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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
consentito qualsiasi utilizzo di tipo commerciale.
QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
|
LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
|
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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IL MIO LIBRO "L'USO DELLA
TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED
ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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ciao blogger de
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come ti avevamo annunciato in Aprile, il servizio blog La
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Se vuoi che il tuo blog venga migrato su TypePad, dovrai
aumentare il tuo livello d’iscrizione ad un livello a pagamento (per
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Ti consigliamo di avvisare i tuoi lettori che il cambiamento avverrà il
6 gennaio 2010.
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Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad
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QUANTO GODE DI PIETRO?
- LA PROCURA DI ROMA CHIEDE IL RINVIO A GIUDIZIO PER DE MAGISTRIS "per aver
acquisito i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza averne
richiesto autorizzazione preventiva alla Camera" - nelL’inchiesta ’Why not’
furono coinvolti anche Prodi e Mastella, ma le loro posizioni sono state poi
archiviate - l’ex pm: “IL REATO NON HA FONDAMENTO. PAGO LE INCHIESTE CONTRO
IL POTERE
1 - RICHIESTA RINVIO A
GIUDIZIO PER DE MAGISTRIS...
(ANSA) - L'eurodeputato dell'Italia dei Valori Luigi De
Magistris ha reso noto su Facebook che c'è una richiesta di rinvio a
giudizio avanzata nei suoi confronti dalla Procura di Roma "in base
all'accusa di abuso di ufficio, nello specifico per aver acquisito i
tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza averne richiesto
autorizzazione preventiva alla Camera"
I tabulati telefonici
furono acquisiti da De Magistris nell'ambito dell'inchiesta Why Not, sui
presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria.
Nell'inchiesta, avviata da De Magistris all'epoca in cui era pm a Catanzaro
e poi avocata dalla Procura generale, furono coinvolti anche Romano Prodi e
Clemente Mastella, ma le loro posizioni sono state poi archiviate.
Nella richiesta di
archiviazione per Prodi i magistrati della Procura generale avevano
evidenziato che dagli accertamenti compiuti dal Ros era emerso che il
consulente di De Magistris, Gioacchino Genchi, aveva "elaborato i tabulati
di traffico telefonico di utenze riconducibili al Senato, alla Camera, alla
Presidenza del Consiglio, a Ministri, alla Direzione nazionale antimafia, a
direzioni di partiti politici, ad amministratori comunali e finanche a
numerazioni private di magistrati".
2 - DE MAGISTRIS, PAGO
PER INCHIESTE SU POTERI...
(ANSA) - Il parlamentare europeo dell'IdV, Luigi De
Magistris, si recherà in tribunale "e davanti ai giudici mi difenderò, con
una disposizione d'animo assolutamente serena perché sono certo della
correttezza del mio operato e perché credo nella giustizia".
Così scrive su
Facebook l'ex pm di Catanzaro che ha reso noto che c'è una richiesta di
rinvio a giudizio avanzata nei suoi confronti dalla Procura di Roma con
l'accusa di aver acquisito i tabulati telefonici dei parlamentari senza la
preventiva autorizzazione della Camera. De Magistris si dice sicuro di
provare che il reato contestato "non ha nessun fondamento di verità".
Secondo l'ex pm di
Catanzaro, "c'è però un paradosso che non posso fare a meno di sottolineare:
questo procedimento a mio carico nasce da segnalazioni presentate da chi è
attualmente imputato per corruzione in atti giudiziari ai miei danni, cioè
per avermi sottratto illecitamente le indagini di cui ero titolare". Per de
Magistris, "permane comunque l'amarezza, di ex pm e di cittadino".
"Ho pagato e pago,
infatti, un prezzo salatissimo per aver svolto inchieste - spiega - che
hanno intaccato il potere nella sua accezione più vasta (da quello politico
a quello economico, dalla massoneria ai cda delle società miste
pubblico-private, compresi spezzoni di magistratura, servizi segreti e forze
dell'ordine deviati). Allora mi sono state sottratte le inchieste
illecitamente e sono stato bersaglio di una serie interminabile di
procedimenti disciplinari, penali, amministrativi e civili dai quali sono
sempre uscito indenne, ma che mi hanno costretto a lasciare la toga".
Sottolinea, poi,
l'eurodeputato IdV: "adesso, invece, devo rispondere di quanto compiuto nel
mio ruolo di magistrato, sempre in piena coscienza professionale e di uomo.
Con l'unica soddisfazione di vedere, oggi, rinviati a giudizio dalla
magistratura di Salerno coloro che ieri, dall'interno della politica e
dell'autorità giudiziaria, mi scipparono le indagini in modo
illegittimo".14-01-2011]
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IDV: MAI PIU'
CAMBI CASACCA, PARTITO ISTITUISCE 'NOVIZIATO' PER ISCRITTI...
(Adnkronos) - Un anno prima di essere candidato; due
anni prima di assumere incarichi di vertice nel partito. E' quello che
lo stesso Antonio Di Pietro chiama 'noviziato', un periodo che i nuovi
iscritti dell'Idv dovranno lasciar passare prima di 'contare' nel
partito: 'Prima di avere incarichi e ruoli bisognera' essere sicuri di
voler prendere veramente i voti', conferma Di Pietro. La decisione
arriva dall'esecutivo del partito anche per arginare i cambi di casacca.
"Proprio alla luce di quanto accaduto ci siamo dati delle regole ancora
piu' stringenti, sia in relazione alle candidature, sia per quanto
riguarda la vita del partito', spiega Di Pietro.
Nell'esecutivo
"abbiamo riaffermato con forza all'unanimita' che l'Idv e' un partito
sano e che proprio in quanto tale puo' capitare che, a volte, persone
che vengono con doppi fini, poi si rendono conto che non c'e' trippa per
gatti e quindi se ne vanno in altri partiti per soddisfare i loro
interessi personali. Noi abbiamo deciso che chi non si riconosce nelle
nostre idee, nella nostra politica, nei nostri modi di fare -spiega-
deve lasciare l'Idv"".17-01-2011]
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METTETE I FLORES
(D’ARCAIS) NEI VOSTRI CANNONI - IL DIRETTORE DI “MICROMEGA” LANCIA UN
SONDAGGIO TRA I LETTORI SULLA QUESTIONE MORALE NELL’IDV POSTA DA DE
MAGISTRIS & C., E SCOPRE CHE DI PIETRO TENTA DI ALTERARNE I RISULTATI (A
LUI SFAVOREVOLI) FACENDO VOTARE I SUOI FEDELISSIMI - E Giù MAZZATE
ALL’EX PM: “CARO ANTONIO, È TIPICO DEI MEDIA BERLUSCONIANI, FARE IL
MAQUILLAGE ALLA REALTÀ, RACCONTARE UN’ITALIA DI PLASTICA E PAILLETTES,
ANZICHÉ AFFRONTARE QUELLA VERA. COSA CI GUADAGNI, A FARE COME LORO?” -
TONINO REPLICA: “FLORES ACCIDIOSO. MAI CERCATO DI MANIPOLARE IL
RISULTATO”
Paolo Flores
d'Arcais per "Micromega" (http://temi.repubblica.it/micromega-online/caro-antonio-che-ci-guadagni-a-manipolare)
Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni
a manipolare un sondaggio? Sulla questione morale nell'Idv, il sito di
MicroMega ha aperto un sondaggio alle 8,33 del 24 dicembre, a partire
dalla lettera aperta dei tuoi compagni di partito De Magistris, Alfano e
Cavalli, che sottolineavano la necessità di una grande opera di pulizia.
MicroMega ha offerto ai suoi "navigatori" la possibilità di scegliere
fra quattro opzioni, esattamente quelle che circolavano nel dibattito
che si era aperto: le prime due giudicavano che una seria questione
morale nell'Idv esistesse effettivamente (la prima considerava Di Pietro
responsabile per non averla ancora affrontata), la terza sottolineava
come tutti i partiti ne fossero toccati, per cui non andava
drammatizzata, la quarta negava che una questione morale per l'Idv
esistesse sotto qualsiasi forma.
Malgrado fosse la vigilia di Natale, hanno cominciato ad affluire
parecchi voti. Quando hanno raggiunto la quota di 2000 le percentuali
erano ormai fortemente stabilizzate. Le prime due rispose raccoglievano
circa l'80% dei voti, la terza il 15%, la quarta il 5%. Nel tardo
pomeriggio del 25 dicembre il sito del Fatto metteva la notizia del
sondaggio in corso, con un link. La frequenza dei voti si moltiplicava
per tre, ma le percentuali restavano sostanzialmente invariate.
Il 26 dicembre
anche il sito del quotidiano la Repubblica metteva notizia e link, e la
frequenza dei voti aumentava ulteriormente (circa cinque volte quella
iniziale). Le percentuali segnavano una piccola variazione, i voti alla
terza e quarta opzione salivano al 6% e li si stabilizzavano, quelli
della prima e della seconda si fissavano invece sul 18% e 50%.
Il significato era inequivocabile. Per il campione rappresentato dai
"navigatori" più attivi e motivati di MicroMega, Il Fatto, La
Repubblica, che non sono purtroppo rappresentativi della popolazione
italiana ma certamente lo sono dei potenziali elettori Idv, quasi l'80%
considerava più che ragionevole l'allarme sulla questione morale
lanciato da De Magistris, Alfano e Cavalli. Solo il 6% condivideva
invece l'immediato "stracciarsi le vesti" con cui il vertice Idv aveva
risposto loro.
Questa era la situazione del sondaggio ieri sera.
Stamattina alle
11,30 - miracolo! - i voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano
a salire (quelli alla seconda opzione sono scesi già al 40%). Nel
frattempo ho ricevuto in copia da due militanti Idv (uno di Milano e uno
di Napoli) l'sms che è stato inviato a tutti gli iscritti e
simpatizzanti dal tuo apparato dirigente: "Ciao, vai su micromega e vota
(e fai votare) per il presidente. Grazie, risposta n.4 (gira sms a tutti
i tuoi contatti)".
Circa tremila voti
così "coscritti" hanno fin qui manipolato i risultati, e non dubito che
nelle prossime ore altri voti lo faranno ulteriormente.
Ma con queste manipolazioni, caro Antonio, cosa ci guadagni?
Un sondaggio serve a capire - in modo più o meno approssimativo - quale
è lo stato d'animo effettivo di un settore dell'opinione pubblica, per
poter poi agire. Questo almeno tra le persone serie. Per Berlusconi e
altri politicanti, invece, un sondaggio serve a influenzare l'opinione
pubblica, ingannandola con lo specchietto di cifre gonfiate sugli
effettivi umori del "pubblico" (come con gli applausi finti in certi
spettacoli tv).
I sondaggi nei siti non hanno valore statistico generale, perché
esprimono solo l'opinione di "navigatori" orientati, e tra loro anzi di
quelli più sollecitati dall'argomento (anche quello di micromega.net
porta perciò l'avvertenza usuale: "Questo sondaggio non ha, ovviamente,
un valore statistico. Si tratta di una rilevazione aperta a tutti, non
basata su un campione elaborato scientificamente").
Ma, con questi
limiti, sono uno strumento assai utile. Se i navigatori di MicroMega
(circa 10 mila al giorno), e poi di Il fatto quotidiano (circa 300 mila
al giorno) e poi di la Repubblica (circa 2 milioni al giorno) esprimono
percentuali pressoché identiche su Idv e questione morale, questo
fotografa una situazione di cui un dirigente politico dovrebbe intanto
prendere atto, in quanto inequivocabile "dato di realtà".
Organizzando invece una partecipazione artificiosa al sondaggio,
e alterandone così i risultati, cosa ci guadagni?
La realtà resta
quella che è, i "navigatori" dei tre siti in questione - quale sia la
loro rappresentatività di un tuo potenziale elettorato,
rappresentatività che credo alta - la pensano come risultava prima
dell'intervento organizzato dei tuoi apparati.
Tale intervento dimostra che sei in grado di mobilitare tra le 3 e le 5
mila persone per via telematica, ma questa non è una grande novità. E
dimostra infine e soprattutto che di fronte ad un dato di realtà tu
preferisci operare per cancellarlo, proprio come i famosi finti
applausi, anziché affrontarlo (nel modo che riterrai più giusto, anche
in direzione opposta a quella che emerge dal sondaggio, ovviamente).
Il che per un
dirigente politico che vuole opporsi al berlusconismo non mi sembra
proprio la cosa migliore: è tipico dei media berlusconiani, infatti,
fare il maquillage alla realtà, raccontare un'Italia di plastica e
paillettes, anziché affrontare quella vera. Cosa ci guadagni, a fare
come loro?
DI PIETRO: I
PECCATI CAPITALI DI PAOLO FLORES D'ARCAIS
DAL BLOG DI ANTONIO DI PIETRO
"Oggi ho scoperto
un altro carattere di Paolo Flores D'Arcais: l'accidia, nel senso più
biblico del termine: negligenza nel fare il bene. Lo avevo già
sospettato tempo addietro, quando - partendo da alcuni casi sporadici di
persone che non meritavano di militare nel partito dell'Italia dei
Valori - egli aveva criticato la classe dirigente di IDV nel suo
complesso, senza fare alcuno sforzo per comprendere le difficoltà che un
partito - specie come il nostro, nato spontaneamente e non per
scomposizione e ricomposizione di altri partiti - incontra tutti i
giorni nel selezionare le persone a cui attribuire compiti, ruoli ed
incarichi".
Lo scrive sul suo
blog il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. "Ne ho
avuto la riprova in queste ore - aggiunge - prendendo atto dell'uso
strumentale che ha fatto e sta facendo di un'accorata lettera aperta
indirizzatami dagli europarlamentari Sonia Alfano e Luigi De Magistris e
dal consigliere regionale Giulio Cavalli, tutti e tre eletti - come
circa altre 1.500 persone che prima non avevano mai fatto politica -
nelle fila dell'Italia dei Valori, proprio a dimostrazione del fatto che
IDV ha aperto e sa aprirsi alla società civile".
"Costoro hanno
chiesto una maggiore attenzione nella selezione della classe dirigente.
Ho assicurato loro che - nei limiti dell'umano possibile - lo farò anche
se sono ben conscio di come sia difficile sondare in anticipo i
retro-pensieri altrui (Razzi e Scilipoti, tanto per citare gli ultimi
due casi di tradimento politico, militavano nel partito da circa 10 anni
ed hanno sempre condiviso con entusiasmo ed eccitazione la linea
politica di IDV, tanto è vero che Razzi appena un mese addietro aveva
addirittura denunciato pubblicamente il tentativo di chi voleva
corromperlo per fargli votare il Governo Berlusconi)".
"Ho anche
immediatamente convocato l'Esecutivo nazionale di IDV (fissato per la
metà di gennaio) proprio per affrontare in modo ancora più stringente la
questione della militanza nel partito - spiega ancora il leader dell'IdV
- e ciò perché credo che abbiano diritto a far valere il loro punto di
vista soprattutto coloro che aderiscono e si iscrivono al partito,
piuttosto che i tanti "saputoni" della domenica che danno i voti agli
altri senza mai mettersi in gioco personalmente".
"Senonché proprio
alla vigilia di Natale, quando tutti erano affaccendati in altre
faccende, Paolo Flores D'Arcais ha lanciato su Micromega un sondaggio
per verificare se gli elettori di Micromega ritenessero anche loro che
ci fosse una "questione morale" all'interno di IDV. Ancora una volta,
quindi, egli ha inteso mistificare casi sporadici di umane debolezze
(che in dieci anni di vita di IDV si possono comunque contare su poche
unità) con il collasso morale di un partito che ha fatto della legalità
la sua bandiera portante ed il suo asse di riferimento".
"Mi sta bene il
sondaggio, a condizione, però, che non sia condotto in modo furbastro ed
omissivo, come invece ha fatto il direttore Paolo Flores D'Arcais. E'
ovvio, infatti, che all'inizio, sono stati solo i lettori assidui di
Micromega a rispondere (così assidui da farlo anche il giorno di
Natale). E' comprensibile, quindi che, all'inizio, il sondaggio fosse
decisamente più favorevole all'opzione caldeggiata proprio dal direttore
della rivista".
"E' altrettanto
ovvio che, finite le feste, l'intera "società in rete" si è mossa
(specie dopo che il sondaggio è stato riperso anche da altri siti come
Repubblica.it). E' ovvio anche che - come sempre accade in questi casi -
si creino spontaneamente in rete dei "passaparola" fra gli internauti,
sia da una parte (cioè chi crede che in IDV ci sia una questione
morale), sia dall'altra (chi, invece, non ci crede affatto e reputa
ingiusto ed offensivo un'affermazione del genere)". "E' accaduto così,
che - con il propagarsi in rete della notizia circa l'esistenza di un
tale sondaggio - le percentuali siano andate via via modificandosi a
favore della seconda opzione (l'ingiustizia dell'accusa).
E qui scatta -
anzi è scattato come una mannaia - il peccato di accidia di Flores
D'Arcais: preso atto che i sondaggi non rispondevano più ai suoi
desideri lo ha letteralmente sospeso, bloccando l'accesso in rete a
coloro che volevano e vogliono ancora partecipare. Non solo: per
giustificare tale suo assurdo comportamento, ha addirittura accusato me
- con un velenoso articolo scritto in queste ore sul sito di Micromega -
di aver organizzato la manipolazione del sondaggio". "Lo nego nel modo
più assoluto: io, fino alla lettura dei giornali di questa mattina,
nemmeno avevo piena contezza dell'evolversi dei sondaggi (non fosse
altro perché ho passato un sereno Natale in famiglia a Montenero e non
ho avuto proprio tempo né voglia né occasione di occuparmi dei sondaggi
di Micromega)".
"Lo nego nel modo
più assoluto anche perché non avrei nulla da guadagnarci a truccare i
sondaggi, tanto la realtà nessuno la può cambiare. Certo, può essere
accaduto - come sempre accade quando si propongono all'opinione pubblica
due quesiti opposti - che vi sia stato uno spontaneo passaparola da un
parte e dall'altra. Ma spegnere l'accesso solo perché le iniziali
aspettative non piacciono più a chi ha commissionato il sondaggio -
accusando addirittura me di aver organizzato il "passaparola" - è
davvero un grave peccato di accidia (il primo dei sette peccati
capitali), inteso appunto come "negligenza nel fare il bene".
Anzi di più: è
anche un grave peccato di superbia (il secondo dei sette peccati
capitali), inteso come ostentazione del proprio sapere per sminuire i
meriti altrui.Anzi, ancora di più: è anche un grave peccato di invidia
(il terzo dei sette peccati capitali), inteso come frustrazione
personale per i successi altrui". "Caro Paolo - conclude Di Pietro posso
assicurarti che ieri e l'altro ieri né tu né Micromega eravate al centro
dei miei pensieri: a Natale preferisco il presepe. A te ricordo invece
che l'accidia e la superbia portano all'inferno dei sentimenti! Buon
anno!" 27-12-2010]
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ER MEJO ALLEATO
DEL BANANA? GRATTA gratta, UN DEPUTATO DOPO L’ALTRO, è DI PIETRO! - 1-
IN PASSATO CI FU VALERIO CARRARA: VENNE ELETTO CON L’IDV E, VELOCE COME
UN LAMPO, IL PRIMO GIORNO DI LEGISLATURA PASSÒ COL CENTRODESTRA. POI
SERGIO DE GREGORIO, UNO DI QUELLI CHE FECE CADERE IL SECONDO GOVERNO
PRODI. POI ARLACCHI E PORFIDIA. INFINE SCILIPOTI E RAZZI. TUTTI FINITI A
VARIO TITOLO CON BERLUSCONI - 2- E FLORES D’ARCAIS LANCIA DE MAGISTRIS
LEADER: “DI PIETRO PORTA L’IDV AL SUICIDIO” - 3- "DIALETTO E CASTIGO"
S’INCAZZA: “A VOLTE CHI CRITICA VUOLE PRENDERE LUI STESSO IL POSTO DI
CHI VIENE CRITICATO" (INTANTO IL PARTITINO DI VENDOLA SI MANGIA L’IDV)
1- QUESTIONE
MORALE, DE MAGISTRIS SCUOTE L'IDV
- DI PIETRO RISPONDE: "VUOLE IL MIO
POSTO"
Matteo Pucciarelli per
Repubblica.it
E' stato un Natale
non proprio tranquillo per l'Italia dei valori. Dopo le improvvise
"conversioni" dei deputati Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, già
antiberlusconiani di ferro che poi hanno votato la fiducia a Berlusconi
lo scorso 14 dicembre, era inevitabile che sul banco degli imputati
finisse nuovamente la gestione del padre-padrone del partito, quello
cioè che aveva redatto le liste, Antonio Di Pietro.
Un'occasione
servita sul piatto d'argento per il maggior competitor interno dell'Idv,
Luigi De Magistris. Che insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli aveva
scritto una lettera, durissima, all'ex pm. Lettera presa non bene da Di
Pietro che ha risposto attraverso un video pubblicato su internet.
1Le "ultime
vergogne".
La lettera a Di Pietro citava Enrico Berlinguer: "Nell'Idv oggi c'è una
spinosa e scottante questione morale, che va affrontata con urgenza,
prima che la stessa travolga questo partito. Senza rese dei conti e
senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente debba
reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito
sta andando per colpa di alcuni".
Poi De Magistris e
compagni rilanciavano "la necessità di una brusca virata" chiedendo a Di
Pietro "di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in
chi un cambiamento non lo vuole. In chi spera che l'Idv torni un partito
del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Gente che non ha più
alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere,
cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in
Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe".
Le reazioni.
Prima il capogruppo alla Camera Massimo Donadi aveva parlato di
"pugnalata alle spalle". Dopo la risposta dell'ex pm di Mani Pulite, che
ha sì fatto mea culpa, ma poi ha contrattaccato: "Chi critica non ha
sempre ragione. A volte chi critica è interessato a prendere lui stesso
il posto di chi viene criticato". Un modo insomma per ribadire la
leadership e allontanare le pretese dell'eurodeputato: "Voglio
rassicurare tutti sul fatto che c'è un impegno preciso del partito per
una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale
a gennaio".
Il sondaggio di
MicroMega.
La rivista diretta da Paolo Flores d'Arcais, sempre attenta ai temi e
alle vicende dipietriste, è tornata a parlare della gestione dell'Idv e
ha lanciato un sondaggio 2 sul proprio sito. Risultato: l'80% dei
lettori opta per due delle quattro opzioni possibili che più o meno
puntano il dito contro Di Pietro.
I precedenti.
Che i cavalli su cui di volta in volta ha puntato Di Pietro si siano
spesso rivelati inaffidabili non è una novità. In passato ci fu Valerio
Carrara: venne eletto con l'Idv al Senato e, veloce come un lampo, il
primo giorno di legislatura passò col centrodestra. Poi Sergio De
Gregorio, uno di quelli che fece cadere il secondo governo Prodi. Poi
Pino Arlacchi. Poi Americo Porfidia. Tutti ri-finiti a vario titolo con
Berlusconi.
Infine Scilipoti e
Razzi. Senza dimenticare che dei 29 eletti alla Camera nel 2008 con
l'Idv ben sette se ne sono andati, direzione gruppo misto (a parte uno,
Touadi, finito nel Pd). Per un movimento che fa della durissima
opposizione al premier la propria ragion d'essere, non è il massimo.
Terza gamba del
centrosinistra.
In mezzo a questo marasma ci sono i sondaggi che arrivano sul tavolo
dell'ex pm. E non fanno presagire nulla di buono. Praticamente tutti gli
istituti dicono che Sinistra Ecologia e Libertà è diventato il secondo
partito di un ipotetico Nuovo Ulivo, con picchi dell'8%. La flessione
dell'Idv è evidente e le ultime vicende non hanno certamente fatto bene:
il partito viaggia tra il 4,5 e il 7%. Segno che secondo l'opinione
pubblica l'alternativa a sinistra del Pd, in questo momento, non è più
quella rappresentata da di Di Pietro.
2- IDV E QUESTIONE
MORALE, FLORES D'ARCAIS: "DI PIETRO PORTA L'IDV AL SUICIDIO"
di Alessandro Calvi, da
Il Riformista, 24 dicembre 2010
Paolo Flores
d'Arcais, allora, c'è o no una questione morale nell'Italia dei Valori?
Sì. E a differenza di voi del Riformista guardo alla cosa con grande
preoccupazione perché la crisi dell'Italia dei Valori indebolisce quel
che resta della democrazia nel nostro Paese.
E di chi è la
responsabilità di questa crisi?
La responsabilità è sempre di chi ha più peso, quindi nell'Idv è di
Antonio Di Pietro.
Ma si può
condividere o è soltanto sua?
Sua.
Flores d'Arcais,
filosofo e direttore di MicroMega, si riferisce al manifesto "L'Idv e la
questione morale", firmato da Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio
Cavalli. Si tratta di nomi di peso, slegati dalla "vecchia politica" e
che rappresentano l'ala più movimentista del partito. Citando Enrico
Berlinguer, i tre partono dal caso Scilipoti-Razzi e chiedono «una
brusca virata».
«Abbiamo un
patrimonio da cui ripartire - scrivono - ed è quella "base" pensante e
operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader
Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere
giustizia e legalità all'interno del partito "locale"».
Quando nasce la
crisi dell'Idv?
Nasce con il successo alle europee. Raddoppia i voti perché inserisce
candidature di grande valore simbolico, De Magistris e Alfano in primo
luogo, che aprono ai movimenti della società civile. A quel punto Di
Pietro ha solo due strade: consentire che i nuovi elettori possano fare
irruzione anche nel partito in quanto militanti, o illudersi di
continuare ad accrescere la messe elettorale mantenendo gruppi dirigenti
locali spesso di provenienza Udeur e comunque adusi alla transumanza
politica e del tutto estranei alle lotte radicali della società civile,
fatte salve le solite eccezioni.
E lui ha scelto la
seconda strada.
Lo dimostra in primo luogo l'ultimo congresso dell'Idv, un'autentica
parodia di democrazia. I "tradimenti" sono solo l'ovvia conseguenza di
un partito il cui ceto politico locale, per benedizione e volontà di Di
Pietro, è ancora largamente mastelliano.
La transumanza è
terminata o invece il rubinetto potrebbe riaprirsi?
Dati i personaggi, potrebbe aprirsi ancora, in qualsiasi momento.
Ritiene che vi sia
un problema soltanto di calsse dirigente o anche di scelte e di linea
politica?
C'è problema di struttura del partito, non di linea politica. Il tanto
deprecato giustizialismo di Di Pietro è invece l'unica forza di questo
partito (semmai è quello che manca al Pd). Questo comporta però uno
scarto ormai diventato abisso fra una linea politica sacrosanta di
opposizione frontale al regime e una conduzione del partito a livello
nazionale e locale che la contraddice radicalmente.
Cosa dovrebbe fare
allora Di Pietro?
Quello che avrebbe dovuto fare dopo le elezioni europee con il
congresso: un grande big bang che rifondasse l'Idv con i movimenti derla
società civile.
È questo che
chiede quel manifesto?
Sì. Mi domando però se ormai non sia già troppo tardi.
Siamo di fronte a
una rottura?
La risposta di Orlando, Donadi e Pedica - che, fatte le debite
proporzioni, ricorda alla lettera l'atteggiamento del Pci nei confronti
dei dissidenti del manifesto - fa pensare che Di Pietro voglia andare al
suicidio. Senza gli elettori conquistati dalle candidature di movimento
tornerebbe verso un innocuo 3 o 4 per cento.
Lei era stato il
primo a porre certe questioni.
Errare humanum, perseverare diabolicum.
Con un Idv che si
avvia al suicidio e il Pd che è quello che è, che scenario si apre?
Quello di un regime in decomposizione che punta ormai a misure fasciste
per sopravvivere. E di una opposizione vera che ormai esiste solo nel
paese e nelle sue lotte, quelle dei metalmeccanici Fiom come due mesi
fa, e quelle degli studenti in questi giorni. [27-12-2010]
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IL “FATTO” INCARTA
TONINO - INTERVISTA (CORTESE) DI TRAVAGLIO A DI PIETRO SUL QUADRUPLO
ATTACCO DI FLORES E DEI PURI DELL’IDV, MENTRE IL PARTITO CONTINUA A
FRANARGLI SOTTO I PIEDI (COMMISSARIAMENTO IN PIEMONTE) - ROSICONI:
“SAPESSE QUANTI TROMBATI PERDONO IL POSTO E SI METTONO A STRILLARE ALLA
QUESTIONE MORALE” - “RAZZI E SCILIPOTI SE NE SONO ANDATI PERCHÉ NON GLI
HO GARANTITO LA RIELEZIONE” (DOMANDINA: SE NON ERANO NEANCHE
RICANDIDABILI, PERCHÉ NON ESPELLERLI SUBITO, INVECE DI ASPETTARE CHE
ANDASSERO COL CAINANO?) - BEHA LA FA SEMPLICE: “E’ ANDATO A SPORCARSI LE
MANI UNA VOLTA PULITE ESATTAMENTE COME GLI ALTRI, CON I VARI CAPOBASTONE
DETENTORI DA SEMPRE DI PACCHETTI DI VOTI”…
1 - ANTONIO DI
PIETRO - "PER COLPA LORO SONO CORNUTO E MAZZIATO"...
Marco Travaglio per "il
Fatto Quotidiano"
Mentre risponde
alle nostre domande sul cellulare, dal telefono fisso sta commissariando
l'Idv in Piemonte. "Non si può mai stare tranquilli. Da una parte mi
accusano, a me!, di questione morale, e intanto io commissario il nuovo
coordinatore piemontese che ha appena imbarcato un tizio che vuole stare
con noi ma intanto dichiara che resta fedele al sindaco di San Mauro
Torinese del centrodestra. Dopo i Razzi e gli Scilipoti, ci mancava solo
questo!".
Com'è questa
storia del Piemonte? C'entra qualcosa col precedente coordinatore che
s'è rivolto ai giudici per contestare la regolarità dell'ultimo
congresso?
C'entra e non c'entra. Il congresso in Piemonte, l'ha stabilito il
giudice in via d'urgenza, era regolare. Andrea Buquicchio, che ha fatto
per 10 anni il coordinatore regionale e per 5 il consigliere regionale,
ha perso il congresso e voleva farlo invalidare perché un altro l'ha
battuto. L'altro, Luigi Cursio, un medico, uno della mitica ‘società
civile', in buona fede per carità, diciamo per inesperienza, era così
contento di avere strappato uno al Pdl che non gli ha chiesto nemmeno di
scaricare la giunta Pdl di San Mauro. La società civile è una bella
cosa, lo dico a Flores d'Arcais: ma a volte combina certi casini...
Flores non ha idea di cosa vuol dire creare dal nulla e poi organizzare
un partito, basato tutto sul volontariato.
Per un riciclato
che respingete, altre centinaia ne avete imbarcati. Soprattutto
mastelliani.
Ma non è che chiunque abbia fatto politica in altri partiti ha la peste
addosso. Abbiamo delle regole: niente inquisiti, men che meno
condannati. Ai congressi votano gl'iscritti, e mai per delega: bisogna
essere presenti fisicamente. Se poi uno ha consensi e prende più voti di
un altro, che ci posso fare io? E' questione morale o è democrazia?
Sapesse quanti trombati perdono il posto e si mettono a strillare alla
questione morale.
Lei ha fatto
intendere che De Magistris vuole il suo, di posto.
Ma quando mai. Mi riferivo alle lamentele che arrivano da tanti trombati
sul territorio. Luigi mica l'abbiamo trattato come un corpo estraneo: è
parlamentare europeo, presiede un'importante commissione sull'erogazione
dei fondi europei, è capo del dipartimento Giustizia dell'Idv. Non ha
bisogno di posti, li ha già e mi aspetto che si responsabilizzi di più,
che mi aiuti a risolvere i problemi. Come l'altra sera, quando ha
presenziato al vertice in Campania che ha eletto coordinatore una figura
specchiata, Lorenzo Diana. Con lui comunque ci sentiamo due o tre volte
al giorno, pure in questi giorni, nessun problema di posti.
E qual è il
problema allora?
Che lui, la Alfano e Cavalli hanno sbagliato i tempi e le parole. Dire
"questione morale" significa che il partito è marcio, il che è falso e
offensivo. Mortifica e avvilisce non solo me, ma i nostri 1500 iscritti
e i nostri dirigenti che da anni si fanno un mazzo così, spesso senza
gratificazioni. Dirlo a freddo, poi, all'indomani della compravendita di
Razzi e Scilipoti, è una coltellata. Per carità, mi prendo le mie
responsabilità per averli scelti, ma come potevo prevedere che dopo 10
anni di dipietrismo e antiberlusconismo, quei due, dalla sera alla
mattina, passavano con Berlusconi?
Beh, a volte
bastano i curricula, le facce...
Senta, lo sa qual è la verità? Che, se volevo tenermeli, Razzi,
Scilipoti e pure Porfidia me li tenevo. Ma a un prezzo: rinunciare alle
nostre regole, cioè proprio alla questione morale tanto sbandierata da
De Magistris, Alfano, Cavalli e Flores.
Si spieghi meglio.
All'ultimo esecutivo Idv abbiamo deciso che ci si può candidare solo
nella propria regione. Scilipoti sapeva che nel suo territorio,
Barcellona Pozzo di Gotto, gli avremmo preferito Sonia Alfano: al
confronto con Sonia s'è sentito come il due di coppe quando a briscola
comanda bastoni. Oltretutto, nel frattempo, è venuto fuori che è sotto
processo. E noi chi è sotto processo non lo candidiamo. Idem: non
sarebbe stato ricandidato, sia perchè strada facendo è saltato fuori un
processo anche su di lui, sia perché comunque a Lucerna non poteva più
chiedere voti, né avrebbe potuto ricandidarsi in un'altra zona d'Italia.
Quindi si son messi sul mercato prima ancora che Berlusconi facesse
l'offerta. Certo, se gli dicevo "tranquilli, vi ricandido lo stesso
anche se indagati o imputati", quelli restavano. E' per la questione
morale che li abbiamo persi. E ora, dopo averli persi, mi si imputa la
questione morale?! Cornuto e mazziato.
E Porfidia? Eletto
in Campania, indagato per violenza privata con aggravante mafiosa,
passato da Idv a Noi Sud.
Le rivelo una cosa. Quando l'abbiamo candidato, aveva il certificato
penale intonso. Poi viene indagato: lo stesso giorno lo mettiamo fuori
dal gruppo e dal partito. Qualche mese fa viene da me: "Tonino, se resto
indagato o mi rinviano a giudizio, tu mi ricandidi?". Se rispondevo sì,
restava. Invece ho risposto: "No, non posso". Così se n'è andato. E ora
Luigi, Sonia e Cavalli mi incolpano di "questione morale" pure per
Porfidia. Ma dovrebbero dirmi bravo! Era questione morale se lo tenevo!
Flores, e non solo
lui, insiste da anni sulla selezione delle classi dirigenti a livello
locale.
Ecco, appunto, grazie. Ma, se scelgo io i candidati come mi impone di
fare questa legge elettorale di merda, non va bene perché sono un
dittatore. Se gli organi dirigenti li scelgono i congressi, non va bene
lo stesso perché passa qualche riciclato. Si invoca continuamente la
"base", ma che cos'è la base? Io non conosco altra base se non gli
iscritti. Poi lo so benissimo che il De Gregorio di turno si crea "più
base" e porta più gente a votare per lui ai congressi e alla fine vince,
e non è detto che sia il migliore. Ma qual è l'alternativa? Facile
mettersi a tavolino, accendere il computer e, anzichè aiutare con
critiche costruttive, criticare o lanciare pseudosondaggi natalizi.
Facile cercare il capello nell'uovo e mai la trave che si ficca
nell'occhio...
Il detto non è
proprio quello, ma rende l'idea.
Sono anni che tutti ci passano ai raggi X, poi quando si scopre che
siamo sani, nessuno lo scrive. Ricorda il casino che han fatto due anni
fa su mio figlio Cristiano indagato a Napoli per lo scandalo
Romeo-Mautone? Ho appena scoperto che Cristiano non è mai stato
indagato. Nulla di nulla. Ricorda le accuse sull'"associazione
familiare" di Di Pietro che succhiava i finanziamenti al partito? Due
anni di linciaggio e umiliazioni, poi il giudice ha archiviato: partito
e associazione erano la stessa cosa, tutto regolare, anzi chi mi ha
denunciato non poteva neppure farlo perché non era parte lesa. Ma non
l'ha scritto nessuno.
"Micromega", per
aiutarla a fare pulizia, ha pubblicato mesi fa una lista di
impresentabili dell'Idv.
Bene, chi non era degno di restare l'abbiamo messo alla porta. Altri
avevano l'unico peccato di venire da altri partiti. Ma che ragionamento
è? Siccome Flores fa politica da trent'anni, allora non ci parlo più? In
quella lista c'erano poche decine di persone, su un partito che in dieci
anni ne ha candidate decine di migliaia, tra elezioni politiche,
europee, regionali, provinciali, comunali.
Da chi ha messo i
"valori" nel logo del partito ci si aspetta più rigore che dagli altri.
Se mi dicono dove si vende il Pentotal per il siero della verità, lo
compro di corsa. Ma il solo modo per non sbagliare è non far nulla e
criticare gli altri. Già abbiamo regole e filtri che non ha nessun altro
partito. Noi non paracadutiamo i candidati dalla Sicilia al Trentino:
sei calabrese, lombardo, abruzzese? Ti candidi a casa tua, così la gente
ti conosce e, se sei un pezzo di merda, prima o poi viene fuori. Certo,
su migliaia di candidati, qualcuno sfugge sempre. Ma, quando lo
becchiamo, lo cacciamo.
Visti i risultati,
si può fare di più.
E infatti lo faremo. Ogni giorno - vedi commissariamento del Piemonte -
facciamo pulizie cammin facendo perché l'attenzione non è mai
abbastanza. Il 14-15 gennaio ci ritiriamo in convento in Umbria per
l'esecutivo nazionale. Lì proporrò una norma anti-riciclati: chi viene
da altri partiti deve fare un anno di noviziato prima di prendere i
voti, cioè prima di candidarsi alle elezioni o ricoprire incarichi nel
partito, così intanto lo studiamo bene. Un anno di dieta vegetariana:
niente carne, così non ingrassa... De Magistris e gli altri hanno altre
proposte? Benvenuti, quella è la sede. Se Flores vuole venire a
spiegarci il suo sistema, siamo felici. Per me ha sbagliato, ma in buona
fede: ora, fatta la frittata, chiudiamo la polemica e passiamo alla pars
construens. Staniamo il Pd per fare subito la grande coalizione - meglio
con un leader scelto con le primarie - con noi e Sel per battere
Berlusconi.
Ma Flores l'accusa
di aver taroccato il suo sondaggio.
Ma io a Natale ero tutto preso da messa, presepe e capretto in famiglia.
Figuriamoci se pensavo al suo pseudo-sondaggio. Poi è ovvio che in Rete
i fans dell'uno e dell'altro organizzano le catene di Sant'Antonio: non
c'erano solo gli sms "vota Di Pietro", ma anche quelli "affossa Di
Pietro". E' normale. E comunque non avevo bisogno di quello
pseudo-sondaggio per sapere che dobbiamo sempre fare di più.
De Magistris
invoca una cabina di regia per scegliere meglio i candidati.
Ma c'è già. E' l'esecutivo nazionale, che riunisce i parlamentari
italiani ed europei, i consiglieri e i coordinatori regionali e i
responsabili dei dipartimenti tematici. Ne fanno parte non solo Luigi,
ma anche la Alfano, responsabile del dipartimento Antimafia, e Cavalli,
consigliere regionale con importanti incarichi politici in Lombardia. A
proposito: mi dicono che non so scegliere i candidati, ma loro tre chi
li ha scelti? Io. E non le dico le resistenze che ho incontrato nella
pancia del partito, sempre diffidente sugli innesti di esterni e
indipendenti.
Pentito?
No. Tornando indietro, anche dopo queste critiche che reputo ingiuste,
li sceglierei di nuovo tutti e tre. Perché lavorano benissimo. Però
chiedo più rispetto per quei poveri stronzi di militanti e dirigenti
anonimi che, nel silenzio di stampa e tv, han raccolto un milione e
mezzo di firme per i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo
impedimento: è grazie a loro se nemmeno in caso di pronuncia favorevole
della Consulta sul legittimo impedimento Berlusconi otterrà l'impunità:
a giugno decideranno i cittadini.
2 - IL BADANTE - AMORALITÀ...
Oliviero Beha per "il
Fatto Quotidiano"
Quando si sente
parlare di "questione morale" bisognerebbe reagire come Goebbels al
sentir nominare la parola "cultura": metteva mano alla pistola. Intendo
con ciò dire che non esiste una "questione morale" nell'Idv di Di
Pietro? Intendo dire che non esiste una "questione morale" nella
politica italiana? Intendo dire che non esiste una "questione morale"
nell'etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia
professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e
un De Benedetti (cfr. lo speciale di ier l'altro allegato a
"Repubblica")?
No, naturalmente,
giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di
ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che
nel 1981, nell'intervista a Scalfari, un uomo e un politico
irreprensibile come Enrico Berlinguer segretario del più importante
Partito Comunista dell' occidente, definiva come "questione morale in
politica " abbinata al bisogno di "austerità nei consumi" è oggi
diventata tutt'altra cosa.
E facciamo torto
anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e
ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama
quindi il suo contrario nell'immoralità violante-minuscolo-dei
comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di
"questione amorale": l'aggettivo dopo aver cambiato di segno si è
autopolverizzato e quell'alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente
irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola
violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità,
appunto nell'amoralità condivisa. Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio
di Micromega ecc.
Di Pietro sarà
pure "dialetto e castigo", parlerà pure un italiano farcito come un
panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è
ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievoca la
Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil
messa all'angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte
che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può
suffragare. Volete quindi che l'ex magistrato famoso nel mondo per Mani
Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla
porta, dalla finestra o dall'oblò della politica del Palazzo che conta
aveva bisogno di voti, da una decina d'anni a questa parte?
E dove è andato a
prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E' andato a
sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri con i vari
capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di "ponti"
elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o
rappresentassero. Il punto è che battersi per la legalità in una
politica consegnata all'illegalità e all'amoralità essendo obbligato (o
dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che
anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora.
Ma lui sa
benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci
sia una "questione amorale" nel suo partito, in molti uomini del suo
partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo
partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per
salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso.
Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi
prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si "assalta" (metafora!!!) dalla
Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il
più tardi possibile.
E' il terreno
prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si
arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver
sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici
amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per
conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua
deriva. Non c'è deontologia senza etica dei doveri, nell'amoralità
diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa
ipocrita al cubo.
29-12-2010]
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UNA SUP-POSTA PER
TONINO - GLI EUROPARLAMENTARI DE MAGISTRIS E ALFANO, E IL CONSIGLIERE
CAVALLI, SCRIVONO UNA LETTERA AL VELENO AL RÀS DI PIETRO - DENUNCIANO
UNA GIGANTESCA, E MAI AFFRONTATA, QUESTIONE MORALE NELL’ITALIA DEI
VALORI: “LO SCANDALOSO CASO PORFIDIA, INQUISITO PER FATTI DI CAMORRA E
ANCORA DIFESO DA QUALCHE DEPUTATO DELL’IDV”, IL FUMOSO PINO ARLACCHI, IL
TRADIMENTO DI RAZZI E SCILIPOTI, I “SIGNORI DELLE TESSERE”, LE
“MACROSCOPICHE IRREGOLARITÀ NELLA CONSULTAZIONE DEGLI ISCRITTI”…
Eduardo Di Blasi
per "il
Fatto Quotidiano"
Citano Enrico
Berlinguer ma parlano all'Italia dei Valori, perchè ritengono che una
"questione morale", quella che lo storico segretario icona del Pci
sollevò nei confronti della deriva dei partiti di governo, sia
all'interno del proprio schieramento. Luigi De Magistris, Sonia Alfano e
Giulio Cavalli, i primi due europarlamentari, il terzo consigliere
regionale in Lombardia, hanno scelto il web per "prendere posizione",
per chiedere che "il presidente Antonio Di Pietro" reagisca "duramente e
con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa
di alcuni".
Premettono subito,
prevedendo la tempesta: "Non abbiamo voluto sfruttare l'onda delle
ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a
strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l'Idv", ma poi, partendo
dalle ineludibili notizie di cronaca, stilano una lista di questioni
aperte che dipingono il partito del gabbiano come un vecchio arnese da
Prima Repubblica.
"Sono solo la
punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo
partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per
fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell'Idv che parla
di sacrificio a causa di ‘fatti privati'. E poi il fumoso Pino Arlacchi,
che dopo essere stato eletto con l'Idv e solo grazie all'Idv, ha
salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse
al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?".
Chiedono ad
Antonio Di Pietro una "brusca virata". E la motivano con la necessità di
levare terra da sotto ai piedi a chi, all'interno del partito, "spera
che l'Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio
crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero".
Parlano di
territorio, di "signori delle tessere", di "macroscopiche irregolarità
nella consultazione degli iscritti". Sanno di compiere un'operazione
politica delicata. E non nascondono il problema: "La maggior parte della
‘dirigenza' dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito,
altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo
parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell'Idv. Noi
crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli
iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell'Italia dei Valori".
La "lettera" di
intenti, ha un solo destinatario, ma coinvolge l'intero gruppo dirigente
dell'Idv. Tanto che la risposta più dura arriva da una nota con-giunta
dei capigruppo di Camera e Senato (Massimo Donadi e Felice Belisario) e
dal portavoce del partito Leoluca Orlando.
L'Idv, scrivono "è
un partito giovane che, a differenza di tutti gli altri, non ha
ereditato la propria classe dirigente da precedenti formazioni
politiche, ma sta costruendo a fatica, e con qualche inevitabile passo
falso, una propria classe dirigente nata dalla militanza, dall'impegno,
dalla passione e anche da precedenti esperienze politiche, valutate con
molta attenzione.
Per questo,
parlare di una questione morale all'interno dell'Idv, come fanno oggi
Sonia Alfano e Luigi De Magistris, è qualcosa di così offensivo e
abissalmente distante dalla realtà del partito che può avere solo due
spiegazioni. Un attacco così violento ed incomprensibile può essere solo
il frutto di una ingiustificabile mancanza di conoscenza della reale
natura e della qualità di questo partito, dei dirigenti e dei quadri
locali, oppure è il primo passo di chi immagina il proprio futuro
politico al di fuori di Italia dei Valori. Se così fosse, Alfano e De
Magistris, tradirebbero il mandato degli elettori non molto diversamente
da Razzi e Scilipoti.
Anche perché, in
due anni di militanza in Idv, non vi è mai stata, sottolineiamo mai,
riunione pubblica, esecutivo nazionale o altra sede istituzionale, in
cui Alfano e De Magistris abbiano avanzato anche una sola critica verso
un solo aderente o dirigente dell'IdV. Ferisce, in particolare, il fatto
che un'accusa così grave abbiano ritenuto di porla sui media e non nel
prossimo esecutivo nazionale, fissato a metà gennaio. In questo modo si
comporta chi un partito lo vuole danneggiare e non migliorare".
La risposta del
leader dell'Idv, ha toni più amicali, con una frecciata finale:
"Carissimi Luigi, Sonia e Giulio, il partito che oggi accusate di avere
in seno una questione morale da risolvere, è lo stesso partito con il
quale siete stati eletti e in cui siete stati candidati proprio in virtù
di quello spirito di rinnovamento della politica che l'Italia dei Valori
intende portare avanti. Mi auguro che dopo questa lettera possiate anche
voi impegnarvi, nel partito e per il partito, con la stessa
determinazione e umiltà con cui migliaia di militanti si stanno
adoperando. E, soprattutto, voglio credere che tutto questo lo facciate
per il bene del partito".23-12-2010]
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FLASH! TRASH! il
turbo-dipietrista Francesco Barbato è stato espulso
dall’Aula di montecitorio reo di aver esibito un sacco
di spazzatura che poi ha buttato sul banco del Governo!
gian-elisebetto Fini lo ha fatto allontanare dai
commessi scortato dagli insulti di tutti i
berluscones...
[24-11-2010]
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LA
BOMBASTICA DICHIARAZIONE DI VOTO DI DI PIETRO AL VOTO DI
FIDUCIA (VERSIONE INTEGRALE) - "Lei, sig. Berlusconi è
un vero “maestro”: intendo dire un maestro della
massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso,
un precursore della collusione e della corruzione di
Stato. Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di
corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita:
cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato
quel che prima lo era"...
Silezio, parla DI Pietro:
Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un
pregiudicato illusionista che, anche oggi, ha raccontato
un sacco di frottole agli italiani, descrivendo
un'Italia che non c'è e proponendo azioni del Governo
del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.
Fuori da qui c'è un Paese reale che sta morendo di fame,
di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in
Parlamento a suonarci l'arpa della felicità come fece il
suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani
vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e
all'Unità d'Italia.
Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le
uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade
di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai
giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della
cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità
parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2,
Cosentino, Dell'Utri e compagnia bella docet!
Anzi, no! Un'altra cosa lei è stato ed è bravissimo a
fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi
giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche
dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con
moneta sonante, con incarichi istituzionali, con
candidature e ricandidature di favore; i secondi
ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e
di killeraggio politico di cui lei è maestro.
Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero "maestro":
intendo dire un maestro della massoneria deviata, un
piduista di primo e lungo corso, un precursore della
collusione e della corruzione di Stato.
Anzi di più. Lei è l'inventore di una forma di
corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita:
cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato
quel che prima lo era e in modo da non rendere più
punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un
nobile principio liberale: "Ad ognuno deve essere
consentito fare tutto tranne ciò che è vietato".
Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio
sangue questo tassello di democrazia liberale non
pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti
ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato "non
vietato" tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che
non era la legge a governare il sistema ma doveva essere
Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio
ma è uno "stupratore della democrazia" che, dopo lo
stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi
ad personam per non rispondere di stupro!
Lei non è, come alcuni l'hanno definito, uno dei tanti
tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi
ultimi vent'anni si è appropriata delle istituzioni in
modo antidemocratico e criminale per piegarle agli
interessi personali suoi e dei suoi complici della setta
massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di
implementare la lotta alla corruzione, all'evasione
fiscale, alla criminalità economica delle cricche.
E
che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a
schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda
allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e
finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che
dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come
tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore
italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non
migliore come maggiore e non migliore è l'imprenditoria
mafiosa).
A
Lei non interessa nulla del bene comune perché si è
messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia
per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore
generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri,
ammettendo pubblicamente che "se Berlusconi non fosse
entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in
galera".
Lei si è impossessato dell'informazione pubblica e
privata e la manipola in modo scientifico e criminale.
Un
esempio? La casa di Montecarlo venduta da Alleanza
nazionale. Lei e i suoi amici dell'informazione avete
fatto finta di scandalizzarvi nell'apprendere che,
dietro quella compravendita, c'è una società off-shore
situata in un paradiso fiscale.
Ma
si guardi allo specchio, imputato Berlusconi: Lei di
società off-shore ne ha fatte ben 64 proprio per
nascondere i proventi dei suoi reati societari e fiscali
e per pagare tangenti ai politici e ai magistrati e lo
ha fatto ricorrendo a quell'avvocato inglese David Mills,
condannato per essere stato, a sua volta, da lei
corrotto per mentire ai giudici e così permetterle di
ottenere un'assoluzione comprata a suon di bigliettoni.
Già! Perché la magistratura che Lei ha corrotto: quella
a Lei piace.
Invece, non le piace quella che vuole giudicarla per i
suoi misfatti, tanto è vero che ora, al primo punto del
suo "vero programma", quello di cui oggi non ha parlato,
c'è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè proprio di
quella legge che deve assicurarle l'impunità per un
reato gravissimo che lei ha commesso: la corruzione di
giudici e testimoni.
Solo per questo fatto, Lei non meriterebbe un minuto in
più di rappresentare il Governo italiano e se ancora
riesce a starci è solo perché compra i voti ricattando
quei parlamentari che si rassegnano a vivere
vigliaccamente senza onore o senza coraggio!
Questo è il ritratto che noi dell'Italia dei Valori
abbiamo di Lei, sig. Berlusconi!
E Lei, oggi, viene a chiederci la fiducia?
Lo
chieda, ma non a noi.
Lo chieda a quelli che ha comprato o ricattato.
Lo chieda ai parlamentari di Futuro e Libertà che
finalmente si sono resi conto con chi avevano e hanno a
che fare ma non trovano, o non hanno ancora trovato, il
coraggio di dissociarsi dal macigno immorale che Lei
rappresenta.
Lo
chieda al presidente Fini che nel suo discorso estivo a
Mirabello ha detto esattamente (ed anzi di più) delle
cose che sto dicendo io e ancora indugia a staccare la
spina, passando, suo malgrado, da vittima a complice
delle sue malefatte!
Lo
chieda a tutta quella pletora di disperati che in questi
giorni ha convocato a casa sua per offrire loro prebende
o per minacciare imbarazzanti rivelazioni e che ora ,
abbagliati da improvvisa ricchezza o intimoriti dai
dossieraggi che Lei ha architettato e commissionato,
hanno deciso di vendere la loro anima e il loro onore
dandole una fiducia che non merita!
Non lo chieda a noi che siamo stati primi a smascherare
le sue reali e criminali intenzioni.
30-09-2010]
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TIMORI DI
TONINO – DI PIETRO MANIFESTA CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO MA TENTA
DI IMBAVAGLIARE L’EDITORE KOINÈ DAL PUBBLICARE UN LIBRO SU DI
LUI – MA COSA CONTIENE DI COSÌ ESPLOSIVO O DIFFAMATORIO QUESTA
OPERA DI MARIO DI DOMENICO? – SEMBRA CHE Il COFONDATORE DELL’IDV
ABBIA MOLTO MATERIALE RACCOLTO IN ANNI DI MILITANZA PER
RACCONTARE UN TONINO INEDITO…
Gianluigi
Nuzzi per "Libero"
È un
lavoro lungo, sicuro. Meticoloso, certo. Persino rischioso,
senza dubbio. Che provoca rabbia e timori in Antonio Di Pietro.
Parliamo del libro "Colpo allo stato", una sorta di biografia
proibita o, se preferite, non autorizzata sul Tonino nazionale.
La sta scrivendo uno dei fondatori dell'Italia dei Valori,
quell'avvocato Mario Di Domenico che dopo aver messo le pietre
miliari del partito con l'ex Pm, ha sbattuto la porta.
Dopo aver
rappresentato il movimento nei tribunali e accompagnato il
leader negli Usa, ha rotto un idillio per una frattura
traumatica, un amore scivolato in odio, in guerra. Querele,
denunce, le foto di Di Pietro con Bruno Contrada sul "Corriere",
niente di nuovo se non fosse per un dettaglio che di questa
storia che incuriosisce. Da quanto è trapelata la notizia del
libro infatti Di Pietro non si dà pace.
E la
guerra tra lui e l'ex co-fondatore, compagno di viaggio e di
confidenze si è fatta più ampia, con una mitragliata di
raccomandate, smentite, diffide che da settimane finiscono nella
casella postale dell'editore di Di Domenico, ovvero la Koiné
edizioni.
In poche
settimane questo editore di saggistica della capitale (tra gli
autori in catalogo numerosi i magistrati come Ferdinando
Imposimato, Otello Lupacchini e Lorenzo Matassa) ha collezionato
quattro ultimatum con ricevuta di ritorno: ben due diffide a
pubblicare il libro e altrettante richieste urgenti di
chiarimento contro Di Domenico, vergate dalla pattuglia di
penalisti che fanno quadrato intorno a Di Pietro.
Insomma ce
n'è abbastanza per spiegare quell'omino imbavagliato spuntato
l'altro giorno alla manifestazione contro la legge sulle
intercettazioni che girava con questo cartello: «Di Pietro
manifesta contro la legge bavaglio ma... diffida l'editore Koinè
dal pubblicare il libro su di lui». La prima diffida risale allo
scorso 3 febbraio.
E' la
dichiarazione di guerra firmata dall'avvocato Scicchitano: «la
Koinè Nuove Edizioni viene diffidata dal pubblicare il libro
dell'avvocato Mario Di Domenico dal titolo "Il Colpo" allo Stato
(o di qualsiasi altro titolo che in corso d'opera sarà scelto)».
La mossa serve per stoppare l'editore dopo le indiscrezioni
pubblicate sui giornali con la foto della cena alla quale
partecipò, tra gli altri, l'ex 007 Contrada e l'allora Pm.
Passa
qualche settimana e, fatto strano, iniziano ad arrivare alla
Koiné raccomandate dei difensori di Di Pietro e dell'Idv nelle
quali si chiede se gli esposti e le missive inviare da Di
Domenico ai magistrati bresciani sono stati scritti in nome e
per conto della stessa Koiné.
È evidente
che Di Domenico si muove in totale autonomia, forse dal
linguaggio delle sue denunce si poteva intuire diversamente o è
una forzatura per tenere sotto pressione questa casa editrice?
Sta di fatto che solo qualche giorno fa ecco che arriva un'altra
nuova diffida.
È la
seconda e porta la firma dell'avvocato Raffaella Sturdà con data
del 17 giugno: «Con la presente in ragione dell'atto di diffida
già notificato - si legge - alla Vostra società ed alla luce
dall'intrapresa azione giudiziale, Vi invito e vi diffido dal
pubblicare il libro di prossima edizione scritto dall'Avv. Mario
Di Domenico dal titolo "Il Colpo" allo Stato (o di qualsiasi
altro titolo che in corso d'opera sarà scelto), o comunque dal
porre in essere la presentazione o la pubblicazione del medesimo
libro in quanto idonea a ledere la reputazione, l'immagine e
l'onore dell'on. Antonio Di Pietro.
Resta
inteso che, ove ciò non accadesse mi vedrò costretta ad agire
giudizialmente anche nei Vostri confronti, non solo al fine di
scongiurare/inibire detta pubblicazione, ma altresì per tutelare
in ogni sede competente i diritti e gli interessi del mio
assistito per il risarcimento di tutti i danni dallo stesso
subiti o subendi, con aggravio di spese a Vostro esclusivo
carico».
Ma cosa
contiene di così esplosivo o diffamatorio questo libro? E perché
mai una casa editrice dovrebbe rischiare le proprie casse nel
pubblicare un saggio falso? Se si girano le domande in Koiné la
risposta è sempre quella: «Il contenuto del libro è ancora
riservato - spiegano - né lo stesso è pronto o in nostra
lavorazione. Di certo se e quando lo pubblicheremo è perché ogni
fatto sarà documentato e provato come nella tradizione della
nostra casa editrice».
A volerne
sapere di più sembra che Di Domenico stia impiegando tutto il
materiale raccolto in anni di militanza nell'Idv per raccontare
retroscena inediti della vita di partito e del suo leader, dai
tempi di Mani pulite, dalle connessioni con le indagini
siciliane ai nostri giorni. Un libro esplosivo o un grande
bluff? Ancora difficile dirlo, di certo è un libro che a
qualcuno toglie il sonno».
05-07-2010]
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Ma la
nemesi finale è per Antonio Di Pietro. Un uomo col bavaglio gira
con questo cartello: «Di Pietro manifesta contro la legge
bavaglio ma... diffida l'editore Koinè dal pubblicare il libro
su di lui». Il volume s'intitola Il "colpo" allo Stato ed è
stato scritto dall'avvocato Mario Di Domenico, quello delle foto
dell'ex pm con Contrada. Di Pietro ne vuole impedire la
pubblicazione. C'è sempre qualcuno più imbavagliato di te.
[02-07-2010]
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da feltri
a veltri, è sempre mannaia per tonino - non dite all’indagato di
pietro che anche "REPUBBLICA", come "il giornale", INTERVISTA
L’EX AMICO (E COFONDATORE IDV, NONCHé coautore con travaglio de
"L’odore dei soldi") ELIO VELTRI - “LE MIE ACCUSE NON SONO
ARCHIVIATE” – “L´ASSOCIAZIONE ERA UN SOGGETTO SEMI-CLANDESTINO.
IO NON SAPEVO CHE ESISTESSE ED ERO VICEPRESIDENTE” – “L’EX PM
CACCIAVA DAL PARTITO GALANTUOMINI PER METTERE INDAGATI E
CONDANNATI
Alberto D´Argenio per "la
Repubblica"
Elio
Veltri, è lei che ha consegnato ai magistrati l´esposto che ha
portato all´iscrizione al registro degli indagati di Antonio Di
Pietro. Che nel frattempo ha annunciato una querela nei suoi
confronti. Come reagisce?
«Non reagisco perché per Di Pietro contano solo le querele. Dei
comportamenti etici e politici non dà mai conto. Il suo
annuncio, dunque, non mi meraviglia, mi lascia indifferente.
Anche se scambiare la politica con i tribunali è gravissimo. Ci
sono due piani di comportamenti: uno etico-politico del quale
nelle grandi democrazie tutti devono rispondere, uno
giudiziario. E le sentenze non giustificano sempre i
comportamenti».
Cosa vuol
dire?
«Nel 1981
ho litigato con Craxi e sono uscito dal Psi. Ma allora nessuno
era indagato e quindi secondo la logica di Di Pietro non avrei
dovuto lasciare i socialisti».
E con l´Idv
com´è andata? Di Pietro dice che se ne andò perché i risultati
elettorali erano deludenti...
«Di Pietro
può dire quello che vuole. Io me ne sono andato perché c´era il
rischio che diventassi suo complice. Vede, non si può predicare
bene e razzolare male. C´era una forbice sempre più aperta tra
quello che si diceva e quello che si faceva. Venivano mandate
via dal partito persone integerrime e nel frattempo veniva
accettata gente di ogni risma. Io non li volevo ma Di Pietro mi
zittiva: "Tu vuoi un partito di duri e puri!". E così entravano
chiacchierati, indagati e condannati. Pensi che nel 2004 vennero
fatte entrare a Barletta tre persone che cercarono di farmi
un´estorsione».
Cosa
contiene il dossier che ha depositato ai magistrati?
«Innanzitutto voglio precisare che non si tratta del rimborso
elettorale sulle europee del 2004: io ho denunciato il modo di
gestire i finanziamenti per tutte le elezioni dal 2001 al 2009».
Dunque non
si tratta delle stesse accuse per le quali Di Pietro dice di
essere già stato archiviato tre volte...
«No, e
comunque sul 2004 ci sono altri due procedimenti ancora in corso
che insieme a me coinvolgono Occhetto e Giulietti».
Che prove
contiene il suo esposto?
«Al
magistrato ho presentato due memorie. Una con gli statuti che
spiegano come i rimborsi non venissero percepiti dal partito, ma
dall´associazione familiare gestita da Di Pietro, da sua moglie
Susanna Mazzoleni e da Silvana Mura. Un soggetto privato che non
aveva alcun titolo per sostituirsi ad un partito nel riscuotere
i risarcimenti.
Un
comportamento contrario alla legge. La seconda contiene quanto
ha scritto il magistrato di una delle cause ancora pendenti sul
2004 che riconosce che in udienza il partito Idv era contumace,
mentre l´associazione presente».
Di Pietro
dice che sono accuse già archiviate in tre occasioni.
«Si
riferisce alle denunce di Mario Di Domenico, che sono sì state
archiviate. Ma quella che ho presentato io è diversa, è nuova, e
infatti per la prima volta Di Pietro è stato indagato».
Secondo
lei come sono stati gestiti i rimborsi incassati
dall´associazione?
«Come
questi fondi venissero gestiti non voglio nemmeno saperlo,
deciderà il magistrato. Qualche sospetto comunque ce l´ho, ma
non voglio parlarne».
Sospetta
che venissero usati per scopi privati?
«Siccome
Di Pietro ha la querela facile dico che quello che penso non
conta. Accerterà il magistrato. Io intanto il mio dovere l´ho
fatto. Oltretutto quell´associazione era un soggetto
semi-clandestino. Ad esempio, io non sapevo che esistesse ed ero
vicepresidente del partito. Della sua esistenza l´ho saputo
casualmente solo nel 2006. E pensare che mi pagavo le campagne
elettorali da solo...». 23-06-2010]
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CIAK, "IL
GIORNALE" PRESENTA “FREGATI DA DI PIETRO” - NON SOLO OCCHETTO,
VELTRI E GIULIETTO CHIESA: TONINO HA ALLE CALCAGNA UN VERO E
PROPRIO ESERCITO DI CREDITORI - È IN CAUSA CON DECINE DI (EX)
ALLEATI E CANDIDATI – SPESE ANTICIPATE E MAI RIMBORSATE, FONDI
MAI DIVISI, SOLDI CHE SPARISCONO DAI BILANCI – CHI GLI CHIEDE
LUMI, SI BECCA UN DUE DI PICCHE GROSSO COSÌ
Paolo
Bracalini e Gian Marco Chiocci per "il
Giornale"
Qualcuno
ad un certo puntò pensò di costituire un'associazione: la FDP,i
Fregati da Di Pietro. I numeri per fondare diversi circoli non
mancherebbero. Perché se la storia di ogni partito è una storia
di tradimenti, separazioni e liti, quella dell'Idv lo è
particolarmente.
Con una
specifica: di mezzo ci sono sempre i soldi, che in politica
prendono il più gentile nome di «fondi » o «rimborsi». La
costante, in tutte le rotture - anche violente - che hanno
costellato i circa dieci anni di vita dell'Idv di Tonino, è che
i compagni di ventura (o sventura) a cui spettano i famosi
«fondi» o «rimborsi», regolarmente non ne vedono nemmeno
l'ombra.
Per i
soldi del rimborso pubblico Di Pietro ha rotto anche con amici
di vecchissima data, fondatori del partito insieme a lui,
compagni della prima ora. Per il rimborso della campagna
elettorale delle Europee 2004, tanto per dirne una, Tonino ha
tranquillamente mandato all'aria il rapporto con l'amico di
sempre, Elio Veltri, che l'ha trascinato in tribunale insieme ad
Achille Occhetto e Giulietto Chiesa.
Quest'ultimo, una volta eletto a Strasburgo con la lista civica
collegata all'Idv, ebbe l'ardire di chiedere la parte spettante
di rimborsi. «Mi fece una scenata - raccontò al Giornale - , mi
insultò, disse che non doveva niente a nessuno, che io ero in
Europa grazie a lui». Chiesa rispose con un'intervista in cui
disse «si tenga pure il malloppo», e Di Pietro querelò,
naturalmente. Però perse la causa.
Sempre per
la mancata spartizione degli indennizzi agli alleati, Tonino ha
fatto infuriare Giuseppe Pierino, promotore del listone di
centrosinistra «Progetto Calabrie» che ha corso con l'Idv alle
Regionali del 2005: aperte le urne, conteggiati i voti, al
momento di incassare il rimborso (85mila euro) ogni riferimento
a Pierino era sparito nell'autocertificazione presentata alla
Camera.
Al Sud
come al Nord, sempre lo stesso copione. In Friuli l'ex militante
Alessandra Battellino siglò nel 2003 un accordo col presidente
Illy in base al quale ogni partito avrebbe poi ceduto una parte
dei rimborsi al candidato-presidente: vinte le elezioni, tutti
rispettarono l'impegno preso. Tranne uno: Antonio Di Pietro. Che
fece il bis con la candidata alla Provincia di Genova, Anna
Maria Pannarello, che dovette rimborsare di tasca sua il
presidente Repetto.
E che dire
di Aldo Ferrara, ex coordinatore del partito in Toscana, «reo»
d'aver criticato la gestione autocratica del partito con
consueto strascico di conti da pagare. «Ero tra i candidati del
2001 - ha raccontato il professor Ferrara e come era prassi
pagai una quota al partito per la mia candidatura: 50 milioni di
fideiussione, lasciapassare per accedere in Parlamento,
versamento intestato alla tesoreria dell'Idv.
Uscii dal
partito il 31 gennaio del 2001. I 50 milioni li ho rivisti solo
dopo un braccio di ferro estenuante con la banca e con la
signora Mura che non volevano restituirmi il denaro. Ci sono
voluti sei mesi. I soldi che non vidi mai più invece furono i 40
milioni spesi da me per la gestione delle spese in Toscana».
Nell'ipotetica associazione «Fregati da Di Pietro» spetta un
posto di diritto anche al vicequestore della Dia Giovanni
Aliquò, che ancora stenta a credere alla presa in giro post
elettorale: «Dopo le elezioni del 2001 riportai alla corte
d'Appello di Napoli le spese sostenute pari a 6 milioni di lire,
spese documentate fattura per fattura.
Non solo
non ho visto la minima organizzazione per la ripartizione dei
fondi, ma non ho più rivisto una lira. È una cosa che credo sia
successa a tutti quelli che non fanno parte della cricca di Di
Pietro». Salvatore Procacci, ex capo Idv in Umbria, iniziò
invece a stare sulle scatole a Tonino non appena chiese gli
venissero rimborsati almeno i 20mila euro spesi per mandare
avanti il partito.
E a
proposito dell'intesa elettorale in Umbria nel 2005 (vantaggiosa
per Di Pietro in danno dei Verdi di Pecoraro Scanio) Procacci ha
confessato: «Di Pietro ha sempre avuto una fissazione per i
rimborsi elettorali e in un modo o nell'altro riusciva sempre a
ottenere quel che voleva. Con lui bisognava stare attentissimi a
quello che ti faceva firmare, bisognava leggere tutto,
dall'inizio alla fine, senza tralasciare nulla».
Battono
cassa da anni anche Wanda Montanelli, ex coordinatrice delle
donne Idv, che si domanda dove siano finiti i 600mila euro
iscritti negli ultimi bilanci del partito; Domenico Porfido,
corregionale di Tonino, mai rientrato di nessuno degli 84
milioni di lire spesi in campagna elettorale; Lorenzo Lommano
(25 milioni di lire) e Dante Merlonghi (55mila euro). Ai
tantissimi che hanno chiesto lumi sul rimborso, la risposta è
sempre stata chiarissima: un due di picche grosso così.
22-06-2010]
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LITI,
CAUSE, INSULTI EPPURE UN TEMPO SI ERANO TANTO AMATI - tra
Cornelio, detto Elio, e Tonino, detto Antonio, le cose sono
degenerate lentamente: "Farabutto!». "Calunniatore!". "Quella di
Di Pietro è l’Italia dei Valori Immobiliari". "E’ un caso umano"
- ma Di Pietro nei tribunali ha sempre vinto: a Monza, non più
di qualche mese fa, ben tre cause civili per diffamazione contro
’Il Giornale’, in una delle quali veniva affrontato proprio il
discorso dei rimborsi elettorali all’Idv, con allegata condanna
di VeltriPaolo Colonnello per
"la
Stampa"
"Gli
italiani sono abbastanza intelligenti da capire da soli: tutte
queste cose che fanno contro di lui sortiscono un effetto
contrario da quello sperato dai suoi nemici». Elio Veltri,
gennaio 1996, su Antonio Di Pietro.
«Non ho
dimenticato la solidarietà e l'amicizia che mi hai espresso
anche nei momenti peggiori, ero e sono contento della tua
candidatura. Conosco le tue doti di professionista competente e
politico appassionato... Sono convinto che farai il bene del
Paese». Da una lettera di Antonio Di Pietro, aprile 1996, a Elio
Veltri.
«Tonino
s'è scocciato di questo Veltri», Gabriele Cimadoro, cognato di
Di Pietro, sempre aprile 1996. Eppure si volevano bene. Anzi, si
amavano: lui era il magistrato senza macchia e senza paura, che
aveva scoperchiato il malaffare delle tangenti e le cantava
chiaro a tutti. L'altro era l'ex socialista dalle mani pulite,
l'intellettuale della Magna Grecia, lo scrittore che aveva
anticipato gli scenari della «rivoluzione giudiziaria» un anno
prima dell'esplosione di Tangentopoli. Lui, il molisano scaltro
dall'italiano incerto e le maniere rudi; l'altro il calabrese
astuto dalla lingua svelta, i modi raffinati e la passione
politica accesa.
Una coppia
che sembrava destinata a durare, sperimentata nel mare in
tempesta della controreazione berlusconiana e post-craxiana che
si concentrò nella famosa inchiesta bresciana per i favori e i
«prestiti» ricevuti da Di Pietro da alcuni inquisiti di Mani
Pulite (D'Adamo, Gorrini). Non si sapeva dove fosse scomparso Di
Pietro? Bastava chiamare Veltri che, seppure non ufficialmente,
ne faceva il portavoce: «E' immorale che la vita privata di Di
Pietro venga sistematicamente violata! Chi muove i fili e
perché?».
E' in
questa stagione assai dura e non priva d'incomprensioni (prova
ne sia, già ai tempi, l'uscita un po' pesante del cognato
Cimadoro) che tra Veltri e Di Pietro nasce una saldatura che più
avanti li porterà a fondare il partito per il quale adesso
litigano circa la spartizione dei rimborsi elettorali delle
europee 2004: l'Italia dei Valori. «L'appuntamento era a Roma
dal notaio Fanfani.
Eravamo in
250 ma poi scoprimmo che a Di Pietro tutta quella gente dava
fastidio e avevano già firmato in tre da un altro notaio»,
raccontò più tardi Veltri in una delle innumerevoli interviste
al veleno contro l'ex sodale Di Pietro. Diventato da subito
vicepresidente del partito (2000), Veltri, lasciò un anno dopo,
nel 2001, definendo l'Italia dei Valori «la più grande anomalia
italiana».
Al
Giornale dell'Acerrimo Nemico di entrambi (in fondo Veltri firmò
insieme a Travaglio uno dei più grossi successi editoriali dell'antiberlusconismo:
L'Odore dei Soldi, anche questo ora oggetto di contenziosi
legali), l'ex sindaco socialista di Pavia, l'indomani del suo
primo divorzio da Tonino parlò così: «Me ne sono andato dall'Idv
in punta di piedi, se avessi avuto rancori, se avessi voluto
colpirlo, tempo ne avrei avuto, non le pare?». Era solo
l'antipasto.
Tra
Cornelio, detto Elio, da Longobardi di Calabria, classe 1938, e
Tonino, detto Antonio, da Montenero di Bisacce, classe 1950, le
cose sono degenerate lentamente: «Farabutto!». «Calunniatore!».
Ma con fermezza. «Quella di Di Pietro è l'Italia dei Valori
Immobiliari», tuonò Veltri dopo una nuova rottura nel 2004. «E'
un caso umano», replicò Di Pietro. Che però, al pari dell'ex
amico, ha agito anche nei tribunali.
Vincendo
ad esempio, a Monza, non più di qualche mese fa, ben tre cause
civili per diffamazione contro Il Giornale, in una delle quali
veniva affrontato proprio il discorso dei rimborsi elettorali
all'Idv, con allegata condanna di Veltri.
«Laddove -
scrive il giudice - Veltri ha dichiarato (in un'intervista, ndr)
che i soldi del finanziamento pubblico non vanno al partito,
bensì personalmente a Di Pietro, a Susanna Mazzoleni (la moglie,
ndr) e Silvana Mura (la tesoriera Idv) e ha dichiarato che
un'ordinanza del tribunale di Roma avrebbe affermato che i
finanziamenti non possono andare all'associazione» omonima al
partito Idv.
Perché,
scrive il giudice, «il tribunale di Roma non reca una siffatta
affermazione» e anzi dice che «il finanziamento pubblico va
all'associazione Idv e il tribunale di Roma non ha ritenuto
illegittima tale condotta». C'eravamo tanto amati... 22-06-2010]
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1- SECONDO
LA DENUNCIA DELL’EX MEMBRO IDV ELIO VELTRI, I RIMBORSI
ELETTORALI SAREBBERO STATI INCASSATI NON DAL MOVIMENTO POLITICO
ITALIA DEI VALORI MA DALL’ASSOCIAZIONE PRIVATA "ITALIA DEI
VALORI", COSTITUITA DALLO STESSO DI PIETRO INSIEME CON ALTRE
PERSONE, ATTRAVERSO UNA SERIE DI FALSE AUTOCERTIFICAZIONI - 2-
DI PIETRO REPLICA: "È SEMPRE LA SOLITA STORIA TRITA E RITRITA SU
CUI GIÀ, PIÙ VOLTE, SI SONO ESPRESSE LE VARIE PROCURE DELLA
REPUBBLICA, ARCHIVIANDO IL CASO. CI SONO PERSONE CHE NON SI
RASSEGNANO ALLA PROPRIA SCONFITTA POLITICA" - 3- LETTERA: "ORA
L’INDAGATO PER TRUFFA DI PIETRO SIA COERENTE CON IL SUO
INSEGNAMENTO, SI SCHIODI DAL SEGGIO E VADA A CASA. NO AGLI
INDAGATI IN PARLAMENTO!"
Corriere.it
Il leader
dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, è indagato a Roma per
truffa in relazione a presunti illeciti legati ai rimborsi
elettorali assegnati al movimento politico da lui fondato. Gli
illeciti riguarderebbe i rimborsi relativi alle elezioni europee
del 2004.
L'iscrizione nel registro degli indagati, compiuta dal pm
Attilio Pisani e dal procuratore aggiunto Alberto Caperna,
costituisce un atto dovuto alla luce di una denuncia presentata
recentemente contro l'ex pm di «Mani pulite» da Elio Veltri, ex
membro dell'Idv.
Secondo il
denunciante i rimborsi elettorali sarebbero stati incassati non
dal movimento politico Italia dei Valori ma dall'associazione
privata «Italia dei Valori», costituita dallo stesso Di Pietro
insieme con altre persone. Il tutto, per Veltri, attraverso una
serie di false autocertificazioni. Gli accertamenti sono
affidati al pm Attilio Pisani.
«È sempre
la solita storia trita e ritrita su cui già, più volte, si sono
espresse le varie procure della Repubblica, archiviando il caso.
Per cui la Procura della Repubblica di Roma non poteva non
procedere, anche questa volta, a seguito del solito esposto» ha
spiegato in una nota il leader dellIdV, Antonio Di Pietro.
«Porteremo, ancora una volta le carte - ha aggiunto - per
dimostrare che è tutto in regola, come peraltro hanno accertato
ormai da tempo non solo plurime autorità giudiziarie, ma anche,
da ultimo, l'Agenzia delle Entrate e gli organi di controllo
amministrativi e contabili. Ci vuole pazienza, ci sono persone
che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e
continuano ad infangare gli altri».
Il leader
Idv ha anche annunciato che posterà sul suo blog tutta la
ricostruzione della vicenda allegando tutti i circa cento
documenti che provano la realtà dei fatti. «Quando un politico
viene chiamato a dare spiegazioni, le deve dare immediatamente,
anche all'opinione pubblica» ha detto l'ex pm.
ARCHIVIAZIONE NEL 2008
Non è, in
effetti, la prima volta che la magistratura romana viene
investita della questione relativa ai rimborsi elettorali
destinati all'Idv. Nel marzo del 2008 fu archiviata un'analoga
inchiesta che prese spunto dall'esposto presentato da Mario Di
Domenico, ex esponente dell'Idv.
Al di là
dell'apertura del procedimento, a Piazzale Clodio si ricorda ora
che da un lato fascicoli scaturiti da denunce analoghe in
passato sono finiti in archivio e dall'altro che lo stesso Di
Pietro, qualche mese fa, ha firmato davanti a un notaio un atto
per sancire che associazione e movimento politico Italia dei
Valori sono la stessa cosa. Sulla vicenda, i magistrati hanno
delegato una serie di accertamenti alla Guardia di Finanza.
2-
GASPARRI, DI PIETRO VIOLA DI VERGOGNA...
(ANSA) -
"Di Pietro dice di avere i conti a posto e che finirà tutto in
un'archiviazione. Vedremo che accadrà. E se il suo popolo, dopo
questioni antiche di case e scatole di scarpe, non finirà viola
... di vergogna", è il commento sarcastico del presidente dei
senatori del Pdl Maurizio Gasparri alla notizia dell'indagine
aperta su Di Pietro per i rimborsi elettorali del suo partito.
3- LETTERA
Caro Dago,
Di Pietro indagato per truffa. Tonino sia coerente, si schiodi
dal seggio e vada a casa. No agli indagati in Parlamento
(secondo il suo insegnamento)!
OF21-06-2010]
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DALLE
STELLE ALLE STALLE (IL CORRIERE CONTINUA A PICCHIARE SU DI
PIETRO) - NELL’ANGOLINO DELLA POSTA BRILLA UNA ESPLOSIVA LETTERA
DEL NEMICO PIù INTIMO DI TONINO, GIà segretario dell’ Idv,
l’avvocato DI DOMENICO, COLUI CHE MISE IN CIRCOLAZIONE LE FOTO
DELL’EX PM con Bruno Contrada E DEL LORO VIAGGIO A MIAMI PER
RACCOGLIERE FINANZIAMENTI - E ANNUNCIA L’USCITA "IL COLPO ALLO
STATO", UN LIBRO CHE SPUTTANEREBBE L’EROE DI MANI PULITE....
- LE
DICHIARAZIONI DI DI PIETRO
Lettera dell'avvocato Mario di Domenico al "Corriere
della Sera"
In
riferimento alle dichiarazioni di Antonio Di Pietro (Corriere, 6
giugno) propongo una via d'uscita alla sua smania diffamatoria e
anche un vantaggio. La via d'uscita è quella di raccontare
finalmente la verità ai giudici di Perugia e Firenze. Il
vantaggio è che io, questa verità, l'ho già scritta nel libro
che la Koiné Nuove Edizioni sta per divulgare col titolo «Il
colpo allo Stato». Anche se debbo dire non passa giorno che lui
non mandi diffida di non pubblicare, poi di non pubblicarlo con
quel titolo, poi di non pubblicarlo con quelle foto, poi di non
pubblicarlo con quelle parole... Insomma di non pubblicarlo e
basta.
Ho però
la pazienza di attendere gli argomenti sulla dignità, perché la
consapevolezza informata e la libertà di opinione del Popolo non
si regge solo sulle sue sentenze di assoluzione o di non luogo a
provvedere, ma anche sugli esempi etici e morali degli
amministratori della cosa pubblica.
E
questo non l'ho detto io ma il PM dr. G. Amato (r.g. 81/07)
motivando al G.I.P. Imperiale l'inevitabile richiesta di
proscioglimento del sig. Di Pietro (r.g. 4620/2007), con queste
dubitative parole proprio sulla condotta etica e morale di
questo signore: «Sotto tale profilo, ferma restando la negativa
ricaduta di immagine personale e politica che la notorietà del
fatto potrebbe determinare nell'opinione pubblica...».
E
allora che tutta la verità si conosca. Tutti i procedimenti cui
egli fa riferimento si sono, guarda caso, conclusi con il
rifiuto di qualsiasi attività istruttoria nei suoi confronti.
Sarà pure un caso, ma si sono chiusi tutti con sostituzioni di
giudici all'ultimo momento, istanze istruttorie tutte rigettate
e condanne alle sole spese di giustizia; nessun risarcimento del
danno d'immagine che quindi, sotto il profilo delle accuse
rivoltegli, resta quella che è! Di Pietro dice ancora che le mie
sono false dichiarazioni.
Vorrà
perdonarmi il sig. Di Pietro, sarà stata una mia non voluta
sbadataggine, forse mi è sfuggito il senso del suo ragionamento:
ma di quali dichiarazioni parla? Io non ho mai rilasciato
dichiarazioni sul suo conto, ho solo raccontato fatti a mia
conoscenza e anticipato alcune foto per il corredo della verità
che mi risulta.
Di
Pietro ha detto anche che io e lui non siamo mai andati in
America ed ho esibito le foto americane. Ha detto poi che
l'assegno di 50.000 $ dell'americano rispondeva a un impegno di
finanziamento interno al partito e ho esibito l'elenco dal quale
risulta che l'americano non era nella lista dei contribuenti.
Esca
perciò dai ragionamenti equivoci. Ecco perché ho scritto un
libro ispirandomi ai moniti di una «magistratura altra», quella
di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino verso i cui metodi
l'allora giudice Di Pietro disse di non riconoscersi e
approfitto per riferire proprio le parole di Borsellino: «Ma
dimmi un poco, ma tu non ne conosci gente che è disonesta, ma
non è stata mai condannata ed è comunque, invischiata in episodi
o fatti inquietanti, anche se non considerati reato?» (Lezione
sulla mafia 22.01.1989, Bassano del Grappa).
Mi
preme infine precisare l'aspetto diffamatorio sulla mia persona,
sulla mia professione di avvocato, pubblicista e ricercatore
della storia del diritto italiano, per cui ho interessato di
questo i Giudici che decideranno, perché credo nella Giustizia
di cittadini uguali dinanzi alla legge.
2 -
AMARCORD DI DOMENICO: DI PIETRO, IL VIAGGIO NEGLI USA E IL
MISTERO DI QUELL' ASSEGNO
Felice Cavallaro per il "Corriere
della Sera" del 5 febbraio 2010
Di viaggi negli Stati Uniti Antonio Di Pietro ne avrà fatti
tanti, ma di uno s' era dimenticato. Quello cominciato il 28
ottobre di dieci anni fa, l' anno del Giubileo. Quando partì per
Washington con il suo più caro nemico, visto che si tratta dell'
ostinato Mario Di Domenico, ex amico ed ex segretario dell' Idv,
l' avvocato delle foto con Bruno Contrada, autore di un libro
ancora in bozze, il tono del Saint Just lanciato contro il
partito che con Di Pietro ha fondato e dal quale è stato
espulso. È la ricostruzione di un viaggio oltreoceano a caccia
di finanziamenti, circostanza che l' altra sera a Montecitorio
proprio non ricordava Di Pietro: «In America con Di Domenico? Lo
escluderei. Credo proprio di no...».
E
invece che fa il legale abruzzese con la passione degli statuti
medievali? Apre il suo cassetto senza fondo e tira fuori una
foto in cui i due inseparabili nemici sorridono seduti su un
divano del Ponte Vedra Beach Resort di Miami. E racconta:
«Partimmo alla conquista dell' America, spinti dal signor Gino
Bianchini, un falso ingegnere...».
Ecco un
altro passaggio di quella caricatura di spy story che Di Pietro
smonta con ironia, autodefinendosi «James Tonino Bond», ma
bollando come un acrobatico grafologo il suo accusatore che ha
perduto le 19 querele seguite a liti e veleni. La foto
«americana» però c' è. Anzi, Di Domenico ne mostra diverse,
tutte legate al viaggio che si comincia a preparare nei primi di
ottobre, «quando la segreteria Idv a Busto Arsizio riceve una
mail da parte di un tal ingegner Gino Bianchini, con un'
intestazione intrigante, come se la comunicazione pervenisse
dalle organizzazioni ecclesiastiche Vaticane: "Sanctuaryrome"».
Di
Pietro chiama subito Di Domenico: «Prendi contatti». E viene
fuori che l' «ingegnere» senza laurea, come poi scopriranno,
garantisce «cospicui finanziamenti», stando anche ad un capitolo
del libro: «Bianchini parlava di suoi potenti amici dell'
ambiente politico e imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli
Stati Uniti d' America...».
Tutti
in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e segretario,
ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini con due
influenti personaggi al seguito, l' avvocato Sharon Talbot e l'
imprenditore Randy Stelk, «tutti in vena di attenzioni verso il
nostro Paese in vista di un totale rinnovamento politico...»,
come avrebbe detto lo stesso Bianchini, stando ai ricordi di Di
Domenico, subito sorpreso dallo scambio proposto, «perché tutto
era condizionato alla candidatura dell' "ingegnere" al Senato».
Scalo a
Londra, prima tappa Washington e poi «a scorrazzare lungo tutta
la East Coast, fino a Miami in Florida, alla ricerca dei
dollari», insiste di Domenico ricordando la prima vera lite con
Di Pietro: «Ogni sera tavolate imbandite in nostro onore. Ma
mentre io, da ligio segretario del partito, ripetevo il solito
ritornello della povertà francescana, Di Pietro puntualmente si
alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si
parlava di quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva.
Mi lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi».
Poi il
clou: «Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila
dollari, ma con scadenza "13 maggio 2001", il giorno delle
Politiche, con la ragione causale "elections". In pratica, mi
veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo
l' anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si
parlava addirittura di somme dieci volte maggiori...». Sarebbe
stata questa la molla della crisi interna al vertice Idv. Con Di
Domenico che, senza rimpianti per la mancata elezione di
Bianchini, quell' assegno non cambiò mai. E infatti lo sventola
insieme con le foto «americane».
[08-06-2010]
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VIENI
AVANTI, TONINO - DOPO LA DEPOSIZIONE DI ZAMPOLINI, DI PIETRO
VIENE INTERROGATO DI NUOVO DAI PM SULL’"IMMOBILIARE IDV" – IL
TRIBUNO DEVE SPIEGARE COSA SA DEI RAPPORTI TRA “ANGELINA”
BALDUCCI E PROPAGANDA FIDE, E IL RUOLO DI CLAUDIO RINALDI –
INTANTO PER L’INCHIESTA PERUGINA SFILANO PEZZI GROSSI: LA DIFESA
CHIAMA 32 TESTIMONI (TRA LORO MATTEOLI, LUNARDI E VERDINIMassimo
Malpica per "il
Giornale"
Tonino
deve chiarire. Di Pietro dopo il faccia a faccia con i
magistrati toscani un paio di settimane fa, ha appuntamento tra
oggi e domani con i pm del capoluogo umbro. Che per l'occasione
scenderanno nella capitale per interrogare l'ex collega, uno
degli ex ministri delle Infrastrutture quando il business della
cricca era fiorente.
Con
Tonino i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono dare un
nome a un po' di cose. Per esempio, cosa sa l'ex ministro dei
rapporti tra Angelo Balducci e il Vaticano, e in particolare dei
legami tra l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori
pubblici e la congregazione di Propaganda Fide.
Domanda
legittima, visto che secondo quanto raccontato a Perugia
dall'architetto di Diego Anemone, Angelo Zampolini, Di Pietro
avrebbe affittato due case dall'ente che gestisce gli immobili
d'Oltretevere per il tramite proprio di Balducci. Al quale l'ex
ministro, sempre stando al racconto di Zampolini, avrebbe anche
chiesto di introdurlo negli ambienti vaticani.
Ma a Di
Pietro i pm perugini chiederanno anche altre delucidazioni sul
ruolo di Claudio Rinaldi, successore di Balducci come
commissario straordinario per i mondiali di nuoto di Roma, e
come Balducci indagato a Perugia per cantieri e appalti legati a
quel «grande evento». Di entrambi i dirigenti, tra l'altro,
Tonino aveva già parlato con i magistrati fiorentini, con i
quali però si era intrattenuto soprattutto sul ruolo
dell'aggiunto romano Achille Toro.
A
Perugia però bolle in pentola anche altro: domani è in
calendario l'udienza per il commissariamento delle aziende del
gruppo Anemone, vicenda sulla cui definizione potrebbe pesare
l'eventuale cambio di strategia dell'imprenditore, che finora si
è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, dettaglio
naturalmente non gradito dai magistrati perugini.
L'inchiesta perugina va avanti con la sua sfilata di pezzi
grossi. Trentadue nomi da chiamare perché testimonino in difesa
di Angelo Balducci. Tra loro, il ministro delle Infrastrutture
Altero Matteoli, l'ex ministro Pietro Lunardi e il coordinatore
del Pdl Denis Verdini. I legali dell'ex presidente del Consiglio
superiore dei lavori pubblici, Franco Coppi e Roberto Borgogno,
insistono nel rivendicare la nullità del giudizio immediato (per
violazione del diritto di difesa), che il gip di Firenze ha
fissato per il 15 giugno.
Ma
comunque si preparano all'appuntamento, indicando politici,
funzionari e imprenditori che dovrebbero chiarire il ruolo di
Balducci nella vicenda dell'appalto per la scuola Marescialli.
Cantiere che, secondo l'accusa, si tentava in ogni modo di
togliere all'Astaldi e di riassegnare alla Btp di Riccardo Fusi
e Roberto Bartolomei.
Oltre a
ministri ed ex ministri, nell'elenco compaiono anche il capo di
gabinetto di Matteoli, Claudio Iafolla, il consigliere della
Corte dei conti Antonello Colosimo, il segretario generale della
presidenza del Consiglio Carlo Malinconico, l'avvocato dello
Stato Ettore Figliolia e l'ex provveditore alle opere pubbliche
della Campania Mario Mautone, quest'ultimo già coinvolto nell'appaltopoli
napoletana che vede indagato anche il figlio di Antonio Di
Pietro, Cristiano.
È il
momento di vedere le carte. Ieri la procura fiorentina ha
concesso ai legali degli indagati che verranno processati con
giudizio immediato (oltre a Balducci l'ex provveditore alle
opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, l'avvocato Guido
Cerruti e l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli) di
ascoltare su richiesta, senza registrare né prendere appunti, la
massa di intercettazioni che non erano state messe a
disposizione dei difensori. Oltre centomila telefonate tra una
settantina di soggetti intercettati.
[08-06-2010]
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TONINO
inCRICCATO – SECONDO ROUND TRA DI PIETRO E I PM CHE INDAGANO SUL
’PIANO CASE’ DI BALDUCCI - IL LEADER DELL’ITALIA DEI VALORI
(IMMOBILIARI) INTERROGATO IN UNA CASERMA PORTA CARTE CHE
“SODDISFANO I MAGISTRATI” – ALLA FINE DELL’INTERROGATORIO FUGA
DA STAMPA E FOTOGRAFI DA UN’USCITA LATERALE (Tintinnando
manette?)…
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il
Giornale"
Lo
scorso anno a Napoli era arrivato in una procura per l'occasione
blindata e «depurata» dai giornalisti, roba da incidente
diplomatico. Antonio Di Pietro fiutò l'autogol, e lasciando la
procura dopo aver incontrato i pm partenopei che gli avevano
indagato il figlio, Cristiano, scelse di fermarsi a
chiacchierare di fronte a taccuini e telecamere. Ieri, nella
sede romana del Ros a Ponte Salario, dove sono scesi per
interrogarlo come persona informata dei fatti i pm perugini
Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, Tonino è invece scivolato
via da un'uscita laterale, eludendo i cronisti che l'avevano
aspettato per ore.
Era
entrato poco dopo le 17, ed è rimasto con i magistrati umbri per
circa tre ore e mezza. La delusione è stata enorme per chi si
aspettava chiarimenti, spiegazioni, delucidazioni su tutta una
serie di questioni che hanno tenuto banco negli ultimi tempi.
Nessuna
dichiarazione dal leader Idv, muti anche i due pm, che sarebbero
però ripartiti per Perugia «soddisfatti» per l'esito
dell'interrogatorio, il secondo sostenuto da Di Pietro
nell'ambito dell'inchiesta sui grandi eventi: era già stato
sentito il 17 maggio a Firenze, allorché Di Pietro giurò di
essersi presentato spontaneamente quand'invece era stato
convocato come persone informata sui fatti.
Quanto
verbalizzato ieri dovrebbe dunque essere utile all'indagine, e i
due magistrati avrebbero avuto alcuni dei riscontri che
cercavano. Sarebbero emerse novità rilevanti sul coinvolgimento
dell'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici,
e protagonista dell'inchiesta sulla «cricca», Angelo Balducci,
uno dei «temi caldi» trattati nel lungo faccia a faccia.
A
Firenze Di Pietro non aveva approfondito il capitolo del
super-burocrate, ma i rapporti tra l'ex ministro e il dirigente
delle Infrastrutture erano tornati d'attualità dopo le
dichiarazioni dell'architetto di Anemone, Angelo Zampolini. Il
quale aveva dichiarato che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto
due immobili di proprietà di Propaganda Fide proprio grazie
all'intercessione di Balducci, che della congregazione era
consultore e gran dispensatore di alloggi per vip e potenti.
E
sempre a Balducci si sarebbe rivolto il politico dell'Idv,
stando al racconto fatto da Zampolini ai magistrati, per
ottenere entrature negli ambienti del Vaticano. Dopo aver
smentito l'architetto a mezzo stampa, Di Pietro avrebbe
replicato con le toghe, consegnando un bel po' di carte per
confutare punto per punto le affermazioni di Zampolini e
ribadire la trasparenza di quegli affitti, con argomenti che i
pm avrebbero trovato sufficienti: «Quanto detto da Zampolini
sulle case non corrisponde alla realtà».
L'ex pm
avrebbe, tra l'altro, tenuto a rimarcare la sua estraneità
rispetto alle «liste» dell'imprenditore Diego Anemone diffuse
nelle ultime settimane, liste dove per l'appunto risultava uno
degli appartamenti incriminati: quello di via Quattro Fontane,
alle spalle del Quirinale. Dal tema delle case direttamente
riferibili a Di Pietro, argomento che avrebbe a lungo tenuto
banco nel corso dell'interrogatorio, si sarebbe poi scivolati
più in generale sul ruolo che Balducci, alto dirigente del
ministero delle Infrastrutture, aveva nella gestione degli
immobili della congregazione di Propaganda Fide.
Nelle
tre ore e mezza si è parlato anche di Claudio Rinaldi,
commissario straordinario per il grande evento dei mondiali di
nuoto, del quale Di Pietro aveva discusso più diffusamente, ma
in termini pare non troppo lusinghieri, nell'interrogatorio
fiorentino.
I due
pm sono tornati a domandare al leader dell'Italia dei valori
anche di Achille Toro, prima «collega» in magistratura, poi capo
di gabinetto del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi.
Sottani e Tavarnesi avrebbero tra l'altro chiesto se la scelta
di un magistrato come capo di gabinetto fosse ortodossa, e sul
punto Di Pietro avrebbe escluso l'anomalia della nomina,
ricordando di aver anche lui, da capo del dicastero, chiamato a
collaborare suoi ex colleghi in toga.
[09-06-2010]
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IL “COLPO
ALLO STATO”? CHIEDETE A DI PIETRO - L’AVVOCATO DI DOMENICO,
NEMICO GIURATO DI TONINO, HA PRONTO UN LIBRO-choc (dice lui)
SUgli anni caldi di tangentoli ’92-’93 - MANI PULITE, UN PO’ DI
CIA E UN PEZZO DI FBI. TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE DENTRO
UNA TESI: ALTRO CHE casino CASE, L’ITALIA DEI VALORI PARE UNA
SPECTRE – E I GIUDICI CHE GLI DANNO SEMPRE torto? “QUANDO C’È
QUEL SIGNORE DI MEZZO, MISTERIOSAMENTE SI ARRIVA SEMPRE ALL’ARCHIVIAZIONETommaso
Labate per
il Riformista
«Il colpo
allo Stato, questo sarà il titolo. Siamo in fase di editing».
È il
famoso libro "contro Di Pietro", no? Sicuramente sarà una bomba.
«Non
voglio parlare di bomba. Diciamo che è il mio contributo alla
storia di questo Paese, scritto anche in nome della difesa della
libertà di pensiero garantita dalla Costituzione».
Addirittura.
«Voglio
fare luce su quello che successe tra il '92 e il '93».
La voce
che risponde alle domande del Riformista è quella dell'avvocato
Mario Di Domenico. Massì, proprio lui, il nemico giurato di
Tonino Di Pietro, che tra poco sarà in libreria con il suo
"Colpo allo Stato". Di Domenico è stato per anni uno
strettissimo collaboratore dell'ex pm. «Fino a che un giorno non
gli scrivo una lettera e lui, per tutta risposta, mi caccia dal
partito».
Sintesi
della lettera?
Gli
scrissi, era il 2004: "Adesso basta toccare i fondi del partito.
Applica lo statuto".
Risposta?
L'espulsione immediata dall'Idv.
Da qui
l'idea di scrivere il libro?
L'idea del
libro nasce nel corso degli anni. Io e i miei collaboratori ci
siamo accorti che nel biennio 1992-93 ci furono due eventi
giudiziari devastanti.
Beh, non
sembra proprio un inedito.
Sì, ma
mentre a Palermo Falcone e Borsellino davano seguito ai dettami
del maxiprocesso cercando di arginare le malversazioni mafiose
nei confronti dello Stato, a Milano Di Pietro e il pool di Mani
Pulite lo massacravano, lo Stato.
Si spieghi
meglio.
Ci sono
delle stranezze. Oggi Di Pietro va da Fabio Fazio e dice che lui
collaborava con Falcone e Borsellino mentre all'epoca, al
contrario, diceva di non riconoscersi nei metodi d'indagine dei
magistrati siciliani.
Sta
dicendo che Di Pietro ha rifilato una bugia ai telespettatori di
"Che tempo che fa"?
Sì. Lo
dice anche Borrelli che le indagini di Milano non riguardavano
la mafia.
E quindi?
Mi spiego.
Dopo il Maxiprocesso Borsellino voleva che nascesse il movimento
civico di una nuova legalità. Fondando l'Italia dei valori,
invece, Di Pietro crea un partito personale.
E
l'ipotesi del «colpo allo Stato», quando arriva?
Basti
pensare che la Cia si avvicinò all'inchiesta di Mani Pulite nel
luglio '92. Borrelli e Davigo andarono a parlarne da Scalfaro ma
il capo dello Stato non voleva sentire parlare di quelle cose.
Ne è
proprio sicuro, avvocato?
E poi
basta prendere i danni provocati, anni dopo, dalla decisione di
Di Pietro di fondare il suo partito, che non ha nulla a che
vedere con il movimento per una nuova legalità. Vuol sapere come
la penso? Io credo che l'Idv faccia più danni alla magistratura
che alla politica. Perché alimenta la politicizzazione dei
giudici e quindi...
'92, '93,
Stato, Milano, Palermo, mafia, Tangentopoli. Tutto in un sol
libro.
Sa, io e i
miei collaboratori ci siamo pure chiesti chi fosse il "puparo",
il grande burattinaio. Però non l'abbiamo scritto. Le risposte
le abbiamo trovate nell'ultimo libro di Cossiga, Fotti il
potere.
Chi è il
puparo?
Cossiga
sostiene che Mani Pulite era spinta dall'Fbi. Per cui, tra Mani
Pulite ed Fbi, si faccia due conti...
Fbi? Ma
non era la Cia?
La Cia
c'entrava e forse, stando alla lettura di Cossiga, anche l'Fbi.
Ma la
storia delle famose case di Di Pietro? Non ci dica che nel libro
non c'è...
Alla
storia degli «affari» di Di Pietro è dedicata una piccola parte
del libro. Quel signore si è attribuito i fondi del partito
destinandoli alla sua associazione.
Ma i
magistrati gli hanno sempre dato ragione, finora.
No, hanno
sempre archiviato tutto. Sa, io faccio l'avvocato e ho visto
tante indagini "strane". Può capitare. Ma quando c'è quel
signore di mezzo, misteriosamente si arriva sempre
all'archiviazione.
Anche
l'ufficio di presidenza della Camera dei deputati ha dato
ragione a Di Pietro.
Sa com'è,
la Camera non è che indaga sempre così a fondo...
Ma è
sicuro di quello che dice?
Le
racconto un episodio. In una causa ho presentato un documento
che testimoniava di euro 36.000 annui che Di Pietro elargiva
alla Mura. Di Pietro ne ha presentato uno in cui, invece,
mancava uno zero. Da 36.000 a 3.600 euro.
Ma lei che
ci azzeccava con Di Pietro? Come l'aveva conosciuto?
Quando lui
era ancora pm e io un giovane avvocato. Poi ci siamo rivisti
quando è nata l'Idv. Vede io volevo a tutti i costi un partito
che si occupasse del mantenimento dei fondi agli invalidi da
lavoro.
Invece?
Sono
finito in un partito personale, peggio di quello di Berlusconi.
E non dimentichiamo che Di Pietro ha tradito, più di chiunque
altro rappresentante del popolo, la lezione di Berlinguer sulla
questione morale... 11-06-2010]
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L’ITALIA
DEI VALORI (IMMOBILIARI) – TUTTI GLI AFFARI DELLA FAMIGLIA DI
PIETRO E DELLA FEDELISSIMA SILVANA MURA (AFFITTI DI PROPAGANDA
FIDE E CARIPLO COMPRESI) - DA ANNI TONINO, LA MOGLIE E I FIGLI
GIOCANO A MONOPOLI: COMPRARE CASE PER POI AFFITTARLE ALL’IDV PER
PAGARE IL MUTUO (CON SOLDI PUBBLICI) – E LA RECENTE ISCRIZIONE
DELL’EX PM ALL’ALBO DEGLI IMPRENDITORI AGRICOLI GLI CONSENTE DI
SCALARE LE TASSE, SCENDENDO DAL 20% ANCHE FINO ALL’1
Filippo
Facci
per "Libero"
All'associazione blindata che gestisce i soldi dell'Italia dei
valori - sulla quale sta indagando una procura, anzi due -
Antonio Di Pietro ha da tempo aggiunto un terzo soggetto
economico: è la società An.To.Cri., una Srl con a capo
ovviamente se stesso e come socia l'onnipresente tesoriera
Silvana Mura più il suo compagno (o ex compagno) Claudio Belotti,
medesimo personaggio cui è intestato l'affitto di uno degli
appartamenti romani attribuito alla «cricca ».
L'oggetto
sociale della An.To.Cri. Srl sono acquisti immobiliari a
raffica. Per capire di che cosa si sta parlando c'è solo da
azzardare un riepilogo di tutta l'impressionante sequenza
partitica & societaria & familiare & immobiliare dell'uomo che
seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto
d'interessi e della lotta alle commistioni tra politica e
affari.
LA LISTA
DELLA SPESA
1) Di
Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a
Busto Arsizio - diverranno uno solo - per complessivi 370 metri
quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di
averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
2) Di
Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a
Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
3) Di
Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via
Merulana, di 180 metriquadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove
vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta
emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro
ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99
Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica».
La fattura
non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano
14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di
Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono
proprietario dell'appartamento di via Merulana ove abito quando
mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare.
L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800
milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l'anno: l'acquisto è del
2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
4)
Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003
acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro -
è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei - di un
attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa
200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l'ha
acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno,
ma dell'operazione, così come descritta, non risulta per ora
traccia catastale.
5) Di
Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in
via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello
stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale
di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due
cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000
euro.
6) Di
Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To.Cri.
(dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con
sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000
euro. Socio unico: Di Pietro. L'anno dopo, nel 2004, si
aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti.
Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è
quindi a capo dell'associazione privata Italia dei Valori, del
partito Italia dei Valori e di questa società di gestione
immobiliare. La Mura lo segue a ruota.
7) Di
Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico
dall'associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con
la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l'intero finanziamento
pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più
Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2
milioni nel 2002, 400.000 euro all'anno dal 2001 al 2005 e
10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali
aggiornati all'anno 2007.
8) La
An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004
acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188
metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l'acquisto, la
società affitta l'appartamento al partito dell'Italia dei Valori
per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata
mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa
An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e
Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre
quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di
Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito,
cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
IL
GIOCHINO SCOPERTO
9) La
An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in
via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000
euro. Subito dopo la società ripete l'operazione milanese:
affitta l'appartamento al partito per 54.000 euro annui, che
coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e
affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di
articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno
l'altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l'immobile a
1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per
l'appartamento milanese di via Casati. A tutt'oggi.
10)
Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento
di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in
centro. Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso
stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo:
400 o 500.000 euro.
11) Di
Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri
quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo:
261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla
cartolarizzazione degli immobili dell'Inail. L'acquisto in
precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato
Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e
l'aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un
altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di
Pietro affitta l'appartamento al partito Italia dei Valori, cioè
a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
12) Di
Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di
Bisaccia posta di fronte a quella dov'è nato e che pure gli
appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro
per l'acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce
l'operazione un'immobiliare del posto che si chiama Di Pietro:
nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere
provinciale dell'Italia dei Valori.
13 ) Di
Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della
masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in
eredità negli anni Ottanta. L'ampliamento, sino a 450 metri
quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella
stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o
acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari.
I suoi
terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina
ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia. La recente
iscrizione di Antonio Di Pietro all'albo degli imprenditori
agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare
le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all'1.
14)
Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due
lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a
Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri
quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
15) Di
Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza
Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.
16)
Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985
acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via
Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38
milioni di lire. La storia di quel rudere l'abbiamo raccontata
nella prima puntata.
LA
VILLETTA A SCHIERA
7) Antonio
Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via
Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per
qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava
locatario - irregolare, perché ogni forma di subaffitto era
proibita - nel famoso appartamento milanese di via Andegari
affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito
Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio
2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via
Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e
quindi per definizione con soldi non del partito».
È vero. I
soldi infatti erano dell'inquisito Giancarlo Gorrini (condannato
per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso
«prestito » di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da
Antonio D'Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando
dell'acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l'ha scritto, si
indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne
abbiamo parlato nella seconda puntata.
Ora: i
cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci
sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli
immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e
degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci
sarebbe poi da sapere o da chiarire - perché Di Pietro non l'ha
chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio
pubblico - il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti
di case e di terreni da parte dei figli e della moglie.
Susanna
Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un
consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando
aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle
tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita
di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e
un'ex moglie.
Pur
generica, l'opinione di Di Pietro in merito è stata questa:
«Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri
ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho
preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno
insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il 740 dipietresco
dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti
e ne ha dichiarati circa 200.000 l'anno.
Al milione
vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che
ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un
miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina
Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per
attività politiche - espresso desiderio della contessa - ma che
Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si
metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti
faticano a tornare.
LE
RESIDENZE DELL'EX PM
VIA DELLA VITE (ROMA)
C'è
l'edificio di Propaganda Fide dove si trova l'appartamento,
usato per stampare il giornale dell'Idv, oggi riaffittato.
QUATTRO
FONTANE (ROMA)
Vicino al
Quirinale c'è la casa affittata, secondo Zampolini, dal leader
dell'Idv Antonio Di Pietro, dove abita la deputata dell'Italia
dei Valori Silvana Mura.
VIA
LUNGOBREMBO (CURNO)
Di Pietro
compra un cascinale diroccato e aggirando il piano regolatore lo
ristrutturò per trasformarlo in abitazione per lui, il figlio e
la futura moglie Susanna Mazzoleni.
VIA
ANDEGARI (MILANO)
Saltando
ogni graduatoria il fondo pensioni Cariplo assegna a Di Pietro
un bilocale a equo canone in via Andegari, subito dietro piazza
della Scala a Milano. In quella casa ci vivrà illegalmente
(perché il contratto di subaffitto era vietato per quelle case)
il figlio di Tonino, Cristiano. Siamo nell'ottobre 1988. Uscita
la storia, l'ex magistrato abbandonerà la sua casa milanese in
fretta e furia.
LE ALTRE
CASE
Nella
storia personale di Antonio Di Pietro e della sua famiglia, sono
numerosi i casi di compravendita. Come si evince dalla terza
parte dell'inchiesta sono almeno 17 le operazioni immobiliari
che vedono come protagonisti Antonio Di Pietro o uno dei suoi
famigliari.
IL RUOLO
DELL'IDV
Nella
mania di compravendite immobiliari entra anche l'Idv attraverso
la sua tesoriera Silvana Mura e il suo compagno Claudio Belotti.
GLI
AFFITTI "INTERNI"
In diversi
casi Antonio Di Pietro ha acquistato casa con un mutuo per poi
affittarla alle sedi locali dell'Italia dei Valori che,
regolarmente, ha versato all'ex pm un affitto che, in media, era
più alto della rata del mutuo. L'Idv paga gli affitti con i
soldi dei rimborsi elettorali, ovvero con soldi pubblici.
Insomma un vero e proprio conflitto d'interessi per l'uomo
politico che più di ogni altro ha fatto della battaglia ai
conflitti d'interesse la sua bandiera.
07-06-2010]
|
TONINO
E L’AMICO PRETAIOLO – È IL SENATORE IDV STEFANO PEDICA IL
CONTATTO DIPIETRISTA IN VATICANO: “AMICO DELLA CRICCA? NO, SOLO
NIPOTE DI UN MONSIGNORE E DI UNA BADESSA” – SE SI CERCA CASA
CHIEDERE A LUI, DA VIA DELLA VITE A VIA QUATTRO FONTANE, UNA
SOLUZIONE (AL CENTRO DI ROMA, MI RACCOMANDO) SI TROVA SEMPRE –
INTANTO DE MAGISTRIS PER TONINO SI SCOPRE GARANTISTA ASPETTANDO
IL MOMENTO DI PRENDERE IL SUO POSTO: “L’INCHIESTA È IN CORSO, È
MOLTO SERIA E DELICATA”…
per "La
Stampa"
Luigi De
Magistris, astro nascente del firmamento giustizialista, per una
volta è cortesemente garantista: «L'inchiesta sul G8? Le
dichiarazioni dell'architetto Zampolini? Mi consenta di non
esprimermi. L'inchiesta è in corso, è molto seria e
delicata...». No, De Magistris non commenta un'indagine aperta.
Né per difendere il capo dell'Idv Antonio Di Pietro, ma neanche
per alludere a una perplessità. Non è la prima volta che Tonino
deve fronteggiare vicende dall'apparenza poco lineare. Per ora
ne è sempre uscito senza che la propria immagine di cavaliere
senza macchia uscisse appesantita da vicende deontologicamente
discusse e discutibili.
E anche
stavolta, dopo qualche ora di silenzio, sembra aver trovato il
modo per uscirne. Nella nota pubblicata ieri sera sul suo sito,
tra tante parole calibrate c'è anche un nome infilato con
apparente nonchalance, quello del senatore Stefano Pedica.
Scrive Di Pietro che quando la figlia Anna aveva bisogno di
trovare un alloggio a Roma, «il senatore Pedica indicò diverse
soluzioni» tra cui un appartamento in via della Vite di
proprietà di Propaganda Fide, ma poi non se ne fece nulla.
Qualche
tempo dopo, scrive sempre Tonino, anche la tesoriera dell'Idv
Silvana Mura aveva bisogno di un tetto e chi viene interpellato?
Sempre lui, Pedica, visto che «su sua segnalazione» viene
trovato l'appartamento di via Quattro Fontane.
Ma chi è
Pedica? Un amico della "cricca"? «Ma figurarsi - dice lui - la
mia è una famiglia che ha sempre avuto rapporti strettissimi col
Vaticano. Mio zio, monsignor Stefano Pedica, è il fondatore del
monastero di Santa Chiara a New York, mia zia Maria era madre
badessa del monastero delle Clarisse di Rossano Calabro, mio
padre vendette un appezzamento di terreno a Rocca Priora al
direttore dei Musei Vaticani. Per me è naturale, quando c'è
qualche amico alla ricerca di una casa, provare a bussare dai
miei amici. Il tutto nella massima chiarezza e trasparenza: loro
dispongono di lasciti che provano a massimizzare con affitti a
prezzo di mercato. Tutto qui».
Se davvero
è andata così, se dopo la richiesta di Pedica agli "amici" di
Propaganda Fide, non ci sono stati interventi. |
LE
MURA (SILVANA) DI CASA - LA TESORIERA IDV AMMETTE: "VIVO IN UN
APPARTAMENTO DI PROPAGANDA FIDE IN VIA QUATTRO FONTANE, PAGO
1.800 EURO E CON LA CRICCA Balducci NON HO MAI AVUTO A CHE FARE"
- "Non corrisponde dunque al vero che Di Pietro sia mai stato
affittuario di questo appartamento" - TONINO SMENTISCE DI ESSERE
STATO MAI "INCRICCATO": "mia figlia Anna non ha mai abitato in
tale appartamento né lo ha mai preso in affitto"...
GRAN
GNOCCA DI SILVANA MURA
1 -
APPALTI-MURA(IDV): VIVO IO IN APPARTAMENTO VIA QUATTRO FONTANE
MA CON CRICCA MAI AVUTO A CHE FARE
In merito alle dichiarazioni dell'architetto Zampolini e alle
notizie di stampa pubblicate oggi circa l'appartamento di via
Quattro Fontane non ho alcun problema a dichiarare di essere la
persona che vi abita. - Lo dichiara l'on. Silvana Mura deputata
di Idv - Per vivere in questa casa, di due stanze, bagno e
cucina, pago un canone di locazione mensile di 1.800 euro al
mese più spese condominiali per un importo totale di oltre 2.000
euro mensili, come previsto da regolare contratto stipulato nel
novembre del 2006 con la Congregazione per l'Evangelizzazione
dei popoli, proprietaria dell'immobile, dal sig. Claudio
Belotti, padre di mio figlio.
Non
conosco né ho mai avuto alcun rapporto con i signori Balducci e
Anemone, ma per tutto quello che attiene al mio appartamento ho
sempre avuto come unico referente l'ente proprietario
dell'immobile.
Non
corrisponde dunque al vero - prosegue l'on. Mura - che l'on.
Antonio Di Pietro sia mai stato affittuario di questo
appartamento, nè che me lo abbia ceduto sotto alcuna forma.
Come tesoriera del partito Italia dei Valori, dichiaro inoltre,
che è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui il
partito Italia dei Valori avrebbe preso in locazione un
appartamento in via della Vite.
Poichè
personalmente, e come tante altre persone che abitano in
appartamenti di proprietà della Congregazione per
l'evangelizzazione dei Popoli, non ho mai avuto nulla a che fare
con la così detta cricca, ma mi trovo invece destinataria
dell'ennesima "crocchetta" avvelenata, poichè si ritiene che
colpendo me si possa in qualche modo colpire Antonio Di Pietro,
ho dato mandato ai miei legali di vagliare attentamente le
notizie pubblicate oggi sul mio conto e di assumere tutte le
iniziative necessarie contro coloro che si sono resi e si
renderanno autori di dichiarazioni lesive della verità e della
mia dignità personale.
2 - DAL
BLOG DI ANTONIO DI PIETRO: "MALE NON FARE, PAURA NON AVERE"
"Ieri sera, all'ora di cena, mi è arrivata una notizia che - lì
per lì - mi ha fatto sorridere perché non potevo crederci. Sono
stato avvisato che nelle redazioni dei giornali girava uno
stralcio del verbale dell'interrogatorio ai PM di Perugia
dell'architetto Angelo Zampolini in cui venivo tirato in ballo
pure io. Zampolini avrebbe riferito ai magistrati che avrei
ricevuto due case dall'istituto religioso Propaganda Fide grazie
all'intercessione dell'imprenditore Anemone e dell'ex Presidente
del Consiglio dei Lavori Pubblici Balducci.
Ho subito
smentito e me ne sono andato a dormire serenamente. Non poteva
essere vero, mi sono detto, giacchè non ho mai avuto né in
affitto né in vendita né in comodato alcun immobile né da
Anemone né da Propaganda Fide". Lo scrive il Presidente
dell'Italia dei Valori, onorevole Antonio Di Pietro, in un post
sul suo blog dove ha pubblicato tutti i documenti ai quali fa
riferimento.
"Questa
mattina, apro i giornali e scopro che Zampolini, interrogato dai
magistrati di Perugia, dapprima il giorno 18 maggio dice di non
sapere nulla e poi, 4 giorni dopo, il 24 maggio, sente il
bisogno irrefrenabile di tornare "spontaneamente" dai magistrati
per dichiarare che "Balducci fece avere al Ministro Di Pietro
due case in affitto a Roma, attraverso la Congregazione
Propaganda Fide. La prima era in via della Vite ed è stata per
un periodo una delle sedi dell'Italia dei Valori. L'altra era in
via delle Quattro Fontane, credo fosse per la figlia...".
Non entro
nel merito circa l'opportunità o meno di prendere in affitto dai
preti un appartamento anche se non credo sia uno scandalo,
purchè venga pagato il giusto prezzo e non vi sia nulla di
illecito in cambio. Intendo invece riaffermare con forza che non
è proprio vero - nel senso materiale del termine - quanto
affermato da Zampolini, al quale evidentemente qualcuno ha
propinato false informazioni per mettere tutti nello stesso
calderone. Io, ripeto, non ho mai preso in affitto appartamenti
da Propaganda Fide (né per me o mia figlia né per la sede
dell'Italia dei Valori) e lo voglio qui documentalmente
dimostrare (cosa che farò anche con i PM di Perugia ai quali ho
chiesto di essere immediatamente sentito).
Con
riferimento al primo appartamento - quello che Zampolini indica
come una sede di IDV in via della Vite - posso tranquillamente
assicurare che fino a stamattina nemmeno sapevo dell'esistenza
di un tale immobile. Anzi, fino a stamattina nemmeno sapevo dove
si trovasse via della Vite, figurarsi se potevo avervi aperto
una sede del partito.
Ho subito
svolto accertamenti ed ho - ora - appurato che tale appartamento
in realtà era stato preso in affitto dalla società Editrice
Mediterranea Srl, con sede appunto in via della Vite n. 3 Roma,
il cui legale rappresentante è tale Antonio Lavitola. Trattasi
di una società editrice che svolgeva (e forse svolge anche
tuttora) l'attività di realizzazione, gestione e distribuzione
di testate giornalistiche per conto proprio e di terzi.
Ebbene,
l'Italia dei Valori ha deliberato in data 21 febbraio 2006 (e
quindi in epoca addirittura precedente le elezioni politiche di
quell'anno e del mio insediamento al Ministero delle
Infrastrutture) di stipulare con detta società la realizzazione
e la diffusione del giornale del partito. Allego al riguardo la
delibera assunta in tale data dall'Ufficio di Presidenza di IDV
(allegato 1), da cui - fra l'altro - risulta in maniera
inconfutabile che la società Editrice Mediterranea aveva già
all'epoca la propria sede in via della Vite n. 3 allorchè
stipulò il contratto con IDV. Allego anche la segnalazione al
Tribunale di Roma, Sezione stampa e Informazione, effettuata
(sempre il giorno 28 febbraio 2006) per conto di IDV dal sen .
Aniello Formisano con cui si è affidata alla predetta società la
realizzazione del quotidiano dell'Italia dei Valori (allegato
2).
Anche in
questo caso vi è la prova della data certa, data che è
precedente alla mia nomina di Ministro ed anzi all'epoca non ero
nemmeno al Parlamento italiano e quindi - anche volendo - non
avrei potuto in alcun modo interloquire con Balducci ed Anemone.
Vi è anche la prova che la predetta casa editrice aveva già sede
in via della Vite prima ancora che nascesse il giornale e,
quindi, non può esser vero che sia stato IDV a prendere in
affitto tale immobile.
Il
contratto di servizio è stato stipulato in data 7 aprile 2006 (e
quindi ancora una volta prima delle elezioni e prima che io
diventassi Ministro) ed è durato fino al 1° agosto 2007, come
risulta dalla comunicazione di avvenuta dismissione della
testata del 30 ottobre 2007, debitamente notificata al Tribunale
di Roma -Sezione Stampa ed Editoria - (allegato 3).
Questo
documento è interessante perché fornisce la riprova documentale
che l'immobile di via della Vite non sia e non sia mai stato
nella disponibilità di IDV. Infatti, il mittente della lettera
(Editrice Mediterranea) - pur dando atto di aver già da tempo
rescisso il contratto - indica nell'intestazione che la propria
sede legale è rimasta sempre all'indirizzo di via della Vite n.
3, Roma.
In
conclusione, è documentalmente provato che la sede di via della
Vite era nella esclusiva disponibilità di Editrice Mediterranea
prima, durante e dopo i rapporti con IDV. Il partito non ha mai
avuto in affitto l'immobile di via della Vite né ha mai fatto
richiesta ad alcuno per averla. Il fatto, poi, che una società
fornitrice di servizi (di cui si sia avvalsa anche IDV ma non
solo) avesse - essa, e non IDV - sede in una casa di proprietà
di Propaganda Fide non può in alcun modo essere fatta risalire a
nostra responsabilità, altrimenti dovrebbe valere l'assurdo
principio per cui ogni volta che qualcuno chiede al giardiniere
di tagliargli il prato dovrebbe assicurarsi, prima di sapere di
chi è la proprietà del locale, dove tiene gli attrezzi!
Con
riferimento, poi, all'appartamento di via IV Fontane a Roma,
esso è stato preso in affitto dall'on.le Silvana Mura, la quale
- su segnalazione del collega sen. Stefano Pedica - ha stipulato
il 9 novembre 2006 un contratto di locazione con la società
"Congregazione per l'evangelizzazione di popoli" di Roma.
Produco al
riguardo il contratto di affitto in questione (allegato 4), da
cui risulta un canone fissato sin dall'inizio in euro 21.600
annuali e quindi in 1.800 euro mensili, oltre alle spese
condominiali di circa 200 euro mensili. In totale, quindi, l'on.le
Mura paga e ha sempre pagato 2.000 euro mensili. Il contratto è
intestato a Claudio Belotti che è il convivente ed il padre di
suo figlio. Per completezza, segnalo che la società proprietaria
ha concesso la locazione espressamente "ad uso abitativo con
facoltà del conduttore di destinare alcune porzioni a studio
professionale, fermo restando fra le parti che l'uso prevalente
sia quello abitativo" (così espressamente recita l'art. 1 del
contratto di locazione).
Da ultimo,
specifico che mia figlia Anna non ha mai abitato - nemmeno per
un solo giorno - in tale appartamento né lo ha mai preso in
affitto. Anna all'epoca pensava di iscriversi alla Luiss e per
questo si mise anche lei, insieme a me, a cercare un
appartamentino in affitto ed il sen. Pedica indicò anche a noi
diverse soluzioni, tra cui anche l'appartamento di via IV
Fontane. Poi, però, Anna preferì iscriversi alla Bocconi di
Milano e non dette alcun seguito alla proposta.
Ovviamente
se l'affitto si fosse concretizzato, sarebbe stata cura mia e di
mia figlia accertare la correttezza sotto ogni aspetto
dell'operazione, cosa che comunque ha fatto la collega on.le
Mura, riscontrandone ogni regolarità. Altrettanto ovviamente né
io, né Mura e - men che meno - mia figlia abbiamo mai avuto a
che fare con il sig. Anemone, persona che nessuno di noi
conosce.
E veniamo
infine all'insinuazione di Zampolini, secondo cui io avrei fatto
solo finta di osteggiare gli appalti che erano stati programmati
per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia ed alle
elucubrazioni secondo le quali io non avrei preso provvedimenti
adeguati.
Al mio
arrivo al Ministero delle infrastrutture, alla fine dell'Aprile
2006, l'ing. Balducci era Presidente del Consiglio dei Lavori
Pubblici, ovvero era la massima carica istituzionale del
Ministero a cui per legge spetta lo status di indipendenza
gerarchica anche rispetto al Ministro (art. 1, comma 2 DPR
204/2006). Al predetto Consiglio spettava e spetta il compito di
esprimere pareri vincolanti su ogni progetto di lavori pubblici
superiore ai 25 milioni di euro e su ogni altro progetto
finanziato per almeno il 50% dallo Stato. Per dirla alla "dipietrese",
in Italia, in tema di grandi lavori pubblici, non si muove
foglia che il Consiglio Superiore non voglia.
Ebbene, io
ho subito spostato l'ing. Balducci al 2° Dipartimento
(Infrastrutture e regolazione dei lavori pubblici), che per
legge (art. 5 DPR 300/99) non gestisce materialmente alcun
capitolo di bilancio ma li assegna - questa volta sotto il
diretto controllo del Ministro - ai direttori generali
competenti per le singole aree di attività del Dipartimento
stesso. L'ing. Balducci non ha, peraltro, mai svolto tale tale
attività perchè dalla data della sua nomina (18.9.2006) alla
data in cui ha lasciato il Ministero (1.11.2006) è sempre stato
in malattia.
Egli,
infatti, è stato chiamato nel novembre 2006 dalla Presidenza del
Consiglio dell'epoca a svolgere le funzioni di Responsabile
della Struttura di missione per le celebrazioni dei 150 anni
dell'Unità d'Italia. Insomma con me al Ministero delle
Infrastrutture, Balducci non ha mai svolto alcuna attività
lavorativa.
Posso
invece provare documentalmente che io mi opposi in modo fermo e
risoluto alle modalità con cui venne istituita ed organizzata la
predetta Struttura di missione ed anche il modo poco trasparente
con cui venivano realizzati gli appalti. Ben altro ho detto e
dirò ai magistrati, ma sento il dovere pubblico di provare da
subito quanto affermo.
Produco al
riguardo - e tanto per citarne una - la nota n. 16240 del 14
dicembre 2007, da me scritta ed indirizzata al Presidente del
Consiglio ed ai colleghi Ministri interessati dell'epoca, con
cui testualmente ho contestato sia la legittimità dei compiti
che svolgeva la struttura di Missione, presieduta da Balducci,
sia le modalità con cui venivano commissionati e svolti gli
appalti (allegato 5).
La lettera
porta una doppia mia firma per rimarcare la gravità di quanto
stavo denunciando e si conclude con le seguenti tre righe da me
personalmente manoscritte: "Vi prego, ci stiamo avviando verso
macroscopiche violazioni di legge e questo non può essere
accettato, se riscontrato".
Poi come noto, con l'inizio dell'anno nuovo, il Governo andò in
crisi e ci fu lo scioglimento anticipato del Parlamento. Arrivò
il nuovo Governo che - invece di prendere atto di quanto da me
segnalato ed intervenire di conseguenza - confermò modalità e
struttura fino quando non è arrivata la Magistratura.
So bene
che molti depistatori e professionisti della disinformazione
insisteranno nei prossimi giorni nel prendersela con me nel
malcelato tentativo di "fare di tutt'erba un fascio" ma costoro
sappiano sin d'ora che dovranno rispondere delle loro azioni
davanti all'Autorità giudiziaria".
02-06-2010]
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|
1-
FELTRUSCONI SCATENATO SU DI PIETRO PRESUNTO "INCRICCATO" DI CASE
& CHIESA - QUEL CHE L’EX PM DICE (E NON DICE) SULL’APPARTAMENTO
DI PROPAGANDA FIDE-ANEMONE - “IO NON C’ENTRO NIENTE” MA C’ENTRA
IL SUO FIDATISSIMO PRESTANOME NEL BUSINESS IMMOBILIARE, CLAUDIO
BELOTTI, QUELLO CHE TRATTò L’ACQUISTO DELLA SUA CASA DI BERGAMO,
CHE E’ POI E’ QUELLO CHE FACEVA L’AMMINISTRATORE DELLA SUA
SOCIETà IMMOBILIARE ANTOCRI, CHE è POI L’EX COMPAGNO DELLA MURA
ANCHE LEI NELLA ANTOCRI - 2- TUTTO QUEL CHE C’E’ DA SAPERE
SULL’EX PM SFIORATO DAI SOSPETTI DI ESSERE UN AGENTE SEGRETO, UN
POLITICO IMMOBILIARISTA, UNO CHE SI FREGA I SOLDI DEL PARTITO.
SOSPETTI, SOLO SOSPETTI. PERCHE’ IN TRIBUNALE VINCE SEMPRE LUI (CI
SARÀ UN MOTIVO SE È IL SECONDO LEADER DI PARTITO, DOPO
BERLUSCONI, A DICHIARARE DI PIÙ AL FISCO) - 3- AVETE NOTATO IL
"SILENZIO" SUL PRESUNTO FATTACCIO DI UN ALTRO EX PM, DE
MAGISTRIS?
1- QUEL
CHE L'EX PM DICE (E NON DICE) SULL'APPARTAMENTO DI PROPAGANDA
FIDE-ANEMONE
Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per il Giornale
«Via
4 Fontane Prete». Nella famosa lista Anemone c'è questo criptico
appunto, rubricato nei lavori eseguiti nel 2006, precisamente il
29 giugno del 2006. Ma cosa c'è in via delle Quattro Fontane? E
cosa c'entrerebbe un prete? Chissà. L'unica certezza è che
proprio in quella via, la centralissima via delle Quattro
Fontane, la Congregazione di Propaganda Fide possiede due
appartamenti rispettivamente al civico 27 e 28, e ben tre piani
al numero 29.
E che al
primo piano del civico 29, interno 2, abita (proprio da quel
2006) l'onorevole Silvana Mura, custode dei conti Idv, insieme
al compagno ed ex marito Claudio Belotti, intestatario del
contratto di locazione da 21.600 euro annui. È quello uno dei
due appartamenti (l'altro si trova in via della Vite) di cui ha
parlato l'architetto Zampolini ai Pm di Perugia.
«Zampo»,
come lo chiamava la cricca, sostiene che fu Balducci a procurare
quell'abitazione a Di Pietro, per sua figlia Anna, e che Anemone
fece «dei lavori di ristrutturazione per il ministro» in quella
casa. È a questi lavori che si riferisce lo scarno appunto
nell'agenda dell'imprenditore della cricca? Difficile dirlo. I
vicini di casa, però, raccontano di una ristrutturazione
avvenuta qualche anno fa, probabilmente nel 2006, esattamente in
quell'abitazione.
Il leader Idv è sicuro che si tratti soltanto di calunnie: «Non
ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide né per
me o mia figlia né per la sede dell'Idv» tuona sul suo blog,
allegando copia del contratto d'affitto di via delle Quattro
fontane 29 e altri documenti per far capire che «né io, né Mura
e - men che meno - mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con
il sig. Anemone, persona che nessuno di noi conosce... Non è
proprio vero quanto affermato da Zampolini al quale
evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni, per
mettere tutti nello stesso calderone».
Di Pietro
smentisce, Zampolini accusa, restano le date di una intricata
matassa. Il 29 giugno 2006, dunque, giorno in cui Anemone annota
un intervento in via delle Quattro Fontane, segnando accanto la
parola «Prete». A quel tempo Angelo Balducci è ancora consultore
di Propaganda Fide ed è ancora presidente del Consiglio dei
Lavori pubblici (ci rimarrà fino al 31 agosto) presso il
ministero delle Infrastrutture. Ministero in cui siede, da circa
due mesi, Antonio Di Pietro.Dopo qualche settimana Di Pietro non
rinnoverà l'incarico a Balducci, che verrà nominato dal Cdm - su
sua proposta - capo del dipartimento per le infrastrutture
statali. «Balducci l'ho spostato due volte, volevo una rotazione
continua tra le cariche, non avevo nulla contro di lui, ma la
legge non mi avrebbe comunque permesso di chiederne le
dimissioni» ha spiegato qualche tempo fa Di Pietro.
Spiegazione, anche questa, abbastanza sibillina. Se non aveva
nulla contro di lui, perché lo spostò? Se invece sapeva
qualcosa, perché gli diede un altro incarico, facendo peraltro
«ruotare» soltanto lui? A dar invece credito a Zampolini,
sarebbe stato Balducci a «dimettersi», stanco delle pressioni di
Tonino «che voleva essere introdotto in Vaticano». Ma è una
versione tutta da confermare.
Un altro elemento che riguarda l'appartamento di via delle
Quattro Fontane 29 è la presenza di Claudio Belotti. Oltre ad
essere compagno della deputata Idv, Belotti è stato anche nel
Cda della Antocri, società immobiliare di Di Pietro. E sempre
Belotti è stato il prestanome per l'acquisto di una casa ex
Inail a Bergamo, che altrimenti Di Pietro non avrebbe potuto
comprare. Gli immobili, tra Di Pietro, Mura&Belotti: una vera
passione.
L'altra casa citata da Zampolini, quella di via della Vite 3,
sempre di proprietà di Propaganda Fide, ha ospitato dal 2006 al
2007 la redazione di Italia dei Valori, il quotidiano del
partito. Antonio Lavitola, amministratore dell'Editrice
Mediterranea, smentisce però seccamente (come anche fa Di
Pietro) la ricostruzione dell'architetto.
«Non ho
mai conosciuto il signor Zampolini, il signor Anemone o lo
stesso Balducci o persone che li rappresentavano - spiega al
Giornale l'ex editore del quotidiano Idv - l'immobile fu da me
personalmente affittato con regolare contratto ancora prima
della nascita della società Cooperativa che in seguito avrebbe
editato il quotidiano. Tutti i canoni di affitto sono stati
pagati dalla società che rappresento ed escludo categoricamente
che il prezzo di tali canoni sia stato un prezzo di favore (euro
3.500 mensili)». Dunque, solo una sfortunata coincidenza.
2- BUCHI NERI, SCANDALI, REGALIE, CATTIVE
FREQUENTAZIONI, FOTO IMBARAZZANTI. TUTTO QUEL CHE C'E' DA SAPERE
SULL'EX PM SFIORATO DAI SOSPETTI DI ESSERE UN AGENTE SEGRETO, UN
POLITICO IMMOBILIARISTA, UNO CHE SI FREGA I SOLDI DEL PARTITO.
SOSPETTI, SOLO SOSPETTI. PERCHE' IN TRIBUNALE VINCE SEMPRE LUI
(Ci sarà un motivo se è il secondo leader di partito, dopo
Berlusconi, a dichiarare di più al fisco)
Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci
Pur se con le ossa rotte e l'immagine devastata, fra buchi neri
e cattive frequentazioni, alla fine Antonio Di Pietro riesce
sempre a uscire dai guai. I suoi detrattori da anni denunciano
un atteggiamento assolutamente benevolo da parte degli ex
colleghi in toga, che l'ex Pm molisano difende sempre,
comunque, dovunque.
Lui,
Tonino, rivendica onestà e trasparenza anche se poi ad ogni
problema che lo riguarda risponde con quelle «citazioni civili»
che fanno cassa ed evitano - per dirla con gli amici del Fatto
Quotidiano incavolati con le citazioni civili di Schifaniun
dibattimento pubblico impedendo «al Pm di svolgere
autonomamente indagini sui fatti contenuti negli articoli in
maniera più ampia rispetto a quanto si può fare in sede civile».
L'unica «condanna» riguarda la sospensione di tre mesi da
parte del Consiglio nazionale forense che lo ha riconosciuto
«colpevole » di illecito deontologico «per aver violato i
doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della
parte assistita »: che poi era il suo miglior amico di sempre,
Pasqualino Cianci, accusato dell'omicidio della moglie.
Non più
magistrato, neo avvocato, Di Pietro prese le difese dell'uomo a
cui voleva tanto bene, ma che «tradì» passando con le parti
civili che sostenevano l'accusa. L'immagine del leader dell'Idv
di recente ha rischiato di offuscarsi per quel che si è detto e
scritto sui suoi presunti rapporti coi servizi segreti (dalle
foto insieme a funzionari della Cia al tavolo con l'indagato per
mafia Bruno Contrada fino alle irrituali indagini alle
Seychelles per dare la caccia al faccendiere Francesco
Pazienza).
S'è
incrinata a proposito delle polemiche sui «viaggi americani»
nel boom di Tangentopoli a fianco di personaggi (Leeden e
Luttwak) considerati dalla sinistra italiana vicini
all'intelligence a stelle e strisce.
E che dire degli incidenti e dei passi falsi sul fronte «mafia»:
accusòil generale Mori per la scomparsa dell'agenda rossa di
Paolo Borsellino, e fu costretto a ritrattare: giurò di non
aver mai visto Ciancimino, e il colonnello De Donno lo smentì
ricordandogli un suo interrogatorio a don Vito a Rebibbia;
ammise di aver ricevuto dal Ros, prima della strage di via
d'Amelio,un sos che lo metteva fra gli obiettivi della mafia
insieme a Borsellino (e solo lui fu allontanato dall'Italia con
un passaporto falso, il giudice no e morì) smentendo quanto lui
stesso aveva raccontato nel 1999 ai giudici del Borsellino ter
(«Ho saputo dell'Sos dopo la strage di via d'Amelio»).
Prima,
dopo, perché non avvertì lui Borsellino? Boh. Contrada a
parte, Di Pietro ha la sfortuna di finire spesso immortalato con
persone poco raccomandabili: attovagliato sul Mar Nero, da
europarlamentare Idv, assieme al boss bulgaro Ilija Pavlov,
ucciso da un cecchino; eppoi è in piedi, abbracciato a vari
commensali di un pranzo elettorale, fra cui il presunto boss
della 'ndrangheta Vincenzo Rispoli. Personaggi scomodi.
Come
quell'Antonio Saladino che frequentò in più occasioni,
considerato il deus ex machina dell'inchiesta Why Not del
collega Luigi De Magistris. Come il provveditore Mario Mautone,
condannato a due anni nell'inchiesta Romeo, noto per le
telefonate di raccomandazioni col figlio di Tonino, Cristiano, e
per le tante versioni date sul suo conto dall'ex Pm in merito
anche alla conoscenza dell'indagine quand'era ancora coperta
dal segreto.
Il politico di Montenero di Bisaccia s'è imbattuto spesso in
collaboratori inguaiati con la legge (dal fidatissimo Roberto
Stornelli, appuntato arrestato nel ' 96, a Giuseppe Di Rosa,
maresciallo, arrestato per concussione) e in indagati
eccellenti da cui ha ricevuto favori particolari: tipo
l'imprenditore della Maa Assicurazioni, Giancarlo Gorrini, poi
sott'inchiesta per bancarotta fraudolenta, da cui prese in
svendita la Mercedes, che per due volte gli assunse il figlio,
che passò pacchi di pratiche legali alla moglie, la storia dei
famosi cento milioni senza interessi, altri milioni per coprire
i debiti di carte dell'altro amico Rea, capi d'abbigliamento,
viaggi aerei; tipo il costruttore Antonio D'Adamo, quello della
Lancia Dedra, l'uso di un appartamento dietro il Duomo, la
stanza pagata all'esclusivo Mayfair di Roma, altre consulenze
per la moglie e per l'avvocato amico Lucibello e via
discorrendo.
Ma di
vicende che fanno ancora discutere è piena la sua biografia:
la laurea presa lavorando notte e giorno, dando 21 esami in 31
mesi; il giallo dell'esame da magistrato (con i sospetti di un
rocambolesco ripescaggio dopo l'insufficienza ricevuta).
Fra gli amici scomodi al contrario, c'è l'ex fondatore dell'Idv
Mario Di Domenico che l'ha trascinato in tribunale (senza
fortuna) denunciando ruberie nel partito. C'è l'imprenditore
di Termoli, Sandro Giorgetta, che ha registrato un finanziere
che parlava di un piano di Di Pietro per incastrare Mastella
(c'è un'inchiesta a Bari).
C'è Elio
Veltri, altro vecchio amico ed ex alleato politico con
Occhetto, che reclama il dovuto economico del voto del 2004 e
che ha costretto la procura di Milano ha indagare sullo statuto
dell'Idv e e sull'omonimia «Associazione (di famiglia, ndr) Idv»
e «Partito Idv » ipotizzando un meccanismo diabolico di
«sostituzione » dell'una rispetto all'altro per incamerare i
rimborsi elettorali. Nel partito è cresciuta l'insofferenza per
la gestione dei soldi, per alcuni candidati dai precedenti
penali imbarazzanti. Qualcuno ha alzato la testa, altri se ne
sono andati, molti sono arrivati.
Si è detto di tutto e di più del patrimonio immobiliare di
Tonino e della società immobiliare «Antocri » (acronimo con le
iniziali dei suoi figli) con appartamenti persino affittati
all'Idv, o privati ma ristrutturati con fatture intestate al
partito (come quello di Via Merulana 99 a Roma), ma alla fine
giudiziariamente l'ex Pm ne è uscito sempre intonso.
La realtà
è sotto gli occhi di tutti: checché se ne dica, Antonio Di
Pietro in tribunale non perde (quasi) mai. E non dite che gode
di protezioni particolari sennò vi beccate una querela. Anzi,
una citazione per danni. Ci sarà un motivo se il capo del
gabbiano è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a
dichiarare di più al fisco.
|
"IL GIORNALE" NON MOLLA DI PIETRO - Il misterioso silenzio
del procuratore che coprì Tonino "007" alle Seychelles - Il
magistrato Cannizzo, all'epoca superiore dell'ex pm, ha
sempre negato si sapere di quel viaggio. Ma ora spunta la
nota informativa del 1985 che prova il contrario. Il leader
Idv sostiene di aver informato subito le autorità. Ma lo
fece un mese e mezzo dopo - (Sarebbe interessante sapere a
chi telefonava in Italia, ogni sera, dalla stanza dell’hotel
Sans Souci di Mahé, il turista fai da te, magistrato a
Bergamo)...
Gianmarco Chiocci
per
il giornale.it
Su
Antonio Di Pietro magistrato-007 impegnato a dar la caccia
in vacanza al faccendiere Francesco Pazienza nascosto alle
Seychelles, abbiamo visto come al termine dei suoi
accertamenti nell'isola dell'Oceano Indiano il 15 gennaio
1985 compilò un «rapporto informativo riservato» sul
latitante che mezzo mondo temeva e cercava.
Quel
rapporto era talmente «riservato» che a parte i giudici del
processo sul crac Ambrosiano nessuno aveva mai avuto la
possibilità di dargli un'occhiata anche solo per capire come
mai un pubblico ministero di Bergamo s'era ritrovato a
svolgere, da solo, dall'altra parte del mondo,
investigazioni porta a porta su un soggetto pericolosissimo
con modalità che per molti ricalcano un modus operandi da
ispettore di polizia o da agente segreto.
A
venticinque anni dalla stesura di quel rapporto per mano di
Di Pietro, ieri il Giornale ha recuperato il documento
rendendolo noto a tutti. E i dubbi, anziché dissolversi, si
sono moltiplicati. Prendete ad esempio l'allora diretto
superiore di Tonino, il procuratore capo di Bergamo,
Giuseppe Cannizzo.
Ha
sempre negato d'aver saputo delle investigazioni molto
particolari di Tonino alle Seychelles. L'ha confermato più
volte al collega Filippo Facci, che nel suo libro sull'ex
toga molisana («Di Pietro, la storia vera») ha riportato un
virgolettato dell'alto magistrato orobico, mai smentito: «A
me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto
del genere l'avrei saputo, ero il capo della Procura. Per
quanto ne so, Di Pietro era in vacanza».
Che
fosse in vacanza, è agli atti. Che vi fosse andato per le
«ferie di Natale», come sostiene Tonino, è un'anomalia visto
che il viaggio lo fece a novembre anziché a dicembre. Un
dettaglio insignificante. Ma quel che insignificante non è
lo troviamo invece fra gli incartamenti allegati al
«rapporto informativo», dove a firma del procuratore
Giuseppe Cannizzo spicca una sua nota inviata alla Procura
di Milano e a quella di Roma con la quale il superiore di
Tonino - quello che ha sempre negato di sapere delle
indagini alle Seychelles - il 18 gennaio 1985 girava il
documento del pm-007 redatto dal suo sostituto tre giorni
prima.
«Per
opportuna conoscenza - scriveva Cannizzo - si trasmette
l'allegato rapporto informativo riservato redatto dal
sostituto procuratore della Repubblica dott. Antonio Di
Pietro». Perché Cannizzo abbia ripetutamente sostenuto di
essere all'oscuro delle indagini del suo ex pupillo, non si
capisce. Così come riesce poco chiaro interpretare i silenzi
di Tonino sulle certezze espresse dal suo capo dell'epoca.
E
ancora. Di Pietro ha recentemente dichiarato che al suo
ritorno in Italia dalle Seychelles informò «immediatamente»
le «competenti autorità». E «fu per questo che scrissi una
relazione che inviai al dottor Domenico Sica che era il
magistrato che stava indagando proprio su Francesco Pazienza
e che aveva disposto la cattura e le ricerche».
Scrisse una relazione che inviò a Sica, così dice Tonino.
Agli atti, però, esiste solo la lettera di trasmissione
inviata dall'allora procuratore Cannizzo all'allora collega
procuratore capo di Roma. Esiste un'altra relazione?
Precedente a quella del 18 gennaio 1985, posto che Di Pietro
parla di aver informato «immediatamente» le autorità
competenti di ritorno dal viaggio alle Seychelles?
E se
Di Pietro è partito per le sue vacanze nell'Oceano Indiano
il 20 novembre e rientrò in Italia al massimo tre settimane
dopo, di fronte a notizie così importanti su un latitante
del calibro di Pazienza perché aspettò il 15 gennaio
dell'anno successivo per girarle al suo capo che poi le
smistò a Roma e Milano?
E
questo vuol dire «informare immediatamente» le competenti
autorità? Con oltre un mese di ritardo? Non è che tante
volte Antonio Di Pietro ufficiosamente informò
«immediatamente» le «competenti autorità» e solo
successivamente ufficializzò quelle informazioni facendone
partecipe il suo capo?
L'interrogativo viene spontaneo se si ha la pazienza di
leggere il capitolo del libro di Francesco Pazienza, mai
smentito da Di Pietro, sui misteri delle Seychelles. Pagina
441 de 'Il Disubbidiente', edito da Longanesi. Pazienza
racconta di quanto gli riferirono gli agenti segreti locali,
con i quali era in contatto, per capire chi diavolo fosse
quel turista italiano che nell'isola si muoveva con
circospezione, faceva foto di nascosto, chiedeva notizie sul
faccendiere: «Lo state registrando?» domandò Pazienza agli
007 delle Seychelles. «Sì - rispose Kim, il capo
dell'intelligence - ogni sera chiama l'Italia. Ma non
abbiamo ancora ben capito che cosa dice. Parla solo
italiano. Abbiamo però l'impressione che informi qualcuno
sulle ricerche che sta facendo sull'isola».
Un suo
rapporto su Di Pietro alle Seychelles, con un sunto di
quelle intercettazioni, Pazienza se lo era conservato. Lo
custodiva gelosamente in una cartellina blu indaco come il
mare dell'arcipelago indiano, cartellina scomparsa in
circostanze rocambolesche che ruotano intorno, ancora un
volta, ad Antonio Di Pietro.
Che
Pazienza incontrò anni dopo, ripetutamente: una prima volta
nel gennaio del '93, in piena era di Mani pulite, in una
pausa del processo Armanini fecero una sorta di
«rimpatriata» - così la definì Pazienza nel suo libro - su
quanto accaduto anni prima alle Seychelles. «Di Pietro
ammise di aver passato al suo collega romano (Sica, ndr)
tutte le informazioni che aveva raccolto su di me alle
Seychelles».
Il
secondo incontro, compulsando sempre i ricordi di Pazienza
sciorinati ne Il Disubbidiente, avvenne il 19 luglio 1994,
cinque mesi prima dell'addio di Tonino alla toga. «Mi chiese
che se ero disponibile a dargli una mano in un'attività che
non aveva niente a che fare con Mani pulite».
Un
terzo faccia a faccia si consumò nell'ufficio di Di Pietro
il 14 ottobre successivo: «La mattina, mentre mi trovavo in
auto diretto a Milano da Di Pietro, ricevetti sul cellulare
una comunicazione dal mio ufficio di la Spezia: alcuni
ufficiali dei carabinieri si erano da poco presentati con un
ordine di perquisizione alla ricerca di documenti
riguardanti i miei rapporti con la contessa Francesca
Augusta e Maurizio Raggio. Rimasi completamente indifferente
di fronte a quella notizia perché non avevo avuto mai nulla
a che spartire col denaro dell'onorevole Craxi».
Arrivato a Milano, il faccendiere chiese all'allora eroe di
Mani pulite se fosse stato lui a ordinare la perquisizione
nel mio ufficio. «Non realizzo», fu la risposta di Di
Pietro. L'indomani, di ritorno in ufficio a La Spezia,
Pazienza diede un'occhiata per controllare che durante la
perquisizione i militari non avessero mischiato le carte.
«Mi accorsi che era tutto al suo posto, tranne il dossier
sulle Seychelles: era sparito, pur non avendo niente a che
fare con i miei rapporti con la contessa Augusta».
Pazienza andò a leggere il decreto di sequestro e apprese
che non era stato stilato come si doveva. Il riferimento
alla cartellina blu indaco, ad esempio, non c'era. Si
parlava genericamente di sequestro di una «scatola con
documenti. In quella scatola c'erano i segreti delle
investigazioni private di Antonio Di Pietro.
La
cartellina blu da allora non si è più trovata. Chissà se da
qualche parte, prima o poi, come per il rapporto riservato
di Tonino alle Seychelles, uscirà fuori. Sarebbe
interessante sapere a chi telefonava in Italia, ogni sera,
dalla stanza dell'hotel Sans Souci di Mahé, il turista fai
da te, magistrato a Bergamo.
[29-03-2010]
|
TONINO È SCEMO O PORTA SFIGA? – CHI INCROCIA LA STRADA CON
DI PIETRO FINISCE SOTTO PROCESSO, IN GALERA O PEGGIO, MORTO
AMMAZZATO (IL BOSS BULGARO PAVLOV) – DA CONTRADA, ALL’EX
COMMERCIALISTA, DALL’EX SEGRETARIO AGLI AMICONI DELLA MILANO
DA BERE (GORRINI, D’ADAMO, ETC…), FINO AL PRESUNTO BOSS
DELLA NDRANGHETA RISPOLI…
Filippo Facci
per "Libero"
Scusate se insistiamo, ma questo:
1 - Si ritrova a cena sul Mar Nero con una serie di
inquietanti personaggi bulgari tra i quali uno, il boss
mafioso Ilia Pavlov, che verrà ammazzato da un killer pochi
mesi dopo.
2 - Si ritrova a convivio pure con Vincenzo Rispoli,
presunto boss della 'ndrangheta di Legnano, successivamente
arrestato.
3 - Altra nota magnata pure col funzionario del Sisde Bruno
Contrada nove giorni prima che fosse arrestato per mafia,
questo in una caserma in cui si ritrova pure con altri pezzi
grossi dei servizi segreti più un responsabile della Kroll
Service, la cosiddetta «Cia della finanza».
4 - Due anni orsono si ritrova a fare due comizi ad Amantea,
in Calabria, con Franco La Rupa, già allora indagato per
brogli elettorali e condannato per abuso, poi riarrestato
con l'accusa di aver ricevuto aiuti elettorali alle
regionali del 2005 da parte della ‘ndrangheta capeggiata da
Tommaso Gentile, infine in attesa di giudizio per concorso
esterno in associazione mafiosa.
5 - Nel 2004, alle comunali di Foggia, appoggia Riccardo
Leone (Sdi) che vantava condanne definitive per
ricettazione, rapina continuata, resistenza a pubblico
ufficiale, violenza privata, furto continuato e furto in
concorso, evasione, danneggiamento continuato e violenza
privata continuata, oltre ad aver passato due anni in un
manicomio giudiziario.
Un altro candidato appoggiato da Di Pietro, Domenico
Padalino, vantava due condanne definitive per furto,
oltraggio a pubblico ufficiale, inosservanza dei
provvedimenti dell'autorità e resistenza a pubblico
ufficiale, oltre a essere indagato per porto abusivo d'armi.
6 - Il capogruppo regionale dell'Italia dei valori in
Campania, due anni fa, si vede ritirare più volte il
certificato antimafia dalla Prefettura.
7 - Il proprietario della Aster - azienda che il giovane Di
Pietro sorvegliava negli anni Settanta - anni dopo è stato
condannato per associazione mafiosa a 3 anni e 6 mesi per lo
scandalo della scalata del casinò di Sanremo. Durante Mani
pulite, Di Pietro lo chiamò «il mio maestro».
8 - L'appuntato della polizia Roberto Stornelli, amicone di
Di Pietro quand'era vicecommissario in via Poma a Milano e
col quale si divertiva a sparare nei boschi, poi cooptato
nella squadra di Mani pulite, nel 1996 è stato condannato a
tre anni per corruzione.
9 - L'ex commercialista di Di Pietro, l'uomo che redigeva il
suo 740, il primo febbraio 1996 fu arrestato a margine di
un'indagine su un giro di squillo.
10 - Un poliziotto della scorta personale di Di Pietro,
nell'autunno sempre del 1996 fu arrestato a margine di
un'indagine su un giro di puttane.
11 - Il segretario personale di Di Pietro quand'era
magistrato a Bergamo, il maresciallo Giuseppe Di Rosa, nel
1985 fu arrestato per concussione mentre incassava una
mazzetta da dieci milioni: quel giorno stesso Di Pietro si
trasferiva a fare il pm a Milano.
12 - Il celebre imprenditore Giancarlo Gorrini, l'uomo da
cui Di Pietro si fece svendere una Mercedes d'occasione a
prezzo ridicolo, uno da cui Di Pietro accettò un «prestito »
di cento milioni senza interessi più decine o centinaia di
milioni - cifra imprecisata - per ripianare i debiti di
gioco dell'amico Eleuterio Rea, più pacchetti di pratiche
legali per la moglie Susanna, più un impiego per il figlio
Cristiano - due volte - alla Maa assicurazioni, più omaggi
vari tra i quali ombrelli, agende, penne e cartolame vario e
uno stock di calzettoni al ginocchio e alcuni viaggi in jet
privato per delle partite di caccia in Spagna e in Polonia,
questo Gorrini, insomma, mentre Di Pietro accettava tutto
questo - durante Mani pulite - era inquisito per bancarotta
fraudolenta e già condannato per appropriazione indebita.
13 - Il celebre costruttore Antonio D'Adamo, altro uomo da
cui Di Pietro accettò altri cento milioni senza interessi,
una Lancia Dedra per sé e la moglie, più l'utilizzo stabile
di una garçonnière dietro piazza Duomo, più l'utilizzo
saltuario di una suite da 5-6 milioni al mese al Residence
Mayfair di Roma, più consulenze legali per la moglie
Susanna, più consulenze legali per l'amico Giuseppe
Lucibello, questo D'Adamo, insomma, aveva già le sue società
inquisite dall'inchiesta Mani pulite (filone chiuso nel '91,
riaperto nel '92) e sarebbe presto finito sotto processo per
turbativa d'asta e corruzione.
14 - Altri amici nonché dispensatori di favori e case del
giro socialista e democristiano (da Paolo Pillitteri ai
cassieri Sergio Radaelli e Maurizio Prada, l'architetto
Claudio Dini, l'imprenditore Valerio Bitetto e altri ancora)
nel 1992 sono finiti quasi tutti in galera. L'elenco
potrebbe continuare ma sul serio, non è un modo di dire,
anche perché omettiamo per carità cristiana certe terribili
disgrazie familiari che hanno colpito amici e soprattutto
parenti di Di Pietro. Da qui l'ovvia domanda: è scemo o
porta sfiga?
[29-03-2010] |
A
ROTTA DI COLLE - DE MAGISTRIS, MASSACRO NAPOLITANO: "non
difende in modo adeguato la Costituzione. È un uomo del
sistema, che proviene dall’ala migliorista dal Pci, quella
coinvolta in Tangentopoli. Lui è questo, perciò non mi ha
deluso" - LA FURIA DEL MIGLIORISTA MACALUSO: "a
rendere anormale la vicenda politica italiana non sono solo
Berlusconi e i suoi soci ma anche i Di Pietro e i De
Magistris"...
1
- DE MAGISTRIS VS. NAPOLITANO: È UN UOMO DEL SISTEMA»...
Fabrizio D'Esposito
per "Il
Riformista"
Luigi
De Magistris a ruota libera per più di due ore, tra una
portata e all'altra in uno storico ristorante romano sulla
Flaminia Vecchia, Ai Due Ponti. L'eurodeputato dell'Italia dei
valori è stato infatti l'ospite d'onore del primo Cenacolo di
marzo, i salotti conviviali organizzati dal giornalista Marco
Antonellis.
Ancora
una volta De Magistris ha rivendicato il diritto a criticare
il presidente della Repubblica, già bersaglio delle critiche
giustizialiste per la firma al decreto salva-liste del Pdl: «Napolitano
mica è il Papa. E secondo me non difende in modo adeguato la
Costituzione. Non sono contento di come interpreta il suo
ruolo. Ho avuto modo di rendermene conto già nella mia
vicenda di pm quando intervenne in vicende interne alla
magistratura. Poi c'è stato il lodo Alfano che avrebbe dovuto
rispedire indietro con un messaggio alle Camere e non l'ha
fatto. Poi c'è stato lo scudo fiscale. Adesso il decreto
interpretativo. Ecco, perché è inadeguato».
L'invettiva
non è finita. Continua così: «Cossiga, che è stato tra i
peggiori presidenti della Repubblica, veniva massacrato tutti
i giorni da parte della stampa. Perché allora non si può
parlare male di Napolitano? Deluso da lui? No, perché non mi
aspettavo nulla. È un uomo del sistema, che proviene dall'ala
migliorista dal Pci, quella coinvolta in Tangentopoli. Lui è
questo, perciò non mi ha deluso».
Verso la fine, però, De Magistris avverte, sulla
manifestazione di oggi del Pd: «Guai a trasformarla in una
manifestazione contro il capo dello Stato, cui comunque va una
critica ferma. Si scende in piazza contro un disegno
autoritario». La svolta di Bersani in piazza? «Una mossa
elettoralistica. Il Pd ha già pagato un prezzo alto all'Idv
in termini di voti. Stavolta non poteva sottrarsi».
Non
manca la solita stoccata a Di Pietro: «Il balletto sul palco,
chi sale chi scende, chi parla, chi no, non mi interessa. Io
starò realmente nella piazza, tra la gente». A proposito
della rivalità con il fondatore nonché padre-padrone
dell'Idv: «Credetemi, all'inizio la storia del dualismo non
c'è mai stata. Poi voi giornalisti avete talmente insistito
con questa storia che alla fine qualcosa è successo».
L'occasione
conviviale agevola anche una previsione sugli scenari futuri:
«Berlusconi governerà fino al 2013 a meno che non esca
davvero un'inchiesta pesante, seria su di lui». E il dopo?
Risposta: «Fini non conta nulla e non mi piace, soprattutto
se dovesse presentarsi con Laboccetta e Bocchino. Comunque in
caso di dialogo bipartisan sulle riforme istituzionali, senza
Berlusconi tra i piedi e senza questa maggioranza, con lui ci
parlerei. Il mio candidato-premier?
Non
c'è ancora e sono preoccupato dal fatto che una parte del Pd
lavori all'ipotesi Casini, uno che senza Cuffaro non sarebbe
in Parlamento. Il sogno? Un'Idv che non si fonda con il Pd,
come auspicato da Di Pietro, ma diventi il perno di una
federazione con la sinistra radicale e i movimenti. Possiamo
arrivare tra il 15 e il 20 cento».
2
- MACALUSO: DE MAGISTRIS COME BERLUSCONI...
Emanuele Macaluso da
www.leragioni.it
Il
carattere eversivo del partito dipietrista oggi è
sottolineato dalle dichiarazioni del socio di Di Pietro, l'ex
magistrato De Magistris. Questo signore (leggo il Riformista
di oggi) ha ancora una volta aggredito verbalmente il
Presidente della Repubblica definito "un uomo del
sistema, che proviene dall'ala migliorista del PCI quella
coinvolta in tangentopoli". Una mascalzonata.
Purtroppo
nel PD non c'è nessuno dei dirigenti che dica a questo
signore di levarsi il cappello quando parla di persone come
Napolitano, Lama, Chiaromonte, Bufalini, Perna, Colajanni e
con loro tutti gli altri, anziani e giovani, che con l'area
riformista, nel PCI e con il PCI, fecero una limpida battaglia
politica e culturale e sono un patrimonio politico e morale
non solo della sinistra ma della democrazia italiana.
Oggi
a Roma c'è una manifestazione del centro-sinistra per
rivendicare uno svolgimento normale della vita democratica del
nostro paese. Giusto. Ma è bene sapere e dire che a rendere
anormale la vicenda politica italiana non sono solo Berlusconi
e i suoi soci ma anche i Di Pietro e i De Magistris. E se si
tace questa verità, non si dice tutta la verità e quindi non
si è credibili.
[16-03-2010]
|
TONINO
SECRET - IL TRIBUNALE DI MILANO GIOCA A NASCONDINO. COSA NON
SI FA PER AIUTARE DI PIETRO: D’ORA IN POI NESSUNO PUÒ
CONSULTARE GLI ATTI DELL’AMBROSIANO (DOVE C’E’ L’INFORMATIVA
SULLE ATTIVITÀ DA 007 DELL’EX PM, CHE A BERGAMO VOLÒ ALLE
SEYCHELLES PER CATTURARE L’IMPRENDIBILE FACCENDIERE
PAZIENZA: “L’ARIA È INSALUBRE, I FASCICOLI SONO TROPPI,
ALTRI NON SI TROVANO”. E ALL’AVVOCATO DEI PICCOLI
AZIONISTI CHE INSISTE PER AVERE UNA COPIA, RISPONDE IL
PRESIDENTE: “NON SCOCCI”…
Gian
Marco Chiocci per "Il Giornale"
Se a
pensar male si fa peccato, le premesse per peccare ci sono
tutte. L'oggetto dei cattivi pensieri è ancora una volta
Antonio Di Pietro e la corposa informativa, depositata agli
atti del processo d'appello sul Banco Ambrosiano, sul
misteriosissimo blitz che da pubblico ministero a Bergamo si
ritrovò a fare nel 1984 alle Seychelles nel tentativo di
catturare il faccendiere Francesco Pazienza, latitante
nell'isola dell'oceano Indiano. La storia è nota, gli
interrogativi pure.
Cosa
ci facesse dall'altra parte del mondo il Di Pietro magistrato
nelle vesti del Di Pietro detective, non s'è mai capito. Così
come nel mistero è avvolta l'attività di segugio di Tonino
in costume da bagno (sconosciuta persino al procuratore capo
di Bergamo) che a chiunque, persino in spiaggia, chiedeva
notizie del creatore del Supersismi nascosto laggiù.
Quanto
poi alle allusioni di Pazienza sui rapporti di Tonino con i
Servizi e alla circostanza che il futuro eroe di Mani pulite
deve la vita al faccendiere che lo salvò dai sicari
dell'intelligence locale, Di Pietro ha sempre svicolato. Ecco
perché, forse, sarebbe stato interessante dare una
sbirciatina a quel rapporto, cui si fa esplicito riferimento
nella sentenza sull'Ambrosiano, vista anche quella frase
riportata da uno dei tanti magistrati che si sono occupati del
crac: «Si trattò di indagini irrituali di un allora
sostituto procuratore della Repubblica».
Incuriosito
dal riferimento a Pazienza e dagli ampi servizi che il
Giornale ha dedicato al giallo delle Seychelles, l'avvocato
Gianfranco Lenzini, storico difensore dei piccoli azionisti
dell'Ambrosiano, nell'interesse dei suoi assistiti s'è recato
come sempre in archivio a prendere copia dell'atto. Ma per la
prima volta, in anni e anni di attività difensiva, s'è
trovato davanti un muro di gomma: il documento su Di Pietro
alle Seychelles, custodito in archivio, (in teoria), a
disposizione delle parti processuali, è stato negato dai
magistrati di Milano.
Avvocato
Gianfranco Lenzini, ancora a caccia del famoso dossier Di
Pietro-Seychelles?
«(ride). È un mese e mezzo, che praticamente ogni giorno, mi
reco in tribunale per prendere copia. È diventata una
questione di principio. In tutti questi anni non ho mai avuto
problemi a tirare via un documento. Andavo, chiedevo, tempo
due, tre, massimo quattro giorni, e la copia era pronta.
Stavolta invece no. Problemi a non finire, una cosa mai vista,
mai vista...».
E
come se la spiega?
«Non me la spiego».
Una
coincidenza che quel documento imbarazzante, custodito dal
tribunale di Milano, riguardi Di Pietro?
«Io non lo so. Prendo solo atto che mai, prima d'ora, mi era
stato negato un atto».
Come
nasce l'interesse per il dossier Seychelles?
«Premessa: a me del signor Antonio Di Pietro non interessa
niente. A me interessa solo recuperare i documenti
dall'archivio centrale del tribunale di Milano dove sono
conservati tutti i faldoni del processo per il crac
dell'Ambrosiano (un centinaio in tutto) perché nell'interesse
dei piccoli azionisti devo avviare cause civili contro
Pazienza, Gelli, Tassan Din, Ciarrapico e altri. Quelle carte
mi servono per ricostruire determinate vicende e avviare le
cause per un risarcimento del danno.
Tra
le vicende che sto ricostruendo c'è anche questa di Pazienza
e Di Pietro che è citata, descritta, nella sentenza del Banco
Ambrosiano. Fra l'altro l'interesse nasce anche dal fatto che
in un colloquio con Francesco Pazienza, nell'intervallo di
un'udienza del processo sull'Ambrosiano, costui mi raccontò
che l'aveva chiamato il pm Di Pietro per ringraziarlo per
avergli salvato la vita alle Seychelles. La vicenda, lì per lì,
non la approfondii. Poi però... ».
Con
le motivazioni della sentenza, nel '94, la vicenda di Antonio
Di Pietro alle Seychelles e del «rapporto» inviato ai
giudici dell'Ambrosiano diventa ufficiale.
«Appunto. E torna d'attualità nel febbraio scorso. E siccome
nella sentenza questo passaggio delle Seychelles è indicato
chiaramente con il numero del faldone e con le pagine precise
non ho fatto altro che andare come al solito in archivio e
dare indicazioni per estrarre copia. Una cosa semplice, direi
quasi banale.
Ma
per la prima volta è iniziata una trafila burocratica
allucinante, assolutamente inspiegabile. La prima istanza è
di oltre un mese fa, quasi ogni giorno ho perso ore e ore in
tribunale, sbattuto da una stanza all'altra. Ogni volta ce
n'era una, mi rimandavano da un cancelliere a un segretario,
da un giudice al responsabile dell'archivio fino a quando non
sono andato a protestare direttamente dal presidente del
tribunale».
Il
primo intoppo dove l'ha trovato?
«Guardi. Il direttore dell'archivio a sorpresa mi dice che
no... , guardi avvocato, bisogna fare un'istanza al
presidente. Poi si scopre che costui ha delegato a trattare la
pratica al dottor Tranfa, presidente di una sezione del
tribunale del Riesame. Va be'. Vado al Riesame e i cancellieri
giustamente mi dicono... "guardi avvocato, non è qui che
deve rivolgersi". Così vado via, cerco in altri uffici
finché mi dicono che devo parlare nuovamente con Tranfa.
Riesco a parlarci a fatica e, un po' seccato, mi dice:
"Guardi che l'archivio è in condizioni insalubri",
i faldoni sono tutti in disordine e dunque non si può
rintracciare ciò che l'avvocato chiede. Poi si accommiata così:
"Le darò una risposta"».
E
la risposta è arrivata subito?
«Macché. Passai diverse volte ma dall'ufficio del giudice
Tranfa ma la risposta non arrivava. Così non mi è rimasto
altro da fare che bussare alla porta del presidente del
Tribunale, Livia Pomodoro. Alla segretaria ho fatto presente
quel che stava accadendo, che non riuscivo a capire
quest'insolito accavallarsi di problemi, che dovevo parlare
direttamente con il presidente Pomodoro perché lei, e non
altri giudici delegati, mi dovevano dare spiegazioni. Niente.
Nessuna risposta. Ho dovuto fare ben due solleciti per avere
finalmente una risposta che mi ha lasciato di sasso».
Cioè?
«Al sottoscritto che ha partecipato più di qualsiasi altro
avvocato ai tanti processi collegati al crac Ambrosiano, il
presidente del Tribunale ha spiegato che io non sono
legittimato a chiedere copia di un atto che dorme in archivio
e che dovrebbe essere pubblico! È ridicolo questo trincerarsi
dietro scuse formali davvero incomprensibili, come quella che
l'archivio non è accessibile "perché i fascicoli
processuali assumono denominazione e ripartizioni sempre nuove
e diverse".
L'archivio
è un archivio, ho diritto ad accedervi a nome dei tantissimi
piccoli azionisti che soffrono per tutto quel che è successo.
Perché fino a ieri mi si dava la possibilità di fare copia
di qualsivoglia atto inserito nel processo e oggi,
improvvisamente, viene sostanzialmente posto un divieto?».
Che
spiegazioni si è dato?
«Ma che ne so io. C'è la legge sulla trasparenza dei dati
amministrativi che parla chiarissimo. Ma vi sembra normale che
per avere questo benedetto documento adesso mi debba rivolgere
al Tar? Ma dove siamo? Al presidente ho anche detto che se
proprio c'erano problemi con gli impiegati e con la ricerca
nei tantissimi faldoni sarei andato a fare ricerche
personalmente insieme a un mio collaboratore.
Niente,
nemmeno questo: "All'archivio non possono accedere
estranei", mi è stato risposto. Va benissimo. Ma se non
si possono consultare i faldoni dell'Ambrosiano allora tanto
vale bruciarli. O no?».
[10-03-2010]
FIAMME
GIALLE DIPIETRISTE - MA GUARDA LE COINCIDENZE: DUE AGENTI
DELLA GDF CHE HANNO LAVORATO SUL CASO D’ADDARIO E ORA SULL’INCHIESTA
DI TRANI STAREBBERO COLLABORANDO CON NICASTRO, L’EX PM
CANDIDATO IN PUGLIA CON DI PIETRO – E DALLO STESSO POOL DI
POLIZIA TRIBUTARIA LE FUGHE DI NOTIZIE SU TARANTINI E IL
PREMIER…
Gian
Marco Chiocci per "Il Giornale"
Non
solo pm candidati. Anche investigatori in divisa «prestati»
alla politica. In prima linea dall'anno scorso con i loro
colleghi per montare le inchieste che dalla Puglia hanno
tirato in ballo il presidente del Consiglio, in prima linea
adesso con il magistrato barese Lorenzo Nicastro che ha scelto
di correre per l'Idv. Tutto normale? A domandarselo,
sollevando il caso, è il senatore del Pdl Domenico Gramazio,
che preannuncia un'interrogazione parlamentare al ministero
dell'Interno e delle Finanze per chiedere lumi su un'insolita
vicenda targata Bari, una storia di dubbia opportunità,
strettamente legata sia ai vari filoni giudiziari che partono
dal tacco d'Italia che alle prossime consultazioni elettorali
di fine mese.
Elezioni
che, tra l'altro, potrebbero essere influenzate nell'esito
anche dalle polemiche sollevate dal lavoro delle procure. I
protagonisti di cui sopra, seguendo quel che rivela
l'interpellanza parlamentare, sarebbero due uomini del nucleo
di polizia tributaria della guardia di finanza di Bari che
sarebbero stati visti presenziare ad alcuni incontri pubblici
(compreso quello per l'inaugurazione del comitato elettorale
del pm Nicastro) e che darebbero una mano allo staff del pm
candidato.
L'ufficio
dei due militari delle fiamme gialle - continua Gramazio - è
proprio quello che negli ultimi mesi si è occupato
alacremente di svolgere indagini e accertamenti per le
principali inchieste pugliesi. Le Fiamme gialle del capoluogo,
infatti, hanno lavorato con la procura di Bari all'indagine
sulla malasanità pugliese, sul «sistema Tarantini», sul
giro di escort che il giovane imprenditore barese avrebbe
fatto muovere prima tra i vertici della giunta Vendola, per
poi puntare a palazzo Grazioli con Patrizia D'Addario e le sue
rivelazioni «registrate». Inchiesta non priva di clamorose
fughe di notizie che mandarono su tutte le furie il
neoprocuratore capo della procura barese, Antonio Laudati, che
indaga da mesi, anche tra gli inquirenti della finanza, per
cercare di scoprire la «talpa» che informava i giornalisti
e, pare, qualche politico.
Ma
l'indagine interna non ha fermato l'operosità delle Fiamme
gialle, visto che adesso è sempre lo stesso pool che si sta
occupando delle indagini per l'inchiesta di Trani, quella
affidata al pm Michele Ruggiero e che vede indagato il premier
Silvio Berlusconi, considerato dagli inquirenti autore di
presunte pressioni sull'Agcom per ostacolare, o addirittura
oscurare, il programma tv «Annozero» di Michele Santoro.
Ebbene,
i due uomini delle Fiamme gialle, che avrebbero lavorato in
particolare sul filone degli accreditamenti in regione delle
cliniche private e che comunque farebbero parte dello stesso
ufficio che si occupa anche di quest'ultima inchiesta,
sarebbero ora impegnati attivamente per sostenere la campagna
elettorale per l'Idv di un pm titolare tra l'altro di due
fascicoli d'indagine su Raffaele Fitto, ministro per gli
Affari regionali.
Lorenzo
Nicastro è in aspettativa dalla fine di febbraio. L'ha
strappata a fatica: il Csm ha dato il suo placet con 4
astenuti, 4 voti contrari e 13 sì. Tra questi ultimi,
l'assenso di Nicola Mancino, vicepresidente dell'organo di
autogoverno della magistratura che accompagnò il via libera
stigmatizzando l'opportunità della decisione del pm barese:
«Non è possibile che un magistrato inquirente, dopo aver
fatto indagini, si presenti alle elezioni nello stesso
territorio, mettendo in discussione così la credibilità
della magistratura».
Un'osservazione
dai connotati fortemente polemici che, se fosse confermata la
presenza nello staff elettorale di Nicastro dei due
investigatori della gdf barese, guadagnerebbe nuovo vigore. Un
elemento, tra gli altri. Tra i componenti del plenum del Csm
che ha permesso a Nicastro di candidarsi mettendolo in
aspettativa fino al risultato delle urne c'è anche quel
Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente, che
emergerebbe dalle intercettazioni perché citato dal
commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi come una sorta di
«consulente giuridico» del presunto team che avrebbe tentato
di ostacolare i «pollai» tv.
E
proprio Cosimo Ferri, a proposito della candidatura del
pubblico ministero Nicastro, s'era espresso con qualche
riserva: «Questa candidatura è inopportuna. Cosa devono
pensare i cittadini italiani di un giudice che fino a pochi
giorni prima ha fatto il pm e poi, zac, entra in politica?».
[15-03-2010]
|
PANORAMA”
HA RISCOPERTO: SI TRATTA DI UN INTERROGATORIO DATATO 2 LUGLIO
1995. A SUBIRLO È PROPRIO DI PIETRO, CHE SI È DIMESSO DALLA
MAGISTRATURA SETTE MESI PRIMA, IL 6 DICEMBRE 1994, E IN QUEL
PRECISO MOMENTO È INDAGATO A BRESCIA IN QUELLO CHE VERRÀ
DEFINITO IL "DIPIETROGATE" UN VERBALE NEL QUALE
TONINO PROSPETTAVA I SUOI STRANI PIANI DOPO L’ADDIO ALLA
TOGA: - “PROGRAMMARE L’INGRESSO AL SISDE, PER RICOMINCIARE
DA DOVE ERO RIMASTO”…. - LEDEEN (AGENTE CIA): “DI PIETRO
CENÒ DA ME” - LUTTWAK (SERVIZI USA): “FU MIO OSPITE” -
(NON SOLO. GLI INVIATI ITALICI IN USA RICORDANO A DAGOSPIA
CHE, NEL '95, DI PIETRO EBBE PROPRIO L'"AGENTE'LEEDEN"
COME TRADUTTORE A UNO SPEECH UNIVERSITARIO NEGLI STATES) -
1 - "PROGRAMMARE L'INGRESSO AL
SISDE, PER RICOMINCIARE DA DOVE ERO RIMASTO"....
Maurizio Tortorella per "Panorama"
Un mucchietto di foto, che avrebbero
dovuto essere distrutte, e invece emergono dopo oltre 17 anni
di oblio. E un interrogatorio, anch'esso totalmente
dimenticato, che risale al 1995. Sono gli elementi del caso
che dall'inizio del mese sta assediando Antonio Di Pietro,
presidente appena confermato dell'Italia dei valori.
Il 2 febbraio il "Corriere della
sera" ha pubblicato alcune immagini che ritraggono l'ex
pm al tavolo di una cena romana, il 15 dicembre 1992, seduto
aldi la sinistra di Bruno Contrada, alto funzionario del
Sisde, e vicino ad altri personaggi del ramo: come Fausto Del
Vecchio, colonnello del Sisde; o come Rocco Mario Mediati, un
«investigative specialist» della Kroll security services
americana.
L'imbarazzo, che per tanto tempo ha
fatto tacere Di Pietro sull'episodio, è forse dovuto alla
vicinanza con tanti 007 e al fatto che nove giorni dopo
quell'incontro Contrada sarebbe stato arrestato per
associazione mafiosa.
Tanto che il "Corriere" ha
scritto che quel 24 dicembre partì un vortice di telefonate
perché le immagini scomparissero. Di Pietro ha opposto molti
«non ricordo», e sostanzialmente ha reagito male: «Solo
menti malate» ha detto «possono pensare che ho fatto quel
che ho fatto nella mia vita per una spy story».
Ma le foto assumono un rilievo ancora
più interessante se collegate al verbale che
"Panorama" ha riscoperto: si tratta di un
interrogatorio datato 2 luglio 1995. A subirlo è proprio Di
Pietro, che si è dimesso dalla magistratura sette mesi prima,
il 6 dicembre 1994, e in quel preciso momento è indagato a
Brescia in quello che verrà definito il «Dipietrogate»:
alla base dell'accusa, poi negata in
vari giudizi, sono le presunte, indebite pressioni che l'ex pm
avrebbe esercitato su una serie di indagati milanesi di Mani
pulite allo scopo di ottenerne vantaggi economici per sé,
parenti e amici. Il magistrato titolare dell'inchiesta
bresciana è Fabio Salamone.
Davanti a lui Di Pietro si presenta
con una grande valigia zeppa di documenti. Ed esplode in
quello che Salamone, due anni dopo estromesso in malo modo
dall'inchiesta e oggi procuratore aggiunto a Brescia, ricorda
come un monologo durato 16 ore, nel quale l'indagato parlò di
sé e del groviglio di ambizioni e di paure che lo circondava.
Nell'interrogatorio Di Pietro
prospetta un piano ambiguo, a cavallo tra la politica e i
servizi segreti.
Al capitolo 12 del verbale, intitolato
«il progetto strategico per il futuro», detta per sommi capi
la sua tabella di marcia al momento delle dimissioni: «Completare
le inchieste sulla Guardia di finanza; raccogliere le prove
fondamentali sul gruppo Berlusconi, lasciando il proseguimento
dibattimentale ai colleghi (del pool Mani pulite, ndr) per non
trovarsi bloccato per altri due anni; completare il processo
Enimont; andare fuori ruolo».
Ed ecco la parte più interessante,
dove Di Pietro detta i passi successivi: «Programmare
l'ingresso al Sis (il Servizio dei controllori
dell'amministrazione fiscale, ndr) o al Sisde per ricominciare
da dove ero rimasto».
La formula è davvero sorprendente, e
non è mai stata compiutamente analizzata. Però la frase «per
ricominciare da dove ero rimasto», subito dopo la sigla «Sisde»,
legittima l'ipotesi di scenari che ben si collegano alla
fotografia con Di Pietro seduto accanto a Contrada e agli
altri ufficiali dell'intelligence.
Anche perché nel verbale l'ex pm
insiste con i piani, e guarda sempre più in alto: «Il
progetto Mani pulite 2, con il ricomponimento del pool sotto
il Sis; l'anagrafe tributaria; la direzione del Sisde ».
Infine: «Il progetto Mani pulite 3,
con la ricostruzione (dell'Italia, ndr), il ricambio della
classe dirigente, nuove leggi e nuovi agglomerati politici; la
divulgazione di Mani pulite nel mondo».
Nella vicenda s'inserisce poi un'altra
fotografia, pubblicata il 9 febbraio dal "Giornale".
Qui Di Pietro, di fronte a una bottiglia di limoncello mezza
vuota, scherza tra le braccia di un signore barbuto: è lo
psicologo Pietro Rocchini, un fan dipietrista della prim'ora,
poi nel 1995 fondatore del movimento Mani pulite e per lungo
tempo portavoce e organizzatore nelle piazze d'Italia della
propaganda a favore dell'ex pm, ormai lanciato verso la
politica.
La foto davanti al limoncello
appartiene a quel periodo di totale contiguità: da dove nasce
l'imbarazzo, allora? Dal fatto che da almeno un decennio Di
Pietro rinnega ogni conoscenza con Rocchini. Nel 2000 l'ha
fatto addirittura davanti ai giudici, in un'aula del tribunale
di Monza, dove Rocchini lo aveva convocato come teste in un
processo per diffamazione.
Rocchini sostiene che alla base del
voltafaccia c'è la partecipazione di Di Pietro a una
conferenza americana, organizzata nell'estate 1995 dal
politologo Edward Luttwak: «Tornò in Italia» dice oggi
Rocchini «e lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il
nostro progetto di dare vita a un partito fosse stato accolto
con freddezza. Da allora Di Pietro non parlò più di
rinnovare la classe politica italiana. L'impressione fu che
certi circoli americani gli avessero fatto intendere di
preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché
fuori».
Gli appassionati delle coincidenze
sospette ricorderanno che nemmeno un mese fa si è scoperto
che Luttwak è stato per anni un consulente doviziosamente
retribuito del Sismi, il servizio segreto militare italiano.
E altri ricorderanno che lo stesso
Luttwak il 6 dicembre 1994, poche ore dopo l'annuncio
dell'abbandono della toga da parte di Di Pietro, mostrò
capacità divinatorie e si disse sicuro di una discesa in
campo dell'ex pm. Testuale: «Le sue dimissioni sono un passo
verso la normalizzazione della politica in Italia».
Soltanto coincidenze, certo. Sta di
fatto che con Rocchini il vero gelo inizia nel giugno del
1996, quando Di Pietro, che fino a quel momento ha condiviso
le simpatie dell'amico per la destra, annuncia ancora una
volta il rinvio di un proprio partito.
La decisione viene criticata da
Rocchini, che lo accusa di aver rinunciato per le «pressioni
americane» e di essere stato convinto negli Stati Uniti ad
appoggiare «una determinata parte politica». L'ex pm
smentisce, ma subito dopo diventa ministro dei Lavori pubblici
nel governo di Romano Prodi. E due anni più tardi fonda
l'Italia dei valori.
2 - LA CIA È VICINA! - LEDEEN: "DI
PIETRO CENÒ DA ME". E LUTTWAK: "FU MIO OSPITE"
- LA RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L'EX LEADER DI MANI PULITE
FECE A WASHINGTON NEL '95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE
TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER I LORO LEGAMI CON I
SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSÌ: LO INVITAMMO
PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...
Maurizio Caprara per il "Corriere
della Sera" (19-01-2010)
La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza
di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più
d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di
Pietro. Era il 1995. L'anno prima che l'ex sostituto
procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in
politica, quando l'attuale presidente dell'Italia dei Valori
non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo
aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due
americani che "il Giornale", testata del fratello
del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i
promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano
senza difficoltà.
«Venne a cena da me. Avevamo a casa
soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen,
il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso
American Enterprise Institute, centro studi vicino ai
repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti,
sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward
Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro
di studi strategici internazionali.
In sé, non ci sarebbe nulla di
strano. Ma i due personaggi citati dal "Giornale"
sono sgraditi all'elettorato di sinistra senza casa in seguito
al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad
attrarre nelle regionali. "Libero" ha attaccato l'ex
pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare»
con «sbirri e servizi» in Italia.
Per presentare i due americani,
"Giornale" ha fatto notare: «(...) sono stati
descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla
stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché
ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio
Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di
intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il
secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver
aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi
(...)».
La parola ai due. «Di Pietro veniva a
Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato»,
racconta al "Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del
governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. Era a Washington»,
risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il
ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una
risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero
della Repubblica. Avrei dovuto».
Perché? «Su un punto Di Pietro ha le
mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è
messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato
dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era
primo ministro, e faceva arrestare la gente per rubare una
mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea
confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto».
Autore di un «manuale» intitolato
"Strategia del colpo di Stato", Luttwak non ha mai
amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi.
Interprete tra Ronald Reagan e Craxi
in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava
la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen
ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a
New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo
invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a
cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso,
grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene
a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché?
Non era affare del mio Paese».
Ambasciatore d'Italia a Washington
allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo.
Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però,
negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di
Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che
oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l'ambasciatore di
sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan
poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella.
Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di
aver installato i Cruise».
[15-02-2010]
DA MAUTONE
A BALDUCCI, PASSANDO PER RINALDI E IL FIGLIO CRISTIANO. LE
RELAZIONI PERICOLOSISSIME DI “NUN SACCIO NIENTE” ANTONIO
DI PIETRO - GLI INCROCI A RISCHIO FRA GRAND COMMIS,
POLITICANTI E TRAFFICHINI DEGLI APPALTI - PROBLEMI IN ARRIVO
DAL SECONDO TRONCONE DELL’INCHIESTA NAPOLETANA (VEDI
ROMEO)?...
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
per il Giornale
Due orbite indipendenti, ma con punti di attrazione
gravitazionale comuni. Le storie di Angelo Balducci e Mario
Mautone hanno tratti simili, anche se il curriculum del primo
è più luccicante.
Entrambi hanno ricoperto l'incarico di
provveditori alle opere pubbliche, anche se in diverse
regioni, entrambi sono stati a un certo punto della loro
ascesa promossi o trasferiti, a seconda dei punti di vista, da
Antonio Di Pietro, quando l'ex pm era al dicastero delle
Infrastrutture.
Entrambi hanno avuto rapporti troppo
contigui con imprenditori interessati agli appalti (Anemone
per Balducci, Romeo per Mautone), ed entrambi sono stati
sputtanati dalle intercettazioni che li hanno incardinati come
«corruttori» nei teoremi della magistratura. In conseguenza
delle quali, entrambi sono incappati in guai giudiziari con
tanto di soggiorno in carcere.
)
Nell'elenco dei parallelismi nelle
carriere di questi due superburocrati dei lavori pubblici (che
se anche fanno danni, cambiano poltrona ma non perdono il
posto, galera permettendo), colpisce come le traiettorie
esistenziali di Balducci e di Mautone impattino con il Tonino
nazionale, che di riffa o di raffa «c'azzecca» con entrambi.
Anche se non ha mai smesso i panni del
grande moralizzatore, ora chiedendo a gran voce la testa di
Bertolaso, mesi fa prendendo le distanze da Mautone,
nonostante i coinvolgimenti «familiari». E, sul Riformista
di qualche giorno fa, rivendicando di aver «spostato»
Balducci per due volte. Pur premettendo: «Non avevo niente
contro di lui».
Sappiamo bene delle liaisons ad alto
rischio del leader Idv con Mario Mautone, l'ex provveditore
alle opere pubbliche di Campania e Molise, travolto
dall'inchiesta napoletana sull'appalto «Global Service».
E asceso a gloria autonoma persino
rispetto a Romeo, con un filone indipendente di
quell'inchiesta, che scava su un «sistema Mautone»,
incentrato tra l'altro sulla costruzione di nuove caserme tra
Campobasso e Napoli.
Proprio le intercettazioni fecero
emergere una serie di richieste di «favori» avanzate all'ex
provveditore da parte di Cristiano Di Pietro, figlio di Tonino
e all'epoca consigliere provinciale dell'Idv a Campobasso. Una
vicenda tuttora aperta, come l'intera inchiesta. I cui
collegamenti portano un po' in tutte le direzioni, da Bari a
Roma. E che lambirebbe l'entourage del sottosegretario Guido
Bertolaso.
Era infatti quest'ultimo il
responsabile dei siti campani dichiarati «di interesse
nazionale». In gran parte cave e luoghi destinati a ospitare
le discariche. Ma anche, appunto, i terreni dove dovrebbero
sorgere la cittadella della polizia e le altre caserme.
Quelle ai cui appalti si interessava
pure Cristiano, infatti, avrebbero fatto gola a molti altri
imprenditori, ben più importanti degli amici del delfino di
Tonino. E le pressioni per forniture e interventi, si ipotizza
nella procura partenopea, non avrebbero risparmiato i vertici
della Protezione civile.
Un capitolo ancora tutto da scrivere,
con una certezza: Di Pietro a luglio 2007 portò Mautone al
ministero, e lo nominò a capo di una commissione sugli
appalti autostradali. Il politico sostiene che non fu una
promozione, ma che anzi era una «mossa» per impedire a quel
burocrate «discusso» di continuare a far danni a Napoli.
Ma non si può dimenticare che
l'allora ministro aveva un chiaro interesse personale a
tutelare il figlio da quell'amicizia scomoda e dai riverberi
giudiziari. Tanto che Cristiano, sotto il Vesuvio, è finito
indagato.
Mautone arriva a Roma, dove c'era già
Angelo Balducci. E Tonino in ragione del suo incarico ha
rapporti anche con quest'ultimo. Il nome dell'ex soggetto
attuatore dei lavori alla Maddalena, Balducci (che è tra i
quattro arrestati nell'indagine fiorentina sul G8) finisce
nell'agenda di Di Pietro quando l'organizzazione del vertice
è ancora lontana.
Nell'estate del 2006, Tonino arriva in
Consiglio dei ministri con una serie di nomine da proporre.
Una riguarda proprio Balducci, che lascia il Consiglio
superiore dei Lavori pubblici e trasloca a capo del
Dipartimento infrastrutture statali, edilizia e
regolamentazione dei lavori pubblici.
Promozione o bocciatura? Di Pietro,
ora, sostiene che fu un «demansionamento», perché la nuova
poltrona non era «operativa». La presa di distanza è
singolare, una excusatio non petita, un modo per lavarsi le
mani nel momento in cui il suo partito spara ad alzo zero
sulla Protezione civile. Ma non è nuova, e ricorda quanto
accadde con Mautone.
E d'altra parte Aurelio Misiti,
parlamentare Idv con un passato importante nei Lavori
pubblici, per «difendere» il suo leader ha sostenuto sul
Fatto Quotidiano la stessa tesi di Tonino, ricordando che Di
Pietro non solo non avrebbe mai promosso Balducci, ma
addirittura l'avrebbe «rimosso» per due volte dagli
incarichi che gli aveva assegnato il centrodestra.
L'ex ministro, insomma, l'avrebbe solo
parcheggiato su una poltrona «senza alcun potere operativo».
Curioso che sempre Misiti al Messaggero dia una lettura in
contraddizione, spiegando che riteneva Balducci «più adatto
alla gestione» e che per questo raccomandò a Di Pietro di
sostituirlo.
Una doppia versione messa in evidenza
dall'agenzia «Il Velino», che si domanda: «Balducci era non
operativo o più adatto alla gestione?». Di certo qualsiasi
cosa dica Tonino resta il fatto che il dipartimento
dell'Edilizia del ministero delle Infrastrutture è un
incarico a dir poco prestigioso.
Balducci lo lascia qualche mese più
tardi, perché Francesco Rutelli lo fa nominare commissario
delegato per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari.
Ma quella poltrona non gli fa schifo, visto che avrebbe
tentato di mandarci un altro alto dirigente del ministero,
Claudio Rinaldi.
Che oggi ritroviamo indagato, insieme
a Balducci, in un'altra vicenda di appalti: i presunti abusi
edilizi commessi per i mondiali di nuoto Roma 2009. Due i
commissari dell'evento che si sono avvicendati: Balducci e poi
Rinaldi.
Entrambi finiti nei guai, tra l'altro,
per la costruzione di una piscina al Salaria sporting village,
il club dei presunti «festini» di Bertolaso e soci, di
proprietà dell'imprenditore Anemone e del figlio maggiore di
Balducci, Filippo.
Bell'intreccio. E non è finita.
Facciamo un passo indietro e torniamo al dipartimento
Edilizia. Perché, due anni fa, qualcuno racconta che Di
Pietro si opponga alla nomina di Rinaldi a quell'incarico.
Quel qualcuno si chiama Mauro Caiazza,
è un collaboratore di Mautone, intercettato nell'estate 2007
mentre parla con l'ex provveditore campano amico di Cristiano
Di Pietro, cercando di convincerlo ad accettare di buon grado
il trasloco a Roma.
Un po' di gossip ministeriale, che
alla luce di quanto è poi accaduto è interessante leggere.
Caiazza: «...tieni conto che a Rinaldi lo ha chiamato e gli
ha detto: "O te ne vai...", e lui al capo di
gabinetto gli ha detto "no, non me ne vado",
"guarda, ha detto il ministro che o te ne vai o ti manda
alla procura della Repubblica". Hai capito chi è questo
Di Pietro?».
Mautone: «A chi lo ha detto?»:
Caiazza: «A Rinaldi. Io lo so perché Rinaldi lo ha detto
alle persone, e ha detto "questo mi ha chiamato, mi ha
sbattuto al muro e... me ne devo andare". L'ha cacciato
via, mandato alle dighe!». Mautone: «E poi lo voleva far
rientrare?».
Caiazza: «No, poi lui si è fatto
raccomandare per l'edilizia e non lo ha fatto più rientrare».
Mautone: «Ma chi ce l'aveva proposto all'edilizia?». Caiazza:
«Ce l'avevano proposto perché Balducci conosce Rutelli e
Prodi, e ha fatto raccomandare Rinaldi, e dice "mo lo
schiaffo all'edilizia, così c'ha tutti i provveditori
sotto"!
Invece poi Di Pietro non ha ceduto.
"No, no!! Questo deve rimanere là, e l'ha lasciato là.
E l'edilizia te l'ha data a te, e te l'ha data perché sa che
il figlio è intervenuto, ci sono una serie di persone che
t'hanno raccomandato. Lui t'ha tolto da Napoli ma non ti ha
messo a Canicattì».
Qualche domanda resta aperta. È vero
che l'allora ministro minacciò di denunciare Rinaldi in
procura? E per quale motivo? La nomina di Rinaldi come
commissario straordinario per i mondiali di nuoto è di un
anno dopo. Che informazioni compromettenti su di lui aveva Di
Pietro, tali da paventare di «mandarlo in procura», e da far
resistere il ministro alla «sponsorizzazione» che Rinaldi
avrebbe avuto, tramite Balducci, dall'ex premier Prodi e da
Rutelli? Se sospettava illeciti non ne ha fatto parola, «cacciando»
Rinaldi nel solito modo, ossia nominandolo direttore generale.
Per le Dighe.
Ma l'effetto più curioso del
trasferimento di Mautone a Roma è la comparsa prepotente del
dirigente nelle carte dell'inchiesta sul G8. Mautone da
direttore generale subentra a Celestino Lops come responsabile
dell'appalto per la costruzione della Scuola marescialli
nell'area di Castello a Firenze.
Storia da milioni di euro e una
diatriba tra due imprese: l'Ansaldi e la Btp di Riccardo Fusi.
Si arriverà al recesso dell'appalto dato all'Ansaldi da parte
del ministero, ma Mautone è titubante a usare le maniere
forti. Tanto che Fusi intercettato parla di «truffa in atto,
associazione a delinquere», e aggiunge: «Se Mautone fa tutti
questi discorsi vuol dire che è di banda».
E lamentandosi con Verdini dello
stallo ministeriale, aggiunge: «Lì c'era il grande ministro
Di Pietro quando, con Mautone, hanno fatto tutte queste cose,
e prima ancora c'era il vostro ministro». Sbagliava, Mautone
era arrivato dopo. E di lì a poco, sarebbe finito in carcere.
Per la gioia di Fusi: «Ma si sapeva», ridacchia, e poi
chiude: «Fanculo, va buo', ciao».
[17-02-2010]
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LUIGI, ITALO E LA MALAFEMMENA –
BOCCHINO RINFACCIA A DE MAGISTRIS “LE MOLTE TRASFERTE DA UNA
‘AFFASCINANTE PM’” (OVVERO GABRIELLA NUZZI): È LEI CHE
HA INDAGATO DE LUCA E APERTO
LA GUERRA TRA LE
PROCURE DI SALERNO E CATANZARO (QUEST’ULTIMA INDAGÒ LO
STESSO LUIGI, RITENUTO L’“ISTIGATORE” DELLA COLLEGA) -
TRASFERITO NELLA CAPITALE, IL PROCESSO RIMBALZA A PERUGIA DOVE
SI CONCLUDE CON L’ARCHIVIAZIONE. MA I VELENI RESTANO…
Titti Beneduce per "il Riformista"
Dopo più di un anno, il clamoroso scontro tra le Procure di
Salerno e Catanzaro torna a infiammare il dibattito politico.
I magistrati protagonisti di quella vicenda svolgono ormai da
tempo altri compiti, il procedimento a carico di De Magistris
è stato archiviato dal gip di Perugia: eppure quei fatti
scottano ancora e lunedì sera, nel corso di "Porta a
porta", sono stati al centro di un aspro confronto tra
l'europarlamentare di Idv e Italo Bocchino. Quest'ultimo, in
particolare, ha rinfacciato a De Magistris le sue numerose
trasferte alla Procura di Salerno, «da un'affascinante pm».
Ovvero Gabriella Nuzzi, poi trasferita dal Csm a Latina. Nuzzi è
peraltro il pm che ha indagato Vincenzo De Luca in una delle
vicende che vedono inquisito il candidato del centrosinistra
alla Regione Campania. Ed è stata, soprattutto, una dei pm
che hanno disposto il sequestro degli atti di Catanzaro nella
guerra tra la Procura calabrese e quella di Salerno.
La storia comincia tre anni fa, quando a De Magistris - allora pm
in servizio a Catanzaro - vengono tolte le inchieste «Why not»
e «Poseidone», che vertevano su torbidi intrecci di poteri e
coinvolgevano numerosi politici. Il magistrato finisce davanti
al Csm, che nel gennaio del 2008 lo punisce in maniera
severissima: trasferimento e perdita della funzione di pm.
De Magistris è ritenuto colpevole, tra l'altro, di non avere
informato i superiori degli sviluppi delle indagini e di avere
ordinato arbitrariamente alcune perquisizioni, come quella del
procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano. Il
magistrato approda a Napoli, sezione Riesame. Ma la Procura di
Salerno, competente sugli uffici giudiziari di Catanzaro, vuol
capire se in quanto è successo siano ravvisabili dei reati.
Chiede a quella calabrese le carte dei processi tolti a De
Magistris, ottenendo un deciso rifiuto. L'ex pm viene più
volte convocato proprio da Gabriella Nuzzi e dal collega
Dionigio Verasani come persona informata dei fatti: il caso è
delicato, i magistrati non vogliono fare passi falsi. Proprio
le frequenti trasferte di De Magistris a Salerno sono state
rimarcate da Bocchino nel corso della trasmissione di lunedì
e condite con un pizzico di maliziosa ironia.
Dopo avere ricostruito che cosa era accaduto a Catanzaro, i pm,
sostenuti dal procuratore Luigi Apicella, dispongono il
sequestro delle carte processuali. È il dicembre del 2008; il
contrasto tra i due uffici giudiziari non ha precedenti. I
magistrati di Salerno mettono sotto inchiesta quelli
calabresi, che a loro volta dispongono un controsequestro e
iscrivono i colleghi nel registro degli indagati per abuso
d'ufficio e interruzione di pubblico servizio. Il Csm
interviene e dispone trasferimenti a raffica.
Qualcuno, come il procuratore Apicella, lascia
la toga. Nuzzi
finisce a Latina, Verasani a Cassino. Nel dimettersi dall'Anm,
la pm scriverà una amarissima lettera al presidente Luca
Palamara: «Sono stata, nel generale vile silenzio,
pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza,
spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine,
allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni
inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del
nulla giuridico e di un processo sommario... Quale la colpa?
Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva
rimanere occultata».
Tra gli indagati della Procura di Catanzaro c'è anche De
Magistris, ritenuto l'«istigatore» della collega
salernitana. La notizia viene divulgata subito dopo l'annuncio
della sua candidatura al Parlamento europeo. Gli atti vengono
mandati per competenza a Napoli, dove però nel frattempo De
Magistris è entrato in servizio. Arrivano a Roma, ma poiché
una delle parti lese, ex magistrato di Catanzaro, nel
frattempo è stato trasferito nella capitale, il processo
rimbalza a Perugia. Dove si conclude tutto con un
archiviazione.
[10-02-2010] |
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Caro D'Agostino, dopo aver letto anche su
Dagospia, ricostruzioni infamanti su Antonio Di Pietro,
accusato di essere un agente della Cia per destabilizzare
l'ordine costituito e poiché tra il 1998 ed il 2001 ero il
suo più stretto collaboratore e consigliere economico, mi
permetto di inviare la più rigorosa ricostruzione dei
fatti,anche rispetto a fonti poco attendibili, utilizzate ed
elevate dal "Corriere della Sera" ai moderni Saint
Just, con finalità puramente diffamatorie.
Per screditare ed infangare la limpida
attività di Antonio Di Pietro (e di Mani Pulite), ben
identificati organi di informazione,i cui assetti proprietari
sono riconducibili a potentati economici ed oligarchie
finanziarie collusi con la politica dell'inciucio,sentendosi
in pericolo dalla dura e tenace opposizione dell'IDV, rendono
attendibili screditati personaggi in cerca d'autore, già
sconfessati e condannati da decine di sentenze della
magistratura. Dopo aver partecipato come socio fondatore dell'IDV
a San Sepolcro ed aver lavorato a stretto contatto con Antonio
Di Pietro, assieme ad Elio Veltri, Massimo Donadi, Silvana
Mura, Giorgio Calò, fino alle elezioni politiche del 13
maggio 2001, sento il dovere di smentire marchiane infamie
tendenti ad alimentare teoremi accusatori destituiti di
qualsiasi fondamento,con speciale riguardo al viaggio
americano avvenuto tra fine ottobre e gli inizi di novembre
del 2000.
Di Pietro, eletto senatore nel famoso collegio
del Mugello alle elezioni suppletive del 10 novembre 1997
sbaragliando Giuliano Ferrara, dopo la rivoluzione delle
inchieste giudiziarie denominata "Mani Pulite",
raccolse finalmente il pressante invito proveniente dalla
società civile e da alcuni parlamentari e senatori,
costituendo il 21 marzo 1998 l'Italia dei Valori a San
Sepolcro con circa 300 soci fondatori. Antonio Di Pietro era
il personaggio italiano più famoso negli Stati Uniti e nel
mondo.
Per questo in occasioni delle elezioni
presidenziali del novembre 2000, raccolse l'invito di
italo-americani vicini ai democratici per sostenere la loro
campagna elettorale. Assieme ad un giornalista del TG1, che si
candidò nel collegio Lazio 2, come capolista alla Camera alle
elezioni politiche 2001, contribuimmo ad organizzare quel
viaggio.
Idv non avendo una sede propria per svolgere
l'attività politica, si riuniva nell'ufficio al Senato sopra
Piazza Sant'Eustachio, oppure nella sede Adusbef di Via Farini,
e forse proprio per questo ci fu uno strano sincronico furto
nei primi giorni di ottobre del 1999, sia nell'abitazione di
Di Pietro a Curno con l'asportazione di un computer e di
documenti, che nella sede dell'associazione a Roma, dove non
furono rubati né contanti, né oggetti di valore, ma solo
alcuni documenti.
Per partecipare alle elezioni politiche del
2001,dopo aver scelto di non fare alleanze e sostenere le
spese della campagna elettorale, l'esecutivo Idv approvò una
delibera per richiedere ai candidati un contributo di 50
milioni di lire (il presidente Di Pietro e l'On. Giorgio Calò
per 100 milioni di lire). Il quorum del 4%,non venne raggiunto
per una manciata di voti.
Il viaggio del senatore Di Pietro tra fine
ottobre (partenza il 28 ottobre da Roma ed i primi di novembre
accompagnato da Silvana Mura, dall'avvocato Sharon Talbot e
l'imprenditore Randy Stelk, da Londra a Washington lungo tutta
la East Coast, fino a Miami in Florida) negli Stati Uniti, per
appoggiare il candidato democratico, venne organizzato da
italo americani, che misero a disposizione la macchina
organizzativa, per gli incontri con la comunità italiana da
una parte all'altra del Pacifico,da Washington a Miami.
Un imprenditore italo americano, Gino A.G.
Bianchini, che aveva contribuito al viaggio negli Usa, chiese
ed ottenne la candidatura nelle liste Di Pietro IDV al Senato,
nel collegio 2 Roma-Parioli-Trieste, ottenendo 2.943 voti pari
al 2,12%, contribuendo, come tutti gli altri candidati, alle
spese della campagna elettorale.
E' il contributo alla chiarezza ed alla
trasparenza per rispondere agli squallidi tentativi
denigratori di mezzi di informazione, che stanno montando ad
arte campagne di stampa per alimentare una cultura del
sospetto, facendo assurgere ad eroe un personaggio come il
signor Mario Di Domenico, per screditare Antonio Di Pietro e
l'IDV, e riabilitare in tal modo i protagonisti della
cosiddetta Prima Repubblica, spazzati via proprio
dall'inchiesta, dai processi e dalle sentenze di Mani Pulite.
Elio Lannutti (Presidente Adusbef- Senatore Italia dei Valori)
UNA TV (SPENTA) PER DI PIETRO – NEL 2008 L’IDV
RICEVE UNA OFFERTA SPONTANEA DI 50MILA€ DA "SEI
TV", UN CANALE CHE NON TRASMETTE DA 7 ANNI DEL PATRON DI
ODEON RAIMONDO LAGOSTENA (IN CARCERE PER SPOT E TANGENTI) –
ALLE SUCCESSIVE EUROPEE IL PARTITO DI TONINO UTILIZZA SULLE
RETI ODEON SPAZI PUBBLICITARI PER 200MILA € ACQUISTATI DALLO
STESSO LAGOSTENA, E IL CASO VUOLE CHE QUASI 50MILA€
FINISCANO POI ALLA INATTIVA "SEI TV" – TUTTO
LEGALE, MA COMPLICATO…
Alessandro Sallusti per " il
Giornale"
Tre signori sono stati protagonisti del primo
congresso dell'Italia dei Valori. Ad applaudirli, in prima
fila, il leader del Pd Pierluigi Bersani. Come dire, gente
seria, garantisco io. Vediamo chi sono i tre. Il primo,
ovviamente è Antonio Di Pietro, fondatore del partito, la cui
immagine sta uscendo a pezzi da sospetti, supportati da
fotografie, di collusioni con i servizi segreti italiani ed
esteri ai tempi di Mani pulite e da accuse, da parte di suoi
ex collaboratori, di scarsa trasparenza nella gestione dei
fondi del partito (56 milioni di euro).
Il secondo è un altro ex magistrato passato
alla politica (è deputato europeo dell'Idv), Luigi De
Magistris, che prima di entrare in politica fu trasferito e
censurato dal Csm per «gravi anomalie» nelle sue inchieste,
una delle quali provocò la caduta del governo Prodi (l'avviso
di garanzia all'allora ministro della Giustizia Clemente
Mastella, poi risultato completamente estraneo) e che forse
per questo riceve oggi gli onori di Bersani.
Il terzo è un ex poliziotto, Gioacchino
Genchi, simpatizzante dipietrista, oggi consulente delle
Procure di mezza Italia e balzato agli onori della cronaca per
aver intercettato i telefonini di 350mila italiani, per questo
finito sotto inchiesta e ancora al centro di una intricata
vicenda giudiziaria che però non gli impedisce di continuare
la sua attività, ben retribuita, al fianco di molti
magistrati.
Che non hanno ovviamente avuto nulla da ridire
quando ieri, dal palco Idv, Genchi ha annunciato di sapere con
certezza che l'attentato di Milano contro Silvio Berlusconi è
stato una montatura organizzata dallo stesso premier per
commuovere gli italiani e intimidire gli avversari.
Insomma, due discussi e discutibili ex
magistrati e un ex poliziotto farneticante, spione di
professione, si candidano a guidare il Paese in compagnia del
Pd e in alternativa al Pdl, il più grande partito liberale
europeo. In attesa che il sogno si avveri suggeriamo al trio
investigativo di tenersi allenato risolvendo il seguente
rebus.
Nel 2008 la maggior offerta spontanea
all'Italia dei valori è stata fatta da una piccola emittente
milanese, «Sei Tv». Si tratta di 50mila euro. Nulla di
illegale, ovviamente, ma è legittimo chiedersi come mai una
emittente che non trasmette più dal 2002, e che alla data
dell'elargizione risulta alla Camera di commercio «inattiva»
e con un solo dipendente, sia stata così generosa con Di
Pietro.
Proprietario di «Sei Tv» è Raimondo
Lagostena, noto imprenditore televisivo, titolare del gruppo
Odeon, che attualmente si trova in carcere. È coinvolto in
una storia di presunte false fatturazioni e fondi neri sulla
cessione di spazi pubblicitari televisivi a favore
dell'assessore regionale lombardo Gianni Prosperini, anche lui
agli arresti.
Del resto Di Pietro conosce è apprezza le tv
di Lagostena, tanto che alle ultime elezioni europee l'Idv
utilizzò su quelle reti spazi pubblicitari per un valore di
oltre 200mila euro. Che però, a quanto ci risulta, nonostante
le rigide norme che regolano la pubblicità elettorale, non
furono fatturati in prima battuta al partito dell'ex Pm, ma
acquistati direttamente da Lagostena.
Quasi 50mila euro di quei 200, finirono poi
alla inattiva «Sei Tv», la benefattrice dell'Idv. Insomma,
una storia sicuramente legale ma complicata, come tutte quelle
che vedono protagonista Di Pietro. E che forse solo lui,
insieme con De Magistris e Genchi, può dipanare e spiegare. E
se questa volta, e su questo caso, qualcun altro, per esempio
la Procura di Milano provasse a capirci qualcosa, così, tanto
per dissipare inutili dubbi? Difficile, ma non impossibile.
[08-02-2010]
LA CAPRIOLA DI TONINO - HA VINTO IL CONGRESSO
E HA RINSALDATO L’ALLEANZA CON IL PD APPOGGIANDO DE LUCA - L’ALA
GIUSTIZIALISTA DEL PARTITO ORA LO ACCUSA - SUL WEB SI DIFENDE:
"DOVETE CAPIRMI" MA DE MAGISTRIS NON LO PERDONA E
PER TRAVAGLIO: "ANCHE TONINO HA FALLITO" - IL
FEELING CON LA BASE È FINITO? LE ELEZIONI REGIONALI TEST VERO
PER IL FUTURO DELL’IDV…
Da "la Stampa"
GIOVANE
«Di Pietro si è assunto una responsabilità
gravissima», quella di appoggiare Enzo De Luca in Campania,
«una persona con reati gravissimi». Luigi De Magistris ieri
ha attaccato così la scelta del leader Idv Antonio Di Pietro
di appoggiare in Campania la candidatura di De Luca per le
regionali di primavera. Di Pietro si è giustificato
affermando di «voler salvare il salvabile» perché
l'alternativa a questa soluzione significa la consegna «senza
lotta, della regione al clan dei Casalesi». E sul web a chi
lo critica chiede di «essere capito».
Si è appena celebrato il congresso dell'Idv
con il passo indietro di De Magistris, spesso critico,
rispetto alla linea del leader del partito che il caso
Campania apre una nuova crepa tra i due esponenti del partito
anche se De Magistris nega dissidi con il leader («abbiamo la
stessa sintonia su quello che è l'obiettivo immediato e
futuro». De Magistris chiede però «una linea chiara. Se non
c'è una politica netta, alle regionali potrebbe rivelarsi
verosimile una flessione dell'Idv rispetto al risultato delle
europee». Ma la svolta di Di Pietro non convince né il
giornale «Il Fatto», da sempre vicino alle posizioni
dipietriste, che lo attacca, né il «popolo viola», né la
base del movimento di cui è leader.
TRAVAGLIO: "ANCHE TONINO HA FALLITO"
Michele Brambilla per "la Stampa"
È la maledizione di Robespierre: ogni
giustizialista trova sempre uno più giustizialista di lui che
lo ghigliottina. Marco Travaglio con Di Pietro non ha usato la
lama ma anche le parole tagliano: ha scritto su Il Fatto che
accettando la candidatura in Campania di Vincenzo De Luca, sul
quale pesano due rinvii a giudizio, Di Pietro ha fallito «il
suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica
italiana».
Travaglio, è finito l'amore tra lei e Di
Pietro?
«Di Pietro non aveva mai fatto errori
politici. Aveva commesso molti errori nella scelta degli
uomini. Mai in quella delle strategie politiche».
È così scandalosa la candidatura di De Luca?
Non è detto che sia colpevole. Ed è uno dei sindaci più
amati dai suoi cittadini.
«Io capisco che quando fai parte di una
coalizione qualche rospo lo devi mandare giù. Ma quando fai
un'alleanza devi porre delle condizioni. E, fra queste, una
irrinunciabile è che chi è inquisito non può essere
candidato».
Che alternative aveva Di Pietro?
«Poteva dire: in Campania corro da solo».
Forse non aveva un candidato all'altezza.
«Non ce l'aveva perché si è mosso troppo
tardi. E non ci si può muovere tardi proprio nella Regione
che è stata l'origine del tracollo del centrosinistra e della
riscossa di Berlusconi. Così adesso la Campania finirà o a
Caldoro o a De Luca, che sono la padella e la brace».
E sarà colpa di Di Pietro?
«Tutta la gestione della Campania è stata,
da parte di Di Pietro, disastrosa».
Addirittura disastrosa?
«Ma sì. Ha lasciato perfino che al congresso
De Luca potesse parlare dal palco e raccontare un sacco di
balle a un pubblico che, non conoscendo gli atti del processo,
si è fatto infinocchiare al punto da tributare un'ovazione al
candidato inquisito. Ecco, quell'ovazione a De Luca è stata
l'apoteosi della catastrofe».
La vede così nera?
«Pensi solo a questo: il candidato del
centrodestra, Stefano Caldoro, è incensurato. Così Caldoro,
anche se in realtà è un uomo di Cosentino, potrà fare la
morale a De Luca, rinfacciandogli di essere inquisito. Non le
sembra un paradosso, per l'Italia dei Valori?».
Di Pietro ha ceduto sui principi?
«Ha creato un precedente che lo inchioda per
il futuro. Non potrà mai più dire a nessuno: avete candidato
un inquisito. Questa storia sarà il suo tallone d'Achille per
sempre».
Di Pietro è finito?
«No. Ma ha perso una battaglia importante.
Ora vediamo la guerra. Vediamo se sarà un argine contro la
tentazione del Pd di tornare all'immunità per i
parlamentari».
Ha detto addirittura che sogna una fusione,
con il Pd.
«Se lo farà, la gente gli metterà le mani
addosso».
L'ha chiamata dopo il suo editoriale?
«No. Di solito, quando lo critico lascia
passare qualche giorno e poi mi ringrazia».
E se questa volta si arrabbia?
«Non mi farebbe né caldo né freddo».
Forse Di Pietro era in difficoltà anche per
le ultime accuse: quella foto con tanti ufficiali dei servizi
segreti...
«È possibile. Che dopo 18 anni dal poker
d'assi di Craxi si sia qui ancora a seminare veleni, è
pazzesco. Il fatto che poi una cosa simile l'abbia tirata
fuori non il Giornale, ma il Corriere, deve averlo
preoccupato. Forse tutto questo gli ha fatto perdere lucidità
e ha condizionato il congresso».
Il futuro è di De Magistris?
«Di tutti e due. Il dualismo è un'invenzione
dei giornali. Certo, De Magistris è più giovane...».
E non ha ancora fatto passi falsi?
«Beh, veramente le cose che ha detto contro
il "comizio" di De Luca al congresso avrebbe dovuto
dirle dal palco, non ai giornali».
Deluso anche da De Magistris?
«Dico solo che io avrei fatto così».
[09-02-2010]
LA STRANA BUGIA DI TONINO - L'EX PM FINGE DI
NON AVER NULLA A CHE FARE CON IL FONDATORE DEL PARTITO MANI
PULITE, PIERO ROCCHINI: "NON CONOSCO QUEST'UOMO" –
MA CI SONO FOTO DEI DUE INSIEME E ROCCHINI RACCONTA IL DI
PIETRO CHE CONOSCEVA: "SI PROFESSAVA UOMO DI DESTRA,
TORNATO DAGLI USA SI BUTTÒ CON IL CENTROSINISTRA. CI
SCONVOLSE"…
1- LA STRANA BUGIA DI DI PIETRO...
Gian Marco Chiocci per "il Giornale"
Nega spesso l'evidenza incurante di smentire
se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel
tradimento degli amici, poi s'è perfezionato nel rinnegare
qualsiasi frequentazione scomoda per l'opinione pubblica:
dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone
(quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli
incontri con Antonio Saladino, l'indagato principe
dell'inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi,
decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della
politica, Antonio Di Pietro.
Uno che s'è comportato alla solita maniera
anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico
psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che
insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite»,
ha avuto l'ardire di chiedergli spiegazioni in merito al
cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio
negli States: «Ebbi l'impressione che certi circoli americani
gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro
al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo
riconoscevo più».
Anche Tonino non l'ha più riconosciuto, a
Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell'anno 2000. Di
Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in
un processo per diffamazione. C'è da chiarire i reali
rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto,
ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla
testimonianza di Tonino.
Alle prime domande del pm e del presidente, Di
Pietro risponde però come un teste dell'accusa: inizia a dire
che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che
agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava
vagamente d'averlo incontrato in un viaggio all'estero, che
era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene
parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo,
eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa
una chiavica.
L'avvocato di Rocchini di fronte a quel
disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa
Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?».
No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci
sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e
fotografie con l'amico carneade, il Molisano mette le mani
avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae
a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini
davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue
è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate
voi.
Pm: «(...) allora, se può sinteticamente
riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se
c'era un rapporto connotato d'amicizia o da frequentazione, e
i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista
personale beh... non è che non lo conosco, però non lo
conoscevo prima dell'inchiesta. L'ho conosciuto durante la mia
attività di magistrato credo in relazione a un convegno in
Australia o in Spagna dove l'ho incontrato con la moglie
(...)».
Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati
dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in
Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel
viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni,
vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro
a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero
i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che
Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite,
lei quando lo è venuto a sapere?». Di Pietro: «Il fatto
stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho
fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani
pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante
persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza
che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per
mantenere una differenziazione, che quando questi mi
invitavano, a tutti dicevo. "Non posso venire mi
dispiace"».
Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto
così in occasione di svariati convegni, in giro per l'Italia,
organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà
un'occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i
rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino
scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere
occulto!". Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana
di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la
faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non
è casuale.
Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare
in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le
scrivono risponde dicendo: "Faccia riferimento al signor
Rocchini"...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a
tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...».
Non è così. Il Pm tira fuori un altro
biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi
entrati fattivamente nell'Idv. Si legge: «Sarà bene che
prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di
non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le
lettere che riceveva ogni giorno (...). "Non me ne voglia
Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila
Rocchini, non ricordo».
Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di
Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due:
«Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto
facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro
movimento». L'avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei
si sta interessando molto a questo movimento», o no?.
Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a
un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del
presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di
Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».
Non sembrerebbe così. Stando alle
contestazioni documentate dell'avvocato di Rocchini, il 7
novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di
suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i
diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su
sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io»,
«Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa»,
«l'analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee:
«Controllo dell'immagine: Directa», «Movimento Mani
pulite» appunto quello di Rocchini.
Di Pietro: «La parola "Io" l'ho
scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto
quell'organigramma, non solo la parola io, ma tutto
l'organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono
parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo
documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un
appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è
stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che
volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi
c'è scritto anche Mani pulite».
Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini,
ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l'ha scritto lei». Di Pietro:
«No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In
quell'occasione erano presenti queste persone, Stajano,
Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io
non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì
(...). C'era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che
Rocchini aveva avuto a che fare con l'estrema destra, con
Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari
su Rocchini...».
Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire
di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che
finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver
commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978.
Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto
che c'è un signore, che conosco in un convegno, che frequento
in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a
casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c'è tanto di
fotografia, ma non l'ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo
siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini:
«Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io
devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al
pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...».
Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è
venuto a casa mia». Avv.: «Dov'è avvenuta questa
ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov'è avvenuta». Avv.
«Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro:
«(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv:
«Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi
confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli,
ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.
2- "DI PIETRO ERA DI DESTRA. POI TORNA
DAGLI USA E PASSA ALLA SINISTRA"
Gian Marco Chiocci per "il Giornale"
Dottor Piero Rocchini, quale presidente del
Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più
di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di
Pietro...
«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con
Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul
movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti
coloro che credevano in lui e nell'ideale alto della politica
che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale
Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel
voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati
Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare
testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e
Antonio c'è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi
una rottura totale».
Andiamo per gradi. A gennaio '95 Di Pietro
lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c'è il
Movimento Mani pulite e c'è grande attesa su quel che farà
da grande l'ex Pm...
«Nell'aria c'erano più strade da percorrere.
Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come
riferimento etico fuori dalla politica attiva. In
continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da
grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva
riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare,
coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno
del battesimo dell'Idv. Addirittura arrivò a prendere
personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che
stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a
ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica.
Quando tornò dal viaggio non era più
l'Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano
e altri pianificò con me la formazione di un movimento
trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani
pulite e al movimento di cui era ben informato. La sua idea
iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie.
Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a
fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di
continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse
che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori
come a gran voce chiedeva la "sua" base. Ero
perplesso...».
Torniamo ai circoli americani frequentati da
Di Pietro...
«Andò, ufficialmente, per una serie di
conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò
in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe
politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì
come entità di appoggio a una determinata parte politica.
L'aveva ripetuto in continuazione. Poi si buttò con il
centrosinistra».
E la cosa la sorprese?
«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si
professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto
magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si
sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci
convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che
avrebbe fatto parte dell'organigramma del partito che si
sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino.
Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato
l'organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un
compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un
problema»
E poi che è successo?
«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di
spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi
rassicura che c'è un progetto per stare al centro con il Ccd,
grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è
normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell'orbita
di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».
Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi
nega tutto, compresi i rapporti con lei?
«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero
l'unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo
di comportarsi, l'unico che gli chiese conto del cambio
d'atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello
che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei
confronti dell'imprenditore Giorgio Panto querelato per
un'incomprensione politica che chiarimmo prima della sua
morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare
ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità
sui nostri rapporti e sul Movimento».
E invece?
«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare
una frequentazione assidua, un'amicizia vera, una
collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di
atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche
nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in
Australia fu vago, disse che c'eravamo incontrati lì come se
non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a
me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste.
Ha addirittura sostenuto che non appena lesse
degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un'inchiesta
su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato
coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti
era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto
definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato
l'evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo
detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i
valori del Movimento».
È sorpreso da quanto si viene a sapere in
questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?
«Un passaggio di un mio libro di fantasia
riassume il suo modo di pensare: Aggio 'a cumanna'»
[09-02-2010]
ITALIA DEI LIVORI - GRILLO INDIPIETRITO E DE MAGISTRIS VOLA
– DOPO TRAVAGLIO E FLORES, ANCHE BEPPE SCARICA IL LEADER
DELL’IDV - SUL SUO BLOG HA URLATO: "TONINO, TORNA
INDIETRO" - CRESCE LA CORRENTE DI DE MAGISTRIS E LA
ALFANO GUIDA LA FRONDA INTERNA - DA PADELLARO A VATTIMO
AUMENTANO I FAN DELL’EX TITOLARE DI WHY NOT…
Serenella Mattera per " il
Riformista"
Su due cose sono tutti d'accordo: primo, l'Idv
non è più un "partito personale" e Di Pietro non
ne è più il padre-padrone. Secondo, De Magistris è ormai in
grado di sfidarne la leadership. Merito del primo congresso,
celebrato con regole di una democrazia interna che alcuni
valutano ancora zoppicante, ma finalmente esistente. Ma merito
anche degli eventi che proprio quando si veleggiava verso una
rinnovata concordia nel norme di Di Pietro, hanno preso il
sopravvento.
Eventi che hanno il volto del sindaco di
Salerno Vincenzo De Luca e il suono degli applausi che gli
hanno consegnato l'appoggio dell'Idv alle regionali campane.
Un appoggio che ha costretto a venire allo scoperto il primo
"correntone" nella storia del partito, assemblatosi
in maniera spontanea attorno a un principio (non si possono
accettare candidati su cui pendano procedimenti giudiziari,
neanche per una buona causa) e a un nome: Luigi De Magistris.
All'ex magistrato ed eurodeputato, che di quel
principio si è fatto corifeo, guarda la minoranza interna al
partito, ma soprattutto quel vasto fronte
"movimentista" o se si preferisce, della
"società civile", che dell'Italia dei valori
costituisce la forza. E che non intende seguire Di Pietro
sulla via di De Luca. Anche Beppe Grillo, dal suo blog, ieri
lo ha urlato: «Tonino, torna indietro».
«Per un partito che ha fatto delle mani
pulite la sua bandiera, uno come De Luca rappresenta un
suicidio politico - ragiona il comico genovese - Infatti, chi
ha le mani sporche potrà dire che Di Pietro è uguale agli
altri ». Non comprende più, Grillo, le ragioni dell'unico
politico con cui fino ad ora ha condiviso una corrispondenza
di amorosi sensi. La Rete, dice, lo "sta giudicando in
modo severo, quasi da amante tradita".
Ma decide di non metterci il carico da
novanta. Di non consegnare agli atti anche la sua condanna.
Perché, sostiene, "Di Pietro non è uguale agli
altri". E lo invita allora a un ripensamento su quella
"emerita cazzata" che è abbracciare "i fini
che giustificano i mezzi". Grillo, insomma, sembra dare a
Di Pietro un'altra possibilità. E se il leader Idv non la
coglie? Per ora non c'è risposta.
Ma quel che è certo, è che dopo il congresso
Idv i grillini si stanno spostando in maniera naturale e
sempre più esplicita, sul fronte di Luigi De Magistris. E
pensare che dell'Idv l'ex pm napoletano non ha neanche la
tessera. «La domanda: perché non mi sono iscritto, andrebbe
girata a Di Pietro», ha detto ieri in un'intervista a
"Il Fatto". Il segno che anche se De Magistris, dopo
aver evitato lo scontro diretto al congresso, continua a
negare una contrapposizione, non intende più nascondere i
motivi di contrasto con Tonino.
Sbandiera ai quattro venti la propria
delusione per la scelta di De Luca. Perché su certi principi
non si transige. E Di Pietro ha fatto «una scelta incoerente
e suicida ». Parole, queste ultime, di Sonia Alfano, eletta
eurodeputata nelle liste Idv da indipendente, proprio come De
Magistris, e suo più forte sostegno all'interno del partito.
Nega, la Alfano, che insieme stiano lavorando per dividerlo,
quel partito: «Nessuno vuole spaccare l'Idv - assicura - E io
non ce l'ho con Di Pietro. Ma non posso tacere: lo statuto
dice che non si può iscrivere chi abbia procedimenti penali
in corso: come possiamo pensare di appoggiare la candidatura
di uno di loro?». La pensano così anche gli aderenti alla
"Base Idv", la corrente nata in vista del congresso
e che, dice Giuseppe Vatinno, suo esponente, raccoglie oggi
circa 2500 aderenti, tra iscritti e non.
«Noi abbiamo sempre detto che guardavamo con
attenzione a De Magistris - spiega Vatinno - Adesso stiamo
iniziando anche a collaborare. Lui al congresso ha parlato
apertamente di attenzione all'area del dissenso interno. E noi
sosterremo i candidati alle regionali che fanno riferimento a
lui. In Lombardia, ad esempio, l'attore Cavalli».
Ma mentre prende forma il
"correntone" Idv, attorno a De Magistris e in aperta
polemica con la linea di Di Pietro, si schiera soprattutto
quel mondo che pur rimanendo esterno, ha finora sostenuto il
partito. Ieri su La Stampa l'eurodeputato Gianni Vattimo, che
pure difende certe decisioni di Di Pietro, ha scritto:
"De Magistris si sente ed è il rappresentante-custode di
questo aspetto movimentista essenziale al partito. Che è
anche il suo spirito di sinistra, quello per il quale io, ad
esempio, mi dichiaro suo adepto".
Esplicito era stato l'endorsement del
direttore di MicroMega Paolo Flores D'Arcais, che prima del
congresso aveva chiesto a De Magistris di candidarsi in
Campania. Mentre dalle pagine del Fatto negli ultimi giorni
sono piovute aspre critiche alle scelte di Di Pietro.
Travaglio ha parlato di "sconfitta". E anche
Padellaro ieri ha posto una serie di spinose domande al leader
idv. Cosa succederà adesso? «Non lo so - risponde il
direttore - le ragioni della politica non sono quelle di un
giornale. Quel che mi pare è che non ci sia un buon clima,
anche perché le divisioni sono su questioni di fondo».
[10-02-2010]
LUIGI, ITALO E LA MALAFEMMENA – BOCCHINO RINFACCIA A DE
MAGISTRIS "LE MOLTE TRASFERTE DA UNA ‘AFFASCINANTE PM’"
(OVVERO GABRIELLA NUZZI): È LEI CHE HA INDAGATO DE LUCA E
APERTO LA GUERRA TRA LE PROCURE DI SALERNO E CATANZARO (QUEST’ULTIMA
INDAGÒ LO STESSO LUIGI, RITENUTO L’"ISTIGATORE"
DELLA COLLEGA) - TRASFERITO NELLA CAPITALE, IL PROCESSO
RIMBALZA A PERUGIA DOVE SI CONCLUDE CON L’ARCHIVIAZIONE. MA
I VELENI RESTANO…
Titti Beneduce per "il Riformista"
Dopo più di un anno, il clamoroso scontro tra
le Procure di Salerno e Catanzaro torna a infiammare il
dibattito politico. I magistrati protagonisti di quella
vicenda svolgono ormai da tempo altri compiti, il procedimento
a carico di De Magistris è stato archiviato dal gip di
Perugia: eppure quei fatti scottano ancora e lunedì sera, nel
corso di "Porta a porta", sono stati al centro di un
aspro confronto tra l'europarlamentare di Idv e Italo
Bocchino. Quest'ultimo, in particolare, ha rinfacciato a De
Magistris le sue numerose trasferte alla Procura di Salerno,
«da un'affascinante pm».
Ovvero Gabriella Nuzzi, poi trasferita dal Csm
a Latina. Nuzzi è peraltro il pm che ha indagato Vincenzo De
Luca in una delle vicende che vedono inquisito il candidato
del centrosinistra alla Regione Campania. Ed è stata,
soprattutto, una dei pm che hanno disposto il sequestro degli
atti di Catanzaro nella guerra tra la Procura calabrese e
quella di Salerno.
La storia comincia tre anni fa, quando a De
Magistris - allora pm in servizio a Catanzaro - vengono tolte
le inchieste «Why not» e «Poseidone», che vertevano su
torbidi intrecci di poteri e coinvolgevano numerosi politici.
Il magistrato finisce davanti al Csm, che nel gennaio del 2008
lo punisce in maniera severissima: trasferimento e perdita
della funzione di pm.
De Magistris è ritenuto colpevole, tra
l'altro, di non avere informato i superiori degli sviluppi
delle indagini e di avere ordinato arbitrariamente alcune
perquisizioni, come quella del procuratore generale di
Potenza, Vincenzo Tufano. Il magistrato approda a Napoli,
sezione Riesame. Ma la Procura di Salerno, competente sugli
uffici giudiziari di Catanzaro, vuol capire se in quanto è
successo siano ravvisabili dei reati.
Chiede a quella calabrese le carte dei
processi tolti a De Magistris, ottenendo un deciso rifiuto.
L'ex pm viene più volte convocato proprio da Gabriella Nuzzi
e dal collega Dionigio Verasani come persona informata dei
fatti: il caso è delicato, i magistrati non vogliono fare
passi falsi. Proprio le frequenti trasferte di De Magistris a
Salerno sono state rimarcate da Bocchino nel corso della
trasmissione di lunedì e condite con un pizzico di maliziosa
ironia.
Dopo avere ricostruito che cosa era accaduto a
Catanzaro, i pm, sostenuti dal procuratore Luigi Apicella,
dispongono il sequestro delle carte processuali. È il
dicembre del 2008; il contrasto tra i due uffici giudiziari
non ha precedenti. I magistrati di Salerno mettono sotto
inchiesta quelli calabresi, che a loro volta dispongono un
controsequestro e iscrivono i colleghi nel registro degli
indagati per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico
servizio. Il Csm interviene e dispone trasferimenti a raffica.
Qualcuno, come il procuratore Apicella, lascia
la toga. Nuzzi finisce a Latina, Verasani a Cassino. Nel
dimettersi dall'Anm, la pm scriverà una amarissima lettera al
presidente Luca Palamara: «Sono stata, nel generale vile
silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza,
negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle
istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata
delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia,
sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario...
Quale la colpa? Avere accertato una sconcertante realtà che,
però, doveva rimanere occultata».
Tra gli indagati della Procura di Catanzaro
c'è anche De Magistris, ritenuto l'«istigatore» della
collega salernitana. La notizia viene divulgata subito dopo
l'annuncio della sua candidatura al Parlamento europeo. Gli
atti vengono mandati per competenza a Napoli, dove però nel
frattempo De Magistris è entrato in servizio. Arrivano a
Roma, ma poiché una delle parti lese, ex magistrato di
Catanzaro, nel frattempo è stato trasferito nella capitale,
il processo rimbalza a Perugia. Dove si conclude tutto con un
archiviazione.
[10-02-2010]
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LA VERSIONE DI CONTRADA (NUOVE FOTO) - TRA ME
E L’EX PM DI MANI PULITE UN INCONTRO CASUALE. IO ERO SEDUTO
ACCANTO A VITAGLIANO E, QUANDO ARRIVO’ DI PIETRO, CEDETTI IL
MIO POSTO A LUI - NEGLI SCATTI CON TONINO, ROCCO MARIO MODIATI,
UOMO DELLA KROLL SECRET SERVICE….
Felice Cavallaro
per "il
Corriere Della Sera"
Non è solo l'ex segretario di Italia dei
Valori Mario Di Domenico a custodire alcune delle foto
scattate nella caserma dei carabinieri di Roma il 15 dicembre
1992 con Antonio Di Pietro e Bruno Contrada vicini. Perché
proprio l'ex numero tre del Sisde arrestato per mafia nove
giorni dopo ne ha trovato sette in un cassetto di casa, a
Palermo. E ce n'è pure una in cui di spalle compare
l'«americano», Rocco Mario Modiati, l'agente della Kroll
Secret Service collegata alla Cia, ancora in servizio
all'ambasciata Usa di via Veneto.
Eccolo mentre, tutt'intorno, ufficiali
dell'Arma e vertici dei servizi segreti sorridono verso
l'obiettivo. A differenza di Di Pietro che, rilassato e quasi
divertito, ascolta proprio Modiati, arrivato con una targa del
Servizio statunitense per premiare il magistrato più
determinato del pool Mani Pulite, quel giorno a Roma con il
suo fidato collaboratore dell'Arma, il maggiore Francesco
D'Agostino, per la notifica dell'avviso di garanzia a Bettino
Craxi.
Contrada sta ai «domiciliari» per ragioni di
salute, scontando una condanna definitiva e parla attraverso
il suo avvocato catanese Giuseppe Lipera, pronto a mostrare
foto «innocenti», come ripete l'ex 007, guardando però le
istantanee con amarezza perché dietro il sorriso di quella
sera, spiega, c'è la rabbia dell'umiliazione: «Il 7 dicembre
mi avevano sospeso dal Sisde ed ero rientrato in polizia...».
Lo status di «sospeso» potrebbe acuire le polemiche
suscitate dalla pubblicazione delle prime foto sparite dalla
circolazione dopo l'arresto dello stesso Contrada e riapparse
adesso in vista di un libro d'attacco scritto da Di Domenico
contro il suo ex amico Di Pietro.
Il provvedimento di sospensione doveva essere
ovviamente noto ai colleghi di Contrada, ai capi dei servizi,
certamente a tanti ufficiali riuniti quella sera dal
comandante del reparto operativo Tommaso Vitagliano. Tutti
stupiti dall'atteggiamento dell'amministrazione, come lo
saranno poi al momento dell'arresto, increduli davanti alle
accuse di due pentiti contro il collega e il giudice Domenico
Signorino, pm al maxi processo, per questo già suicidatosi il
3 dicembre.
Quell'evento drammatico aveva scosso gli
apparati, mentre l'Italia, oltre che sul fronte antimafia,
accendeva attenzioni internazionali anche per le scosse
dell'inchiesta Mani pulite. Un vortice. Montavano tensioni e
ansie. Ma quella sera, alla mensa della caserma di via In
Selci, è il momento degli auguri. E Contrada, chiamato come
Di Pietro pure per il saluto ufficiale al microfono, siede
accanto all'ospite d'onore.
«Ma fu tutto casuale» assicura il
funzionario. «Io ero seduto accanto a Vitagliano e, quando
arrivò, cedetti il mio posto a Di Pietro che mi chiese
"Ma lei che grado ha nei carabinieri?". Spiegai di
essere un questore. "Allora siamo colleghi", sorrise
pensando a quando era poliziotto».
E Modiati? «Non saprei se si conoscessero,
forse sì, forse no. La targa premio? Non so. Anch'io ho i
diplomi firmati George Bush senior. I servizi americani sono
molto attenti al nostro lavoro. E in quel caso premiavano le
operazioni da noi fatte contro le fabbriche di dollari
falsi». Perché Di Pietro? «Io non parlo di quello che non
so» ripete a Lipera. «La Cia interessata aMani pulite? I
servizi seguono tutte le vicende politiche degli altri Stati.
Difficile che fossero distratti sul punto. E' prassi normale.
E la Kroll in particolare si occupa di tutela del presidente,
protezione del dollaro e attività economiche».
[08-02-2010]
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CASINI: DI PIETRO SI ASTENGA DA
LEZIONI DI MORALISMO A GENTE PER BENE COME NOI...
(Adnkronos) -
"Dato che spesso Di Pietro parla dell'Udc, spero che oggi
non parli troppo di noi perche' dovrei amaramente rispondergli
citando le sue gesta da magistrato con rapporti speciali con
gli imputati, cosa che dovrebbe esimerlo da qualsiasi lezione
di moralismo rispetto a gente per bene come noi".
Questa la frecciata del leader
dell'Udc Pierferdinando Casini nel corso di una conferenza
stampa a Milano per l'apertura della campagna elettorale in
Lombardia. Oggi l'Idv apre i lavori del proprio congresso
"senza la delegazione dell'Udc - sottolinea Casini -
perche' noi riduciamo al minimo indispensabile i contatti cn
l'Idv, nel senso che non vogliamo avere niente a che fare col
giustizialismo di Di Pietro e il suo moralismo degli
immorali".
- DI PIETRO: QUERELO IL "CORRIERE
DELLA SERA"...
(Adnkronos) -
"Escludo di aver mai visto, ricevuto ne' tanto meno
incassato, ne' personalmente ne' per conto dell'Italia dei
Valori, l'assegno a firma Bianchini che il 'Corriere della
Sera' ha pubblicato in data odierna e che, per stessa
ammissione dell'interessato, era invece da ben nove anni nelle
mani di Mario Di Domenico senza che lo stesso ne avesse
titolo. Per questa ragione sia io che l'Italia dei Valori
provvederemo a querelare Mario Di Domenico e anche il
'Corriere della Sera' considerando ingiustificato che vengano
pubblicate notizie senza effettuarne i dovuti riscontri".
Lo si legge in una nota del presidente
dell'Idv, Antonio Di Pietro. "Spiace constatare che la
stessa scorrettezza e' stata usata dal 'Corriere della Sera'
anche in riferimento alla pubblicazione di alcune foto
scattate nella caserma dei carabinieri, in cui sono stato
ripreso non solo insieme a Contrada ma anche ad alcuni
ufficiali dell'Arma, affermando che le stesse sarebbero state
volutamente occultate mentre io non ero neppure a conoscenza
della loro esistenza', conclude Di Pietro.
- DE MAGISTRIS: APPOGGIO DI PIETRO MA
NON REPRIMIAMO IL DISSENSO INTERNO...
(Adnkronos) - Si'
alla leadership di Antonio Di Pietro, ma non reprimere il
dissenso interno. E' il messaggio che lancia Luigi De
Magistris, intervenendo al congresso dell'Italia dei Valori,
riconfermando l'appoggio all'ex pm di Mani Pulite, ma
sottolineando anche la necessita' di creare un partito con una
classe dirigente che sappia rispondere alle attese della base
e anche all'eventuale dissenso che puo' manifestarsi.
"Doveva essere il giorno della
sfida a duello tra me e Di Pietro -sottolinea De Magistris- io
chiarisco subito, come feci in un esecutivo un po' turbolento,
che approvo la mozione Di Pietro. Credo che Antonio Di Pietro
debba essere alla guida di un grande movimento politico che
impedira' il disegno autoritario del nostro Paese. Sono
convinto che dobbiamo passare da movimento politico a partito
d'azione, per farlo dobbiamo realizzare una squadra, e'
inutile creare dei finti dualismi, delle sfide a duello. Fin
qui non ho visto divergenze che potessero portare ad un
cambiamento di rotta".
10.02.10 |
I NUOVI
SOSPETTI DELL’AVVOCATO EX AMICO DI TONINO: AGOSTO 2008 DI
PIETRO A HONG KONG, "NEI LOCALI DELLA SHANGAI BANK,
EFFETTUAVA OPERAZIONI DI DEPOSITO" - ROCCO ‘O SPIONE
AMERICANO CON UFFICIO IN VIA VENETO: “ALLA CENA DI NATALE
CON TONINO E CONTRADA C’ERO ANCHE IO, E’ VERO. GLI HO
FATTO UN REGALO DEI SERVIZI USA" - DI PIETRO RIBATTE ALLE
ACCUSE: "IERI, SULLA PRIMA DEL CORRIERE DELLA SERA, NON
SI POTEVA LEGGERE LA NOTIZIA DI MASSIMO CIANCIMINO, CHE
RACCONTA: LA MAFIA INVESTÌ I SUOI SOLDI A MILANO DUE. PERÒ
C’ERA UNA MIA FOTO DEL NATALE DEL 1992, ACCOMPAGNATA DA UN
PEZZO CHE PROVA AD ACCREDITARE IL TENTATIVO DI DEMOLIZIONE -
VORREI TANTO SAPERE CHI E' IL BURATTINAIO CHE MANOVRA DE
BORTOLI..." -
1 - INTERVISTA A TONINO: "VORREI SAPERE CHI E' IL BURATTINAIO CHE
MANOVRA DE BORTOLI"
Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 -
Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno
Contrada,
Antonio Di Pietro
, il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il
colonnello Fa
Luca Telese per "
Il Fatto
Quotidiano"
Senta, ma allora lo scriva... Se tutto
questo è vero, se sono questo formidabile spione, vissuto in
incognito per trent'anni, ma allora io sono il più grande
agente segreto del ventesimo secolo. Io non sono Mata Hari,
sono Bond, James Tonino Bond!". Ironico, sarcastico, ma
anche terribilmente incazzato. Letteralmente, incazzato.
Antonio Di Pietro
ieri, era un fiume in piena.
Il Corriere della sera pubblica in
prima pagina
la foto
del
1992 in
cui lui compare - in un pranzo, in un tavola di sei persone,
al fianco di Bruno Contrada, uno dei più famosi 007 italiani?
Di un ufficiale - all'epoca numero tre del Sisde - che sarà
arrestato solo nove giorni? La notizia diventa deflagrante
perché si lega alle voci che circolano da anni, quella
secondo cui l'ex Pm avrebbe una seconda vita. Agente segreto,
secondo qualcuno, addirittura uno degli uomini della Cia in
Italia secondo una
(auto)denuncia fatta dallo stesso Di Pietro: "Vogliono
incastrarmi".
Insomma, in questo clima, e nell'umore
in cui si trova, Di Pietro accetta di spiegare la sua verità
e di ribattere, uno per uno, a tutti gli addebiti che gli fa
uno dei suoi principali biografi (e critici) il giornalista
Filippo Facci.
Onorevole Di Pietro, quando lei ha
visto il
Corriere, questa mattina....
"Sono fuori dalla grazia di
Dio".
Vorrei farle un piccolo
interrogatorio...
"Allora, se permette, le do
qualche consiglio".
Vorrei chiederle...
"Alt! Se è un interrogatorio,
prima di iniziare mettiamo a verbale".
Che cosa? Non le ho ancora chiesto
nulla
"Questo Di Domenico, ovvero
l'uomo che Il Corriere considera attendibile sostegno delle
tesi fantastiche secondo cui io sarei un agente segreto, è un
uomo che ha ricevuto ben 18 provvedimenti di diffida da parte
dell'autorità giudiziaria! Diciotto, ha capito?".
E cosa dicono questi provvedimenti?
"Che si tratta, cito
testualmente, e le mando pure il fax, di un grafomane di
pro-fes-sio-ne!".
Lei lo ha denunciato?
"Denunciato? Sa che gli hanno
persino venduto all'asta
la casa
per pagare le spese processuali? Io le chiedo perché secondo
lei il Corriere abbia fatto ricorso a una fonte così
screditata".
Lei stesso, però, ha preannunciato
l'arrivo di queste accuse. Perché?
"Sì, perché sapevo che stava
arrivando della spazzatura. Se dico che stanno arrivando dei
veleni, mica questo significa che ci sia un qualche
fondamento".
I giornali pubblicano le notizie
quando le valutano come tali.
"E allora io domando,
pubblicamente. Quali sono le ragioni che spingono, ora, il
Corriere della sera, ad attingere a leggende metropolitane e
testimonianze di gente screditata?".
Cosa vuol dire?
"Che mi colpiscono a freddo. E
che c'è un burattinaio che cura questa regìa".
Non vorrà dire che De Bortoli è un
burattinaio, non ci crede nemmeno lei.
"Allora c'è qualcuno che
strumentalizza De Bortoli e Il Corriere contro di me, chiaro?
Non è che sono obbligati a mettere in pagina tutto quello che
passa".
Quale sarebbe il movente?
"Si cerca di demolire
politicamente e pubblicamente un soggetto non conforme ai
poteri dominanti".
Cioè lei.
"Mi scusi. Io giudico quello che
leggo. E anche quello che non leggo".
Cosa intende dire?
"Ieri, sulla prima del Corriere
della sera, non si poteva leggere la notizia di Massimo
Ciancimino, che racconta: La mafia investì i suoi soldi a
Milano due. Però c'era una mia foto del Natale del 1992,
accompagnata da un pezzo che prova ad accreditare il tentativo
di demolizione. Non c'era notizia, ha capito! Solo
allusioni".
Parliamo di questa benedetta foto,
allora.
"Certo, non ho nulla da
nascondere. Non ero mica in un bordello, circondato da
veline".
E dove si trovava, se lo ricorda?
"Ohhhh.... In una caserma dei
carabinieri! Ha capito? In una caserma...".
Ricorda i dettagli di quel giorno?
"Certo. Mi invitò il colonnello
Tommaso Vitaliano, che oggi è uno stimato generale, non un
latitante".
E l'occasione quale era?
"Un evento tipico dell'attività
della Spectre.... La cena degli auguri di Natale, del
colonnello con i suoi ufficiali".
Nove giorni prima dell'arresto di
Contrada.
"Esatto. Certo. Il problema,
semmai, sarebbe se fosse stato nove giorni dopo. non
trova?".
A quel tavolo è stato riconosciuto e
identificato anche un agente della Kroll, agenzia legata ai
servizi americani.
"Ho letto. Embè?".
Le risulta?
"Senta, se le vedesse tutti gli
altri scatti, scoprirebbe che eravamo quasi cento, forse
ottanta. Se le dico che con questo signore non credo di aver
scambiato una
parola mi
crede?".
Eravate il tavolo d'onore.
"Sì, ero al tavolo con quello
che per me, e per tutti, era il Questore Contrada. Ma se anche
avessi parlato con il signore della Kroll, non ci sarebbe
niente da dirmi: non avevamo fatto nulla di male, né io né
lui. Sarebbe un problema se fossi stato a una tavolata con
Riina! Ma che paese è diventato, l'Italia".
Senta, Di Pietro, tutto questo diventa
singolare perché lei stesso denuncia il tentativo di darle
della spia.
"C'era anche il colonnello Del
Vecchio... c'erano ufficiali, sottufficiali, non era mica
la mensa
del Kgb. E nemmeno eravamo in un gradevole incontro di
escort".
Dicono che ci sono altre foto.
"Bene. Se me ne danno copia, le
metto tutte sul sito e le commento una ad una".
Tutto inizia dal fatto che lei si
laurea bruciando le tappe...
"Lo conosco il teorema. Dicono:
Di Pietro è stato aiutato, infiltrato, favorito per oscuri
disegni. Mavvia!".
Facci scrive: lavorava, amministrava i
condomini, e poi riesce a dare 32 esami in 21 mesi.
"Embè? Ma lo sanno come funziona
l'università? Io ho seguito il piano di studi del corso di
laurea, punto. Ci ho messo quattro anni esatti".
I conti non tornano. O sbaglia lui, o
sbaglia lei.
"Tornano, tornano.... Non è che
uno da gli esami il primo giorno. La sessione dura sei mesi, a
volte un anno... Mi sono fato un mazzo così. Altro che titolo
regalato!".
Solo un anno prima era in Germania, a
"Lucidare mestoli", come scrive Facci. Poi torna in
Italiane trova posto in una ditta legata al ministero della
Difesa...
"Questa la devo raccontare. Ero
uscito da scuola perito elettronico, specialista in
comunicazioni..."
Codici segreti?
"Mavaàà... Ha presente la
famosa scuola radiolettra? L'unico codice con cui avevo
dimestichezza era il molisano di Montenero di Bisaccia".
Insomma, lei fa un concorso.
" E mentre ero lì in Germania, a
faticare, mi arriva una lettera di mia madre. Ci sono 2000
concorrenti, 36 posti..."
Ma ricorda tutto così bene?
"Mi sono andato a rivedere le
carte. Insomma, io come arrivo? Ultimo! E quindi non scelgo la
sede. Niente Roma, mi mandano a Milano, prima legione
aerea".
A contatto con il servizio segreto
dell'esercito in un sito militare, dicono...
"Ah, ah, ah... Lo sa cosa facevo?
Il magazziniere. E poi l'ispettore".
Ah, attività inquirente.
"Sì, certo. Il mio lavoro era
verificare come e se, erano stati montati i pezzi che venivano
caricati sulle bolle".
Altra leggenda metropolitana che lei
non ha mai smentito: Di Pietro era nella scorta di Dalla
Chiesa.
"Ma per l'amor Diddio! Ma quando,
nel 1972? Nel 1973? Appena uscito da scuola? Magari".
Quindi non è vero?
"Ma scusi, io mi metterei una
medaglia al petto di essere stato al fianco, o di aver servito
un uomo come Dalla Chiesa. Purtroppo non è vero, perché
allora mi prenderei volentieri anche l'accusa di essere
spione".
Insomma: laurea normale. Facci ha
trovato una testimone secondo cui lei vendeva anche gli
appunti.
"Questa è una grande
cazzata".
Lo faceva anche Berlusconi.
"Guardi, se qualcuno capiva la
mia grafia e il mio metodo glieli davo pure gratis. Ma questo
cosa dimostrerebbe? Che facevo gli appunti per darmi una
copertura? Ah, ah, ah... "
Quindi nessun aiuto o aiutino.
"Ho fatto un sacco di cose di cui
vado orgoglioso, mica solo quelle! Ho studiato di giorno e di
notte, ho lavorato, ho vinto un concorso da segretario
comunale prima, da magistrato poi. Altro che Cia, altro che
Kgb. Un bel percorso per un contadinotto che già allora
bisticciava con l'Italiano".
E poi c'è la famosa spedizione alle
Seichelles, in cui lei da magistrato, va a caccia di
latitanti...
"Quella è la ciliegina sulla
torta. Siccome al film mancava Ursula Andress... ecco che vado
a fare le operazioni sullo scenario di mare, con Usula Andress
al seguito. Ma questo, se non fosse tragico sarebbe uno
scherzo".
Quindi?
"Sa che le dico? Prima querelo
tutti. Poi, prendo le carte processuali e ci faccio altri
soldi".
Come?
"Beh, appena leggono questo popò
di romanzo, quelli ci fanno sopra un film. Gliel'ho detto, don
Tonino Bond. Nel mio ruolo ci voglio Scamarcio".
2 - DALL'AMERICA A HONG KONG IN DUE LETTERE I
NUOVI SOSPETTI DELL'AVVOCATO EX AMICO...
Felice Cavallaro per "il Corriere
Della Sera"
Diventa una delle prime storie
bollenti nelle mani di Massimo D'Alema la cena con Tonino Di
Pietro e Bruno Contrada seduti accanto, fotografati il 15
dicembre del 1992 nella caserma dei carabinieri di via in
Selci a Roma. Perché non si ferma l'ex amico dello stesso Di
Pietro, l'avvocato Mario di Domenico che ha rilanciato ieri i
suoi sospetti inviando un dossier al nuovo capo del Copasir,
il comitato parlamentare di controllo sui Servizi presieduto,
appunto, da D'Alema e una lettera personale al leader di
Italia dei Valori.
Pizzi
Documentazione alla quale Di Pietro ha
risposto con una diffida a pubblicare il libro già ultimato
da Di Domenico per le edizioni Koinè, pronto a stampare anche
gli scatti che ritraggono Di Pietro e Contrada con ufficiali
dei carabinieri, altri 007 dei Servizi italiani e un agente «americano»
dell'agenzia Kroll Secret Service.
Il tutto a 24 ore dall'avviso di
garanzia del pool Mani pulite a Bettino Craxi. Scatti che
alcuni dei presenti avrebbero cercato di fare sparire, dopo
l'arresto di Contrada, appena nove giorni dopo. Scatti in
parte salvati, ma riapparsi dopo diciassette anni, pubblicati
dal Corriere della Sera e ieri inseriti nel dossier di Di
Domenico.
A D'Alema e al suo vice Giuseppe
Esposito è diretto un robusto plico recapitato non solo a
Palazzo San Macuto, ma in copia anche alle Procure di Palermo
e Brescia dall'avvocato quarantenne protagonista di un duro
scontro tutto interno allo storico zoccolo di Italia dei
Valori, visto che con Di Pietro fondò il partito e ne scrisse
lo Statuto.
Fra le accuse cita perfino un assegno
da cinquantamila dollari rilasciato da un «mister X»
americano e mai incassato dallo stesso Di Domenico che lo tira
fuori adesso insinuando nuovi sospetti. Pronto «a depositare
copia della foto in cui l'agente Rocco Mario Mediati consegna
la targa su fondo oro, con stemma a cinque punte del Secret
Service U.S.A. al dottor Di Pietro». Certo di aver scoperto
«la smaniosa necessità di fare sparire, alla chetichella,
tutte le foto che qui, invece, doverosamente si allegano».
Siamo allo scambio di documenti,
lettere e diffide su carta bollata. La prosa di Di Domenico è
dura, accorata quando si rivolge a D'Alema. E forse anche un
po' rancorosa quando scrive direttamente a Di Pietro. Una
lettera personale inviata proprio ieri, dopo le repliche
dell'ex magistrato contro le «menti malate» che fanno girare
quelle foto. Un giudizio pesante quello di Di Pietro
sull'avvocato liquidato come un «fumoso e pretestuoso
grafologo».
E lo dice, assicura, ripetendo la
qualifica attribuita da alcuni dei magistrati che si sono
occupati di diciannove cause, «tutte perse da Di Domenico».
E delega l'avvocato Sergio Scicchitano a presentare la diffida
alla Koinè per il libro-denuncia «Il "colpo" allo
Stato».
Ed è scattato il pesante incipit
della lettera «personale» scritta a Di Pietro: «Chi le
scrive non ha bisogno di presentazioni. Ci conosciamo bene:
siamo nati lo stesso giorno, dinanzi lo stesso notaio, abbiamo
adottato lo stesso statuto e fatto tante altre cose tutte sub
iudice...». Poi un riferimento a un avvocato che avrebbe
informato Di Domenico di avere casualmente incontrato
nell'agosto 2008 Di Pietro a Hong Kong, «nei locali della
Shangai Bank, mentre effettuava operazioni di deposito».
Materia per la causa numero 20?
3 - PARLA ROCCO ‘O SPIONE AMERICANO CON
L'UFFICIO IN VIA VENETO: "ALLA CENA DI NATALE CON TONINO
E CONTRADA C'ERO ANCHE IO, E' VERO. GLI HO FATTO UN REGALO DEI
SERVIZI USA. SE VENIVA IN AMBASCIATA? IO NON L'HO VISTO,
IO..."
Gian
Marco Chiocci per il Giornale
Alla cena di Natale nella caserma dei
carabinieri di Roma, quella con
Antonio Di Pietro
seduto accanto al numero tre del Sisde indagato per mafia
Bruno Contrada (che di lì a poco verrà arrestato dalla
procura di Palermo con accuse infamanti) quel 15 dicembre del
1992 c'era anche l'«americano». Anche se in foto non
compare, effettivamente presenziava pure Rocco Mario Mediati,
personaggio conosciuto nel mondo dell'intelligence e della
sicurezza internazionale.
Questo signore è noto come «secret
service», specializzato nelle scorte e nelle «bonifiche» in
occasione delle visite delle delegazioni statunitensi. Esperto
anche di frodi informatiche, specialista in contraffazioni di
dollari e carte di credito, un uomo tuttofare che col tempo ha
fatto una carriera folgorante. Se lo si cerca attraverso il
centralino dell'ambasciata Usa in via Veneto a Roma te lo
rintracciano con una discreta celerità. In serata il Giornale
riesce a contattarlo. Ecco
il botta
e risposta con l'«americano».
Allora, signor Mediati, è sorpreso?
«Sorpreso è dire
poco. Casco dalle nuvole».
In che senso?
«Non me
l'aspettavo dopo tanto tempo».
Cos'ha da dire di quel pranzo con Di
Pietro?
«Intanto non era
un pranzo ma una cena. Era per le feste di Natale. Sono state
scritte un sacco di cose poco corrette, alcune proprio
sbagliate».
Precisiamole.
«Non mi
interessa. Non ne ho voglia».
Faccia uno sforzo, è importante.
«Non so e
comunque...».
Dica.
«Guardi sono
tantissimi anni che faccio questo lavoro, conosco tanta di
quella gente e non c'è niente...».
Provi a ricordare.
«Per quello che
ricordo io... Semplicemente una cena per le feste. Sono stato
chiamato, ero a casa...».
Consegnò lei la targa-premio o
targa-ricordo a Di Pietro?
«Sì, cioè, mi
spiego. Non si trattò di una vera e propria targa bensì di
una specie di fermacarte con lo stemma del Servizio sopra. Per
quanto ricordi non fu messa alcuna dedica. Ricordo che venni
chiamato, ero a casa, fu una serata piacevole. Si parlò di
tutto e di niente. Questo è quello che le posso dire».
Lei non lo ha più visto Di Pietro?
«Io? No, non l'ho
più visto».
E in ambasciata l'ha
mai visto Di Pietro
? Un senatore della Repubblica, De Gregorio, citando alcune
sue fonti sostiene che Di Pietro fosse andato più volte
all'ambasciata dove lei presta servizio.
«Allora se chiede
a me, le dico che io personalmente non l'ho visto, io».
Scusi l'insistenza, ma chi la chiamò
per la cena con Di Pietro e Contrada?
«Adesso non
ricordo. Conoscevo bene, sin da quando era capitano, l'allora
colonnello Vitaliano che prestava servizio al reparto
operativo di Roma».
Scusi Mediati, ma lei ufficialmente
che lavoro svolge? Che incarico ha in ambasciata?
«Sempre quello
che era all'epoca. Il Servizio per cui lavoro riguarda la
polizia federale. Sono un impiegato italiano che lavora per un
corpo americano».
Non è un agente...
«Qui non c'è
nessuna spy story, c'è solo una cena con dei carabinieri, un
funzionario dei servizi segreti italiani, il pm Di Pietro e il
sottoscritto. E anche se il mio servizio di appartenenza si
chiama servizio segreto, in realtà non è un servizio segreto
vero e proprio».
Prego?
«È così».
È mai stato coinvolto in qualche
inchiesta in Italia o in America?
«Mai. E poi io
sono cittadino italiano, non americano».
Anche se la chiamano l'«americano».
«Appunto».
Ma lei ha lavorato o no per l'agenzia
di investigazioni Kroll?
«Mai».
Sicuro?
«Sicurissimo».
E allora com'è uscita questa cosa
della Kroll?
«E lo chiede a
me? Grazie, adesso ho una riunione. Arrivederci».
Dei rapporti di Tonino con gli
americani (in senso lato) si è detto e scritto molto, specie
dopo l'uscita dell'ex pm che preannunciava l'imminente
pubblicazione di un dossier sul suo conto. A proposito dei
viaggi-conferenze organizzati negli Usa per Di Pietro da parte
di due nemici giurati del popolo dipietresco come Michael
Leeden (preso di mira da
Repubblica nella campagna
stampa sul governo italiano che tentò di rovesciare il regime
di Teheran) e come Edward Luttwak (crocifisso sempre da
Repubblica perché dall'inchiesta sul sequestro Abu Omar venne
fuori che parlava con Pio Pompa, il funzionario Sismi
dell'archivio in via Nazionale a Roma).
I due politologi hanno confermato il
contatto: Leeden ha ricordato che portò in giro Tonino e che
poi cenarono addirittura a casa, Luttwak che gli organizzò
una importante conferenza. Per non dire dei sospetti
d'intelligence avanzati dal faccendiere Francesco Pazienza in
un suo libro mai querelato, a proposito delle indagini segrete
di Tonino alle Seychelles (all'epoca pm a Bergamo) per
catturare il latitante dell'Ambrosiano. Oppure dell'architetto
Bruno De Mico, che collaborò a Mani Pulite, e che parlò di
strani «ambienti americani» interessati alle inchieste del
pool.
[03-02-2010]
IL DOSSIER CHE SPAVENTA TONINO
– MEJO DI UN TELEFILM! SI PARLA DI ASSEGNI AL PARTITO E
CANDIDATURE, LIMOUSINE, JET PRIVATI, MIGLIAIA DI DOLLARI - LA
PRIMA VICENDA RISALE ALL’AUTUNNO DEL 2000 QUANDO DI PIETRO
VOLA NEGLI USA CON LA CASSIERA DEL PARTITO SILVANA MURA – E
QUESTI DOCUMENTI ORA SONO SUL TAVOLO DEL COPASIR PRESIEDUTO
DAL MAGO DALEMIX…
Gianluigi Nuzzi per "Libero"
Più che un dossier è un insieme di
storie che chiedono di essere spiegate quello che sta
emergendo su Antonio Di Pietro. Storie svelate tramite
fotografie, assegni e documenti, carte che avevano provocato
il gioco di anticipo del leader dell'Idv quando due settimane
fa aveva svelato la circolazione di foto di una cena del 15
dicembre del 1992 alla quale partecipò con l'ex numero tre
del Sisde Bruno Contrada, pochi giorni prima dell'ar - resto
per concorso in associazione mafiosa.
In realtà queste storie non hanno
un'origine misteriosa ma emergono dal libro "attentato
allo stato" firmato per Koiné Edizioni da Mario Di
Domenico, avvocato romano, appassionato di codici antichi e
per anni fedelissima ombra proprio del leader dell'Idv. Tanto
da scrivere lo statuto quando il partito era ancora in fase
progettuale. Tra i due il legame fiduciario pareva
indissolubile sino aquando, qualcheanno fa, è arrivata una
rumorosa rottura.
Da allora l'amore si è trasformato in
odio. Di Domenico ha puntellato la vita politica dell'ex pm di
denunce di ogni tipo a iniziare dalla gestione dei
finanziamenti elettorali. «Ho già presentato diffida -
replica Di Pietro a "Libero" - alla casa editrice a
non pubblicare un libro su fatti già chiariti in sede
processuale. Ho
fatto il
conto: ho vinto tutte e venti le cause con Di Domenico,
pignorandogli anche la casa. Al nostro avvocato deve 60mila
euro ».
"Libero" ha visionato in
esclusiva parte del materiale che ha costituito la base del
libro. Soprattutto quella finita nelle ultime ore sul tavolo
del Copasir, l'organo parlamentare di controllo sui servizi
segreti e alle procure di Brescia e Palermo dopo l'esposto
presentato dal professionista. Limousine, jet executive
privati, decine di migliaia di dollari. La prima vicenda
risale all'autunno del 2000 quando
Antonio Di Pietro
vola negli Stati Uniti con la cassiera del partito Silvana
Mura.
Prova a rafforzare l'Italia dei Valori
e cerca fondi almeno stando a un assegno della Chase Manhattan
Bank che l'Idv ottiene dall'imprenditore Gino A.G. Bianchini.
Ma di chi si tratta? Deve essere un personaggio poco chiaro se
proprio un omonimo Gino A. G.. Bianchini alla fine degli anni
'80 venne coinvolto in processi per truffa e bancarotta in
Virginia.
La corte del distretto della Columbia:
"Valutando il ricorso di alcuni clienti per un assegno
sparito da un milione di dollari, Gino A. G. Bianchini,
presidente di Enercons, venne accusato di aver fatto fare
all'assegno una serie di giri a vuoto per bypassare le norme
sulla sicurezza monetaria". Ancora. Lo stesso Bianchini,
definito truffatore, viene accusato di aver organizzato un
sistema fraudolento di finte esportazione per sottrarre circa
16 milioni di dollari a banche italiane e straniere col fine
di fallire e tenersi i finanziamenti.
Appello venne fatto da Banca Emiliana,
banca di Sondrio, Banca Agricola Mantovana, ma Bianchini si
salvò perchè aveva usato un'altra società come scudo: la
Montepelmo intestata a tale Davide Farinacci. E che ci fa Di
Pietro con lui su un jet privato in giro per gli Usa?«Cercavamo
candidati negli Usa. L'aereo fu presoanoleggio», spiega il
leader dell'Idv che non si sottrae alle domande .
Torniamo all'assegno. Quello che conta
è che tre mesi prima delle elezioni, il 22 marzo 2001,
Bianchini stacca un assegno da 50mila dollari di sovvenzione
per l'Italia dei Valori, datandolo proprio 13 maggio 2001,
ovvero il giorno delle elezioni. Perchè un contributo
post-datato? Mistero. Sta di fatto che 24 ore dopo la giornata
elettorale, quando arrivano i primi dati, Bianchini scrive una
lettera assai ambigua nella quale si rivolge anche a Di
Pietro.
Missiva che farebbe intravedere
accordi economici o intenzioni poco chiare: "Rimango
ovviamente con Di Pietro - si legge nel documento -ma
debborientrare a curare le mie cose in Toscana e poiin Usa.È
ormaipenosamente chiaro che non sono stato eletto quindi
strappa il mio assegno che annullo". E qui la frase più
interessante: "Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco
con altro ben maggiore..(...), un abbraccio a
Antonio...".
Al Copasir, Di Domenico afferma che
Bianchini gli venne «segnalato da Di Pietro in quanto
proveniente da ambienti politici vaticano-americani, ma che io
ravvedendo in quella forma di finanziamento piuttosto un
acquisto di cariche politiche e quindi una certa pericolosità
mi sono rifiutato di portare all'incas - so». Di Domenico
allude a una compravendita di posti da parlamentari e a
rapporti poco chiari. Di Pietro risponde: «Non ho mai visto
quell'assegno, anzi vorrei capire a che titolo Di Domenico lo
aveva in mano e perché non lo ha distrutto come gli chiedeva
Bianchini».
Una storia complicata che non aiuta a
far chiarezza. Come la vicenda della cena con Contrada. Come
un altro assegno per 50 milioni, questa volta di lire, che Di
Domenico sostiene di aver dato a Di Pietro e provenienti
nientemeno che dal Vaticano a seguito di istanze che insieme
avrebbero portato avanti entro le mura leonine per trovare
fondi. «Siamo al telefilm», è la replica di Di Pietro che
smentisce qualsiasi richiesta di denaro presso vescovi e
cardinali.
Nel libro si fa riferimento a un
arbitrato nel quale lo stesso leader dell'Idv venne scelto
daun gruppodi albergatori romani finiti a carte legali con la
Santa Sede per la convezione sui pellegrini del Giubileo,
rimasta disattesa. «Di Domenico diede 50 milioni, è vero ma
si trattava di soldi suoi. Il resto è solo fantasia».
Insomma, una storia intricata che sarà la magistratura a
chiarire. Almeno, si spera.
[03-02-2010]
IL CORRIERE
METTE 'ASSEGNO' NUOVO CALCIO IN CULO AL DEMOLITION MAN DEL
MOLISE - DI VIAGGI NEGLI STATI UNITI DI PIETRO NE AVRÀ FATTI
TANTI, MA DI UNO S’ERA DIMENTICATO. QUELLO DI DIECI ANNI FA.
QUANDO PARTÌ PER WASHINGTON CON IL SUO PIÙ CARO NEMICO MARIO
DI DOMENICO, EX SEGRETARIO DELL’IDV, A CACCIA DI
FINANZIAMENTI - "UNA SERA BIANCHINI MI ALLUNGÒ UN
ASSEGNO DI 50 MILA DOLLARI, MA CON SCADENZA "13 MAGGIO
2001", IL GIORNO DELLE POLITICHE, CON LA RAGIONE CAUSALE
"ELECTIONS"..." -
Felice Cavallaro per il Corriere
della Sera
l’assegno di 50 mila dollari di
Bianchini a Di Pietro
Di viaggi negli Stati Uniti
Antonio Di Pietro
ne avrà fatti tanti, ma di uno s'era dimenticato. Quello
cominciato il 28 ottobre di dieci anni fa, l'anno del
Giubileo. Quando partì per Washington con il suo più caro
nemico, visto che si tratta dell'ostinato Mario Di Domenico,
ex amico ed ex segretario dell'Idv, l'avvocato delle foto con
Bruno Contrada, autore di un libro ancora in bozze, il tono
del Saint Just lanciato contro il partito che con Di Pietro ha
fondato e dal quale è stato espulso. È la ricostruzione di
un viaggio oltreoceano a caccia di finanziamenti, circostanza
che l'altra sera a Montecitorio proprio non ricordava Di
Pietro: «In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo
proprio di no...».
E invece che fa il legale abruzzese
con la passione degli statuti medievali? Apre il suo cassetto
senza fondo e tira fuori una foto in cui i due inseparabili
nemici sorridono seduti su un divano del Ponte Vedra Beach
Resort di Miami. E racconta: «Partimmo alla conquista
dell'America, spinti dal signor Gino Bianchini, un falso
ingegnere... ».
Ecco un altro passaggio di quella
caricatura di spy story che Di Pietro smonta con ironia,
autodefinendosi «James Tonino Bond», ma bollando come un
acrobatico grafologo il suo accusatore che ha perduto le 19
querele seguite a liti e veleni.
La foto
«americana » però c'è. Anzi, Di Domenico ne mostra
diverse, tutte legate al viaggio che si comincia a preparare
nei primi di ottobre, «quando la segreteria Idv a Busto
Arsizio riceve una mail da parte di un tal ingegner Gino
Bianchini, con un'intestazione intrigante, come se la
comunicazione pervenisse dalle organizzazioni ecclesiastiche
Vaticane: "Sanctuaryrome"».
Di Pietro chiama subito Di Domenico:
«Prendi contatti». E viene fuori che l'«ingegnere» senza
laurea, come poi scopriranno, garantisce «cospicui
finanziamenti », stando anche ad un capitolo del libro: «Bianchini
parlava di suoi potenti amici dell'ambiente politico e
imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli Stati Uniti
d'America...».
Tutti in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e
segretario, ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini
con due influenti personaggi al seguito, l'avvocato Sharon
Talbot e l'imprenditore Randy Stelk, «tutti in vena di
attenzioni verso il nostro Paese in vista di un totale
rinnovamento politico...», come avrebbe detto lo stesso
Bianchini, stando ai ricordi di Di Domenico, subito sorpreso
dallo scambio proposto, «perché tutto era condizionato alla
candidatura dell'"ingegnere" al Senato».
Scalo a Londra, prima tappa Washington
e poi «a scorrazzare lungo tutta la East Coast, fino a Miami
in Florida, alla ricerca dei dollari», insiste di Domenico
ricordando la prima vera lite con Di Pietro: «Ogni sera
tavolate imbandite in nostro onore. Ma mentre io, da ligio
segretario del partito, ripetevo il solito ritornello della
povertà francescana, Di Pietro puntualmente si alzava e si
allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si parlava di
quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva. Mi
lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi».
Poi il clou: «Una sera Bianchini mi
allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza
"13 maggio 2001", il giorno delle Politiche, con la
ragione causale "elections". In pratica, mi veniva
detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo
l'anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si
parlava addirittura di somme dieci volte maggiori... ».
Sarebbe stata questa la molla della crisi interna al vertice
Idv. Con Di Domenico che, senza rimpianti per la mancata
elezione di Bianchini, quell'assegno non cambiò mai. E
infatti lo sventola insieme con le foto «americane».
[05-02-2010] |
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DI PIETRO: BERLUSCONI A MESSINA COME OSPITE ABUSIVO
INAUGURA OPERA CHE NON HA COSTRUITO...
(Adnkronos) - Berlusconi si e' presentato alla posa della
prima pietra del Ponte sullo Stretto di Messina "per
inaugurare da ospite abusivo un'opera che non ha
costruito". Lo ha detto oggi il leader dell'Italia dei
Valori Antonio Di Pietro nel corso di una conferenza stampa a
Milano. Una prima pietra, ha sottolineato il leader dell'Idv,
che comunque "non era una pietra, non era sul ponte e non
era a Messina: hanno semplicemente iniziato i lavori per lo
spostamento di un pezzo di binario autorizzato dall'altro
governo Prodi 10 anni fa".
La
stessa cosa, ha continuato Di Pietro, "succedera' anche
nei prossimi giorni con la Pedemontana: una finta pietra per
dire che la Pedemontana c'e'". Per questa opera l'Idv
"rivendica l'identificazione del percorso e delle
priorita' di realizzazione e soprattutto di aver iniziato a
metterci i soldi", ha detto Di Pietro, aggiungendo che il
governo Berlusconi "non soltanto non ha messo altri
soldi, ma anzi, se mai ne ha sottratti".
- DI PIETRO: GESTIONE FORMIGONI FORMALMENTE CORRETTA MA
SOSTANZIALMENTE CRIMINOGENA...
(Adnkronos) - Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di
Pietro definisce la gestione Formigoni in Lombardia
"formalmente corretta, ma sostanzialmente criminogena,
perche' si affida alle lobby finanziarie e blocca la libera
concorrenza".
Se
prima c'era la "Milano da bere", ha aggiunto Di
Pietro, "quella di oggi e' diventata una Lombardia da
mangiare". Parlando a margine di una conferenza stampa
alla sede del consiglio regionale a Milano, Di Pietro ha
paragonato la gestione di Penati ad una "chemioterapia
per la politica in metastasi che c'e' in questa regione"
e ha aggiunto: "la strada e' in salita, ma la vetta e'
alla nostra portata".
[01-02-2010]
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SECONDA FACCI-ATA DELLA BIOGRAFIA
RIGOROSAMENTE NON AUTORIZZATA DI DI PIETRO - LO STUDENTE DI
PIETRO, MATRICOLA 144836, DIVENNE DOTTORE IL 19 LUGLIO 1978 -
DIEDE VENTIDUE ESAMI IN TRENTUN MESI SI LAUREÒ CON 108 E NON
LO DISSE A NESSUNO - DAL LIBRO "L'ANNO DEI
COMPLOTTI", 1995: "IN OCCASIONE DI UNA FESTA A LOS
ANGELES IN ONORE DELL’ALLORA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
ITALIANO [PROCLAMATO UOMO DELL’ANNO DALLA NIAF], UOMINI
D’AFFARI LEGATI A FRANK STELLA, IL RICCHISSIMO PRESIDENTE
DELLA PIÙ AUTOREVOLE ORGANIZZAZIONE DI ITALO-AMERICANI, SI
INCONTRARONO CON UOMINI DEL DIPARTIMENTO DI STATO. UNO DEI
FUNZIONARI DEL GOVERNO USA, IN QUELLA OCCASIONE FU UDITO DIRE,
IN RIFERIMENTO A CRAXI: “QUESTO LO FACCIAMO FUORI PRESTO”.
ERA IL 1987. QUATTRO ANNI DOPO SCOPPIAVA MANI PULITE,
UN’OPERAZIONE CHE EVIDENTEMENTE ERA INIZIATA MOLTO
PRIMA" -
Filippo Facci per "Libero"
Seconda e ultima parte del Tonino segreto. Quando lavorava per
una ditta di armamenti; la laurea sprint; i silenzi attorno a
una misteriosa struttura di intelligence antiterrorismo.
pietro idv
Il percorso biografico che portò
Antonio Di Pietro
sino al suo viaggio misterioso alle Seychelles - raccontato da
Libero di domenica - non è meno carico di piccoli e grandi
interrogativi che forse andrebbero semplicemente risolti: se
solo Di Pietro si decidesse a farlo.
I temi sono sempre gli stessi: l'inizio della sua carriera a
sorvegliare ditte di armamenti, l'effettiva attività svolta
da poliziotto: se ricostruire la sua acerba carriera si è
rivelato un inferno, probabilmente, è perché l'ex magistrato
su questi temi ha sempre taciuto. Le biografie, quelle
autorizzate, glissano.
Si torna dunque al 1973 e a un Tonino giovanissimo, quando, in
febbraio, gli giunsero due notizie. La prima era che aveva
passato il concorso dell'Aeronautica: avrebbe controllato le
produzioni che una ditta, l'Elettronica Aster, eseguiva per
conto del Ministero. Questo a Milano e poi in Brianza, nella
sede di Barlassina. La seconda notizia è che la sua fidanzata
era incinta, sicché entro due mesi provvederà a un
matrimonio riparatore: ma questo ora non interessa.
E' un Di Pietro difficile da immaginare. Aveva una barba
improponibile (foto dell'epoca lo mostrano poi con scarpe
bianche, pantaloni bianchi, giacca bianca, cravatta bianca e
camicia nera) e nei ritagli di tempo amministrava stabili,
perché come ministeriale guadagnava 170mila lire il mese.
Secondo un testimone, Tonino cominciò a lavorare al Centro
Regione Aerea di piazza Novelli, a Milano. Secondo un altro,
passò direttamente in un ufficio di Barlassina, in provincia
di Como. Secondo un altro ancora, trascorse qualche tempo
negli uffici dell'Aeronautica di Linate, o forse in Via Farini
sempre a Milano. La versione più probabile è che facendo
parte del Dca (Direzione costruzione armamento) abbia
saltabeccato qua e là prima di passare, dopo poco tempo,
all'Ustaa di Barlassina.
Un colonnello del genio dell'Aeronautica, Michele Merlo, aveva
lasciato il corpo per entrare nella proprietà della Aster,
azienda di apparecchiature elettroniche; all'interno di questa
società era dislocata una postazione dell'Ustaa (Ufficio
sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e fu appunto lì
che ministero della Difesa aveva spedito Di Pietro. Secondo
Merlo, dal 1975. Secondo un amico di Tonino di allora, Gianni
De Cet, nel '73.
L'Ustaa, in sostanza, aveva il compito di sorvegliare l'operato
delle aziende fornitrici, ossia che i prodotti
corrispondessero ai requisiti contrattuali per quantità e
termini di consegna. E questo faceva Tonino: compilare i
documenti che accompagnavano i materiali al collaudo e dare
un'occhiata perché tutto fosse prodotto come i capitolati
d'appalto prevedevano.
L'ufficio si occupava, e saltuariamente anche Di Pietro, di
aziende come la Breda Meccanica, l'Aerea, la Salmoiraghi e
altre ancora. Ma il suo ufficio era appunto dislocato presso
la Aster di Barlassina, e di essa Tonino si occupava in
prevalenza. Si parla di un'azienda che lavorava per conto
dell'Aeronautica, della Marina e dell'Esercito, che collaudava
pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato e che, in
consorzio con altre aziende (ma solo successivamente, e tanto
per fare un esempio), avrebbe prodotto parti dei sistemi di
controllo dei caccia Tornado. Il giovane Di Pietro, per dire,
si occupava perlopiù di «Arma Nike», parti di missili in
dotazione alle nazioni del Patto Atlantico.
Va da sé che un organismo cruciale come l'Ustaa fosse a contatto
con il Sismi: si vorrà dare per scontato che i Servizi
segreti militari tengano d'occhio perlomeno i centri di
produzione militare. E, come detto, nelle aziende in questione
non si producevano gavette. Quelli con il Sismi, beninteso,
non erano contatti ufficiali (non lo sono mai) ed era ben
logico che i proprietari delle aziende ne fossero tenuti
all'oscuro per quanto possibile.
Ma che qualche militare o dipendente abbia svolto un doppio
incarico è tuttavia sicuro, e sono stati appurati dei casi
anche negli ambienti della Aster. Alcune sparate su un Di
Pietro «dei servizi segreti» nascono da queste
considerazioni, poste in maniera mai seria e comunque
indimostrate. Non era strano che il Sismi fosse a contatto con
la Cia, e che questa fosse legittimamente interessata al
controllo e alla supervisione di quelli che in fondo, anzi
principalmente, erano prodotti strategici della Nato.
Tanto che i militari, gli industriali bellici e i dipendenti come
Di Pietro dovevano preliminarmente (ogni sei mesi, più o
meno) passare il vaglio del Nos, il Nulla osta sicurezza. In
un mare di sigle, dipartimenti e organismi non stupirebbe se
fosse caduto in confusione persino l'ex capo del Sismi Fulvio
Martini, a suo tempo da noi interpellato: «Da quel che ho
capito Di Pietro lavorava all'Usi, l'Ufficio sicurezza»; ma
come, non si chiamava Ustaa? «Io credo che lavorasse
all'Ufficio sicurezza... Ma forse ha cambiato nome dopo la
legge del '77-78, la 801. Io non conosco l'Ustaa, conosco
l'Uspa»; cioè? «Ufficio sicurezza Patto Atlantico».
PIETRO
L'Ustaa, o quel che fosse, comunque esisteva. anche se Di Pietro
ha fatto di tutto per complicare le cose. Un amico di Tonino,
Gianni De Cet, ha raccontato che nel 1974 Di Pietro accompagnò
addirittura suo padre Giuseppe alla sede di Barlassina «per
mostrargli dove lavorava»; è De Cet ad accompagnare Tonino
per la prima volta a Barlassina; ed è stato confermato che fu
Di Pietro stesso a indicare ai biografi il nominativo di
Michele Merlo (proprietario della Aster) tra quelli da
contattare perché raccontassero bene di lui.
Ma niente da fare: «Non lavoravo alla Aster» disse
Di Pietro il
7 febbraio
1997 in
tribunale e in ogni sede possibile. E chiusa lì. È vero,
lavorava all'Ustaa, non alla Aster. Ma l'Ustaa era solo un
ufficio dentro la Aster. Ma Di Pietro ogni volta non lo
spiega: nega. Fa di tutto insomma per autorizzare misteri e
sospetti.
Per capire: in un interrogatorio reso a Brescia nel 1995 metterà
per iscritto di aver lavorato per il Controllo armamenti del
ministero della Difesa dal 1973 al 1977; subito dopo, in un
libro che raccoglie le sue carte processuali, comparirà una
correzione: dal 1973 al 1979, come per coprire quel paio
d'anni in seconda stesura; finché, da altri documenti
ufficiali e non smentibili, si apprende che vi lavorò dal 10
febbraio 1973 al 15 gennaio
1980. In
un libretto a sua firma titolato La mia politica, nel 1997,
torna a scrivere: fino al 1977. Si parla dell'uomo che invoca
trasparenza.
Nel 1977, tuttavia, qualcosa accade. All'Ustaa, Di Pietro si fa
vedere sempre meno. Di quel periodo si sa che sfornò un esame
universitario dietro l'altro, al limite del miracolo: diede
ventidue esami in trentun mesi, si laureò con 108 e secondo
le biografie non lo disse a nessuno: un'impresa che di norma
riesce a pochi studenti modello, gente che non ha altre
occupazioni oltre allo studio.
Di Pietro invece - sempre secondo certe biografie, da lui
praticamente dettate - era pendolare, amministratore
condominiale, ristrutturava una villa, giocava da portiere in
una squadretta e sciava nei week-end. Il che, beninteso, non
significa nulla: in fondo alla Aster aveva orari da
ministeriale, staccava alle
14. A
generare qualche sciocco sospetto, forse,
il fatto
che non festeggiò mai la laurea, nessun amico o familiare
assistette alla tesi, ai genitori non aveva neppure mai detto
d'essersi iscritto, e fotografie dell'evento non ce ne sono.
L'unica testimonianza - dopo una quindicina d'anni di ricerche -
l'ha rilasciata una donna di Gallarate, L.M.B.: «Conobbi
Tonino alla Statale di Milano nell'autunno del 1980. Lui era
già laureato, faceva il poliziotto ma si stava preparando al
concorso per la magistratura. Mi diede in prestito i suoi
appunti, li conservo ancora. Sorvolando su errori grammaticali
e di sintassi, scoprii subito che aveva una capacità di
sintesi e una testa incredibilmente acuta.
Mi aveva chiesto di restituirglieli, perché li noleggiava a
pagamento. I quadernoni di Tonino sono costellati, per intere
pagine, di "prove" di firme... sicuramente aveva fin
d'allora manie di grandezza. Io non ero sua compagna di corso,
non ho assistito alla discussione della sua tesi, la mia
testimonianza lascia il tempo che trova: ma mi chiedo come sia
possibile fare il magistrato senza titolo».
Lo studente
Di Pietro Antonio
, matricola 144836, divenne dottore il 19 luglio 1978 con una
tesi sull'attuazione della Costituzione nel primo trentennio
di applicazione. Relatore il costituzionalista Paolo
Biscaretti di Ruffia, correlatore l'assistente Maria Paola
Viviani.
Purtroppo Biscaretti di Ruffia è morto, ma nel 1995 fece in
tempo a controllare il suo quadernetto personale in cui
annotava tutti gli studenti laureatisi con lui. Di Pietro
c'era, disse. Il nome del futuro magistrato compare anche
nell'archivio informatico dell'Università. E il Rettore, con
lettera privata, ha confermato che
Di Pietro Antonio
risulta laureato. In quale straordinario modo, si può vedere
qui di seguito:
1975
28 maggio - Storia del diritto romano (400 pagine): 28/30
4 giugno - Istituzioni di diritto romano (700 pagine): 25/30
4 luglio - Istituzioni di diritto privato (1100 pagine e 2969
articoli del codice civile): 24/30.
10 novembre - Diritto costituzionale (700 pagine e 139
articoli): 30/30.
(data illeggibile) Diritto costituzionale comparato: 26/30.
1976
20 febbraio - Esegesi delle fonti del diritto italiano: 26/30
28 aprile - Contabilità dello Stato: 26/30
3 maggio - Diritto regionale e degli enti locali: 29/30
15 giugno - Diritto ecclesiastico: 26/30
1° ottobre - Diritto canonico (300 pagine): 28/30
25 ottobre - Diritto commerciale (1400 pagine): 27/30
30 novembre - Economia politica (700 pagine): 26/30
20 dicembre - Organizzazione internazionale: 27/30
1977
24 gennaio - Scienze delle finanze e diritto finanziario (800
pagine): 26/30
7 febbraio - Storia del diritto italiano (650 pagine): 28/30
31 marzo - Diritto processuale civile (1000 pagine e 831
articoli): 28/30
18 aprile - Diritto tributario (450 pagine): 27/30.
24 maggio - Diritto penale (1200 pagine, 734 articoli): 27/30
7 luglio - Procedura penale (1100 pagine, 675 articoli): 28/30
29 ottobre - Diritto civile (800 pagine): 25/30
1978
26 gennaio - Diritto amministrativo (1400 pagine): 28/30
19 luglio - Tesi di 320 pagine e laurea. Voto finale 108/110.
In un libretto a firma
Antonio Di Pietro
degli anni novanta, «La mia politica», è scritto: «Si è
laureato con
il massimo
dei voti». Non è vero, come visto: prese 108. Purtroppo la
maggior parte dei professori dell'epoca sono morti. Quelli
vivi sarebbe anche normale che non ricordassero uno che non
frequentava i corsi. Per la stessa ragione, forse, non figura
neanche uno studente tra i centomila personaggi intervistati
nel corso degli anni Novanta perché dicessero «anch'io
conoscevo Di Pietro».
Il quotidiano «Il Foglio» aveva ritenuto di averne individuato
perlomeno uno, di personaggio: Agostino Ruju, assistente di
Diritto civile del professor Pietro Trimarchi. Di Ruju erano
assodati i rapporti intrattenuti con carabinieri, poliziotti,
finanzieri e uomini del Sisde e Sismi. All'interno
dell'Università milanese era un punto di riferimento per
figli di generali e di questori e vantava la tessera «Amici
dei carabinieri».
Il «Foglio» aveva ipotizzato che Ruju avesse preso a cuore
anche le sorti del giovane Di Pietro, ma l'interessato ha
smentito la circostanza dapprima cortesemente e si è detto
anzi convinto che Tonino avesse studiato al Sud. «Dopo
la pubblicazione
dell'articolo era semplicemente terrorizzato» hanno fatto
sapere dal quotidiano. Va detto che Ruju fu arrestato da Di
Pietro per Mani pulite ed era in attesa di giudizio.
Ma una cosa curiosa, da principio, aveva fatto in tempo a dirla:
«Se è vero che Di Pietro sostenne Diritto privato il 4
luglio del '75, ricordo che quello fu il mio primo appello da
assistente: bocciai tutti». Messa così è inquietante.
Qualche mese dopo, per fortuna, correggerà il tiro sul «Corriere
della Sera»: l'esame? «Non l'ha certo sostenuto con me. Io
ero appena stato nominato assistente, ricordo bene
quell'appello: lui è stato promosso, mentre io ho bocciato
tutti». E messa così è diverso: potrebbe anche solo
significare che Di Pietro era il migliore di tutti. A ogni
modo, anche qui, le illazioni del Foglio non hanno trovato
conferma.
Divenuto dottore, Di Pietro si licenziò dal ministero della
Difesa. Ma neanche qui risulta niente di chiaro: parlò di
dimissioni avvenute nel 1977 (in un interrogatorio bresciano)
e poi corresse in 1979 (in un suo libro di memorie difensive)
e a complicare le cose contribuisce un'intervista che il noto
giornalista Paolo Guzzanti fece il 29 aprile 1993 ad Antonia
Setti Carraro, suocera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
e madre della sfortunata Emanuela con lui assassinata a
Palermo.
La signora, affettuosamente, riferì che aveva conosciuto Di
Pietro (già celeberrimo, nel periodo dell'intervista)
quand'era un «agente» al servizio del generale: novità
assoluta e titolo di merito stranamente escluso da ogni
profilo biografico. Il 1° maggio 1993 «
La Stampa
» pubblicò l'intervista. Domanda: «Lei ha conosciuto Di
Pietro?». Risposta: «Benissimo. Le dirò che era alle
dipendenze del generale Dalla Chiesa».
I nuclei del generale erano dei gruppi interforze, un apparato di
intelligence antiterrorismo a metà strada tra magistratura e
ministero dell'Interno, a stretto e giustificato contatto con
i servizi segreti. Dopo
la pubblicazione
dell'intervista non accadde nulla, nessuno smentì nulla. La
signora, anzi, ringraziò. Quattro anni dopo, il 16 settembre
1997, Guzzanti ripropose la confidenza della Setti Carraro e
scoppiava il finimondo.
Lei smentiva in maniera un po' disordinata, poi riferiva che a
dirle dell'attività di intelligence svolta da Di Pietro
(dunque confermata) fu lo stesso Di Pietro quando le rese
visita in compagnia di un «alto magistrato». Ricontattata a
bocce ferme, la signora Setti Carraro ha detto: «Mi venne a
trovare a casa accompagnato da una collega magistrato di cui
adesso non ricordo il nome, mi pare fosse la figlia di uno dei
presidenti del Tribunale di Milano. S'intrattenne a casa mia
per circa un'ora e mezzo e, parlando, mi disse di aver
lavorato alle dipendenze di mio genero a Milano. Per quello
che ricordo non faceva parte della sua scorta personale ma era
uno degli agenti che avevano il compito, credo, di tenere
sotto controllo l'accesso ai covi».
La citata «figlia di uno dei presidenti del Tribunale» dovrebbe
essere il pm Gemma Gualdi, in realtà nuora del presidente
della Corte d'appello Piero Pajardi e molto amica di Di
Pietro, tanto che questi, nello st
esso periodo, cercava di cooptarla nel Pool di Mani pulite. Per
quanto riguarda i covi, è lo stesso Di Pietro - anche se
ieri, sul suo blog, ha negato tutto - ad aver ammesso una sua
«attività di investigazione riservata presso il covo
terroristico di via Astesani sotto coordinamento dell'allora
mio dirigente Vito Plantone»: l'ha scritto in una memoria
difensiva del 2 luglio 1995.
Non era proprio il primo che passava, Plantone: aveva guidato
l'irruzione nel covo del brigatista Walter Alasia e aveva dato
la caccia ai peggiori delinquenti degli anni Settanta prima di
diventare questore. Ma Di Pietro non ha mai voluto dire una
parola sull'argomento. Lo stesso Di Pietro che di lì a poco
diverrà magistrato. E che partirà per strane vacanze alle
Seychelles.
2 - DI PIETRO NELLE MANI DELLA CIA? UN VECCHIO SOSPETTO IN UN
LIBRO DEL 1995.
Dal libro di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono «L'anno dei
complotti», Baldini&Castoldi, Milano 1995: (pagina 83)
«Il giornalista Francesco D. Caridi [...] ha scoperto un
particolare importante circa il possibile coinvolgimento di
ambienti statunitensi nell'attacco a Craxi. In occasione di
una festa a Los Angeles in onore dell'allora presidente del
Consiglio italiano [proclamato Uomo dell'Anno dalla NIAF],
uomini d'affari legati a Frank Stella, il ricchissimo
presidente della più autorevole organizzazione di
italo-americani, si incontrarono con uomini del Dipartimento
di Stato. Uno dei funzionari del governo USA, in quella
occasione fu udito dire, in riferimento a Craxi: "Questo
lo facciamo fuori presto". Era il 1987. Quattro anni dopo
scoppiava Mani Pulite, un'operazione che evidentemente era
iniziata molto prima.»
Nota degli stessi Autori: «Nel febbraio del '95 è stato reso
noto un rapporto della Cia di dieci anni prima in cui gli
spioni americani prevedevano già oltre alla svolta
democratica del Pci, il dissolvimento della Dc e il ritorno
della destra».
[19-01-2010]
LA CIA è VICINA! - LEDEEN: “DI
PIETRO CENÒ DA ME”. E LUTTWAK: “FU MIO OSPITE” - LA
RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L’EX LEADER DI MANI PULITE
FECE A WASHINGTON NEL ’95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE
TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER ILORO LEGAMI CON I
SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSì: LO INVITAMMO
PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...
Maurizio Caprara "Corriere
della Sera"
La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di
una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più
d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di
Pietro. Era il
1995. L
'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste
sulle tangenti entrasse in politica, quando l'attuale
presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato
un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti
offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che "il
Giornale", testata del fratello del presidente del
Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze
tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.
«Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di
avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato
Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute,
centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le
persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro»,
dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una
conferenza al Centro di studi strategici internazionali.
In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi
citati dal "Giornale" sono sgraditi all'elettorato
di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e
Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali.
"Libero" ha attaccato l'ex pubblico ministero
attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e
servizi» in Italia.
Per presentare i due americani, "Giornale" ha fatto
notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali
della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il
primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre
parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue
intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro
Abu Omar;
il secondo perché
responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il
governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)».
La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare
i funzionari, io l'ho invitato», racconta al
"Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del governo.
Non l'ho trasportato io dall'Italia. il Era a Washington»,
risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il
ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una
risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero
della Repubblica. Avrei dovuto».
Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle
mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione
chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un
fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la
gente per il rubare una mela, diventa fuorilegge e viene
celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha
ragione, gli altri torto». Autore di un «manuale»
intitolato "Strategia del colpo di Stato", Luttwak
non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di
Berlusconi.
Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del
1985, mentre
il secondo rifiutava
la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen
ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a
New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo
invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a
cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso,
grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene
a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché?
Non era affare del mio Paese».
Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di
Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo
del momento. In complesso, però, negli Usa non fu accolto
come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con
preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come
sottolineò nel
2002 l
'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo
Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima»)
la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era
quello con il merito di aver installato i Cruise».
[19-01-2010]
|
INDAGATE
DI PIETRO, ANZI
NO - IL
TRIBUNALE DI MILANO CHIEDE ALLA PROCURA DI INVESTIGARE SULLA
CURIOSA GESTIONE DEI FONDI DELL’IDV – L’ACCUSA DELL’EX
FEDELISSIMO VELTRI: “UNA SEMPLICE ASSOCIAZIONE DI FAMIGLIA
DI TRE PERSONE CHE HA INCASSATO MILIONI DI EURO DI FONDI
PUBBLICI SPACCIANDOSI PER UN PARTITO POLITICO” – MA IL PM
INCARICATO TIENE LA PRATICA FERMA TRA LE "NOTIZIE
INFONDATE"…
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
1 - IL TRIBUNALE CHIEDE DI INDAGARE SU
DI PIETRO
Antonio
Di Pietro spa, nuova
puntata. Sulla controversa gestione dei soldi pubblici da
parte dell'ex pm di Mani Pulite, attraverso non si capisce
bene quale soggetto - se la sua «associazione di famiglia»
Italia dei Valori e/o il suo omonimo «movimento-partito»
Italia dei Valori - il presidente del tribunale di Milano
Livia Pomodoro ha attivato quella stessa procura in cui il
Tonino nazionale un tempo giocava a tutto campo. indagare
La palla
è passata così al pm Eugenio Fusco, che da mesi la sta
trattenendo senza sapere bene cosa fare delle nuove
circostanziate denunce di Veltri (nel 2004 alleato insieme a
Occhetto per le Europee in una lista con Di Pietro, a cui
ancora chiedono la loro parte di rimborsi elettorali).
Il
magistrato è indeciso se continuare a tenere la pratica
scottante ricevuta dal presidente Pomodoro a «modello 45»
(ovvero nel calderone delle notitiae criminis completamente
infondate) oppure iscrivere il tutto a «modello 21», a «carico
di noti».
Una
differenza non da poco: nel primo caso il pm può infatti
decidere di archiviare direttamente la pratica e di far morire
seduta stante il procedimento senza che le parti possano
metterci becco; nel secondo, deve optare invece per una
richiesta di archiviazione su cui dovrà pronunciarsi un gip e
su cui le parti potranno eventualmente avanzare opposizione.
Nonostante
l'iniziativa del presidente del tribunale (che se avesse
reputato l'atto totalmente infondato nemmeno l'avrebbe
trasmesso alla procura) il fascicolo Veltri-Di Pietro ancora
galleggia a «modello 45», appunto tra le notizie prive di
qualsiasi fondamento. Il pm Fusco si è preso altro tempo e la
cosa sorprende non poco Elio Veltri (leggere l'intervista
sotto).
L'avvocato
di Veltri, Luigi Gianzi, è altrettanto perplesso: «Confermo
che la pratica è ancora a modello
45. A
prescindere da tutte le valutazioni sulla fondatezza in
diritto e in fatto, anche da una lettura ictu oculi delle
carte, come minimo meriterebbe una iscrizione a modello 21.
Sostenere che determinate notizie di reato, che il presidente
Pomodoro ha ritenuto meritevoli di un approfondimento da parte
della procura, siano ritenute affatto meritevoli di
approfondimento dalla stessa procura, beh... ce ne passa».
L'iniziativa
del presidente del tribunale di Milano nasce da un ricorso
rivolto al
tribunale civile
di Milano per chiedere la nomina di un liquidatore dell'«associazione
Italia dei Valori» in quanto soggetto giuridico non
legittimato a percepire i milioni di euro di fondi elettorali
destinati ai «partiti», e non certo alle «associazioni di
famiglia» come sembrerebbe essere quella di Di Pietro.
Con
l'ordinanza del 23 luglio 2008, il tribunale di Roma aveva
constatato che esistono due soggetti distinti, aventi organi
diversi, e quindi ognuno una propria autonomia: ovvero l'«associazione»
Italia dei Valori (costituita da Di Pietro, dalla moglie e
dalla fiduciaria, onorevole Mura) e il «movimento politico»
vero e proprio. L'Associazione di famiglia si era presentata
in giudizio affermando di essere il partito e in tale modo
sostituendosi ad esso. Condotta di per sé strana e
discutibile.
Leggendo
gli atti, il presidente del tribunale si è convinto a
trasmetterli alla procura dopo aver preso atto degli esiti
delle ulteriori iniziative degli ex alleati di Di Pietro, come
i controlli effettuati presso le corti di appello e il
Viminale per capire quale soggetto, di volta in volta,
effettivamente percepisse rimborsi elettorali.
Controlli
che a detta di Veltri avrebbero dimostrato lo schermo fittizio
«con cui l'associazione familiare Idv - si legge nella
memoria depositata - si sia potuta facilmente sostituire,
nella richiesta e gestione dei fondi elettorali, attraverso
proprie auto dichiarazioni non rispondenti al vero, al
Movimento politico Idv, in modo che i fondi elettorali
affluissero direttamente sul conto corrente intestato alla
stessa associazione (nell'esclusiva disponibilità dei tre
soci) e non invece al movimento politico che mai ha potuto
esercitare alcuna ingerenza tanto che non risulta aver mai
richiesto un codice fiscale.
Se sono
vere tali premesse, il movimento politico non ha mai richiesto
e percepito fondi elettorali, tanto che non risulta aver mai
richiesto un codice fiscale», tutto essendo rimesso al buon
cuore e all'arbitrio dell'associazione.
Proprio
per interrompere ciò che ai ricorrenti pare una evidente
gestione «privata» e «personale» dei fondi pubblici, il 10
luglio scorso sul tavolo del presidente del tribunale viene
recapitata la richiesta di nomina immediata di un liquidatore.
E
proprio in merito a questo meccanismo di condotte di
sostituzione di un soggetto (l'associazione dei tre soci) con
l'altro (movimento politico) nella richiesta e gestione dei
fondi pubblici elettorali, il presidente Pomodoro ha ritenuto
di trasmettere gli atti al procuratore capo. E ciò nella
premessa, rimarcata da Veltri, che un soggetto diverso da un
partito o da un movimento politico non possa avere in alcun
modo titolo a richiedere in sostituzione e al posto di essi,
questi fondi.
Nel
frattempo (il primo dicembre 2009)
Antonio Di Pietro
è corso a sottoscrivere l'ennesimo atto notarile, l'ennesima
rincorsa per tentare di dimostrare che nulla di illecito è
stato commesso, e che l'associazione e il movimento-partito
sono la stessa, identica, cosa. Come Di Pietro scrisse a
Vittorio Feltri quand'era direttore del quotidiano Libero.
2 - "ABBIAMO PORTATO LE PROVE, ALTRO CHE
NOTIZIE INFONDATE"
Signor Elio Veltri, il tribunale di Milano
trasmette gli atti alla Procura ritenendo i fatti documentati
su Di Pietro meritevoli di indagine. E cioè, chiede di
verificare se un'associazione di famiglia che reca lo stesso
nome di un partito, si sia sostituita ad esso sfruttando
l'omonimia e la carenza dei controlli della Camera. È così?
Teme trattamenti di favore per l'ex pm?
«Sulla questione soldi e
Antonio Di Pietro
, da Milano ci si attende una risposta di imparzialità e
grande serietà. L'atto compiuto dal presidente del tribunale,
persona serissima, parla da solo. Sarebbe un errore gravissimo
se di fronte a fatti come quelli che sono stati descritti
nella nostra memoria, calasse il silenzio o peggio. Fatti di
questo tipo porrebbero davvero a rischio le istituzioni
democratiche.
Quanto
da noi documentato e, ripeto, giudicato meritevole di
approfondimenti dalla dottoressa Pomodoro, assume un
significato importante: perché i fatti su cui fare chiarezza
hanno non solo un rilievo penale ma prima di tutto
costituzionale. Qui si parla, è vero, di una semplice
associazione di famiglia di tre persone che ha incassato
milioni di euro di fondi pubblici elettorali spacciandosi per
un partito politico».
Non ha risposto. Teme, o no, trattamenti di
favore?
«Confido nella magistratura, anche in quella dove Di Pietro
ha prestato servizio per molti anni. Registro, però, che gli
atti trasmessi dal presidente del tribunale giacciono ancora
nel limbo del modello 45 come se fosse una qualsiasi notizia
totalmente infondata, e non invece documentata.
A
giudicare dall'iniziativa della Pomodoro, magistrato di lunga
esperienza, considerato da tutti attento e preparato, così
infondata questa benedetta notizia di reato non sembra
esserlo. È da sottolineare che nessuno aveva chiesto al
presidente di trasmettere gli atti alla procura, si è
trattato di una decisione autonoma, vuol dire che ha ravvisato
la necessità di farlo, di andare a fondo alla faccenda, di
chiarire passaggi sui quali chiunque inorridirebbe alla
lettura di quanto riportato. Se invece poi non si indaga,
allora è un altro discorso...».
Il pm Fusco ha fama di magistrato preparato in
reati finanziari.
«Appunto. Il pm a cui il procuratore capo ha affidato il caso
è decisamente competente a indagare sui fatti che trattano
della gestione poco trasparente di un mare di soldi dello
Stato. Anche per questo chiederemo al pm Fusco di essere
ascoltati sui fatti documentati che vanno esaminati seriamente
e portate davanti a un giudice terzo».
[08-01-2010]
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AGGIUNGI UN
DIPIETRISTA A TAVOLA! INCIUCINO PRO TONINO AL SENATO, ARRIVANO ALTRI
DUE SEGRETARI D’AULA PER DARE UNA POLTRONA ALL’ITALIA DEI LIVORI
- I POSTI PASSANO DA 8 A 12, +33% DI SPESE TRA SEGRETARIE,
ASSISTENTI, PREBENDE VARIE - TUTTI D’ACCORDO, SI OPPONGONO SOLO I
RADICALI E TEX VILLARI…
Gian Antonio Stella per "Il
Corriere della Sera"
Esiste l'inciucio puro e virtuoso? E'
quello che ti chiedi annotando quanto accadrà oggi al Senato dove,
come succede sempre alla vigilia di Natale con le faccende che non
devono dare nell'occhio, verranno votati due nuovi segretari d'aula,
portando il conto finale a dodici contro gli otto fissati dal
regolamento. Uno scandaletto piccolo, se vogliamo. Ma illuminante.
Il tutto per placare Antonio Di Pietro, che spara contro ogni
accordo trasversale il lunedì, martedì, mercoledì, giovedì...
Sia chiaro, all'Italia dei Valori non viene regalato niente: a
quella poltrona aveva diritto.
Ma il modo in cui si arriva a chiudere
una delle tante guerricciole tra destra e sinistra è piuttosto
discutibile. A partire dal contesto. Dicono i numeri, infatti, che
palazzo Madama non ha mai faticato poco come di questi tempi. Basti
ricordare che, come ha dimostrato poche settimane fa un'inchiesta di
Carmelo Lopapa su Repubblica, non solo «la commissione Affari
costituzionali negli ultimi sei mesi si è riunita 37 volte per 25
ore di lavoro (meno di un'ora a seduta), la commissione Giustizia 33
riunioni per 36 ore di attività, Esteri 17 sedute in 14 ore, Difesa
24 sedute per 22 ore, e via così...» ma la stessa assemblea, dal
primo di maggio alla fine di ottobre, ha lavorato mediamente 8 ore e
45 minuti.
C'è chi ne trarrebbe la conclusione
che, visto che per regolamento i segretari d'aula «tengono nota dei
senatori iscritti a parlare; danno lettura dei processi verbali e,
su richiesta del Presidente, di ogni altro atto e documento che
debba essere comunicato all'Assemblea; fanno l'appello nominale;
accertano il risultato delle votazioni...», già otto dovrebbero
farsi carico di un'ora di fatica la settimana a testa.
Ridotto in dieci a 52 minuti a testa.
In dodici a 44 minuti scarsi. Ma sentiamo già l'obiezione: è il
prezzo della democrazia! Lasciamo stare... Qual è il punto? Il
punto, come hanno inutilmente sottolineato i senatori radicali
Donatella Poretti e Marco Perduca denunciando la «tenia
partitocratica che vede consociati tutti i gruppi in Senato per fare
un favore all'Italia dei Valori», è che come ogni organismo di
garanzia che non appartiene a nessuno la struttura dei segretari
d'aula avrebbe dovuto avere al suo interno una rappresentanza di
tutti i gruppi parlamentari.
E come ha riconosciuto Anna
Finocchiaro non è giusto che esista «un Gruppo parlamentare con 13
senatori che non ha la possibilità o l'occasione di partecipare al
Consiglio di Presidenza e, dunque, di concorrere all'organizzazione
ed alle scelte politiche ed istituzionali che caratterizzano le
funzioni del Consiglio di Presidenza».
Parole d'oro. Sottoscritte dalla
stessa maggioranza. Ma da cosa è nato il pasticcio?
Dall'ingordigia, accusa il senatore dell'Udc Gianpiero D'Alia, dei
partiti più grossi che, «invocando un principio maggioritario che
non c'è ne nello spirito ne nella lettera della norma (ne
costituzionale ne regolamentare), hanno giocato all'asso
pigliatutto, come si suoi dire: avendo il maggior numero di voti,
hanno determinato le elezioni dei quattro Segretari di maggioranza e
di opposizione, escludendo dalla rappresentanza i Gruppi
parlamentari più piccoli».
«E noi?», avevano protestato i
dipietristi. Risposta corale: d'accordo, ne aggiungiamo due, uno
dell'Idv e uno della maggioranza, per pareggiare i conti. Macché:
nel segreto dell'urna il candidato di Tonino Di Pietro, Aniello Di
Nardo, era stato scartato in favore della sudtirolese Helga Thaler
Ausserhofer. Nuove proteste dipietriste: vergogna! E nuova risposta,
un mese fa: ne aggiungiamo provvisoriamente altri due, uno ai
dipietristi e uno alla maggioranza.
Altri due? Nonostante i gruppi
parlamentari, grazie alla nascita del Pdl e del Pd e la scomparsa di
vari partiti minori, si siano dimezzati? Nonostante si tratti di
nuove spese (segreterie, assistenti, prebende varie...) in un
momento di crisi pesantissima in cui soltanto il mondo della
politica non vede neppure scalfito il proprio fatturato? Nonostante
le promesse di tagli e di moralizzazione?
Scusate, ha chiesto a quel punto il
senatore Riccardo Villari, ma invece che aggiungerne altri con un
aumento complessivo del 33% sul limite del regolamento, «basterebbe
che coloro i quali hanno, in qualche misura, recuperato una presenza
in più la cedessero, dimettendosi spontaneamente».
Una proposta sensata. E applaudita
anche dai rappresentanti dell'Italia dei Valori. Ma bocciata
dall'assemblea con 239' favorevoli ad aumentare l'organico, 12
contrari e 15 astenuti. Un accordo trasversale che, in altre
occasioni, sarebbe stato marchiato con un solo aggettivo: inciucista.
Oggi, alle 16.30, dopo un mesetto di
trattative, siamo finalmente al voto. E se qualche manina misteriosa
facesse un altro scherzetto bocciando di nuovo il candidato
dipietrista per far passare un altro esponente dell'opposizione,
hanno maliziosamente chiesto Donatella Poretti e Marco Perduca, cosa
succederebbe? Ne facciamo altri due e poi altri due e poi altri
altri due e avanti così all'infinito?
[22-12-2009]
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DI
PIETRO, NO SCISSIONE OK A PROGRAMMA O FUORI DA PARTITO...
(Agi) - "L'Italia dei Valori non sta vivendo nessuna scissione,
ne' e' affetta da 'correntismo', per quanto ci sperino i giornali ed
i nostri avversari. E' invece vero che e' finita la 'fase fluida'
dove ognuno, nonostante il pensiero del partito fosse piu' che noto,
votava ora per l'acqua pubblica ora per quella privata".
Lo afferma
Antonio Di Pietro
, leader di Idv, nel suo blog. "Ora il partito ha un programma
chiaro che traccia una linea di demarcazione tra chi vuole seguire
un pensiero politico e chi cerca una 'casacca per coltivare il
proprio orticello'. L'Italia dei Valori non ha avuto nessuna 'deriva
populista' nell'ultimo periodo, come hanno dichiarato alcuni
doppiogiochisti, ha semplicemente dialogato con i lavoratori, i
cassaintegrati e le maestranze rimaste ormai orfane di interlocutori
politici, impegnati a dibattere sulla loro giustizia e sulle ronde.
Chi si opporra' a questa apertura, a quella verso la societa'
civile, e non si atterra' al programma in 10 punti, costruito con il
nostro elettorato, deve scegliere di andarsene.
5
- MOLISE: ESODO DA ITALIA DEI VALORI, LASCIA ANCHE EX BRACCIO DESTRO
DI PIETRO
(Adnkronos) - Sono oltre venti gli esponenti, eletti e non,
dell'Italia dei valori che hanno annunciato l'abbandono del partito
dell'ex pm. L'annuncio e' avvenuto nella tarda mattinata nel corso
di una affollata conferenza stampa convocata nei saloni dell'Hotel
Rinascimento di Campobasso. A guidare il folto gruppo di
'dissidenti' il senatore Giuseppe Astore, fino a un anno fa
coordinatore regionale del partito ed in passato braccio destro di
Di Pietro in Molise. Fra i nomi illustri che hanno annunciato
l'uscita dall'Italia dei valori, oltre al senatore Astore, che ha
comunicato il transito nel Gruppo misto di Palazzo Madama, anche il
consigliere regionale Massimo Romano, l'intero gruppo del partito al
Comune di Campobasso olter a consiglieri comunali di piccoli centri,
coordinatori cittadini e semplici iscritti.
10.11.09 |
DI PIETRO FACCI (FILIPPO) SOGNARE – OGGI IN LIBRERIA IL LIBRO CHE
L’EX PM VORREBBE BRUCIARE – DAI PASCOLI MOLISANI, ALLA SORVEGLIANZA DI
ARMAMENTI NATO - DA UNA LAUREA IN SOLI 32 MESI, A VIAGGIATORE IN SCENARI
DA SPIONAGGIO INTERNAZIONALE - DALLA STRETTA AMICIZIA CON UNA COMBRICCOLA
DI POTENTI AL SUO AVERLI PASSATI PER LE MANETTE UNO PER UNO...
Esce oggi "Di Pietro, la storia vera" di
Filippo
Facci (Mondadori, 528 pagine 21 euro) e cioè una biografia
decisamente non autorizzata che per 528 pagine scava in un passato che
lo stesso Di Pietro tende misteriosamente a dissimulare: dai pascoli
molisani all'emigrazione in Germania, dalla sorveglianza di armamenti
della Nato a una laurea conseguita in soli trentadue mesi, dal ruolo di
agente dell'anti-terrorismo a quello di viaggiatore in scenari da
spionaggio internazionale, dalla stretta amicizia con una combriccola di
potenti al suo averli passati per le manette uno per uno.
Di
Pietro La Storia Vera La copertina
Poco è stato raccontato, in realtà, anche di un presente che il
leader dell'Italia dei Valori lascia regolarmente nell'ombra: il
familismo, il partito fondato sulla cieca obbedienza, l'incredibile
disinvoltura nell'incassare e gestire il finanziamento pubblico, gli
accordi sottobanco col «regime», lo spettacolare trasformismo, la
doppiezza tra politica e impolitica.
Un viaggio che ripercorre anche gli anni di Mani pulite, quando Di
Pietro apparve come l'uomo della provvidenza a più del novanta per
cento degli italiani, e coincise con il cambio di stagione più
devastante dal Dopoguerra.
Tratto da "Di Pietro, la storia vera" di
Filippo
Facci
Antonio Di Pietro era pur sempre l'uomo che aveva
capovolto una Repubblica, era l'ariete che dal 1992 al 1994 aveva
indagato un Parlamento che passava metà del tempo a discutere le
autorizzazioni a procedere che lui aveva richiesto, e negarne una era lo
sfregio massimo, l'ultimo arroccamento del regime morente, il sigillo
dell'impunità.
Erano state alcune mancate autorizzazioni nei confronti di Bettino
Craxi - e neanche tutte: due su sei furono concesse - che il 29 aprile
1993 avevano scatenato una mezza guerra civile che aveva portato alla
parziale abolizione dell'immunità parlamentare. Di Pietro da una parte,
Craxi dall'altra. Ora c'era solo Di Pietro uno e due.
La nemesi definitiva, a diciassette anni da Mani pulite, era che
Antonio Di Pietro si era trincerato dietro l'immunità parlamentare per
non essere condannato in una causa per diffamazione che l'avrebbe
sicuramente visto soccombente, cioè perdente.
Il Parlamento di Bruxelles, il 22 aprile 2009, decideva di non
revocare lo scudo dell'immunità che lo stesso Di Pietro aveva chiesto
dopo averlo pubblicamente negato. Non era neppure un procedimento
penale, era una causa civile: significava che Di Pietro l'aveva fatto
solo per non perdere dei soldi. Proprio come i mostri della casta.
Di Pietro è nei particolari. Nell'ottobre 2002 aveva scritto un
articolo sul quotidiano «Rinascita della sinistra», organo dei
Comunisti italiani, e non ne aveva azzeccata una: aveva qualificato il
giudice Filippo Verde come un imputato nel processo per il Lodo
Mondadori - dipingendolo oltretutto come uno dei giudici che avevano
influenzato l'annullamento di una sentenza favorevole a Carlo De
Benedetti - e nello specifico aveva messo nero su bianco che «per
l'insieme di queste vicende, la pubblica accusa rappresentata dalla
tenace Ilda Boccassini ha chiesto pene di tutto rispetto, tra cui 10
anni per il giudice Filippo Verde».
Ma Filippo Verde non era mai stato coinvolto in quel processo: era
stato imputato in un altro, il cosiddetto Imi-Sir, e peraltro ne era
uscito assolto in primo e secondo grado. Di Pietro della castroneria non
solo non si accorse, ma nel febbraio 2003 la ripubblicò tale e quale
sul sito internet dell'Italia dei Valori.
E a quel punto partì una causa per diffamazione con richiesta di
risarcimento danni, visto che Tonino non aveva mai smentito né
rettificato ma addirittura reiterato, per usare il suo linguaggio (Nota
62). I legali di Filippo Verde gli chiesero 210.000 euro di
risarcimento. Del suo errore, Di Pietro darà colpa ancora una volta ai
giornali.
Di Pietro scrisse quell'articolo nel 2002 e cioè quando era
eurodeputato. Perciò, un anno e mezzo più tardi, dopo che la pratica
si era congelata nella cancelleria del Tribunale di Roma, presentava
richiesta di immunità europarlamentare e incaricava della pratica
l'avvocato Sergio Scicchitano, deputato dell'Italia dei Valori e già
autore di varie querele dipietresche ai danni di giornalisti che
facevano errori come il suo o più lievi del suo. La richiesta fu
inoltrata a Bruxelles all'inizio del 2007:
«L'articolo deve intendersi quale espressione di critica
politica e dunque si richiede che nel caso di specie venga applicato
l'articolo 68 della Costituzione».
Critica politica. Uno scrive che un giudice ha influenzato
illecitamente una sentenza - la peggiore delle accuse, per un giudice -
e dice pure che per questo volevano condannarlo a 10 anni: una classica
critica politica.
I giudici romani spedirono le carte all'apposita commissione di
Bruxelles perché l'Europarlamento valutasse.
Era da una vita che Di Pietro per qualsiasi
sciocchezza invitava la classe politica a farsi giudicare come cittadini
qualsiasi. Così pure fece nel 2007 e nel 2008: L'articolo 68 della
Costituzione [l'immunità parlamentare] va cancellato perché
aveva senso quando fu scritto, dopo la fine del fascismo. Ho sempre
detto che andrebbe abrogato (Nota 63).
L'aveva ripetuto di recente:
Se Berlusconi vuole querelarmi, rinunci all'impunità. (Nota
64)
Quando Di Pietro querelava un altro politico, poi, non mancava mai di
scrivere:
Mi auguro che, come me, Ella rinunci all'immunità e accetti il
giudizio del giudice terzo. (Nota 65)
Quelli poi non erano giorni qualsiasi: era il febbraio 2009 e c'era
Di Pietro per strada che raccoglieva firme contro il Lodo Alfano. La
notiziola che Di Pietro aveva chiesto l'immunità la diede per primo e
praticamente per ultimo Paolo Bracalini, cronista del «Giornale».
Di Pietro rispose il 6 febbraio, come infastidito:
Con riferimento alle notizie di stampa che ipotizzano ciò che io
andrei a sostenere al Parlamento europeo la prossima settimana,
specifico che non chiederò l'immunità, ma che il procedimento civile
prosegua ... Tale rinuncia all'immunità verrà da me formulata in un
atto scritto che pubblicherò sul mio blog, in modo da evitare qualsiasi
strumentalizzazione.
Non chiederò l'immunità, voglio che mi processino, vi terrò
informati. Di Pietro ogni tanto dismetteva improvvisamente la sua
chiarezza popolana, ma aveva scritto questo.
Ed eccoci al 22 aprile 2009:
Approvando con 654 voti favorevoli, 11 contrari e 13 astensioni
la relazione di Aloyzas Salakas (Pse, Lt), il Parlamento ha deciso di
non revocare l'immunità di Antonio Di Pietro a seguito dell'ordinanza
del Tribunale Civile di Roma rivolta al deputato nella causa civile
intentata da Filippo Verde. In tale ordinanza il Tribunale italiano,
esaminando l'argomento difensivo sollevato da Di Pietro «sotto forma di
eccezione di insindacabilità », ha chiesto al Parlamento europeo di
decidere sulla sua immunità, dal momento che all'epoca dei fatti egli
era parlamentare europeo ...
egli stava esercitando le sue funzioni di parlamentare,
esprimendo la sua opinione su un tema d'interesse pubblico per i suoi
elettori. Cercare di imbavagliare i parlamentari, avviando procedimenti
giudiziari nei loro confronti, per impedire loro di esprimere le proprie
opinioni su questioni che suscitano un legittimo interesse e
preoccupazione nell'opinione pubblica, è inaccettabile in una società
democratica. (Nota 66)
Il quello stesso giorno, il giorno in cui l'immunità da lui
richiesta lo aveva salvato, per coprire la notizia Di Pietro dichiarò:
Silvio Berlusconi si avvale del Lodo Alfano anche per sfuggire alla
mia querela ... È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi
dall'accusa di diffamazione (Nota 67).
A dire quel che si pensa, l'immunità tornerebbe utile.
NOTE
62 Come spiega la stessa «Relazione sulla richiesta di
consultazione sull'immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro
dell'Europarlamento», 23 aprile 2009: «Di Pietro ha riconosciuto che
il suo articolo conteneva un "errore madornale" ... In
effetti, Filippo Verde non è mai stato coinvolto nella vicenda
processuale del Lodo Mondadori, mentre lo è stato nel processo Imi-Sir,
nell'ambito del quale era stato assolto da tutte le imputazioni
contestategli. Nella sua difesa, Di Pietro ha sostenuto che questo
errore tecnico/redazionale si è verificato perché i mass-media
accomunavano normalmente le due vicende giudiziarie con il termine
"processo Imi-Sir/Lodo Mondadori"».
63 Ansa, 23 luglio 2007.
64 Ansa, 12 aprile 2008.
65 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
66 Comunicato dell'ufficio stampa del Parlamento europeo, 22 aprile
2009. Anche in "Relazione sulla richiesta di consultazione
sull'immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro", 23 aprile 2009.
67 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
[13-10-2009]
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DI PIETRO SCORDARELLO – “IO INTERROGAI VITO CIANCIMINO? FORSE.
SENTIVO DECINE DI PERSONE PER LA TANGENTE ENIMONT” - MA IL FIGLIO
DELL’EX SINDACO: “ERANO PRESENTI ANCHE I MAGISTRATI DI PALERMO, E MIO
PADRE SI RIFIUTÒ DI PARLARE PERCHÉ RITENNE CHE NON CI FOSSERO LE
CONDIZIONI” - SULLO SFONDO IL RAPPORTO DEL ROS SU “MAFIA E
APPALTI”…
Guido Ruotolo per "La
Stampa"
C'è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione
stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un
episodio insignificante, ma che è importante perché è la
dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio
i ricordi poi non sono così nitidi, anche quelli che riaffiorano
sorprendentemente nei protagonisti (delle istituzioni) di quell'epoca,
che sembrano offrire nuove verità finora nascoste.
E che delineano un nuovo scenario inquietante: Paolo Borsellino
sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del
Ros dei carabinieri. Questa nuova verità porta a un'altra possibile
interpretazione del movente della stessa strage di via D'Amelio:
Borsellino fu ucciso perché si opponeva a questa trattativa.
Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di
Vito Ciancimino da parte dell'allora pm Antonio Di Pietro. Giovedì sera
ad «Annozero», il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Massimo
Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di
Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in
trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai
comunicatagli.
E invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di
Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non
ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo
interrogavo decine di persone, ero impegnato nell'inchiesta Enimont».
Di Pietro non ricorda, dunque. Per altri protagonisti, invece, il pm
di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse
nulla che il pm di Mani pulite non sapesse». Massimo Ciancimino
conferma quell'incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano
presenti anche i magistrati di Palermo, e mio padre si rifiutò di
parlare perché ritenne che non ci fossero le condizioni».
Al di là dei non ricordo, l'interrogatorio
di Ciancimino da parte di Di Pietro è un'ulteriore conferma che a
cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e
Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti»
rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità
anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di
abbracciare la strategia eversiva.
Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull'agenda
elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel
processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che
indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli
appunti.
Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda
relativa all'ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e
Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei
carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po' di
ricostruire la sua storia». Precisò Ingroia: «Ne parlò con il
tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il
capitano De Donno».
Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento
a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa
intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino. Una circostanza
confermata, invece, soltanto oggi dall'ex Guardasigilli Claudio
Martelli, che ricorda di averla saputa da Liliana Ferraro - gliene parlò
il capitano De Donno - che informò a sua volta lo stesso Borsellino.
Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di
Palermo e di Caltanissetta. L'ex capitano De Donno nega di aver
incontrato Liliana Ferraro per dirle di Ciancimino. Agnese Borsellino,
la vedova di Paolo, dopo 17 anni di silenzio ha deciso di essere
ascoltata dai magistrati di Palermo.
Chissà se ha raccontato dei timori di Paolo, del suo disappunto
sulla trattativa. «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo
Borsellino fu informato dell'allarme lanciato dal Ros su un possibile
doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di
lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne
volle sapere.
[12-10-2009]
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IL TRAVAGLIO DEI VALORI BOLLITI - MARTEDÌ NOTTE, UNA RIUNIONE DI
ROUTINE DEI PARLAMENTARI DIPIETRISTI S'È TRASFORMATA IN UN MAXIPROCESSO,
SOTTO ACCUSA FLORES D'ARCAIS E MAGISTRIS - TONINO HA INIZIATO A SOSPETTARE
CHE I DUE VOGLIANO LANCIARE UN'OPA OSTILE SUL PARTITO...
Tommaso Labate per Il Riformista
Ieri ha indossato la coppola davanti a Montecitorio, per chiedere al
capo dello Stato di non firmare quello scudo fiscale che rappresenta «un
regalo alla mafia». Ma la sua ultima grande impresa, Antonio Di Pietro,
l'ha messa a segno due notti fa, al riparo da microfoni, taccuini e da
ogni sguardo indiscreto. Quando, al chiuso di una stanza della Camera
dei deputati, ha dovuto gestire una delle assemblee di gruppo più
drammatiche nella storia dell'Italia dei valori.
E così, martedì notte, una riunione di routine dei parlamentari
dipietristi s'è trasformata in un maxiprocesso. Un dibattimento in cui
la maggioranza dei deputati e dei senatori italvaloristi ha messo sotto
accusa due grandi imputati, entrambi in contumacia: Paolo Flores d'Arcais,
il direttore di Micromega, rivista che nell'ultimo numero presentava un
attacco frontale all'«anima inciucista e politicante» del partito del
Gabbiano; e soprattutto Luigi De Magistris, fresco di elezione
all'europarlamento, considerato l'ispiratore dell'inchiesta (uscita col
titolo "C'è del marcio in Danimarca. L'Italia dei valori regione
per regione").
Lo stesso che ieri ha «annunciato formalmente» la sua decisione di
lasciare la magistratura con una lettera molto polemica al presidente
della Repubblica («Sono stato isolato dai mafiosi di Stato»)
pubblicata dal 'Fatto'.
Alla riunione di martedì, Di Pietro s'era presentato con canovaccio
pronto, che andava solo recitato: «Il partito è uno solo, non esiste
un'anima nobile e una meno nobile». Ma quando s'è trovato di fronte a
un gruppo di parlamentari inferociti contro Micromega - molti dei quali,
spiega una fonte, «hanno già deciso di querelare Flores e la sua
rivista» - l'ex pm è stato costretto ad accantonare la versione light
dell'intervento.
Quindi, di fronte alle accuse dei peones italvaloristi («Ci
difenderemo in tribunale», «De Magistris ci ha tradito», e via
dicendo), «Tonino» è passato al contrattacco: «Ho già sentito
Flores d'Arcais e, credetemi, quando gli ho parlato la mia voce era
abbastanza inca....a». Non solo.
A seguire, Di Pietro ha aggiunto: «Paolo mi ha garantito che sul
prossimo numero di Micromega mi darà almeno venti pagine. Uno spazio in
cui risponderò, in maniera circostanziata e puntuale, alle tante falsità
pubblicate su di noi in questo numero».
Esaurito il dossier relativo a Flores, l'ex pm ha preso di petto
anche la questione De Magistris. «Luigi - ha scandito - mi ha giurato
che non era a conoscenza dell'inchiesta di Micromega». E quando qualche
deputato gli ha fatto notare che «l'articolo era corredato da una sua
intervista», Di Pietro ha ribattuto: «Quella conversazione era già
uscita. L'hanno semplicemente ripubblicata senza che lui sapesse».
Non è tutto. Dalle elezioni europee in poi, anche «Tonino» ha
iniziato a sospettare che De Magistris voglia lanciare un'opa ostile sul
progetto politico dell'Italia dei valori. Tante le mosse non concordate,
eccessivo il protagonismo dell'ex pubblico ministero di "Why not?",
troppi gli indizi per non ricavarne una prova.
E così, alla fine del summit con i suoi gruppi parlamentari, è
stato lo stesso Di Pietro a trovare l'escamotage: la prossima settimana,
è stata la decisione presa dall'Italia dei valori, l'ufficio di
presidenza del partito incontrerà De Magistris. Forse non un processo
bis, senz'altro qualcosa di molto simile.
«Per quanto possano infastidirci le falsità - ha concluso il leader
- la libertà di informazione è un bene da difendere anche quando ci
andiamo di mezzo noi». E comunque, è stata la sintesi finale dell'ex
pm, «De Magistris è una grande risorsa per tutti noi. Ma per il bene
del partito, forse è il caso d'ora in poi dei problemi ne parli
direttamente con noi, invece di farceli sapere dai giornali».
Che le strade di «Tonino» e «Luigi» possano anche separarsi, lo
dimostra un'altra curiosità: ieri, nel giorno in cui il primo ha
rilasciato al Corriere la sua intervista più "morbida" sul
Cavaliere (titolo: «Io e il tumore alla prostata. Sono solidale col
Cavaliere»), l'altro s'appalesava sulla prima pagina del Fatto con il j'accuse
rivolto al Quirinale e l'addio alla magistratura.
Dicono che Di Pietro, di quest'uscita, non solo non ne sapesse nulla.
Ma che cominci addirittura a sospettare, sussurrano nel partito, del «giro
Travaglio». Verità? Menzogne? Chissà. Di certo «Tonino» è
concentrato a frenare la possibile emorragia di italvaloristi in marcia
verso il Pd bersaniano anche per ribadire la sua forza al congresso
della prossima primavera. Lo stesso che, in vista delle regionali,
sancirà il ritorno del suo nome nel simbolo dell'Idv.
[02-10-2009]
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L’ITALIA DEI VALORI IMMOBILIARI – L’INCHIESTA DELLA CORTE DEI
CONTI SUI FINANZIAMENTI ALL’IDV FA EMERGERE IL DI PIETRO IMMOBILIARISTA
– CON UN SISTEMA DI SCATOLE “MOLISANE” (PARTITO, ASSOCIAZIONE,
SOCIETÀ) TONINO HA COMPRATO E VENDUTO CASE COI SOLDI PUBBLICI…
Filippo Facci per
"Libero"
La Corte dei Conti, come è noto da prima dell'estate, sta conducendo
un'istruttoria sui finanziamenti pubblici - adesso di chiamano rimborsi
- che l'Italia dei Valori da molti anni percepisce con modalità
quantomeno singolari.
E' un gioco di scatole molisane: in sostanza il partito è sempre
stato affiancato da un'altra e diversa associazione costituita da Di
Pietro (Presidente) e dall'amica Silvana Mura (tesoriera)
e dalla moglie Susanna Mazzoleni (segretaria) nel cui
consiglio si poteva accedere solo con il consenso dello stesso
Presidente (Di Pietro) il quale si è sempre intascato
tutti i soldi e ha deciso come e quando usarli; solamente l'associazione
è un soggetto giuridico con tanto di codice fiscale, il partito
formalmente era e resta una scatola vuota con facoltà di gestire in
termini amministrativi i soldi eventualmente calati dall'alto, ma senza
poter dire una parola al riguardo.
In pratica Di Pietro è presidente a vita di questa
associazione parallela e gli iscritti al partito non possono
sfiduciarlo, non esistono organi di controllo neppure sul bilancio
(quindi su entrate e uscite per milioni di euro) e insomma non c'è
collegamento diretto tra il partito e l'associazione che lo gestisce
economicamente e politicamente: tranne nel fatto che Di Pietro
è padrone di entrambi. E' qualcosa che non si mai visto in nessun paese
del mondo e la Corte vuole appunto vederci chiaro, visto che le varie
gestioni dei soldi paiono inestricabili.
I TANTI DI PIETRO
In uno sforzo di distinzione delle diverse spese, abbiamo infatti:
1) il pubblico partito dell'Italia dei Valori;
2) i pubblici affari dell'Italia dei Valori;
3) gli affari privati dell'associazione Italia dei Valori;
4) gli affari privatissimi di Antonio Di Pietro
e della
sua famiglia che a sua volta, con Cristiano e
Susanna,
milita rispettivamente nel partito e nell'associazione Italia dei
Valori. Ed ecco: in questo intreccio si muove una quantità di affari
immobiliari da conturbare un enigmista.
All'associazione blindata che gestisce i soldi, e al partito scatola
vuota, Di Pietro ha pensato infatti di aggiungere un terzo soggetto: la
società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come
socia sempre Silvana Mura, e però stavolta, come secondo socio, la
novità: non sua moglie, ma il marito di Silvana Mura
o
convivente che sia.
Oggetto sociale della Srl: acquisti immobiliari a raffica in un
incrocio continuo col partito e con l'associazione. Per capire di che
cosa si sta parlando c'è solo da azzardare un riepilogo di tutta
l'impressionante sequenza partitica e societaria e personale e familiare
e immobiliare dell'uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il
vessillo del conflitto d'interessi e della lotta alle commistioni tra
politica e affari. Il lavoro di ricostruzione catastale è stato curato
da Giulio Sansevero dal luglio 2008 all'aprile 2009.
Segue cronologia.
- Antonio Di Pietro nel 1999 acquista due
appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio - diverranno uno solo -
per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di
Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46
euro.
- Antonio Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista
un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
- Antonio Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un
appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa
400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre
2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per
vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma,
imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura
non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori,
via Milano 14, Busto Arsizio, Varese».
È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha
sostenuto su «Libero» il 9 gennaio scorso: «A Roma sono proprietario
dell'appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per
ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprato prima dei
rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha
sbagliato l'anno: l'acquisto è del 2002, quando già percepiva gli
odiati rimborsi elettorali.
- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio,
il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di
Pietro - è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei - di un
attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000
euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio
l'ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma
dell'operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia
catastale.
- Antonio Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un
appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190
metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni
compra
un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si
aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli
800.000 euro.
LA AN.TO.CRI
- Antonio Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la
società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e
Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato:
50.000 euro. Socio unico: Antonio Di Pietro. L'anno dopo, nel 2004, si
aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti, uomo di lei.
Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro
è quindi a capo dell'associazione privata Italia dei Valori, del
partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare.
Silvana
Mura lo segue a ruota.
- Antonio Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il
socio Mario Di Domenico dall'associazione privata
Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna
Mazzoleni. A gestire l'intero finanziamento pubblico del
partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana
Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni
nel 2002, 400.000 euro all'anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel
2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all'anno 2007.
- La An.To.Cri. (cioè Di Pietro,
Mura
e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a
Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro.
Subito dopo l'acquisto, la società affitta l'appartamento al partito
dell'Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e
superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla
stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad
Antonio
Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana
Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto
significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il
denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
- La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un
appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri.
Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l'operazione
milanese: affitta l'appartamento al partito per 54.000 euro annui, che
coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se
stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e
interpellanze parlamentari che scopriranno l'altarino, Di Pietro
nel 2007 deciderà di vendere l'immobile a 1.115.000 euro. Il
giochino però continua tranquillamente per l'appartamento milanese di
via Casati. A tutt'oggi.
- Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un
appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in
centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile
acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000
euro.
- Antonio Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un
appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio
Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato
dalla cartolarizzazione degli immobili dell'Inail. L'acquisto in
precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio
Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e
l'aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al
Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta
l'appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo
ripaga con soldi pubblici.
- Antonio di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una
masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov'è nato e
che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000
euro per l'acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce
l'operazione un'immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna
parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale
dell'Italia dei Valori.
- Antonio Di Pietro nel 2007 procede alla totale
ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe
gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L'ampliamento,
sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000
euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti»,
ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16
ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella
Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.
TONINO AGRICOLTORE
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all'albo
degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari,
di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all'1.
- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio,
nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700
metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500
metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
- Antonio Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a
Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000
euro.
- Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel
1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via
Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di
lire. La storia di quel rudere - incredibile - la racconteremo un'altra
volta.
- Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre
a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse
per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in
precedenza risultava locatario - irregolare, perché ogni forma di
subaffitto era proibita - nel famoso appartamento milanese di via
Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito
Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009,
Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è
stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione
con soldi non del partito».
È vero. I soldi infatti erano dell'inquisito Giancarlo
Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e
corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero
i 100 prestati da Antonio D'Adamo al quale pure
Di
Pietro si era rivolto parlando dell'acquisto di una casa. Poiché
Di Pietro non l'ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta:
150 milioni di lire.
I CONTI DELLA SERVA
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci
sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili,
quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti,
senza contare ciò che non si conosce: gli acquisti immobiliari sinora
ammessi dall'ex magistrato, per capirci, sono parziali e incompleti
rispetto a quanto emerso successivamente e riportato nelle righe qui
sopra.
Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire - perché Di Pietro
non l'ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio
pubblico - il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti
di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna
Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un
consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo
stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui
comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo
complessivo che comprende una coppia, tre figli e un'ex moglie.
Pur generica, l'opinione di Di Pietro in merito è
stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse
e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho
preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei
genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha
guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa
200.000 l'anno.
Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele
che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un
miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina
Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per
attività politiche - espresso desiderio della contessa - ma che Di
Pietro utilizzò per comprarci case. Comunque la si metta, alla
luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti non tornano. Per niente
proprio.
[11-09-2009]
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ITALIA DEI VALORI BOLLATI (E BOLLITI) – DI PIETRO SI SENTE AL SICURO
DALL'ATTACCO DI FELTRUSCONI: "NON HO NULLA DA TEMERE
DALL’ISTRUTTORIA DELLA CORTE DEI CONTI SUI FINANZIAMENTI
ELETTORALI" - MA IL SUO EX SOCIO ACCUSA: "NEL 2003 CI FU
UN’ASSEMBLEA FANTASMA PER FAR INCASSARE I SOLDI DALL’ASSOCIAZIONE. HO
LE PROVE"…
Paolo Bracalini e
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
«Caro Direttore, non intendo lamentarmi della pubblicazione della
notizia, non temo nulla circa l'esito dell'istruttoria e con assoluta
serenità sono a disposizione della Corte dei conti per dare tutte le
spiegazioni che ritiene necessarie». Antonio Di Pietro
risponde
con una lettera alla rivelazione del Giornale circa l'indagine avviata
dalla Corte dei conti sui finanziamenti pubblici all'Idv.
La procura generale sta verificando la regolarità dei pagamenti
effettuati dalla Camera verso il conto corrente dell'Idv, che a
differenza degli altri partiti presenta un inedito dualismo - come
denunciano gli autori degli esposti - tra due soggetti distinti ma
omonimi: il «partito» Italia dei Valori (il movimento che si presenta
alle elezioni) e l'«associazione» Italia dei valori (che incassa i
soldi ed è composta da soli tre soci, Di Pietro, sua
moglie Susanna Mazzoleni
e la deputata
Silvana Mura).
Le carte all'attenzione dei magistrati contabili (l'indagine è
condotta dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Pio
Silvestri) riguardano le delibere dell'associazione Idv, i
documenti prodotti alla Camera per attestare le spese elettorali (in
base ai quali si calcola il finanziamento spettante), e certi
particolari che secondo gli accusatori rappresenterebbero delle evidenti
anomalie. Come la questione del codice fiscale dell'Idv, denunciata
dall'ex socio di Tonino, Mario Di Domenico: «Il
partito politico Idv non ha un codice fiscale - spiega - il codice
fiscale a cui viene erogato il rimborso pubblico è quello
dell'associazione Idv. Vuol dire che il partito non ha una posizione
fiscale, e questo è un fatto molto strano».
Ai magistrati contabili Di Domenico ha portato un
altro elemento a riprova delle anomalie nel finanziamento pubblico dell'Idv.
Riguarda la delibera con cui l'Idv (anzi, l'associazione Idv) ha
approvato il proprio bilancio in data 31 marzo 2003, cioè l'ultimo
giorno utile per presentare la domanda di rimborso elettorale alla
Camera. «A quell'epoca ero uno dei tre soci dell'Idv (poi, dopo
l'uscita dal partito, gli subentrerà Susanna Mazzoleni,
ndr), Di Pietro ha sempre sostenuto che io fossi
presente a quella famosa assemblea, io ero certo di no ma non ho avuto
mai modo di provarlo.
Casualmente due mesi fa mi è stato
restituito il fascicolo di un altro processo, dentro il quale c'è un
foglio della cancelleria che attesta che il 31 marzo io ero a Roma in
Tribunale. Vuol dire che quella delibera di assemblea è valida, perché
non è stata firmato da tutti e tre i soci come sostiene Di
Pietro. Ma i soldi sono stati incassati comunque».
E c'è altro lavoro per la Corte dei conti. Un punto sottolineato da
un'altra delle parti coinvolte nella vicenda, i legali della formazione
del «Cantiere» di Occhetto, Veltri
e
Chiesa (che si alleò con Di Pietro
ma
non ebbe un euro dei rimborsi elettorali) è che - dal momento che la
restituzione dei soldi spesi per le elezioni spetta solo a partiti
politici - se i rimborsi fossero andati ad un soggetto diverso dal
partito politico Idv, ci si ritroverebbe di fronte ad una palese
irregolarità.
Di Pietro però, nella lettera al direttore del
Giornale, si dice perfettamente sereno. «Ritengo un suo diritto
pubblicare la notizia anche se si riferisce a fatti datati nel tempo -
scrive il leader Idv - ritengo altrettanto corretto che la Corte dei
conti abbia aperto una doverosa istruttoria a seguito di un esposto
ricevuto: non poteva fare altrimenti; non temo nulla circa l'esito
dell'istruttoria, in quanto per gli stessi fatti, già più volte, sia
il giudice civile sia il giudice penale hanno accertato l'insussistenza
dei fatti denunciati».
Ma anche in Parlamento c'è qualcuno che vuol vederci chiaro. Il
deputato della Lega Nord, Matteo Brigandì, ha
presentato ieri un'interrogazione parlamentare in merito: «I punti sono
due - dice il deputato -. Se a prendere i fondi pubblici non fosse un
partito politico ma un'associazione di tre persone, si pone il problema
delle tasse da pagare su quella ingente somma.
Secondo: Silvana Mura è uno dei tre soci Idv e
contemporaneamente è anche nell'ufficio di presidenza della Camera,
l'organo parlamentare a cui spetta la ripartizione dei rimborsi ai
partiti». In altre parole, controllore e controllato coincidono nella
deputata-tesoriera Idv. Ma anche questo non sembra rovinare «l'assoluta
serenità» di Antonio Di Pietro. Almeno finora.
[10-09-2009]
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TONINO E I GIOCHI DI PRESTIGIO – parte l’indagine della corte dei
conti su di pietro: dove sono finiti i soldi dell’idv incassati
dall’associazione da lui presieduta? – per l’ex pm partito e
associazione “sono la stessa cosa” ma non fornisce il verbale. Perché?…
Paolo Bracalini e
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Più esposti e le inchieste del Giornale sulle stranezze della
gestione finanziaria dell'Idv sono confluiti in un fascicolo della Corte
dei conti. I magistrati contabili della procura generale stanno
indagando sul «tesoro» dell'Idv e su quale soggetto abbia
effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al
partito di Antonio Di Pietro: la
notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L'istruttoria - spiega
un alto magistrato - concerne varie questioni, ma non posso dire di più».
Il filone è quello aperto inizialmente dalla denuncia dei legali di
Veltri
e Occhetto, e seguita in prima istanza da un
pool di finanzieri che da mesi sta provvedendo all'acquisizione di
numerosi atti: «Sì, confermo. L'istruttoria è aperta. Altro però non
posso dire».
La vicenda è nota ai lettori del Giornale, che per primo ha
evidenziato le stranezze nella contabilità dell'Idv. Se venisse
confermato che un'associazione di tre soli soci, Di Pietro,
un familiare e un fiduciario, che si chiama «Italia dei Valori» come
il partito, si è sostituito ad esso sfruttando i controlli solo formali
della Camera, richiedendo e percependo in sua vece questi fondi
pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti.
È la famosa (ma mai veramente chiarita) questione dell'ambiguità
tra partito Italia dei Valori (quello che elegge i parlamentari) e
associazione Italia dei Valori (il soggetto giuridico che incassa i
soldi) distinzione già riconosciuta dal Tribunale di Roma che si è
pronunciato in proposito nel 2008, nel quadro della causa civile che
vedeva opposti l'Idv e il Cantiere, la formazione politica di Veltri,
Occhetto e Chiesa che si era presentata alle Europee
2004 in «ticket» con l'Idv.
Una distinzione talmente palese, secondo il Tribunale, che «il
partito Idv» venne dichiarato «contumace» al processo, essendosi
presentato in sua sostituzione (come se fosse il partito) solo l'«associazione
Idv», di cui Antonio Di Pietro, la moglie Susanna
Mazzoleni e la fidata tesoriera Silvana Mura,
costituiscono la «totalità dei soci» come si legge nella «delibera
di associazione» approvata un giorno prima di incassare i rimborsi per
le europee. La questione, come si vede, non è irrilevante. E la Corte
dei conti se n'è accorta. L'indagine della procura contabile mira a
chiarire una volta per tutte se la differenza tra associazione e partito
possa configurare un'irregolarità nel finanziamento dell'Idv. È la
domanda che il Giornale pone da almeno otto mesi.
Ma oltre ad essere un'inchiesta giornalistica
la vicenda delle casse Idv è anche una questione di trasparenza
pubblica, a maggior ragione per un partito che ha fatto della
trasparenza la propria bandiera. La Corte dei conti sta lavorando sulla
documentazione prodotta dall'avvocato Mario Di Domenico,
già socio dell'Idv e ora grande accusatore di Tonino,
e anche sull'esposto degli avvocati del Cantiere, che nel luglio del
2008 hanno fatto pervenire al procuratore generale della Corte un «Invito
a provvedere in autotutela» per il movimento ex-alleato di Di
Pietro.
I legali di Veltri & Co. avevano evidenziato, in quella nota,
come «nella più totale assenza di qualsiasi controllo da parte
dell'Ente pagatore (Montecitorio, ndr) sulle condizioni minime di
legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi
vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre
persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di
qualsiasi rendiconto».
Di Pietro, interrogato a suo tempo dal Giornale,
aveva risposto con una lunga lettera a Libero annunciando di aver
disposto il cambiamento dello statuto Idv, cioè del documento che
conteneva quella ambiguità. Di Pietro annunciò allora
che, dopo quella modifica, l'associazione e il partito «sono la stessa
cosa», ma nel farlo si dimenticò di pubblicare guarda caso anche il
verbale notarile con cui era stato disposto dal partito quel cambiamento
statutario.
Perché? Ci sarebbero voluti altri sei mesi per scoprirlo, e non
grazie a Di Pietro che anzi diede precise istruzioni al
suo notaio di fiducia di non fornire al Giornale quel verbale, sebbene
si trattasse di un atto pubblico. Il motivo è presto detto: quel
verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro,
in qualità di presidente dell'associazione Idv.
In sostanza vuol dire che Di Pietro, per fugare i
dubbi sulla gestione personalistica dell'Idv, ha modificato di sua
iniziativa e in perfetta solitudine lo statuto dell'associazione come se
fosse quello del partito, nelle vesti non di presidente (magari
autorizzato da una delibera assembleare o da una disposizione degli
organi del partito), ma solo come titolare dell'associazione di
famiglia.
Un gioco delle tre carte, un gioco di prestigio dietro al quale ci
sono però questioni molto concrete. Per esempio, i milioni (circa 11
solo per il 2009) del rimborso pubblico. A quale soggetto vanno davvero
quei soldi? Ora non è solo il Giornale a chiederselo, ma anche la
Procura generale della Corte di conti.
[09-09-2009]
|
MISTERI D’ITALIA - Di Pietro nella scorta di Dalla Chiesa, una
storia MAI raccontaTA – STRANO CHE TONINO NON ABBIA MAI MENATO vanto di
essere stato, mentre ERA UN giovanissimo poliziotto, uno degli angeli
custodi Del GENERALE UCCISO DALLA MAFIA (DI STATO)…
Piero Laporta per Italia
Oggi
Alcuni mesi addietro Il Giornale pubblicò una notizia che ci
incuriosì. Si narrava che il magistrato Antonio Di Pietro,
mentre compariva in televisione durante la temperie di Tangentopoli, era
stato riconosciuto con una certa sorpresa dai genitori di Emanuela
Setti Carraro, come uno dei componenti della scorta del
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
quando
questi, molti e molti anni prima, si era recato in visita dai suoceri.
Per quante ricerche abbiamo fatto, non ci risulta alcuna smentita da
Di
Pietro, il quale peraltro non avrebbe nulla di disonorevole da
smentire. Anzi è singolare ed è un peccato che questa sua presenza al
seguito di Dalla Chiesa non sia stata mai narrata
altrove né dal futuro magistrato né dai colleghi poliziotti che erano
con lui.
Conosciamo dei carabinieri che per aver servito una volta il caffè
al valoroso e mitico generale non perdono occasione di raccontarlo
incessantemente ai nipoti, agli amici e al parroco. Sarebbe quindi stato
naturale che uno come Antonio Di Pietro, che certo non
rifugge i riflettori e giustamente ama dare un'immagine positiva di sé,
menasse vanto di essere stato, mentre operava come giovanissimo
poliziotto, uno degli angeli custodi di Dalla
Chiesa.
D'altro canto la scorta al generale dalla Chiesa fu assicurata dai
carabinieri finché egli non andò in Sicilia per assumere il suo ultimo
e fatale incarico, come prefetto di Palermo. La scorta dei poliziotti
quindi è proprio correlata al periodo più drammatico e conclusivo
dell'avventura terrena del generale.
È quindi ancora più singolare non la mancanza di una smentita di
Di
Pietro, quanto piuttosto che la notizia sia del tutto assente
dalle cronache piccole e grandi che contribuirono a dare all'ex
magistrato la forte e positiva immagine attuale. Pensiamo che sia stata
un'occasione perduta per lui perché quando ebbe le note difficoltà se
avesse fatto sapere di avere avuto una tale alta responsabilità la sua
immagine ne avrebbe guadagnato.
Si tratta di una esperienza, sia sotto il profilo umano che storico,
di assoluto valore e risulterebbe quanto mai interessante conoscere il
punto di vista di Di Pietro sulle ultime settimane del
generale.
Sarebbe un documento di valore assoluto avere le impressioni che ne
ricavò il futuro magistrato, con il suo acume e la sua intelligenza
sottile, mentre percorreva le vie di Palermo, respirando e percependo le
medesime esperienze del generale nel momento più pericoloso e
drammatico della sua esistenza.
Sarebbe anche interessante e curioso ricostruire chi erano i colleghi
di Di Pietro e com'era il futuro magistrato e l'attuale
leader politico di opposizione, nelle vesti di giovane poliziotto,
mentre faceva l'angelo custode del famoso generale.
C'è tutto per fare sia per una grande fiction televisiva, sia per
lanciare un'altra positiva immagine del politico molisano.
D'altra parte, una ricostruzione di quelle settimane del 1982 sarebbe
quanto mai opportuna anche per evitare che in futuro un tale episodio
non si tramuti in uno dei tanti cosiddetti «misteri d'Italia»,
scavando nei quali spesso ci si accorge che la banalità prevale di
molte lunghezze sull'arcano.
Così accadde, per esempio, a via Fani quando rapirono Moro.
Sulla scena del rapimento una foto mostrava la presenza alle nove del
mattino di un colonnello del Sismi. Apriti cielo! Che ci faceva lei a
via Fani? E quello improvvisò una risposta scema come «andavo a pranzo
da un amico».
Forse non voleva rivelare il suo ruolo e fece un danno più grande.
Ecco qui, si scatenarono i dietrologi, un agente del Sismi in via Fani a
dare manforte ai brigatisti! L'episodio fu preso e messo di diritto in
cima ai «misteri d'Italia». Un magistrato scrisse una quantità di
pagine che adombravano sospetti pesanti su quel colonnello, il quale
invece avrebbe dovuto dire la banale verità: «Andavo nel mio ufficio a
lavorare e la sede del Sismi è a due passi da via Fani».
Però pensandoci bene, forse quel colonnello fu lungimirante. Se
avesse detto dov'era diretto in realtà, non avrebbe avuto scampo
ugualmente. «Ah, il Sismi è qui vicino! Ecco chi ha rapito Aldo
Moro!» e si sarebbe scritto un altro capitolo dei «misteri
d'Italia». Che vogliamo farci siamo il paese dei misteri.
[17-08-2009]
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DI PIETRO REAL ESTATE – "IL GIORNALE" INCARTA TONINO, IL
SUO TONNO PREFERITO: IL PRINCIPE DEI MORALISTI RISTRUTTURA LA CASA CON I
SOLDI DEL PARTITO – A ROMA, NELLA CENTALE VIA MERULANA) E LA FATTURA È
INTESTATA ALL’IDV…
Paolo Bracalini e
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Non è tanto la cifra che impressiona (7mila e 200 euro) ma
l'interrogativo, che sorge spontaneo: Antonio Di Pietro
nel 2002 ha usato i soldi del «suo» partito per pagare i lavori della
«sua» abitazione romana? La domanda, più che legittima, viene
sollevata alla luce di un documento rimasto al buio per anni e che il
Giornale ha rintracciato in originale dopo che a farne specificatamente
cenno è stata la monumentale opera sulla carriera di Antonio Di
Pietro (Il Tribuno, Castelvecchi editore) scritta dal
giornalista Alberico Giostra, da venerdì in libreria.
Silvana
Mura
Del presunto pagamento avvenuto attingendo alla cassa dell'Idv aveva
inizialmente parlato anche quel Mario Di Domenico,
amico del cuore e braccio destro dell'ex pm nonché cofondatore dell'Idv,
che s'era impelagato in una causa penale trascinando in tribunale
proprio Tonino (poi prosciolto dal gip) al quale
addebitava una gestione allegra, personale, familiaristica, delle
finanze del partito.
Di Domenico temeva infatti che all'indomani dei
primi rimborsi elettorali riferibili alle politiche del 2001 l'eccessiva
identificazione di Antonio Di Pietro con il soggetto
giuridico Italia dei valori «potesse dare luogo ad abusi» visto che Di
Pietro, «delegando le operazioni contabili alla fedelissima Silvana
Mura - osserva Giostra - aveva accentrato su
di sé anche il controllo delle finanze del partito». Nessuno, nel
partito, poteva curiosare nella contabilità.
E se pure lo statuto prevedeva che solo i tre soci originari (Di
Pietro, Di Domenico, Mura)
erano deputati all'approvazione dei bilanci, secondo Di Domenico
di fatto era esclusivamente l'ex pm a provvedere
all'approvazione, come dimostra la sola firma in calce di Tonino per il
bilancio 2005.
In questo clima di sospetti e cattivi pensieri si inquadra la vicenda
dei lavori svolti nell'appartamento romano, personale, del leader Idv in
via Merulana 99, appartamento così descritto dall'interessato, sulle
colonne di Libero, per replicare a un'inchiesta del Giornale, il 9
gennaio 2009: «Sempre a Roma sono proprietario dell'appartamento di via
Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro
di parlamentare. L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001
per 800 milioni di vecchie lire (di cui, come al solito, parte in mutuo)».
La fattura in questione viene emessa il 18
novembre 2002 ed è intestata a Italia dei valori, via Milano 14, Busto
Arsizio, Varese. La vecchia sede del partito. Il codice fiscale
riportato è proprio quello dell'«associazione» Italia dei Valori
(90024590128) ma nella descrizione dell'opera svolta si legge: «Lavori
per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99
Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». Sede
sociale? In via Merulana 99 - come ha specificato lo stesso Di
Pietro - non si trovava alcuna sede sociale dell'Italia dei
valori bensì l'appartamento privato di proprietà di Di Pietro e
dove il leader dell'Idv viveva e vive tuttora quando si trovava nella
capitale. «L'ex pm si era forse pagato i lavori di ristrutturazione coi
soldi del partito?», si chiede Giostra. Il documento sembra parlare da
solo, non prova automaticamente che Di Pietro ha messo
mano alle casse dell'Idv, «ma rende lecito sospettarlo» taglia corto
l'autore.
A proposito di case e di Tonino. Nel libro si ripercorre, nel
dettaglio, l'inchiesta del Giornale sull'«Italia dei Valori immobiliari».
E si rifanno i conti in tasca al deputato molisano, perché «resta
ancora da capire dove Di Pietro abbia trovato tanti
soldi per comprare così tante case». E allora vediamoli questi conti: Di
Pietro su Libero ha scritto che dal 1996 a oggi ha guadagnato
un milione di euro netti, a cui si debbono aggiungere 700mila euro per
risarcimenti da diffamazioni a mezzo stampa.
LE
CASE DI DI PIETRO - da "Il Giornale"
A questo milione e settecentomila euro vanno però sottratti più o
meno 500mila euro «spesi in dieci anni fra soldi per vivere e mutui da
pagare». Restano un milione e duecentomila euro. Da qui il calcolo sui
soldi spesi per le case: mutui esclusi, si arriva a 2milioni e 900mila
euro. Ne ha incassati 1 milione e 750mila dalle vendite di Busto Arsizio
e via Principe Amedeo a Roma, cui bisogna sottrarre i soldi dati
indietro agli istituti di credito per i mutui, ovvero 400mila euro.
«L'incasso netto diventa, così, un milione e 350mila euro», scrive
Giostra. Dei 2 milioni e 900mila euro spesi si scende
perciò a 1 milione e 550mila circa. Una cifra nettamente superiore a
quanto Di Pietro ha detto di aver incassato. «Se poi
Tonino ha per caso comprato anche gli appartamenti per sua moglie e suo
figlio Cristiano, dobbiamo aggiungere tra i 700 e gli
800mila euro» per un totale di 2milioni e300mila euro.
E i conti sembrano non tornare nemmeno rispetto ai 300 milioni di
lire dell'eredità Borletti che Di Pietro ha
messo sul piatto delle compravendite immobiliari quando la stessa
contessa glieli donò per l'attività politica (e così erano stati
registrati alla Camera) e non immobiliare dell'Idv.
DA BERGAMO ALLA CAPITALE: ECCO L'IMPERO DELL'EX PM...
Dieci proprietà immobiliari dieci. L'ultima «spuntata» (nell'aprile
2007) è una masseria nel suo Paese natale, Montenero di Bisaccia:
proprio dirimpetto al vecchio terreno di 15 ettari con annessa casa
colonica ereditato dalla famiglia anni fa, e ora diventato un'azienda
agricola. Ma l'impero immobiliare di Antonio Di Pietro va
da Bruxelles (bilocale, prezzo sconosciuto) a Bergamo (due appartamenti,
uno destinato ai figli), da Busto Arsizio (un immobile
di 300 metri quadrati acquistato nel 1995, e in seguito girato al
partito) a Curno, nel Bergamasco (due villette, entrambe acquistate nel
1994).
Di villetta in appartamento, seguendo la mappa delle proprietà del
leader dell'Italia dei valori si arriva infine nella capitale: a Roma Di
Pietro è proprietario di un elegante appartamento in via
Merulana 99 (foto nella pagina a fianco, in alto a destra), non distante
dal Colosseo, recentemente «messo a posto», con tanto di imbiancatura,
stucchi e lavori idraulici grazie ai soldi del partito; infine, a lungo Tonino
ha potuto vantare anche un appartamento di dieci vani, per un
totale di 190 metri quadrati, in via Principe Eugenio 31: l'ha
acquistato nel 2004 per un milione e 50mila euro, e l'ha destinato a
sede nazionale di rappresentanza politica dell'Idv, che così è
diventata affittuaria del suo leader. Per comprarlo Di Pietro ha
anche acceso un mutuo, di 385mila euro, con scadenza nel 2019.
L'immobile è stato poi rivenduto nel 2007.
[13-05-2009]
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Videoinforma : www marcobava.it
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
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www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
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L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
|
Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di
una minoranza armata
Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere
ancora viste dalle future generazioni
Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza
la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di
essere impallinati
Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e
meno contrastanti con l’interesse generale
Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria
Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere
preservato
Le ragioni del SI
www.referendumcaccia.it .
A breve avremo la data!
Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici
piemontesi! |
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