|

|
E' mia intenzione conoscere il Vs parere sulla
mia disponibilità a raccogliere delle deleghe per le prossime
assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a
darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :
marcobava@email.it
vi aspetto se la mia iniziativa vi interessa !
Mb |
|
LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
consentito qualsiasi utilizzo di tipo commerciale.
QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
|
|
LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
|
Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
|
Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
|
| SE VUOI COMPERARE IL
LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore (info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo
nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per
contrassegno che pagherai alla consegna. |
TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
|
|
IL MIO LIBRO "L'USO DELLA
TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED
ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,
e' ora disponibile presso di me
e
basta ordinarlo via email al
costo di 30 euro COMPRESE SPESE DI SPEDIZIONE . Oltre al libro sulle mie
esperienze assembleari prima del 1998 a 10 e. |
| |
ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
|
ciao blogger de
LaStampa.it,
come ti avevamo annunciato in Aprile, il servizio blog La
Stampa verrá chiuso a breve.
Se vuoi che il tuo blog venga migrato su TypePad, dovrai
aumentare il tuo livello d’iscrizione ad un livello a pagamento (per
ulteriori dettagli, vai su
http://www.sixapart.com/it/typepad/prezzi/index.html).
Una volta scelto il tuo livello, comunicacelo con una
mail all’indirizzo
contactit@sixapart.com prima del 23 dicembre, indicando il livello
scelto e l’URL del tuo blog. Tieni presente che poi il tuo URL diventerà
da myblog.blog.lastampa.it a myblog.typepad.com.
Altrimenti puoi esportare il contenuto del tuo blog
andando su "Blog > Parametri > Importa/Esporta" per usarlo su un’altra
piattaforma a tuo piacimento.
Ti consigliamo di avvisare i tuoi lettori che il cambiamento avverrà il
6 gennaio 2010.
Per qualsiasi ulteriore informazione, non esitare a
metterti in contatto con il nostro staff di supporto TypePad,
all’indirizzo
contactit@sixapart.com
Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad
|
| |
|
PAR CONDICIO
TELECOM SUL RAPPORTO DELOITTE...
A. Ol. per "Il Sole 24 Ore" - L'Asati reclama il
rapporto Deloitte sulle conseguenze delle vicende giudiziarie per
Telecom, nonchè i pareri dei consulenti legali per valutare l'ipotesi di
avviare eventuali azioni di responsabilità. Il segretario del board,
nonchè general counsel del gruppo, Antonino Cusimano, risponde picche al
presidente dell'associazione dei piccoli azionisti, Franco Lombardi.
«Non riteniamo di
poter soddisfare la sua richiesta», perchè «la comunicazione della
società in materia» sarà improntata alla «rigorosa applicazione del
principio di parità informativa, che esclude la possibilità di una
comunicazione selettiva della documentazione in oggetto». Lombardi
replica: «Bene, allora il problema è facilmente ovviabile dando pubblica
informazione a tutti gli azionisti di Telecom Italia, e non solo
all'Asati, del contenuto del predetto rapporto e relativi pareri
legali». Come dargli torto?31-12-2010]
|
|
I DOSSIER
TELECOM STANNO INNESCANDO un regolamento di conti da tempo
sospesi tra le diverse anime della magistratura milanese,
esploso nel pieno del cambio della guardia al vertice della
Procura, con il nuovo capo Bruti Liberati deciso a segnare un
cambio di rotta rispetto alla gestione DI Minale - Intanto i
nuovi capi di Telecom hanno già fatto sapere che se il timone
della Procura milanese mutasse rotta, e si andasse a fare le
pulci alla gestione Tronchetti, a loro non dispiacerebbe
affatto. Anzi
Luca Fazzo
per "il Giornale"
Un gigante
immobile, affogato nell'afa opprimente dell'estate milanese.
Questo sembra il palazzo di giustizia di corso di Porta
Vittoria, in questi giorni a ridosso della pausa feriale. Ma
l'apparenza inganna. Nell'atmosfera rarefatta dei corridoi
semideserti, il palazzaccio marmoreo vive al suo interno uno
scontro senza precedenti e dagli esiti imprevedibili. Se ne
parla a mezza voce, ma non si parla d'altro. E la parola che
ricorre in tutti i commenti è: Telecom.
Tutto,
infatti, nasce dall'inchiesta sulla compagnia telefonica e sui
dossier raccolti dalla sua security. Ma l'impressione è che il
caso Telecom sia divenuto strada facendo lo spunto per un
regolamento di conti da tempo sospesi tra le diverse anime della
magistratura milanese, esploso nel pieno del cambio della
guardia al vertice della Procura, con il nuovo capo - Edmondo
Bruti Liberati - non ancora formalmente insediato, ma già deciso
a segnare un cambio di rotta rispetto alla gestione del suo
predecessore, il roccioso Manlio Minale. Divergenze ce ne sono
sempre state. Ma per la prima volta lo scontro avviene in buona
parte alla luce del sole.
Breve
riassunto. L'inchiesta Telecom - indagine quanto mai delicata,
destinata a toccare tanto gli ambienti del potere economico che
il mondo dei servizi segreti - nasce fin dall'inizio con
un'impostazione precisa: il vertice dell'azienda era vittima
inconsapevole delle malefatte dell'ufficio security, guidato
dall'ex carabiniere Giuliano Tavaroli.
L'inchiesta viene affidata a tre pm: Fabio Napoleone, Stefano
Civardi e Nicola Piacente. Un terzetto eterogeneo, con alle
spalle esperienze e culture differenti, formalmente coordinato
dal coordinatore del pool «pubblica amministrazione», Corrado
Carnevali, ma che nei fatti risponde direttamente al capo della
Procura, Minale. Ma prima della fine dell'inchiesta la squadra
si assottiglia: Napoleone viene spedito a Sondrio, Carnevali a
Monza, Minale viene nominato procuratore generale.
Così
Civardi e Piacente si ritrovano soli quando l'inchiesta va a
sbattere contro un iceberg totalmente imprevisto: il fascicolo
con le richieste di rinvio a giudizio finisce sul tavolo del gip
Mariolina Panasiti, una siciliana cocciuta che smonta l'indagine
pezzo per pezzo.
Quando si
capisce che tira brutta aria, parte una manovra (sostenuta dai
legali di Pirelli ma anche da una parte del palazzaccio) che
punta a togliere il fascicolo alla Panasiti promuovendola in
Corte d'assise: deve intervenire con durezza Livia Pomodoro,
presidente del tribunale, per dire che «la Panasiti non si
tocca».
E la gip
va fino in fondo: pronuncia pochi rinvii a giudizio e una
valanga di proscioglimenti, e rispedisce il malloppo alla
Procura perché riapra l'inchiesta. Accusa i pm di avere chiuso
gli occhi davanti alle tracce che portavano ai conti esteri dei
Ds, e così pure davanti alle responsabilità di Marco Tronchetti
Provera.
A quel
punto accade l'impensabile: Bruti Liberati decide di aprire un
nuovo fascicolo, lo lascia formalmente nelle mani di Civardi e
Piacente ma mette i due pm sotto il controllo di un altro
procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, moderato, nuovo capo del
pool «pubblica amministrazione». Di fatto, i due pubblici
ministeri sono commissariati. La prendono malissimo.
Civardi fa
ricorso contro le assoluzioni disposte dalla Panasiti: un testo
di asprezza surreale, il pm insulta la collega accusandola di
essersi basata «sulle suggestioni degli imputati» senza
conoscere le carte. Bruti Liberati non firma il ricorso. Robledo
nemmeno. A sorpresa, è il vecchio Minale a togliere Civardi
dall'isolamento: dal suo nuovo ufficio di procuratore generale,
esce dal consueto silenzio per rivendicare la paternità
dell'intera inchiesta e delle sue modalità.
La
«benedizione» di Minale vuol dire una sola cosa: l'inchiesta non
ha coinvolto Tronchetti perché, chiacchiere a parte, non c'era
nessun elemento concreto che portasse in quella direzione. Ed è
verosimile che le cose stessero davvero così. Ma gli elementi
che potevano inguaiare Tronchetti, vennero cercati con
sufficiente convinzione?
Di fatto
le sentenze della Panasiti hanno dato fiato a chi da tempo
accusava la Procura milanese di avere occhi di riguardo per
alcuni (potenziali) imputati e per alcuni studi legali. Vero o
non vero? Questo, di fondo, è il tema dello scontro. Intanto i
nuovi capi di Telecom hanno già fatto sapere che se il timone
della Procura milanese mutasse rotta, e si andasse a fare le
pulci alla gestione Tronchetti, a loro non dispiacerebbe
affatto. Anzi. 05-07-2010]
|
|
Lunedì 05
Luglio 2010 07:40
di Flavia
Campoli
Sono state
rese pubbliche le motivazioni a fondamento della sentenza di
proscioglimento, emessa nei confronti di Trochetti Provera e
dei suoi 007 privati, almeno per quanto riguarda il reato di
appropriazione indebita, in un primo momento addebitato ai
vertici amministrativi di Telecom e Pirelli.
Il Gup
Mariolina Panasiti ha voluto così porre l’accento su quello che,
ha definito, sarebbe stato “ un inutile aggravio”,
volendo contestare, con tale riferimento, l’atteggiamento
tenuto durante le fasi dibattimentali da Tronchetti Provera,
che ha negato tutto ed il contrario di tutto, arrivando a
disconoscere persino i suoi familiari.
Nel
merito, il gup ha ritenuto risibili queste negazioni,
affermando che le azioni intraprese da Tavaroli e dai suoi
collaboratori, certamente “ non potevano essere frutto
di attività autoreferenziale del Tavaroli , bensì di un pieno e
soddisfatto interesse aziendale e del Presidente stesso”,
in tal modo azzerando l’attendibilità di Tronchetti Provera e
portando a suffragio di questa tesi, esempi e prove
inconfutabili.
Ha infatti
ricordato, tra gli altri, l’episodio riguardante la società di
investigazioni Polis d’Istinto ed il suo referente Emanuele
Cipriani, che il Presidente della Pirelli ed ex Presidente
Telecom ha negato di conoscere, pur se alla predetta ditta nel
2004, fu pagata una parcella di 30.000 euro, per la
vigilanza prestata nel giorno del matrimonio della figlia di
Tronchetti Provera.
La
fattura, evidenzia il gup, fu inviata direttamente
all’abitazione del Presidente (come è ovvio che fosse
trattandosi di attività privata ndr) e pertanto non poteva
non essere presa in considerazione né essere posta a conoscenza
del Presidente stesso!
Altra
situazione poi è stata quella riguardante il pagamento della
richiamata fattura, pagamento che venne effettuato dalla
segretaria del Presidente, però in ambito Telecom!
Questo poi
è stato ancora un altro capitolo del dibattimento molto
contestato, che affrontava il capitolo della distrazione dei
fondi aziendali a favore delle necessità del singolo
amministratore, il famoso conto del Presidente, dal giudice
considerato alla pari di un reato di indebita appropriazione ed
invece ridotto dagli avvocati difensori ad un normale centro di
costo aziendale, peraltro, a loro dire, già in essere con le
precedenti gestioni amministrative delle due aziende
incriminate.
D’altra
parte, come già fatto anche nella precedente motivazione dei 16
patteggiamenti di qualche settimana fa, il giudice Panasiti ha
stigmatizzato le attività di illecita investigazione come “
attività strettamente pertinenti a scelte aziendali pienamente
conosciute e condivise dal gruppo dirigente”, accusando quindi
questi ultimi di aver voluto soprattutto soddisfare interessi
aziendali e personali, in danno di terze persone ed a favore
delle aziende, delle quali ricoprivano responsabilità di
comando.
Di tale
situazione, il gup accorda una qual certa corresponsabilità
anche ai pm, che accusa di leggerezza valutativa per non aver
correttamente considerato la portata politico-giudiziaria delle
intercettazioni .
Di opposto
avviso le considerazioni invece esternate, dopo la pubblicazione
delle motivazioni della sentenza, dagli avvocati degli
accusati, primo tra tutti l’avv. Roberto Ramponi, che parla di
“ apparato motivazionale delle sentenze che suscita
più di una perplessità”, perché la lettura del
materiale probatorio posta in essere dal gup è, secondo il
legale della Pirelli, totalmente contrastante con quella della
Procura, mentre l’interpretazione di alcuni dati risulta
fantasiosa, perché gli stessi dati non trovano riscontro nei
fascicoli processuali.
E’ chiaro
che adesso la schermaglia verbale, prenderà il sopravvento su
quella finora attuata nelle aule del Tribunale e le carte ed i
loro scritti, saranno passati al setaccio di una analisi
capillare e luciferina, alla ricerca di ogni appiglio utile alla
causa di chi farà le suddette analisi, in attesa di un ulteriore
scontro giudiziario.10.07.10
|
DOSSIER TELECOM, TOGHE ALLO SCAZZO – TONI DURISSIMI DEL PM
CIVARDI CONTRO IL GUP: “IL GIUDICE PANASITI HA FRAINTESO IN PIÙ
OCCASIONI L´ESTENSIONE DEI SUOI POTERI E DELLA SUA COGNIZIONE” –
IL sodalizio tra Tavaroli, l´investigatore Cipriani e l´agente
segreto Marco Mancini, agiva ora nell´interesse delle società,
ora di qualche ente esterno, ora di se stessi, per fini
personali e di lucro - Pur di massacrare la vergine della
bicocca, ’Il Fatto’ ignora i PM...
1 - "IL FATTO" NON SUSSISTE
Pur di massacrare l'Afeffato, 'Il Fatto' ignora i PM. Dopo
paginate dedicate al verbo di Ghioni e Tavaroli e Cipriani e a
tutti quelli che avevano qualsiasi cosa da dire contro la
Vergine della Bicocca, se la Procura la pensa in modo diverso da
loro la notizia non esiste.
Ieri la
Procura di Milano, seppur divisa, ha infatti impugnato la
sentenza di Mariolina Panasiti sparandole contro parole grosse.
In sintesi il PM Civardi ha detto che la Panasiti ha travisato
il suo ruolo, che non sa bene di cosa parla, visto che non puo'
avere accesso a tutte le carte del processo, che si' e' fatta
suggestionare dagli imputati, cui non risparmia l'epiteto di
spie, aggiungendo che questi sono stati supportati nel loro
battage pubblicitario da alcuni gruppi editoriali.
L'assalto
all'arma bianca del PM non ha trovato pero' spazio sulle pagine
del "Fatto" - perfino il nemico più intimo di Tronchetti,
"Repubblica" lo riporta, vedi l'articolo che segue.
2 -
DOSSIER TELECOM, TOGHE ALLO SCAZZO
Walter Galbiati per "la Repubblica"
La procura
non ci sta e passa al contrattacco. Prima era stato il giudice
Mariolina Panasiti a smontare l´impianto accusatorio dei pm
Stefano Civardi, Nicola Piacente e Fabio Napoleone. Ora è
Civardi, autore di uno dei ricorsi per Cassazione, a chiedere di
annullare la sentenza del giudice per l´udienza preliminare. E
lo fa da solo, perché in procura ci sono diverse interpretazioni
sui reati in campo. Al centro della contesa, è la vicenda sui
dossier illeciti della Security Telecom, confezionati ai tempi
di Marco Tronchetti Provera.
Quei
report erano stati preparati nell´interesse delle aziende oppure
no? Un dilemma importante dal quale dipende soprattutto l´accusa
di appropriazione indebita e il potenziale coinvolgimento
nell´inchiesta di Tronchetti Provera e dell´allora
amministratore delegato Carlo Buora.
Per la
Panasiti, che ha seguito la linea dell´ufficio Gip, non c´è
appropriazione, perché quei dossier servivano a perseguire il
fine aziendale, erano commissionati dai vertici e venivano
regolarmente fatturati, mentre per il pm il giudice ha confuso
gli interessi delle persone fisiche con quelle delle società,
non ha capito i ruoli degli indagati all´interno di una
inchiesta della quale non conosce non solo gli atti, perché in
parte secretati, ma nemmeno le ipotesi di reato, sia quelle
coltivate nel fascicolo centrale sia quelle eventualmente finite
in altri procedimenti.
È il solo
pm Civardi a firmare questa parte di ricorso, mentre Nicola
Piacente e Alfredo Robledo, sempre con Civardi hanno firmato
quelli contro l´assoluzione di Mancini. «Ognuno ha firmato la
parte di cui si era occupato», ha spiegato l´aggiunto Robledo.
Secondo il
pm, il giudice doveva limitarsi a essere il giudice degli
imputati e non dell´inchiesta. Invece è andato al di fuori delle
righe: ha frainteso in più occasioni l´estensione dei suoi
poteri e della sua cognizione, perché avrebbe dovuto negare di
essere giudice nel merito, perché dopo le decisione della
Cassazione sui dossier illegali, non ha a disposizione né il
corpo del reato né il verbale che dovrebbe contenere il
riassunto dei dossier.
Il giudice
si è fatto condizionare dagli imputati e dalla stampa, mentre il
pm non si è certo appiattito sui pareri dei legali delle società
coinvolte. Anzi sono state le stesse difese, che inizialmente
sostenevano l´operato della Security, a convincersi del
contrario e ad abbandonare Tavaroli.
Secondo
Civardi, poi, alcune operazioni, come la schedatura dei
dipendenti di Pirelli, non smontano l´accusa di appropriazione
indebita perché si tratterebbe di pratiche effettuate
nell´interesse dell´azienda, ma corroborano invece da una parte
il coinvolgimento della società, contro la quale il pm ha
chiesto di agire in base alla Legge 231 e dall´altra la stessa
accusa di appropriazione indebita, perché quelle operazioni sono
contrarie allo statuto dei lavoratori e allo stesso fine
aziendale.
Proprio
per questo, il pm ribadisce di non aver mai parlato di una
Security come di una «scheggia impazzita e autoreferenziale», ma
di un sodalizio tra Tavaroli, l´investigatore Cipriani e
l´agente segreto Marco Mancini, che agiva ora nell´interesse
delle società, ora di qualche ente esterno, ora di se stessi,
per fini personali e di lucro.
[30-06-2010]
|
|
|
la quercia
dei misteri - cipriani senza cipria: "Me lo ricordo come fosse
oggi. Tavaroli era nel suo ufficio in Telecom, in piedi, con il
"Sole 24 Ore" sul tavolo. Il giornale riportava una tabella con
la composizione dell’azionariato della Bell. Giuliano puntava il
dito sulla voce “Oak Fund”. Diceva: “Questi sono i comunisti.
Indaga. Nessun limite di spesa. Chiama lo svizzero”...
Luca Fazzo per
Il Giornale
«Me lo
ricordo come fosse oggi. Tavaroli era nel suo ufficio in
Telecom, in piedi, con il "Sole 24 Ore" sul tavolo. Il giornale
riportava una tabella con la composizione dell'azionariato della
Bell. Giuliano puntava il dito sulla voce "Oak Fund". Diceva:
"Questi sono i comunisti. Indaga. Nessun limite di spesa. Chiama
lo svizzero"».
Sono le 11
di ieri mattina, a Palazzo di giustizia di Milano. Nella grande
aula della Corte d'assise cerca di prendere il via - tra mille
intoppi - l'udienza che deve celebrare un singolare autodafè
giudiziario: la distruzione delle migliaia di dossier raccolti
illegalmente dall'ufficio «security» di Telecom sotto la guida
di Giuliano Tavaroli, all'epoca in cui presidente era Marco
Tronchetti Provera.
Su quei
dossier si è scritto di tutto. Ora, dice la legge Mastella,
approvata precipitosamente proprio a questo scopo, devono essere
distrutti. Sarà davvero così? Di sicuro, se anche i dossier
verranno mandati al rogo, non si potrà mandare al rogo chi quei
dossier ha raccolti, e sa perfettamente cosa c'è dentro.
A partire
dal toscanaccio tarchiato che passeggia su e giù, fuori
dall'aula: Emanuele Cipriani, investigatore privato, l'uomo di
fiducia di Tavaroli. Per conto del quale ha realizzato migliaia
e migliaia di indagini. Compresa quella - nome in codice «New
Entry» - sul misterioso Oak Fund, azionista della compagnia
telefonica Bell.
Indagine
che portava dritta dritta ai vertici della Quercia. E che,
quando venne trovata dalla Procura, venne - lo dice il giudice
Mariolina Panasiti, nella sentenza di pochi giorni fa -
sottovalutata al punto di venire rubricata tra i «fatti non
costituenti reato».
«Chiama lo
svizzero», disse Tavaroli a Cipriani. Ovvero John Poa, ovvero
John Dollar Bea, costoso ed efficiente segugio di segreti
bancari e societari. Furono i dodici rapporti di Poa, poi
riassunti e sottoposti da Tavaroli a Tronchetti Provera sotto
forma di «executive summary», a confermare la traccia:
raccontando come di passaggio in passaggio, da un paradiso
fiscale all'altro, si arrivasse fino agli uomini di vertice dei
Ds.
Così,
almeno, ha raccontato Cipriani nei suoi lunghi interrogatori
davanti ai Pm di Milano. E la reazione dei Pm di Milano - così
come la ricorda l'investigatore - merita di essere raccontata: a
partire da un incredibile interrogatorio iniziato, prima che si
accendesse il registratore, con l'ammonizione: «Mi raccomando,
non faccia nomi».
I nomi,
invece, Cipriani li fece: quelli di alcuni esponenti politici
dei Ds. Il Pm lo guardò storto. Quando Cipriani andò a rileggere
la trascrizione di quell'interrogatorio, scoprì che al posto dei
nomi dei politici c'erano solo dei puntini di sospensione.
O come
l'altra storia, ancora più pazzesca, della macchia che nel
rapporto finale di John Poa rende illeggibili proprio i nomi dei
beneficiari delle azioni Bell. Possibile? «La macchia c'era. Ma
non era poi così importante. Sotto la macchia c'erano i nomi di
chi operava sul conto. Ma i nomi dei politici erano in alto,
perfettamente leggibili».
Dov'è
finito, quel foglio? Durante un interrogatorio i Pm dicono a
Cipriani che non si trova da nessuna parte, anzi loro non
l'hanno proprio mai visto. Lui insiste. Se non c'è, dice, è
perché è stato tolto. Ma un maresciallo della Finanza che
assiste all'interrogatorio si alza, esce dall'ufficio, torna
dopo venti minuti e dice ai Pm: «Eh sì, il foglio c'è».
Va avanti
e indietro, Cipriani, nell'androne del palazzo di giustizia.
Quel foglio, come i milioni di altri raccolti in tanti anni,
adesso è nelle mani di un giudice, pronto per essere distrutto
per sempre, insieme alla storia dei fondi esteri dei Democratici
di sinistra.
Andrà
davvero così? La Procura, in queste ore, si giustifica dicendo
che in realtà stralciare il rapporto «New Entry» fu un modo per
toglierlo dal mucchio, evidenziarlo, iniziare a scavare. Un
fascicolo, dicono, venne aperto. Ma John Poa, quando venne
convocato per essere interrogato, si guardò bene dal
presentarsi. E la faccenda morì lì.
«Eppure...», dice Cipriani. E intende: eppure si poteva scavare,
bastava volerlo. «I Pm mi dicevano: "Lei fa in fretta, le basta
una fotocopia arrivata chissà come, a noi invece servono
rogatorie, timbri, ufficialità, e poi le Isole Cayman non ci
risponderanno mai".
Io
risposi: "Guardate che questa storia dell'Oak Fund e dei Ds mica
si svolge tutta alle Cayman. Ci sono personaggi che sono qui, in
Italia. Ce n'è uno, in particolare... ha presente il compagno G?
Primo Greganti? Quello che teneva i conti del Pci ai tempi di
Mani pulite? Ecco, un altro come lui. Voi lo chiamate, lo
interrogate, e ditegli pure che Cipriani dice di avere le prove
che dietro quel fondo c'è proprio lui, e se vuole mi quereli
pure". Gli diedi il nome. Ma non lo hanno mai interrogato».
Chissà perché. 21-06-2010]
|
|
DOSSIER
ILLECITI: DOMANI UDIENZA A MILANO PER DISTRUZIONE ATTI...
(Adnkronos)
- Prendera' il via domani mattina davanti al gip Giuseppe
Gennari l'udienza per decidere la distruzione dei dossier e
delle informazioni riservate acquisite illegalmente nell'ambito
della vicenda che ha coinvolto la security interna a Telecom e
Pirelli. Si tratta di un'udienza praticamente imposta dalla
Corte Costituzionale che in passato, confermando la validita'
della norma approvata dal Parlamento, aveva rigettato le
eccezioni proposte dallo stesso giudice Gennari e da altri suoi
colleghi.
All'udienza parteciperanno le 130 parti che si sono dette
interessate alla distruzione dei dossier, i 34 imputati e i loro
difensori. In teoria tutti potrebbero interloquire con i pm
davanti al giudice su ciascuno dei 20mila files informatici che
compongono i 4.287 dossier su persone e 132 su societa'. In
teoria, quindi, l'udienza e' destinata a durare alcuni anni
perche' si dovra' discutere su ogni singolo atto da distruggere.
10.06.10 |
DOSSIER
ILLEGALI: GUP, DA ATTIVITA' BENEFICI A PROPRIETARIO...
(ANSA) - Le 'logiche' dell'attivita' di dossieraggio illegale 'tendono a
beneficiare, non gia' l'azienda come tale, ma chi in un dato
momento storico ne e' il proprietario di controllo'. E' uno dei
passaggi delle motivazioni del gup di Milano Mariolina Panasiti,
davanti alla quale nelle scorse settimane hanno patteggiato
Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni e altri imputati per la vicenda
dei dossier illegali.
Il giudice,
che nelle scorse settimane ha disposto anche la trasmissione
degli atti alla Procura perche' valuti se aprire nuove indagini,
parla di una 'gravissima intromissione nella vita privata delle
persone mossa da logiche partigiane nella contrapposizione tra
blocchi di potere economici e finanziari, logiche che tendono a
beneficiare' colui che 'in un dato momento storico' e' 'il
proprietario di controllo' dell' azienda.
Nel corso
dell'udienza preliminare, l'investigatore privato Emanuele
Cipriani aveva piu' volte chiamato in causa l'attuale presidente
di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, sostenendo di aver agito
sulla scorta di direttive aziendali. Secondo il giudice e'
'palesemente inverosimile' che Fabio Ghioni abbia agito di sua
iniziativa, come e' 'altamente improbabile' che Giuliano
Tavaroli, ex capo della security di Telecom e Pirelli, abbia
agito 'nel suo interesse'.
20.06.10 |
- "IL GIORNALE" DI FELTRUSCONI È L’UNICO CHE MIRA ALL’’OAK FUND’,
IL DOSSIER-CHOC SUI CONTI ALL’ESTERO DEI DS, INSABBAIATO DAI PM,
CHE FA TREMARE D’ALEMA E FASSINO - 2- TAVAROLI: "I SOLDI HANNO
VIAGGIATO NELLA PANCIA DI 300 SOCIETÀ IN GIRO PER L’EUROPA PER
POI APPRODARE A LONDRA NEL CONTO DELL’OAK FUND CUI ERANO
INTERESSATI I FRATELLI MAGNONI (CHE HANNO SMENTITO, NDR) E DOVE
AVEVANO LA FIRMA NICOLA ROSSI E PIERO FASSINO (CHE HANNO
ANNUNCIATO QUERELA, NDR). QUESTE COSE LE HO DETTE ANCHE AI PM
CHE MI HANNO INTERROGATO. LORO MI DICEVANO: NON SCRIVIAMO I NOMI
NEL VERBALE, DICIAMO ESPONENTI POLITICI..."" - 3- PERÒ NELLE
REGISTRAZIONI DEGLI INTERROGATORI I NOMI RELATIVI AL FILONE DS
CI SONO, E SPUNTANO ANCHE NEI DOCUMENTI CRIPTATI: “Z0048602, DA
PAGINA 23821 A PAGINA 23833, DA PAGINA 23789 A PAGINA 23802, DA
PAGINA 23810 A PAGINA 23820…” - 4- DICE TAVAROLI: "L’OPERAZIONE
PERÒ SI FERMA QUANDO VIENE ACCERTATO CHE IL FONDO OAK RIGUARDA
ESPONENTI DI UN PARTITO DELL’ATTUALE MAGGIORANZA" NONCHÉ UN
RETICOLO FINANZIARIO CHE FA CAPO A SOCIETÀ E PRESTANOME DEI DS -
-
Gian Marco Chiocci per
il Giornale
Il lungo filo rosso dei (presunti) fondi esteri dei Ds, venuto
alla luce nell'inchiesta Telecom col dossier «Oak Fund» (fondo
quercia) redatto dall'investigatore privato Emanuele Cipriani su
input del capo della security Giuliano Tavaroli, viene spezzato
dalla Procura di Milano quando si faceva ancora in tempo ad
indagare. E cioè, sei mesi prima dell'entrata in vigore della
Legge Mastella che prevede l'invio al macero di tutti i dossier
assemblati illegalmente.
Ora che il gip ha tirato le orecchie ai distratti pm,
l'argomento delle presunte tangenti a esponenti Ds collegate
alla scalata di Colaninno in Telecom torna d'attualità. Per
venirne a capo occorre premettere che sui politici non se n'è
potuto sapere di più poiché i pm, oltre a non voler mettere a
verbale i nomi fatti da Tavaroli e Cipriani (almeno stando alle
versioni degli interessati), hanno evitato anche di capire se
l'immenso materiale sui Ds sequestrato a Cipriani fosse buono,
in parte buono, oppure carta straccia.
Secondo quanto raccontato ai pm (12 aprile 2007) dall'ex capo
della security di Telecom, Tavaroli, gli accertamenti su Oak
Fund nascono quando si profila l'ipotesi dell'acquisto Olivetti
presso la finanziaria lussemburghese Bell, per capire se fosse
presente una componente del management Telecom che, attraverso
Oak Fund, avesse lucrato sull'acquisto di Olivetti.
Dice Tavaroli: «L'operazione però si ferma quando viene
accertato che il fondo Oak riguarda esponenti di un partito
dell'attuale maggioranza» nonché un reticolo finanziario che fa
capo a società e prestanome dei Ds.
Nell'interrogatorio successivo (31 maggio 2007) Tavaroli
aggiunge che Tronchetti, nel gennaio 2006, gli chiede conferma
se nei dossier vi sono indagini sui politici. «Gli dissi di Oak
Fund (...). Il presidente si inquietò chiedendomi conto di
questo incarico, io gli rammentai che si trattava di
un'operazione del 2001 per conoscere gli azionisti di Bell».
L'ex capo delle security di Telecom rammenta inoltre che se
effettivamente «nell'agosto del 2001 al festival dell'Unità di
Rimini, D'Alema aveva attaccato frontalmente l'operazione di
acquisito di Tronchetti, proprio grazie alla mia mediazione che
si è snodata attraverso i contatti con Lucia Annunziata e quindi
Nicola La Torre e infine D'Alema, nella primavera 2002 i
rapporti fra Tronchetti e D'Alema erano assolutamente cordiali».
Incassato il patteggiamento a 4 anni e mezzo, definitivamente
fuori dal processo, Tavaroli si sente libero di parlare. E a
Repubblica confessa tutta un'altra storia. Accusa Tronchetti di
avergli commissionato l'indagine sui Ds per capire se erano
girate tangenti nell'acquisizione di Colaninno, e poi entra nel
dettaglio del dossier «Baffino», così etichettato in azienda:
«I soldi hanno viaggiato nella pancia di 300 società in giro per
l'Europa per poi approdare a Londra nel conto dell'Oak Fund cui
erano interessati i fratelli Magnoni (che hanno smentito, ndr) e
dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino (che ha
annunciato querela, ndr). Queste cose le ho dette anche ai pm
che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi
nel verbale, diciamo esponenti politici...».
Altro personaggio che viene invitato a non fare i nomi dei
politici è l'autore del dossier, l'investigatore privato
Emanuele Cipriani. Interrogato in tempi non sospetti, nel
lontano 28 marzo 2007, Cipriani rivela che «Tavaroli mi invitò a
svolgere investigazioni sull'Oak Fund, dicendo che avrei dovuto
verificare se dietro c'era un partito politico».
Tavaroli fece riferimento «al partito del Pds» e «mi chiese di
rivolgermi all'investigatore svizzero John Poa, da me
solitamente utilizzato per le investigazioni all'estero». Che
durano mesi. E che sono continuamente aggiornate da report «con
documentazione societaria e bancaria» reperita in Belgio,
Olanda, Svizzera, e paradisi fiscali.
Man mano che il dossier prende consistenza Cipriani si rende
conto «che si trattava di informazioni straordinariamente
riservate che John Poa poteva aver avuto attraverso proprie
conoscenze che riuscivano ad ottenere consegne indebite della
documentazione».
Quanto ai soggetti «italiani» coinvolti, l'investigatore osserva
che sono tutti emersi da «sue» indagini. A un certo punto, però,
Cipriani fa presente al pm che lo interroga che fra il materiale
che gli viene sottoposto manca «uno schema particolarmente
approfondito di tutti i passaggi che dimostravano la
riconducibilità del fondo a determinati soggetti, e non trovo un
documento che indicava un noto soggetto politico», che
nell'interrogatorio (che è registrato) Cipriani dice essere
Massimo D'Alema. Il documento, però, «in parte è macchiato». Non
si legge bene.
Per capire come mai non si trovano i pezzi di carta cui fa
riferimento l'investigatore bisogna correre poche righe più
avanti, ma solo dopo che Cipriani ammette d'aver relazionato
l'esito delle indagini a Tavaroli («che mi disse di averle
riferite a Tronchetti Provera», il quale però ammette solo
d'aver invitato Tavaroli a rivolgersi in procura «perché le
chiacchiere da bar su Oak non mi interessavano») e pure a Marco
Mancini, capo del controspionaggio del Sismi, suo ex coindagato.
A pagina 4 del verbale finalmente il riferimento al filone Ds,
rintracciato dalla polizia giudiziaria, compare: «Riconosco
negli atti che mi vengono esibiti le seguenti pratiche:
Z0048602, da pagina 23821 a pagina 23833, da pagina 23789 a
pagina 23802, da pagina 23810 a pagina 23820» e via discorrendo.
In questi numeri cifrati, secondo Cipriani, si nasconderebbe il
segreto di D'Alema e compagni.
Seguendo l'esempio di Tavaroli, anche Cipriani vuota il sacco su
Oak lontano dalla procura: «Siamo andati avanti gradino per
gradino - denuncia al Fatto Quotidiano -, abbiamo fatto più di
10 report». Il risultato «è un sistema finanziario di altissimo
livello, le famose società finanziarie...».
Il documento risolutivo, però, sembra essere illeggibile perché
macchiato. È un documento ottenuto da una fiduciaria estera di
un Paese off-shore. È su carta intestata. «Dentro c'è una frase,
se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra richiesta vi
diciamo che dentro questo conto ci sono queste persone. Sono
macchiate le firme degli amministratori della fiduciaria. Quando
il pm mi ha detto che potrebbe essere falso, gli ho risposto:
peccato che negli ultimi report, tra documenti bancari, telex e
carta con le firme macchiate, ci saranno una trentina di
allegati». Veri.
Come dire: se anche il dossier è falso al 50 per cento, per il
restante cinquanta è reale. Venerdì prossimo il gip aprirà
l'udienza per disporre l'eventuale distruzione delle carte top
secret. Nonostante la legge Mastella, secondo i legali degli
imputati il dossier Oak può ancora vedere la luce. Una speranza
c'è, minima ma c'è.
[16-06-2010]
|
|
1- TRA LE
PIEGHE DEI DOSSIER TELECOM, SBUCA LA CELEBRE PIAGA DEI CONTI
ESTERI DEI DS - 2- A RIVELARE COME VENNE LASCIATA "RAFFREDDARE"
LA TRACCIA DELL’OAK FUND CHE PORTAVA - SECONDO ALCUNI
TESTIMONIANZE - IN DIREZIONE DI MASSIMO D’ALEMA È IL GIUDICE
MILANESE MARIOLINA PANASITI: "LA PROCURA INQUIRENTE SOTTOVALUTÒ
IL DOSSIER SUI PRESUNTI FONDI ESTERI DELLA QUERCIA". E DOPO SEI
MESI IL GOVERNO PRODI (CON LA LEGGE MASTELLA) SEPPELLÌ TUTTO CON
UNA PROVVIDENZIALE LEGGE AD HOC - 3- NEI LUNGHI MESI PASSATI TRA
LA SCOPERTA DEL DOSSIER SUI DS E L’ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE
MASTELLA, PERCHÉ LA STORIA DEI FONDI OCCULTI DELLA SINISTRA È
STATA INFILATA NEL CASSETTO DEI "FATTI NON COSTITUENTI REATO"?
AH, SAPERLO... - 4 - “NON È AFFATTO SCONTATO CHE IL DOSSIER SU
OAK FUND RACCOLTO DA CIPRIANI PER CONTO DI TELECOM SULLA
COMPOSIZIONE AZIONARIA DI BELL, VADA A FINIRE AL MACERO”
1
- PERCHÉ LA STORIA DEI FONDI OCCULTI DELLA SINISTRA È STATA
INFILATA NEL CASSETTO DEI "FATTI NON COSTITUENTI REATO"? AH,
SAPERLO...
Luca Fazzo per "Il
Giornale"
«Fatto non
costituente reato»: con questa formula la Procura di Milano
liquidò la traccia dei conti esteri dei Ds, quando vi si imbatté
nell'ambito dell'inchiesta sui dossier Telecom. La traccia che
poteva permettere di scavare sugli affari occulti della Quercia
venne sottovalutata e ibernata per sei mesi: fino a quando,
cioè, entrò in vigore la legge Mastella, approvata a tempo di
record e alla quasi unanimità dal Parlamento, che prevedeva la
distruzione di tutti i dossier illegalmente raccolti. Compreso
quello sull'Oak Fund (letteralmente, in inglese, il «Fondo della
quercia»), la misteriosa entità che controllava una quota della
Bell.
A
raccontare come venne lasciata raffreddare la traccia che
portava - secondo alcuni testimonianze - in direzione di Massimo
D'Alema è il giudice milanese Mariolina Panasiti, nelle
motivazioni depositate ieri della prima sentenza sul caso
Telecom. È la sentenza che ha assolto da buona parte delle
accuse Giuliano Tavaroli, ex capo della security di Telecom, e
numerosi altri imputati, tra cui l'investigatore privato
Emanuele Cipriani.
Come ci si
attendeva, nella sentenza la dottoressa Panasiti boccia
esplicitamente la linea della Procura su un punto centrale
dell'indagine: i vertici di Telecom, a partire da Marco
Tronchetti Provera, secondo il giudice erano «interessati » alle
attività occulte della security. Ma, a sorpresa, la Panasiti
formula giudizi pungenti nei confronti della Procura anche su un
altro passaggio-chiave dell'inchiesta: il trattamento riservato
all'affare Oak Fund, indicato nel compact disc sequestrato a
Cipriani come «operazione New Entry ».
Scrive la
Panasiti: «L'autorità inquirente (ovvero la Procura, ndr ) assai
probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata, tanto
che la notizia medesima relativa alla Operazione New Entry era
stata separata dal procedimento principale, con iscrizione a
c.d. "modello 45", quali atti non costituenti notizia di reato,
ed inviata, in data 12/5/2006, al Procuratore della Repubblica
in sede per le sue determinazioni ».
Per sei
mesi non accade nulla. Il 20 novembre entra in vigore la legge
«Mastella». Il 20 dicembre 2006 il procuratore della Repubblica
scrive ai pm titolari del fascicolo chiedendo se nelle carte su
Oak Fund «fosse configurabile, con riguardo alla detta
documentazione confluita nel separato fascicolo, un'ipotesi di
raccolta illegale di informazioni ».
A quel
punto, cioè, si ipotizza al massimo di indagare su Cipriani e
Tavaroli per avere realizzato il dossier. Di quello che il
dossier invece contiene, la Procura non si può occupare perché
lo vieta la legge approvata in gran corsa. Ma prima, nei lunghi
mesi passati tra la scoperta del dossier sui Ds e l'entrata in
vigore della legge Mastella, perché non si è fatto nulla? Perché
la storia dei fondi occulti della sinistra è stata infilata nel
cassetto dei «fatti non costituenti reato»? Per il giudice
Panasiti, si è trattato di una sottovalutazione: la Procura
«assai probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata».
Cosa c'era
in quel dossier? A parlarne ai pm, ricorda la Panasiti, è
Giuliano Tavaroli: durante la scalata di Pirelli a Telecom,
Tronchetti aveva chiesto di scoprire chi si nascondesse dietro
la sigla Oak Fund, che controllava una quota della Bell. Il
timore di Tronchetti era che dietro la società ci fossero
manager di Telecom.
Invece,
grazie alle indagini di Cipriani, arrivò la sorpresa: «Nel corso
dei suoi accertamenti il Cipriani aveva ritenuto di individuare
che i soggetti realmente interessati al fondo Oak fossero
esponenti del partito politico dei Democratici di sinistra».
A
individuare i beneficiari del fondo, Cipriani era arrivato
grazie alle indagini di tale John Poa, ovvero John Dollar Beare.
Nella copia del rapporto finale finito nel cd, i nomi dei
beneficiari del fondo sono occultati da una provvidenziale
macchia.
Ma
Tronchetti ha ricordato il riassunto che gliene fece Tavaroli:
«Marco Tronchetti Provera ha indicato di avere avuto riferita la
circostanza nel 2005 da Tavaroli, con indicazioni che la vera
proprietà del fondo era da riportarsi ad un partito politico e,
in particolare, alla persona di Massimo D'Alema. Aveva indicato
in quel contesto al Tavaroli che se vi fossero state delle cose
rilevanti avrebbe dovuto denunziarle alla magistratura ».
Ma alla
magistratura non venne denunciato nulla, e a Cipriani venne
ordinato di sospendere le indagini. Alla fine, il cd con i
dossier alla magistratura arrivò lo stesso: ma ugualmente non
accadde nulla.
2
- TELECOM, QUELLA NORMA (GOVERNO PRODI) CHE AFFOSSÒ INDAGINE OAK
FUND
Da
Il Velino.it
"Non è
affatto scontato che il dossier su Oak Fund raccolto da Cipriani
per conto di Telecom sulla composizione azionaria di Bell, vada
a finire al macero". I legali di Emanuele Cipriani, titolare
dell'agenzia investigativa fiorentina Polis d'Istinto, attendono
la prima udienza di venerdì prossimo fissata dal gip di Milano
che dovrà affrontare (ma di udienze ce ne vorranno parecchie) il
tema della distruzione dei dossier "illegali" emersi dalla
vicenda giudiziaria relativa alle indagini fatte dalla security
di Telecom, direttamente o indirettamente, su imprese e
personaggi del mondo politico, giornalistico ed imprenditoriale.
Il gip di
Milano dovrà decidere se fra le tante pratiche da mandare al
macero dovrà inserire anche il file su "Oak Fund" rinvenuto nel
corso delle perquisizioni a carico di Cipriani.
La legge,
infatti, proposta dal governo Prodi e votata alla fine del 2006
in tutta fretta dopo le polemiche sulle intercettazioni
telefoniche pubblicate dai giornali e relative ad alcuni
esponenti di primo piano del partito allora guidato da Piero
Fassino e che coinvolgevano anche l'ex ministro degli Esteri
Massimo D'Alema, fu aggiornata in dirittura d'arrivo con un
piccolo emendamento che apparve quasi ininfluente.
Non
andavano distrutte soltanto le intercettazioni illegali ma, si
stabilì con una minuscola norma passata quasi inosservata, anche
le investigazioni illecite. Nessuno si accorse che l'emendamento
sarebbe stato decisivo per chiudere la vicenda "Oak Fund" .
Il "Fondo
Quercia" è un dossier realizzato, a detta di Cipriani, per conto
di Telecom che pagò una fattura molto salata, come risulta dagli
atti, affinché si mettessero in chiaro le partecipazioni della
società, appunto Oak Fund, azionista, nel ‘99, della Bell, la
finanziaria lussemburghese che fu utilizzata per la scalata
azionaria a Telecom e che fece risparmiare fiscalmente agli
acquirenti mille miliardi di vecchie lire.
Il
titolare dell'agenzia di investigazioni private agli inizi del
2000, dopo che Telecom passò a Marco Tronchetti Provera, fu
incaricato (ha sostenuto davanti ai magistrati milanesi) da
Giuliano Tavaroli, ex capo della security della società
telefonica, di scoprire chi effettivamente si celava dietro
quella società creata nel ‘96 a Georgetown, la capitale delle
isole Cayman. Cipriani pare abbia ricostruito interamente la
catena di comando della società e svelato chi aveva accesso ai
conti nei Caraibi e a Londra.
Proprio in
una banca londinese sarebbero arrivati fondi e plusvalenze per
milioni di euro. La Polis, per la difficile investigazione
finanziaria si avvalse di un ex poliziotto inglese, John Beare,
specializzato nella caccia ai capitali dei paradisi fiscali che,
pare, sia già stato ascoltato dai magistrati di Milano ma non si
sa con quali risultati.
Fatto sta
che l'inchiesta fu chiusa, grazie a quel piccolo emendamento
fatto di alcune parole, ma decisivo per sbarrare la strada ai
pubblici ministeri che, si apprende adesso dalle carte del
processo Telecom, non furono molto curiosi. A sostenerlo è un
giudice, Mariolina Panasiti che, come scrive Il Giornale:
"formula giudizi pungenti nei confronti della Procura ....." sul
... " trattamento riservato all'affare Oak Fund, indicato nel
compact disc sequestrato a Cipriani come ‘operazione New
Entry‘".
Per la
Panasiti, "l'autorità inquirente (ovvero la Procura, ndr ) assai
probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata, tanto
che la notizia medesima relativa alla Operazione New Entry era
stata separata dal procedimento principale, con iscrizione a
c.d. ‘modello 45', quali atti non costituenti notizia di reato,
ed inviata, in data 12/5/2006, al Procuratore della Repubblica
in sede per le sue determinazioni'.
Per sei
mesi non accade nulla. Il 20 novembre entra in vigore la legge
Mastella. Il 20 dicembre 2006 il procuratore della Repubblica
scrive ai pm titolari del fascicolo chiedendo se nelle carte su
Oak Fund ‘fosse configurabile, con riguardo alla detta
documentazione confluita nel separato fascicolo, un'ipotesi di
raccolta illegale di informazioni‘". E' la fine dell'inchiesta
sui contenuti del dossier , quella norma mandò tutto in soffitta
in attesa delle decisioni della Corte costituzionale, che
confermando la legittimità costituzionale della legge, ha
obbligato il gip di Milano a convocare gli interessati per
procedere all'eventuale distruzione degli atti.
Ma la stessa
procura non può certo dirsi sicura di distruggere
definitivamente il dossier su Oak Fund. Infatti sono stati
appurati nel corso del processo e delle indagini sul
dossieraggio Telecom, gli stretti rapporti fra Tavaroli e
settori importanti dei servizi segreti. Consultazioni frequenti
e tanto rilevanti che la presidenza del Consiglio ha dovuto
vincolare l'uomo che più di tutti manteneva i rapporti con
Tavaroli e cioè Marco Mancini (ex capo operativo del Sisde, oggi
all'Aisi) al "segreto di Stato".
Si può
pertanto prevedere che copia del dossier di Cipriani sia finita
al Sisde ed anche all'M16, i servizi segreti inglesi, visto il
ruolo avuto nella redazione del documento da John Beare. Insomma
anche se il gip di Milano dovesse decidere per la distruzione
del file " operazione new entry", nessuno è in grado di
stabilire che non sia stato già archiviato da altre istituzioni.
Della vicenda si è già parlato, ma senza particolare
approfondimento, nel corso di alcune sedute del Comitato per la
sicurezza della Repubblica, guidato da Massimo D'Alema, ma
nessuno è fino ad oggi in grado di fare chiarezza .
D'altro
canto anche se il gip dovesse decidere per non utilizzabilità
giudiziaria del dossier sulla società che controllava la Bell,
non è detto che i servizi segreti debbano adeguarsi. Ed è quello
che con ogni probabilità accadrà e, forse, fra qualche anno
fughe di notizie più o meno interessate potranno farci conoscere
l'intero documento e se dietro Oak Fund c'era veramente un
partito ed alcuni dei suoi leader.
[15-06-2010]
|
...
"Dossier illegali nell'interesse di Tronchetti". Milano, il
giudice: il presidente Telecom commissiono' lo "spionaggio" di
Tavaroli" (Repubblica, p. 21). Cuor di leone Berna-bebe' ora
fara' causa a Tronchetti Dovera nell'interesse di Telecom, vero?
Esattamente come il cda della Juve con Moggi.
Nella stessa sentenza, il Giornale scova ben altra notizia: "La
giudice critica la Procura: non indago' sui conti esteri Ds. "L'autorita'
inquirente non si occupo' dell'affare Oak Fund. Forse non capi'"
(Luca Fazzo, p. 8). |
1-
NELL’INTERVISTA TRONCA-TRONCHETTI, ORMAI APPUNTAMENTO FISSO CON
’REPUBBLICA’, L’EX SPIONE SENZA LEX DI TELECOM SCODELLA DELLE
CHICCHE GOLOSE ED INEDITE. SUL MITOLOGICO MAGISTRAT CASELLI
ATTOVAGLIATO A CASA TRONCHETTI PER UNA GRANA GIUDIZIARIA DI
MONTEZEMOLO, AVANTI LUCIA ANNUNZIATA CHE FA DA TRAMITE PER UN
RIAPPACIFICAZIONE CON D’ALEMA (CASO COLANINNO-OAK FUND), ECCO
L’INTERISTA FACCHETTI CHE GIOCA A CALCIOPOLI CON GRECO E
BOCCASSINI, TRAPASSANDO PERFINO LE INTERVISTE ’SDRAIATE’ DI
FABIOLO FAZIO - 2- ATTENTI A TAVAROLI, È UN TIPINO CHE CONOSCE
(E BENE) LA STORIA SEGRETA D’ITALIA (INSIEME A MARCO MANCINI,
POI AGENTE SISMI DI POLLARI, L’EX CAPO DELLA SECURITY TELECOM
ERA TRA I CARABINIERI DI DALLA CHIESA CHE ENTRARONO NEL COVO BR
DI VIA MONTE NEVOSO DOVE FURONO RITROVATI LETTERE E
REGISTRAZIONI DELL’INTERROGATORIO DI ALDO MORO, POI
MISTERIOSAMENTE "SBIANCHETTATI" DA QUALCHE MANONA DEVIATA DEI
SERVIZI) -
1-
DAGO-NOTA
Nell'intervista tronca-Tronchetti, ormai un appuntamento con
scadenza mensile di Tavaroli con 'Repubblica', l'ex spione senza
lex di Telecom, oltre alle immancabili accuse al suo ex padrone
("codardo") scodella delle chicche golose ed inedite. Su
Giancarlo Caselli, Montezemolo, Lucia Annunziata, Tremonti,
D'Alema, trapassando Fabiolo Fazio. Eccole:
Tavaroli
da Giovane
2-
TAVAROLI ATTOVAGLIA TRONCHETTI CON CASELLI, LUCIA ANNUNZIATA FA
DA TRAMITE PER LA PACE CON D'ALEMA, CI VUOLE L'EX GDF MARCO
MILANESE PER UN INCONTRO CHIARIFICATORE CON TREMONTI, FACCHETTI
FA CALCIOPOLI CON GRECO E BOCCASSINI
Stralci (e stracci) dell'intervista di Piero Colaprico e
Walter Galbiati a Tavaroli per
La Repubblica
Un
Giuliano Tavaroli un po' appesantito, ma muscoloso, con l'occhio
limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il
patteggiamento a quattro anni e due mesi: "Sì, ho letto
ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera". Scuote la
testa: "E l'ho anche visto in tv in un'intervista sdraiata di
Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi
manco mi conosceva".
Ma, scusi,
Tavaroli, si è sentito offeso?
"A livello personale non m'importa, qua c'è un'offesa
professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati
di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che
mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche
in decine di università, perché la nostra Security aziendale era
un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro
avvocati, come un'accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di
niente".
...................
Ci aiuti a
capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l'ha
chiamata per proteggere qualche persona importante in
difficoltà?
"Più d'una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di
Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di
Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti.
Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse,
e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una
vecchia inchiesta di Torino".
Lei è
sicuro di quello che sta dicendo?
"Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore
Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un
magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini
chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con
Caselli".
C'è stato
questo pranzo?
"Che c'è stato è sicuro, ma io non ho partecipato".
È proprio
vero che stavate aiutando l'Inter di Moratti contro Luciano
Moggi?
"La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le
indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete
sapere a quando risale? Al 2002... Succede che un arbitro
bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui
bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di
quella che sarà Calciopoli. All'Inter vanno in fibrillazione, si
spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così
Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi".
Siete
andati dalla magistratura?
"Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a
Moratti l'unico suggerimento possibile, e cioè portare
Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può
parlare, resterà anonimo, l'indagine comincerà".
All'Inter
che dicono?
"Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno
paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice
che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è
preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano.
Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che
finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e
Ilda Boccassini. E l'arbitro, convocato, va in procura, ma non è
così facile come sembra... Fa scena muta. L'inchiesta Calciopoli
non parte quindi da Milano, com'era possibile, ma partirà
qualche anno dopo, a Napoli".
............................
Ma
Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare
chicchessia?
"Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere
contatti con chiunque, ma è anche vero che c'era gente come
D'Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo".
E lei che
cosa fa?
"Sono io che gli ho fatto fare la pace con D'Alema, per il
tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti,
attraverso l'ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io
conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti
confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli
formali c'era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri,
serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato".
Lei dà del
falso a Tronchetti, che invece fa l'anima bella, perché ha
mentito in altre occasioni?
"Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del
2005, invece sono nate nel 2001, dopo l'acquisto di Telecom
dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva
sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l'acquisto
di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui
Tronchetti dava fastidio".
Fastidio?
"Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da
tanti. Voleva fare l'imprenditore indipendente e questo può
comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la
politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti,
tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più
miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma
di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia".
[05-06-2010]
|
Tronchetti replica al ‘servizietto’ dello spione - "Nelle
dichiarazioni del Signor Tavaroli, a parte gli insulti, non ci
sono fatti nuovi. Credo che la storia di questi ultimi anni
dimostri come mai, su questi e altri temi, il dottor Tronchetti
si sia sottratto al confronto o, addirittura, allo scontro”…
Riceviamo e pubblichiamo:
Dichiarazione portavoce Pirelli
Alla
richiesta di una replica a quanto affermato oggi da G.Tavaroli
nell'intervista a Repubblica, il portavoce della Pirelli ha
dichiarato:
"Nelle dichiarazioni del Signor Tavaroli, a parte gli insulti,
non ci sono fatti nuovi. Alle sue ricostruzioni, smentite gia'
in passato da alcuni dei personaggi che ancora oggi chiama in
causa, il dottor Tronchetti rispondera' in modo puntuale e
argomentato.
Credo che
la storia di questi ultimi anni dimostri come mai, su questi e
altri temi, il dottor Tronchetti si sia sottratto al confronto
o, addirittura, allo scontro. Il prezzo pagato e' evidente e
credo sia di per se' una prima risposta a chi oggi parla di
coraggio e di patti con la politica".05-06-2010]
|
1-
TRONCHETTI TRONCA TAVAROLI:“PERCHÉ ORA MI INFANGA, DOPO AVERMI
SEMPRE DIFESO NEI SUOI NUMEROSI INTERROGATORI DAVANTI AI
MAGISTRATI?”. L’AFEFFATO LEGGE UN VERBALE DEL 2007 DELL’EX
SPIONE DAVANTI AL GIP: “VI DEVO DIRE CHE TRONCHETTI È UN
DELINQUENTE? MA NON È VERO. MI PIACEREBBE, NON GLIELO POSSO
DIRE. È GENTE CHE MI HA SEMPRE CHIESTO DI OPERARE NELLA TUTELA
DELLA LEGALITÀ” - 2- ORA LA MUSICA DELL’EX CAPO DELLA SECURITY
TELECOM ITALIA È CAMBIATA. COME MAI? COME NEL CASO CIPRIANI,
FORSE QUALCHE ‘RICHIESTA’ NON È STATA ESAUDITA DALL’AFEFFATO? -
3- PER QUANTO RIGUARDA L’ACCUSA DI MUCCHETTI DI ESSERE STATO
SPIATO DA TRONCHETTI, ECCO UN ALTRO PASSAGGIO
DELL’INTERROGATORIO DEL TAVAROLI DI IERI AL GIP: “MUCCHETTI È
UNA PESSIMA PERSONA. QUANDO L’HO INCONTRATO MI HA OFFERTO DI
TUTTO PERCHÉ MI HA DETTO: IO VOGLIO VEDERE IL DOTTOR TRONCHETTI
IN GALERA” - 4- SU CALCIOPOLI: “MORATTI SI ERA RIVOLTO A
TAVAROLI, SU MIO CONSIGLIO. POI È ANDATO DIRETTAMENTE DALLA
BOCCASSINI A DENUNCIARE CIÒ CHE AVEVA SAPUTO. MA ALLA FINE IL
GIOVANE ARBITRO NON SE LA SENTÌ DI TESTIMONIARE E TUTTO È
SALTATO” - 5- “FUI COSTRETTO A RINUNCIARE A TELECOM ITALIA DALLE
INGERENZE DEL GOVERNO PRODI: AVREI INCASSATO DAGLI AMERICANI
AT&T E AMERICAN MOVILES LA STESSA CIFRA CHE HO PRESO DALLE
BANCHE, MA IN PIÙ SAREI RIMASTO AL 33 PER CENTO DEL GRUPPO” - 5-
TUTTO SU CASELLI-MONTEZEMOLO, DOSSIER DE BENEDETTI, BOBO VIERI,
OAK FUND E D’ALEMA
Nicola
Porro per
Il Giornale
Tavaroli,
Cipriani, Ghioni, tutti ex dipendenti o comunque a contratto con
Pirelli e Telecom, dicono che Marco Tronchetti Provera era a
conoscenza dei dossier illegali che confezionavano. Possibile
che mentano tutti?
«Mettiamo le cose in ordine - dice subito Tronchetti nella sua
prima intervista su questa vicenda -. Tutte le persone che lei
cita riferiscono cose dette o riportate da Tavaroli (l'ex capo
della security Telecom e Pirelli, ndr). Nessuno di questi
signori può infatti sostenere di avermi parlato o passato
personalmente un documento di carta.
Per quanto
riguarda Tavaroli, invece, nei suoi numerosi interrogatori
davanti ai magistrati dice che sia il sottoscritto sia Buora
siamo persone per bene e ammette di non averci mai consegnato
alcun dossier. Uno dei motivi per i quali non sono entrato nel
processo. Quello che i signori dicono fuori dalle aule
giudiziarie è tutt'altra cosa. Pensi che Cipriani riferisce di
un Tavaroli che con il dossier sotto il braccio si precipitava
di continuo nella mia stanza. Lo stesso Tavaroli nell'intervista
di ieri lo smentisce. Insomma sui giornali si legge di tutto».
Ma proprio
nell'intervista di ieri a «Repubblica», Tavaroli dice che lei
sapeva tutto.
«Tavaroli sostiene cose, ancora una volta, che non sono in linea
con la verità e in contraddizione con la sua stessa verità
processuale. L'unica cosa corretta che dice è che sono un
persona indipendente e che per questo ho pagato e pago un
prezzo».
Ritorniamo
a quella che lei definisce verità processuale.
«Sia di fronte al giudice Gennari sia davanti ai Pm, Tavaroli
dice esattamente l'opposto di quanto ha dichiarato a Repubblica.
È agli atti».
E
Tronchetti inforca gli occhialini e inizia a leggere
l'interrogatorio in cui Tavaroli ammette che pur di uscire di
galera sarebbe pronto a dire qualsiasi cosa, ma non può mentire.
«E che vi devo dire? - Tronchetti legge un verbale di Tavaroli
davanti al Gip nel 2007 -. Cioè vi devo dire che Tronchetti è un
delinquente? Ma non è vero. Che Buora è un delinquente? Non
riesco. Cioè non mi viene. Mi piacerebbe, non glielo posso dire.
Son gente di cui non ho idea di illeciti. Anzi tutto il
contrario. È gente che mi ha sempre chiesto di operare nella
tutela della legalità».
Ritorniamo
ai casi specifici. Tavaroli e il suo amico Cipriani sostengono
che lei abbia commissionato dossier sull'universo mondo. Ma
anche sui filippini al suo servizio, sulla guardarobiera di sua
moglie, sulle sue figlie bloccate alla frontiera di Sankt
Moritz. Difficile immaginare che queste pratiche non fossero da
lei richieste.
«Non facciamo confusione. Io non ho mai commissionato un dossier
a nessuno. Ho in azienda una persona di fiducia, che si occupa
di sicurezza. Se ho un piccolo problema, mi viene naturale
chiedergli una cortesia per risolverlo. Insomma ho i miei figli
bloccati per un errore in frontiera, e gli chiedo di fare una
telefonata per controllare cosa sia successo.
E
altrettanto vale per il figlio di un mio amico che aveva dei
seri problemi con la droga. Che poi Tavaroli si rivolgesse a
Cipriani mi era del tutto oscuro. È normale che mi rivolgessi a
un uomo di fiducia, con un passato nelle forze dell'ordine e che
per di più curava la security di un gruppo complesso come il
nostro»
Si
trattava di semplici telefonate?
«Sì, mai un dossier. Bisogna dunque distinguere bene le cose. In
casi eccezionali ho chiesto delle cortesie, banali e semplici, a
un uomo della sicurezza. Ma l'attività di dossieraggio era ben
altra cosa. E mettere insieme le due vicende è assurdo».
Le si può
contestare l'utilizzo di strutture aziendali per uso privato?
«Non mi sembra il caso. In rarissimi casi ho chiesto una
cortesia a una persona che per la funzione che ricopre ha dei
contatti. La stessa cosa ho fatto in casi eccezionali con un
medico, consulente della Pirelli con relazioni in tutto il
mondo, quando qualcuno ha avuto un problema di salute serio».
Tavaroli
accenna a una riunione al vertice sulla fuga di notizie riguardo
a Telecom, in cui si metteva sotto osservazione il sindaco
Casiraghi?
«È una cosa dissennata. La dottoressa Casiraghi è stata per anni
sindaco del gruppo e non ha mai avuto a che ridire sulle
strutture di governance all'interno delle aziende, e attribuirle
soffiate alla stampa mi sembra scorretto».
Mi scusi
Tronchetti, ma la Casiraghi collaborava con Massimo Mucchetti,
che guarda caso è stato oggetto di un tentativo di spionaggio.
Insomma sarà pure una cosa dissennata ma il giro, diciamo così,
Casiraghi-Mucchetti qualche attenzione illegale l'ha subita?
«Anche qui mi rifaccio alle parole di Tavaroli. Tronchetti si
mette a leggere di nuovo il verbale in cui Tavaroli davanti al
giudice Gennari dice: "Il dottor Tronchetti non ha mai chiesto
un'indagine su Mucchetti e su altri". Per quanto riguarda i
rapporti tra Tavaroli e Mucchetti è interessante vedere un altro
passaggio dell'interrogatorio di Tavaroli in cui, chi scrive,
legge nel verbale:
"Mucchetti
è una pessima persona. Mucchetti è uno che quando l'ho
incontrato mi ha offerto di tutto perché mi ha detto: Io voglio
vedere il dottor Tronchetti in galera. Lo odio. E mi ha offerto
di tutto per vendermi qualsiasi cosa del dottor Tronchetti
perché lui doveva far un libro per rovinare il dottor Tronchetti
perché lo vuole vedere in galera. Queste sono le parole che lui
ha detto a me". Questo è ciò che Tavaroli dice davanti ai
magistrati e che dà uno squarcio interessante di quali fossero
rapporti e sentimenti».
Ma perché
secondo lei Tavaroli la difende a spada tratta davanti al
giudice a costo di restare in galera, mentre oggi la molla?
«È certamente un comportamento anomalo, quello di chi ha tante
verità quanti sono i suoi interlocutori. Ma non è l'unico in
questa vicenda. Pensi a quello di Cipriani. Pochi mesi fa ha
chiesto, attraverso i suoi avvocati, un accordo transattivo da 4
milioni. Noi rifiutiamo. E ora viene in Tribunale e come se
nulla fosse dice tranquillamente di aver operato su mio mandato.
E per quale motivo solo pochi mesi fa allora voleva fare un
accordo per restituire dei soldi? Per il suo buon cuore? Si
tratta evidentemente di un modo per turlupinare l'opinione
pubblica e comunicare il falso».
Ma in
realtà tra lei e Cipriani qualche rapporto esiste. C'è una
fattura di una società di Cipriani per la sicurezza del
matrimonio di sua figlia?
«Io ho la fortuna di avere due figlie che hanno sposato due
bravi ragazzi, ma se lei mi chiede chi ha fornito il catering o
chi si è occupato dei trasporti o della sicurezza non le sarei
in grado di risponderle. Ci saranno sicuramente fatture a mio
nome, ma non per questo conosco e ho rapporti con tutti i
fornitori del matrimonio».
Torniamo
alle accuse mediatiche di Tavaroli. È vero che lei ha
organizzato una colazione con il giudice Caselli per
approfondire una vicenda legata a Luca Cordero di Montezemolo, a
ridosso della sua elezione alla presidenza di Confindustria?
«È vero, l'ho detto anche ai magistrati nella mia testimonianza.
È avvenuto per il tramite di don Ciotti ed evidentemente
Tavaroli ne era al corrente».
Ma quale
era il problema con Montezemolo e perché se ne occupava lei?
«C'era stato un attacco fatto in Assolombarda, l'associazione
industriali di cui faccio parte, e riguardava alcune vecchie
storie. Il giudice Caselli mi ha confermato che non c'era nulla
a sua conoscenza che riguardasse Montezemolo di recente. E non
c'era dunque nessuna ragione che gli impedisse di ricoprire un
ruolo pubblico».
In tutta
questa brutta vicenda ricompare come un fiume carsico un
famigerato dvd di Cipriani contenente tutti i dossier illegali.
Tavaroli dice che lei era preoccupato perché la Procura ci aveva
messo le mani sopra e aveva la password per decrittarlo.
«Dobbiamo fare un passo indietro. A fine 2005 ci rendiamo conto
che mancava una parte della documentazione che giustificasse
fatture di società estere riferibili a Cipriani. Per farla breve
dopo una certa consultazione tra legali, Tavaroli mi disse che
era in grado di produrre le pezze giustificative.
Quando a
marzo-aprile del 2006 non ottenemmo alcun riscontro capimmo che
il rapporto fiduciario con Tavaroli si era rotto. Gli abbiamo
chiesto di lasciare l'azienda e abbiamo inviato alla
magistratura copie delle fatture. In questa fase si inserisce la
storia del dvd. Prima dell'uscita di Tavaroli c'era arrivata
attraverso un legale di Cipriani l'offerta di un dvd dove,
stando a quanto dicevano, erano conservati i dossier e altro
materiale. Rifiutammo. E dicemmo di inviarli direttamente alla
magistratura».
Quindi voi
avete detto di inviarlo alla magistratura?
«Non so cosa ci fosse nel dvd. Ma la cosa certa è che noi non
abbiamo mai avuto nessun timore che il dvd finisse ai
magistrati. Anzi siamo stati noi a chiederlo»
Non era
neanche interessato a sapere chi si celasse dietro al misterioso
fondo Oak che partecipò all'Opa di Colaninno su Telecom? Per
anni si è fantasticato di partecipazioni nascoste e scottanti.
«Ma si figuri. Quando entrammo in possesso di Telecom il
problema non era quello dell'Opa passata, ma semmai
dell'indagine Telekom Serbia. E sulla vicenda demmo l'incarico
all'ex presidente della Corte costituzionale Corasaniti di
dialogare con la commissione parlamentare di inchiesta avendo
pieno accesso a tutte le carte dell'azienda, perché non volevo
coinvolgere l'azienda. Quando nel 2002 negoziammo l'uscita
totale da Telekom Serbia, Tavaroli, che in un viaggio aveva
accompagnato Buora nell'operazione, mi disse che gli avevano
offerto della documentazione che poteva interessare le indagini.
Dissi a Tavaroli di consegnarle alla magistratura se rilevanti».
Va bene,
ma la sua security passò un bel po' di tempo a occuparsi di Oak
found. E anche in questo caso l'interesse poteva apparire
aziendale. Semplifico: lei non era molto gradito al governo
Prodi, dimostrare che D'Alema e amici avessero avuto un ruolo
nel fondo le avrebbe dato in mano un arma nucleare.
«E anche in questo caso le rispondo come ha fatto Tavaroli
nell'interrogatorio che ha avuto davanti alla Procura il 31
maggio 2007. Si consuma il solito rito delle carte e degli
occhiali e Tronchetti inizia a leggere il verbale in cui
Tavaroli dice, e siamo nel gennaio 2006: "Il presidente
Tronchetti mi chiese conferma del fatto se nei dossier vi
fossero indagini riguardanti politici. Risposi che mi ricordavo,
oltre a quelle che stavano emergendo, che vi era l'operazione
Oak found, nelle cui conclusione si attribuiva il fondo al
partito Ds. Il presidente si inquieta chiedendomi conto di
questo incarico".
Lo stesso
Tavaroli davanti ai giudici ammette quindi che io non ne sapevo
nulla e che quando lo seppi mi inquietai, come dice lui. E se
vuole le dico che è uscito sui giornali che il fondo era gestito
da Magnoni ed era partecipato dall'ex proprietario della
Campari, Rossi».
È vero che
Tavaroli però le procurava dei buoni rapporti con alcuni
politici?
«La questione D'Alema a cui si riferisce è presto detta. È una
balla. Avevo un rapporto diretto, come è naturale, con D'Alema.
Credo piuttosto che Tavaroli, alla ricerca di un modo per
accreditarsi, abbia cercato per fatti suoi di metterci in
contatto: cosa che però non serviva. Operazione che avrà fatto
anche con altri politici.
Brancher
l'ho conosciuto una volta allo stadio, grazie a una occasionale
presentazione di Tavaroli. Ma poi non l'ho più rivisto. Anche in
un altro punto Tavaroli si contraddice. A Repubblica afferma che
ero io a chiedere il suo ritorno alla security di Telecom. Ai
magistrati invece dichiara: "Preciso che nel gennaio 2006 pareva
che dovessi rientrare in Telecom; ebbi un colloquio alla
presenza di Giancarlo Valente con il presidente Tronchetti nel
suo ufficio di Piazza Affari a Milano. In quella circostanza il
presidente mi comunicò che non trovandosi alcune pratiche degli
incarichi affidati a Cipriani era inopportuno che io tornassi in
azienda"».
Tavaroli
dice che si stavano anche occupando di Calciopoli?
«È vero ciò che dice. Moratti si era rivolto a Tavaroli, su mio
consiglio, perché aveva delle questioni delicate da affrontare
su vicende arbitrali che poi portarono a Calciopoli. Quello che
è successo è un po' diverso: Moratti è andato direttamente dalla
Boccassini a denunciare ciò che aveva saputo. Ma alla fine il
giovane arbitro che poteva svelare tutta la vicenda non se la
sentì di testimoniare e tutto è saltato».
Era la
stessa security che teneva d'occhio Vieri...
«C'era il timore che Vieri conducesse una vita non da sportivo e
Moratti si chiedeva cosa facessero le altre squadre in tema di
sicurezza. È stato normale chiedere al responsabile della
sicurezza Pirelli cosa si potesse fare. Si trattava solo di una
consulenza».
Ma tutte
queste attività, diciamo così collaterali, e per di più svolte
con Cipriani e altri consulenti non facevano scattare un
campanello di allarme nei costi della security?
«Non è così semplice. Le dico solo che un funzionario
dell'amministrazione era riuscito dal 1999 al 2003 a sottrarre
10 milioni all'azienda senza che nessuno se ne accorgesse. Poi
ne abbiamo recuperati quattro. Ma i campanelli d'allarme in due
società che complessivamente avevano oltre 120mila dipendenti,
esborsi per gli acquisti che solo per Telecom ammontavano a
circa 12 miliardi di euro all'anno, possono non suonare
immediatamente.
Nel caso
della Security il budget annuo ammontava a 50 milioni. Quelli
relativi a servizi affidati ad esterni erano meno di 10 milioni.
Il resto erano acquisti di apparati per la sicurezza di rete,
software, centraline, generatori in caso di black out. Non è
facile cogliere anomalie».
Mentre era
piuttosto facile cogliere l'anomalia dei media vicini
all'ingegner De Benedetti nei suoi confronti è dunque molto
suggestivo il pensiero che lei avesse potuto chiedere alla sua
struttura di darle qualche informazione riservata, come dice
Tavaroli?
«In quella fase gran parte dei media, come scrisse anche il pm
Napoleone, hanno contribuito a creare l'illusione collettiva
delle intercettazioni telefoniche. Si continuavano a pubblicare
foto che alludevano a grandi orecchi Telecom che ascoltavano per
mio conto il Paese.
Tutto ciò
si è rivelato una grossa balla: come ha anche denunciato Guido
Rossi al Copaco nell'ottobre 2006 non vi è evidenza di una sola
intercettazione. Era un modo per deleggittimarmi. Dice la verità
Tavaroli quando dice che volevano fare fuori un imprenditore
indipendente. Dal gennaio del 2005 a fine 2006 milioni di
italiani sono stati bombardati dall'illusione delle
intercettazioni. Quando lascio la gestione di Telecom la cosa
svanisce e perde appeal».
E il
dossier su De Benedetti?
«L'unica cosa che so è grazie a De Benedetti stesso. Davanti a
un testimone mi ha riferito che nel dossier che lo riguarda non
c'è nulla. Anzi no, sostiene di essersi stupito del fatto che ci
sono i numeri di telaio di tutte le sue automobili. Ma io quel
dossier non l'ho visto».
E
l'ingegnere come ha fatto?
«Non lo so lo chieda a lui».
Lei ha
visto qualche dossier?
«Neppure uno».
Erano
tutti nel famoso dvd?
«Così hanno detto. Anche se una parte li abbiamo trovati noi, in
un ufficio della Bicocca che era utilizzato dalla security. Non
appena li abbiamo visti, li abbiamo sigillati e inviati alla
Procura».
Tavaroli
nella sua intervista allude a un sua spallata, che avrebbe dato
a Leopoldo Pirelli con Tangentopoli...
«Questa è la cosa che mi ferisce di più, capisco l'amarezza per
una persona che si è trovata nella situazione in cui si è
trovato Tavaroli, però certe cose superano anche dal punto di
vista umano la soglia accettabile. Leopoldo lasciò gli incarichi
operativi dell'azienda tra la fine del '90 e l'inizio del '91,
prima di Tangentopoli. Mediobanca nelle persone di Cuccia,
Maranghi e Braggiotti mi chiese di assumere la responsabilità
dell'azienda. Io dissi che non la avrei assunta senza la
richiesta di Leopoldo e senza che a quest'ultimo fosse conferita
la presidenza».
C'è chi
ritiene che ci sia un certo occhio di riguardo da parte della
Procura di Milano nei suoi confronti e di quelli di un'azienda
storica come Pirelli. Un po' sul modello della Fiat a Torino?
«Se lei guarda gli interrogatori che il giudice e i Pm hanno
fatto a Tavaroli vede quante volte è costretto a ripetere che sa
benissimo che se mettesse in mezzo il sottoscritto o il dottor
Buora sarebbe la via più facile per uscire di galera ma come le
ho già detto non lo fa, nonostante Pm e giudici lo incalzino.
Oggi
Tavaroli sostiene che ci sono prove importanti contenute nei
computer. È stato quasi un anno in prigione, bastava che tirasse
fuori un documento, una mail per uscire e tornare a casa dai
suoi figli, perché non lo ha fatto? Forse perché le prove non
esistono, né nei pc né da nessuna altra parte».
Teme che
con il rinvio delle carte alla Procura fatto dal gup si possa
riaprire la sua vicenda processuale?
«Noi abbiamo denunciato dei comportamenti illeciti. Tutto ciò
che avevo da dire l'ho testimoniato in quattro diverse occasioni
durate qualche decina di ore».
Ma il
fatto che Cipriani & Co. non siano stati rinviati a giudizio per
appropriazione indebita ma «solo» per associazione a delinquere
e corruzione non apre scenari nuovi?
«Occorre leggere le motivazioni».
È
tranquillo dunque?
«Ma veda, un risultato tutta questa vicenda lo ha avuto. È stato
alimentato un processo mediatico che ha contribuito ad
indebolirmi nel momento in cui cercavo un percorso di sviluppo
per la Telecom. Inoltre oggi qualcuno vorrebbe usare questi
ultimi schizzi di fango per condividere le responsabilità che
come emerge da quanto detto sono chiare e definite».
Lei pensa
che senza la campagna di stampa, oggi sarebbe ancora in Telecom?
«Penso che senza le pressioni mediatiche e le ingerenze
politiche sarebbe stato possibile portare avanti quel percorso
di sviluppo cui facevo riferimento».
E il
governo Prodi, la politica ci hanno messo il loro zampino?
«Questo lo lascio valutare a lei. Pensi però al fatto che il
prezzo che mi venne pagato dalle banche per cedere tutta Telecom
è pari all'offerta che mi avevano fatto At&T e American Moviles
per una minoranza e non già per tutta la mia partecipazione.
Ancora più chiaramente: oggi avrei incassato dagli americani la
stessa cifra che ho preso dalle banche, ma in più sarei rimasto
al 33 per cento del gruppo.
Fui
costretto a rinunciare a quell'offerta per le ingerenze esterne
che subii in quella fase. Ne è testimonianza l'inusuale presa di
posizione che fece in quell'occasione l'ambasciatore americano
sul Corriere della sera e che denunciava la difficoltà di fare
investimenti in Italia».
[06-06-2010]
|
|
SPIONI
TELECOM - FABIO GHIONI ’INCRAVATTA’ DI NERAZZURRO TAVAROLI - A
mettere in fila le dichiarazioni del Cipria (il bello), del Tava
(il buono?) e di fabio ’svioni’ (il Cattivo), oggi su "Il
fatto", le cose non tornano sono sempre di piu. Vittima del
fuoco amico stavolta è Tavaroli - Tronchetti era o no un
Berlusconiano di ferro? - Chi la racconta giusta tra i due? E
perche la raccontano diversa?...
1 - SPIONI
TELECOM: FABIO "SVIONI" INCRAVATTA TAVAROLI
Nel duello con il buono, il brutto e il cattivo, l'Afeffato non
e certo l'uomo con il fucile, direbbe Sergio Leone. In questi
ultimi giorni infatti il Tronchetto dell'infelicità ha preso sui
giornali piu colpi di quanti non ne abbia restituiti. Capita,
quando non si gioca ad armi pari, con il trio Tavaroli, Cipriani
e Ghioni che si muove con la scioltezza di chi, per sua
ammissione, usa verita a geometria variabile.
Però,
con tutte queste giravolte, i pistoleri stanno cominciando a
spararsi tra di loro. A mettere in fila le dichiarazioni del
Cipria (il bello), di Tava (il buono?) e di Ghioni (il Cattivo),
le cose che non tornano sono sempre di piu. Vittima del fuoco
amico stavolta è Tavaroli.
L'ex
carabiniere, nelle sue chiacchiere con il Commissario D'avanzoni
& Co. ha sempre bollato Tronchetti come un Berlusconiano di
ferro. I nemici erano altrove e lui, su ordine del
Presidentissimo, si dava da fare per prevenire, che è sempre
meglio che curare. Oggi invece Ghioni, detto Svioni, l'hacker re
del fumetto e delle esoteriche passioni (da non perdere su
Youtube le sue dichiarazioni a Enigma Tv sull'apocalisse e sugli
"illuminati" - vedi alla fine del pezzo), assesta una botta che
fa girare la testa alla Vergine della Bicocca e le palle all'ex
maresciallo dei CC.
L'hacker Svioni, senza alcun avvertimento cambia le carte in
Tavola e comunica che il vero nemico, era proprio l'attuale
presidente del Consiglio. Chi la racconta giusta tra i due? E
perche la raccontano diversa? Sussulta il verginello. Caspita,
era col Cavaliere e con Tremonti che allora bisognava ricucire.
E invece, a sentire Tavaroli, tutti gli sforzi erano sul dossier
Oak Found e per far le pulci alla sinistra, cincischiando con
Massimo D'Alema e con Lucia Annunziata.
Ecco
perche hanno sfilato la Telecom da sotto il naso di Tronchetti.
Tavaroli gridava barra a sinistra e i suoi uomini viravano a
destra? O forse che non c'era una rotta e ciascuno pensava solo
alle cose sue? Chissa cosa ne pensa Tavaroli, smentito oggi dal
suo ex collaboratore.
Eppure
tra i due il filo era diretto se e vero che era lui che a Ghioni
parlava, riferiva di continuo, trasferiva in tempo reale gli
ordini del presidentissimo. Se si parlavano molto, evidentemente
si comprendevano poco. Svioni, quindi, non capisce chi è il
nemico vero. E' distratto, ma fino a un certo punto. Con
l'occhio del vignettista coglie un particolare da fumetto: l'ex
superiore si precipitava dall'Afeffato in ogni momento ma senza
mai dimenticare di cambiarsi la cravatta e di indossare, novello
Fregoli-Fantozzi, quella interista.
Chissà
lo sconforto di quanti dipendenti Telecom che oggi hanno
improvvisamente compreso la ragione delle loro sfortune
professionali constatando che il loro collo non è mai stato
cinto dai colori nerazzurri.
- VIDEO
DELL''ILLUMINATO " GHIONI
http://www.youtube.com/watch?v=Kmicyo6QeKM&feature=player_embedded#!
2 - L'INTERVISTA A "IL FATTO" - IO CAPO "SPIONE" AL
SERVIZIO DI TRONCHETTI - GHIONI: NELLE MIE E-MAIL LE PROVE DEL
COINVOLGIMENTO DEI TOP MANAGER
Antonella Mascali per "Il Fatto Quotidiano"
Il
sorriso di chi la sa lunga, la voglia di raccontare
pubblicamente, ora che ha patteggiato la pena, quello che ha
detto a porte chiuse alla giudice di Milano Mariolina Panasiti,
e molto di più. Fabio Ghioni, ex responsabile del "tiger team"
della security Telecom, accusa Marco Tronchetti Provera. Chiede
al suo ex capo, Giuliano Tavaroli, di dire la verità anche ai
giudici e non solo ai giornali.
Ritiene
che la Procura di Milano avesse gli elementi per indagare l'ex
presidente di Telecom a causa dei dossier illegali e degli
attacchi informatici contro Rcs, Telecom Brasile, l'Authority.
Ghioni il 28 maggio ha patteggiato 3 anni e 4 mesi di pena per
associazione a delinquere in concorso con Tavaroli e altri
imputati, finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo di
sistema informatico o telematico. Caduta per tutti l'accusa di
appropriazione indebita. Segno che per la giudice Panasiti hanno
agito illegalmente nell'interesse dei vertici della società.
Gli
"spioni" Telecom fioriscono con l'arrivo, all'inizio del 2003,
di Tavaroli, voluto da Tronchetti.
Diventa il responsabile della security al posto di Luciano Gallo
Modena, uomo di fiducia di Enrico Bondi. L'Ad era andato via,
secondo quanto mi disse Gallo Modena, perché c'erano troppe
spese fuori standard. Tavaroli dava a intendere, a ragione, che
aveva le spalle coperte da tutti i punti di vista. Faceva
operazioni di lobbying per introdurre Tronchetti nel mondo
berlusconiano.
Ma
Tronchetti ha detto che non aveva bisogno di Tavaroli per
incontri istituzionali.
Tronchetti allora non era ben visto dal mondo politico e in
particolare da Berlusconi. Ricordo che Tavaroli con l'ausilio
della consulente Margherita Fancello gli organizzò diversi
incontri.
Con chi?
Tremonti, Gianni Letta, D'Alema, Brancher. E non mi faccia
aggiungere altro.
Che altre
coperture vantava Tavaroli?
Attraverso il giornalista Guglielmo Sasininni (rinviato a
giudizio, ndr) aveva rapporti con magistrati di Roma, e Milano.
Con il ministero dell'Interno, con l'Ucigos.
Quando
Tavaroli le chiedeva un'operazione illegale cosa le diceva?
Ogni volta che ordinava, Tavaroli era di ritorno da un incontro
con Tronchetti e il preambolo era: ‘Il Presidente vuole che...'.
Poteva
millantare...
Ma cosa gliene fregava a Tavaroli di spiare Telecom Brasile,
l'ex Ad di Rcs, Colao, De Benedetti, ecc. ecc? Una volta ero
nella sala d'attesa dell'ufficio di Tronchetti, in via Negri a
Milano, ad aspettare proprio Tavaroli. Come sempre quando andava
dal presidente, si cambiava la cravatta e metteva quella
dell'Inter.
Tronchetti
in un'intervista a Il Giornale ha ribadito che lo spionaggio è
stato opera vostra a sua insaputa. Ha inoltre detto che
Tavaroli, il quale lo ha accusato dalle pagine di Repubblica,
mente. Mentre ha detto la verità quando lo ha difeso davanti ai
giudici.
Mi sembra normale che continui a negare un suo coinvolgimento.
La notizia sarebbe se ammettesse le sue responsabilità. È come
quando, per esempio, gli inquirenti chiedono a un mafioso se è
tale. Lui risponde di no. Ovviamente. Per quanto riguarda le due
verità di Tavaroli, ‘processuale e mediatica', come le ha
definite Tronchetti, sarebbe bello in effetti che si decidesse a
dire le cose come stanno alla magistratura oltre che ai
giornali, esattamente come ho fatto io.
Lei ha mai
avuto contatti diretti con Tronchetti?
No. Ma sia io sia la mia segreteria abbiamo avuto contatti via
mail con la signora Longaretti, assistente personale di
Tronchetti. Quindi non è vero che il presidente non si occupava
di security.
Entriamo
nei particolari di quelle che lei chiama operazioni non
convenzionali. Per esempio, l'incursione nel pc di Vittorio
Colao che nel 2004 era Ad di Rcs.
L'operazione nasce da un allarme di Adamo Bove (capo security
Tim, morto suicida, ndr). Sosteneva che Vodafone, di cui Colao
era stato ai vertici, era in possesso dell'elenco dei clienti
‘Gold' di Tim che venivano contattati per passare alla
concorrenza. Nell'ottobre-novembre 2004 Tavaroli mi chiede di
entrare nel computer di Colao per capire se in realtà lavorava
ancora per Vodafone. Come sempre dice che è Tronchetti a
volerlo.
Rcs ha
sospettato della security Telecom. Tronchetti, davanti al gup
Panasiti ha dichiarato che Colao ha commesso "un grave errore"
nel non averglielo detto perché lo avrebbe aiutato. E lei
sarebbe finito in galera subito.
(Ghioni scuote la testa) Quando Colao è stato avvertito di
un'intrusione probabilmente di Telecom, Tronchetti mi ha
contattato attraverso Tavaroli, chiedendomi una relazione
scritta, che avrebbe dovuto presentare al Cda di Rcs, in cui
dovevo parlare di anomalie che avevamo trovato nella rete.
Dovevamo fingere di averli aiutati.
Tronchetti
quando ha testimoniato davanti al gup ha detto che leggendo la
sua relazione non aveva capito dell'hackeraggio. Anzi ha pensato
che avevate fatto ‘un buon servizio ad Rcs' avvertendo del
‘buco' della rete.
(Risata) Quella nota serviva per proteggere Tronchetti. Esiste
uno scambio di mail tra la mia segreteria e quella di Tavaroli
per correggere fino alle virgole la relazione.
Lei è
entrato illegalmente anche nel sistema di Kroll, agenzia di
sicurezza che lavorava anche per Telecom Brasile e che ha spiato
Telecom Italia.
È vero. A gennaio del 2004 Tavaroli ci ha detto che il
presidente ci avrebbe pagato una vacanza in Polinesia se gli
avessimo risolto il problema in Brasile.
Davanti
alla giudice ha lanciato un'accusa grave: ha detto che con il
professor Francesco Mucciarelli, avvocato di Tronchetti, avete
concordato "dichiarazioni non vere" per la procura, proprio su
Kroll.
Confermo. Quando Telecom stava per presentare una denuncia per
prendere le distanze da quello che stava emergendo
dall'inchiesta, mi ha chiamato Gustavo Bracco, capo del
personale, per dirmi che dovevo andare da Mucciarelli. Il
professore prima mi ha chiesto i nomi di chi sapeva
dell'operazione Kroll (tanti e tutti interni) e poi mi ha detto
che ai pm avrei dovuto dare la stessa versione di Telecom:
avevamo saputo che Kroll ci spiava, attraverso un dvd anonimo. E
così ho dichiarato. Dopo l'arresto, invece, ho detto la verità.
Quindi il
professor Mucciarelli le ha chiesto di dire il falso?
Preferisco rispondere che l'avvocato mi ha detto di proteggere
la società e il suo top management.
Kroll su
cosa stava indagando illecitamente?
Gli era stato chiesto di cercare prove sul presunto
coinvolgimento di Afef e dei suoi fratelli nel traffico di armi
in Medio Oriente e nel finanziamento del terrorismo
internazionale.
Con quali
soldi sono state finanziate queste operazioni?
Era Giancarlo Valente (ex dirigente Telecom, ndr) che gestiva
questo tipo di operazioni attraverso un conto che chiamavamo
‘conto del presidente'. Consentiva di emettere fatture aggirando
i controlli di Telecom. Serviva per produrre anche contanti
sempre mediante false fatture rilasciate da investigatori quali
Emanuele Cipriani e Marco Bernardini.
Chi le ha
parlato di questo conto?
Me l'ha detto nel dettaglio proprio Valente, quando gli chiesi
spiegazioni su input di Tavaroli. Quei soldi, mi disse, il
presidente li aveva usati anche per suoi viaggi in Medio
Oriente. Quando scoppiò l'inchiesta sulla security Telecom,
Valente mi confidò anche che alcuni suoi amici della Gdf lo
avevano avvertito che era stato trovato sul suo conto personale
un bonifico di Cipriani del 2002. Gli consigliai di trovarsi un
avvocato e lui mi rispose: 'Ma no. Se prendono me, faccio
saltare tutta la baracca'.
Ma Valente
non è mai stato indagato...
Forse era più facile sparare addosso a chi non avrebbe fatto
saltare la baracca. Magari i segreti custoditi da Valente sono
talmente inconfessabili che per qualcuno è stato meglio così.
L'investigatore Cipriani, che sarà processato a settembre, ha
dichiarato che la Procura di Milano ha ignorato gli elementi da
lui forniti e che dimostrerebbero il coinvolgimento di
Tronchetti e di altri manager Telecom.
Se i pm avessero controllato anche la mie e-mail avrebbero
trovato numerose prove... [08-06-2010]
|
|
2 - Quando uno dice i cattivi maestri. Va bene pensare che la
legge bavaglio sia una porcata, ma farlo dire a Tavaroli, il re
degli spioni, è una mossa davvero geniale - C’è riuscito il
Corriere di oggi che riprende, con tanto di foto e unico
quotidiano, un’intervista dell’ex capo della Security Telecom -
Nella scelta con chi stare nella battaglia a colpi di interviste
tra lui e l’Afeffato, L’IMBAZOLATO DE BORTOLI sembra non avere
dubbi: più sicuro TRONCARE l’azionista RCS Tronchetti, che
finire nella lista nera di Tavaroli... 1 - DAGOREPORT: FLEBUCCIO
DE BORTOLI METTE IN CATTEDRA TAVAROLI
Quando uno dice i cattivi maestri. Va bene pensare che la legge
bavaglio sia una porcata, ma farlo dire a Tavaroli, il re degli
spioni, è una mossa davvero geniale. C'è riuscito il Corriere
della Sera di oggi, che a pagina due riprende, con tanto di foto
e unico quotidiano, un'intervista dell'ex capo della Security
Telecom rilasciata ieri a Popolare Network.
Una cosa è certa, in via Solferino conoscono bene l'abilità
dell'ex maresciallo del generale Dalla Chiesa che tanti anni fa
fece incursione, insieme al'agente Marco Mancini, nel
celeberrimo covo BR di via Monte Nevoso (da cui scaturirono
tante sciagure: dietro un muro di cartongesso, furono ritrovati
l'interrogatorio e le lettere di Moro).
Ebbene, fu proprio Tavaroli a chiedere a Fabio Ghioni, detto
Svioni, l'hacker esoterico e illuminato, di "bucare" il computer
del vice direttore Massimo Mucchetti e dell'ex AD di RCS
Vittorio Colao. Flebuccio però non sente l'imbarazzo e attacca
il ddl tanto voluto dal Cavaliere del Cialis trasformando in
opinionista chi dichiarava, con un certo orgoglio professionale,
al concorrente commissario D'Avanzoni di Repubblica: "una
moderna concezione della sicurezza deve saper leggere e
anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei
rivali o ridurli al silenzio. E' un lavoro che si nutre di
conoscenza. Conoscenza dell'avversario, delle sue ragioni più
autentiche e nascoste, ma è anche sapere".
Se le cose stanno in questo modo, è indubbio che per realizzare
il Tavapensiero le intercettazioni aiutano parecchio. Uno così,
disinvoltissimo per sua ammissione nel maneggiare la verità, è
meglio tenerselo buono avranno pensato al Corriere durante la
riunione di redazione. Nella scelta con chi stare nella
battaglia a colpi di interviste tra lui e l'Afeffato, al
giornale sembrano proprio non avere dubbi: più sicuro "odiare e
sperare di vedere in galera" l'azionista Tronchetti-Troncato,
che finire nella lista nera di Tavaroli. Visti i propositi del
maresciallo e il suo futuro da editorialista, dargli torto non è
semplice.
2 -TAVAROLI: LE INDAGINI DIVENTANO IMPOSSIBILI
Dal
"Corriere Della Sera"
Certo, si potrebbe dire, che più esperto di lui in
intercettazioni ce ne stanno ben pochi. E così, dall'alto della
sua esperienza e dell'attività svolta, che però l'ha portato
anche ad avere guai con la giustizia, Giuliano Tavaroli
interviene sul disegno di legge in discussione al Senato e sul
quale oggi verrà votata la fiducia.
E lo fa per bocciare senza appello le norme in questione in una
lunga intervista a Popolare Network: «Nessuna indagine per
accertare responsabilità penali - che vadano dalla corruzione al
riciclaggio, criminalità organizzata, terrorismo, reati
ambientali- oggi può prescindere dagli strumenti di analisi, di
intelligence e di indagine informatica e telematica. Questo è un
fatto.
Limitare questi strumenti pone serie questioni all'efficacia
delle indagini». Nell'intervista, che tocca anche altri temi
legati alla sua passata attività, come il «dossier Brasile»,
l'ex carabiniere, che ha patteggiato una pena di 4 anni e 2 mesi
nell'inchiesta sulle attività illegali di dossieraggio compiuti
in Telecom, si precisa che altra cosa è l'informazione: «Si
possono avere opinioni diverse sull'esigenza di informare i
cittadini già in fase di indagine oppure attendere il processo
dove c'è il confronto fra accusa e difesa». Però - conclude in
modo perentorio- «limitare lo strumento d'indagine è un grave
rischio per l'efficacia stessa dell'indagine».10-06-2010]
|
-
Mancini
non va a processo per i dossier Telecom, Tavaroli patteggia 4
anni
Sono 12 i
rinvii a giudizio
decisi dal
gup del tribunale di Milano, Mariolina Panasiti, nel procedimento
sui dossier illegali di Telecom Italia
(qui lo speciale di Radio 24). La Procura ne aveva chiesti 13.
Non andrà a processo Marco Mancini, ex numero due del
Sismi, mentre il commercialista Marcello Gualtieri che aveva
chiesto di essere processato con rito abbreviato e per il quale
erano stati chiesti 4 anni di carcere, è stato prosciolto
dall'accusa di riciclaggio. Sono stati ratificati tutti e 18 i
patteggiamenti (compresi quelli di Telecom Italia e
Pirelli), anche se talora con pene lievamente diverse da
quelle per cui è stato raggiunto l'accordo.
Il
processo inizierà il prossimo 22 settembre 2010 davanti alla prima
corte d'assise del tribunale di Milano. Sono stati mandati a
giudizio l'ex ufficiale dei carabinieri ed ex capo della sicurezza
di Telecom Brasile, Angelo Jannone, l'ex funzionario del
Sisde Marco Bernardini, l'investigatore privato Emanuele
Cipriani, il giornalista Gugliemo Sasinini, oltre a
Antonio Vairello, Giorgio Serrelli, Roberto Rangone
Preatoni, Amedeo Nonnis, Giuseppe Nuzzi,
Andrea Pompili, Giuseppe Porcelluzzi e Manuela Lupi.
Per loro le accuse sono, a vario titolo, di associazione per
delinquere, corruzione, accesso abusivo a sistema informatico e
rivelazione di notizie sensibili.
Hanno
patteggiato, invece, l'ex capo della security di Pirelli,
Giuliano Tavaroli a quattro anni e due mesi, l'ex numero uno
del 'Tiger Team', Fabio Ghioni, a tre anni e quattro mesi,
Gianpaolo Spinelli a due anni e dieci mesi, Mirco
Ferrari a due anni (pena sospesa), Fulvio Guatteri a
due anni e quattro mesi, Diego Tega a due anni e otto mesi,
Lucia Rocco a due anni (pena sospesa), Alfredo Melloni
a due anni, Antonio Galante a due anni (pena sospesa),
Pierguido Iezzi a due anni e otto mesi, Edoardo Dionisi
a due anni e due mesi, Piero Giuseppe Leuzzi a sei mesi in
continuazione con altra condanna (pena sospesa), Giuseppe
Mazzocca a sei mesi in continuazione con altra condanna (pena
sospesa), Franco Rossi a due anni e quattro mesi, Nicolò
Maria Fabrizio Rizzo a un anno e dieci mesi.
|
|
DOSSIER ILLECITI TELECOM-PIRELLI MANCINI E CIPRIANI A
GIUDIZIO...
W.G.
per "la Repubblica" - A giudizio 14 imputati, tra cui l´ex
funzionario del Sismi, Marco Mancini, nonostante i problemi
relativi al segreto di Stato, e l´investigatore privato
Emanuele Cipriani. Patteggiamenti per Giuliano Tavaroli,
Fabio Ghioni, le società Telecom - Pirelli e altri 12
imputati. Con le richieste di ieri al giudice per l´udienza
preliminare, Mariolina Panasiti, i pm Nicola Piacente e
Stefano Civardi hanno chiuso la loro requisitoria,
confermando di fatto il loro impianto accusatorio.
I
colpevoli per i dossier illeciti costruiti dalla Security
Telecom e Pirelli sono Giuliano Tavaroli e i suoi sodali.
Per i pm, i vertici delle due società e soprattutto Marco
Tronchetti Provera, ascoltato per ben tre giorni nell´ambito
dell´udienza preliminare, non c´entrano nulla. Le accuse
sono associazione per delinquere finalizzata alla
corruzione, appropriazione indebita, rivelazione del segreto
di Stato, accesso abusivo a sistema informatico e altri
reati.
«Siamo
rimasti sconcertati del fatto che tutti i rilevantissimi
fatti criminosi emersi nel corso dell´udienza preliminare e
nell´incidente probatorio siano stati totalmente ignorati
dai due pm», ha commentato l´avvocato di Cipriani, Francesco
Caroleo Grimaldi. «I magistrati hanno confermato la loro
Impostazione complessiva e tutto quello fatto in questa
udienza», ha dichiarato invece Marta Lanfranconi, avvocato
di Pirelli. Il giudice dovrebbe decidere entro il mese di
maggio
14.04.10 |
#1-
CIPRIANI INCIPRIA L’AFEFFATO: “NON MI SI VENGA A DIRE CHE IO HO
RUBATO E CHE TRONCHETTI, PRIMO BENEFICIARIO DEL MIO LAVORO, È UNA
VITTIMA. QUESTO È INACCETTABILE” - COSÌ PARLÒ IN AULA LO SPIONE
INDAGATO PER I DOSSIER ILLECITI DELLA SECURITY TELECOM - #2- SI
CHIEDE, RETORICAMENTE, CIPRIANI: “A CHI INTERESSAVA UNA
INVESTIGAZIONE SU BERNABÈ, RUGGIERO, SQUATRITI, SUGLI ARBITRI DI
CALCIO O SUI GIOCATORI DELL´INTER?” - #3- SECCA LA REPLICA DI
TRONCHETTI: “CIPRIANI SI CONTRADDICE, È LA STESSA PERSONA CHE
AVEVA DETTO CHE NON MI CONOSCEVA, POI POCHE SETTIMANE FA HA DETTO
CHE MI CONOSCEVA. ED È LA STESSA PERSONA CHE HA CHIESTO DI
TRANSARE PER 4 MILIONI DI EURO” - #4- SECONDO TRONCHETTI FU PER
ESEMPIO IL PRESIDENTE RCS QUOTIDIANI MARCHETTI A INFORMARLO CHE
ALLA RCS CIRCOLAVA UNA VOCE SU UN´ATTIVITÀ DI HACKERAGGIO DI
TELECOM CONTRO L´AZIENDA EDITORIALE (CHIEDERE SUBITO A MARCHETTI
CHI LO AVVERTÌ!) -
Walter Galbiati per
La Repubblica
«Non mi si
venga a dire che io ho rubato e che Marco Tronchetti Provera,
primo beneficiario diretto e indiretto del mio lavoro, è una
vittima, questo è inaccettabile». Sono le parole di Emanuele
Cipriani, l´ispettore fiorentino indagato nella vicenda per i
dossier illeciti della Security Telecom, pronunciate ieri in aula
come dichiarazioni spontanee durante l´udienza preliminare.
Cipriani è
convinto, oggi più che mai, di aver sempre lavorato nell´interesse
di Pirelli e Telecom, su mandato dei dirigenti delle due aziende o
degli stessi vertici. Per lui, Marco Tronchetti Provera «si
contraddice», quando afferma che «Giuliano Tavaroli e la Security
erano autoreferenziali».
A sostegno
delle sue parole butta lì una pratica che dovrebbe essere ben
conosciuta dal numero uno di Pirelli. «Tronchetti esordisce
affermando che nulla gli è noto, eppure c´è una pratica che gli
dovrebbe ricordare qualcosa, mi riferisco all´"Op. JHO" fatturata
per alcune decine di migliaia di euro, con durata di alcuni mesi,
totalmente mirata ad appurare i movimenti e le frequentazioni del
figlio Giovanni».
Cipriani
sostiene tra gli altri di aver agito per i vertici delle divisioni
Personale, Legale, Acquisti e Commerciale di Telecom e Pirelli,
mentre Tavaroli ripeteva sempre di lavorare per obiettivi,
nell´interesse o dell´azienda o del "Dottore" (ovvero Tronchetti).
Lo stesso
comitato di gestione della sicurezza agiva con l´avallo dei
vertici. «A chi interessava una investigazione - si chiede
Cipriani - su Bernabè, Ruggiero, Squatriti, sugli arbitri di
calcio o sui giocatori dell´Inter?». Secca la replica di
Tronchetti Provera: «Cipriani si contraddice, è la stessa persona
che aveva detto che non mi conosceva, poi poche settimane fa ha
detto che mi conosceva. Ed è la stessa persona che ha chiesto di
transare per 4 milioni di euro. Le società hanno rifiutato e ora
si dichiara innocente».
Cipriani
torna poi sulla vicenda dell´hackeraggio informatico contro la
Rcs, il suo amministratore delegato di allora, Vittorio Colao, e
il vicedirettore Massimo Mucchetti. «Come i dirigenti della
Comunicazione avvertivano della preparazione di articoli o servizi
poco graditi, cosi facevano i dirigenti» che lavoravano con
Cipriani.
Proprio
nell´udienza del 29 marzo, l´ultima in cui è stato ascoltato
Tronchetti Provera, si è ricostruito come le informazioni potevano
arrivare ai vertici del gruppo. Secondo le parole di Tronchetti,
fu per esempio il presidente di Rcs Quotidiani Piergaetano
Marchetti a informarlo che alla Rcs circolava una voce su
un´attività di hackeraggio di Telecom contro l´azienda editoriale.
La notizia
sarebbe arrivata a Tronchetti intorno a metà dicembre, una data
che coinciderebbe, secondo la difesa di Mucchetti, con la
distruzione del computer dal quale partivano gli attacchi.
Una volta
avvisato, Tronchetti avrebbe sollecitato l´intervento di Tavaroli,
che a sua volta avrebbe attivato Fabio Ghioni, capo della
sicurezza informatica, nonché autore dell´intrusione alla Rcs.
In realtà
l´amministratore delegato della Rcs, Vittorio Colao, già
sospettava che l´attacco informatico, avvenuto il 5 novembre,
fosse partito da Telecom, un dubbio confermato dalla successiva e
sospetta visita di Ghioni, che offriva a Rcs i servizi di
sicurezza informatica di Telecom.
Sul punto
Tronchetti si è difeso e ha attaccato la gestione di Colao, che
secondo il presidente della Pirelli avrebbe dovuto avvertire non
solo la polizia postale, ma anche Telecom: «La considero questa
una scorrettezza e un errore, perché se mi fosse stato dato
l´allarme avrei proceduto in modo totalmente diverso, così come ho
fatto quando ho avuto evidenza della mancanza delle pezze
giustificative alle fatture del signor Cipriani».
E ancora:
«Fu un grave errore da parte di Rcs. Se Kpmg avesse seguito tutta
la procedura, per arrivare al signor Ghioni non ci sarebbero
voluti due anni».07.04.10 |
GALLI, POLLI E POLLARI - TRONCHETTI TIRA LA CATENA E SCARICA
TUTTO SULL'EMINENZA AZZURRINA: “FU GIANNI LETTA A
CONSIGLIARMI DI RIPRENDERE TAVAROLI COME CONSULENTE” -
Secondo L'AFEFFATO, Letta gli disse che “siccome ci sono
forti tensioni tra organismi dello Stato, lui [Tavaroli,
ndr] è amico di una persona molto vicina a Pollari [allora
capo del Sismi, ndr], probabilmente hanno messo di mezzo lui
per colpire questo suo amico che si chiama Mancini”....
Antonella Mascali per "il
Fatto Quotidiano"
E'
stato il sottosegretario Gianni Letta a consigliare Marco
Tronchetti Provera di riprendere in Telecom, come
consulente, Giuliano Tavaroli, il capo della security
costretto ad andarsene dalla società perché finito sotto
inchiesta nel 2005 per i dossier illegali. Il presidente di
Pirelli lo ha confermato ieri nella terza e ultima parte
della sua testimonianza in udienza preliminare e lo ha
ribadito ai giornalisti, all'uscita dal Tribunale.
Il
nome di Letta è stato fatto più volte su domande di uno
degli avvocati di parte civile, il professor Domenico
Pulitanò, che ha chiesto a Tronchetti come mai Telecom ha
tardato nel presentare le denunce sulla security. Tronchetti
ha risposto che quando Tavaroli fu messo sotto inchiesta
chiese informazioni al sottosegretario Letta, che lo
rassicurò. In sostanza ha ribadito quanto dichiarato ai pm
nell'unica deposizione resa in Procura nel giugno 2008.
Secondo Tronchetti, Letta gli disse che "siccome ci sono
forti tensioni tra organismi dello Stato, lui [Tavaroli,
ndr] è amico di una persona molto vicina a Pollari [allora
capo del Sismi, ndr], probabilmente hanno messo di mezzo lui
per colpire questo suo amico che si chiama Mancini". Ovvero
Marco Mancini, l'ex numero tre del Sismi, anche lui imputato
in questo procedimento e che nelle settimane scorse si è
appellato al segreto di Stato anche sui suoi presunti
rapporti con Tronchetti, negati dal presidente di Pirelli.
Perché
Tronchetti, invece di chiedere informazioni su Tavaroli al
suo ufficio legale, si rivolge al sottosegretario? Su questo
punto il presidente è stato evasivo.
Si è
dilungato, invece, nel raccontare quando Letta è entrato in
scena nel luglio 2005, dopo l'attentato alla metropolitana
di Londra: Tavaroli non era più in Telecom, rientrato
formalmente in Pirelli e trasferito alla security della sede
in Romania.
"Dopo
quanto successo a Londra - ha spiegato Tronchetti - c'era il
rischio di un attacco terroristico in Rete, non avevamo in
Telecom una persona" all'altezza del compito e "ho chiesto
consiglio al dottor Letta" che era d'accordo "sul contratto
di consulenza, a Tavaroli, per la sua competenza".
Anche
se era indagato, "non avrebbe avuto responsabilità nella
società". Perché si confrontò proprio con il sottosegretario
con delega ai servizi segreti? "Perché - ha detto ai
giornalisti - aveva la delega alla sicurezza nazionale".
Quando Tronchetti ha chiesto a Letta informazioni sugli
elementi a carico di Tavaroli c'era stata la perquisizione
nell'ufficio e nella casa dell'allora capo della security
Telecom.
E nel
decreto veniva indicato anche il nome dell'investigatore
Emanuele Cipriani (imputato) che il presidente di Pirelli
continua a dire di non conoscere. Ed è solo al momento della
perquisizione, il 3 maggio 2005, che l'audit sulle spese
eccessive della security viene consegnato ai vertici Telecom
dal manager responsabile, Armando Focaroli.
Sempre
nell'udienza di ieri è stato affrontato nuovamente l'attacco
informatico, nel 2004, al computer dell'allora ad di Rcs,
Vittorio Colao, per opera dell'hacker Fabio Ghioni, che
lavorava con Tavaroli. Tronchetti ha confermato che "è stato
un grave errore" da parte dell'attuale numero uno di
Vodafone non riferirgli i sospetti sulla security Telecom.
Così
facendo, ha dichiarato ai giornalisti, "le indagini sono
state ritardate. Io avrei potuto essere di aiuto e Ghioni
[uno degli hacker che ora accusa Tronchetti, ndr] non
sarebbe stato arrestato due anni dopo. Invece l'inchiesta è
stata condotta nella tana del lupo e il lupo ha fatto in
modo di sviarla".
In
aula, quando aveva espresso lo stesso concetto, il professor
Mario Zanchetti, parte civile per il vicedirettore del
Corriere della Sera, Massimo Mucchetti, spiato dalla
security, ha ribattuto: se Colao avesse confidato i suoi
sospetti "Lei li avrebbe riferiti a Tavaroli". La fine della
testimonianza di Tronchetti Provera è arrivata dopo la
conclusione del cosiddetto incidente probatorio, cioè un
interrogatorio con valore di prova, di Fabio Ghioni, che ha
chiesto di patteggiare una pena a 3 anni e 6 mesi.
Venerdì scorso, davanti al gup Panasiti, l'hacker ha mosso
una grave accusa all'avvocato di Tronchetti, il professor
Francesco Mucciarelli. Ha sostenuto che il legale ha chiesto
a lui e "a un altro gruppo di persone" di mentire
"nell'interesse di Telecom" davanti ai magistrati che li
hanno sentiti dopo la denuncia dell'azienda contro Telecom
Brasile, per lo spionaggio subito. Ghioni e gli altri della
security non potevano dire che avevano scoperto l'azione di
Kroll (l'agenzia di sicurezza brasiliana) "bucando" la loro
rete.
[30-03-2010]
|
TRONCHETTI
DOVERA E MUCCA PAZZA - Ieri, al processo di Milano, si è
stabilito che un azionista di via Solferino non possa
esprimere la sua opinione sull'assunzione di un nuovo
vicedirettore che si è distinto nel corso del tempo
sull'Espresso di Carletto (COL FIGLIO MARCO IN TELECOM), come
il suo nemico più intimo - E tutto questo accade nella
maniera più ipocrita: anche i sassi sanno che per decidere un
nuovo direttore del Corrierone si corre il rischio del
referendum tra i poteri marci unificati. Altro che opinioni
post-assunzione e l'indipendenza del corriere...
Walter Galbiati per
"La Repubblica"
Fu un vero e robusto pressing sul direttore del "Corriere
della Sera" e il presidente della Rcs Editori quello che
Marco Tronchetti Provera, azionista del patto di sindacato del
gruppo editoriale, esercitò per impedire l'assunzione di un
vicedirettore, Massimo Mucchetti. Il quale, qualche mese più
tardi, dovette subire l'intrusione informatica del Tiger Team
di Fabio Ghioni, il pool di hacker costituito all'interno
della Security Telecom di Giuliano Tavaroli.
Lo
rivelano le trascrizioni integrali del controinterrogatorio
che Marco Tronchetti Provera, allora ai vertici della Telecom
Italia, ha sostenuto il 16 marzo scorso davanti al giudice per
l'udienza preliminare Mariolina Panasiti. Quasi uno scontro
con l'avvocato di Mucchetti, Mario Zanchetti che, verbali alla
mano, mette Tronchetti di fronte alle testimonianze eloquenti
di Stefano Folli e Cesare Romiti. «Come reagì - chiede
Zanchetti a Tronchetti - quando venne a sapere che Mucchetti
era stato assunto come vice direttore al Corsera?».
Risposta:
«Me lo disse il dottor Romiti e poi me lo disse il dottor
Folli... Il dottor Mucchetti scriveva, prima, su
"l'Espresso" e aveva tradizionalmente scritto,
sempre, cose negative, ma io apprezzo anche chi scrive cose
negative. E li ho avuti, anche, come collaboratori a La7. Il
dottor Romiti mi disse: "Non è congeniale al
‘Corriere', ma è bene avere anche gente come il dottor
Mucchetti" e io non feci nessun commento... Il dottor
Mucchetti ha potuto scrivere libri, mentre io ero nel
sindacato Rcs, scrivere articoli e partecipare a convegni,
dicendo cose che non condivido e che sono, secondo me, molto
lontane dalla verità.
E
non ho mai fatto un intervento, uno che sia uno, contro
Mucchetti». Ma Zanchietti insiste: «Neanche con il dottor
Folli si lamentò?». Tronchetti: «Col dottor Folli dissi le
stesse cose che avevo detto a Romiti». L'avvocato incalza: «Non
si lamentò? Non disse di pensarci meglio?». «No, era una
cosa fatta... Non sono stato consultato per sapere se ero
favorevole o contrario».
E
a questo punto che l'avvocato Zanchetti estrae dal cilindro le
testimonianze di Folli e Romiti, raccolte attraverso le
indagini difensive: «Entrambi mi hanno detto che lei è stato
l'unico a lamentarsi». Tronchetti: «No no... Chi, Folli ha
detto che mi sono lamentato?». E l'avvocato: «Folli disse
letteralmente che lei gli disse di pensarci meglio e Romiti
pure, che lei si sarebbe lamentato».
Tronchetti:
«No, io ho sempre detto la stessa cosa all'uno e all'altro:
che loro avevano deciso e che la persona, a mio giudizio, non
era congeniale a quella che era la storia del "Corsera":
veniva da un mondo diverso, che era quello dell'Espresso, e ci
sono sempre state, diciamo, delle diverse visioni di quella
che era l'informazione... non mi opposi in nessun modo, né
dissi nulla contro la persona».
Zanchetti
sottolinea poi il fatto che l'intrusione informatica nel
computer di Mucchetti avvenne dopo un articolo critico nei
confronti di Tronchetti. Ma per l'ex presidente Telecom quegli
articoli erano all'ordine del giorno: «Mucchetti non ha mai
mancato di scrivere cose sbagliate, che gli sono state
contestate. Io non ho più voluto parlargli, da ben prima che
entrasse al Corriere della Sera». Zanchetti: «A ruota,
proprio nel momento in cui il dottor Mucchetti interloquiva
coni suoi collaboratori in Telecom, per questo articolo sono
stati fatti pedinamenti e perquisizioni...». Tronchetti: «Guardi,
se fosse stata fatta l'intrusione un mese prima, sarebbe stata
a ruota comunque di un articolo del dottor Mucchetti».
[24-03-2010] |
IN
VENDITA LA KROLL INVESTIGÒ SU PARMALAT E TELECOM BRASIL...
Da "la Repubblica" -
La Kroll, colosso mondiale del settore della sicurezza privata
e delle agenzie di investigazione coinvolta nelle inchieste
Telecom e Parmalat, è in vendita. Secondo il Financial Times,
il gruppo americano della consulenza aziendale Marsh &
McLennan ha deciso di mettere sul mercato la Kroll, puntando a
ricavare dall´operazione 1,3 miliardi di dollari.Il
nome della Kroll spunta durante le inchieste del crac
Parmalat, filone sudamericano, quando si scopre che l´agenzia
stava indagando a tutto campo su Tronchetti Provera (per
incarico del banchiere Daniel Dantas, in quel momento socio
rivale dell´imprenditore italiano in Telecom Brasil).
|
|
#1 -
“CI FU ACCORDO FASTWEB-ANTITRUST PER FAR RICEVERE UNA MULTA
A TELECOM” - #2 - "TAVAROLI MI DISSE: IL PRESIDENTE
AUTHORITY TESAURO IN CONTATTO CON FASTWEB” - #3 - “TAVAROLI
MI DISSE CHE AFEF ERA IL PUNTO DEBOLE DI TRONCHETTI: OGGETTO
PRINCIPALE DELLE INDAGINI DELLA KROLL SUI RAPPORTI FAMILIARI
(EX MARITO E FRATELLO)" - #4 - "IL MINISTERO
DELL'INTERNO TEMEVA FOSSE ASSOLDATA E CERTE COSE LE PASSASSE
ALLA TUNISIA, ALLA LIBIA. VOGLIONO CAPIRE BENE CHE RUOLO ABBIA
QUESTA QUI" - #5 - “TAVAROLI VOLEVA BUCARE LA RETE DI
RCS. SECONDO LUI CI DOVEVA ESSERE QUALCOSA SOTTO AL FATTO CHE
COLAO AVESSE ACCETTATO UN TRATTAMENTO ECONOMICO MOLTO
INFERIORE A QUELLO CHE AVEVA IN VODAFONE PER VENIRE IN RCS -
#6 - L'INTRECCIO TRA LA IKON DI GARBAGNATE MILANESE E LA
DIGINT LEGA LE TRAME DI GENNARO MOKBEL E DI FABIO GHIONI,
L'HACKER PER ANNI A SERVIZIO DI GIULIANO TAVAROLI -
1-
GHIONI: CI FU ACCORDO FASTWEB-ANTITRUST TAVAROLI MI DISSE,
TESAURO IN DIRETTA RELAZIONE CON SOCIETA'...
(ANSA) -
‘Un accordo tra Fastweb e l'Autorita' garante per la
Concorrenza 'per far ricevere una multa molto rilevante a
Telecom Italia'. E per tal motivo 'fu chiesta un'attivita' di
questo tipo', ovvero una intrusione informatica all'Authorita'.
E'
quanto ha spiegato Fabio Ghioni, ex vertice della sicurezza
informatica di Telecom, durante l'incidente probatorio del
cinque marzo scorso davanti al gup del Tribunale di Milano,
Mariolina Panasiti. I fatti in oggetto si riferiscono al
periodo in cui, presidente dell'Antitrust, era Giuseppe
Tesauro.
Ghioni,
imputato nella vicenda dossier illegali - il suo esame
riprendera' la prossima settimana - rispondendo alle domande
dei pm Fabio Napolene e Nicola Piacente ha spiegato a
proposito della intrusione al Garante della Concorrenza:
'L'evento, che e' sempre stato segnalato da Tavaroli era in
relazione a una specie di accordo che, secondo Tavaroli,
Sasinini e Bernardini (gli ultimi due rispettivamente ex
giornalista e investigatore privato a loro volta imputati) era
stato fatto tra l'Autorita' Garante e Fastweb per far ricevere
una multa molto rilevante a Telecom Italia che poi tra l'altro
in effetti e' stata data.
Secondo
Tavaroli la persona, mi pare si chiamasse Tesauro (Giuseppe
Tesauro presidente dell'Authority, ndr) era in diretta
relazione con Fastweb proprio per fare una concorrenza sleale
a Telecom Italia. Fu chiesta una attivita' di questo tipo
(intrusione informatica) pero' non ricordo assolutamente se
sia andata a buon fine, ma non era nello stesso periodo di
Colao.
'Pero'
ancora una volta il sospetto segnalato da Tavaroli era quello
di una possibile complicita', possiamo dire, tra la societa'
concorrente Fastweb, all'epoca, e l'Authority - dice il pm -
quindi una sorta di accordo per colpire Telecom? Questo era il
senso?'. 'Si - risponde Ghioni - per colpire Telecom per
quanto riguarda l'abuso di posizione dominante: in un caso
specifico e... ecco in questo caso ad esempio Bernardini aveva
prodotto un'ampia documentazione in relazione a Fastweb che
aveva questo accordo con l'Authority e questa documentazione
era nella mia cassaforte'.
2-
GHIONI: AFEF PUNTO DEBOLE TRONCHETTI, LO RIFERI' TAVAROLI -
MINISTERO INTERNO TEMEVA FOSSE ASSOLDATA...
(ANSA) -
'Secondo Giuliano Tavaroli e anche secondo Guglielmo Sasinini,
e non mi ricordo secondo chi altri' la signora Afef era il
punto debole della gestione di Marco Tronchetti Provera'. Lo
si legge nei verbali dell' interrogatorio di Fabio Ghioni - di
cui l'ANSA e' in possesso - durante l'incidente probatorio
svoltosi davanti al gup di Milano Mariolina Panasiti, il 5
marzo scorso, nell'ambito della vicenda sui dossier illegali
che vede imputato gli stessi Ghioni, ex capo della sicurezza
informatica di Telecom, Tavaroli, ex capo della Security
dell'azienda, e Sasinini, ex giornalista di Famiglia
Cristiana.
Secondo
Ghioni 'le attivita' relazionabili alla signora Afef sono
iniziate, per quanto mi riguarda, gia' nel 2002, nel senso di
una primissima richiesta che era stata fatta da Giuliano
Tavaroli'. 'Lei era il punto debole - ha spiegato Ghioni ai pm
Napoleone e Piacente, le cui dichiarazioni avranno valore di
prova nel processo - in quanto oggetto principale delle
indagini da parte della Kroll in relazione ai suoi rapporti
familiari'.
Il pm
chiede conto a Ghioni di un appunto trovato durante una
perquisizione a Sasinini: ''Il problema non e' lui - legge il
pm - il problema e' il Paese: hanno paura che sia assoldata,
che sappia certe cose e le passi all'altro Paese...ex marito,
fratelli, Libia, Turchia, Armenia e Tunisia vogliono capire
bene che ruolo abbia questa qui'.
Il
pm continua: 'Lei accennava a Sasinini: fece mai questo tipo
di discorso? A chi accennava?, Insomma chi erano le persone
che avevano questi timori?'. Ghioni risponde: 'Per quanto ho
appreso, appunto da discussioni effettuate in mia presenza
nell'ufficio di Giuliano Tavaroli, con Sasinini, queste
persone erano persone del Ministero dell'Interno e lo stesso
Tavaroli. Non so se Tronchetti Provera sia mai stato portato a
conoscenza delle indagini che venivano fatte sulla signora
Afef, tuttavia da queste conversazioni si evinceva che
ipotizzavano che avesse a che fare con traffici illeciti di
denaro e altri materiali.
Questi
Paesi, secondo quanto ho appreso da Valente (Giancarlo Valente
ex dirigente della Security Telecom) erano i Paesi dove spesso
viaggiava anche Tronchetti Provera, quelli che lei, pubblico
ministero ha menzionato prima, Tunisia, Armenia e poi c'era
anche lo Yemen'. Ghioni spiega che 'durante queste riunioni,
per quanto ho potuto apprendere, la signora Afef era mantenuta
sotto tutela, chiamiamola cosi'. Le sue attivita' e quelle del
fratello, che pero' non ho mai avuto il piacere di conoscere,
venivano monitorate a detta di Tavaroli e di Sasinini, per
proteggere Tronchetti Provera da eventuali fatti, diciamo, di
dubbia natura'.
3
- GHIONI: TAVAROLI 'ABBIAMO BUCATO RCS DITELO' EX CAPO TIGER
TEAM, 'COME MAFIA, PRIMA SPAVENTA E POI PROTEGGE' ...
(ANSA) -
'Ecco, adesso andate in Rcs e ditegli che sono vulnerabili,
che sono stati bucati'. Cosi' Giuliano Tavaroli, imputato a
Milano nella vicenda dossier illegali (che ha chiesto e
ottenuto dal Governo il 'veto' del segreto di Stato sulla sua
posizione), avrebbe apostrofato Fabio Ghioni, coimputato nel
medesimo procedimento ed ex capo del 'Tiger team', la
struttura della Security Telecom che avrebbe collaborato alla
redazione di dossier illegali.
Ghioni
ha rivelato, tra l'altro, nel corso dell'incidente probatorio,
di cui l'ANSA ha i verbali (depositati alle parti) svoltosi
davanti al gup Mariolina Panasiti il 5 marzo scorso,
particolari inediti sulla intrusione nel sistema informatico
del Corriere della Sera, per ottenere informazioni 'sensibili'
dai computer del'ex Ad di Rcs, Vittorio Colao, e del
giornalista economico Massimo Mucchetti, entrambi costituitisi
parti civili nel procedimento che e' ancora in fase di udienza
preliminare: lunedi' riprendera' l'esame di Ghioni, mentre
martedi' continuera' quello di Marco Tronchetti Provera,
presidente di Pirelli, convocato dal gup come testimone.
'Io
risposi a Tavaroli - spiega Ghioni interrogato dai pm Fabio
Napoleone e Nicola Piacente - 'guarda che se vado li' in Rcs
e' come la mafia no?, che spacca il vetro della pizzeria e poi
va li' e si propone per proteggerla, no? Mi sembra abbastanza
stupido come movimento'. Ma sono stato obbligato ad andare li,
poi ci sono andato. Quelli di Rcs hanno mangiato la foglia'.
Secondo
quanto si legge nei verbali redatti in incidente probatorio
(le dichiarazioni sono state fissate come prove), Ghioni
spiega che Colao era diventato un obiettivo da tenere sotto
controllo in quanto 'era stato amministratore delegato di
Vodafone Italia (e quindi concorrente di Telecom Italia)'.
'Secondo quanto Tavaroli aveva riferito - dice Ghioni - non si
riusciva a capire come mai Colao avesse accettato (in Rcs,
ndr) uno stipendio molto inferiore o, comunque, un trattamento
economico molto inferiore a quello che aveva in Vodafone per
venire in Rcs.
Secondo
Tavaroli ci doveva essere qualcosa sotto e allora mi era stato
chiesto di acquisire, di fare insomma un prelevamento di
informazioni, quindi una intrusione informatica all'interno
dei computer di Colao per verificare se lui era ancora in
contatto con la sua vecchia gestione o con altri, diciamo
nemici di Tronchetti Provera'. Ghioni spiega che avrebbe
sconsigliato a Tavaroli l'intrusione informatica e che
'sarebbe stato facilissimo ottenere i dati della posta
elettronica di Colao dai sistemi informatici di Rcs, lui
(Tavaroli, ndr) invece voleva a tutti i costi una intrusione
informatica'.
'Gli
chiesi perche' e lui (sempre Tavaroli ndr) mi spiego' che in
un suo piano generale di outsourcing della Security in Value
Partners voleva che la stessa Value Partners acquisisse il
cliente Rcs in modo piu' sostanziale. Io lo sconsigliai ancora
e tra le righe mi fece capire che era meglio che lo facessi
perche' altrimenti il presidente Tronchetti Provera non
avrebbe approvato'.
'I
dati di Colao alla fine sono stati acquisiti - spiega Ghioni -
ma nel computer non vi era nulla di particolare, c'era il
piano industriale di Rcs che comunque suppongo Tronchetti
Provera avesse gia', visto che stava nell'azienda e a questo
punto l'ho consegnato a Tavaroli'.
4
- PREMIATA DITTA SPIONI E GHIONI
Vittorio Malagutti per L'espresso - (25 febbraio 2010)
I dettagli dell'affare stanno tutti in un voluminoso documento
di quasi 200 pagine. È un contratto di vendita, datato 15
giugno 2007, tra due società. Da una parte la Ikon di
Garbagnate Milanese, a pochi chilometri dalla metropoli
lombarda, dall'altra la Digint, nata solo un mese prima.
Quest'ultima,
secondo gli investigatori, sarebbe stata creata dalla banda
capeggiata da Gennaro Mokbel, l'organizzatore della colossale
frode fiscale in cui sono coinvolti Fastweb e Telecom Italia
Sparkle. Ikon invece è una vecchia conoscenza per gli
appassionati delle spy story nostrane.
Già
perché questa piccola azienda è salita agli onori delle
cronache già tre anni fa, quando 'L'espresso' se ne occupò
nella sua inchiesta sullo scandalo della security Telecom
guidata da Giuliano Tavaroli. Ikon altro non era che la
creatura di Fabio Ghioni, il principe degli hacker, il gran
capo del Tiger Team per anni al servizio di Tavaroli, che ha
patteggiato una pena di tre anni e sei mesi dopo essere stato
arrestato nel 2006 per una serie di incursioni informatiche,
tra l'altro contro il giornalista Massimo Mucchetti del
'Corriere della Sera'.
Che
cosa racconta il voluminoso dossier contrattuale recuperato da
'L'espresso'? Semplice: Ikon ha trasferito alla Digint di
Mokbel e compagni tutte le sue tecnologie. Tra queste, per
esempio, un software denominato 'IK Spy', cioè una 'microspia
esclusivamente sviluppata per il mercato Polizia giudiziaria e
militare e utilizzata per la lawful interception e
l'intelligence interception'.
Ma
poi c'è anche la 'Ik web mail' per la 'lettura nascosta di
caselle di posta elettronica' senza lasciare traccia. Insomma
un vero arsenale per operazioni di spionaggio elettronico. Va
detto che Ghioni già nel 2002 aveva girato le sue quote di
Ikon alla sua compagna Damiana Bernardo, che a sua volta nel
2005 si fa da parte a favore di tale Mario Micucci, un
geometra già consigliere comunale negli anni Novanta a
Garbagnate per il Pds.
Sarà
un caso, ma l'uscita di scena, almeno formale, di Ghioni e
della sua compagna coincide con le prime rivelazioni de
'L'espresso' sulle attività della security di Tavaroli.
Micucci arriva così a possedere una partecipazione del 60 per
cento.
A chi
fa capo invece Digint? Le carte ufficiali dicono che all'epoca
dell'operazione con Ikon il capitale era controllato per
intero dalla società lussemburghese Financial Lincoln.
Secondo gli investigatori quest'ultima sarebbe riconducibile
al gruppo di Mokbel.
Il
colpo di scena arriva nel 2008 quando i presunti truffatori
trovano un socio di minoranza per l'azienda fondata da Ghioni.
A comprare il 49 per cento di Digint arriva nientemeno che un
gruppo di Stato: la Finmeccanica guidata da Pier Francesco
Guarguaglini.
[15-03-2010]
|
|
BRUCIA,
DOSSIER. BRUCIA! – IL DURO LAVORO DI TAVAROLI & C. ANDRÀ
DISTRUTTO - IL TRIBUNALE HA COMUNICATO ALLE PARTI LESE (OLTRE
40 MILA!!), CHE DELL´ARCHIVIO SEGRETO TELECOM NON RESTERÀ
NULLA - CANCELLATE LE INFORMAZIONI RACCOLTE SU CALCIATORI,
GIORNALISTI E POLITICI - E CHISSÀ QUANTI (DA MOGGI A CESA)
TIRANO UN SOSPIRO DI SOLLIEVO…
Emilio
Randacio per "la
Repubblica"
Addio
dossier illeciti. Addio report riservati dei Servizi segreti,
rapporti sulla vita privata di centinaia di aspiranti
dipendenti Telecom, di personaggi pubblici che entravano più
o meno in rotta di collisione con gli interessi dell´ex
proprietario del colosso telefonico, Marco Tronchetti Provera.
Il
gip di Milano, Giuseppe Gennari, ha notificato a migliaia di
parte lese (oltre 40 mila), la sua decisione. In dodici pagine
di provvedimento, Gennari ha convocato le parti processuali il
prossimo «18 giugno, ore 10, aula della prima d´assise d´appello,
piano terra del tribunale», per distruggere l´attività
illecita raccolta in otto anni di «lavoro» dalla Security
che venne gestita dall´ex brigadiere dell´antiterrorismo,
Giuliano Tavaroli.
La
mole è talmente corposa e vasta, che per comunicare la
decisione a tutti gli interessati, nei prossimi giorni apparirà
un avviso su cinque quotidiani nazionali. Tra poco più di tre
mesi, poi, Gennari procederà alla distruzione delle carte,
sequestrate dalla procura di Milano per l´inchiesta sulle
attività illeciti delle Security Telecom. Sfociata negli
arresti del settembre del 2006, e la cui udienza preliminare
sta proseguendo in questi giorni.
Non
verranno così mai resi pubblici i dossier illegali sulla
presunta «cricca» che legava la «Gea» di Luciano Moggi e i
vertici arbitrali. Tra le carte processuali «cestinate»,
anche i report sull´ex direttore generale della Juventus, sul
figlio Alessandro, sul capo dei designatori Paolo Bergamo,
sull´ex giacchetta nera Massimo De Santis. Sospettati di
ordire trame illecite per garantire successi al clan
bianconero, questi signori sono stati pedinati e controllati
dalla struttura Telecom per capire quale fossero i rapporti e
i ruoli precisi di questa congiura. Vittima delle angherie del
clan Moggi, ovviamente l´Inter, di cui la Pirelli di
Tronchetti Provera è sponsor storico.
E la
stessa sorte, la faranno i dossier personali finiti nella mani
della struttura Telecom, che hanno riguardato il vice
direttore del Corsera, Massimo Mucchetti, l´ex ad Vittorio
Colao, spiati per settimane, quando l´azionista Rcs
Tronchetti sembrava fosse finito al centro di una campagna di
stampa negativa.
L´interminabile
elenco di soggetti «attenzionati», comprende anche
magistrati, manager pubblici, noti sportivi, come Bobo Vieri,
il cui stile di vita è stato controllato lungamente. Tutti
loro, senza saperlo, avevano un dossier riservato, custodito
nelle salde mani di Tavaroli. Materiale raccolto illegalmente
e su cui, la Corte Costituzionale, con due diverse sentenze,
ha ordinato la loro distruzione. Per conoscere meglio la vita
dell´ingegner Carlo De Benedetti, la struttura illegale
Telecom si sarebbe rivolta direttamente al Sisde, acquistando
illegalmente notizie riservate da due agenti infedeli. E la
stessa trafila sarebbe stata seguita per ricevere informazioni
sul segretario dell´Udc, Roberto Cesa, e sui presunti conti
esteri riconducibili al vecchio Pds, dall´emblematico nome di
«oak found» (fondo quercia).
Tutto
questo materiale, tra tre mesi, dovrà tassativamente finirà
nella spazzatura.
[12-03-2010]
TRONCHETTI
ATTACK! – “QUELLO DEL GIP È UN TEOREMA… SIAMO STATI NOI
A DENUNCIARE I DOSSIER DI TAVAROLI… È VEROSIMILE CHE ABBIA
SPIATO DE BENEDETTI SENZA DIRMELO” – MA CIPRIANI, CHE HA
UN TESORETTO DI 15 MILIONI BLOCCATO IN SVIZZERA, NON CI STA:
“DICE DI NON CONOSCERMI? SI RINFRESCHI LA MEMORIA”…
1
- TRONCHETTI: «QUELLO DEL GIP È UN TEOREMA»...
Luigi Ferrarella per
il "Corriere
della Sera"
La
valutazione del giudice Giuseppe Gennari sul caso dei dossier
illegali della Security di Telecom? «Un teorema». Se la
sostanza della prima parte di deposizione del teste Marco
Tronchetti Provera in udienza preliminare il 9 marzo era stata
già riferita, pur con tutte le difficoltà del doverla
ricostruire dietro le porte chiuse, ieri dal deposito delle
trascrizioni emerge qualche sfumatura inedita nei toni.
Quando
infatti il giudice dell'udienza preliminare Mariolina Panasiti
ha richiamato il fatto che alcuni imputati e parti lese non
fossero soddisfatti, «anche con il sostegno autorevole del
gip» Gennari, delle spiegazioni fornite ai pm dall'ex
presidente di Telecom nel 2008, e sul punto ha riletto il
passo di una delle ordinanze d'arresto di Tavaroli in cui il
gip Gennari ravvisava «logiche che tendono a beneficiare non
già l'azienda come tale, ma colui che in un determinato
momento storico ne è il proprietario di controllo»,
Tronchetti ha opposto una rivendicazione orgogliosa:
«Siamo
stati noi a scoprire e a denunciare. Noi a trovare il sistema
Radar, noi grazie ai nostri tecnici e grazie alla mia
decisione di andare fino in fondo. Abbiamo dato noi un
contributo che, è vero, il gip non ci ha riconosciuto. Ma
credo che il gip allora non abbia letto tutte le carte, il
teorema viene fatto dal gip che non ha fatto le indagini»,
condotte dai pm.
In un
altro momento Tronchetti è intervenuto a correggere il gup
Panasiti, e cioè quando la giudice ha ricordato che «lei era
presidente di Pirelli e Telecom, Carlo Buora era
amministratore delegato di Pirelli e di Telecom, e questa
compagine, questo duo, immagino particolarmente affiatato,
questo duo che continuamente ricorre e che ha concesso...».
Qui
Tronchetti la interrompe: «No no no, questo duo non ha
concesso...». Giudice: «Non dico "duo criminale",
dico "duo regolare, amministrativo"». Ma a
Tronchetti non va lo stesso: «Forse ho capito male, ma mi
suona un brutto termine, se non nelle canzoni».
Più
avanti dirà e ripeterà che «il signor Tavaroli era
responsabile del suo budget, la Security dipendeva da Buora e
il budget della Security veniva approvato da Buora. Veniva
approvato ma io non lo vedevo, io approvavo i budget dei
diversi responsabili di business ma io guardavo i macronumeri».
E comunque «la Security aveva un budget di 50 milioni di euro»
a fronte di «una spesa totale del gruppo Telecom in un anno
con i fornitori di 14 miliardi di euro».
Per
il resto il teste Tronchetti (di cui oggi proseguirà l'esame)
ripete di non aver saputo nulla delle illegalità della
Security: «Nessuno ha mai visto il signor Tavaroli passarmi
un dossier o parlarmi al telefono di cose strane».
2
- TRONCHETTI: VEROSIMILE CHE TAVAROLI SPIASSE 'AUTONOMO'...
(ASCA)
-'E' verosimile' che Giuliano Tavaroli avesse deciso di
'spiare' l'ing. Carlo De Benedetti in autonomia, senza
riferirlo a Marco Tronchetti Provera. A sostenerlo e' stato lo
stesso ex presidente di Telecom durante la sua testimonianza
presa oggi nell'ambito dell'udienza preliminare sulla vicenda
dei dossier illeciti.
Secondo
quanto si e' potuto apprendere dai legali che hanno
partecipato all'udienza preliminare che si svolge a porte
chiuse, quando l'avv. Elisabetta Rubini, legale di parte
civile della Sir, si e' soffermata sull'attivita' di
dossieraggio illegale ai danni di Carlo De Benedetti,
Tronchetti ha replicato: 'Non ne sapevo nulla, era
un'iniziativa autonoma di Tavaroli'. E quando poi l'avvocato
Rubini ha insistito chiedendogli se dal suo punto di vista
possa essere verosimile che Tavaroli avesse deciso di spiare
De Benedetti in autonomia, Tronchetti ha replicato: 'E'
verosimile'.
Pizzi
3
- TRONCHETTI: MAI SAPUTO NULLA DI OPERAZIONI SCANNING SU
DIPENDENTI...
(Adnkronos)
- Nel corso del suo interrogatorio davanti al gup Mariolina
Panasiti, nell'ambito del procedimento milanese sui dossier
illeciti, Marco tronchetti Provera ha dichiarato di non aver
mai saputo nulla di operazioni di scanning e di filtro sui
dipendenti.
Di
operazioni di dossieraggio, soprattutto nei confronti delle
persone di assumere in Telecom e Pirelli, aveva parlato ieri
uno dei tanti testi sentiti nell'aula dell'udienza
preliminare, Francesco Lambiase, ex membro della security di
Telecom. Inoltre, come riferisce uno dei legali del presidente
di Pirelli, alle domande sul fondo Oak, Tronchetti Provera ha
ribadito di non aver mai saputo nulla.
Del
fondo, avrebbe dichiarato Tronchetti Provera, gliene aveva
parlato Giuliano Tavaroli (ex capo della security di Telecom e
Pirelli, al centro del procedimento milanese, ndr) ma lui lo
aveva invitato ad andare in Procura. Sollecitato dalle
domande, Tronchetti Provera ha poi precisato che il fondo era
gestito da Giorgio Magnoni e faceva capo ad Antonio Rossi.
All'inizio
della nuova udienza di interrogatorio, Marco Tronchetti
Provera ha illustrato i contenuti delle memorie e degli
esposti che sono stati presentati nel corso del tempo
all'autorita' giudiziaria in seguito ad una serie di verifiche
interne e approfondimenti.
4
- CIPRIANI: TRONCHETTI SI RINFRESCHI MEMORIA...
(ANSA)
-'Tronchetti dice di non conoscermi? Non ci posso fare nulla.
Dovra' rinfrescarsi un po' la memoria. Dice di non conoscere
niente e nessuno. Che le devo dire'. Cosi' Emanuele Cipriani,
ex titolare dell'agenzia di investigazioni Polis d'istinto,
imputato nella vicenda dossier illegali, sollecitato dai
cronisti, risponde in una pausa dell'udienza preliminare
durante la testimonianza di Marco Tronchetti Provera a Milano.
'Dalle
testimonianze che stanno emergendo - dice Cirpiani - sia dei
testi, sia per quanto oggi e' possibile appurare da parte
dello stesso dottor Tronchetti Provera, sicuramente molte cose
dovrebbero essere rivalutate sulle ipotesi accusatori.
Ovviamente mi riferisco alla appropriazione indebita, che sta
venendo fuori in maniera piu' acclarata'. A una sollecitazione
dei cronisti che gli ricordano una parte della testimonianza
di Tronchetti Provera che ha ribadito anche oggi di non sapere
nulla delle attivita' della security, Cipriani ha risposto:
'Questo e' molto difficile, comunque c'e' un'udienza in corso
e non fatemi altre domanda.
Ma e'
sicuramente molto difficile che Tronchetti proprio nulla non
sapesse. E' una risposta molto ardua quella data dal
presidente, pero' lui tiene una parte e continua a reggerla'.
Cipriani ha confermato che la security di Telecom aveva
gestito la sicurezza del matrimonio della figlia di Tronchetti
Provera 'su questo c'e' una fattura regolarmente pagata - ha
aggiunto Cipriani -, una fattura pagata personalmente dal
dottor Tronchetti Provera, che peraltro e' stata nuovamente
depositata in atti in questa udienza preliminare'.
5
- DIFESA CIPRIANI: DA TRONCHETTI ATTEGGIAMENTO DI CHI NON
SAPEVA NULLA...
(Adnkronos)
- "L'atteggiamento in aula di Marco Tronchetti Provera e'
sempre lo stesso, quello di chi non solo ha saputo dopo ma
che, una volta accertati i fatti, si e' rivolto all'autorita'
giudiziaria. Ovviamente le domande tendono a dimostrare il
contrario".
Ad
affermarlo e' Vinicio Nardo, uno dei difensori di Emanuele
Cipriani, l'ex investigatore privato fiorentino imputato a
Milano nel procedimento sui dossier illeciti per il quale e'
in corso l'interrogatorio di Marco Tronchetti Provera.
"Il problema vero pero' -aggiunge Nardo- e' accertare se
tutte queste attivita' illecite siano state svolte con la
consapevolezza degli organi di due aziende che oggi si
presentano come parti civili come se fossero vittime del
reato".
[16-03-2010]
|
|
PIACENTI NICOLA E STEFANO CIVARDI. Un memoriale trasportato a pelo acqua
forse per un disguido non è finito nel romano Porto delle
Nebbie, bensì sulle scrivanie di noce dei due procuratori
milanesi che stanno liquidando, a colpi di milioni in
patteggiamenti, il processo sui dossier illegali riguardanti
la Security Telecom e Pirelli.
Ma il papello scritto dall'imputato
Emanuele Cipriani, inzuppato di molte domande insidiose sul
ruolo diretto avuto nella vicenda da Marco Tronchetti Provera,
a sorpresa è finito nel cestino dei due togati. A quanto si
deduce, fervidi seguaci, della Dea bendata.
Il Gup Mariolina Panasiti, ha
ripescato la memoria di Cipriani. E, inforcati gli occhiali,
ha deciso di vederci chiaro sullo scandalo Tavaroli&C.
Diceva lord Bowen: "Piove sul giusto e piove
sull'ingiusto, ma sul giusto di più, perché l'ingiusto gli
ruba l'ombrello". 08.03.10 |
TELECOM
italia E la TELEFONICA di ALIERTA RESTA ALLA LARGA DALLA
FUSIONE - Ancora una volta Il cinese Bernabebè condannato
alla trincea
1 - TELECOM ITALIA: ALIERTA
(TELEFONICA), NESSUN CAMBIAMENTO NEI RAPPORTI CON TELECOM
Finanzaonline.com - Telefonica getta acqua sul fuoco della possibile fusione con
Telecom Italia. Cesar Alierta, presidente del gruppo spagnolo,
ha dichiarato oggi che Telefonica continua a essere
focalizzata sulla generazione delle massime sinergie con
Telecom Italia ed gli sta bene la quota attualmente detenuta
in TI attraverso Telco. "L'attuale partnership
industriale è la migliore opzione per i nostri
azionisti", ha detto il presidente di Telefonica a
margine della presentazione dei conti 2009.
2 - ANCORA UNA VOLTA IL CINESE
BERNABEBÈ CONDANNATO ALLA TRINCEA
Ugo Bertone per Panorama
Franco Bernabé aveva messo le mani
avanti: «Non aspettatevi fuochi d'artificio» dichiarò
l'amministratore delegato della Telecom Italia in vista del
doppio appuntamento, giovedì 25 e venerdì 26 febbraio, con
il consiglio di amministrazione e con gli analisti dedicato ai
conti 2009 e, soprattutto, all'aggiornamento del piano
industriale.
Ma a lanciare razzi (o fumogeni) alla
vigilia dei Telecom day hanno pensato, ancora una volta, i
magistrati aprendo il capitolo delle fatture fantasma, tra il
2003 e il 2006, della Sparkle, la rete in fibra ottica di cui
lo stesso Bernabé ha cercato invano di vendere, tramite la
Mediobanca, una quota di minoranza.
Un fulmine a ciel sereno? Forse no,
almeno per lui, perché tra le prime decisioni del manager
dopo il rientro alla guida della Telecom Italia ci fu proprio,
pare, la cancellazione d'imperio di alcuni contratti della
società di «routing» internazionale del gruppo.
E poi come interpretare l'intervento
dello stesso Bernabé sul Corriere della sera, proprio alla
vigilia del blitz della magistratura? Solo una combinazione o
qualcosa di più? Di sicuro quella lettera sul tema della
corruzione dimostra che Bernabé, protagonista della bonifica
in casa Eni ai tempi di Mani pulite, non ha perso il fiuto
degli anni buoni, quando, per dirla con il Grande timoniere
Mao, capì che se «grande è il disordine sotto il cielo, la
situazione è eccellente».
E che in certi casi la cosa migliore
è ispirarsi alla saggezza dell'Arte della guerra di Sun Tzu,
alla cui lettura l'ha iniziato il fido luogotenente Giovanni
Stella: «Chi è prudente, e aspetta con pazienza chi non lo
è, sarà vittorioso».
Anche perché non ci sono scorciatoie
per l'ex gruppo monopolista, schiacciato dai debiti, che si
aggirano ancora su una cifra di poco inferiore al triplo del
margine operativo lordo, e dall'ipoteca di un partner forte
come la spagnola Telefonica. Anzi, complice la crisi, la lunga
marcia minaccia di durare più del previsto perché,
soprattutto nella telefonia mobile, rallentano i ricavi e i
margini, pur in crescita percentuale, sono condannati a
finanziare l'indebitamento, più che l'espansione.
Insomma, per il terzo anno di fila
Bernabé si presenta agli analisti con toni dimessi, senza
promettere colpi di scena o novità da prima pagina. Ma ci
pensa la cronaca a ridare smalto alla sua leadership di
manager che, con la benedizione di Francesco Cossiga, si è
addentrato senza scottarsi nei meandri dei servizi segreti.
Altro che vendere una quota della rete
internazionale in fibra (375 mila chilometri di cavi sotto gli
oceani) per ridurre la massa dei debiti. Oggi, come ai tempi
caldi dell'Eni, si tratta di evitare l'ultimo schiaffo per un
gruppo che dai tempi della privatizzazione non trova pace:
l'onta del commissariamento della Telecom Sparkle, già
presieduta da Riccardo Ruggiero. L'ultima eredità dell'era
Tronchetti, sottolineano i collaboratori di Bernabé, generale
condannato all'emergenza.
L'emergenza è il clima in cui del
resto si trova a proprio agio perché, in tanto trambusto,
come il guerriero di Sun Tzu, può aspirare al risultato
massimo: vincere, grazie alla forza dei fatti, senza bisogno
di combattere. Già, dopo l'ultima ferita all'immagine della
Telecom Italia, chi si sogna di mettere in discussione la
leadership del «cinese» di Vipiteno?
Certo, il business plan non esalterà
i mercati finanziari. Ma le soluzioni che più piacciono ai
mercati finanziari, dalle nozze con la Telefonica a una
qualche improbabile separazione della rete che permetta all'ex
monopolista di fare cassa, si allontanano sempre di più.
E in questi tempi grami, perciò, ai
banchieri e al governo non resta che affidarsi al Bernabé
ultima versione, custode ben attento del valore residuo della
Telecom Italia, in Italia e Brasile. Meglio lui, insomma, che
un'altra avventura destinata magari a concludersi in qualche
procura della Repubblica, devono convenire i soci della
controllata Telco, Mediobanca compresa, anche se non è un
mistero che Cesare Geronzi avrebbe preferito un altro manager
più votato a «creare valore», in vista di una bella
cessione alla Telefónica (magari dribblando per la terza
volta di fila nella storia recente della Telecom il vincolo
dell'opa).
E lo stesso vale per il mondo
politico: nessuno può permettersi il lusso di sbagliare
ancora sul fronte delle telecomunicazioni, soprattutto quando
si profila uno scandalo che Maurizio Decina, guru italiano
delle tecnologie, non ha esitato a paragonare per gravità e
profondità all'affaire Worldcom, la madre delle mele marce di
Wall Street.
Difficile, salvo colpi di scena
impensabili (ovvero qualche schizzo di fango sullo stesso
Bernabé, che finora vanta uno strepitoso percorso netto in
mezzo a tanta melma), trovare di meglio di questo manager che,
al pari di Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco, fa parte del
ristretto club dei Reviglio boys.
Per questo Bernabé Sun Tzu può
tirare avanti, senza incontrare le resistenze che pure aveva
messo in conto e che in questi anni si sono fatte sentire,
fuori e dentro l'azienda. E dedicarsi, con pazienza, a
togliersi alcuni dei tanti sassolini nelle scarpe che gli
restano e che spuntano, qua e là, tra le slide di un piano
industriale che non promette nulla di sexy, tipo la «media
company» di Marco Tronchetti Provera, ma che pure offre
qualche spunto di riflessione.
Il revival della rete fissa, che
sembrava destinata alla decadenza senza appello, per esempio.
Merito, è la diagnosi del team di Bernabé, della decisione
di sostituire il marchio Alice, costosa punta di diamante del
management precedente (vedi Riccardo Ruggiero, liquidato a
suon di milioni al pari degli altri manager della stagione
Tronchetti), con il vecchio ma solido brand Telecom, che si è
rivelato efficace per rilanciare l'offerta della banda larga.
Anche così, senza fuochi d'artificio,
si può salvare il salvabile di quella Telecom ancora
condizionata dai frutti di quella scalata che fu «un delitto»
e da una stagione torbida e infinita che riempie ancora, in un
modo o nell'altro, i mattinali delle procure. Con pazienza
cinese, sulla riva del fiume, in attesa che termini la sfilata
degli scheletri che spuntano dai tanti armadi della Telecom.
[27-02-2010]
PREMIATA
DITTA SPIONI E GHIONI (TOCCATO IL FONDO, SCAVARE!) - C'è UN
FILO ROSSO CHE LEGA E COLLEGA MOKBEL, IL PRINCIPE DEGLI HACKER
GHIONI, LA SECURITY DI TAVAROLI E LA FINMECCANICA guidata da
Guarguaglini - I dettagli dell’affare stanno tutti in un
voluminoso documento di quasi 200 pagine....
Vittorio Malagutti per "L'espresso"
I dettagli dell'affare stanno tutti in
un voluminoso documento di quasi 200 pagine. È un contratto
di vendita, datato 15 giugno 2007, tra due società. Da una
parte la Ikon di Garbagnate Milanese, a pochi chilometri dalla
metropoli lombarda, dall'altra la Digint, nata solo un mese
prima. Quest'ultima, secondo gli investigatori, sarebbe stata
creata dalla banda capeggiata da Gennaro Mokbel,
l'organizzatore della colossale frode fiscale in cui sono
coinvolti Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
sinistra con la giacca chiara Gennaro Mokbel LEspresso
Franco Pugliese a sinistra insieme a Gennaro Mokbel LEspresso
Ikon invece è una vecchia conoscenza
per gli appassionati delle spy story nostrane. Già perché
questa piccola azienda è salita agli onori delle cronache già
tre anni fa, quando "L'espresso" se ne occupò nella
sua inchiesta sullo scandalo della security Telecom guidata da
Giuliano Tavaroli.
Ikon altro non era che la creatura di
Fabio Ghioni, il principe degli hacker, il gran capo del Tiger
Team per anni al servizio di Tavaroli, che ha patteggiato una
pena di tre anni e sei mesi dopo essere stato arrestato nel
2006 per una serie di incursioni informatiche, tra l'altro
contro il giornalista Massimo Mucchetti del "Corriere
della Sera". Che cosa racconta il voluminoso dossier
contrattuale recuperato da "L'espresso"? Semplice:
Ikon ha trasferito alla Digint di Mokbel e compagni tutte le
sue tecnologie.
Tra queste, per esempio, un software
denominato "IK Spy", cioè una "microspia
esclusivamente sviluppata per il mercato Polizia giudiziaria e
militare e utilizzata per la lawful interception e
l'intelligence interception". Ma poi c'è anche la "Ik
web mail" per la "lettura nascosta di caselle di
posta elettronica" senza lasciare traccia. Insomma un
vero arsenale per operazioni di spionaggio elettronico.
Va detto che Ghioni già nel 2002
aveva girato le sue quote di Ikon alla sua compagna Damiana
Bernardo, che a sua volta nel 2005 si fa da parte a favore di
tale Mario Micucci, un geometra già consigliere comunale
negli anni Novanta a Garbagnate per il Pds.
Sarà un caso, ma l'uscita di scena,
almeno formale, di Ghioni e della sua compagna coincide con le
prime rivelazioni de "L'espresso" sulle attività
della security di Tavaroli. Micucci arriva così a possedere
una partecipazione del 60 per cento. A chi fa capo invece
Digint? Le carte ufficiali dicono che all'epoca
dell'operazione con Ikon il capitale era controllato per
intero dalla società lussemburghese Financial Lincoln.
Secondo gli investigatori quest'ultima
sarebbe riconducibile al gruppo di Mokbel. Il colpo di scena
arriva nel 2008 quando i presunti truffatori trovano un socio
di minoranza per l'azienda fondata da Ghioni. A comprare il 49
per cento di Digint arriva nientemeno che un gruppo di Stato:
la Finmeccanica guidata da Pier Francesco Guarguaglini.
[01-03-2010]
HASTA LA
FINANZIA SIEMPRE! - come è piccolo il mondo! SPY GENCHI
INTERCETTA E SCOVA UN FILO ROSSO-COMUNISTA CHE LEGA DILIBERTO
AD ACHILLE TORO E A GIANCARLO ELIA VALORI - IL COMPAGNO
OLIVIERO AL PROCURATORE NEI GUAI: "TRANQUILLO, TI RESTO
AMICO, NON CAMBIA NIENTE"...
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Sinceramente uno si sarebbe aspettato
che alla notizia del coinvolgimento del procuratore aggiunto
di Roma nell'inchiesta sugli appalti del G8 dove Achille Toro
è indagato per corruzione, i più accesi detrattori della
toga romana scatenassero il finimondo. E invece no. Al massimo
qualche frase di prammatica.
L'ex pm Antonio Di Pietro, che tanto
aveva difeso il superconsulente Gioacchino Genchi dopo la
perquisizione del Ros disposta proprio da Toro per sequestrare
il noto «archivio» con milioni di dati sensibili,
sostanzialmente non ha fiatato.
L'ex pm Luigi De Magistris s'è invece
limitato a dire che «la questione morale in magistratura non
è meno grave della questione morale in politica» e che «Toro
è emerso negli atti di Why Not e che nonostante ciò non ha
esitato a svolgere indagini sulla stessa inchiesta».
Poco o altro dal resto del partito.
Non sappiamo se ciò sia dovuto al fallimento della tesi
complottistica cara ai supporters Idv che vedeva nel Ros il
braccio armato di Toro contro Genchi (quando sono state le
indagini del Ros a costringere Toro alle dimissioni),
all'imbarazzo per alcune intercettazioni fiorentine che
coinvolgono parenti di parlamentari Idv, agli incroci
pericolosi dell'ex ministro Tonino con funzionari dello Stato
poi arrestati.
Sorprende il silenzio assordante dopo
gli sforzi profusi per difendere Genchi dalle iniziative di
Toro descritto in tempi non sospetti dal consulente siciliano
come una toga dalle discutibili frequentazioni, sempre in
mezzo a inchieste viziate da gravi fughe di notizie.
Sorprende, perché se uno va a
incrociare atti di vecchie inchieste e le risultanze delle
indagini telefoniche che il superconsulente ha trasferito nel
suo libro («Il caso Genchi, storia di un uomo in balia dello
Stato») scopre cose singolari. Una di queste, stona con le
avance al popolo viola da parte di Antonio Di Pietro e
Oliviero Diliberto, ormai inseparabili, prima al congresso Idv,
sabato al comizio in piazza del popolo.
Stona perché gli investigatori sono
andati a rileggersi carte giudiziarie su Achille Toro dove
spunta Diliberto, carte in parte riassunte da Genchi, a pagina
731, con riferimento alle fughe di notizie sul caso
Bnl-Antonveneta e ai rapporti del magistrato romano con
ufficiali della guardia di finanza e soprattutto con Giancarlo
Elia Valori, presidente di numerose società, uno che nella
concezione genchiana e grillina della vita è assolutamente da
evitare. Il riferimento di Genchi a Diliberto si rifà a una
data precisa: 23 dicembre 2005. «Alle ore 23.02 - osserva
Genchi - da Cagliari un cellulare intestato al Partito dei
comunisti italiani chiama Elia Valori».
Genchi dice d'aver scoperto che la sim
che chiama è all'interno di un cellulare dove è stata
inserita anche un'altra scheda, sempre del Pdci, il cui numero
era registrato nelle memorie» di un ufficiale della Gdf «che
ha conoscenze davvero ovunque, con l'annotazione
"Diliberto". Oliviero Diliberto, l'unico politico
che, a quanto pareva di supporre da un'intercettazione tra
Achille Toro e Vincenzo Barbieri, era stato invitato a
qualcosa: al matrimonio del figlio del procuratore aggiunto di
Roma.
Che Elia Valori e Achille Toro abbiano
pure amicizie in comune, addirittura con l'ex ministro della
Giustizia (Diliberto, ndr)? Di certo la presunta amicizia tra
Diliberto e il signore delle strade (Valori, ndr) sarà anni
più tardi il cuore della polemica scatenata dal deputato
Marco Rizzo: che urlerà a tutti la vicinanza tra i due, per
via della partecipazione di Diliberto a diverse presentazioni
librarie di Elia Valori.
Rizzo, poi espulso dal Pdci, attribuirà
la sua cacciata dal partito a queste affermazioni». Ma a
quale intercettazione fa riferimento Genchi parlando di Toro e
Barbieri? A quella effettuata dalla squadra mobile di Potenza
nell'ambito di un'inchiesta sulla massoneria.
Toro spiega al collega di come stia
per diventare «capo di gabinetto del ministro dei Trasporti
Alessandro Bianchi» uno del Pdci, proprio come Oliviero
Diliberto che come capo dell'ispettorato si era avvalso delle
competenze di Giovanni Ferrara, il superiore di Toro, che
nelle vesti di procuratore capo l'altro giorno ha esternato
tutta la sua rabbia per le modalità d'azione dei pm
fiorentini che hanno investigato su Toro.
L'intercettazione citata da Genchi è
lunga. Dopo aver parlato di incarichi ministeriali e caselle
da riempire in procura, Toro dice: «(...) io avevo escluso
gli interessi per la Giustizia, ti confesso, come lo avevo
escluso poi, parlando per altro verso, già all'epoca con
Oliviero, e nel... nel... l'ipotesi era comunque di Ettore
Ferrara».
Barbieri: «Sì, sì... ».
T: «Come capo dipartimento (...). Già
avevano fatto un organigramma completo, eh, con Nello Rossi,
con un sacco di gente (...). Invece con Mastella gli è
saltato tutto, con Amato pure ma in modo un po' diverso
insomma. Oh. A questo punto, io stamattina mi sono
congratulato con Loris D'Ambrosio per la nomina che lui ha
avuto di capo di quell'Ufficio...».
B: «Sì. Achille a te te la posso dire,
siccome mi ha chiamato lui per ragioni sue...»
T: «Esatto. Io stamattina l'ho chiamato a
lui e l'ho detto al capo mio, che già veramente gliel'avevo
detto 15 giorni fa, a me Oliviero l'anno scorso mi chiese
di... prima mi chiese un impegno e io dissi: "No, ma
guarda..." fra l'altro stavo in un momento in cui le cose
erano super impegnate e compagnia, e poi mi precisò:
"Guarda che però devo andare a fare io il ministro e
quindi... ero interessato ad averti come capo di
gabinetto"».
B: «Uhmm».
T: «Dissi: "Oliviero..." che poi
è l'unico politico che io ho invitato sinceramente a (inc.)
insomma, eh ... E dissi: "Con te è un'altra cosa,
insomma, il rapporto è diverso, poi ci conosciamo con le
mogli, eccetera, quindi per te vengo senz'altro, non c'è
nessun problema". Quando poi ebbi la mia storia a
gennaio, da fuori, mi chiamò, mi disse: "Achi', guarda
che non è cambiato niente dei nostri rapporti e di quello che
ci siamo detti nel tuo salotto". Dico: "Va bene, ti
ringrazio"». Un amico vero, Oliviero.
[02-03-2010]
IL
GRANDE OSTACOLO ALLO SCORPORO RETE TELECOM SI CHIAMA TREMONTI:
DOVE TROVA IL GOVERNO UNA MONTAGNA DI 10-12 MILIARDI? (CHE
PESSIMO SGARBO PER GIULIETTO L'INCONTRO BERLUSCONI-PASSERA)
Mentre si aspettano le decisioni dei magistrati su Fastweb e
Sparkle, i riflettori si accendono su Telecom e sulla notizia
lanciata oggi da "Repubblica" per lo scorporo della
Rete.
L'autore
è il giornalista Giovanni Pons che scrive di un faccia a
faccia tra Corradino Passera e Silvio Berlusconi durante il
quale i due personaggi avrebbero esaminato l'idea che la Rete
passi nelle mani di una cordata. Il banchiere ex-McKinsey e il
presidente tuttofare sono gli stessi che hanno realizzato il
Piano Fenice per l'Alitalia e che adesso vorrebbero trovare
una soluzione per il futuro dell'azienda.
È
chiaro che la crisi della Spagna e le incertezze dei manager
di Telefonica, hanno archiviato l'ipotesi di fusione e la
nascita di quella Telecom Europe dove Franchino Bernabè e
Cesar Alierta avrebbero dovuto sposarsi per spartirsi il
mercato.
Quel
progetto era condiviso anche dal capo di TelecomItalia, quel
Bernabè che nell'incontro rivelato da "Repubblica"
era assente e durante il quale si sarebbe definita "una
missione il più possibile industriale per TelecomItalia".
Se questo è vero, il rendez-vous tra il premier e il
banchiere suona come una presa di distanza e una sconfessione
del manager di Vipiteno che è profondamente convinto di
essere l'unico depositario di una strategia industriale di cui
si cerca da tempo di capire il contenuto.
La
mazzata dei magistrati su Fastweb ha messo fuorigioco Stefano
Parisi e comunque finirà questa vicenda lo scenario dei
player italiani nelle telecomunicazioni è destinato a
cambiare. Da qui l'accelerazione impressa da Berlusconi sulla
Rete da vendere a una cordata nella quale potrebbero
ritrovarsi soggetti pubblici e privati.
Non
è affatto chiaro che cosa succederà poi per il resto di una
Telecom priva della Rete, ma la fantasia non impedisce di
pensare che l'utilizzatore finale potrebbe essere Mediaset. C'è
un però, ed è un però grande come una casa, anzi come una
montagna di 10-12 miliardi, ed è rappresentato dai quattrini
che il governo dovrebbe almeno in parte buttare sul tavolo per
lo scorporo.
Di
fronte a questa montagna c'è un omino, non troppo alto di
statura fisica ma dotato di ambizioni e di grande intelletto
che porta il nome di Giulietto Tremonti. È difficile
immaginare che l'ex-tributarista di Sondrio accetti la
fotocopia del salvataggio Alitalia dove oltre alle banche e ai
capitani coraggiosi lo Stato sarebbe chiamato a mettersi sulle
spalle il fardello più grande. Questa volta non sarà così. |
|
IL SENSO DEL SOLE 24 ORE PER LE
NOTIZIE SU TRONCHETTI DOVERA...
Bankomat per Dagospia - Il
Corriere della Sera si sa non e' sempre insensibile alle
ragioni dei poteri forti che lo controllano. Ma certo sabato
non ha potuto che mettere su sei colonne e quasi a tutta
pagina la notizia relativa a Cipriani, ex uomo Telecom, che
per gli illeciti spionaggi dei quali e' inquisito ha
chiaramente indicato in Tronchetti l'utilizzatore finale.
Anzi, i vertici Pirelli e Telecom, per la precisione. La
notizia c'e' tutta e il corriere la da' con ampio e doveroso
risalto.
Titolo: "Cipriani accusa,
Tronchetti lo denuncia". Anche se nell'incipit subito si
sente il bisogno di precisare che forse Cipriani accusa solo
per ingraziarsi i PM e salvare i suoi soldi sotto sequestro.
Naturalmente con pari zelo garantista il Corriere non dice ne'
insinua che Tronchetti contro accusa Cipriani solo per
ingraziarsi azionisti e opinione pubblica...ma lasciamo
perdere.
Riserviamo la nostra indignazione per
l'articolo del Sole 24ore che alla notizia, parsa cosi
importante al Corriere, dedica appena una colonnina a pagina
33. Titolo grandioso:"Tronchetti denuncia Cipriani".
Per il Sole la notizia e' tutta li'. Complimenti al Direttore
Riotta, chissa' se questi schemi li ha appresi dai suoi
maestri del giornalismo anglosassone.
3 - TRONCHETTI DENUNCIA CIPRIANI...
Da "MF" - Il
presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, come informa
in una nota un portavoce della società, «ha dato mandato ai
suoi legali di avviare nei confronti di Emanuele Cipriani
azioni legali in ogni sede, civile e penale, a tutela della
reputazione sua e dei suoi familiari». L'investigatore
privato è imputato (insieme a Giuliano Tavaroli, ex capo
della security di Telecom e Pirelli) e accusato di una lunga
serie di reati, dall'associazione a delinquere al riciclaggio.
Nell'udienza preliminare di Milano,
Cipriani ha detto che l'attività di dossieraggio illecito
serviva all'ex presidente Marco Tronchetti Provera, non
indagato nella vicenda. E così il numero uno di Pirelli ha
deciso di adire le vie legali.
«Ancora una volta», si legge nella
nota, «per necessità legate alle sue strategie processuali e
alla volontà di rientrare in possesso del patrimonio che gli
è stato congelato», le ricostruzioni di Cipriani tentano di
rimettere in discussione quanto già accertato dai magistrati
che, «dopo la puntuale verifica della sua condotta e delle
dichiarazioni da lui rese in 30 interrogatori», hanno chiesto
il rinvio a giudizio «escludendo invece, dopo quasi quattro
anni di indagini accuratissime, qualsiasi responsabilità di
Marco Tronchetti Provera»
18.02.10 |
|
DOSSIER
ILLEGALI: MEMORIALE CIPRIANI (CHE CHIAMA IN CAUSA TRONCHETTI),
ATTI AL PM (GUP SENTIRA' TRONCHETTI PROVERA IL 26/2)...
(ANSA) -
Il gup del Tribunale di Milano Mariolina Panasiti ha disposto
la trasmissione degli atti alla Procura della repubblica in
relazione alle dichiarazioni spontanee lette da Emanuele
Cipriani il quale ha fatto riferimento nelle stesse
dichiarazioni ad attività svolte per conto di Marco
Tronchetti Provera. "Il giudice Panasiti - ha detto
l'avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, difensore di Cipriani -
ha trasmesso la dichiarazione del mio assistito in Procura.
Riteniamo
che questa iniziativa sia assolutamente corretta in quanto le
circostanze lette in aula da Cipriani, se provate,
costituiranno certamente motivo di indagine". Lo stesso
legale ha chiesto infine che venga convocato il presidente di
Pirelli, Marco Tronchetti Provera, in udienza preliminare come
testimone.
Il
gup del Tribunale di Milano, Mariolina Panasiti, convocherà
il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, come
testimone nell'ambito dell' udienza preliminare dell'inchiesta
sui dossier illegali. "Il gup - ha detto l'avvocato
Francesco Caroleo Grimaldi, legale di Cipriani - ha accolto la
nostra istanza dopo le dichiarazione del mio assistito".
12.02.10
|
|
DOSSIER ILLECITI: CHIESTO PROSCIOGLIMENTO IMMEDIATO PER
MARCO MANCINI...
(Adnkronos) - I difensori di Marco Mancini, l'ex agente
del Sismi coinvolto nel procedimento sui Dossier illeciti,
hanno chiesto il proscioglimento immediato per il loro
assistito, dopo che la presidenza del Consiglio ha confermato
il segreto di Stato nei rapporti intercorsi tra Sismi,
Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Telecom, e
l'investigatore privato Emanuele Cipriani.
La
richiesta e' stata formulata questa mattina davanti al gup
Mariolina Panasiti, contraria si e' detta la procura. Sulla
richiesta si pronuncera' il giudice probabilmente all'esito
della lunga udienza preliminare in corso a porte chiuse.
TRONCHETTI PROVERA: MAI AVUTO RAPPORTI CON MANCINI...
(Adnkronos) - Il presidente di Pirelli Marco Tronchetti
Provera ha depositato nei giorni scorsi una lettera in Procura
a Milano nella quale sostiene di non avere mai avuto rapporti
diretti con Marco Mancini, l'ex agente del Sismi imputato nel
procedimento sui dossier illeciti.
Nella
missiva Tronchetti Provera non esclude di avere incontrato
Mancini occasionalmente in passato ma comunque, sostiene, non
ne ha ricordo. Il contenuto della lettera e' stato letto oggi
nell'aula dell'udienza preliminare davanti al gup Mariolina
Panasiti che ha aggiornato l'udienza al 12 febbraio prossimo.
|
|
|
furbetti
del telefonino (L'INNOCENZA SI PAGA!) - Altro che parte lesa,
sul dossieraggio selvaggio Pirelli e Telecom sono talmente “innocenti”
che patteggiano e pagano la bellezza di 7 milioni e mezzo di
euro - E proprio ieri intervista bomba dello spione cipriani:
nella Bell, la società Lussembughese di GNUTTI, che
controllava parte della telecom, C'era scritto Oak fund: fondo
quercia…
1 - L'INNOCENZA SI PAGA
Luigi Ferrarella per "Il
Corriere della Sera"
Tavaroli dall Espresso
Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione
pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre
ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai
dipendenti schedati al momento dell'assunzione (circa 4,8
milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7
milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno
ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all'accordo che,
depositato sabato mattina negli uffici deserti per
l'inaugurazione dell'anno giudiziario, farà uscire le due
aziende dall'udienza preliminare sul dossieraggio illecito
praticato dalla divisione Security negli anni in cui la
guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa
di patteggiare 4 anni e mezzo.
In
questo modo, sebbene entrambe le imprese quotate in Borsa non
intendano ammettere alcuna responsabilità ma si rappresentino
come danneggiate dal comportamento di Tavaroli e degli altri
manager della sicurezza aziendale che avrebbero reso vani i
modelli organizzativi interni anti illeciti, Telecom e Pirelli
chiedono di patteggiare l'accusa di corruzione per la quale i
pm Napoleone- Civardi-Piacente ne avevano chiesto nel 2008 il
rinvio a giudizio in forza della legge 231/2001 sulla
responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per
reati commessi dai propri dipendenti nell'interesse aziendale.
Il
dossieraggio illegale con casi anche di intercettazioni non
telefoniche ma telematiche, pagato dal 1997 al 2005 con 34
milioni di euro aziendali (11 dei quali sequestrati
all'investigatore privato Emanuele Cipriani), si alimentava
infatti di molti canali: le risorse societarie utilizzate
dalla struttura di Tavaroli per il mercimonio di tabulati
telefonici o l'intercettazione di posta elettronica; l'agenzia
di investigazione privata di Cipriani; il flusso informativo
veicolato da detective privati come Giampaolo Spinelli (ex
Cia) e Marco Bernardini (ex Sisde); la pirateria informatica
del Tiger Team di Fabio Ghioni in Telecom; le notizie carpite
dagli archivi dei servizi segreti grazie ai contatti con 007
(Marco Mancini) e «fonti» italiane (Rossi e Vairello) e
francesi (Guatteri); i «profili» stilati dall'ex giornalista
di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini. Ma anche, ed è
questa l'origine dell'imputazione di corruzione mossa alle
aziende in base alla legge 231, le tangenti pagate a
poliziotti-carabinieri- finanzieri per gli accessi abusivi
alle banche dati del ministero dell'Interno, della Giustizia e
delle Finanze.
Per
riparare le conseguenze del reato, l'articolo 17 della legge
231 chiede che la società indagata risarcisca integralmente
il danno, vanti un modello organizzativo che sia riconosciuto
come adeguato a prevenire i reati dei dipendenti, si faccia
confiscare il profitto conseguito.
È
quello che Telecom e Pirelli hanno preferito fare, rinunciando
a giocare nel futuro la lotteria delle tante variabili che
pezzo dopo pezzo stanno smantellando l'udienza preliminare: la
prescrizione che corre e che ha già cancellato i reati fino
al 2003; la legge 2007 di distruzione dei dossier illegali,
che dopo la sentenza della Corte costituzionale dell'aprile
2009 rende di scarsissima utilizzabilità gran parte del dvd
sequestrato a Cipriani con migliaia di dossier; la recente
apposizione del segreto di Stato da parte del premier Silvio
Berlusconi sulle circostanze richiamate dall'indagato ex
numero tre del Sismi, Marco Mancini; e la possibile
approvazione della legge sul «processo breve» anche per le
aziende, che estinguerebbe un procedimento la cui richiesta di
giudizio non è lontana dai 2 anni.
Così
Telecom e Pirelli hanno ciascuna affrontato 400.000 euro come
sanzione pecuniaria misurata dalla legge in un numero
variabile di quote societarie, versato 100.000 euro come
confisca del profitto delle corruzioni; e con 750.000 euro
l'una hanno risarcito i tre ministeri tutelati dall'Avvocatura
dello Stato, cifra 10 giorni fa rifiutata ma ora accettata
dalla presidenza del Consiglio come indennizzo del danno sia
diretto sia da responsabilità per fatto illecito dei
dipendenti.
In
più, nel pacchetto vanno conteggiati i 2 milioni che Telecom
e i 2,8 milioni che Pirelli avevano già offerto ai propri
lavoratori come risarcimento (3.000 euro a dipendente) per le
schedature di massa operate dalla Security al momento
dell'assunzione e per asserite finalità antiterrorismo.
Come
effetto collaterale della definizione della procedura sulla
corruzione ai fini della legge 231, alle vittime del
dossieraggio non resterà che provare a intentare alle società
per le quali lavorava Tavaroli una causa civile a parte.
Telecom e Pirelli restano invece nell'udienza preliminare solo
come parti civili costituite contro Tavaroli e Cipriani per
l'ipotesi che costoro si siano indebitamente appropriati di
soldi delle società, e come responsabili civili rispetto ad
altri reati contestati agli indagati.
2 - Cipriani al Fatto: "Tronchetti sapeva tutto dei
nostri metodi. Ci chiedeva dossier sui politici che doveva
incontrare
Peter Gomez per "Il Fatto Quotidiano"
Guardi,
funzionava così. Io, quasi ogni settimana, incontravo a
Milano Giuliano Tavaroli e gli illustravo il contenuto delle
pratiche. Quando il dossier era particolarmente importante,
Giuliano nemmeno mi lasciava finire di parlare, che già era
al telefono. Come ho raccontato ai pm chiamava la segreteria
di Marco Tronchetti Provera o lui direttamente, visto che in
azienda era uno dei pochissimi a poterlo fare. Diceva:
'Dottore sono qui con il fiorentino, ha portato l'esito che
aspettavamo, vengo subito'. Poi s'incamminava verso via Negri,
dove Tronchetti ha l'ufficio, con il dossier sotto il
braccio".
Eccola
qui la verità del "fiorentino", al secolo Emanuele
Cipriani, 49 anni vissuti nell'ombra tra detective privati,
servizi segreti e grandi aziende. E anche se viene da un
imputato è una verità scomoda. Perché Cipriani, l'uomo che
raccoglieva dossier su esponenti del mondo della finanza e
della politica - dai Ds a Forza Italia - e che schedava i
dipendenti di Telecom e Pirelli, oggi ha un diavolo per
capello.
Ce
l'ha con Tronchetti che nell'inchiesta sullo scandalo della
security della compagnia telefonica era ed è rimasto
testimone. Ce l'ha con i magistrati che "non sono saliti
di livello". E che, per giunta, gli hanno sequestrato
molti milioni di euro considerati frutto di una gigantesca
appropriazione indebita ai danni dell'azienda. Denaro che
adesso Cipriani rivuole indietro.
"Perché
- protesta - è come se mi dicessero che quei soldi li ho
rubati. Ma io i reati che ho commesso, li ho ammessi. Ladro
però, no. Era tutto fatturato. E a ogni fattura corrispondeva
un codice numerico che rimandava ad una pratica, ovvero ad una
attività che poteva essere: lecita, illecita o parzialmente
lecita. Un lavoro di cui, oltretutto i vertici dell'azienda e
Tronchetti, che adesso fa persino fìnta di non sapere chi
sono, erano perfettamente a conoscenza. I miei committenti
erano Pirelli e Telecom. Tra i miei clienti, in qualche caso,
ci sono stati lo stesso Tronchetti e alcuni suoi avvocati: è
tutto riscontrabile".
D'accordo, Cipriani, le cose staranno pure così. Ma lei
come fa a sostenere che Tronchetti fosse al corrente dei
metodi usati per raccogliere informazioni? Agli incontri tra
lui e Tavaroli lei non partecipava...
Sa
che cosa sono i disturbatori d'assemblea?
Sì, azionisti che fanno domande scomode. In qualche caso
sono persino dei ricattatori...
Esatto,
in Telecom ce ne erano molti. Ma alcuni di loro erano delle
brave persone. Gente laureata, preparata che, come mi diceva
Tavaroli, Tronchetti pativa. Lo puntavano da anni e spesso con
le loro domande lo mettevano in imbarazzo.
E allora?
Beh ogni anno Tavaroli mi chiedeva un aggiornamento
investigativo sulla loro situazione. Si andava a vedere se
c'era qualcosa di negativo su di loro. Li analizzavamo da cima
a fondo.
Questo cosa dimostra?
Mi ascolti. Le racconto un episodio che non ho riferito ai
magistrati, anche perche sul punto non mi hanno chiesto
niente. Sarà stato il 2003 o il 2004, era comunque l'ultima
assemblea da me seguita. Tavaroli riceve una telefonata. È
Tronchetti che gli dice "Mi raccomando quello là".
Si riferiva a un docente calabrese, Gianfranco D'Atri, su cui
c'è un dossier molto particolareggiato. Giuliano mi spiega
che "quello il Dottore lo patisce".
E lei cosa fa?
Un'attività pesante. Giuliano diceva: "voglio
tutto". In assemblea D'Atri verrà anche controllato di
continuo, in gergo diciamo mappato, dagli uomini della
security d'accordo con i loro dirigenti e alcuni vertici
dell'azienda seduti al fianco di Tronchetti.
Non mi pare un reato.
Sì. Ma io ho un colpo di fortuna. Riesco ad affiancargli
una mia fonte. Una persona che mi anticipa quasi tutte le
domande che farà a Tronchetti. È un'operazione stile servizi
segreti, loro la chiamerebbero un'operazione di manipolazione.
Nella notte precendente all'assemblea giro le informazioni a
un uomo della security che, come mi viene detto, le veicola a
Tronchetti. Il risultato è che il dottore risponde a tutto
con tranquillità. Insomma fa una bellissima .figura. Mi
spieghi lei come poteva pensare che fossero informazioni
ottenute lecitamente?
Storiaccia. Ma non chiude il cerchio...
Dice? Io mi sono occupato di business che per Pirelli e
Telecom valevano molti milioni di dollari. Le richieste
d'informazioni "ordinarie" riguardavano di solito i
fornitori o gli aspiranti fornitori: facevamo delle analisi
per capire se erano affidabili. In altri casi, chiamiamoli
" straordinari ", le richieste erano mirate e
dirette ali 'acquisizione di notizie anche strategiche per
Pirelli e Telecom. A richiederle erano i cosiddetti
"clienti interni". I mega dirigenti, spesso della
direzione legale o del personale, che ne parlavano con
Tavaroli o gli inviavano delle mail che, a volte, mi girava.
E allora?
Questo dimostra che l'azienda era perfettamente al
corrente delle modalità, anche illegali, del mio lavoro. E
non solo perché Tavaroli mi diceva che le pratiche più
importanti e sensibili riguardavano affari che ovviamente
Tronchetti seguiva personalmente. Il punto è che venivano
spesso raccolte informazioni di natura bancaria e
patrimoniale. E visto che il segreto bancario esiste, mi pare
che tutti potessero capire che ci si trovava di fronte a
qualcosa d'illecito. Per non parlare poi delle schedature di
massa...
Schedature di massa?
Sì, se lo ricorda lo scandalo dei primi anni Settanta
sulle migliaia di dipendenti Fiat su cui l'azienda di Torino
aveva fatto fare dei dossier?
Certo.
Beh, anche noi avevamo fatto qualcosa di simile. Nelle
operazioni Scanning e Filtro abbiamo controllato chi aspirava
ad entrare in Telecom e in Pirelli. Controlli anche sui
precendenti di polizia. I risultati li mandavo alla security
che li girava ai dirigenti del personale.
E i dossier sui politici, invece, a che cosa servivano?
Quello sul sottosegretario alle riforme Aldo Brancher 10
facemmo perché Tavaroli mi disse che il "dottore"
doveva incontrare il leader della Lega, Umberto Bossi. E che
per questo " Tronchetti aveva bisogno della
sponsorizzazione di Brancher". Lui mi spiegò che doveva
essere pesante, che doveva sapere tutto di lui. Io così
partii da una società off-shore che lo collegava a una serie
di operazioni speculative. Da lì sono arrivato andato a
finire su di lui.
Ma Tronchetti lesse il dossier?
Quando ne riportai l'esito a Giuliano fu una di quelle
volte in cui lui gli telefonò per dirgli "è arrivato il
fiorentino, vengo subito da lei". Ma adesso leggo che
Tronchetti sostiene di non aver quasi mai visto Giuliano e che
Tavaroli si è approfittato della sua fiducia. E il bello è
che la magistratura gli ha creduto.
Forse perché Tavaroli nei suoi interrogatori lo ha
accuratamente tenuto fuori da tutto. Mentre lo ha tirato in
ballo durante sei chiacchierate con Giuseppe D'Avanzo di
Repubblica. Si è chiesto il perché di questo atteggiamento
da parte di Tavaroli?
Me lo sono chiesto, e non l'ho condiviso. Dico solo che
Tavaroli, a distanza di due anni dalle sue dichiarazioni a
Repubblica, ha chiesto il patteggiamento e ha chiuso tutto con
4 anni e mezzo di pena. Una pena di fatto già espiata, visto
che tre anni sono stati condonati. Insomma forse alla luce del
suo patteggiamento la risposta ciascuno se la può dare da
solo.
Cosa pensò quando vide le sue affermazioni?
Dopo aver chiuso il giornale, dissi "Finalmente si
è deciso a parlare". Siccome ero contentissimo
insistetti con i miei avvocati perché andassero in procura
dal dottor Fabio Napoleone a chiedere che cosa sarebbe
accaduto. Uno dei miei legali mi riferì la risposta: "Io
sono qua, se Tavaroli viene lo verbalizzo". Mi cascarono
le braccia...
Per lei, quindi, non si è voluto indagare a fondo.
Constato quello che è accaduto. Si potevano sentire
molte altre persone da me menzionate come a conoscenza del
"modus-operandi" nelle aziende Pirelli e Telecom.
Pensi solo ai dirigenti che ricevevano i report sul personale
d'assumere. Si potevano fare perquisizioni, per riscontrare le
mie dichiarazioni. Mi fa poi riflettere il fatto che le
registrazioni di alcuni miei interrogatori sui dossier più
sensibili politicamente sono state depositate, ma senza
trascriverle. Agli atti ci sono i verbali riassuntivi in cui
mancano dei nomi che sono quasi certo di avere fatto.
Cosa intende dire?
Le faccio un esempio: il dossier su Lorenzo Cesa, il
segretario dell'Udc. Durante un interrogatorio il dottor
Napoleone mi dice sorridendo che per certi versi ho anticipato
delle situazioni che poi sono emerse nelle indagini di Luigi
De Magistris Poseidone e Why Not. Io gli ho risposto, con
altrettanta simpatia: "Ha visto perché mi pagavano bene?
Perché dicevano che ero bravo". Lui si è messo a
ridere. Ma era la verità. La procura però per capire perché
mi era stata commissionata l'indagine avrebbe dovuto prendere
l'agenda di Tronchetti, come avevo suggerito, mi pare ovvio.
Anche il dossier Oak, quello su presunti conti esteri dei
Ds fu disposto in vista di un appuntamento politico?
No, quella fu un'inchiesta lunghissima. La chiese
Tavaroli per Tronchetti in occasione dell'acquisto del
pacchetto di maggioranza di Telecom, insomma subito dopo il
suo ingresso.
Tavaroli ha detto a verbale che si era partiti perché si
credeva che Oak Fund riguardasse dei dirigenti di Telecom.
No, le dico come è andata. L'ho già detto ma nessuno mi
ha creduto. Lui mi chiama e mi dice che devo rientrare dalle
ferie "perché il Dottore ha comprato Telecom" .
Siamo a fine agosto 2001. Tavaroli ha II Sole 24 ore sul
tavolo. Prende la penna e dice guardando la composizione di
Bell, la società Lussembughese, che controllava parte del
capitale: questi sono loro. C'era scritto Oak fund: fondo
quercia. Io dico 'ah bene, è uno scherzo? ', lui mi dice ' no
io ho contezza che sono loro. Il Dottore vuole sapere chi ha
in casa'. E io esco con l'articolo in mano, chiedendomi: e
adesso come faccio a partire?
Già, come ha fatto?
Come quasi sempre. Dall'inizio, analizzando le notizie su
fonti aperte e banche dati accessibili a tutti. Se ci fossero
qui i mie faldoni anche lei se ne renderebbe conto. Chiamai a
rapporto le mie fonti, tra cui la mia fonte principale per
operazioni internazionali, il famoso investigatore inglese
"John Poa" e siamo andati avanti gradino per
gradino. Abbiamo fatto più di 10 report, con altrettanti
schemi riassuntivi, perché il Dottore voleva solo schemi ed
"executive summary", Tavaroli me lo diceva sempre.
Il lavoro che fai, lo fai bene. Ma i documenti me li metti
dietro. Ed è così venuto fuori un sistema finanziario di
altissimo livello. Le famose società finanziarie...
Il problema, hanno scritto i giornali, è che l'ultimo
documento, quello decisivo, è macchiato.
No, non è l'ultimo documento. E' un documento, allegato
a uno degli ultimi "executive summary", ottenuto da
una fiduciaria estera di un paese off-shore. Ma è su carta
intestata e dentro viene lasciato il corpo. Insomma si legge
una frase, se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra
richiesta vi diciamo che dietro questo conto ci sono queste
persone. Poi sono macchiate solo le firme degli amministratori
della fiduciaria.
Quindi potrebbe essere falso...
Me lo ha detto anche il dottor Napoleone. Ma io gli ho
risposto: peccato che negli ultimi report, tra documenti
bancari, telex e carta con le firme macchiate ci saranno una
trentina di allegati. Ipotizziamo che mi abbiano truffato al
50 per cento, ma mi pare che basti. E poi tenga conto che le
mie fonti sono persone con cui ho lavorato per più di dieci
anni e non mi hanno mai dato un'informazione sbagliata. Le
stesse aziende Pirelli e Telecom ne hanno certificato
l'affidabilità.
Che cosa vuoi dire fonti certificate ?
Significa che ci sono stati dei dirigenti costretti alle
dimissioni sulla base dei miei dossier. Dirigenti che oggi non
si sono costituiti parte civile contro di me. Eppure in quei
fascicoli si parla di loro conti esteri; di bonifici bancari
oltre frontiera, insomma di infedeltà aziendale. È tutta
gente che è stata dimissionata con tanto di lettera di
benemerenza di Tronchetti. Insomma, erano Telecom e Pirelli
che mi confermavano che le mie fonti erano buone, perché quei
dirigenti erano stati visti "in difficoltà" da
Tronchetti. E allora, se erano buone quando io facevo cacciare
i dirigenti, perché non dovevano essere buone su Oak?
Le polpette avvelenate si vendono anche così...
Certo, però io ho trenta allegati....
Solo che ora nessuno per legge può indagare per sapere
se il contenuto dei dossier era falso o meno. Nel 2006 il
parlamento con una legge bipartisan ne ha ordinato la
distruzione..
Interviene Francesco Caroleo Grimaldi, avvocato di
fiducia di Cipriani, assieme a Vìnicio Nardo: "Sulla
base dei dossier non si può aprire un'indagine. Ma sulla base
delle dichiarazioni del nostro assistito si. E infatti ci
lascia interdetti che oggi si colpisca l'autore delle
investigazioni e che viceversa restino immuni chi ha dato
l'incarico delle investigazioni e i soggetti destinatari di
ipotesi di reato oggetto delle investigazioni". Cipriani
continua: "Io penso che se era difficoltoso fare le
verifiche sull'estero, c'era abbondante materiale su persone
fisiche e societarie italiane che avevo individuato come
fiduciari italiani, alcuni dei quali addirittura lombardi.
Queste cose andavano verificate."
Credo di sì, anche se in procura spiegano che i fatti
contenuti nel suo dossier non erano recenti. E che l'eventuale
ipotesi di reato, la violazione della legge sul finanziamento
pubblico ai partiti, era già caduta in prescrizione.
Comunque, Cipriani, le informazioni sui Ds a che servivano?
Tavaroli diceva che le avrebbe gestite il dottore nelle
sue attività romane. Perché Telecom, sosteneva, era un
patrimonio romano ed un "feudo " di una certa area
politica. Io ne prendevo atto e pensavo che loro volessero
sapere come gira la musica per avere argomenti di
interlocuzione.
Un ricatto?
In carcere i magistrati mi hanno chiesto: "ma voi
chi ricattavate?". Ho risposto io nessuno e sfido
chicchessia a dire se è mai stato ricattato da me. Le
pratiche non erano per me, ma per chi le commissionava: lo
chieda a loro. Comunque io, con tutto quello che penso di
Tronchetti, sono convinto che non sia un ricattatore. Certo,
però, che conoscere le notizie serve: si dice da sempre che
l'informazione è potere.
Lei aveva anche legami di amicizia e lavoro con Marco
Mancini, il capo del controspionaggio...
Sì, da quasi trent'anni. Ma su questo, oggi, c'è il
Segreto di Stato. Posso dire, come ho già fatto con la
procura, dopo aver chiesto ai magistrati che s'informassero se
potevo rispondere, che ho fatto delle attività per conto del
Sismi. A verbale ho parlato di due operazioni perché
ritenevo, e ritengo, che non ponessero problemi si segretezza
anche se erano riservate. Del resto non ho parlato. Comunque
la mia collaborazione col servizio risale all'epoca del
colonnello'Umberto Bonaventura. Era un supporto finalizzato
all'attività informativa, operativa e logistica italiana ed
estera. Il mio interlocutore di solito era Mancini anche perché
io avevo delle fonti che lui non aveva.
Così tra legge che impone la distruzione dei dossier, il
segreto di Stato, i silenzi di Tavaroli e quelli della stampa
di queste storie nessuno parla più...
I poteri forti esistono. Quando Tavaroli, nelle sue
dichiarazioni a Repubblica ha descritto il network
"romano" che può influenzare strategie e decisioni
di rango politico ed economico, sulla base di quanto mi
narrava, ritengo avesse ragione. Tronchetti ha giocato bene le
sue carte. Ha trovato i canali attraverso cui poteva essere
ascoltato. La situazione è questa. E il fatto che sia
diventato vice-presidente di Mediobanca dopo aver lasciato
Telecom, per me, la dice lunga. Comunque facciano come
credono.
A
me importa solo che non mi facciano passare per un ladro. Le
mie società non erano una cartiera, non facevano fatture
false. Lavoravano per Pirelli, Telecom e per le migliori
industrie italiane, con un portafoglio clienti di tutto
rispetto. E io oggi voglio solo indietro quello che mi spetta.
[01-02-2010]
MI
FAI UN Baffino! - Appena comprata (a debito) Telecom,
Tronchetti chiede a Tavaroli & Cipriani di scoprire chi c’è
dietro il “Fondo Quercia” (Oak Fund) - Nell’archivio
Zeta c’è un faldone “alto più di una spanna”, Cipriani
parla di “un noto esponente politico”. Tavaroli cita
esplicitamente Piero Fassino - L’ex segretario Ds ha per
questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai
stata notificata - Del dossier Oak esistono diverse copie. E
prima o poi il suo contenuto tornerà ad avvelenare la
politica...
Da
"Il Fatto
Quotidiano"
Quelli della security Telecom lo chiamavano il "dossier
Baffino", e non bisogna essere degli straordinari
investigatori per capire il perchè. Era una delle pratiche
scottanti dell'archivio Zeta di Emanuele Cipriani, che insieme
a decine di altri fascicoli su politici ed esponenti della
finanza, per mesi hanno dato l'impressione di condizionare
l'attività del parlamento.
Quando,
per esempio, l'ex capo del controspionaggio Marco Mancini
racconta di aver illustrato, su ordine dell'ex direttore del
Sismi, Niccolò Pollari, il contenuto di due di essi a Nicola
Latorre (Ds) e Lorenzo Cesa (Udc) - i quali però negano -
immediatamente viene presentato un emendamento (poi ritirato a
causa delle polemiche) per introdurre nella riforma dei
servizi segreti una norma che avrebbe salvato dai processi sia
Pollari che Mancini.
Le
carte di Cipriani insomma scottano. Anche se nessuno può dire
se le informazioni in esse contenute siano esatte o meno. Le
indagini su queste notizie sono infatti state vietate per
legge già nel 2006. Il mistero più grande riguarda comunque
il caso "Baffino", cioè un faldone alto più di una
spanna, in cui sono contenuti gli accertamenti sugli azionisti
di Bell, la finanziaria lussemburghese al centro della scalata
a Telecom da parte dei "capitani coraggiosi" di
Roberto Colaninno. Era il 1998, al governo c'era Massimo
D'Alema dal cui arrivò il via libera all'operazione. Tra chi
controllava il capitale di Bell c'era però anche il
misterioso Oak Fund (Fondo Quercia).
Nel
2001, quando in Telecom arriva Tronchetti, parte così
l'operazione "New Entry" o "Operazione
Fondo", condotta da Cipriani per capire chi si
nascondesse dietro. Cipriani durante le indagini, in un suo
verbale riassuntivo dice il 28 marzo del 2007, che uno degli
ultimi documenti raccolti macchiato sulle firme) indicava come
dietro tutta la complessa operazione ci fosse "un noto
esponente politico".
Giuliano
Tavaroli, in una serie di dichiarazioni a La Repubblica, parla
invece esplicitamente di Piero Fassino. L'ex segretario dei
Ds, nell'estate del 2008, ha per questo annunciato una querela
che però a Tavaroli non è mai stata notificata. Forse anche
perchè Guido Calvi, storico avvocato della Quercia, sentito
qualche settimana fa da Il Fatto spiega di non aver ricevuto
un mandato in proposito.
Il
mistero, insomma, resta fitto. E l'unico fatto certo è che la
norma approvata per distruggere i dossier di Cipriani è
servita solo ad evitare le indagini. Stando a quanto risulta a
il Fatto Quotidiano almeno del dossier Oak esistono altre
copie. E prima o poi, vero o falso che sia, il suo contenuto
tornerà ad avvelenare la politica.
[01-02-2010]
OAK
FUND MISTERY - Malagutti svela sul Corriere della Sera (13
aprile 1999) i segreti del Fondo Quercia - Dalle Cayman
Islands alla Svizzera. Tra i soci di Giorgio Magnoni anche
Rossi, ex Campari - il promotore dell'Oak fund figura tra gli
amministratori della Intek, societa' quotata in Borsa che fino
a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata
dall'Olivetti allora guidata da De Benedetti - L' investimento
passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno
Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata
dell'intero gruppo di Ivrea...
Vittorio Malagutti per Corriere della Sera (13 aprile
1999)
L'
indirizzo e' esotico quanto basta per un villaggio vacanze:
West Bay road, Grand Cayman Islands, Indie occidentali
britanniche. + questo il recapito dichiarato dell' Oak fund,
importante finanziatore di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti
nella loro scalata all' Olivetti. Tanto importante da comprare
il 5,92 % della finanziaria Bell di Lussemburgo, principale
azionista del gruppo di Ivrea con una quota di capitale del
13,84 % .
Ma
per chi cerca informazioni su questo fondo d' investimento
nato al sole delle Antille, e' inutile bussare a quella porta.
L' indirizzo di West Bay road corrisponde agli uffici della
Citco services, una vera multinazionale dei servizi finanziari
off shore, con filiali nei piu' diversi paradisi fiscali.
"Tra gli amministratori dell' Oak fund c' e' Giorgio
Magnoni", ha dichiarato Gnutti in una recente intervista
al Corriere.
Magnoni
e' un cognome noto nel mondo della finanza internazionale. Se
non altro perche' Ruggero, fratello di Giorgio, e' uno dei
manager di punta della Lehman, la banca d' affari statunitense
che sin dai primi passi dell' operazione assiste Colaninno nel
suo attacco a Telecom.
E
allora, per trovare qualche informazione utile, conviene
lasciare il sole delle Antille per spostarsi nel meno esotico
Canton Ticino. Qui, nel paesino di Manno, non lontano da
Lugano, che Giorgio Magnoni tira le fila dell' International
technology innovation (Iti), una societa' registrata a
Rotterdam in Olanda. E insieme a Magnoni, ai vertici di Iti
siede Antonio Rossi, un manager abituato a muoversi ben
lontano dai riflettori della cronaca.
Fino
a pochi anni fa pero' Rossi, 40 anni circa, controllava il 40
% del capitale della Campari, forse uno dei marchi piu' noti
dell' industria italiana. Antonio Rossi gestiva il patrimonio
di famiglia insieme al padre Erinno, alla madre Angelina e
alla sorella Erinna.
Nel
1994, quando nell' azienda del bitter entrarono come soci
forti gli olandesi della Bols, i Rossi preferirono farsi da
parte incassando un assegno che a quei tempi, in mancanza di
notizie certe, venne stimato intorno ai 400 miliardi. Da
allora Antonio Rossi si e' impegnato in numerosi investimenti
in campo finanziario e immobiliare e Giorgio Magnoni e' da
tempo uno dei suoi partner abituali.
Tra
le iniziative della coppia di finanzieri ci sarebbe anche l'
Oak fund, che, nato qualche anno fa, col tempo ha raccolto
adesioni di altri investitori. Del resto lo stesso Giorgio
Magnoni vanta molteplici attivita' anche in Italia, alcune di
queste insieme al fratello Ruggero.
Tra
l' altro il promotore dell' Oak fund figura tra gli
amministratori della Intek. Quest' ultima e' una societa'
quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava
Teknecomp ed era controllata proprio dall' Olivetti allora
guidata da Carlo De Benedetti. L' investimento passo'
inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno
Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell'
intero gruppo di Ivrea.
[01-02-2010]
|
| |
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
|
|
www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
|
|
LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
|
|
Cromo esavalente nella Dora a Torino
|
In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
|
Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
|
|