MORATTI
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dopo soli 6 mesi di bilancio

 

 

 

 

 

 

- MORATTI, UNA DOPPIETTA CON LO SPONSOR DELL'INTER...
S. Rig. per il "Corriere della Sera" - Dopo il contropiede della scorsa settimana, Massimo Moratti ha colpito anche nel secondo tempo. Il presidentissimo dell'Inter aveva iniziato il 14 gennaio la vendita di un pacchetto da complessivi 4,5 milioni di euro di azioni Pirelli &Co. Un bel colpo, approfittando delle quotazioni elevate del titolo dell'azienda presieduta da Marco Tronchetti Provera, che è sponsor di maglia proprio dell'Inter.

Ora Moratti, che siede nel consiglio di amministrazione di Pirelli &Co ed è amministratore delegato di Saras, si è ripetuto: altri quattro giorni sul lato del venditore, tra giovedì 20 gennaio, venerdì 21 e i primi due giorni di questa settimana. Moratti ha alleggerito il suo portafoglio titoli, incassando quattro tranche rispettivamente da 178 mila euro, 293 mila euro, 473 mila euro e 1,16 milioni di euro. In totale, oltre 2,1 milioni di euro, che corrispondono alla cessione di circa lo 0,1 per cento della società della Bicocca.

Una percentuale che, sommata alle quote già alienate, porta il totale ad avvicinarsi allo 0,4 per cento. Moratti, che non è azionista rilevante di Pirelli &Co, potrebbe disporre di un altro 1,5 per cento di azioni da mettere in vendita. Ma anche se fosse, non basterebbero per pagare i 16 milioni di euro che sono stati necessari per il trasferimento ad Appiano Gentile del bomber sampdoriano Giampaolo Pazzini.

 28-01-2011]

 

 

IL “CORRIERONE” SEMBRA SFIDARE LA FATWA DEI MORATTI PARLANDO DEL LIBRO DI MELETTI SULLA SARAS DEI MORATTI, SULL’INCIDENTE DEL 2009 IN CUI MORIRONO 3 OPERAI E L’INCHIESTA CHE NE È NATA - MA (PER SALVARSI DALLE MINACCIATE AZIONI LEGALI?) IL PEZZO SI CHIUDE CON TESTIMONIANZE LACRIMEVOLI DI QUANTO I MORATTI SIANO BUONI E CARI - E L’EDITORE CHIARELETTERE, CON L’APPOGGIO DELLA FEDERAZIONE DELLA STAMPA, RICORDA CHE IMPEDIRE ANCHE IL SOLO PARLARE DI UN LIBRO È UN’AZIONE MAI VISTA PRIMA

1 - SARAS, IL SOGNO E LE OMBRE NELLA SARDEGNA DEI PASTORI...
Alberto Pinna per il "Corriere della Sera"

 

L'ultima cattedrale nel deserto, unica realtà sopravvissuta al sogno (anni 60) di industrializzare l'economia della Sardegna e chiudere secoli di miseria e arretratezza: meno pastori e contadini, più operai. Quel sogno si è infranto dopo appena 20 anni; qualche decina di miliardi di euro (finanziamenti pubblici) sono stati bruciati; e ora dei giganteschi impianti petrolchimici a macchia di leopardo in Sardegna (Porto Torres, Ottana, Macchiareddu, Villacidro) rimane in piedi soltanto la Saras, una delle più grandi raffinerie d'Europa.

 

È stata un'ordinaria storia di capitalismo coloniale? Giorgio Meletti, giornalista economico, non ha dubbi: lo è ancora. E con il suo libro/inchiesta Nel paese dei Moratti. Sarroch-Italia (Chiarelettere editore) sviluppa una storia che scorre in parallelo fra un villaggio dell'estremo Sud della Sardegna sconvolto dalla morte di 3 operai, asfissiati mentre facevano manutenzione a una cisterna, e gli eventi oltre Tirreno dell'economia e della grande finanza. Il paese Sarroch, «miracolato» dalla Saras (2 mila stipendi su 5 mila abitanti), e il Paese Italia.

Poco dopo la pubblicazione del libro, la Procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio dei dirigenti della raffineria per la morte dei tre operai. La Saras, Gianmarco e Massimo Moratti hanno poi annunciato azioni legali contro Meletti e gli organi d'informazione che ne divulghino il contenuto. Meletti elenca i numeri della Saras.

 

Eccone alcuni: fatturato 5/7 miliardi l'anno (il prodotto interno lordo dell'intera Sardegna si aggira sui 35 miliardi), fino al 2009 utili in media di 120 milioni l'anno, un monte stipendi di 67 milioni (dato medio degli ultimi 5 anni) per i 1.300 dipendenti; altri 800, fra loro i 3 morti di maggio 2009, occupati in imprese esterne; emissioni nell'aria nel 2007: 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, 1.330 tonnellate di ossido di carbonio, 7 mila di anidride solforosa, 4 mila di ossidi di azoto e poi arsenico, cadmio, cromo, nickel e benzene; l'Inter (180 milioni di stipendi nel 2008) ha perso 905 milioni in 6 anni; 1,6 miliardi ai Moratti dalla quotazione in borsa della Saras; 30 milioni in 5 anni nella sicurezza degli impianti.

Ma a Sarroch l'equazione Saras/Colonialismo divide operai e popolazione. C'è chi ricorda i bei tempi in cui si campava di produzione delle pere camusine, chi sottolinea stipendi e un certo benessere (mentre la disoccupazione giovanile in Sardegna è al 44%), chi rifiuta l'alternativa fra industria «sporca» e miseria. E «salva» i Moratti: «Ci hanno sempre aiutati; Gianmarco e Massimo erano addolorati, sembravano sinceri» .

 


2 - "DAI MORATTI MINACCIA GRAVE"...
Lorenzo Fazio, di Chiarelettere, per "il Fatto Quotidiano"

Stupore e incredulità ha suscitato il comunicato che l'Ansa ha diffuso il 13 dicembre con il quale Gian Marco e Massimo Moratti hanno dichiarato che intendono agire non solo nei confronti dell'autore e dell'editore del libro "Nel paese dei Moratti" di Giorgio Meletti, pubblicato da Chiarettere, "stante i contenuti non veritieri del medesimo libro", ma anche nei confronti dei "mass-media che in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto".

 

La minaccia di far processare chi parlerà del libro, favorendone la diffusione, è inusuale e grave poiché penalizza l'attività imprenditoriale dell'editore e la libera circolazione delle informazioni su una vicenda della quale si è parlato davvero troppo poco. Anche la Fnsi, la Federazione della stampa, ha criticato le parole e l'iniziativa dei Moratti ("Fnsi e Asr non possono che ribadire che il diritto di cronaca e quello dei cittadini a essere correttamente informati sono le basi stesse di una società democratica"), che hanno replicato in una lettera recapitata al Fatto, riformulando la loro posizione.

Tutto ciò si aggiunge alle pressioni esercitate sugli stessi operai e sul sindaco in occasione del dibattito pubblico organizzato a Sarroch per presentare il volume. Forse un giudice potrebbe essere chiamato a decidere sulla legittimità di queste iniziative. Il libro è stato pubblicato con lo scopo di far conoscere quella vicenda e porre domande su come siano andate le cose quel tragico giorno del 2009, quando morirono tre operai della Saras.

 

I massimi responsabili della raffineria, nel totale silenzio dei mass media, hanno ricevuto una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo (l'udienza preliminare è fissata per il prossimo 17 febbraio) per i fatti ricostruiti da Meletti. Chiarelettere e l'autore continueranno a difendere la scelta di trattare un problema così importante e difficile proprio per onorare la memoria dei tre operai morti, per tenere desta l'attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, e per difendere il diritto di informazione, nonostante tutto. Basta Sarroch, basta Thyssen. 23-12-2010]

 

 

VIVERE E MORIRE NELL’ITALIA DEI MORATTI (PER FORTUNA CHE MASSIMO E MILLY MORATTI SI PICCANO DI ESSERE RADICAL-CHIC!) - Esce in libreria il libro di Giorgio Meletti che ricostruisce minuto per minuto una giornata di ordinario capitalismo italiano - ANTICIPAZIONE DI UN CAPITOLO CHE NARRA LA TRAGEDIA DEL 26 maggio 2009, in cui tre operai sono morti nello stabilimento CAGLIARITANO di Sarroch della Saras....

Giorgio Meletti per "il Fatto Quotidiano"

 

Esce oggi in libreria per Chiarelettere "Nel paese dei Moratti", il libro di Giorgio Meletti che ricostruisce minuto per minuto una giornata di ordinario capitalismo italiano. Quella del 26 maggio 2009, in cui tre operai sono morti nello stabilimento di Sarroch (Cagliari) della Saras, l'azienda chimica della famiglia Moratti. Ne anticipiamo un brano.

Sabato 23 maggio 2009, ore 15. Giorno di pallone. Il giovane saldatore Daniele Melis sorride. È piombato a pranzo dai genitori, come gli capita spesso di fare. Ma stavolta ci sono novità grosse, non sta nella pelle. "Mamma, una bella notizia!". È la sua formula. A undici anni aveva fatto un identico rientro a casa trionfante: "Mamma, una bella notizia! Ho trovato lavoro".

Lucia Comparetti, classe 1961, ricorda con tenerezza il buffo, urgente affacciarsi di suo figlio al mercato del lavoro. Si era messo d'accordo con il meccanico dietro casa: "Vado a dargli una mano e intanto imparo il mestiere". In quel sorriso soddisfatto di Daniele, Lucia vede la sconfitta di una generazione: "Mio padre da ragazzino ha fatto l'apprendista panettiere ed era pagato. Oggi i nostri figli per imparare devono lavorare gratis".

Per Gino Melis, classe 1957, il sorriso di Daniele rivela la voglia di fare, di riscattarsi con il lavoro. Lo ripete con fierezza sorda e remota: "Mio figlio non era certo un mandrone, non conosceva la pigrizia".

Il sabato a Villa San Pietro è giorno di pallone. Daniele, che tra una settimana compie 29 anni, ha fretta. Ha fatto i due chilometri fino a Sarroch, si è infilato nel senso unico di via Lazio, dove i suoi genitori abitano da un paio d'anni con i tre figli più giovani. Ha parcheggiato la sua Ford Focus tre porte grigio scuro, con mezzo bagagliaio occupato da un gigantesco woofer, e sul portellone il suo bravo adesivo con i quattro mori. "Mamma, una bella notizia! Fascia di capitano!".

 

È euforico. Sa Natzionali Sarda, squadra che milita nel campionato amatori dell'Aics (Associazione italiana cultura e sport), ha scelto proprio lui. Con otto gol in sedici partite, è Daniele il capocannoniere della squadra. È stata una sua doppietta, a novembre, a trascinare i compagni alla vittoria contro il Nora, e a dicembre un'altra doppietta ha coronato il successo fuori casa contro Su Morigu. Il calcio è uno dei modi più diffusi di declinare la gioia di vivere.

Daniele non sa che proprio quella mattina, a Roma, una squadra di giovani preti, la Alma Redemptoris Mater, fortissima formazione di neocatecumenali, ha trionfato nella terza edizione della Clericus Cup, campionato pontificio per sacerdoti e seminaristi.

Sul campo dell'oratorio di San Pietro i neocatecumenali hanno battuto in finale i seminaristi di un collegio americano, i North American Martyrs.

Sul campo si sono menati come Cristo comanda, ma alla fine si sono abbracciati e hanno celebrato il "terzo tempo" recitando tutti insieme l'Ave Maria. I vincitori sono felici soprattutto perché si sono aggiudicati l'udienza dal papa, già prevista per mercoledì 27 maggio.

MOURINHO E L'AZOTO - Proprio in quelle ore, a Milano, l'allenatore dell'Inter José Mário dos Santos Félix Mourinho, che ha appena vinto matematicamente lo scudetto, mette in allarme l'ambiente confermando che potrebbe mollare il generoso presidente Massimo Moratti per andarsene al Real Madrid. Moratti è furente e, secondo qualcuno, si sta già guardando intorno per trovare un sostituto.

Nel frattempo, i giornali sportivi fanno i conti. Mourinho ha un contratto triennale con l'Inter, ma può liberarsene pagando una penale di "soli" 16 milioni di euro (il suo stipendio lordo di un anno), una cifra che si può eventualmente sacrificare in vista di più laute soddisfazioni in Spagna.

 

Il tecnico portoghese sta completando i preparativi per la trasferta dell'indomani. La penultima partita di campionato vede l'Inter schierata proprio a Cagliari, a meno di 40 chilometri dal campo di Sa Natzionali Sarda. Il capitano Daniele Melis ha fretta. I compagni lo aspettano al campo. Lucia lo richiama per consegnargli le magliette stirate. Lui torna indietro, prende la busta, guarda la madre e le sorride: "Ciao mamma, grazie di tutto". Grazie di tutto. Espressione insolita, formale. Lei, dopo, non farà altro che pensarci. "Grazie di tutto. Non me l'aveva mai detto".

ORE 17 - Nel pomeriggio del sabato il capoturno Giovanni Biella, alle prese con la pulitura dell'Mhc1, fa aprire l'accumulatore D-106, che nei giorni precedenti è stato svuotato e raffreddato. La procedura è molto complessa e risponde a ponderosi manuali d'istruzioni, predisposti dalla Saras secondo gli obblighi delle leggi sulla sicurezza. Come gli altri accumulatori, anche il D-106 deve essere bonificato. Devono cioè essere tolti i residui di gas o i liquidi infiammabili, che a contatto con l'ossigeno possono causare esplosioni.

Le procedure Saras prevedono il trattamento con vapore molto caldo. Stavolta però qualcuno decide di saltare questa fase: il vapore produce un tale calore che la cisterna, costruita con un acciaio spesso 16 centimetri, impiegherebbe giorni a raffreddarsi, e passerebbero giornate intere prima di poterci fare entrare un uomo a pulirla. Si sceglie dunque la strada più rapida, quella dell'azoto.

L'azoto non è tossico, visto che compone l'aria che respiriamo per il 79 per cento, e ha la preziosa caratteristica di essere quasi inerte, cioè di dare luogo con difficoltà a reazioni chimiche. È il mezzo ideale per espellere in modo sicuro dalla cisterna i residui di gas infiammabili. E così, di sabato pomeriggio, mentre Daniele Melis termina il suo primo allenamento da capitano, il capoturno Biella fa aprire il passo d'uomo della cisterna D-106, un foro di 45 centimetri di diametro sul fianco dell'accumulatore. Poi ordina a tre operai, Stefano De Pasquale, Alessio Fois e Andrea Todde, di inserire in quel passaggio una manichetta color rosso mattone che riempirà la cisterna di azoto.

 

Per raggiungere il più vicino punto di distribuzione dell'azoto devono prendere un tubo lungo più di 20 metri, e fargli compiere un percorso tortuoso. Chiudono il passo d'uomo con un telo di plastica celeste. La normativa sulla segnaletica di sicurezza prescrive il rosso per situazioni di pericolo e di divieto, e il giallo per segnali di avvertimento. Il celeste è un colore rilassante, che non viene mai associato all'idea del pericolo.

Alla fine la manichetta comincia a soffiare azoto dentro il D-106. Tutto sembra funzionare a meraviglia.

MARTEDÌ 26 MAGGIO, ORE 13.50. L'ORA FATALE - Gianpietro Melis detto Giannino, caposquadra della Comesa, dispone i suoi uomini in campo. Gigi Solinas e Renato Porcu andranno a lavare (idrodinamicamente) la cisterna D-106. Ci sono poi delle apparecchiature da montare, e se ne occuperanno un operaio esperto come Bruno Muntoni e il più giovane Gianluca Fazio, un ragazzo di trent'anni che per questo lavoro di pochi mesi ha lasciato a Siracusa moglie e due figli.

Gianluca è il nipote di Salvatore Fazio, uno dei boss della Comesa ed è stato lo zio a chiamarlo in Sardegna. Una piccola occasione di lavoro, niente di esaltante, però c'è anche chi lascia la famiglia e attraversa il mare per 900 euro al mese. Daniele Melis deve fare le verifiche per le molature di cui ha bisogno lo scambiatore E-108. Gigi e Renato sono pronti. "Aspettatemi che vado a prendere il permesso" sosterrà di aver detto Giannino.

La procedura è formale e complessa. La raffineria è un posto pericoloso e i ragazzi delle ditte prima di avvicinarsi a un impianto devono avere il permesso di lavoro. Giannino dunque va a prendere il permesso di lavoro numero 10606027. È pronto da sei giorni, sopra c'è già scritto tutto: che la cisterna D-106 è stata bonificata con il vapore (cosa non vera) e che tra i pericoli da cui guardarsi ci sono sostanze nocive o tossiche, gas e vapori. Ma nel permesso di lavoro numero 10606027 la parola "asfissianti" è cancellata.

LA MORTE DI UN CAPITANO - L'azoto dunque non è tossico, tuttavia è in grado di dare la morte più rapida che esista in natura: dieci secondi al massimo. Se si va a pulire la morchia di un accumulatore come il D-106 bisogna quindi essere ben sicuri che ci siano le condizioni per la vita, cioè ossigeno in quantità sufficiente. È d'obbligo, prima di far entrare gli operai, che qualcuno verifichi che l'ossigeno sia tornato almeno al 19 per cento. Sul permesso di lavoro numero 10606027 c'è scritto anche che la verifica dell'ossigeno è stata fatta. Giannino ha già in mano il documento, manca però l'ultima firma, quella del "delegato competente".

 

Gigi non aspetta. È vero che "la fretta è nemica della sicurezza", ma è pure vero che alla Saras ancora non si è visto nessuno premiato per la lentezza. E quindi si avviano, Gigi e Renato, sul ponteggio che porta al passo d'uomo del D-106. L'accumulatore è aperto, non c'è alcun segnale di pericolo. Gigi toglie la plastica celeste ("colore rassicurante") dal boccaporto laterale largo quanto le spalle di un uomo.

Per ora vuole solo vedere quanta morchia si è depositata, valutare quanto sarà complicato il lavoro. Si infila nel pertugio con un movimento disinvolto, rapido, abituale, perché ormai i suoi annetti di esperienza li ha anche lui. Non si accorge di quella manichetta color rosso mattone che da 72 ore sta soffiando azoto dentro la cisterna, in primo luogo perché l'azoto è incolore e inodore.

Ma soprattutto perché l'operaio Solinas, pur non avendo letto i Lineamenti di filosofia del diritto di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ha interiorizzato, da figlio legittimo del moderno Occidente industrializzato, l'idea secondo cui "ciò che è razionale è reale". In quella manichetta l'azoto non ci può essere per la semplice ragione che non ci deve essere. Per Gigi quel tubo ha le stesse probabilità di buttare azoto di quante ne abbia di spargere essenze di Dolce&Gabbana per allietargli il pomeriggio.

Come tutti, Gigi ha addosso il rilevatore dell'H2S, il temibile acido solfidrico, che brucia gli occhi, fa sentire male e può anche uccidere. Hanno tutti un sacro terrore dell'H2S. Invece non ha, come nessuno alla Comesa, il rilevatore di ossigeno, pronto a suonare quando la percentuale nell'aria scende sotto il 21 per cento. Nella valutazione, fatta dalla Saras, dei costi per la sicurezza da riconoscere alle imprese appaltatrici per i lavori sull'Mhc1, i rilevatori di ossigeno non ci sono proprio.

A Gigi Solinas basta affacciarsi al passo d'uomo per perdere i sensi e accasciarsi nella cisterna. Renato Porcu che è lì vicino si mette a urlare: "Gigi è caduto! Gigi è caduto!". Capisce subito che è successo qualcosa di grave. Gigi non parla e non si muove. Renato ipotizza che sia rimasta lì dentro una quantità di H2S sufficiente a provocare un malore. O forse, pensa, Gigi ha battuto la testa ed è svenuto. Chiama aiuto con un tono alto e disperato che allarma tutti i compagni di lavoro. Gigi Solinas è lì, steso dentro la cisterna, immobile. È già morto.

 

I primi ad accorrere sono Muntoni e Fazio, che stanno lavorando all'Mhc1, ma sui ponteggi del piano superiore. Scendono. Pensano che Gigi sia precipitato dal ponteggio verso l'esterno. Si affrettano a cercarlo giù, sotto la cisterna. Renato Porcu sembra fuori di sé, è corso a prendere una maschera antigas dalla cassetta degli attrezzi. Gianluca Fazio nota una luce accesa sul passo d'uomo della cisterna.

Intuisce che Gigi è finito dentro il D-106, si arrampica di nuovo sul ponteggio, afferra il faretto appeso sul passo d'uomo, lo punta verso l'interno, vede il compagno steso sul fondo della cisterna, immobile. Subito grida a Muntoni: "È qui dentro!". Poi si affaccia verso l'esterno del ponteggio e, urlando, invoca soccorso: "Chiamate i pompieri! Chiamate l'ambulanza".

Pochi istanti per chiedere aiuto sporgendosi dal ponteggio, il tempo di girarsi nuovamente, e Bruno Muntoni è già per metà dentro il passo d'uomo. Neanche lui ha pensato all'azoto. Eppure un operaio con quasi quarant'anni di esperienza in raffineria sa troppo bene che, se quel ragazzo è per caso entrato in una cisterna satura di azoto, in primo luogo non c'è più niente da fare, in secondo luogo chiunque si affacci per prestargli soccorso farà rapidamente la stessa fine.

Ma il dubbio non c'è, e Bruno per aiutare il compagno si affaccia con decisione dentro il boccaporto, strisciando contro la manichetta color rosso mattone che continua a soffiare azoto. "Fermati!" gli grida Luca, che ha già capito che lì dentro non si respira, ma è un lampo, Bruno ha già perso i sensi.

Il ragazzo siciliano d'istinto lo afferra per le gambe, cerca di tenerlo, di tirarlo fuori di lì, ma il compagno non ha più reazioni e il suo peso si è istantaneamente moltiplicato. Gianluca non ce la fa: anche lui, fuori della cisterna, sta respirando aria troppo povera di ossigeno. Perde la presa, cade fuori del boccaporto, Bruno Muntoni precipita dentro l'accumulatore. È già morto anche lui.

 

Il panico e le urla si moltiplicano. Gianluca Fazio si sente male. Riesce però a bloccare Mauro Puddu, operaio della Saras accorso e già in procinto di lanciarsi dentro il D-106. "Lì dentro non si respira!" grida Luca, e il collega si ferma. Ma ecco che arriva Daniele Melis, nuovo capitano di Sa Natzionali Sarda. Un capitano è sempre un capitano. E l'azoto è inodore. Non esita, si arrampica sul ponteggio e grida al drappello di colleghi disperati: "Vado io che sono più forte!". Fazio prova a trattenerlo, ma non ha abbastanza energia, è steso per terra.

Daniele afferra la maschera antigas dalle mani di Renato Porcu e si avvicina al passo d'uomo. Difficile immaginare che cosa gli passi per la mente in quel momento. Si sta interrogando sulla possibilità che dentro la cisterna ci sia l'azoto? Sta calcolando il rischio pazzesco a cui va incontro?

Forse non pensa a niente. Vede due amici in pericolo ed è spinto da un istinto troppo umano. Ma certo non irrazionale: lì dentro l'azoto, secondo le regole per la sicurezza del capitalismo italiano, uno dei più avanzati al mondo, non c'è. Daniele si infila con decisione nel passo d'uomo. Pochi istanti ed è morto anche lui.

I PADRONI E LE MAESTRANZE - Stesso giorno, ore 16.15. I fratelli Moratti si dichiarano addolorati. Massimo Moratti, presidente dell'Inter e amministratore delegato della Saras, appresa la notizia dell'incidente di Sarroch mentre si trova fuori Milano, sta rientrando precipitosamente nel proprio ufficio. Da lì proseguirà insieme al fratello Gianmarco, che della Saras è il presidente, verso l'aeroporto di Linate: un volo privato li porterà a Cagliari.

Affidano all'ufficio stampa dell'azienda una breve nota: "Stiamo raggiungendo la raffineria per stare vicino alle famiglie dei tre lavoratori e alle maestranze della società". Sulla parola maestranze torneremo più avanti. Qui basterà dire che nel vocabolario un po' arcaico di casa Moratti il termine indica lo strato basso della forza lavoro, quello meno qualificato e meno pagato. In realtà i due fratelli volano in Sardegna per stare vicini ai dirigenti, impegnati in concitate riunioni nelle quali si discutono, tra l'altro, le spiegazioni da dare ai magistrati.

 

I dipendenti della Saras e delle ditte appaltatrici, messi in libertà subito dopo l'incidente dal direttore dello stabilimento Guido Grosso, sono fermi sul piazzale davanti ai cancelli della raffineria: non riescono a staccarsi, animano una muta protesta, soprattutto parlano sottovoce in piccoli capannelli. Tutti quegli occhi arrossati non li vedono neanche passare, i Moratti.

Le famiglie delle tre vittime incontreranno i padroni solo il giorno dopo. Affidandosi alle cronache di quelle ore, che pure risultano estremamente minuziose, rimane un mistero come i Moratti abbiano passato la sera del 26 maggio in Sardegna. Lo scopo dichiarato del viaggio ("stare vicino alle famiglie dei tre lavoratori e alle maestranze") non trova alcun riscontro nella realtà. L'unica ipotesi plausibile è che la Saras, non appena ricevuta la notizia dell'incidente, abbia dato vita a una strategia di comunicazione, a un'abile rappresentazione del dolore dei Moratti.

Con uno scopo evidente e, infine, ampiamente raggiunto: dimostrare che le vere vittime della vicenda, quelli che soffrono di più, che sentono più di ogni altro sulla pelle il bruciore della disgrazia, sono loro, Gianmarco e Massimo Moratti. Hanno perso tre operai, tre dei loro, tre della loro famiglia. "Sconvolti" li dipingerà l'indomani mattina il titolo di apertura della terza pagina del Corriere della Sera.

A dicembre 2007, i media avevano raccontato in profondità la privata tragedia che aveva travolto le famiglie dei sette operai uccisi dalle fiamme nell'acciaieria torinese della ThyssenKrupp. A Sarroch tv e giornali cancellano le tre famiglie squassate dal dolore per raccontare l'angoscia dei signori Gianmarco e Massimo Moratti, azionisti di maggioranza della raffineria.

C'è qualcosa di stridente, forse di feudale, nel dichiararsi personalmente colpiti dalla morte di tre delle duemila persone a te sconosciute che lavorano in una fabbrica a mille chilometri di distanza dalla tua casa e dal tuo ufficio, unicamente perché quell'azienda è la tua. L'angoscia sbandierata dai Moratti avrebbe una ragione se riferita a un senso di colpa, sia pure generico.

Al contrario, scopo evidente nella strategia di comunicazione della Saras è far emergere subito, con naturalezza, come un sughero che galleggia per legge di natura, l'idea che la Saras non ha la benché minima responsabilità nell'accaduto. Per i Moratti allontanare l'ipotesi, seppur vaga, di una colpa dell'azienda deve essere psicologicamente decisivo. Si tratta di sfuggire all'obbligo inflessibile che campeggia sul sito Internet della Saras, nella sezione "Mission, Vision & Valori": "Saras pone la responsabilità come scelta etica di accettare le conseguenze delle proprie azioni".

Riassumendo,la strategia di comunicazione prevede un concetto numero uno ("le vittime siamo noi"), e un concetto numero due ("non c'è colpa, solo fatalità"). E infatti, mentre i fratelli Moratti volano a Cagliari, i comunicatori della Saras entrano in contatto con Federico De Rosa, un giornalista del Corriere della Sera specializzato nelle cronache del potere finanziario. Alla luce delle informazioni ricevute, il cronista compone per i lettori del giornale un ritratto dei Moratti afflitti che sarà in edicola la mattina dopo.

 

Il messaggio è netto, mirato fin dall'attacco dell'articolo: "Il primo pensiero è stato per le famiglie delle tre vittime". I due padroni della Saras sono descritti come "visibilmente sconvolti" dalla notizia dell'incidente di Sarroch. Il concetto è rimarcato: "Certo, la raffineria, i danni, il fermo dell'impianto e l'inchiesta della magistratura che dovrà appurare la dinamica dei fatti. Per un'azienda si tratta di problemi gravi. Ma per i fratelli Moratti in quel momento c'era solo il dolore per i familiari delle vittime".

E questo è il fatto numero uno. A conclusione dell'articolo si dà invece conto del fatto numero due: "A sentire chi lavora tutti i giorni con i Moratti, a dispetto di chi ha già preso a speculare sull'accaduto, quello che è successo ieri non era immaginabile. In raffineria è impossibile circolare senza casco, tuta e occhiali protettivi. E senza il rilevatore delle esalazioni, che viene consegnato anche ai visitatori, non solo agli operai. Ma è successo. Adesso toccherà alla magistratura appurare eventuali responsabilità.

E ai Moratti dare tutto il sostegno possibile alle famiglie di chi non c'è più. È per questo che ieri si sono precipitati a Sarroch. Per dare subito tutto l'aiuto che in questi casi si può offrire. E per condividere con chi è rimasto il dolore per una maledetta fatalità". Una fatalità, dice la Saras. Maledetta, precisa il cronista. Il presidente della regione Sardegna, Ugo Cappellacci, che incontra i Moratti il giorno dopo, annoterà invece a beneficio dei mass media una "rabbia composta" per un incidente che "non si spiega e non si sarebbero mai aspettati". Come se a Sarroch ci fosse stata una tromba d'aria, o un terremoto.

 01-10-2010]

 

 

 - IL SEMESTRE SARAS RILANCIA I RICAVI MA RESTA IN PERDITA PER 27 MILIONI
La Repubblica - Risultati sotto le attese per Saras, che nonostante il forte l´aumento dei ricavi ha chiuso il primo semestre in rosso. Tra gennaio e giugno il gruppo di servizi petroliferi che fa capo alla famiglia Moratti ha aumentato il fatturato del 74% a 4.065 milioni incassando però una perdita netta rettificata di 27,4 milioni (dai 7,1 milioni di utile nello stesso periodo 2009). A livello di risultato netto, l´utile del semestre di Saras è invece crollato a 11,8 milioni, un decimo rispetto ai 117 milioni del primo semestre 2009. A fronte di investimenti stabili e pari a circa 83 milioni, a fine giugno l´indebitamento della società era sceso a 567 milioni, dai 643 milioni di fine marzo.18.08.10

 

MA COME SONO "PROGRESSISTI" I FRATELLI MORATTI! - LE QUOTE AZIONARIE DELL'IMPERO SARAS SONO RIPARTITE ALLA PARI SOLTANTO FRA GLI EREDI MASCHI - ALLE FEMMINUCCE? LE BRICIOLE: ALla figlia DI MASSIMO, Carlotta, LA presidenZA dell’Inter Futura - CHE NE DICE DI TANTO MASCHILISMO LA PASIONARIA MILLY?...

Maria Silvia Sacchi per "CorrierEconomia"

Un 25% a ciascuno dei quattro figli. Sono ripartite così, ai soli figli maschi secondo le regole non scritte che si tramandano dal capostipite, le azioni della Angelo Moratti Sapa, la cassaforte della famiglia Moratti che controlla Saras. Gian Marco e Massimo sono i soci accomandatari e Angelo, vicepresidente di Saras e figlio primogenito di Gian Marco, socio accomandante, unico della nuova generazione. Nelle società che fanno capo all'Inter di Massimo Moratti, la figlia Carlotta è appena diventata presidente dell'Inter Futura. Forse il segno di un cambiamento.

Chissà se la fresca nomina di Maria Carlotta Moratti alla presidenza di Inter Futura, la società controllata dall'Inter che gestisce i Campus esteri, è l'indizio di un possibile cambiamento in un gruppo, come quello dei Moratti, che le donne le ha sempre lasciate fuori dalle attività di famiglia e dove le azioni si sono tramandate finora di padre in figlio maschio, nel settore in cui opera Saras, il petrolio, per rispetto delle volontà del fondatore, Angelo.

Certo, l'Inter è un'attività collaterale e del solo Massimo. Non è la Saras, la società di raffinazione del petrolio che è il centro degli interessi dei Moratti. Ma le tre figlie di Massimo e Milly Moratti - Maria Celeste, Maria Carlotta e Maria - si erano già viste tre anni fa quando, subito dopo la quotazione di Saras, avevano comperato sul mercato 6mila azioni ciascuna. Sicuramente, dettagli.

Perché, come si vede dal grafico pubblicato in pagina, il passaggio azionario della Angelo Moratti Sapa, la cassaforte di famiglia, è già stato fatto in favore dei quattro figli maschi, che hanno ciascuno il 25 % delle azioni in nuda proprietà con usufrutto ai padri.

CAMPUS E REGIA
Della nomina di Carlotta, all'Inter si limitano a dire che è solo il naturale cammino di chi, come lei, si è da sempre occupata degli Inter Campus, anche nella sua veste di regista e produttrice cinematografica. È suo il filmato prodotto per l'Inter con il regista Gabriele Salvatores (lei è amministratore unico della Red House produzioni, di cui ha il 25 %). Rimandando alla famiglia ogni altra considerazione.

Difficile avere qualcosa di più. La famiglia è molto riservata, pur avendo personaggi in primissimo piano. Non solo i due fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, quest'ultimo anche presidente dell'Inter, ma (sembra una contraddizione rispetto alle regole non scritte del passaggio generazionale) anche donne come il sindaco di Milano Letizia Brichetto sposata con Gian Marco, la consigliera comunale Milly Bossi sposata con Massimo, la giornalista e scrittrice Lina Sotis, prima moglie di Gian Marco.

Il perno del business è Saras, colosso della raffinazione quotato nel 2006 (sull'arrivo in Borsa, pochi mesi, fa la Procura di Milano ha indagato nove banchieri per falso prospetto informativo e aggiotaggio), il cui controllo fa capo in modo paritetico ai due fratelli.

Sia Gian Marco che Massimo hanno due figli maschi ciascuno. Il maggiore è Angelo, 46 anni, vice presidente del gruppo, carica alla quale ne affianca anche una tutta propria come rappresentante in Europa del finanziere americano Warren Buffett.

Per l'età - è maggiore di 10 anni del «più vecchio tra i giovani» della famiglia, il cugino Angelomario, detto Mao - e per il carattere di mediatore, Angelo ha nell'accomandita anche il ruolo di socio accomandante. Finora è l'unico della nuova generazione Moratti ad avere un ruolo di maggior peso. Sarà lui a raccogliere il testimone?

Lo stesso Angelo, in una intervista di alcuni mesi fa al Corriere della Sera , alla domanda se era pronto per il passaggio generazionale, rispondeva che «questa non è una one man compagny, è sempre molto stimolante lavorare tutti insieme, c'è grande capacità di coinvolgimento e il cambio generazionale non è un tema di attualità ». E in azienda confermano che sono ragionamenti ancora molto di là da venire e che tutto procede con equità e secondo gli insegnamenti del capostipite, com'è sempre stato.

LO SPORT
I giovani, però, ormai sono cresciuti. Il figlio maschio maggiore di Massimo è Angelomario, consigliere di amministrazione di Saras, oltre a ricoprire una serie di incarichi nelle società di famiglia legate allo sport; il più giovane Giovanni, 25 anni. Ha 31 anni Gabriele, primogenito di Letizia e Gian Marco Moratti che, dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, oggi è in Saras assistente del direttore generale Dario Scaffardi.

Oltre che in quello di Saras, i due cugini, Angelo e Angelomario, siedono insieme anche nel consiglio di amministrazione dell'Inter, dove oltre a Carlotta, c'è anche Giovanni. Gabriele, per ora, siede nel consiglio della società agricola Castello di Cigognola, società di produzioni vinicole dell'Oltrepò Pavese, oltre a essere presidente del consiglio di amministrazione della neonata Mantra, costituita lo scorso anno con Andrea Vittori.

 

 

[09-12-2009]

 

 

Mb

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