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VIVERE E MORIRE NELL’ITALIA DEI MORATTI (PER FORTUNA CHE
MASSIMO E MILLY MORATTI SI PICCANO DI ESSERE
RADICAL-CHIC!) - Esce in libreria il libro di Giorgio
Meletti che ricostruisce minuto per minuto una giornata
di ordinario capitalismo italiano - ANTICIPAZIONE DI UN
CAPITOLO CHE NARRA LA TRAGEDIA DEL 26 maggio 2009, in
cui tre operai sono morti nello stabilimento
CAGLIARITANO di Sarroch della Saras....
Giorgio Meletti per "il
Fatto Quotidiano"
Esce oggi in libreria per Chiarelettere "Nel paese dei
Moratti", il libro di Giorgio Meletti che ricostruisce
minuto per minuto una giornata di ordinario capitalismo
italiano. Quella del 26 maggio 2009, in cui tre operai
sono morti nello stabilimento di Sarroch (Cagliari)
della Saras, l'azienda chimica della famiglia Moratti.
Ne anticipiamo un brano.
Sabato 23 maggio 2009, ore 15. Giorno di pallone. Il
giovane saldatore Daniele Melis sorride. È piombato a
pranzo dai genitori, come gli capita spesso di fare. Ma
stavolta ci sono novità grosse, non sta nella pelle.
"Mamma, una bella notizia!". È la sua formula. A undici
anni aveva fatto un identico rientro a casa trionfante:
"Mamma, una bella notizia! Ho trovato lavoro".
Lucia Comparetti, classe 1961, ricorda con tenerezza il
buffo, urgente affacciarsi di suo figlio al mercato del
lavoro. Si era messo d'accordo con il meccanico dietro
casa: "Vado a dargli una mano e intanto imparo il
mestiere". In quel sorriso soddisfatto di Daniele, Lucia
vede la sconfitta di una generazione: "Mio padre da
ragazzino ha fatto l'apprendista panettiere ed era
pagato. Oggi i nostri figli per imparare devono lavorare
gratis".
Per Gino Melis, classe 1957, il sorriso di Daniele
rivela la voglia di fare, di riscattarsi con il lavoro.
Lo ripete con fierezza sorda e remota: "Mio figlio non
era certo un mandrone, non conosceva la pigrizia".
Il
sabato a Villa San Pietro è giorno di pallone. Daniele,
che tra una settimana compie 29 anni, ha fretta. Ha
fatto i due chilometri fino a Sarroch, si è infilato nel
senso unico di via Lazio, dove i suoi genitori abitano
da un paio d'anni con i tre figli più giovani. Ha
parcheggiato la sua Ford Focus tre porte grigio scuro,
con mezzo bagagliaio occupato da un gigantesco woofer, e
sul portellone il suo bravo adesivo con i quattro mori.
"Mamma, una bella notizia! Fascia di capitano!".
È
euforico. Sa Natzionali Sarda, squadra che milita nel
campionato amatori dell'Aics (Associazione italiana
cultura e sport), ha scelto proprio lui. Con otto gol in
sedici partite, è Daniele il capocannoniere della
squadra. È stata una sua doppietta, a novembre, a
trascinare i compagni alla vittoria contro il Nora, e a
dicembre un'altra doppietta ha coronato il successo
fuori casa contro Su Morigu. Il calcio è uno dei modi
più diffusi di declinare la gioia di vivere.
Daniele non sa che proprio quella mattina, a Roma, una
squadra di giovani preti, la Alma Redemptoris Mater,
fortissima formazione di neocatecumenali, ha trionfato
nella terza edizione della Clericus Cup, campionato
pontificio per sacerdoti e seminaristi.
Sul campo dell'oratorio di San Pietro i neocatecumenali
hanno battuto in finale i seminaristi di un collegio
americano, i North American Martyrs.
Sul campo si sono menati come Cristo comanda, ma alla
fine si sono abbracciati e hanno celebrato il "terzo
tempo" recitando tutti insieme l'Ave Maria. I vincitori
sono felici soprattutto perché si sono aggiudicati
l'udienza dal papa, già prevista per mercoledì 27
maggio.
MOURINHO E L'AZOTO - Proprio in quelle ore, a Milano,
l'allenatore dell'Inter José Mário dos Santos Félix
Mourinho, che ha appena vinto matematicamente lo
scudetto, mette in allarme l'ambiente confermando che
potrebbe mollare il generoso presidente Massimo Moratti
per andarsene al Real Madrid. Moratti è furente e,
secondo qualcuno, si sta già guardando intorno per
trovare un sostituto.
Nel frattempo, i giornali sportivi fanno i conti.
Mourinho ha un contratto triennale con l'Inter, ma può
liberarsene pagando una penale di "soli" 16 milioni di
euro (il suo stipendio lordo di un anno), una cifra che
si può eventualmente sacrificare in vista di più laute
soddisfazioni in Spagna.
Il
tecnico portoghese sta completando i preparativi per la
trasferta dell'indomani. La penultima partita di
campionato vede l'Inter schierata proprio a Cagliari, a
meno di 40 chilometri dal campo di Sa Natzionali Sarda.
Il capitano Daniele Melis ha fretta. I compagni lo
aspettano al campo. Lucia lo richiama per consegnargli
le magliette stirate. Lui torna indietro, prende la
busta, guarda la madre e le sorride: "Ciao mamma, grazie
di tutto". Grazie di tutto. Espressione insolita,
formale. Lei, dopo, non farà altro che pensarci. "Grazie
di tutto. Non me l'aveva mai detto".
ORE 17 - Nel pomeriggio del sabato il capoturno Giovanni
Biella, alle prese con la pulitura dell'Mhc1, fa aprire
l'accumulatore D-106, che nei giorni precedenti è stato
svuotato e raffreddato. La procedura è molto complessa e
risponde a ponderosi manuali d'istruzioni, predisposti
dalla Saras secondo gli obblighi delle leggi sulla
sicurezza. Come gli altri accumulatori, anche il D-106
deve essere bonificato. Devono cioè essere tolti i
residui di gas o i liquidi infiammabili, che a contatto
con l'ossigeno possono causare esplosioni.
Le
procedure Saras prevedono il trattamento con vapore
molto caldo. Stavolta però qualcuno decide di saltare
questa fase: il vapore produce un tale calore che la
cisterna, costruita con un acciaio spesso 16 centimetri,
impiegherebbe giorni a raffreddarsi, e passerebbero
giornate intere prima di poterci fare entrare un uomo a
pulirla. Si sceglie dunque la strada più rapida, quella
dell'azoto.
L'azoto non è tossico, visto che compone l'aria che
respiriamo per il 79 per cento, e ha la preziosa
caratteristica di essere quasi inerte, cioè di dare
luogo con difficoltà a reazioni chimiche. È il mezzo
ideale per espellere in modo sicuro dalla cisterna i
residui di gas infiammabili. E così, di sabato
pomeriggio, mentre Daniele Melis termina il suo primo
allenamento da capitano, il capoturno Biella fa aprire
il passo d'uomo della cisterna D-106, un foro di 45
centimetri di diametro sul fianco dell'accumulatore. Poi
ordina a tre operai, Stefano De Pasquale, Alessio Fois e
Andrea Todde, di inserire in quel passaggio una
manichetta color rosso mattone che riempirà la cisterna
di azoto.
Per raggiungere il più vicino punto di distribuzione
dell'azoto devono prendere un tubo lungo più di 20
metri, e fargli compiere un percorso tortuoso. Chiudono
il passo d'uomo con un telo di plastica celeste. La
normativa sulla segnaletica di sicurezza prescrive il
rosso per situazioni di pericolo e di divieto, e il
giallo per segnali di avvertimento. Il celeste è un
colore rilassante, che non viene mai associato all'idea
del pericolo.
Alla fine la manichetta comincia a soffiare azoto dentro
il D-106. Tutto sembra funzionare a meraviglia.
MARTEDÌ 26 MAGGIO, ORE 13.50. L'ORA FATALE - Gianpietro
Melis detto Giannino, caposquadra della Comesa, dispone
i suoi uomini in campo. Gigi Solinas e Renato Porcu
andranno a lavare (idrodinamicamente) la cisterna D-106.
Ci sono poi delle apparecchiature da montare, e se ne
occuperanno un operaio esperto come Bruno Muntoni e il
più giovane Gianluca Fazio, un ragazzo di trent'anni che
per questo lavoro di pochi mesi ha lasciato a Siracusa
moglie e due figli.
Gianluca è il nipote di Salvatore Fazio, uno dei boss
della Comesa ed è stato lo zio a chiamarlo in Sardegna.
Una piccola occasione di lavoro, niente di esaltante,
però c'è anche chi lascia la famiglia e attraversa il
mare per 900 euro al mese. Daniele Melis deve fare le
verifiche per le molature di cui ha bisogno lo
scambiatore E-108. Gigi e Renato sono pronti.
"Aspettatemi che vado a prendere il permesso" sosterrà
di aver detto Giannino.
La
procedura è formale e complessa. La raffineria è un
posto pericoloso e i ragazzi delle ditte prima di
avvicinarsi a un impianto devono avere il permesso di
lavoro. Giannino dunque va a prendere il permesso di
lavoro numero 10606027. È pronto da sei giorni, sopra
c'è già scritto tutto: che la cisterna D-106 è stata
bonificata con il vapore (cosa non vera) e che tra i
pericoli da cui guardarsi ci sono sostanze nocive o
tossiche, gas e vapori. Ma nel permesso di lavoro numero
10606027 la parola "asfissianti" è cancellata.
LA
MORTE DI UN CAPITANO - L'azoto dunque non è tossico,
tuttavia è in grado di dare la morte più rapida che
esista in natura: dieci secondi al massimo. Se si va a
pulire la morchia di un accumulatore come il D-106
bisogna quindi essere ben sicuri che ci siano le
condizioni per la vita, cioè ossigeno in quantità
sufficiente. È d'obbligo, prima di far entrare gli
operai, che qualcuno verifichi che l'ossigeno sia
tornato almeno al 19 per cento. Sul permesso di lavoro
numero 10606027 c'è scritto anche che la verifica
dell'ossigeno è stata fatta. Giannino ha già in mano il
documento, manca però l'ultima firma, quella del
"delegato competente".
Gigi non aspetta. È vero che "la fretta è nemica della
sicurezza", ma è pure vero che alla Saras ancora non si
è visto nessuno premiato per la lentezza. E quindi si
avviano, Gigi e Renato, sul ponteggio che porta al passo
d'uomo del D-106. L'accumulatore è aperto, non c'è alcun
segnale di pericolo. Gigi toglie la plastica celeste
("colore rassicurante") dal boccaporto laterale largo
quanto le spalle di un uomo.
Per ora vuole solo vedere quanta morchia si è
depositata, valutare quanto sarà complicato il lavoro.
Si infila nel pertugio con un movimento disinvolto,
rapido, abituale, perché ormai i suoi annetti di
esperienza li ha anche lui. Non si accorge di quella
manichetta color rosso mattone che da 72 ore sta
soffiando azoto dentro la cisterna, in primo luogo
perché l'azoto è incolore e inodore.
Ma
soprattutto perché l'operaio Solinas, pur non avendo
letto i Lineamenti di filosofia del diritto di Georg
Wilhelm Friedrich Hegel, ha interiorizzato, da figlio
legittimo del moderno Occidente industrializzato, l'idea
secondo cui "ciò che è razionale è reale". In quella
manichetta l'azoto non ci può essere per la semplice
ragione che non ci deve essere. Per Gigi quel tubo ha le
stesse probabilità di buttare azoto di quante ne abbia
di spargere essenze di Dolce&Gabbana per allietargli il
pomeriggio.
Come tutti, Gigi ha addosso il rilevatore dell'H2S, il
temibile acido solfidrico, che brucia gli occhi, fa
sentire male e può anche uccidere. Hanno tutti un sacro
terrore dell'H2S. Invece non ha, come nessuno alla
Comesa, il rilevatore di ossigeno, pronto a suonare
quando la percentuale nell'aria scende sotto il 21 per
cento. Nella valutazione, fatta dalla Saras, dei costi
per la sicurezza da riconoscere alle imprese
appaltatrici per i lavori sull'Mhc1, i rilevatori di
ossigeno non ci sono proprio.
A
Gigi Solinas basta affacciarsi al passo d'uomo per
perdere i sensi e accasciarsi nella cisterna. Renato
Porcu che è lì vicino si mette a urlare: "Gigi è caduto!
Gigi è caduto!". Capisce subito che è successo qualcosa
di grave. Gigi non parla e non si muove. Renato ipotizza
che sia rimasta lì dentro una quantità di H2S
sufficiente a provocare un malore. O forse, pensa, Gigi
ha battuto la testa ed è svenuto. Chiama aiuto con un
tono alto e disperato che allarma tutti i compagni di
lavoro. Gigi Solinas è lì, steso dentro la cisterna,
immobile. È già morto.
I
primi ad accorrere sono Muntoni e Fazio, che stanno
lavorando all'Mhc1, ma sui ponteggi del piano superiore.
Scendono. Pensano che Gigi sia precipitato dal ponteggio
verso l'esterno. Si affrettano a cercarlo giù, sotto la
cisterna. Renato Porcu sembra fuori di sé, è corso a
prendere una maschera antigas dalla cassetta degli
attrezzi. Gianluca Fazio nota una luce accesa sul passo
d'uomo della cisterna.
Intuisce che Gigi è finito dentro il D-106, si arrampica
di nuovo sul ponteggio, afferra il faretto appeso sul
passo d'uomo, lo punta verso l'interno, vede il compagno
steso sul fondo della cisterna, immobile. Subito grida a
Muntoni: "È qui dentro!". Poi si affaccia verso
l'esterno del ponteggio e, urlando, invoca soccorso:
"Chiamate i pompieri! Chiamate l'ambulanza".
Pochi istanti per chiedere aiuto sporgendosi dal
ponteggio, il tempo di girarsi nuovamente, e Bruno
Muntoni è già per metà dentro il passo d'uomo. Neanche
lui ha pensato all'azoto. Eppure un operaio con quasi
quarant'anni di esperienza in raffineria sa troppo bene
che, se quel ragazzo è per caso entrato in una cisterna
satura di azoto, in primo luogo non c'è più niente da
fare, in secondo luogo chiunque si affacci per
prestargli soccorso farà rapidamente la stessa fine.
Ma
il dubbio non c'è, e Bruno per aiutare il compagno si
affaccia con decisione dentro il boccaporto, strisciando
contro la manichetta color rosso mattone che continua a
soffiare azoto. "Fermati!" gli grida Luca, che ha già
capito che lì dentro non si respira, ma è un lampo,
Bruno ha già perso i sensi.
Il
ragazzo siciliano d'istinto lo afferra per le gambe,
cerca di tenerlo, di tirarlo fuori di lì, ma il compagno
non ha più reazioni e il suo peso si è istantaneamente
moltiplicato. Gianluca non ce la fa: anche lui, fuori
della cisterna, sta respirando aria troppo povera di
ossigeno. Perde la presa, cade fuori del boccaporto,
Bruno Muntoni precipita dentro l'accumulatore. È già
morto anche lui.
Il
panico e le urla si moltiplicano. Gianluca Fazio si
sente male. Riesce però a bloccare Mauro Puddu, operaio
della Saras accorso e già in procinto di lanciarsi
dentro il D-106. "Lì dentro non si respira!" grida Luca,
e il collega si ferma. Ma ecco che arriva Daniele Melis,
nuovo capitano di Sa Natzionali Sarda. Un capitano è
sempre un capitano. E l'azoto è inodore. Non esita, si
arrampica sul ponteggio e grida al drappello di colleghi
disperati: "Vado io che sono più forte!". Fazio prova a
trattenerlo, ma non ha abbastanza energia, è steso per
terra.
Daniele afferra la maschera antigas dalle mani di Renato
Porcu e si avvicina al passo d'uomo. Difficile
immaginare che cosa gli passi per la mente in quel
momento. Si sta interrogando sulla possibilità che
dentro la cisterna ci sia l'azoto? Sta calcolando il
rischio pazzesco a cui va incontro?
Forse non pensa a niente. Vede due amici in pericolo ed
è spinto da un istinto troppo umano. Ma certo non
irrazionale: lì dentro l'azoto, secondo le regole per la
sicurezza del capitalismo italiano, uno dei più avanzati
al mondo, non c'è. Daniele si infila con decisione nel
passo d'uomo. Pochi istanti ed è morto anche lui.
I
PADRONI E LE MAESTRANZE - Stesso giorno, ore 16.15. I
fratelli Moratti si dichiarano addolorati. Massimo
Moratti, presidente dell'Inter e amministratore delegato
della Saras, appresa la notizia dell'incidente di
Sarroch mentre si trova fuori Milano, sta rientrando
precipitosamente nel proprio ufficio. Da lì proseguirà
insieme al fratello Gianmarco, che della Saras è il
presidente, verso l'aeroporto di Linate: un volo privato
li porterà a Cagliari.
Affidano all'ufficio stampa dell'azienda una breve nota:
"Stiamo raggiungendo la raffineria per stare vicino alle
famiglie dei tre lavoratori e alle maestranze della
società". Sulla parola maestranze torneremo più avanti.
Qui basterà dire che nel vocabolario un po' arcaico di
casa Moratti il termine indica lo strato basso della
forza lavoro, quello meno qualificato e meno pagato. In
realtà i due fratelli volano in Sardegna per stare
vicini ai dirigenti, impegnati in concitate riunioni
nelle quali si discutono, tra l'altro, le spiegazioni da
dare ai magistrati.
I
dipendenti della Saras e delle ditte appaltatrici, messi
in libertà subito dopo l'incidente dal direttore dello
stabilimento Guido Grosso, sono fermi sul piazzale
davanti ai cancelli della raffineria: non riescono a
staccarsi, animano una muta protesta, soprattutto
parlano sottovoce in piccoli capannelli. Tutti quegli
occhi arrossati non li vedono neanche passare, i
Moratti.
Le
famiglie delle tre vittime incontreranno i padroni solo
il giorno dopo. Affidandosi alle cronache di quelle ore,
che pure risultano estremamente minuziose, rimane un
mistero come i Moratti abbiano passato la sera del 26
maggio in Sardegna. Lo scopo dichiarato del viaggio
("stare vicino alle famiglie dei tre lavoratori e alle
maestranze") non trova alcun riscontro nella realtà.
L'unica ipotesi plausibile è che la Saras, non appena
ricevuta la notizia dell'incidente, abbia dato vita a
una strategia di comunicazione, a un'abile
rappresentazione del dolore dei Moratti.
Con uno scopo evidente e, infine, ampiamente raggiunto:
dimostrare che le vere vittime della vicenda, quelli che
soffrono di più, che sentono più di ogni altro sulla
pelle il bruciore della disgrazia, sono loro, Gianmarco
e Massimo Moratti. Hanno perso tre operai, tre dei loro,
tre della loro famiglia. "Sconvolti" li dipingerà
l'indomani mattina il titolo di apertura della terza
pagina del Corriere della Sera.
A
dicembre 2007, i media avevano raccontato in profondità
la privata tragedia che aveva travolto le famiglie dei
sette operai uccisi dalle fiamme nell'acciaieria
torinese della ThyssenKrupp. A Sarroch tv e giornali
cancellano le tre famiglie squassate dal dolore per
raccontare l'angoscia dei signori Gianmarco e Massimo
Moratti, azionisti di maggioranza della raffineria.
C'è qualcosa di stridente, forse di feudale, nel
dichiararsi personalmente colpiti dalla morte di tre
delle duemila persone a te sconosciute che lavorano in
una fabbrica a mille chilometri di distanza dalla tua
casa e dal tuo ufficio, unicamente perché quell'azienda
è la tua. L'angoscia sbandierata dai Moratti avrebbe una
ragione se riferita a un senso di colpa, sia pure
generico.
Al
contrario, scopo evidente nella strategia di
comunicazione della Saras è far emergere subito, con
naturalezza, come un sughero che galleggia per legge di
natura, l'idea che la Saras non ha la benché minima
responsabilità nell'accaduto. Per i Moratti allontanare
l'ipotesi, seppur vaga, di una colpa dell'azienda deve
essere psicologicamente decisivo. Si tratta di sfuggire
all'obbligo inflessibile che campeggia sul sito Internet
della Saras, nella sezione "Mission, Vision & Valori":
"Saras pone la responsabilità come scelta etica di
accettare le conseguenze delle proprie azioni".
Riassumendo,la strategia di comunicazione prevede un
concetto numero uno ("le vittime siamo noi"), e un
concetto numero due ("non c'è colpa, solo fatalità"). E
infatti, mentre i fratelli Moratti volano a Cagliari, i
comunicatori della Saras entrano in contatto con
Federico De Rosa, un giornalista del Corriere della Sera
specializzato nelle cronache del potere finanziario.
Alla luce delle informazioni ricevute, il cronista
compone per i lettori del giornale un ritratto dei
Moratti afflitti che sarà in edicola la mattina dopo.
Il
messaggio è netto, mirato fin dall'attacco
dell'articolo: "Il primo pensiero è stato per le
famiglie delle tre vittime". I due padroni della Saras
sono descritti come "visibilmente sconvolti" dalla
notizia dell'incidente di Sarroch. Il concetto è
rimarcato: "Certo, la raffineria, i danni, il fermo
dell'impianto e l'inchiesta della magistratura che dovrà
appurare la dinamica dei fatti. Per un'azienda si tratta
di problemi gravi. Ma per i fratelli Moratti in quel
momento c'era solo il dolore per i familiari delle
vittime".
E
questo è il fatto numero uno. A conclusione
dell'articolo si dà invece conto del fatto numero due:
"A sentire chi lavora tutti i giorni con i Moratti, a
dispetto di chi ha già preso a speculare sull'accaduto,
quello che è successo ieri non era immaginabile. In
raffineria è impossibile circolare senza casco, tuta e
occhiali protettivi. E senza il rilevatore delle
esalazioni, che viene consegnato anche ai visitatori,
non solo agli operai. Ma è successo. Adesso toccherà
alla magistratura appurare eventuali responsabilità.
E
ai Moratti dare tutto il sostegno possibile alle
famiglie di chi non c'è più. È per questo che ieri si
sono precipitati a Sarroch. Per dare subito tutto
l'aiuto che in questi casi si può offrire. E per
condividere con chi è rimasto il dolore per una
maledetta fatalità". Una fatalità, dice la Saras.
Maledetta, precisa il cronista. Il presidente della
regione Sardegna, Ugo Cappellacci, che incontra i
Moratti il giorno dopo, annoterà invece a beneficio dei
mass media una "rabbia composta" per un incidente che
"non si spiega e non si sarebbero mai aspettati". Come
se a Sarroch ci fosse stata una tromba d'aria, o un
terremoto.
01-10-2010]
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