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UN DAVIGO STORTO PER LEGNOSTORTO - Un apprezzamento diventa un insulto che costa caro: 100mila euro. Legnostorto.com, il portale che si occupa di giustizia, sta per chiudere i battenti dopo che l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo ha chiesto un maxi risarcimento agli autori del sito perché si è sentito diffamato da un articolo che addebitava Tangentopoli ai "poteri forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani

Felice Manti per "il Giornale"

 

Un apprezzamento diventa un insulto che costa caro: 100mila euro. Legnostorto.com sta per chiudere i battenti dopo che l'ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo ha chiesto un maxi risarcimento agli autori del sito perché si è sentito diffamato da un articolo pubblicato dal portale che si occupa di giustizia.

L'autore del pezzo, Vittorio Zingales, il 21 giugno 2009, pubblica su legnostorto un articolo dal titolo «Quel golpe che fece mezza fetecchia» e «Cova sotto la cenere», in cui ipotizza che in realtà il crollo della Prima repubblica innescato da Tangentopoli sia stato orchestrato da «poteri forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani». Sono loro, insiste Zingales, i «veri organizzatori della rivoluzione». L'obiettivo da colpire era «Bettino Craxi, costretto all'esilio in Tunisia, dove poi morirà tra la totale indifferenza dei nostri politici, eccezion fatta solo per pochissimi».

 

E i pm del pool di Milano? Che ruolo avrebbero avuto? Quello dei pupi? «È chiaro che un Borrelli, un Di Pietro, un Davigo, un D'Ambrosio (...) non possono avere nessuno spessore culturale per organizzare il golpe, e nemmeno il regista Violante che ha il compito di girare le piazze italiane e le procure per indicare di volta in volta il nemico da abbattere». È in questo passaggio la Scatta la denuncia per diffamazione, ovviamente al tribunale di Milano.

 

L'escamotage giuridico in voga tra chi si sente «diffamato» da un articolo di giornale o da un servizio televisivo è quello di rivolgersi direttamente al giudice civile perché sia lui stesso ad accertare l'eventuale reato - penale - di diffamazione e perché stabilisca l'ammontare dell'indennizzo. Una specie di scorciatoia, lamentano i curatori del sito, che «consente anche di tappare velocemente la bocca ai giornali piccoli e basati sul volontariato, come legnostorto.com», per i quali le cifre ipotizzate (100mila euro, ndr) sono ovviamente fuori portata». Peraltro l'autore, dell'articolo, considerato «non solvibile», non rischia di pagare neppure un centesimo. L'obiettivo è il sito.

 

All'udienza del 27 gennaio scorso il giudice, anticipando il giudizio, aveva proposto di transare un indennizzo di 40mila euro. «Ma - si legge su legnostorto.com - anche questa proposta è per noi altrettanto impraticabile, ammesso e non concesso che il reato sia stato commesso. E poi noi non prendiamo soldi da nessuno, nessuno ci sponsorizza. Tutti lavoriamo gratis...».

 

Senza soldi il sito chiuderà, ma questo (par di capire) non significa che Davigo resterà a mani vuote. I curatori del sito saranno costretti a pagare comunque. Ecco perché i due giornalisti Antonio Passaniti e Marco Cavallotti hanno lanciato un appello ai lettori chiedendo loro un sostegno economico: «Legnostorto.com va sostenuto per evitare che una voce libera del web venga cassata brutalmente dallo strapotere irresponsabile di parte della magistratura italiana, anche se sappiamo che la cifra che dovremo versare è impossibile da raccogliere». Finora sono stati raccolte poche centinaia di euro. E intanto il processo va avanti, come in un film il cui finale è praticamente già scritto.

 03-02-2011]

 

 

 

MERDA D’AUTORE - gli avvocati di Vittorio Sgarbi, sotto processo per aver definito Marco Travaglio "un pezzo di merda tutto intero", hanno scritto una esilarante memoria difensiva la cui tesi epocale è che la popò è sana, bella e "fa bene al corpo ed anche all’anima" - Il "Maitre à tombeur" ferrarese non è un divo ma un recidivo - In anni di sfoghi leggendari ne ha dette di tutti i colori

Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

 

«Libera nos a luame», recitavano i vecchi contadini veneti in latinorum: liberaci dal letame. E l'invocazione spiega più di mille saggi quanto pesasse loro vivere tra i miasmi dello stallatico. Tutto cambiato: lo dicono gli avvocati di Vittorio Sgarbi. Che per difendere il cliente, sotto processo per aver definito Marco Travaglio «un pezzo di merda tutto intero», hanno scritto una memoria difensiva la cui tesi epocale è che la popò è sana, bella e «fa bene al corpo ed anche all'anima».

Cerchiamo di capirci: non è la prima volta che un difensore, costretto a difendere l'indifendibile, si arrampica sugli specchi. Resta indimenticabile, ad esempio, l'arringa fenomenale con cui Ippolita Ghedini, sorella del più cele bre Niccolò « Ma-va-l à » Ghedini, tentò di minimizzare le parole di Giancarlo Galan, che aveva bollato come comunisti dei giornalisti Rai di Venezia.

 

A dispetto del Cavaliere e delle sue fobie anticomuniste, scrisse l'Ippolita, il soviet non era che un «organo elettivo e dunque espressione di quella democrazia reale che ancora oggi viene rimpianta da molti e l'aggettivo sovietico non ha certo valenza diffamatoria intrinseca».

Spasibo tovarisha Ghedinova! Decisi a umiliare la collega nel campionato mondiale d'arrampicata sugli specchi, l'avvocato Giampaolo Cicconi e Fabrizio Maffiodo sono andati oltre. Scrivendo che Sgarbi con «la frase "è un pezzo di merda tutto intero" non ha comunque diffamato il dottor Travaglio, atteso che la frase non ha alcuna valenza offensiva».

Va detto che i due professionisti avevano un compito da far tremare i polsi. Il «Maitre à tombeur» ferrarese, infatti, è recidivo assai. In anni di sfoghi leggendari ne ha dette di tutti i colori.

 

A un comizio a Palmi esortò: «Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!». All'arrivo alla Camera del presidente dell'Arcigay Franco Grillini tuonò: «Liberi culi in libero Stato!». Ai veneti che lo avevano trombato alle elezioni mandò a dire che erano «deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori», per chiudere così: «Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo». A Oscar Luigi Scalfaro, quand'era al Quirinale, si rivolse definendolo «una scorreggia fritta».

 

E insomma, dopo aver composto e declamato a tredici anni «5.000 versi per diventare Apollinaire», ha battuto via via la strada liberatoria della parolaccia fino a fare disperare il Cavaliere: «Vittorio, come faccio a farti ministro se continui a dire le parolacce?». Resta indimenticabile una seduta dell'ottobre 2007, quando a Montecitorio si discusse fino a notte se dare o no l'autorizzazione a procedere: urlare a dei poliziotti «mi avete rotto i coglioni!» come aveva fatto Sgarbi rientrava nell'insindacabile esercizio delle funzioni parlamentari? Un dibattito unico al mondo.

 

Che vide il leghista Rizzi sbottare: «Sono due ore che si parla dei coglioni di Sgarbi, sinceramente ne ho pieni i coglioni». Il capolavoro fu di Filippo Mancuso, che invitò il collega, d'ora in poi, a chiamare i cosiddetti «tommasei», come faceva Leopardi per disprezzo verso l'autore del celebre dizionario. Totale degli interventi a favore e contro: 56.

La passione del critico d'arte, però, è sempre stata quella che i latini chiamavano stercus (genitivo: stercoris). Tra i tanti esempi, ne citiamo uno. Al dibattito parlamentare alla nascita del governo D'Alema, quando il nostro zazzeruto mise a ver bal e : «Onorevole D'Alema, le darei volentieri il mio voto; sono molto tentato di farlo, per aggiungere la mia corruzione alla vostra, aggiungere merda a merda». Insomma, se non temessimo d'essere equivocati diremmo che ce l'ha sempre in bocca.

 

All'idea di perdere l'immunità, aveva confidato ad Aldo Cazzullo di non avere troppi timori: «Vinco una causa al giorno. Finora, 190 su 270; le altre sono in corso». Spiegò anzi di avere «pronto un libro: Le mie querele. L'editore non lo pubblica per paura di altre querele». In ogni caso sospirò quando fu chiaro che non fosse stato rieletto, avrebbe dovuto per sicurezza contenersi: «Mi toccherà diventare buono e insipido come Prodi». Macché: gli è impossibile.

Era appena stato condannato a pagare 30mila euro (più le spese) a Travaglio per essersi dilungato su questo genere di insulto ad AnnoZero quando, alla trasmissione domenicale su Canale 5 con Barbara D'Urso, rincarò appunto: Travaglio «è un pezzo di merda tutto intero» . A quel punto i suoi due legali, presumibilmente su ispirazione «artistica» del loro stesso cliente, hanno steso una memoria difensiva che resterà negli annali. Per loro, infatti, quella lì non è un'offesa. Può essere mai volgare la natura?

 

«Se in un agriturismo ci forniscono prodotti dell'agricoltura biologica significa che essi sono fatti con la merda nel senso che l'agricoltura biologica vuol dire coltivazioni in terreni concimati non con prodotti industriali ma con letame, con la merda, appunto, la quale serve a fertilizzare i terreni». Bucolici.

Inoltre «giova osservare che, un tempo, il letame accumulatosi per tutto l'anno veniva, con la zappa (in genere nel mese di settembre), rivoltato, sbriciolato, miscelato, messo sul carro e sparso nel campo ove si seminavano le fave ed in cui, l'anno appresso, si sarebbe piantato di grano.

 

Le merde, invece, che le mucche depositavano nei campi durante il periodo estivo ed essiccate dal sole formavano delle dense "torte" che venivano raccolte ed immagazzinate e poi usate come combustibile per cucinare la minestra di fave che rappresentava il pasto principale e si consumava la sera. La cenere residua veniva depositata nella concimaia. Nulla andava perduto e tutto veniva riciclato: ciò faceva bene al corpo ed anche all'anima». Di più: «Fabrizio De Andrè - nella celebre canzone Via del Campo - cantava "dai diamanti non nasce niente, dal letame (o dalla merda) nascono i fiori"».

Come possono dunque, signori della corte, non capire la bellezza del richiamo alla vita agreste? «Per tali motivi», proseguono gli avvocati nella scia di De Andrè, Sgarbi «voleva fare della sottile ironia, far capire comunque che da Travaglio sarebbe nato qualcosa (per esempio un partito politico) tanto che egli un giorno avrebbe avuto un futuro con la destra liberale, facendo financo concorrenza a Berlusconi proprio perché "è un pezzo di merda tutta intera" e non un diamante». Questa, però, al Cavaliere la dovranno spiegare per benino... 27-09-2010]

 

 

VIVA LA CASSAZIONE! - "I DIRETTORI DELLE TESTATE WEB NON SONO RESPONSABILI IN CASO DI "OMESSO CONTROLLO". IL REATO DI DIFFAMAZIONE è PREVISTO PER LA CARTA STAMPATA NON PER IL WEB, materia ancora da studiare" - dago: "Dieci anni di sangue versato per nulla! - LE CONDANNE LE PAGO A RATE, COME I MOBILI - e adesso chi mi rimborsa

1- CASSAZIONE: I DIRETTORI DELLE TESTATE WEB NON SONO 'RESPONSABILI IN CASO DI "OMESSO CONTROLLO"
(ANSA)
- Il direttore di un giornale on-line non risponde di "omesso controllo" in caso di pubblicazioni, sul sito da lui diretto, dai contenuti diffamatori. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che spiega come il reato previsto dall'art. 57 cp, che punisce i direttori per non aver vigilato sul contenuto delle pubblicazioni, non può essere applicato al web perché previsto solo per la carta stampata.

 

L'articolo 57, spiegano infatti i supremi giudici nella sentenza 35511 "si riferisce specificamente all'informazione diffusa tramite la carta stampata. La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l'interpretazione storica della norma".

 

In giurisprudenza, spiega la quinta sezione penale, si è discusso sulla possibilità di estendere il concetto di stampa anche ad altri mezzi di comunicazione, ma si anche escluso "che fosse assimilabile al concetto di stampato la videocassetta preregistrata" ed è anche noto, ricorda la Cassazione, che la "giurisprudenza ha concordemente negato che al direttore della testata televisiva sia applicabile la normativa dell'articolo 57 cp stante la diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (la stampa da un lato, la radiotelevisione dall'altro) e la vigenza nel diritto penale del principio di tassatività".

Mentre per la tv il problema della responsabilità del direttore è stato risolto con la legislazione, il web è una materia ancora da studiare.

 

"Analogo discorso - sottolineano i supremi giudici - deve essere fatto per quel che riguarda l'ammissibilità di internet al concetto di stampato. L'orientamento prevalente in dottrina è stato negativo atteso che, perché possa parlarsi di stampa in senso giuridico occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium non realizza: che vi sia una riproduzione tipografica e che il prodotto di tale attività sia destinato alla pubblicazione e quindi debba essere effettivamente distribuito tra il pubblico".

Il caso esaminato ha riguardato il direttore della testata 'Merate online', condannato dalla Corte d'appello di Milano per omesso controllo in relazione alla pubblicazione di una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti dell'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli e di un suo collaboratore. La sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione proprio perché "il fatto non costituisce reato".

 

Così come non sono "responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va escluso per i coordinatori dei blog e dei forum" e per questo anche per "la figura del direttore del giornale diffuso sul web".

2- D'AGOSTINO: A ME TANTE CAUSE, ORA CHI MI RIPAGA? - LE CONDANNE LE PAGO A RATE, COME I MOBILI
(ANSA)
- "Dieci anni di sangue versato per nulla!". Scherza ma non risparmia battute amare, Roberto D'Agostino, da due lustri in trincea con Dagospia, il suo super cliccato ma anche super querelato, sito di gossip e di notizie on line.

"Se sono ancora qui è perché dietro di me c'é mia moglie che mi ha salvato da tanti guai - assicura- altro che servizi segreti deviati". Da quando è nato Dagospia, "é stato un continuo", racconta D'Agostino, "hanno sempre tentato di intimidirmi con sentenze e condanne pesanti, cifre assurde, una volta addirittura 160 mila euro, tanto che le condanne io le pago a rate, come i mobili". Certe volte "mi viene da ridere, mi sembra che la libertà di informazione c'é solo se hai accanto una moglie ricca".

 

Tanti i processi finiti con una condanna e tanti quelli ancora in piedi, "e adesso che faccio? chi mi ripaga?". Impossibile quantificare i costi, "mai fatto calcoli perché non voglio abbattermi e chiudere la baracca", spiega.

 

Poi il pensiero torna alle tante querele ricevute: "non capiscono l'ironia - dice- E' chiaro che quello che scrivo io non sono i dieci comandamenti. Faccio un sito per dare un punto di vista, che può anche essere sbagliato, lavoro sulla velocità, macino un sacco di notizie, posso sbagliare e allora sono disposto alla pubblicazione di smentite, a mettermi in ginocchio sui ceci e cospargermi la testa di cenere. Invece spesso non mi mandano nemmeno una smentita, mi querelano direttamente".

E quando arrivano le condanne le cifre sono salatissime, troppo, sostiene D'Agostino, che punta il dito anche sulla legge sulla stampa "che è imbarazzante" e dovrebbe invece prevedere dei tetti per le richieste di risarcimento"

Tant'é. La verità é soggettiva, è questione di punti di vista, sostiene Dago, che cita 'Rashomon', un film degli anni Cinquanta del giapponese Kurosava, una parabola sulla relatività e sulle mille sfaccettature della verità, poi conclude con Tacito, "che per noi è un grande storico, per i suoi contemporanei un cronista pettegolo. Magari, chissà che anche io, tra qualche secolo...".

 01-10-2010]

 

 

DIFFAMAZIONE/ CONDANNATO A DUE ANNI DI RECLUSIONE IL PROPRIETARIO DEL SITO DI GOSSIP SVANITYFAIR
Antonello De Gennaro, proprietario del sito di gossip SvanityFair, è stato condannato a due anni di reclusione per avere diffamato alcuni vip, tra cui l'attore Edoardo Costa e la giornalista Silvana Giacobini.

Il giudice della settima sezione penale del Tribunale di Milano ha invece prosciolto De Gennaro dall'accusa di stampa clandestina e da un ulteriore capo di imputazione per diffamazione.

Nel processo si erano costituiti parte civile l'attore Costa, la Giacobini, i giornalisti Luciano Regolo e Giusy Ferrè e la Mondadori, che hanno ottenuto risarcimenti fra i 10mila e i 20mila euro.

La Guardia di Finanza era risalita a De Gennaro nel marzo 2004, dopo un lungo lavoro di indagine. Lele Mora e Alfonso Signorini avevano rimesso la querela nel corso del processo.

 

De Gennaro è stato coinvolto l'anno scorso anche in uno scandalo in Romania. L'uomo era infatti manager in Italia della modella rumena Monica Columbeanu, bellissima e giovane moglie dell'imprenditore Irinel Columbeanu: dopo che quest'ultima aveva rotto ogni rapporto professionale con De Gennaro l'uomo la aveva accusata sulla stampa di non avergli pagato 18mila euro (dovutigli, a suo dire, per i suoi servizi di promozione dell'immagine della donna in Italia, dove la modella era stata fra l'altro protagonista di una copertina di Max) e di avergli offerto "favori sessuali" pur di raggiungere a ogni costo il successo nel nostro Paese. Favori che De Gennaro sostenne di avere rifiutato, aggiungendo una serie di altri particolari "piccanti" per distruggere la reputazione della Columbeanu.

 

2 - DOVRÀ RISARCIRE 230 MILA EURO ALLE QUINDICI PARTI CIVILI COSTITUITE TRA CUI ANCHE L'AVVOCATO MATRIMONIALISTA ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE, SILVANA GIACOBINI E ALTRI GIORNALISTI
Ansa - Antonello De Gennaro, condannato a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Milano per aver diffamato alcuni vip e giornalisti attraverso il suo sito www.svanityfair.com, dovrà risarcire a titolo di provvisionale 230 mila euro alle parti civili costituite, tra cui anche il principe Serge di Jugoslavia.

 

Lo ha deciso il giudice monocratico della settima sezione penale, che ha condannato De Gennaro per diffamazione a mezzo di internet.

De Gennaro dovra' versare provvisionali comprese tra i 10 mila e i 20 mila euro alle quindici parti civili costituite, tra cui anche l'avvocato matrimonialista Annamaria Bernardini De Pace, Silvana Giacobini e altri giornalisti. De Gennaro, dopo complesse indagini, venne denunciato nel 2004 dalla Guardia di Finanza.

L'avvocato Daria Pesce, legale di nove parti civili, ha parlato di "una condanna esemplare, perché c'è stata una campagna diffamatoria nei confronti di vari direttori di testate Mondadori e di altri giornalisti che io assisto". Il legale, lei stessa 'vittima' di diffamazione sul sito, ha spiegato di avere anche avviato una causa negli Usa.

 

 

[23-02-2010]



 

"HANNO ELETTO QUALCHE ZOCCOLA", LE PARLAMENTARI QUERELANO, BEPPE GRILLO LA VINCE
Volgare e inappropriata sì, anche offensiva, ma la frase di Beppe Grillo pronunciata in commissione Affari costituzionali del Senato non può essere punita perché il soggetto a cui è rivolta è generico. Archiviata quindi la denuncia per diffamazione contro il comico genovese presentata da diciotto deputate e senatrici, tra cui l'avvocato Giulia Bongiorno (che aveva messo a punto l'atto), Alessandra Mussolini, Manuela Di Centa.

 

«Sei persone hanno deciso i nomi di chi doveva diventare deputato e senatore. Hanno scelto 993 amici, avvocati e, scusate il termine, qualche zoccola, e li hanno eletti». Questa la frase che il giugno scorso, pochi giorni dopo l'audizione di Grillo, risalente al 10 di quel mese, si guadagnò la querela. Lunedì 15 febbraio il gip del tribunale di Roma, Maddalena Cipriani, ha depositato l'archiviazione del caso decidendo così che Grillo non offese né la Bongiorno né alcuna delle altre parlamentari. Dell'archiviazione dà notizia stamani il quotidiano genovese "Corriere Mercantile".

 
[20-02-2010]

 

 

 

FACCISSIMO! - "Egregio D'Agostino, La informo che ho provveduto a querelare Luca Telese per il suo l'articolo-lettera pubblicato su Dagospia - E' la prima querela della mia vita, ma questo pagliaccetto sghignazzante del giornalismo romano mi ha veramente rotto i coglioni - Per quanto attiene al serissimo tema dei miei capelli, visto che appassiona, allego fotografia familiare del 1971 (incredibile, ci tingevamo tutti)"...

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Egregio D'Agostino,
La informo che ho provveduto a querelare Luca Telese per il suo l'articolo-lettera pubblicato su Dagospia. E' la prima querela della mia vita, ma questo pagliaccetto sghignazzante del giornalismo romano mi ha veramente rotto i coglioni.

Preciso che, anche se lui ha storpiato ogni mia frase, penso e ho scritto su Libero (a partire dal 16 gennaio) che un Di Pietro «al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica, perché così volevano gli americani e la mafia» corrisponde a una sciocchezza, diversamente da altre ambiguità da «spione» che appartengono al suo passato e che ho provveduto a documentare in un libro più volte ristampato e saccheggiato dai cugini del Giornale.

 

Per quanto attiene al serissimo tema dei miei capelli, visto che appassiona, allego fotografia familiare del 1971 (incredibile, ci tingevamo tutti, compresa mezza Austria di cui sono originario) e invito chiunque a controllare magari accompagnato dalla sua parrucchiera di fiducia. Telese può chiedere a sua moglie, visto che lavora a Mediaset e ne conoscerà moltissime.

 

Ps Per quanto riguarda il video citato dal pagliaccetto, dove a suo dire arrossirei, è qui di seguito. Al minuto 3.18.

[05-02-2010] 

 

 

MARCHIONNE MI HA QUERELATO PER QUANTO DETTO ALL'ASSEMBLEA FIAT DEL 30.03.08 SU QUESTO TEMA DELLA QUERELA-BAVAGLIO VEDIAMO UN PO DI OPINIONI DA PORTARE IN CAUSA:

 

 
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QUERELOMANIA - SABELLI FIORETTI: "Il fastidio di D’Alema verso i giornali equivale a quello di Berlusconi - Io Ghedini l’avrei preso a 'Cuore' per fare i titoli: “L’utilizzatore finale” o “alla ricerca dell’onere della prova” SONO GENIALI - IL BISOGNOSO FELTRI"…

Alessandro Da Rold per Il Riformista

«Non ho mai ricevuto querele da Berlusconi, ma a Cuore sono stato massacrato: da Muccioli, a Vittorio Feltri, poi Vittorio Emanuele II fino a Cesare Previti».

Claudio Sabelli Fioretti di querele se ne intende. Chi meglio di lui, quindi, può azzardare un commento a riguardo, in questi giorni in cui Niccolò Ghedini, legale del premier, ha deciso di querelare Repubblica, l'Unità e altri quotidiani europei per le 10 domande che il quotidiano del gruppo Espresso formulò durante il NoemiGate.

«Ho calcolato che i soldi spesi in avvocati negli anni di Cuore sono stati pari agli stipendi che ho preso, ragion per cui, si deduce, che ho lavorato gratis», afferma al Riformista.

Ne avrai vinta pure qualcuna di queste cause?
Alcune si sono perse nei meandri della giustizia italiana, altre le ho vinte, alcune le ho perse. Ad esempio una che era partita da Vittorio Feltri.

Di cosa si trattava?
Meglio che non te lo dico, sennò ci querela a tutti e due. Stimavo molto Feltri prima di quel giorno. Abbiamo concordato, sai lui era bisognoso...

Ma una querela non fa pubblicità ai giornalisti?
Porta pubblicità fino a un certo punto, se alcuni possono permettersela la si può vedere anche così, ma in altri casi assolutamente no. Io preferisco andare in galera che in tribunale. È come l'ospedale, ci entri sano e ne esci malato. In tribunale entri innocente e ne esci colpevole.

Quindi niente marketing?
A volte sì, infatti è uso in Italia minacciare la querela e poi magari non farla. In ogni caso la sconsiglio. E poi a mio modesto parere basta una smentita sul giornale.

Altri problemi della querela?
Per un periodo avevamo lavorato insieme ad altri giornalisti, anche con Marco Travaglio, per chiedere una modifica della legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Ci sono diversi problemi, sia nella parte civile che in quella penale. Innanzitutto la causa civile diventa molte volte un affare per gli avvocati che ti difendono. Le parcelle sono spesso proporzionate ai miliardi che ti chiedono.

E poi dovrebbe vigere una regola: tu mi chiedi 10 miliardi? Bene, ma se poi la spunto io, i 10 miliardi me li prendo io, sennò io come giornalista non vengo assolutamente tutelato. Con Previti ho vinto la causa, ma mi sono dissanguato in spese di avvocato: una "paccata" di soldi! Alla fine, quindi, a spuntarla è stato lui, perché io su Previti non scriverò mai più niente. Si facciano avanti altri...

 

Ma il giudice non ti tutela? 
Io preferirei che ci fosse un gran giurì, il Csm... Una volta mi è capitato di entrare in aula e vedere il giudice che doveva emettere la sentenza su di me, intrattenersi amichevolmente con il pm che aveva accolto la querela. Io volevo ricusarlo, ma il mio avvocato me lo ha sconsigliato.

Come è finita?
Ho dovuto sborsare 75 milioni di vecchie lire...

Cosa ne pensi della querela del Cavaliere?
Ma insomma, querelare dieci domande... Sono curioso di vedere cosa dirà il giudice.

Non stanno esercitando un loro diritto?
Ma lo esercitino pure. Berlusconi ha querelato cinque giornaliste: è evidente che ha un problema con le donne (ride)

Secondo Concita De Gregorio l'Unità rischia di chiudere?
Ma sai, mi fa tenerezza l'Unità, magari è semplicemente un modo per anticipare i tempi...

D'Alema in barca

Ghedini però sembra molto determinato?
Io Ghedini l'avrei preso a Cuore per fare i titoli. Perdevamo delle ore. Tempo sprecato, l'avessi conosciuto a quei tempi, avrei fatto una telefonata ed ecco spuntare titoli come "L'utilizzatore finale" o "alla ricerca dell'onere della prova"...

Anche D'Alema querelò Forattini...
Che D'Alema sia un difensore della libertà in Italia, mi sembra una delle più belle barzellette mai ascoltate. Il fastidio di D'Alema verso i giornali equivale a quello di Berlusconi.

 
[07-09-2009]

 

 

"querele, strumento di intimidazione, vero attacco alla libertà di stampa" - il "corriere" scopre le maxirichieste di danni da parte di chi non rischia alcunché a farle - bene, bravo, vis! perché ferrarella non lo chiede a certi colleghi di via solferino, vedi Ostellino, che anziché inviare una rettifica, hanno provato a spaccare le ossa a Dagospia?...

Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera

I giornalisti che avvertono sempre mag¬giori ostacoli all'esercizio della libertà di stampa vengono bruscamente liqui¬dati come diffamatori piagnucolanti, che prima devastano le vite altrui e poi pretendono immunità per non ripagare i dan¬ni alla reputazione delle persone e aziende che li querelano (nel penale) o chiedono ingenti risarcimenti (nel civile).

Non è un caso. Sia perché per alcuni «canto¬ri » della libertà di stampa è davvero così. Sia - soprattutto - perché è il prezzo, salato, che l'intera categoria paga per aver lasciato che dilagasse il contagio di prassi giornalisti¬che imprecise e superficiali, obliquamente omissive o dolosamente inveritiere, indulgen¬ti verso lo «spaccio» di falsità in non sempre «modica quantità», a volte sconfinanti nel manganello a mezzo stampa per colpire l'av¬versario politico o economico dell'editore.

Con il risultato che «quando un organo di in¬formazione mente, avvelena la collettività, e anche gli articoli degli altri giornali diventano sospetti - anticipava già nel 1981 il mea culpa del direttore del Washington Post per un falso scoop -: il lettore colpito da una notizia si sente autorizzato a valutarla con sospetto, i fat¬ti non soltanto vengono messi in discussione ma perdono anche il loro valore di realtà».

Pa¬rabola che, in salsa italiana, affiorava sin nella parodia che nel 1992 il comico Loche faceva del giornalista «truffa-truffa-ambiguità» che «pare-sembra-forse-non garantisco verità» .

 

Ma ora anche le querele e le richieste di dan¬ni hanno perso il loro valore di verità. Sempre meno strumenti di ristoro della reputazione calpestata dall'errore colpevole o dal dolo scientifico del giornalista, le azioni legali di¬ventano così tante e sono spesso talmente in¬fondate da essere piuttosto brandite come uno strumento di intimidazione sul cronista («anche se stavolta hai scritto giusto, attento a riscrivere la prossima volta») e sull'editore, al¬le prese con rischi di risarcimenti e con spese di difesa tali da mettere in ginocchio il bilan¬cio di un'azienda editoriale medio-piccola.

Si dirà: c'è un giudice, e se il giornalista sba¬glia, è giusto che vada incontro a pena pecunia¬ria, reclusione, riparazione pecuniaria, risarci¬mento dei danni morali e patrimoniali, paga¬mento delle spese di giudizio. Certo. Solo che la partita, da quando è divenuto massiccio l'in¬discriminato ricorso alle azioni legali, non è più ad armi pari.

Non solo perché il giornalista, per non esse¬re condannato, deve dimostrare non soltanto che ha scritto il vero, ma anche che esisteva un interesse pubblico a conoscerlo, e che la for¬ma non era inutilmente aggressiva. Non solo perché, se diffonde dati personali veri ma sen¬za i quali la notizia sarebbe stata ugualmente completa ed esauriente, incorre nei fulmini del Garante della privacy, del giudice penale, del giudice civile, dell'Ordine.

Non solo per¬ché, quando pubblica notizie vere tratte da atti giudiziari non più segreti in quanto già noti al¬le parti, è schiacciato nella tenaglia per cui se le riporta con precisione letterale si vede de¬nunciare per aver commesso uno specifico rea¬to, mentre se si limita a riassumerle si sente accusare di non essere stato abbastanza preci¬so da evitare la diffamazione.

A truccare la par¬tita, invece, non è l'azione legale in sé, ma il fatto che chi la intenta contro il giornalista, a differenza sua, non rischi mai e non paghi al¬cunché, nemmeno se il giudice accerta che le doglianze erano totalmente pretestuose: nel ci¬vile il giornalista recupera al più le spese, nel penale l'assoluzione «perché il fatto non costi¬tuisce reato» gli impedisce di denunciare per calunnia il querelante e ottenere i danni.

Il sacrosanto diritto dei diffamati (quando siano davvero tali) di rivalersi sul giornalista non deve essere intaccato. Ma forse una modi¬fica normativa potrebbe conciliarlo con la non compressione dell'attività giornalistica: quere¬la pure chi vuoi e per quello che vuoi, ma se poi la causa risulta del tutto campata per aria, allora paghi al giornale denunciato almeno una minima percentuale (anche solo il 10%?) delle maxicifre che pretendevi come risarci¬mento. Liberi di scrivere, liberi di querelare. Ma responsabili en¬trambi. Nella trasparen¬za.

 

Il contrario del terre¬no su cui muove il dise¬gno di legge sulle inter¬cettazioni che, dietro il pretesto della tutela della privacy, estende l'area del segreto sugli atti d'indagine, e di ogni «pubblicazione ar¬bitraria » (da 2.500 a 5.000 euro per il gior¬nalista) fa poi risponde¬re anche l'editore a tito¬lo di responsabilità am¬ministrativa della per¬sona giuridica per i rea¬ti commessi dai dipen¬denti nell'interesse aziendale (legge 231/2001).

 

Tradotto? A ogni dettagliata pubbli¬cazione di un atto vero, non più coperto da se¬greto investigativo e riportato in maniera cor¬retta, l'editore pagherà da un minimo di 25 mi¬la 800 a un massimo di 465 mila euro per le testate nazionali. Il modo migliore per fare en¬trare «il padrone in redazione», visto che a quel punto la decisione editoriale sul «se» e «come» pubblicare una notizia sfuggirà all'au¬tonomia (laddove esercitata) del tandem diret¬tore- giornalisti, per consegnare l'ultima paro¬la all'editore destinato a pagarne conseguenze tali da far chiudere in breve l'azienda.

 
[27-09-2009]

 

 

 

IL SAN TORO DELLE CAUSE PERSE – "IL GIORNALE", CHE NON MAI HA PRESO E PERSO UNA QUERELA, FA I CONTI LEGALI IN TASCA AL BOSS DI “ANNOZERO” - SU, FINITELA CON 'STI PIAGNISTEI DA MARTIRE CON TUTELA LEGALE, OGNUNO HA ALLE SPALLE I DE BENEDETTI O BERLUSCONI - QUI L'UNICO CHE PAGA DI TASCA PROPRIA è DAGOSPIA...

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale" (ha collaborato Luca Rocca)

Querelato e condannato. La notizia è che Michele Santoro, icona della sinistra massmediatica prossima a scendere in piazza per la libertà di stampa, è un giornalista come tanti. Né migliore, né peggiore. Uno che le cause per diffamazione solitamente le vince, ma le perde anche. E paga. O meglio, paga la Rai, cioè voi. Vediamo come.

Il lontano 10 novembre 2000, durante una puntata della trasmissione Raggio Verde dedicata anche all'estrema destra, Santoro si ritrovò fra le mani un bigliettino passato da un collaboratore. Disse sarcastico: «C'è Roberto Fiore, il segretario di Forza Nuova al telefono? Date il suo numero alla polizia perché noi non sappiamo che farcene. Grazie, ci vediamo venerdì prossimo».

Roberto Fiore non la prese bene. E querelò. Nell'atto di citazione l'esponente di Forza Nuova faceva presente che aveva immediatamente telefonato per precisare quanto erroneamente il giornalista Corrado Formigli (l'intervistatore di Feltri nell'ultima puntata di AnnoZero) aveva riportato in merito a un sito filonazista vicino a «Fn», e che vicino a Forza Nuova invece non lo era affatto.

La precisazione di Fiore s'inquadrava in una discussione più ampia nata proprio da un reportage di Formigli che nella sua «rubrica-cartolina» aveva chiesto a Berlusconi se fosse compatibile l'alleanza con la Lega Nord visto che ad una prossima manifestazione del Carroccio contro l'islam (peraltro annullata) avrebbe partecipato anche Forza Nuova.

L'abbaglio preso da Formigli sul sito filonazista è costato caro a Santoro, ma non all'interessato, che se l'è cavata solo perché nella querela si faceva riferimento ad un altro giornalista, Riccardo Iacona, giustamente assolto «per non aver commesso il fatto» (con un supplemento di querela Formigli è stato poi rinviato a giudizio).

Dalle motivazioni della sentenza di condanna del giudice Vittorio Pazienza del tribunale di Roma, si legge: «Il Formigli, addirittura, ha evocato le immagini del sito oscurato per far "vedere" all'on. Berlusconi cosa fosse Forza Nuova, sollecitando poi provocatoriamente lo stesso Berlusconi, nel caso non avesse nulla da eccepire su manifestazioni congiunte della Lega e del movimento di Fiore, ad adoperarsi per far riaprire il sito di Forza Nuova». Che, come detto, con Forza Nuova non c'entrava nulla.

Santoro s'è quindi beccato una condanna a 300 euro di multa, più 4mila di spese processuali, soprattutto per aver omesso il diritto di replica del segretario di Fn: «Il Santoro - chiosa il giudice - ha voluto chiudere la sua trasmissione additando il Fiore, ai telespettatori, come soggetto non solo da evitare ma da segnalare senz'altro alle forze dell'ordine».

Non solo. Oltre a ignorare «la richiesta di intervento telefonico» magari motivando «l'impossibilità di accogliere la richiesta per mancanza di tempo», l'attuale conduttore di AnnoZero ha ritenuto «di non dar corso all'istanza di Fiore con una frase salace e certamente a effetto, che ha provocato peraltro la risata dell'ospite in studio Barenghi», all'epoca direttore del Manifesto.

Per evitare la conferma della condanna in appello - spiega Stefano Fiore, fratello e avvocato di Roberto - «Santoro ha preferito transare, pagando un tot e ottenendo in cambio il ritiro della querela. A pagare, ovviamente, è stata la Rai».

Altra causa, altra condanna. Il 5 novembre 2007 il giudice Chiara Valori del tribunale di Varese ha condannato in primo grado Santoro per una storia analoga. E cioè per aver accostato ingiustamente, durante la trasmissione Il Raggio Verde, alcuni siti xenofobi a due responsabili di un'associazione culturale («Terra Insubre») vicina al partito di Bossi. E per non aver dato loro diritto di replica.

Andrea Mascetti e lo scrittore Gilberto Oneto, a nome dell'associazione, difesi dall'avvocato-sindaco di Varese, Attilio Fontana, si risentirono non poco per la trasmissione del 3 novembre 2000 imperniata «sull'agitarsi di piccoli gruppi» pseudorazzisti vicini alla Lega. I querelanti lamentavano l'«indebito accostamento dei loro nomi alle immagini estrapolate dai siti internet di organizzazioni diverse», filoxenofobe, dalle quali si sentivano «idealmente assai lontani».

Effettivamente, annota il giudice in sentenza, «la visione del programma colpisce l'ignaro telespettatore per la violenza ideologica delle immagini trasmesse e indubitabilmente viene comunicato come le persone ricercate (...) siano i diretti responsabili o comunque i referenti di siti» a sfondo razzista. «Di fatto - conclude il giudice - si è finito per addebitare a Mascetti, Oneto e a Terra Insubre fatti e idee in maniera oggettivamente falsa, trattandosi peraltro di fatti penalmente rilevanti e pertanto lesi della loro reputazione e come tali non coperti dal diritto di cronaca».

In più, Santoro non solo non avrebbe dato seguito alla richiesta di rettifica dei querelanti ma «intervenendo in contraddittorio con Oneto in altra trasmissione radiofonica e rilevando come di fatto costui (Oneto, ndr) si sentisse offeso a seguito della puntata del Raggio verde, non ha ritenuto in alcun modo di agire per cercare almeno di porre rimedio alle conseguenze del reato». Condannato a pagare 10mila euro (reato prescritto).

Quanto invece alla causa intentata dall'attuale conduttore di AnnoZero contro il parlamentare del Pdl, Paolo Romani, reo d'aver parlato a Ballarò di «operazioni di killeraggio politico» da parte di Santoro, quest'ultimo non solo ha perso la causa, ma è stato condannato a pagare le spese processuali: 8.500 euro.

Perché «il termine killeraggio - osserva il giudice del tribunale di Roma, Maurizio Durante - non è stato usato nello specifico senso definito dal vocabolario Zingarelli, come dedotto dall'attore (Santoro, ndr), ma nel più generico senso di critica forte ed aggressiva usata dall'attore (sempre Santoro, ndr) normalmente nei programmi televisivi come corrispondente alla sua legittima ed aperta posizione politica».

 
[29-09-2009]

 

 

 

LA MEDIA RISARCITORIA PIÙ ALTA, RISPETTO ALLA STAMPA, CE L’HA DAGOSPIA! - (CARA GABANELLI, CHE GODURIA AVERE ALLE SPALLE UNA BELLA TUTELA LEGALE) - UNO STUDIO HA ANALIZZATO CENTINAIA DI SENTENZE SULLA "LESIONE DELLA PERSONALITÀ" - LE QUERELE ATTECCHISCONO SEMPRE MENO: LA MAGGIORANZA RESPINTA DAI MAGISTRATI - TRA I DIFFAMATORI PIÙ CONDANNATI - QUANDO IN PASSATO ERA LA STAMPA DI CENTRODESTRA - ORA C’È IL GRUPPO ESPRESSO-REPUBBLICA (CE N’È ANCHE PER D’AVANZO) - MEDIASET VIENE CONDANNATA A RISARCIMENTI MEDIAMENTE DOPPI RISPETTO ALLA RAI - SORPRESA, ANZI NO: IL RECORDMAN RESTA SGARBI COI SUOI 800MILA EURO RIFUSI A CORDOVA - SORPRESA, ANZI NO: I MAGISTRATI GIUDICANO IL PROPRIO ONORE COME PIÙ ELEVATO RISPETTO A QUELLO DI OGNI ALTRA CATEGORIA, E I POLITICI QUERELANO POCHISSIMO

 

Filippo Facci per "Libero"


1 - REPUBBLICA, UN TIR CARICO DI QUERELE...
Qualche sorpresa c'è. Il professor Vincenzo Zeno-Zencovich, lento e inesorabile come una querela, ha analizzato centinaia di sentenze sulla «lesione della personalità» al Tribunale civile di Roma (periodo: dal 2003 al 2008) e rispetto alle sue precedenti rilevazioni ha prospettato alcune inversioni di tendenza che paiono smentire un ruolo delle querele nelle presunte limitazioni alla libertà di stampa, ciò che parte della categoria giornalistica ha paventato di recente.

 

Anzitutto: a crescere sono i rigetti delle denunce, non gli accoglimenti: su 849 cause civili, infatti, solo 349 sono andate giudizio e quindi 549 sono state respinte: e questo non per questioni procedurali o d'incompetenza (solo 39, per quest'ultimo caso) ma proprio perché, in 510 casi, i giudici hanno reputato che la diffamazione non ci fosse. Il primo dato interessante, in sintesi, è che negli anni precedenti al 2003 veniva accolto il 60 per cento delle cause civili, ora il 63 per cento è stato rispedito al mittente: un trend diametralmente contrario a quello lamentato da un campione della categoria, Marco Travaglio, nel suo ultimo soliloquio ad Annozero.

Vero è semmai che la categoria ritenuta più affidabile da quest'ultimo e spesso dalla stampa di centrosinistra - i magistrati - negli ultimi anni hanno smesso di condannare perlopiù la stampa di centrodestra: tra i campioni della diffamazione, infatti, figura proprio il gruppo Espresso-Repubblica, e non si vorrà certo credere che l'intera categoria togata faccia parte di una manovra per limitare la libertà di stampa.

E veniamo alle condanne, che nella maggior parte dei casi riguardano giornali e televisioni con l'ingresso a sorpresa, tra i grandi numeri e protagonisti, del sito Dagospia: un primato cui Roberto D'Agostino avrebbe rinunciato volentieri. «Il quotidiano La Repubblica ed il settimanale L'Espresso», si legge nella ricerca, «sono stati accomunati perché´ editi dallo stesso gruppo editoriale»: il quale vanta la bellezza di 45 condanne per un totale di 1'933'000 euro risarciti (in precedenza erano 1380) e una media di quasi 43mila euro pagati per ciascuna causa.

Per numero di cause, l'unico a battere il gruppo Espresso è curiosamente Il Messaggero con 48 condanne e però una media risarcitoria più bassa (39,9). E gli altri? Qui altre sorprese. Il Giornale, per esempio, ha solo 6 condanne ma un'incredibile media risarcitoria: 90 di media, 545.000 euro totali. C'è solo un altro media che ha la stessa precisa media: Dagospia, che ha pagato 270mila euro per - ancora più incredibile - solamente 3 cause: 90mila l'una, appunto. Libero se la cava con 8 condanne e una media di 32,5 su 260mila euro totali. Questo per giornali più internet.

Poi ci sono le televisioni, che risultano mediamente più colpite in relazione a una presunta maggior diffusione dei fatti diffamanti. La Rai ha avuto 13 condanne e una media di 68,4 mila euro: totale 890, in precedenza erano 443.

Con le tv del gruppo Mediaset i giudici hanno invece avuto la mano più pesante: meno condanne della Rai (12) ma una media risarcitoria quasi doppia: 125,4 mila euro per un totale di 1505.000: la media è tale, attenzione, già eliminando l'accesso della condanna-monstre inflitta a Vittorio Sgarbi e alle reti Mediaset che il 12 dicembre 2003 hanno dovuto pagare la bellezza di 800mila euro per via di un'esternazione televisiva nello stile ormai a tutti noto.

Per il resto, tra tutti i giornali e le tv, la media risarcitoria è rimasta nel complesso invariata: in precedenza era di 52 milioni di lire e ora è di 32mila euro, un dato inferiore alla rivalutazione inflattiva dell'euro.

Ed eccoci alla classifica delle categorie risarcite. Qui, secondo i punti di vista, ci sono sorprese e non ce ne sono. Solo una tendenza non è cambiata: quella dei magistrati nel reputare l'onore della propria categoria al di sopra di ogni altra, elargendo risarcimenti record ad altri colleghi: 51mila euro a testa di media (su 41 cause, record anche delle cause sporte per categorie) che si riducono però a 33,2 mila una volta eliminata la citata e abnorme liquidazione di 800mila euro riservata al giudice Cordova: nelle precedenti rilevazioni la media era di 35,6 mila euro, siamo lì.

Subito dopo i magistrati c'è la categoria un po' generica «persone giuridiche» (49,2) e militari e polizia (34,4) ed ecco finalmente i politici con 30,5 mila euro di media, e un numero di cause tutto sommato basso: solo 25, meno degli imprenditori (26) e dei dipendenti pubblici (34) e dei giornalisti, attori, sportivi eccetera: vedasi tabella. La sostanza è che quanto detto da Marco Travaglio, circa la tendenza crescente dei politici a querelare, è una balla. E anche questo è un trend che si conferma.

«Cio` che si nota», spiega la ricerca, «è una sostanziale riduzione della "forchetta" delle medie riguardo alla qualifica professionale». E' pare una buona notizia. «Non è possibile verificare se la riduzione nel divario sia frutto delle numerose campagne di stampa soprattutto da parte degli organi di informazione maggiormente colpiti», si legge ancora. E qui parla di una vecchia campagna del Giornale, non certo delle tardive lagnanze di chi - Fnsi compresa - sul tema non ha mai proposto ricerca alcuna.

OMONIMIE, ERRORI, OMISSIONI: I GUAI DI TRAVAGLIO...
Tra le maglie della ricerca di Vincenzo Zeno Zencovich - pubblicata dal Giuffrè - spuntano anche alcune condanne civili che hanno visto soccombere Marco Travaglio. Una di queste è un perfetto esempio di quel domino diffamatorio che può venirsi a creare, tra giornali e giornalisti amici, quando la macchinetta mediatica è oliata sin troppo bene.

Nel libro «La Repubblica delle banane» scritto da Peter Gomez e Marco Travaglio nel 2001, infatti, a pagina 537, così si descrive «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Micciché... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli».

Dettaglio: non è vero. E' un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a velocità siderale su L'Espresso, il Venerdì di Repubblica e La Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori Riuniti, gli altri sparpagliati nel gruppo Editoriale L'Espresso.

Cose che succedono, incidenti del mestiere. Il vizio di prendersela coi colleghi querelati (Lino Iannuzzi su tutti) infatti è di Travaglio, non di altri. E' del giugno 2008 una sentenza per una querela rivolta dalla collega del Tguno Susanna Patruni - sempre ai danni di Travaglio - dopo che il monologante di Annozero l'aveva descritta come una serva di governo che aveva fatto dei resoconti politici a dir poco parziali: «La pubblicazione difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio», spiega la ricerca. Morale: Travaglio, più l'allora direttore dell'Unità Antonio Padellaro e Nuova Iniziativa Editoriale, sono stati condannati al pagamento di 12mila euro più 6mila di spese processuali.

Il 5 aprile 2005, poi, spunta un'altra condanna di Travaglio per causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo quale direttore dell'Unità: Marco aveva scritto di un coinvolgimento di Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di spese processuali.

La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per querela ‘stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di Torino ha riservato a Travaglio per l'articolo Mediaset «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato sull'Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro da pagare; né va confuso con la condanna in sede civile al pagamento di 79 milioni a Cesare Previti (articolo sull'Indipendente del 24 novembre 1995) e neppure va confuso con la condanna riservata a Travaglio dal Tribunale di Roma (L'Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di Cesare Previti, cui dovrà dare anche altri 20mila euro a titolo di risarcimento del danno qualora la condanna sia confermata.

Manca niente? Sì: manca - il 28 aprile 2009 - la condanna in primo grado dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L'Unità dell'11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell'allora direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce.

E mancherebbe all'appello, nel 2004, un procedimento penale per diffamazione aggravata a seguito degli articoli «M'illumino d'incenso» e «Zitti e Vespa» (l'Unità, 12 marzo e 6 maggio 2004) dovuto a una querela di Antonio Socci che decise tuttavia di soprassedere dopo le pubbliche scuse di Travaglio pubblicate sull'Unità: «Riconosco di aver ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con lui, come ho già fatto in una conversazione privata. Gli rinnovo la mia piena stima umana e professionale».

Per il resto, della ricerca di Zencovich, il gruppo Espresso resta protagonista. C'è di tutto. Il 5 luglio 2005 il Gruppo è stato condannato per querela di Alessandro Cecchi Paone per «commenti aggressivi e connotati da insinuazioni sulla correttezza dell'operato dello stesso, nonché sulla sua mancanza di professionalita` e competenza»: 10mila euro.
Il 23 settembre 2005, poi, già incubava la passione malcelata dell'Espresso: le squillo. Nell'edizione dell'11 ottobre 2002 pubblicavano l'articolo «Tutti pazzi per Mara - il nuovo scandalo delle squillo a Roma» in cui indicavano falsamente un cliente di una certa casa di appuntamenti: 35mila euro.

Il 23 ottobre 2006, ancora, il supplemento «La Repubblica delle donne» fu condannato per aver pubblicato la fotografia di una bambola «Bratz» al fianco di una battona di strada a corredo dell'articolo «Una prostituta in famiglia»: alla Giochi Preziosi andarono 6mila euro, alla bambola non è chiaro.

Sempre il Gruppo Espresso, questa volta su Repubblica, il 27 aprile 2003 riuscì a mandare in bestia anche il grande Lelio Luttazzi: nell'articolo «Luttazzi, 80 anni in jazz» ricordarono la vicenda giudiziaria che negli anni Settanta lo coinvolse per detenzione e spaccio di droga ma si dimenticarono di dire - sciocchezze - che fu prosciolto in istruttoria perché estraneo ai fatti: 20mila euro.

Una medaglietta, infine, anche per Giuseppe D'Avanzo: il 30 giugno 2008 è stato condannato - assieme a Carlo Bonini e alla Einaudi editore, del temibile gruppo Mondadori - per il libro «Il mercato della paura» per aver citato più volte un ammiraglio in merito alla vicenda del Nigergate: scrissero che aveva assemblato un falso dossier contenente elementi utili a far supporre l'acquisto dell'uranio dal Niger da parte di Saddam Hussein, materiale che sarebbe poi stato riutilizzato dalla Intelligence statunitense per giustificare la guerra in Iraq. Sciocchezze anche queste. Si legge nella sentenza: «I fatti narrati nel libro non corrispondono al vero». Punto: 30mila euro. Forte dell'esperienza, D'Avanzo avrebbe potuto porsi qualche domanda: invece le pose tutte a Berlusconi.

 
[06-10-2009]

 

 

 

 

SOLIDARIETà DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE STAMPA A DAGO, CONDANNATO A RISARCIRE 30 MILA EURO A COSSUTTA PER NOTIZIE PUBBLICATE IN UN LIBRO MAI QUERELATO - LETTERA DI FASANELLA, AUTORE DEL LIBRO: "IL VERGOGNOSO SILENZIO (CON L’UNICA ECCEZIONE DEL "GIORNALE") DELLA "STAMPA LIBERA" O DELLA "CULTURA DEMOCRATICA" INTORNO AL TUO CASO. E DA MESI NON FACCIAMO ALTRO CHE POLEMIZZARE E MANIFESTARE CONTRO BERLUSCONI CHE HA QUERELATO REPUBBLICA PER LE “DIECI DOMANDE”

1 - D'AGOSTINO CONDANNATO A RISARCIRE COSSUTTA PER NOTIZIE PUBBLICATE IN UN LIBRO E CITANDO LA FONTE
LA FNSI: "SPIACE CHE AD ESSERE COLPITO SIA L'ULTIMO ANELLO DELLA CATENA, IL GIORNALISTA"
Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana -www.fnsi.it

"Spiace davvero che ancora in Italia si emettano sentenze di risarcimento a carico di giornalisti che riportano notizie od opinioni con indicazione della fonte. La condanna per diffamazione del giornalista Roberto D'Agostino a risarcire l'onorevole Armando Cossutta con 30mila euro, per notizie riprese da un libro (a quanto risulta non querelato), ripropone la questione del delicato equilibrio tra informazione e reati di opinione.

E' singolare che venga sempre querelato l'ultimo anello della catena e che, su questa base, alla luce dell'ordinamento vigente (che presenta più di un elemento di contrasto con la giurisprudenza costante della Corte di Giustizia sui Diritti dell'Uomo), la magistratura spesso - stavolta è capitato a D'Agostino - emetta sentenza di condanna a carico del giornalista.

Il rispetto per la magistratura e le sue sentenze, istituzionalmente, non viene meno, tuttavia è auspicabile che in questa, come in altre vicende simili, i successivi gradi del giudizio diradino ombre, incertezze e conflitti di diritto."

2 - VERGOGNA!
Lettera di Giovanni Fasanella, autore di "Sofia 1973, Berlinguer deve morire"

Caro Roberto,

la solidarietà che ti ha espresso la Federazione della stampa per la "sentenza bulgara" che ti costringe a pagare un risarcimento di 30 mila euro ad Armando Cossutta colma in parte, ma solo in minima parte, una lacuna: il silenzio (con l'unica eccezione del Giornale di Feltri) della stampa italiana intorno al tuo caso. Da mesi non facciamo altro che discutere, polemizzare e manifestare contro il presidente del Consiglio, il quale ha querelato Repubblica a causa delle ormai famosissime "dieci domande".

Decisione infelice, quella di Berlusconi, probabilmente mal consigliato dal suo avvocato: in un Paese libero, porre domande è un diritto-dovere della stampa. Il mondo di sinistra si è subito mobilitato a sostegno del quotidiano "vittima di un'intimidazione": io stesso sono tra i 400 mila italiani che hanno firmato l'appello lanciato da un gruppo di intellettuali. Bene. Anzi, no: malissimo. Perché mi sarei aspettato non dico una mobilitazione generale del Paese o titoloni in prima pagina o parole di solidarietà nei tuoi confronti, ma almeno la notizia della tua condanna, quella sì.

Tu hai fatto solo il tuo mestiere, come i colleghi di Repubblica del resto, ponendo due semplici domande ad Armando Cossutta: perché l'avversario storico di Enrico Berlinguer andò in Bulgaria nell'estate del 1973, alla vigilia di un sospetto attentato a Sofia contro l'allora segretario del Pci? E perché, Berlinguer, rientrato dalla Bulgaria, convocò un congresso e destituì Cossutta, allora responsabile dell'organizzazione, quindi numero due del partito?

Nessuno pensa, né il sottoscritto né Roberto D'Agostino, che Cossutta fosse il "basista" dell'attentato a Berlinguer. Per carità! Ma le tue domande erano del tutto legittime e persino doverose, alla luce dei fatti ricostruiti nel libro "Sofia 1973, Berlinguer deve morire", da te ripreso. A cominciare dal fin troppo amichevole scambio epistolare tra Cossutta e i
compagni bulgari, mentre le relazioni tra Berlinguer e Sofia erano a dir poco
gelide.

Domande rese ancora più stringenti alla luce di alcune dichiarazioni rese molti anni dopo la sua visita in Bulgaria dallo stesso Cossutta a Francesco Merlo, in una memorabile intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 25 ottobre 1991 e ripresa nel libro. Il dirigente più filosovietico del vecchio Pci disse a Merlo di aver registrato su quattro videocassette di un'ora ciascuna tutto quello che sapeva «sui rapporti tra Pci e Urss e sulla politica italiana», e di averle date in custodia a un notaio.

A Mosca, spiegò, «c'è un vero commercio di fogli, documenti, pezzi d'archivio, veri, falsi, un po' veri e un po' falsi, una guerra per bande con i suoi morti e feriti». Perciò aveva
deciso di cautelarsi: "Ho registrato tutto perché non si sa mai, e sto attento quando attraverso la strada».

Un milione di domande andrebbero poste a Cossutta. Tu gliene hai poste solo due, e per questo sei stato citato in giudizio e condannato, senza che ti sia stata concessa la possibilità di esibire testimonianze in tua difesa. E nessuna voce della "stampa libera" o
della "cultura democratica" si è levata a tuo favore. Vergogna!

 
[15-11-2009]

 

30 MILA DENARI A COSSUTTA: “IN ITALIA C'È LIBERTÀ DI STAMPA SOLO NEL RECINTO DELLA SINISTRA” – “HAI LA MIA PIENA SOLIDARIETÀ SU QUESTA RIPUGNANTE VICENDA DELLA TUA CONDANNA” – “SONO D'ACCORDO CON FASANELLA: MOLTI COLLEGHI SUL TUO CASO SI SONO DISTRATTI” – “SONO IO LA VERA SIGNORA FERRAGNI”…

Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera 1
Gentile Dottor D'Agostino, Nella foto all'indirizzo qui di seguito: http://www.dagospia.com/mediagallery/dago_fotogallery-11983/255983.htm
c'è un clamoroso errore che vorrei rettificare: La signora in oggetto non è la moglie di Fabrizio Ferragni ma una collega. La Signora Ferragni sono io. la prego dunque di voler pubblicare la mia foto con didascalia, il cui testo è: "La vera Signora Ferragni". Confidando nel suo buon senso Le invio i miei più cordiali saluti,
Donatella Ferragni

 

Lettera 2
Caro Roberto, hai la mia piena solidarietà su questa ripugnante vicenda della tua condanna. Che i morti stalinisti seppeliscano gli altri morti che non seppero vergognarsi in tempo della propria propensione al silenzio di fronte a un regime di sbirri paranoici.
Fulvio Abbate

Lettera 3
A Roberto d'Agostino Solo oggi ho saputo della condanna, ed ho letto l'indignazione - giusta - di Fasanella. Pur non avendo firmato il grande papello sulla libertà di stampa ( ed avevo ragione, alla luce di quanto è accaduto fra sguerci, distratti, ciechi e malavitosi, dopo), mi trovo d'accordo con Fasanella: molti colleghi sul tuo caso si sono distratti.

Colgo anche l'occasione, da modesto conoscitore delle cose nell'ex impero sovietico, di segnalare una distrazione simile che ha avvolto la notizia della pubblicazione, a Praga, dell'elenco degli agenti della STB ( la ex polizia politica del regime comunista, responsabile di crini efferati) da parte della Fondazione per lo studio dei regimi totalitari.

Fra gli ex agenti, per esempio, l'attuale vice ministro degli interni, Komorous, ed il responsabile di Microsoft in Europa centrale, Muhlfeit. A Praga, allora andavano in molti, fra i compagni - anche quelli pentiti - di Cossuta ( e di Berlinguer).A te solidarietà e saluti cordiali.
Sergio Tazzer

Lettera 4
Caro Dago, sono pronto a fare una colletta per te. Non me la passo tanto bene di questi tempi, ma credo che un gesto attivo nei tuoi confronti, se fatto da migliaia di persone, avrebbe un senso. Sono solidale contro Cossutta. Michele

Lettera 5
Onore e solidarieta' al compagno Dago, vittima di una congiura nippo-nazi-fascio americana che ha coinvolto l'inconsapevole ed ingenuo compagno cossutta. I soldi gli servono per rimpinguare i fondi di private equity gestiti dal figlio Dario. Pero' caro compagno la banca arner non puo' provvedere in questo momento alla transazione circa i suoi trentamila euro dal solito conto, perche' commissariata.

Pero' se volesse fare un assegno a prescindere all'avv pecorella gaetano egli li utilizzerebbe subito per rinnovare soccorso rosso. Con mavala' Ghedini non ce la fa' piu'...
Il compagno Paolino pulici, con affetto

Lettera 6
Caro Dago, dopo le dure dichiarazioni del ministro Bondi nei confronti degli artisti convenuti al Quirinale in occasione della Giornata dello Spettacolo,da lui definiti" schiavi e proni",ho capito che quel giorno l'onorevole non si é sentito amato,soprattutto dai suoi ex compagni. Se avessi il talento di Fausto Tasso gli dedicherei sicuramente un amabile poemetto come segno di umana comprensione delle sue ministeriali delusioni.
Mike

Lettera 7
Gian Arturo Ferrari, classe 1944, Direttore generale della Divisione libri del Gruppo Mondadori: «Tre cose non mi sono mai state proposte: di affiliarmi alla massoneria; non ho mai visto offrirmi della cocaina; nessuno mi ha mai offerto dei soldi».Ecco perché non è diventato rispettivamente: presidente del consiglio ,presidente di regione, avvocato inglese!
Sanranieri

Lettera 8
Leggendo l'articolo di Daniele Martini per "Il Fatto Quotidiano" apparso oggi su Dagospia e concordando con lo stesso, da piccolo imprenditore edile posso dire che anche noi vogliamo essere trattati come la Fiat. La Fiat riceve incentivi per vendere le sue macchinine, manda in cassa integrazione gli operai, riceve addirittura le scuse dall'Agenzia delle Entrate per il ritardo sui rimborsi legati agli incentivi.....

 

Noi per avere i rimborsi dell'IVA che ci spettano di diritto possiamo anche aspettare un anno e comunque scatta quasi sempre la verifica fiscale, tanto per scoraggiare chi magari non è perfettamente a posto con i conti. La Fiat invece i conti li ha appostassimo, soprattutto in Liechtenstein, Lussemburgo e Svizzera, conti che non facciamo altro che rimpinzare ogni volta che il Governo interviene. Anche noi abbiamo un inventario invenduto di case da smaltire, e mentre le macchine sui piazzali dopo 2 anni marciscono, le case no, e allora non si da priorità agli incentivi legati all'edilizia.

Vorrei comunque capire perché il piano casa, semmai partirà, tratta solo ampliamenti e porcate varie quando di case vuote ce ne sono a migliaia come migliaia sono le famiglie che ne hanno bisogno. Sarebbe come incentivare la vendita di cerchioni con gomme ribassate, spoiler e turbocompressori da montare su macchine usate invece che incentivare la vendita di auto nuove, magari con la rottamazione di quelle vecchie. Con le case bisogna fare la stessa cosa: incentivare la vendita di quelle vuote piuttosto che il difficilissimo ampliamento di quelle esistenti.

Lancio una "provocazione indicibile": Incentivi alle società di costruzioni per la vendita di abitazioni costruite e ultimate da almeno 12 mesi. Per la macchine c'è stato un contributo che ha raggiunto anche il 40% del valore dell'auto, per le case basterebbe anche un 10%-15%. Per evitare speculazioni (ovvero evitare che le società se le girino fra se stesse per ottenere gli incentivi), si può limitare l'incentivo ad uno o due abitazioni per ogni nucleo famigliare e vietare gli incentivi alle società acquirenti.

 

Poi si potrebbe dare alle società con case in costruzione uno sgravio fiscale importante se le case vengono ultimate e vendute entro, chessò, due anni. Oppure concedere agli acquirenti finanziamenti sotto forma di sgravi fiscali per l'acquisto della prima casa nuova (e quindi direttamente dal costruttore), sgravi che potrebbero essere esenzioni fiscali per i prossimi due anni, poter detrarre la parte interessi del mutuo dalla propria dichiarazione dei redditi, togliere l'imposta di registro, ecc ecc.

Noi, al contrario della FIAT, mica chiediamo al Governo di mettere mano al portafoglio e staccarci un assegno da 500 milioni di Euro in 2 mesi, per carità non stiamo mica sognando, però un aiuto concreto si. I nostri Governanti dovrebbero ricordarsi che concedere incentivi per la vendita delle auto è stata solo una toppa per un anno fiscale, mentre aiutare le famiglie ad acquistare casa crea ricchezza nell'indotto, serenità e risparmio per le famiglie negli anni a venire. Il mondo all'incontrario - incentivare una giovane coppia a vivere in casa dei nonni con figlioletto a carico, ma andare in giro la domenica con la Grande Punto fiammante!!

 

Lettera 9
Caro D'AGOSTINO, ancora una volta una sentenza folle, si condanna chi - citandole - riprende affermazioni contenute in un libro - che non viene querelato - . Questa è la prova che in questo paese la magistratura va riformata e che i giudici devono applicare la legge e non interpretarla a loro piacimento. D'altronde questi "signori" non sono neppure capaci di applicare quello che si raccomanda nelle pre leggi - 1° anno di giurisprudenza - in cui si raccomanda di usare buon senso, come farebbe un assennato padre di famiglia.

 

Con questa sentenza si conferma la protervia dei giudici di sinistra, che mettono in funzione il soccorso rosso per proteggere un comunista al quale i Russi - KGB - forniva ingenti capitali per contrastare la democrazia italiana. Se i giornali - che continuamente attingono a DAGOSPIA per prendere notizie e che raramente citano la fonte - non si mobiliteranno per stigmatizzare questa oscena sentenza, mostreranno ancora una volta ai lettori la loro insipienza e viltà.

Far passare sotto silenzio questo scempio vuol dire consegnarsi al regime dei giudici e questo, come cittadini e come giornalisti, non possiamo e non dobbiamo permetterlo. Tutto l'affetto a Roberto D'AGOSTINO, raro esempio di grande professionalità ed umanità. Uno dei pochi con le palle. Mi auguro che questo episodio serva, se non altro, ad aumentare ulteriormente i lettori e gli abbonati.Anche così si aumenta la forza del personaggio.
Vittorio Pietrosanti

Lettera 10
Caro Dago, qualcuno dirà: "Obama è un lavativo, non viene nemmeno al vertice Fao sulla fame nel mondo". E invece no. Stavolta è giustificato: era impegnato assieme alla Cina ad affondare l'accordo sul clima...
P.M.

Lettera 11
Caro Dago, in Italia c'è libertà di stampa solo nel recinto della sinistra.
Fritz Kreisler

Lettera 12
Caro Dagospia, grandiosa la stroncatura di Massimiliano Parente all'ultimo Baricco, tristi le letterine di difesa dei baricchini sguinzagliati dal pifferario dell'ovvio, meglio i sorcini di Zero. D'altra parte Parente è talmente geniale -chi ha letto per esempio La Macinatrice, Canto della Caduta, Contronatura lo sa, gli altri infatti rispondono senza conoscerlo- che Baricco dovrebbe solo ringraziarlo per l'attenzione e lo spreco della mano sinistra, e mandargli un mazzo di rose, perché con quella stroncatura d'autore qualcosa, in futuro, resterà anche di Baricco. I posteri dovranno pur andare a vedere chi era questo Baricco di cui parlava il generoso Parente.
Marco Cassandri.

Lettera 13
Caro Dago, non hai la tessera n.1 del Pd? Non risiedi in Svizzera? Non ti sei fatto cambiare il cognome "D'Agostino" in "De Agostino"? Allora sono cazzi tuoi, Cossutta lo devi pagare!
Ticas Tigo

Lettera 14
Caro Dago, tutta la mia solidarietà per la vicenda della querela di Cossutta. Naturalemte la stampa italiana, a prescindere dalla solidarietà espressa dalla Fedrezione nazionale, more solito, conferma la decadenza sul modo di informare. Paginate per le querele di Silvio e silenzio per una condanna che dimostra il modo strano di oprerare della giustizia. Con la massima cordialità.
Giovanni Attinà

Lettera 15
Caro Dago, ormai pare che tutti lo abbiano capito ma che nessuno lo voglia dire: salvare troppi africani dalla fame non è conveniente, potrebbero saltare sul primo barcone che trovano e venire da noi a chiederci anche casa e lavoro.
Uccellone Del Malaugurio

Lettera 16
Caro Dago, è molto strano che il tema della fame nel mondo non figuri tra le maggiori preoccupazioni del primo presidente nero di origini africane degli Stati Uniti. Obama non sarà al vertice Fao di Roma. Un vero e proprio tradimento, un voltafaccia, per le popolazioni africane che tanto avevano festeggiato per l'elezione di Barack.
Bon Ton

 

Lettera 17
A tutti i direttori di giornali e di telegiornali, che nel periodo del governo PRODI, tutte le sere , aprivano le notizie con la spazzatura di Napoli, se volessero fare altrettanto con Palermo!!!!!! perchè lì in questi giorni di spazzatura per le stade ce nè da vendere (lo faranno non lo faranno, non lo faranno ) direbbe E.Greggio
ROCE

Lettera 18
La cosa interessante e' che nell'articolo di Vanity Fair America viene anche citato Dagospia come fonte autorevole di notizie.
Max

Lettera 19
"Fini apre al Lodo Costituzionale" titola il Corriere della Sera. Benissimo. Lo sostiene per confermare l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge? Lo dichiara per rafforzare la sua immagine recente di difensore della legalità? Lo sostiene per sottolineare la propria identità politica di fronte al servilismo imperante..?

Ma, veramente, perché lo dichiara? Per salvare Berlusconi? Allora lo dica apertamente. Passare dalla legge "annega parti offese" al Lodo Costituzionale non può avere altra e diversa spiegazione. Infatti, è solo il Premier che ha bisogno di questo, se ne è accorto Fini? E' il solo che ne beneficerebbe. E il fatto che diventi legge costituzionale, non fa perdere all'eventuale Lodo Costituzionale la vergognosa sostanza di privilegio inammissibile contro l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

 

Santificare un principio "eversivo", certificato dalla sentenza della Corte Costituzionale, addirittura nella Costituzione Italiana cagionerebbe un vulnus terribile ai Principi generali di egalité del nostro diritto, alla Storia che ne darebbe un temibile giudizio, alla stessa Civiltà moderna. Perché lo fa?
Giuseppe

Lettera 20
Caro Dago, Se la bava fosse petrolio, Fabio Fazio potrebbe, a buon diritto, fare parte del cartello Opec.
Natalino Russo Seminara
P.S. Il De Pasquale che vorrebbe dettare il calendario a Berlusconi è per caso lo stesso che se ne fregò di Gabriele Cagliari per andarsi a fare il ponte di Ferragosto ?

Lettera 21
Dago, siamo tutti con te. Ti prego, apri una sottoscrizione tra i tuoi amici lettori e bloggers, e verseremo noi i soldi per pagare i 30 mila euro al compagno Cossutta. Viva Dago, viva la libertà di stampa e di informazione!

Inoltre vorrei chiedere a Stefano Filippi de "Il Giornale": quando lui parla di accerchiamento di Berlusconi, parla di una persona innocente e calunniata dagli avversari politici, oppure di uno di cui vengono scoperte le malefatte? Nel primo caso, tutti con Silvio, nel secondo, beh, si pianga i suoi guai.
GIEMME

Lettera 22
Caro Dago, P-overi D-iavoli allo sbando. Dopo il nulla di Uolter, il meno del banale Su-Dario, adesso il poco niente del culatello Saniboy , tutti gli altri compagnucci in letargo, salvo la Rosi che però non tira. Ora alla ribalta T.V. la vamp bellona, sapientona, più simpatica che intelligente, Finocchiaro. Con un sinistrume di tal fatta perfino un Tonino qualsiasi trova credito tra i grulli che gli credono. Gente che si merita in toto sponsor travagliati vari e codazzo di patetici satirati.
ghelpag

Lettera 23
Caro Dago, ci abbiamo oramai fatto talmente abitudine, che non ci rendiamo conto che siamo diventati un paese che si puo tranquillamente equiparare ad uno di quei paesi dittatoriali che hanno contraddistinto negli anni l'America Latina e alcuni paesi dell' Africa. In quale altro paese al mondo esiste un Capo del Governo che ha subito quasi 20 procedimenti giudiziari per i reati piu vari(alcuni gravissimi), ha un conflitto di interesse di proporzioni mostruose (proprietario di tre tv, decine di giornali, mediolanum, produzioni cinematografiche, costruzioni, ecc.ecc.) e che non ha più il tempo e la lucidita di occuparsi degli eneormi problemi del paese (dalla poverta alla disoccupazione, dalla malasanita alla sicurezza)perche impegnato a difendersi dai processi con leggi ad personam (che oramai sforna quotidianamente)ed a curare le sue enormi proprietà ?
F: Mancuso

Lettera 24
Caro Dago, sul giornale di Berlusconi " Il Giornale " il suo dipendente Stefano Filippi commenta che con la discesa in campo della straordinariamente brava e indipendente Gabanelli (c'è ne fossero 1000 come Lei in Italia) l'accerchiamento di Berlusconi ("bersaglio delle bocche di fuoco" .... ma poverino !) è completo. Caro il mio Filippi chi non ha scheletri nell'armadio ed ha la coscienza pulita non sarà mai bersaglio di critiche e accuse ("bersaglio delle bocche di fuoco" come dice lei) provatissime e oramai sulla bocca di tutti.
G. Palmieri

Lettera 25
Complotto, complotto ! Caro Dago, leggo un articolo di tale Filippi sul Giornale del Sultanato diretto dal manganellatore capo Feltri e dal subordinato Sallusti. Oggetto : l'inchiesta di Report della Gabanelli sulla Arner Bank, in merito alla quale esistono da tempo documentazioni in merito alla dubbia trasparenza. L' ammirazione del dirétur de Berghem per l' amico del suo datore di lavoro, George W. Bush, é nota, ma mi sembra che spedire il buon Filippi sul terreno per una "guerra preventiva" contro una trasmissione "non ancora trasmessa" sia eticamente eccessivo.
Gustav

Lettera 26
ANTIBERLUSCONISMO COME IDEALE Se posso parlare senza peli sulla lingua, dopo 15 anni di tiremmolla, qusta persecuzione antiberluscoiana mi ha rotto i kollioni. Possibile che il mondo se ne cade sotto i colpi delle frodi economiche (migliaia di miliardi di dollari rubati dalle tasche dei cittadini del mondo) e, i democratici del BOTTEGHINO, stanno ancora lì a romperci le balle con le loro litanie moralistiche?

Sembrerebbe (ma carta canta) che la sdegnata Anna Finocchiaro abbia sbattuto contro il muro il ddl "processo breve" 2009, dimenticandosi che nel 2006, un ddl dello stesso tono e con le stesse virgole, fu presentato anche a sua firma, e sottoscritto da Casson, Brutti, Calvi e Pegorer che fissava in due anni il tempo massimo per ogni fase del processo. Poscia la prescrizione dichiarata dal giudice se il processo fosse andato oltre il tempo concesso. Basta! Kazzo!

Lettera 27
Caro Dago, saranno gli effetti dello Scudo Tremondi, fatto sta che anche il "capitale umano" della penisola fatica a entrare in Ticino. Sabato sera Belen ha bucato l'invitata alla discoteca Vanilla di Locarno. A scusarsi con il pubblico è stato Fabrizio Corona, il quale ha riferito che Belen sarebbe stata bloccata a Chiasso perché il suo permesso di soggiorno è scaduto. Ma Belen sta in Italia con il permesso scaduto?
Lo Svizzero

Lettera 28
Caro Dago, considerato che a sentire le operatrici del settore, trans e coca non sono separabili. Secondo te è possibile che il test del capello agli onorevoli siia una mossa dell'on. La Russa per scoprire il mr Chiappe d'Oro che si nasconde nel partito?
IlMot

Lettera 29
Caro Dago, ho assistito l'altra sera allo spot di un libro Mondadori (la bellezza e l'inferno) camuffato da trasmissione intitotolata (tanto perchè nessuno pensasse a male...)"dalla bellezza all'inferno". Se qualcuno avesse osservato la terra dallo spazio la prima cosa che avrebbe potuto notare era Saviano che se la tirava, compenetratissimo. Vabbè...pensavo che la cosa fosse finita lì, macchè.

Passa qualche giorno e questo kamikaze del marketing ne tira fuori una nuova dal cilindro, l'appello contro il suo editore. Ovviamente con la solita innocua raccolta di firme "basta un click": PRESIDENTE RITIRI IL DECRETO...ALTRIMENTI...altrimenti cosa? Molli Mondadori?....ma nemmeno per sogno. Ora io mi chiedo perchè qualunque battaglia di legalità in questo cazzo di paese deve essere monopolizzata da qualche paraculo? Sono stanco di sentir dire che Saviano, De Benedetti, la Littizzetto, Fabio Fazio, Jovanotti etc... sono la sinistra: Questi non sono niente altro che loro stessi, cioè dei ricchi, idistinguibili dagli altri ricchi.

Saviano poi è un fuoriclasse è l'unico che in uno scontro epocale tra due miliardari ( De Benedetti - Berlusconi)riesce a lavorare per entrambi. Perchè queste anime belle non si accontentano di essere ricchi e famosi e la smettono di rompere i coglioni e di mettere bocca sulla qualunque? Io se sento Jovanotti farmi la predica sull'ambiente mi viene voglia di affogare una foca nel petrolio! Godetevi i soldi, le donne e la fama che non avete e non avreste mai avuto senza un ricco mecenate capitalista e non rompete i coglioni al paese reale!
Beppe

Lettera 30
Caro Dago, è semplicemente vergognoso che Obama non sia presente al vertice Fao, significa che dei morti per fame nel mondo non gliene frega una pippa. Ma gli americani per che cosa lo hanno eletto, per fare gli inchini davanti al re dell'Arabia Saudita e all'imperatore del Giappone?
K.DiMaggio

Lettera 31
Tempo fa Berlusconi, sicuro della sua innocenza, tuonava: mi difenderò, la verità uscirà fuori e gli italiani vedranno che era tutta una montatura dei giudici comunisti, vorrà dire che spenderò parte del mio tempo per difendermi da queste calunnie invece che lavorare per l'Italia. Freghete che carattere!!! Tutti possono vedere che lui a difendersi non ci pensa proprio, della verità ha paura, tant'è che l'intera classe politica, non solo lui, spende tempo a trovare il modo di fermare i processi invece di studiare ed attuare misure atte a fronteggiare una crisi economica epocale.

Niente di personale -non sono comunista - ma a Berluscò chi vuoi prendere per i fondelli? Una vocina mi dice: sei colpevole caro Silvietto, se non fosse così agiresti diversamente. Se vuoi ancora il mio voto mi devi togliere questa vocina (in tribunale come tutti), ma temo che purtroppo sei un grande imprenditore all'italiana, ma piccolo governate come tanti .....ed il mio voto te lo scordi.

 
[16-11-2009]

 

 

 

 

- un magistrato che querela una vittima del primo omicidio delle Br ne ottiene il rinvio a giudizio - giancarlo CASELLI QUERELA Massimo Coco, figlio del procuratore generale di Genova assassinato l’8 giugno 1976 - "NESSUNA DIFFAMAZIONE, NON CE L’AVEVO CON LUI"…

Giovanni Bianconi per "il Corriere della Sera"

 

Trent'anni fa, ai tempi della lotta al terrorismo combattuta al prezzo di attentati quasi quotidiani, una causa simile sarebbe apparsa impensabile: un magistrato che querela una vittima del fuoco brigatista e ne ottiene il rinvio a giudizio. Una storia antipatica per tutti e gonfia di paradossi, frutto di una rincorsa della memoria che a volte porta con sé ricordi sbagliati e parole mal dette o male interpretate, che a loro volta provocano guasti e irritazioni difficili a frenare. Fino a intasare un tribunale con un processo di cui gli stessi protagonisti vorrebbero fare a meno: imputato, parte offesa, avvocati e giudici.

Sul banco degli accusati è finito Massimo Coco, figlio del procuratore generale di Genova assassinato l'8 giugno 1976 da un commando delle Brigate rosse, insieme agli uomini della scorta Giovanni Saponara e Antonio Deiana: fu il primo omicidio pianificato dalle Br.

 

All'epoca Massimo aveva 16 anni, e dopo trenta ha accettato di rispondere alle domande di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo per il libro I silenzi degli innocenti , raccolta di testimonianze dei familiari delle vittime di tanti attentati terroristici, da piazza Fontana in poi. Riportando, tra l'altro, un ricordo della madre secondo cui l'allora giudice istruttore Gian Carlo Caselli, che indagava sull'omicidio del marito, andò a casa sua e riportò nel verbale d'interrogatorio una frase da lei mai detta; e lamentando di non conoscere i nomi degli assassini, perché «il processo è finito in farsa».

 

Lette quelle righe in un'anticipazione giornalistica, Caselli replicò di non essere mai andato a casa della signora Coco; ne ricevette una risposta in cui il figlio del magistrato confermava gli «strani accomodamenti» del verbale e ribadiva che gli inquirenti dell'epoca «cercarono la verità, ma forse non continuarono a cercare fino in fondo». Di qui la querela di Caselli, oggi procuratore di Torino, nella quale si precisa che per «non coinvolgere in un procedimento penale il figlio di una vittima del terrorismo» e «assolutamente rispettoso» del suo dolore, aveva inutilmente tentato altre strade riparatorie.

I silenzi degli innnocenti

Ora che un giudice ne ha ordinato il rinvio a giudizio, Massimo Coco esprime tutta la propria amarezza: «Dopo trent'anni di silenzio ho parlato di tante cose tra cui quella, non certo la più importante. E il 'processo finito in farsa' è una metafora per dire che ancora non so chi ha sparato a mio padre, a parte i nomi di un brigatista morto e di due o tre individuati come mandanti; non ce l'ho col dottor Caselli né con la sua istruttoria».

 

Quanto al presunto verbale «accomodato» (è stato ritrovato in archivio: non fu Caselli a interrogare la signora Coco , ma un altro magistrato) spiega che l'aveva riferito solo perché «aveva molto colpito» sua madre. «Mi dispiace se c'è stato un errore di persona e se qualcuno s'è offeso - continua il figlio del procuratore ucciso - ma credo di essere sufficientemente parte in causa per esprimere il rammarico di non aver avuto verità e giustizia sull'omicidio di mio padre, perché questo era e resta il mio pensiero. Mai avrei immaginato di ritrovarmi imputato per aver detto qualcosa che voleva mettere in luce questo stato d'animo».

 

Qualcosa che s'è rivelata un'accusa di gravi scorrettezze attribuita a Caselli (il quale rivendica di aver condotto «tutte le indagini necessarie per individuare i responsabili» del delitto, compreso l'arresto, tra mille polemiche, di un presunto brigatista uscito assolto) che per altri magistrati è una diffamazione aggravata, come recita il capo d'imputazione. «È paradossale che debba andare in causa con un giudice come Caselli - insiste Massimo Coco -, e ora vorrei evitare che questa vicenda diventi un pretesto per il rilancio delle solite polemiche contro la magistratura. Alimentate da me, il figlio di Francesco Coco! Sarebbe davvero assurdo».

Nella querela Caselli precisa che il suo obiettivo è «ristabilire la verità» e annuncia che «le somme che eventualmente venissero liquidate a titolo di risarcimento del danno verrebbero integralmente devolute all'Associazione vittime del terrorismo ». Di cui - altro paradosso - Massimo Coco fa parte, ed è membro del Direttivo.

L'avvocato del procuratore di Torino, Carlo Smuraglia, spiega: «Siamo pronti a ritirare la querela e fermare il processo a fronte di una reale rettifica che possa riparare il danno innegabilmente subito dal dottor Caselli». Massimo Coco auspica che una via d'uscita si possa trovare, «anche coi chiarimenti e le scuse necessarie, ma non posso non ribadire di essere insoddisfatto per l'esito dei processi.

E se dovrò andare a dirlo in tribunale lo farò, ma non l'avrei mai immaginato...». Se non s'arriverà prima a una diversa soluzione, l'appuntamento resta quello fissato dal giudice: processo a Bergamo, il 12 febbraio 2010. Trentesimo anniversario dell'omicidio del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, un altro delitto firmato dalle Brigate rosse nel loro attacco alla magistratura e allo Stato.

 

 

[10-11-2009]

 

 

 

 

UNA SENTENZA BULGARA CONDANNA DAGOSPIA A SBORSARE 30 MILA €URO A COSSUTTA - IL GIUDICE NON AMMETTE TESTIMONI, NÈ LA VEDOVA BERLINGUER NÉ EMANUELE MACALUSO - CONDANNATI PER AVER RIPRESO LE TESI UN LIBRO (MAI QUERELATO) CHE LO ACCOSTAVA ALL’ATTENTATO DEL ’73 SUBITO DAL LEADER PCI BERLINGUER A SOFIA - TANTO PER ALLENTARE LA TENSIONE, PUBBLICHIAMO UNA PAGINETTA DEL DOSSIER MITROKHIN, REPORT 132, IN CUI COSSUTTA ERA DEFINITO UN "CONTATTO CONFIDENZIALE DEL KGB"!

1 - Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

L'ex dirigente Pci sarà risarcito dal sito di gossip che aveva ripreso le tesi di un libro che lo accostava all'attentato del ' 73 a Berlinguer. Il giudice non ammette testimoni
Trentamila denari al compagno Cossutta.

 

Diconsi trentamila, di euro, da sborsare a titolo di risarcimento (rispetto al milione inizialmente richiesto dal buon Armando) perché l'autore della diffamazione ha tradito il diritto di cronaca, ha tradito quello di critica e ha tradito pure l'«interesse pubblico della notizia» riportandone una, di notizia, scritta da altri che non sono stati nemmeno querelati dal vecchio esponente comunista.

 

Il giuda in questione è quel genio di Roberto D'Agostino, guru del sito Dagospia e del gossip politico-economico, colpevole d'aver ripreso e rilanciato i contenuti del libro Sofia 1973, Berlinguer deve morire, scritto da Giovanni Fasanella e Corrado Incerti, nel quale s'ipotizza che il misterioso incidente stradale in cui rimase coinvolto il segretario del Pci in Bulgaria fu piuttosto un attentato, realizzato dagli 007 locali eterodiretti da Mosca. Tesi rilanciata negli anni (e nel libro) da giornalisti e storici, da politici e magistrati citati come testi da D'Agostino ma «rifiutati» dal giudice.

Cossutta se l'è presa con D'Agostino perché avrebbe in qualche modo lasciato intendere che ci fosse stato il suo zampino su quell'attentato che - in caso di morte del segretario - gli avrebbe garantito la poltrona di successore di Enrico Berlinguer. Se l'è presa tanto anche perché D'Agostino, riprendendo il libro, ha riportato un fatto sgradevole forse, ma storicamente vero: e cioè che di ritorno dalla Bulgaria, scampato all'incidente/attentato, Berlinguer convocò il partito e destituì immediatamente Cossutta dalla segreteria sulla falsariga di quanto anni prima fece Togliatti che silurò Secchia dopo esser sopravvissuto a un altro, oscuro, sinistro stradale.

 

Cossutta, infine, se l'è presa pure perché «Dago» ha riproposto l'interrogativo di sempre, sul perché di quel suo viaggio in Bulgaria, due mesi prima dell'incidente-attentato, quando tra Berlinguer e il partito comunista di Sofia vi erano serissimi contrasti. D'Agostino s'è difeso coi denti. Ha smentito d'aver avanzato la tesi della partecipazione di Cossutta, diretta o indiretta, all'incidente.

Ha ribadito d'aver rilanciato sul sito circostanze e fatti riportati nel libro di Fasanella e Incerti, che a suo dire sono storicamente e documentalmente accertati. Ha sollevato dubbi e interrogativi già sollevati in precedenza anche da uomini di partito vicini al leader comunista italiano più accreditato al Cremlino.

Ha sciorinato - nella sua comparsa al giudice - tutta una serie di prove estratte dall'Istituto Gramsci e dall'archivio storico del Pci dalle quali trasparivano non solo «i gravi dissidi fra Cossutta e Berlinguer in ordine alla collocazione internazionale del Pci e all'autonomia politica rispetto al Pcus» ma anche «le insistenze di Cossutta con Berlinguer affinché quest'ultimo abbandonasse le resistenze e accettasse l'invito dei compagni di Sofia a recarsi in Bulgaria».

Enrico Berlinguer nel 1982

Per questo motivo Roberto D'Agostino aveva chiesto al giudice di ascoltare numerosi testimoni, custodi di verità storiche e politiche a suo dire incontestabili, ma egualmente contestate da Cossutta. Il giudice, però, ha giudicato ininfluente la sfilata dei testimoni rinunciando a sentirli in blocco. Eppure, non solo ai fini della querela, sarebbe stato interessante ascoltare la vedova di Berlinguer, Letizia (citata come teste) che in un'intervista all'Unità squarciò il muro d'apparato e d'omertà parlando coraggiosamente di «attentato» al marito.

Sarebbe stato forse opportuno sentire Giovanni Pellegrino (citato pure lui), ex Pds-Ds e già presidente della commissione Stragi, che in un libro raccontò di quando Berlinguer «era a Sofia, in un letto d'ospedale per le ferite riportate in un gravissimo incidente stradale (...)».

 

Pellegrino fu categorico: «Non fu un incidente, probabilmente fu un attentato degli 007 bulgari su mandato sovietico. E quando nel 1991 il senatore Emanuele Macaluso (altro testimone citato, ndr) rivelò la notizia su Panorama - continua Pellegrino - reagii con scetticismo come molti dirigenti del Pci. Poi, però, a favore di Macaluso intervenne la moglie di Berlinguer, donna di grandissima delicatezza, e mi convinsi che Macaluso aveva ragione.

cossutta kgb

E qualche anno più tardi, quando ho potuto leggere il dossier Mitrokhin sul Kgb, ho capito quanto i sovietici temessero Berlinguer e la sua politica». Non temevano invece Cossutta, che nel medesimo dossier, report 132, veniva definito «contatto confidenziale del Kgb». Questo riferimento documentale dei servizi segreti russi, Dagospia lo può riportare senza timore di smentita. E di querela.2 -

 

2 - DAL RAPPORTO MITHROKIN
Riservato/Fonte sensibile

Rapporto Impedian nr. 132

Armando Cossutta: contatto confidenziale del KGB

 

1 - Durante la notte del 12 dicembre 1975 Armando Cossutta ebbe un incontro segreto con Nikita Ryzhov, Ambasciatore sovietico in Italia. Cossutta disse che i vertici del Partito Comunista Italiano (Pci), volevano distruggere la conferenza dei partiti comunisti europei in Berlino che intendeva elaborare una bozza comune. Il pci voleva o ottenere questo attraverso altri (gli yugoslavi o i romeni) e lasciava intendere che il Pcsu non voleva una conferenza, o voleva farla posticipare (a causa dei contrasti tra i partiti comunisti).

 

2 - Cossutta espresse il timore che il Pci avesse gravemente equivocato riguardo al socialismo reale ed al Socialismo nell'Unione Sovietica in particolare, e che la ricerca di unificazione con i socialisti italiani potesse portare ad una rottura con il Pcsu. Alcune persone (per esempio Galluzzi, membro centrale del Pci) stavano chiedendo al Pci se questo potesse essere chiamato socialismo.
La critica del socialismo stava acquistando toni anti sovietici.

Cossutta si lamentò che la posizione del Pci era un vile rifiuto del leninismo e disse a Ryzhov che il Pcsu avrebbe dovuto pubblicare articoli di critica agli attuali punti di vista dei vertici del Pci.
L'amicizia con il Pcsu non doveva essere messa in discussione da nessuno.

 

Secondo Cossutta, se ci fossero stati attacchi ostili durante la conferenza di Berlino, allora il Pcsu avrebbe dovuto indire con calma un dibattito aperto.
Sebbene questo avesse potuto spaccare il Pci, avrebbe permesso di salvare la situazione.

3 - Armando Cossutta era un contatto confidenziale della residentura del Kgb di Roma.

 

 

 

[09-11-2009]

 

GIÙ L’ARMANDO (a colpi di falce e martello) - ecco alcune illuminanti parti del libro "Sofia 1973, Berlinguer deve morire" (pubblicato nel 2005 e mai querelato o citato in giudizio, oggi fuori catalogo) che riguardano il ruolo di Cossutta - terminale di una diplomazia parallela con l'est, si contrapponeva allo "strappo socialdemocratico" del 'nemico' Berlinguer. ecco come...

Tratto da "Sofia 1973, Berlinguer deve morire" di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti (Fazi Editore, 2005)


QUELLO STRANO PRESENTIMENTO
L'ambasciatore bulgaro rinnova l'invito al compagno Berlinguer per una visita ufficiale..."
E' una "nota per la segreteria" datata 12 febbraio 1973, trovata di recente insieme ad altri documenti inediti dell'epoca tra le carte del Pci custodite negli archivi dell'Istituto Gramsci. E' firmata da Sergio Segre, allora responsabile esteri del partito.

 

I bulgari da mesi premevano per avere a Sofia il leader italiano, ma lui tergiversava. "La visita è già promessa, gradirebbero avere una risposta orientativa sulla eventuale data. I compagni bulgari hanno più volte insistito sull'importanza che il loro comitato centrale e personalmente il compagno Zhivkov attribuiscono a questa visita", insisteva Segre. Ma neppure quella volta Berlinguer rispose. Era come se qualcosa lo trattenesse.

Strano. Perché nonostante i comunisti italiani avessero condannato con estrema durezza l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, i rapporti con i regimi dell'Est non si erano interrotti. Tra Roma e Sofia, in particolare, le comunicazioni erano frequenti. Almeno, così appare dalle carte del Gramsci. I contatti passavano attraverso un canale "diplomatico", l'ufficio esteri diretto da Segre. E poi si sviluppavano in modo informale e amichevole attraverso l'ufficio di Armando Cossutta, che in quel momento era coordinatore della segreteria e responsabile dell'organizzazione, il ruolo più importante della nomenklatura del partito, dopo quello del leader.

 

Nel 1973, Cossutta era il terminale di una vera e propria diplomazia parallela. Ma è difficile dire fino a che punto la sua attività fosse nota a Berlinguer, e in che misura fosse da questi autorizzata. Intratteneva intensi rapporti epistolari con Sofia. Scriveva lettere di raccomandazione per militanti e dirigenti desiderosi di trascorrere le vacanze sul Mar Nero o bisognosi di cure mediche. Organizzava "viaggi-scambio", caldeggiando una degna accoglienza anche per una serie di oscuri dirigenti di sezione di ogni angolo d'Italia, che presentava come "compagni che svolgono un'importante funzione".

Quale fosse la natura dell'"importante funzione" di Umberto Pinna, segretario della sezione Serrenti di Cagliari, o di Antonio Castronuovo, segretario della sezione Carbone di Potenza (per citare solo due dei personaggi che compaiono nelle lettere), Cossutta non lo specificava. Si trattava di militanti della cosiddetta Gladio rossa, inviati nei paesi dell'Est per dei corsi di addestramento? Su questo particolare aspetto della storia del Pci c'è molto materiale fra gli atti dell'inchiesta della Procura romana. Ma ci torneremo in seguito.

Con i bulgari, Cossutta spendeva una buona parola anche per aziende amiche: "Cari compagni", scrive il 29 gennaio 1973, in una lettera indirizzata al comitato centrale del Pcb, "vi confermiamo ufficialmente che la ditta export-import che ci rappresenta presso il vostro paese è la Rest-Ital. Vi preghiamo perciò di tener presente che tutto quanto farete per aiutare il lavoro dei rappresentanti di tale nostra ditta sarà molto utile e gradito al nostro partito".

 

Il clima amichevole che caratterizzava il fluire delle relazioni tra Cossutta e Sofia, strideva con la freddezza, al limite dell'incomunicabilità, che segnava invece i rapporti tra Berlinguer e il Pcb. Frustrato fino a quel momento ogni tentativo di strappare la conferma di una sua visita, l'offensiva diplomatica bulgara si spostò su un altro terreno. Nell'aprile di quel 1973, l 'ambasciatore a Roma organizzò una cerimonia per consegnare ad alcuni dirigenti del Pci una medaglia di onorificenza intitolata a Georgi Dimitrov, eroe nazionale. Ma anche quel tentativo fallì.

E Oliva, il vice di Segre, fu costretto a scrivere una nota a Cossutta: "In seguito alla scarsa partecipazione dei compagni della direzione (impegnati in Parlamento) alla serata (...) vi è stata una certa insoddisfazione da parte bulgara". Per rimediare alla gaffe, Oliva suggeriva di spostare la cerimonia delle medaglie alle Botteghe Oscure.

La consegna delle onorificenze, propose chiaramente d'intesa con l'ambasciata, sarebbe potuta avvenire o in forma solenne, "nella prima riunione di direzione", o in modo più sbrigativo, facendo ricevere l'ambasciatore da "tre-quattro compagni della segreteria".

L'invito a recarsi a Sofia, fino a quel momento inevaso da Berlinguer, lo accettò invece Cossutta, e con entusiasmo. L'11 giugno 1973, infatti, scrisse ai compagni del comitato centrale del Pcb per confermare la sua imminente visita, "che mi permetterà fra l'altro (...) di stabilire con voi una più fraterna e più stretta collaborazione".

 

E mentre Cossutta si godeva la sua "fraterna" vacanza in Bulgaria, in quella stessa estate, a Roma, la pressione sul segretario del Pci si fece asfissiante. Come emerge dall'ennesima nota inviata da Segre a Berlinguer: "I compagni bulgari comunicano che sarebbero lieti se tu potessi andare a Sofia dopo il comitato centrale del 28 luglio. Cosa rispondiamo? Proponiamo di rimandare all'autunno?". Non potendo più tergiversare, il segretario accettò l'invito, ma rinviando la visita: restituì a Segre la nota, dopo aver sottolineato in rosso la parola "autunno" e aggiungendovi la propria sigla.

Era il 13 luglio 1973. Due mesi e mezzo più tardi, il 30 settembre, Berlinguer, Gensini e Oliva si imbarcarono su un aereo diretto a Sofia. Quello che accadde durante i quattro giorni della visita ufficiale, rimase a lungo un segreto...

GIÙ L'ARMANDO
L'idea stessa che potesse esistere un "socialismo dal volto umano" era devastante per l'equiibrio interno dell'Urss e dei paesi del Patto di Varsavia, secondo gli analisti del Kgb. L'incubo di una destabilizzazione da contagio si era già materializzato negli anni precedenti con la Primavera di Praga e con il suo leader Dubcek. L'esperienza cecoslovacca, racconta un ex colonnello del servizio di informazione sovietico, Oleg Gordievskij, nella sua Storia segreta del Kgb, "avrebbe finito, prima o poi, per recare danni irreparabili al ruolo guida del partito comunista».

 

Soffocato con i carri armati l'esperimento praghese, nell'agosto 1968, quello stesso incubo si materializzò un anno dopo attraverso le parole di un comunista italiano, Enrico Berlinguer. L'Urss brezneviana, riferisce sempre Gordievskij, era in preda a una vera e propria sindrome da accerchiamento. I rapporti che si stavano stringendo tra Cina e America costituivano una minaccia, aggravata dall'infedeltà crescente di Jugoslavia e Romania. Ed ora anche dalle velleità autonomistiche del più forte partito comunista dell'Occidente.

Era la stessa preoccupazione di Zhivkov, come abbiamo visto dal verbale del colloquio con Berlinguer a Varna. E di un altro fedelissimo alleato di Mosca, il nuovo regime stalinista cecoslovacco, che aveva sostituito quello riformista della Primavera.

Nel marzo 1972, il giovane dirigente del Pci che aveva sfidato il potere del Cremino, la "spina nel fianco del Pcus", venne eletto segretario nel congresso di Milano. L'evento, negli ambienti filosovietici del partito e della sinistra italiana, fu avvertito come una sciagura, un tradimento degli ideali rivoluzionari.

Un episodio tragico e inquietante segnò l'inizio di quel congresso, la morte di Giangiacomo Feltrinelli. Fu un incidente sul lavoro (se casuale o indotto, non si è mai accertato): la bomba che l'editore-guerrigliero stava collocando su un traliccio di Segrate esplose in anticipo per un difetto del timer e lo uccise. Feltrinelli, com'è poi emerso dall'inchiesta, voleva sabotare la linea elettrica per far mancare la corrente nel Palalido di Milano, dove si stavano aprendo le assisse che avrebbero consacrato la leadership berlingueriana.

 

L'attentato al traliccio non era il gesto isolato di un romantico visionario, ma il frutto di un disegno maturato tra il 1968 e il 1972. Proprio nel periodo in cui, dopo il dissenso espresso sull'invasione cecoslovacca e dopo la malattia di Longo, all'interno del Pci era iniziata l'ascesa di Berlinguer. In quegli anni, in Italia, un fronte filosovietico con solide basi anche a Praga, si saldò in un progetto rivoluzionario, contro il revisionismo del gruppo dirigente comunista. Uno degli ispiratori di quel disegno era un uomo del Pci, Pietro Secchia. Era stato uno dei capi della Resistenza.

Dopo la guerra, vice di Togliatti e responsabile dell'organizzazione, aveva diretto anche l'apparato paramilitare clandestino del partito, formato in gran parte da ex partigiani a lui fedeli e ostili alla «via italiana al socialismo» indicata dalla dirigenza. Qualche tempo dopo l'incidente stradale in cui Togliatti rischiò la vita, venne destituito dall'incarico. Sempre più emarginato all'interno del Pci, Secchia però non aveva mai cessato di tessere la su tela nell'apparato, fra gli ex partigiani delusi e con i regimi di Mosca e Praga. La fiammata rivoluzionaria del Sessantotto e la crescita dell'astro berlingueriano lo avevano convinto che era finalmente giunto il momento di passare all'azione.

 

Nel frattempo, un suo vecchio amico e sodale politico, Gian Giacomo Feltrinelli, aveva fondato i Gap ed era entrato nella clandestinità, conservando però un appartamento nel centro di Praga. Quasi contestualmente erano sorte anche le Brigate Rosse. Uno dei fondatori, l'ex comunista secchiano di Reggio Emilia Alberto Franceschini, nel libro-intervista 'Che cosa sono le Br' (pubblicato da Rizzoli nel 2004), ha dichiarato che una delle ragioni che indussero lui e i suoi compagni a compiere la scelta della lotta armata fu proprio la nomina di Berlinguer a vice segretario del Pci, nel 1969: «Con lui il partito andava esattamente nella direzione opposta a quella da noi auspicata. Era il capo dei venduti. Con lui era arrivato a conclusione il processo iniziato con la destalinizzazione.

Non era di origini operaie, proveniva addirittura da una famiglia aristocratica, e non aveva fatto la Resistenza, come Longo o Secchia: anche dal punto di vista della biografia personale rappresentava una rottura. Per noi era un nemico». Le neonate Brigate Rosse, ha aggiunto Franceschinii in quell'intervista, avevano contatti stabili con Feltrinelli, il quale non faceva mistero dei suoi rapporti con Mosca, Praga e Cuba. Anzi, voleva che le Br stringessero un'alleanza con i paesi del "campo socialista". E in quel momento privi di riferimenti all'estero, i capi brigatisti Franceschini e Renato Curcio delegarono alll'editore la gestione delle loro relazioni internazionali.

 

 

Nel 1972, qundo Berlinguer stava per essere eletto alla segreteria, era dunque già d tempo operante un'alleanza tra le Br e Feltrinelli, e tra questi e Pietro Secchia. L'obiettivo era la costruzione di una forza politica capace di coalizzare tutti i fermenti rivoluzionari, dentro il Pci e fuori, in un unico fronte antiberlingueriano: il partito della lotta armata. La morte di Feltrinelli e quella di Secchia, avvenuta poco dopo per avvelenamento, a quanto pare, non bloccò quel progetto. Anzi, il programma rivoluzionario venne addirittura accelerato. E con gli anni, man mano che si realizzava la politica di Berlinguer, sull'originaria "purezza ideologica" di Secchia, Felrinelli e del gruppo storico delle Br, prese sempre più il sopravvento la follia omicida.

Tornando al Pci, il ruolo che Secchia ebbe nel dopoguerra lo ricopriva, nella prima fase dell'era berlingueriana, un dirigente assai più accorto e prudente di lui, Cosssutta. Attraverso le carte dell'Istituto Gramsci, abbiamo visto quale fosse il grado di amicizia che caratterizzava i suoi rapporti con l'Est e in particolare con la Bulgaria di Zhivkov.

Proprio nel periodo che precedette il viaggio di Berlinguer a Sofia, il responsabile dell'organizzazione e di fatto numero due del partito, fu protagonista di un episodio di cui all'epoca si parlò poco, ma che oggi appare davvero illuminante. Su segnalazione del Kgb, Cossutta "scoprì" e denunciò alla segreteria "due spie" dei servizi italiani che lavoravano nella sezione esteri del partito, Edoardo Ottaviani e Mario Stendardi.

Massimo Caprara, a lungo collaboratore di Togliatti poi uscito dal Pci, racconta che la segreteria convocò uno dei due, Stendardi, un milanese che dirigeva l'associazione Italia-Ungheria, per notificargli l'accusa di spionaggio: "Ci risulta che tu, compagno, hai dei rapporti con dei servizi segreti di informazione. Chi sono i capi di questa polizia segreta?».

 

"Il capo", rispose Stendardi ritorcendo l'accusa contro il dirigente che li aveva denunciati, "è il compagno Armando Cossutta, membro della direzione del partito e della segreteria, presidente dell'Italturist (l'agenzia di viaggi legata al Pci, nda), che cura i viaggi nell'Est.

Oltre a lui, ci sono il senatore Anelito Barontini, membro del comitato centrale e della sezione di amministrazione e Salvatore Cacciapuoti, membro dell'ufficio di presidenza della commissione centrale di controllo".

La segreteria, stando sempre al racconto di Caprara, affidò proprio a Cossutta il compito di "istruire il processo e di comminare la pena". Le "due spie" furono licenziate. Ma il "giudice istruttore" utilizzò il caso come pretesto per la rimozione del responsabile della sezione esteri, Carlo Galluzzi, il più antisovietico dei dirigenti comunisti dell'epoca, "socialdemocratico già quando alle Botteghe Oscure socialdemocrazia era una parolaccia", secondo il racconto di Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera e suo amico personale.

Se Berlinguer fosse morto nell'incidente stradale di Sofia o ne fosse uscito gravemente menomato, chi lo avrebbe sostituito al timone del partito? Il potente Cosssutta? Era questo il piano per "migliorare" i rapporti tra Pci e Pcb, a cui aveva accennato Zhivkov, senza entrare però nei dettagli, nel colloquio di Varna? Chissà. Certo è che, quando il segretario tornò dalla Bulgaria, nel primo congresso utile, lo destituì. Proprio come aveva fatto Togliatti con Secchia qualche tempo dopo l'incidente in Val d'Aosta.

La testa di Cossutta cadde un anno e mezzo dopo la visita del leader a Sofia, nel congresso che si svolse al Palaeur di Roma dal 18 al 23 marzo 1975. I giornali lo definirino il "congresso del compromesso storico". Ma quelle assise ebbero importanza anche per le scelte di politica estera compiute dal Pci, che per la prima volta abbandonò la parola d'ordine dell'uscita dell'Italia dalla Nato.

 

Berlinguer ne uscì enormemente rafforzato. Non solo sul piano politico, ma anche su quello del potere interno, attraverso la promozione di una leva di giovani dirigenti sintonizzati sulla sua stessa lunghezza d'onda. Cossutta fu estromesso dalla segreteria, e il suo incarico di responsabile dell'organizzazione venne affidato a un uomo della destra interna, Gerardo Chiaromonte.

"E' caduto giù l'Armando", titolarono i giornali, a cui non era certo sfuggita una delle novità più rilevanti di quel congresso. Racconta Fiori, nel suo Vita di Enrico Berlinguer: "Il dato più vistoso è l'eclissi di Cossutta, dal 1969 coordinatore, di fatto il numero due del partito. In questi sei anni ha avuto responsabilità di rilievo in punti nevralgici, la selezione dei quadri e l'organizzazione, l'amministrazione (ha risanato le finanze del Pci), le relazioni con l'Urss. Perché la rimozione dalle funzioni di coordinatore e anche dalla segreteria? Esigenze di ricambio è la motivazione espressa».

Fuori dall'ufficialità, nel chiuso della commissione elettorale del congresso, mentre si discutevano i nuovi organigrammi, Berlinguer aveva invece dato una spiegazione. Eccola: "Si sono accumulate nella persona del compagno Cossutta molte resposnabilità e molto potere". Giancesare Flesca tradusse il senso di quelle parole spiegando già allora, sull'Espresso, che nella decisione di destituire Cossutta avevano influito, con ogni probabilità, "le sue "relazioni speciali" con l'Urss".

Un anno dopo, nel giugno 1976, il segretario del Pci rese ancora più esplicita la scelta antisovietica e filoatlantica del congresso, attraverso una famosa intervista rilasciata a Gimpaolo Pansa, che allora lavorava al Corrfiere della Sera.

"Non teme che Mosca faccia fare a Berlinguer e al suo eurocomunismo la stessa fine di Dubcek e del suo socialismo dal volto umano?", domandò Pansa.
"No. Noi siamo in un'altra area del mondo...", rispose il segretario del Pci.
"Insomma, il Patto Atlantico può essere anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà...", incalzò il giornalista.
"Io voglio che l'Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l'equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua", fu la clamorosa risposta.

L'intervista venne pubblicata il 15 giugno 1976 con un titolo a sei colonne sulla prima pagina del quotidiano milanese. E suscitò parecchio scalpore, com'era prevedibile. Fatto curioso è che lo stesso giorno fu pubblicata anche dall'Unità, ma con minore risalto. Il portavoce di Berlinguer, Tonino Tatò, aveva trasmesso il testo dell'intervista al giornale del partito. Però, come racconta Fiori, "Tatò non ha passato la domanda-chiave e la risposta chiave". Aveva censurato, insomma, proprio la parte più sgradita ai sovietici, quella sulla funzione protettiva della Nato anche nei confronti del leader eurocomunista.

Comunque, qualche giorno dopo la pubblicazione dell'intervista sul Corriere della Sera, Pansa incrociò Cossutta. Di quell'incontro, il giornalista riferì molti anni dopo sujll'Espresso: "Io me lo ricordo, l'Armandone, ai tempi di re Enrico. Quando intervistai Berlinguer sulla Nato, un Cosssutta invelenito mi sibilò: "Gliela farò pagare, a Enrico, quell'intervista". Oggi Cossutta strilla di aver sempre combattuto Berlinguer a viso aperto. Viene da rispondergli: ma mi faccia il piacere! Io non l'ho dimenticato il lavorio sotterrano dei cossuttiani, d'accordo con i compagni sovietici, allora potenti».

Dopo il congresso del 1975, i rapporti tra Berlinguer e Cossutta si fecero sempre più tesi, fino ad arrivare alla rottura. Man mano che il primo accentuava le posizioni antisovietiche, il secondo tentava di ricostruire una propria rete occulta all'interno del partito, preparandosi alla resa dei conti finale. Quel momento arrivò poco prima del Natale 1981, quando in Polonia il generale Wojciech Jaruzelski proclamò lo stadio d'assedio per reprimere la Primavera di Solidarnosc.

Durante una tribuna politica televisiva, il notista politico del Giornale Francesco Damato pose al segretario del Pci una domanda d'obbligo sui fatti polacchi. La risposta di Berlinguer sarebbe passata alla storia come lo "strappo" da Mosca: "La capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell'Est europeo è venuta esaurendosi".

La reazione da Est fu immediata e violenta. Le ostilità nei confronti di Berlinguer vennero aperte dal Rude Pravo, l'organo del Partito Comunista Cecoslovacco, l'8 gennaio 1982: "La direzione del Pci è passata al campo dei nemici della nostra comune causa. Chi desiderava da sempre che il Pci perdesse peso nella vita politica italiana ora formula apertamente delle previsioni su imminenti scontri in seno al partito".

Quell'allusione agli scontri imminenti venne letta dai dirigenti comunisti italiani come un messaggio a una non meglio precisata "quinta colonna" sovietica nel Pci. Qualche giorno dopo la pubblicazione dell'articolo sul "Rude Pravo", da Mosca arrivò la condanna definitiva nei confronti del gruppo dirigente berlingueriano. Fu affidata alla Pravda, il giornale del Pcus: "E' avvenuto qualcosa di mostruoso: a parole i dirigenti del Pci si mostrano disponibili a lottare per la pace, ma in realtà calunniano la forza fondamentale di questa lotta, l'Urss, e i suoi alleati socialisti". Una sentenza senza appello.

Quasi contestualmente agli attacchi cecoslovacco e sovietico, arrivò l'anatema di Cossutta, che nella direzione del Pci bollò la dichiarazione di Berlinguer come "uno "strappo" non tanto con l'Unione Sovietica, quanto con le radici stesse del partito di Gramsci e Togliatti".

Da quel momento, l'ex potente numero due si mise apertamente alla testa di una corrente filosoviedtica, in opposizione alla linea del segretario. Dopo un anno di scontri e manovre, la partita si chiuse nel congresso di Milano, ai primi di marzo 1983, con la sconfitta di Armando Cossutta, che ottenne un misero 1,23 per cento contro il 96,57 del suo avversario. Berlinguer venne rieletto alla guida del Pci con un vero e proprio plebiscito. Vinta quella battaglia, il leader del comunismo italiano avrebbe potuto finalmente realizzare il suo progetto entrando nella grande famiglia del socialismo democratico europeo.
Se ne avesse avuto il tempo.

 

 

[10-11-2009]

 

 

 

FEDE: QUERELO 'LIBERO' PER ARTICOLO SU TG4 E METEORINE…

(Adnkronos) - Emilio Fede ha deciso di querelare  ’Libero’ per l’articolo dedicato alla ’moralizzazione’ impressa da  Piersilvio Berlusconi alla programmazione Mediaset, dove il direttore  del Tg4 viene piu’ volte chiamato in causa. "Ho dato mandato allo  Studio Legale dell’avvocato Nadia Alecci -spiega Fede- di sporgere  querela e richiesta di risarcimento danni al quotidiano ’Libero’ per  un articolo gravemente lesivo della mia dignita’ umana e  professionale.   La’ dove si fa riferimento anche al ’commissariamento’ del Tg4  ’sulla gestione disinvolta dell’arruolamento delle ragazze’, da parte  di Emilio Fede. E piu’ avanti si dice ’che nessuno - specie Fede -  potra’ vantare l’autonomia per contrattualizzare chicchessia specie le  soubrette, dive, divette e aspiranti’", conclude il direttore.  

11.11.09

 

Mb

  Videoinforma :  www marcobava.tk