le richieste di Totò Riina in favore del popolo di Cosa
nostra. Ma ha anche aggiunto che quel «papello» (una copia,
ovviamente) fu consegnato ai carabinieri del Ros, impegnati nel
tentativo di far cessare gli attentati mafiosi, ma anche ad un «certo
signore biondino ed elegante» - una volta è chiamato Carlo, un'altra
volta Franco - che da tempo coltivava una buona amicizia col padre.
Chi è Carlo? Ciancimino ne ha parlato coi magistrati di Palermo
e Caltanissetta, ma le sue risposte sono ancora avvolte dal segreto.
Un fatto sembra certo: il «biondino» e il vecchio Ciancimino
costituivano un'antica «sinergia». Tanto che, dice ancora Massimo,
anche la lettera di minacce inviata da Provenzano a Berlusconi, tra il
1991 e il ‘94, prima fu portata al padre in carcere, poi consegnata
ancora al solito «biondino».
Insomma, la storia delle stragi sembra fortemente condizionata
da oscure presenze. Fin dall'inizio, che oggi forse è possibile
datare col fallito attentato a Giovanni Falcone del giugno 1989. Anche
quell'indagine, che sembrava definitivamente chiusa, appare
rivitalizzata da nuovi impulsi. Le ricerche sono concentrate su un
poliziotto che ha lavorato a Palermo e poi sembra essere scomparso.
Uno strano tipo con gravi malformazioni al viso, dicono di lui. E c'è
un testimone che racconta cose strane.
Dice che i sabotatori arrivarono su un gommone con la dinamite,
mentre poco distante esponenti della «famiglia» di «Acquasanta»
facevano il bagno e forse controllavano lo svolgimento dei «lavori».
Ancora una innaturale «sinergia» fra guardie e ladri? Questo «film»
non sfuggì ad un malavitoso della borgata, Francesco Paolo Gaeta, che
perciò fu tenuto a lungo sotto controllo. Il ragazzo non dava
affidamento: era anche tossico e avrebbe potuto parlare. Fu ucciso a
revolverate e il delitto fu fatto passare per regolamento di conti tra
piccoli delinquenti.
Borsellino una spy story? Acclarati risultati investigativi ci
dicono che lo stragismo fu una "precisa scelta" di Cosa
nostra, da preferire al tradizionale ricorso all'omicidio classico. La
volontà, dunque, di dare una valenza politica all'"Operazione
Borsellino". Perché? Chi ideò una simile sceneggiatura?
Scrive Piero Grasso nell'ultimo suo libro: «Fu la prospettiva
che Borsellino diventasse Procuratore nazionale antimafia? Il timore
di nuove indagini su mafia e appalti? Fu la "trattativa" già
iniziata che aveva bisogno di un supplemento di terrore per alzare il
prezzo per la sospensione delle stragi? Fu il coacervo di interessi di
entità esterne che vedevano in pericolo i loro lucrosi affari e gli
illeciti profitti? Il paventato pericolo di una svolta verso i partiti
popolari dopo Tangentopoli? Probabilmente ciascuna e tutte queste
motivazioni insieme».
[14-07-2009]
Ciancimino jr - "Ho tutte le carte segrete che spiegano il
patto tra mafia e Stato" - E poi ricorda di "alti magistrati
che incontravano mio padre e Salvo Lima per aggiustare processi" -
"perché i carabinieri non aprirono la cassaforte di mio
padre?"...
Attilio Bolzoni e
Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Conferma che consegnerà il «papello» di Totò Riina,
racconta di un dossier di don Vito con la dicitura «Carabinieri»,
svela che tutte le carte segrete erano conservate in una cassaforte
della sua villa di Mondello e che «stranamente» alcuni ufficiali
dell´Arma non l´aprirono. E poi ricorda di «alti magistrati che
incontravano mio padre e Salvo Lima per aggiustare
processi». Parla Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex
sindaco mafioso, il testimone che con le sue verità sta facendo
tremare Palermo.
Quando si libererà di quell´«atto» - il papello - con
il quale il capo dei capi della mafia di Corleone nell´estate del
1992 stava ricattando lo Stato?
«Al più presto, appena possibile lo darò ai magistrati palermitani
che mi stanno interrogando da un anno. Ma non consegnerò solo il
papello, ci sono altri documenti di mio padre... gli servivano per un
libro che non ha mai scritto».
Dov´erano e dove sono custodite tutte queste carte di suo
padre, compreso il papello?
«Adesso sono in un luogo sicuro, fino a quattro anni fa erano nella
cassaforte della mia casa a Mondello. I carabinieri un giorno fecero
una perquisizione - io ero a Parigi, volevo prendere il primo aereo
per Palermo e presentarmi ma loro mi dissero che non c´era bisogno -
però non aprirono la cassaforte. Non so perché. Eppure era ben
visibile, era nella stanza della tata del mio bambino. Quel giorno
aprirono la cassaforte nella casa del professore Giovanni
Lapis, il commercialista di mio padre che era stato indagato
con me. Ma stranamente non la mia».
Lei sta raccontando tanto dal giugno del 2008, si sente un
pentito?
«Io non mi devo pentire di niente, sono altri che devono farlo. Io
sto semplicemente cercando di ricostruire certe vicende. E lo farò
con la documentazione, non soltanto a parole. Lo farò anche con il
papello».
Chi dovrebbe pentirsi?
«Alcune persone... i loro nomi li ho già fatti ai magistrati e tutto
è stato secretato. C´è stato uno strabismo investigativo... ne ho
parlato con i magistrati Ingroia e Di Matteo:
si è voluto guardare solo da una parte».
Cosa ha svelato ai magistrati in questi ultimi mesi?
«Ho parlato degli incontri di Bernardo Provenzano con
mio padre. E poi ho parlato della famosa trattativa fra Stato e Mafia:
ho messo a verbale che anch´io, direttamente, ho partecipato con mio
padre alla cattura di Totò Riina nel
1993. Lo stesso Riina deve avere saputo qualcosa
attraverso i suoi canali, durante un´udienza infatti ha detto che era
stato «venduto» dal figlio di Ciancimino...».
In quell´occasione Riina fece anche il nome dell´allora
ministro degli Interni, Nicola Mancino: cosa c´entra in questa
vicenda?
«Ho parlato del senatore Mancino con i magistrati di
Caltanissetta, ma non posso dire nulla di più».
Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?
«Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non
si fidava di loro, erano sì influenti ma lui - che non era certo un
deficiente - cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo
‘signor Franco´, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre
che dietro c´era un personaggio politico».
Perché Ciancimino non si fidava dei due ufficiali dell´Arma?
«Non si fidava molto dei carabinieri perché una loro inchiesta,
quella su mafia e appalti, era stata abilmente occultata da esponenti
politici e da magistrati vicini a mio padre. Per questo cercava altre
garanzie in quella trattativa pericolossima».
Chi erano questi politici e questi magistrati?
«Ai procuratori ho raccontato di summit fra mio padre, l´onorevole Salvo
Lima e l´onorevole Mario D´Acquisto con alcuni procuratori e giudici di Palermo - che ormai sono
in pensione - con i quali tutti insieme studiavano i piani per
favorire certi uomini politici e i loro amici».
[15-07-2009]
non ci facciamo mancare nulla! - FAR-WEST VERSILIA: “SI è
VERIFICATA UNA saldatura fra Camorra, mafia cinese e albanese" –
SEQUESTRATI 2 YACHT (13 MLN €) DESTINATI AL “COMPAGNNO” KIM JONG
IL, IL DITTATORE NORD-COREANO AFFETTO DA NANISMO… -
Enrico Paoli per "Libero"
Se è vero che pecunia non olet, come dicevamo i romani, in
Toscana, nella rossa Toscana, il modo di dire è ancor più
vero. In uno dei cantieri della perla della Versilia la Guardia
di Finanza ha sequestrato due yacht destinati al dittatore nord coreano
Kim Jong Il. Valore delle barche: 13 milioni di euro. Peccato che la
commessa, frutto di una triangolazione societaria fra l'Austria,
la Cina e l'Italia, sia illegale.
In sostanza il cantiere di Viareggio, ha violato l'embargo
internazionale in base al quale è proibito vendere alla Corea del
nord dalle arance agli aerei. A portare a termine la clamorosa
operazione, denominata Fly Bridge, è stato il comando
provinciale delle Fiamme Gialle di Lucca, guidato dal colonnello
Antonio Leone, con il supporto del generale Giorgio
Toschi, comandante regionale della Finanza.
Le parti essenziali dell'operazione sono già patrimonio del
voluminoso dossier messo insieme dagli investigatori e trasmesso
alla magistratura, ma il lavoro dell'intelligence teso a
smantellare l'intera rete non è ancora terminato. Non solo. L'esperienza
maturata in questi mesi ha indotto i baschi verdi del comando provinciale
di Lucca ad intensificare i controlli in questo settore, seguendo
nuovi canoni investigativi.
L'operazione Fly Bridge, è questo il nome che il dittatore
coreano aveva scelto per le sue due barche, in sostanza ha fatto
emergere un ingranaggio semplice e originale al contempo.
Un imprenditore austriaco ha
commissionato le due barche al cantiere viareggino, versando un anticipo
in contanti. A lavori avviati, da Vienna è arrivata una disdetta,
attraverso la quale l'uomo ha ceduto l'ordine ad una società
cinese che si è fatta carico di regolarizzare i pagamenti e, a
quel punto, le Fiamme gialle hanno iniziato a sospettare che
dietro il passaggio di consegne vi fosse qualcosa di anomalo.
Tracciando i pagamenti, grazie alla segnalazione delle autorità
austriache, i finanzieri sono risaliti al dittatore coreano, vero
committente dei due milionari yacht. L'operazione è ancora in
corso e mira a individuare gli altri canali attraverso i quali
il dittatore coreano, messo al bando dalla comunità
internazionale, si rifornisce di beni lusso in Italia e nel
resto d'Europa.i
L'indagine è stata resa possibile grazie all'attivazione degli
accordi comunitari in materia di contraffazione, che vede il nostro
Paese impegnato in prima linea per dotare la Ue di strumenti più
efficaci. Impegno che ha già una traduzione pratica.
La questione della mancanza di un adeguato apparato
sanzionatorio rispetto alle esportazioni vietate da misure restrittive
che riguardano la Corea del Nord è stato sollevato dal dipartimento
del ministro Andrea Ronchi, titolare delle Politiche
comunitarie, con una lettera ai ministeri competenti, quali
Giustizia, Sviluppo Economico ed Esteri. E proprio per questa
operazione la Finanza ha chiesto al ministero un aiuto concreto
sotto il profilo legislativo.
Le navi sequestrate, con tutta probabilità, saranno messe
all'asta e rivendute mentre i soldi del governo coreano arrivati
a Viareggio tramite la Cina, sono stati congelati. Per le Fiamme
Gialle si tratta di un importantissimo risultato, che apre la strada
a nuovi filoni d'inchiesta.
Come è ormai accertato, in Versilia si è verificata una
vera e propria saldatura fra la Camorra, la mafia cinese e quella
albanese. I settori più redditizi sono quelli della realizzazione e
commercializzazione di prodotti contraffatti, venduti sul
mercato regolare. In particolare le Fiamme Gialle stanno
cercando di stroncare e arginare il mercato dei giochi per
ragazzi, contraffatti e realizzati con materiale altamente
nocivo.
[16-07-2009]
LO STATO DELLA MAFIA E MAFIA DI STATO - SI RIAPRONO LE INCHIESTE
FALCONE-BORSELLINO E SBUCANO AGENTI SEGRETI SEMPRE A CONTATTO CON I BOSS
– I RIINA NEL RUOLO DI SICARI PER CONTO DI? - L’UOMO CHIAVE CHE SI
CERCA è UNO 007 CON UNA “FACCIA DA MOSTRO”…
Attilio Bolzoni per
"la
Repubblica"
Nessuno conosce il suo nome. Tutti dicono però che ha "una
faccia da mostro". è un agente dei servizi di sicurezza. Lo
cercano per scoprire cosa c'entra lui e cosa c'entrano altri uomini
degli apparati dello Stato nelle stragi e nei delitti eccellenti di
Palermo.
Diciassette anni dopo si sta riscrivendo la storia degli attentati
mafiosi che hanno fatto tremare l'Italia. Ci sono testimoni che
parlano di altri mandanti, ci sono indizi che portano alla ragionevole
convinzione che non sia stata solo la mafia a uccidere Falcone e Borsellino
o a mettere bombe. É stata
ufficialmente riaperta l'inchiesta su via Mariano D'Amelio.
É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su Capaci.
É stata ufficialmente riaperta anche l'inchiesta sull'Addaura,
su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno
dell'89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone.
Una trama. Una sorta di "strategia della tensione" - questa
l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste
sulle stragi palermitane - che parte dagli anni precedenti all'estate
del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri
di via Palestro a Milano.
Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a
una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò
Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all'ergastolo
come esecutori e mandanti di quelle stragi. C'è qualcosa di molto più
contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti "presenze" -
indagine dopo indagine - di agenti segreti sempre a contatto con i
boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e
favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti
a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue.
I procuratori di Caltanissetta - sono cinque che indagano, il capo
Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo
Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano
Luciani - hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro
degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l'allora presidente del
Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993) Giuliano Amato per avere
anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo
fra tutti quell'agente con la "faccia da mostro".
É uno dei protagonisti dell'intrigo. Un'ombra, una figura sempre
vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora
sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne
hanno parlato, ma nonostante quella malformazione - segno evidente per
un facile riconoscimento - nessuno l'ha mai identificato. Chi è? Gli
stanno dando la caccia. Sembra l'uomo chiave di molti misteri
palermitani.
Il primo: l'attentato del 21 giugno del 1989 all'Addaura. C'è la
testimonianza di una donna che ha visto quell'uomo "con quella
faccia così brutta" vicino alla villa del giudice Falcone, poco
prima che qualcuno piazzasse una borsa sugli scogli con dentro la
dinamite.
Qualcuno? Sull'Addaura c'è a verbale anche il
racconto di Angelo Fontana, un pentito della
"famiglia" dell'Acquasanta, cioè quella che comanda in quel
territorio. Fontana rivela in sostanza che i mafiosi dell'Acquasanta
quel giorno si limitarono a "sorvegliare" la zona mentre su
un gommone - e a bordo non c'erano i mafiosi dell'Acquasanta - stavano
portando i cinquantotto candelotti sugli scogli di fronte alla casa di
Falcone.
Un piccolo "malacarne" della
borgata - tale Francesco Paolo Gaeta - assistette
casualmente alle "operazioni". Fu ucciso a colpi di pistola
qualche tempo dopo: il caso fu archiviato come un regolamento di conti
fra spacciatori. Dopo il fallito attentato, a Palermo fecero circolare
le solite voci infami: "É stato Falcone a
mettersi da solo l'esplosivo". Il giudice, molto turbato, disse
soltanto: "Sono state menti raffinatissime". Già allora, lo
stesso Falcone aveva il sospetto che qualcuno, dentro
gli apparati, volesse ucciderlo.
Ma l'uomo con "la faccia da mostro" fu avvistato anche in
un altro angolo di Palermo, un paio di mesi dopo. Un'altra
testimonianza. Confidò il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei
carabinieri Michele Riccio: "Noi sapevamo che
c'era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre
in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che
era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino".
Nino Agostino, ufficialmente agente del
commissariato San Lorenzo ma in realtà "cacciatore" di
latitanti, fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5
agosto del 1989. Mai scoperti i suoi assassini. Come non scoprirono
mai come un amico di Agostino, il collaboratore del Sisde Emanuele
Piazza (anche lui cacciatore di latitanti) fu strangolato dai
boss di San Lorenzo. Una soffiata, probabilmente.
Il confidente Ilardo ha parlato anche di lui. E poi ha raccontato:
"Io non so per quale ragione i servizi segreti partecipavano a
queste azioni... forse per coprire determinati uomini politici che
avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi,
mettendo fuori gioco magistrati o altri uomini politici che volevano
far scoprire tutte queste magagne". Un'altra testimonianza ancora
viene da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto
ucciso: "Poco prima dell'omicidio di mio figlio vennero a casa
mia a Villagrazia di Carini due uomini che si
presentarono come colleghi di Nino, uno aveva un viso
orribile...".
L'ultimo a parlare dell'agente segreto con "la faccia da
mostro" è stato Massimo Ciancimino, il figlio
di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni
'70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell'uomo era in
contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa
"trattativa", fino a quell'accordo che Totò Riina voleva
raggiungere con lo Stato italiano per "fermare le stragi".
Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la
legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari
decidono la revisione del maxi processo.
Ma Massimo Ciancimino non ha rivelato solo gli
incontri di suo padre con l'agente dal viso sfigurato. Ha parlato
anche di un certo "signor Franco" e di un
certo "Carlo". Forse non sono due uomini ma
uno solo: un altro agente dei servizi. Uno con il quale il vecchio don
Vito aveva un'intensità di rapporti lontana nel tempo.
"Fu lui - sono parole di Ciancimino jr - a
garantire mio padre, rassicurandolo che dietro le trattattive,
inizialmente avviate dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal
capitano Giuseppe De Donno, c'era un personaggio
politico". Di questo "signor Franco" o
"Carlo", Massimo Ciancimino ha fornito ai
procuratori indicazioni precise. E anche un'agenda del padre con i
loro riferimenti telefonici.
Un ultimo capitolo di questi intrecci fra mafia e apparati è
affiorato dalle ultime indagini sull'uccisione di Paolo Borsellino. Un pentito (Gaspare Spatuzza)
ha smentito il pentito (Vincenzo Scarantino) che 17
anni fa si era autoaccusato di avere portato in via D'Amelio
l'autobomba che ha ucciso il procuratore e cinque poliziotti della sua
scorta. "Sono stato io, non lui", ha spiegato Spatuzza,
confermando comunque in ogni dettaglio la dinamica dei fatti e
svelando che Falcone - prima di Capaci - sarebbe dovuto morire a Roma
in un agguato.
Le armi, fucili e pistole, a Roma le aveva portate lui stesso. Dopo
un anno di indagini i magistrati di Caltanissetta hanno accertato che Gaspare
Spatuzza ha detto il vero e Vincenzo Scarantino aveva
mentito. Si era inventato tutto. Qualcuno lo aveva
"imbeccato". Chi? "Qualcuno gli ha messo in bocca
quelle cose per allontanare sospetti su altri mandanti non
mafiosi", risponde oggi chi indaga sulla strage.
Un depistaggio con frammenti di verità. Agenti segreti e scorrerie
in Sicilia. Poliziotti caduti, omicidi di inspiegabile matrice. Boss e
spie che camminano a braccetto. Attentati, uno dopo l'altro: prima Falcone
e cinquantaquattro giorni dopo Borsellino. Una cosa fuori da
ogni logica mafiosa. La tragedia di Palermo non sembra più solo il
romanzo nero di Totò Riina e dei suoi Corleonesi.
[17-07-2009]
MAFIA: TESORO CIANCIMINO, E' CACCIA AL 'PAPELLO'...
(Adnkronos) - E' caccia a Palermo del 'papello'
che conterrebbe la trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, voluta
dal capomafia Salvatore Riina in cambio dell'abolizione
del carcere duro. Ieri, come scrive oggi 'Il Corriere della Sera',
ladri travestiti da zingari, si sono intrufolati nello studio
dell'avvocato Francesca Russo, uno dei legali di Massimo
Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito
Ciancimino, condannato per mafia e morto alcuni anni fa.
Nelle stesse ore Massimo Ciancimino si era
presentato davanti agli uffici della procura di Palermo per
consegnare ai magistrati alcuni documenti importanti. Sono state
consegnate, in particolare, tre lettere di cui non si conosce il
contenuto. Sembra siano state scritte da Riina e Gaetano
Cina' e "indirizzate -scrive il Corriere- a Marcello dell'Utri fra il 1991 e il 1993 e dirette a
Silvio
Berlusconi con riferimenti alla costituzione di un
partito, di un movimento o di una Lega Sud".
13 - PDL: LOMBARDO, IL PARTITO DEL SUD? L'HO GIA' FONDATO IO
MICCICHE' ARRIVA TARDI...
(Adnkronos) - "Il partito del Sud esiste gia' nei
fatti" ed e' il Movimento per l'Autonomia. Parola di Raffaele
Lombardo che in un'intervista a 'Il Giornale'
spiega che il progetto di un partito del Sud di Gianfranco
Micciche' arriva tardi e il governatore siciliano gli
consiglia, se vuole portarlo avanti, di "tagliare il cordone
ombelicale con il Pdl". Lombardo porta
l'esempio della Lega che "sta con il Pdl ma non e' dentro il
Pdl. Per il partito del Sud deve essere la stessa cosa. Dentro il
Pdl non c'e' futuro". Insomma, un partito cosi' deve porter scegliere
in autonomia: "Se devo scegliere tra sostenere il governo e il
mio popolo non ho dubbi. Valuteremo volta per volta". E
comunque, secondo Lombardo, l'esigenza di forze che si
occupino del Sud e' piu' che mai forte visti anche gli ultimi dati
del rapporto Svimez: "C'e' un intero popolo che sta
naufragando".
14 - UDEUR: TORNA FESTA A TELESE, MASTELLA INDICA 'MODELLO OBAMA'...
(ANSA) - 'Una Telese diversa maniera: non una
settimana, ma tre giorni, tra fine agosto e meta' settembre'. Con il
ritorno della tradizionale kermesse di fine estate, il segretario Clemente
Mastella annuncia la rinascita dell'Udeur. La manifestazione di
Telese Terme, che negli anni ha avuto ospite da Silvio
Berlusconi al comico Roberto Benigni, ha
subito uno stop nel 2008, in corrispondenza con la profonda crisi del
partito dopo la caduta del governo Prodi. Rinnovare l'appuntamento per
quest'anno e' percio' tutt'uno con la 'ripartenza' dell'Udeur.
Un nuovo inizio che e' segnato pero' da ristrettezze economiche:
'Siamo un partito senza finanziamento pubblico, quindi chi ci sta, deve
sapere che dobbiamo ripartire dal basso', ha detto Mastella. Che ha
anche annunciato, da settembre, una nuova sede nazionale, piu' piccola,
in via Tomacelli 146, a Roma. Il segretario ha chiesto ai suoi 'lo
sforzo' di una campagna di tesseramento. E ha indicato per il partito il
'modello Obama'. 'Dobbiamo fare un po' come ha fatto
Obama - ha detto - che, al contrario della Clinton, che
aveva dietro gli apparati, alle primarie e' partito dalle cose piu'
spicciole, di periferia' fino ad arrivare alla presidenza.
LE TANTE VITE DEL FU AGENTE CALIPARI – NEL 1988 l’AGENTE DEL
SISMI TRASCORSE 3 MESI IN AUSTRALIA PER SCRIVERE UNA RELAZIONE SULLA
‘NDRANGHETA CHE AL TEMPO INFESTAVA ANCHE I CANGURI – ORA è UN LIBRO
– I RICORSI DELLA VEDOVA ROSA E LA DATA DEL 4 MARZO…
Marco Lillo per
"L'espresso"
Un baule di quelli che si usavano un tempo nelle famiglie del Sud
per conservare la biancheria pregiata o i cimeli di famiglia. In
quella cassa di legno nella casa romana di Nicola Calipari era
chiuso un documento impolverato dal titolo: 'Relazione sulla missione
in Australia presso la National Crime Authorithy'.
Quella relazione, datata 1988, rappresenta un momento importante
della vita professionale e privata del funzionario del Sismi, (il
servizio segreto militare) che ha sacrificato nel 2005 la sua vita per
salvare quella della giornalista del 'manifesto', Giuliana
Sgrena, rapita in Iraq.
A tirar fuori dall'oblio la relazione è stata la moglie di
Calipari, Rosa Villecco, deputata Pd alla sua seconda
legislatura. Anche se l'idea di farne la base di un libro è venuta a
un consulente della commissione Antimafia, Enzo Ciconte,
che ne sentì parlare dalla Calipari a margine dei
lavori della Commissione sulla 'ndrangheta nel 2006.
"Da quel momento Ciconte mi chiese più volte
di fargli avere una copia della relazione", racconta Rosa
Calipari nel suo ufficio alla Camera, "ma io cercavo di
evitarlo perché sapevo che avrei dovuto riaprire una pagina bella
della mia vita con Nicola, ma segnata da tante preoccupazioni".
Alla fine è stato il procuratore aggiunto della Direzione
nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, amico di
entrambi, a sbloccare la situazione: "In una cena a Roma, Ciconte
e Macrì mi misero all'angolo e mi
convinsero dell'utilità che ancora oggi rivestiva la pubblicazione
della relazione di Nicola su quella missione di vent'anni fa".
Così è nato 'Australia 'ndrangheta', edizioni Rubbettino, 158
pagine, in libreria dal 20 luglio. Un saggio in quattro parti: accanto
alla relazione scritta dal giovane Calipari al ritorno dalla missione
di tre mesi per aiutare i poliziotti australiani, ci sono la
testimonianza di Rosa Calipari e due saggi che
rappresentano la parte più corposa del libro. Il primo è dedicato a
un'analisi della 'ndrangheta australiana ed è firmato da Macrì.
Il secondo è invece un'analisi dei cerimoniali e dei rituali
contenuti nei codici della 'ndrangheta, condotta da Ciconte,
presidente dell'osservatorio sulla legalità nel Lazio. La
testimonianza di Rosa Calipari ricostruisce il clima
del 1988, quando la giovane moglie del funzionario di polizia con una
bambina di appena un anno e mezzo, si sentì proporre dal marito:
"Devo andare in Australia per aiutare le autorità di quel paese
a combattere la 'ndrangheta. Dovresti venire anche tu con la
bambina".
Non poteva dire di no. Per due ragioni. La prima le fu spiegata
subito dal marito. La seconda no. Il ministro dell'Interno di allora, Amintore
Fanfani, teneva molto alla missione perché i calabresi si
erano segnalati a Sydney per il racket e la coltivazione della
cannabis. Alla reazione dello Stato era seguita un'escalation di
violenza fino all'uccisione del giovane deputato, Donald Mac Kay, nel
1977.
In alcuni centri, come Griffith, i calabresi
costituivano il 40 per cento della popolazione, e non sempre gli
australiani erano disponibili a distinguere i criminali dalla
maggioranza onesta. La situazione stava diventando difficile ed era
stata la nostra comunità a chiedere aiuto a Roma. Calipari era
l'uomo giusto: nato a Reggio Calabria, dopo il concorso in polizia e
il primo incarico a Genova, era tornato nella sua terra come vice e
poi capo della Squadra mobile di Cosenza.
Lì aveva conosciuto Rosa,
una bella ventenne che studiava all'università e veniva dalla
famiglia più in vista della città, quella del leader socialista Giacomo
Mancini, fratello di sua madre. Cosenza era segnata
dall'esplosione della violenza. Un amico di Calipari,
il giovane direttore del carcere, Sergio Cosmai, era
stato ucciso perché non scendeva a compromessi con i boss reclusi. Calipari
era il prossimo obiettivo: viveva scortato e girava con
l'auto blindata. Tutta la famiglia era in pericolo. Ed era questa la
seconda ragione di quel viaggio.
"Che il pericolo incombesse sulla nostra vita", spiega
Rosa
Calipari, "io lo avevo capito quando una vicina a
Cosenza mi fermò preoccupatissima per i rischi di un conflitto a
fuoco con la scorta che proteggeva Nicola e mi disse:
'Tuo marito è minacciato, ma se vogliono farlo fuori, ci riusciranno
anche se ha dieci uomini di scorta'.
Nicola mi tranquillizzò come sempre e solo a
Sydney, il 4 marzo 1988, mentre stavamo festeggiando il nostro quarto
anniversario di matrimonio, mi disse la verità. Quella è una data
che ha segnato tutta la nostra vita, nel bene nel male. Il 4 marzo ci
siamo sposati, il 4 marzo è nato il nostro secondo figlio e il 4
marzo Nicola è morto in Iraq".
Dopo la morte, come accade in questi casi, le carte più importanti
di Calipari tornano a casa. Ed è nel 2005 che,
rileggendo quella relazione, Rosa ripensa a quel
viaggio di tre mesi tra Sydney, Canberra e Melbourne nella primavera della vita e scopre anche l'attualità del
testo scritto dal marito allora.
'Australia 'ndrangheta', grazie anche ai saggi di Macrì e Ciconte, fornisce un quadro sorprendente di questa
succursale della nostra criminalità che è stata in grado di comprare
politici australiani, influenzare un ministro, uccidere il numero due
della Polizia, far sparire per lupara bianca un deputato, far
esplodere con un pacco bomba un investigatore dell'alto commissariato.
Ma il libro è interessante perché contiene un'analisi dei codici
e dei rituali che hanno permesso alla 'ndrangheta di sopravvivere a
latitudini diverse e anche perché permette di riflettere sul rapporto
che lega criminalità e immigrazione e sui pericoli dei pregiudizi in
entrambe le comunità coinvolte nell'integrazione. Calipari nella
sua relazione ricorda la tendenza degli australiani a considerare
criminale qualsiasi italiano nato in determinati paesi calabresi.
Un pregiudizio che trova però il suo contrappeso, come spiega Macrì,
nel riflesso condizionato che scatta nelle comunità italiane quando
si tratta di difendere tutti i concittadini, anche gli indifendibili.
Il magistrato ricorda il caso di Francesco Madafferi,
un ex sorvegliato speciale approdato in Australia negli anni Ottanta
come clandestino che, dopo aver sposato un'australiana e avere avuto
quattro figli, aveva ricevuto il decreto di espulsione.
A sua difesa erano insorti i principali giornali della comunità
italiana, il 'Globo' e la 'Fiamma'. Il giornalista Nino Randazzo aveva
scritto nel 2003 un accorato appello al governo (riportato
integralmente nel libro) in difesa dell'italiano. Appello, accolto dal
nuovo ministro dell'Immigrazione nel 2005 tra i festeggiamenti della
comunità calabrese. Ma tre anni dopo Madafferi è
stato arrestato nella più grande operazione antidroga della storia e
in quell'occasione si scoprì anche che era sospettato di avere
aiutato un concittadino in un tentato omicidio.
La polemica investì il ministro Amanda Vanstone,
anche perché si scoprì che il suo partito aveva ricevuto
finanziamenti dalla comunità. Randazzo, nel frattempo, è diventato
il senatore del centrosinistra che rappresenta l'Oceania (nel 2007 fu
corteggiato da Berlusconi con offerte di ogni tipo,
tanto che la Procura di Napoli indagò sulla trattativa). Invece il
ministro Vanstone è stato nominato ambasciatore nel
nostro Paese.
Il caso Madafferi dimostrò comunque la grande
capacità di mimetizzazione delle mele marce nelle comunità italiane
all'estero. Anche per evitare contatti pericolosi nei tre mesi
australiani, i Calipari restarono isolati e
frequentavano quasi esclusivamente Enzo Maselli, il
funzionario italiano che coadiuvò Calipari con
funzione di interprete. Oggi Maselli ha aperto a
Melbourne una libreria dove certamente il saggio sarà esposto in
vetrina.
"Mi è costato un po' riaprire quella pagina della mia vita
con Nicola", spiega Rosa Calipari,
"ma ho capito che ne è valsa la pena quando i miei figli mi
hanno chiesto di leggere la prima copia. Nicola è
sempre ricordato per il suo gesto estremo a difesa della vita che
aveva il compito di difendere. E invece è utile conoscere anche il
suo impegno precedente a difesa degli altri. Solo così è possibile
capire il senso profondo di quello scatto finale, di quella capacità
di andare oltre l'individualità, che è poi l'eredità più
importante lasciata a me e ai miei figli".
[17-07-2009]
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1991: I CORLEONESI DI RIINA PRETENDEVANO DA BERLUSCONI IL CONTROLLO
DI UNA RETE - LA LETTERA GIRATA A PROVENZANO, PER POI PASSARLA AL SUO
AMICO VITO CIANCIMINO - 1988, IL CAV AL TELEFONO: "MI HANNO DETTO
CHE, SE ENTRO UNA CERTA DATA, NON FACCIO UNA ROBA, MI CONSEGNANO LA TESTA
DI MIO FIGLIO A ME Ed ESPONGONO IL CORPO IN PIAZZA DEL DUOMO" (DAL
1973 AL '75 IL MAFIO-stalliere MANGANO SPUNTò ad arcore)
Lino Abbate per La Stampa
I boss mafiosi nei primi anni Novanta minacciavano Silvio
Berlusconi e i suoi familiari perchè volevano avere «a disposizione»
una della sue reti televisive. La richiesta sarebbe stata fatta
all'allora imprenditore della Fininvest, ancora lontano dalla politica,
attraverso una lettera che sarebbe stata scritta dai «corleonesi».
Questa missiva, vergata a mano, è adesso agli atti dei pm della
Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ed è stata sequestrata
insieme alle carte personali di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso
della città, amico fidato di Bernardo Provenzano, e referente politico
dei corleonesi di Totò Riina.
I documenti erano nascosti in un magazzino a Palermo. La lettera
è stata sequestrata dai carabinieri nel febbraio 2005 durante la prima
perquisizione a cui è stato sottoposto il figlio di Vito Ciancimino,
Massimo, condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio. E dal
verbale redatto dai militari dell'Arma, a firma del capitano Angeli, si
legge: «Parte di foglio A4 manoscritto, contenente richieste all'On.
Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive».
VITO
CIANCIMINO NEGLI ANNI 60
Il pezzo di carta è strappato nella parte iniziale, il testo è
incompleto, e ciò che si legge è un «invito» a Berlusconi affinchè
accolga le richieste che gli sono state fatte, «altrimenti dovrà
essere compiuto il luttuoso evento».
Sullo scenario giudiziario che si apre, prendendo spunto dal
documento fino adesso inedito, i magistrati della Dda, Antonio Ingroia e
Nino Di Matteo, hanno avviato un'inchiesta riservatissima. Sono stati
fatti interrogatori e altre persone devono essere convocate. E' stato
sentito anche Massimo Ciancimino, che da quasi un anno collabora con
diverse procure, rendendo dichiarazioni ai pm sull'economia mafiosa e
intrecci con la politica.
arre
E proprio a Ciancimino i pm hanno mostrato questa lettera durante
un interrogatorio. Il dichiarante sarebbe rimasto sorpreso nel vedere
nelle mani dei magistrati quel documento - di cui gli avrebbe parlato il
padre - che pensava fosse stato smarrito fra le tante perquisizioni subìte,
o nei traslochi che ha effettuato. E invece era lì. Fra le carte
processuali - ancora a disposizione della procura - che fanno parte del
processo in cui è stato condannato per riciclaggio. Su questo
procedimento è in corso l'appello, e dunque la procura ha inviato alla
Corte una copia del documento.
Intanto i pm hanno già disposto accertamenti, uno dei quali ha
verificato che la missiva sarebbe stata scritta intorno al 1991. Una
perizia calligrafia avrebbe escluso che sia la scrittura di Vito o
Massimo Ciancimino, e gli inquirenti vogliono far esaminare la grafia di
alcuni uomini di fiducia di Riina. Dalle ipotesi investigative
emergerebbe che il messaggio è stato scritto dai corleonesi (la grafia
è facilmente leggibile e non presenta errori di grammatica), che
sarebbe stato girato a Provenzano, per poi passarlo al suo amico Vito
Ciancimino.
Quest'ultimo avrebbe avuto il compito di comunicare a «un
referente» il messaggio per Berlusconi. A questa vicenda gli inquirenti
potrebbero collegare una telefonata intercettata il 17 febbraio 1988 fra
Berlusconi e Renato della Valle, immobiliarista milanese amico del
premier. Lo scenario in quel periodo era quello dei rapporti difficili
tra Cosa nostra ed alcuni soggetti del Psi con i quali era intervenuto
l'accordo elettorale del 1987, di cui ha parlato il pentito Nino Giuffrè.
Nella telefonata a Della Valle, Berlusconi confida che: «C'ho
tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza
grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso
per l'estero, perchè mi han fatto estorsioni... in maniera brutta».
Berlusconi spiega che si tratta di «una cosa che mi è capitata
altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori». Poi aggiunge:
«Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data, non faccio
una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo
in piazza del Duomo...».
La lettera trovata fra le carte di Vito Ciancimino potrebbe dunque
essere collegata a questa intercettazione in cui Berlusconi denuncia di
aver ricevuto pesanti minacce, che riguardavano i suoi figli. In quel
periodo, erano gli anni Ottanta, come dieci anni prima, Cosa nostra
aveva aumentato la posta, e lo aveva fatto nell'unico modo in cui era in
grado di fare, con la violenza.
"Lo stalliere di
Arcore"
dal libro "L'Unto del Signore" di Ferruccio Pinotti e Udo
Gumpel
Il 1 luglio 1974 Silvio Berlusconi assume ad Arcore Vittorio
Mangano, una dlele figure di spicco della Milano Connection. Il giovane
e promettente mafioso della famiglia di Porta Nuova (capeggiata allora
da Pippo Calò), trafficante di droga già noto alle cronache
giudiziarie e alle forze di polizia per una serie di arresti, denunce,
processi e condanne, si trasferisce a Villa Casati, ad Arcore, come
"fattore" della tenuta e "stalliere" dei cavalli di
Berlusconi. Un tuttofare, in apparenza. In realtà è il guardaspalle
del padrone di casa e dei suoi figli Marina e Pier Silvio"
(p.85 e ss.)
[03-07-2009]
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PERCHè LA CONFINDUSTRIA NON ASSOCIA la più grande multinazionale
italiana, L'UNICA iN ottima salute (fatturato 140-150 miliardi)?
D'ACCORDO, TRATTASI DI MAFIA MA UN LIBRO DICE CHE "Non è più solo
un fenomeno criminale. C'è La mafia pulita!"...
Giuseppe Guastella per il "Corriere
della Sera"
Mafia, ‘ndrangheta e camorra si sono evolute nei comportamenti e nella
strategia. Investono in attività apparentemente legali i proventi
miliardari che guadagnano dai loro loschi traffici. Possono essere
considerate i soci di un'unica «Mafia spa» che, con un «fatturato di
140-150 miliardi di euro, è la più grande multinazionale italiana»
che «inquina l'economia» il cui patrimonio immenso, se fosse
confiscato, «potrebbe da solo colmare il debito pubblico italiano».
Nonostante la «Mafia spa» sia in grado di condizionare la vita
economica e politica del Paese, l'ex deputato dell'Ulivo Elio Veltri e
il magistrato di Cassazione Antonio Laudati nel libro «Mafia pulita»
(Longanesi, 250 pagine, in libreria da giovedì) scrivono che «governo,
parlamento e organi di informazione non sembrano accorgersi nemmeno che
c'è un tesoro di proprietà pubblica, costituito da beni, titoli e
soldi mafiosi, appartenente all'unica multinazionale che gode di ottima
salute» che «resta lì, nel disinteresse generale, non si capisce bene
se per ignoranza dei problemi o per interessi economici e politici».
L'analisi socio-economica si dipana attraverso le storie,
ricostruite anche con atti giudiziari e documenti inediti, di cinque
personaggi tra i quali insospettabili abituati a frequentare i salotti
buoni della finanza internazionale o gli uffici delle banche, ma che per
conto di una delle mafie si sono occupati del lavaggio del denaro sporco
e degli investimenti nell'economia pulita.
Come quella di Vito Roberto Palazzolo, nato a Terrasini (Palermo)
nel 1947. Finanziere negli anni ‘80 in Germania e Svizzera, legato a
doppio filo a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Condannato a 9 anni per
mafia a Palermo, vive libero in Sudafrica con il nome di Robert von
Palace Kolbatschenko.
L'allora ministro della Giustizia
Castelli nel 2001 ne chiese l'estradizione definendolo «uno dei
soggetti in libertà più pericolosi della comunità criminale
internazionale». Per Veltri e Laudati, Palazzolo è la «cerniera tra
il mondo imprenditoriale internazionale e Cosa nostra nel settore del
riciclaggio e del reinvestimento del denaro sporco». I suoi affari
spaziano nei più disparati settori: «Dai pomodori pelati al traffico
di armi, dalle operazioni finanziarie nei paradisi fiscali alle miniere
di diamanti».
Inseguito dalle polizie di mezzo mondo, in Sudafrica aveva e
cercava contatti con imprenditori e politici italiani. Seguendo «i
percorsi dell'economia globale», «Mafia spa» è diventata una
holding, parla più lingue, ha interessi in tutto il mondo e sa rendersi
invisibile, ad esempio inquinando le imprese sane del Nord Italia.
I risultati delle indagini della magistratura hanno dimostrato che
«le organizzazioni criminali hanno prima comprato le società
commerciali poi, ottenuta una faccia pulita, hanno comprato i favori dei
poliziotti, dei giudici e dei funzionari pubblici, quindi hanno deciso
di acquisire i mass-media, i giornali e le televisioni, per orientare
l'opinione pubblica, successivamente hanno infiltrato le amministrazioni
pubbliche territoriali, comuni e Asl, e acquisito la titolarità di
banche e intermediari finanziari. Alla fine il grande salto: la politica».
Oggi «la mafia non ha più bisogno di uccidere, compra».
Non «è più solo un fenomeno criminale. La mafia pulita è
entrata prepotentemente nel mercato e nella società imponendo nuovi
modelli di organizzazione sociale. Non sarà facile stroncarla, la
globalizzazione del crimine più che una rivoluzione è un golpe
strisciante».
[15-06-2009]
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CIANCIMINO CONNECTION – IL FIGLIO DI “DON VITO”
ACCUSA IL SENATORE PDL VIZZINI E GLI UDC CUFFARO, CINTOLA E ROMANO:
PRESERO SOLDI PER FAVORIRE GLI AFFARI DI MIO PADRE – LE PARZIALI
AMMISSIONI DEL TRIBUTARISTA LAPIS (CHE ELARGIVE Le SOMME)…
Giovanni
Bianconi per il "Corriere
della Sera"
L'accusa è concorso in corruzione aggravata dall'aver
favorito l'associazione mafiosa. I senatori inquisiti Carlo Vizzini
(Popolo della Libertà, presidente della commissione Affari
costituzionali), Salvatore Cintola, Saverio Romano e Salvatore Cuffaro
(Udc) saranno chiamati a risponderne nei prossimi giorni davanti ai
magistrati della Procura di Palermo che indagano sul cosiddetto «tesoro
» di Vito Ciancimino, l'ex sindaco della città condannato per mafia e
morto nel 2002.
VITO
CIANCIMINO NEGLI ANNI 60
L'inchiesta è scaturita dalle più recenti
dichiarazioni dell'ultimogenito di Ciancimino, Massimo, già condannato
in primo grado a 5 anni e 8 mesi di carcere per riciclaggio dei soldi
del padre. S'è definito una capro espiatorio, ha parlato di altri
personaggi ben più importanti di lui coinvolti nella gestione dei soldi
lasciati dal padre, compresi uomini politici.
Di loro si occupava - ha riferito - il tributarista
Giorgio Lapis, condannato anche lui nel processo per riciclaggio,
distribuendo il denaro prelevato dal conto «Mignon Sa» presso la Banca
di Ginevra, in Svizzera, da un altro imputato condannato: l'avvocato
Giorgio Ghiron, titolare di studi a New York, Londra e Roma.
VITO
CIANCIMINO SCARCERATO DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO
Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino, che
gli inquirenti ritengono riscontrato da altri elementi di prova, tra gli
«ingenti quantitativi di denaro» elargiti da Lapis per conto di
Ciancimino una buona fetta sarebbe finita a Vizzini, ex leader
socialdemocratico poi entrato in Forza Italia. Secondo i calcoli degli
inquirenti, nel corso del tempo, avrebbe ricevuto almeno un milione di
euro.
Tramite la mediazione di Cintola (ex assessore
regionale, già inquisito per concorso in associazione mafiosa in
indagine archiviata nel settembre 2007, senatore dal 2008), altri soldi
sarebbero finiti a Saverio Romano e Salvatore Cuffaro; il primo è stato
appena eletto al Parlamento europeo, l'altro è l'ex presidente della
Regione, dimessosi dopo una condanna in primo grado per favoreggiamento,
approdato lo scorso anno a palazzo Madama.
I milioni del «tesoro» di Ciancimino, in parte già
sequestrato nel 2005 perché considerato di «provenienza mafiosa»
vista la condanna riportata da Vito e i suoi rapporti con capimafia del
calibro di Bernardo Provenzano, stavano sul conto «Mignon » e sono
serviti a liquidare i soci palesi e occulti della società «Gas», una
sorta di contenitore creato dall'ex sindaco dopo la vendita a un gruppo
spagnolo.
Secondo Ciancimino jr., e ora anche secondo l'ipotesi
accusatoria formulata dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di
Matteo, a una quota di liquidazione avrebbe avuto diritto anche il
senatore Vizzini. Di qui i pagamenti a lui e ad altri politici che,
nella storia raccontata dal figlio dell'ex sindaco, sono serviti negli
anni passati a «oliare i meccanismi» delle concessione per la
distribuzione del gas in Sicilia, un affare gestito proprio da
Ciancimino attraverso le sue società.
In pratica il denaro veniva dato ai capi-partito o ai
capi-corrente dei partiti, che poi avevano il compito di agevolare
l'aggiudicazione degli appalti e la concessione dei lavori nei vari
centri dell'isola. A riscontro delle dichiarazioni di Massimo
Ciancimino, ci sarebbero parziali ammissioni (seppure con
giustificazioni diverse e molto meno compromettenti) dell'anziano
tributarista Lapis, documenti e intercettazioni telefoniche che però,
per essere contestate ai senatori indagati, dovranno prima essere
trasmesse al Parlamento insieme alla richiesta di utilizzazione.
Qualche mese fa, dopo la pubblicazione di
indiscrezioni sul coinvolgimento di Vizzini nell'inchiesta, il senatore
aveva replicato con una denuncia per calunnia contro il figlio dell'ex
sindaco: «Non conosco il signor Massimo Ciancimino - disse Vizzini -,
dal quale dunque non posso mai avere ricevuto nulla, così come non ho
mai avuto rapporto alcuno con suo padre.
Ho però dedicato buona parte della mia vita e della
mia attività parlamentare prima a demolire il sistema politico-mafioso
costruito dal signor Vito Ciancimino, e poi a combattere la mafia e
tutti i detentori di patrimoni mafiosi». L'onorevole Romano parlò di
«vicenda che non ha alcun fondamento».
[11-06-2009]
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LA MAFIA CHIAMA, LO STATO RISPONDE (E VICEVERSA) – BRUSCA PARLA
DELL’ACCORDO TRA RIINA E LE ISTITUZIONI MA NON Può FARE IL NOME DEL
POLITICO CHE AVVIò LA TRATTATIVA – LA “COPERTURA POLITICA” DELLE
FORZE DELL’ORDINE – “TANTI VOLEVANO IL POSTO DI LIMA”…
Francesco La Licata
per "La Stampa"
L'ombra della trattativa fra Stato e mafia è riapparsa ieri
nell'aula bunker di Rebibbia, durante l'interrogatorio di uno dei
pentiti storici di Cosa nostra. Un fardello ingombrante proprio mentre a
Palermo lo Stato prepara la cerimonia per ricordare Giovanni Falcone.
E' stato Giovanni Brusca - l'uomo che nel maggio del
1992 attivò il telecomando che uccise Giovanni Falcone,
la moglie e la scorta - a riproporre la sceneggiatura del tentativo di
accordo fra Riina e le Istituzioni. Il palcoscenico è il processo che
si celebra a carico del prefetto Mario Mori e del
colonnello Mauro Obinu (ex ufficiali del Ros), accusati
di favoreggiamento per aver impedito - secondo la testimonianza di un
altro ufficiale dei carabinieri, il colonnello Riccio -
nell'ottobre del 1995 la cattura di Bernardo Provenzano.
«Riina mi fece il nome dell'uomo delle Istituzioni
con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell'ordine,
la trattativa con Cosa nostra», così Brusca ha
confermato la sua tesi sul coinvolgimento della politica nel dopo stragi
del 1992 e del 1993. I pubblici ministeri - Antonio Ingroia e
Nino Di Matteo - hanno invitato il collaboratore a fare
in aula il nome indicato da Salvatore Riina, ma Brusca
si è avvalso della facoltà di non rispondere perchè
l'episodio è divenuto oggetto di indagine della Procura di
Caltanissetta che segretamente aveva interrogato il collaboratore.
La vicenda di una trattativa fra Stato e mafia non è nuova, ma è la
prima volta che si giunge ad una svolta. Che dopo la strage di Falcone
i carabinieri del Ros, l'allora colonnello Mori e
il capitano De Donno, avessero avvicinato l'ex sindaco
di Palermo Vito Ciancimino (politico molto influente
presso la mafia corleonese) per «fare in modo di far cessare la svolta
stragista di Cosa nostra», è cosa nota.
Un po' più nel vago è rimasta la questione
legata alla "copertura politica" di cui godevano le forze
dell'ordine. La testimonianza di ieri di Brusca sembra destinata a
rendere meno vaga tutta la vicenda, almeno dal punto di vista delle
indagini su un fatto forse mai approfondito. Ma Brusca ha
detto dell'altro.
Ha ripetuto ancora una volta che, dopo l'uccisone dell'europarlamentare
Salvo Lima (impegnato ad alleggerire i guai giudiziari
di Cosa nostra), «qualcuno offrì a Totò Riina un
contatto con la Lega di Bossi». Ma ha aggiunto che tra
gli omicidi di Lima e di Falcone (marzo-maggio
1992) furono più d'uno «i politici che si proposero a Riina per
prendere il posto del politico ucciso». «Non se ne fece nulla -
commenta il pentito - perchè nel frattempo il capo di Cosa nostra aveva
trovato il canale giusto. Ed era soddisfattissimo».
Poi, sempre per descrivere il guazzabuglio mafioso-istituzionale di
quel periodo, Brusca ha introdotto il sospetto che la
cattura di Riina possa essere stata concordata. «Ci furono - ha
ricordato il pentito - diversi commenti in Cosa nostra e molte voci,
come quella in cui si diceva che prima dell'arresto di Riina la moglie
di Provenzano si sarebbe incontrata con un carabiniere».
La "voce", inoltre, sarebbe stata trasmessa ad un mafioso
da un sottufficiale del Ros. Senza risparmiare colpi di scena, poi, Brusca
ha infranto il mito di Provenzano "mafioso moderato".
Le stragi? Don Binnu non era d'accordo, ma solo perchè
avrebbero creato troppo clamore. Ma Falcone e Borsellino lui li voleva
morti come Riina, «magari a Roma o in altri luoghi, ma senza clamore».
Tra una pausa e l'altra, infine, il pentito ha messo lì il racconto
di una estorsione (500 milioni di vecchie lire) "messa a
posto" da Vito Ciancimino a Caltanissetta.
Duecento milioni furono presi da Massimo Ciancimino (figlio
dell'ex sindaco) e consegnati ad un imprenditore che li "passò"
al politico Bernardo Alaimo.
Prima di Brusca era stato ascoltato il collaboratore
Ciro Vara, a proposito delle "allegre
latitanze" di Provenzano. «Per alleggerire, dopo
le stragi la pressione del 41 bis - ha detto - Provenzano aveva
cercato di far intervenire la Chiesa». Una tesi, questa, poco
conosciuta ma ritenuta attendibile nell'inchiesta portata avanti dal
giudice Gabriele Chelazzi (morto di infarto nel 2003).
[22-05-2009]
LA 'LAVATRICE' DI SAN MARINO - ALLA BUONORA BANKITALIA SCOPRE IL
PARADISO FISCALE DE NOANTRI - i soldi SPORCHI affluivano e da qui
rimbalzavano su conti bancari italiani per tornare a San Marino ripuliti e
pronti per essere incassati...
Vittorio Malagutti
per "L'espresso"
Dopo tre mesi di verifiche tra libri contabili e pratiche di fido,
gli uomini della Banca d'Italia se ne sono andati a metà marzo
elargendo un consiglio che suonava come un ordine. "Sarebbe
opportuno ridurre l'esposizione verso le banche di San Marino",
hanno detto senza mezzi termini gli ispettori della Vigilanza,
anticipando in via informale le conclusioni ufficiali della loro
relazione.
Già, perché mai un piccolo istituto milanese come la Banca MB
ospita sui suoi conti decine di milioni di denaro cash provenienti dalla
Repubblica del monte Titano? E per quale motivo quei depositi vengono
remunerati a tassi che, a prima vista, appaiono meno generosi di quelli
correnti sul mercato? Di questi tempi, con le banche sanmarinesi
descritte come santuari off shore del riciclaggio, i rilievi degli
ispettori di Bankitalia rischiano di alimentare nuove polemiche.
Giusto pochi giorni fa un'inchiesta della procura di Forlì ha alzato
il velo su un gioco di sponda miliardario gestito, secondo le accuse,
dai vertici della Cassa di Risparmio di San Marino. Funzionava così: i
soldi di origine sospetta, proventi dell'evasione fiscale o di altri
reati, affluivano nella minuscola Repubblica romagnola e da qui
rimbalzavano su conti bancari italiani per tornare a San Marino
finalmente ripuliti e pronti per essere incassati dai legittimi (si fa
per dire) proprietari.
La Banca d'Italia, da più parti accusata di scarsa vigilanza su
questi movimenti miliardari, ora sembra aver deciso di alzare il tiro.
Per il momento non c'è nessuna prova che il denaro proveniente dal
monte Titano e approdato alla Banca MB sia il frutto di attività
illecite. A scanso di equivoci e sospetti, però, gli ispettori inviati
dal governatore Mario Draghi hanno dato indicazioni
precise. I depositi targati San Marino vanno ridotti drasticamente.
Chiaro? Chiarissimo: i manager dell'istituto milanese guidati dal
presidente Mario Aramini non potranno fare altro che
seguire alla lettera le disposizioni della Vigilanza.
Poco male, se non fosse che questo episodio rappresenta l'ultimo
guaio di un percorso piuttosto accidentato. Nata nel novembre 2006 dalla
fusione con la finanziaria Novagest, la Banca MB offre crediti e
gestioni patrimoniali a una clientela di piccoli e medi imprenditori.
Tra i soci, insieme a una cinquantina di professionisti e industriali
dell'area lombardo-veneta, spuntano alcuni nomi noti alle cronache.
Per esempio il manager di lungo corso (e targato Opus Dei) Giuseppe
(Pippo) Garofano, che è
anche consigliere d'amministrazione, il gruppo Burani quotato in Borsa,
la Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, la svizzera
Banca Arner e il Credito Sanmarinese.
Già nel 2007, in effetti, Bankitalia aveva
bussato alle porte dell'istituto. Una volta conclusa l'ispezione sono
fioccate le multe per amministratori e manager. Ma l'allarme rosso, ben
più preoccupante, scatta per il bilancio. Sui conti pesano alcune
sfortunate speculazioni finanziarie su cui ha indagato la Consob e
perfino la magistratura statunitense. Insomma, servono soldi per tappare
i buchi del passato e rafforzare il patrimonio.
Aramini, classe 1943, ex direttore centrale di Unicredit, un
banchiere navigato con mille contatti soprattutto nel Nord-est, chiama a
raccolta i suoi vecchi clienti. Un successone, almeno sulla carta. Il
capitale passa da 35 a 105 milioni. Di lì a poco, però, scoppia
l'uragano. A settembre 2008 le Borse crollano e Banca MB ci mette del
suo. Le gestioni di alcuni clienti di peso vengono affossate con perdite
fino al 70-80 per cento del patrimonio nel giro di poche ore. Colpa di
speculazioni ad alto rischio a base di derivati.
Alla fine, complice l'anno nero dei mercati finanziari, il bilancio
del 2008 si chiude con una perdita di 6,5 milioni. È già un passo
avanti rispetto al disavanzo del 2007 pari a 12,2 milioni, ma
l'appuntamento con il profitto è rimandato a data da destinarsi. Nel
frattempo, a dicembre dell'anno scorso, arriva la vigilanza di Banca
d'Italia. Viene a galla la questione dei depositi di San Marino, ma i
controlli si soffermano anche su altre aree critiche. C'è, per esempio,
il problema del cosiddetto 'funding', termine che in gergo tecnico sta
ad indicare la provvista di capitali da parte della banca.
In pratica, gli ispettori hanno segnalato che i crediti erogati alla
clientela non sempre sarebbero stati finanziati in modo adeguato. Di
questo passo l'istituto guidato da Aramini corre il
rischio di restare a corto di liquidità. Non sembra un caso, quindi,
che nelle scorse settimane sia stato avviato il collocamento di un primo
bond targato MB per una dozzina di milioni. Forse però non è soltanto
una questione di numeri.
Con decine di clienti che sono anche soci della banca la gestione dei
crediti diventa un terreno scivolosissimo. Su un gran numero di
operazioni a favore di azionisti e amministratori incombe il rischio
concreto del conflitto d'interessi. E la Banca d'Italia, secondo quanto
risulta a 'L'espresso', avrebbe formulato rilievi anche su questa
delicata materia.
Garofano
Dai controlli è infatti emerso che l'anno scorso Banca MB avrebbe
indirettamente finanziato alcuni dei propri soci per sottoscrivere
l'aumento di capitale dell'istituto. Una partita di giro che,
ovviamente, è vietata dalla legge. La questione è controversa. Aramini
si è affidato a un parere legale nel tentativo di dimostrare
la regolarità di tutti i fidi concessi ai clienti-soci.
Intanto però vanno segnalati almeno altri due fatti che appaiono
piuttosto insoliti. Nel corso del 2008 Banca MB ha comprato poco meno
del 10 per cento del proprio capitale sociale. Inoltre la finanzaria
Novapart, controllata dalla banca milanese, possiede warrant MB valutati
una quindicina di milioni. Anche questi aspetti non hanno mancato di
suscitare la curiosità degli ispettori di Banca d'Italia, che hanno
formulato una serie di quesiti sulle numerose compravendite di azioni
proprie realizzate nel corso del 2008.
Ora si attende il verdetto finale. Intanto però Aramini e
l'amministratore delegato Fabrizio Sartirano hanno già
ottenuto una gratifica. Il bonus è giustificato, come si legge nei
documenti interni dell'istituto, con "il buon andamento del
2009". Ciascuno dei due manager ha ricevuto 150 mila euro. Lo ha
deciso il consiglio di amministrazione. Composto in buona parte da
imprenditori. Finanziati dalla banca che dirigono.
[22-05-2009]
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MINCHIA CHE CUCCAGNA! A CATANIA PAGARE L'AFFITTO AL COMUNE è FUORI
MODA: SOLO UNO SU DIECI HA IL VIZIO! - A PALERMO IL 27% DELLE CASE
POPOLARI OCCUPATE DA INQUILINI ABUSIVI! - LA RIFORMA NON è MAI Stata
ATTUATA E ORA SCATTA LA CORSA A 100 POLTRONE…
Sergio Rizzo per il "Corriere
della Sera"
La notizia è dentro una ricerca fatta dal Censis e Federcasa con
Dexia Crediop: alle case popolari di Catania chi paga l'affitto è una
mosca bianca. La morosità aveva raggiunto nel 2006 il 92,5%. Su 8
milioni 617.680 euro di canoni lo Iacp del capoluogo etneo ne aveva
incassati in un anno intero 644.376. Una miseria.
Soprattutto considerando il costo medio dell'affitto: 67 euro al
mese. Una situazione oltre i limiti dell'incredibile, che non si spiega
soltanto con l'abusivismo dilagante, ai livelli più alti d'Italia. Su
10.003 alloggi popolari, a Catania ce ne sono 2.386 occupati
abusivamente. È il 23,9% del totale. Un record nazionale battuto
soltanto da Palermo, dove le case popolari occupate da inquilini senza
titolo per starci sono circa 3.000, ossia il 27,3% del totale.
Di fronte a questo stato di cose sarebbe logico aspettarsi che
qualcuno si rimboccasse le maniche. E non che invece, come sta accadendo
in Sicilia, si discutesse di poltrone. Cento, per l'esattezza. Il caso
è stato sollevato alla Regione da due «deputati » regionali del
Popolo della libertà, Marco Falcone e Pippo
Correnti. Sono stati loro a denunciare l'imminenza di una
ondata di nomine agli Istituti autonomi delle case popolari siciliani.
Gli enti sono dieci (uno per provincia più quello di Acireale),
ognuno dei quali con dieci posti in consiglio di amministrazione: tre
nominati dalla Provincia, tre dai sindacati, due dagli assessorati al
Lavoro e ai Lavori pubblici, uno dalle associazioni degli inquilini e
l'ultimo dagli ordini professionali. Una lottizzazione con il bilancino,
dove al solito sono i politici a fare la voce grossa. Un caso per tutti:
alla presidenza dello Iacp di Catania c'era fino a poco tempo fa Vincenzo
Gibiino, parlamentare in carica eletto con il partito di Silvio
Berlusconi.
Il fatto è che la Sicilia è praticamente
l'unica regione a trovarsi in questa situazione. Nell'isola la riforma
del 1998 che ha spazzato via gli Iacp in quasi tutta Italia, passando la
competenza alle Regioni e trasformandoli in aziende con un consiglio di
amministrazione al massimo di cinque componenti, non è mai stata
attuata. I vecchi istituti per le case popolari sono sopravvissuti a
ogni timido tentativo di cambiamento.
Nei mesi scorsi il presidente della Regione Raffaele Lombardo
ha sostituito i presidenti con commissari ad acta. E ora sono
partite le grandi manovre per rinnovare completamente i consigli di
amministrazione. Uno scandalo, anche secondo il sindacato guidato da Guglielmo
Epifani. Hanno denunciato Michele Palazzotto e
Antonio Crispi della Cgil: «Gli Iacp rappresentano
terreno di conquista per politici di ritorno e clientele politico
affaristiche. In Sicilia ogni istituto ha ben dieci consiglieri, fra cui
un presidente e un vicepresidente, tutti con status giuridico,
indennità, diritto all'aspettativa e spese di missione».
Di che cifre si sta parlando, lo spiega Falcone: «Con
una legge regionale del 2008 gli emolumenti dei vertici degli Iacp
siciliani sono stati parametrati a quelli dei vertici delle Province. La
retribuzione del presidente di ognuno dei dieci istituti è pari al 75%
di quella del presidente della Provincia». Facendo i conti, non meno di
7.500 euro al mese. «Lo Iacp di Catania, per esempio, potrà arrivare a
costare 50 mila euro al mese per i compensi degli amministratori»,
sostiene il deputato regionale del Pdl.
«L'esperienza dice che dove i vecchi Iacp sono diventati aziende e i
consigli sono stati ridotti a tre, al massimo cinque componenti, si
riesce a gestire il servizio senza contributi pubblici e magari
ottenendo qualche piccolo utile. La Sardegna, per esempio, ha chiuso i
vecchi Iacp e li ha riuniti in una sola azienda. In Liguria hanno fatto
la scelta dell'amministratore unico. Come nelle Marche», dice Luciano
Cecchi, il presidente di Federcasa,
l'associazione che riunisce gli istituti riformati.
Non che i problemi manchino neppure dove la legge del 1998 è stata
attuata. Nel Comune di Roma, per esempio, le case popolari occupate
abusivamente sono 5.863, l'11,1% del totale. A Milano, invece, 3.409, il
5,2%. E se a Palermo la morosità, pur notevolmente inferiore a quella
di Catania, raggiunge comunque la vetta del 34,7%, a Roma si arriva al
41,2%, con 21 milioni di euro non incassati ogni anno, e a Cagliari si
tocca il 44%. Ben più che a Torino (32,5%), e addirittura a Napoli,
città nella quale non si riscuote circa il 24% degli affitti delle case
popolari. Mentre a Milano la morosità è al 10,2%, ma fra il 2001 e il
2006 è raddoppiata.
[12-05-2009]
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Videoinforma : www marcobava.it
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
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www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
|
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
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Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
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Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di
una minoranza armata
Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere
ancora viste dalle future generazioni
Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza
la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di
essere impallinati
Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e
meno contrastanti con l’interesse generale
Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria
Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere
preservato
Le ragioni del SI
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A breve avremo la data!
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piemontesi! |
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