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UN DAVIGO STORTO
PER LEGNOSTORTO - Un apprezzamento diventa un insulto che costa caro:
100mila euro. Legnostorto.com, il portale che si occupa di giustizia,
sta per chiudere i battenti dopo che l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo
Davigo ha chiesto un maxi risarcimento agli autori del sito perché si è
sentito diffamato da un articolo che addebitava Tangentopoli ai "poteri
forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani
Felice Manti per "il
Giornale"
Un apprezzamento
diventa un insulto che costa caro: 100mila euro. Legnostorto.com sta per
chiudere i battenti dopo che l'ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo
ha chiesto un maxi risarcimento agli autori del sito perché si è sentito
diffamato da un articolo pubblicato dal portale che si occupa di
giustizia.
L'autore del
pezzo, Vittorio Zingales, il 21 giugno 2009, pubblica su legnostorto un
articolo dal titolo «Quel golpe che fece mezza fetecchia» e «Cova sotto
la cenere», in cui ipotizza che in realtà il crollo della Prima
repubblica innescato da Tangentopoli sia stato orchestrato da «poteri
forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani». Sono loro,
insiste Zingales, i «veri organizzatori della rivoluzione». L'obiettivo
da colpire era «Bettino Craxi, costretto all'esilio in Tunisia, dove poi
morirà tra la totale indifferenza dei nostri politici, eccezion fatta
solo per pochissimi».
E i pm del pool di
Milano? Che ruolo avrebbero avuto? Quello dei pupi? «È chiaro che un
Borrelli, un Di Pietro, un Davigo, un D'Ambrosio (...) non possono avere
nessuno spessore culturale per organizzare il golpe, e nemmeno il
regista Violante che ha il compito di girare le piazze italiane e le
procure per indicare di volta in volta il nemico da abbattere». È in
questo passaggio la Scatta la denuncia per diffamazione, ovviamente al
tribunale di Milano.
L'escamotage
giuridico in voga tra chi si sente «diffamato» da un articolo di
giornale o da un servizio televisivo è quello di rivolgersi direttamente
al giudice civile perché sia lui stesso ad accertare l'eventuale reato -
penale - di diffamazione e perché stabilisca l'ammontare
dell'indennizzo. Una specie di scorciatoia, lamentano i curatori del
sito, che «consente anche di tappare velocemente la bocca ai giornali
piccoli e basati sul volontariato, come legnostorto.com», per i quali le
cifre ipotizzate (100mila euro, ndr) sono ovviamente fuori portata».
Peraltro l'autore, dell'articolo, considerato «non solvibile», non
rischia di pagare neppure un centesimo. L'obiettivo è il sito.
All'udienza del 27
gennaio scorso il giudice, anticipando il giudizio, aveva proposto di
transare un indennizzo di 40mila euro. «Ma - si legge su legnostorto.com
- anche questa proposta è per noi altrettanto impraticabile, ammesso e
non concesso che il reato sia stato commesso. E poi noi non prendiamo
soldi da nessuno, nessuno ci sponsorizza. Tutti lavoriamo gratis...».
Senza soldi il
sito chiuderà, ma questo (par di capire) non significa che Davigo
resterà a mani vuote. I curatori del sito saranno costretti a pagare
comunque. Ecco perché i due giornalisti Antonio Passaniti e Marco
Cavallotti hanno lanciato un appello ai lettori chiedendo loro un
sostegno economico: «Legnostorto.com va sostenuto per evitare che una
voce libera del web venga cassata brutalmente dallo strapotere
irresponsabile di parte della magistratura italiana, anche se sappiamo
che la cifra che dovremo versare è impossibile da raccogliere». Finora
sono stati raccolte poche centinaia di euro. E intanto il processo va
avanti, come in un film il cui finale è praticamente già scritto.
03-02-2011]
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MERDA D’AUTORE - gli avvocati di Vittorio Sgarbi, sotto
processo per aver definito Marco Travaglio "un pezzo di
merda tutto intero", hanno scritto una esilarante
memoria difensiva la cui tesi epocale è che la popò è
sana, bella e "fa bene al corpo ed anche all’anima" - Il
"Maitre à tombeur" ferrarese non è un divo ma un
recidivo - In anni di sfoghi leggendari ne ha dette di
tutti i colori
Gian Antonio Stella per il "Corriere
della Sera"
«Libera nos a luame», recitavano i vecchi contadini
veneti in latinorum: liberaci dal letame. E
l'invocazione spiega più di mille saggi quanto pesasse
loro vivere tra i miasmi dello stallatico. Tutto
cambiato: lo dicono gli avvocati di Vittorio Sgarbi. Che
per difendere il cliente, sotto processo per aver
definito Marco Travaglio «un pezzo di merda tutto
intero», hanno scritto una memoria difensiva la cui tesi
epocale è che la popò è sana, bella e «fa bene al corpo
ed anche all'anima».
Cerchiamo di capirci: non è la prima volta che un
difensore, costretto a difendere l'indifendibile, si
arrampica sugli specchi. Resta indimenticabile, ad
esempio, l'arringa fenomenale con cui Ippolita Ghedini,
sorella del più cele bre Niccolò « Ma-va-l à » Ghedini,
tentò di minimizzare le parole di Giancarlo Galan, che
aveva bollato come comunisti dei giornalisti Rai di
Venezia.
A
dispetto del Cavaliere e delle sue fobie anticomuniste,
scrisse l'Ippolita, il soviet non era che un «organo
elettivo e dunque espressione di quella democrazia reale
che ancora oggi viene rimpianta da molti e l'aggettivo
sovietico non ha certo valenza diffamatoria intrinseca».
Spasibo tovarisha Ghedinova! Decisi a umiliare la
collega nel campionato mondiale d'arrampicata sugli
specchi, l'avvocato Giampaolo Cicconi e Fabrizio
Maffiodo sono andati oltre. Scrivendo che Sgarbi con «la
frase "è un pezzo di merda tutto intero" non ha comunque
diffamato il dottor Travaglio, atteso che la frase non
ha alcuna valenza offensiva».
Va
detto che i due professionisti avevano un compito da far
tremare i polsi. Il «Maitre à tombeur» ferrarese,
infatti, è recidivo assai. In anni di sfoghi leggendari
ne ha dette di tutti i colori.
A
un comizio a Palmi esortò: «Ripetete con me: affanculo
il procuratore Cordova!». All'arrivo alla Camera del
presidente dell'Arcigay Franco Grillini tuonò: «Liberi
culi in libero Stato!». Ai veneti che lo avevano
trombato alle elezioni mandò a dire che erano
«deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti.
Razzisti. Evasori», per chiudere così: «Il concetto di
fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di
cazzo». A Oscar Luigi Scalfaro, quand'era al Quirinale,
si rivolse definendolo «una scorreggia fritta».
E
insomma, dopo aver composto e declamato a tredici anni
«5.000 versi per diventare Apollinaire», ha battuto via
via la strada liberatoria della parolaccia fino a fare
disperare il Cavaliere: «Vittorio, come faccio a farti
ministro se continui a dire le parolacce?». Resta
indimenticabile una seduta dell'ottobre 2007, quando a
Montecitorio si discusse fino a notte se dare o no
l'autorizzazione a procedere: urlare a dei poliziotti
«mi avete rotto i coglioni!» come aveva fatto Sgarbi
rientrava nell'insindacabile esercizio delle funzioni
parlamentari? Un dibattito unico al mondo.
Che vide il leghista Rizzi sbottare: «Sono due ore che
si parla dei coglioni di Sgarbi, sinceramente ne ho
pieni i coglioni». Il capolavoro fu di Filippo Mancuso,
che invitò il collega, d'ora in poi, a chiamare i
cosiddetti «tommasei», come faceva Leopardi per
disprezzo verso l'autore del celebre dizionario. Totale
degli interventi a favore e contro: 56.
La
passione del critico d'arte, però, è sempre stata quella
che i latini chiamavano stercus (genitivo: stercoris).
Tra i tanti esempi, ne citiamo uno. Al dibattito
parlamentare alla nascita del governo D'Alema, quando il
nostro zazzeruto mise a ver bal e : «Onorevole D'Alema,
le darei volentieri il mio voto; sono molto tentato di
farlo, per aggiungere la mia corruzione alla vostra,
aggiungere merda a merda». Insomma, se non temessimo
d'essere equivocati diremmo che ce l'ha sempre in bocca.
All'idea di perdere l'immunità, aveva confidato ad Aldo
Cazzullo di non avere troppi timori: «Vinco una causa al
giorno. Finora, 190 su 270; le altre sono in corso».
Spiegò anzi di avere «pronto un libro: Le mie querele.
L'editore non lo pubblica per paura di altre querele».
In ogni caso sospirò quando fu chiaro che non fosse
stato rieletto, avrebbe dovuto per sicurezza contenersi:
«Mi toccherà diventare buono e insipido come Prodi».
Macché: gli è impossibile.
Era appena stato condannato a pagare 30mila euro (più le
spese) a Travaglio per essersi dilungato su questo
genere di insulto ad AnnoZero quando, alla trasmissione
domenicale su Canale 5 con Barbara D'Urso, rincarò
appunto: Travaglio «è un pezzo di merda tutto intero» .
A quel punto i suoi due legali, presumibilmente su
ispirazione «artistica» del loro stesso cliente, hanno
steso una memoria difensiva che resterà negli annali.
Per loro, infatti, quella lì non è un'offesa. Può essere
mai volgare la natura?
«Se in un agriturismo ci forniscono prodotti
dell'agricoltura biologica significa che essi sono fatti
con la merda nel senso che l'agricoltura biologica vuol
dire coltivazioni in terreni concimati non con prodotti
industriali ma con letame, con la merda, appunto, la
quale serve a fertilizzare i terreni». Bucolici.
Inoltre «giova osservare che, un tempo, il letame
accumulatosi per tutto l'anno veniva, con la zappa (in
genere nel mese di settembre), rivoltato, sbriciolato,
miscelato, messo sul carro e sparso nel campo ove si
seminavano le fave ed in cui, l'anno appresso, si
sarebbe piantato di grano.
Le
merde, invece, che le mucche depositavano nei campi
durante il periodo estivo ed essiccate dal sole
formavano delle dense "torte" che venivano raccolte ed
immagazzinate e poi usate come combustibile per cucinare
la minestra di fave che rappresentava il pasto
principale e si consumava la sera. La cenere residua
veniva depositata nella concimaia. Nulla andava perduto
e tutto veniva riciclato: ciò faceva bene al corpo ed
anche all'anima». Di più: «Fabrizio De Andrè - nella
celebre canzone Via del Campo - cantava "dai diamanti
non nasce niente, dal letame (o dalla merda) nascono i
fiori"».
Come possono dunque, signori della corte, non capire la
bellezza del richiamo alla vita agreste? «Per tali
motivi», proseguono gli avvocati nella scia di De Andrè,
Sgarbi «voleva fare della sottile ironia, far capire
comunque che da Travaglio sarebbe nato qualcosa (per
esempio un partito politico) tanto che egli un giorno
avrebbe avuto un futuro con la destra liberale, facendo
financo concorrenza a Berlusconi proprio perché "è un
pezzo di merda tutta intera" e non un diamante». Questa,
però, al Cavaliere la dovranno spiegare per benino...
27-09-2010]
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VIVA LA CASSAZIONE! - "I DIRETTORI DELLE TESTATE WEB NON
SONO RESPONSABILI IN CASO DI "OMESSO CONTROLLO". IL
REATO DI DIFFAMAZIONE è PREVISTO PER LA CARTA STAMPATA
NON PER IL WEB, materia ancora da studiare" - dago:
"Dieci anni di sangue versato per nulla! - LE CONDANNE
LE PAGO A RATE, COME I MOBILI - e adesso chi mi rimborsa
1-
CASSAZIONE: I DIRETTORI DELLE TESTATE WEB NON SONO
'RESPONSABILI IN CASO DI "OMESSO CONTROLLO"
(ANSA)
-
Il direttore di un giornale on-line non risponde di
"omesso controllo" in caso di pubblicazioni, sul sito da
lui diretto, dai contenuti diffamatori. Lo ha stabilito
la Corte di Cassazione, che spiega come il reato
previsto dall'art. 57 cp, che punisce i direttori per
non aver vigilato sul contenuto delle pubblicazioni, non
può essere applicato al web perché previsto solo per la
carta stampata.
L'articolo 57, spiegano infatti i supremi giudici nella
sentenza 35511 "si riferisce specificamente
all'informazione diffusa tramite la carta stampata. La
lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione
porta anche l'interpretazione storica della norma".
In
giurisprudenza, spiega la quinta sezione penale, si è
discusso sulla possibilità di estendere il concetto di
stampa anche ad altri mezzi di comunicazione, ma si
anche escluso "che fosse assimilabile al concetto di
stampato la videocassetta preregistrata" ed è anche
noto, ricorda la Cassazione, che la "giurisprudenza ha
concordemente negato che al direttore della testata
televisiva sia applicabile la normativa dell'articolo 57
cp stante la diversità strutturale tra i due differenti
mezzi di comunicazione (la stampa da un lato, la
radiotelevisione dall'altro) e la vigenza nel diritto
penale del principio di tassatività".
Mentre per la tv il problema della responsabilità del
direttore è stato risolto con la legislazione, il web è
una materia ancora da studiare.
"Analogo discorso - sottolineano i supremi giudici -
deve essere fatto per quel che riguarda l'ammissibilità
di internet al concetto di stampato. L'orientamento
prevalente in dottrina è stato negativo atteso che,
perché possa parlarsi di stampa in senso giuridico
occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium
non realizza: che vi sia una riproduzione tipografica e
che il prodotto di tale attività sia destinato alla
pubblicazione e quindi debba essere effettivamente
distribuito tra il pubblico".
Il
caso esaminato ha riguardato il direttore della testata
'Merate online', condannato dalla Corte d'appello di
Milano per omesso controllo in relazione alla
pubblicazione di una lettera ritenuta diffamatoria nei
confronti dell'ex ministro della Giustizia Roberto
Castelli e di un suo collaboratore. La sentenza è stata
annullata dalla Corte di Cassazione proprio perché "il
fatto non costituisce reato".
Così come non sono "responsabili dei reati commessi in
rete gli access provider, i service provider e gli
hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a
meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso
del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di
concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va
escluso per i coordinatori dei blog e dei forum" e per
questo anche per "la figura del direttore del giornale
diffuso sul web".
2-
D'AGOSTINO: A ME TANTE CAUSE, ORA CHI MI RIPAGA? - LE
CONDANNE LE PAGO A RATE, COME I MOBILI
(ANSA)
- "Dieci anni di sangue versato per nulla!". Scherza ma
non risparmia battute amare, Roberto D'Agostino, da due
lustri in trincea con Dagospia, il suo super cliccato ma
anche super querelato, sito di gossip e di notizie on
line.
"Se sono ancora qui è perché dietro di me c'é mia moglie
che mi ha salvato da tanti guai - assicura- altro che
servizi segreti deviati". Da quando è nato Dagospia, "é
stato un continuo", racconta D'Agostino, "hanno sempre
tentato di intimidirmi con sentenze e condanne pesanti,
cifre assurde, una volta addirittura 160 mila euro,
tanto che le condanne io le pago a rate, come i mobili".
Certe volte "mi viene da ridere, mi sembra che la
libertà di informazione c'é solo se hai accanto una
moglie ricca".
Tanti i processi finiti con una condanna e tanti quelli
ancora in piedi, "e adesso che faccio? chi mi ripaga?".
Impossibile quantificare i costi, "mai fatto calcoli
perché non voglio abbattermi e chiudere la baracca",
spiega.
Poi il pensiero torna alle tante querele ricevute: "non
capiscono l'ironia - dice- E' chiaro che quello che
scrivo io non sono i dieci comandamenti. Faccio un sito
per dare un punto di vista, che può anche essere
sbagliato, lavoro sulla velocità, macino un sacco di
notizie, posso sbagliare e allora sono disposto alla
pubblicazione di smentite, a mettermi in ginocchio sui
ceci e cospargermi la testa di cenere. Invece spesso non
mi mandano nemmeno una smentita, mi querelano
direttamente".
E
quando arrivano le condanne le cifre sono salatissime,
troppo, sostiene D'Agostino, che punta il dito anche
sulla legge sulla stampa "che è imbarazzante" e dovrebbe
invece prevedere dei tetti per le richieste di
risarcimento"
Tant'é. La verità é soggettiva, è questione di punti di
vista, sostiene Dago, che cita 'Rashomon', un film degli
anni Cinquanta del giapponese Kurosava, una parabola
sulla relatività e sulle mille sfaccettature della
verità, poi conclude con Tacito, "che per noi è un
grande storico, per i suoi contemporanei un cronista
pettegolo. Magari, chissà che anche io, tra qualche
secolo...".
01-10-2010]
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DIFFAMAZIONE/
CONDANNATO A DUE ANNI DI RECLUSIONE IL PROPRIETARIO DEL SITO
DI GOSSIP SVANITYFAIR
Antonello De Gennaro, proprietario del sito di gossip
SvanityFair, è stato condannato a due anni di reclusione per
avere diffamato alcuni vip, tra cui l'attore Edoardo Costa e
la giornalista Silvana Giacobini.
Il giudice della settima sezione penale del Tribunale di Milano ha
invece prosciolto De Gennaro dall'accusa di stampa clandestina
e da un ulteriore capo di imputazione per diffamazione.
Nel processo si erano
costituiti parte civile l'attore Costa, la Giacobini, i
giornalisti Luciano Regolo e Giusy Ferrè e la Mondadori, che
hanno ottenuto risarcimenti fra i 10mila e i 20mila euro.
La Guardia di Finanza era
risalita a De Gennaro nel marzo 2004, dopo un lungo lavoro di
indagine. Lele Mora e Alfonso Signorini avevano rimesso la
querela nel corso del processo.
De Gennaro è stato coinvolto
l'anno scorso anche in uno scandalo in Romania. L'uomo era
infatti manager in Italia della modella rumena Monica
Columbeanu, bellissima e giovane moglie dell'imprenditore
Irinel Columbeanu: dopo che quest'ultima aveva rotto ogni
rapporto professionale con De Gennaro l'uomo la aveva accusata
sulla stampa di non avergli pagato 18mila euro (dovutigli, a
suo dire, per i suoi servizi di promozione dell'immagine della
donna in Italia, dove la modella era stata fra l'altro
protagonista di una copertina di Max) e di avergli offerto
"favori sessuali" pur di raggiungere a ogni costo il
successo nel nostro Paese. Favori che De Gennaro sostenne di
avere rifiutato, aggiungendo una serie di altri particolari
"piccanti" per distruggere la reputazione della
Columbeanu.
2 - DOVRÀ
RISARCIRE 230 MILA EURO ALLE QUINDICI PARTI CIVILI COSTITUITE
TRA CUI ANCHE L'AVVOCATO MATRIMONIALISTA ANNAMARIA BERNARDINI
DE PACE, SILVANA GIACOBINI E ALTRI GIORNALISTI
Ansa - Antonello De Gennaro, condannato a 2 anni di reclusione
dal Tribunale di Milano per aver diffamato alcuni vip e
giornalisti attraverso il suo sito www.svanityfair.com, dovrà
risarcire a titolo di provvisionale 230 mila euro alle parti
civili costituite, tra cui anche il principe Serge di
Jugoslavia.
Lo ha deciso il giudice
monocratico della settima sezione penale, che ha condannato De
Gennaro per diffamazione a mezzo di internet.
De Gennaro dovra' versare
provvisionali comprese tra i 10 mila e i 20 mila euro alle
quindici parti civili costituite, tra cui anche l'avvocato
matrimonialista Annamaria Bernardini De Pace, Silvana
Giacobini e altri giornalisti. De Gennaro, dopo complesse
indagini, venne denunciato nel 2004 dalla Guardia di Finanza.
L'avvocato Daria Pesce, legale
di nove parti civili, ha parlato di "una condanna
esemplare, perché c'è stata una campagna diffamatoria nei
confronti di vari direttori di testate Mondadori e di altri
giornalisti che io assisto". Il legale, lei stessa
'vittima' di diffamazione sul sito, ha spiegato di avere anche
avviato una causa negli Usa.
[23-02-2010]
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"HANNO ELETTO QUALCHE
ZOCCOLA", LE PARLAMENTARI QUERELANO, BEPPE GRILLO LA
VINCE
Volgare e inappropriata sì, anche offensiva, ma la frase di
Beppe Grillo pronunciata in commissione Affari
costituzionali del Senato non può essere punita perché il
soggetto a cui è rivolta è generico. Archiviata quindi la
denuncia per diffamazione contro il comico genovese
presentata da diciotto deputate e senatrici, tra cui
l'avvocato Giulia Bongiorno (che aveva messo a punto
l'atto), Alessandra Mussolini, Manuela Di Centa.
«Sei persone hanno deciso i nomi
di chi doveva diventare deputato e senatore. Hanno scelto
993 amici, avvocati e, scusate il termine, qualche zoccola,
e li hanno eletti». Questa la frase che il giugno scorso,
pochi giorni dopo l'audizione di Grillo, risalente al 10 di
quel mese, si guadagnò la querela. Lunedì 15 febbraio il
gip del tribunale di Roma, Maddalena Cipriani, ha depositato
l'archiviazione del caso decidendo così che Grillo non
offese né la Bongiorno né alcuna delle altre parlamentari.
Dell'archiviazione dà notizia stamani il quotidiano
genovese "Corriere Mercantile".
[20-02-2010]
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FACCISSIMO!
- "Egregio D'Agostino, La informo che ho provveduto a
querelare Luca Telese per il suo l'articolo-lettera pubblicato
su Dagospia - E' la prima querela della mia vita, ma questo
pagliaccetto sghignazzante del giornalismo romano mi ha
veramente rotto i coglioni - Per quanto attiene al serissimo
tema dei miei capelli, visto che appassiona, allego fotografia
familiare del 1971 (incredibile, ci tingevamo tutti)"...
Riceviamo e pubblichiamo:
Egregio D'Agostino,
La informo che ho provveduto a querelare Luca Telese per il
suo l'articolo-lettera pubblicato su Dagospia. E' la prima
querela della mia vita, ma questo pagliaccetto sghignazzante
del giornalismo romano mi ha veramente rotto i coglioni.
Preciso che, anche se lui ha storpiato
ogni mia frase, penso e ho scritto su Libero (a partire dal 16
gennaio) che un Di Pietro «al soldo dei servizi segreti
deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica, perché
così volevano gli americani e la mafia» corrisponde a una
sciocchezza, diversamente da altre ambiguità da «spione»
che appartengono al suo passato e che ho provveduto a
documentare in un libro più volte ristampato e saccheggiato
dai cugini del Giornale.
Per quanto attiene al serissimo tema
dei miei capelli, visto che appassiona, allego fotografia
familiare del 1971 (incredibile, ci tingevamo tutti, compresa
mezza Austria di cui sono originario) e invito chiunque a
controllare magari accompagnato dalla sua parrucchiera di
fiducia. Telese può chiedere a sua moglie, visto che lavora a
Mediaset e ne conoscerà moltissime.
Ps Per quanto riguarda il video citato
dal pagliaccetto, dove a suo dire arrossirei, è qui di
seguito. Al minuto 3.18.
[05-02-2010]
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| MARCHIONNE MI HA QUERELATO PER QUANTO DETTO ALL'ASSEMBLEA
FIAT DEL 30.03.08 SU QUESTO TEMA DELLA QUERELA-BAVAGLIO
VEDIAMO UN PO DI OPINIONI DA PORTARE IN CAUSA:
agnll30
marchionne gabetti grande stevens
QUERELOMANIA - SABELLI FIORETTI: "Il fastidio di D’Alema verso
i giornali equivale a quello di Berlusconi - Io Ghedini l’avrei preso a
'Cuore' per fare i titoli: “L’utilizzatore finale” o “alla ricerca
dell’onere della prova” SONO GENIALI - IL BISOGNOSO FELTRI"…
Alessandro Da Rold
per Il Riformista
«Non ho mai ricevuto querele da Berlusconi, ma a
Cuore sono stato massacrato: da Muccioli, a Vittorio
Feltri, poi Vittorio Emanuele II fino a Cesare
Previti».
Claudio Sabelli Fioretti di querele se ne intende.
Chi meglio di lui, quindi, può azzardare un commento a riguardo, in
questi giorni in cui Niccolò Ghedini, legale del
premier, ha deciso di querelare Repubblica, l'Unità e altri quotidiani
europei per le 10 domande che il quotidiano del gruppo Espresso formulò
durante il NoemiGate.
«Ho calcolato che i soldi spesi in avvocati negli anni di Cuore sono
stati pari agli stipendi che ho preso, ragion per cui, si deduce, che ho
lavorato gratis», afferma al Riformista.
Ne avrai vinta pure qualcuna di queste cause?
Alcune si sono perse nei meandri della giustizia italiana, altre le ho
vinte, alcune le ho perse. Ad esempio una che era partita da Vittorio
Feltri.
Di cosa si trattava?
Meglio che non te lo dico, sennò ci querela a tutti e due. Stimavo
molto Feltri prima di quel giorno. Abbiamo concordato,
sai lui era bisognoso...
Ma una querela non fa pubblicità ai giornalisti?
Porta pubblicità fino a un certo punto, se alcuni possono permettersela
la si può vedere anche così, ma in altri casi assolutamente no. Io
preferisco andare in galera che in tribunale. È come l'ospedale, ci
entri sano e ne esci malato. In tribunale entri innocente e ne esci
colpevole.
Quindi niente marketing?
A volte sì, infatti è uso in Italia minacciare la querela e poi magari
non farla. In ogni caso la sconsiglio. E poi a mio modesto parere basta
una smentita sul giornale.
Altri problemi della querela?
Per un periodo avevamo lavorato insieme ad altri giornalisti, anche con Marco
Travaglio, per chiedere una modifica della legge sulla
diffamazione a mezzo stampa. Ci sono diversi problemi, sia nella parte
civile che in quella penale. Innanzitutto la causa civile diventa molte
volte un affare per gli avvocati che ti difendono. Le parcelle sono
spesso proporzionate ai miliardi che ti chiedono.
E poi dovrebbe vigere una regola: tu mi chiedi 10 miliardi? Bene, ma
se poi la spunto io, i 10 miliardi me li prendo io, sennò io come
giornalista non vengo assolutamente tutelato. Con Previti ho
vinto la causa, ma mi sono dissanguato in spese di avvocato: una "paccata"
di soldi! Alla fine, quindi, a spuntarla è stato lui, perché io su Previti
non scriverò mai più niente. Si facciano avanti altri...
Ma il giudice non ti tutela?
Io preferirei che ci fosse un gran giurì, il Csm... Una volta mi è
capitato di entrare in aula e vedere il giudice che doveva emettere la
sentenza su di me, intrattenersi amichevolmente con il pm che aveva
accolto la querela. Io volevo ricusarlo, ma il mio avvocato me lo ha
sconsigliato.
Come è finita?
Ho dovuto sborsare 75 milioni di vecchie lire...
Cosa ne pensi della querela del Cavaliere?
Ma insomma, querelare dieci domande... Sono curioso di vedere cosa dirà
il giudice.
Non stanno esercitando un loro diritto?
Ma lo esercitino pure. Berlusconi ha querelato cinque
giornaliste: è evidente che ha un problema con le donne (ride)
Secondo Concita De Gregorio l'Unità rischia di chiudere?
Ma sai, mi fa tenerezza l'Unità, magari è semplicemente un modo per
anticipare i tempi...
D'Alema
in barca
Ghedini però sembra molto determinato?
Io Ghedini l'avrei preso a Cuore per fare i titoli. Perdevamo delle ore.
Tempo sprecato, l'avessi conosciuto a quei tempi, avrei fatto una
telefonata ed ecco spuntare titoli come "L'utilizzatore
finale" o "alla ricerca dell'onere della prova"...
Anche D'Alema querelò Forattini...
Che D'Alema sia un difensore della
libertà in Italia, mi sembra una delle più belle barzellette mai
ascoltate. Il fastidio di D'Alema verso i giornali
equivale a quello di Berlusconi.
[07-09-2009]
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"querele, strumento di intimidazione, vero attacco alla libertà
di stampa" - il "corriere" scopre le maxirichieste di danni
da parte di chi non rischia alcunché a farle - bene, bravo, vis! perché
ferrarella non lo chiede a certi colleghi di via solferino, vedi Ostellino,
che anziché inviare una rettifica, hanno provato a spaccare le ossa a
Dagospia?...
Luigi Ferrarella per il
Corriere della Sera
I giornalisti che avvertono sempre mag¬giori ostacoli all'esercizio
della libertà di stampa vengono bruscamente liqui¬dati come
diffamatori piagnucolanti, che prima devastano le vite altrui e poi
pretendono immunità per non ripagare i dan¬ni alla reputazione delle
persone e aziende che li querelano (nel penale) o chiedono ingenti
risarcimenti (nel civile).
Non è un caso. Sia perché per alcuni «canto¬ri » della libertà
di stampa è davvero così. Sia - soprattutto - perché è il prezzo,
salato, che l'intera categoria paga per aver lasciato che dilagasse il
contagio di prassi giornalisti¬che imprecise e superficiali,
obliquamente omissive o dolosamente inveritiere, indulgen¬ti verso lo
«spaccio» di falsità in non sempre «modica quantità», a volte
sconfinanti nel manganello a mezzo stampa per colpire l'av¬versario
politico o economico dell'editore.
Con il risultato che «quando un organo di in¬formazione mente,
avvelena la collettività, e anche gli articoli degli altri giornali
diventano sospetti - anticipava già nel 1981 il mea culpa del direttore
del Washington Post per un falso scoop -: il lettore colpito da una
notizia si sente autorizzato a valutarla con sospetto, i fat¬ti non
soltanto vengono messi in discussione ma perdono anche il loro valore di
realtà».
Pa¬rabola che, in salsa italiana, affiorava sin nella parodia che
nel 1992 il comico Loche faceva del giornalista «truffa-truffa-ambiguità»
che «pare-sembra-forse-non garantisco verità» .
Ma ora anche le querele e le richieste di dan¬ni hanno perso il loro
valore di verità. Sempre meno strumenti di ristoro della reputazione
calpestata dall'errore colpevole o dal dolo scientifico del giornalista,
le azioni legali di¬ventano così tante e sono spesso talmente in¬fondate
da essere piuttosto brandite come uno strumento di intimidazione sul
cronista («anche se stavolta hai scritto giusto, attento a riscrivere
la prossima volta») e sull'editore, al¬le prese con rischi di
risarcimenti e con spese di difesa tali da mettere in ginocchio il bilan¬cio
di un'azienda editoriale medio-piccola.
Si dirà: c'è un giudice, e se il giornalista sba¬glia, è giusto
che vada incontro a pena pecunia¬ria, reclusione, riparazione
pecuniaria, risarci¬mento dei danni morali e patrimoniali, paga¬mento
delle spese di giudizio. Certo. Solo che la partita, da quando è
divenuto massiccio l'in¬discriminato ricorso alle azioni legali, non è
più ad armi pari.
Non solo perché il giornalista, per non esse¬re condannato, deve
dimostrare non soltanto che ha scritto il vero, ma anche che esisteva un
interesse pubblico a conoscerlo, e che la for¬ma non era inutilmente
aggressiva. Non solo perché, se diffonde dati personali veri ma sen¬za
i quali la notizia sarebbe stata ugualmente completa ed esauriente,
incorre nei fulmini del Garante della privacy, del giudice penale, del
giudice civile, dell'Ordine.
Non solo per¬ché, quando pubblica notizie vere tratte da atti
giudiziari non più segreti in quanto già noti al¬le parti, è
schiacciato nella tenaglia per cui se le riporta con precisione
letterale si vede de¬nunciare per aver commesso uno specifico rea¬to,
mentre se si limita a riassumerle si sente accusare di non essere stato
abbastanza preci¬so da evitare la diffamazione.
A truccare la par¬tita, invece, non è l'azione legale in sé, ma il
fatto che chi la intenta contro il giornalista, a differenza sua, non
rischi mai e non paghi al¬cunché, nemmeno se il giudice accerta che le
doglianze erano totalmente pretestuose: nel ci¬vile il giornalista
recupera al più le spese, nel penale l'assoluzione «perché il fatto
non costi¬tuisce reato» gli impedisce di denunciare per calunnia il
querelante e ottenere i danni.
Il sacrosanto diritto dei diffamati (quando siano davvero tali) di
rivalersi sul giornalista non deve essere intaccato. Ma forse una modi¬fica
normativa potrebbe conciliarlo con la non compressione dell'attività
giornalistica: quere¬la pure chi vuoi e per quello che vuoi, ma se poi
la causa risulta del tutto campata per aria, allora paghi al giornale
denunciato almeno una minima percentuale (anche solo il 10%?) delle
maxicifre che pretendevi come risarci¬mento. Liberi di scrivere, liberi
di querelare. Ma responsabili en¬trambi. Nella trasparen¬za.
Il contrario del terre¬no su cui muove il dise¬gno di legge sulle
inter¬cettazioni che, dietro il pretesto della tutela della privacy,
estende l'area del segreto sugli atti d'indagine, e di ogni «pubblicazione
ar¬bitraria » (da 2.500 a 5.000 euro per il gior¬nalista) fa poi
risponde¬re anche l'editore a tito¬lo di responsabilità am¬ministrativa
della per¬sona giuridica per i rea¬ti commessi dai dipen¬denti
nell'interesse aziendale (legge 231/2001).
Tradotto? A ogni dettagliata pubbli¬cazione di un atto vero, non più
coperto da se¬greto investigativo e riportato in maniera cor¬retta,
l'editore pagherà da un minimo di 25 mi¬la 800 a un massimo di 465
mila euro per le testate nazionali. Il modo migliore per fare en¬trare
«il padrone in redazione», visto che a quel punto la decisione
editoriale sul «se» e «come» pubblicare una notizia sfuggirà all'au¬tonomia
(laddove esercitata) del tandem diret¬tore- giornalisti, per consegnare
l'ultima paro¬la all'editore destinato a pagarne conseguenze tali da
far chiudere in breve l'azienda.
[27-09-2009]
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IL SAN TORO DELLE CAUSE PERSE – "IL GIORNALE", CHE NON MAI
HA PRESO E PERSO UNA QUERELA, FA I CONTI LEGALI IN TASCA AL BOSS DI
“ANNOZERO” - SU, FINITELA CON 'STI PIAGNISTEI DA MARTIRE CON TUTELA
LEGALE, OGNUNO HA ALLE SPALLE I DE BENEDETTI O BERLUSCONI - QUI L'UNICO
CHE PAGA DI TASCA PROPRIA è DAGOSPIA...
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale" (ha
collaborato Luca Rocca)
Querelato e condannato. La notizia è che Michele Santoro,
icona della sinistra massmediatica prossima a scendere in piazza per la
libertà di stampa, è un giornalista come tanti. Né migliore, né
peggiore. Uno che le cause per diffamazione solitamente le vince, ma le
perde anche. E paga. O meglio, paga la Rai, cioè voi. Vediamo come.
Il lontano 10 novembre 2000, durante una puntata della trasmissione
Raggio Verde dedicata anche all'estrema destra, Santoro
si
ritrovò fra le mani un bigliettino passato da un collaboratore. Disse
sarcastico: «C'è Roberto Fiore, il segretario di
Forza Nuova al telefono? Date il suo numero alla polizia perché noi non
sappiamo che farcene. Grazie, ci vediamo venerdì prossimo».
Roberto Fiore non la prese bene. E querelò.
Nell'atto di citazione l'esponente di Forza Nuova faceva presente che
aveva immediatamente telefonato per precisare quanto erroneamente il
giornalista Corrado Formigli (l'intervistatore di Feltri
nell'ultima
puntata di AnnoZero) aveva riportato in merito a un sito filonazista
vicino a «Fn», e che vicino a Forza Nuova invece non lo era affatto.
La precisazione di Fiore s'inquadrava in una
discussione più ampia nata proprio da un reportage di Formigli che
nella sua «rubrica-cartolina» aveva chiesto a Berlusconi se fosse
compatibile l'alleanza con la Lega Nord visto che ad una prossima
manifestazione del Carroccio contro l'islam (peraltro annullata) avrebbe
partecipato anche Forza Nuova.
L'abbaglio preso da Formigli sul sito filonazista è
costato caro a Santoro, ma non all'interessato, che se
l'è cavata solo perché nella querela si faceva riferimento ad un altro
giornalista, Riccardo Iacona, giustamente assolto «per
non aver commesso il fatto» (con un supplemento di querela Formigli
è stato poi rinviato a giudizio).
Dalle motivazioni della sentenza di condanna del giudice Vittorio
Pazienza del tribunale di Roma, si legge: «Il Formigli,
addirittura, ha evocato le immagini del sito oscurato per far
"vedere" all'on. Berlusconi cosa fosse Forza
Nuova, sollecitando poi provocatoriamente lo stesso Berlusconi, nel caso
non avesse nulla da eccepire su manifestazioni congiunte della Lega e
del movimento di Fiore, ad adoperarsi per far riaprire il sito di Forza
Nuova». Che, come detto, con Forza Nuova non c'entrava nulla.
Santoro s'è quindi beccato una condanna a 300 euro di multa, più
4mila di spese processuali, soprattutto per aver omesso il diritto di
replica del segretario di Fn: «Il Santoro - chiosa il
giudice - ha voluto chiudere la sua trasmissione additando il Fiore, ai
telespettatori, come soggetto non solo da evitare ma da segnalare
senz'altro alle forze dell'ordine».
Non solo. Oltre a ignorare «la richiesta di intervento telefonico»
magari motivando «l'impossibilità di accogliere la richiesta per
mancanza di tempo», l'attuale conduttore di AnnoZero ha ritenuto «di
non dar corso all'istanza di Fiore con una frase salace e certamente a
effetto, che ha provocato peraltro la risata dell'ospite in studio
Barenghi», all'epoca direttore del Manifesto.
Per evitare la conferma della condanna in appello - spiega Stefano
Fiore, fratello e avvocato di Roberto - «Santoro ha preferito transare,
pagando un tot e ottenendo in cambio il ritiro della querela. A pagare,
ovviamente, è stata la Rai».
Altra causa, altra condanna. Il 5 novembre 2007 il giudice Chiara
Valori del tribunale di Varese ha condannato in primo grado Santoro per
una storia analoga. E cioè per aver accostato ingiustamente, durante la
trasmissione Il Raggio Verde, alcuni siti xenofobi a due responsabili di
un'associazione culturale («Terra Insubre») vicina al partito di Bossi.
E per non aver dato loro diritto di replica.
Andrea Mascetti e lo scrittore Gilberto Oneto, a nome
dell'associazione, difesi dall'avvocato-sindaco di Varese, Attilio
Fontana, si risentirono non poco per la trasmissione del 3 novembre 2000
imperniata «sull'agitarsi di piccoli gruppi» pseudorazzisti vicini
alla Lega. I querelanti lamentavano l'«indebito accostamento dei loro
nomi alle immagini estrapolate dai siti internet di organizzazioni
diverse», filoxenofobe, dalle quali si sentivano «idealmente assai
lontani».
Effettivamente, annota il giudice in sentenza, «la visione del
programma colpisce l'ignaro telespettatore per la violenza ideologica
delle immagini trasmesse e indubitabilmente viene comunicato come le
persone ricercate (...) siano i diretti responsabili o comunque i
referenti di siti» a sfondo razzista. «Di fatto - conclude il giudice
- si è finito per addebitare a Mascetti, Oneto e a Terra Insubre fatti
e idee in maniera oggettivamente falsa, trattandosi peraltro di fatti
penalmente rilevanti e pertanto lesi della loro reputazione e come tali
non coperti dal diritto di cronaca».
In più, Santoro non solo non avrebbe dato seguito
alla richiesta di rettifica dei querelanti ma «intervenendo in
contraddittorio con Oneto in altra trasmissione radiofonica e rilevando
come di fatto costui (Oneto, ndr) si sentisse offeso a seguito della
puntata del Raggio verde, non ha ritenuto in alcun modo di agire per
cercare almeno di porre rimedio alle conseguenze del reato». Condannato
a pagare 10mila euro (reato prescritto).
Quanto invece alla causa intentata dall'attuale conduttore di
AnnoZero contro il parlamentare del Pdl, Paolo Romani, reo d'aver
parlato a Ballarò di «operazioni di killeraggio politico» da parte di
Santoro, quest'ultimo non solo ha perso la causa, ma è stato condannato
a pagare le spese processuali: 8.500 euro.
Perché «il termine killeraggio - osserva il giudice del tribunale
di Roma, Maurizio Durante - non è stato usato nello
specifico senso definito dal vocabolario Zingarelli,
come dedotto dall'attore (Santoro, ndr), ma nel più generico senso di
critica forte ed aggressiva usata dall'attore (sempre Santoro, ndr)
normalmente nei programmi televisivi come corrispondente alla sua
legittima ed aperta posizione politica».
[29-09-2009]
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LA MEDIA RISARCITORIA PIÙ ALTA, RISPETTO ALLA STAMPA, CE L’HA
DAGOSPIA! - (CARA GABANELLI, CHE GODURIA AVERE ALLE SPALLE UNA BELLA
TUTELA LEGALE) - UNO STUDIO HA ANALIZZATO CENTINAIA DI SENTENZE SULLA
"LESIONE DELLA PERSONALITÀ" - LE QUERELE ATTECCHISCONO SEMPRE
MENO: LA MAGGIORANZA RESPINTA DAI MAGISTRATI - TRA I DIFFAMATORI PIÙ
CONDANNATI - QUANDO IN PASSATO ERA LA STAMPA DI CENTRODESTRA - ORA C’È
IL GRUPPO ESPRESSO-REPUBBLICA (CE N’È ANCHE PER D’AVANZO) - MEDIASET
VIENE CONDANNATA A RISARCIMENTI MEDIAMENTE DOPPI RISPETTO ALLA RAI -
SORPRESA, ANZI NO: IL RECORDMAN RESTA SGARBI COI SUOI 800MILA EURO RIFUSI
A CORDOVA - SORPRESA, ANZI NO: I MAGISTRATI GIUDICANO IL PROPRIO ONORE
COME PIÙ ELEVATO RISPETTO A QUELLO DI OGNI ALTRA CATEGORIA, E I POLITICI
QUERELANO POCHISSIMO
Filippo Facci per "Libero"
1 - REPUBBLICA, UN TIR CARICO DI QUERELE...
Qualche sorpresa c'è. Il professor Vincenzo
Zeno-Zencovich,
lento e inesorabile come una querela, ha analizzato centinaia di
sentenze sulla «lesione della personalità» al Tribunale civile di
Roma (periodo: dal 2003 al 2008) e rispetto alle sue precedenti
rilevazioni ha prospettato alcune inversioni di tendenza che paiono
smentire un ruolo delle querele nelle presunte limitazioni alla libertà
di stampa, ciò che parte della categoria giornalistica ha paventato di
recente.
Anzitutto: a crescere sono i rigetti delle denunce, non gli
accoglimenti: su 849 cause civili, infatti, solo 349 sono andate
giudizio e quindi 549 sono state respinte: e questo non per questioni
procedurali o d'incompetenza (solo 39, per quest'ultimo caso) ma proprio
perché, in 510 casi, i giudici hanno reputato che la diffamazione non
ci fosse. Il primo dato interessante, in sintesi, è che negli anni
precedenti al 2003 veniva accolto il 60 per cento delle cause civili,
ora il 63 per cento è stato rispedito al mittente: un trend
diametralmente contrario a quello lamentato da un campione della
categoria, Marco Travaglio, nel suo ultimo soliloquio ad Annozero.
Vero è semmai che la categoria ritenuta più affidabile da
quest'ultimo e spesso dalla stampa di centrosinistra - i magistrati -
negli ultimi anni hanno smesso di condannare perlopiù la stampa di
centrodestra: tra i campioni della diffamazione, infatti, figura proprio
il gruppo Espresso-Repubblica, e non si vorrà certo credere che
l'intera categoria togata faccia parte di una manovra per limitare la
libertà di stampa.
E veniamo alle condanne, che nella maggior parte dei casi riguardano
giornali e televisioni con l'ingresso a sorpresa, tra i grandi numeri e
protagonisti, del sito Dagospia: un primato cui Roberto D'Agostino
avrebbe rinunciato volentieri. «Il quotidiano La Repubblica ed il
settimanale L'Espresso», si legge nella ricerca, «sono stati
accomunati perché´ editi dallo stesso gruppo editoriale»: il quale
vanta la bellezza di 45 condanne per un totale di 1'933'000 euro
risarciti (in precedenza erano 1380) e una media di quasi 43mila euro
pagati per ciascuna causa.
Per numero di cause, l'unico a battere il gruppo Espresso è
curiosamente Il Messaggero con 48 condanne e però una media
risarcitoria più bassa (39,9). E gli altri? Qui altre sorprese. Il
Giornale, per esempio, ha solo 6 condanne ma un'incredibile media
risarcitoria: 90 di media, 545.000 euro totali. C'è solo un altro media
che ha la stessa precisa media: Dagospia, che ha pagato 270mila euro per
- ancora più incredibile - solamente 3 cause: 90mila l'una, appunto.
Libero se la cava con 8 condanne e una media di 32,5 su 260mila euro
totali. Questo per giornali più internet.
Poi ci sono le televisioni, che risultano mediamente più colpite in
relazione a una presunta maggior diffusione dei fatti diffamanti. La Rai
ha avuto 13 condanne e una media di 68,4 mila euro: totale 890, in
precedenza erano 443.
Con le tv del gruppo Mediaset i giudici hanno invece avuto la mano più
pesante: meno condanne della Rai (12) ma una media risarcitoria quasi
doppia: 125,4 mila euro per un totale di 1505.000: la media è tale,
attenzione, già eliminando l'accesso della condanna-monstre inflitta a
Vittorio Sgarbi e alle reti Mediaset che il 12 dicembre 2003 hanno
dovuto pagare la bellezza di 800mila euro per via di un'esternazione
televisiva nello stile ormai a tutti noto.
Per il resto, tra tutti i giornali e le tv, la media risarcitoria è
rimasta nel complesso invariata: in precedenza era di 52 milioni di lire
e ora è di 32mila euro, un dato inferiore alla rivalutazione inflattiva
dell'euro.
Ed eccoci alla classifica delle categorie risarcite. Qui, secondo i
punti di vista, ci sono sorprese e non ce ne sono. Solo una tendenza non
è cambiata: quella dei magistrati nel reputare l'onore della propria
categoria al di sopra di ogni altra, elargendo risarcimenti record ad
altri colleghi: 51mila euro a testa di media (su 41 cause, record anche
delle cause sporte per categorie) che si riducono però a 33,2 mila una
volta eliminata la citata e abnorme liquidazione di 800mila euro
riservata al giudice Cordova: nelle precedenti rilevazioni la media era
di 35,6 mila euro, siamo lì.
Subito dopo i magistrati c'è la categoria un po' generica «persone
giuridiche» (49,2) e militari e polizia (34,4) ed ecco finalmente i
politici con 30,5 mila euro di media, e un numero di cause tutto sommato
basso: solo 25, meno degli imprenditori (26) e dei dipendenti pubblici
(34) e dei giornalisti, attori, sportivi eccetera: vedasi tabella. La
sostanza è che quanto detto da Marco Travaglio, circa la tendenza
crescente dei politici a querelare, è una balla. E anche questo è un
trend che si conferma.
«Cio` che si nota», spiega la ricerca, «è una sostanziale
riduzione della "forchetta" delle medie riguardo alla
qualifica professionale». E' pare una buona notizia. «Non è possibile
verificare se la riduzione nel divario sia frutto delle numerose
campagne di stampa soprattutto da parte degli organi di informazione
maggiormente colpiti», si legge ancora. E qui parla di una vecchia
campagna del Giornale, non certo delle tardive lagnanze di chi - Fnsi
compresa - sul tema non ha mai proposto ricerca alcuna.
OMONIMIE, ERRORI, OMISSIONI: I GUAI
DI TRAVAGLIO...
Tra le maglie della ricerca di Vincenzo Zeno Zencovich
-
pubblicata dal Giuffrè - spuntano anche alcune condanne civili che
hanno visto soccombere Marco Travaglio. Una di queste
è un perfetto esempio di quel domino diffamatorio che può venirsi a
creare, tra giornali e giornalisti amici, quando la macchinetta
mediatica è oliata sin troppo bene.
Nel libro «La Repubblica delle banane» scritto da Peter Gomez e
Marco Travaglio nel 2001, infatti, a pagina 537, così si descrive «Fallica
Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante
palermitano, braccio destro di Gianfranco Micciché... condannato dal
Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito
promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli».
Dettaglio: non è vero. E' un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a
velocità siderale su L'Espresso, il Venerdì di Repubblica e La
Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati
condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese
processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori
Riuniti, gli altri sparpagliati nel gruppo Editoriale L'Espresso.
Cose che succedono, incidenti del mestiere. Il vizio di prendersela
coi colleghi querelati (Lino Iannuzzi su tutti) infatti è di Travaglio,
non di altri. E' del giugno 2008 una sentenza per una querela rivolta
dalla collega del Tguno Susanna Patruni - sempre ai danni di Travaglio -
dopo che il monologante di Annozero l'aveva descritta come una serva di
governo che aveva fatto dei resoconti politici a dir poco parziali: «La
pubblicazione difetta del requisito della continenza espressiva e
pertanto ha contenuto diffamatorio», spiega la ricerca. Morale:
Travaglio, più l'allora direttore dell'Unità Antonio Padellaro e Nuova
Iniziativa Editoriale, sono stati condannati al pagamento di 12mila euro
più 6mila di spese processuali.
Il 5 aprile 2005, poi, spunta un'altra condanna di Travaglio per
causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo quale
direttore dell'Unità: Marco aveva scritto di un coinvolgimento di
Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i
quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di
spese processuali.
La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per
querela ‘stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di
Torino ha riservato a Travaglio per l'articolo Mediaset «Piazzale
Loreto? Magari» pubblicato sull'Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro
da pagare; né va confuso con la condanna in sede civile al pagamento di
79 milioni a Cesare Previti (articolo sull'Indipendente del 24 novembre
1995) e neppure va confuso con la condanna riservata a Travaglio dal
Tribunale di Roma (L'Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro
di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di
Cesare Previti, cui dovrà dare anche altri 20mila euro a titolo di
risarcimento del danno qualora la condanna sia confermata.
Manca niente? Sì: manca - il 28 aprile 2009 - la condanna in primo
grado dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L'Unità
dell'11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell'allora
direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce.
E mancherebbe all'appello, nel 2004, un procedimento penale per
diffamazione aggravata a seguito degli articoli «M'illumino d'incenso»
e «Zitti e Vespa» (l'Unità, 12 marzo e 6 maggio 2004) dovuto a una
querela di Antonio Socci che decise tuttavia di soprassedere dopo le
pubbliche scuse di Travaglio pubblicate sull'Unità: «Riconosco di aver
ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà
e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con
lui, come ho già fatto in una conversazione privata. Gli rinnovo la mia
piena stima umana e professionale».
Per il resto, della ricerca di Zencovich, il gruppo Espresso resta
protagonista. C'è di tutto. Il 5 luglio 2005 il Gruppo è stato
condannato per querela di Alessandro Cecchi Paone per «commenti
aggressivi e connotati da insinuazioni sulla correttezza dell'operato
dello stesso, nonché sulla sua mancanza di professionalita` e
competenza»: 10mila euro.
Il 23 settembre 2005, poi, già incubava la passione malcelata
dell'Espresso: le squillo. Nell'edizione dell'11 ottobre 2002
pubblicavano l'articolo «Tutti pazzi per Mara - il nuovo scandalo delle
squillo a Roma» in cui indicavano falsamente un cliente di una certa
casa di appuntamenti: 35mila euro.
Il 23 ottobre 2006, ancora, il supplemento «La Repubblica delle
donne» fu condannato per aver pubblicato la fotografia di una bambola
«Bratz» al fianco di una battona di strada a corredo dell'articolo «Una
prostituta in famiglia»: alla Giochi Preziosi andarono 6mila euro, alla
bambola non è chiaro.
Sempre il Gruppo Espresso, questa volta su Repubblica, il 27 aprile
2003 riuscì a mandare in bestia anche il grande Lelio Luttazzi:
nell'articolo «Luttazzi, 80 anni in jazz» ricordarono la vicenda
giudiziaria che negli anni Settanta lo coinvolse per detenzione e
spaccio di droga ma si dimenticarono di dire - sciocchezze - che fu
prosciolto in istruttoria perché estraneo ai fatti: 20mila euro.
Una medaglietta, infine, anche per Giuseppe D'Avanzo: il 30 giugno
2008 è stato condannato - assieme a Carlo Bonini e alla Einaudi
editore, del temibile gruppo Mondadori - per il libro «Il mercato della
paura» per aver citato più volte un ammiraglio in merito alla vicenda
del Nigergate: scrissero che aveva assemblato un falso dossier
contenente elementi utili a far supporre l'acquisto dell'uranio dal
Niger da parte di Saddam Hussein, materiale che sarebbe poi stato
riutilizzato dalla Intelligence statunitense per giustificare la guerra
in Iraq. Sciocchezze anche queste. Si legge nella sentenza: «I fatti
narrati nel libro non corrispondono al vero». Punto: 30mila euro. Forte
dell'esperienza, D'Avanzo avrebbe potuto porsi qualche domanda: invece
le pose tutte a Berlusconi.
[06-10-2009]
|
SOLIDARIETà DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE STAMPA A DAGO, CONDANNATO
A RISARCIRE 30 MILA EURO A COSSUTTA PER NOTIZIE PUBBLICATE IN UN LIBRO MAI
QUERELATO - LETTERA DI FASANELLA, AUTORE DEL LIBRO: "IL VERGOGNOSO
SILENZIO (CON L’UNICA ECCEZIONE DEL "GIORNALE") DELLA
"STAMPA LIBERA" O DELLA "CULTURA DEMOCRATICA" INTORNO
AL TUO CASO. E DA MESI NON FACCIAMO ALTRO CHE POLEMIZZARE E MANIFESTARE
CONTRO BERLUSCONI CHE HA QUERELATO REPUBBLICA PER LE “DIECI DOMANDE”
1 - D'AGOSTINO CONDANNATO A RISARCIRE COSSUTTA PER NOTIZIE
PUBBLICATE IN UN LIBRO E CITANDO LA FONTE
LA FNSI: "SPIACE CHE AD ESSERE COLPITO SIA L'ULTIMO ANELLO DELLA
CATENA, IL GIORNALISTA"
Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana
-www.fnsi.it
"Spiace davvero che ancora in Italia si emettano sentenze di
risarcimento a carico di giornalisti che riportano notizie od opinioni
con indicazione della fonte. La condanna per diffamazione del
giornalista Roberto D'Agostino a risarcire l'onorevole Armando Cossutta
con 30mila euro, per notizie riprese da un libro (a quanto risulta non
querelato), ripropone la questione del delicato equilibrio tra
informazione e reati di opinione.
E' singolare che venga sempre querelato l'ultimo anello della
catena e che, su questa base, alla luce dell'ordinamento vigente (che
presenta più di un elemento di contrasto con la giurisprudenza costante
della Corte di Giustizia sui Diritti dell'Uomo), la magistratura spesso
- stavolta è capitato a D'Agostino - emetta sentenza di condanna a
carico del giornalista.
Il rispetto per la magistratura e le sue sentenze,
istituzionalmente, non viene meno, tuttavia è auspicabile che in
questa, come in altre vicende simili, i successivi gradi del giudizio
diradino ombre, incertezze e conflitti di diritto."
2 - VERGOGNA!
Lettera di Giovanni Fasanella, autore di "Sofia 1973, Berlinguer
deve morire"
Caro Roberto,
la solidarietà che ti ha espresso la Federazione della stampa per
la "sentenza bulgara" che ti costringe a pagare un
risarcimento di 30 mila euro ad Armando Cossutta colma in parte, ma solo
in minima parte, una lacuna: il silenzio (con l'unica eccezione del
Giornale di Feltri) della stampa italiana intorno al tuo caso. Da mesi
non facciamo altro che discutere, polemizzare e manifestare contro il
presidente del Consiglio, il quale ha querelato Repubblica a causa delle
ormai famosissime "dieci domande".
Decisione infelice, quella di Berlusconi, probabilmente mal
consigliato dal suo avvocato: in un Paese libero, porre domande è un
diritto-dovere della stampa. Il mondo di sinistra si è subito
mobilitato a sostegno del quotidiano "vittima di
un'intimidazione": io stesso sono tra i 400 mila italiani che hanno
firmato l'appello lanciato da un gruppo di intellettuali. Bene. Anzi,
no: malissimo. Perché mi sarei aspettato non dico una mobilitazione
generale del Paese o titoloni in prima pagina o parole di solidarietà
nei tuoi confronti, ma almeno la notizia della tua condanna, quella sì.
Tu hai fatto solo il tuo mestiere, come i colleghi di Repubblica
del resto, ponendo due semplici domande ad Armando Cossutta: perché
l'avversario storico di Enrico Berlinguer andò in Bulgaria nell'estate
del 1973, alla vigilia di un sospetto attentato a Sofia contro l'allora
segretario del Pci? E perché, Berlinguer, rientrato dalla Bulgaria,
convocò un congresso e destituì Cossutta, allora responsabile
dell'organizzazione, quindi numero due del partito?
Nessuno pensa, né il sottoscritto né Roberto D'Agostino, che
Cossutta fosse il "basista" dell'attentato a Berlinguer. Per
carità! Ma le tue domande erano del tutto legittime e persino doverose,
alla luce dei fatti ricostruiti nel libro "Sofia 1973, Berlinguer
deve morire", da te ripreso. A cominciare dal fin troppo amichevole
scambio epistolare tra Cossutta e i
compagni bulgari, mentre le relazioni tra Berlinguer e Sofia erano a dir
poco
gelide.
Domande rese ancora più stringenti alla luce di alcune
dichiarazioni rese molti anni dopo la sua visita in Bulgaria dallo
stesso Cossutta a Francesco Merlo, in una memorabile intervista
pubblicata dal Corriere della Sera il 25 ottobre 1991 e ripresa nel
libro. Il dirigente più filosovietico del vecchio Pci disse a Merlo di
aver registrato su quattro videocassette di un'ora ciascuna tutto quello
che sapeva «sui rapporti tra Pci e Urss e sulla politica italiana», e
di averle date in custodia a un notaio.
A Mosca, spiegò, «c'è un vero commercio di fogli, documenti,
pezzi d'archivio, veri, falsi, un po' veri e un po' falsi, una guerra
per bande con i suoi morti e feriti». Perciò aveva
deciso di cautelarsi: "Ho registrato tutto perché non si sa mai, e
sto attento quando attraverso la strada».
Un milione di domande andrebbero poste a Cossutta. Tu gliene hai
poste solo due, e per questo sei stato citato in giudizio e condannato,
senza che ti sia stata concessa la possibilità di esibire testimonianze
in tua difesa. E nessuna voce della "stampa libera" o
della "cultura democratica" si è levata a tuo favore.
Vergogna!
[15-11-2009]
30 MILA DENARI A COSSUTTA: “IN ITALIA C'È LIBERTÀ DI STAMPA SOLO
NEL RECINTO DELLA SINISTRA” – “HAI LA MIA PIENA SOLIDARIETÀ SU
QUESTA RIPUGNANTE VICENDA DELLA TUA CONDANNA” – “SONO D'ACCORDO CON
FASANELLA: MOLTI COLLEGHI SUL TUO CASO SI SONO DISTRATTI” – “SONO IO
LA VERA SIGNORA FERRAGNI”…
Riceviamo e pubblichiamo:
Lettera 1
Gentile Dottor D'Agostino, Nella foto all'indirizzo qui di
seguito: http://www.dagospia.com/mediagallery/dago_fotogallery-11983/255983.htm
c'è un clamoroso errore che vorrei rettificare: La signora in oggetto
non è la moglie di Fabrizio Ferragni ma una collega. La Signora
Ferragni sono io. la prego dunque di voler pubblicare la mia foto con
didascalia, il cui testo è: "La vera Signora Ferragni".
Confidando nel suo buon senso Le invio i miei più cordiali saluti,
Donatella Ferragni
Lettera 2
Caro Roberto, hai la mia piena solidarietà su questa ripugnante vicenda
della tua condanna. Che i morti stalinisti seppeliscano gli altri morti
che non seppero vergognarsi in tempo della propria propensione al
silenzio di fronte a un regime di sbirri paranoici.
Fulvio Abbate
Lettera 3
A Roberto d'Agostino Solo oggi ho saputo della condanna, ed ho letto
l'indignazione - giusta - di Fasanella. Pur non avendo firmato il grande
papello sulla libertà di stampa ( ed avevo ragione, alla luce di quanto
è accaduto fra sguerci, distratti, ciechi e malavitosi, dopo), mi trovo
d'accordo con Fasanella: molti colleghi sul tuo caso si sono distratti.
Colgo anche l'occasione, da modesto conoscitore delle cose nell'ex
impero sovietico, di segnalare una distrazione simile che ha avvolto la
notizia della pubblicazione, a Praga, dell'elenco degli agenti della STB
( la ex polizia politica del regime comunista, responsabile di crini
efferati) da parte della Fondazione per lo studio dei regimi totalitari.
Fra gli ex agenti, per esempio, l'attuale vice ministro degli
interni, Komorous, ed il responsabile di Microsoft in Europa centrale,
Muhlfeit. A Praga, allora andavano in molti, fra i compagni - anche
quelli pentiti - di Cossuta ( e di Berlinguer).A te solidarietà e
saluti cordiali.
Sergio Tazzer
Lettera 4
Caro Dago, sono pronto a fare una colletta per te. Non me la passo tanto
bene di questi tempi, ma credo che un gesto attivo nei tuoi confronti,
se fatto da migliaia di persone, avrebbe un senso. Sono solidale contro
Cossutta. Michele
Lettera 5
Onore e solidarieta' al compagno Dago, vittima di una congiura
nippo-nazi-fascio americana che ha coinvolto l'inconsapevole ed ingenuo
compagno cossutta. I soldi gli servono per rimpinguare i fondi di
private equity gestiti dal figlio Dario. Pero' caro compagno la banca
arner non puo' provvedere in questo momento alla transazione circa i
suoi trentamila euro dal solito conto, perche' commissariata.
Pero' se volesse fare un assegno a prescindere all'avv pecorella
gaetano egli li utilizzerebbe subito per rinnovare soccorso rosso. Con
mavala' Ghedini non ce la fa' piu'...
Il compagno Paolino pulici, con affetto
Lettera 6
Caro Dago, dopo le dure dichiarazioni del ministro Bondi nei confronti
degli artisti convenuti al Quirinale in occasione della Giornata dello
Spettacolo,da lui definiti" schiavi e proni",ho capito che
quel giorno l'onorevole non si é sentito amato,soprattutto dai suoi ex
compagni. Se avessi il talento di Fausto Tasso gli dedicherei
sicuramente un amabile poemetto come segno di umana comprensione delle
sue ministeriali delusioni.
Mike
Lettera 7
Gian Arturo Ferrari, classe 1944, Direttore generale della Divisione
libri del Gruppo Mondadori: «Tre cose non mi sono mai state proposte:
di affiliarmi alla massoneria; non ho mai visto offrirmi della cocaina;
nessuno mi ha mai offerto dei soldi».Ecco perché non è diventato
rispettivamente: presidente del consiglio ,presidente di regione,
avvocato inglese!
Sanranieri
Lettera 8
Leggendo l'articolo di Daniele Martini per "Il Fatto
Quotidiano" apparso oggi su Dagospia e concordando con lo stesso,
da piccolo imprenditore edile posso dire che anche noi vogliamo essere
trattati come la Fiat. La Fiat riceve incentivi per vendere le sue
macchinine, manda in cassa integrazione gli operai, riceve addirittura
le scuse dall'Agenzia delle Entrate per il ritardo sui rimborsi legati
agli incentivi.....
Noi per avere i rimborsi dell'IVA che ci spettano di diritto possiamo
anche aspettare un anno e comunque scatta quasi sempre la verifica
fiscale, tanto per scoraggiare chi magari non è perfettamente a posto
con i conti. La Fiat invece i conti li ha appostassimo, soprattutto in
Liechtenstein, Lussemburgo e Svizzera, conti che non facciamo altro che
rimpinzare ogni volta che il Governo interviene. Anche noi abbiamo un
inventario invenduto di case da smaltire, e mentre le macchine sui
piazzali dopo 2 anni marciscono, le case no, e allora non si da priorità
agli incentivi legati all'edilizia.
Vorrei comunque capire perché il piano casa, semmai partirà, tratta
solo ampliamenti e porcate varie quando di case vuote ce ne sono a
migliaia come migliaia sono le famiglie che ne hanno bisogno. Sarebbe
come incentivare la vendita di cerchioni con gomme ribassate, spoiler e
turbocompressori da montare su macchine usate invece che incentivare la
vendita di auto nuove, magari con la rottamazione di quelle vecchie. Con
le case bisogna fare la stessa cosa: incentivare la vendita di quelle
vuote piuttosto che il difficilissimo ampliamento di quelle esistenti.
Lancio una "provocazione indicibile": Incentivi alle società
di costruzioni per la vendita di abitazioni costruite e ultimate da
almeno 12 mesi. Per la macchine c'è stato un contributo che ha
raggiunto anche il 40% del valore dell'auto, per le case basterebbe
anche un 10%-15%. Per evitare speculazioni (ovvero evitare che le società
se le girino fra se stesse per ottenere gli incentivi), si può limitare
l'incentivo ad uno o due abitazioni per ogni nucleo famigliare e vietare
gli incentivi alle società acquirenti.
Poi si potrebbe dare alle società con case in costruzione uno
sgravio fiscale importante se le case vengono ultimate e vendute entro,
chessò, due anni. Oppure concedere agli acquirenti finanziamenti sotto
forma di sgravi fiscali per l'acquisto della prima casa nuova (e quindi
direttamente dal costruttore), sgravi che potrebbero essere esenzioni
fiscali per i prossimi due anni, poter detrarre la parte interessi del
mutuo dalla propria dichiarazione dei redditi, togliere l'imposta di
registro, ecc ecc.
Noi, al contrario della FIAT, mica chiediamo al Governo di mettere
mano al portafoglio e staccarci un assegno da 500 milioni di Euro in 2
mesi, per carità non stiamo mica sognando, però un aiuto concreto si.
I nostri Governanti dovrebbero ricordarsi che concedere incentivi per la
vendita delle auto è stata solo una toppa per un anno fiscale, mentre
aiutare le famiglie ad acquistare casa crea ricchezza nell'indotto,
serenità e risparmio per le famiglie negli anni a venire. Il mondo
all'incontrario - incentivare una giovane coppia a vivere in casa dei
nonni con figlioletto a carico, ma andare in giro la domenica con la
Grande Punto fiammante!!
Lettera 9
Caro D'AGOSTINO, ancora una volta una sentenza folle, si condanna chi -
citandole - riprende affermazioni contenute in un libro - che non viene
querelato - . Questa è la prova che in questo paese la magistratura va
riformata e che i giudici devono applicare la legge e non interpretarla
a loro piacimento. D'altronde questi "signori" non sono
neppure capaci di applicare quello che si raccomanda nelle pre leggi - 1°
anno di giurisprudenza - in cui si raccomanda di usare buon senso, come
farebbe un assennato padre di famiglia.
Con questa sentenza si conferma la protervia dei giudici di sinistra,
che mettono in funzione il soccorso rosso per proteggere un comunista al
quale i Russi - KGB - forniva ingenti capitali per contrastare la
democrazia italiana. Se i giornali - che continuamente attingono a
DAGOSPIA per prendere notizie e che raramente citano la fonte - non si
mobiliteranno per stigmatizzare questa oscena sentenza, mostreranno
ancora una volta ai lettori la loro insipienza e viltà.
Far passare sotto silenzio questo scempio vuol dire consegnarsi al
regime dei giudici e questo, come cittadini e come giornalisti, non
possiamo e non dobbiamo permetterlo. Tutto l'affetto a Roberto
D'AGOSTINO, raro esempio di grande professionalità ed umanità. Uno dei
pochi con le palle. Mi auguro che questo episodio serva, se non altro,
ad aumentare ulteriormente i lettori e gli abbonati.Anche così si
aumenta la forza del personaggio.
Vittorio Pietrosanti
Lettera 10
Caro Dago, qualcuno dirà: "Obama è un lavativo, non viene nemmeno
al vertice Fao sulla fame nel mondo". E invece no. Stavolta è
giustificato: era impegnato assieme alla Cina ad affondare l'accordo sul
clima...
P.M.
Lettera 11
Caro Dago, in Italia c'è libertà di stampa solo nel recinto della
sinistra.
Fritz Kreisler
Lettera 12
Caro Dagospia, grandiosa la stroncatura di Massimiliano Parente
all'ultimo Baricco, tristi le letterine di difesa dei baricchini
sguinzagliati dal pifferario dell'ovvio, meglio i sorcini di Zero.
D'altra parte Parente è talmente geniale -chi ha letto per esempio La
Macinatrice, Canto della Caduta, Contronatura lo sa, gli altri infatti
rispondono senza conoscerlo- che Baricco dovrebbe solo ringraziarlo per
l'attenzione e lo spreco della mano sinistra, e mandargli un mazzo di
rose, perché con quella stroncatura d'autore qualcosa, in futuro,
resterà anche di Baricco. I posteri dovranno pur andare a vedere chi
era questo Baricco di cui parlava il generoso Parente.
Marco Cassandri.
Lettera 13
Caro Dago, non hai la tessera n.1 del Pd? Non risiedi in Svizzera? Non
ti sei fatto cambiare il cognome "D'Agostino" in "De
Agostino"? Allora sono cazzi tuoi, Cossutta lo devi pagare!
Ticas Tigo
Lettera 14
Caro Dago, tutta la mia solidarietà per la vicenda della querela di
Cossutta. Naturalemte la stampa italiana, a prescindere dalla solidarietà
espressa dalla Fedrezione nazionale, more solito, conferma la decadenza
sul modo di informare. Paginate per le querele di Silvio e silenzio per
una condanna che dimostra il modo strano di oprerare della giustizia.
Con la massima cordialità.
Giovanni Attinà
Lettera 15
Caro Dago, ormai pare che tutti lo abbiano capito ma che nessuno lo
voglia dire: salvare troppi africani dalla fame non è conveniente,
potrebbero saltare sul primo barcone che trovano e venire da noi a
chiederci anche casa e lavoro.
Uccellone Del Malaugurio
Lettera 16
Caro Dago, è molto strano che il tema della fame nel mondo non figuri
tra le maggiori preoccupazioni del primo presidente nero di origini
africane degli Stati Uniti. Obama non sarà al vertice Fao di Roma. Un
vero e proprio tradimento, un voltafaccia, per le popolazioni africane
che tanto avevano festeggiato per l'elezione di Barack.
Bon Ton
Lettera 17
A tutti i direttori di giornali e di telegiornali, che nel periodo del
governo PRODI, tutte le sere , aprivano le notizie con la spazzatura di
Napoli, se volessero fare altrettanto con Palermo!!!!!! perchè lì in
questi giorni di spazzatura per le stade ce nè da vendere (lo faranno
non lo faranno, non lo faranno ) direbbe E.Greggio
ROCE
Lettera 18
La cosa interessante e' che nell'articolo di Vanity Fair America viene
anche citato Dagospia come fonte autorevole di notizie.
Max
Lettera 19
"Fini apre al Lodo Costituzionale" titola il Corriere della
Sera. Benissimo. Lo sostiene per confermare l'uguaglianza di tutti i
cittadini di fronte alla legge? Lo dichiara per rafforzare la sua
immagine recente di difensore della legalità? Lo sostiene per
sottolineare la propria identità politica di fronte al servilismo
imperante..?
Ma, veramente, perché lo dichiara? Per salvare Berlusconi? Allora lo
dica apertamente. Passare dalla legge "annega parti offese" al
Lodo Costituzionale non può avere altra e diversa spiegazione. Infatti,
è solo il Premier che ha bisogno di questo, se ne è accorto Fini? E'
il solo che ne beneficerebbe. E il fatto che diventi legge
costituzionale, non fa perdere all'eventuale Lodo Costituzionale la
vergognosa sostanza di privilegio inammissibile contro l'eguaglianza dei
cittadini di fronte alla legge.
Santificare un principio "eversivo", certificato dalla
sentenza della Corte Costituzionale, addirittura nella Costituzione
Italiana cagionerebbe un vulnus terribile ai Principi generali di egalité
del nostro diritto, alla Storia che ne darebbe un temibile giudizio,
alla stessa Civiltà moderna. Perché lo fa?
Giuseppe
Lettera 20
Caro Dago, Se la bava fosse petrolio, Fabio Fazio potrebbe, a buon
diritto, fare parte del cartello Opec.
Natalino Russo Seminara
P.S. Il De Pasquale che vorrebbe dettare il calendario a Berlusconi è
per caso lo stesso che se ne fregò di Gabriele Cagliari per andarsi a
fare il ponte di Ferragosto ?
Lettera 21
Dago, siamo tutti con te. Ti prego, apri una sottoscrizione tra i tuoi
amici lettori e bloggers, e verseremo noi i soldi per pagare i 30 mila
euro al compagno Cossutta. Viva Dago, viva la libertà di stampa e di
informazione!
Inoltre vorrei chiedere a Stefano Filippi de "Il Giornale":
quando lui parla di accerchiamento di Berlusconi, parla di una persona
innocente e calunniata dagli avversari politici, oppure di uno di cui
vengono scoperte le malefatte? Nel primo caso, tutti con Silvio, nel
secondo, beh, si pianga i suoi guai.
GIEMME
Lettera 22
Caro Dago, P-overi D-iavoli allo sbando. Dopo il nulla di Uolter, il
meno del banale Su-Dario, adesso il poco niente del culatello Saniboy ,
tutti gli altri compagnucci in letargo, salvo la Rosi che però non
tira. Ora alla ribalta T.V. la vamp bellona, sapientona, più simpatica
che intelligente, Finocchiaro. Con un sinistrume di tal fatta perfino un
Tonino qualsiasi trova credito tra i grulli che gli credono. Gente che
si merita in toto sponsor travagliati vari e codazzo di patetici
satirati.
ghelpag
Lettera 23
Caro Dago, ci abbiamo oramai fatto talmente abitudine, che non ci
rendiamo conto che siamo diventati un paese che si puo tranquillamente
equiparare ad uno di quei paesi dittatoriali che hanno contraddistinto
negli anni l'America Latina e alcuni paesi dell' Africa. In quale altro
paese al mondo esiste un Capo del Governo che ha subito quasi 20
procedimenti giudiziari per i reati piu vari(alcuni gravissimi), ha un
conflitto di interesse di proporzioni mostruose (proprietario di tre tv,
decine di giornali, mediolanum, produzioni cinematografiche,
costruzioni, ecc.ecc.) e che non ha più il tempo e la lucidita di
occuparsi degli eneormi problemi del paese (dalla poverta alla
disoccupazione, dalla malasanita alla sicurezza)perche impegnato a
difendersi dai processi con leggi ad personam (che oramai sforna
quotidianamente)ed a curare le sue enormi proprietà ?
F: Mancuso
Lettera 24
Caro Dago, sul giornale di Berlusconi "
Il Giornale " il suo dipendente Stefano Filippi commenta che
con la discesa in campo della straordinariamente brava e indipendente
Gabanelli (c'è ne fossero 1000 come Lei in Italia) l'accerchiamento di
Berlusconi ("bersaglio delle bocche di fuoco" .... ma poverino
!) è completo. Caro il mio Filippi chi non ha scheletri nell'armadio ed
ha la coscienza pulita non sarà mai bersaglio di critiche e accuse
("bersaglio delle bocche di fuoco" come dice lei) provatissime
e oramai sulla bocca di tutti.
G. Palmieri
Lettera 25
Complotto, complotto ! Caro Dago, leggo un articolo di tale Filippi sul
Giornale del Sultanato diretto dal manganellatore capo Feltri e dal
subordinato Sallusti. Oggetto : l'inchiesta di Report della Gabanelli
sulla Arner Bank, in merito alla quale esistono da tempo documentazioni
in merito alla dubbia trasparenza. L' ammirazione del dirétur de
Berghem per l' amico del suo datore di lavoro, George W. Bush, é nota,
ma mi sembra che spedire il buon Filippi sul terreno per una
"guerra preventiva" contro una trasmissione "non ancora
trasmessa" sia eticamente eccessivo.
Gustav
Lettera 26
ANTIBERLUSCONISMO COME IDEALE Se posso parlare senza peli sulla lingua,
dopo 15 anni di tiremmolla, qusta persecuzione antiberluscoiana mi ha
rotto i kollioni. Possibile che il mondo se ne cade sotto i colpi delle
frodi economiche (migliaia di miliardi di dollari rubati dalle tasche
dei cittadini del mondo) e, i democratici del BOTTEGHINO, stanno ancora
lì a romperci le balle con le loro litanie moralistiche?
Sembrerebbe (ma carta canta) che la sdegnata Anna Finocchiaro abbia
sbattuto contro il muro il ddl "processo breve" 2009,
dimenticandosi che nel 2006, un ddl dello stesso tono e con le stesse
virgole, fu presentato anche a sua firma, e sottoscritto da Casson,
Brutti, Calvi e Pegorer che fissava in due anni il tempo massimo per
ogni fase del processo. Poscia la prescrizione dichiarata dal giudice se
il processo fosse andato oltre il tempo concesso. Basta! Kazzo!
Lettera 27
Caro Dago, saranno gli effetti dello Scudo Tremondi, fatto sta che anche
il "capitale umano" della penisola fatica a entrare in Ticino.
Sabato sera Belen ha bucato l'invitata alla discoteca Vanilla di
Locarno. A scusarsi con il pubblico è stato Fabrizio Corona, il quale
ha riferito che Belen sarebbe stata bloccata a Chiasso perché il suo
permesso di soggiorno è scaduto. Ma Belen sta in Italia con il permesso
scaduto?
Lo Svizzero
Lettera 28
Caro Dago, considerato che a sentire le operatrici del settore, trans e
coca non sono separabili. Secondo te è possibile che il test del
capello agli onorevoli siia una mossa dell'on. La Russa per scoprire il
mr Chiappe d'Oro che si nasconde nel partito?
IlMot
Lettera 29
Caro Dago, ho assistito l'altra sera allo spot di un libro Mondadori (la
bellezza e l'inferno) camuffato da trasmissione intitotolata (tanto
perchè nessuno pensasse a male...)"dalla bellezza
all'inferno". Se qualcuno avesse osservato la terra dallo spazio la
prima cosa che avrebbe potuto notare era Saviano che se la tirava,
compenetratissimo. Vabbè...pensavo che la cosa fosse finita lì, macchè.
Passa qualche giorno e questo kamikaze del marketing ne tira fuori
una nuova dal cilindro, l'appello contro il suo editore. Ovviamente con
la solita innocua raccolta di firme "basta un click":
PRESIDENTE RITIRI IL DECRETO...ALTRIMENTI...altrimenti cosa? Molli
Mondadori?....ma nemmeno per sogno. Ora io mi chiedo perchè qualunque
battaglia di legalità in questo cazzo di paese deve essere
monopolizzata da qualche paraculo? Sono stanco di sentir dire che
Saviano, De Benedetti, la Littizzetto, Fabio Fazio, Jovanotti etc...
sono la sinistra: Questi non sono niente altro che loro stessi, cioè
dei ricchi, idistinguibili dagli altri ricchi.
Saviano poi è un fuoriclasse è l'unico che in uno scontro epocale
tra due miliardari ( De Benedetti - Berlusconi)riesce a lavorare per
entrambi. Perchè queste anime belle non si accontentano di essere
ricchi e famosi e la smettono di rompere i coglioni e di mettere bocca
sulla qualunque? Io se sento Jovanotti farmi la predica sull'ambiente mi
viene voglia di affogare una foca nel petrolio! Godetevi i soldi, le
donne e la fama che non avete e non avreste mai avuto senza un ricco
mecenate capitalista e non rompete i coglioni al paese reale!
Beppe
Lettera 30
Caro Dago, è semplicemente vergognoso che Obama non sia presente al
vertice Fao, significa che dei morti per fame nel mondo non gliene frega
una pippa. Ma gli americani per che cosa lo hanno eletto, per fare gli
inchini davanti al re dell'Arabia Saudita e all'imperatore del Giappone?
K.DiMaggio
Lettera 31
Tempo fa Berlusconi, sicuro della sua innocenza, tuonava: mi difenderò,
la verità uscirà fuori e gli italiani vedranno che era tutta una
montatura dei giudici comunisti, vorrà dire che spenderò parte del mio
tempo per difendermi da queste calunnie invece che lavorare per
l'Italia. Freghete che carattere!!! Tutti possono vedere che lui a
difendersi non ci pensa proprio, della verità ha paura, tant'è che
l'intera classe politica, non solo lui, spende tempo a trovare il modo
di fermare i processi invece di studiare ed attuare misure atte a
fronteggiare una crisi economica epocale.
Niente di personale -non sono comunista - ma a Berluscò chi vuoi
prendere per i fondelli? Una vocina mi dice: sei colpevole caro
Silvietto, se non fosse così agiresti diversamente. Se vuoi ancora il
mio voto mi devi togliere questa vocina (in tribunale come tutti), ma
temo che purtroppo sei un grande imprenditore all'italiana, ma piccolo
governate come tanti .....ed il mio voto te lo scordi.
[16-11-2009]
|
-
un magistrato che querela una vittima del primo omicidio delle Br ne
ottiene il rinvio a giudizio - giancarlo CASELLI QUERELA Massimo
Coco, figlio del procuratore generale di Genova assassinato l’8
giugno 1976 - "NESSUNA DIFFAMAZIONE, NON CE L’AVEVO CON
LUI"…
Giovanni
Bianconi per "il Corriere della
Sera"
Trent'anni fa, ai tempi della lotta al terrorismo
combattuta al prezzo di attentati quasi quotidiani, una causa simile
sarebbe apparsa impensabile: un magistrato che querela una vittima
del fuoco brigatista e ne ottiene il rinvio a giudizio. Una storia
antipatica per tutti e gonfia di paradossi, frutto di una rincorsa
della memoria che a volte porta con sé ricordi sbagliati e parole
mal dette o male interpretate, che a loro volta provocano guasti e
irritazioni difficili a frenare. Fino a intasare un tribunale con un
processo di cui gli stessi protagonisti vorrebbero fare a meno:
imputato, parte offesa, avvocati e giudici.
Sul banco degli accusati è finito Massimo Coco, figlio del
procuratore generale di Genova assassinato l'8 giugno 1976 da un
commando delle Brigate rosse, insieme agli uomini della scorta
Giovanni Saponara e Antonio Deiana: fu il primo omicidio pianificato
dalle Br.
All'epoca Massimo aveva 16 anni, e dopo trenta ha accettato
di rispondere alle domande di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo
per il libro I silenzi degli innocenti , raccolta di testimonianze
dei familiari delle vittime di tanti attentati terroristici, da
piazza Fontana in poi. Riportando, tra l'altro, un ricordo della
madre secondo cui l'allora giudice istruttore Gian Carlo Caselli,
che indagava sull'omicidio del marito, andò a casa sua e riportò
nel verbale d'interrogatorio una frase da lei mai detta; e
lamentando di non conoscere i nomi degli assassini, perché «il
processo è finito in farsa».
Lette quelle righe in un'anticipazione giornalistica,
Caselli replicò di non essere mai andato a casa della signora Coco;
ne ricevette una risposta in cui il figlio del magistrato confermava
gli «strani accomodamenti» del verbale e ribadiva che gli
inquirenti dell'epoca «cercarono la verità, ma forse non
continuarono a cercare fino in fondo». Di qui la querela di
Caselli, oggi procuratore di Torino, nella quale si precisa che per
«non coinvolgere in un procedimento penale il figlio di una vittima
del terrorismo» e «assolutamente rispettoso» del suo dolore,
aveva inutilmente tentato altre strade riparatorie.
I
silenzi degli innnocenti
Ora che un giudice ne ha ordinato il rinvio a giudizio,
Massimo Coco esprime tutta la propria amarezza: «Dopo trent'anni di
silenzio ho parlato di tante cose tra cui quella, non certo la più
importante. E il 'processo finito in farsa' è una metafora per dire
che ancora non so chi ha sparato a mio padre, a parte i nomi di un
brigatista morto e di due o tre individuati come mandanti; non ce
l'ho col dottor Caselli né con la sua istruttoria».
Quanto al presunto verbale «accomodato» (è stato
ritrovato in archivio: non fu Caselli a interrogare
la signora Coco
, ma un altro magistrato) spiega che l'aveva riferito solo perché
«aveva molto colpito» sua madre. «Mi dispiace se c'è stato un
errore di persona e se qualcuno s'è offeso - continua il figlio del
procuratore ucciso - ma credo di essere sufficientemente parte in
causa per esprimere il rammarico di non aver avuto verità e
giustizia sull'omicidio di mio padre, perché questo era e resta il
mio pensiero. Mai avrei immaginato di ritrovarmi imputato per aver
detto qualcosa che voleva mettere in luce questo stato d'animo».
Qualcosa che s'è rivelata un'accusa di gravi scorrettezze
attribuita a Caselli (il quale rivendica di aver condotto «tutte le
indagini necessarie per individuare i responsabili» del delitto,
compreso l'arresto, tra mille polemiche, di un presunto brigatista
uscito assolto) che per altri magistrati è una diffamazione
aggravata, come recita il capo d'imputazione. «È paradossale che
debba andare in causa con un giudice come Caselli - insiste Massimo
Coco -, e ora vorrei evitare che questa vicenda diventi un pretesto
per il rilancio delle solite polemiche contro
la magistratura. Alimentate
da me, il figlio di Francesco Coco! Sarebbe davvero assurdo».
Nella querela Caselli precisa che il suo obiettivo è «ristabilire
la verità» e annuncia che «le somme che eventualmente venissero
liquidate a titolo di risarcimento del danno verrebbero
integralmente devolute all'Associazione vittime del terrorismo ».
Di cui - altro paradosso - Massimo Coco fa parte, ed è membro del
Direttivo.
L'avvocato del procuratore di Torino, Carlo Smuraglia,
spiega: «Siamo pronti a ritirare la querela e fermare il processo a
fronte di una reale rettifica che possa riparare il danno
innegabilmente subito dal dottor Caselli». Massimo Coco auspica che
una via d'uscita si possa trovare, «anche coi chiarimenti e le
scuse necessarie, ma non posso non ribadire di essere insoddisfatto
per l'esito dei processi.
E se dovrò andare a dirlo in tribunale lo farò, ma non
l'avrei mai immaginato...». Se non s'arriverà prima a una diversa
soluzione, l'appuntamento resta quello fissato dal giudice: processo
a Bergamo, il 12 febbraio 2010. Trentesimo anniversario
dell'omicidio del vicepresidente del
Csm Vittorio
Bachelet, un altro delitto firmato dalle Brigate rosse nel loro
attacco alla magistratura e allo Stato.
[10-11-2009]
|
UNA SENTENZA BULGARA CONDANNA DAGOSPIA
A SBORSARE 30 MILA €URO A COSSUTTA - IL GIUDICE NON AMMETTE
TESTIMONI, NÈ
LA VEDOVA BERLINGUER NÉ
EMANUELE MACALUSO - CONDANNATI PER AVER RIPRESO LE TESI UN LIBRO
(MAI QUERELATO) CHE LO ACCOSTAVA ALL’ATTENTATO DEL ’73 SUBITO
DAL LEADER PCI BERLINGUER A SOFIA - TANTO PER ALLENTARE LA TENSIONE,
PUBBLICHIAMO UNA PAGINETTA DEL DOSSIER MITROKHIN, REPORT
132, IN
CUI COSSUTTA ERA DEFINITO UN "CONTATTO CONFIDENZIALE DEL
KGB"!
1
- Gian Marco Chiocci per
"il Giornale"
L'ex dirigente Pci sarà risarcito dal sito di gossip che
aveva ripreso le tesi di un libro che lo accostava all'attentato del
'
73 a
Berlinguer. Il giudice non ammette testimoni
Trentamila denari al compagno Cossutta.
Diconsi trentamila, di euro, da sborsare a titolo di
risarcimento (rispetto al milione inizialmente richiesto dal buon
Armando) perché l'autore della diffamazione ha tradito il diritto
di cronaca, ha tradito quello di critica e ha tradito pure l'«interesse
pubblico della notizia» riportandone una, di notizia, scritta da
altri che non sono stati nemmeno querelati dal vecchio esponente
comunista.
Il giuda in questione è quel genio di Roberto D'Agostino,
guru del sito Dagospia e del gossip politico-economico, colpevole
d'aver ripreso e rilanciato i contenuti del libro Sofia 1973,
Berlinguer deve morire, scritto da Giovanni Fasanella e Corrado
Incerti, nel quale s'ipotizza che il misterioso incidente stradale
in cui rimase coinvolto il segretario del Pci in Bulgaria fu
piuttosto un attentato, realizzato dagli 007 locali eterodiretti da
Mosca. Tesi rilanciata negli anni (e nel libro) da giornalisti e
storici, da politici e magistrati citati come testi da D'Agostino ma
«rifiutati» dal giudice.
Cossutta se l'è presa con D'Agostino perché avrebbe in
qualche modo lasciato intendere che ci fosse
stato il
suo zampino su quell'attentato che - in caso di morte del segretario
- gli avrebbe garantito la poltrona di successore di Enrico
Berlinguer. Se l'è presa tanto anche perché D'Agostino,
riprendendo il libro, ha riportato un fatto sgradevole forse, ma
storicamente vero: e cioè che di ritorno dalla Bulgaria, scampato
all'incidente/attentato, Berlinguer convocò il partito e destituì
immediatamente Cossutta dalla segreteria sulla falsariga di quanto
anni prima fece Togliatti che silurò Secchia dopo esser
sopravvissuto a un altro, oscuro, sinistro stradale.
Cossutta, infine, se l'è presa pure perché «Dago» ha
riproposto l'interrogativo di sempre, sul perché di quel suo
viaggio in Bulgaria, due mesi prima dell'incidente-attentato, quando
tra Berlinguer e il partito comunista di Sofia vi erano serissimi
contrasti. D'Agostino s'è difeso coi denti. Ha smentito d'aver
avanzato la tesi della partecipazione di Cossutta, diretta o
indiretta, all'incidente.
Ha ribadito d'aver rilanciato sul sito circostanze e fatti
riportati nel libro di Fasanella e Incerti, che a suo dire sono
storicamente e documentalmente accertati. Ha sollevato dubbi e
interrogativi già sollevati in precedenza anche da uomini di
partito vicini al leader comunista italiano più accreditato al
Cremlino.
Ha sciorinato - nella sua comparsa al giudice - tutta una
serie di prove estratte dall'Istituto Gramsci e dall'archivio
storico del Pci dalle quali trasparivano non solo «i gravi dissidi
fra Cossutta e Berlinguer in ordine alla collocazione internazionale
del Pci e all'autonomia politica rispetto al Pcus» ma anche «le
insistenze di Cossutta con Berlinguer affinché quest'ultimo
abbandonasse le resistenze e accettasse l'invito dei compagni di
Sofia a recarsi in Bulgaria».
Enrico Berlinguer nel 1982
Per questo motivo Roberto D'Agostino aveva chiesto al
giudice di ascoltare numerosi testimoni, custodi di verità storiche
e politiche a suo dire incontestabili, ma egualmente contestate da
Cossutta. Il giudice, però, ha giudicato ininfluente la sfilata dei
testimoni rinunciando a sentirli in blocco. Eppure, non solo ai fini
della querela, sarebbe stato interessante ascoltare la vedova di
Berlinguer, Letizia (citata come teste) che in un'intervista
all'Unità squarciò il muro d'apparato e d'omertà parlando
coraggiosamente di «attentato» al marito.
Sarebbe stato forse opportuno sentire Giovanni Pellegrino
(citato pure lui), ex Pds-Ds e già presidente della commissione
Stragi, che in un libro raccontò di quando Berlinguer «era a
Sofia, in un letto d'ospedale per le ferite riportate in un
gravissimo incidente stradale (...)».
Pellegrino fu categorico: «Non fu un incidente,
probabilmente fu un attentato degli 007 bulgari su mandato
sovietico. E quando nel 1991 il senatore Emanuele Macaluso (altro
testimone citato, ndr) rivelò la notizia su Panorama - continua
Pellegrino - reagii con scetticismo come molti dirigenti del Pci.
Poi, però, a favore di Macaluso intervenne la moglie di Berlinguer,
donna di grandissima delicatezza, e mi convinsi che Macaluso aveva
ragione.
cossutta
kgb
E qualche anno più tardi, quando ho potuto leggere il
dossier Mitrokhin sul Kgb, ho capito quanto i sovietici temessero
Berlinguer e la sua politica». Non temevano invece Cossutta, che
nel medesimo dossier, report 132, veniva definito «contatto
confidenziale del Kgb». Questo riferimento documentale dei servizi
segreti russi, Dagospia lo può riportare senza timore di smentita.
E di querela.2 -
2
- DAL RAPPORTO MITHROKIN
Riservato/Fonte sensibile
Rapporto
Impedian nr. 132
Armando
Cossutta: contatto confidenziale del KGB
1 - Durante la notte del 12 dicembre 1975 Armando Cossutta
ebbe un incontro segreto con Nikita Ryzhov, Ambasciatore sovietico
in Italia. Cossutta disse che i vertici del Partito Comunista
Italiano (Pci), volevano distruggere la conferenza dei partiti
comunisti europei in Berlino che intendeva elaborare una bozza
comune. Il pci voleva o ottenere questo attraverso altri (gli
yugoslavi o i romeni) e lasciava intendere che il Pcsu non voleva
una conferenza, o voleva farla posticipare (a causa dei contrasti
tra i partiti comunisti).
2 - Cossutta espresse il timore che il Pci avesse
gravemente equivocato riguardo al socialismo reale ed al Socialismo
nell'Unione Sovietica in particolare, e che la ricerca di
unificazione con i socialisti italiani potesse portare ad una
rottura con il Pcsu. Alcune persone (per esempio Galluzzi, membro
centrale del Pci) stavano chiedendo al Pci se questo potesse essere
chiamato socialismo.
La critica del socialismo stava acquistando toni anti sovietici.
Cossutta si lamentò che la posizione del Pci era un vile
rifiuto del leninismo e disse a Ryzhov che il Pcsu avrebbe dovuto
pubblicare articoli di critica agli attuali punti di vista dei
vertici del Pci.
L'amicizia con il Pcsu non doveva essere messa in discussione da
nessuno.
Secondo Cossutta, se ci fossero stati attacchi ostili
durante la conferenza di Berlino, allora il Pcsu avrebbe dovuto
indire con calma un dibattito aperto.
Sebbene questo avesse potuto spaccare il Pci, avrebbe permesso di
salvare la situazione.
3
- Armando Cossutta era un contatto confidenziale della residentura
del Kgb di Roma.
[09-11-2009]
GIÙ
L’ARMANDO (a colpi di falce e martello) - ecco alcune illuminanti
parti del libro "Sofia 1973, Berlinguer deve morire"
(pubblicato nel 2005 e mai querelato o citato in giudizio, oggi
fuori catalogo) che riguardano il ruolo di Cossutta - terminale di
una diplomazia parallela con l'est, si contrapponeva allo
"strappo socialdemocratico" del 'nemico' Berlinguer. ecco
come...
Tratto
da "Sofia 1973, Berlinguer deve morire" di Giovanni
Fasanella e Corrado Incerti (Fazi
Editore, 2005)
QUELLO STRANO PRESENTIMENTO
L'ambasciatore bulgaro rinnova l'invito al compagno Berlinguer per
una visita ufficiale..."
E' una "nota per la segreteria" datata 12 febbraio 1973,
trovata di recente insieme ad altri documenti inediti dell'epoca tra
le carte del Pci custodite negli archivi dell'Istituto Gramsci. E'
firmata da Sergio Segre, allora responsabile esteri del partito.
I bulgari da mesi premevano per avere a Sofia il leader
italiano, ma lui tergiversava. "La visita è già promessa,
gradirebbero avere una risposta orientativa sulla eventuale data. I
compagni bulgari hanno più volte insistito sull'importanza che il
loro comitato centrale e personalmente il compagno Zhivkov
attribuiscono a questa visita", insisteva Segre. Ma neppure
quella volta Berlinguer rispose. Era come se qualcosa lo
trattenesse.
Strano. Perché nonostante i comunisti italiani avessero
condannato con estrema durezza l'invasione della Cecoslovacchia da
parte delle truppe del Patto di Varsavia, i rapporti con i regimi
dell'Est non si erano interrotti. Tra Roma e Sofia, in particolare,
le comunicazioni erano frequenti. Almeno, così appare dalle carte
del Gramsci. I contatti passavano attraverso un canale
"diplomatico", l'ufficio esteri diretto da Segre. E poi si
sviluppavano in modo informale e amichevole attraverso l'ufficio di
Armando Cossutta, che in quel momento era coordinatore della
segreteria e responsabile dell'organizzazione, il ruolo più
importante della nomenklatura del partito, dopo quello del leader.
Nel 1973, Cossutta era il terminale di una vera e propria
diplomazia parallela. Ma è difficile dire fino a che punto la sua
attività fosse nota a Berlinguer, e in che misura fosse da questi
autorizzata. Intratteneva intensi rapporti epistolari con Sofia.
Scriveva lettere di raccomandazione per militanti e dirigenti
desiderosi di trascorrere le vacanze sul Mar Nero o bisognosi di
cure mediche. Organizzava "viaggi-scambio", caldeggiando
una degna accoglienza anche per una serie di oscuri dirigenti di
sezione di ogni angolo d'Italia, che presentava come "compagni
che svolgono un'importante funzione".
Quale fosse la natura dell'"importante funzione"
di Umberto Pinna, segretario della sezione Serrenti di Cagliari, o
di Antonio Castronuovo, segretario della sezione Carbone di Potenza
(per citare solo due dei personaggi che compaiono nelle lettere),
Cossutta non lo specificava. Si trattava di militanti della
cosiddetta Gladio rossa, inviati nei paesi dell'Est per dei corsi di
addestramento? Su questo particolare aspetto della storia del Pci c'è
molto materiale fra gli atti dell'inchiesta della Procura romana. Ma
ci torneremo in seguito.
Con i bulgari, Cossutta spendeva una buona parola anche per
aziende amiche: "Cari compagni", scrive il 29 gennaio
1973, in
una lettera indirizzata al comitato centrale del Pcb, "vi
confermiamo ufficialmente che la ditta export-import che ci
rappresenta presso il vostro paese è
la Rest-Ital. Vi
preghiamo perciò di tener presente che tutto quanto farete per
aiutare
il lavoro
dei rappresentanti di tale nostra ditta sarà molto utile e gradito
al nostro partito".
Il clima amichevole che caratterizzava il fluire delle
relazioni tra Cossutta e Sofia, strideva con la freddezza, al limite
dell'incomunicabilità, che segnava invece i rapporti tra Berlinguer
e il Pcb. Frustrato fino a quel momento ogni tentativo di strappare
la conferma di una sua visita, l'offensiva diplomatica bulgara si
spostò su un altro terreno. Nell'aprile di quel
1973, l
'ambasciatore a Roma organizzò una cerimonia per consegnare ad
alcuni dirigenti del Pci una medaglia di onorificenza intitolata a
Georgi Dimitrov, eroe nazionale. Ma anche quel tentativo fallì.
E Oliva, il vice di Segre, fu costretto a scrivere una nota
a Cossutta: "In seguito alla scarsa partecipazione dei compagni
della direzione (impegnati in Parlamento) alla serata (...) vi è
stata una certa insoddisfazione da parte bulgara". Per
rimediare alla gaffe, Oliva suggeriva di spostare la cerimonia delle
medaglie alle Botteghe Oscure.
La consegna delle onorificenze, propose chiaramente
d'intesa con l'ambasciata, sarebbe potuta avvenire o in forma
solenne, "nella prima riunione di direzione", o in modo più
sbrigativo, facendo ricevere l'ambasciatore da "tre-quattro
compagni della segreteria".
L'invito a recarsi a Sofia, fino a quel momento inevaso da
Berlinguer, lo accettò invece Cossutta, e con entusiasmo. L'11
giugno 1973, infatti, scrisse ai compagni del comitato centrale del
Pcb per confermare la sua imminente visita, "che mi permetterà
fra l'altro (...) di stabilire con voi una più fraterna e più
stretta collaborazione".
E mentre Cossutta si godeva la sua "fraterna"
vacanza in Bulgaria, in quella stessa estate, a Roma, la pressione
sul segretario del Pci si fece asfissiante. Come emerge
dall'ennesima nota inviata da Segre a Berlinguer: "I compagni
bulgari comunicano che sarebbero lieti se tu potessi andare a
Sofia dopo il
comitato centrale del 28 luglio. Cosa rispondiamo? Proponiamo di
rimandare all'autunno?". Non potendo più tergiversare, il
segretario accettò l'invito, ma rinviando la visita: restituì a
Segre la nota, dopo aver sottolineato in rosso la parola
"autunno" e aggiungendovi la propria sigla.
Era il 13 luglio 1973. Due mesi e mezzo più tardi, il 30
settembre, Berlinguer, Gensini e Oliva si imbarcarono su un aereo
diretto a Sofia. Quello che accadde durante i quattro giorni della
visita ufficiale, rimase a lungo un segreto...
GIÙ
L'ARMANDO
L'idea stessa che potesse esistere un "socialismo dal volto
umano" era devastante per l'equiibrio interno dell'Urss e dei
paesi del Patto di Varsavia, secondo gli analisti del Kgb. L'incubo
di una destabilizzazione da contagio si era già materializzato
negli anni precedenti con la Primavera di Praga e con il suo leader
Dubcek. L'esperienza cecoslovacca, racconta un ex colonnello del
servizio di informazione sovietico, Oleg Gordievskij, nella sua
Storia segreta del Kgb, "avrebbe finito, prima o poi, per
recare danni irreparabili al ruolo guida del partito comunista».
Soffocato con i carri armati l'esperimento praghese,
nell'agosto 1968, quello stesso incubo si materializzò un anno dopo
attraverso le parole di un comunista italiano, Enrico Berlinguer.
L'Urss brezneviana, riferisce sempre Gordievskij, era in preda a una
vera e propria sindrome da accerchiamento. I rapporti che si stavano
stringendo tra Cina e America costituivano una minaccia, aggravata
dall'infedeltà crescente di Jugoslavia e Romania. Ed ora anche
dalle velleità autonomistiche del più forte partito comunista
dell'Occidente.
Era la stessa preoccupazione di Zhivkov, come abbiamo visto
dal verbale del colloquio con Berlinguer a Varna. E di un altro
fedelissimo alleato di Mosca, il nuovo regime stalinista
cecoslovacco, che aveva sostituito quello riformista della
Primavera.
Nel marzo 1972, il giovane dirigente del Pci che aveva
sfidato il potere del Cremino, la "spina nel fianco del Pcus",
venne eletto segretario nel congresso di Milano. L'evento, negli
ambienti filosovietici del partito e della sinistra italiana, fu
avvertito come una sciagura, un tradimento degli ideali
rivoluzionari.
Un episodio tragico e inquietante segnò l'inizio di quel
congresso, la morte di Giangiacomo Feltrinelli. Fu un incidente sul
lavoro (se casuale o indotto, non si è mai accertato): la bomba che
l'editore-guerrigliero stava collocando su un traliccio di Segrate
esplose in anticipo per un difetto del timer e lo uccise.
Feltrinelli, com'è poi emerso dall'inchiesta, voleva sabotare la
linea elettrica per far mancare la corrente nel Palalido di Milano,
dove si stavano aprendo le assisse che avrebbero consacrato la
leadership berlingueriana.
L'attentato al traliccio non era il gesto isolato di un
romantico visionario, ma il frutto di un disegno maturato tra il
1968 e il 1972. Proprio nel periodo in cui, dopo il dissenso
espresso sull'invasione cecoslovacca e dopo la malattia di Longo,
all'interno del Pci era iniziata l'ascesa di Berlinguer. In quegli
anni, in Italia, un fronte filosovietico con solide basi anche a
Praga, si saldò in un progetto rivoluzionario, contro il
revisionismo del gruppo dirigente comunista. Uno degli ispiratori di
quel disegno era un uomo del Pci, Pietro Secchia. Era stato uno dei
capi della Resistenza.
Dopo la guerra, vice di Togliatti e responsabile
dell'organizzazione, aveva diretto anche l'apparato paramilitare
clandestino del partito, formato in gran parte da ex partigiani a
lui fedeli e ostili alla «via italiana al socialismo» indicata
dalla dirigenza. Qualche tempo dopo l'incidente stradale in cui
Togliatti rischiò la vita, venne destituito dall'incarico. Sempre
più emarginato all'interno del Pci, Secchia però non aveva mai
cessato di tessere la su tela nell'apparato, fra gli ex partigiani
delusi e con i regimi di Mosca e Praga. La fiammata rivoluzionaria
del Sessantotto e la crescita dell'astro berlingueriano lo avevano
convinto che era finalmente giunto il momento di passare all'azione.
Nel frattempo, un suo vecchio amico e sodale politico, Gian
Giacomo Feltrinelli, aveva fondato i Gap ed era entrato nella
clandestinità, conservando però un appartamento nel centro di
Praga. Quasi contestualmente erano sorte anche le Brigate Rosse. Uno
dei fondatori, l'ex comunista secchiano di Reggio Emilia Alberto
Franceschini, nel libro-intervista 'Che cosa sono le Br' (pubblicato
da Rizzoli nel 2004), ha dichiarato che una delle ragioni che
indussero lui e i suoi compagni a compiere la scelta della lotta
armata fu proprio la nomina di Berlinguer a vice segretario del Pci,
nel 1969: «Con lui il partito andava esattamente nella direzione
opposta a quella da noi auspicata. Era il capo dei venduti. Con lui
era arrivato a conclusione il processo iniziato con la
destalinizzazione.
Non era di origini operaie, proveniva addirittura da una
famiglia aristocratica, e non aveva fatto la Resistenza, come Longo
o Secchia: anche dal punto di vista della biografia personale
rappresentava una rottura. Per noi era un nemico». Le neonate
Brigate Rosse, ha aggiunto Franceschinii in quell'intervista,
avevano contatti stabili con Feltrinelli, il quale non faceva
mistero dei suoi rapporti con Mosca, Praga e Cuba. Anzi, voleva che
le Br stringessero un'alleanza con i paesi del "campo
socialista". E in quel momento privi di riferimenti all'estero,
i capi brigatisti Franceschini e Renato Curcio delegarono alll'editore
la gestione delle loro relazioni internazionali.
Nel 1972, qundo Berlinguer stava per essere eletto alla
segreteria, era dunque già d tempo operante un'alleanza tra le Br e
Feltrinelli, e tra questi e Pietro Secchia. L'obiettivo era la
costruzione di una forza politica capace di coalizzare tutti i
fermenti rivoluzionari, dentro il Pci e fuori, in un unico fronte
antiberlingueriano: il partito della lotta armata. La morte di
Feltrinelli e quella di Secchia, avvenuta poco dopo per
avvelenamento, a quanto pare, non bloccò quel progetto. Anzi, il
programma rivoluzionario venne addirittura accelerato. E con gli
anni, man mano che si realizzava la politica di Berlinguer,
sull'originaria "purezza ideologica" di Secchia,
Felrinelli e del gruppo storico delle Br, prese sempre più il
sopravvento la follia omicida.
Tornando al Pci, il ruolo che Secchia ebbe nel dopoguerra
lo ricopriva, nella prima fase dell'era berlingueriana, un dirigente
assai più accorto e prudente di lui, Cosssutta. Attraverso le carte
dell'Istituto Gramsci, abbiamo visto quale fosse il grado di
amicizia che caratterizzava i suoi rapporti con l'Est e in
particolare con la Bulgaria di Zhivkov.
Proprio nel periodo che precedette il viaggio di Berlinguer
a
Sofia, il
responsabile dell'organizzazione e di fatto numero due del partito,
fu protagonista di un episodio di cui all'epoca si parlò poco, ma
che oggi appare davvero illuminante. Su segnalazione del Kgb,
Cossutta "scoprì" e denunciò alla segreteria "due
spie" dei servizi italiani che lavoravano nella sezione esteri
del partito, Edoardo Ottaviani e Mario Stendardi.
Massimo Caprara, a lungo collaboratore di Togliatti poi
uscito dal Pci, racconta che la segreteria convocò uno dei due,
Stendardi, un milanese che dirigeva l'associazione Italia-Ungheria,
per notificargli l'accusa di spionaggio: "Ci risulta che tu,
compagno, hai dei rapporti con dei servizi segreti di informazione.
Chi sono i capi di questa polizia segreta?».
"Il capo", rispose Stendardi ritorcendo l'accusa
contro il dirigente che li aveva denunciati, "è il compagno
Armando Cossutta, membro della direzione del partito e della
segreteria, presidente dell'Italturist (l'agenzia di viaggi legata
al Pci, nda), che cura i viaggi nell'Est.
Oltre a lui, ci sono il senatore Anelito Barontini, membro
del comitato centrale e della sezione di amministrazione e Salvatore
Cacciapuoti, membro dell'ufficio di presidenza della commissione
centrale di controllo".
La segreteria, stando sempre al racconto di Caprara, affidò
proprio a Cossutta il compito di "istruire il processo e di
comminare la pena". Le "due spie" furono licenziate.
Ma il "giudice istruttore" utilizzò il caso come pretesto
per la rimozione del responsabile della sezione esteri, Carlo
Galluzzi, il più antisovietico dei dirigenti comunisti dell'epoca,
"socialdemocratico già quando alle Botteghe Oscure
socialdemocrazia era una parolaccia",
secondo il
racconto di Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera e
suo amico personale.
Se Berlinguer fosse morto nell'incidente stradale di Sofia
o ne fosse uscito gravemente menomato, chi lo avrebbe sostituito al
timone del partito? Il potente Cosssutta? Era questo il piano per
"migliorare" i rapporti tra Pci e Pcb, a cui aveva
accennato Zhivkov, senza entrare però nei dettagli, nel colloquio
di Varna? Chissà. Certo è che, quando il segretario tornò dalla
Bulgaria, nel primo congresso utile, lo destituì. Proprio come
aveva fatto Togliatti con Secchia qualche tempo dopo l'incidente in
Val d'Aosta.
La testa di Cossutta cadde un anno e mezzo dopo la visita
del leader a Sofia, nel congresso che si svolse al Palaeur di Roma
dal 18 al 23 marzo 1975. I giornali lo definirino il "congresso
del compromesso storico". Ma quelle assise ebbero importanza
anche per le scelte di politica estera compiute dal Pci, che per la
prima volta abbandonò la parola d'ordine dell'uscita dell'Italia
dalla Nato.
Berlinguer ne uscì enormemente rafforzato. Non solo sul
piano politico, ma anche su quello del potere interno, attraverso la
promozione di una leva di giovani dirigenti sintonizzati sulla sua
stessa lunghezza d'onda. Cossutta fu estromesso dalla segreteria, e
il suo incarico di responsabile dell'organizzazione venne affidato a
un uomo della destra interna, Gerardo Chiaromonte.
"E' caduto giù l'Armando", titolarono i
giornali, a cui non era certo sfuggita una delle novità più
rilevanti di quel congresso. Racconta Fiori, nel suo Vita di Enrico
Berlinguer: "Il dato più vistoso è l'eclissi di Cossutta, dal
1969 coordinatore, di fatto il numero due del partito. In questi sei
anni ha avuto responsabilità di rilievo in punti nevralgici, la
selezione dei quadri e l'organizzazione, l'amministrazione (ha
risanato le finanze del Pci), le relazioni con l'Urss. Perché la
rimozione dalle funzioni di coordinatore e anche dalla segreteria?
Esigenze di ricambio è la motivazione espressa».
Fuori dall'ufficialità, nel chiuso della commissione
elettorale del congresso, mentre si discutevano i nuovi
organigrammi, Berlinguer aveva invece dato una spiegazione. Eccola:
"Si sono accumulate nella persona del compagno Cossutta molte
resposnabilità e molto potere". Giancesare Flesca tradusse il
senso di quelle parole spiegando già allora, sull'Espresso, che
nella decisione di destituire Cossutta avevano influito, con ogni
probabilità, "le sue "relazioni speciali" con
l'Urss".
Un anno dopo, nel giugno 1976, il segretario del Pci rese
ancora più esplicita la scelta antisovietica e filoatlantica del
congresso, attraverso una famosa intervista rilasciata a Gimpaolo
Pansa, che allora lavorava al Corrfiere della Sera.
"Non teme che Mosca faccia fare a Berlinguer e al suo
eurocomunismo la stessa fine di Dubcek e del suo socialismo dal
volto umano?", domandò Pansa.
"No. Noi siamo in un'altra area del mondo...", rispose il
segretario del Pci.
"Insomma, il Patto Atlantico può essere anche uno scudo utile
per costruire il socialismo nella libertà...", incalzò il
giornalista.
"Io voglio che l'Italia non esca dal Patto Atlantico anche per
questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe
l'equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di
qua", fu la clamorosa risposta.
L'intervista venne pubblicata il 15 giugno 1976 con un
titolo a sei colonne sulla prima pagina del quotidiano milanese. E
suscitò parecchio scalpore, com'era prevedibile. Fatto curioso è
che lo stesso giorno fu pubblicata anche dall'Unità, ma con minore
risalto. Il portavoce di Berlinguer, Tonino Tatò, aveva trasmesso
il testo dell'intervista al giornale del partito. Però, come
racconta Fiori, "Tatò non ha passato la domanda-chiave e la
risposta chiave". Aveva censurato, insomma, proprio la parte più
sgradita ai sovietici, quella sulla funzione protettiva della Nato
anche nei confronti del leader eurocomunista.
Comunque, qualche giorno dopo la pubblicazione
dell'intervista sul Corriere della Sera, Pansa incrociò Cossutta.
Di quell'incontro, il giornalista riferì molti anni dopo sujll'Espresso:
"Io me lo ricordo, l'Armandone, ai tempi di re Enrico. Quando
intervistai Berlinguer sulla Nato, un Cosssutta invelenito mi sibilò:
"Gliela farò pagare, a Enrico, quell'intervista". Oggi
Cossutta strilla di aver sempre combattuto Berlinguer a viso aperto.
Viene da rispondergli: ma mi faccia il piacere! Io non l'ho
dimenticato il lavorio sotterrano dei cossuttiani, d'accordo con i
compagni sovietici, allora potenti».
Dopo il congresso del 1975, i rapporti tra Berlinguer e
Cossutta si fecero sempre più tesi, fino ad arrivare alla rottura.
Man mano che il primo accentuava le posizioni antisovietiche,
il secondo
tentava di ricostruire una propria rete occulta all'interno del
partito, preparandosi alla resa dei conti finale. Quel momento arrivò
poco prima del Natale 1981, quando in Polonia il generale Wojciech
Jaruzelski proclamò lo stadio d'assedio per reprimere la Primavera
di Solidarnosc.
Durante una tribuna politica televisiva, il notista
politico del Giornale Francesco Damato pose al segretario del Pci
una domanda d'obbligo sui fatti polacchi. La risposta di Berlinguer
sarebbe passata alla storia come lo "strappo" da Mosca:
"La capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si
sono create nell'Est europeo è venuta esaurendosi".
La reazione da Est fu immediata e violenta. Le ostilità
nei confronti di Berlinguer vennero aperte dal Rude Pravo, l'organo
del Partito Comunista Cecoslovacco, l'8 gennaio 1982: "La
direzione del Pci è passata al campo dei nemici della nostra comune
causa. Chi desiderava da sempre che il Pci perdesse peso nella vita
politica italiana ora formula apertamente delle previsioni su
imminenti scontri in seno al partito".
Quell'allusione agli scontri imminenti venne letta dai
dirigenti comunisti italiani come un messaggio a una non meglio
precisata "quinta colonna" sovietica nel Pci. Qualche
giorno dopo la pubblicazione dell'articolo sul "Rude
Pravo", da Mosca arrivò la condanna definitiva nei confronti
del gruppo dirigente berlingueriano. Fu affidata alla Pravda, il
giornale del Pcus: "E' avvenuto qualcosa di mostruoso: a parole
i dirigenti del Pci si mostrano disponibili a lottare per la pace,
ma in realtà calunniano la forza fondamentale di questa lotta,
l'Urss, e i suoi alleati socialisti". Una sentenza senza
appello.
Quasi contestualmente agli attacchi cecoslovacco e
sovietico, arrivò l'anatema di Cossutta, che nella direzione del
Pci bollò la dichiarazione di Berlinguer come "uno
"strappo" non tanto con l'Unione Sovietica, quanto con le
radici stesse del partito di Gramsci e Togliatti".
Da quel momento, l'ex potente numero due si mise
apertamente alla testa di una corrente filosoviedtica, in
opposizione alla linea del segretario. Dopo un anno di scontri e
manovre, la partita si chiuse nel congresso di Milano, ai primi di
marzo 1983, con la sconfitta di Armando Cossutta, che ottenne un
misero 1,23 per cento contro il 96,57 del suo avversario. Berlinguer
venne rieletto alla guida del Pci con un vero e proprio plebiscito.
Vinta quella battaglia, il leader del comunismo italiano avrebbe
potuto finalmente realizzare il suo progetto entrando nella grande
famiglia del socialismo democratico europeo.
Se ne avesse avuto il tempo.
[10-11-2009]
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FEDE: QUERELO 'LIBERO' PER ARTICOLO SU TG4 E METEORINE…
(Adnkronos)
- Emilio Fede ha
deciso di querelare ’Libero’ per l’articolo dedicato
alla ’moralizzazione’ impressa da Piersilvio
Berlusconi alla programmazione Mediaset, dove il direttore
del Tg4 viene piu’ volte chiamato in causa. "Ho dato
mandato allo Studio Legale dell’avvocato Nadia
Alecci -spiega Fede- di sporgere querela e richiesta di
risarcimento danni al quotidiano ’Libero’ per un articolo
gravemente lesivo della mia dignita’ umana e professionale.
La’ dove si fa riferimento anche al
’commissariamento’ del Tg4 ’sulla gestione disinvolta
dell’arruolamento delle ragazze’, da parte di Emilio
Fede. E piu’ avanti si dice ’che nessuno - specie Fede -
potra’ vantare l’autonomia per contrattualizzare
chicchessia specie le soubrette, dive, divette e
aspiranti’", conclude il direttore.
11.11.09 |
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