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L COLOSSO AIG OBAMA TREMA AIG, CHE DOLOR DAVE STATI UNITI DI CALABRIA LOBBY O LA “CORRUZIONE GOLDMAN

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E' mia intenzione conoscere il Vs parere sulla
mia disponibilità a raccogliere delle deleghe per le prossime
assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a
darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :
marcobava@email.it
vi aspetto se la mia iniziativa vi interessa !
Mb |
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
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potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
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QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
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Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
|
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LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
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|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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IL MIO LIBRO "L'USO DELLA
TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED
ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,
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e
basta ordinarlo via email al
costo di 30 euro COMPRESE SPESE DI SPEDIZIONE . Oltre al libro sulle mie
esperienze assembleari prima del 1998 a 10 e. |
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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ciao blogger de
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come ti avevamo annunciato in Aprile, il servizio blog La
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6 gennaio 2010.
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Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad
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. PAULSON, IL RE
DELLA FINANZA...
Andrea Greco per "la
Repubblica" - Vi hanno preso per i fondelli. Politici,
regolatori, soloni che da tre anni vi dicono che nulla sarebbe stato
come prima, la finanza aveva ucciso se stessa e si torna al sudato mondo
reale. Nell´anno 2010 il signor John Paulson ha guadagnato 5 miliardi di
dollari. Per il Wall Street Journal è un record: puntando il suo hedge
fund su oro e materie prime ha battuto se stesso (nel 2007, annus
horribilis, fece 4 miliardi scommettendo contro i mutui subprime).
Paulson precede
altri due hedge manager, Ray Dalio (Bridgewater, 3 miliardi) e David
Tepper (Appaloosa, 2). Insieme, surclassano i 36mila banchieri di
Goldman Sachs, non esattamente degli sprovveduti visto che si sono
spartiti 8,35 miliardi. L´Italia, poveretta, rosica sui 250 milioni in
azioni a Marchionne, sui 40 milioni per spesare Profumo. Paulson vale 15
Marchionne e 96 Profumo.31-01-2011] |
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TUTTI A BALLARE AL
’’BILLIO-NERD’’! - VIA I MANAGER DI PROFESSIONE, AL VERTICE DELLE
AZIENDE HI-TECH AMERICANE CI SONO I GENIETTI CHE LE HANNO FONDATE -
LARRY PAGE CACCIA "L’IMPRESENTABILE" SCHMIDT E TORNA AL VERTICE DI
GOOGLE - ZUCKERBERG INCAZZATISSIMO UMILIA PERFINO LA ‘SPECTRE’ GOLDMAN
SACHS, REA DI UN COLLOCAMENTO DISASTROSO DELLE QUOTE DI FACEBOOK - MA
L’IDENTIFICAZIONE FONDATORE-AZIENDA è MOLTO PERICOLOSA: APPLE è CROLLATA
IN BORSA ALL’ANNUNCIO DELLA MALATTIA DI STEVE JOBS…
Federico Rampini
per "la
Repubblica"
È il modello Peter
Pan applicato all´industria. Vince chi non invecchia mai. Il capitalismo
americano sarà salvato dai ragazzini: è il verdetto che viene dalla
Silicon Valley, la culla mondiale dell´innovazione tecnologica, il
laboratorio di tutte le rivoluzioni economiche degli ultimi trent´anni.
Via i top manager di professione, largo agli imprenditori puri, meglio
ancora se ventenni e dotati di "animal spirits". È questa la lezione
degli ultimi scossoni al vertice delle imprese leader. Google mette da
parte il chief executive Eric Schmidt, 55 anni, per sostituirlo con uno
dei due fondatori, Larry Page, 38 anni. L´altro co-fondatore, Sergey
Brin, 37 anni, dirige l´innovazione tecnologica.
Il terremoto ai
vertici giunge in un momento all´apparenza felice: in Borsa Google
capitalizza 200 miliardi di dollari (ne valeva 27 quando fu quotata nel
2004), nell´ultimo trimestre i profitti sono saliti del 17% a quota 5
miliardi. Eppure non è tranquilla. Sente sul collo il fiato di un vero
ragazzo, Mark Zuckerberg di Facebook, al cospetto del quale perfino Page
e Brin sembrano un po´ stagionati. L´incubo di Google è la "sindrome
Microsoft": quella che fu la regina dell´informatica per un´intera
generazione, ha perso smalto, grinta innovativa e capacità di attrarre i
giovani talenti migliori. Via via che l´ex-ragazzino fondatore Bill
Gates si allontanava dalla sua missione imprenditoriale, l´azienda si è
burocratizzata.
La potenza in
ascesa oggi è Facebook, perché il sito sociale fa passi da gigante nella
pubblicità online, il principale giacimento di profitti di Google.
Facebook resta saldamente in mano al fondatore Zuckerberg, di 26 anni.
La sua impresa è stata valutata 50 miliardi di dollari, ma lui ha
rinviato (fino al 2012, pare) il momento di quotarsi in Borsa: per non
condividere il potere con capitalisti finanziari.
Il ragazzino
spinto dagli spiriti animali del capitalismo creativo, diffida dei
professionisti del denaro. Ha umiliato le più grandi società di venture
capital della Silicon Valley, sbattendogli ripetutamente la porta in
faccia. Pochi giorni fa ha dato una sonora lezione anche a Goldman
Sachs. La più potente banca d´affari di Wall Street aveva convinto
Zuckerberg ad affidarle un piccolo pre-collocamento, riservato a pochi
privilegiati, per circa 1,5 miliardi. Ma i top manager di Goldman hanno
combinato un disastro. Le modalità dell´operazione sono apparse ambigue,
opache oltre ogni limite, tali da rischiare un´inchiesta della
Securities and Exchange Commission (Sec), l´organo di vigilanza sui
mercati finanziari.
La banca d´affari
è stata costretta a cancellare l´operazione per i suoi clienti
americani, ma solo dopo essersi subìta un´autentica sfuriata dal
"ragazzino", indignato per la pessima figura. Zuckerberg si è rafforzato
nella sua convinzione: alla larga dai cosiddetti professionisti del
denaro. Il capitalismo vero, quello che crea sviluppo, è un´altra cosa.
La gara che conta
tra Google e Facebook non è fatta di profitti, dividendi, relazioni
trimestrali di bilancio. No, l´incubo dell´imprenditore creativo nella
Silicon Valley è un altro: se la palma della creatività giovanile passa
in mano a un altro, è da lui che se ne vanno i migliori. Per quanto il
campus Googleplex sembri un parco-divertimenti, dove i Ph.D.
d´informatica giocano a volley nei giardini e sono obbligati a dedicare
il 20% del proprio tempo a "curare le proprie idee", negli ultimi tempi
si è avvertito l´inizio di un esodo dei cervelli.
Anche una
dirigente di alto livello come Sheryl Sandberg è passata al nemico, e
oggi è direttrice generale di Facebook. Altri sono partiti verso aziende
ancora più piccole, più giovani, più rischiose. Nel capitalismo
post-industriale della Silicon Valley le risorse umane sono tutto.
Google è la figlia
di un algoritmo geniale partorito dai due fondatori quando erano
dottorandi all´università di Stanford, nel 1998. Facebook nasce da
un´intuizione felice sui bisogni di interazione sociale delle nuove
generazioni. C´è un altro caso di azienda hi-tech divenuta un simbolo
potente della fantasia tecnologica.
È la Apple di
Cupertino, anche lei oggi rischia molto perché la malattia allontana dai
comandi un ex-ragazzino fondatore. Steve Jobs è stato definito «il più
intuitivo di tutti gli imprenditori americani». La sua magia, è il
carisma leggendario con cui ha convinto il mondo intero di avere
reinventato prima il computer (iMac), poi il lettore digitale di musica
(iPod), poi il telefonino (iPhone) e infine tutti i media con l´iPad.
Anche quella è la storia di un´azienda salvata grazie al ritorno alle
origini. Jobs dopo averla creata la lasciò nel 1985. Fu richiamato nel
1997 con una missione disperata: l´azienda stava per morire. Ora è una
success-story mondiale.
24-01-2011]
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finché c’è la
salute c’è apple - GLI AZIONISTI, TERRORIZZATI DAL PERDERE I GRASSI
DIVIDENDI DEGLI ULTIMI ANNI, sentono puzza di fine-jobs - IL ‘WSJ’
RIVELA: È PRONTA UNA RISOLUZIONE IN CUI SI CHIEDE AL CDA UN PIANO DI
SUCCESSIONE, VISTO CHE IL GURU DELLA MELA HA TENUTO TUTTI ALL’OSCURO SUL
SUO “CONGEDO PER MALATTIA” - A QUANTO PARE, LA SEC AVEVA GIÀ APERTO
UN’INDAGINE NEL 2009, QUANDO JOBS MOLLÒ IL COMANDO PER IL TRAPIANTO DI
FEGATO…
Da "Ansa.it"
La salute di Steve
Jobs potrebbe spingere gli azionisti di Apple ad approvare una
risoluzione in cui chiedono al consiglio di amministrazione la
comunicazione di un piano di successione dettagliato della societa'. Gli
azionisti potrebbero esprimersi al riguardo gia' il prossimo 23 febbraio
durante l'assemblea annuale.
Lo riporta il Wall
Street Journal, sottolineando come diversi consigli di amministrazione
hanno difficolta' nel decidere cosa comunicare agli azionisti in merito
alla salute degli amministratori delegati in caso di malattia.
La legge impone
che le aziende comunichino pubblicamente le informazioni che possono
influenzare le scelte degli azionisti nell'acquisto o la vendita di
titoli. Ma e' in ogni caso il consiglio di amministrazione che decide
quali informazioni rivelare. Nel 2009 - secondo indiscrezioni - la Sec
aveva aperto un'indagine sulle modalita' con cui Apple aveva reso noti i
problemi di salute di Jobs.
Le aziende non
comunicano i problemi di salute dei loro amministratori delegati fino a
che le condizioni non raggiungono uno stato critico, emerge da una
ricerca condotta da Alexa Perryman della Business School della Texas
Christian University. ''Fino a che la Sec non decidera' degli standard -
mette in evidenza Ben Heineman, ex General Electric e ora professore a
Harvard - i consigli di amministrazione non comunicheranno malattie o
diagnosi''.
25-01-2011]
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QUEL PARADOSSO USA
DEI SALVATAGGI PUBBLICI...
M. Val. "Il
Sole 24 Ore" - L'ultimo paradosso dei salvataggi pubblici
americani è forse il più imbarazzante: il contribuente costretto a
soccorrere i giganti immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac, a sua
insaputa, si è accollato anche la difesa legale dei loro ex dirigenti da
sospetti di truffa e irregolarità contabili che hanno contribuito alla
crisi. Un conto salato: 160 milioni di dollari. E solo parziale: secondo
il New York Times le fatture presentate dagli avvocati non accennano a
diminuire.
Reso ancor più
surreale dal fatto che spesso sono le stesse autorità, sempre a nome del
contribuente, a promuovere indagini e accuse. Il Times rivela in
particolare che aiuti per 24,2 milioni sono serviti al «soccorso» legale
dell'ex amministratore delegato di Fannie Mae Franklin Raines, dell'ex
direttore finanziario Timothy Howard e dell'ex responsabile dei
controlli contabili Leanne Spencer. Unica consolazione: se risulteranno
colpevoli, il governo potrà provare a chiedere loro un improbabile
rimborso.25-01-2011]
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ACCUSE NEGLI USA:
LA CRISI ERA PREVEDIBILE...
M. Val. per "Il
Sole 24 Ore" - La crisi finanziaria poteva essere evitata.
E i responsabili del disastro sono tanti: il lassismo di autorità e
regole, dalla Casa Bianca alla Federal Reserve. Una gestione
fallimentare al vertice della Coporate America. E, naturalmente,
spericolatezza e avidità delle banche a Wall Street.
È questo il
giudizio sferzante della Commissione speciale sulle cause della bufera
del 2008, ribattezzata la nuova Commissione Pecora in memoria
dell'inchiesta parlamentare sulla Grande Depressione degli anni Trenta.
Un giudizio lungo 576 pagine, frutto di 19 audizioni e 700
testimonianze, che sarà pubblicato oggi e di cui è filtrato un
riassunto. Qualcuno potrà ritenerlo scontato. Ma farà bene a leggere il
monito finale: «La peggior tragedia sarebbe accettare la tesi che
nessuno avrebbe potuto prevedere la crisi e quindi fare qualcosa. Se
accettiamo questo, accadrà ancora».
27-01-2011]
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. SE ANCHE BLANKFEIN
SI ISCRIVE A FACEBOOK. PRIMA DI QUOTARLA...
M. Sid. per il "Corriere
della Sera" - Sarebbe sufficiente sfogliare le pagine dei
pluridecorati quotidiani Usa, New York Times e Wall Street Journal, per
trovare ricchezza di indizi su una prossima quotazione di Facebook. La
regola Sec dei 499 soci, classe 1964, che contribuì ad incastrare anche
Google nel 2004 costringendola alla Borsa, è scattata impietosa in queste
ore anche per il re del social network. Ma c'è un altro particolare, piccolo
quanto prezioso, che il Corriere ha scovato e che potrebbe anche rivelarsi
la prova del nove: ad aprire un proprio profilo su Facebook 4 mesi fa - a
meno di furti d'identità digitale ma non di omonimie visto che c'è tanto di
fotografia - è stato Lloyd Blankfein, Mr Goldman Sachs. Magari si sarà fatto
iscrivere da una delle sue tante assistenti. O avrà chiesto aiuto all'help
desk della banca d'affari.
In ogni caso, quando è
iniziata l'operazione Facebook, Blankfein da buon manager ha voluto provare
di persona la favolosa innovazione. Intanto Mr Facebook, il miliardario
26enne Mark Zuckerberg, continua a negare. Ma con Mrs Sec, Mary Shapiro, non
si scherza. A meno di cavilli da legulei di manzoniana memoria, la nostra
privacy, al secolo Facebook, sbarcherà a Wall Street entro l'aprile 2012. È
un gioco delle parti. Zuckerberg dice, e per certi versi deve correttamente
continuare a dire, che i documenti per navigare nelle tempestose ma ricche
acque di Wall Street al fianco di Google, Apple e Microsoft non ci sono. Ma
la Goldman che sta rastrellando per lui un investimento strategico da mezzo
miliardo di dollari per l' 1%del sito - portando così il valore del 25%di
Zuckerberg da 7 a 12,5 miliardi in poche ore - sa di essere sotto la lente
Sec.
Così in un lunch
riservato la banca ha presentato i conti dei primi 9 mesi del 2010 di
Facebook - 1,2 miliardi di giro d'affari e 355 milioni di utile netto - e ha
lasciato di fatto trapelare che non solo tra gli utenti ma anche tra gli
investitori privati è febbre da social network. Quota 499 sarà superata. E
la regola è chiara: la società ha tempo 4 mesi per quotarsi dopo la chiusura
dell'anno fiscale in cui la quota viene scavallata. E questo ci porta
all'aprile 2012. Vedremo nel frattempo se nel vorticoso intreccio di
socializzazioni low cost Facebook saprà mantenere le promesse fatte. P. S.
La speranza di Zuckerberg è che di utenti come Blankfein ce ne siano ben
pochi: in 4 mesi il banchiere non risulta avere stretto una sola amicizia
(nemmeno con Zuckerberg!). Lo sapranno questo gli investitori?10-01-2011]
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. AIG SI PREPARA A
RIMBORSARE GEITHNER...
Dal "Corriere della Sera" - Aig verso il rimborso dei fondi
pubblici. Il colosso assicurativo Usa, nazionalizzato all' 80%durante la
crisi finanziaria, ha dato il via libera all'emissione di 75 milioni di
opzioni che daranno diritto agli azionisti privati già presenti nel capitale
di acquistare altri titoli Aig, mano a mano che il governo cederà la propria
partecipazione. Il 19 gennaio gli azionisti iscritti a libro soci al 13
gennaio 2011 riceveranno warrant a dieci anni da scambiare a Wall Street.
Ogni warrant darà il diritto di comprare un'azione Aig al prezzo di base di
45 dollari. A comunicarlo è la Sec, l'autorità di vigilanza del mercato
finanziario statunitensi.
10-01-2011]
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JOBS, SOLO UN
DOLLARO PER IL 2010 (MA CON LE AZIONI SU DEL 60%)...
Dal "Corriere
della Sera" - Ormai è quasi un rito: i conti di chiusura
dell'anno fiscale della Apple (concluso il 25 settembre 2010) si festeggiano
con il consueto comunicato sul compenso simbolico di Steve Jobs: un dollaro
e zero bonus. Il ceo della mela morsicata ha ricevuto - si legge nel
documento consegnato alla Sec - solo 248 mila dollari come rimborsi per i
viaggi di lavoro fatti con il suo Gulfstream V del valore di 90 milioni
(avuto come bonus Apple nel ' 99). Ma Jobs non è un pazzo che lavora solo
per la gloria: il valore dei suoi 5,5 milioni di azioni è salito nello
stesso 2010- anno dell'iPad- del 60% a 1,84 miliardi.10-01-2011]
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JOBS NON
RIPETERÀ IL MIRACOLO MA NEL 2011 LE AZIONI APPLE SARANNO ANCORA UN BUON
AFFARE...
Robert Cyran per "La Stampa" - È raro che un'azienda di
grandi dimensioni cresca rapidamente. Apple c'è riuscita, aumentando le
vendite di oltre il 50% nel 2010 e facendo salire il valore della
società di ben 100 miliardi di dollari, portandolo vicino ai 300
miliardi. Le probabilità che il gruppo tecnologico capitanato da Steve
Jobs ripeta questa performance prodigiosa sono assai ridotte. Ciò
nonostante, le azioni sembrano ancora un buon investimento se si
considera che la valutazione di Apple, tenendo conto dell'enorme
liquidità, appare stranamente modesta.
Le azioni Apple
vengono scambiate a circa 19 volte gli utili stimati per l'anno fiscale
2011, contro un multiplo di poco superiore a 13 per le società
dell'indice S&P 500. Apple può tuttavia contare su oltre 50 miliardi di
dollari di patrimonio e investimenti a fronte di zero debiti. Al netto
di questa liquidità, la quotazione del titolo Apple è in linea con gli
standard del mercato.
Questi dati
sarebbero giustificati se la crescita di Apple fosse poco promettente.
Stando però alle previsioni degli analisti, nel prossimo anno le vendite
della società aumenteranno del 35% grazie al successo di iPad e iPhone.
Cifre esorbitanti se si considera che, la crescita dei ricavi sul
mercato dovrebbe grosso modo equivalere al Pil degli Stati Uniti. In
più, la leva operativa che caratterizza le attività di Apple dovrebbe
determinare una crescita degli utili più rapida dell'aumento delle
vendite, un fattore che giustificherebbe un premio sostanziale nel
prezzo dell'azione. Non c'è dubbio che a Wall Street prevalga spesso un
ostinato ottimismo. L'impressione istintiva, però, è quella di un futuro
ancora radioso.
Le vendite dell'iPad
sono in netta crescita tra le grandi aziende. Le previsioni parlano di
un raddoppio della penetrazione degli smartphone negli Usa nel 2011. I
Mac stanno guadagnando quote di mercato, ma rappresentano ancora meno
del 5% del mercato globale dei pc. E l'ingresso di Apple nei settori
della pubblicità e della televisione potrebbe preannunciare nuovi e
importanti filoni di crescita. Insomma è possibile che Apple diventi
l'azienda americana di maggior valore entro la fine del 2011.31-12-2010]
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SPECULAFACEBOOK -
LA SEC (OVVERO LA CONSOB AMERICANA) ACCENDE UN FARO SU FACEBOOK,
TWITTER, LINKEDIN E LE ALTRE STELLE DEI SOCIAL NETWORK - PUR ESSENDO
ORMAI DEI GIGANTI DA MILIARDI DI DOLLARI, queste società MANTENGONO LA
STESSA STRUTTURA DI QUANDO ERANO DEI SOGNI NEL GARAGE DI NERD BRUFOLOSI
- MENTRE ZUCKERBERG E GLI ALTRI RITARDANO L’INGRESSO IN BORSA, GLI
SPECULATORI COMPRANO NEI MERCATI PARALLELI…
Angelo Aquaro per
"la
Repubblica"
L´ultimo miracolo
di Facebook è un affare da 56 miliardi di dollari. Il social network più
grande del mondo, mezzo miliardo di utenti da 5 mila amici in media
ciascuno, deve ancora quotarsi in borsa ma ha fatto già boom.
Raddoppiando in un anno le transazioni, da 2,4 a 4,9 miliardi di
dollari. E praticamente quadruplicando, sempre nel giro degli ultimi 12
mesi, il suo valore.
Il record della
compagnia di Palo Alto è la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che il
26enne Mark Zuckerberg è davvero la Persona dell´anno, come l´ha
proclamata Time. Ma anche l´ultima performance è accompagnata dalle
polemiche che - dalla tutela della privacy ai pettegolezzi svelati dal
film The Social network - sembrano incollarsi al marchio almeno quanto
l´interesse degli investitori.
La Sec, l´organo
statale che controlla le transazioni finanziare, ha aperto un occhio
sull´intera vicenda. Il motivo? Ufficialmente non è noto. Ma il volume
di affari lascia pensare che nelle contrattazioni siano coinvolti più di
quel mezzo migliaio di azionisti che la legge concede alle società
ancora saldamente in mano private. Un movimento consentito solo perché
le azioni vengono considerate uno strumento di compensazione interna,
strettamente riservate insomma ai fondatori, ai primi finanziatori e ai
primi impiegati. E in teoria non destinate al mercato pubblico.
L´attesa per la
quotazione di Facebook, per cui più volte lo stesso Zuckerberg ha
sostenuto di «non avere fretta», sta trainando tutto il mercato-ombra
dei titoli tecnologici. Attirando l´attenzione degli speculatori su nomi
come Twitter, il minisocial che viaggia con gli sms, Linkedin, una
specie dei Facebook dedicato però ai professionisti, e Zynga, la
compagnia specializzata sui giochi via Internet. Naturalmente a fare la
parte del leone è però sempre la compagnia di Palo Alto, che colleziona
rispettivamente il 48 e il 40 per cento delle transazioni su
SecondMarket e SharesPost, due delle agenzie che permettono gli
scambi-ombra, sopratutto su Internet.
La barriera dei
500 azionisti risale a una legge degli anni ‘30, quelli della regulation
dopo il far west finanziario che portò al Grande Crollo. E quasi tutti i
big dell´hi-tech, che magari avevano lanciato la loro piccola azienda,
la loro start up, senza pretese, nei mitici garage della Silicon Valley,
si sono dovuti scontrare prima o poi con questo muro. Anzi, spesso sono
propri i traffici intorno a quota 500 che costringono le compagnie a
mettersi in gioco a Wall Street - rendendo pubblici contestualmente
anche conti e registri.
Bill Gates ci mise
10 anni, dalla fondazione di Microsoft nel 1975, a presentare nell´85
l´Ipo, l´offerta pubblica, che lo rese per la verità ancora più
miliardario. La metà del tempo, dal 1998 al 2003, è servita invece a
quotarsi a Google. Per la gioia dei suoi azionisti-impiegati: compresi,
ricorda il New York Times, il capo degli chef e la massaggiatrice
aziendale che da un giorno all´altro si trasformarono pure loro in
miliardari.30-12-2010]
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TROPPO PICCOLE PER
ESSERE SALVATE (DI NUOVO) - NONOSTANTE GLI AIUTI PUBBLICI, 100 BANCHE
AMERICANE SONO SULL’ORLO DEL TRACOLLO - IL MERCATO IMMOBILIARE NON
RIPARTE, I CLIENTI NON PAGANO I MUTUI, E GLI ISTITUTI SI TROVANO IN MANO
CASE PIGNORATE CHE NON VALGONO NULLA - IL SALVATAGGIO DELLE MEGA BANCHE
SI è RIPAGATO DA SOLO, QUELLO DELLE MICRO è COSTATO FINORA 6,9 MLD $,
SOLDI A CUI I CONTRIBUENTI USA POSSONO Già DIRE BYE BYE…
Pignoramenti
Angelo Aquaro per
"la
Repubblica"
La crisi starà anche finendo ma quasi cento banche che avevano ricevuto
aiuti statali, in America, rischiano di fallire. Il motivo: il capitale
che si erode sempre di più e la pila di prestiti non restituiti che
aumenta, di pari passo con i continui allarmi notificati dalle autorità
bancarie e amministrative.
I bailout, i
salvataggi, sono stati una delle operazioni più discusse
dell´amministrazione americana, iniziati sotto George W. Bush e
rilanciati da Barack Obama. Adesso si scopre che molti di quei fondi
Tarp, il programma per il salvataggio degli asset in difficoltà, sono
andati perduti per sempre.
Non basta. Il
numero delle banche in crisi che hanno ricevuto aiuti statali è
cresciuto paurosamente proprio negli ultimi tempi. Nel 2009 erano 47.
Nel giugno scorso 78. E ora il Wall Street Journal ne conta 98. In
totale, il contribuente ha sborsato per loro 4,2 miliardi di dollari.
Sette sono già le
banche che pur con i contributi di stato sono fallite: 2,7 miliardi non
verranno così mai più restituiti. Di dieci milioni è il prestito medio
ricevuto dalle banche ora in pericolo. Tutte piccoline per la verità:
439 milioni la media degli asset posseduti. Nomi non proprio
conosciutissimi: come la Bank of Milwaukee o la CommunityOne Bank of
Asheboro del North Carolina.
Ma è quel numero
totale, che pericolosamente si avvicina a cento, che fa paura. E
quell´altra maledizione che ha accompagnato tutta la recessione: sono i
cattivi investimenti immobiliari e l´impossibilità per tanti clienti di
pagare i mutui che stanno mettendo nuovamente in pericolo le banche.
«Sappiamo che un
certo numero di istituti sono in difficoltà», riconosce David Miller del
Dipartimento del Tesoro. Che, però, difende l´operazione Tarp nel suo
complesso. L´amministrazione ha ragione da vendere. I bailout hanno
rimesso in piedi giganti del calibro di Bank of America o Citigroup. E
proprio il salvataggio di quest´ultima, per esempio, si è alla fine
rivelato un affare: il prestito da 45 miliardi ha fruttato 12 miliardi
di interessi al contribuente.
D´altra parte è
vero però anche un paradosso: le banche «troppo grandi per fallire»,
secondo la fortunata espressione che ha fatto scuola, ce l´hanno anche
fatta proprio perché le più ricche hanno ricevuto più aiuti. Potendo
contare, per esempio, sui fondi d´emergenza della Federal Reserve:
negati invece agli istituti più piccoli.
I dati ufficiali
forniti dal Tesoro non sono del resto complessivamente più confortanti
di quelli denunciati dall´inchiesta del Wall Street Journal. Le banche
in difficoltà sono aumentate da 729 a 814: più di un decimo insomma dei
7760 istituti che animano, si fa per dire, il panorama finanziario
americano. 28-12-2010]
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REGOLE NUOVE,
BONUS VECCHI...
Ettore Livini per "la
Repubblica" - Buone intenzioni tante, risultati pratici
pochini. La guerra a bonus e stipendi stellari della finanza vive
(finora) più di annunci che di sostanza. Il Comitato di Basilea ha
stabilito nuovi obblighi di trasparenza ai compensi dei manager bancari,
che saranno più vincolati ai loro conti economici. I regolatori Usa
preparano un altro giro di vite a inizio anno. Goldman Sachs - dopo aver
ricevuto un salvagente da 10 miliardi dai contribuenti americani - ha
magnanimamente deciso di legare i premi ai risultati a lungo termine.
Ma la musica è
sempre la stessa: i bonus di Wall Street, dopo il +17% dell´anno scorso,
saliranno nel 2010 di un altro 5%. Uno scandalo? Per carità! È tutto ok,
in linea con le nuove norme (un po´ meno con il buon senso). A Wall
Street e dintorni - complice la debolezza della politica - la Cuccagna
non è mai finita.. 28-12-2010]
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JPMORGAN:
COMPRA SEDE LEHMAN BROTHERS
(ANSA) - JPMorgan ha acquistato per 495 milioni di
sterline (585 milioni di euro) la vecchia sede londinese di Lehman
Brothers. Gli uffici di Canary Wharf diventeranno il quartier generale
per l'Europa del gigante di Wall Street, riferisce Bloomberg.20-12-2010
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USA: ERNST &
YOUNG SOTTO ACCUSA PER RUOLO IN CRACK LEHMAN...
Radiocor - Il procuratore generale dello stato di New
York Andrew Cuomo si prepara a intentare una causa civile contro Ernst &
Young per il suo presunto ruolo nel collasso di Lehman Brothers nel 2008
e con l'accusa che la societa' di consulenza e revisione contabile
avrebbe aiutato la banca a dare informazioni fuorvianti agli investitori
sulle proprie condizioni finanziarie. Secondo quando riportato dal Wall
Street Journal, quando Cuomo formalizzera' le accuse per la prima volta
una societa' di consulenza sara' presa di mira per il suo ruolo nella
crisi finanziaria.
Lehman Brothers
era uno dei maggiori clienti di Ernst & Young, che avrebbe ricevuto
commissioni per circa 100 milioni di dollari tra il 2001 e il 2008 per e
attivita' di consulenza. Le accuse, che potrebbero essere formalizzate
questa settimana, fanno parte di una piu' ampia indagine sulle banche
che, prima che esplodesse la crisi, avrebbero eliminato dai propri
bilanci asset tossici mascherando in questo modo il reale livello di
esposizione al rischio.20-12-2010
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. HEWLETT-PACKARD: WSJ; SEC INDAGA SU USCITA HURD...
(ANSA) - Le autorità americane avviano un' indagine
sull'uscita di Mark Hurd da Hewlett-Packard, per far luce anche
sull'eventualità che Hurd abbia condiviso informazioni riservate sulla
società. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo
le quali la Sec, la consob americana, nell'ambito dell'inchiesta, sta
cercando di accertare se Hurd abbia fornito informazioni in merito
all'acquisizione di Electronic Data Systems per 13,9 miliardi di dollari
da parte di Hp a un ex contractor del colosso informatico.
"Mark ha agito in
modo corretto. E' comprensibile che la Sec - spiega un portavoce di Hurd
- voglia guardare e analizzare gli eventi che hanno circondato l'uscita
di Hurd, alla quale è seguita una flessione dei titoli di Hp".21-12-2010]
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MADOFF: ACCORDO
PER RECUPERARE 7 MILIARDI DOLLARI...
(ANSA) - Le autorità giudiziarie Usa e il liquidatore
Irving Picard hanno raggiunto oggi un accordo che permetterà di
recuperare circa 7 miliardi di dollari per compensare le vittime del
super truffatore Bernard Madoff, condannato all'ergastolo. L'annuncio
ufficiale dell'intesa, la più grande di tutti i tempi di questo tipo, è
atteso intorno alle 18:00 italiane in una conferenza stampa organizzata
a New York dal procuratore Preet Bharara, responsabile per il distretto
sud della metropoli americana. L'accordo chiude il caso dell'eredità di
Jeffry Picower, un miliardario di Palm Beach, in Florida, investitore di
Madoff, morto nell'ottobre 2009. I circa 7 miliardi in questione vanno
ad aggiungersi ai 2,3 miliardi già recuperati altrove.
17-12-2010]
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DRAGO DRAGHI NON
SI FIDA DELLE BANCHE - BANKITALIA FA LE PULCI ALLE MANOVRE IN CORSO TRA
MONTE PASCHI E POPOLARE DI MILANO - IL GOVERNATORE SMONTA PEZZO PER
PEZZO LA FUSIONE TRA LE DUE SGR PRIMA E ANIMA - IL NUOVO GIOCATTOLINO
FINANZIARIO VALE 40 MILIARDI DI EURO, MA IL PROGETTO FA ACQUA DA TUTTE
LE PARTI - GLI SCERIFFI DI PALAZZO KOCH VOGLIONO CHIARIMENTI SU TEMPI,
NOMINE, GOVERNANCE E RUOLO DEI SOCI BANCARI
Francesco De
Dominicis per "Libero"
C'è più di un
dubbio, in Banca d'Italia, sulla fusione tra Anima sgr e Prima sgr. Un
imprevisto che potrebbe creare qualche problema. Sta di fatto che mentre
sembrava tutto in discesa, il percorso della maxi operazione nel mondo
del risparmio gestito diventa improvvisamente accidentato. Stiamo
parlando dell'alleanza strategica tra il Monte dei Paschi di Siena, il
fondo Clessidra e la Banca Popolare di Milano. Che stanno creando il
primo polo indipendente nel settore dei fondi comuni d'investimento, da
40 miliardi di euro.
Dopo mesi i chiacchiere, è la prima mossa concreta nel risiko delle sgr.
Il matrimonio tra
Prima (Mps-Clessidra) e Anima (Bpm), peraltro, va nella direzione
auspicata dai mercati finanziari. Bankitalia, però, vuole vederci
chiaro. Qualche rilievo, secondo indiscrezioni raccolte da Libero, è
stato sollevato la scorsa settimana nel corso di un incontro riservato.
Nel quale di fatto è stato gelato l'entusiasmo con cui il 29 ottobre era
stata formalizzata la fusione.
Il faro di
Bankitalia è puntato, in particolare, sulla governance della nuova super
holding. Il ponte di comando non convince a fondo i funzionari di
palazzo Koch. Nel dettaglio, i rilievi di via Nazionale toccano la
procedura di nomina del direttore generale e, più in generale, il ruolo
dei «soci bancari» nella selezione dei top manager. Altre osservazioni,
poi, sono state fatte sulla tabella di marcia: il progetto prevede di
portare a termine tutti i passaggi entro ottobre 2012. Tempi giudicati
lunghi da Bankitalia che avrebbe chiesto di accelerare e chiudere la
fusione entro aprile 2012. Non è tutto: le perplessità di palazzo Koch
riguardano pure la «razionalizzazione della gamma dei prodotti» e i
«livelli minimi dei patrimoni».
Secondo fonti
vicine al dossier, si tratta di «interlocuzione con l'organo di
vigilanza» da considerare «ordinaria amministrazione». Ma quando gli
sceriffi fanno le pulci, il "fastidio" non si riesce a mascherare.
15-12-2010]
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A WALL ST. OBAMA
SCATENA LA CACCIA AL BANCHIERE - TONI TRIONFALISTICI PER LA FINE
DELL’INCHIESTA “BROKEN TRUST”, CHE AVREBBE SCOPERCHIATO 231 CASI DI
FRODE PER 8 MLD $ - MA ARRIVATI A GIUDIZIO, SI SCOPRE CHE “L’INSIDER HA
FORME COSÌ SOFISTICATE CHE È DIFFICILISSIMO DA PROVARE” E TUTTO RISCHIA
DI FINIRE IN UN’OPERAZIONE “BELLA FIGURA” PER L’FBI E LO SBARACKATO -
ANCHE PERCHÉ L’EX CAPO DEL BILANCIO DI OBAMA È ANDATO A LAVORARE PER
CITIGROUP (IL TESORO NE POSSIEDE ANCORA L’11%), E DALLO STESSO ISTITUTO
ARRIVA IL SUO SUCCESSORE…
Da "Il
Foglio"
E' autunno e in
America si è aperta ufficialmente la caccia ai banchieri. L'inquietudine
era cominciata con il suicidio di Madoff junior, sabato, poi domenica è
arrivato il New York Times - imbeccato dal dipartimento di Giustizia -
secondo cui ci sarebbe un fantomatico "club dei nove banchieri" che
controlla il mercato dei derivati. Domenica, poi, Fbi e dipartimento di
Giustizia hanno chiuso quella che secondo Washington è "la più grande
inchiesta nel mondo finanziario" della storia americana.
I toni sono quelli
delle grandi occasioni: l'operazione si chiama "Broken Trust", "fiducia
tradita", ed è stata realizzata dalla Financial Fraud Enforcement Task
Force, alle dirette dipendenze del ministro della Giustizia, Eric
Holder. L'inchiesta, spiega la polizia federale, ha portato alla luce
231 casi di frode finanziaria, con truffe per oltre 8 miliardi di
dollari e almeno 120 mila vittime. Particolare attenzione è stata
rivolta ai cosiddetti schemi Ponzi (le catene di Sant'Antonio), business
in cui tra l'altro era specializzata la famiglia Madoff.
Insomma da alcune
settimane, per i banchieri, l'atmosfera è da giro di vite. Anche perché
si faceva un gran parlare, il mese scorso, di una clamorosa inchiesta
per insider trading, e il 22 novembre il titolo Goldman Sachs ha perso
oltre il 3 per cento a causa di voci secondo cui la banca sarebbe stata
presto incriminata per questo reato.
Voci piuttosto
confuse, peraltro, perché da una parte si sparava in alto con i nomi
(Goldman, ma anche Ubs e Deutsche Bank) e dall'altra arrivavano segnali
tranquillizzanti ("ormai l'insider ha forme così sofisticate che è
difficilissimo da provare", si leggeva sul Wall Street Journal).
A oggi, però, di
condanne eccellenti per insider non ne sono arrivate, nonostante i tre
anni dell'indagine partita a gennaio 2009. Né, a voler vedere bene, sono
arrivate condanne eccellenti in genere.
Jonathan Weil,
columnist di Bloomberg, si è andato a spulciare le liste di proscrizione
e tra i 64 fermi, i 158 indagati, i 104 arresti di "Broken Trust", non
solo non c'è nessun nome di punta. Soprattutto, alcuni nominativi
risultano slegati dall'operazione, come alcuni condannati prima o dopo
l'inchiesta, o paralleli solo per tempistica.
Insomma, sembra
un'operazione "bella figura" per Fbi e Amministrazione. Alcuni banchieri
sono cinici: "Per un governo populista come questo, arrestare e
processare i gestori di hedge fund serve a distrarre gli elettori",
scrive in una nota Monness, Crespi, Hardt & Co., una boutique di
consulenza finanziaria di Wall Street.
Di certo un'opera
di comunicazione serve per riconciliare Wall Street e Main Street,
almeno da giovedì scorso: quando si è saputo che il più giovane dei
fuoriusciti dal gabinetto di Obama, il 41enne Peter Orszag, andrà a
lavorare a Citigroup come capo delle relazioni istituzionali.
Motivazione: per
"fare i soldi veri", avrebbe dichiarato al New York Times. Orszag è
stato responsabile del Bilancio e il più stretto consigliere di Obama
per la sanità e le misure anticrisi. Al che si aggiunge che il suo
successore, Jacob Lew, viene proprio da Citigroup; e che la Casa Bianca
è oggi titolare ancora di un 11 per cento di Citi (in seguito al
salvataggio pubblico da 45 miliardi di dollari). L'operazione Orszag non
è piaciuta affatto, né a destra né a sinistra. E il nome dell'indagine
sui banchieri, "Broken Trust", oggi rischia l'ironia involontaria.
14-12-2010]
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1- OBAMA INDAGA E
SVELA GLI AL CAPONE DELLA VERA MAFIA, LA "CUPOLA" DEL DENARO - 2- I
PADRONI DELL´UNIVERSO: "IL TERZO MERCOLEDÌ DI OGNI MESE NOVE MEMBRI DI
UNA ÉLITE DI WALL STREET SI RIUNISCONO A MIDTOWN MANHATTAN. I DETTAGLI
DELLE LORO RIUNIONI SONO COPERTI DAL SEGRETO. RAPPRESENTANO GOLDMAN
SACHS, MORGAN STANLEY, JP MORGAN, CITIGROUP, BANK OF AMERICA, DEUTSCHE
BANK, BARCLAYS, UBS, CREDIT SUISSE" - 3- IL CLUB DEI NOVE "PROTEGGE GLI
INTERESSI DELLE GRANDI BANCHE CHE NE FANNO PARTE, PERPETUA IL LORO
DOMINIO, CONTRASTA OGNI SFORZO PER RENDERE TRASPARENTI I PREZZI E LE
COMMISSIONI", DENUNCIA IL CFTC, MASSIMO ORGANO DI VIGILANZA USA - 4- LA
GRANDE ATTESA PER LE RIVELAZIONI ANNUNCIATE DA WIKILEAKS SULLA BANK OF
AMERICA: CHISSÀ CHE NON RIESCA JULIAN ASSANGE DOVE LA MAGISTRATURA DI
OBAMA NON ARRIVA
Federico Rampini
per
La Repubblica
Di nuovo loro: i
Padroni dell´Universo. Stessi nomi, stessi vizi, una storia che sembra
condannata a ripetersi e col finale che rischia di essere già scritto:
l´impunità. Stavolta è l´intero mondo dei titoli derivati - finanza
"tossica" che ebbe un ruolo cruciale nella crisi del 2008 - l´oggetto
delle loro congiure. Una vera e propria "cupola" di grandi banchieri
esercita un potere esclusivo di controllo su questo mercato. Fuori da
ogni trasparenza, e al riparo da ogni concorrenza.
«Il terzo
mercoledì di ogni mese - rivela il New York Times - nove membri di una
élite di Wall Street si riuniscono a Midtown Manhattan. I dettagli delle
loro riunioni sono coperti dal segreto. Rappresentano Goldman Sachs,
Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank,
Barclays, Ubs, Credit Suisse».
Ufficialmente, i
nove banchieri di questo potentissimo comitato d´affari hanno il compito
di «salvaguardare la stabilità e l´integrità» su un mercato che muove
ogni giorno migliaia di miliardi di dollari. Di fatto, il club dei nove
«protegge gli interessi delle grandi banche che ne fanno parte, perpetua
il loro dominio, contrasta ogni sforzo per rendere trasparenti i prezzi
e le commissioni». La denuncia raccolta dal New York Times viene dal
massimo organo di vigilanza. La fonte più autorevole all´origine
dell´inchiesta è Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading
Commission.
L´uomo a cui Barack Obama ha affidato il compito di fare pulizia in un
mercato altamente speculativo. Ma Gensler è costretto ad ammettere la
sua impotenza. «Il costo di quelle pratiche lo paga tutto il resto
dell´economia, lo pagano tutti gli americani», lamenta Gensler. E
naturalmente anche gli europei, visto che Wall Street è il centro della
finanza globale.
I derivati infatti
hanno innumerevoli usi, una parte dei quali sono "virtuosi" e più vicini
a noi di quanto possiamo immaginare. I fondi pensione li utilizzano per
ridurre il rischio di perdite sui loro investimenti nel caso che le
tendenze di mercato abbiano improvvisi rovesci (per esempio un futuro
rialzo dei rendimenti sui buoni del Tesoro che deprime il valore di
quelli in portafoglio).
Le compagnie aeree
e navali comprano derivati per attutire il colpo di un rincaro del
petrolio. L´industria agroalimentare si protegge da aumenti nel costi
dei raccolti. Perfino il consumatore, l´automobilista, è vittima di
manovre speculative che attraverso i derivati accentuano il boom delle
materie prime.
Nessuno dei
protagonisti dell´economia reale è veramente tutelato dalle
manipolazioni su questi strumenti. Nessuno sa cosa decidono i nove
membri del club esclusivo che si riunisce il terzo mercoledì del mese.
Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un´inchiesta «sulla possibilità
di pratiche anti-concorrenziali nel clearing e nel trading sui
derivati».
I sospetti di
collusione e di un vero e proprio cartello non sono nuovi. Ma trovare le
prove è difficile. E´ vecchia di nove mesi la notizia di un´altra
inchiesta del Dipartimento di Giustizia che aveva fatto scalpore: quella
che accusava i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight,
Sac Capital) di aver concordato un attacco simultaneo all´euro, in una
cena segreta l´8 febbraio a Wall Street.
Il giorno dopo, 9
febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che
scommettevano su un tracollo dell´euro erano schizzati oltre 54.000, un
record storico. Goldman Sachs e Barclays furono coinvolte nelle cronache
su quelle grandi manovre. Ma da allora l´inchiesta sulla congiura ai
danni dell´euro non ha avuto sviluppi di rilievo.
Estrarre prove dal
club dei Padroni dell´Universo è complicato, almeno se si seguono i
metodi "normali". Di qui la grande attesa per le rivelazioni annunciate
da WikiLeaks sulla Bank of America: chissà che non riesca Julian Assange
dove la magistratura non arriva...
Per quanto
riguarda il mercato dei derivati, paradossalmente è proprio per effetto
della grande crisi del 2008 che i Padroni dell´Universo hanno assunto un
ruolo ancora maggiore. Uno dei momenti più drammatici di quella crisi fu
il crac dell´American International Group (Aig), la compagnia
assicurativa affondata dalle perdite su un particolare tipo di titoli
derivati, i credit default swaps.
In quel frangente
il Tesoro e le autorità di vigilanza si accorsero che nessuno riusciva a
capire veramente le interconnessioni sul mercato dei derivati, esposto
all´effetto-domino: una bancarotta di Aig avrebbe travolto decine di
altre istituzioni e forse l´intero sistema bancario. Perciò fu il Tesoro
a spingere per la creazione di una "clearing house" o camera di
compensazione, affinché le grandi banche si facessero carico di
garantire la stabilità del mercato dei derivati.
A questo però si
accompagnava la riforma Obama delle regole della finanza, che doveva
aumentare i poteri delle autorità di vigilanza, e rafforzare la
trasparenza. Quella riforma oggi è sotto tiro da parte della nuova
maggioranza repubblicana al Congresso, vittoriosa alle elezioni di
novembre e beneficiata dai generosi finanziamenti di Wall Street.
Nell´applicazione
della riforma i repubblicani stanno cercando di svuotarla: giovedì il
Congresso ha bocciato la richiesta di Gensler per nuove regole sulla
trasparenza. "I derivati - spiega il giurista Robert Litan che per il
Dipartimento di Giustizia diresse un´analoga battaglia contro le
collusioni al Nasdaq - sono un mercato molto concentrato, e quando il
governo di una simile entità è in poche mani, possono succedere brutte
cose".
Una certezza è che
i Padroni dell´Universo usano il loro potere oligopolistico per estrarre
dal resto dell´economia dei profitti esorbitanti. Esempio: su un solo
contratto derivato di credit default swap - che protegge l´acquirente
dall´eventualità di fallimento di uno Stato sovrano come la Grecia, o di
una società quotata - il banchiere intermediario incassa una commissione
di 25.000 dollari.
Contratti simili
se ne fanno migliaia ogni giorno, rimpinguando i profitti delle varie
Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley. Quando negli anni Novanta il
Dipartimento di Giustizia riuscì a dimostrare che un´analoga collusione
tra banchieri controllava gli scambi sul Nasdaq (la Borsa dei titoli
tecnologici), in seguito al cambiamento delle regole le commissioni
bancarie scesero a un ventesimo del livello precedente.
Ma un rischio
ancora superiore è che dentro il "club dei nove", grazie allo scambio di
informazioni quotidiane possano maturare operazioni di cartello, manovre
concertate, una manipolazione dei mercati. Quelli che dovrebbero
"stabilizzare" i derivati, sono i primi a poter profittare delle
prossime fiammate speculative. 13-12-2010]
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. OBAMA, SU FISCO
'ACCORDO BIPARTISAN, PENSO SIA LA COSA GIUSTA'...
Radiocor - 'Siamo arrivati all'ossatura di un accordo
bipartisan', ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
L'accordo sull'estensione dei tagli fiscali dell'era Bush, che scadranno
il 31 dicembre, dunque si fara'. I partiti sono arrivati a un
compromesso, i tagli fiscali saranno prorogati per due anni e per tutti,
anche per i ricchi, come volevano i repubblicani. 'In cambio' il
presidente Obama e i democratici hanno pero' chiesto il prolungamento
per tredici mesi dell'assicurazione per i disoccupati e altri crediti
fiscali. 'Penso che questo accordo bipartisan sia la cosa giusta da
fare'.
'I repubblicani
chiedevano anche regole piu' generose per quanto riguarda le tasse di
successione', ha spiegato Obama definendo la richiesta ingiustificata.
'Abbiamo insistito affinche' fossero temporanei'. Il presidente ha poi
chiarito che in molti non saranno d'accordo con alcune parti del
compromesso. 'Ci sono cose che neanche a me piacciono, come ad esempio
l'estensione dei tagli fiscali per i cittadini piu' ricchi, ma questi
sgravi scadranno fra due anni'. Infine Obama ha ribadito: 'voglio che
sia tutto pronto prima che il Congresso vada in vacanza'.07-12-2010]
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4. LIQUIDATORE
MADOFF: ACCORDO CON UPB PER RECUPERO 500 MLN DLR...
(ANSA) - Irving Picard, il curatore fallimentare della
più grande truffa del secolo, quella architettata su scala planetaria da
Bernard Madoff, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la banca
svizzera Union Bancaire Privee (UBP) per il recupero di una cifra che
potrebbe arrivare a 500 milioni di dollari. Lo ha reso noto lo stesso
liquidatore che ieri ha avviato un'azione legale da 9 miliardi di
dollari contro il colosso Hsbc, dopo quelle contro Jp Morgan per 6,4
miliardi di dollari e contro Ubs per 2 miliardi di dollari.07-12-2010]
5. I LIQUIDATORI
DI MADOFF A CACCIA DI BANCHE...
G. Ve. per "Il Sole 24 Ore" - Il più grande truffatore
della storia non ha agito da solo, almeno secondo il curatore
fallimentare della sua società. Irvin Picard, chiamato a tappare le
gigantesche falle del gruppo Madoff, ha puntato il dito sulle banche:
dopo richieste miliardarie a JpMorgan e Ubs, adesso è arrivato il turno
di Hsbc. Il gruppo bancario londinese, secondo Picard che gli ha chiesto
un risarcimento di 9 miliardi di dollari, non poteva non accorgersi
della colossale truffa ed è quindi corresponsabile per aver raccolto
capitali destinati ai fondi di Madoff.
Il curatore, negli
ultimi giorni disponibili per avviare azioni legali contro i
corresponsabili del crack, sembra scatenato: ha fatto causa anche
centinaia di «net-winner», cioè investitori che sono usciti dai fondi
con più denaro di quello inizialmente investito. Il tutto con la
speranza che le nuove strade portino qualche successo in più di quelle
percorse finora: ad oggi, infatti, sono stati recuperati solo 1,5 dei 65
miliardi truffati.
07-12-2010]
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13. MADOFF:
CHIESTO 1 MLD A 7 GRANDI BANCHE...
(ANSA) - Irving Picard, il liquidatore dei fondi Madoff, ha citato in
giudizio 7 colossi bancari internazionali chiedendo complessivamente
piu' di un miliardo di dollari sulla base di una loro presunta
corresponsabilita' nel crac del gruppo del finanziere americano. Le
banche citate sono Citibank, Natixis, Merrill Lynch, Nomura, Banco
Bilbao Vizcaya Argentaria, Fortis e Abn Amro. Citigroup e Natixis sono
destinatarie delle richieste piu' consistenti: 425 e 400 mln di dollari.09-12-2010]
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STIPENDI IN FLESSIONE PER I BANCHIERI USA...
R.Fi. per "Il
Sole 24 Ore" - Le banche americane stanno
ridimensionando alcuni eccessi del passato. Secondo uno
studio di Option Group, la crescente impopolarità fra i
consumatori e la contrazione dei ricavi si stanno
ripercuotendo sulle remunerazioni del settore che
caleranno in media del 20%. L'entrata in vigore delle
nuove regole di governance e il nuovo atteggiamento
degli americani, che si indebitano meno di prima,
comprimono i margini. «Hanno avuto i loro giorni di
gloria. Ora la crescita dei ricavi è anemica e diverse
banche sopravvivono e non prosperano» osserva Matthew
McCormick, analista di Bahl & Gaynor, sul Washington
Post.
«La regolamentazione sta giocando un ruolo fondamentale
nel ridefinire il modello di business delle banche
nazionali» aggiunge Karen Shaw Petrou di Federal
Financial Analytics. E i segni di un rallentamento del
settore finanziario sono già emersi: i ricavi di Jp
Morgan sono in calo del 15% nell'ultimo trimestre,
quelli di Citigroup del 10% e quelli di Goldman Sachs
del 28%.01-12-2010]
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LEHMAN DUE ANNI DOPO - IL CRACK DELLA QUARTA BANCA
AMERICANA E IL CONSEGUENTE INFARTO DEL SISTEMA
FINANAZIARIO MONDIALE FU IL RISULTATO DI UN REGOLAMENTO
DI CONTI TRA POTERI FORTI CAPITANATI DALLA RIVALE
GOLDMAN SACHS (TUTTI LO DICONO, NESSUNO LO SCRIVE) - E
HA RAGIONE L’ULTIMO PRESIDENTE DICK FULD A RIPETERE CHE
LA BANCA POTEVA ESSERE SALVATA: I SUOI DEBITI ERANO ALLA
PARI, SE NON INFERIORI, DI ALTRI ISTITUTI
1 - LEHMAN, QUANDO WALL STREET FINÌ SULL'ORLO
DELL'ETÀ DELLA PIETRA...
Massimo Gaggi per "Il
Corriere della Sera"
La catastrofe era evitabile? Due anni dopo, le cause del
crollo della Lehman Brothers e del conseguente infarto
del sistema finanziario americano e mondiale sono
abbastanza chiare, ma ci si chiede ancora se governo
Usa, autorità monetarie e banche avevano i margini per
intervenire, impedendo la caduta di uno dei pilastri di
Wall Street.
Quello che emerge ormai con chiarezza è che il
fallimento di Lehman, col successivo «shock
anafilattico» che ha colpito i mercati, non solo ha
prodotto una gelata del credito che ha messo in
ginocchio le economie di tutto l'Occidente, ma è stato
anche il chiodo che ha fatto scoppiare il palloncino del
«sogno americano».
Un
sogno - la possibilità per chiunque avesse voglia di
lavorare sodo di raggiungere un discreto livello di
benessere - che per decenni ha avuto una sua
concretezza, ma che nell'ultimo quarto di secolo si è
trasformato in una bolla: quella del continuo aumento
dei debiti di gente che, con i redditi che non
crescevano più come un tempo, si era rifugiata nel
credito per difendere il suo tenore di vita.
I
segni premonitori del cataclisma c'erano tutti almeno
dal 2007. E all'inizio dell'estate di quell'anno che
esplode la crisi del settore immobiliare: saltano alcuni
grandi erogatori di mutui, ma le autorità monetarie
riescono a circoscrivere la crisi. Poi, all'inizio del
2008, va al tappeto la banca d'affari Bear Stearns che
la Federal Reserve riesce a far acquistare dalla JP
Morgan Chase. Il sollievo dei mercati dura poco: ben
presto inizia la caccia alla Lehman, l'altro gigante
malato di Wall Street.
Nella primavera del 2008 Dick Fuld, ultimo capo della
banca fondata 158 anni prima da tre fratelli fuggiti da
una Germania in preda alle persecuzioni antisemite, le
prova tutte per mantenere la banca sopra la linea di
galleggiamento: tratta coi fondi sovrani di mezzo mondo
per cercare di farli entrare nell'istituto appesantito
dagli investimenti in titoli immobiliari ormai ridotti a
spazzatura, cerca di tranquillizzare i mercati mostrando
che anche in un periodo difficile l'istituto guadagna:
il conti trimestrali si chiudono in attivo per la
55esima volta consecutiva. Ma è l'ultima.
In
estate si apre la voragine delle perdite, poi arriva la
resa dei conti. I fulmini che annunciano la tempesta si
scatenano nel primo week end di settembre: gli
investitori abbandonano precipitosamente Fannie Mae e
Freddie Mac, le finanziarie miste pubblico-private che
garantiscono mutui per ben 5.300 miliardi di dollari, la
metà dei prestiti-casa concessi negli Usa. Henry
Paulson, ex capo di Goldman Sachs e ministro del Tesoro
del governo liberista di George Bush, decide che non può
far fallire questi due pilastri del sistema finanziario
e li nazionalizza.
Una misura estrema che sciocca i mercati. Il week end
successivo tocca a Lehman. Quando lasciano i loro uffici
di Manhattan venerdì sera, funzionari e "broker" della
banca già sanno che lunedì potrebbero essere
disoccupati: alcuni, con lugubre ironia, parlano di
«dead bank walking», parafrasando l'espressione usata
nelle carceri americane per segnalare il passaggio dei
prigionieri diretti al patibolo.
Fuld, un banchiere arrogante, che rischia sempre molto,
ma anche un combattente nato, non molla fino all'
ultimo: sabato l'ennesima trattativa con un Paese
straniero, la Banca di Sviluppo della Corea, è già
andata in fumo, ma il capo di Lehman pensa ancora di
potersi consegnare agli amici di Bank of America che si
erano mostrati interessati all'affare. Non sa che in
quelle stesse ore questo colosso del credito sta
acquistando un'altra banca d'affari pericolante, la
Merrill Lynch. In serata le ultime speranze restano
legate a un intervento della Barclays.
La
banca inglese è interessata, ma chiede una garanzia che
il Tesoro di Washington non può dare: impossibile
impegnare dollari del contribuente americano quando c'è
in ballo una banca straniera. Domenica mattina, 14
settembre, Fuld è ancora in trincea: Barclays accetta di
discutere un accordo più limitato, ma alla fine tutto si
blocca in un confuso gioco di veti regolamentari e
politici. Senza l'ombra di un compratore, Fed e Tesoro
ritengono di non avere il potere legale di intervenire a
sostegno della Lehman e decidono di lasciarla fallire.
La
caduta di una delle strutture portanti di Wall Street
produce un vero terremoto. Lunedì 15, davanti
all'ufficializzazione del fallimento Lehman, le Borse di
tutto il mondo bruciano in poche ore quasi mille
miliardi di dollari di capitalizzazione. AIG, il
maggiore gruppo assicurativo americano, molto esposto
con Lehman, perde in poche ore il 61% del suo valore. Il
governo Bush fa con AIG quello che non aveva fatto con
Lehman: la nazionalizza.
I
mercati vivono giorni di panico: il rischio di veder
tornare il sistema economico all'età della pietra con la
dissoluzione del sistema dei pagamenti è scongiurato, ma
per il credito viene il momento della «gelata».
L'economia si ferma, inizia la «Grande Recessione».
Quell'infarto poteva essere evitato? Paulson, il
ministro di Bush, e Geithner, il titolare del Tesoro di
Obama già in prima linea nel 2008 in quanto capo della
Federal Reserve di New York, hanno sempre sostenuto che,
in assenza di compratori, governo e autorità monetaria
non potevano imporre un salvataggio della Lehman.
L'ultima delle indagini condotte in questi due anni dal
Congresso è arrivata, pochi giorni fa, a conclusioni
parzialmente diverse: che il governo fosse privo
dell'autorità legale per varare un salvataggio è materia
che rimane controversa, ma la pubblicazione di messaggi
ed email scambiate nelle ore cruciali da alcuni
protagonisti della crisi, sembra indicare che il governo
aveva escluso il salvataggio soprattutto perché lo
considerava politicamente impraticabile.
Domenica 14 settembre Jim Wilkinson, capo di gabinetto
di Paulson, scrive: "In nessun caso verrà impegnato
denaro federale. L'orientamento della Casa Bianca è
chiaro e Paulson non può ignorarlo". Intanto dirigenti
della Fed si scambiano messaggi sull'impraticabilità di
un salvataggio che esporrebbe la Banca Centrale per
cifre da capogiro, senza alcuna certezza di avere
successo nel salvataggio e di recuperare almeno una
parte dei fondi bruciati nella fornace di Lehman.
La
bufera cambia l'America e cambia il volto del
capitalismo anglosassone. Le analisi dei "media" si
concentrano sugli eccessi del mondo della finanza:
l'abitudine dei banchieri di attribuirsi "megabonus"
dopo aver gonfiato i profitti seguendo strategie
d'investimento estremamente rischiose, l'inefficacia dei
controlli delle società di "rating", i perversi
meccanismi di incentivazione.
Ma
sarebbe miope dare una spiegazione della crisi come una
pura manifestazione di eccessi dei professionisti della
finanza: l'avidità dei Gordon Gekko di vent'anni fa più
l'invidia sociale e lo spirito di emulazione dei
banchieri d'affari del terzo millennio che il regista
Oliver Stone e Michael Douglas hanno riportato sugli
schermi cinematografici di tutto il mondo col nuovo film
dedicato a Wall Street che uscirà a giorni.
Le
cause del crollo di Wall Street e di un intero modo di
declinare il capitalismo sono molto più profonde: hanno
origini in un passato abbastanza remoto e non sono state
estirpate dopo la crisi. Pesano soprattutto i crescenti
squilibri nella distribuzione del reddito negli Usa e
l'enorme deficit accumulato dall'America negli scambi
commerciali con l'Asia.
Sono queste le faglie sismiche sotterranee descritte nel
suo ultimo saggio, "Fault Lines", da Raghuram Rajan, uno
dei pochi economisti che fin dal 2005 aveva intuito che
l'enorme esposizione debitoria spingeva l'America verso
la catastrofe e che aveva avuto il coraggio di spiegarlo
nei convegni economici davanti a Greenspan, allora
osannato da tutti come il maestro d'orchestra
dell'economia mondiale che nessuno osava contraddire.
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- PER IL FALLIMENTO UNA PARCELLA DA 2 MILIARDI DI
DOLLARI...
Da "Il
Sole 24 Ore" - Le spese per revisioni
contabilie legali che da due anni si occupano del crollo
di Lehman Brotheres ha raggiunto la cifra di due
miliardi di dollari. Tra New York e Londra sono 1.300 i
professionisti al lavoro. Per Enron e WorldCom le spese
finali legali hanno oscillato tra l'1% e il 2% del
patrimonio liquidato, che nel caso Lehman è stato di
691miliardi. 14-09-2010]
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GOLDMAN SACHS: MULTA DA 31 MLN DLR DA CONSOB
BRITANNICA...
(ANSA) - La Consob britannica, la
Financial Service Authority, ha inflitto a Goldman Sachs
una multa di 31 milioni di dollari per non averle
comunicato di essere sotto inchiesta da parte degli
organi di vigilanza Usa, secondo quanto riferisce
Bloomberg. A luglio il gigante di Wall Street ha dovuto
pagare una multa di 550 milioni di dollari, inflittagli
dalla Sec per pratiche fraudolento.
07.09.10 |
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TORNA LA TAGLIA PER I TRUFFATORI...
M. Val. per "Il
sole 24 ore" - Offrire una taglia scovare
truffe finanziarie paga. È quanto ha scoperto la
Securities and Exchange Commission: l'autorità americana
di Borsa è entusiasta di quella che ha definito come una
vera pioggia di «tips», di soffiate - anzi di «denunce
di alta qualità» generata da un inedito programma. Che
anzichè onore e gloria promette all'informatore denaro
sonante.
E
non poco: una tra le norme meno chiacchierate ma di
immediata applicazione nella recente riforma finanziaria
Dodd-Frank prescrive che la Sec versi premi pari fino al
30% delle penali e dei fondi recuperati dalle autorità
grazie a segnalazioni giudicate «originali» su grandi
truffe. Quei casi, cioè, superiori al milione di
dollari. Simili campagne in passato non avevano riscosso
altrettanto successo: già nel 1989 era stato stabilito
che gli informatori potevano ricevere l'equivalente del
10% delle multe per truffa.
Accanto alla cifra inferiore, però, esistevano
soprattutto altri limiti alle remunerazioni che
scoraggiavano gli impulsi etici: la Sec non era
obbligata a pagare e gli eventuali premi erano in palio
solo per le denunce di insider trading. Risultato:
nell'intera storia di quell'iniziale progetto solo sei
persone intascarono una taglia, complessivamente poco
più d'un milione.
Adesso la Sec ha ricevuto ben altro mandato dalla legge
firmata da Barack Obama: sarà tenuta a versare
quantomeno il 10% delle somme ritrovate. Il fondo dal
quale trarrà i pagamenti sarà inoltre ricco e sotto gli
occhi di tutti: una cassaforte da 300 milioni,
rimpinguata con il bottino delle crociate anti-truffe. E
a portata di soffiata. 09-09-2010]
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IL
KROLL(O) DELLA MAFIA DEL RATING – VITA, opere E MIRACOLI
DI JULES KROLL – il fondatore dell’agenzia investigativa
più famosa e temuta al mondo VUOLE FARE CONCORRENZA A
S&P, MOODY’S E FITCH, AGENZIE CHE FANNO MILIARDI
EMETTENDO RATING DA LORO STESSE DEFINITI OPINIONI SENZA
VALORE LEGALE – LA sfida DI KROLL? “HO SBAGLIATO? FAMMI
CAUSA” – PROSSIMO PASSO: RICONTROLLARE I BOND MUNICIPALI
AMERICANI (lo spione SCOMMETTE “SARÀ IL PROSSIMO TSUNAMI
FINANZIARIO”)…
James Freeman per "The Wall Street Journal" da "Milano
Finanza"
«Voglio andare dove c'è casino», dichiara Jules Kroll,
fondatore dell'agenzia investigativa che porta il suo
nome. L'uomo, diventato famoso per essere riuscito a
risalire ai fondi neri di dittatori deposti, si è
lanciato in una nuova missione. Due settimane fa, la sua
nuova Kroll Bond Ratings Agency ha acquistato Lace
Financial, società che analizza le condizioni di salute
delle grandi banche.
Kroll ha intenzione di sfidare le tre grandi agenzie di
rating del mondo: Standard & Poor's, Moody's e Fitch.
Difficile credere che l'ambiente in cui Kroll ha
intenzione di entrare possa essere più duro di quello in
cui ha operato per oltre trent'anni in qualità di
fondatore della Kroll Inc. «Il primo amore non si scorda
mai», afferma Kroll, ripensando al grande colpo che gli
fece conquistare la notorietà negli anni 80.
Allora, riuscì a risalire a centinaia di milioni di
dollari che l'ex presidente delle Filippine, Ferdinand
Marcos, e la moglie Imelda avevano rubato ai propri
concittadini e occultato in ogni dove, compreso il
settore immobiliare di Manhattan. Kroll lavorò pro bono
per il Congresso, ma la pubblicità diede lustro al
marchio Kroll, che a Wall Street aveva già iniziato a
guadagnare credito.
Kroll ottenne poi incarichi ancora più esclusivi, come
il contratto firmato con il governo iracheno nel 1990
per rintracciare il patrimonio di cui si era
impossessato Saddam Hussein dopo l'invasione del Kuwait.
L'agenzia trovò milioni nascosti ovunque.
Il
decollo della carriera investigativa di Kroll si deve a
un fallimento politico. Nei primi anni 70, si presentò
alle elezioni per il consiglio comunale del distretto
del Queens. In seguito alla sconfitta alle primarie
democratiche, la moglie lo consolò dicendogli che almeno
non sarebbe finito in carcere.
Kroll racconta oggi che ogni suo avversario della
macchina democratica del Queens di quell'epoca è finito
in prigione, a eccezione di Donald Manes, presidente del
distretto del Queens, che nel 1986 si tolse la vita
piantandosi un coltello da cucina nel cuore nel corso di
uno scandalo di bustarelle in cui era coinvolto.
In
tutti gli anni di conduzione dell'agenzia investigativa
(venduta nel 2004 e abbandonata nel 2008), Kroll
racconta di aver subito minacce personali soltanto in
due occasioni, da persone che erano «mentalmente
disturbate». Gli incidenti non avrebbero avuto nulla a
che fare con la sua linea di lavoro e Kroll sostiene che
esistono metodi «di gran lunga più pericolosi» di
guadagnarsi da vivere, come «in tutta serietà... il
diritto di famiglia. Un ambito brutale, che entra nella
vita di una famiglia, nella fine di un matrimonio, nella
custodia dei figli». Oggi Kroll esaminerà gli strumenti
brutali della vita economica.
Il
detective che ha indagato sulle finanze di Saddam
Hussein studierà l'arma di distruzione di massa
conosciuta con il nome di titolo garantito da ipoteca.
Nel 2008, il terrore cieco si è impossessato di
investitori istituzionali e organi di regolamentazione
dopo la scoperta che gli investimenti considerati
ufficialmente sicuri non lo erano affatto.
I
giudici del rischio di credito investiti dal governo
(S&P, Moody's e Fitch) avevano assegnato la tripla A a
migliaia di mutui sulla casa ogni giorno più insoluti.
Mentre il valore di questi beni crollava e le tre grandi
agenzie si affrettavano a rivedere i propri rating,
molte istituzioni che detenevano questi asset sono
fallite, sono state vendute o salvate con il denaro dei
contribuenti.
Eppure le tre big continuano a dominare il settore del
rating creditizio. I loro margini di profitto sono
ancora così ampi che Kroll è fiducioso di poter fissare
prezzi concorrenziali ed esercitare la due diligence che
i colossi del rating ammettono di non aver mai attuato.
Per evitare ogni responsabilità legale, le tre big hanno
sottolineato che i propri rating sono semplici pareri,
al pari di quelli espressi su questa pagina, e non
giudizi «esperti» come quelli resi da commercialisti o
avvocati. Kroll riassume così il loro modello
imprenditoriale:
«Pagateci una fortuna per avere un'opinione, ma non
riteneteci responsabili se sbagliamo». Kroll ricorda la
sorpresa con cui osservò, quando era ceo di una società
quotata, la facilità con cui era possibile venire
sottoposti all'esame di un'importante agenzia di rating.
«Però! Gran bella cosa», aveva pensato. «Niente domande
spinose». Ripensandoci ora, però, dice: «Non mi chiesero
nulla di rilevante». Il suo sarà un approccio diverso.
«Nel nostro Paese è arrivato il momento che la gente si
assuma le proprie responsabilità», dichiara. «Vogliamo
andare avanti curandoci soltanto di avere prospetti
legali lunghi 42 pagine incomprensibili da chiunque? O
vogliamo dire cose come: Ho dato la mia parola... Ho
detto che avrei fatto qualcosa e l'ho fatto. Ora, se
pensate che non l'abbia fatto bene... fatemi causa».
Kroll utilizzerà modelli informatici come quelli dei
colossi del rating, a cui accosterà, però, alcuni
investigatori e attività di verifica di vecchio stampo
per controllare meticolosamente mutuatari, società
ipotecarie e richieste di emissioni. La maggior parte
delle informazioni necessarie per «fare un Kroll» sono
già presenti nei documenti prodotti da Wall Street. «Non
eseguirò oscure analisi di regressione di cui nessuno ha
mai sentito parlare. Utilizzerò strumenti semplici,
essenziali».
Kroll crede che i documenti sulle pubbliche offerte di
Wall Street siano generalmente utili e che la crisi del
credito non abbia prodotto reati particolarmente gravi.
Kroll crede che in quest'epoca gli ex guardiani di Wall
Street, Rudy Giuliani e Eliot Spitzer, avrebbero creato
grandi casi, ma non sa dire se i risultati avrebbero
servito la causa della giustizia. Giuliani e Spitzer
sono «identici sotto ogni aspetto: la stessa doppiezza,
la stessa ipocrisia, lo stesso bullismo. Sono la stessa
persona», dice Kroll, che però ammette: «Le persone
animate da un'ambizione cieca possono anche fare alcune
cose buone».
Kroll ha affermato che, a differenza dei suoi rivali, è
disposto a far includere i propri rating nella
documentazione delle offerte dei titoli e ciò significa
che potrà essere citato come esperto. «Non dirò che la
mia è una semplice opinione». Anche se si deve ammirare
il suo coraggio, da parte degli organismi di
regolamentazione la migliore risposta politica sarebbe
attuare una sezione della nuova legge Dodd-Frank per
escludere le agenzie di rating dalle norme federali.
Purtroppo, oltre a imporre al governo federale di
spezzare il cartello delle agenzie di rating entro un
anno, la Dodd-Frank contiene anche una disposizione a
parte che potrebbe consentire agli organismi di
regolamentazione di riportare il cartello in vita un
anno dopo.
Kroll ha acquisito Lace Financial, un servizio in
abbonamento per investitori, ma ha in mente un modello
di pagamento differente da applicare una volta che
l'agenzia inizierà, già a novembre, ad assegnare rating
a titoli garantiti da ipoteca, pool di mutui, prestiti
auto e simili. Kroll ha venduto il 39% delle attività a
fondi di capitale di rischio, tra cui Bessemer Venture
Partners, che investe per conto di grandi istituti.
Di
conseguenza, una ventina di fondi pensionistici e
fondazioni investirà nella sua attività. La sua
intenzione è convincerli a chiedere a Wall Street un
rating Kroll prima di investire in titoli garantiti da
ipoteca. Kroll potrebbe dover combattere una lotta
contro il tempo per affermarsi prima che gli investitori
dimentichino la crisi finanziaria e tornino a fidarsi
dell'opinione del cartello del rating per inseguire
rendimenti maggiori. Kroll dovrà, inoltre, crescere in
fretta in un mercato in cui, come afferma lui stesso,
«le piccole aziende non valgono molto».
L'agenzia di analisi del credito più rispettata tra i
gestori di hedge fund è probabilmente CreditSights, che
non ha mai richiesto né ricevuto l'approvazione statale.
Il suo fatturato, però, conquistato in un contesto di
libero mercato in cui gli investitori scelgono di
acquistare le sue analisi, è una piccola percentuale dei
guadagni raccolti dai colossi del mercato controllato da
Washington. Kroll calcola che, per diventare una
minaccia competitiva per le tre big e costringerle a
cambiare modello, nei prossimi due anni la sua agenzia
dovrà valutare 50 operazioni.
Oggi, dall'altra parte del corridoio della Kroll Bond
Ratings Agency c'è K2 Global, azienda che Kroll dirige
insieme al figlio Jeremy e che offre servizi di
consulenza sul rischio commerciale di diversi Paesi e i
cui clienti si informano in particolare sulla Russia.
Kroll spiega loro che la Russia è sempre più governata
da «una cricca di gente a cui non interessano le forme
democratiche di esistenza. Hanno gli stessi valori che
avevano venti, venticinque, trent'anni fa. Si sono
semplicemente ripuliti un po'».
Kroll aggiunge che la Russia «è uno dei pochi luoghi al
mondo in cui, se stessimo conducendo un'indagine, ci
sarebbe qualcun altro che probabilmente la condurrebbe
in contemporanea a noi. Esiste una buona possibilità che
la prima persona da cui siete andati finirà per vendervi
alla parte avversaria».
Non è raro il ricorso alla violenza nei casi in cui si
vogliano ottenere informazioni commerciali, mentre è
molto raro negli Stati Uniti, che comunque non sono
immuni dallo spionaggio industriale. Kroll si sente più
ottimista riguardo alla Cina, anche se mette in guardia
dal suo spirito «eternamente mercantilistico. Non
conosco molte aziende occidentali che riescano davvero a
guadagnare grandi somme lì. E non esiste uno Stato di
diritto». In India, Kroll vede maggiori possibilità di
«partnership e mutuo successo... Lì lo Stato di diritto
esiste. Certo, c'è molta corruzione, ma il Paese è una
vera democrazia e ha una stampa veramente libera».
Negli Stati Uniti, che hanno la fortuna di avere un
governo relativamente pulito, Kroll vede comunque buone
opportunità per la sua attività di rating, visto che
potrebbe indagare sul mercato dei titoli municipali per
verificare le finanze degli Stati e delle città che
emettono obbligazioni. Si osservano «enormi differenze
di qualità» tra i tanti bond municipali a cui è stato
assegnato lo stesso rating. «Sarà il prossimo tsunami»,
annuncia Kroll. «E non vedo l'ora di buttarmi nella
mischia»
07-09-2010]
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1
- L'ESTABLISHMENT USA HA APERTO IL DOSSIER DELLA
SUCCESSIONE DEL CAVALIERE - LA PRESENZA IN ITALIA DI
JOHN PODESTA - IL VIAGGIO IN AMERICA DI FINE MAGGIO DI
NAPOLITANO (DOSSIER PRURIGINOSI SU GHEDDAFI E PUTIN?) -
AVVISATE BERLUSCONI CHE UNO DEGLI UOMINI PIÙ ASCOLTATI
IN ASSOLUTO DA OBAMA È IL FINANZIERE-SPECULATORE GEORGE
SOROS
Qualcuno si è chiesto che cosa pensano a Washington e
alla Casa Bianca della crisi politica italiana?, e qual
è il giudizio che i collaboratori di Obama danno del
Cavaliere e di Fini che continua a sfregiarlo
togliendogli la ribalta?
Non sono domande facili ma qualcosa si può intuire
cercando di raccapezzarsi tra quelli che sono i
consiglieri segreti del presidente "giovane, bello e
abbronzato". Nelle loro mani c'è un piccolo cannocchiale
che cerca di vedere se la nave di Berlusconi oltre ad
essere pericolosamente inclinata, è in procinto di
affondare.
Al
di là degli apprezzamenti formali di Obama,
l'establishment Usa ha aperto il dossier della
successione del Cavaliere e l'attenzione è diventata più
forte dopo il viaggio in America di fine maggio di
Giorgio Napolitano. Senza alcuna prova si è favoleggiata
intorno a questa missione ed è circolata la voce che
l'Amministrazione democratica avrebbe riempito le valige
del Presidente della Repubblica con dossier pruriginosi
sugli affari di Berlusconi con il beduino Gheddafi e
l'amico Putin.
Sono autentiche sciocchezze anche se non è un mistero
che agli occhi degli americani il business sulle armi e
sull'energia con la Libia e con la Russia suonano
striduli. In realtà ci sono almeno due personaggi del
mondo democratico che da Washington e New York seguono
con interesse particolare l'evoluzione del nostro Paese.
Il
primo è il giurista e politico John Podesta, nato a
Chicago 61 anni fa da una madre di origine greca e un
padre italoamericano. Di lui Dagospia ha già segnalato
la presenza in Italia verso la fine di agosto quando si
è incontrato con Massimo D'Alema per un seminario della
Fondazione ItalianiEuropei.
Ma
non è stato questo soltanto l'incontro dell'uomo che
durante l'Amministrazione Clinton sedeva sulla poltrona
di Capo di Gabinetto e adesso è presidente del Center
for American Progress, il think-tank di orientamento
liberal dove si un pool di cervelli studia la
geopolitica.
Podesta è rimasto in Italia parecchi giorni, ha
partecipato alla festa del Partito Democratico a Genova,
ha fatto un salto a Venezia per vederne le meraviglie,
poi ha raccolto le forze ed è arrivato fino a Labro, il
paesino in provincia di Terni dove Francesco Rutelli ha
organizzato la Festa della sua creatura "Alleanza per
l'Italia". E bisognava vedere con quale gioia
Cicciobello ha accolto il collaboratore di Clinton di
cui all'università di Georgetown e nell'anticamera di
Obama sono in molti ad apprezzare l'intelligenza.
Sembrano lontani anni luce gli anni in cui i palazzi del
potere romano venivano battuti in lungo e in largo dai
cervelli dell'American Enterprise Institute, il
laboratorio dei conservatori americani dove fianco a
fianco hanno lavorato i vari Luttwack, Michael Novak, il
supereaganiano Kagan, e l'amico di Giuliano Ferrara,
Michael Leeden.
Adesso sono i cervelli democratici a tener d'occhio le
quotazioni di Berlusconi e tra questi, oltre a Podesta,
vale la pena di segnalare che uno degli uomini più
ascoltati in assoluto da Barack Obama è il finanziere
ungherese-americano George Soros.
Il
personaggio si porta addosso la fama di grande
speculatore, un'immagine che nel settembre '92 è esplosa
quando Soros vendette allo scoperto più di 10 miliardi
di dollari in sterline e la Banca d'Inghilterra fu
costretta a svalutare e a far uscire la sua moneta dallo
Sme. Da quell'operazione "l'uomo che distrusse la Banca
d'Inghilterra" mise in tasca più di 1 miliardo di
dollari ma cercò di riscattarsi buttandosi nella
filantropia e appoggiando un altro think-tank importante
come il Council on Foreign Relations.
La
stampa italiana lo ha perso di vista; soltanto un paio
di anni fa il suo nome è spuntato fuori in modo del
tutto gratuito per l'acquisto della Roma. In realtà il
finanziere ha continuato a giocare su due tavoli: quello
dell'economia con il suo Fondo Quantum che l'anno scorso
- come scrive oggi il "Sole 24 Ore" - è cresciuto del
29% facendogli guadagnare 3,3 miliardi.
E
sempre sul "Sole" si legge che in questi giorni ha
donato 100 milioni di dollari a un'organizzazione per la
difesa dei diritti umani (Human Rights Watch) mettendosi
in gara per la beneficienza con Bill Gates e Warren
Buffett.
In
realtà oltre agli interessi finanziari e alla
solidarietà (dove opera attraverso l'Open Society
Institute insieme alla bella attrice Angelina Jolie),
Soros a quanto risulta tiene d'occhio il caos sotto le
stelle italiane. E questo suo interesse non va affatto
trascurato perché l'uomo che ha appoggiato Solidarnosc e
finanziato movimenti in Ucraina, Georgia e Bielorussia,
potrebbe menare qualche colpetto a sorpresa durante una
campagna elettorale con l'Italia nel mirino degli
speculatori.
09.09.10 |
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WALL STREET, UN'ESTATE D'ORO PER I BANCHIERI D'AFFARI
MA L'AUTUNNO È PIENO DI NUBI...
Da "La Stampa" - I banchieri di ritorno
dalle vacanze hanno buone ragioni per rientrare
volentieri in ufficio. In fondo, il clima sembra
suggerire un ritorno degli affari a livelli quasi
normali per il resto del 2010. Ma i mercati rimangono
volubili, e per alcuni può profilarsi il rischio di un
periodo di riposo più lungo e indesiderato.
Agosto è stato un mese caldo, non solo in termini di
temperatura. Secondo Thomson Reuters, ha fatto segnare
un nuovo record nelle vendite di titoli «junk» e il
massimo numero di annunci di fusioni e acquisizioni dal
1999. Con i tassi di interesse ancora bassi, le
operazioni societarie potrebbero tranquillamente
continuare.
Anche sul fronte delle emissioni azionarie si sono visti
segnali promettenti. La pipeline delle Ipo statunitensi
è quasi raddoppiata, passando a circa 75 miliardi di
dollari dopo che General Motors, Skype e Hulu hanno
presentato o si sono dette interessate a presentare
domanda di collocamento in borsa.
Questo valore potrà ancora aumentare quando le quasi 200
società intenzionate a quotarsi sul mercato azionario
decideranno quanto capitale raccogliere. Aggiungendo a
tutto questo l'arretrato delle Ipo all'estero, gli
accordi complementari alle operazioni societarie e le
emissioni di obbligazioni convertibili, il potenziale
aumenta di altri 330 miliardi di dollari.
Wall Street è abituata ai mercati altalenanti. Ma sotto
l'occhio accusatore dell'opinione pubblica, fortemente
contraria ai bonus generosi, istituti come JpMorgan e
Goldman Sachs hanno limitato i compensi a circa il 40
per cento dei ricavi. Se le promesse di agosto non
dovessero realizzarsi, le banche potrebbero trovarsi a
incassare commissioni troppo basse per soddisfare la
domanda di troppi pretendenti. A questo punto, anche una
crisi poco acuta potrebbe spingerle a tagliare i posti
di lavoro.
07.09.10 |
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IL
CRACK LEHMAN? UNA QUESTIONE DI ’FED’ IN OBAMA (CHE FECE
FUORI LA RIVALE DI GOLDMAN SACHS, GRAN FINANZIATRICE
DELLA SUA ASCESA ELETTORALE) – L’EX CEO DICK FULD NON
RECITA IL MEA CULPA DAVANTI ALLA COMMISSIONE D’INCHIESTA
SULLA CRISI FINANZIARIA, MA ACCUSA “FORZE
INCONTROLLABILI DEL MERCATO E IL COMPORTAMENTO ONDIVAGO
DELLE AUTORITÀ” – “SE AVESSIMO SUPERATO QUELLA FATIDICA
DOMENICA AVREMMO LIQUIDATO LE NOSTRE POSIZIONI E CI
SAREMMO FUSI CON QUALCHE ALTRA BANCA” - OGGI LA REPLICA
DI BERNANKE…
Andrea Fiano per "Milano Finanza"
Dick Fuld non si è scusato per il default Lehman ieri a
Washington ma ha ribadito che la banca avrebbe potuto
salvarsi se non fosse stato per le pessime decisioni
della Fed. Parlando di fronte alla commissione
d'inchiesta sulla crisi finanziaria guidata da Phil
Angelides, l'ex numero uno della Lehman Brothers, ha
ripetuto ieri che la storica banca è stata la vittima di
un insieme di «forze incontrollabili di mercato.
E
quando una banca è sotto assedio, sui mercati si perde
fiducia nei suoi confronti». Comunque, per lo stesso ex
ceo delle Lehman, le autorità avrebbero potuto fare di
più per salvare la banca e la successiva turbolenza sui
mercati. Più avanti, nel corso del dibattito, Fuld ha
ammesso che la Lehman e i suoi capi hanno commesso degli
errori, ma ha anche aggiunto: «Se Lehman avesse superato
quella fatidica domenica in cui fallì avremmo liquidato
in modo ordinato le nostre posizioni e ci saremmo fusi
con qualche altra banca».
Il
tema in discussione, sul quale oggi interverrà il
chairman della Fed, Ben Bernanke, è il comportamento non
lineare del governo, intervenuto a sostegno di numerose
istituzioni finanziarie e clamorosamente assente nel
caso di Lehman. Eppure, nel corso del dibattito, al
membro della commissione Byron Georgiou è sembrato
addirittura (e non a torto) che Lehman sia fallita per
la confusione su come e quanto potesse essere aiutata
dalla Fed nelle sue ultime ore sul fronte della
liquidità.
Fuld, dal canto suo, ha ammesso «gli errori nel timing
delle nostre acquisizioni. E mi piacerebbe si potesse
tornare indietro. Ad esempio avremmo dovuto chiudere
prima del 2007 la piattaforma per generare nuovi mutui
immobiliari, ma allora l'opinione pubblica ci sarebbe
saltata addosso. Lo stesso Fuld ha anche rivelato che
nel week-end fatale Lehman trattò con 8 o 9 diverse
società per raccogliere capitali, e una delegazione di
una banca coreana che stava partendo alla volta di New
York venne bloccata dal ministro delle Finanze di quel
Paese.
L'intervento di Fuld, distribuito alla stampa prima
ancora che venisse letto dall'interessato di fronte alla
commissione, è stato seguito a ruota da una risposta di
Tom Baxter della Fed di New York: «Lehman, nelle ore
finali della sua attività, non era in grado di fornire
collaterali o garanzie e non si trovava chi fosse
disposto a comprarla».
Poi Angelis ha iniziato a torchiare l'ex banchiere sulle
posizione di rischio prese dalla banca che sono state
all'origine del suo successivo fallimento. Fuld ha
ribattuto che metà del rischio contenuto nei libri della
banca era in titoli garantiti dal governo federale e
anche sul fronte immobiliare e dei mutui la banca aveva
ridotto da 130 a 69 miliardi i suoi asset non liquidi.
«Non sono in grado di dire perché la Fed, il Tesoro e la
Sec hanno deciso assieme di non fornirci un sostegno sul
piano della liquidità».
Baxter ha rivelato che erano pronti 30 miliardi di
dollari di linee di credito per Lehman, che avrebbero
permesso di ridurre in pari misura gli asset illiquidi
dai bilanci della banca, ma non c'era la garanzia della
Fed e in assenza di quella non era possibile
intervenire, ma ha contestato che la banca centrale non
abbia offerto una disponibilità d'aiuto alla banca, cosa
per altro comunicata per iscritto alla banca stessa.
«Peccato», ha ribattuto Fuld, «che la lettera sia stata
scritta quando la stessa Lehman aveva già dichiarato il
suo fallimento». 02-09-2010]
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LA
SEC IN THE MOODY’S FOR LOVE (DI FRODE) – LA CONSOB
AMERICANA ALZA BANDIERA BIANCA E ASSOLVE L’AGENZIA DI
RATING ANCHE SE COLPEVOLE: “GONFIATE LE PAGELLE DELLE
BANCHE, MA FUORI DAGLI USA..” - TRE ANNI DOPO LO SCOPPIO
DELLA CRISI FINANZIARIA, LA SPECULAZIONE RESTA LA PRIMA
FONTE DI REDDITO DEI COLOSSI DEL CREDITO E IL 77% DEGLI
SCAMBI È IN MANO A SOLI DIECI GRANDI ISTITUTI
Ugo Bertone per "Libero"
Trattenete il respiro per cinque secondi: in quel pur
breve lasso di tempo, sui circuiti elettronici che
collegano i cervelli della finanza globale, sono passati
di mano scommesse per 310 milioni di dollari pro o
contro l'euro o lo yen. Già, secondo l'ultimo rapporto
della Banca dei Regolamenti internazionali di Basilea,
ogni giorno i "Forex trading", cioè gli scambi valutari,
ammontano a 4 mila miliardi di dollari, poco meno del
doppio del debito pubblico italiano, il 25 per cento in
più dei 3.300 miliardi di media del 2007.
Una cifra impressionante, anche perché:
1)
nonostante la crisi, che nel 2009 ha fortemente colpito
per la prima volta nel dopoguerra gli scambi
commerciali, il mercato delle valute è in piena
espansione;
2)
il mercato, pur gigantesco, è nelle mani di un pugno di
operatori, primi fra tutti Citigroup e Deutsche Bank.
Una concentrazione che negli ultimi tre anni è
addirittura cresciuta, visto che il 77 per cento degli
scambi è in mano a soli dieci grandi istituti;
3)
il fenomeno potrebbe essere cresciuto negli ultimi mesi.
I dati di Basilea, infatti, si fermano allo scorso
aprile. Ma la giornata più "elettrica"del mercato
valutario si è verificata il 7maggio scorso, quando,
causa la crisi greca, l'euro è finito, con il consenso
delle grandi banche, sulle montagne russe.
Al
di là di questi rilievi tecnici, però, il dato di fatto
è che, tre anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria,
la speculazione resta la prima fonte di reddito dei
colossi del credito che, nonostante la crisi sia
tutt'altro che superata, hanno ripreso a fare utili a
palate. Senza che, almeno per ora, siano intervenute
regole efficaci per mettere sotto controllo il grande
casinò della finanza globale.
Anzi, lascia con l'amaro in bocca la clamorosa
assoluzione, da parte della Sec (la Consob americana) di
Moody's, uno dei grandi del rating, pur riconosciuto
colpevole di aver fraudolentemente migliorato la pagella
di alcuni prodotti derivati classificati (e venduti a
banche e risparmiatori) con la tripla A nonostante
fossero veri e propri "titoli spazzatura". Il reato è
stato commesso, spiega la Sec, ma non sul territorio
americano. Perciò, con le vecchie regole, la commissione
ha dovuto alzare bandiera bianca, pur avvertendo che, se
fossero già state in vigore le leggi approvate dal
Congresso, una sanzione ci sarebbe stata.
Magra consolazione, si potrebbe obiettare. Anche perché,
annuncia il New York Times, i segnali in arrivo da
Washington non sono confortanti. Prendiamo la
commissione d'inchiesta federale che dovrà, entro metà
dicembre, concludere i lavori sulle cause della grande
crisi: tra defezioni e polemiche, il pur ciclopico
impegno (più di 500 audizioni, ultima proprio ieri
quella di Richard Fuld, il presidente di Lehman Brothers
al momento del crack) minaccia di finire in nulla o poco
più. Eppur qualcosa si muove, replicano gli ottimisti.
La
settimana prossima, ad esempio,prenderà il via il primo
mercato "trasparente" sui tassi di interesse, uno dei
campi preferiti dalla speculazione. L'Icap, nome del
nuovo mercato, risponderà ai requisiti richiesti dalle
nuove leggi Usa, approvate nello scorso giugno, che
cercano di metter ordine nel Far West dei cds dove, fino
a d oggi, non esiste alcuna garanzia che i prezzi
comunicati ai mercati siano effettivi (e non il frutto
di una manipolazione) o, peggio ancora, una qualche
forma di tutela nel caso che una delle controparti non
sia in grado di rispettare il contratto. Due "buchi"
che, in primavera, spinsero la Germania a vietare queste
operazioni.
Altro, significativo passo in avanti: la Commodity
Futures Trading Commission americana martedì ha
finalmente raggiunto un accordo sugli anticipi da
versare per partecipare a mercato dei cambi: d'ora in
poi, per puntare su un aumento od un ribasso di 100
milioni di euro, una banca o un hedge dovrà versarne,
sotto forma di cauzione, due, ovvero un cinquantesimo
della scommessa. Vi sembra poco? Finora non esisteva un
vincolo qualsiasi, anche se i più "seri" tra gli
operatori imponevano il versamento dell'1 per cento.
La
quota, poi, è il risultato di un compromesso: le grandi
banche hanno sostenuto che se fosse passato il vincolo
del 10 per cento, l'efficienza dei mercati ne sarebbe
stata compromessa. Intanto, tra i non pochi mugugni, i
Big, da JP Morgan a Goldman Sachs e Morgan Stanley, (che
nel frattempo hanno chiuso l'anno con quasi 22 miliardi
di profitti, altro che crisi) si stanno attrezzando con
largo anticipo alle nuove regole previste dalla legge
Volcker, che impone di separare, tempo due anni, le
attività di trading rispetto a quello di banca
d'investimento, nel rispetto dei conflitti di interesse.
Insomma, pur tra mille resistenze, le regole si fanno
strada. Ma, nel tempo che con pazienza avete dedicato
alla lettura di queste note (diciamo dieci minuti) gli
gnomi di una decina di banche si sono passati di mano
poco meno di 40 miliardi di dollari di controvalore: in
commissioni fanno più di 200 milioni. 02-09-2010]
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BOLLA IMMOBILIARE, AUMENTANO I TIMORI DI UN NUOVO
TRACOLLO USA
http://nicolaborzi.blogspot.com
«La bolla immobiliare Usa? Potrebbe dover ancora
scoppiare». Chi lo dice? Uno a caso: Robert Shiller ,
l'economista americano che ha previsto le due grandi
bolle del secolo, professore di Yale, autore dell'indice
Case-Shiller dei prezzi immobiliari residenziali nelle
20 maggiori aree urbane Usa.
Gli ultimi dati destagionalizzati di maggio, pubblicati
da Standard & Poor's, mostrano una lievissima ripresa
dei prezzi immobiliari a quota 147,33, sei punti e mezzo
in più dei minimi a 140,81 del maggio 2009 ma ben
lontani comunque dai massimi storici a quota 206,5
segnati ad aprile 2006 .
In
una intervista esclusiva rilasciata il 29 gennaio 2010 a
Giovanni Pivetta di House Living and Business, Robert
Shiller ebbe a dire di non avere per nulla chiaro se la
bolla attuale sia del tutto esplosa o meno e quale
direzione stiano prendendo i prezzi immobiliari e i
corsi di Borsa.
Di certo l'entusiasmo non è accentuato da un articolo di
ieri del Financial Times che, citando lo stesso Shiller,
sostiene che il settore immobiliare residenziale negli
Stati Uniti è sul viale del tramonto, anche a causa
degli scarsi rendimenti reali offerti dall'immobiliare
in confronto a quelli, quintupli, dell'investimento di
Borsa (senza capitalizzazione dei dividendi) a partire
dai minimi del 1933...
[18-08-2010]
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L'ECONOMIA CHE NON TIRA RISCHIA DI AZZOPPARE LA
PRESIDENZA DI OBAMA...
Da "La Stampa" - L'estate della
ripresa» del presidente statunitense Barack Obama è
diventata un'estate di debolezza. La crescita del Pil ha
scalato di marcia, come i sondaggi sul suo grado di
consenso. E con i democratici che probabilmente
subiranno forti perdite nelle elezioni di novembre, il
presidente dovrà riconsiderare il suo programma
economico o affrontare una paralisi nel 2011.
Un
nuovo sondaggio di Reuters-Ipsos stima al 48%
l'approvazione per l'operato di Obama, in calo di due
punti dal mese di giugno. È un dato che non è di buon
augurio per i Democratici per le elezioni del Congresso
di metà mandato. Dal 1962, il partito di un presidente
con un grado di consenso inferiore al 50% ha perso
mediamente 41 seggi alla Camera dei Rappresentanti.
Attualmente, i repubblicani hanno bisogno di 39 seggi
per riprendere la maggioranza alla Camera bassa e,
quindi, riguadagnare il controllo sull'inizio dei
progetti di legge fiscali e di spesa.
Analizzando un po' più a fondo il sondaggio, il pericolo
per i democratici al Congresso sembra addirittura più
acuto. Nel sondaggio, il 46% ha dichiarato che per il
Congresso avrebbe votato i repubblicani contro il 44%
che preferiva i democratici. Nel 2008, i democratici
avevano ottenuto il 55% di quel voto. Per ora almeno, i
repubblicani sono molto più determinati a votare alle
elezioni di novembre rispetto ai democratici.
Nel frattempo, il 31% degli intervistati ha affermato di
disapprovare molto la performance di Obama, un balzo di
cinque punti. L'economia sta danneggiando la sua
popolarità. Il sondaggio di Reuters rivela che è il suo
punto più debole e gli elettori sono più pessimisti che
mai sulla direzione degli Stati Uniti. Questa non è una
valutazione irragionevole. Sebbene l'economia
statunitense sia in espansione, ora il tasso di crescita
annuale è più vicino al 2% che al 3% - non abbastanza
per intaccare di molto il tasso di disoccupazione del
9,5% prima che arrivino le elezioni.
27.07.10 |
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STRA-PERDENTI MA STRA-RICCHI – GLI STIPENDI DEI
SUPERMANAGER VOLANO ALLE STELLE ANCHE SE LASCIANO LE
AZIENDE IN ROSSO – NELLA TOP 25 (UNDICESIMO) SI TROVA
PERSINO FULD, L’EX BOSS DI LEHMAN – SOTTO ACCUSA IL
SISTEMA DELLE STOCK OPTIONS, FUNZIONANO COSÌ BENE CHE I
MANAGER CERCANO IL RISULTATO SUL BREVE PERIODO E VANNO
ALL´INCASSO – NELLA RIFORMA DI OBAMA GLI AZIONISTI
POTRANNO ESPRIMERSI PERIODICAMENTE SUI COMPENSI
Angelo Aquaro per "la
Repubblica"
Perché guadagnano così tanto se le loro aziende perdono?
La classifica dei manager Paperoni illustra l´eterna
contraddizione di Wall Street: ben quattro tra i primi
dieci Ceo d´America hanno guidato le loro compagnie
verso il profondo rosso. E nell´hit parade allargata ai
magnifici 25 ecco spuntare addirittura il fantasma di
Lehman Brothers: il simbolo della caduta del sistema
finanziario e della recessione che non abbiamo ancora
finito di pagare.
Benvenuti nel club dei super-retribuiti del decennio.
Conoscerete già Larry Ellison: a 65 anni il patron di
Oracle è il numero uno con 1,84 miliardi di dollari. Di
fronte al Ceo di questo colosso del software tanto di
cappello: nei dieci anni presi in esame dalla classifica
elaborata dal Wall Street Journal la creatura fondata
nel 1997 ha triplicato il valor di mercato da 36 a 98
miliardi facendo andare alle stelle le stock options che
rappresentano il 97 per cento dei suoi compensi.
Al
numero due, con 1,14 miliardi di dollari c´è Barry
Diller. Diller è il Ceo sia di Iac (il contenitore
Internet che controlla, tra l´altro, il colosso
Ticketmaster e ill sito di Tina Brown, The Daily Beast),
che di Expedia.com, il motore di viaggi scorporato nel
2005. Possibile guadagni così tanto con Iac in rosso?
Diller rifiuta l´accusa: i compensi riflettono i
guadagni e la crescita nei primi anni.
E
al numero 3? Ecco Ray Irani, Ceo di Occidental: 857
milioni di dollari. La compagnia petrolifera è ok, per
carità, ma i suoi stessi azionisti hanno votato contro
il suo piano di retribuzione, giudicato eccessivo.
Nessuno protesta invece per i 749 milioni di dollari che
incoronano Steve Jobs al quarto posto. La retribuzione
ufficiale del genio di Apple è un dollaro all´anno, ma
il balzo in classifica è dovuto grazie 647 milioni di
stock options del 2003 e del 2007, dopo una partita di
giro tra "restricted" e normali risolta naturalmente a
suo favore.
Al
quinto posto invece un altro signore che guida una
squadra che nel decennio è andata in perdita: Richard
Fairbank, 569 milioni di dollari di compensi, il capo di
Capital One.
Appena sotto i magnifici 10, all´undicesimo posto, ecco
poi Richard S. Fuld, l´ex Ceo dell´ex Lehman Brothers,
premiato per le prestazioni del decennio con 457 milioni
di dollari.
Tra gli altri nomi da segnalare l´ex Ceo di Yahoo, Terry
Semel, 489 milioni di dollari, Michael Dell dell´omonima
Dell, 454 milioni, il capo di Cisco, John T, Chambers,
393 milioni e Howard Schultz, il manager di Starbucks,
358 milioni.
Ma
la questione dei compensi dei manager è una ferita
aperta. Barack Obama ha sventolato proprio la
possibilità degli azionisti di esprimersi periodicamente
sui compensi come una delle conquiste della riforma
finanziaria appena firmata. Sotto accusa sono
soprattutto le stock options, che costituiscono la
maggior parte dei compensi: funzionano così bene che
spesso i manager sono tentati, ai danni del valore nel
tempo della compagnia, di cercare il risultato sul breve
periodo e andare all´incasso. Evidentemente con
successo.
[28-07-2010]
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USA: BONUS ESAGERATI IN 17 BANCHE...
(AGI/AFP) - Waghington, 23 lug. Sono
almeno 17 i big della finanza Usa ad aver elergito bonus
esagerati nel bel mezzo della crisi. Lo rivela lo zar
sui compensi dell'amministrazione statunitense, Kenneth
Feinberg, che punta l'indice contro alcune delle
principale banche Usa, come Goldman Sachs, J.P. Morgan
Chase e Citigroup.
I
pagamenti sarebbero avvenuti tra l'ottobre 2008 e il
febbraio 2009, quando la crisi mordeva e secondo lo zar
non avrebbero nulla di illegale, anche se riflettono una
"cattiva valutazione" da parte delle bache. Oltre ai tre
big citati prima, tra gli istituti coinvolti ci sono
anche Aig, Morgan Stanley, Bank of New York Mellon e
Wells Fargo, molte delle quali hanno gia' rimborsato lo
stato per i soldi dei salvataggio.
31.07.10 |
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10-
MORGAN STANLEY: UTILI PER 1,44 MLD $ II TRIMESTRE, +54%
RICAVI A 7,95 MLD...
Radiocor - Morgan Stanley ha
riportato utili netti per 1,44 miliardi o 1,09 dollari
nel secondo trimestre fiscale, da una perdita di 138
milioni nello stesso periodo di un anno fa, su un giro
d'affari di 7,95 miliardi, in rialzo del 53,8% annuo e
in calo del 12% sul trimestre precedente. I risultati,
che sono migliori delle attese, includono spese per i
compensi dei dipendenti pari a 3,9 miliardi di dollari,
inclusi 361 milioni per la tassa sui bonus introdotta
dal Regno Unito, e altre spese per 2,4 miliardi.
11-
BP: VENDE PER 7 MILIARDI AD APACHE ASSET IN NORD AMERICA
ED EGITTO...
(Adnkronos) - BP ha annunciato oggi
di aver firmato alcuni accordi per la vendita di asset
negli Stati Uniti, in Canada e in Egitto ad Apache
Corporation. Gli accordi, per un valore di circa 7
miliardi di dollari, comprendono gli asset di BP di
Permian Basin in Texas e nel New Mexico (USA), gli asset
nell'upstream del gas nel Canada Occidentale, le
concessioni nel Western Desert business e
nell'esplorazione dell' East Badr El-din in Egitto.
La decisione
di disinvestire in questi settori, spiega una nota della
societa', si inserisce nella strategia annunciata il
mese scorso, che prevede cessioni per 10 miliardi di
dollari, una somma destinata ad aumentare la liquidita'
a disposizione del gruppo per "rispettare gli impegni
che potrebbero derivare dalla perdita di petrolio nel
Golfo del Messico". L'ad della compagnia petrolifera
Tony Hayward ha minimizzato sulla vendita, parlando di
"prooprieta' che per altri valgono piu' che per BP" e
per le quali la societa' "ha ottenuto un ottimo prezzo".
23.07.10 |
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obama ce
l’ha fatta - grazie al voto di 3 repubblicani, il Senato di
Washington ha approvato la più ampia riforma finanziaria dai
tempi della Grande Depressione - consistenti innovazioni per
carte di credito, mutui, derivati, hedge funds, depositi delle
banche - Goldman Sachs paga una multa di 550 milioni $ per
chiudere la causa legale che l’ha vista accusata di aver
ingannato i consumatori suggerendo investimenti sui mutui
immobiliari nei quali i suoi stessi manager non credevano....
Maurizio
Molinari per la Stampa
Con 60
voti favorevoli e 39 contrari il Senato di Washington ha
approvato la più ampia riforma finanziaria dai tempi della
Grande Depressione, che il presidente Barack Obama firmerà la
prossima settimana dando vita a innovazioni destinate a
ridisegnare Wall Street.
Il
necessario quorum di 60 voti, previsto dai regolamenti del
Senato, è stato raggiunto grazie alla decisione di tre
repubblicani di unirsi ai democratici: Scott Brown del
Massachusetts, Susan Collins e Olympia Snowe del Maine. Il testo
approvato si articola in 2300 pagine e oltre 390 mila parole
ponendo le basi per il varo di 533 nuovi regolamenti, rispetto
ai 16 che seguirono la legge Sarabanes-Oaxley varata del 2002
dopo la crisi innescata finanziaria dal collasso di Enron.
Le misure
investono ogni settore dell'attività finanziaria - dalle carte
di credito ai mutui, dai derivati agli hedge funds fino ai
depositi delle banche - e prevedono consistenti innovazioni.
Innanzittuto verrà creata un'Agenzia per la protezione dei
consumatori di prodotti finanziari a cui spetterà di tutelare i
diritti dei titolari di tutte le singole transazioni, con il
risultato di esercitare maggiore controllo sulle banche. In
secondo luogo non saranno più possibili salvataggi pubblici di
grandi istituzioni finanziarie che se falliranno verranno dunque
liquidate, con i costi riversati sulle parti sopravvissute.
Non sarà
dunque più possibile il alvataggio di banche grazie al massiccio
ricordo di danaro pubblico. Poi vi sono le misure ad hoc nei
confronti hedge funds e derivati che saranno sottoposti alla
scrupolosa lente dei regolatori al fine di scongiurare la
creazione di "bolle" simile a quella immobiliare che portò alla
crisi finanziaria del 2008.
Il governo
avrà inoltre il potere di intervenire sulle istituzioni "troppo
grandi per cadere" al fine di ridurre le dimensioni capaci di
portare pericoli all'economia. Le banche dovranno aumentare
l'ammontare di capitali in deposito per proteggersi dal rischio
di subire l'impatto di crediti non ripagati e dovranno
rispettare da "regola Volcker" - dal nome dell'ex capo della
Federal Reserve Paul Volcker oggi consigliere della Casa Bianca
- che impedisce il "proprietary trading" ovvero assumere rischi
sui mercati finanziari ricorrendo ai soldi in cassa.
Il
Congresso licenzia così al Senato il testo già approvato dalla
Camera dei Rappresentanti che espande la protezione dei
consumatori, impedisce il credito troppo facile e accresce la
supervisione sulle transazioni al fine di scongiurare nuove
crisi. Per Barack Obama si tratta di un successo che premia la
lunga una battaglia condotta a Capitol Hill e restituisce
slancio all'amministrazione.
«Firmerò
la legge di riforma di Wall Street trasformandola in legge - ha
detto il presidente parlando dalla Casa Bianca poco dopo il voto
- con il risultato di proteggere i consumatori e porre le basi
di un sistema finanziario più sicuro, innovativo, creativo,
competitivo e meno teso al collasso e al panico».
E
rivolgendosi ai timori che circolano nel Distretto Finanziario,
ha aggiunto: «A meno che la vostra azienda non sia pensata per
ingannare i consumatori non avete nulla da temere da quanto
avverrà». In sintonia con il presidente è il capo della Federal
Reeserve, Ben Bernanke, che ha parlato di «un grande passo
avanti verso la possibilità di prevenire il ritorno della
recente crisi finanziaria».
A
confezionare il testo sono stati i presidenti democratici delle
commissioni Finanze del Senato e della Camera, Christopher Dodd
e Barney Frank, transformando in legge i punti programmatici
redatti dal presidente Obama, che coglie in questa maniera il
suo secondo successo sul fronte delle riforme dopo il varo della
nuova Sanità. «E' una giornata storica, nasce un nuovo sistema
finanziario - ha commentato Herry Reid, capo della maggioranza
democratica al Senato - che impedisce a Wall Street di gestire
l'economia come un tavolo per il gioco d'azzardo».
Il
portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, conta sull'impatto
positivo in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del
Congresso: «Questa riforma sillustra quali sono le scelte di
fronte agli elettori». Ma anche l'opposizione repubblicana è
convinta di giovarsi della riforma contro l'amministrazione e i
democratici in quanto la considera «un ammasso di leggi e
regolamenti destinati ad appesantire la nostra economia,
spingendo investimenti e posti di lavoro verso altre nazioni» ha
sottolineato il senatore della Georgia Saxby Chambliss.
«Ci
troviamo di fronte a un mostro legislativo - ha aggiunto Richard
Shelby, senatore dell'Alabama - e sebbene l'Agenzia per la
protezione dei consumaori possa sembrare una buona idea la
realtà è che è stata concepita in maniera tale da rallentare la
crescita». Vi sono state critiche anche dall'ala liberal del
partito democratico e Dodd ha ammesso che «non si tratta di una
legge perfetta» ma «contiene gli strumenti necessari per
consentirci di affrontare la prossima crisi, quando avverrà».
Wall
Street ha reagito all'approvazione della riforma con una seduta
negativa. Ma l'altra notizia positiva per la Casa Bianca arriva
dalla decisione della banca Goldman Sachs di accettare di pagare
una multa di 550 milioni di dollari per chiudere la causa legale
che l'ha vista accusata di aver ingannato i consumatori
suggerendo investimenti sui mutui immobiliari nei quali i suoi
stessi manager non credevano. 16-07-2010]
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- IL MIT
«SEDUCE» OBAMA CON ENERGIE VERDI ENI...
R. Fi. per
"il Sole 24 Ore" - La notizia è di quelle che sembrano passare
inosservate: "la gran capa" del Massachusetts Institute of
Technology di Boston, Susan Hockfield, ha incontrato ieri il
Presidente Obama per parlare di temi inerenti all'energia, e
soprattutto di energie alternative al petrolio, oggi sotto
accusa per il disastro del Golfo del Messico. Sin qui tutto
normale. Curioso invece è che il più grande istituto di ricerca
tecnologica del mondo, il Mit, ha potuto "farsi bello" agli
occhi del Presidente con progetto finanziato da un'azienda
petrolifera, e per di più straniera: l'Eni.
Infatti
grazie al "Solar Frontiers Research Program", piano per lo
sviluppo di tecnologie solari avanzate, l'Eni dal 2008 è
divenuta Founding Member del Mit Energy Initiative, supportando
progetti di ricerca nel campo delle energie alternative.
Ovviamente la Hockfield ha portato al sempre più preoccupato
Obama altri progetti interessanti, ma tutti allo stato
embrionale. Davvero un bel colpo per Scaroni e i suoi, che dopo
i tormenti venezuelani e iraniani, recuperano terreno con
l'amministrazione Usa.
10.07.10 |
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LA SECONDA
GIOVINEZZA DEI MUTUI AMERICANI...
My. L. per "il Sole 24 ore"
- È
proprio vero: le vie della finanza sono infinite. Le
obbligazioni legate ai mutui americani, quelle da cui è partita
la crisi mondiale che ha fatto fallire Lehman Brothers, sono
tornate l'oggetto dei desideri degli investitori. Masochismo?
Feticismo finanziario? Gusto perverso del rischio? No: i bond
legati ai mutui Usa - secondo il Wall Street Journal - vengono
acquistati dagli investitori perché sono percepiti come un posto
sicuro dove mettere i soldi in un momento di turbolenza.
Può
sembrare un paradosso, ma in realtà un motivo c'è: su alcuni di
questi bond -quelli emessi dalle agenzie Fannie Mae e Freddie
Mac e non certo quelli legati ai subprime - c'è ora la garanzia
dello stato. Dunque acquistandoli, gli investitori mettono i
soldi al sicuro. Morale: i bond legati ai mutui, quelli da cui
tutto iniziò, hanno ora prezzi vicini ai massimi storici e
rendimenti vicini ai minimi. Da titoli tossici, a titoli ottimi:
in fondo bastava cambiare poche lettere. (My.L.)
10.07.10 |
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Roba da
colletta - Online gli stipendi della Casa Bianca.e si scopre che
obama guadagna meno della metà di un manager: 400 mila dollari –
segue la busta paga da 172.200 $ che va a 23 suoi stretti
consiglieri, i cui ritmi di lavoro non conoscono orario e le cui
decisioni implicano responsabilità planetarie - Tagli e
sacrifici Rispetto al 2009 - L’uomo-ombra di Obama mette in
tasca 102 mila dollari
Maurizio
Molinari per
La Stampa
Quattrocentosessanta dipendenti per un totale di 38,7 milioni di
dollari di stipendi, con nessun aumento di spesa rispetto allo
scorso anno e un'oscillazione fra i 172 mila dollari dei
super-consiglieri e i 21 mila dei dipendenti part-time: è la
radiografia di quanto si guadagna dentro la Casa Bianca, resa
pubblica online per disposizione di Barack Obama nell'ambito
delle misure sulla «massima trasparenza dell'amministrazione»
promesse all'elettorato durante la campagna 2008.
Entrando
nel dettaglio ci si accorge subito che lavorare alla Casa Bianca
non significa diventare ricchi. Sotto lo stipendio del
presidente degli Stati Uniti, che è di 400 mila dollari ovvero
meno della metà di quanto guadagna un buon manager di Wall
Street, viene la busta paga da 172.200 dollari che va a 23 suoi
stretti consiglieri.
Si tratta
dei nomi più importanti della Casa Bianca, gli artefici delle
politiche dell'ultima superpotenza del Pianeta i cui ritmi di
lavoro non conoscono orario e le cui decisioni implicano
responsabilità planetarie. Si tratta del capo di gabinetto Rahm
Emanuel, del portavoce Robert Gibbs, del capo
dell'antiterrorismo John Brennan, del guru politico David
Axelrod, dalla consigliera Valerie Jarrett, del legale Robert
Bauer, dello speechwriter Jon Favreau, come anche di Susan Sher,
capo dello staff della First Lady Michelle, e di Carol Browner,
titolare del cruciale portafoglio «energia e ambiente».
Per fare
un paragone con i guadagni che a questi alti funzionari potrebbe
offrire il mercato basti pensare che il legale Bauer l'anno
precedente all'arrivo alla Casa Bianca dichiarò consulenze per
un totale di 958.788 dollari. Se il livello complessivo della
remunerazione dunque non è molto alto ciò che spicca sono
179.700 dollari che vengono versati a due esperti di «Health
Care», Michael Hash e Timothy Love, a conferma dell'importanza
che il presidente assegna alla riforma sanitaria.
Scendendo
un gradino più sotto si passa ai consiglieri di secondo grado,
come Robert Nabors vice di Rahm Emanuel, che guadagna 162.500
dollari, Nancy-Ann DeParle, esperta di Sanità, a 158.500 e Norm
Eisen, legale per le questioni etiche, a 149 mila dollari.
Reginald Love, l'inseparabile «body man» che vive letteralmente
attaccato al presidente, svolgendo le mansioni più differenti -
dal versargli l'acqua durante i discorsi a giocare a basket con
lui nel tempo libero - ha uno stipendio di 102 mila dollari
mentre lo stakanovista Jim Messina, a cui è stata affidata la
preparazione delle elezioni di novembre per il rinnovo del
Congresso di Washington, è nel ristretto club dei 172 mila
dollari.
Ad avere
stipendi inferiori sono gli alti funzionari che gestiscono le
attività online - 70 mila dollari - e i rapporti con i mezzi di
comunicazione della comunità ispanica - 78 mila dollari - mentre
se si scende a livello di segretarie, assistenti legislativi,
consulenti, responsabili del «monitoraggio del media» e
dell'«esame dei possibili candidati» le paghe annuali si
aggirano fra i 40 e 60 mila dollari.
Fanalino
di coda, i funzionari part-time, a cui vengono versati 21 mila
dollari. Ma c'è anche chi ha scelto di lavorare completamente
gratis: è il caso di Shale Wong e Margaret Chen che pur avendo
la qualifica di «impiegati» con mansioni di «special assistant»
non ricevono neanche un dollaro. Nel complesso la Casa Bianca
oltre ad aver congelato le remunerazioni - su disposizione del
presidente Obama - ha anche ridotto il personale rispetto al
2009, scendendo di 17 unità, con un arretramento che appare
ancor più vistoso tenendo presente che gli organici comprendono
tutti i dipendenti dei consigli per le politiche domestiche e
per quelle economiche creati sul modello del consiglio per la
sicurezza nazionale.
Il
bilancio della Casa Bianca non include invece il vicepresidente
Joe Biden, che è anche presidente del Senato, e il suo staff.
2 - BILL
CLINTON NON PERDONA AL GORE
Matrimonio senza i Gore per Chelsea Clinton: né Al né l'ex
moglie Tipper sono nella lista degli invitati alle nozze della
figlia dell'ex presidente con il banchiere d'affari Marc
Mezvinski, a Rhinebeck nello stato di New York il 31 luglio. Non
è chiaro se i Gore siano stati «disinvitati» dopo la recente
separazione e le accuse di molestie sessuali mosse contro Al
Gore da una massaggiatrice di Portland.
In
dicembre però lo stesso Gore aveva lasciato intendere che
sarebbe stato tra i 400 invitati. Il suo portavoce ha risposto
con un «no comment» alla domanda precisa del «Daily News»,
aggiungendo solo: «Fanno entrambi gli auguri a Chelsea, che è
una donna meravigliosa, e condividono la gioia della sua
famiglia». Molti però evocano la vecchia ruggine tra Al e Bill
all'epoca dello scandalo Lewinsky.
04-07-2010]
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WALL
STREET: GIRA IN NEGATIVO, PESANO DATI OCCUPAZIONE ...
(AGI/REUTERS)
- Dopo un'apertura in rialzo, gli indici di Wall Street entrano
in territorio negativo, a causa dei deludenti dati
sull'occupazione. Il Dow Jones cede lo 0,51%, il Nasdaq perde lo
0,38%.
3- USA:
ORDINI ALL'INDUSTRIA CALANO 1,4%, PIU' DI ATTESE...
(AGI/REUTERS) -- Gli ordini all'industria negli Usa calano
dell'1,4% a maggio, piu' dell'atteso -0,5. Si tratta della
discesa piu' forte degli ultimi 14 mesi.
10.07.10 |
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CACCIA
ALL’UOMO (DEGLI SCOOP) – I SERVIZI DEL PENTAGONO STANNO TENTANDO
INVANO DI RINTRACCIARE JULIAN ASSANGE, FONDATORE DI WIKILEAKS -
IL SITO AVEVA GIÀ MESSO IN IMBARAZZO WASHINGTON, MANDANDO ONLINE
UN VIDEO DI UN ATTACCO USA IN CUI MORIRONO 12 CIVILI A BAGDAD -
ORA POTREBBE PUBBLICARE MIGLIAIA DI FILE TOP SECRET SULLE
STRATEGIE DEGLI USA IN MEDIO ORIENTE…
Paolo Valentino per "il
Corriere Della Sera"
Migliaia di
documenti segreti della diplomazia americana potrebbero entro
breve fare la loro apparizione sulla rete e mettere in serio
pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
I servizi
del Pentagono stanno freneticamente cercando di rintracciare
l'australiano Julian Assange, fondatore del sito Internet
Wikileaks, specializzato nella pubblicazione di carte top
secret, in un disperato tentativo di convincerlo a non far
uscire il materiale apparentemente in suo possesso, la cui
pubblicazione metterebbe in grave imbarazzo Washington,
rivelando analisi, giudizi riservati e orientamenti strategici
degli Usa sull'intera regione mediorientale.
Secondo il
"Daily Beast", il quotidiano online diretto da Tina Brown, le
autorità americane sono convinte che Assange abbia ricevuto in
tutto o in parte i 260 mila fascicoli riservati del Dipartimento
di Stato, che un analista dello spionaggio militare, Bradley
Manning, ha scaricato dai computer governativi e trasmesso al
fondatore di Wikileaks per farli pubblicare.
Manning,
22 anni, era di stanza in Iraq ed è ora agli arresti in Kuwait,
in attesa che un'indagine chiarisca l'entità dell'infrazione.
«E' una cosa che prendiamo molto sul serio. Il danno potenziale
ai nostri interessi è molto alto», ha detto il portavoce del
ministero degli Esteri, P. J. Crowley.
Manning
avrebbe avuto accesso ai cable, anche vecchi di alcuni anni,
preparati dai diplomatici americani in tutto il Medio Oriente,
riguardanti il lavoro dei governi arabi e dei loro leader. Le
memorie fisse dei computer da cui ha scaricato i file sono
attualmente all'esame degli specialisti del Pentagono.
«A Hillary
Clinton e ai suoi ambasciatori verrà un infarto, quando una
mattina scopriranno che un intero archivio riservato di politica
estera è a disposizione del pubblico» avrebbe detto Manning a
Adrian Lamo, l'ex hacker che lo ha denunciato al Pentagono, dopo
una serie di conversazioni online, durante le quali l'analista
si era vantato delle sue imprese.
Fra le
altre cose, Manning avrebbe anche ammesso di essere stato lui a
fornire a Wikileaks il video del 2007, mandato in rete da
Assange nello scorso marzo, dove si vede l'attacco di un
elicottero americano a Bagdad nel quale vennero uccisi 12
civili, compresi due dipendenti dell'agenzia Reuters.
L'uscita
del video mandò in bestia i comandi militari Usa. Ma anche se
coronata da successo, la caccia del Pentagono ad Assange
potrebbe non servire a nulla. Gli stessi inquirenti coinvolti
nella ricerca dell'australiano ammettono che non sia affatto
chiaro cosa potrebbero legalmente fare per bloccare la
pubblicazione dei documenti sul suo sito. Cerchiamo la sua
cooperazione», ha detto al Daily Beast uno dei funzionari
coinvolti nell'inchiesta.
Assange
non ha una dimora fissa. In marzo ha trascorso alcune settimane
a Reykjavik, in Islanda, dove aveva organizzato il lancio del
video dell'elicottero, titolato «Collateral Murder», assassinio
collaterale.
In aprile
era stato negli Usa, dove aveva rilasciato alcune interviste. Ma
la scorsa settimana, atteso a New York al Personal Democracy
Forum, si era collegato via Skype dall'Australia, dicendo che i
suoi avvocati gli avevano raccomandato di non tornare in
America. Venerdì mattina infine Assange doveva parlare a una
conferenza internazionale di giornalisti investigativi a Las
Vegas, ma all'ultimo momento ha cancellato per email l'impegno,
invocando «problemi di sicurezza».
Nel
frattempo, Wikileaks mantiene un atteggiamento di ambiguità
sulle sue intenzioni. Dapprima ha definito «non corrette», ma
non le ha smentite del tutto, le informazioni secondo cui il
sito avrebbe ricevuto i 260 mila cable di Manning. Poi, ieri
mattina, ha messo le mani avanti, annunciando via Twitter che
«ogni segno di comportamento inaccettabile da parte del
Pentagono o dei suoi agenti verso di noi sarà condannato».
Secondo
gli inquirenti federali, il sito fa dei «giochetti semantici»,
mentre si prepara alla pubblicazione del materiale top-secret:
«Forse non hanno tutti i 260 cablogrammi, ma ne hanno abbastanza
per combinare guai», ha commentato un analista della Difesa.
14-06-2010]
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MADOFF, UN
EROE DEI NOSTRI TEMPI - I COMPAGNI DI CELLA RACCONTANO COME IL
TRUFFATORE DEL SECOLO AFFRONTA LA GALERA - Altro che
mortificato: arrogante e megalomane e tirchio: "I MIEI CLIENTI
SI FOTTANO. LI HO FATTI RICCHI PER 20 ANNI E ME NE SONO BECCATI
150" - È diventato amico di mafiosi e narcotrafficanti, ai quali
ha cominciato a dispensare consigli di investimenti, peraltro
non sempre andati a buon fine. E visto che in questo caso non
sono vecchiette ad essere deluse ma avanzi di galera, un
sudamericano lo ha riempito di botte
Eugenio
Occorsio
per la "Repubblica"
«Le mie
vittime? Ma che si fottano...» Bernie Madoff dovrà restare in
carcere fino al 14 novembre 2139, com´è scritto nel registro del
penitenziario di "media sicurezza" di Butner, North Carolina, e
già gli hanno fatto uno sconto di vent´anni per buona condotta.
Così, non gli manca il tempo per togliersi i sassolini dalle
scarpe: «I miei clienti? Li ho fatti ricchi per vent´anni, e poi
me ne sono beccati 150».
A
raccogliere le confidenze del truffatore più spregiudicato del
mondo (65 miliardi di dollari il bottino del suo Ponzi scheme)
sono gli ex-compagni di cella. Il New York Magazine è andato a
cercarseli uno ad uno, appena usciti di prigione, per chiedere
loro di cosa parla e come inganna il tempo Madoff (che intanto
ha ottenuto un lavoro da pulitore dei pavimenti negli uffici del
carcere pagato 14 cent l´ora).
Ne esce
un ritratto ben diverso da quello mortificato e contrito dei
tempi del processo nella primavera dell´anno scorso (fu
condannato a 150 anni il 29 giugno 2009), quando implorava la
pietà dei clienti truffati: «Mi rendo conto del dolore immenso
che vi ho procurato, un´eredità che lascio ai miei figli e ai
miei nipoti, e vorrei che un giorno arrivaste a perdonarmi»,
diceva allora con toni sottomessi.
Altro
che mortificato: oggi Madoff appare arrogante e megalomane. Un
detenuto ricorda che stava guardando al suo fianco un servizio
televisivo che lo riguardava. «Ma come hai fatto a intascare
tutti quei milioni?», gli ha chiesto sottovoce. E Madoff:
«Prego, miliardi».
Un altro
gli ha chiesto: «Ma ti rendi conto che hai sottratto i risparmi
a tante vecchiette?» Lui lo ha guardato con sguardo gelido e
sprezzante: «Sì, l´ho fatto. E allora?» Un altro ancora ricorda
queste parole: «Potevo far ruotare il mappamondo e mettere un
dito alla cieca su un punto: quasi sicuramente lì avevo una
casa». Anche con i secondini fa sfoggio di sicumera, fra
provocazioni e paradossi: «Ma perché non mi prendete come
coordinatore del bilancio? Non vi ricordate che io ero
presidente del Nasdaq?»
La cosa
più sorprendente è che intorno a lui si è creata un´atmosfera di
ammirazione e di invidia. Cominciò con il suo ingresso in
carcere, ricorda chi era già dietro le sbarre, che avvenne fra
due ali di folla plaudente. Tutti lo riconoscono, gli rivolgono
una battuta, lo trattano da celebrity. Un ex rapinatore di
banca, K.C.White, trasformatosi in prison artist gli ha fatto un
ritratto a china, lui lo ha preso e ha detto: «Decente».
È
diventato amico di mafiosi e narcotrafficanti, ai quali ha
cominciato a dispensare consigli di investimenti, peraltro non
sempre andati a buon fine. E visto che in questo caso non sono
vecchiette ad essere deluse ma avanzi di galera, un sudamericano
lo ha riempito di botte. Ma altri ex-compagni di cella trasudano
affetto: un certo Robert Ross lo definisce «Un eroe del suo
tempo».
E
Shannon Hay, professione pusher, ricorda che una sera Madoff gli
ha confidato: «Io non ho mai capito perché sembrava che tutti
facessero a gara per darmi i soldi. Vedi, è vero che qualcuno
l´ho ingannato, ma l´ho sempre fatto con raziocinio. Truffavo i
più ricchi, quelli che potevano permetterselo, insomma».
Tutti
sono d´accordo su un punto: non ha perso la sua scaltrezza da
finanziere. Nelle piccole economie carcerarie, un detenuto lava
i panni degli altri, e la tariffa-standard è 10 dollari. Bene,
Madoff, proprio il più ricco di tutti, tanto ha fatto che paga 8
dollari. Un altro ex-galeotto racconta: «Siamo stati tanti mesi
fianco a fianco. Non c´è stato modo di farmi offrire da lui
neanche un cono gelato».
[07-06-2010]
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MADOFF
PAYBACK- LE BANCHE EUROPEE PAGANO 15 MLD AGLI INVESTITORI TRUFFATI
DAL VECCHIO BERNIE – GLI ACCORDI COPRONO L’80% DEI CLIENTI E I
SOLI SOLDI VERSATI (I GUADAGNI PROMESSI DAL FURBONE SCORDATEVELI)
– GLI ISTITUTI PAGANO PERCHÉ HANNO TROPPO DA PERDERE IN IMMAGINE –
RESTANO FREGATI I CLIENTI AMERICANI, GABBATI DA INVESTITORI
“INDIRETTI” (MONEY MANAGERS, PROCACCIATORI E HEDGE FUNDS
Glauco Maggi
per "La
Stampa"
La grande
maggioranza degli investitori europei vittime del truffatore del
secolo Bernie Madoff riavranno indietro almeno i soldi versati,
grazie agli accordi extragiudiziali che sono stati raggiunti tra
il pool di studi legali che li rappresentano e un gran numero di
banche internazionali responsabili di aver piazzato sul mercato la
finta gestione della società newyorkese. Il classico «schema
Ponzi» architettato da Madoff, in cui i soldi dei nuovi clienti
venivano usati per remunerare gli interessi ai vecchi, ha prodotto
alla fine 65,8 miliardi di dollari di perdite «di carta» agli
investitori e procurato al suo ideatore, ultrasettantenne, una
storica condanna a un secolo e mezzo di galera.
Le
transazioni interessano 720mila risparmiatori che recupereranno
circa 15,5 miliardi di dollari, secondo quanto Javier Cremades,
dello studio legale Cremades & Calvo-Sotelo di Madrid, ha detto al
New York Times. Cremades è stato un anno fa tra i promotori del
network di 5mila avvocati in 25 paesi che, per la loro assistenza
ai truffati al di fuori degli Stati Uniti, hanno finora guadagnato
65 milioni di dollari in commissioni sui risarcimenti.
Gli accordi
coprono per ora l'80% circa dei clienti e la somma di 15,5
miliardi complessiva è circa pari, ha spiegato Cremades,
all'intero ammontare realmente versato dagli investitori, depurato
cioè dei «guadagni» inesistenti che la Madoff Securities riportava
nei suoi documenti menzogneri.
In un solo
caso, quello della Banca del Kuwait, la transazione raggiunta
alcuni mesi fa ha compreso sia il capitale sia l'incremento che
figurava sui rendiconti, per un totale di 50 milioni di dollari da
20 clienti. Al Banco Santander la pace con le vittime è stata
raggiunta nel 2009 con un meccanismo finanziario più complesso: i
clienti della banca spagnola, terza vittima mondiale per
esposizione a Madoff, avevano perso 2,89 miliardi di dollari e
sono stati rimborsati con titoli privilegiati redimibili in 10
anni ad un tasso del 2%.
Le banche e
le finanziarie che non hanno fatto finora offerte di accordo
amichevole sono nove: Credit Suisse, Vontobel, Mirabaud, Julius
Baer, Efg e Bbva in Svizzera, Banco Espirito Santo in Portogallo,
l'olandese Abn Amro e la Barclays spagnola. Per alcune le
trattative proseguono, hanno detto i legali, già soddisfatti del
successo.
«Avrei
pensato che solo il 30% avrebbe accettato la transazione, ma
evidentemente le banche hanno molto da investire per non
distruggere la propria immagine e la capacità di collocare i loro
prodotti», ha detto Cremades. «Sono sicuro che questo capita
perchè siamo in un contesto in cui la fiducia nelle banche è già
scarsa».
Gli europei
se la stanno cavando meglio degli americani nel recupero delle
perdite a causa dei diversi canali usati per veicolare la truffa.
Negli Usa il collocamento è avvenuto per lo più attraverso money
managers, procacciatori e hedge funds, e gli investitori
«indiretti» in Madoff non hanno il diritto di essere compensati
dalla Securities Investors Protection Corporation, il fondo di
garanzia privato istituito dalle società d'investimento per
rimborsare i clienti delle società fallite. 26-05-2010]
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PICCOLI
MADOFF TRUFFANO (A HOLLYWOOD) – KEN STARR, FAN DEL FURBONE BERNIE,
SI È INTASCATO 30 MLN FRODANDO CLIENTI DEL CALIBRO DI UMA THURMAN,
MARTIN SCORSESE, ANNE LIEBOVITZ E WESLEY SNIPES - UTILIZZAVA LE
PROCURE AVUTE PER GIRARE FONDI NEL SUO CONTO CORRENTE – LA SEC:
“SIAMO DOVUTI INTERVENIRE PER FERMARE UNA FRODE PERICOLOSA E
PROLUNGATA
Francesco
Semprini
per "La
Stampa"
Si è
ispirato a Bernard Madoff per architettare la frode che gli
avrebbe cambiato la vita, ma anche lui è finito nelle mani della
Giustizia. Si tratta di Kenneth Ira Starr, il gestore dei Vip, il
guru degli investimenti di Manhattan che con la sua Starr
Investment maneggiava asset per 700 milioni di dollari.
Per lo
più erano di celebrità, star e protagonisti del jet set
internazionale che si affidavano a lui per veder moltiplicati i
propri guadagni. Tra loro Uma Thurman, Martin Scorsese, la
fotografa Anne Leibovitz e persino Wesley Snipes finito nei guai
alcuni anni fa per aver evaso tasse su oltre 65 milioni di
dollari. Non è chiaro chi dei suoi clienti vip sia stato frodato e
per quanto denaro, ciò che è certo è che l'ordinanza di
incriminazione del giudice elenca tra le vittime un gestore di
hedge fund, un famoso personaggio dedito alla filantropia,
un'attrice, un talent-scout, una ricca ereditiera e un gioielliere
molto noto.
E'
rubando a loro che Starr si è intascato oltre 30 milioni di
dollari attuando lo schema Ponzi, il diabolico castello dei vasi
comunicanti che ha permesso a Bernard Madoff di mettere in pratica
la più grande truffa del secolo da 65 miliardi, e che gli è
costata 150 anni di carcere.
E come il
suo «mentore» anche il finanziere dell'Upper East Side di
Manhattan rischia di finire in cella, anche se la condanna,
sarebbe meno severa. Alla sbarra degli imputati comparirà anche il
suo socio, Andrew Stein, un ex consigliere comunale della Grande
Mela, e presidente circoscrizionale a Manhattan.
La Sec
(Consob americana) ha avviato anche un'azione civile contro lo
stesso gestore e la moglie, Diane Passage che millantava di essere
una produttrice di film e di dedicarsi a diverse attività
filantropiche. Secondo i documenti nelle mani della Sec, Starr, 65
anni, avrebbe usato le procure ottenute dai suoi clienti per
trasferire fondi sul proprio conto corrente.
Con sette
milioni di dollari, ad esempio, ha acquistato lo scorso aprile un
lussuoso appartamento nell'Upper East Side di Manhattan con sei
bagni, cinque stanze da letto, piscina interna in marmo e 150
metri quadri di giardino. «Siamo dovuti intervenire per fermare
una frode pericolosa e prolungata», rende noto la Sec nella sua
ordinanza.
A far
scattare l'operazione è stato in particolare una manovra bancaria
condotta lo scorso 13 aprile, con cui Starr ha trasferito un
milione di dollari dal cliente identificato come Investor n. 1.
Quando poi questo si è accorto dell'accaduto ed è andato a
protestare, il gestore lo ha ripagato con i soldi presi dal conto
di un «Investor n. 2».
Oltre allo
schema Ponzi, Starr era coinvolto in un presunto intrigo
finanziario con sponde in Venezuela come conferma
un'intercettazione telefonica secondo cui il gestore avrebbe
fornito informazioni importanti a una cliente alla quale era stato
promesso un ritorno multimilionario. In realtà l'assegno dei
proventi sugli investimenti fatti in Venezuela dalla cliente, in
base alle indicazioni di Starr, non si è mai visto e la donna è
stata costretta a rivolgersi alle autorità giudiziarie.
[28-05-2010]
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NEANCHE BUFFETT GARANTISCE SUI TAGLI...
G. Ve.
per "il Sole 24 Ore" - Grandi imprese, grandi problemi.
Tanto che lavorare in una delle 500 maggiori società degli
Stati Uniti non sempre è garanzia di un posto di sicuro.
Anzi, le società di Fortune 500, nonostante un aumento dei
profitti nello scorso esercizio del 335%, hanno lasciato a
casa qualcosa come 761 mila lavoratori. Il primato dei
licenziamenti non spetta a un settore in particolare: fra i
15 gruppi che hanno licenziato di più si trova di tutto,
dall'industria (Alcoa, Caterpillar, General Motors) alla
tecnologia (Hp, AT&T). Inutile dire che la finanza nei mesi
scorsi ha guidato i tagli a Wall Street.
Non
c'è solo Aig (20 mila posti), ma anche Citigroup che,
riducendo del 17% la propria forza lavoro, ha vinto il
triste primato del gruppo che ha tagliato di più (oltre 57
mila posti). Pochi i porti sicuri. Tanto che nella
classifica dei tagli non brilla neanche Warren Buffett,
l'Oracolo di Omaha: la sua Berkshire Hathaway ha sempre
raccolto l'apprezzamento da parte degli azionisti, ma lo
scorso anno ha dovuto lasciare a casa oltre 24 mila
dipendenti.
18.05.10
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I’M IN
THE MOODY’S FOR BUFFETT (UN CONFLITTO DI INTERESSI DA FAR
IMPALLIDIRE TUTTI I BERLUSCONI DEL MONDO) – L’AMERICA
TRUFFONA CHE NESSUN OBAMA POTRà MAI DEBELLARE: IL
MILIARDARIO BUFFETT, GESTORI DI FONDI, È IL PRINCIPALE
AZIONISTA (13,4%) DELL’AGENZIA DI RATING MOODY’S: MA CHE CI
FANNO GESTORI DI FONDI NEL CAPITALE DI CHI DÀ I VOTI AI BOND
EMESSI DALLE STESSE SOCIETÀ CHE ABITUALMENTE UN GESTORE
COMPRA E VENDE? – ECCO CHI COMANDA UN OLIGOPOLIO CHE
GARANTISCE MARGINI VICINI AL 40 %... - -Fabio Pavesi
per "Il
Sole 24 Ore"
Qualcuno li ha definiti i "Padroni dell'Universo".
Finanziario s'intende, che non è comunque poca cosa di
questi tempi. Oppure chiamateli pure i signori del rating o
le tre sorelle: Moody's, Standard & Poor's, Fitch.
Giudici inappellabili dei destini di Stati,
mega-corporation, piccole società e persino di singoli mutui
cartolarizzati. Loro danno un voto sul merito di credito a
tutto e a tutti e una loro bocciatura, così come una
promozione, ha vistosi effetti sui mercati come si è visto
in questi giorni nel caso della Grecia, della Spagna e
dell'equivoco sulle banche italiane.
Ecco
perché i padroni dell'universo sono temuti. Loro del resto
sono un oligopolio perfetto. Sono solo in tre e si
spartiscono la torta di chi emette debito in tutto il mondo.
E visto che tutti si indebitano il lavoro non manca. Se non
vai da Moody's c'è S&P o Fitch. Senza alternative di sorta.
E così il mestiere delle tre sorelle diventa particolarmente
remunerativo.
UTILI
GIGANTESCHI
Solo le società autostradali o gli aeroporti guadagnano come
loro. E non c'è di che stupirsi. Sono tutti mono o
oligopolisti, quindi con i ricavi pressoché assicurati. Se
sei bravo a gestire i costi puoi solo fare un sacco di
soldi.
Basti
vedere Moody's che essendo quotata a Wall Street consente
maggiore visibilità sui numeri. Ebbene Moody's, solo nel
2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati
sotto forma di utile operativo ben 38.
Su 1,8
miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma
attenzione quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di
analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul
mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare
pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi.
Un
exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati
altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi
sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su due
miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la
musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato
profitti per complessivi 2,8 miliardi.
Ma
Moody's non è sola. Anche Standard&Poor's non è da meno. Non
è quotata ed è posseduta dal gruppo editoriale McGraw-Hill
che sta invece sul listino di Wall Street. Più difficile in
questo caso isolare il contributo dato dall'attività di
rating dal resto dei business.
La divisione servizi finanziari è quella che opera con il
marchio S&P. L'intera divisione ha fatturato, nel 2009, 2,6
miliardi di dollari con profitti operativi per circa un
miliardo.
Come
si vede un bel 39% di marginalità in linea con la rivale
Moody's. E negli anni precedenti la redditività era ancora
più elevata con punte nel 2007 del 45% sul giro
d'affari.Ovviamente qui confluiscono i ricavi anche dalla
gestione degli indici di Borsa e dei servizi informativi. La
parte ghiotta del rating dovrebbe comunque contribuire per
l'80% ai volumi complessivi.
Resta
Fitch, la più piccola delle tre, e l'unica europea.
L'agenzia ha prodotto ricavi l'anno scorso per 559 milioni
di euro con profitti operativi per 151 milioni. Un po' più
sotto, quanto a redditività, delle rivali a stelle e
strisce.E così i padroni dell'universo non solo dettano i
destini più o meno amari del costo del debito di Stati e
società, ma sono anche più che remunerativi. Una sorta di
gallina dalle uova d'oro in un mercato grande quanto il
mondo e che non può fare a meno di loro. Un vero affare per
gli azionisti.
I
FONDI USA I VERI PADRONI
Già, e qui viene il punto. Chi comanda in Moody's e le sue
consorelle? Chi sono i padroni dei padroni dell'universo? A
parte l'europea Fitch che ha due azionisti di peso come il
gruppo francese Fimalac e il gruppo edi-toriale Hearst, le
altre due sorelle sono di tutti e di nessuno. Vere e proprie
public company. In S&P c'è un azionista forte, cioé la
McGraw-Hill, ma il resto dell'azionariato è diffuso come del
resto in Moody's. E qui arriva la sorpresa.
CHE CI
FA BUFFETT IN MOODY'S?
Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale,
risultava a fine dicembre del 2009 secondo rilevazioni
Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo
Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco
comparire Fidelity uno dei più grandi gestori di fondi del
mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra
e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard
a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi
gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di
Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in
Standard& Poor's: ecco nell'azionariato comparire in
evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity,
Vanguard. Gli stessi nomi.
Il che pone una domanda.
Che ci
fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond
emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore
compra e vende? La prima risposta è semplice: si sta lì
perché si guadagna e perché i fondi in America sono da
sempre gli investitori istituzionali per eccellenza.
La
seconda è più maliziosa, ma indotta da questa strana
presenza. Stare nel capitale di chi determina i destini di
una miriade di società magari è utile per avere accesso a
informazioni privilegiate. Se so che un'emissione verrà
bocciata, vendo prima che sia resa pubblica. Certo è
un'illazione, ed è vero che esistono i muri cinesi. Ma quei
muri sono stati oltrepassati tante di quelle volte che un
filo di sospetto rimane. [10-05-2010]
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USA: SCORTE
PETROLIO E BENZINA SALGONO OLTRE LE ATTESE
(AGI)- Salgono oltre le attese le scorte settimanali di petrolio e
di benzina negli Stati Uniti: rispettivamente sono aumentate di
2,8 milioni di barili a quota 360,6 milioni(contro le attese di un
aumento di 1,1 milioni di barili) e di 1,2 milioni di barili a
quota 224,9 milioni (rispetto alle stime di un aumento di 200 mila
barili). Lo rende noto il dipartimento dell'Energia statunitense.
In rialzo anche i distillati che sono cresciuti di 600 mila barili
a 152,4 milioni rispetto alle attese di un aumento di 1,7 milioni
di barili.
10 - BP RIESCE
A CHIUDERE UNA DELLE TRE FALLE DELLA PIATTAFORMA AFFONDATA...
(Adnkronos/Dpa) - La British Petroleum e' riuscita a chiudere una
delle tre falle della piattaforma affondata da cui sta
fuoriuscendo il greggio nel Golfo del Messico. A dare la buona
notizia e' la Cnn, la quale riferisce che si tratta della piu'
piccola delle tre falle a 1.500 metri di profondita'. Doug Suttles,
un manager della Bp, ha spiegato che questo non avrebbe ridotto di
molto la fuoriuscita di greggio e dunque l'emergenza, tuttavia, ha
aggiunto, cio' agevolera' le ulteriori operazioni per arginare la
marea nera.
Del resto, il problema principale non sono le falle, ma il pozzo
stesso da cui fuoriesce la maggior parte del petrolio. Oggi e'
giunta nel Golfo del Messico una cupola d'acciaio con cui Bp vuole
'tappare' il pozzo, ci vorranno pero' vari giorni prima che possa
essere effettivamente impiegat
15.05.10 |
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MA
VAFFAN-RATING – ORA TUTTI SI ACCORGONO CHE MOODY’S, S&P E FITCH
HANNO TROPPO POTERE – PER AVER PERSO LA “TRIPLA A”, AIG È
CROLLATA, E ORA DOPO GRECIA E PORTOGALLO, SI SCOPRE CHE GLI STATI
SONO IN BALÌA DI TRE COMPAGNIE PRIVATE CHE NON SI ERANO ACCORTE
DEI GUAI DI GOLDMAN SACHS MA SI AFFRETTANO A DEGRADARE ATENE SENZA
ASPETTARE GLI AIUTI UE…
Federico
Fubini per il "Corriere della Sera"
Robert
Willumstad, amministratore delegato di Aig, un giorno scoprì
all'improvviso il potere delle agenzie di rating. Il 16 settembre
2008 Moody's e Standard & Poor's (S&P's) declassarono il grande
gruppo assicurativo americano che fino a poco tempo prima aveva
avuto la «tripla A», il massimo della solidità sul debito. Il
vecchio manager si afflosciò sulla scrivania: per quella
decisione, Aig avrebbe dovuto trasferire entro poche ore dieci
miliardi di dollari, che non aveva, a certi clienti di cui aveva
assicurato le posizioni emettendo dei derivati.
Seguì un
salvataggio a spese del contribuente americano il cui conto finale
arrivò a 187 miliardi. Per la sua integrità Aig dipendeva dai
rating, che però dovevano esprimere un giudizio su quella stessa
integrità. L'ordine di successione fra l'uovo e la gallina non era
chiarissimo ma, avesse avuto i soldi in cassa, a Willumstad
sarebbe piaciuto poter liquidare il declassamento per esempio come
ha fatto Dominique Strauss-Kahn mercoledì.
Sull'ultimo
taglio al voto sulla solvibilità dei governi di Grecia, Portogallo
e Spagna da parte di S&P's, il direttore del Fondo monetario
internazionale ha avuto una sola frase: «Non si dovrebbe credere
troppo a ciò che dicono le agenzie di rating, benché possano
essere utili».
Negli ultimi
tempi sono state utili ad alcuni. Lo sono state ad esempio ad
Abacus, il veicolo finanziario di Goldman Sachs sotto inchiesta
per frode sui titoli, perché ottenne un rating dignitoso anche se
era stato costruito (secondo la Sec) per crollare. Ma lo
scetticismo di Strauss-Kahn si riferiva a altre decisioni delle
agenzie, quelle di pochi giorni fa a proposito dei governi
europei.
Lunedì S&P's ha
ridotto il voto sulla Grecia a livello «spazzatura», con ulteriori
prospettive negative, proprio mentre il governo di Atene stava
negoziando nuove misure di risanamento e nel mercato cresceva il
panico. Poi ha affondato anche su Lisbona e Madrid, in un momento
così delicato che anche il ministro degli Esteri tedesco Guido
Westerwelle ora chiede un arbitro «indipendente» e «europeo».
Nate per
fornire una guida ai mercati, spesso le agenzie di rating
finiscono semplicemente per seguirli e amplificarne i crolli. Ma
il caso ellenico di questi giorni pone un dilemma particolare.
L'agenzia
sapeva che Atene sta negoziando un nuovo piano di risanamento
triennale. Fra poche ore l'Fmi e i governi europei otterranno un
impegno formale del premier George Papandreou a tagliare gli
stipendi pubblici e le pensioni (addio tredicesime e
quattordicesime), rinviare l'età del ritiro, privatizzare i porti.
Se Standard &
Poor's valuta solo «guardando avanti», come spiega, perché non ha
atteso di vedere le nuove misure prima di bocciare di nuovo la
Grecia? La stessa domanda potrebbe valere anche per le mosse su
Lisbona o Madrid, perché anche lì la bocciatura è arrivata mentre
i governi preparavano nuove misure e i mercati erano in preda al
contagio.
Ma il caso
ellenico è un'altra storia. Mentre S&P's ha relegato Atene a
«spazzatura», la sua principale concorrente Moody's spiega che per
decidere «aspetta che vengano resi noti i dettagli del programma
con l'Ue e l'Fmi».
Quella di
Standard & Poor's contro la Grecia (e la Spagna, e il Portogallo)
sa dunque di valutazione non più solo tecnica: è un giudizio
negativo sul sostegno politico che i greci avranno dagli europei e
dall'Fmi e sulla credibilità di un'operazione che coinvolge
quindici governi e l'organismo centrale del sistema di Bretton
Woods. Anche le decisioni di grandi gruppi celebri alla fine
toccano a uomini in carne ed ossa, persone con una propria storia.
E qui le
differenze fra S&P's e Moody's non sembrano del tutto fortuite. Il
capo dell'analisi economica e finanziaria internazionale di
Moody's, Pierre Cailleteau, vive a New York ma è cresciuto come
funzionario (transalpino) della Banca di Francia. A Standard &
Poor's invece il presidente del comitato che decide sui rating dei
110 Stati sotto esame risponde al nome di John Chambers: un
americano il cui titolo di studio è un Master in letteratura
inglese alla Columbia University.
Forse non è
dunque solo un caso se per S&P's (ma non per Moody's) gli Stati
Uniti sembrano destinati a mantenere in ogni caso la «tripla A»,
il massimo dei voti, mentre il debito cresce rapidamente verso il
100% del prodotto e il deficit annuale è simile a quello della
Spagna e superiore al Portogallo. Per l'America conta «il quadro
istituzionale» (ancora un giudizio politico); la Cina invece,
grande creditore di Washington e forte di un colossale surplus
netto del settore pubblico, continua ad avere un rating cinque
livelli sotto Washington, due livelli sotto la Slovenia, e senza
prospettive di promozione.
Forse
indovinare un rating nella complessità del XXI secolo è
semplicemente impossibile. O forse non è chiaro perché un'agenzia
privata debba dare un rating alla Spagna, all'Italia o agli Stati
Uniti. Vero che alle banche e ai fondi istituzionali è utile,
perché queste istituzioni sono obbligate a detenere in portafoglio
o in bilancio certe quote di titoli con rating elevati (un
declassamento, come avvenuto con la Grecia, scatena dunque
un'ondata di vendite forzate).
Eppure per le
agenzie di rating giudicare gli Stati ha in apparenza poco senso:
S&P's, Moody's e Fitch, i tre oligopolisti resi tali dalle licenze
concesse con il contagocce dai regolatori americani, con i governi
non fanno soldi. Probabilmente ne perdono: le commissioni pagate
da Roma o Berlino per farsi giudicare non coprono né il salario
degli analisti coinvolti, né le loro spese. Il bilancio di Moody's,
l'unica a fornire qualche dettaglio sull'origine dei ricavi da
rating, mostra che gran parte delle commissioni deriva da altre
fonti: prima della crisi per metà era la «finanza strutturata» (
subprime e simili), oggi molto viene da emissioni delle imprese e
dalle operazioni delle banche. Perché allora un operatore privato
dovrebbe perdere tempo e denaro con un governo «spazzatura»?
Magari è solo che da lì viene molto del potere delle agenzie di
rating su banche e fondi d'investimento, e molta della loro
visibilità.
Criticate nel
2007 per aver dato in silenzio voti troppo alti a migliaia di
titoli immobiliari in cambio di laute commissioni, con (certi)
governi le agenzie si rifanno una credibilità. Perché avranno
anche validi argomenti. Ma accusare sotto i riflettori, a volte, è
comunque meglio che assolvere nell'ombra.
30-04-2010]
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L’AMERICA HA FATTO CRAC CON L’EURO: ECCO PERCHé VUOLE
SPAZZARLO VIA – TUTTI SEMBRANO DIMENTICARSI CHE GLI USA SONO NELLE
STESSE CONDIZIONI DELLA GRECIA - HANNO UN DEFICIT PARI AL 12% DEL
PIL E UN DEBITO PUBBLICO VICINO AL 100% – MA GLI UNICI GIUDICI
SULLA QUALITà del debito SONO TRE SOCIETÀ INAFFIDABILI (MOODY’S,
STANDARD & POOR’S, FITCH) CHE SFIANCANO L’EURO PER SALVARE IL
DOLLARO… - USA PEGGIO
DELLA GRECIA, MA FANNO IL DOPPIOGIOCO
Marcello Foa per "il
Giornale"
Atene affonda perché ha un deficit pubblico di circa il
12%, che i mercati giudicano insostenibile. Ma un altro Paese sta
in condizioni altrettanto gravi ed è molto più grande della
Grecia, dunque potenzialmente molto più destabilizzante: gli Stati
Uniti d'America. Sìssignori.
Tutti sembrano essersene dimenticati, ma Washington
registrerà quest'anno un deficit pari al 12% del Pil, il debito
pubblico salirà oltre l'80% ed è destinato a toccare il 100% nel
2012. Numeri da brivido, con un problema. Anzi, due. Gli americani
non risparmiano abbastanza, dunque, contrariamente a noi italiani,
non sono in grado di finanziare da soli gli acquisti di Buoni del
Tesoro: pertanto, oltre la metà del debito pubblico è finanziato
da stranieri.
street
Il secondo problema è che l'America è gravata anche da un enorme debito privato, che,
sommato a quello pubblico, raggiunge il 300% del Pil. Un abisso.
Conti alla mano, gli Usa, finanziariamente, sono messi peggio
dell'Unione europea. Pechino, che è il maggiore acquirente di
Buoni del Tesoro Usa, se n'è accorta e ha deciso di ridurre
gradualmente la propria esposizione. Da qualche mese i cinesi
comprano meno T-bons nella persuasione che il buco Usa sia
insostenibile nel lungo periodo; preferiscono l'euro e,
soprattutto, l'oro.
Voi direte: e tutto questo che cosa c'entra con la
Grecia? C'entra, eccome. Il disimpegno cinese spaventa gli Usa,
che devono assolutamente trovare altri acquirenti. Impresa vana,
fino a pochi mesi fa. I lettori più attenti ricorderanno che molte
banche pronosticavano l'euro a 1,50 o addirittura 1,60.
Ma poi è esplosa la bolla di Atene. Com'è giusto. Quando
uno Stato falsifica i conti viene punito dai mercati. A suscitare
giustificate perplessità è la drammatizzazione della crisi; è il
tentativo di estendere il contagio al Portogallo e alla Spagna,
sulla base non di fatti accertati, ma di voci, ipotesi, stime,
scanditi dagli annunci di Moody's, Standard & Poor's, Fitch,
ovvero dalle agenzie di rating che nel 2006 davano triple A ai
bonds basati sui mutui subprime.
Tre agenzie che non dovrebbero nemmeno esistere, tanto
sono screditate; eppure sono proprio loro, con straordinario
tempismo, ad indicare la strada agli speculatori. Che senso ha
annunciare, nelle fasi cruciali della crisi greca, che il
Portogallo potrebbe subire un lieve downgrading? Perché aggiungere
un meno al debito spagnolo in assenza di nuovi elementi? Strane
agenzie. Distratte con Lehman, Citigroup, Enron, inflessibili ed
esasperanti con Atene, Madrid, Lisbona. Il doppiopesismo impera.
Mi chiedo: che rapporti intrattengono con gli hedge funds?
E con la Federal Reserve di Bernanke? E con il Tesoro
dell'ammanigliato Geithner? Perché Obama non le ha ancora
riformate? Perché l'Europa non crea una propria autorità di
controllo?
Gli unici incontestabili giudici sulla qualità del debito
continuano a essere tre società inaffidabili. Detengono un potere
enorme, ingiustificato. Agiscono in una zona grigia, senza
contrappesi, senza concorrenza. E in queste ore contribuiscono in
modo decisivo a indebolire l'euro, moltiplicare i dubbi sulla sua
tenuta, e dunque rivalutare miracolosamente l'indebitatissima
America.
Di fronte a un'Europa che potrebbe esplodere, molti
investitori sono indotti a pensare che tutto sommato siano meglio
i Treasury bonds Usa. Un'operazione raffinata che sfrutta la forza
dirompente della speculazione e la psicologia dei mercati. Con un
obiettivo: sfiancare l'euro per salvare il dollaro.
2- SOCGEN ESPOSTA PER 3 MILIARDI...
Dal "Giornale"
Société
Générale è esposta per 3 miliardi di euro al debito pubblico
greco. Lo ha reso noto la banca francese nell'annunciare i conti
del primo trimestre 2010 che hanno registrato profitti sopra le
attese. La stessa banca prevede, inoltre, una ripresa duratura dei
propri risultati finanziari nel 2010. «Siamo fiduciosi di poter
raggiungere gli obiettivi dell'anno in corso - si legge in una
nota - e anticipiamo un rimbalzo duraturo». Il gruppo è poi
«tranquillo» riguardo al raggiungimento delle previsioni di
profitto per quest'anno, di 3 miliardi di euro, ha aggiunto un
portavoce.
L'utile netto dell'istituto francese è salito a 1,1
miliardi nel primo trimestre, su attese di mercato, raccolte da
«Reuters», per 614 milioni. Nel primo trimestre dell'anno scorso
gli utili avevano fatto segnare una perdita di 278 milioni. Le
attività di corporate e investment banking hanno assicurato
profitti netti per 541 milioni nel trimestre, grazie al
miglioramento generale delle condizioni di mercato, che hanno
garantito un incremento dei ritorni sull'azionario e una
diminuzione delle svalutazioni di asset tossici.
Tra un mese Société Générale svelerà il piano con le
proprie strategie future. Intanto, in una giornata di forte
tensione del mercato per via dei timori legati alla crisi greca,
ieri il titolo della banca ha chiuso in flessione del 5,6%, a
38,62 euro, il minimo dal 19 febbraio.
[06-05-2010]
LA SPECULAZIONE AMERICANA ALL’ATTACCO DELL’EURO - MOODY’S INNESCA IL PANIC SELLING SULLE BANCHE
ITALIANE: -4,2% MILANO -8% MEDIOBANCA, -7% INTESA E UNICREDIT -
Gli analisti parlano di "rischio Paese" - "Il mercato con queste
vendite sembrerebbe dare per scontato un eventuale taglio del
rating sovrano italiano" -- L’EURO SOTTO 1,27 SUL DOLLARO MA È
SEMPRE SOPRAVVALUTATO?...
MOODY'S INNESCA PANIC SELLING
SULLE BANCHE ITALIANE: -4,2% MILANO -8% MEDIOBANCA, -7% INTESA E
UNICREDIT
Radiocor - Piazza Affari sotto attacco colpita dalle perdite
verticali degli istituti bancari. Il rischio contagio per il
sistema bancario europeo espresso da Moody's hanno innescato le
vendite diventate molto consistenti nel pomeriggio. Il Ftse Mib,
arrivato a perdere oltre il 6%, ha chiuso a -4,27%. Mediobanca ha
ceduto l'8%, Intesa Sanpaolo il 7,7%, Unicredit il 7,4%
2
- BORSE EUROPEE A PICCO, CROLLA MILANO DEL 4,3%: MINIMI DAL LUGLIO
2009
il giornale.it
Moody's, i timori per una possibile espansione della
crisi greca e la decisione della Bce di non tagliare i tassi di
interesse. Le borse europee hanno chiuso in forte calo. A Parigi
il Cac40 è sceso a 3556.11 punti con un calo dell'2,2%, l'Ftse 100
di Londra è peggiorato dell'1,52% a 5260.99 punti e lo Smi di
Zurigo ha perso l'1,12% ed è a quota 6376.12 punti. Il Dax di
Francoforte segna infine 5908.26 punti, lo 0,84% in meno rispetto
alla chiusura di ieri. A Milano la "maglia nera". L'Ftse Mib ha
perso il 4,27% a 19483.93 punti dopo aver toccato un 'rossò di
oltre il 5%.
Piazza Affari affonda Giovedì nero per la Borsa valori di
Milano, trainata al ribasso dalle banche dopo l'allarme lanciato
da Moody's sul rischio che la crisi greca contagi il sistema
bancario europeo. L'indice Ftse Mib ha perso il 4,27% e, tornando
a scendere sotto i 20 mila punti (a 19.483), si è riportato ai
livelli di luglio 2009, bruciando i guadagni di dieci mesi.
Giù anche l'All Share, -4,03% a 20.137 punti. Crollo
dell'intero comparto bancario, con il titolo di Intesa San Paolo
che è stato sospeso in asta di volatilità negli ultimi minuti di
scambi. In forte ribasso anche Telecom dopo la diffusione dei dati
sul primo trimestre 2010.
Giù gli assicurativi e gli energetici. In controtendenza
Pirelli che sale, premiata dagli analisti dopo l'atteso annuncio
dello spin-off dell'immobiliare, arrivato martedì sera a mercato
chiuso. "Il mercato con queste vendite sembrerebbe dare per
scontato un eventuale taglio del rating sovrano italiano", ha
commentato a freddo un trader nelle sale operative. Gli analisti
parlano di "rischio Paese": l'Italia, insomma, viene considerata a
pericolo di contagio della crisi del debito della Grecia. Qualcuno
ritiene si tratti di panic selling.
3
- PIAZZA AFFARI NEL MIRINO DELLA SPECULAZIONE, CROLLANO I TITOLI
BANCARI
sole24 ore.com
Ore 16.13 Piazza Affari inizia uno dei suoi peggiori
finali di seduta degli ultimi anni. L'indice di riferimento il
Ftse Mib, dove pesano fortemente i titoli bancari, rompe la soglia
psicologica dei 20.000 punti e sprofonda quasi fino a 19.100
punti. Arriva a perdere oltre il 5%, per chiudere in calo del
4,27% a 19.483,93 punti
Una piccola tempesta perfetta fatta costituita da un mix
di fattori: i rumors di un taglio del rating da parte di S&P's
sull'Italia -ipotesi quest'ultima smentita e comunque assurda in
quanto l'outlook sul nostro paese è stabile e quindi non può
esserci un taglio del merito di credito; il giudizio di Moody's,
arrivato ben dopo quello di S&P's di alcuni giorni fa, sulla
possibilità di un contagio del problema del debito anche
all'Italia; lo scattare degli stop-loss legati alla soglia dei
20.00 punti con la conseguente chiusura di molte posizioni; i
timori conseguenti alla riduzione, seppur minima, delle stime di
crescita operate dal governo sul 2010 e 2011 (una già bassa
crescita, ancora più ridotta, pone il problema del consolidamento
del debito sovrano); infine, la speculazione che non aspettava
altro che il momento giusto per sparare le proprie cartucce.
Seduta contratasta per le altre principali Borse europee.
Dopo una partenza in netto calo per la tensione legata alla crisi
di Atene i listini hanno recuperato terreno per, poi, scendere
sotto la soglia della parità. In mattinata una nota di Moody's ha
diffuso nervosismo sui mercati. Secondo l'agenzia di rating c'è il
rischio che la crisi finanziaria greca possa contagiare anche i
sistemi bancari di alcuni dei principali paesi europei. I paesi
più a rischio di contagio sono il Portogallo, la Spagna, l'Italia,
l'Irlanda e la Gran Bretagna. Ieri è stata la giornata più nera
per Atene dall'inizio della crisi. La rabbia dei cittadini greci
contro il piano di austerity del governo Papandreou è sfociata in
violenti scontri di piazza che hanno fatto anche tre morti. Oggi
si attendono altri cortei e manifestazioni nel paese.
LA BCE MANTIENE FERMI I TASSI
Con l'area euro di nuovo assediata dalle tensioni
dei mercati, la Banca centrale europea mantiene i tassi di
interesse inchiodati al minimo storico dell'1 per cento. La
decisione è stata comunicata dal Consiglio direttivo, che oggi si
è riunito in trasferta a Lisbona, una delle capitali dei paesi,
assieme alla Grecia, considerati anelli deboli dell'Unione
monetaria sulla deriva dei conti pubblici.
BUONA DOMANDA ALL'ASTA DEI BOND SPAGNOLI
Le borse europee sono state penalizzate in avvio
dal tonfo della Borsa di Tokyo (-3,27%) e soprattutto Shanghai
(-4,1%) che ha fatto segnare la peggiore flessione in termini
percentuali dal 19 aprile. Gli operatori temono ulteriori misure
restrittive da parte della banca centrale, dopo la stretta sui
depositi obbligatori degli istituti di credito decisa a inizio
settimana.
C'è il timore inoltre che la crisi di Atene si possa
estendere ad altri paesi del Sud Europa dopo che l'agenzia di
rating Moody's ha messo sotto osservazione il rating del
Portogallo. Segnali positivi intanto arrivano dall'asta dei titoli
di Stato spagnoli. Sono stati collocati titoli per 2,345 miliardi
di euro a fronte di una domanda di 5,522 miliardi. Il rendimento
medio è stato del 3,532% con un rendimento massimo del 3,58%.
Nell'asta precedente il rendimento medio era stato del 2,816% con
un massimo del 2,842%.
È il primo grosso collocamento di titoli pubblici dopo il
taglio del rating da parte di Standard And Poor's. Gli indici FTSE
Mib e FTSE IT All Share di Piazza Affari sono in calo. Il Cac40 di
Parigi e il Dax30 di Francoforte sono in rialzo. Giù il FTSE 100
di Londra . In calo Wall Street: il Dow Jone perde lo 0,25%, il
Nasdaq lo 0,4% e l'S&p500 lo 0,34 per cento.
I
TITOLI A PIAZZA AFFARI
Sul listino di Piazza Affari le vendite colpiscono
i finanziari, a partire da Azimut, Banco Popolare, Fondiaria Sai e
Mediobanca. Giù anche i titoli dell'energia con A2a, Eni e Saipem
che soffrono la debolezza del petrolio. Il prezzo è tornato a
scendere dopo lo scivolone già accusato ieri. Un barile di
petrolio Wti con consegna a giugno viene trattato questa mattina a
78,87 dollari, in ribasso di 1,10 dollari rispetto alla chiusura
di ieri. Si tratta del livello più basso dal primo di marzo.
Risalgono invece Geox, Unicredit e Fiat, promossa da Nomura. Tiene
botta Tenaris grazie all'utile trimestrale calato meno delle
attese.
Euro ai minimi da marzo 2009
Ancora sotto pressione l'euro che, dopo un avvio in recupero, ha
invertito la rotta iniziando un netto calo (leggi l'analisi a cura
del Sole24Ore.com). La moneta unica è scesa per la prima volta in
oltre due mesi sotto la soglia di 120 yen a 119,79 da 121,36 della
chiusura di ieri. È il livello più basso dal 12 marzo 2009.
4
- L'EURO SOTTO 1,27 SUL DOLLARO MA È SEMPRE SOPRAVVALUTATO?
Vittorio Carlini
per Sole24
ore.com
Se ad un marziano fosse fatto vedere il grafico dell'euro
contro il dollaro, a partire dal 2000 fino ad oggi, la sua
conclusione sarebbe una sola: la divisa unica europea non è certo
debole, né sottovalutata. Nel 2002 valeva attorno a 0,8 dollari e,
superata definitivamente la parità solo nel 2003, a fine 2006
viaggiava attorno a quota 1,2 dollari.
Certo, alla chiusura del 22 luglio 2008 aveva raggiunto
quota 1,558, e oggi ha toccato nell'intraday un livello sotto
1,27, cioè il minimo dal marzo 2009. Ma al marziano quest'ultimo
valore sembrerebbe sempre una quotazione, seppur non alta, almeno
"robusta".
Al contrario giornali, e anche molti operatori, parlano
sempre e solo di euro in crollo verticale. Dall'altra parte
dell'Oceano, invece, siti finanziari importanti come Marketwatch
si domandano: «Misteri della crisi sul debito, chi sostiene
l'Euro?».
L'euro è ancora sopravvalutato?
Certo, non c'è proprio totale obbiettività nel giornalismo
americano su questi argomenti. E certo, il marziano non conosce
tutta la "narrazione economico-sociale" che, soprattutto negli
ultimi tre anni, ha caratterizzato sia l'Europa sia gli Stati
Uniti. Tuttavia la domanda, diciamo pure la provocazione, ci può
stare: l'euro, anche a fronte dell'incendio greco non domato e al
rischio contagio sul fronte del debito nei paesi del Sud Europa,
non è sopravvalutato?
Le risposte degli esperti
«In un certo qual senso sì -risponde Roberto Mialich, esperto
valutario di UniCredit -. L'euro potrebbe scendere ancora, pur
rimanendo in un contesto di forza. A ben vedere nei mercati
valutari, a differenza di quelli azionari, non esiste un fair
value per la moneta. Tuttavia, si può tentare di capire a quale
livello di cross beni uguali hanno un prezzo uguale. Si tratta di
utilizzare modelli che sfruttano variabili quali, per esempio, il
deflatore del Pil (cioè il rapporto tra Pil nominale e quello
reale, ndr), il costo del lavoro per unità di prodotto e
l'inflazione core». E cosa salta fuori? «Che un valore equo
dell'euro, nei confronti, del dollaro dovrebbe essere situato
nell'intervalo tra 1,12 e 1,17 dollari». Quindi, al di sotto
dell'attuale quotazione.
Non è della stessa opinione Ronny Hamaui, docente di
mercati monetari internazionali all'università Cattolica di
Milano. «L'idea di una sopravvalutazione non mi convince», dice.
Per quale motivo? «Se così fosse dovremmo avere una diversa
situazione delle partite correnti tra le due sponde dell'oceano
Atlantico. L'Europa può vantare un surplus, che indica la forza
dell'export; al contrario, gli Stati Uniti vantano un deficit. Si
tratta di una combinazione che, a fronte di un euro realmente
forte, non avrebbe possibilità di esistere».
«Non vedo una divisa unica europea particolarmente
sopravvalutata - afferma da canto suo Luca Paolazzi, direttore del
Centro studi di Confindustria -. In particolare poi,
nell'analizzare i dati, non si può prescindere dal contesto in cui
si concretizzano. Negli ultimi anni c'è stata una forte
diversificazione, per esempio da parte dei fondi sovrani, sul
fronte valutario: è stato abbandonato il dollaro come unica moneta
in favore di altre divise», tra cui l'euro. Un trend che,
giocoforza, spinge verso l'alto le quotazioni della moneta di
Eurolandia: i valori del cross attuale, quindi, non possono
considerarsi bassi.
La mancanza di fiducia
Al di là della discussione sul "giusto valore" del cambio, gli
esperti trovano una certa concordia nell'analisi su quello che può
essere oggi il vero problema dell'euro: la mancanza di fiducia.
Già la fiducia: un elemento "impalpabile", difficile da
quantificare. Con cui, però, i mercati già dopo il crack-Lehman
hanno dovuto fare i conti: gli istituti finaziari non si fidavano
più l'una dell'altra tanto da non volersi prestare il denaro.
Così, nonostante l'enorme liquidità "pompata" dalle banche
centrali, il mercato interbancario si è bloccato.
Adesso come allora, si rischia l'effetto avvitamento.
«Oggi -dice Hamaui - non contano tanto i fondamentali: la moneta è
considerata alla stregua di un normale asset finanziario il cui
valore relativo è fortemente influenzato dalla ricerca di un porto
sicuro. Dall'inizio della crisi, ogni qualvolta c'è stata una
tensione legata all'economia americana l'euro è cresciuto;
viceversa quando, come negli ultimi giorni, si diffonde il timore
sul debito dei paesi europei i flussi di capitali lasciano
Eurolandia. Si va, insomma, alla ricerca di un asset in grado di
conservare il proprio valore».
Parla di fiducia anche Mialich: «In questo momenti i
mercati non si fidano della possibilità che la situazione possa
stabilizzarsi: i rendimenti dei tassi», per esempio dei bond
greci, «sono tornati allo stesso livello ante-crisi, prima che il
pacchetto di misure a favore di Atene fosse adottato. È un po'
come se fosse successo niente».
Ma a queste accezione fiducia negativa, si può oppore "a
contrariis", una confidence intesa quale consapevolezza che : «Non
ci sono alternative - come sottolinea Paolazzi -. Si parla di euro
a due velocità, addirittura di un euro limitato a pochi paesi. Ma
questo vorrebbe dire costi enormi; vorrebbe dire che salta anche
il mercato unico. Una strada che non mi sembra percorribile». Una
divisa sostenuta artificialmente?
La via, invece, che i flussi monetari sembrano, almeno
negli ultimi giorni, imboccare è quella verso il safe-haven
tedesco. Ieri, il Bund future quotato al circuito Eurex di
Francorte è passato di mano, in chiusura, a 126,43 centesimi,
guadagnando lo 0,73% rispetto alla giornata di mercoledì che già
aveva registrato un rialzo notevole.
«Questo trend - dice Adam Boyton, esperto valutario di
Deutsche Bank - è una delle motivazioni per cui l'euro non ha
preso con fermezza la rincorsa verso il basso», nonostante i dati
della Commodity Future Trading Commission mostrino che le
posizioni short su Eurolandia siano a livelli record. «È un po'
come ci fosse una mano invisibile -fa da eco Mike Malpede, capo
analista di Easy Forex a Chicago - che tiene su il tutto. Non ho
prove, ma forse chi guarda alle banche centrali europei può
trovare i "colpevoli"».
«Io non ho
sentore di una simile strategia degli istituti centrali europei
-ribatte Mialich -. Piuttosto, si può parlare di interventi su
basi locali». In che senso? «Certamente la banca centrale svizzera
ha messo in campo delle operazioni per sostenere l'euro verso il
franco. Gli svizzeri, che hanno gran parte del loro export
focalizzato sull'unione europea, non possono permettersi una
moneta unica troppo debole. Così intervengono». Un'operazione che
può avere un effetto più ampio oltre il franco svizzero? «Non
credo. Le masse monetarie che si muovono sul mercato valutario
sono enormi. Una sola strategia non ha questa forza».
06-05-2010]
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1- LA GRANDE
EUROTRUFFA DEGLI “UNTORI” DI MOODY’S CHE SI SONO GIÀ SCORDATI DEI
CLAMOROSI ERRORI DI TRE ANNI FA QUANDO ATTRIBUIVANO VOTI POSITIVI
AI TITOLI DI FANNYMAE E FREDDYMAC, E CINQUE GIORNI PRIMA DEL
CROLLO DEL COLOSSO IMMOBILIARE SI CHIEDEVANO SE LEHMAN BROTHERS
ANDASSE DECLASSATA OPPURE PROMOSSA - 2- NELLE DIECI PAGINETTE DI
MOODY’S SI PARLAVA ANCHE DELLE BANCHE IRLANDESI E INGLESI, E
QUESTA CITAZIONE DOVREBBE FAR RIZZARE I CAPELLI PERCHÉ CHIAMA IN
CAUSA I DATI SPAVENTOSI DEL DEBITO CHE PESA SU QUESTI STATI. QUEST’ANNO
IL DEFICIT DI BILANCIO DI IRLANDA E GRAN BRETAGNA È STATO PARI A
QUELLO DELLA BISTRATTATA GRECIA (12% RISPETTO AL PIL), MA NON
BASTA PERCHÉ LA SITUAZIONE PIÙ GRAVE IN TUTTO IL MONDO È QUELLA
DELL’INGHILTERRA CHE NON SOLO HA AVUTO UN DEFICIT DI BILANCIO DEL
12,6%, MA È IL PAESE CON PIÙ DEBITI AL MONDO: 469% DEL PIL - 3-
TUTTO PER NASCONDERE IL VERO MALATO DEL PIANETA, GLI STATI UNITI.
DOVE IL DEBITO COMPLESSIVO (360% DEL PIL) E IL DEBITO PUBBLICO
SONO DA ALLARME ROSSO. È IN ROSSO IL BILANCIO FEDERALE, MA ANCHE
QUELLO DEGLI STATI DELL’UNIONE (180 MILIARDI DI DEFICIT) E DI
MOLTE CITTÀ COME LOS ANGELES DOVE IERI TRA L’ALTRO SONO FINITI I
SOLDI - 4- MENTRE LA CASA BRUCIA, banche E ABI LITIGANO E IL
federalismo può finire nel nulla
Con un tempismo degno della peggior causa l'ufficio
italiano di Moody's, l'agenzia di rating che ieri ha fatto
crollare i mercati, ha organizzato per oggi a Milano un incontro
con gli investitori sul tema "Rischio sovrano e locale in Europa:
quiete dopo la tempesta?".
Ci vuole davvero una bella faccia tosta per presentarsi
con questa domanda davanti agli analisti coperti di bolle e di
cerotti per le ferite provocate dal report "speciale" di 10
paginette che ieri ha messo con il culo per terra alcuni Stati
europei e milioni di risparmiatori.
È evidente che gli operatori di Moody's nei loro uffici
milanesi di Corso Porta Romana non leggono i giornali e non
tengono d'occhio i monitor della Borsa come fanno i ragazzi dalle
bretelle rosse di piazza Affari e della City. Oggi sul "Corriere
della Sera" c'è un articolo di Federico Fubini che li definisce
gli "untori" per il loro tempismo perfetto nel pubblicare commenti
"non richiesti, non annunciati e non necessari" quando le Borse
sono aperte.
Gli uomini di Moody's se ne fregano di questa etichetta e
si sono già scordati dei clamorosi errori di tre anni fa quando
attribuivano voti positivi ai titoli di FannyMae e FreddyMac, e
cinque giorni prima del crollo del colosso immobiliare si
chiedevano se Lehman Brothers andasse declassata oppure promossa.
Anche oggi possono stare tranquilli perché a Milano non scatterà
nessuna caccia agli untori come avvenne nel 1630 per la peste
descritta dal Manzoni.
Certo, va detto che quando William e Sarah Moody
concepirono il figlio John che nel 1909 fondò la società di
rating, non pensavano di aver messo al mondo una creatura così
avventurosa. Il piccolo John era il primo di cinque fratelli, uno
dei quali di nome Edmund morì a Messina per la febbre da tifo.
Adesso la febbre attraversa i mercati e li contagia in modo
devastante fino a punto da suscitare lo sdegno dei governi e della
parte del mondo estranea alla speculazione selvaggia.
Di fronte al massacro che oltre ai titoli fa crollare
addirittura gli Stati, c'è qualcuno a Milano che cerca di reagire,
e lo fa con le piccole armi a disposizione. Un esempio viene dal
quotidiano "MF" che dopo aver definito una mascalzonata il report
irresponsabile emesso da Moody's ieri pomeriggio alle 15,15,
propone una raccolta di firme per avviare una grande class action
nei confronti degli uomini in grigio che lavorano a Corso Porta
Romana, al numero 1 di Canada Square a Londra e nel New Jersey,
dove si trova il quartier generale dell'agenzia di rating.
L'iniziativa del quotidiano Paolo Panerai è lodevole ma
debole e ricorda la fionda di Davide contro Golia. La realtà è che
nella caccia all'untore ci vorrebbero armi pesanti, capaci di
contrastare i giochetti speculativi che partono dagli Stati Uniti
e puntano chiaramente a far saltare la stabilità dei mercati e
dell'euro.
La voglia di sangue specula sul ventre molle dell'Europa
e diventa una valanga che si autoalimenta picchiando sulle
divisioni tra i paesi europei e sulla debolezza degli organismi
preposti a controllare i mercati (in primo luogo quella BCE
guidata in maniera terribilmente incerta dal francese Trichet).
Per la terza volta in sole due settimane, Moody's e le
agenzie di rating anglosassoni hanno bombardato i mercati
finanziari. Il tutto è avvenuto a mercati aperti e ieri è stata la
volta dell'Italia con il crollo delle maggiori banche e delle
compagnie di assicurazione. Però a ben guardare, dentro il
comunicato di Moody's che solo verso le 19 un anonimo portavoce ha
cercato di ammorbidire, c'era una significativa novità.
Nelle dieci paginette si parlava infatti anche delle
banche irlandesi e inglesi, e questa citazione dovrebbe far
rizzare i capelli perché chiama in causa i dati spaventosi del
debito che pesa su questi stati. Quest'anno il deficit di bilancio
di Irlanda e Gran Bretagna è stato pari a quello della bistrattata
Grecia (12% rispetto al Pil), ma non basta perché la situazione
più grave in tutto il mondo è quella dell'Inghilterra che non solo
ha avuto un deficit di bilancio del 12,6%, ma è il paese con più
debiti al mondo: 469% del prodotto interno lordo.
A poca distanza segue il Giappone che non sta messo molto
meglio (459% sul Pil per i debiti totali).
Rispetto a questi dati il debito pubblico italiano del
120% rispetto al Pil è assolutamente modesto ed è questa la
bandiera che sventola Giulietto Tremonti quando difende la
stabilità del nostro Paese. Anche lui ieri si è sdegnato per le
dieci paginette di Moody's, ma per la prima volta ha ammesso
davanti alla Camera deserta che il rischio del contagio esiste.
Se qualcuno vuole spingersi più in là deve guardare al
vero malato del pianeta, cioè agli Stati Uniti dove il debito
complessivo (360% del Pil) e il debito pubblico sono da allarme
rosso. È in rosso il bilancio federale, ma anche quello degli
stati dell'Unione (180 miliardi di deficit) e di molte città come
Los Angeles dove ieri tra l'altro sono finiti i soldi.
Per non parlare poi dei debiti delle agenzie pubbliche di
mutui immobiliari FannyMae e FreddyMac che assommano a 5mila
miliardi, e soprattutto della necessità di finanziare nei prossimi
anni le pensioni e la sanità per circa 41mila miliardi di dollari.
I fondi pensione americani sono andati a picco. Secondo una
ricerca appena pubblicata dalla Stanford University, lo squilibrio
tra il patrimonio dei soli fondi pensione dei dipendenti pubblici
della California e le prestazioni da erogare è di 500 miliardi di
dollari (come ricordava giorni fa l'economista Vladimiro Giacchè
in un articolo pubblicato su "Il Fatto").
Con questa montagna di debito pubblico si può ipotizzare
che in un prossimo futuro gli Usa e la Gran Bretagna potrebbero
subire dai ragazzi di Moody's e di Standard&Poor un abbassamento
del la loro pagella. E l'esito delle elezioni inglesi appena
concluse fa pensare a uno stallo politico inquietante che lascia
un varco immenso per un attacco in gran forze alla sterlina e al
debito inglese.
In pratica si potrebbe ripetere lo scenario del '92
quando George Soros mandò a picco la moneta della Regina. Gli
elettori della Gran Bretagna hanno scelto di non scegliere (come
scrive oggi Andrea Romano sul "Sole 24 Ore") e questa instabilità
può alimentare un contagio di dimensioni apocalittiche.
Se questo avverrà la crisi del debito sovrano
attraverserà l'Oceano e finirà in quell'America che tre anni fa ha
mandato a picco Wall Street e messo in crisi l'economia del mondo.
In pratica potrebbe finire dove tutto è cominciato, cioè
nell'Impero del Debito.
A questo punto c'è da chiedersi che cosa potrebbe
succedere in Italia nei prossimi mesi. Mettiamo da parte la
supponenza di alcuni economisti come Giacomo Vaciago che ancora
ieri sera nello studio di Sky ironizzava sulla Grecia ("ci sono
voluti sei mesi per scoprire le loro truffe") e sulla Germania
dove i politici parlano troppe lingue. E dimentichiamo anche le
ovvietà di quell'altro economista dalla cravatta di seta rosa Gian
Maria Gros Pietro, che dopo aver lasciato la poltrona di
Autostrade, nello studio televisivo di Sky strizzava l'occhio alla
bravura di Giulietto Tremonti.
Piuttosto c'è da chiedersi se nelle condizioni della
finanza pubblica italiana che ha retto per la barra dritta del
ministro di Sondrio, si possa attuare la riforma delle riforme,
quel federalismo fiscale che sta tanto a cuore al Carroccio. C'è
chi ne dubita, e tra questi l'economista fighetto della Bocconi,
Tito Boeri, che in un articolo su "Repubblica" spiega chiaramente
come in una congiuntura di questo tipo il federalismo fiscale
potrebbe essere archiviato.
Soprattutto - spiega Boeri - perché finora il governo ha
pensato con Giulietto Tremonti di stringere i cordoni e mettere il
fieno in cascina per realizzare la riforma, ma non ha spiegato
quanto costa questa rivoluzione che sta tanto a cuore a Umberto
Bossi. Di fronte a un dilemma di questo genere Giulietto appare
forte e debole al tempo stesso. È forte per il rigore che lo
stesso Boeri gli riconosce nella gestione della spesa, ma è debole
perché se non porta avanti la riforma delle riforme il primo a
mollarlo saranno i suoi amici della Lega.
Un discorso a parte merita infine il mondo delle grandi
banche e dell'Abi. Lo spettacolo che stanno dando queste
roccaforti del credito è sconcertante. Mentre il titolo di
IntesaSanPaolo veniva sospeso in Borsa, ieri pomeriggio il
presidente Bazoli ha speso il suo tempo in un lungo colloquio per
convincere Rosalba Casiraghi e altri riottosi consiglieri a
sciogliere il nodo della penosa battaglia con i torinesi del
SanPaolo. Da parte sua Alessandro Profumo tace e non lo fa certo
per pavidità, ma perché trema all'idea che il vento dell'Ovest e
il vento dell'Est travolgano il suo impero.
Milioni di risparmiatori guardano ai colossi delle banche
che in pochi giorni hanno perso un quarto del loro valore
patrimoniale e qualche stupido si aspetterebbe che l'Abi lanciasse
qualche messaggio di fiducia verso chi non sa se i propri risparmi
diventeranno spazzatura. Ma questo è chiedere troppo al vetusto
Corrado Faissola perché in questo momento gli traballa la poltrona
per colpa del boccoluto Mussari di MontePaschi e del candidato
dell'ultima ora, Giampiero Nattino, il presidente di Banca Finnat.
Il mondo delle banche è troppo preso dalle proprie beghe per lanciare una
campagna di fiducia e spendere qualche euro sui giornali per dare
un segno di tranquillità.
Accontentiamoci quindi delle parole di Draghi, di
Giulietto Tremonti e perfino di Berlusconi che ieri è riuscito a
distrarsi per un attimo dalle beghe di Sciaboletta Scajola e di
Denis Verdini. E speriamo che Moody's, l'agenzia creata dal
piccolo John agli inizi del ‘900, non porti l'Italia, l'Europa e
l'America dentro l'abisso. Con la faccia tosta che distingue i
suoi manager già questa mattina ha detto che l'Italia non è tra i
paesi più a rischio.
Anche gli
untori hanno un'anima. [07-05-2010]
|
#1- LE GRANDI BANCHE AMERICANE CONTINUANO A TRUCCARE I
CONTI. E NON DI POCO: ABBELLISCONO I PROPRI BILANCI
NASCONDENDO IL 42% DEI PROPRI DEBITI - #2- UNA TRUFFA? IN
QUALUNQUE PAESE OCCIDENTALE SÌ. ACCADESSE IN ITALIA, IN
GERMANIA O IN SVIZZERA, TUTTI GRIDEREBBERO ALLA SCANDALO. MA
IN AMERICA NO - #3- DALLE PARTI DI OBAMA, TUTTI FANNO FINTA
DI NIENTE E I MANAGER INCASSANO SUPERBONUS – SONO GLI STESSI
TRUCCHETTI CHE HANNO PORTATO AL TRACOLLO DELLA BANCA
D'AFFARI LEHMAN BROTHERS, E NESSUNO FA NIENTE PER BLOCCARLI
-
Marcello Foa per "il Giornale"
La
grandi banche americane continuano a truccare i conti. E non
di poco: abbelliscono i propri bilanci nascondendo il 42%
dei propri debiti qualche ora prima della presentazione dei
risultati trimestrali. Una truffa? In qualunque Paese
occidentale sì. Accadesse in Italia, in Germania o in
Svizzera, tutti griderebbero alla scandalo. Ma in America
no.
Dopo
il crash della Lehman, le autorità americane promisero
l'inizio di una nuova era per arginare gli eccessi e
impedire gli abusi che nell'ottobre 2008 portarono il mondo
sull'orlo della catastrofe finanziaria. In realtà nulla è
cambiato. Nulla. Non solo le grandi riforme sono rimaste nel
cassetto, ma né l'amministrazione Obama, né il Congresso, né
le autorità di controllo di Borsa in questi 18 mesi hanno
trovato il tempo per modificare alcune semplicissime norme,
che avrebbero consentito, da subito, più trasparenza e
correttezza. Così il Repo 105, come viene chiamato
l'accorgimento che consente agli istituti americani di
falsare i bilanci, è rimasto in vigore.
La
notizia, incredibile, è stata rivelata dal Wall Street
Journal, che ha citato fonti della Federal Reserve. E non è
stata smentita. Negli ultimi cinque trimestri, i principali
istituti statunitensi e in particolare Goldman Sachs, Morgan
Stanely, JP Morgan Chase, Bank of America, Citigroup (ovvero
i soliti noti) hanno abbassato artificialmente il proprio
livello di indebitamento.
Il
meccanismo funzionava così: ogni tre mesi, nell'imminenza
della presentazione dei conti i debiti, venivano mascherati,
utilizzando accorgimenti contabili per sopravvalutare le
sofferenze o, addirittura, piazzando quelle più ingenti
fuori bilancio. In questo modo la dirigenza della banca
riusciva a presentare agli analisti conti molto migliori del
previsto. Passata la prova, il bilancio veniva rimesso in
ordine, salvo ripetere lo stesso giochino tre mesi dopo. Con
il consenso della Federal Reserve, che chiude gli occhi da
nove anni.
Già,
perché la pratica è tollerata dal 2001, sebbene sia
diventata diffusa e sistematica solo dalla fine del 2008. Si
spiega così la performance degli istituti di credito, che
pur non avendo ricapitalizzato e a dispetto, di nuove
colossali sofferenze (vedi la voragine dei mutui sugli
immobili commerciali), sono tornate ad essere
miracolosamente in salute, trainando al rialzo il Dow Jones,
che venerdì ha superato quota 11mila.
Proprio questa settimana le banche presenteranno i conti e
non è difficile prevedere, come già annunciano gli analisti,
nuove piacevoli sorprese. Per gli azionisti e, ovviamente,
per i manager delle banche che dopo aver incassato nel 2009
bonus per 149 miliardi di dollari, già assaporano un'altra
annata da ricordare. D'altronde chi non sarebbe capace di
macinare utili se avesse l'opportunità di accantonare al
momento giusto quasi la metà del proprio debito?
Nel
fine settimana alcune banche hanno reagito all'articolo del
Wall Street Journal. Goldman Sachs ha precisato che la
riduzione del debito è stata di appena il 24%; Jp Morgan non
ha indicato cifre ma ha spiegato che il 42% citato dal Wall
Street Journal era a suo giudizio esagerato; Bank of America
ha assicurato che i suoi sforzi per equilibrare il debito
erano «appropriati» e ha spiegato che l'investitore può
consultare liberamente anche i dati sull'indebitamento
medio. Tutte hanno dichiarato di essere perfettamente in
regola. E il dramma è che lo sono davvero.
La Sec, ovvero l'ente di controllo di Borsa, lascia correre,
come, peraltro, faceva con Madoff e Bear Stearns e Lehman
Brothers. Quando quest'ultima saltò per aria, fu accusata di
aver ingannato gli investitori per aver rimosso dal
bilancio, temporaneamente, passivi per ben 50 miliardi di
dollari. Tutti deplorarono l'utilizzo del Repo 105.
È passato un anno e mezzo e il Repo 105 è più in voga che
mai. Lo usano ben 18 istituti. I più grandi, più
prestigiosi, quelli che fanno tendenza. Tra gli urrah di
Wall Street. Una situazione a dir poco sconcertante.
[12-04-2010]
|
obama ha osato l'inosabile: sbattere al muro l'intoccabile
goldman sachs - non solo una banca d'affari ma la più
potente lobby al mondo della finanza, mostruosa "loggia
massonica del denaro" che ha sfornato, alla faccia del
conflitto di interessi, ministri e governatori, che avevano
il compito di combattere ciò che avevano creato (derivati e
subprime), capace anche di bruciare rivali come Lehman BRos.
mandando a ramengo l'economia globale...
Massimo Gaggi per il
Corriere della Sera
«Sempre più debiti, sempre più esposizione nel sistema.
Prima o poi tutto l'edificio verrà giù. In mezzo a questa
sarabanda di transazioni esotiche, messe in piedi senza
nemmeno capire la loro mostruosità, sopravvivrà solo il
fabulous Fab». Così si firmava in una delle sue mail Fabrice
Tourre, giovane vicepresidente della Goldman Sachs
incriminato per frode, insieme alla sua banca, la più
prestigiosa istituzione di Wall Street. Almeno fino a ieri.
In
un Paese sano non ci sono centri di potere intoccabili. La
decisione presa dalla Sec, la Consob Usa, di incriminare il
sancta sanctorum della finanza americana dimostra che - con
tutti gli errori e le cadute - gli Stati Uniti hanno ancora
un sistema immunitario che funziona, con meccanismi di
controllo e di bilanciamento dei poteri che ha pochi uguali
nel mondo.
L'Amministrazione Obama era stata accusata di aver
rinunciato a perseguire i responsabili del disastro
finanziario che ha fatto precipitare l'America e il mondo
nella più spaventosa recessione degli ultimi 80 anni: un
presidente che abbaia alla luna accusando Wall Street mentre
salva le banche coi soldi dei contribuenti.
Comincia a emergere una realtà diversa: non solo quei
salvataggi si stanno rivelando assai meno onerosi del
previsto, ma cominciano ad arrivare a destinazione anche le
indagini delle istituzioni di controllo del sistema.
Authority non ancora riformate dal Congresso - fin qui
bloccato da conflitti politici e dalla guerriglia delle
lobby finanziarie - ma che, affidate a una nuova generazione
di professionisti, hanno ricominciato a muoversi con
determinazione, a indagare in modo accurato.
Goldman Sachs, legittimamente, rivendica la correttezza dei
suoi comportamenti. Ma, negando che con le sue gigantesche
speculazioni sui mutui subprime e le scommesse fatte contro
gli investimenti eseguiti per conto dei suoi stessi clienti
si è infilata in un gigantesco conflitto d'interessi,
l'istituto si illude di vivere ancora in un mondo disposto a
considerarlo al di sopra di ogni sospetto. Un mondo nel
quale per decenni i capi della banca sono diventati ministri
repubblicani o democratici (il governatore della Banca
d'Italia Mario Draghi, che ha lasciato la Goldman nel 2005,
non si è mai occupato delle vicende divenute oggetto di
indagine).
Il
clima oggi è completamente diverso: un cambiamento che
sicuramente giunge in ritardo, visto che in passato i moniti
non erano mancati. A partire dalla fine degli anni 80 quando
John Kenneth Galbraith invitò a non riprodurre a Wall Street
i meccanismi della moltiplicazione dell'esposizione
finanziaria che avevano provocato il Grande Crollo del 1929.
Allora, come ricostruito dall'economista nel suo celebre
saggio su quella crisi, una delle principali responsabili
del disastro fu proprio la Goldman, con i suoi investment
trust, piramidi finanziarie verso le quali venivano
indirizzati gli investitori, mai informati che all'interno
di quelle costruzioni c'era solo il vuoto.
Dopo il crollo le piramidi furono messe fuorilegge, ma la
fantasia finanziaria ha inventato sostituti che sono andati
proliferando man mano che a Wall Street si è diffusa
un'avidità non contrastata dal sistema dei controlli.
Goldman ha sempre negato di essere stata contagiata da quel
clima.
Ma
l'inchiesta del «superpoliziotto » della Sec, Robert Khuzami,
la smentisce. E la mail di Tourre sembra l'epitaffio di
tutto un modo di fare finanza e, forse, anche di un intero
gruppo dirigente..
[17-04-2010]
GOLDMAN DE NOANTRI – NON NE PERDIAMO UNA. DI TRUFFA. È
ITALIANO IL TESTE CHIAVE NELL’INCHIESTA SULLA BANCA D’AFFARI
USA – L’IRRESISTIBILE ASCESA DI PAOLO PELLEGRINI, DALLA
PASSIONE PER IL JAZZ ALL’INTUIZIONE DEL CROLLO IMMOBILIARE
CHE SOMMERSE DI DENARO LUI E IL SUO CAPO JOHN PAULSON –
CONTRO DI LORO NESSUNA CONTESTAZIONE (E PELLEGRINI SI GODE
LA VITA TRA LE BERMUDA E L’UPPER WEST SIDE DI NEW YORK) MA
AVREBBERO SUPPORTATO LA GOLDMAN NELLE OPERAZIONI CONTESTATE…
Massimo Gaggi per "il
Corriere Della Sera"
Da
giovanissimo attivista del partito radicale e DJ nei locali
jazz a miliardario che, ad appena 52 anni, può permettersi
di passare gran parte del tempo nella villa a Bermuda e che
con gli amici parla della sua Ferrari F430 color argento
come di una supercar «entry level». In mezzo, il trampolino
della Business School di Harvard e una carriera finanziaria
inizialmente stentata: licenziato da due banche d'affari,
fra cui Lazard, perche considerato poco abile nella vendita
di prodotti finanziari alla clientela.
Poi
il decollo quando questo finanziere milanese (ma nato a
Roma, figlio di scienziati che lo hanno cresciuto a
pianoforte e studi classici) diventa il braccio destro di
John Paulson, il gestore di «hedge fund» di maggior successo
dell'ultimo decennio, l'uomo che ha guadagnato in due anni 9
miliardi di dollari scommettendo sul crollo del mercato
immobiliare.
Fino a
due giorni fa Paolo Pellegrini era l'analista e «trader» di
grande successo che coi suoi studi sul mercato della casa
Usa aveva confermato coi dati l'intuizione di Paulson: che
nel settore immobiliare si era formata una grossa bolla
inevitabilmente destinata ad esplodere.
Sulla base di quelle analisi nel 2007 Paulson rischiò il
tutto per tutto scommettendo su un crollo del mercato
immobiliare: comprò Cds (sostanzialmente polizze
assicurative) su 25 miliardi di dollari di titoli
obbligazionari basati su pacchetti di mutui immobiliari.
Molti
banchieri di Wall Street lo giudicarono un folle, ma quando
il mattone crollò davvero, Paulson si ritrovò sommerso dal
denaro guadagnato. E fece ricchi anche gli altri investitori
e i manager del suo fondo, a cominciare proprio da
Pellegrini.
In
«The Greatest Trade Ever», un libro sulle avventure
finanziarie di Paulson pubblicato alla fine del 2009 da Greg
Zuckerman, un giornalista del «Wall Street Journal», si
racconta della sorpresa della moglie di Pellegrini a fine
2007 quando, in vacanza nell'isola di Anguilla, andando a
prelevare un po' di contante da un Bancomat scoprì che
Paulson aveva appena accreditato sul suo conto 45 milioni di
dollari come anticipo sul «bonus» di fine anno.
Del
finanziere milanese, descritto da chi lo conosce bene come
un uomo di spessore, capace di analisi approfondite e di
giudizi taglienti («ho fiducia zero in quello che la Fed sta
facendo», ha risposto qualche mese fa a chi gli chiedeva un
giudizio su Bernanke), oggi si parla, però, soprattutto per
una vicenda giudiziaria: l'importanza che le sue deposizioni
avrebbero avuto nella decisione - presa venerdì dalla Sec,
la Consob americana - di incriminare la Goldman Sachs per
frode civile.
In
realtà Pellegrini, che nel frattempo ha lasciato il fondo di
Paulson e si è messo in proprio (PSQR è il curioso nome
della «boutique» finanziaria da lui creata 18 mesi fa),
sarebbe solo uno dei testimoni ascoltati dalla Sec. Ma è
stata la sua la deposizione-chiave. Risalente addirittura
alla fine del 2008.
Il
finanziere, che in questo periodo è nell'isola in mezzo
all'Atlantico, non parla coi giornalisti: rinvia a una
società di consulenza che lo rappresenta. È, comunque,
chiaro che quella di Pellegrini è stata la testimonianza di
un protagonista che ha vissuto in prima persona il successo
della scommessa speculativa sul mercato immobiliare e che ha
anche avuto un ruolo importante nel gestire queste
operazioni finanziarie insieme alla Goldman Sachs e allo
stesso Fabrice Tourre, il vicepresidente incriminato dalla
SEC.
Mentre, però, la Goldman è finita sotto accusa - non per
l'operazione finanziaria in sé ma per aver tradito la
fiducia dei suoi clienti - la SEC ha precisato di non aver
individuato alcun comportamento illecito da parte della
Paulson & Co.
Anche se il caso SEC-Goldman e riflettori della stampa
certamente lo mettono in difficoltà, Pellegrini e la sua
terza moglie, Henrietta, sembrano insomma poter continuare
tranquillamente a godersi, tra Bermuda e l'appartamento
dell' Upper West Side di New York, la ricchezza messa da
parte soprattutto grazie a una tabella: quella con le
cifre-chiave dello studio sul mercato del mattone.
Pochi
numeri: crescita media dei valori immobiliari dell'1,4%
l'anno dal 1975 al 2000. Crescita media annua del 7% dal
2000 al 2005. Mercato che deve perdere il 40% per cento per
tornare ai suoi trend storici. Una specie di uovo di
Colombo.
[19-04-2010]
I
’grandi’ del mondo contro GOLDMAN spectre – anche bill
clinton, che nominò il capo della banca d’affari suo
ministro del Tesoro, fa autocritica: "Dicevano che non era
il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti
erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che
sarebbero stati trattati solo da pochi investitori
specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta" -
Una situazione senza precedenti con la Goldman che rischia
di finire in un gorgo di richeste di indennizzo...
Massimo Gaggi per "il
Corriere Della Sera"
I
«grandi» del mondo contro Goldman Sachs, la banca d'affari
che per decenni ha dato i suoi uomini al governo Usa e a
quelli di mezzo mondo, conquistandosi il nomignolo di «Government
Sachs»: un istituto che aveva costruito una posizione di
potere apparentemente inattaccabile.
Dopo l'incriminazione per frode decisa venerdì scorso dalla
Sec, la Consob americana, il premier britannico Gordon Brown
si è detto «scioccato per la bancarotta morale delle banche
d'investimento» e ha chiesto alle sue autorità di vigilanza
(che pare siano già al lavoro) un'«indagine speciale» sulle
attività della Goldman in Gran Bretagna, mentre anche la
Germania si muove: il portavoce del cancelliere Angela
Merkel ha detto che l'«authority» finanziaria tedesca
chiederà notizie alla Sec e poi deciderà se procedere contro
Goldman per gli affari nelle quali istituzioni finanziarie
come Ikb, poi salvata dalla finanziaria pubblica di Berlino
Kfw, hanno perso centinaia di milioni di euro.
L'offensiva dei governi europei potrebbe estendersi anche a
Parigi, per ora più cauta, forse anche perché alcune sue
banche d'affari - soprattutto Calyon e Société Générale -
sono sospettate di aver condotto in passato speculazioni
molto avventate usando i famigerati CDO: i derivati
«sintetici» del caso Goldman.
Ma
il tonfo della «caduta degli dèi» di Wall Street si fa
sentire soprattutto negli Usa. Barack Obama e il ministro
del Tesoro, Tim Geithner, hanno evitato di commentare
l'accusa di frode mossa all'istituto guidato da Lloyd
Blankfein, ma da venerdì premono sull'acceleratore
dell'approvazione della riforma del sistema finanziario fin
qui bloccata soprattutto dalla pressione delle lobby
bancarie. Già domani dovrebbe riprendere la discussione del
provvedimento.
Se
il governo tace, affermazioni contro la «filosofia Goldman»
che hanno del clamoroso vengono da un altro grande
personaggio: Bill Clinton. L'ex presidente che anche nei
periodi più neri della crisi aveva sempre difeso le sue
riforme degli anni '90 ispirati alla logica del laissez
faire e le scelte fare da Robert Rubin, il capo di Goldman
che era diventato suo ministro del Tesoro, ieri ha cambiato
rotta, giudicando errate le analisi dello stesso Rubin e di
Larry Summers, l'altro suo ministro del Tesoro che oggi è
alla Casa Bianca come consigliere di Obama: «Dicevano che
non era il caso di regolamentare i derivati perché questi
prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da
gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi
investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a
dargli retta».
Il
tardivo pentimento di Clinton è una specie di epitaffio
sull'era del potere illimitato dei grandi banchieri
d'affari. Ora il pendolo rischia di muoversi in modo
esagerato in senso opposto, quello della demagogia e degli
attacchi a testa bassa motivati da interessi elettorali:
difficile, nel caso della sortita di Brown, non pensare alle
imminenti (6 maggio) elezioni britanniche che lo vedono
indietro nei sondaggi.
E
anche per Obama il caso Goldman è un'occasione preziosa non
solo per scardinare la resistenza delle lobby e dei
repubblicani sulla sua riforma finanziaria, ma anche per
dirottare su un altro bersaglio, a pochi mesi dalle elezioni
di «mid term», il malumore che ha investito il governo,
soprattutto l'impopolarità della riforma sanitaria.
Da
oggi, insomma, Goldman fa i conti anche con un
«establishment» improvvisamente ostile. Ma ci saranno anche
problemi finanziari. L'iniziativa della Sec apre, infatti,
la porta a una serie, potenzialmente interminabile, di
richieste di risarcimento, a cominciare da quella della
Royal Bank of Scotland (ormai posseduta all'84% dal governo
di Londra) che, quando acquistò l'olandese ABN Amro, pagò
840 milioni di dollari per chiudere la partita
dell'esposizione assicurativa sui titoli delle operazioni
ora incriminate dalla Sec.
Una
situazione senza precedenti con la Goldman che rischia di
finire in un gorgo di richeste di indennizzo proprio mentre
la Sec l'accusa di tradire la fiducia dei clienti. E ora
potrebbe toccare anche ad altre banche: «Quella che è venuta
fuori - ha detto ieri James Hackney, decano della Law School
della Northwestern University - è solo la punta
dell'iceberg». Venerdì, dopo l'annuncio della Sec, Goldman
ha perso il 13%, ma anche gli altri titoli bancari hanno
sofferto.
Oggi, alla riapertura, andrà verificato il nervosismo dei
mercati. Secondo fonti finanziarie e alcune inchieste
giornalistiche, i derivati «sintetici» ad alto rischio come
quelli maneggiati dalla Goldman sono stati usati con
disinvoltura anche da istituti europei, da Ubs a Deutsche
Bank, ma soprattutto dai giganti Usa: Merrill Lynch, Citi e
quella JP Morgan fin qui giudicata più saggia e prudente.
2- IO,
SOPRAVVISSUTO A QUELLA BANCA ORA DICO: IL DENARO NON È TUTTO
Dal "Corriere della Sera"
In
una mail al Corriere un giovane (che chiede di non
pubblicare il suo nome) racconta la propria esperienza in
Goldman Sachs e gli eccessi della corsa al denaro.
"Alla competizione in ufficio sono abituato. All'ambizione,
anche. Lavoro in un settore, la finanza, in cui tutto ciò è
all'ordine del giorno. Ma non me ne sento schiavo, non mi
ingozzo di medicinali per rendere di più. E non sono uno di
quelli che si vantano di aver passato 60 ore in ufficio
senza dormire. Per me lavoro vuole dire responsabilità,
impegno e serietà. Non sono disposto a inguaiare il prossimo
pur di avvantaggiare l'azienda.
Certo, conosco le logiche dei profitti, so che competizione
e ambizione sono necessarie per un risultato di squadra. Ma
so anche che quando me ne andrò, visto che ormai credo di
lasciare, avrò in dote una maglietta. Una specie di simbolo
di chi decide di tornare a vivere. Recita: «I survived
Goldman Sachs». Perché sono stufo di dover vivere attaccato
al blackberry, di controllare la posta 4 o 5 volte al
minuto. Anche altri mestieri hanno ritmi folli, è vero. Ma
ciò che muove la baracca per loro non è, come per noi,
sempre e solo il denaro.
JPMorgan Chase
Il
nostro lavoro crea dipendenza. Spesso rifletto su come i
giovani siano stati manipolati nell'intraprendere questa
carriera. Le società finanziarie sembrano le uniche a
investire sui giovani e spendere sulla loro formazione. E
soprattutto pagano. La freschezza e la spregiudicatezza dei
giovani, scevra della prudenza senile, sono ingredienti su
cui vale la pena investire. Essi accettano, si battono per
il sogno che gli è stato inculcato, un sogno di denaro e
potere. E in Goldman conta solo la brama di vivere tutto,
avere tutto. Ora lascerò: per fortuna ne ho le possibilità".
[19-04-2010]
IL
GOLDMAN DELLA CASA BIANCA – IL PIO OBAMA SI RICORDI CHE DEVE
LA SUA PRESIDENZA ANCHE AL MAXI FINANZIAMENTO RICEVUTO DALLA
TRUFFATRICE GOLDMAN (1Mln $) – LA BANCA D’AFFARI, CHE
CONTROLLA I GOVERNI DI MEZZO MONDO, PER DIFENDERSI ASSUME
L’EX CONSIGLIERE LEGALE DI BARACK (CHE CONOSCE A FONDO
L’AMMINISTRAZIONE GOVERNATIVA E WASHINGTON) - INSOMMA:
OBAMA, ATTENTO AL RINCULO…
Dal "Foglio"
Tre
miliardi e quarantasei milioni di dollari. Ecco i profitti
di Goldman Sachs nel primo trimestre del 2010, il novantuno
per cento in più rispetto a quanto guadagnato un anno fa, un
utile grandioso, al di sopra delle aspettative, con parziale
recupero sui valori di Borsa. Ma non è il momento delle
celebrazioni, anzi. Da giorni non si fa che parlare di
"Goldman Sec", cioè dell'accusa di frode da parte della
Consob americana, la Sec, ai danni di Goldman.
"Sono
questi utili moralmente accettabili?", si chiedevano due
giorni fa alcuni commentatori su Fox News, quando ha
iniziato a correre voce che i profitti di Goldman sarebbero
stati sorprendenti.
Dopo
tanto faticare per rimettere insieme i cocci dell'immagine
della banca l'anno scorso - quando è emerso chiaramente che
Goldman aveva più o meno dettato l'agenda economica dei
bailout all'Amministrazione americana - si ricomincia da
capo, con in più questa volta un'azione legale che potrebbe
non portare da nessuna parte in termini concreti ma che
riapre il processo contro le grandi banche e il loro ruolo
nello choc finanziario del 2008.
Il
governo inglese e quello tedesco hanno iniziato la loro
battaglia contro Goldman, mentre le altre banche - a
cominciare da Jp Morgan di Jamie Dimon, soprannominato "il
banchiere di Obama" - temono l'effetto contagio. Per
difendersi Goldman ha assunto nientemeno che Greg Craig, ex
consigliere legale di Barack Obama, l'uomo che avrebbe
dovuto dare i suggerimenti decisivi per chiudere Guantanamo
e che poi è stato licenziato in tronco alla fine del
novembre scorso.
Uscito
dalla Casa Bianca, Craig si è messo a lavorare come avvocato
nello studio legale Skadden Arps e da lì è stato assunto da
Goldman perché - come ha detto una fonte a "The Politico" -
"conosce nel profondo i processi legali e il mondo di
Washington".
Soprattutto conosce bene il Partito democratico e
l'Amministrazione Obama e può essere utile nel momento in
cui si sta discutendo una riforma che vuole regolamentare
Wall Street e i derivati, una delle fonti di profitto più
importanti delle grandi banche d'investimento. L'assunzione
di Craig è l'ennesima dimostrazione delle "porte girevoli"
esistenti tra Goldman e la politica di Washington,
sintentizzate nella nota formula "Government Sachs".
Il via
vai tra la banca e l'Amministrazione è intenso, ed è il
motivo per cui molti uomini di Obama sono sotto accusa per
la loro incapacità di punire i comportamenti irresponsabili
di Wall Street. La questione "Goldman Sec" è pericolosa
anche per Obama. Da un lato il presidente sponsorizza la
riforma al Congresso, che ha avuto un rilancio grazie
proprio all'azione della Sec (i complottisti segnalano un
tempismo sospetto), e domani sarà a New York per perorare la
causa della riforma: "Wall Buster", titola a caratteri
cubitali il New York Post segnalando la volontà di Obama di
far guerra a Wall Street.
Dall'altro però Goldman Sachs ha finanziato la campagna
elettorale del presidente con quasi un milione di dollari,
la cifra più alta mai data da un'unica istituzione a un
politico da quando è stata introdotta la riforma dei
finanziamenti elettorali. Ieri Drudge Report, irriverente
come è suo costume, titolava: "Obama restituirà i 994.795
mila dollari ricevuti da Goldman?".
La
Casa Bianca sa che la questione è radioattiva: la riforma va
fatta, va cercato almeno un voto repubblicano al Senato che
al momento pare introvabile, ma allo stesso tempo si devono
salvaguardare i rapporti con Wall Street. Simon Johnson, ex
economista del Mit e coautore di un libro dal titolo "13
Bankers - The Wall Street Takeover and the Next Financial
Meltdown", ha scritto ieri: "Senza dubbio Dimon, capo di Jp
Morgan, avrà già detto al segretario al Tesoro, Tim Geithner,
che se ‘si demonizzano' le grandi banche, la ripresa sarà
più difficile e si potrebbe mettere a rischio la stabilità
finanziaria in giro per il mondo". Cavalcare l'onda anti
banche non è semplice quando i banchieri sono così ascoltati
dentro l'Amministrazione.
[21-04-2010]
|
REATTORE DELLA NASA AL RILANCIO CHRYSLER...
R.Fi.
per "il Sole 24 Ore" - I tagli di bilancio decisi
dall'Amministrazione Obama hanno allontanato la Nasa dalla
Luna. Tuttavia, anche sulla terra, l'agenzia aerospaziale
americana non sembra avere problemi a trovare sbocchi
applicativi per le proprie tecnologie.
Tanto che dopo il coinvolgimento della Nasa nell'indagine
sui difetti Toyota adesso è arrivata una vera e propria
alleanza nella ricerca automobilistica con l'americana
Chrysler: la casa di Detroit controllata dal gruppo Fiat ha
annunciato una partnership di tre anni per la condivisione
di informazioni relative a tecnologie avanzate in diverse
aree di interesse comune, dall'ingegneria dei materiali alla
robotica, dai sistemi radar alle batterie e mezzi di
conservazione dell'energia. Le ricadute produttive si
vedranno,ma l'alleanza dà già un contributo eccezionale alla
percezione del rilancio tecnologico in atto alla Chrysler.
28.04.10 |
- USA:
SEC ACCUSA GOLDMAN DI FRODE PER MUTUI SUBPRIME...
(AGI/REUTERS)
- Goldman Sachs e' accusata di frode dalla Sec per la
gestione dei mutui subprime e la vendita dei prodotti
derivati. Goldman, che e' una delle banche che ha avuto meno
danni dalla crisi, e' accusata di aver causato danni agli
investitori per oltre un miliardo di dollari, nascondendo
"informazioni vitali" su Abacus. Anche il maggior
partecipante di Abacus, Paulson&Co e' coinvolto e avrebbe
pagato a Goldman 15 milioni di dollari per strutturare il
Cdo (collateralized debt obligation), chiuso il 26 aprile
2007. Poco meno di nove mesi dopo, il 99% del portafoglio
del Cdo era carta straccia. Le azioni di Goldman hanno perso
19,39 dollari con un crollo del 10,5% e quotano 164,88
dollari per azione alle 17 ore italiana.
29.04,10 |
NANCY
SI PRENDE CURA DI OBAMA E INFILA UNA SUPPOSTA AGLI STATI UNITI
D'AMERICA - LA RIFORMA DI OBAMA È TUTT´ALTRO CHE
"SOCIALISTA": GLI USA CONTINUERANNO AD AVERE UN
SISTEMA PREVALENTEMENTE PRIVATISTICO E NON ESISTERÀ UN
SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E GRATUITO. PERCHÉ ALLORA SI
SONO SCATENATE ATTORNO A QUESTA LEGGE PASSIONI COSÌ
IDEOLOGICHE E VISCERALI? - LA NUOVA LEGGE IMPONE NUOVE TASSE
PER I REDDITI SUPERIORI AI 200MILA DOLLARI L´ANNO. CHE COLPIRÀ
MOLTI CETI MEDIO-ALTI CHE SONO POLITICAMENTE MOLTO INFLUENTI E
NON TOLLERERANNO DI PAGARE TUTTO IL COSTO DELLA RIFORMA, CHE
TRA L´ALTRO AGGRAVERÀ ANCHE IL DEBITO PUBBLICO
AMERICANO"
1 - UN SUCCESSO FIRMATO NANCY
Maurizio Molinari per la
Stampa
Dall'iniziativa
a Capitol Hill alle citazioni di San Giuseppe passando per il
duello vinto con Rahm Emanuel e la dura trattativa con i
deputati antiabortisti: nei 250 giorni di battaglia sulla
riforma della Sanità è stata Nancy Pelosi l'alleata di ferro
del presidente Barack Obama.
Quando
a fine giugno il molto malato Ted Kennedy suggerisce a Obama
di prendere l'iniziativa sulla riforma della Sanità e la Casa
Bianca decide di spingere il Congresso a muoversi è la Pelosi
che brucia sul tempo Harry Reid, capo della maggioranza al
Senato, nel presentare il primo testo di legge.
vittoria del si alla riforma sanitaria
È
il 14 luglio e Nancy, eletta in uno dei collegi più liberal
della California, sfrutta il blitz per inserire nel testo
l'opzione publica - cavallo di battaglia dei fan obamiani -
affiancandolo però a alcune norme contro l'elargizione di
fondi per gli aborti che le permettono il 7 novembre di
ottenere il voto favorevole dell'aula con il sostegno dei «Blue
Dogs» moderati.
L'equilibrio
fra approccio liberal alla Sanità e realpolitik sull'aborto
è la ricetta che rispecchia la strategia che Obama ha in
mente ma poi il tutto si infrange al passaggio al Senato perché
qui i democratici prima approvano un testo all'esatto
contrario - senza l'opzione pubblica e con i fondi all'aborto
- e poi il 19 gennaio perdono la supermaggioranza di 60 voti
quando il repubblicano Scott Brown espugna il seggio di Ted
Kennedy in Massachusetts. La Casa Bianca si sente con le
spalle al muro, anche perché i sondaggi anti-riforma si
susseguono.
Obama
tradisce incertezza e a sfruttarla è Rahm Emanuel, capo di
gabinetto, che senza informare Pelosi si riunisce con i «Blue
Dogs» e concorda un testo della riforma ridotto al minimo,
pur di farlo passare. Quando Nancy lo viene a sapere va su
tutte le furie, accusa Emanuel di essere un «minimalista»
che punta a trasformare la riforma in un «Kiddie Care» (cure
per bambini) e preme su Obama fino ad ottenere la ritirata di
Emanuel, la cui sconfitta diviene di pubblico dominio quando
la Casa Bianca non lo include nella delegazione che il 25
febbraio partecipa al summit con i leader del Congresso che si
svolge nella Blair House.
La
rottura con Emanuel è un passaggio difficile per Pelosi perché
fu proprio lui ad affiancarla nella campagna di Midterm del
2006 che portò i democratici alla riconquista del Congresso
ma la Sanità oramai è diventato il terreno sul quale «Madame
Speaker» - il titolo della presidente della Camera - cementa
l'intesa di governo con Obama.
«Molti
ci chiedevano di barattare la riforma con dei passi da bambini
ma Nancy non ha mai accettato» ricorda lo stretto
collaboratore Chirs Van Hollen, deputato del Maryland. E' la
cornice nella quale il presidente, dopo il fallito summit
della Blair House con l'opposizione, decide di puntare sulla
Camera, e non sul Senato, per la riconciliazione dei due
testi.
Da
vera mastina del Campidoglio, oramai liberatasi di Emanuel, è
Pelosi che va a trattare con i «Blue Dogs», cedendo senza
colpo ferire l'opzione pubblica a cui tanto teneva. Nel finale
di partita l'ostacolo che le rimane da superare è il più
duro: Bart Stupak, il deputato del Michigan capofila degli
antiabortisti sostenuto dalla Conferenza episcopale americana.
Per
superarlo mette sul piatto la propria identità di
italoamericana con le radici nella cultura cattolica e si fa
riprendere dalle tv mentre indica in «San Giuseppe il
Lavoratore» la bussola dell'iniziativa sulla riforma, citando
a più riprese la necessità cristiana di «aiutare i poveri e
i bisognosi» con un linguaggio destinato ad ammorbidire le
gerarchie ecclesiastiche alle spalle degli antiabortisti.
Nella
notte fra venerdì e sabato è l'ennesimo colloquio fra Nancy
e Barack sull'aborto che la mossa risolutrice: il presidente
firmerà un ordine esecutivo per proibire l'elargizione di
fondi pubblici all'interruzione della gravidanza che la
riforma della Sanità prevede. È un artificio legislativo
degno della tradizione di Machiavelli ma Nancy ci crede al
punto da affidargli l'ultimo miglio della trattativa, che la
obbliga a disertare l'apertura dei lavori nell'aula e il
giuramento sulla bandiera per «limare assieme linguaggio del
testo del presidente» come lo stesso Stupak si premura di far
sapere.
Con
la battaglia dei 250 giorni oramai in dirittuta d'arrivo
nell'aula della Camera è Patrick Kennedy, figlio di Ted, a
rendere omaggio a chi l'ha condotta senza mai titubare: «Grazie
a Pelosi per la leadership dimostrata». A «Madame Speaker»
non resta che festeggiare, venerdì, i suoi 70 anni.
2 - SABATO: "UNA SVOLTA STORICA MA AL SUO PARTITO
COSTERÀ. GLI AMERICANI DIFFIDANO DELLO STATO, QUESTA LEGGE
COZZA CONTRO LA LORO SENSIBILITÀ"
Arturo Zampaglione per Repubblica
«Se
la riforma sanitaria funzionerà davvero, e non verrà subito
smantellata, Obama avrà raggiunto un risultato storico
eccezionale», ricorda Larry Sabato: «Nessun presidente
democratico dai tempi di Harry Truman era mai riuscito a
ottenere un successo del genere. Ma attenzione: il partito
democratico pagherà anche un prezzo molto alto in termini
politici ed elettorali per questo cambiamento così profondo».
Professore
all´università della Virginia, Sabato è uno dei più noti
(e ascoltati) politologi americani. Ha studiato anche ad
Oxford e ha rapporti assidui con i suoi colleghi europei: è
dunque la persona giusta per affrontare una questione che in
queste ore colpisce tutti gli osservatori stranieri.
La
riforma di Obama è tutt´altro che socialista: gli Stati
Uniti continueranno ad avere un sistema prevalentemente
privatistico e non esisterà un servizio sanitario nazionale e
gratuito. Perché allora si sono scatenate attorno a questa
legge passioni così ideologiche e viscerali?
Professor
Sabato, in Europa verrebbe considerata una riforma blanda;
perché lei parla di cambiamento storico?
«Anche se l´Europa e gli Stati Uniti sono legati a doppio
filo da alleanze, fattori culturali e imprese economiche, c´è
qualcosa di molto diverso tra le nostre due società: gli
americani restano profondamente individualisti, diffidano di
ogni soluzione politica collettiva e hanno una filosofia
anti-statalista. Ciò spiega perché una riforma come quella
di Obama vada a cozzare contro la sensibilità della
maggioranza del paese».
Lei
ha accennato al rischio che la riforma sanitaria possa essere
smantellata. Che significa?
«Che non bisogna farsi illusioni: prima o poi i repubblicani
riconquisteranno la Casa Bianca e il Congresso, e cercheranno
di fare marcia indietro sulla sanità. Non penso che
toccheranno gli aspetti più popolari della riforma, come
quello che proibisce alle compagnie di assicurazione di negare
una polizza a chi ha già una malattia. Ma la destra vorrà
sicuramente modificare i canali di finanziamento previsti
dalla riforma di Obama».
Pelosi
Si
riferisce all´inasprimento fiscale?
«Sì, la nuova legge impone nuove tasse per i redditi
superiori ai 200mila dollari l´anno. Sembra un limite molto
alto, ma in realtà colpirà molti ceti medio-alti che sono
politicamente molto influenti e non tollereranno di pagare
tutto il costo della riforma, che tra l´altro aggraverà
anche il debito pubblico americano».
La
riforma avrà anche contraccolpi elettorali?
«Non ne ho dubbi. Già a novembre vedremo la prima
affermazione repubblicana nel voto di midterm. E anche se
Obama sarà riconfermato per altri 4 anni alla Casa Bianca,
non penso che avrà mai più una maggioranza parlamentare come
quella attuale. Risultato: le altre riforme che ha promesso
stenteranno a passare e il suo margine di operatività
politica sarà molto ridotto».
[22-03-2010] |
MADOFF
PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO – ANCHE IN GALERA RIESCE A
TRUFFARE – IN CELLA LA GIUSTIZIA è VELOCE E FURIOSA:
PESTATO COME UNA ZAMPOGNA – LA VITTIMA DELL’EX FINANZIERE
È UN DETENUTO CULTURISTA, CINTURA NERA DI JUDO, ARRESTATO NEL
2002 DURANTE UN CONFLITTO A FUOCO CON LA POLIZIA…
Francesco Semprini per
"la
Stampa"
Naso
fratturato, costole rotte, tagli ed ecchimosi su tutta la
faccia. Se l'è vista davvero brutta Bernard Madoff quando lo
scorso dicembre, durante l'ora d'aria nella prigione di Butner,
in North Carolina, è finito tra le mani di un energumeno
pronto a farlo a pezzi per farsi restituire i soldi che l'ex
finanziere gli aveva rubato.
Madoff,
condannato a 150 anni per aver architettato una delle più
grandi frodi finanziarie di tutti i tempi, è stato ricoverato
il 18 dicembre nel centro medico dell'istituto: versava in
condizioni piuttosto serie, secondo quanto riferito da alcuni
detenuti. Conferme ufficiali sull'accaduto non ce ne sono. Ira
Sorkin, uno dei legali di Madoff, si trincera dietro il «no
comment». E il Bureau of Prison spiega che l'ex numero uno
del Nasdaq soffriva di vertigini e ipertensione e per questo
sarebbe stato ricoverato.
Le
cose sono andate diversamente, sostengono invece tre compagni
di prigione. Al centro della disputa ci sarebbe stata una
cospicua somma di denaro che l'aggressore avrebbe perso a
causa della truffa di Madoff, un piano criminale da 65
miliardi di dollari, attuato con il famigerato «Schema Ponzi»
e costato agli investitori circa 20 miliardi di perdite nette.
Il violento creditore è un culturista, cintura nera di judo,
arrestato nel 2002 durante un conflitto a fuoco con la polizia
«Da
quando è in prigione ha ripreso ad allenarsi, ed è più in
forma di prima», fa sapere la madre rintracciata da alcuni
media Usa. La sua identità non è nota. «A dicembre, quando
lo abbiamo sentito, Madoff stesso ci ha confermato che non
c'era stata nessuna aggressione. E nessun detenuto sostiene il
contrario», spiega la portavoce dell'autorità penitenziaria
locale.
Accade
spesso però che le vittime di aggressioni all'interno delle
prigioni non sporgano denuncia per non essere bollate come «spie»
o «delatori», col rischio di subire rappresaglie brutali.
Secondo le regole del carcere di Butner, lo scontro è «virtualmente
impossibile», visto che Madoff e il suo aggressore sono
detenuti in bracci diversi. Ma per Kenneth Calvin White, un ex
compagno di cella, i prigionieri di unità diverse possono
venire a contatto durante il giorno.
[19-03-2010] |
PICCOLi
MADOFF CRESCONO (E TI FREGANO) – UOMO DALLE GRANDI
AMBIZIONI, CON IL MITO DI AL PACINO, ARRIVATO DAL BRONX – IL
SUO MOTTO è DA IMPARARE A MEMORIA: “UN BUON AVVOCATO
CONOSCE LA LEGGE, UN GRANDE AVVOCATO CONOSCE IL GIUDICE” –
RUBANDO 1,6 MLD$, SI È COMPRATO 13 CASE, 24 SUPERCAR, JET E
YACHT - SCOPERTO DALL’FBI, HA COLLABORATO FACENDO ARRESTARE
I MAFIOSI ITALIANI DI MIAMI…
Guido Olimpio per "il
Corriere della Sera"
Alle spalle della scrivania un quadro
con Al Pacino nei panni del Padrino. Su un tavolino, un ovale
di legno con scritto: «Un buon avvocato conosce la legge, un
grande avvocato conosce il giudice». E Scott Rothstein,
legale di grido, di persone ne conosceva davvero tante.
Ricconi, investitori e persone che non amavano comparire.
Gente a posto e tipi poco raccomandabili, tutti però con
denaro a volontà.
Wendell
Rothstein, 47 anni, nato nel Bronx ma
cresciuto in Florida, li ha fregati. Un bel buco che ha scosso
lo Stato del Sole: 1,6 miliardi di dollari. Un piccolo Madoff
con grandi ambizioni. Una volta che lo hanno beccato non ha
avuto scelta. Ed ha fatto il «deal», ha accettato di
collaborare con l'Fbi.
I federali lo hanno usato come
grimaldello per arrivare a Roberto Settineri, mafioso italiano
trapiantato a Miami. Scott è andato dal boss - si conoscevano
da tempo - e gli ha chiesto un aiuto per riciclare del denaro.
Settineri ha accettato. Peccato per lui che l'avvocato avesse
un registratore nascosto sotto la camicia candida. E una
settimana fa l'Fbi e la polizia italiana hanno chiuso la
partita e le manette.
A Rothstein, che sarebbe ancora in
prigione, gli hanno cambiato nome nel timore di vendette. Ora
deve vivere sotto traccia. L'opposto di quanto ha fatto fino a
novembre di quest'anno. Scott non si è fatto mai mancare
nulla. Influente, ossequiato, con i contatti buoni il ragazzo
del Bronx ha costruito un impero di opulenza.
governatore della Florida
Cominciamo dai «tetti»: 13 tra
appartamenti e residenze varie, compresa la comproprietà di
Casa Casuarina, la villa una volta appartenuta a Gianni
Versace. Poi il parco macchine: 24 tra Ferrari (5 esemplari),
Bugatti (2), Lamborghini (3), Bentley e Rolls Royce, più «qualche»
Harley. Ancorato, sotto casa, uno yacht da 5 milioni di
dollari. Parcheggiato a Fort Lauderdale un aereo privato:
prima un Boeing 727, quindi un jet più piccolo. Al polso
quasi sempre un Rolex, uno dei tanti della sua collezione da
un milione di dollari.
Una disponibilità che ha reso felice
la moglie, la bionda Kim, conosciuta nel 2003 ad un barbecue.
La signora Rothstein, 36 anni, mentre i clienti del marito
piangevano per i soldi persi, si lasciava andare alla sua
grande passione: le scarpe. Ne ha acquistate in quei giorni a
bizzeffe. Per centinaia di migliaia di dollari. Nei negozi ma
anche via online in una boutique di Los Angeles che ha tra i
clienti Paris Hilton e Jessica Simpson. Sotto giuramento, la
candida Kim ha confessato: «Spesso le ho acquistate solo per
averle». E la stessa cosa vale per borse griffate e vestiti.
Nel mondo di Scott c'era, ovviamente,
spazio alla politica. Intesa come amicizia interessata.
L'avvocato-confermano i documenti ufficiali -ha finanziato
repubblicani e democratici, con una preferenza per i primi.
Spiccano, ad esempio, i cinquecentomila dollari per l'ultima
campagna del ticket McCain-Palin. Rapporti «trasparenti» e
documentati da tante foto della coppia d'oro insieme ai
notabili della Florida. Rothstein non era mica una figura da
evitare. Anzi, poteva tornare utile. Anche perché piaceva
l'ossessione per la sicurezza. Il suo mega-ufficio era
protetto da telecamere e microfoni nascosti e aveva alcune
uscite segrete. Affari e discrezione.
Ma l'impero, come altri imperi, alla
fine è crollato. Scott deve pensare come non affogare. Fine
ingloriosa per uno che si credeva superman. Una volta gli
hanno chiesto: «Ma quando dorme?». E lui: «Quando sarò
morto». Previsione sbagliata. Adesso - e salvo accordi sotto
banco - lo attendono 100 anni di prigione, dunque avrà tempo
per schiacciare un pisolino.
[22-03-2010] |
RIFKIN
BOCCIA OBAMA – ANCHE L’ECONOMISTA ALL’IDROGENO DELUSO
DAL NUOVO PRESIDENTE: “VOLEVA CAMBIARE IL PAESE CON I
SENTIMENTI MA PER ESSERE VERI LEADER OCCORRE ESSERE SACERDOTE
E AL TEMPO STESSO PROFETA… È UNA FIGURA DI TRANSIZIONE
VERSO LA ‘CIVILTÀ DELL’EMPATIA’…” (MA GUARDA UN
PO’, È IL TITOLO DEL SUO ULTIMO LIBRO)…
Alessandro Barbera per "la Stampa"
In
occasione dell'insediamento di Sonia Sotomayor, primo giudice
ispanico nella storia della Corte Suprema, Barack Obama disse
di sperare in una giustizia capace di unire «intelletto ad
empatia». Per quella battuta la destra repubblicana gli saltò
al collo accusandolo di voler piegare la giustezza delle
regole all'erraticità dei sentimenti. Era la fine di maggio
dell'anno scorso.
«Da
allora non gli ho più sentito pronunciare quella parola».
Jeremy Rifkin, a Roma per promuovere con Mondadori «La civiltà
dell'empatia», è invece convinto che quel sentimento
potrebbe cambiare il corso della storia umana.
Mister Rifkin, lei invoca l'empatia ma la politica resta
anzitutto l'arte del possibile. Questa settimana la Camera
deve dire sì o no all'ennesimo compromesso sulla riforma
sanitaria. Obama ce la farà?
«Un
accordo lo troveranno, ma non sono ottimista sulla sua
efficacia. Conosco bene Washington e le regole che la
governano. Le elezioni sono oggetto di scambio delle
corporation, legate tanto ai repubblicani quanto ai
democratici. Glielo dice uno che non vive sulla luna: i
vertici delle aziende americane sono anche allievi dei miei
corsi. Ma questo non mi impedisce di dire che le leggi
federali le scrivono le lobby. E' tutto un imbroglio».
Lei crede che il presidente americano si giochi la
credibilità in questa partita? E' un passaggio decisivo del
suo mandato?
«Senza
dubbio per Obama è venuta l'ora di cambiare marcia. Se
l'economista Alberto Alesina sostiene che Obama sarebbe
vittima della "sindrome del vigile", io vedo
prevalere un'istinto che definirei "sacerdotale".
Obama ascolta, comprende, rassicura. Ma per essere veri leader
occorre essere sacerdote e al tempo stesso profeta. Obama deve
imporre una visione di lungo periodo, accettare, in nome della
visione, anche l'impopolarità. La riforma del sistema
sanitario americano è un caso esemplare di cosa significhi
essere profeti».
Nel suo libro lei definisce Obama «paladino dell'empatia».
Lo pensa ancora?
«E'
giovane, è un avvocato che ha rinunciato alla ricchezza in
nome degli ideali, deve la sua popolarità alla rete. Questo
ne fa un politico sulla buona strada. Ma temo che non abbia
capito fino in fondo la complessità dei cambiamenti economici
che stiamo vivendo. Anche a causa dei consiglieri che lo
circondano, non ha capito cosa siano il capitalismo
distribuito e sostenibile: la sua scelta a favore del nucleare
ne è la prova. Definisco Obama una "figura di
transizione" verso la civiltà dell'empatia».
Quali sono i cambiamenti che Obama non avrebbe colto fino
in fondo?
«Il
mondo si rimpicciolisce, la conoscenza si espande, le menti
diventano empatiche. Le nuove generazioni, grazie a Skype e
Twitter, condividono con i loro coetanei sparsi per il mondo
le conseguenze di un terremoto o della repressione politica in
Iran. Nel secolo scorso c'era l'utopia, che è per definizione
cinica e realista.
La
politica di domani sarà fondata sull'empatia, che è
consapevolezza della vita e della morte. E' un modo di pensare
che non è né di destra né di sinistra. Su questi temi in
Europa siete molto più avanti. Persone come Romano Prodi o
come il vostro sindaco di Roma hanno molta più consapevolezza
dei cambiamenti che stiamo vivendo».
Si può chiedere ad un presidente americano di essere
rivoluzionario?
«Il
suo lavoro è difficilissimo, lo riconosco. Ma nei suoi primi
mesi di presidenza ha compiuto un grave errore. Quando la
crisi finanziaria era ancora acuta e Wall Street vulnerabile,
Obama avrebbe dovuto imporre una radicale riforma dei
meccanismi di finanziamento della politica.
In
quel momento avrebbe potuto imporre qualunque scelta alle
lobby finanziarie. Invece non ha colto l'occasione e si è
comportato come un politico qualunque. I suoi consiglieri, su
tutti Larry Summers e Tim Geithner, lo hanno spinto a non fare
nulla. Oggi rischia di rimanere intrappolato in quell'errore».
La sua visione del mondo interconnesso è ottimista. Ma
in questi giorni l'Europa, in aperto contrasto con Stati Uniti
e Gran Bretagna, discute l'introduzione di regole restrittive
nei confronti di alcuni prodotti finanziari. Come lo giudica?
E' protezionismo? Oppure è d'accordo con chi dice che in
fondo anche l'economia globale vada in qualche modo regolata?
«Il
modello di capitalismo distribuito, figlio della rivoluzione
tecnologica, muove dall'assunto che, quando gli si dà la
possibilità di farlo, l'uomo è portato a collaborare con gli
altri. E' il capovolgimento della teoria della mano invisibile
di Adam Smith. Finché non si allargherà la fiducia sociale e
non smetteremo di pensare secondo logiche nazionali, non
troveremo la ricetta giusta per regolare l'economia globale».
[18-03-2010] |
CROLLO
LEHMAN: UNA STORIA VERA – UN LIBRO SPIEGA COME HENRY
PAULSON, EX NUMERO UNO DI GOLDMAN E SEGRETARIO AL TESORO PER
BUSH FECE FALLIRE IN 30 GIORNI LA QUARTA BANCA USA, DIVENTATA
IL SIMBOLO DELL’AVIDITÀ DI WALL ST. - LE FAMIGLIE SAUDITE
ERANO AL CORRENTE E SAPEVANO CHE AVREBBERO DOVUTO CHIUDERE
OGNI POSIZIONE AL PIÙ PRESTO…
Fabrizio
Goria per
"il
Riformista"
Lehman
Brothers era la quarta banca americana. Nell'arco di 30
giorni, fra l'agosto e il settembre 2008, è diventata
l'emblema dell'avidità di Wall Street. Con un fallimento da
oltre 630 miliardi di dollari, la banca guidata da Richard
Fuld ha creato la peggiore spirale endemica di svalutazioni
dai tempi della Grande Depressione.
Si
dice che Fuld «non poteva non Lehman Brothers era la quarta
banca americana. Nell'arco di 30 giorni, fra l'agosto e il
settembre 2008, è diventata l'emblema dell'avidità di Wall
Street. Con un fallimento da oltre 630 miliardi di dollari, la
banca guidata da Richard Fuld ha creato la peggiore spirale
endemica di svalutazioni dai tempi della Grande Depressione.
Si
dice che Fuld «non poteva non essere al corrente» dei
trucchi contabili che avvenivano nel back office con la
connivenza delle società di revisione. Il supervisore
dell'indagine, Anton Valukas, spiega che «le macchinazioni
erano immense». L'impressione è che tutti sapessero tutto,
anche se nessuno osava dire qualcosa. Almeno fino a quando il
castello di carte costruito intorno a Lehman non venne fatto
crollare.
Per
capire cosa successe in quei giorni di fuoco non serve
analizzare le oltre 2.000 pagine di indagine conoscitiva della
Us Securities and Exchange Commission (Sec), il cane da
guardia di Wall Street. Basta leggere un libro. In "Senza
fondo, confessioni di un banchiere corrotto" (Rizzoli,
197 pagine, 17 euro) viene spiegato il perverso meccanismo
finanziario di Lehman.
Dietro
al nome di Creso si nascondono la cronista transalpina Claire
Germouty e l'ex direttore generale di un colosso del credito
francese, volutamente rimasto anonimo. Ma ogni riferimento
porta alla conclusione che il top manager era un uomo di Bnp
Paribas. L'indicazione ce la fornisce direttamente il
protagonista quando, parlando con Konrad Hummler, capo dei
banchieri privati elvetici, parla del «congelamento di tre
fondi speculativi nell'estate del 2007». Nel libro si spiega
come a Parigi si apprese delle criticità di Lehman, delle
paranoie di Fuld e dei trucchi contabili che permisero a una
delle colonne di Wall Street di beffare tutti.
Lehman
Brothers era un colosso. Con quasi 26mila impiegati era una
delle firme più famose al mondo. E nel 2007 il magazine
americano Fortune la definì «la banca d'affari più ammirata
di Wall Street». Di fatto è stata lasciata fallire. Merito
(o colpa) di Henry Paulson, ex numero uno di Goldman Sachs e
segretario del Tesoro sotto la presidenza di George W. Bush.
La notizia delle malversazioni di Fuld era già nell'aria
dalla fine del luglio 2008. Paulson avvisò alcuni investitori
privilegiati dei fatti.
Le
famiglie saudite erano al corrente di ogni movimento e
sapevano che avrebbero dovuto chiudere ogni posizione aperta
nei confronti di Lehman al più presto. Tutta colpa di un
oscuramento quasi perverso dei bilanci. Mascherare le perdite
sui derivati era semplice. Il modo più efficace era quello di
creare degli Structured investments vehicle (Siv) in cui
contenere le operazioni di cartolarizzazione o hedging.
Ogni
asset presente nel Siv era esentato dal consolidamento. In
altre parole, poteva essere occultato legittimamente. Dentro
questi calderoni poteva rientrare ogni genere di spazzatura
finanziaria. Dai subprime ai crediti inesigibili, tutto poteva
essere relegato in un Siv. Il tutto senza dover mettere nulla
nella colonna delle passività, almeno fintanto il quadro
generale era positivo. In caso di rosso, il rientro nei
bilanci ufficiali era obbligatorio. Una cosa simile fu fatta
non solo da Lehman Brothers, bensì sistemicamente. Tuttavia,
c'era un metodo più subdolo.
Con
la collaborazione della società di revisione Ernst &
Young, nel weekend precedente il fallimento si organizzò un
ultimo tentativo per rimediare alle perdite. Tramite una
transazione Repo (Repurchase agreement, cioè un contratto
pronto contro termine), una banca può ottenere liquidità a
breve termine e mettere fuori bilancio gli asset tossici. In
sostanza, quello che serviva a Lehman per ottenere il placet
del Tesoro per l'apertura di una linea di credito federale. Ciò
non avvenne, come non fu permesso nemmeno di mutare il proprio
status da banca d'investimento a banca commerciale, così da
raccogliere depositi. Serviva di più.
L'idea
venne dal back office della banca e l'operazione prese il nome
di Repo 105, poiché il valore della controparte finanziaria
ottenuta era pari (o superiore) al 105 per cento degli asset
ceduti a breve termine. Così, ogni flusso poteva essere
conteggiato come una vendita e non come un finanziamento.
I
bilanci avrebbero subito un miglioramento sensibile per ogni
singola transazione. Prima di fallire, Lehman aprì circa
2.700 Repo. Nessuno poteva immaginare cosa stava accadendo
nelle sale trading di Fuld. Paulson invece si. Il banchiere
reietto di "Senza fondo" parla di «patto fra banche»
per far fallire Fuld. Secondo Paulson «non c'erano i margini
per intervenire». In realtà, in una riunione avvenuta il 14
settembre 2008, il giorno prima del fallimento, qualcosa si
sarebbe potuto fare.
Paulson
convocò il presidente della Fed di New York Timothy Geithner,
il numero uno di Bank of America Kenneth Lewis, il capo della
Sec Christopher Cox e i vertici dei principali istituti di
credito statunitensi. L'obiettivo era uno: verificare la
disponibilità degli operatori a salvare Lehman. Servivano 100
miliardi di dollari. Nessuno mosse un dito e il meeting si
concluse con una decisione unanime. «Lehman non può essere
salvata, dovrà essere sottoposta alla disciplina del Chapter
11 (l'amministrazione controllata, ndr.)», disse Paulson.
All'apertura
dei mercati di lunedì 15 settembre 2008, Lehman era già
fallita. Colpa, spiega Creso nel suo libro, della feroce
guerra fra banchieri Wasp (White anglo-saxon protestant) e
banchieri ebrei. Dei primi, Merrill Lynch (salvata poi da Bank
of America) e JP Morgan erano le principali. Dei secondi,
Goldman Sachs, Lazard e proprio Lehman Brothers.
Si
dice che il duro di Wall Street, Dick Fuld, nelle notti fra il
7 e il 14 settembre 2008 chiamò ogni banca per chiedere un
accordo di fusione (o acquisizione). Nessuno rispose
positivamente. Infine chiamò Paulson. «Mio caro, dobbiamo
mettere le cose in chiaro - disse l'ex di Goldman Sachs -. La
tua banca non può più andare avanti, deve fallire». Per
Lehman era finita.
Ciò
che successe dopo, è cosa nota. Ogni società con posizioni
aperte su Lehman optò per la limitazione dei danni. Iniziò
la sequela di vendite allo scoperto e il titolo crollò fino a
un valore inferiore ai 25 centesimi. La prima fu Goldman
Sachs. Ma il colpo finale era già stato scagliato.
Nel
pomeriggio del 13 settembre 2008 i vertici di JP Morgan
chiamarono Lehman. «Abbiamo deciso di congelare ogni singolo
dollaro da voi detenuto presso di noi». 17 miliardi di
dollari erano diventati per Lehman inutilizzabili. «La
vendetta Wasp ha avuto il suo epilogo», direbbe Creso. Forse,
non è stato altro che il più classico esempio di asimmetria
informativa. Immaginare le malversazioni di Lehman era
possibile. Più facile era accettare per buona la sua
bancarotta, pensando così di favorire il sistema. I mercati
hanno smentito Paulson. Ma per Lehman Brothers era troppo
tardi.
[15-03-2010]
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OBAMA
VUOLE JANET YELLEN ALLA VICE PRESIDENZA FED...
(AGI/AFP)
- Il presidente Usa Barack Obama e' orientato a nominare alla
poltrona numero due della Federal Reserve l'attuale presidente
della Fed di San Francisco, Janet Yellen. Succederebbe a
Donald Kohn, il quale intende ritirarsi a giugno prossimo
quando terminera' il suo mandato quadriennale. Yellen, 63
anni, e' uno dei componenti del board piu' in sintonia con il
presidente della Fed Ben Bernanke e con la sua politica
monetaria. L'intenzione di Obama e' stata riportata dal New
York Times, che ha citato fonti informate
dell'amministrazione. Nessun commento della Fed ne' della Casa
Bianca.
18.03.2010 |
BANK OF AMERICA:
ACCORDO CON
LA SEC SU ACQUISTO
MERRILL LYNCH...
(Ansa) - Bank of America ha ottenuto
il via libera della giustizia statunitense per chiudere, con
il pagamento di 150 milioni di dollari alla Sec, le accuse
relative all'acquisizione di Merrill Lynch. Lo scrive la
Bloomberg, secondo cui il giudice Jed Rakoff avrebbe detto di
aver dato un via libera "riluttante" all'accordo fra
le parti. La Sec aveva accusato Bank of America di aver
fuorviato gli investitori dopo aver annunciato l'intenzione di
acquistare Merrill Lynch.
28.02.10 |
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IL COLPO DI OBAMA ALLA BOTTE DEI BONUS...
My.
L. per "
Sole 24 Ore
" - «I bonus dei banchieri sono osceni».
Era un mese
fa quando il
presidente americano Barack Obama tuonava contro i super
stipendi e sferrava un duro colpo alla casta dei banchieri. Ma
dopo un colpo al cerchio, e soprattutto dopo un mese di guerra
contro Wall Street, lo stesso Obama ha deciso di dare un colpo
alla botte. Cioè di fare
la pace. In
un'intervista a «Bloomberg BusinessWeek» il presidente
americano ha infatti parzialmente fatto marcia indietro sulle
sue dichiarazioni.
«Non invidio il successo e il benessere delle persone - ha detto
riferendosi ai numeri uno di JP Morgan e Goldman Sachs che si
sono portati a casa 17 milioni di dollari e 9 milioni in
titoli nel 2009 -. Ritengo però che i compensi degli ultimi
10 anni non siano stati ancorati sempre alle performance».
Parole molto più morbide. Che sicuramente sono piaciute ai
banchieri. Ma che hanno sollevato nuove polemiche.
12.02.10 |
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SBANCAROTTA
USA - ALLA SBARRA il segretario al Tesoro (ed ex presidente
della Fed di New York) Tim Geithner - L'UOMO AL SERVIZIO DELLE
BANCHE, ORMAI SEMI-SCARICATO ANCHE DA OBAMA, SI è DOVUTO
DIFENDERE dai pesanti attacchi provenienti da entrambi i lati
del parlamento: "IL COLOSSO ASSICURATIVO AIG SALVATO PER
IMPEDIRE IL CROLLO DELL'ECONOMIA USA" (DICE LUI)...
Andrea Fiano per "Milano
Finanza"
Sono volate parole forti ieri a
Washington nell'udienza parlamentare della commissione sulla
riforma governativa e la supervisione del Congresso alla quale
hanno partecipato in mattinata il segretario al Tesoro (ed ex
presidente della Fed di New York) Tim Geithner e nel
pomeriggio il suo predecessore Henry Paulson.
Una sessione, quella di ieri, in cui
si è visto soprattutto quanto tesi siano i rapporti fra il
segretario al Tesoro e molti parlamentari, e come il
salvataggio del colosso assicurativo Aig dell'autunno 2008
venga considerato da molti un passo falso.
Geithner si è dovuto difendere dai
pesanti attacchi provenienti da entrambi i lati del
parlamento, ma lo ha fatto in modo deciso. Le molte critiche
nei suoi confronti, anche per i suoi distinguo e i suoi
silenzi, probabilmente segnalano un indebolimento della sua
posizione nell'amministrazione Obama, ma la seduta di ieri non
ha mostrato irregolarità nell'operato di Geithner in merito
alla vicenda Aig o l'esistenza di un insabbiamento sulla
stessa operazione.
Oltre a questo nessun parlamentare ha
proposto soluzioni alternative alle scelte fatte nel
salvataggio di Aig. Geithner ha spiegato di non aver avuto un
ruolo diretto nella vicenda, in quanto si era autoescluso
dalla guida della Fed di New York dopo aver ricevuto la
proposta di andare al Tesoro.
Nondimeno ha sostenuto a più riprese
che la soluzione scelta «è risultata migliore delle
alternative», anche perché «non esisteva l'opzione di un
fallimento di Aig», in quanto il suo salvataggio «era
necessario per prevenire una seconda Grande Depressione, per
evitare un completo collasso» dell'economia e del sistema
finanziario. E Paulson ha dichiarato che in caso di fallimento
di Aig «il tasso di disoccupazione sarebbe salito oltre il
25%».
[28-01-2010] |
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"RIVOGLIAMO IL NOSTRO DENARO E CE LO
RIPRENDEREMO. SE LE BANCHE SONO SANE ABBASTANZA PER PAGARE
MAXI BONUS, LO SONO ANCHE PER RISARCIRE I CONTRIBUENTI" -
E ARRIVA LA TASSA SULLE PASSIVITÀ DI BILANCIO PER RECUPERARE
I FONDI STATALI - COLPITE LE ISTITUZIONI FINANZIARIE CON ASSET
SUPERIORI A 50 MILIARDI DI DOLLARI - ADDIO VISIONI, PIÙ
SPIEGAZIONI E MENO ISPIRAZIONI, STOP ALLA COMUNICAZIONE
ENFATICA - È TEMPO DI REALPOLITIK E OBAMA FA FUORI IL SUO
SPEECHWRITER, LA STAR JON FAVREAU - AL SUO FIANCO BEN RHODES:
I DISCORSI DI POLITICA ESTERA SARANNO COMPITO SUO -
1- OBAMA VS BANCHIERI COMINCIA LA
GUERRA...
Fabrizio Goria per "il
Riformista"
«Rivogliamo il nostro denaro e ce lo
riprenderemo. Se le banche sono sane abbastanza per pagare
maxi bonus, allora lo sono anche abbastanza per risarcire i
contribuenti». Con queste parole il presidente americano
Barack Obama ha deciso che le maggiori istituzioni bancarie
statunitensi saranno tassate «a causa del loro ruolo nella
crisi finanziaria». Obama ha deciso di condurre personalmente
una dura battaglia nei confronti del mondo bancario Usa.
A partire dal prossimo 30 giugno gli
istituti di credito con asset superiori a 50 miliardi di
dollari avranno a proprio carica un'imposta «sulla
responsabilità». Secondo una prima stima, saranno oltre 50
le società coinvolte, per un gettito di oltre 90 miliardi di
dollari. Il preludio è stato l'avvio della commissione
d'inchiesta parlamentare sulla crisi. Iniziata due giorni fa,
ha portato a Capitol Hill i quattro amministratori delegati più
celebri: Lloyd Blankfein (Goldman Sachs), James Dimon (JP
Morgan Chase), John Mack (Morgan Stanley) e Brian Moynihan (Bank
of America).
I Fab four, così sono stati
ribattezzati dal Wall Street Journal i big della finanza a
stelle e strisce, hanno riferito davanti al democratico Phil
Angelidis, presidente della commissione, spiegando le loro
tesi. Secondo loro la crisi avrebbe sì causato molte perdite,
ma l'acuirsi della crisi non sarebbe stata una colpa esclusiva
dei banchieri. Tuttavia, l'opinione pubblica americana non ha
digerito gli oltre 40 miliardi di dollari di bonus elargiti
nel sistema per il 2009.
e Brian Moynihan alla Commissione d inchiesta
Non a caso, l'inquilino della Casa
bianca ha specificato che «la tassa potrà essere agevolmente
pagata diminuendo i compensi ai manager». E secondo i calcoli
presentati ieri, oltre il 60 per cento dell'imposta sarà
sostenuta dai primi dieci istituti bancari statunitensi.
L'obiettivo di Obama è quello di recuperare parte dei fondi
destinati al sostegno del sistema bancario lungo la crisi. Con
il Troubled asset relief program (Tarp) sono stati infatti
stanziati oltre 700 miliardi di dollari alla fine del 2008,
dall'allora segretario del Tesoro Henry Paulson.
A pesare sulla decisione ci sarebbero
gli oltre 112 miliardi di dollari che, secondo le stime del
Tesoro, peseranno sui cittadini americani per i prossimi anni.
Soldi che, giocoforza, incidono sulle manovre di politica
economica degli Stati Uniti. L'imposta prevista sarà
decennale e peserà per 15 punti base sulle covered
liabilities delle banche interessate. In altre parole, verterà
sulle passività covered, calcolate in base all'attivo, al
netto del capitale Core Tier 1, il rapporto fra patrimonio di
base e le attività ponderante al rischio, e dei depositi
garantiti dalla Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic).
Con questo metodo Obama punta a
recuperare oltre 90 miliardi di dollari, che «saranno
destinati al mercato del credito al consumo », come ha
spiegato un portavoce della Casa bianca. Saranno esclusi dal
piano i soggetti del mercato automobilistico e le sorelle dei
mutui Fannie Mae e Freddie Mac, mentre vi rientreranno circa
15 sussidiarie americane di banche internazionali e il colosso
dei mutui Aig.
Secondo quanto trapelato, si procederà
con una valutazione di merito di tutte i bilanci delle major
finanziarie interessate. Le operazioni di controllo saranno
condotte dalla Sec, l'authority della Borsa, e dal Tesoro.
Obama ha spiegato che il suo impegno è quello di «recuperare
ogni singolo centesimo che spetta al popolo americano». I
banchieri, dopo questo attacco, non sono rimasti a guardare.
Blankfein e Mack hanno dichiarato di aver già rimborsato
buona parte dei fondi statali messi a disposizione per
migliorare le liquidità dei propri istituti di credito.
Inoltre, hanno specificato che il buco
da 112 miliardi di dollari citato dal presidente Obama non
deriverebbe dal settore finanziario, bensì da quello
automobilistico. Secondo la loro opinione i colpevoli nei
confronti dei contribuenti sarebbero quindi le major
dell'auto, come General Motors e Chrysler. E hanno minacciato
di provocare un peggioramento delle condizioni del credito,
che secondo Blankfein «potrebbe restringersi ancora con
misure penalizzanti come quelle ipotizzate in questi giorni».
Obama ha però replicato
implicitamente a queste dichiarazioni nel suo discorso. «Queste
misure non hanno una finalità punitiva, ma hanno lo scopo di
evitare che abusi ed eccessi si ripetano nuovamente», ha
spiegato nella conferenza stampa di ieri. Intanto, sul fronte
europeo, i tassi d'interesse rimangono invariati.
Così ha deciso il comitato della
Banca centrale europea riunitosi ieri. Il presidente della
Bce, Jean-Claude Trichet, ha spiegato che l'attuale tasso di
riferimento, fissato all'1 per cento, è da considerarsi «appropriato
» all'attuale congiuntura economica. Secondo il rapporto
della Bce permane l'incertezza sulla disoccupazione e sulla
crescita economica. Una visione simile a quella dettata dal
Beige book della Federal reserve, il rapporto periodico
sull'andamento economico statunitense.
2- E BARACK CAMBIA IL SUO SPEECH
WRITER...
Alessandra Cardinale per "il
Riformista"
«È ben scritto ma...». La
puntigliosità di Barack Obama nella stesura dei suoi discorsi
non è una leggenda che la stampa accredita nell' aereo
presidenziale Air Force One si è inventata per alimentare il
mito attorno al Presidente americano. Chi segue Barack
dall'inizio della campagna, come Ben Smith di Politico o Jason
Horowitz del Washington Post, sa quanto il Presidente
americano tenga che i suoi parolieri siano prima di tutto, «inspirational
» sulla scia del "Hope, Change..." leitmotiv.
Ultimamente però Obama ha effettuato
dei piccoli cambi all'interno della sua squadra di speech
writers. Con un'economia da risanare, la sanità universale da
far digerire agli americani e soprattutto due guerre che
pesano come macigni, la necessità di abbandonare una
comunicazione enfatica per passare a un linguaggio più
esplicativo e comprensibile soprattutto alla comunità
internazionale si è fatta mano a mano sempre più urgente.
In sostanza, per quanto riguarda i
discorsi di politica estera, fuori il 27enne, brillante e
celebre sciupafemmine di Washington D.C., Jon Favreau, dentro
il trentaduenne Ben Rhodes, l'amante della realpolitik (ha più
volte dichiarato che la sua citazione del cuore è «i
problemi sono stati creati dall'uomo, per cui l'uomo potrà
risolverli», di John F. Kennedy), ex ghost writer di Max
Warner e Lee Hamilton, con una specializzazione e un interesse
personale per il Medio Oriente.
Suoi i discorsi che Barack Obama ha
tenuto il 3 giugno scorso all'Università del Cairo e il 9
dicembre a Oslo in occasione del ritiro del Premio Nobel per
la Pace. Porta la firma di Rhodes anche il testo che il
Presidente ha pronunciato a West Point un mese fa in cui ha
tentato di motivare davanti a milioni di americani che lo
seguivano in televisione la scelta di inviare altri 30.000
militari in Afghanistan.
Cresciuto a New York con il sogno nel
cassetto di diventare uno scrittore, e una copia di Fiesta, il
sole sorgerà ancora di Hemingway nella tasca dei jeans, si
iscrive a un corso di scrittura creativa alla New York
University mentre butta giù i primi capitoli del suo romanzo
Oasis of love, che però non porterà a termine. Il richiamo
della politica arriverà ben presto per il giovane Ben il cui
primo incarico nell'arena politica risale al 2001 durante la
campagna elettorale del sindaco di New York che verrà vinta
da Michael Bloomberg. Ma per chi è seriamente appassionato di
politica e ambisce a entrare nella stanza dei bottoni, la
Grande Mela non offre grande opportunità.
Per cui Rhodes decide di trasferirsi a
Washington e nel 2002 diventa consigliere di Lee Hamilton, ex
deputato dell'Indiana alla Camera dei Rappresentanti. Un
ottimo inizio nel regno dei political junkies perché Hamilton
fu in seguito nominato Presidente del prestigioso Woodrow
Wilson International Center for Scholars, e offrirà al
giovane Rhodes la possibilità di partecipare alla stesura
delle raccomandazioni per la Commissione d'inchiesta sull'11
settembre.
Dopo l'esperienza professionale con
Hamilton, viene notato dall'ex Governatore della Virginia e
perenne candidato democratico alla Casa Bianca, Max Warner che
in un'intervista lo definì «uno dei talenti più in vista»
nel cerchio dei writers politici di Capitol Hill. Ma l'anno
della consacrazione tra gli alti ranghi della politica
americana è il 2008. Nel gennaio di due anni fa viene
chiamato da alcuni collaboratori di Barack Obama per fa parte
di quello che diventerà il dream team del primo presidente
afro-americano.
Obama decide, dopo alcuni mesi passati
ad osservare quel ragazzo di cui tanti suoi colleghi hanno
tessuto le lodi, di portarlo con sé nelle varie tappe, un po'
per fargli prendere dimestichezza con la politica on the road,
un po' per introdurlo ai suoi fedelissimi come Axelrod e
Plouffe. Rhodes capisce al volo l'opportunità che ha davanti
e ben presto, da piccolo scrivano di testi che l'allora
candidato alle primarie pronunciava negli Starbucks della
provincia americana, diventa una delle penne preferite del
Presidente.
Non solo. Recentemente è stato
nominato come consigliere alla sicurezza nazionale di James
Jones e, abbandonati gli strapuntini dei tavoli dell'aereo
presidenziale, si rifugia a lavorare in un ufficio segreto al
terzo piano dell'Eisenhower Executive Office Building a
Washington. I ben informati, dicono che la X-box, con cui
giocava nelle notti insonni della campagna presidenziale, non
l'abbia del tutto dimenticata, e che la tiene chiusa a chiave
proprio nel suo ufficio segreto. Una piccola debolezza che però
rende più umano il Genius boy di Barack.
[15-01-2010] |
|
|
BANCHE D'AFFARI NEL MIRINO CON
LA NUOVA TASSA DEGLI USA...
Da "La Stampa"
- L'imposta sulla responsabilità delle banche allo
studio di Obama ha sempre più l'aspetto di una tassa per Wall
Street. La scelta di esentare i depositi assicurati colpirà
in misura sproporzionata le banche di investimenti
"pure" come Goldman Sachs e Morgan Stanley, mentre
le banche commerciali come Wells Fargo soffriranno meno. Jp
Morgan, Bank of America e Citigroup, che possiedono sia una
divisione d'investimento che un comparto commerciale, saranno
penalizzate in parte. Certo ognuna non subirà una batosta da
20 miliardi di dollari.
Una tassazione mirata di questo tipo
è politicamente astuta, considerata la forte impopolarità di
tutto ciò che riguarda Wall Street. D'altra parte è
ragionevole, sotto il profilo economico, tassare la
"moneta calda" all'ingrosso piuttosto che i
depositi, che tendono a costituire una fonte di finanziamento
più stabile. Teoricamente anche i prestiti a medio e lungo
termine dovrebbero essere esentati, perché anch'essi sono
stabili.
Durante la stretta creditizia del 2008, il ricorso eccessivo
ai fondi all'ingrosso a breve termine per finanziare asset a
lunga scadenza ha portato al disastro. Lehman Brothers, Bear
Stearns e Merrill Lynch partecipavano a questo gioco,
contraendo prestiti a breve per investire in asset illiquidi.
Lo stesso per Northern Rock, la banca britannica di crediti
ipotecari. E un analogo ricorso alla moneta calda aveva avuto
un peso rilevante nella crisi delle economie asiatiche nel
1997. Le istituzioni finanziarie sono attratte dalla moneta
calda come le falene dalla luce.
Quando la liquidità abbonda, per le
banche è più economico contrarre prestiti a breve sui
mercati all'ingrosso che attirare depositi con filiali retail
o vincolare i finanziamenti a scadenza più lunga. Quando
invece la liquidità scarseggia, chi si affida ai prestiti a
breve rimane all'asciutto. Nell'ultima crisi, persino Morgan
Stanley e Goldman sono arrivate a un crinale pericoloso. Tutto
questo non avrebbe importanza se le banche spericolate
potessero fallire. Il problema è che non è così. Data la
quasi inevitabilità del salvataggio governativo, le falene
hanno ragioni più che giustificate per volare vicino alla
fiamma.
15.01.01 |
OBAMA, 'RIVOGLIAMO IL NOSTRO DENARO
DALLE BANCHE, LO RIPRENDEREMO'...
Radiocor - 'Rivogliamo il nostro denaro e ce lo riprenderemo.
Se le banche sono sane abbastanza per pagare maxibonus, allora
lo sono anche abbastanza per risarcire i contribuenti'. Lo ha
detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nella
conferenza stampa a Washington con cui ha annunciato
l'introduzione di una tassa su tutte le principali banche del
paese con asset di oltre 50 miliardi di dollari per ripianare
interamente le perdite accusate dai fondi Tarp nel corso della
crisi per salvare il sistema finanziario.
14.01.01 |
IL DUCE
WALT – IL VERO DISNEY IN UNA BIOGRAFIA: GENIO E VISIONARIO,
MA ANCHE PADRE PADRONE E TIRANNICO VERSO I SUOI DIPENDENTI -
SI PRENDEVA TUTTI I MERITI E VOLEVA FAR CREDERE DI ESSERE
L’INVENTORE DEI SUOI PERSONAGGI – LA “SBANDATA” PER
MUSSOLINI E LO SCIOPERO DEL ‘41 CHE VISSE COME UN
TRADIMENTO…
Luca
Raffaelli per
"la Repubblica"
"Non
dimenticatevi questo: è la legge dell´universo che i forti
sopravvivano e che i deboli debbano in ogni caso soccombere; e
non me ne importa un bel niente di quale schema idealistico ci
si possa inventare: niente può cambiarla".
Così
disse Walt Disney l´11 febbraio 1941, nei giorni dello
sciopero, organizzato da alcuni suoi collaboratori, che cambiò
la sua vita. E´ quello il momento che Michael Barrier pone
all´inizio della biografia ora pubblicata in Italia (Tunué,
pagg. 560, euro 24) sotto la cura e la traduzione di Marco
Pellitteri e con un´introduzione di Giannalberto Bendazzi.
Barrier
non è un fanatico disneyano né uno scrittore alla ricerca
dello scoop a tutti i costi: da appassionato di cinema ha
raccolto decine e decine di interviste con i più stretti
collaboratori di Disney, documenti, disegni e resoconti
stenografici delle riunioni che avvenivano nello Studio. Così
è arrivato a scrivere una biografia documentata e obiettiva,
in cui del carattere di Walt non si tagliano gli estremi.
"Uomo,
sognatore e genio", scrive nel sottotitolo all´insegna
della positività: non si può davvero mettere in discussione
che Disney abbia avuto una straordinaria visione del mondo da
offrire in forma di spettacolo. Per raggiungere il suo scopo
(in cui la ricchezza era solo la logica conseguenza del
successo) ha agito con coraggio e lungimiranza produttiva e
artistica, aiutato da un destino magico, ma non sempre
benevolo.
Disney
è
stato il
primo a capire quale fossero le potenzialità dei cartoni
animati sonori (il primo film di Mickey Mouse è sonoro, del
1928), poi di quelli a colori, con gli effetti speciali, e poi
il primo a gettarsi nell´idea, che altri giudicavano
pazzesca, di realizzare un lungometraggio a cartoni
("Biancaneve" è del 1937). Per riuscire in questo
ha fatto crescere artisticamente decine di animatori,
mettendoli a confronto con l´arte e l´illustrazione europea,
e ha ritagliato per sé stesso un ruolo particolare, non
quello del produttore e nemmeno del regista: era qualcosa di
più, quasi il detentore di un linguaggio e uno stile, il
giudice supremo di tutto quello che poteva accadere nel suo
Studio.
Non a
caso volle anche lui i Nove Vecchi (i nove collaboratori più
fedeli) tanti quanto quelli della Corte Suprema degli Stati
Uniti. Insomma, lui, Walt, era come il Presidente. Ed è
proprio in questo bisogno smisurato di gonfiare il proprio ego
l´altra faccia della medaglia.
"Poteva
essere una persona molto difficile durante le riunioni,
manifestando l´assenza di qualsiasi interesse per chi lo
ascoltava. Poi, circa una settimana dopo, veniva nella tua
stanza tutto pieno d´entusiasmo e ti raccontava la tua idea
come se fosse stata sua", scrive Barrier a proposito
degli anni successivi a Biancaneve. "Oh, merda" era
la sua frase più frequente, anche se era "notoriamente e
contradditoriamente pudico".
Poi Walt
Disney si prendeva volentieri il diritto di far credere
pubblicamente che certe scene dei suoi film le avesse fatte
lui, così come erano firmate solamente "Walt
Disney" anche le storie a fumetti della famiglia dei
paperi scritte e disegnate da Carl Barks (anche di Barks è
uscita una bella biografia, scritta da Thomas Andreas e
pubblicata da ProGlo).
Controllare
una scena animata insieme a Disney poteva essere un´esperienza
frustrante e mortificante, e non a caso Disney aveva
battezzato "sweatbox", la saletta in cui l´esame
veniva effettuato: sweat come sudore non solo perché la
saletta era piccola e poco areata, ma anche per il terrore di
quei momenti.
E,
nonostante tutto, Disney voleva essere amato: come un padre
severo e a volte inarrivabile, come una figura mitica e
lontana, come una star. E voleva fedeltà assoluta: nel 1929
licenziò un suo animatore solo perché aveva osato chiedere a
un altro Studio quanto pagassero. Così, quando il 28 maggio
1941 fu organizzato un picchetto di scioperanti davanti allo
Studio (a scendere in piazza più o meno un terzo dei 1.079
impiegati), per Disney fu un tradimento insopportabile:
"Ho capito che devi stare molto attento a dare qualcosa
alla gente. Alle persone non puoi regalare nulla".
Qualche
giorno dopo, scrisse a un giornalista esprimendo il suo
disgusto per uno sciopero "ispirato e diretto in chiave
comunista". Fu così che Disney non fu più lo stesso,
che a poco a poco il suo amore per i cartoni scemò e crebbe
quello per i documentari e i film dal vero. Mentre il suo
sogno divenne Disneyland.
LA
SBANDATA PER MUSSOLINI
La biografia di Barrier racconta anche di quando, il 20 luglio
1935, i Disney (Walt con la moglie Lillian, il fratello Roy
con sua moglie Edna) "viaggiarono da Venezia a Roma, dove
ebbero udienza con Mussolini e il
papa Pio
XI". Ma i commenti provengono da un´intervista del 1968
di Roy (unico socio di Walt e suo amministratore): parlò dell´ufficio
di Mussolini dicendo che sarebbe stato perfetto per essere
trasformato in versione cartoon.
E poi:
"Aveva proprio un ufficio bello grande: davvero grosso.
(...) Lui era seduto lì, in relativa ombra, con la lampadina
fissa su di noi. Se ne stava seduto sulla sua poltrona e noi
stavamo giusto davanti alla lampada che ci puntava. Però fu
molto piacevole e cordiale".
Nella
biografia non si parla della foto di Mussolini che Disney
avrebbe tenuto in vista nel suo salotto. Avrebbe contenuto
anche la firma del duce: ma la fonte di tale notizia, vale la
pena sottolinearlo, è Art Babbitt, uno degli organizzatori
dello sciopero del 1941. Di certo sappiamo invece che Topolino
fu l´unico fumetto Usa che Mussolini salvò dalle censure del
Minculpop.
[04-01-2010]
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IL
TESORO USA ESAURISCE I FONDI PER LE
BANCHE
Sole 24
Ore - Il 31 dicembre il Governo Usa ha concesso 29,26 milioni
di dollari a dieci piccole banche, che saranno le ultime a
ricevere fondi dal programma a sostegno del sistema
finanziario. Il Tesoro ha infatti concluso il Capital Purchase
Program con 204,9 miliardi di dollari elargiti a 707 banche.
29.12.09 |
INGIUSTIZIA
AMERICANA - "MA COME! HO RIVELATO il più grande caso di
evasione fiscale del mondo, ho denunciato 19 mila criminali e
per questo devo andare in galera e rimanerci per 3 anni e 4
mesi?" - IL BANCHIERE CHE HA MESSO IN GINOCCHIO L'UBS
(penale di 780 milioni di dollari al governo degli Stati
Uniti), E IL SEGRETO BANCARIO SVIZZERO, BATTE ANCHE CASSA...
Paolo
Valentino per
il "Corriere della Sera"
Probabilmente
otterrà una ricompensa di centinaia di milioni di dollari dal
governo degli Stati Uniti. Ma intanto, da venerdì prossimo,
deve costituirsi in una prigione federale e rimanerci per 3
anni e 4 mesi.
Bradley
Birkenfeld grida all'ingiustizia. Ora che un giudice della
Florida ha respinto la richiesta di rinvio della carcerazione
presentata dai suoi avvocati, l'ex banchiere della UBS si
sente ferito e trattato con ingratitudine dalle autorità del
suo Paese: «Ho dato loro il più grande caso di evasione
fiscale del mondo, ho denunciato 19 mila criminali e per
questo devo andare in galera?», si è sfogato ai microfoni
della Cbs.
Birkenfeld
non esagera. Poco più che quarantenne, americano vissuto in
Svizzera per oltre 15 anni, fu lui nella primavera del
2007 a
dare il via all'indagine, che avrebbe finito per minacciare
l'esistenza di una delle maggiori banche del mondo e scuotere
dalle fondamenta il tabernacolo plurisecolare del segreto
bancario elvetico.
Grazie
alle rivelazioni dell'allora oscuro funzionario dell'UBS,
l'istituto venne costretto ad ammettere di aver frodato l'Internal
Revenue Service, aiutando migliaia di ricchi americani a
evadere le tasse. Come conseguenza, la banca svizzera ha
accettato di pagare una penale di 780 milioni di dollari al
governo degli Stati Uniti, oltre a rivelare i nomi di 4.450
cittadini americani titolari di conti segreti. Altri 14.700
contribuenti Usa si sono auto-denunciati lo scorso anno come
intestatari di conti off-shore, per evitare conseguenze
penali.
birkenfeld
bradley
Tutto
questo non è però bastato a Bradley Birkenfeld a evitare il
carcere. Gli è costata cara l'unica ammissione di colpa: aver
aiutato il miliardario californiano di origine russa, Igor
Olenicoff, a nascondere parte delle sue ricchezze agli agenti
del fisco americano. Gli stessi procuratori federali, in
agosto prima della sentenza, avevano inutilmente chiesto
clemenza alla corte, invocando il suo ruolo decisivo nel
successo dell'inchiesta. Ma i giudici, dando peso alla
circostanza che all'inizio Birkenfeld fosse stato reticente
sui suoi traffici con Olenicoff, lo avevano condannato a
40mesi di reclusione.
Il
paradosso delle vicenda è che Birkenfeld è un pregiudicato
miliardario in pectore. Giusta una legge federale che premia i
collaboratori di giustizia in materia fiscale, anche se hanno
commesso dei reati, il nostro ha infatti teoricamente diritto
al 30% delle somme recuperate come conseguenza delle sue
informazioni.
Nella
fattispecie, l'ordine di grandezza è in miliardi di dollari.
È l'Internal Revenue Service, che deve decidere se l'ex
funzionario, ora agli arresti domiciliari in Massachusetts,
potrà riscuotere la generosa ricompensa.
Nell'intervista
alla CBS, Birkenfeld ha rivelato che il 90% dei suoi clienti
americani cercava di evadere le tasse: «Era la regola non
scritta, non bisognava discuterne, non si attraversa l'Oceano
per andare in Svizzera ad aprire un conto bancario perché si
vuole dichiarare apertamente la propria ricchezza».
Ma
Birkenfeld non si limitava a consigliare investimenti e
movimenti. In alcuni casi era protagonista attivo della frode.
Come quando ritirò dei contanti a nome di un cliente, acquistò
dei diamanti e li portò in America nascosti in un tubetto di
dentifricio. Il banchiere sostiene che questa operazione non
fu illegale, perché le due pietre valevano meno di 10 mila
dollari e non c'era l'obbligo di dichiararli alla dogana. Già,
gli ha chiesto Steve Kroft, il giornalista che lo ha
intervistato, «ma se non era legale perché li ha nascosti
nel dentifricio?». «Era solo un modo per trasportarli - ha
risposto -, così non li perdevo».
[05-01-2010]
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Natale
di sangue per madoff! – picchiato in carcere, ricoverato per
“un polmone collassato e fratture al volto e alle costole”
ma in America il diabolico truffatore non ha sollevato pietà
alcuna - Lo scorso agosto, forse per riscattare la sua fama di
uomo più odiato d’America, Madoff aveva fatto circolare la
notizia un tumore allo stadio terminale. Ma le autorità
carcerarie si erano affrettate a smentire le voci come una
semplice "bufala"…
Alessandra
Farkas per Corriere.it
Picchiato
a sangue la settimana prima di Natale tanto da essere stato
ricoverato d'urgenza all'ospedale. Vittima dell'aggressione,
che però in America non ha sollevato pietà alcuna: Bernard
Madoff, il diabolico finanziare newyorchese condannato a 150
anni di carcere per una truffa da 65 miliardi di dollari che
ha visto coinvolti migliaia di investitori in tutto
il mondo
, mandando in rovina individui, famiglie e fondazioni. E
costando addirittura la vita a molti di loro.
"Madoff
ha riportato un polmone collassato e fratture al volto e alle
costole", rivela una stazione tv di Raleigh, in North
Carolina, lo stato dove si trova il carcere nel quale dallo
scorso luglio è detenuto il finanziere. Due giorni fa, sempre
secondo la tv di Raleigh, il 71enne Madoff sarebbe stato
dimesso dal Duke Hospital e trasferito dalla prigione federale
in North Carolina alla struttura medica del carcere. Un luogo
più protetto e, si presume, a prova di aggressione.
La
notizia è stata confermata dal Federal Bureau of Prisons,
secondo cui Madoff si trova adesso presso il Federal Medical
Center, che fa parte del Butner Federal Correctional Complex a
Butner, vicino a Raleigh.
Lo scorso agosto, forse per riscattare la sua fama di
uomo più odiato d'America, Madoff aveva fatto circolare sui
media della Grande Mela la notizia secondo cui era affetto da
un tumore allo stadio terminale. Ma le autorità carcerarie si
erano affrettate a smentire le voci come una semplice
"bufala".
[24-12-2009]
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LE
BANCHE DEGLI AFFARI (LORO) – LA MITICA GOLDMAN SACHS, LA
BANCA Più ‘INCAPPUCCIATA’ DEL MONDO, SPUTTANATA DAL NEW
YORK TIMES: RIFILAVA mutui immobiliari sempre più rischiosi,
subprime inclusi, ai PROPRI clienti - Financial Times ha
invece nominato Lloyd Blankfein, il numero uno di Goldman,
uomo dell'anno 2009 - nomina sospetta vista la vicinanza dei
vertici dell'Ft a quelli di Goldman e visto che la stessa
Goldman considerò tempo fa di acquistare il giornale…
Mario
Platero per il Sole 24
Ore
Non è
stato un regalo gradito quello che ha ricevuto Goldman Sachs
dal New York Times il giorno di Natale: il quotidiano ha
rivelato retroscena inediti dell'operazione Baucus, ideata già
alla fine del 2006 da Jonathan Egol un giovane di 39 anni
considerato un astro nascente dell'istituto.
L'idea:
impacchettare in strumenti "sicuri", mutui
immobiliari sempre più rischiosi, subprime inclusi, per poi
venderli ai clienti. Chi comprava fidandosi del marchio
Goldman non sapeva che la Banca, oltre a scaricare un rischio,
stava già scommettendo contro lo stesso strumento,
contribuendo alla caduta del mercato.
Più
gradito il regalo del Financial Times, che ha invece nominato
Lloyd Blankfein, il numero uno di Goldman, uomo dell'anno
2009. Una nomina tuttavia sospetta vista la vicinanza dei
vertici dell'Ft a quelli di Goldman e visto che la stessa
Goldman considerò tempo fa di acquistare il giornale.
La
vicenda del "doppio gioco" sui CDO (Collaterized
Debt Obligations) di Goldman era nota e ne abbiamo scritto
ampiamente su queste pagine. Ma non c'erano ancora i nomi o i
dettagli.
Secondo il
Times altri facevano la stessa cosa,
Morgan Stanley
o fondi come Tricadia, che faceva capo a Lewis Sachs, che
svolge oggi consigliere speciale del segretario al Tesoro Tim
Geithner.
Goldman
però fu la più aggressiva nella vendita, e, soprattutto,
nello scommettere contro i suoi strumenti. Altri, ad esempio
il fondo di J.Paulson scommettevano su una caduta del mercato
immobiliare in modo aggressivo, ma non contro i propri
clienti.
Una
differenza etica e di "trasparenza" non da poco. E
per Goldman,già nell'occhio del ciclone per aver accumulato
profitti ingenti grazie a operazione di trading favorite dagli
aiuti dello stato e per aver stanziato miliardi di dollari da
distribuire in bonus ai banchieri, si apre un nuovo fronte
nella sua crisi di immagine.
[27-12-2009]
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FIGLI SO
PIEZZ’ E… - CARCERE PER L’85ENNE EREDE DELLA FILANTROPA BROOKE
ASTOR (MORTA NEL 2007 A 105 ANNI) – HA DISTRATTO FONDI DESTINATI
DA MAMMÀ ALLA BENEFICIENZA – SU 14 REATI SCONTERÀ LA PENA PER
QUELLO PIÙ GRAVE, IL FURTO COMMESSO ATTRIBUENDOSI UN AUMENTO
RETROATTIVO DA UN MILIONE DI DOLLARI…
M. Val. per il
Sole 24 Ore
DI BROOKE
ASTOR
Da uno a tre anni di carcere per aver rubato alla madre milioni di
dollari. La saga della fortuna di Brooke Astor, la regina della
filantropia scomparsa nel 2007 al 105 anni, si è conclusa con una
sentenza che spedisce in prigione il figlio Anthony Marshall, ormai
85enne.
Marshall era condannato per 14 reati a
ottobre, al termine d'un processo durato cinque mesi che aveva fatto
luce sul mondo della beneficenza d'alto rango: in tribunale erano
emerse faide familiari con le testimonianze, a favore dell'accusa,
di grandi nomi della politica, del business e dei media, da Henry
Kissinger a David Rockefeller.
Ieri è arrivata la decisione del
giudice Kirke Bartley: dal 19 gennaio Marshall dovrà scontare la
sua pena per il reato più grave, il furto commesso attribuendosi un
aumento retroattivo da un milione di dollari quale compenso per la
gestione delle finanze della madre. Marshall, che rischiava fino a
25 anni, ha anche ricevuto un anno di prigione per ciascuno degli
altri 13 reati, ma questi saranno assorbiti dalla pena iniziale.
Marshall si era preso cura della madre
negli ultimi anni di vita, quando la salute e le facoltà mentali di
Brooke si erano deteriorate. Nel 2006 il primo colpo di scena: il
figlio di Marshall, Philip, denunciò il padre accusandolo di
maltrattare la celebre filantropa. Il caso fu raccolto dalla procura
distrettuale di Manhattan, che presentò accuse di furto e truffa:
nel mirino un nuovo testamento firmato nel 2002 dalla Astor che
lasciava gran parte del patrimonio, stimato in 200 milioni, a
Marshall. In precedenza aveva promesso donazioni più generose a
varie istituzioni.
[22-12-2009]
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CYBER OBAMA
– LA CACCIA AGLI HACKER DIVENTA UNA PRIORITÀ PER IL GOVERNO USA
– BARACK NOMINA HOWARD SCHMIDT, EX DI BUSH, COME NUOVO ZAR PER LA
GUERRA CIBERNETICA - L’ALLARME PER GLI ATTACCHI INFORMATICI È
SEMPRE PIÙ ALTO – PER IL “WSJ” DEI PIRATI DELLA RETE RUSSI
HANNO RUBATO DECINE DI MLN DAI DEPOSITI CITIBANK…
Glauco Maggi per "La
Stampa"
Il presidente americano Barack Obama
ha nominato «zar» della lotta ai crimini informatici Howard A.
Schmidt, che è stato responsabile per la sicurezza digitale con
Bush dal 2001 al 2003. «Howard è un'autorità nel campo della
sicurezza dei computer, con i suoi 40 anni di esperienza nel
governo, nelle aziende private e nelle agenzie investigative
federali», ha scritto nell'annuncio ufficiale sul sito della Casa
Bianca John Brennan, assistente del presidente per il
controterrorismo.
COLLAGE FOTO DI SOSTENITORI
In effetti, il curriculum di Schmidt
è così eccezionale da stupire solo per i tempi lunghi della
selezione. Obama aveva infatti annunciato in maggio la creazione di
una carica specifica per la guerra ai nemici informatici, che
rispondesse direttamente a Jim Jones, capo del Consiglio per la
sicurezza nazionale alla Casa Bianca.
Ieri, a conferma dei rischi che
corrono i sistemi informatici privati e pubblici, sempre piu'
connessi e quindi vulnerabili all'attacco di hackers criminali o
militari al servizio di paesi stranieri, il Wall Street Journal ha
dato notizia di una inchiesta dell'Fbi su un colossale furto
digitale.
Una banda cibernetica russa, il
Russian Business Network, è sospettata di aver rubato decine di
milioni di dollari dai depositi della Citibank, non è chiaro se dal
portafoglio della banca o dai conti correnti della clientela. Con la
Citibank, che ha per ora smentito, sarebbero finite vittime della
gang una seconda ditta privata e persino una agenzia governativa.
«Avrà regolare accesso al presidente»,
ha detto Brennan di Schmidt. Il nuovo zar è stato soldato dal 1968
al 1974, gli anni del Vietnam, e poi ha occupato vari posti al
Pentagono e nella Guardia Nazionale, lavorando tra l'altro per la
Cciu (Computer Crime Investigation Unit) e per l'Fbi. Nel 2003
Schmidt lasciò il settore pubblico per diventare responsabile della
difesa informatica prima eBay e poi Microsoft. Con Bush era stato
consigliere per la sicurezza cibernetica della Casa Bianca. Ora
Obama lo ha richiamato in servizio
[23-12-2009]
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GRAND’AMERICA
- UN PAESE IN Depressione, CON DISOCCUPAZIONE A MILLE, DA UNA PARTE.
DALL’ALTRA, I PROFITTI DELLE
GRANDE BANCHE
nell’ultimo trimestre sono cresciuti dell’11% grazie all’uso
dei derivati finanziari (Sì QUELLE “TRUFFE” che innescarono la
crisi del settembre 2008) – LA POLITICA DEL ‘COMPAGNO’ OBAMA
CHE HA RIEMPITO GOLDMAN SACHS E COMPAGNIA BELLA DI SOLDI DEI
CONTRIBUENTI A TASSO ZERO…
Maurizio
Molinari per La Stampa
Il decennio si
avvia a chiudersi con ritorni in calo dello 0,5% per i titoli
quotati alla Borsa di New York, con una flessione maggiore dello 0,2
registrato durante gli anni Trenta seguiti alla Grande Depressione.
Ma
a sorridere sono le grandi banche grazie a profitti che nell'ultimo
trimestre sono cresciuti dell'11% grazie all'uso dei derivati
finanziari che innescarono la crisi del settembre 2008.
A evidenziare
il contrasto fra il macroscenario negativo e l'eccezionale stato di
salute delle banche più importanti degli Usa è da un lato Michele
Gambera, capo economista di Ibbotson Associates, che spiega al «Wall
Street Journal», come «gli ultimi dieci anni sono stati un incubo
per i titoli scambiati sugli indici americani» e dall'altro i dati
resi pubblici dalle maggiori istituzioni finanziarie sui profitti
nelle transazioni per 5,7 miliardi di con il quarto trimestre
migliore di sempre.
Fra le banche
a vantare il maggior risultato è Jp Morgan Chase con utili per
oltre 3,1 miliardi e un relativo incremento del 60% rispetto al
trimestre precedente, che porta i profitti da transazioni alla quota
annua di 8,1 miliardi polverizzando i risultati ottenuti negli
ultimi due anni.
In seconda
posizione la banca d'affari Goldman Sachs, con 691 milioni di
strumenti è detenuto dalle banche - secondo
uno studio
dell'«Office of the Controller of the Currency» (Occ) che
sorveglia questo tipo di transazioni - nonostante il Congresso e il
ministero del Tesoro da tempo stiano tentando di varare regolamenti
capaci di imporre limiti molto rigidi. «I cambiamenti di valore dei
prodotti derivati pagabili e ricevibili hanno avuto un impatto sui
profitti delle transazioni» si legge nel rapporto dell'Occ.
A sollevare
perplessità sul perdurante impatto dei derivati sull'andamento dei
mercati - e sui bilanci delle banche - è l'ex presidente della
Federal Reserve, Paul Volcker, che è anche uno dei più stretti
consiglieri economici del presidente Barack Obama,
secondo il
quale «le banche che hanno accesso a fondi pubblici composti da
denaro dei contribuenti non dovrebbero poter svolgere tali attività
con una tale intensità».
L'obiezione di
Volcker riguarda il rischio che l'eccesso del ricorso derivati possa
in qualche maniera innescare nuovi terremoti finanziari con il
rischio di sacrificare il denaro pubblico con effetti ancor più
devastanti di quanto avvenuto nell'autunno 2008 sull'economia
nazionale.
«Osservando
quanto sta avvenendo sui mercati vi sono assai poche testimonianze
di innovazioni che hanno avuto degli effetti visibili sulla
produttività dell'economia» ha osservato Volcker per sottolineare
come il continuo ricorso ai derivati negli scambi fra banche
continua a comporre una parte preponderante delle transazioni a Wall
Street.
Ad evidenziare
l'eccellente stato di salute delle banche c'è l'imminente
trasferimento di Goldman Sachs - i cui profitti nel 2009 dovrebbero
arrivare a 11,4 miliardi di dollari - nel nuovo quartier generale a
Manhattan, un grattacielo di 43 piani il cui costo finale sarà di 2
miliardi dollari, che sorgerà poco distante da dove fino all'11
settembre 2001 si trovavano le Torri Gemelle.
Niente di
misterioso, tutto sotto controllo. Per Jason Trennert, guru della
consulenza finanziaria, fondatore e Ceo di Strategas, il decennio
peggiore di sempre con il boom delle banche nel 2009 sono fenomeni
perfettamente compatibili.
Come
si spiega la apparente contraddizione?
«È tutto dovuto alla politica monetaria.
La Fed
, con la tenuta dei tassi a zero tanto a lungo, ha volutamente
creato questa situazione. Tutto avviene secondo un suo preciso
disegno».
Banche
a mille e Paese ancora in crisi. Non è un bel vedere...
«
La Fed
ha deciso di far fare alle banche un sacco di soldi quest'anno
offrendo loro il più classico dei meccanismi per guadagnare: lo
spread. Permette loro di finanziarsi a un tasso zero, così possono
poi usare i soldi per fare prestiti o per comprare bond a tassi più
elevati. La differenza è lo spread, cioè il facile margine di
guadagno tra le due operazioni».
Quanto
durerà la pacchia?
«Fino a che Bernanke terrà i tassi a zero, ancora per alcuni mesi.
Ma è una pacchia a termine, calcolata».
Sostenere gli
interessi delle banche è uno schiaffo ai disoccupati, lo dicono in
tanti, nel Paese e al Congresso...
«
La Fed
vuole dare alle banche i soldi perché ripuliscano i bilanci dai
bond tossici. E secondo me le banche finiranno in larga parte con
l'usare gli utili di questi trimestri per svalutare i titoli ancora
senza mercato che hanno in portafoglio».
I
banchieri la faranno franca evitando la legge di regolamentazione in
discussione al Congresso e scatenando i loro lobbisti?
«No. Ci sarà una legge e sarà bipartisan, tanti sono oggi i
favorevoli a mettere un freno alla finanza e ai suoi strumenti di
moltiplicazione degli impieghi. Con i derivati le banche stanno
ancora facendo soldi alla vecchia maniera, grazie all'effetto leva».
[22-12-2009]
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OBAMA, NON CI
AVRAI! - I SIGNORI DI WALL ST. RESTITUISCONO I PRESTITI E SI
AFFRANCANO DAL PRESIDENTE USA - I BANCHIERI SI SENTONO DI NUOVO
INVINCIBILI E NON VOGLIONO TUTELE, MOLTIPLICANO I BONUS, TORNANO AI
DERIVATI E DISERTANO L’APPUNTAMENTO ALLA CASA BIANCA (BARACK
RIPIEGA SU UN’AUDIOCONFERENZA) – PER IL “TIMES” BERNANKE È
L’UOMO DEL'ANNO…
Maurizio
Molinari per
"La
Stampa"
Moltiplicano
i bonus, restituiscono i prestiti, fanno resistenza alla riforma dei
regolamenti, continuano ad adoperare i derivati e disertano
l'appuntamento alla Casa Bianca obbligando il presidente a ripiegare
su un'audioconferenza: a 15 mesi dal crollo di Lehman Brothers le
grandi banche di Wall Street si sentono di nuovo imbattibili e
puntano a riequilibrare a loro vantaggio i rapporti con
l'amministrazione Obama.
Ciò
che più indeboliva le banche rispetto al governo erano i 245
miliardi di prestiti ricevuti dalla Federal Reserve di Ben Bernanke
- prima con Bush e poi con Obama - e il basso profilo dei Ceo è
durato fino a quando non sono stati in grado di restituirli.
Sospinti dalle richieste degli azionisti, dagli interessi guadagnati
e dalle condizioni della Fed, i banchieri hanno iniziato la risalita
in giugno quando Goldman Sachs,
Morgan Stanley
e Jp Morgan Chase hanno restituito un totale di 45 miliardi di
dollari pochi mesi dopo averli ottenuti.
Il
fatto che i conti ricominciavano a quadrare grazie al perdurante uso
dei derivati - che avevano causato il tracollo di settembre - e con
gran parte dei titoli tossici ancora nei forzieri - a dispetto delle
aste di vendita promosse da ministro del Tesoro Timothy Geithner -
durante l'estate ha sollevato le preoccupazioni dei consiglieri
economici del presidente.
Prima
Larry Summers, poi Peter Orszag e, dopo la riconferma, anche Ben
Bernanke hanno ammonito sui rischi di una risollevazione del sistema
bancario senza passare attraverso le riforme invocate dopo il crollo
di Lehman Brothers. Ma anziché rallentare, i colossi di Wall Street
hanno accelerato facendo coincidere l'inizio dell'autunno con
l'annuncio dell'elargizione di bonus plurimilionari ai propri
super-manager, come se la recessione fosse avvenuta una decennio
prima.
E'
stato quindi il presidente in persona a intervenire a più riprese -
l'ultima appena 48 ore fa - denunciando la carenza di eticità dei
«grassi gatti» di Wall Street nell'assegnarsi una montagna di
danaro mentre oltre il 10 per cento di cittadini è senza lavoro. Ma
oramai l'equilibrio di forze fra Wall Street e Pennsylvania Avenue
era mutato e a sottolinearlo non sono stati tanto gli annunci in
progressione di Bank of America, Citigroup e Wells Fargo sulla
restituzione di 85 miliardi di dollari di capitale - più i relativi
interessi - quanto la scelta dei Ceo Lloyd Blankfein di Goldman
Sachs, John Mack di
Morgan Stanley
, e Richard Parson di Citigroup, di far sapere a Obama che «a causa
del maltempo» non sarebbero potuti salire a bordo «di aerei
commerciali» per partecipare a Washington alla prevista riunione
fra i vertici delle maggiori banche e il presidente.
Il
riferimento agli aerei commerciali è stato percepito come uno
sberleffo alla richiesta dell'amministrazione di «tenere sotto
controllo le spese» e il presidente ha risposto ricorrendo
all'ironia quando ha iniziato l'audioconferenza con un «grazie di
aver preso la chiamata» per rimarcare come per qualche secondo lo
avevano lasciano in attesa.
Le battute
reciproche danno la misura di un clima oramai cambiato, come
conferma il fatto che all'indomani dell'incontro alla Casa Bianca i
Ceo di Wall Street hanno fatto trapelare che «Obama è stato molto
affabile con noi a dispetto degli attacchi pubblici» anche perché
«lo abbiamo finanziato più dei repubblicani e abbiamo votato per
lui».
Con i
banchieri che rialzano la testa si annuncia tutta in salita la
scommessa di Obama di riuscire a far loro accettare le riforme che
sono riusciti a rimandare quando erano alle prese con il rischio di
fallire.
TIME,
BERNANKE PERSONA DELL'ANNO PER IL 2009...
(Adnkronos)
- Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve americana, e' la
persona dell'anno per il 2009 secondo la rivista "Time".
Lo scorso anno, il settimanale aveva premiato il neoeletto
presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l'anno prima l'ex
presidente russo, ora premier, Vladimir Putin.
"La
recessione e' stata la notizia piu' importante dell'anno, e senza
Bernanke sarebbe stato molto peggio" ha dichiarato il direttore
amministrativo di Time Richard Stengel, spiegando le ragioni della
scelta. Il capo della Fed "non solo ha imparato dagli errori
commessi nella storia, l'ha scritta lui stesso", ha poi
aggiunto.
Il settimanale
americano ha poi reso noto che Bernanke e' stato scelto tra una rosa
di finalisti, tra i quali il generale Stanley McChrystal, il
comandante delle forze Usa e della Nato in Afghanistan, la Speaker
della Camera Nancy Pelosi, lo sprinter giamacano Usain Bolt.
Bernanke, ha
scritto Michael Grunwald nell'articolo con cui Time presenta la
persona dell'anno 2009, e' "il piu' importante giocatore alla
guida della piu' importante economia mondiale: la sua leadership
creativa ha contribuito a garantire che il 2009 fosse un periodo di
debole ripresa piuttosto che di una depressione catastrofica".
[16-12-2009]
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7 -
OBAMA 'UTILIZZEREMO FONDI TARP PER CREDITO A PICCOLE AZIENDE'...
Radiocor - 'Chiedo al mio segretario del Tesoro di continuare a utilizzare i
rimanenti fondi Tarp per facilitare il credito alle piccole
aziende'. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama,
parlando a Washington alla Brookings Institution. Nel suo intervento
Obama ha delineato tre principali aree di intervento: aiutare le
piccole aziende a crescere e assumere nuovo personale, ammodernare
le infrastrutture per i trasporti e rendere le abitazioni piu'
efficienti in termini di consumi energetici. Obama ha inoltre
ribadito la volonta' dell'amministrazione di iniziare a varare un
piano di risanamento dei conti e a questo scopo intende ridurre il
deficit statale della meta' entro il 2012.
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MESSAGGI
DALL’11 SETTEMBRE – IL SITO RE DELLE “SOFFIATE” WIKILEAKS
PUBBLICA GLI SMS INVIATI DURANTE GLI ATTACCHI A NY (MA CHI LI HA
FORNITI?) – “VENITE TUTTI DA ME, HO ACQUA A SUFFICIENZA IN
FRIGO” – “STA CROLLANDO ANCHE L’ALTRA TORRE. E’ LA FINE”
- “BUSH STA FACENDO UN DISCORSO. LA COSA È VERAMENTE SERIA”....
1 - "BUONGIORNO AMORE", POI
IL CAOS...
Francesco Semprini per "La
Stampa"
Ventiquattr'ore di conversazioni tra
privati o istituzioni governative, oltre 573 mila messaggi per
complessivi 6,4 milioni di parole. E' la ricostruzione di quello che
avvenne su Internet e nelle reti di messaggistica telefonica nel
corso della giornata più tragica della storia americana, l'11
settembre 2001. A raccontare quello che gli americani si dissero
prima durante e dopo gli attacchi a New York e Washington è il sito
WikiLeaks che ha deciso di pubblicare oltre un centinaio di link
Internet, rispettando la cronologia temporale di quel giorno.
I primi text, che partono alle 3 di
notte dell'11 settembre, sono stati pubblicati alle 3 di notte di
ieri mentre l'ultimo delle 2.59.59 del 12 settembre è stato
pubblicato alla stessa ora di questa notte. Un modo per rivivere in
tutta la sua drammatica intensità il susseguirsi degli eventi che
hanno cambiato il corso della storia del mondo. Messaggi, e-mail,
estratti di telefonate, sms, si riferiscono a conversazioni
provenienti da uffici governativi, come Pentagono, Polizia di New
York e Fema (protezione civile americana), da cittadini privati,
aziende o da computer di società di brokeraggio che operavano
all'interno del World Trade Center. Si tratta di comunicazioni fino
ad ora coperte da segreto o comunque inaccessibili al pubblico.
La tensione di quei momenti si avverte
già nella pagina introduttiva in cui WikiLeaks presenta alcuni dei
messaggi più significativi: «Per favore non lasciate l'edificio:
una delle Torri è appena crollata!», o «Possibile esplosione
nell'edificio. Mobilitazione a livello 3». A emergere e destare
sospetti è che nelle stesse ore in cui le Torri Gemelle di New York
e il Pentagono erano in fiamme, sui pager degli uomini del Secret
Service rimbalzavano messaggi falsi, fatti ad arte, almeno sembra,
per alzare ulteriormente la tensione. Come quello comparso sul
cercapersone degli uomini di scorta al presidente George W. Bush: «Un
aereo della Korean Airlines è stato dirottato», mentre era in
rotta verso San Francisco.
Tra gli altri spiccano i messaggi
scambiati dal Secret Service e riguardanti «Twinkle and Turq» (i
nomi in codice di Barbara e Jenna Bush, le figlie del presidente):
le ragazze «stanno bene e sono al sicuro». Oppure quelli inviati
dai responsabili della sicurezza della Bank Of America ai suoi
dipendenti («Evacuare tutti le sedi che si trovano in edifici di
altezze elevate»).
Il sito non rivela come sia riuscito
ad accedere a questo patrimonio di tlc, su cui ci dovrebbe essere
una sorta di blindatura. Un algoritmo, forse, più potente di quello
che Google usa per il suo motore di ricerche. O semplicemente
contatti (in senso di conoscenze) giusti. In ogni caso
sull'autenticità dei contenuti non sembrano esserci dubbi.
È anche certo che il traffico
telefonico e Internet di quel giorno fu senza precedenti, tale da
mandare nel panico sistemi di sicurezza che avrebbero dovuto essere
altamente protetti (come appunto quello del Secret Service),
consentendo così l'accesso in massa a circuiti riservati. Un'altra
ombra che incombe sul giorno più tragico della storia americana.
2 - WIKILEAKS.ORG - UN SITO
CONTROVERSO PER SCOOP ANONIMI...
Da "La Stampa" - Wikileaks è un sito internet dedicato a
documenti riservati che vengono lasciati trapelare (leaks in inglese
significa «soffiata», «fuga di notizie») da fonti a cui viene
garantito l'anonimato. Lanciato alla fine del 2006, ha oggi una
banca dati di oltre un milione di documenti. È stato protagonista
di rivelazioni per esempio da parte di dissidenti cinesi, ma anche
di episodi controversi, come la pubblicazione delle mail riservate
di Sarah Palin.
3 - GLI SMS DELL 11 SETTEMBRE...
8:46:30 Il primo aereo colpisce una delle Torri.
8:47:42 Problemi tecnici si verificano
sulle reti di trasmissione. «Il nostro hub di Chicago sta
registrando problemi di connessione, non riusciamo a risolvere».
8:47:46 Le prime avvisaglie: «Qualcuno
mi sta dicendo che c'è stata un'esplosione al ...». Il messaggio
è incompleto.
8:50:25 La tragica realtà: «Un aereo
si è schiantato sul Wtc. Bruttissimo».
8:50:46 «Anche la Cnn parla di
un'esplosione causata da un aereo. Karen».
8:50:50 Ancora non è chiara la causa
dell'esplosione: «Una bomba è esplosa nel Wtc, per favore mettiti
in contatto con Mike Brady. W.»
8:51:11. Molti sono ancora all'oscuro
della tragedia: «Buon giorno, spero tu abbia dormito bene. Ti amo e
ti auguro buona giornata. Torno a letto nudo pensando a te».
8:51:37. Arriva la conferma di chi è
lì: «Il Wtc è esploso, vediamo le fiamme dalla nostra finestra.
Teresa».
08:55:01. Sembra un solo incidente e
la giornata va avanti secondo il calendario economico: «Le vendite
dei grandi magazzini sono calate dello 0,7% nella prima settimana di
settembre».
8:55:18 Cnn: «Il World Trade Center
è danneggiato. Aggiornamenti a seguire».
8:55:33: L'allarme dei familiari: «Tesoro,
c'è stata un'esplosione al Wtc, stai lontano e chiama. Joe».
08:57:54 Scatta l'allarme negli
uffici: «Un aereo si è schiantato sul 2 Wtc, il nostro staff al 5
Wtc sembra illeso, è stato messo al sicuro».
8:59:40 «Mike, un aereo è entrato
nell'80° piano del World Trade Center ed è ancora lì dentro. Ho
appena visto le foto».
9:00:50 Qualcuno teme per gli altri
voli: «Hey non partire per Nashville, rimani qui», Mondora
917-846-7147.
09:04:00 La conferma sul telefonino:
«Mi hanno appena messaggiato che c'è stata un'altra esplosione al
Wtc, in fiamme la seconda torre».
09:04:12 La seconda esplosione mette
in allarme il distretto finanziario: il Desk di una società di
brokeraggio avverte il quartier generale: «Stiamo cercando di
contattare i nostri uomini al Wtc per aver informazioni più precise
sull'impatto. Chiediamo assistenza».
9:04:39 L'impatto del secondo aereo fa
temere il peggio, la priorità è mettersi in contatto con chi si
trova nelle vicinanze: «Un altro aereo si è schiantato sul Wtc, so
che sei da quelle parti. Ti prego chiamami appena puoi. Lisa 646 473
3805».
9:10:00 Da questo momento e per le due
ore successive i tabulati mostrano una serie di numeri telefonici
che ricevono messaggi simili: «Per favore chiamami», «Mettiti in
contatto con papà», «Stai lontano dal Wtc», «Aiuto! New York è
sotto attacco». «Non ti muovere da dove sei».
9:55:05 Arriva la notizia che conferma
la pista degli attacchi terroristici simultanei: «Joe, un altro
aeroplano si è schiantato sul Pentagono. Per ora non è stata
confermata l'ipotesi della bomba. Tutti i voli di linea sono stati
sospesi. Dennis».
9:55:33 La conferma della Cnn: «Un
aeroplano ha colpito uno dei lati dell'edificio del Pentagono a
Washington DC».
9:55:44 La macchina dei servizi di
sicurezza si mette in moto. Sul sito Whitehouse.gov compare questa
notizia: «La Casa Bianca è stata evacuata, tutti i voli cancellati».
9:56:59 Il Paese è nel caos: «Ora
anche il Pentagono. Ho paura che siamo sotto assedio. È la fine. Vi
voglio bene», scrive Denis.
09:57:14 I cieli sono paralizzati: «Tutti
gli aerei sono stati fatti atterrare, le metropolitane sono ferme»,
avvertono le autorità dei trasporti.
10:01:30 Si attendono segnali dalle
autorità: «Ehi, Bush sta facendo un discorso. La cosa è veramente
seria».
10:01:35 Notizie e smentite di altri
attacchi rimbalzano dai quattro angoli del Paese quando a New York
avviene l'imprevedibile: «Oh mio Dio, la Torre Sud sta crollando
completamente».
10:01:59 A Ground Zero è il delirio.
Julie: «Non si vede nulla, ci sono morti e feriti, è terribile,
dicono che si tratti di terrorismo».
10:02:01 Le agenzie battono il nuovo
bollettino di guerra: «Un altro aeroplano diretto verso Pittsburgh
è stato dirottato, non ci sono notizie più precise».
10:03:45 Le autorità fanno il punto
via mail: gli accessi a New York City sono stati bloccati, tunnel e
ponti sono chiusi al traffico, le metropolitane sono ferme. Scambi
sospesi a Wall Street.
10:04:54 La sindrome dell'attacco crea
panico ovunque: «Chiamatemi, sono bloccata nel mio ufficio, stanno
bombardando anche il NYSE. Provo a scappare, sono con Hari, pregate
per me», è la disperata richiesta di aiuto di Mary, dipendente
della Borsa.
10:08:34. Dopo il collasso della prima
torre i vigili del fuoco danno ordini via Internet: «In 15 minuti
dovete evacuare tutta l'area». Molti non ricevono il messaggio
perché le reti sono bloccate.
10:21:56 Si teme il peggio. «Ci
stanno attaccando con gli aerei, questa è una guerra».
10:22:13 Iniziano ad arrivare le prime
informazioni sugli aerei dirottati: «Uno dei velivoli è il volo
Amr 11 con 250 passeggeri», scrive Brooks.
10:22:18 Il panico contagia tutto il
Paese: «Abbiamo avuto un'esplosione a Capitol Hill e al
dipartimento di Stato» compare su un messaggio mail di Datacast.
10:26:06 Le autorità confermano: «Stiamo
evacuando tutti gli edifici federali e le Nazioni Unite».
10:27:51 C'è chi pensa a un lungo
assedio: «Venite tutti da me, ho acqua a sufficienza in frigo,
Rachel sta prendendo bevande, patate, panini. C'è chi azzarda già
le prime ipotesi : sarei sorpreso se non si trattasse di arabi».
10:28:10 Tentare la fuga gettandosi
nel vuoto è l'unica soluzione: «Sta crollando anche l'altra torre.
E' la fine».
15:24:41 E Bush dall'Air Force One
prepara la sua risposta all'attacco all'America: «I militari sono
in stato di massima allerta, siamo pronti».
[26-11-2009]
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CACCIA
AL TESORO USA! – NUOVO SMACCO PER OBAMA: IL 'SUO' MINISTRO
ECONOMICO GEITHNER COSTRETTO A MOLLARE LA POLTRONA PER INCAPACITÀ A
GESTIRE LA CRISI - E SPUNTA JAMIE DIMON, UN EROE DI WALL ST. CHE
SALVÒ JP MORGAN DALLA BURRASCA FINANZIARIA…
Francesco
Semprini per
"La
Stampa"
Non
bastavano i presagi delle cassandre di Wall Street, gli attacchi
repubblicani e l'emorragia occupazionale. Ora ci si mette anche un
banchiere a minare la serenità di Timothy Geithner, per giunta non
uno qualsiasi, ma quello che meglio degli altri ha affrontato la
peggiore crisi degli ultimi 75 anni.
Parliamo
di Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan Chase: è lui
il più accreditato ad occupare la poltrona - sempre più ballerina
- di segretario al Tesoro dove oggi è seduto Geithner. A dirlo è
il "New York Post" secondo cui il nome di Dimon è
rimbalzato con particolare insistenza al Congresso, in coincidenza
della marea montante di critiche rivolte al capo del Tesoro la
scorsa settimana proprio nella aule di Capitol Hill.
La
crescente disoccupazione (10,2% destinato ad aumentare sino al primo
trimestre del 2010), la debolezza del dollaro, la ripresa lenta e
macchinosa e il rampante deficit pubblico, sono motivi sufficienti
per veder capitolare il capo del Tesoro, secondo alcuni. La scorsa
settimana, Geithner, è finito nel tritacarne del Joint Economic
Committee e il suo alterco con un repubblicano si è concluso con la
richiesta di dimissioni da parte di quest'ultimo.
A
Wall Street invece, Dimon è una specie di rock star, non solo è
riuscito a traghettare Jp Morgan fuori dalla burrasca finanziaria
senza subire danni sostanziali, ma è stato un prezioso alleato del
governo al momento di salvare altri istituti in difficoltà, come
Bear Stearns e Washington Mutual.
Le
sue gesta eroiche tra le macerie del terremoto di Wall Street sono
raccontate in un libro scritto Duff McDonald dal titolo «The last
man standing» (L'ultimo a resistere). Gode inoltre di una certa
popolarità tra l'opinione pubblica perché ha già detto che non
staccherà assegni da capogiro per i bonus di fine anno come invece
fanno i suoi colleghi pur di arginare l'esodo di brillanti e capaci
banchieri.
Con
i suoi 53 anni e una formazione maturata negli ambienti di Wall
Street, il profilo di Dimon è diverso da quello di Geithner (classe
1961) che ha un background maturato nelle grandi istituzioni
pubbliche, anche se in comune hanno una militanza nella Fed di New
York.
«Sarebbe
importante in questa fase avere un segretario al Tesoro che gode del
pieno sostegno del presidente e del Congresso - avverte Dick Bove,
analista di Rochdale Securities che sta per pubblicare un dossier
speciale proprio sul numero uno di Jp Morgan - Questo è Jamie Dimon,
non certo Timothy Geithner», il cui mandato secondo alcuni è nato
già debole a causa della vicenda dei contributi non pagati emerse
subito dopo la nomina.
A
rafforzare l'ipotesi è il piano di successione da lui stesso messo
a punto per la guida della banca che gode di buona salute nonostante
il rischio di perdite legate al credito al consumo. A ciò si
aggiunge il fatto che Dimon è un sostenitore democratico e il
legame con Obama risale a quando guidava Bank One, con sede a
Chicago, città del presidente. È stato sovente ospite della Casa
Bianca e il suo nome è emerso come papabile alla guida del Tesoro
anche l'anno scorso per il contributo che avrebbe potuto dare nella
revisione dell'apparato finanziario.
Inoltre
a differenza di Geithner non è inviso ai repubblicani per la
collaborazione mostrata durante la presidenza Bush. Lui opta per la
prudenza, sostiene che Geithner, di cui ha stima, ha ancora molto da
dare mentre il suo futuro è alla guida di Jp Morgan per altri sei o
sette anni. Ma secondo molti a Washington è solo «fair play».
[24-11-2009]
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OBAMA
NON FERMA
LA CORSA AI SUPER
BONUS...
Arturo Zampaglione per "la Repubblica" - Già si sapeva
che le banche di Wall Street sopravvissute alla tempesta si
preparavano a fine anno a versare dei generosissimi bonus ai loro
dipendenti, ma le ultime stime appena elaborate da Option group e da
vari cacciatori di teste superano ogni previsione e sono destinate a
moltiplicare le polemiche.
Goldman Sachs,
Morgan Stanley
e JPMorgan Chase, cioè i tre grandi istituti che hanno restituito
per primi gli aiuti dello Stato, verseranno a dicembre bonus per
29,7 miliardi di dollari: cioè il 60% in più dell´anno scorso e
un nuovo record rispetto ai 26,8 miliardi del 2007.
Diviso per i 119 mila dipendenti dei tre gruppi, il nuovo
monte-bonus si traduce in 250 mila dollari a testa, cioè cinque
volte il reddito annuo mediano di una famiglia americana. Ogni
impiegato della Goldman, che è la banca con maggiori utili, riceverà
nel
2009 in
media l´equivalente di 490 mila euro. «Nulla sembra più
preoccupare i protagonisti di Wall Street», scuote
la testa Paul Hodgson
, del centro di ricerca Corporate Library.
Attraverso il nuovo "zar degli stipendi", Kenneth
Feinberg,
la Casa Bianca
ha cercato di mettere un freno ai compensi d´oro, insistendo sulla
necessità di evitare che i bonus premino comportamenti troppo
rischiosi. I chief executives di Goldman (Lloyd Blankfein), di Chase
(Jamie Dimon) e di
Morgan Stanley
(John Mack) sono stati anche convocati la settimana scorsa dal
presidente della banca della Federal Reserve di New York, William
Dudley, per discutere su questo tema.
Ma c´è ben poco che il governo o la Fed possano fare, in
assenza di una legge specifica, per calmierare i salari delle banche
a capitale privato. Diverso è il discorso per gli istituti come
Bank of America e Citigroup in cui il Tesoro esercita ancora il
controllo.
11.11.09 |
MADOFF OFF RECORD - AGLI 007 DI WALL STREET: "NON VI CREDEVO
TANTO SCEMI, SAREBBE STATO FACILE SCOPRIRMI” - Dal 1992 per ben sei
volte la Sec ricevette denunce precise suL "GENIO DELLA TRUFFA"
- “ERO CONVINTO CHE MI BECCASSERO PRIMA, HO VISSUTO NOTTI INSONNI” -
NON EMERGONO TANGENTI, È STATA SOLO LA SCEMENZA A FARE DANNI?…
Federico Rampini per
"la Repubblica"
Davvero non vi credevo tanto
scemi. Così si può riassumere "la verità di Bernard Madoff".
6.157 pagine che raccolgono tutte le confessioni del protagonista della
truffa del secolo, colui che ha fatto sparire nel nulla almeno 21 miliardi
di dollari dei suoi clienti. Una montagna di carte dove ricorre più volte
quell´ammissione: Madoff era convinto che lo avrebbero scoperto molti
anni prima.
Lui stesso non si capacitava
della dabbenaggine dei "guardiani" del mercato. A cominciare
dalla Sec, la Securities and Exchange Commission, cioè la più importante
authority di vigilanza sulla Borsa di New York. Un organo che un tempo era
circondato da un´aureola di credibilità, e la cui reputazione esce
distrutta dalle rivelazioni. Le ha dovute divulgare lo stesso ispettore
generale della Sec, David Kotz.
Per l´authority quelle carte
sono la prova di una disfatta umiliante. Dal 1992 per ben sei volte la Sec
ricevette denunce precise su Madoff. Ogni volta fu avviata un´indagine e
ogni volta finì nel nulla. Madoff era esterrefatto. Il genio del male,
protagonista del più grave raggiro finanziario degli ultimi 75 anni, non
si considera affatto un genio.
«Gli ispettori della Sec - ha
raccontato il finanziere nelle deposizioni rese dal carcere - venivano a
controllare le mie mail e chiedermi spiegazioni. Ma non facevano lo sforzo
di verificare se le operazioni che dicevo di fare avevano un riscontro nel
centro di compensazione di Wall Street a cui fanno capo tutte le
transazioni.
Non mettevano a confronto gli
investimenti che io dicevo di fare e quelli effettuati dalle mie
controparti, le società finanziarie che dovevano eseguire per me acquisti
e vendite di titoli». Se avessero fatto quelle verifiche, l´abc del
mestiere di un ispettore, «sarebbe stato facile scoprirmi» ha dichiarato
Madoff. «Se sei alle prese con una piramide di Ponzi, quelli sono i primi
accertamenti da fare».
Charles Ponzi fu il
protagonista di una gigantesca truffa che precedette il crac di Borsa del
1929. I due casi hanno diversi elementi in comune: la credulità di
investitori ricchi e sofisticati; l´inefficienza delle autorità che
dovrebbero regolare i mercati.
Madoff ricorda il giorno in
cui credette che la sua fine era vicina. Nel 2006, in occasione di una
delle varie ispezioni presso la sua società finanziaria (un´istituzione-fantasma,
un paravento, come si sarebbe scoperto tre anni dopo) i funzionari della
Sec gli chiesero di vedere gli estratti conto delle sue transazioni presso
la camera di compensazione centrale di Wall Street. Da quelle carte, lui
lo sapeva, sarebbe emersa la gigantesca truffa. La richiesta gli arrivò
un venerdì pomeriggio.
Madoff passò il week-end
insonne, preparandosi al peggio. Ma il lunedì nessuno si fece vivo per
ottenere quelle carte. Gli ispettori si erano scordati della loro stessa
richiesta. Lasciando il vecchio Bernie "stupefatto, incredulo"
di fronte alla loro inefficienza e alla propria fortuna. Alla fine è
stato lui a consegnarsi e rivelare tutto. Dall´inchiesta attuale non
emergono tangenti, collusioni, né un sabotaggio deliberato. La scemenza
può fare altrettanti danni della corruzione.
[02-11-2009]
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OBAMA APRE GLI OCCHI DEGLI USA – L’AMERICA VEDE I SUOI MORTI PER
LA PRIMA VOLTA IN ANNI - BARACK MOSTRA LE BARE DEI MILITARI CADUTI IN
AFGHANISTAN - DAL 1991 NESSUN LEADER AMERICANO L´AVEVA MAI FATTO: NÉ
BUSH SR, NÉ CLINTON, NÉ BUSH JR – ORA GLI AMERICANI SANNO CHE SONO IN
GUERRA…
Vittorio Zucconi per "La
Repubblica"
C´era il velo affettuoso della notte, non velette nere di madri e di
vedove, per il ritorno a casa del sergente dell´Indiana Dale Griffin
dentro la bara bianca d´ordinanza. C´era a riceverlo il primo
Presidente degli Stati Uniti che finalmente avesse trovato il coraggio
di vedere con i propri occhi i risultati delle guerre dove lui stesso
manda i figli degli altri a morire.
Per 18 anni, da quel 1991 che aveva terrorizzato le autorità
americane e il governo di George Bush il Vecchio al pensiero della
possibile processione di caduti dal Golfo, la base aerea di Dover, nelle
piane alluvionali del fiume Delaware sull´Atlantico, dove tutti i morti
d´oltremare sono riportati, era rimasta chiusa ai non addetti allo
scarico delle bare. Vietata ai fotografi, alle telecamere e anche ai
parenti.
Per rispetto, per risparmiare a quei morti e alle loro famiglie, il
"media circus", era stato spiegato, ma in realtà per evitare
alla nazione di vedere che cosa c´è sempre all´altro capo della
retorica e delle marcette, delle guerre giuste o ingiuste, combattute
per necessità o per scelta che siano. Bare.
Obama ha avuto il coraggio di spezzare questa ipocrisia del pudore
propagandistico. In queste ore sta decidendo se mandare altri come il
sergente Dale Griffin dell´Indiana, campione di lotta libera nel liceo
di Terre Haute saltato su una mina in Afghanistan, a contendersi l´onore
di tornare a casa coperto dalle bandiere sudario e ha voluto fare almeno
il gesto di uscire dalla bolla del potere washingtoniano, dei
consiglieri, della strategia, per vedere di persona. Per provare che
cosa significhi vedere un enorme aereo militare da trasporto C5
scaricare dai suoi rulli 18 bare che quattro giorni prima erano uomini.
Era molto diverso il Barack Obama che le telecamere hanno ripreso
sull´attenti, accanto agli ufficiali e ai soldati in tuta mimetica da
fatica, che lo affiancavano ai piedi dello scivolo del C5 carico di
casse da morto atterrato sulla pista di Dover. Nella crudezza dei
faretti portatili, senza filtri "soft" da studio e senza
cerone, contro il fondale della notte, era più pallido lui, l´afro,
delle facce bianche che lo circondavano, le rughe del volto scavate dal
troppo contrasto fra i flash e il buio, la giacca e i calzoni
sbattacchiati dal vento del maltempo che agitava tutta la costa
Atlantica.
Anche il suo saluto militare, fatto da un presidente che non ha mai
indossato un´uniforme e che, come i suoi ultimi predecessori Bush il
Giovane e Clinton, non ha mai visto una guerra da vicino, era persino
troppo perfetto e tagliente, come di chi abbia timore di sbagliarlo.
Sembrava, lui che pure è alto e atletico, minuto tra quei militari
irrobustiti dalle tute mimetiche, rimpicciolito dalle dimensioni dell´enorme
aereo e dal fisico dei sei portatori della pesantissima bara di acciaio
saldato e laccato bianco a chiusura ermetica e guarnizioni di gomma,
costo all´ingrosso per il Pentagono dollari 949.
Era stato proprio Obama ad annullare il black-out, l´oscuramento
imposto da George Bush Primo nel 1991 nel timore di scuotere l´opinione
pubblica e di incrinare il fronte interno di fronte alla processione di
bare dal Golfo. Lo avevano mantenuto Clinton, che i suoi morti,
soprattutto in Somalia, aveva prodotto e George il Piccolo, che temeva
di alimentare l´ostilità crescente alle guerra in Iraq e Afghanistan.
Ma nessuno di loro, neppure Bush padre che pure la guerra aveva visto
e combattuto come pilota di marina nel Pacifico, era mai salito da
Washington sceso a quella base di Dover, mezz´ora di volo per l´Air
Force One, che ha l´esclusivo e tristissimo onore di essere il primo
approdo dei caduti. Il luogo dove avviene, secondo la formula ufficiale,
«la dignitosa cerimonia» del trasferimento dei morti ai furgoni e poi
ad altri aerei commerciali che li trasporteranno dove le famiglie li
vogliono seppellire.
Il sergente dell´Esercito Griffin era stato salutato alla partenza
per l´Afghanistan da un´edizione speciale del giornale della sua
cittadina, il Terre Haute Daily Journal, perché era un piccolo eroe
locale, campione di lotta libera nello stato dell´Indiana a 16 anni,
figlio di una coppia religiosissima di Avventisti del Settimo Giorno,
bel ragazzo che aveva preferito l´uniforme alle aule di un´università
che non poteva permettersi.
Sono stati i genitori a concedere il permesso a che la sua bara fosse
quella scelta dai comandi e dal Presidente per la cerimonia che
finalmente ha squarciato il buio di quell´ipocrisia e che Obama ha
preteso per capire, e per far vedere, di essere costretto anche lui a
essere un presidente che ha ereditato due guerre. Ma almeno con il
rimpianto di doverlo essere. Quella di Griffin è stata la cinque
millesima bara scaricata dai C5 Galaxy della Lockheed a Dover. Ne sono
state necessarie 4.999 perché un presidente andasse a onorarne una.
[30-10-2009]
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MATA-ALI (PAESE CHE VAI, D'ADDARIO CHE TROVI) – Ci voleva uno
scandalo nella Manhattan dei Vip per scoprire che così fan tutte. Almeno,
le giovani americane: maestre nell´uso di software avanzati, non esitano
a intercettare le telefonate e spiare le segreterie dei loro uomini. O
delle rispettive amanti...
Federico Rampini per "la
Repubblica"
Ci voleva uno scandalo nella Manhattan dei Vip per scoprire che così
fan tutte. Almeno, le giovani americane: maestre nell´uso di software
avanzati, non esitano a intercettare le telefonate e spiare le
segreterie dei loro uomini. O delle rispettive amanti.
«Mille volte vostro onore». Così ha confessato di averlo fatto Ali
Wise, prima di beccarsi quattro incriminazioni che potrebbero costarle
altrettanti anni di carcere. La sua udienza alla Manhattan Criminal
Court sembrava una serata degli Oscar, tanta era la folla dei paparazzi.
«Hi-Tech Vendetta», la sua storia domina la prima pagina del tabloid
New York Post.
30 anni, un fisico da top model, più volte sulle copertine dei
rotocalchi, con alle spalle un incarico nelle relazioni pubbliche per
Dolce & Gabbana: la Wise era una habituée delle serate mondane
nella Manhattan degli stilisti e degli artisti, degli attori e delle
pop-star. Lo stesso universo glamour contro il quale lei ha rovesciato
la sua furia vendicatrice.
Scegliendo però bersagli esclusivamente
femminili: solo le rivali hanno subito le sue intrusioni a catena. A
scatenare lo spionaggio tecnologico erano le rotture tra Ali Wise e i
suoi uomini. Tutti Vip noti nel mondo dello spettacolo e del lusso.
Prima c´era stato Josh Deutsch, fondatore della casa discografica
Downtown Records. Troncata la relazione con la Wise, Deutsch si era
messo con Nina Freudenberger, decoratrice di interni con una clientela
miliardaria.
337 volte l´inconsapevole Nina è stata "visitata" nelle
sue conversazioni al telefono e nella segreteria del cellulare dalla
Wise. La stessa sorte è toccata a Briana Rasinski,
stilista indipendente, anche lei per via di una relazione con Deutsch.
Altre donne spiate elettronicamente erano colpevoli di frequentare Jason
Pomeranc, il magnate della catena di alberghi Thompson, anche
lui un ex della Wise. 137 intrusioni per la seconda vittima, 119
effrazioni a distanza nei telefoni della terza, 102 per la quarta. Una
furia scatenata dalla gelosia, ma con la lucidità di una hacker, una
professionista delle intercettazioni.
E qui l´affaire Wise rivela il suo lato più sconcertante. I tabloid
scavano nel versante glamour, esibiscono le foto di tutte le celebrità
coinvolte, e soprattutto lei: il completo nero elegantissimo che
sfoggiava davanti alla Corte penale di Manhattan, le minigonne
inguinali, le scollature.
I blog specializzati si lanciano in un´altra direzione: l´incrocio
fra gelosia e nuove tecnologie. SpoofCard è il software galeotto usato
da Ali Wise. Consente di dissimulare l´identità del proprio cellulare,
infiltrarsi in una segreteria telefonica altrui, e saccheggiarla. «Per
molte donne - si legge sul sito di gossip Macleans - Ali Wise è un´eroina.
Perché quel che ha fatto lei, lo fanno anche loro da molto tempo».
Allen Brik, a capo del servizio di detective privati Blue Star
Investigations, rivela che «negli ultimi anni sono esplose queste
intercettazioni private; e sono le donne molto più degli uomini a
farle. I maschi sono più ingenui. E non hanno nessuna fantasia nello
scegliersi le password».
[21-10-2009]
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"Chinamerica SUPERFUSION"! - Le economie di USA e Cina sono
a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un’unica realtà
- MA LA PARITà TRA STATI NON ESISTE IN NATURA E PECHINO SI MANGERà GLI
HOT DOGS - senza gli oltre 800 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa
detenuti dalle banche cinesi sarebbe stato TRACOLLO PER Obama...
Maurizio Molinari per "La
Stampa - Economia & Finanza"
Le economie di Stati Uniti e Cina sono a tal punto interdipendenti da
essere oramai diventate un'unica realtà. A sostenerlo è «Superfusion»,
il saggio firmato dall'economista Zachary Karabell che tiene banco a
Wall Street come nei centri studi - il «Council on Foreign Relations»
gli ha dedicato una seduta di approfondimento ad hoc - perché documenta
l'esistenza di «Chinamerica» come di una fonte di ricchezza unica, con
un pil combinato che in alcune circostanze arriva ad essere oltre la metà
di quello dell'intero Pianeta.
«Il libro di Karabell è una sorta di Bibbia del G2» riassume
Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley in Asia, e in effetti la
tesi di fondo è che l'anno della recessione globale ha fatto decollare
«Chinamerica» per due ragioni convergenti: senza gli oltre 800
miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa detenuti dalle banche cinesi
sarebbe stato assai arduo per l'amministrazione Obama stabilizzare il
proprio sistema finanziario così come senza gli acquisti di beni «made
in China» da parte dei consumatori americani Pechino nel 2008 non
sarebbe riuscita ad accumulare le riserve che le hanno consentito di
sostenersi, mettendosi al riparo dalla recessione globale fino a
chiudere l'anno con una crescita del pil dell'8 per cento.
Alla base della «super-fusione» c'è
dunque l'interscambio commerciale fra i due giganti che si affacciano
sull'Oceano Pacifico, che nel 2007 ha toccato i 410 miliardi di dollari
creando un motore di consumi che non ha eguali. La tesi di Karabell è
che tale processo iniziò con la scelta fatta dal presidente Bill
Clinton, negli anni Novanta, di non condizionare gli scambi commerciali
al rispetto dei diritti umani - come gli Stati Uniti avevano invece
fatto con l'Urss durante la Guerra Fredda - ed ora Barack Obama continua
sulla stessa strada, come la recente decisione di posticipare l'incontro
con il leader tibetano Dalai Lama ha confermato.
Il risultato della decisione di Clinton, e l'imminente visita di
Obama a Pechino, è per Karabell descritto da due storie di successi
economici americani in Cina: la catena del Kentucky Fried Chicken, i cui
circa 2000 fast food gli garantiscono il 25 per cento dei profitti
globali, e Avon riuscita non solo a imporre i propri cosmetici ma anche
a produrne in loco per andare incontro alle richieste delle donne
cinesi.
Nel caso di Avon, l'impatto è stato anche quello di trasformare
migliaia di donne del ceto medio in venditrici qualificate con redditi
decuplicati rispetto al passato e un conseguente aumento dei loro
consumi. «Interdipendenza e interconnessione fra Cina e Stati Uniti»
portano Karabell a prevedere che i mega-prestiti finanziari di Pechino
al Tesoro Usa porteranno «ad aprire il nostro impero commerciale ai
loro prodotti» proprio «come fece la Gran Bretagna con i prodotti
americani dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».
Da qui il consiglio al presidente Obama di «riorientare la politica
verso la Cina» facendo passare in secondo piano «le questioni militari
come gli aiuti a Taiwan e le basi in Giappone» dando maggior importanza
al «focus economico» per «poter integrare sempre di più i due
sistemi». Sperando di risparmiare agli Stati Uniti la fine che fece
l'Impero britannico dopo l'ultimo conflitto mondiale.
[19-10-2009]
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MEDIA WAR – IL SINDACO-TYCOON BLOOMBERG COMPRA BUSINESSWEEK PER UNA
CIFRA RIDICOLA (TRA 2 E 5 MLN $) E PARTE LA SFIDA A MURDOCH – NASCE UN
TERZO POLO DELL’INFORMAZIONE “WIRE” CHE SFIDA DOW JONES-WSJ E
THOMSON-REUTERS – LO SQUALO AL TRAMONTO? LE TESTATE BOCCHEGGIANO E
INTERNET A PAGAMENTO FARÀ FLOP…
Michele Masneri per "Il
Riformista"
Il sindaco di New York si prende Business Week. L'operazione,
annunciata dalla stessa rivista americana, prevede che Bloomberg Lp, il
gruppo dell'informazione finanziaria creato nel 1981 proprio
dall'attuale primo cittadino di New York, pagherà una somma compresa
tra i 2 e i 5 milioni di dollari a McGraw-Hill, colosso editoriale Usa
che controlla tra l'altro l'agenzia di rating Standard & Poor's, per
mettere le mani sul glorioso settimanale.
La cifra è ridicola, ma tiene conto dello stato boccheggiante in cui
il periodico finanziario (921mila copie di tiratura) era ridotto a causa
della recessione. Nel 2008, infatti, il fatturato pubblicitario della
storica testata era crollato del 37%, e redattori e impiegati erano già
pronti a fare gli scatoloni come i colleghi di altre testate che hanno
chiuso i battenti nel 2009 (ultima, Portfolio, diretta concorrente edita
da Condé Nast, editore di Vogue).
L'entrata in scena del "cavaliere bianco" Bloomberg ora però
cambierà gli assetti di potere dell'informazione, e andrà a scontrarsi
direttamente con l'impero dello "squalo", Rupert Murdoch.
Innanzitutto perché crea un terzo polo mondiale dell'informazione
"wire", andando così a completare un percorso di aggregazione
cominciato nel 2007 quando lo stesso Murdoch si è impossessato della
Dow Jones & Co. (società che controlla a sua volta il Wall Street
Journal e l'agenzia d'informazione finanziaria Dow Jones Newswires) per
una cifra considerata già allora spropositata (5 miliardi di dollari).
Pochi mesi prima c'era stata un'operazione economicamente anche più
importante: la fusione tra il colosso canadese Thomson e la gloriosa
agenzia Reuters, fusione da 8,7 miliardi di dollari che ha generato il
primo attore mondiale dell'informazione finanziaria. Ma l'operazione
Bloomberg-BusinessWeek scombinerà ulteriormente gli equilibri sia sul
lato digitale che su quello cartaceo.
Sul primo, perché segnala il forte
espansionismo del gruppo Bloomberg: solo qualche giorno fa la società
aveva annunciato un'alleanza con il Washington Post che prevede forti
integrazioni sul versante delle notizie online, con le 300 mila sale di
contrattazione sparse per i cinque continenti che hanno sulla scrivania
i terminali Bloomberg che avranno accesso anche alle news del Wp. A sua
volta, il sito Internet del Wp avrà nuove pagine economiche a cura dei
1.500 reporter Bloomberg.
Adesso, ci sarà un'ulteriore integrazione della piattaforma con i
contenuti di Business Week. Ma anche sul fronte cartaceo la minaccia
allo status quo è tangibile: sia perché da mesi Bloomberg sta tentando
di impadronirsi del glorioso New York Times (finora senza successo) sia
perché adesso, come ha detto lo stesso presidente di Bloomberg, Daniel
Doctoroff, "vogliamo prendere un marchio venerabile e farne il
miglior settimanale economico globale".
Su entrambi i fronti, digitale e cartaceo, l'operazione va quindi a
impattare sul - traballante - business di Rupert Murdoch. Come racconta
Michael Wolff in una monumentale biografia intitolata "The Man Who
Owns the News" (L'uomo che possiede la notizia), 464 pagine frutto
di nove mesi di interviste al magnate australiano, Murdoch, l'uomo che
nella sua vita è riuscito a battere tutti - la Cnn, la Bbc, la censura
cinese, i sindacati inglesi, la resistenza dello stesso Wall Street
Journal - sarebbe quasi al tramonto. La stessa battaglia per il Wsj può
essere considerata perdente: Murdoch ha già dovuto mettere a bilancio 3
miliardi di dollari di perdite a causa del crollo della pubblicità.
Il suo amato New York Post va talmente male che si pensa addirittura
a cederlo (magari all'arci-rivale Daily News). Anche le sue testate
britanniche (The Sun e The Times) e quelle australiane (Daily Mirror,
The Australian, Daily Mail) non vanno per niente bene. E l'avventura
nella free press è stata così fallimentare che The London Paper ha
dovuto chiudere (prima volta assoluta nella carriera di Murdoch). Ma la
vera sfida che Murdoch perderà, sostiene Wolff, è quella di Internet,
più precisamente di Internet a pagamento. A breve tutti i siti di
informazione della galassia Murdoch, compresa Fox News, non saranno più
gratis.
Una decisione che contrasta nettamente con una legge non scritta del
Web: secondo cui la gente è disposta a pagare solo per notizie
finanziarie e per il porno. Tutto il resto, ovvero l'informazione
generalista, non può che essere gratis. Ma Murdoch - sostiene Wolff -
questo non lo capisce.
Lo testimonia anche l'esperienza di MySpace: acquistata nel 2005 per
580 milioni di dollari, oggi boccheggia dietro la concorrenza del rivale
Facebook. E dopo averla comprata, pare che Murdoch si fece spiegare
esattamente che cosa fosse un social network. Per poi concludere:
"capisco, si tratta di fare stalking sulla gente". Forse Wolff
è troppo estremista, e forse il futuro riserverà delle sorprese.
[19-10-2009]
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LACRIME A WALL ST. – MUORE A SOLI 61 ANNI, BRUCE WASSERSTEIN, IL
MITOLOGICO A.D. DI LAZARD – DALL’ARREMBAGGIO ALLA RJR NABISCO A QUELLO
DI CARL ICAHN CONTRO TIME WARNER, NON C’ERA AFFARE NEL QUALE NON FOSSE
RIUSCITO A ENTRARE – E ORA IL SUO SUCCESSORE, STEVEN GOLUB, DOVRÀ
COLMARE UN ENORME VUOTO…
1 - È MORTO A 61 ANNI BRUCE WASSERSTEIN...
Mario Platero per "Il
Sole 24 Ore"
Bruce Wasserstein, 61 anni, uno dei titani di Wall
Street, l'amministratore delegato di Lazard Freres e co-fondatore anni
fa della celebre boutique d'affari Wasserstein Perella è morto ieri in
un ospedale a New York, dove era stato ricoverato domenica scorsa per un
battito cardiaco irregolare.
La notizia, drammatica per Lazard e triste per Wall Street, che perde
uno dei suoi grandi inimitabili protagonisti, è giunta pochi minuti
prima dello scampanellio che segna la chiusura delle contrattazioni al
New York Stock Exchange e ha colto tutti, banchieri, analisti,
operatori, grandi manager, di sorpresa. È vero che il comunicato di
domenica sera definiva le sue condizioni serie.
Diceva però che erano anche stabili, e passati i primi due giorni
dalla crisi, ricoverato in uno dei migliori ospedali del mondo, ci si
aspettava che potesse soltanto migliorare. Non è stato così. Così in
tarda serata Lazard ha nominato il successore: l'amministratore delegato
ad interim da oggi è Steven Golub (già vice presidente).
Non c'era affare in cui Wasserstein non fosse riuscito ad entrare,
dal mitico arrembaggio alla RjR Nabisco a quello di Carl Icahn contro
Time Warner portando sempre una creatività geniale sul piano
finanziario e una buona dose di spregiudicatezza. Per Lazard, che si era
rivitalizzata e che aveva sempre lui al centro di tutto si apre un
difficile problema di successione.
Il personaggio era controverso. Riuscì a conquistare Lazard Freres
nel 2005, lui, che si era fatto dal nulla, strappandola dopo una lunga
battaglia alla famiglia Weil e in par-ticolare al capo famiglia, Michel
David Weill, un aristocratico della finanza che aveva trasformato la
banca originariamente francese, in uno dei grandi protagonisti della
finanza mondiale. La sua aggressività, la sua tenacia erano
leggendarie, un rapido calcolo stima in mille gli affari che ha
direttamente gestito fin dall'inizio della sua carriera,per un valore
complessivo di 250 miliardi di dollari. Un record difficilmente
raggiungibile.
La sua fortuna personale è stimata in 2,5 miliardi di dollari. Ha
anche dei forti interessi nei media: di nuovo, dopo una lunga battaglia,
riuscì a comprare il settimanale New York Magazine, ma riuscì a
vendere prima della crisi American Lwayer Media per 630 milioni di
dollari. Ha cominciato la sua carriera come avvocato. Dopo la gioventù
e la prima laurea a Brooklyn fu ammesso alla facoltà di legge a
Harvard. Andò subito a lavorare allo studio Cravath Swaine and Moore,
uno dei più prestigiosi d'America.
Capì presto, lavorando per i banchieri, che la sua vera vocazione
era quella di stare dall'altra parte. Passò a Fist Boston, dove conobbe
Joe Perella. Insieme fondarono poi Wasserstein Perella.
La personalità dirompente di Wasserstein portò a un litigio e
Perella se ne andò. Pochi anni dopo, nel 2000, di nuovo poco prima
dello scoppio della bolla di Internet, Wasserstein vendette la banca
alla Dresdner per 1,4 miliardi di dollari. Lascia la quarta moglie,
Angela Chao e due figli. Poco prima di sentirsi male aveva lasciato una
donazione di 25 milioni di dollari alla facolta di legge di Harvard.
2 - WASSERSTEIN, NON SOLO LAZARD - IL SUO MARCHIO RESTA
IMPRESSO SULL'INTERO SETTORE FINANZIARIO...
Da "La
Stampa"
Una delle imprese più memorabili di Bruce Wasserstein è forse
quella di avere impresso il suo marchio sull'intero settore più che su
una singola società. Questo non significa che il navigato uomo d'affari
non abbia lasciato un'impronta indelebile su Lazard, l'ultima banca di
investimenti presso cui ha lavorato fino alla sua scomparsa pochi giorni
fa. Ma nonostante l'enorme influenza che ancora esercitava, il suo
operato nell'istituto era già in larga parte compiuto.
La perdita di Wasserstein sarà dolorosa per Lazard - ma lo sarà,
probabilmente, più per ragioni personali ed emotive che per ragioni
strategiche o finanziarie.
Quando è approdato in Lazard nel 2002, Wasserstein portava con sé
la reputazione di un uomo temibile, basata su tre decenni di accordi di
successo e su una personalità smisurata. Questo gli ha permesso di
svolgere il duro e necessario lavoro di riunire una società aspramente
divisa fra tre città e due continenti.
Wasserstein ha contribuito a ripopolare l'organico di Lazard con
banchieri esperti, attirandoli con lauti compensi, un ambiente poco
burocratico e, in alcuni casi, una partecipazione azionaria nella società,
la cui proprietà era stata fino ad allora strenuamente difesa dalle
famiglie fondatrici francesi. Wasserstein ha completato la
trasformazione nel 2005, facendo uscire Lazard dall'ombra della proprietà
privata e collocandola sotto i riflettori del mercato.
Nonostante il cambiamento, Lazard è rimasta straordinariamente
simile alla società che era sempre stata. Continua a dispensare
consigli finanziari incondizionati alle aziende, esattamente come faceva
quando gli uffici di Lazard erano occupati da autorevoli veterani del
settore come Raymond Philippe, André Meyer, Michel David-Weill, Steve
Rattner o Felix Rohatyn.
Steven Golub, il sessantatreenne successore di Wasserstein, dovrà
colmare un enorme vuoto.
[16-10-2009]
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ADDIO HOLLYWOOD PARTY! – LA CUCCAGNA È FINITA E DA UNIVERSAL A
DISNEY SI FA PIAZZA PULITA DEI TOP MANAGER - INCASSI A PICCO, PRODUZIONI
COSTOSISSIME - Il futuro è già disegnato: film di cassetta, senza troppe
pretese, MODELLO VIDEOGIOCHI, con bassi costi di produzione, capaci di
interessare soprattutto il pubblico dei giovani...
Massimo Gaggi per Corriere Economia
Il presidente degli studi cinematografici della Disney, Dick Cook, è
stato messo alla porta senza complimenti alcune settimane fa. Produttore
di successi come «I pirati dei Caraibi», ha pagato i «flop»
dell'ultimo anno, da «G-Force» a «Confessions of a Shopaholic» («I
love shopping» nella versione italiana).
Poi, qualche giorno fa, è toccato ai due copresidenti della
Universal Pictures, il braccio cinematografico del gruppo NBC-Universal.
Anche Marc Shmuger e David Linde sono stati licenziati brutalmente per
aver prodotto pefficole di qualità, assai apprezzate dalla critica, ma
che hanno fallito al botteghino come «Frost/Nixon», «State of Play»,
un film interpretato da Russell Crowe o «Duplicity», con Julia
Roberts. In precedenza erano state la Paramount e la Metro Goldwyn Mayer
a sostituire i capi dei loro «studios».
C'era una volta la terra felice dei «mogul». A Hollywood, vera
capitale della prospera California, i capi dell'industria delle stelle
erano chiamati così, «mongoli» per descrivere la loro potenza, ma
anche la loro inamovibilità. Poi tutto è cambiato: «In 18 mesi»
racconta Mark Gill, capo di Film Department, una società che finanzia
produzioni cinematografiche indipendenti, «ci sono stati più
cambiamenti che nei precedenti 18 anni messi insieme».
INCUBO CALIFORNIA
La California felix, che per mezzo secolo è stato il «sogno»
delle giovani generazioni di mezzo mondo, si è improvvisamente
risvegliata sull'orlo della bancarotta. Devastata dagli incendi saliti
fin sulle colline di Beverly Hills, impoverita, con interi settori
industriali - come quello aeronautico - spazzati via e una «Silicon
Valley» sempre vitale ma assai ridimensionata. L'orgoglio dello Stato
della «West Coast», non a caso governato da un attore, Arnold
Schwarzenegger, è rimasto aggrappato alla scritta a caratteri cubitali
che campeggia sulla collina più alta di Hollywood.
Ma con la crisi finanziaria e la recessione, anche l'industria del
cinema, considerata inaffondabile, ha cominciato a imbarcare acqua. In
realtà l'emorragia dei biglietti venduti al botteghino durava già da
anni, ma il fenomeno era più che compensato dai proventi internazionali
e, soprattutto, dalle vendite di Dvd. Improvvisamente, nell'ultimo anno,
queste ultime sono crollate di più del 25 per cento.
Nei bilanci delle case cinematografiche si sono aperte gigantesche
voragini proprio quando, con la «gelata» del credito, anche per le «majors»
più blasonate è diventato più facile vincere un Oscar che trovare
finanziatori per una nuova produzione.
Così, per un mondo abituato ai «party» a
bordo piscina nell'eterna primavera di Los Angeles, è improvvisamente
arrivato il momento del «ribaltone». Che per ora ha risparmiato Warner
Bros, Sony-Columbia e la 20th Century Fox di Ruperi Murdoch: gruppi che
hanno investito massicciamente, vincendo la loro scommessa, su saghe di
grande successo come quelle di Spider Man (Soly) ed Harry Potter
(Warner). Che, però, stanno pian piano arrivando al capolinea: anche
qui di benzina ne è rimasta poca.
PIÙ CASSETTA, MENO QUALITÀ
Il futuro è già disegnato: film di cassetta, senza troppe
pretese, con bassi costi di produzione, capaci di interessare
soprattutto il pubblico dei giovani. Meno «stelle» alla Russell Crowe
che chiedono 10 o 20 milioni di dollari per un film senza poi attirare
folle nei cinema, più rielaborazioni di vecchi cartoni animati (quella
di «Toy Story» è già nelle sale Usa), o pellicole basate su
videogiochi.
Ai nuovi produttori, come Adam Fogelson e Donna Langley, la coppia
appena insediata ai vertici della Universal, è stata affidata una
missione chiara. Per ora si va avanti con le costose produzioni già in
cantiere per il 2010: il nuovo «Robin Hood», «The Wolfman» e «The
Green Zone», sulla guerra in Iraq, tutti film sui quali sono stati
investiti più di cento milioni di dollari.
Ma poi si passerà a produzioni meno ambiziose, dai costi
drasticamente ridotti. È una scelta dolorosa, ma necessaria per la
sopravvivenza: Universal è scesa all'ultimo posto nella classifica
degli otto maggiori «studios», con una quota di mercato ridotta
all'8,6%. Jeff Zucker - il gran capo del gruppo NBC-Universal che un
paio di mesi fa ha messo alla porta anche Ben Silverman, il capo della
divisione televisiva, anch'essa affetta da una crisi di ascolti - ha
agito con brutalità, ma non aveva più molti margini di scelta: il
tempo sta finendo anche per lui.
Coi risultati della sua conglomerata dell'«entertainment» che
continuano a peggiorare, la Generai Electric di Jeff Immelt sta
seriamente considerando la possibilità di liberarsi di una
partecipazione ormai diventata più un problema che un'opportunità.
Stessa musica alla Disney dove Robert Igier, ammiraglio di una nave
sballottata nella tempesta del crollo dei livelli di consumo degli
americani, ha affidato le produzioni cinematografiche a Rich Ross, il
manager televisivo che ha rivitalizzato il moribondo Disney Channel.
MODELLO VIDEOGIOCHI
Cambiano i personaggi, ma la musica è la stessa per tutti.
Preparatevi a una serie di film basati su videogiochi, giocattoli e
vecchi show televisivi. Si partirà col videogame «Asteroids» e con «Battleship»,
la battaglia navale, un film basato sull' omonimo gioco da tavolo che
arriverà nei cinema nel 2011.
Intanto sono già in preparazione anche pellicole a base di Lego. I
mattoncini di plastica della casa danese saranno pure meno espressivi
delle stelle di Hollywood, ma vuoi mettere il risparmio?
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ALBERGO A ORE (CONTATE) – LA CATENA HILTON SOTTO ACCUSA: SPIATA LA
RIVALE STARWOOD – L’ACCUSA DEI CONCORRENTI IN MANO A UN GRAN GIURÌ:
RUBATI MIGLIAIA DI DOCUMENTI SEGRETI – L'HOTEL DEL PRIVATE EQUITY
BLACKSTONE RISCHIA GROSSO, HA UN DEBITO DI 20 MLD $...
Daniela Roveda per "Il Sole 24 Ore"
Giallo nel mondo degli alberghi di lusso: la catena Hilton Worldwide
rischia l'incriminazione un evento raro e potenzialmente fatale nel
mondo del business americano - per avere rubato dei documenti segreti
alla rivale Starwood Hotels & Resorts, proprietaria degli Sheraton.
Un gran giurì sta valutando proprio in questi giorni i risultati di
un'inchiesta del ministero della Giustizia durata sei mesi che potrebbe
sfociare nell'incriminazione della società e anche di alcuni suoi
dirigenti.
HOTEL
HILTON DI ROMA
Tutto è iniziato nel giugno dell'anno scorso quando la Hilton,
acquistata nel luglio 2007 dal gruppo di private equity Blackstone
Group, «rubò» alla Starwood due manager-chiave, Ross Klein e Amar
Lalvani. I due dirigenti sono stati accusati l'aprile scorso di avere
portato con sè 100.000 documenti elettronici, spediti un po' alla volta
via mail al proprio indirizzo di posta elettronica. I documenti
delineavano la strategia della Starwood per lanciare una nuova catena di
alberghi di lusso, un rapporto corredato da studi demografici e analisi
di diversi mercati in varie parti del mondo.
HOTEL HILTON AEREOPORTO
Per la Starwood si tratta del «caso più lapalissiano di spionaggio
industriale». La Hilton ha risposto che l'accusa è
senza fondamento, ma la società ha allo stesso tempo deciso di
sospendere il responsabile della divisione "Global development and
real estate" Steven Goldman, il dirigente che
aveva assunto Klein e Lalvani. Da quando è partita l'inchiesta del
ministero della Giustizia, la Hilton ha licenziato o sospeso 30 dei suoi
dirigenti.
y
Hilton Taba
Sotto la proprietà del Blackstone Group, la
Hilton aveva deciso di entrare nel segmento degli hotel
di lusso nel tentativo di imitare il successo degli alberghi
"W" della Starwood. La Starwood, proprietaria degli Sheraton,
dei Meridien Hotel, degli Hotel Westin e St Regis e degli hotel della
Compagnia Italiana Grandi Alberghi, gestisce questi "boutique
hotels" in diverse città americane, ma anche a Hong Kong,
Istanbul, Londra, Barcellona, Doha, Maldive, Montreal, Santiago del
Cile, Seul, San Pietroburgo e Porto Rico.
L'ingresso in un settore alberghiero più profittevole fa parte della
strategia del Blackstone Group volta a valorizzare il megainvestimento
nella Hilton Hotels, acquistata in un leveraged buyout per 26 miliardi
di dollari nel luglio 2007, proprio alla vigilia del collasso di Wall
Street e della recessione.
Quello nella Hilton è stato anche il primo grosso investimento della
società di private equity prima del suo debutto in Borsa nel giugno
2007. Oggi questa catena di 3.400 hotel in 34 paesi sta soffrendo non
solo per gli effetti negativi della recessione, ma anche per il peso di
un indebitamento da 20 miliardi di dollari contratto dal Blackstone
Group per portare a termine il buyout.
La spada di Damocle dell'incriminazione pesa quindi sul futuro della
Hilton. Il verdetto del gran giurì è previsto nei prossimi due mesi,
ma anche se la commissione dovesse determinare l'esistenza di prove
sufficienti per l'incriminazione, la decisione di proseguire con
un'azione penale spetterà alla procura distrettuale di New York. Molti
legali credono che la procura cercherà di evitare un'azione estrema.
I tribunali americani hanno infatti usato molta cautela negli ultimi
anni nell'avviare azioni penali contro aziende. Nel 2002
l'incriminazione della società di revisione dei conti Arthur Andersen,
condannata in primo grado per la complicità nella frode perpetrata alla
Enron Corporation, sfociò nella dichiarazione di fallimento e nella sua
liquidazione. La sentenza fu annullata successivamente dalla Corte
Suprema, troppo tardi per salvarla.
[08-10-2009]
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OBAMA SNOBELLIZZATO AL “SATURDAY NIGHT LIVE”: “Chiudere
Guantanamo? Non l’ha fatto. Ritirare le truppe dall’Iraq? Non l’ha
fatto. Migliorare la situazione in Afghanistan? Non l’ha fatto, anzi la
situazione è peggiorata. riforma sanitaria? Riforma dell’immigrazione?
Ma va... Riscaldamento terrestre? Non ancora. E, ricordatevi, può fare
qualsiasi cosa voglia. Ha la maggioranza in entrambi i rami del
Congresso...
Christian Rocca
per "Il Foglio"
Lasciate perdere i sondaggi in calo, ignorate i dati sulla
disoccupazione, trascurate le difficoltà sulla riforma sanitaria e
sulla guerra in Afghanistan, c'è qualcos'altro a segnalare il mutamento
di status di Barack Obama, da nuovo messia a uomo
politico normale: i comici hanno cominciato a prenderlo in giro.
Sabato scorso il più tradizionale dei programmi televisivi di
satira, il Saturday night live della Nbc, che in campagna elettorale ha
sostenuto il candidato Obama in ogni modo possibile, ha
inaugurato la nuova stagione con una devastante imitazione del
presidente fatta da Fred Armisen.
Nei panni di Obama, Armisen
ha
letto un messaggio alla nazione dallo Studio ovale della Casa Bianca:
"Buona sera e congratulazioni a Rio per l'assegnazione delle
Olimpiadi del 2016", ha detto ricordando subito il clamoroso
fallimento della candidatura di Chicago sostenuta con insuccesso da
Obama.
"L'anno scorso sono stato eletto col mandato di apportare un
cambiamento credibile in questo paese - ha detto il finto presidente -
Ma ora c'è gente a destra che è molto arrabbiata. Pensano che stia
trasformando questo grande paese in qualcosa che somiglia all'Unione
Sovietica o alla Germania nazista. Ma non è così. Se guardate bene ai
primi mesi di presidenza è molto chiaro che cosa ho fatto fino a questo
momento: niente, nada. E' trascorso quasi un anno e non ho niente da
mostrarvi".
Nel 2000 il Saturday night live ha preso in giro lo stile di Al Gore
e Al Gore ha perso, mentre l'anno scorso la credibilità di Sarah
Palin è stata sbriciolata dalla parodia di Tina Fey e il duo
McCain/Palin
è stato travolto da Obama. Ora il nuovo obiettivo stagionale sembra
essere Obama come un "do-nothing president", un
"presidente fancazzista", nonché leader, diremmo in Italia,
di un'immaginaria fondazione "Fare niente".
I giornali americani segnalano che le battute di Snl non sono una
buona notizia per la Casa Bianca. I consiglieri del presidente dovranno
rendersi conto che in giro c'è molta gente convinta che Obama non abbia
fatto assolutamente niente o, perlomeno, niente di diverso dal suo
predecessore George W. Bush, tanto che, questa settimana, sulla
copertina dello storico settimanale della sinistra britannica New
Statesman campeggia il titolo "Barack W. Bush", sotto un
formidabile fotomontaggio di due immagini sovrapposte di Obama e Bush.
E' molto probabile, poi, che gli sfottò di
Saturday night live continueranno, anche perché Obama ci mette
qualcosina di suo. Ieri, per esempio, ha convocato alle cinque un gruppo
di ministri e deputati per una partitella a basket alla Casa Bianca.
Le battute di Saturday night live hanno colpito al punto che la Cnn,
con scarso senso dell'umorismo, si è spinta fino a condurre una
serissima inchiesta sull'accuratezza delle critiche (fact-checking)
mosse al presidente dal programma satirico.
"Guardate la lista delle cose fatte e non fatte", ha detto
Armisen/Obama ricordando le promesse di Obama in campagna elettorale.
"Chiudere Guantanamo? Non l'ho fatto. Ritirare le truppe dall'Iraq?
Non l'ho fatto. Migliorare la situazione in Afghanistan? Non l'ho fatto,
anzi la situazione è peggiorata. E che dire della riforma sanitaria?
Certo che no.
Riforma dell'immigrazione? Ma va... Riscaldamento terrestre? Non
ancora. E, ricordatevi, posso fare qualsiasi cosa voglia. Ho la
maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Avrei potuto rendere
obbligatorio il matrimonio gay e imporre automobili alimentate a
marijuana. L'ho fatto? No!".
Qualcosa, secondo gli autori di Saturday night live, però Obama l'ha
realizzata: "Non ci sono soltanto brutte notizie. Posso vantare
qualche risultato: gli incentivi alle rottamazioni hanno davvero
stimolato l'economia, peccato fosse quella del Giappone. Fatemi vedere,
cos'altro? Ah sì, ho ucciso una mosca in tv, ve lo ricordate?", ha
detto il comico riferendosi a una cosa realmente successa durante
un'intervista alla Casa Bianca.
"E poi ho invitato un poliziotto bianco e un professore nero a
bere una birra. Chi altri avrebbe potuto fare una cosa del genere? Sì,
avete ragione, anche Oprah. Nessun altro, però".
IL VIDEO SU YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=YT5Kl38fSVY
[09-10-2009]
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BLOOMBERG, IL PAPI D'AMERICA – 120 MLN $ DI CAMPAGNA ELETTORALE PER
FARSI RIELEGGERE - I DIFENSORI DEL PUBBLICO INTERESSE: “IL SINDACO DI
NEW YORK SPENDE COME UN MILIONE DI MARINAI UBRIACHI, E QUESTO DISTORCE IL
GIOCO DEMOCRATICO” – IL TEAM DEL SINDACO: “SONO TUTTI SOLDI
SUOI”…
Federico Rampini per "la Repubblica"
Che cosa costa più caro di tutte le campagne pubblicitarie dei
kleenex della Procter & Gamble? Chi spende più degli yogurt Yoplait
per le loro promozioni? È Michael Bloomberg, il
sindaco di New York: per farsi rieleggere al suo terzo mandato il 3
novembre polverizzerà i precedenti. Venerdì scorso ha denunciato spese
di campagna elettorale per 65 milioni di dollari.
Il sindaco più caro d´America e del mondo. Più costoso da
"vendere" alla sua constituency di molte campagne
pubblicitarie per prodotti di largo consumo. Eppure il primo cittadino
della Grande Mela non dovrebbe averne bisogno. A un mese dal voto i
sondaggi gli danno un robusto margine di vantaggio, dieci punti sul
rivale democratico William Thompson. Ma Bloomberg
non vuol correre rischi.
Nel mese finale la sua pubblicità alla tv e sui giornali avrà un´impennata
formidabile, a novembre avrà "bruciato" quasi 120 milioni. Più
del doppio rispetto alla sua prima campagna del 2001, il 50 per cento in
più che nel 2005. Ogni volta che si sottomette - si fa per dire - al
verdetto dei newyorchesi, Bloomberg stabilisce dei record storici.
Questa escalation fa scalpore perfino in un´America
abituata a costi esorbitanti della politica. Molte ong che vigilano sul
governo locale denunciano la ricchezza della macchina propagandistica
del sindaco, uno spreco che offende mentre la città è ancora in piena
crisi, con il 10,2 per cento di disoccupati. Gene Russianoff
del
Public Interest Research Group dichiara al New York Times che «Bloomberg
spende come un marinaio ubriaco, anzi come un milione di
marinai ubriachi, e questo distorce il gioco democratico». La squadra
del sindaco ribatte: sono soldi suoi fino all´ultimo centesimo.
Gli uomini di Bloomberg puntano il dito sull´avversario
democratico che, non avendo ricchezze personali, in passato ha accettato
generose donazioni da personaggi come lo stilista Ralph Lauren o il
gruppo immobiliare Park Tower. È il messaggio che Bloomberg va
ripetendo nel suo spot in onda su tutte le reti locali: «Come uomo d´affari
di successo non sono schiavo di altri interessi economici, difendo solo
voi cittadini».
Ex trader della banca d´affari Salomon Brothers, lui uscì con una
ricca liquidazione per mettersi in proprio nel 1981 creando la Bloomberg
L. P.: oggi ha diecimila dipendenti, fornisce informazioni finanziarie a
300.000 banche, 450 giornali, 80 milioni di lettori. L´azienda vale 23
miliardi di dollari e lui ha l´88 per cento del capitale.
È l´uomo più ricco di New York, l´ottavo nella classifica dei
miliardari americani. Democratico per tutta la vita, convertito ai
repubblicani solo per strappare la nomination nel 2001, Bloomberg è
riuscito a imporsi puntando su un mito antico e assai screditato: la
favola del capitalista incorruttibile perché già fin troppo opulento.
Finora gli è andata bene. È attento a spendere davvero soldi propri.
Non usa la residenza ufficiale di Gracie Mansion ma il suo
appartamento dell´Upper East, sulla 79esima strada fra la Quinta Avenue
e la Madison. Si sposta spesso in metrò. E il suo numero privato figura
ancora nell´elenco del telefono. Non risponde lui in persona, però.
Anche per evitare le minacce. Degli ex dipendenti, per esempio. In
azienda non tutti lo adorano. A centinaia gli hanno fatto causa, tra cui
72 donne che lo descrivono come un aguzzino feroce. Soprattutto quando
una collaboratrice gli si presentava incinta. «Kill it!», uccidilo,
era la sua battuta più dolce.
[06-10-2009]
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CHI LI PAGA? - CICCIO MOORE APPRECCHIA UN PROVOCATORIO FILM CONTRO IL
CAPITALISNO "MALVAGIO" DI WALL STREET CON I SOLDI DI UN
PESCECANE DEL BUSINESS - JOHN MALONE NON È UN CAPITALISTA COME TANTI
ALTRI, È UNO DEI PIÙ SPIETATI IMPRENDITORI D'AMERICA, È IL DARTH VADER
DELLA FINANZA SECONDO LA DEFINIZIONE DI AL GORE...
D. Ro. per "Il Sole 24 Ore"
«Michael, we love you» hanno detto i fan italiani
all'ultraprovocatorio documentarista di " Capitalism: a love
story" Michael Moore. Peccato che dietro al film
anticapitalista inneggiato al Festival del Cinema di Venezia c'è un
capitalista di prima categoria in odore di monopolismo, John
Malone.
Il documentario-denuncia contro gli abusi del «malvagio» sistema
economico americano è stato co-finanziato e distribuito in Usa dalla
Overture Films, una divisione del conglomerato Liberty Media controllato
dal miliardario Malone.
Malone non è un capitalista come tanti altri, è uno dei più
spietati imprenditori d'America, un proverbiale mastino del business, un
nemico dichiarato dell'ingerenza dello stato nel settore privato, è il
Darth Vader della finanza secondo la definizione dell'ex-vicepresidente
Al
Gore.
Da buon capitalista ha messo i soldi in un film d'attualità che in
questo periodo di indignazione collettiva contro i finanzieri e i
capitani d'industria dovrebbe fruttare bene. E Michael Moore da buon
anticapitalista non li ha rifiutati.
[18-09-2009]
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CUOMO CONVOCA 5 BANCHIERI DI BOFA...
Dal "Corriere della Sera" - Andrew Cuomo, il
procuratore generale di New York, ha spiccato cinque mandati di
comparizione per cinque manager di Bank of America, mentre proseguono le
indagini in merito all'acquisizione di Merrill Lynch da parte
dell'istituto guidato da Kenneth Lewis.
Il procuratore di New York sospetta che il consiglio di amministrazione di
Bank of America fosse al corrente delle perdite crescenti di Merrill
Lynch, e le abbia tenute nascoste agli azionisti. |
WALL ST. SUICIDE – L'AMMINISTRATORE DI ROCKEFELLER & CO
(GESTISCE RISPARMI PER 28 MILIARDI $) SI SPARA IN MACCHINA – NESSUNO SI
SPIEGA IL GESTO DEL 57ENNE JIM MCDONALD: LA SOCIETÀ NON AVEVA GROSSI
PROBLEMI E SU DI LUI NESSUNA INDAGINE CONOSCIUTA. MA A DOMANDA LA SEC
RISPONDE: “NO COMMENT”…
M. Ga. per il "Corriere della Sera"
Un altro suicidio nel mondo della finanza. A togliersi la vita non
sono trader o manager di seconda fila, come avvenuto qualche mese fa e,
di nuovo, la scorsa settimana, ma il gestore della Rockefeller &
Co.: una società, creata dalla celebre famiglia del capitalismo
americano, concepita come un centro di consulenza finanziaria che oggi
gestisce un patrimonio di oltre 28 miliardi di dollari.
Capitali di vari membri del «clan» Rockefeller, ma anche di altri
clienti, fondazioni filantropiche e fondi universitari e di istituzioni
culturali. James McDonald, persona stimata, nota per la
sua meticolosità, era anche membro del consiglio d'amministrazione
della Borsa di New York.
McDonald è stato trovato morto nella sua auto in una strada di New
Bedford, in Massachusetts, ucciso da un solo colpo di pistola. Era
domenica pomeriggio (al mattino avrebbe chiamato la moglie al telefono),
ma la notizia del suo suicidio è stata data solo lunedì notte. Per ora
non ci sono altre informazioni sulle ragioni di questo gesto disperato.
Non sono esclusi motivi familiari o legati al suo stato di salute ma
- ovviamente - il primo pensiero va al fondo amministrato da questo
finanziere di 56 anni.
In maggio McDonald, che era
anche uno dei tre amministratori del Cit Group, una finanziaria di New
York in grave difficoltà, lasciò l'incarico, sostenendo di non
condividere alcune scelte fatte e di avere troppi altri impegni. La
società, che a luglio rischiò la bancarotta, è stata poi oggetto di
un tentativo di salvataggio tuttora in corso.
Il caso, per ora, appare abbastanza misterioso: la famiglia ha
rifiutato ogni commento, gli investigatori si sono limitati a confermare
l'apparente suicidio, le società per le quali lavorava manifestano
sorpresa e dolore per la scomparsa di un uomo che - sottolineano -
godeva della loro piena fiducia.
Chi conosceva lui e la sua società assicura di non aver sentito voci
di difficoltà particolari della Rockefeller and Co, una società che
era stata fondata nel 1882 dal capostipite, il petroliere John
Rockefeller. McDonald, che si era laureato ad Harvard e all'università
della Virginia, la guidava da più di 8 anni.
Era considerato un brillante, un «visionario» con grandi progetti,
ma anche un perfezionista, severo con sé stesso e con i suoi
dipendenti. In Massachusetts, dove i reati finanziari sono perseguiti
con particolare durezza, non ci sono tracce di indagini sulle sue società.
Ma il portavoce della Sec, la Consob americana, richiesto se ci fossero
indagini in corso o in vista nei confronti del finanziere suicida, ha
risposto non con un diniego ma con un no comment .
Poco per costruire delle ipotesi, anche se qualcuno dice che negli
ultimi tempi McDonald sembrava sotto pressione, provato dai tempi
difficili che avevano reso complicata la gestione delle attività
finanziarie da lui amministrate.
[16-09-2009]
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CONDURRE UN TG IN AMERICA NON è UNA QUESTIONE DI BELLE FIGHETTE
SPEAKERINE CHE SBIRCIANO LE NOTIZIE SUL 'GOBBO': OCCORRE ESSERE
GIORNALISTI E CREDIBILI - A 63 ANNI, diane sawyer diventa la seconda donna
negli usa a conquistare la poltrona di un tg in prima serata...
Luigi Spinola per
La Stampa
diane
sawyer 012
È stata lunga e gloriosa l'ascesa di Diane Sawyer
alla
poltrona che per un giornalista televisivo americano conta di più,
quella di "anchor" del telegiornale di prima serata in una
delle "Big Three" dell'etere, Abc, Nbc e Cbs. Al Tg della Abc
Diane
Sawyer, moglie del grande regista Mike Nichols
(Il
Laureato) è arrivata solo a 63 anni, alla soglia fisiologica della
pensione. Del resto la Sawyer sostuisce Charlie
Gibson, che molla per anzianità dopo aver raccolto il
microfono tre anni fa dal defunto Peter Jennings. Il
posto richiede esperienza.
L'America è troppo politicamente corretta per celebrare la fresca
nomina come un successo di "genere". Eppure la Sawyer è solo
la seconda donna d'America a vedersi affidare la conduzione del
telegiornale più istituzionale e seguito. Trent'anni fa Barbara
Walters affiancava il conduttore - che la trattava con visibile
disprezzo - sempre alla Abc. Ma non è mai andata oltre, rimanendo
confinata al Tg del mattino. Solo Katie Couric ha
preceduto Diane Sawyer, di soli tre
anni, alla Cbs. E l'ha pagata cara.
L'America è troppo politicamente corretta per bocciare una conduttore
perchè di sesso femminile. Alla Couric veniva
addebitata mancanza di "gravitas", eccesso di informalità e
un curriculum giornalistico leggero, più talk-show che notiziario.
Troppo femminile? Nessuno lo ha scritto esplicitamente ma le critiche ci
giravano intorno, l'audience è crollata e sola a fatica Couric
ha
risalito la china. Completando la rimonta con la straordinaria
intervista che nell'estate 2008 smascherò la crassa incompetenza di
Sarah Palin in politica estera.
L'America del "infotainment", l'informazione-intrattenimento,
quando si tratta di notizie in prima serata è piuttosto conservatrice.
La nomina della Sawyer è dunque una piccola rivoluzione: adesso la
maggioranza dei Tg "classici", due su tre, è in mano alle
donne. Gli ascolti ora premiano Brian Williams della
Nbc ma da gennaio, quando Diane Sawyer prenderà il
microfono, tutti gli occhi saranno puntati sulla sua sfida a Katie
Couric. La Sawyer è un'avversaria temibile.
Anche lei, come Katie Couric, ha un'esperienza da talk
show leggero visto che è suo il microfono della storica trasmissione Good
Morning America. Ma il suo curriculum politico è imbattibile.
Diane Sawyer ha intervistato le star più pop, da Michael
Jackson a Britney Spears, ma anche tutti i
presidenti degli Stati Uniti da George Bush padre in
poi. E come corrispondente del mitico 60 minutes ha realizzato
documentari su Afghanistan e Corea del Nord. Sopratutto, Diane Sawyer
faceva parte dell'ufficio stampa della Casa Bianca ai tempi di Nixon.
E per anni è stata sospetta di essere la fonte principale di Woodward
e Bernstein, l'invisbile artefice del
Watergate. L'ascesa ora è compiuta. Da presunta "gola
profonda" a voce del Tg più seguito d'America.
[07-09-2009]
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AFGHANISTAN, OBAMA INDECISO A TUTTO – LA SITUAZIONE PRECIPITA DOPO
IL BOMBARDAMENTO NATO CON CONSEGUENTE STRAGE DI CIVILI E L’AGGHIACCIANTE
PRIMA IMMAGINE CHE RITRAE UN SOLDATO AMERICANO MORENTE - RAPITO
GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES….
1 - RAPITO GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES.
Repubblica.it - Un giornalista britannico del New York Times è
stato rapito dai taliban nel distretto di Khahar Dara, nella provincia
settentrionale di Kunduz, la stessa del raid Nato. Insieme al
giornalista è stato rapito anche il suo interprete afgano. Il
governatore, Mohammad Omar, non aveva autorizzato il giornalista a
raggiungere il luogo del bombardamento della Nato, ma il reporter ha
voluto spingersi comunque nella zona ed è stato rapito da un comandante
taliban che si chiam
a Mullah Abdur Rehman
2 - AFGHANISTAN, OBAMA INDECISO A TUTTO
Angelo Aquaro per La Repubblica
Adesso non c´è più tempo da perdere. Sarà anche l´ultimo weekend
di vacanza, ma Barack Obama sa bene che quando domani sera tornerà da
Camp David alla Casa Bianca una decisione dovrà averla presa. Il punto
di non ritorno è la strage di civili avvenuta proprio all´indomani
dell´ordine impartito da Stanley McChrystal, il nuovo zar americano a
Kabul, di limitare i blitz aerei.
Eppoi quella foto dell´Associated Press, la prima immagine che
ritrae un soldato americano morente in Afghanistan, e che ha fatto
andare su tutte le furie il capo del Pentagono, Robert Gates, proprio
mentre un sondaggio rivela che la maggioranza degli americani è
contraria all´invio di nuove truppe.
Adesso è venuto il momento di dare la linea. Anche perché la Casa
Bianca non può permettersi di rincorrere i retroscena dei giornali,
come quello del New York Times che ieri parlava di «divisioni interne».
E neppure lasciare campo ai think tank come quello raccolto intorno alla
lettera aperta che conservatori dichiarati, da Robert Kagan a Bill
Kristol, si apprestano a spedire al 1600 di Pennsylvania Avenue,
spingendo per un più forte impegno sul terreno.
Ieri è toccato al portavoce Robert Gibbs esprimere la «grave
preoccupazione» per il bombardamento Nato, «particolarmente per le
vittime civili», specificando che l´amministrazione apprezza l´apertura
dell´inchiesta ordinata dalla Nato.
McChrystal aveva diffuso ad agosto 7 pagine
di linee guida: «Proteggere la gente è la nostra missione. Il
conflitto sarà vinto conquistando il consenso, non distruggendo il
nemico». Di più: «La potenza aerea contiene i semi della nostra
distruzione, se non la usiamo in maniera responsabile. Potremmo perdere
la battaglia». Avvertimento inascoltato.
Ma la battaglia più importante si gioca ora sulla sua richiesta di
invio di più truppe. E qui la linea della Casa Bianca comincia a fare
una serie di curve. Il vicepresidente Joe Biden sarebbe quello più
contrario, anche perché la vera questione che si sta aprendo, dice, è
il Pakistan, Al Qaeda si muove da lì, non si ci può distrarre dal
problema.
All´altro lato del tavolo Richard Holbrooke, l´inviato speciale
degli Usa: più truppe, sostiene, significa più sicurezza, anche dei
civili. Gates, che in principio sembrava freddo sull´aumento («Non
dobbiamo caratterizzarci come invasori») ora è più possibilista,
segnala il Washington Post: «Sicuramente non è vero che l´Afghanistan
ci sta sfuggendo di mano». Alla fine, la soluzione che anche il
segretario di Stato, Hillary Clinton, avallerà, sarà probabilmente
quella intermedia: nel dossier di 25 pagine in mano a Obama, McChrystal
avrebbe consigliato un aumento minimo fino a 15mila truppe, massimo
oltre le 45mila e medio sulle 25mila.
Il presidente deve agire in fretta. In settimana è previsto l´incontro
con Gates. L´opinione pubblica è spaccata. E la foto del caporale
Joshua Bernard, 21 anni, ucciso in una imboscata, diffusa ieri dall´Ap,
apre l´ultimo fronte. L´immagine è stata scattata da una fotografa
che ha disatteso il divieto imposto agli "embedded". L´agenzia
ha deciso di renderla pubblica perché «è dovere giornalistico
mostrare la realtà della guerra, anche se brutale e spiacevole».
Gates ha cercato di impedirlo telefonando al presidente dell´Ap,
Thoms Curley: «Non c´è legge che tenga, è mancanza di compassione:
la foto di quel giovane smembrato è raccapricciante». Ma l´agenzia
non si è fermata neanche di fronte al no del padre di Joshua, ex marine
anche lui. Dice la fotografa, Julie Jacobson: «Il marine era a una
decina di metri da me, le gambe appese a un brandello di pelle. Diceva:
non riesco a respirare, non respiro... Mi sono buttata per terra e ho
cominciato a scattare».
Pentita? «Troppo facile starsene seduti in qualche Starbucks dall´altra
parte dell´oceano, leggere i nomi delle vittime e non pensarci più su.
Con una foto è diverso: non è così facile vedere tirare dritto». Lo
ha capito tutta l´America. E adesso tocca a Obama.
[05-09-2009]
COME TI FACCIO NERO IL verde DI Obama – la destra costringe il guru
dell´ambiente Van jones a dimettersi – con un passato di radicalismo
nero, aveva definito i repubblicani “assholes” e aveva dichiarato:
bush potrebbe aver lasciato che accadesse l’11 settembre…
Federico Rampini per La
Repubblica
La settimana di fuoco di Barack Obama si apre con
una sconfitta. Assediato dalla destra che lo accusa per il suo passato
di "estremista", deve dimettersi il consigliere della Casa
Bianca per l´ambiente, Van Jones. Mentre il presidente
assapora l´ultimo giorno di vacanza (oggi è la festa del lavoro)
preparando un cruciale discorso sulla riforma sanitaria, l´opposizione
repubblicana assapora la riscossa.
«Glenn Beck ha avuto il suo primo scalpo»,
commenta il blog progressista Huffington Post, alludendo all´anchorman
della Fox News che nelle ultime settimane ha guidato l´offensiva contro
Van Jones.
«Non posso chiedere ai colleghi dell´Amministrazione di sprecare
tempo ed energie preziose a difendere il mio passato», è stato
l´ultimo commento di Van Jones nel gettare la spugna.
La sua uscita di scena è un colpo duro per il presidente. Lo scopre a
sinistra e tra gli ambientalisti, facendo scomparire uno dei teorici
più innovativi della "rivoluzione verde". E al tempo stesso
conferma i pregiudizi della destra più virulenta, convinta che la Casa
Bianca sia diventata un covo di sovversivi.
Afroamericano, Van Jones è un personaggio
emblematico della parabola politica di tanti militanti neri, dalle
posizioni radicali all´impegno riformista. Per due volte nelle scorse
settimane, sotto l´assedio della Fox News, ha dovuto scusarsi per il
suo passato. Si è detto pentito per aver firmato nel 2004 un appello di
intellettuali che conteneva questo passaggio esplosivo:
«L´Amministrazione Bush potrebbe aver lasciato che accadesse l´11
settembre, magari come un pretesto per la guerra in Iraq». E ha dovuto
fare ammenda perché in un discorso pubblico - prima della nomina alla
Casa Bianca - aveva affibbiato un epiteto ingiurioso ai repubblicani («assholes»).
Ma il vero scandalo è il suo passato più
remoto. Sul quale gli opinionisti di destra hanno scavato
implacabilmente, per crocifiggerlo come un quasi-terrorista. Alla pari
di tanti intellettuali neri della sua generazione, Van Jones ebbe un
impegno politico su posizioni estreme.
Fu membro dell´organizzazione Standing Together to Organize a
Revolutionary Movement (dalle iniziali Storm, come
"tempesta"), un gruppo dall´ideologia vagamente maoista e
terzomondista. Fu militante per i diritti civili in California. Fino
alla "conversione verde" degli ultimi anni, quando il suo
interesse si spostò sui temi dell´ambiente.
Il suo libro «The Green Collar Economy», best-seller nel 2008, ha
introdotto nel linguaggio corrente l´espressione "colletti
verdi" per indicare i mestieri del futuro, nelle energie
rinnovabili e nelle tecnologie ambientaliste. Obama lo
aveva voluto al suo fianco per dare sostanza al progetto di rilancio
della crescita economica trainato dagli investimenti a tutela
dell´ambiente. Le sue proposte dovevano contribuire all´agenda che
l´America presenterà il 23 settembre alla conferenza dell´Onu sul
cambiamento climatico, poi al vertice di Copenaghen sulla riduzione
delle emissioni carboniche.
Nell´orchestrare le accuse contro Van Jones
si è
distinto Glenn Beck, la nuova star televisiva dei
conservatori, definito anche il "televangelista" della destra
per i toni ispirati, melodrammatici e apocalittici. Beck
parla
regolarmente di una «colonna segreta» di comunisti infiltrati da Obama
nei gangli vitali del governo per portare avanti un «progetto
radicale, rivoluzionario, marxista». I toni virulenti e le tesi
improbabili non hanno impedito al suo messaggio di propagarsi.
I messaggi di Beck hanno conquistato non solo le
frange della destra più oltranzista - come i gruppi di disturbatori che
si presentano armati ai comizi di Obama - ma anche
l´establishment repubblicano. Riprendendo le accuse della Fox, il
deputato Mike Spence la settimana scorsa ha detto che
«un estremista come Van Jones non ha diritto di
cittadinanza nel dibattito pubblico».
E il senatore Christopher Bond ha chiesto
l´apertura di un´indagine del Congresso su Jones
«per
la sua condivisione di sentimenti radicali ripugnanti». Queste tattiche
sembrano funzionare. Sulla riforma sanitaria Obama tentenna, forse
ritirerà il progetto di un´opzione pubblica perché spaventato dalle
accuse di "socialismo". Beck non si sente
certo appagato. «Van Jones - dice - è solo la punta
dell´iceberg».
[07-09-2009]
innovazioni speculative per wall st – IERI i subprime, ora le
assicurazioni sulla vita: la nuova moda è SPOLPARE vecchi e malatI –
l’assicurato vende la polizza per integrare la pensione o pagare le
spese mediche - prima muore, più alto è il profitto di chi è
subentrato…
Federico Rampini per La
Repubblica
In barba ai proclami del G20 la malafinanza dei "titoli
strutturati" è viva e vegeta più che mai. La cartolarizzazione
torna in auge, malgrado il ruolo chiave che ha giocato nel collasso
finanziario del 2007-2008. Si è appena spenta l´eco delle polemiche
sui metodi opachi con cui venivano triturati nello spezzatino delle
obbligazioni i debiti sui mutui subprime, ed ecco che spunta una nuova
speculazione.
Questa volta avrà per bersaglio gli anziani e i malati. Sempre alla
ricerca di "innovazioni" finanziarie, Wall Street punta gli
occhi sulle loro polizze vita. In particolare quelle che vengono
stipulate perché l´accumulazione dei premi si traduca in un pagamento
ai familiari sopravvissuti, nel momento del decesso dell´assicurato.
Accade, soprattutto in tempi di crisi, che l´assicurato abbia
bisogno di incassare il premio da vivo. O perché la sua pensione è
troppo magra. O perché un´improvvisa malattia ha trascinato con sé
dei costi sanitari esorbitanti. In questi casi alcuni contratti
consentono la vendita anticipata della polizza a terzi.
L´acquirente paga subito una somma scontata - per esempio il 40% del
premio finale - e diventa il titolare dell´assicurazione. Così alla
morte dell´assicurato, chi ha comprato la polizza per 400.000 dollari
incasserà un milione. Il rendimento di un simile investimento dipende
naturalmente dalla durata della sopravvivenza: prima muore il titolare
del contratto, più alto è il profitto di chi è subentrato nella
polizza. Finora questo tipo di transazione avveniva con un contatto
diretto fra l´assicurato e l´investitore.
E´ qui che Wall Street ha fiutato la
possibilità di costruire un nuovo business. Dando un´organizzazione
"industriale" a questi scambi, diffondendoli in titoli da
piazzare sul mercato. Proprio come accadde con i mutui subprime, quando
le grandi banche d´investimento crearono un passaggio d´intermediazione
nel tradizionale rapporto fra il debitore e la banca. In quel caso, i
debiti dei proprietari di case vennero frazionati e impacchettati in
bond (titoli obbligazionari) che il mercato collocava nel mondo intero,
fino ai fondi comuni d´investimento emessi da importanti banche
europee.
Lo stesso gioco è pronto a ripartire con le polizze vita. Anche in
questo caso è decisiva la comparsa di un nuovo intermediario: il gruppo
finanziario compra le polizze scontate cedute dagli anziani e dai malati
bisognosi di incassare subito il premio; impacchetta questi futuri
crediti in nuovi bond; li colloca sul mercato.
Dove magari saranno comprati da fondi pensione a caccia di elevati
rendimenti per compensare i tassi ridottissimi sui titoli del Tesoro. L´intermediario
lucra commissioni abbondanti e (come sempre in queste innovazioni) si
libera dal rischio vendendo subito sul mercato. Proprio qui sta l´incognita:
nella valutazione del rischio. Che può assumere tante forme.
I calcoli di probabilità sui decessi usano le tavole attuariali
delle compagnie assicurative, non sono infallibili. Le stesse compagnie
assicurative, pagatori di ultima istanza, non hanno tutte lo stesso
grado di solvibilità. Nei "titoli strutturati" la distinzione
di qualità tra debitori scompare nella nebbia.
All´epoca dei subprime bond, il trucco per collocarli era nell´etichetta
delle agenzie di rating. Che spesso promuovevano con la tripla A (il
voto massimo) titoli ad alto rischio di insolvenza. Salvo scoprire, dopo
lo scoppio della bolla e la crisi sistemica dei mercati, il gigantesco
conflitto d´interesse: le agenzie di rating sono remunerate dagli
stessi emittenti dei titoli. Un conflitto d´interessi che è passato
indenne attraverso tutti i G20 e i vertici dei banchieri centrali, dove
il ruolo delle agenzie di rating è rimasto ai margini delle discussioni
sulle grandi riforme.
[07-09-2009]
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le memorie delL’ultimo kennedy - ted: “Conosco i miei peccati» -
“imperdonabile” l’incidente in auto in cui morì mary jo – oswald?
agì da solo – l’incontro segreto tra johnson e bob kennedy - il
nemico carter e la frustrazione con reagan…
Paolo Valentino per
il "Corriere della Sera"
La tragedia di Chappaquiddick lo ha «perseguitato» fino alla fine.
Fu «imperdonabile» il suo comportamento nell'incidente d'auto che nel
1969 causò la morte di Mary Jo Kopechne e «terribile»
la decisione di non denunciarlo fino al giorno dopo. Probabilmente fu
anche il dolore per quanto accadde che accelerò la morte di Joe,
il vecchio padre già ammalato.
Con un lungo epitaffio autografo, una personale Spoon River onesta,
spietata ma anche orgogliosa, Ted Kennedy consegna
dalla tomba la sua autobiografia all'America e al mondo, che pochi
giorni fa lo hanno salutato commossi. Esce il 14 settembre True Compass
, la mia bussola, il libro di memorie scritto dal senatore del
Massachusetts, di cui il New York Times ha fornito ieri ampie
anticipazioni. Nessuna reticenza: dalle «auto- distruttive» abitudini
etiliche alla bulimia sciupafemmine, che dopo il divorzio dalla prima
moglie lo vide per anni rincorrere ogni donna si profilasse al suo
orizzonte. Sincere introspezioni sull'effetto devastante che su di lui
ebbero le tragedie di famiglia.
E molte rivelazioni golose per gli storici. Come l'incontro segreto
del 1967 tra Lyndon Johnson e Bob Kennedy,
già critico feroce della guerra in Vietnam: scrive Ted
che
il fratello chiese al capo della Casa Bianca l'autorità di negoziare
una pace in Indocina: «Se il presidente avesse accettato, Bobby
sarebbe stato troppo occupato per candidarsi alla presidenza».
Ma Johnson, che pure ne temeva la discesa in campo alle
primarie democratiche, disse di no, sospettoso delle sue vere
motivazioni.
Ancora, Kennedy dice di aver sempre accettato le
conclusioni della commissione Warren sull'assassinio del fratello John:
fu Lee H. Oswald da solo a sparare sul
presidente a Dallas, nel novembre 1963, con buona pace delle teorie
complottistiche. La morte di John, altra rivelazione del libro, ebbe su
Robert
un impatto così forte che la famiglia temette per la sua
salute mentale: «Andammo vicini a una tragedia nella tragedia».
A sua volta, l'omicidio di Bob
nel
1968 sprofondò Ted in un buio totale. All'inizio non
riusciva a tornare al Senato. Il rumore di un fuoco d'artificio o quello
causato dal ritorno di fiamma di un'auto lo mandavano in fibrillazione.
L'abuso di alcol fu uno dei modi di sfuggire al trauma. L'altro fu
l'impegno da legislatore a Capitol Hill, l'esempio dei fratelli sempre a
ispirarlo: «Pensando a cos'hanno fatto, qualche volta mi sembra che la
mia intera vita sia stata un costante tentativo di recuperare ».
Rimorsi, Ted ne ha parecchi. Chappaquiddick in
testa, anche se nega di essere stato ubriaco la notte dell'incidente e
di avere avuto una storia con la ragazza. E poi Palm Beach, nel 1991,
quando tirò fuori dal letto il figlio Patrick e il
nipote William Smith per portarseli in giro per locali
a sbevazzare. Smith probabilmente violentò una ragazza quella notte. Ma
venne assolto al processo forse anche grazie alla testimonianza dello
zio Ted.
Ma le scuse per le pagine spericolate della sua vita non attenuano la
rabbia per le molte calunnie subite: «Ho goduto la compagnia delle
donne, qualche drink più del giusto, il sapore di un buon vino. Ogni
tanto ho ecceduto troppo in questi piaceri. E ho sentito i racconti
sulle mie imprese, alcuni accurati, altri con qualche esagerazione e
altri ancora così oltraggiosi che non posso neppure immaginare come
qualcuno possa averci creduto».
Fu amico di molti presidenti, Ted Kennedy. Ma non
certamente di Jimmy Carter, l'uomo che sfidò per la
nomination democratica nel 1980 e che nel libro accusa di eccessiva «timidezza»
sulla riforma sanitaria: «Un uomo difficile da convincere, in primo
luogo perché non ascoltava».
Gli piaceva la bonomia di Ronald Reagan invece,
anche se spesso era frustrante: come quella volta che insieme ad altri
senatori andò alla Casa Bianca per convincerlo a imporre limiti
all'importazione di scarpe e tessili. Avevano 30 minuti, Reagan
guardò
i mocassini di Ted e gli chiese se erano delle
Bostonian. Poi si lanciò in una dissertazione sulle scarpe, raccontando
anche di quando lui le vendeva per conto di suo padre. Ted
guardò
l'orologio, ma la mezz'ora passò così. Non una parola sulle quote
all'import. Vennero accompagnati fuori, mentre il vecchio Ronnie
li salutava con un sorriso.
[04-09-2009]
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il fisco s’ingrossa - Washington sulle tracce di 10 banche europee -
Austria nel mirino - arresti negli Usa di un ex manager ubs e di un
avvocato svizzero – le confessioni di centinaia di evasori che hanno
deciso di trarre vantaggio dall'amnistia offerta dal fisco usa…
1 - Scatta l'effetto
Ubs: Austria nel mirino - arresti negli Usa di un ex manager ubs e di un
avvocato svizzero -
da La StampaS
La firma dell'accordo tra Svizzera e Stati Uniti per i clienti Usa di
Ubs sospettati di evasione fiscale ha innescato un coro di reazioni in
Europa e in America. Intanto negli Usa continua la stretta del
Dipartimento di Giustizia che ieri ha accusato un ex manager di Ubs,
responsabile della banca privata svizzera Neue Zuercher Bank (Nzb) e un
avvocato svizzero, sospettati di aver aiutato cittadini americani a
sottrarre al fisco parecchi miliardi di dollari.
Il manager e l'avvocato sono accusati di aver incoraggiato clienti
americani a trasferire i loro fondi da Ubs verso Nzb, una banca molto più
piccola attiva dal 2002. I fondi appartenevano a cittadini svizzeri, i
due sono anche sospettati di aver utilizzato diverse strategie di
contorno per aiutare i loro clienti a riportare soldi negli Usa.
L'effetto Ubs si è fatto sentire anche in Austria e a San Marino.
Ieri la Banca europea per gli investimenti (Bei), braccio finanziario
della Ue, ha minaccia di tagliare i propri prestiti ai progetti
finanziati dalle banche austriache se Vienna non abbandonerà al più
presto il segreto bancario.
In una lettera inviata al ministro delle finanze austriaco, Wilhelm
Molterer - spiegano alla Bei - il presidente Philippe Maystadt
ha
illustrato la nuova politica che intende seguire, ottemperando alle
indicazioni del G20 del 2 aprile a Londra. Indicazioni che anche la
Banca mondiale e la Bers dovranno seguire, ridimensionando il flusso dei
prestiti verso i Paesi che non sono «cooperativi» dal punto di vista
fiscale e inseriti nella cosiddetta lista grigia dell'Ocse. Tra questi
c'è l'Austria, unico Paese dell'Ue ancora nella lista.
Mentre nella Repubblica di San Marino è in dirittura d'arrivo
l'intesa con l'Italia in materia fiscale e finanziaria. «Sul piano
tecnico l'intesa è stata praticamente raggiunta e credo che la firma
possa esserci entro metà settembre e l'accordo potrebbe essere
operativo, questo almeno è il mio auspicio, a partire dal primo gennaio
2010», ha detto ieri il segretario alle Finanze del Titano,
Gabriele Gatti.
L'intesa riguarda la doppia imposizione fiscale e la collaborazione
finanziaria. Infine tornando alla Svizzera proprio ieri la
Confederazione ha annunciato la cessione del 9,9% di Ubs incassando un
profitto circa 1,2 miliardi di franchi.
2 - Washington sulle
tracce di 10 banche europee coinvolte nello scandalo - L'indagine si
allarga ad altri istituti
Daniela Roveda per il Sole 24 Ore
Dopo Ubs sarà il turno di altre banche europee, alcune svizzere,
altre no. Il fisco americano si è già messo sulle tracce di una decina
di altri istituti europei dove numerosi evasori fiscali americani
confessi hanno depositato i propri soldi. Per ora sono emersi i nomi di
Credit Suisse, Julius Baer, Zürcher Kantonalbank e Union Bancaire Privée,
ma la lista è decisamente più lunga.
«Dopo l'enorme vittoria messa a segno con il governo svizzero su Ubs,
l'indagine si allarga - ha detto ieri Douglas Shulman, responsabile del
fisco americano Internal Revenue Service - e colpiremo tutte le
categorie di istituzioni che favoriscono l'evasione fiscale». Non solo
banche, quindi, ma anche studi legali, commercialisti e consulenti
finanziari e fiscali.
Il governo svizzero, ha comunicato ieri il ministero della Giustizia
Usa, ha già acconsentito a prendere in esame le richieste americane e
si è detto disposto a fornire informazioni sugli intestatari di conti
presso altre banche «se i sospetti del fisco Usa sono basati su fatti e
circostanze simili a quelli del caso Ubs».
I sospetti del fisco Usa sono basati sulle confessioni di centinaia
di evasori che hanno deciso di trarre vantaggio dall'amnistia offerta
dall'Internal Revenue Service e che scade il 23 settembre. «Ogni volta
che il titolare di un conto all'estero varca la porta, scopriamo
qualcosa in più su chi altro evade le tasse e quali banche facilitano
l'evasione» ha detto Shulman.
Secondo il Wall Street Journal, sono stati proprio alcuni evasori
confessi a fare i nomi delle banche europee dove sono depositati i loro
soldi. Per ottenere l'immunità ed evitare il pagamento di multe
salatissime, i rei confessi hanno l'obbligo di elencare tutti i conti e
le attività detenute in banche estere, e i nomi dei consulenti
consultati.
Possedere un conto all'estero non è necessariamente sinonimo di
evasione fiscale. Molti cittadini americani depositano legalmente soldi
oltre confine e sono soggetti all'obbligo di farne comunicazione se
superano i 10mila dollari; le banche europee dove sono aperti quei conti
non sono necessariamente colpevoli di avere facilitato l'evasione
fiscale.
Il fisco Usa tuttavia ha accertato che Ubs suggeriva ai clienti
complesse transazioni finanziarie allo scopo di far perdere le tracce
dei soldi e depistare il fisco Usa; ora vuole indagare sull'operato
delle altre banche in questione.
In America intanto si è aperta la caccia ai favoreggiatori
dell'evasione. Dal vaso di Pandora aperto dall'amnistia stanno uscendo i
nomi dei consulenti e dei legali che aiutano i clienti a evadere le
tasse. Nel mirino è soprattutto la categoria degli "asset
protection specialists", la cui specialità è appunto
"proteggere" il patrimonio della clientela spesso tramite
conti offshore.
[21-08-2009]
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Un ex agente segreto Usa e due hacker russi incriminati dai giudici
del New Jersey per il più grosso furto di numeri di carta di credito
della storia di Internet, 130 milioni - vulnerabili anche con il chip, i
sistemi di ciber-sicurezza fanno acqua da tutte le parti…
Daniela Roveda per Sole
24 Ore
Gli hacker hanno colpito ancora, questa volta al cuore del sistema
finanziario Usa. Un americano di 28 anni, Albert
Gonzalez,
un ex informatore del Secret Service, e due russi non identificati sono
stati indiziati ieri per il più grosso furto di numeri di carta di
credito della storia di Internet, 130 milioni. Ieri il ministero della
Giustizia Usa ha rivelato di avere messo a segno la più grande azione
giudiziaria contro la criminalità online, ma la dimensione del colpo
non fa altro che sottolineare le falle nella ciber-sicurezza di molti
operatori finanziari.
Vittima eccellente del megafurto è stata la Heartland Payment
Systems, una società che gestisce le transazioni bancarie e i pagamenti
di carte di credito per conto di 250mila dettaglianti e ristoranti di
piccola e media dimensione negli Stati Uniti. Il volume delle
transazioni viaggia sui 100 milioni di dollari al mese. Tra le altre
vittime la catena di supermercati Hannaford, la catena di minimercati
7-Eleven e due altri dettaglianti non identificati.
Albert Gonzalez, ma non i due complici, è anche stato accusato
l'anno scorso di avere rubato milioni di numeri di carta di credito
dalle società TJX Companies, Dave & Busters,BJ's Wholesale Club,OfficeMax,
Boston Market, Barnes& Noble, Sports Authority, Forever 21 and Dsw.
Secondo i risultati dell'indagine Gonzalez, alias "segvec",
"soupnazi" e "j4guar17", e i due russi noti solo
come "Hacker 1" e "Hacker 2", hanno iniziato a
penetrare nei sistemi di pagamento online di queste aziende a partire
dall'ottobre 2006 rubando numeri di carte di credito e di carte
Bancomat.
Secondo quanto è emerso finora, i tre hanno usato sofisticate
tecniche chiamate «Sql injection attack» per abbattere le barriere di
protezione (firewalls) dei network delle società per far man bassa di
numeri carta di credito e dei nomi ad essi associati. I tre hacker
dirottavano la massa di dati su server localizzati in California, in
Illinois, in Latvia, in Olanda e in Ucraina e rivendevano i numeri a
network criminali che effettuavano acquisti e prelievi dai conti
correnti delle vittime.
I tre sono stati raggiunti da due capi di imputazione: il primo è
associazione a delinquere per accesso non autorizzato a computer, frode
e danni; l'altro è frode elettronica. I tre rischiano un massimo di 35
anni di carcere e una multa pari al doppio dei danni monetari causati.
Per il momento solo Gonzalez è stato arrestato ed è rinchiuso in un
carcere di Brooklyn. Ma il pirata informatico è una vecchia conoscenza
delle autorità giudiziarie americane: nel 2003 era stato arrestato per
il furto di carte Bancomat, mentre nel 2008 era stato indiziato per
essere entrato nei sistemi informatici di numerose aziende Usa.
Gli hacker, quelli con intenti buoni, continuano ad avvertire che i
sistemi di ciber-sicurezza fanno acqua da tutte le parti. Lo fanno
spesso in modo provocatorio, sbandierando le loro imprese e dimostrando
passaggio per passaggio come perpetrare un attacco a un network poco
sicuro. Ma spesso le aziende ignorano le loro provocazioni, mettendo a
repentaglio la sicurezza dei propri clienti. La mega-frode di ieri
potrebbe forse persuadere imprese e istituti finanziari a rafforzare la
sorveglianza su Internet.
2 - Nate per stare
lontano dalla rete e vulnerabili anche con il chip
umberto rapetto per il Sole 24 Ore
Se fosse successo vent'anni fa, un simile episodio non avrebbe
turbato nessuno: i dati delle carte di credito prima dell'avvento di
internet e della possibilità di adoperarne le coordinate online
sarebbero stati completamente inutili.
Il sistema della moneta elettronica è nato per funzionare - incredibile
dictu - lontano dai gangli del tessuto connettivo telematico.
La carta doveva essere esibita, controllata dall'interlocutore,
accompagnata da un documento d'identità: erano i tempi in cui avevano
importanza il pezzo di plastica che si teneva tra le dita, i marchi e le
diciture stampate, i caratteri in sovrimpressione, l'ologramma e mille
altri dettagli oggi superati dalla semplice disponibilità di una
sequenza alfanumerica fatta di numero, data di scadenza, titolare e
codice di controllo Ccv (o Cvv).
Il sistema -recentemente sottoposto a un patetico lifting con
l'introduzione di un microprocessore (la cui esistenza lascia
perfettamente indifferente la pagina web su cui la carta viene
impiegata) - è dannatamente vecchio e la cronaca sta costringendo ad
affrontare un argomento glissato storicamente per un quieto vivere che
si riverbera sui conti bancari dei sempre più numerosi malcapitati.
A dicembre del 1999, un hacker russo noto come "Maxus" e
anagraficamente registrato come Maxim Ivancov riuscì a impossessarsi di
300mila carte di credito approfittando delle inesistenti misure di
sicurezza a tutela degli archivi amministrativi del sito web di CD
Universe.
Il giorno di Natale - complice lo spirito delle festività - ne regalò
25mila a chiunque pensasse di averne bisogno: la pubblicazione di
quell'elenco su internet fu il primo segnale che informava della breve
distanza che separava dall'imminente precipizio, ma chi doveva
rimboccarsi le maniche preferì fare spallucce...
Da allora, ogni giorno, c'è chi ruba informazioni di una criticità
inaudita e le tesaurizza come Paperon de' Paperoni nel suo deposito. Il
crimine organizzato (e l'appellativo mai fu così appropriato) ha
scoperto che un database vale più di qualunque arsenale.
Un vecchio spot pubblicitario ritraeva un docente che in aula -
mostrando una piccola bustina che palesemente conteneva un
contraccettivo - domandava agli studenti a chi mai appartenesse. Se oggi
qualcuno vedesse sventolare un modulo colmo di dati personali mai
rilasciati, non esiti ad alzare la mano e non si preoccupi di dire «è
mio!».
[18-08-2009]
AMBASCIATORI DI FAMIGLIA – ARRIVA A ROMA David Thorne CHE PRENDE IL
POSTO DI SPOGLI – IERI IL FINANZIATORE DI OBAMA (IN USA PAGHI E OTTIENI)
HA GIURATO ALLA PRESENZA DELL’EX COGNATO, John Kerry, presidente della
Commissione esteri del Senato…
Giannino della
Frattina per Il Giornale
David Thorne, il nuovo ambasciatore degli Stati
Uniti a Roma che succede a Ronald Spogli, ha prestato giuramento a
Boston nel penultimo atto della procedura che si concluderà nei
prossimi giorni con la presentazione delle credenziali al presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano.
Thorne, che dovrebbe arrivare in Italia la prossima settimana, ha
giurato presso la John Joseph Moakley Courthouse della
città del Massachusetts nelle mani del giudice di Corte d'Appello
Arthur Gajarsa che era stato il candidato della Niaf per il posto di
Villa Taverna.
Presenti, tra gli altri, il senatore John Kerry,
presidente della Commissione esteri del Senato ed ex cognato del
neo-ambasciatore, suo fratello Cameron Kerry,
consigliere legale del Dipartimento al commercio, l'ambasciatore
italiano a Washington Giovanni Castellaneta, il console
generale a Boston Liborio Stellino, il sindaco di Boston Thomas
Menino che è di origine italiana.
Introdotto da Kerry che lo ha definito "la
persona più qualificata per il suo prossimo ruolo" e che ha avuto
parole di elogio per l'Italia sia per il costante appoggio nelle varie
sfide internazionali che per la leadership dimostrata al G8 dell'Aquila,
Thorne ha parlato dopo il giuramento parte in italiano,
lingua che conosce bene, e parte in inglese.
Visibilmente emozionato, il nuovo ambasciatore a Roma ha ringraziato
Kerry,
ricordando una lunga amicizia condivisa «in guerra e in pace, nel
matrimonio e nel divorzio, nella vita e nella morte». Kerry,
che ha studiato a Yale con Thorne ed è stato con lui
in Vietnam, ne aveva sposato in prime nozze la sorella gemella Julia, un
matrimonio finito in divorzio. Julia Thorne è morta
nel 2006.
Il nuovo ambasciatore ha 64 anni ed ha un antico legame con l'Italia
per averci vissuto da giovane. La nomina di Thorne
conferma
che nello scegliere la nuova leva di ambasciatori, il presidente usa Barack
Obama non abbia rotto con le tradizioni del passato,
orientandosi su personaggi che lo hanno aiutato nella vittoria
elettorale e che hanno stretti legami con il Partito democratico.
David Thorne è uno di questi. Nato a New York il 16
settembre 1944 da una famiglia di antichissime tradizioni (è pronipote
di Henry Stimson, ministro della Guerra di Franklin
Roosevelt), ha seguito i genitori a Roma, dove il padre, Landon,
lavorava come diplomatico e poi come editore del "Rome Daily
American", un giornale in lingua inglese pubblicato nella Capitale.
[19-08-2009]
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Ubs-Usa pronti i 5mila nomi - Oggi l'accordo - Già individuati 150
evasori – SEGRETO SALVO: non si tratterebbe di una "pesca" di
nomi fatta dalle autorità Usa, ma di una consegna fatta dal Governo
svizzero sulla base del principio del “caso per caso”…
1 - Ubs-Usa pronti i
5mila nomi - Oggi l'accordo - Già individuati 150 clienti accusati di
reati fiscali
Lino Terlizzi per il Sole
24 Ore
Sono attesi per oggi i dettagli dell'accordo tra Svizzera ed Usa
sulla vicenda di Ubs, accusata dal fisco americano di aver favorito
frodi ed evasioni fiscali. Voci molto insistenti indicavano ieri, ancora
in tarda serata, che i rappresentanti di Berna e Washington erano ormai
pronti a siglare l'intesa definitiva, dopo aver messo a punto i
meccanismi di attuazione.
Le firme dovrebbero essere apposte alle 8 ora Usa costa orientale,
dunque alle 14 ora Svizzera. Dopo la firma, è possibile che vengano
finalmente resi noti i dettagli dell'accordo extragiudiziale che è
stato annunciato il 12 agosto e che permetterà ad Ubs di evitare un
processo negli Usa.
Le indiscrezioni emerse sul versante elvetico parlano della consegna
alle autorità Usa di circa 5mila nomi di clienti Ubs su cui peserebbero
forti indizi di gravi infrazioni fiscali, quindi circa un decimo dei
52mila nomi richiesti a suo tempo dal fisco Usa. Ciò avverrebbe secondo
la stampa elvetica salvando formalmente le norme svizzere sul segreto
bancario, quindi attraverso una procedura di assistenza amministrativa
accelerata, gestita da Berna.
In altre parole, non si tratterebbe di una "pesca" di nomi
fatta dalle autorità Usa, ma di una consegna fatta dal Governo
rossocrociato sulla base del principio del «caso per caso».
Resta un interrogativo sui tempi, visto che l'amministrazione Usa non
ha mai nascosto di essere molto interessata anche ad una attuazione
rapida dell'intesa. Probabilmente l'intenzione di Washington è di
partire con l'attuazione a fine settembre, considerando che il 23 del
prossimo mese scadrà la possibilità di autodenuncia per i contribuenti
Usa inadempienti.
C'è poi molta attesa per conoscere la soluzione trovata dalle parti
sul diritto di ricorso presso il Tribunale federale elvetico: diritto
che dovrebbero avere i clienti della banca i cui nomi sono destinati ad
essere trasmessi. Anche in questo caso le indiscrezioni parlano di un
compromesso già definito. I termini di quest'ultimo saranno
particolarmente importanti dal punto di vista della rapidità
dell'operazione, perché il fatto di avere eventualmente ricorsi
potrebbe allungare non poco i tempi.
Inoltre, le voci sulla piazza elvetica continuano ad indicare altri
due punti: Ubs non dovrebbe pagare ulteriori multe, dopo l'ammenda di
780 milioni di dollari già subita; l'ordine di priorità nella
formazione della lista dei 5mila nomi dovrebbe basarsi, oltre che sulla
gravità degli indizi, anche sulla consistenza dei patrimoni affidati
oltre frontiera alla banca elvetica.
Negli Stati Uniti, due le notizie di ieri collegabili alla vicenda.
La prima è la conferma delle indagini giudiziarie avviate dalle autorità
Usa nei confronti di 150 clienti accusati di «mancata denuncia di
redditi e asset attraverso Ubs». La voce diffusasi nei giorni scorsi è
stata confermata ieri da agenzie di stampa che hanno citato documenti
presentati in Tribunale dal procuratore Jeffrey Sloman.
Non è ancora chiaro se i 150 facciano parte oppure no della lista
"corta" di clienti, circa 250, già consegnata nei mesi scorsi
da Ubs, con l'accordo di Berna. La seconda è che lo stesso procuratore
Sloman ha chiesto uno sconto di pena per Bradley Birkenfeld,
l'ex manager Ubs da cui ha preso le mosse l'intera inchiesta e che ha
cooperato come testimone chiave.
Per Birkenfeld sono stati chiesti 2 anni di
reclusione, invece dei 5 che rischierebbe in un procedimento normale. La
sentenza su Birkenfeld dovrebbe essere resa nota venerdì,
in Florida. Tornando al complesso della vicenda fiscal-giudiziaria di
Ubs negli Usa, è chiaro ormai che dalla sua conclusione dipendono molte
cose. Certamente i tempi del rilancio della maggior banca elvetica, che
ora va meglio e che resta ai vertici della gestione internazionale di
patrimoni, ma che ha subito un deflusso di capitali.
E poi, gli assetti del sistema bancario svizzero, che difende ora con
forza il pur allentato segreto bancario. La piazza elvetica gestisce,
oltre all'on shore,poco meno di un terzo dei patrimoni off shore
mondiali ed ha quindi ancora una marcata leadership nel settore. Dal
tenore del compromesso negli Usa usciranno indicazioni per i futuri
rapporti della Svizzera non solo con Washington, ma anche con l'Ocse e
con l'Unione Europea, che pure hanno messo sotto accusa il segreto
bancario.
[19-08-2009]
NULLA SARà Più COME PRIMA - La banca svizzera Ubs, il Governo
elvetico e le Autorita' Usa hanno siglato un accordo definitivo: Ubs DEVE
trasmettERE i nominativi di 4.450 correntisti sospettati di evasione
fiscale e frode al Fisco americano…
Il Sole 24 ORE -
Radiocor
Ubs: accordo finale con gli Usa su fisco, 4.450 nomi a Washington
Radiocor - Berna, 19 ago - La banca svizzera Ubs, il Governo elvetico e
le Autorita' Usa hanno siglato un accordo definitivo sulla composizione
extragiudiziale del contenzioso sui conti correnti di cittadini Usa
sospettati di evasione fiscale e frode. Lo hanno annunciato il Governo
elvetico e il Ministero della Giustizia Usa. L'accordo prevede che Ubs
trasmetta i nominativi di 4.450 correntisti al Fisco americano.
[19-08-2009]
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OBAMA IN TOUR PER SPIEGARE UNA RIFORMA CHE STA SPACCANDO SEMPRE DI
PIÙ IL PAESE E LA SUA LEADERSHIP, ATTACCA LE ASSICURAZIONI: ”TENGONO IN
OSTAGGIO GLI AMERICANI, E SOVENTE NEGANO LORO LA COPERTURA SANITARIA O LI
CARICANO DI POLIZZE CHE NON SI POSSONO PERMETTERE”…
Paolo Madron per il Sole 24 Ore
Tour delle città con dibattito, dove la comunicazione seduttiva
di Barack Obama dovrebbe, almeno nelle intenzioni, avere la meglio sulla
folla riottosa e scontenta della sua riforma sanitaria. Così il
presidente, rotti gli indugi, ha deciso di scendere "nella tana del
leone" (copyright Huffington Post) a spiegare per l'ennesima volta
perché entro l'anno la sua riforma ha da passare.
Debutto ieri a Portsmouth, nel New Hampshire, poi si proseguirà
venerdì nel Montana e sabato nel Colorado. A differenza del Congresso,
la Casa Bianca non va in ferie anzi intensifica la pressione
sull'opinione pubblica, temendo di perderne il già risicato consenso.
Una strategia studiata in fretta e furia per fronteggiare
l'offensiva repubblicana e lo scetticismo degli stessi democratici sul
progetto. E soprattutto dopo che in molte città ci sono state
dimostrazioni contro quella che gli oppositori definiscono come una
statalizzazione della sanità.
Ancorché bollate come delle provocazioni ad arte, alla fine
quelle manifestazioni hanno fatto suonare nello staff di Obama un
campanello d'allarme. Oltretutto il protrarsi del dibattito gli gioca
contro, per almeno due motivi. Lo obbliga a stare concentrato sul tema,
finendo così per ritardare la fitta agenda di riforme in programma, a
cominciare da quella di Wall Street e dell'energia. Gli fa perdere
inevitabilmente lo smalto e la passione manifestati durante la campagna
elettorale, e che molti amici vorrebbero ritrovasse in fretta.
Come inseguisse una sorta di fantasma che lo incalza, a ogni
intervento il presidente alza la posta, precisa, denuncia e si accalora.
E a ogni intervento c'è un particolare bersaglio su cui concentrare la
controffensiva. Ieri è toccato ai burocrati del governo e delle
compagnie di assicurazione, che farebbero bene a non immischiarsi in
faccende che riguardano medici e malati.
Non risparmiando nemmeno coloro che, senza andare tanto per il
sottile, evocano scenari apocalittici in cui se passasse la riforma i
bambini resterebbero senza cure e i vecchi non avrebbero alternative
all'eutanasia.
Nella scuola di Portsmouth dove ha tenuto il suo discorso il
presidente ha avuto per le assicurazioni parole di inusitata durezza
(sarà costretto a rettificare invitandole alla Casa Bianca per un
summit della birra?). «Tengono in ostaggio gli americani, e sovente
negano loro la copertura sanitaria o li caricano di polizze che non si
possono permettere» ha detto Obama. «È un modo di metterle sul
lastrico, ed è per questo che noi approveremo prima della fine
dell'anno la riforma».
Fuori, ad aspettarlo, si fronteggiavano a suon di slogan tifosi
acclamanti e incalliti detrattori, a testimoniare una vicenda che oltre
che spaccare il paese ne sta sempre più inasprendo gli animi.
Ma al di là delle enfatizzazioni e dei parossismi, il vero motivo
del contendere è economico. Per i Repubblicani l'America non può
permettersi una riforma da 2,5 trilioni di dollari a fronte di un
deficit federale già alle stelle. Per Obama l'estensione della
copertura ai 46 milioni che ne sono privi comporterà invece una
razionalizzazione della spesa, quindi un risparmio.
[12-08-2009]
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PALIN-GENESI - LA VICE DI MCCAIN LASCIA L’ALASKA E ANCHE IL
MARITO – ALTRO CHE FAMIGLIA FELICE PER LA PROMESSA DEI REPUBBLICANI -
L’EX GOVERNATRICE NEGA TUTTO, MA INTANTO VA A VIVERE IN MONTANA COI 5
FIGLI (E GLI 11 MLN $ INCASSATI PER SCRIVERE UN LIBRO)…
Francesco Semprini per "La
Stampa"
Sarah
Palin da giovane
Prima la carica da governatore dell'Alaska, poi il matrimonio. Non
smette di far parlare di sé, Sarah Palin, l'ex vice di John McCain alle
elezioni presidenziali del 2008, che dopo aver lasciato la guida del
49simo Stato americano sembra ora pronta a chiudere il suo rapporto col
marito. A rivelarlo è Alaska Report, il quotidiano locale che per primo
ha riportato la notizia dell'imminente separazione dell'ex governatrice,
considerata uno dei volti nuovi del partito repubblicano. «Todd e Sarah
stanno per divorziare», spiega citando fonti vicine alla Palin, tra cui
alcuni collaboratori che hanno lavorato con lei tra Wasilla e Anchorage.
Pochi giorni fa il National Enquirer aveva rivelato particolari
inediti del rapporto di coppia di Sarah messo da tempo a dura prova da
difficoltà e da un forte stress che l'avrebbe costretta alle
dimissioni. I coniugi Palin non amavano parlare del proprio rapporto in
pubblico se non quando strettamente necessario, e anche per questo
l'immagine che ne era emersa, specie dopo la candidatura alla Casa
Bianca di Sarah, era quella di una famiglia solida, all'antica,
rispettosa dei principi conservatori e unita, specie nei momenti di
grande difficoltà.
In una recente intervista a Fox News, Todd aveva annunciato che
dopo le dimissioni della moglie sarebbe ritornato a lavorare per una
società petrolifera dell'Alaska mentre Sarah, in attesa di ritagliarsi
un ruolo preciso all'interno della compagine repubblicana, ha
recentemente firmato un contratto da 11 milioni di dollari per un libro.
In realtà sotto quell'apparenza di famiglia-modello bruciavano
focolai di tutt'altra natura che per la prima volta si sono intravisti
la scorsa settimana quando dopo il discorso di dimissioni a Fairbanks,
l'ex governatrice ha letteralmente piantato in asso il marito dietro il
palco andandosene da sola. Pochi giorni dopo si sarebbe levata la fede
nuziale dall'anulare, il segno della rottura definitiva.
Lo scoop dell'Alaska Report ha innescato
una serie di voci e smentite che hanno fatto pensare a un giallo
architettato ad arte dai media. «Per tutti coloro che si erano eccitati
all'idea che Sarah Palin diventasse di nuovo single dico solo mi spiace,
vi siete fatti un'idea sbagliata», riferisce Meg Stapleton sulla pagina
di Facebook dedicata all'ex governatrice.
«I Palin rimangono uniti, fedeli l'uno con l'altro e alla loro
intera famiglia», avverte la portavoce secondo cui quanto riportato su
Internet è «il frutto di una storia di fantasia creata ad arte da
alcuni giornalisti, se vogliamo chiamarli in questo modo, ma che nulla
ha a che vedere con la realtà».
Le dichiarazioni dell'entourage non sembrano sgombrare interamente
il campo dalle indiscrezioni o almeno dai dubbi, visto anche il basso
profilo assunto dall'ex governatore: solitamente attiva su Twitter, da
domenica scorsa non vi ha più scritto lasciando a bocca asciutta le 129
mila persone che la seguono.
Il giallo è infatti durato solo per qualche ora, sino a quando a
farsi sentire di nuovo sulla rete è stato Alaska Report, che citando la
testimonianza scritta del legale di Sarah, Van Flein, ha confermato
alcuni particolari della storia. Ma non è tutto perché a conferma di
quanto sostenuto dal giornale locale è giunta la notizia secondo cui la
Palin ha acquistato una proprietà in Montana dove andrà ad abitare con
i cinque figli.
A parlare della Palin ma in termini politici è stato ieri lo
stesso McCain. «Sarah - ha detto - ha fatto la cosa giusta, sono sicuro
che continuerà a dare un contributo importante e ad essere uno dei
punti di forza del partito».
[03-08-2009]
SICK-OBAMA - ASSICURAZIONI, MEDICI, INDUSTRIE HI-TECH, AVVOCATI, I
QUATTRO POTERI DEL "CAPITALISMO SANITARIO" USA - ECCO COME
FUNZIONA LA SUA MACCHINA DA GUERRA PER IMPEDIRE LA RIFORMA DI BARACK – I
REPUBBLICANI CI SPERANO: “SARÀ LA SUA WATERLOO”… -
Federico Rampini per "la
Repubblica"
«Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica»,
confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo
dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria. L´opposizione annusa
sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia:
«La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo». Qualche segnale
incoraggia gli avversari. A sei mesi dall´inizio della sua presidenza,
Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L´indice di approvazione
della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard
Nixon o George Bush dopo il primo semestre.
La ragione principale è proprio il crescente disagio dell´opinione
pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che
Obama ha voluto inaugurare. Con i costi medici più alti del mondo, una
pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati,
e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di
malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da
decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici
coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle
vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla
Camera, i giochi restano aperti.
Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all´establishment
assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul
prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia
sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la
formidabile macchina da guerra del "capitalismo sanitario".
Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni
angoscianti, tattiche calunniose.
La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro
componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti,
azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi
su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle
apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per
"errore medico", i pescecani del contenzioso giudiziario che
costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando
procedure inutili. E´ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993
fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro
colpo alla credibilità di quell´amministrazione.
Wendell Potter è un "pentito" della lobby sanitaria.
Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla
logica spietata di un business "che assicura solo i sani",
oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi
dei suoi ex datori di lavoro. «Conosco la loro strategia della paura -
dice Potter - e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete
di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale,
mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte.
Martellano nell´opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario
socialista, dove fra il paziente e il dottore c´è un burocrate di
Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre
funzionato, hanno vinto loro».
I metodi a cui allude Potter sono sconcertanti: menzogne, annunci
terrificanti mirati alle fasce più deboli della società. Un esempio è
questo spot televisivo che va in onda nelle fasce orarie di massimo
ascolto. Protagonisti una coppia di anziani. Lui è preoccupato per la
diagnosi di una malattia grave. Lei rivela al marito: "Non sarà più
possibile curarti, lo Stato ha deciso che non vale la pena assistere chi
ha la nostra età, invece dirotta i fondi in favore dell´aborto".
Il messaggio è sparato a 360 gradi, vuole fare il pieno di consensi in
molte direzioni: fra la terza età, fra chi ha genitori anziani, più
gli anti-abortisti e tutte le fedi religiose che difendono la vita. Lo
spot riprende un tam tam che già circolava nei media di destra: la
riforma Obama è la legalizzazione dell´eutanasia. E´ la
"soluzione finale" che punta allo sterminio dei vecchi per
tagliare i costi.
L´appiglio? In una delle varie versioni del progetto di riforma
è previsto che lo Stato paghi - solo per gli anziani che ne fanno
richiesta - una consulenza medica sulle terapie antidolore e il
testamento biologico. Tanto è bastato perché partisse la campagna sull´eutanasia
di massa, la "morte di Stato" obbligatoria. Per proteggere il
diritto alla vita degli anziani è sceso in campo un fronte di
organizzazioni dai nomi ecumenici, rassicuranti: il Consiglio per la
Ricerca sulle Famiglie, l´associazione Americani per la Prosperità, il
Centro per i Diritti del Paziente. Dietro queste sigle innocenti si
nascondono degli strateghi politici di lungo corso, gli anelli di
collegamento fra la grande industria e la destra conservatrice.
Un personaggio chiave di questo mondo è
una donna di 61 anni, Betsy McCaughey, che già ebbe un ruolo di punta
nella sconfitta dei Clinton. Repubblicana di destra, ex vicegovernatrice
dello Stato di New York, la McCaughey ha un megafono mediatico
importante come columnist dell´agenzia stampa Bloomberg (di proprietà
del sindaco di New York). Il titolo della sua ultima analisi diffusa su
Bloomberg: "Il piano Obama, ovvero come rovinarsi la salute".
Betsy è un ospite immancabile in tutti i dibattiti televisivi sulla
salute, regolarmente citata come esperta di sanità. Alle sue spalle la
McCaughey ha un noto think tank, lo Hudson Institute, che si
autodefinisce indipendente ma sforna analisi a senso unico, sparando a
zero sulla riforma sanitaria. Lo Hudson fa parte della galassia dei
pensatoi conservatori legati all´establishment capitalistico. Nato da
una costola della Rand Corporation (vicina all´industria militare), ha
tra i suoi finanziatori tutti i colossi dell´industria farmaceutica e
biomedica: Ciba Geigy, Eli Lilly, General Electric, Merck, Novartis.
E´ stata la spregiudicata Betsy a insinuare per prima, in un
dialogo alla radio col repubblicano Fred Thompson, che le sessioni di
consulenza medica offerte agli anziani "li spingeranno ad
accorciare la sopravvivenza, a rinunciare alle cure". Dietro di lei
è partito un coro irrefrenabile. La deputata repubblicana Virginia Foxx
lo ha detto in un intervento alla Camera: "Impediremo che i nostri
vecchi siano mandati a morire da questo governo". Rush Limbaugh, il
più popolare anchorman radiofonico di destra, ha definito l´eutanasìa
forzata "lo sporco segreto" della riforma Obama. Il gigante
assicurativo WellPoint ha contatto i propri clienti esortandoli a far
pressione sui parlamentari nei rispettivi collegi.
La macchina della disinformazione si è messa in moto, mobilitando
risorse di ogni tipo. Anche occulte. La Columbia Journalism Review ha
smascherato centinaia di lettere di protesta dei lettori anti-eutanasia
pubblicate dai giornali di provincia: tutte false, fabbricate da un´agenzia
di relazioni pubbliche che lavora per l´American Health Insurance Plans,
cioè l´associazione delle compagnie assicurative. La leader dei
democratici alla Camera, Nancy Pelosi, è sbottata: "Quello che
stanno facendo le compagnie assicurative è immorale!" Ma anche
terribilmente efficace.
Obama si è sentito interpellare di persona, la settimana scorsa,
mentre era in tournée per spiegare la sua riforma. "E´ la
promozione dell´eutanasìa?" gli ha chiesto a bruciapelo un´anziana
signora. Robert Cramer, stratega elettorale del partito democratico, è
convinto che il presidente affronta la prova del fuoco. «La battaglia
sulla sanità - dice - sarà decisa dalla paura. Le assicurazioni
private sono i padroni dell´angoscia, stanno producendo un film dell´orrore».
Matt Miller, un altro intellettuale di sinistra che ha influenza
sul presidente (è l´autore del saggio La tirannide delle idee
defunte), ammette che in questa fase Obama è «preoccupato per le
accuse di socialismo». Al punto da mettere in forse l´elemento
decisivo della sua riforma: la creazione di un polo sanitario pubblico,
in concorrenza con i privati, per contrastare le tariffe assicurative da
rapina.
Pur di affondare l´idea del "polo pubblico", la santa
alleanza del capitalismo sanitario non bada a spese. I finanziamenti ai
partiti politici erogati dalle tre lobby alleate - assicurazioni,
industria farmaceutica, business ospedaliero privato - sono già balzati
fino a 500 milioni di dollari sul finire dell´anno scorso. L´escalation
avanza, nel 2009 batteranno ogni record. Con una logica rigorosamente
bi-partisan: un tanto ai repubblicani, un tanto ai democratici. E non
sono soldi elargiti a pioggia, ma mirati con cura. In queste ultime
settimane una marea di donazioni (tutte dichiarate e quindi legittime in
base alla legge Usa) sono andate ai Blue Dog, la corrente moderata del
partito democratico: sono i deputati in bilico, che sulla sanità
potrebbero passare dalla parte dei repubblicani e sabotare
definitivamente il piano Obama.
Il capo degli esperti di demoscopea che lavorano per la Casa
Bianca, Joel Benenson, consulta nervosamente i sondaggi sulla sanità.
Sente l´urgenza di riprendere l´iniziativa: «Bisogna riportare sul
banco degli imputati le compagnie assicurative, non lo Stato». I
collaboratori di Obama ricordano due dati. 14.000 americani perdono l´assistenza
sanitaria ogni giorno: o perché licenziati (l´assistenza è quasi
sempre legata al lavoro), oppure perché colpiti da una malattia grave e
abbandonati dalle assicurazioni private. Il secondo dato: i top manager
delle maggiori compagnie assicurative intascano stipendi medi di 12
milioni all´anno, e fino a 73 milioni di liquidazione.
L´assicuratore pentito, Wendell Potter, sa perché le compagnie
hanno i mezzi per intimidire Obama. «Sul monte-premi delle polizze, il
20% finanzia voci di spesa che non hanno niente a che vedere con la
salute: sono le indagini per scartare i pazienti non abbastanza sani; e
le spese di lobbying per influenzare la politica».
Decine di milioni di americani, senza saperlo, pagano agli
assicuratori un "pizzo" che serve a sabotare la riforma.
Contro chi può comprare una fetta del partito democratico, quali
chances ha Obama? I più cauti opinionisti democratici già si preparano
ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso, pur di mascherare una
disfatta. I pessimisti rivolgono al presidente lo stesso consiglio usato
per l´Iraq: "Dichiara vittoria in fretta, e ritirati".
[03-08-2009]
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Ubs e Stati Uniti vicini all’accordo: LA MAGGIORE BANCA SVIZZERA
NON PAGHERà NESSUNA SANZIONE MA METTERà 5mila CLIENTI nei guai - nei
mesi scorsi UBS aveva pagato GIà una multa di 780 milioni di dollari ed
aveva fornito 200-300 nomi…
1 - Frode fiscale: Ubs e
Stati Uniti vicini all'accordo: LA BANCA SVIZZERA NON PAGHERà NESSUNA
SANZIONE MA METTERà 5mila CLIENTI nei guai
Da Il Giornale - Ubs non pagherà
alcuna sanzione e trasmetterà i dati su 5mila dei suoi clienti alle
autorità americane. Sarebbero questi - secondo indiscrezioni riportate
dalla stampa svizzera - alcuni dei contenuti dell'accordo
extragiudiziale di principio raggiunto fra la Svizzera e gli Usa sul
caso Ubs, accusata dalle autorità di aver aiutato 52mila americani
abbienti a evadere le tasse attraverso i paradisi fiscali. Berna e
Washington continuano a lavorare sui dettagli dell'accordo, di cui si
potrebbero conoscere i dettagli venerdì, quando è in programma una
conference call fra le parti in causa e il giudice Alan Gold.
2 - nei mesi scorsi UBS
aveva pagato una multa di 780 milioni di dollari ed aveva fornito
200-300 nomi
Lino Terlizzi per la Repubblica
C'è l'accordo tra Berna e Washington sulla vicenda fiscal-
giudiziaria di Ubs . Nel corso della conferenza telefonica organizzata
ieri dal giudice di Miami, Alan Gold, è stata annunciata un'intesa per
una soluzione extragiudiziale. Gold ha preso atto ed ha rinviato
l'udienza di lunedì 3 al 10 agosto, data entro la quale dovrebbero
esser resi noti i dettagli dell'accordo.
A fronteggiarsi sono il fisco Usa ed Ubs, accusata di aver
favorito frodi ed evasioni fiscali. Ma la trattativa è condotta in
realtà dai governi di Berna e Washington, perché la vicenda ha ormai
un ampio aspetto politico.
Il fisco Usa ha richiesto alla maggior
banca svizzera 52mila nomi di clienti statunitensi, Ubs ha dichiarato di
non poterli consegnare, per via delle norme elvetiche sul segreto
bancario. Il Governo di Berna ha d'altro canto proibito alla banca la
consegna, richiamando le leggi della Confederazione, che prevedono la
collaborazione giudiziaria solo caso per caso, non a "pesca".
Ubs nei mesi scorsi aveva pagato una multa di 780 milioni di dollari ed
aveva fornito 200-300 nomi, d'accordo con Berna, su cui esistevano
indizi precisi.
Ora i riflettori si spostano sui possibili contenuti dell'accordo.
Voci sulla piazza elvetica indicano una probabile nuova multa a carico
di Ubs, a cui potrebbe forse aggiungersi la consegna di un numero
ristretto di nomi, magari quelli sui cui gravano gli indizi più forti
di frode o di evasione. Il mercato comunque ha accolto bene lo sblocco
della situazione e ieri a Zurigo il titolo di Ubs, che non ha commentato
l'annuncio dell'intesa, ha chiuso la seduta in rialzo del 3,9%, a 15,61
franchi.
Il ministro elvetico degli Esteri, Micheline CalmyRey proprio ieri
era Washington per un incontro con la sua omologa americana, Hillary
Cinton. La Calmy-Rey e la Clinton hanno speso poche parole con la stampa
ma entrambe hanno espresso soddisfazione per il raggiungimento di una
intesa che eviterà un processo ad Ubs negli Usa. La banca svizzera, che
ha subito la crisi finanziaria internazionale, ha cessato le attività
di private banking off shore negli Stati Uniti, ma resta presente con le
altre attività oltreoceano, dove impiega circa 27mila addetti.
Martedì prossimo, 4 agosto, Ubs renderà noti i dati del secondo
trimestre 2009. Appare ormai scontata per la banca elvetica una nuova
perdita. Molti analisti svizzeri ritengono che il rosso possa essere
compreso tra 1 e 2 miliardi di franchi. Oswald Grübel, il nuovo Ceo di
Ubs, in una recente lettera ai dipendenti ha affermato che i mesi scorsi
sono stati ancora difficili, ma che la banca vede spiragli per il
rilancio.
[03-08-2009]
PAPERONI NEL PANICO – I RICCONI AMERICANI IN FILA PER PAGARE LE
TASSE – DOPO IL GIRO DI VITE CON IL CASO UBS, HA GRANDE SUCCESSO UNA
SPECIE DI CONDONO PER CHI PORTA ALLA LUCE CAPITALI EVASI – SI PAGA MOLTO
MENO E SI RISCHIA SOLO UNA CAUSA CIVILE… -
Marco Valsania per "Il
Sole 24 Ore"
È diventata una vera e propria corsa al confessionale. Ma in
questo caso i peccati sono di natura fiscale e l'assoluzione cercata è
quella dell'Internal Revenue Service. Gli americani più facoltosi
stanno inondando le autorità di ammissioni di passate evasioni delle
tasse, grazie al ricorso a conti segreti all'estero, e di richieste di
mettersi in regola: almeno 400 nell'ultima settimana, il quadruplo del
totale dell'intero anno scorso.
La catarsi fiscale è tale da aver colto di sorpresa gli stessi
funzionari dell'Irs: per correre ai ripari hanno creato un nuovo e
apposito modulo standardizzato, ch e prenda il posto di colloqui faccia
a faccia con agenti federali. Tre paginette da compilare per chiedere di
partecipare a un programma di volontaria assunzione di reponsabilità. E
per aiutare le inchieste anti-evasione: chiede di rivelare non solo la
provenienza dei fondi ma le modalità dell'apertura dei conti, per
risalire agli artefici di strategie illegali.
Il programma del fisco, scattato in marzo
e in vigore almeno fino al 23 settembre, invita gli evasori a farsi
avanti promettendo un trattamento di favore. Anche se non troppo: i rei
confessi potrebbero infatti essere ugualmente il bersaglio di accuse in
sede civile. Eviterebbero tuttavia incriminazioni penali che comportano
condanne più severe.
Un esempio: riportare un conto da un milione che abbia reso 50mila
dollari l'anno per cinque anni potrebbe costare 386mila dollari più
interessi. Invece di 2,3 milioni e un processo. Ma, ancor più degli
incentivi, alla radice dell'epidemia di confessioni è la paura del giro
di vite dato dal governo americano alla lotta ai grandi evasori.
Le autorità federali sono impegnate, con crescenti risultati, in
una campagna per far luce sui redditi e patrimoni occultati all'estero
dai contribuenti. Una crociata che ha al centro il caso della Ubs, che
ieri ha ricevuto un'improvvisa svolta con l'accordo preliminare siglato
con le autorità svizzere.
[03-08-2009]
OBAMA, JOCKER DEL SOCIALISMO! L’INQUIETANTE POSTER CHE TAPPEZZA
LOS ANGELES - IL MANIFESTO È STATO RILANCIATO DA MOLTI BLOG DI
ORIENTAMENTO CONSERVATORE - L'ACCUSA DI SOCIALISMO È VISTA COME UN
ATTACCO ALLA POLITICA LIBERAL DI BARACK - LA ‘LUNA DI FIELE’ DEL NEO
PRESIDENTE CON UNA NAZIONE ANNICHILITA DA CRISI E TASSE
Da
Corriere.it
Barack Obama nelle vesti del folle Joker cinematografico, in una
rivisitazione dark del famoso manifesto «neopop» elettorale di Shepard
Fairey. È il poster inquietante che sta tappezzando Los Angeles in
queste ore. Il presidente è ritratto come il cattivo di Gotham City
nell'ultima versione interpretata da Heath Ledger, col trucco nero agli
occhi, il cerone bianco, le cicatrici ai bordi della bocca. Sotto il
volto, al posto del consueto «Hope», compare la scritta «Socialism».
OBAMA
POSTER
AZIONE POLITICA - Dietro l'operazione, che per ora ha preso di
mira soprattutto le rampe d'accesso delle autostrade, c'è una mano
misteriosa, seppure politicamente orientata. Non a caso il manifesto,
che è stato segnalato anche ad Atlanta, è stato rilanciato da molti
blog di orientamento conservatore. Non ci sono state rivendicazioni e
nessun altro elemento sul disegno fornisce indicazioni sull'autore o sul
«mandante» della caricatura. L'accusa di socialismo è vista però
come un attacco alla politica liberal del capo della Casa Bianca, che ha
lanciato un piano di massicci aiuti di stato all'economia e che intende
varare una forma più estesa di welfare e assistenza sanitaria.
I RITRATTI DI OBAMA - Il più famoso manifesto di Obama è quello
di Fairey in cui il presidente è ritratto nei colori della bandiera a
stelle e strisce. Il poster, che ha reso l'illustratore di Los Angeles
una celebrità mondiale diventando di fatto il simbolo della campagna
elettorale di Obama, è stato anche al centro di una causa di copyright
con l'agenzia Associated Press che ha accusato Fairey di aver copiato il
ritratto del presidente da una foto scattata da un suo fotografo e
dunque di sua proprietà.
2 - Obama, le zucchine e
le tasse
Lucia Annunziata per La Stampa
A Michelle le zucchine, a Barack le tasse. La realtà ha modi
grandi e piccoli per imporre la sua forza.
A marzo Michelle aveva piantato il primo orto della Casa Bianca dai
tempi di Eleanor Roosevelt.
Il New York Times scrisse allora: «L'orto ha assunto un profondo
significato politico, dopo che Obama è stato per mesi sotto pressione
di numerosi gruppi ambientalisti che credono che produrre più cibo
locale e organico possa portare a una dieta più salutare per tutti, e a
ridurre di conseguenza la domanda per le grandi coltivazioni industriali
e il loro uso di petrolio per i trasporti, e di sostanze chimiche per
fertilizzare».
Non solamente un gesto, dunque, non solo un hobby: come tutto
quello che riguarda gli Obama, anche l'orto entrava a marzo nell'unica
grande tela del cambiamento. Quella teoria un po' volontarista, un po'
elitaria, su cui si fonda l'operare del Presidente Usa. L'orto come
nuova idea della salute, filo che si dipana, dal dettaglio alla
legislazione - quella poi annunciata della riforma dell'assistenza
medica - in un unico percorso per la trasformazione stessa dell'Homo
Americanus.
La fine dell'orto l'abbiamo vista in questi giorni: la Casa Bianca
è inquinata, non ha un terreno adatto alla crescita di prodotti
organici. Come finirà invece la proposta dell'assistenza medica
universale è ancora da vedere.
Ma dal dettaglio delle zucchine alla grande rivoluzione medica, si
avverte la stessa tensione - il materializzarsi di un progressivo
impatto della realtà sulle idee, del realismo sui sogni nel percorso
della Presidenza americana. Potenti forze al lavoro, che si sono già
misurate intorno alla chiusura di Guantanamo, alla trasparenza sulla
sicurezza all'epoca di Bush.
Fino alla grande dose di realismo che
oggi Obama sembra pronto a ingerire sul più pericoloso dei terreni per
ogni politico: le tasse. Il Segretario del Tesoro Tim Geithner e il
presidente del Consiglio Economico Nazionale Larry Summers hanno
dichiarato, domenica, che la riforma sanitaria e il prolungamento del
sostegno ai disoccupati rende quasi inevitabili nuove tasse.
Il Presidente ha immediatamente fatto sapere che non ci saranno,
comunque, aumenti per la classe media, cioè per coloro che guadagnano
meno di 250 mila dollari. Ma, insomma, ci siamo. La promessa ripetuta
durante la campagna elettorale, «non vedrete nessuna delle vostre tasse
crescere nemmeno di dieci centesimi», è nei fatti rotta.
Qual è la sorpresa? Le tasse sono il diavolo in corpo della
politica, la loro diminuzione è l'inevitabile promessa elettorale e la
inevitabile smentita post elettorale per tutti i politici in tutte le
democrazie del mondo. Sorpresa è che tocchi anche a Obama, colui che
finora è sembrato saper bilanciare tutto e il suo contrario. Ma la
forza dei fatti continua a scavare.
In questo caso, i fatti sono i numeri. Mentre l'amministrazione
pensa a come finanziare il più ambizioso programma sociale mai avviato,
la crisi ha svuotato le casse dello Stato.
Un'analisi dei dati economici ufficiali, curata dalla Associated
Press, forniva ieri dati preoccupanti: il ritorno delle tasse quest'anno
sarà del 18 per cento in meno, mentre il deficit federale raggiungerà
il valore record di 1,8 trilioni di dollari.
Secondo questa analisi, la crisi ha tirato giù le entrate delle
tasse individuali del 22 per cento e quelle aziendali del 57 per cento.
L'ultima volta che il ritorno per il governo è stato così basso era il
1932, nel mezzo della Grande Depressione.
L'impatto di questa diminuzione di entrate si avverte già su
molti dei programmi sociali esistenti, come la Social Security. In
sofferenza anche alcuni investimenti nelle infrastrutture vitali per gli
Usa, quali le autostrade e gli aeroporti. La minore attività produttiva
ha ridotto i fondi che alimentavano questi progetti.
Il Congresso ha dovuto già intervenire, approvando una nuova
tranche di finanziamento (8 miliardi di dollari) oltre ai 7 miliardi
approvati all'inizio dell'anno e già finiti in agosto.
Da dove verranno tutti questi soldi? A dispetto dei segni
positivi, il recupero economico dovrebbe essere molto veloce e di grandi
proporzioni per evitare il ricorso a nuove tasse. Quali tasse, poi? Per
ora si parla di varie ipotesi, dalle tasse sui soft drinks, alle tasse
sui ricchi o sulle società, fino alla cancellazione delle esenzioni per
i super-ricchi introdotte da Bush.
Prospettive che non vengono guardate con alcuna simpatia, specie
nella comunità degli affari. Secondo Business Week «azioni di questo
tipo incoraggerebbero molte società a registrarsi altrove, spostando le
loro sedi e le loro operazioni all'estero». Che resta a un Presidente
se non prendere atto? O trovare altre vie che nessuno ha finora
immaginato.
[04-08-2009]
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8 - IL CONTO SALATO DI UNA CENA DA OBAMA
Il Sole 24 Ore - Indovina chi paga la cena. Chissà se gli amministratori
delegati di Coca-Cola, AT&T, Xerox e Honeywell si aspettavano che alla
fine di una colazione di lavoro alla Casa Bianca arrivasse un cameriere a
presentar loro il conto. Archiviata l'epoca di Bush, Barack Obama ha
deciso di dare un segno di discontinuità anche negli inviti ufficiali. La
decisione, secondo lo staff presidenziale, serve per evitare eventuali
conflitti di interesse, anche se a Washigton e dintorni gli esperti di
etichetta parlano inorriditi di «mancanza di ospitalità».
Il presidente, che sta incontrando in questi giorni amministratori
delegati di grandi gruppi e rappresentanti della business community, per
avere il polso della situazione economica del paese, sembra intenzionato a
fare pagare il conto a tutti. Non si sa per ora se il menu della Casa
Bianca sia o meno a buon mercato. Di certo c'è solo una cosa:l'onore di
pranzare con Obama non ha prezzo, per tutto il resto c'è la carta di
credito. (G.Ve.)
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PEGGIO DI BUSH! - Obama sta usando le sedi diplomatiche per
ricompensare i suoi finanziatori: dei 62 nominati, 29 hanno dato soldi al
Partito e 16 SONO i megafinanziatori CHE hanno raccolto almeno 5 milioni $
A CRANIO per BARACK... -
Marco De Martino per
"Panorama"
In comune hanno solo due tratti distintivi: sono in possesso di
scarsa esperienza diplomatica e hanno raccolto una montagna di soldi per
Barack Obama. Sono gli ambasciatori di nomina politica in partenza da
Washington per le maggiori capitali mondiali. Gente come Louis Susman,
che per la sua capacità di risucchiare finanziamenti durante la
campagna presidenziale era noto nel quartier generale democratico di
Chicago come «Aspirapolvere».
Ex dirigente della Citibank, e prima direttore dei Cardinal, la
squadra di baseball di St. Louis, Susman si appresta a occupare
l'ambasciata di Londra. A rappresentare l'America presso un altro
alleato strategico degli Stati Uniti in Europa, la Francia, è stato
chiamato Charles Rivkin, che per Obama ha raccolto almeno 500 mila
dollari (la legge sui finanziamenti consente ai dirigenti delle campagne
elettorali di non svelare l'esatta entità del denaro raccolto dai loro
«bundler», gli aggregatori di fondi).
Al dipartimento di Stato forse non sapevano bene chi fosse questo
imprenditore del mondo dello spettacolo, ma i bambini americani
conoscono certamente le serie televisive prodotte dalle aziende che ha
diretto: Yo Gabba Gabba e i Muppets, i cui protagonisti sono pupazzi
come Hermit la rana verde e Cookie monster, il mostro dei biscotti.
Specializzato in aziende informatiche è invece John Roos, massimo
finanziatore di Obama nella Silicon Valley californiana. La sua nomina
ad ambasciatore a Tokyo è stata interpretata dai giapponesi come
un'ulteriore prova della mancanza di interesse da parte di Obama per il
loro paese, a differenza della Cina, per la quale la Casa Bianca ha
dimostrato maggiore attenzione.
Il settimanale Nikkei weekly ha descritto Roos così: «Uno
sconosciuto che non ha amici di rilievo in Giappone». Considerazione
rafforzata dal fatto che l'altro candidato per la sede nipponica era
Joseph Nye, celebre professore di relazioni internazionali a Harvard. Un
tempo dall'ambasciata di Tokyo transitavano personaggi come Walter
Mondale, che in precedenza era stato vicepresidente con Jimmy Carter, o
Tom Foley, che è stato anche presidente del Congresso.
Ma, a dispetto delle sue dichiarazioni contro la politicizzazione
della politica estera americana, specie negli anni di George W. Bush,
anche Obama sta usando le sedi diplomatiche per ricompensare i suoi
finanziatori: dei 62 nominati finora, 29 hanno dato soldi al Partito
democratico e 16 fanno parte della categoria dei megafinanziatori o
bundler i quali, nel loro insieme, hanno raccolto almeno 5 milioni di
dollari per la campagna.
I finanziatori rappresentano circa il 46 per cento delle nomine di
Obama: il criticatissimo Bush si era assestato al 33 per cento. «È
ancora presto per giudicare, perché gli ambasciatori sono 175 e molte
nomine devono ancora essere fatte, però al momento le cifre parlano da
sole: Obama sta facendo peggio dei suoi predecessori» rileva Dave
Liventher, portavoce del Center for responsive politics, istituto di
Washington che analizza le nomine di Obama.
Secondo il quotidiano Washington Times,
le scelte fatte finora dalla Casa Bianca sono state tanto sfacciate da
portare alcuni diplomatici di carriera a protestare con Cheryl Mills,
capo staff di Hillary Clinton al dipartimento di Stato. È dai tempi di
John Fitzgerald Kennedy che resta costante la percentuale, attorno al 30
per cento, delle ambasciate americane occupate da persone che non hanno
seguito la carriera diplomatica. «Non si capisce perché si ritenga
accettabile nominare persone senza esperienza per ruoli così delicati.
Mettereste a capo di un ospedale una persona che non si è
laureata in medicina?» si è chiesto Steven Kashkett, presidente del
sindacato dei diplomatici, la American foreign service association,
sperando che Obama diminuisse la quota di nomine politiche. Dopotutto il
presidente si è impegnato allo stesso tempo ad aumentare del 25 per
cento il numero dei funzionari in forza al dipartimento di Stato.
A dire la verità, in alcune postazioni chiave Obama ha messo pesi
massimi della diplomazia americana. A Baghdad ha mandato Christopher
Hill, negoziatore dell'accordo di Dayton e poi ambasciatore in Corea. A
Kabul ha scelto, con una decisione a sorpresa, un militare di carriera
come il generale Karl Eikenberry. Jon Huntsman, governatore mormone
dello Utah che aveva raccolto finanziamenti per John McCain, è stato
spedito in Cina (togliendo così al Partito repubblicano uno degli
uomini più promettenti per la sua rinascita).
A New Delhi è arrivato Tim Roemer, ex deputato dell'Indiana, la
cui forte amicizia con Obama rappresenta una certezza nel mantenimento
dei buoni rapporti tra Stati Uniti e India. E buone scelte sono state
fatte anche per le Nazioni Unite, con l'esperta di politica estera Susan
Rice, e per il Brasile, dove è arrivato Tom Shannon, ex assistente
segretario di Stato con competenza sull'America Latina. Mentre Miguel
Diaz è il primo teologo a diventare ambasciatore in Vaticano.
Oltre ad avere finanziato la campagna di Obama, alcuni
ambasciatori hanno un'ampia conoscenza del paese in cui rappresenteranno
gli interessi americani. A Berlino è arrivato per esempio il finanziere
Philip Murphy, che a partire dal 1989 ha donato personalmente 1,4
milioni di dollari ai democratici, ma che ha anche diretto la sede di
Francoforte della Goldman Sachs, la banca d'affari in cui ha lavorato
per più di 20 anni.
E grande conoscitore dell'Italia è sicuramente David Thorne, che
ha donato ai democratici 17.650 dollari. Imprenditore ex cognato del
candidato presidenziale John Kerry, è stato scelto per l'ambasciata
americana a Roma, dove ha trascorso l'infanzia: come il suo predecessore
Ronald Spogli, Thorne parla molto bene l'italiano.
Più difficile giustificare la scelta di Howard Gutman, avvocato
che ha raccolto oltre 500 mila dollari per Obama e ora si appresta ad
andare in Belgio. O di Bruce Oreck, direttore dell'azienda di
aspirapolvere di famiglia, «aggregatore» di Obama ora diretto in
Finlandia. O di Don Beyer, magnate dei concessionari d'auto ed ex
vicegovernatore della Virginia, che approderà a Berna senza esperienza
nel settore finanziario proprio nel momento in cui dalla Casa Bianca
arriva la richiesta di maggiore trasparenza da parte delle banche
svizzere. O infine di Dan Roomey, presidente della squadra di football
dei Pittsburgh Steelers, che guiderà l'ambasciata di Dublino.
Ma il nome su cui si sono concentrate le critiche a Obama è
quello di Vinai Thummalappally, un imprenditore del Colorado che è
stato scelto per la rappresentanza diplomatica americana in Belize. Nel
suo curriculum, oltre ad avere donato circa 100 mila dollari alla
campagna democratica, spicca solo la sua amicizia con l'attuale
presidente di cui è stato compagno di stanza negli anni dell'Occidental
College a Los Angeles.
[23-07-2009]
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OBAMA SBATTE CONTRO LE MULTINAZIONALI - VUOLE TASSARE DI 10 CENTS
COCA-COLA E PEPSI PER FINANZIARE LA RIFORMA SANITARIA – E SUBITO IL
CONGRESSO BOCCIA IL PIANO DI BARACK – SALUTE: CI PROVò GIà BILL
CLINTON E FINì INCASTRATO DA MONICA LEWINSKI....
Marco Valsania per "Il
Sole 24 Ore"
Lattine alla mano, CocaCola e Pepsi hanno messo da parte antiche
rivalità per scendere in campo contro un nemico comune: la riforma
sanitaria voluta da Barack Obama. O meglio, le proposte per finanziarla:
la ribellione dei re delle bollicine è stata scatenata dall'idea,
considerata da Camera e Senato, di imporre una tassa sulle bibite
dolcificate. E una tassa non da poco: fino a dieci centesimi di dollaro
a lattina, per rastrellare in pochi anni oltre cento miliardi.
La difesa dei soft drink è scattata con una campagna fatta di
pressioni politiche, pubblicità e siti online. È nata la Americans
Against Food Taxes - composta di «individui responsabili, famiglie in
crisi e piccoli e grandi business » (soprattutto questi ultimi a
giudicare dall'elenco degli aderenti che comprende Coca, Pepsi e un
esercito di loro imbottigliatori). Una coalizione che, in piena estate,
si sta affrettando a far circolare immagini di bucoliche vacanze
familiari rovinate dalla nuova imposta sugli americani assetati.
Lo scontro sulle bibite è l'ultimo ostacolo sull'accidentata
strada della riforma sanitaria da oltre mille miliardi voluta da Barack
Obama. Il presidente, in un improvviso annuncio al paese che ha
rispecchiato le dure polemiche in corso, ha difeso ieri sera a spada
tratta una riforma che dovrebbe garantire l'assistenza a tutti gli
americani. Ha detto che «progressi significativi sono stati già
compiuti» nel dibattito in Congresso. Ha promesso che il piano finale
«non peggiorerà il deficit». E che la riforma «sarà realizzata
quest'anno».
Ma lo stesso Ufficio di bilancio del Congresso (Cbo), l'organismo
bipartisan di analisi dell'impatto fiscale delle leggi, ha inflitto uno
smacco al presidente: il suo direttore, Douglas Elmendorf, ha accusato
le proposte in discussione di mancare l'obiettivo di ridimensionare i
costi dell'assistenza. Anzi, ha aggiunto, l'espansione delle
responsabilità federali per garantire una copertura universale
imporrebbe maggiori oneri a carico del governo.
Nel 1994, quando era stato Bill Clinton a
tentare una riforma sanitaria, la bocciatura da parte del Cbo accanto
all'opposizione aziendale fece deragliare il progetto. I progetti per
pagare l'ambiziosa riforma con nuove tasse stanno suscitando particolari
resistenze. Nel mirino sono finite proposte della Camera di una
sovrattassa sui redditi più elevati per trovare oltre 50 miliardi.
Adesso l'offensiva di Coca e Pepsi potrebbe trasformarsi nel colpo
di grazia per i sostenitori delle imposte sulle bibite. Il presidente
della Commissione finanze del Senato, Max Baucus, ha ammesso che la
proposta è «in fin di vita».
Nonostante centri di ricerca quali il Center for Science in the
Public Interest si affannino a sostenere che un'imposta equivalente a un
centesimo per oncia raggiungerebbe un doppio traguardo dal momento che
si tratta della salute degli americani: oltre a generare fino a 16
miliardi l'anno ridurrebbe il consumo eccessivo di bibite, tra le cause
dell'obesità, del 10 per cento.
Lo schieramento contrario alla nuova tassa si è ormai allargato a
macchia d'olio, dalle catene di fast food agli agricoltori e a tutti i
produttori di alimenti dolcificati con zucchero e sciroppi. Il mondo
degli alcolici è insorto al loro fianco: la tassa riguarderebbe infatti
anche le bottiglie di vino, 21 centesimi, di birra, 33 centesimi per una
confezione di sei, e i liquori, 2,14 dollari.
La leadership spetta però alle regine delle bibite: è stata la
American Beverage Association, per dar nerbo alla sua opposizione, a
forgiare un'alleanza con altre sette associazioni di settore, dalla
American Advertising Association, che rappresenta i grandi inserzionisti
pubblicitari, alla Corn Refiners Association, giganti quali Archer
Daniels Midland che forniscono gli sciroppi.
E, prima ancora degli spot televisivi, hanno inviato al Congresso
una lettera che denuncia la «pericolosa tassa », incitando centinaia
di migliaia di lavoratori del settore a spedire messaggi di posta
elettronica ai parlamentari del proprio distretto.
[20-07-2009]
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FATTI I CHENEY TUOI – 8 ANNI FA HA NASCOSTO AL CONGRESSO USA IL
PROGRAMMA TORTURE ANTI-TERRORISMO (CHE IL NUOVO CAPO DELLA CIA HA
INTERROTTO UN MESE FA) – IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA VUOLE INDAGARE MA
RISCHIA DI INFASTIDIRE TUTTI (OBAMA COMPRESO)…
Francesco Semprini
per "La Stampa"
Il Congresso non doveva sapere. E' questa la direttiva che Dick
Cheney, ex vicepresidente degli Stati Uniti e falco neocon, aveva dato
otto anni fa riguardo al nascente programma antiterrorismo al quale
l'attuale capo della Cia Leon Panetta ha messo termine
meno di un mese fa. Di conseguenza gli alti ranghi di Langley non
informarono Capitol Hill sugli sviluppi del progetto, perché a loro
avviso le informazioni raccolte non erano tali e tante da richiedere una
verifica in Congresso.
A sostenerlo è il «New York Times», che riporta indiscrezioni
sulle dichiarazioni del numero uno dell'Agenzia Leon Panetta alle commissioni servizi segreti di Camera e Senato. Il diretto
coinvolgimento di Cheney è destinato a scatenare nuove
polemiche, mentre la Cia si barrica sulla difensiva spiegando che «non
è abitudine dell'agenzia discutere di che cosa è stato detto negli
incontri secretati».
Le polemiche sul ruolo dei servizi negli anni della presidenza Bush
rischiano di creare un bufera politica e impongono spiegazioni
immediate, motivate anche dal fatto che Panetta ha
sospeso il programma non appena ne è venuto a conoscenza, il 23 giugno
scorso. Determinante è stata la sua testimonianza alle due commissioni
in udienze separate e a porte chiuse.
La bufera sul ruolo della Cia e la
completezza delle informazioni date al Congresso sui programmi di
sicurezza e antiterrorismo è scoppiata lo scorso maggio, quando il
presidente della Camera Nancy Pelosi aveva accusato
l'intelligence di non avere rivelato, nel 2002, di avere sottoposto a
waterboarding, la tecnica dell'annegamento simulato, un prigioniero
sospettato di avere legami con gruppi estremisti.
L'Amministrazione Obama è sempre più intenzionata a fare piena luce
sui segreti che hanno caratterizzato l'intelligence nell'era Bush,
soprattutto per quanto riguarda le controverse tecniche di
interrogatorio. Per il ministro della Giustizia, Eric Holder,
è tempo di fare luce su quelle pratiche, sapere chi le ha autorizzate e
per quale ragione. Holder si accinge a nominare un procuratore speciale
per un'inchiesta specifica.
A rivelarlo sono fonti interne all'Amministrazione, secondo cui
Holder è determinato a chiarire ogni singolo aspetto della vicenda
anche rischiando polemiche che potrebbero nuocere alla presidenza Obama.
Secondo «Newsweek», per ritorsione alcuni ambienti repubblicani
ostacoleranno in Congresso la riforma della della Sanità. «Il ministro
ha un dilemma da sciogliere - scrive il settimanale -: se sia più
giusto seguire la Legge o seguire il presidente».
Holder, 57 anni, primo afro-americano alla carica di Attorney
General, è tra gli uomini di fiducia di Obama.
«Mi riconosco in lui e nei suoi valori di riferimento, e credo nella
sua politica. Intendo impegnarmi affinché abbia successo» ha detto a
«Newsweek». Allo stesso tempo, però, si rende conto che se sulla
tortura andrà fino in fondo, com'è suo dovere, potrebbe mettere a
rischio la solidità dell'inquilino della Casa Bianca, in particolare su
temi importanti come Sanità e Energia.
Ma è un rischio che non può impedire di far emergere verità
importanti, a suo dire. Per questo è deciso ad andare fino in fondo
sulla vicenda degli interrogatori della Cia. La crociata è destinata a
scontrarsi con molte realtà: da una parte i repubblicani, secondo i
quali gli interrogatori sono avvenuti in tempi eccezionali, dopo
attacchi terroristici, e dunque sono giustificabili per superiori
ragioni di sicurezza. Dall'altra alcuni democratici e quella parte della
stessa Amministrazione Obama, secondo la quale non
servono polemiche per fatti che riguardano il passato.
[13-07-2009]
SEARCH & KILL! LO SQUDRONE DELLA MORTE DI CHENEY – IL WSJ SVELA
IL PROGRAMMA SEGRETO CIA AUTORIZZATO NEL 2001 DAL VICE PRES USA: TROVARE E
ASSASSINARE I LEADER DI AL QAEDA – I REPUBBLICANI NON CI STANNO –
HERSH: “è ACCADUTO COL CONSENSO DEI MEDIA”…
1 - I killer segreti
di Cheney...
Maurizio Molinari per "La
Stampa"
Trovare e assassinare i leader di Al Qaeda: era questo lo scopo del
programma segreto dell'intelligence autorizzato nel 2001 da Dick
Cheney che Leon Panetta, nuovo capo della Cia,
ha bloccato dopo esserne venuto a conoscenza.
A svelarlo sono fonti dei servizi segreti citate dal «Wall Street
Journal», secondo cui l'origine del programma clandestino risale ai
giorni immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell'11
settembre 2001 contro New York e Washington, quando la Casa Bianca
temeva di subire nuovi attentati da parte di Al Qaeda e ordinò così di
creare squadre di 007 addestrate per «trovare ed eliminare» i capi
jihadisti, ovunque fossero, al fine di impedirgli di agire.
Secondo alcune di queste fonti l'idea di assassinare i capi di Al
Qaeda si richiamava all'esempio delle squadre speciali create dal Mossad
israeliano negli anni Settanta per eliminare i terroristi
palestinesi responsabili della strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972,
quando un commando sequestrò e assassinò gli atleti dello Stato
ebraico.
Pete Hoekstra, deputato del Michigan e repubblicano
di più alto grado nella commissione intelligence della Camera, assicura
che «quest'idea si discusse all'inizio delle misure anti-Al Qaeda» ma
restò sempre a uno stadio molto teorico, al punto che i fondi stanziati
dallo Stato per realizzarla «sono più vicini ad 1 milione che a 50
milioni di dollari».
Le rivelazioni del «Wall Street Journal», confermate nella giornata
di ieri da altre fonti di intelligence, non hanno però allentato la
tensione a Washington perché la maggioranza democratica ritiene che il
«programma segreto» possa aver spinto la Cia a commettere numerose
violazioni di legge, come ad esempio addestrare i futuri membri delle «squadre
speciali» a praticare anche interrogatori con la tecnica del «waterboarding»
- l'affogamento simulato - che viene equiparato alla tortura
dall'amministrazione Obama.
Resta poi da appurare se l'ex vicepresidente Cheney abbia
avuto la responsabilità di seguire il «programma segreto» dall'allora
presidente George W. Bush. Il dubbio
esiste in ragione del fatto che solo l'inquilino della Casa Bianca può,
con un ordine esecutivo, annullare la decisione presa dal predecessore
Gerald Ford nel 1976 di vietare alla Cia di commettere degli assassinii.
Ford pose il divieto a seguito dello scandalo del Watergate, che
aveva portato a rivelare i molteplici falliti tentativi della Cia di
assassinare il leader cubano Fidel Castro, e da allora Carter, Reagan, Bush
padre e Clinton
rinnovarono la limitazione giuridica all'operato dell'intelligence ma George
W. Bush, in risposta agli attacchi del 2001, fece trapelare
l'intenzione di agire diversamente.
Da qui l'ipotesi della democratica Dianne Feinstein,
capo della commissione Intelligence al Senato, che possa esserci l'ex
presidente dietro la «licenza di uccidere» assegnata agli 007: in tal
caso però dovrebbe esistere un ordine esecutivo in proposito. Per
questo il Congresso vuole appurare perché «la Casa Bianca non ci
informò mai di questo programma» come osserva Feinstein,
secondo la quale «siamo stati tenuti nel buio e ciò non deve poter
accadere mai più».
Per l'opposizione repubblicana invece si
tratta di una manovra politica tesa a correre in soccorso di Nancy
Pelosi, presidente della Camera. Il senatore John
Cornyn del Texas lo spiega così: «Pelosi ha accusato la Cia
di aver mentito al Congresso durante gli anni di Bush e Panetta ha negato mettendola in difficoltà, ora
Panetta sta tentando di aiutarla a venirne fuori svelando l'esistenza
di un programma segreto ma è un'operazione debole perché questo
programma è sempre rimasto a livello teorico».
Incalza Judd Gregg, senatore repubblicano del New
Hampshire: «Di certo in questa vicenda c'è solo il fatto che i
democratici stanno continuano a minare il morale dei nostri agenti
impegnati a difendere la nazione e i suoi cittadini dal rischio di
subire nuovi attacchi».
2 - "HANNO CREATO UNO SQUADRONE DELLA MORTE"...
Estratto dell'intervento del giornalista Seymour Hersh
all'Università del Minnesota (Marzo 2009) da
"La Stampa"
Dopo l'11 settembre la Cia ha avuto carta bianca nei confronti delle
persone che riteneva nemiche dello Stato. Senza nessuna autorizzazione
legale. Non dovevano rendere conto a nessuno. E non hanno mai dovuto
farlo. C'era quello che chiamavano Joint Special Operation Command (Jsoc).
Una corpo speciale per operazioni speciali che viveva di vita propria.
Non dovevano rendere conto a nessuno, tranne a Bush e a Cheney, e lo facevano direttamente nell'ufficio di
Cheney, direttamente a Cheney, non a Robert
Gates, che era il segretario della Difesa.
Era di fatto un gruppo per le esecuzioni mirate, ed è andato avanti
per molto. Finché il capo, un ammiraglio con tre stellette, William
H. McRaven chiuse l'ufficio perché c'erano troppe «perdite
collaterali». Va detto chiaramente. Sotto l'amministrazione Bush questi agenti arrivavano in un Paese, senza consultare
l'ambasciatore e neppure il capo locale della Cia, davano la caccia ad
alcune persone, le trovavano, le giustiziavano e se ne andavano. È
successo, nel nome di tutti noi.
È una cosa complicata. Quelli che commettevano questi tipi non erano
omicidi, e tuttavia erano ciò che normalmente chiameremmo omicidi. Era
giovani provenienti dalle forze speciali. Dalla Delta Force. O dai Navy
Seals. Personale altamente addestrato e specializzato. In molte casi
erano i migliori, i più brillanti. Non è un'esagerazione. Gente di
livello che credeva di proteggere l'America. E si è ritrovata a
torturare esseri umani.
Uno mi disse, cinque anni fa, «come definiresti il fatto di
interrogare qualcuno e lo lasci sanguinante, senza che venga soccorso da
un medico e due giorni dopo muore? È un omicidio? Che succede se vado
davanti a una commissione di inchiesta?». Ma non ci sarà nessuna
commissione di inchiesta.
Sotto l'Amministrazione Bush l'interpretazione della
legge, le attività militari segrete, le operazioni della Cia sotto
copertura, non dovevano essere documentare, perché il presidente ha il
diritto costituzionale di comandare le forze in combattimento, senza
interferenze da parte del Congresso. Ma quello che mi sconvolge è come
i due «cattivi», Bush e Cheney,
hanno gestito male il loro potere, quanto è stata scadente la loro
leadership.
E tutto ciò è accaduto con il consenso dei media. I più importanti
giornali appoggiavano Bush. I direttori ordinavano ai
reporter di non indagare su quello che Bush stava
facendo. I diritti fondamentali sono stati violati, alla luce del sole.
Tutto ciò non è stato soltanto tollerato, ma Bush è
stato anche rieletto. Non vorremmo più avere di questi problemi per il
resto della nostra vita, ma credo proprio che succederà di nuovo.
[14-07-2009]
NO KILLER, NO PARTY – IL NUOVO CAPO DELLA CIA HA FERMATO LO
"SQUADRONE DELLA MORTE" ORGANIZZATO DA CHENEY SUBITO PRIMA CHE
GLI AGENTI DIVENTASSERO OPERATIVI – DIBATTITO SUI LIMITI DELLE INDAGINI
– ORA I CAPI DI AL QAIDA ORA CHI LI AMMAZZA?...
Da "Il
Messaggero"
La squadra della Cia, autorizzata ad uccidere i capi di Al Qaeda, era
quasi operativa, quando il nuovo direttore dell'agenzia Leon
Panetta ha bloccato tutto. Lo scrive il Washington Post
rivelando che quando il programma è stato cancellato, l'agenzia già
stava preparando l'addestramento di questi uomini.
Questo progetto, ideato dall'amministrazione Bush nel
2001 e tenuto segreto per 8 anni, viene ormai comunemente definito dalla
stampa Usa «il piano killer della Cia». Dopo l'inevitabile annuncio di
Barack Obama di voler fare «chiarezza sui fatti»,
prende quota il dibattito interno su quali dovrebbero essere i limiti di
queste indagini.
La stampa liberal, oltre a lodare
l'iniziativa di Panetta, continua a puntare l'indice
sulle gravissime colpe dell'anima nera della scorsa amministrazione,
l'ex vice presidente Dick Cheney e esorta il ministro
della Giustizia, Eric Holder, a fare piena luce sulle
sue responsabilità, usando il pugno di ferro.
Un commento pubblicato sul Boston Globe accusa esplicitamente Cheney.
Altre voci, è il caso di David Ignatius, esperto di
intelligence, osservano che sarà difficile indagare su operazioni,
all'epoca garantite da una piena copertura politica. Il Los Angeles
Times invece ironizza sulla sua reale capacità di agire in aree lontane
e uccidere i leader terroristi.
Il giornale californiano conclude che gli agenti segreti americani «sono
ben lontani da Jason Bourne», il mitico killer della
Cia, interpretato sul grande schermo da Matt Demon. «Gli
uomini delle nostre forze speciali - confida un ex agente - sono per lo
più militari in pensione esperti al massimo in addestramento. Se tu sei
nato in Kansas tu sarai sempre del Kansas, non importa quanto ti fai
crescere lunga la barba, rimani uno del Kansas».
[17-07-2009]
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MOORE CARICA WALL STREET – TOCCA A “CAPITALISM: A LOVE STORY”,
LA PASSIONE AMERICANA PER IL LIBERO MERCATO (DELLE TRUFFE ALLA MADOFF) -
ogni giorno PERSI 14.000 posti di lavoro - CHISSà SE I LUPI HANNO
RISPOSTO AL SUO APPELLO A SCOPRIRE GLI ALTARINI...
Giorgio Carbone per "Libero"
Il 2 ottobre uscirà in America "Capitalism: a love story",
il nuovo documentario di Michael Moore. Documentario è
termine di comodo, in realtà Moore come suo solito
interpolerà ai filmati dal vero, pezzi ricostruiti, recitati magari dai
suoi vicini di casa. Perché il 2 ottobre? Non per un capriccio o un
calcolo del distributore. Ma per un capriccio o un calcolo di Moore.
Il 2 ottobre è per lui data fatidica. Fu infatti in quella data che
uscì 20 anni fa "Roger and me", il primo (non memorabile)
lungometraggio firmato dal corpulento Michael. Forse
incidentalmente, è data (purtroppo) da ricordare anche per diverse
ragioni. Fu infatti esattamente 19 anni dopo l'esordio di Moore,
che il senato americano decise lo stanziamento di 700 milioni di dollari
per salvare i banchieri di Wall Street.
"Capitalism" infatti tratta del recente crollo
dell'economia globale. La love story del titolo allude all'amore totale,
sviscerato, che gli americani da secoli portano al libero mercato. Una
passione delusa brutalmente nell'ultimo anno dal nuovo crollo di Wall
Street e dalla perdita ogni giorno di 14.000 posti di lavoro.
Moore ha cominciato a mettere mano al film
nel febbraio scorso. Prima del primo ciak volle lanciare un pubblico (e
molto pubblicizzato) appello a tutti coloro che lavoravano nel mondo
finanziario newyorkese.
«Siate eroici e aiutatemi a spiegare com'è avvenuta la più grande
truffa che l'America abbia patito», ha detto. Chissà se qualcuno dei
lupi e lupetti di Wall Street ha risposto all'appello di Moore.
Non sono questi i momenti in cui qualcuno (men che meno coloro abituati
a giocare con le Borse mondiali) è in vena d'eroismi. E se qualcuno è
in vena, difficile che decida di farsi coraggio per far piacere al
regista di "Farenheit".
Ma questo al regista importa (è sempre importato) fino a un certo
punto. Se Michael trova il coraggioso, bene. Se non lo
trova, non ci mette niente, lui, a fare il tarocco, cioè a prendere uno
qualunque, magari un suo compagno di scuola al liceo di Flint, Michigan, e fargli recitare il ruolo di filibustiere
della finanza. È accaduto per "Farenheit", "Roger and
me", "Bowling for Columbine" e "Siko".
Tuttavia, a dispetto delle bausciate di Michael nelle
conferenze stampa, sarebbe esagerato parlare di attesa messianica per
quanto riguarda "Capitalism". Gli ultimi tre Moore hanno
avuto successo perché affrontavano temi che tanta gente voleva sentirsi
raccontare. Ma "Capitalism" siamo sicuri che troverà un suo
pubblico?
[13-07-2009]
CACCIA (INGLESE) ALLO SQUALO – LA COMMISSIONE CULTURA DI WASTMINSTER
CONVOCA 3 SUPERMANAGER DEL GRUPPO MURDOCH PER VEDERCI CHIARO SULLE
INTERCETTAZIONI ILLEGALI A STAR E POLITICI –PRONTO A MUOVERSI IL
MINISTRO DELL’INTERNO - BROWN FARà LA FINE DI BLAIR?…
Fabio Cavalera per il
"Corriere della Sera"
Nello scandalo delle intercettazioni illegali ci sono tre figure
chiave: Les Hinton, Stuart Kuttner e Rebekah
Wade. Se per davvero il domenicale News of tre World ha
ingaggiato investigatori privati allo scopo di spiare alcune centinaia
di personalità della politica e dello spettacolo - da Gwyneth
Paltrow al sindaco Boris Johnson, da Eriksson a George Michael all'ex calciatore
Shearer - , allora, i pagamenti o le tracce dei pagamenti potrebbero
essere passati dalle scrivanie di questi tre top manager di Rupert
Murdoch.
Ecco perché la Camera dei Comuni ha deciso di convocarli segnando di
fatto la volontà di Westminster di andare direttamente al cuore
dell'impero editoriale del magnate australiano (controlla fra gli altri
il Times e il Sun) e di accertare quanto fosse ramificata la rete di
controllo dei telefonini vip, messa in piedi da alcuni giornalisti del
gruppo.
Chi remunerava gli 007? Quanti sono i casi di intrusione illecita? La
commissione cultura dei Comuni non ha poteri inquirenti ma può
ugualmente scatenare una tempesta. Il motivo è che non più tardi di
due anni fa i parlamentari interrogarono già Les Hinton,
il primo dei tre testimoni. Lo chiamarono perché il «royal
correspondent» del News of the World , Clive Goodman,
si era affidato a «esperti di telecomunicazioni » per violare le
conversazione private di tre membri dello staff di Buckingham Palace ed
era stato arrestato.
La commissione voleva capire se, oltre a Clive Goodman,
vi fossero altri reporter e cronisti in grado di forzare illecitamente,
con le intercettazioni, la privacy di personaggi pubblici. In quella
circostanza, Les Hinton giurò che la condotta di Clive
Goodman era isolata e che nessuna agenzia investigativa privata
era mai stata ingaggiata da altri giornalisti e testate della galassia Murdoch.
Il timore, dopo le rivelazioni del Guardian , come ha precisato uno
dei commissari di Westminster, il laburista Paul Farrelly,
è che Les Hinton, due anni fa, possa avere
deliberatamente «tratto in inganno la commissione». È vero che il
News of The world teneva sotto controllo i cellulari di parecchi vip? E
lui sapeva?
Les Hinton è una stella polare nell'impero
Murdoch.
Vi lavora da quasi 50 anni, prima come corrispondente dagli Stati Uniti,
successivamente come presidente della Fox Tv e amministratore delegato
di News International Limited, la società a cui si legano i quotidiani
di Murdoch nel Regno Unito (da qui la sua convocazione
nel gennaio 2007).
Una bella carriera. Da un anno e mezzo è il numero uno di Dow Jones,
la corporation leader mondiale nell'informazione finanziaria (uno dei
suoi rami è il Wall Street Journal ) anch'essa sotto l'ombrello di Murdoch.
Convocare Les Hinton a Westminster significa
toccare direttamente il capo dei capi, il presidente e amministratore
delegato di News Corp, vale a dire lo stesso Rupert Murdoch.
E se la versione fornita da Les Hinton due anni fa dovesse risultare
falsa si aprirebbe una falla gigantesca proprio nel cuore dell'impero
mediatico di proprietà del tycoon australiano.
Non meno importante è la figura di Stuart Kuttner,
direttore editoriale di News of the World. Una lettera inviata da News
International (la società dei giornali britannici di Murdoch)
proprio alla commissione cultura dei Comuni specifica che ogni «pagamento
a fonte confidenziale» deve passare dalla scrivania del direttore
editoriale.
Sono transitati anche gli eventuali pagamenti agli investigatori che
intercettavano politici, attori e sportivi per conto dei giornalisti?
Coincidenza: Stuart Kuttner si è dimesso proprio alla
vigilia delle rivelazioni del Guardian. Anche lui dovrà presentarsi a
Westminster. Al pari di Rebekah Wade, la potentissima
zarina dei tabloid, direttrice del Sun e in procinto di salire alla
poltrona di amministratrice delegata. Era informata di quello che
stavano combinando alcuni reporter del gruppo?
Il caso delle intercettazioni telefoniche illegali è una bomba ad
orologeria. Per il momento Scotland Yard esclude di riaprire le
indagini. Ma il ministro dell'Interno, Alan Johnson,
preme affinché i dossier escano dagli archivi. E contemporaneamente si
muove il Parlamento. Il gruppo Murdoch ribadisce che
non vi sono prove di coinvolgimento di altri suoi giornalisti e si
prepara alla battaglia. Con le ossa a pezzi ne possono uscire in tanti.
[14-07-2009]
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KENNEDY, L'ULTIMA STORIELLA – Onassis voleva sposare Jackie ma non
poteva perché si trovava la strada sbarrata da Bob, il quale era l'amante
di Jackie. Così, Onassis finanziò una organizzazione terroristica
palestinese che ordinò l'assassinio dI BOB...
Enrico Beltramini
per "Il Riformista"
A proposito di un articolo pubblicato dal Corriere della Sera che
pubblica un titolo che dice, virgolette, "Svelata la passione fra
la vedova di Kennedy e il cognato" chiuse
virgolette, e poi scrive un pezzo di 655 parole sull'argomento senza
mettere nemmeno un punto interrogativo, un dubbio, qualche punto di
sospensione, una voce alternativa all'ipotesi che Bob Kennedy e
Jackie vedova Kennedy fossero amanti.
L'intera storia è fondata sul libro di David Heymann,
"Bobby and Jackie: A Love Story", titolo auto esplicativo, in
uscita la prossima settimana in America. È la terza volta che Heymann
prova a insinuare che i cognati andassero a letto insieme. E ogni volta
è stato criticato, nel migliore dei casi, e ignorato, nel peggiore,
dagli altri biografi dei due protagonisti. Semplicemente, Heymann
non è uno scrittore attendibile.
La verità è che il libro di Heymann riposa sulle
tesi di un altro scrittore, il britannico Peter Evans,
che ha lavorato 10 anni intorno all'assassinio di Bob Kennedy.
Nel suo libro "Nemesis" (2005) sostiene che Sirhan
Sirhan, che sta scontando il carcere a vita presso la prigione
di California di Corcoran in quanto giudicato esecutore dell'assassino,
in realtà non sparò, ma fu lasciato drogato sul posto dell'attentato
mentre il vero killer si allontanava indisturbato. Il vero killer, a sua
volta, faceva parte alla larga di un'organizzazione terroristica
palestinese, la vera mandante dell'attentato.
E perché l'organizzazione terroristica palestinese ce l'aveva con Bob
Kennedy? In realtà non ce l'aveva con Bob Kennedy,
ma lavorava per Aristotele Onassis. Infatti, Onassis
voleva sposare Jackie ma non poteva perché si trovava la strada
sbarrata da Bob, il quale era l'amante di Jackie. Così,
Onassis finanziò una organizzazione terroristica palestinese che ordinò
l'assassinio di Kennedy. Ecco da dove proviene la
storia di Bob e Jackie amanti. Quella
che era un elemento accessorio della tesi di Evans, quattro anni dopo è
diventata la tesi di Heymann. Questa non è storia, è
narrativa.
[09-07-2009]
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UN INTRIGO INTERNAZIONALE CHE POTREBBE FAR CROLLARE IL DOLLARO O SOLO
FUFFA? - QUELLA VALIGIA DI DUE GIAPPONESI CON UNA “BOMBA” FINANZIARIA
PER 134 MILIARDI $ - DAL COMPLOTTO DELLA NORD COREA A UN’OSCURA TRAMA
DEL GOVERNO JAP ANTI-USA - SE FOSSERO TITOLI VERI LE CONSEGUENZE SUL
SISTEMA FINANZIARIO SAREBBERO DEVASTANTI - MA PER L’ITALIA SAREBBE COME
AVER VINTO LA PIÙ GRANDE LOTTERIA DELLA STORIA
Paolo Colonnello per
La Stampa
Si va dal complotto della Nord Corea per destabilizzare i mercati
internazionali a un'oscura trama del governo giapponese per mettere in
ginocchio l'America. Dal tentativo del governo Usa di far sparire un
tesoretto nato da titoli finanziari problematici, fino a un gigantesco
riciclaggio della mafia.
Nella blogosfera il giallo impazza e la strana storia dei titoli di
Stato americani dal valore stratosferico di 134 miliardi di dollari (90
miliardi di euro, l'uno per cento del pil Usa) trovati nel doppiofondo
di una valigia in mano a due insospettabili cinquantenni giapponesi, sta
assumendo i toni di una leggenda metropolitana. Di cui, per altro, si
stanno occupando autorevoli media americani e giapponesi: da due
settimane puntano la loro attenzione sul palazzo di giustizia di Como.
Quasi subito gli investigatori hanno fatto sapere che per quei titoli
monetari - suddivisi nella valigia in 10 bond Usa da un miliardo di
dollari e 249 da 500 milioni - sussistevano dubbi sull'autenticità.
Sensazione confermata dagli esperti della Federal Reserve americana ai
quali sono stati inviati campioni per una verifica, tramite il consolato
a Milano. «Titoli di quel valore non sono mai stati emessi dagli Usa e
sono sicuramente falsi», spiega Darrin Blackford,
portavoce del Servizio segreto americano. «Falsi, non c'è dubbio»,
insiste Stephen Meyerhardt, portavoce del Dipartimento
del Debito pubblico a Washington.
A Como, invece, non c'è alcuna ufficialità. La procura tace: si
attende una relazione definitiva degli esperti Usa, nella settimana
prossima potrebbe essere emesso un comunicato. Alla Finanza confermano
quanto detto dagli americani, che però potrebbero avere interesse a
dichiarare la falsità dei titoli, destinandoli all'inceneritore. Perché
se fossero veri, se ne potrebbe dedurre che qualche grande detentore di
liquidità internazionale - come uno Stato - non abbia più fiducia nel
dollaro quale moneta di riserva. E le conseguenze sul sistema
finanziario sarebbero devastanti.
A
Chiasso
La mattina del 4 giugno i finanzieri fermano alla frontiera di Chiasso
due distinti signori giapponesi che scendono da un treno affollato di
pendolari, in arrivo da Milano. Impossibile non notarli e alla frontiera
sanno il fatto loro. Non è la prima volta che portavalori stranieri e
italiani vengono pizzicati con valigie piene di soldi e, più
frequentemente, di titoli del Tesoro provenienti da mezzo mondo,
generalmente falsi.
Servono per mettere in piedi truffe finanziarie. I militari
controllano le valigie e sotto la biancheria sparpagliata compare un
doppiofondo in cui sono conservati i bond americani. Sembra la solita
storia ma questa volta la cifra contrabbandata è pazzesca: 134 miliardi
e 500 milioni di dollari. Chi mai potrebbe trattare pezzature del
genere? Per quale truffa? Le domande s'accavallano: chi sono davvero i
due giapponesi? Dov'erano diretti? I due, pare, appartengono a una
fondazione pubblica legata a Tokyo. Appena fermati avrebbero dichiarato
che quei bond sono veri «ma senza valore commerciale».
La Finanza sequestra il malloppo e identifica i due orientali che,
come prevede la legge, vengono denunciati a piede libero (e saranno
presto interrogati in procura). Finché non sarà stabilito se si tratta
di titoli veri o falsi non si potrà contestare loro alcun reato. Se i
bond fossero falsi l'ipotesi sarebbe di traffico di denaro falso in
territorio nazionale e tentata truffa: una condanna da niente.
Se invece fossero autentici, per l'Italia sarebbe come aver vinto la
più grande lotteria della storia: in base alla normativa valutaria,
infatti, le autorità giudiziarie avrebbero il diritto di sequestrare il
40% dei valori intercettati eccedenti la franchigia prevista, 10 mila
euro. Lo Stato verrebbe a incamerare 38 miliardi di euro: l'equivalente
di una robusta Finanziaria che in questi tempi grami renderebbe santo
subito il ministro Tremonti. Per il resto del mondo e per gli Usa,
invece, si aprirebbero seri problemi.
Ma la Sec (la Consob americana) raffredda subito ogni speranza: i
titoli sono falsi. Appare quasi certo che, almeno per quanto riguarda i
10 bond da un miliardo ciascuno, si sia di fronte a contraffazioni.
Spiega Meyerhardt che nel mondo il totale dei bond al portatore
circolanti non ammonta a più di 105 milioni di dollari. Il fatto è che
sui restanti 249 titoli da 500 milioni di dollari l'uno il presunto
falsario ha lavorato davvero bene: sono stampati persino su carta
filigranata. «Falsi anche questi», si fa sapere in via informale alla
Finanza. Rimane il problema: se qualcuno è in grado di falsificare così
bene dei titoli di Stato, quanta intossicazione finanziaria c'è in giro
per il mondo?
Il sospetto
La mattina del 4 giugno i finanzieri fermano alla frontiera di Chiasso
due distinti signori giapponesi che scendono da un treno affollato di
pendolari, in arrivo da Milano.
Il controllo
Nel sottofondo della valigia ci sono 134,5 miliardi di dollari in bond,
che vengono sequestrati.
Le ipotesi
Se i bond fossero veri si potrebbe trattare di una gigantesca truffa
internazionale che potrebbe coinvolgere anche molti Stati.
[29-06-2009]
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TRICKY DICK – 150 ORE DI NASTRI DECLASSIFICATI GETTANO UNA LUCE
ANCORA PIÙ SINISTRA SU RICHARD NIXON – CONTRO L’ABORTO MA NON PER I
FIGLI METICCI, I GIOCHI SPORCHI CONTRO I DEMOCRATICI, IL SOSTEGNO DI
REAGAN PER INSABBIARE IL WATERGATE… -
Maurizio Molinari per
"La Stampa"
L'aborto per i casi di gravidanza interrazziali, Ted Kennedy pedinato,
l'avallo di Reagan per azzerare l'inchiesta sul
Watergate, l'intolleranza per il tennis di Spiro Agnew e il disprezzo
verso gli ebrei, senza contare la determinazione ad avere «belle donne»
nelle liste elettorali ed a «decapitare Van Thieu» se avesse rifiutato
l'accordo-suicida per il Vietnam del Sud: è questo il Richard
Nixon che esce da 150 ore di nastri a 30 mila pagine di
documenti inediti declassificati dalla Biblioteca presidenziale di Yorba
Linda, in California, con una decisione destinata ad arricchire di
dettagli il controverso profilo del «comandante in capo» meno amato
dagli americani.
Il 23 gennaio 1973 è il giorno nel quale la Corte Suprema emette la
sentenza sul caso «Roe contro Wade» contro le leggi che criminalizzano
l'interruzione della gravidanza. Nixon è nello Studio
Ovale quando lo viene a sapere, decide di non rilasciare dichiarazioni
ma i commenti personali ne svelano il pensiero: ritiene che «più
aborti» porteranno a «eccessi di permissività» e a «danni per la
famiglia» ma riesce comunque a vedere un aspetto positivo nella
sentenza «perché in alcuni casi è necessario» come «quando c'è una
gravidanza frutto dell'unione fra bianchi e neri o quando c'è una
violenza carnale».
y
L'equiparazione fra figli birazziali e stupri svela un'intolleranza
verso gli afroamericani che sembra archeologia nella nazione che ha
eletto Barack Obama alla Casa Bianca ma i documenti
aggiungono dettagli anche sull'intolleranza di Nixon nei confronti di
un'altra minoranza: gli ebrei.
Nel febbraio 1973 il presidente parla al telefono con Billy
Graham, il leader più carismatico degli evangelici che si
lamenta per l'«opposizione degli ebrei alla crociata della fede dei
campus». Commenta Nixon: «C'è molto antisemitismo e
questo continuerà a rafforzarlo». Graham annuisce e Nixon aggiunge: «Gli ebrei desiderano la morte, è un problema che
hanno da secoli».
Sul fronte della politica l'inizio del 1973
- il periodo al quale fanno risalgono molti dei documenti declassificati
- coincide con la prima fase del Watergate, quando Nixon licenzia
il procuratore speciale Archibald Cox spingendo alle
dimissioni il ministro della Giustizia Elliot Richardson ed
il vice William Ruckelshaus. E' un azzeramento
dell'inchiesta con cui Nixon si illude di archiviare lo
scandalo che lo sommergerà.
I nastri ora svelano che nel blitz passato alle cronache come «Saturday
Night Massacre» ebbe a fianco Ronald Reagan,
all'epoca governatore della California. «E' quanto di meglio potesse
avvenire - Reagan disse a Nixon -
nessuno di costoro avrebbe mai dovuto essere al proprio posto».
L'avallo di Reagan, che sarebbe poi divenuto presidente
ed è uno dei leader più amati dai conservatori, per il «massacro del
sabato sera» obbliga a ripensare alcune biografie. A conferma della
volontà di Nixon di archiviare in fretta il Watergate c'è anche una
conversazione con il consigliere Charles Colson,
sull'ipotesi di concedere la clemenza ad uno dei cospiratori: Howard
Hunt jr.
Se c'è un filo comune nei documenti declassificati è aggressività
e disprezzo di Nixon, verso gli amici come per gli
avversari. Amici come Spiro Agnew, suo vicepresidente,
al quale rimprovera brutalmente l'«eccesso di tempo passato a giocare a
tennis». Avversari politici come Ted Kennedy, che nel
1969 ordina di far pedinare come un potenziale criminale a seguito
dell'incidente d'auto a Chappaquick nel quale morì Mary Jo
Kopechne, assistente dell'ex ministro della Giustizia Robert
Kennedy.
Lo stesso vale per i più fedeli alleati internazionali: Vietnam del
Sud e Israele. Nel gennaio del 1973 esercita forti pressioni su Nguyen
Van Thieu, presidente del Vietnam del Sud, per fargli accettare
un accordo sul cessate il fuoco che apre le porte al ritiro dei soldati
americani, senza i quali è inevitabile la vittoria dei vietcong. Thieu
solleva delle obiezioni e Nixon non le sopporta, al punto da dire al
consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger:
«Per fargli firmare questo trattato sono disposto a tagliargli la
testa, se necessario».
Thieu firma e due anni dopo Saigon cade nelle mani del Nord comunista
ma Nixon ha avuto ciò che desiderava: ritirare le
truppe dal Vietnam per dedicarsi all'apertura alla Cina. Nel caso di
Israele le pressioni di Nixon riguardano l'arsenale
atomico: tre pagine dattiloscritte svelano l'irritazione per il fatto
che lo Stato Ebraico «non ha firmato il trattato di non proliferazione
mentre tutti gli Stati arabi, tranne Algeria e Arabia Saudita, lo hanno
fatto». «Israele deve firmare perché crediamo che stia lavorando
attivamente all'atomica» si legge nel documento.
m
Fra le rivelazioni ce n'è anche una destinata a imbarazzare i
democratici, i cui leader del Congresso il 24 aprile del 1970 danno luce
verde all'invasione della Cambogia. «Saremo al suo fianco, sosteniamo
ciò che sta facendo» dice John Stennis, capo della
commissione Forza Armate, rispondendo a Nixon che gli
ha appena svelato il piano di allargare il conflitto. In una
conversazione con George H. W. Bush,
all'epoca capo del partito repubblicano ed anch'egli destinato alla Casa
Bianca, si parla invece di donne. Il tema sono le imminenti candidature.
«Ne ho viste due molto attraenti nel Parlamento del South Carolina,
andate a cercarle, e cerca di capirmi, non sto dalla parte delle donne,
ma in certi casi una donna può vincere e un uomo no».
[25-06-2009]
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LA MANTIDE INTERNET - LA MALEDIZIONE DEL WEB CHE UCCIDE TUTTI I SUOI
MITI - IL PADRE DELL’ALGORITMO DI GOOGLE TROVATO MISTERIOSAMENTE
ANNEGATO NELLA PISCINA DI CASA. MA È SOLO L’ULTIMO DI UNA MACABRA
LISTA. E LA COSA SI STA FACENDO STRANA…
Massimo M. Veronese
per "Il Giornale"
robert
adler
Rajeev Motwani
Lo hanno trovato in piscina come tutti i giorni, niente di strano
visto il caldo che fa e non solo qui ad Atherton, il ghetto più ricco
di San Francisco, California, settemila abitanti, uno più miliardario
dell'altro.Rajeev Motwani galleggiava a pancia in giù,
i polmoni pieni d'acqua, nella piscina di casa, morto stecchito. E
nemmeno sapeva nuotare. In America lo conoscevano tutti, professore di
Computer science alla Stanford university, lezioni sempre gremite come
uno stadio di baseball, era arrivato dall'India per un dottorato a
Berkley e non se n'era andato più.
Erano gli algoritmi la sua ossessione, era stata sua l'intuizione di
formule in grado di cercare volumi virtualmente infiniti di dati. Larry
Page e Sergey Brin, suoi allievi, presero
appunti e inventarono Google. Brin soprattutto,
ragazzino russo emigrato in America, che si fece prestare diecimila
dollari per mettere in moto un motore di ricerca che adesso viaggia
verso i quattro miliardi di dollari di ricavi. Il suo maestro lo ha
ricordato in un blog: «Dietro qualunque tipo di tecnologia si stia
usando oggi è molto probabile ci sia qualcosa di Rajeev Motwani».
Aveva 47 anni.
Sergey
Brin e Page Larry
Dicono sia scivolato. Ma comincia a farsi difficile crederlo. La rete
ormai è un assassino. Scienza ed economia. Sta strangolando gli altri
media con un ritmo di crescita pubblicitaria del 92% all'anno, il numero
di siti Web nel mondo supera i 100 milioni, entro il 2011, dice uno
studio, più della metà dei 900 milioni di persone che oggi utilizzano
Internet, potranno disporre della banda larga cioè vedere tutto ciò
che vogliono «on demand», a scelta, filmati, spot, musica, e nessuno
dei media tradizionali, giornali, radio, tv, adesso è più al sicuro da
questo Freddy Kruger senza pietà, da
questo incubo che tutto divora. Compresi i suoi padri padroni.
Perché adesso pare ci sia anche questo virus seriale che ammazza i
creatori del futuro. E il faldone delle vittime è già alto così. Michael
Dertouzos, il padre del World Wide Web, uno dei più grandi
teorici della rete, ha lottato invano contro una malattia che gli ha
strappato la vita a 64 anni, pochi giorni prima dell'11 settembre.
Viveva a Boston, ombelico del mondo tecnologico, odiava il computer come
Enrico Fermi l'atomica, ne parlava come di una
rivoluzione incompiuta, non sopportava chi ne aveva fatto motivo di
dipendenza, li voleva docili come lavastoviglie e non tirannici pusher.
Era pessimista, soprattutto su se stesso. Si è spento come un computer
senza far rumore.
Michael
Dertouzos
Philip W. Katz invece
l'hanno trovato in un motel di Milwaukee, ammazzato
dall'alcool, cinque bottiglie di superalcolici ai piedi del letto, come
un barbone, lui che per i cybernauti era «uno dei miti del Ventesimo
secolo».
Aveva creato PZZip per caso, nella cucina di mamma, il programma per
la compressione dei dati che sta alla base di internet e non ci aveva
guadagnato niente perché aveva scelto, lui che era un idealista, di
regalarlo alla rete. Non ha lasciato biglietti, tantomeno file. Nessuno
sa perché l'ha fatto.
Philip
Katz
Jim Gray se n'era uscito in barca per disperdere
nell'Oceano le ceneri della madre morta l'anno prima. Era un navigatore
esperto e non soltanto della rete. Ha lasciato il porticciolo di San
Francisco diretto alle Isole Faraillon una quarantina di chilometri dal
Golden Gate in compagnia della mamma, dentro l'urna, il mare era calmo e
aveva appena telefonato alla moglie per dirle che il cellulare si stava
scaricando.
Aveva 63 anni ed era gennaio. A maggio decisero di non continuare più
le ricerche del corpo. Era il genio dell'informatica che stava dietro le
mappe satellitari di Google Earth, una specie di leggenda
dell'informatica, uno dei fondatori di Microsoft. Nemmeno le sue mappe
sanno più dov'è.
gray
jim
Solo coincidenze? Sarà, ma quasi in contemporanea se ne andava anche
Robert Adler, uno che ha cambiato la vita di miliardi
di persone, che ha costruito le basi della tecnologia senza fili che ha
dato vita ai cellulari, ai computer, alla rete. Per non dire della tv.
L'inventore, semplicemente, del telecomando. Centottanta brevetti
portavano il suo nome, nemmeno uno lo ha arricchito come si deve. Morto
in una casa di riposo nell'Idaho, quasi centenario. Il televisore era
spento. E il virus ancora in circolazione.
[09-06-2009]
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NON SVEGLIARE IL CAN (CINESE) CHE DORME – LA CLINTON “OBAMATA”
CHIEDE ALLA CINA LA VERITà SU TIENANMEN E IL DRAGONE SI INCAZZA:
“ACCUSE SENZA FONDAMENTO E GRAVE INGERENZA: FU UN ATTO DOVUTO” – LA
VULGATA: “OGGI LA CINA NON SAREBBE LA POTENZA CHE è”…
Luca Vinciguerra per
"Il Sole 24
Ore"
Il ventesimo anniversario della repressione del movimento studentesco
di Piazza Tienanmen infiamma le relazioni diplomatiche tra Cina e Stati
Uniti. «Le affermazioni del segretario di Stato americano sono accuse
senza fondamento contro il governo cinese, e costituiscono una grave
interferenza negli affari interni della Cina», ha tuonato ieri un
portavoce di Pechino, esprimendo «profondo scontento e risoluta
opposizione » alle parole di Hillary Clinton.
Quest' ultima, mercoledì sera, aveva chiesto al governo cinese di
fare chiarezza sul massacro di studenti del 4 giugno 1989, quando
l'esercito uccise centinaia di giovani (le autorità cinesi non hanno
mai rivelato il numero delle vittime) che da giorni presidiavano il
cuore di Pechino, chiedendo democrazia e riforme alla leadership del
Partito Comunista.
Nella sua presa di posizione sugli incidenti di vent'anni fa, la Clinton
ha invitato la Cina a rilasciare le persone che sono ancora in
prigione (secondo le associazioni per i diritti umani basate a Hong
Kong, sarebbero una trentina); ad aprire un dialogo con le famiglie
delle vittime che reclamano la riabilitazione dei loro figli caduti
sotto il fuoco dei soldati; e a fornire un bilancio ufficiale delle
persone uccise, detenute o scomparse.
Ma Pechino, che qualche mese fa durante la prima visita ufficiale
della Clinton oltre la Grande Muraglia aveva molto apprezzato la scelta
conciliante dell'Amministrazione Obama di non parlare di diritti umani,
ha risposto con toni durissimi alle «ingerenze» del segretario di
Stato americano. «Sull'incidente politico avvenuto alla fine degli anni
80, il partito e il governo hanno già tratto a suo tempo le loro
conclusioni», ha precisato il portavoce.
Due decenni dopo la sanguinosa repressione
ordinata da Deng Xiaoping, la posizione della Cina
resta invariata: il movimento di Piazza Tiananmen fu «un moto
controrivoluzionario ». Reprimerlo, per usare le argomentazioni
dell'allora primo ministro Li Peng (il grande regista
dell'operazione che portò prima al siluramento dell'ala riformista
della nomenklatura favorevole al dialogo con gli studenti, e poi alla
soluzione di forza), fu quindi un "atto dovuto" per consentire
al partito comunista di mantenere la sua egemonia sulla politica e sulla
società cinese.
La linea ufficiale di Pechino sulla mattanza del 4 giugno 1989 ha
trovato in tempi recenti una preziosa integrazione: la continuità del
sistema politico messo in discussione dal movimento studentesco ha
consentito alla Cina di imboccare la strada delle riforme e della
modernizzazione, che ha condotto il paese alla straordinaria crescita
economica degli ultimi anni.
Insomma, sostiene la vulgata istituzionale, se Deng (il
grande artefice della svolta pro-mercato cinese) non avesse deciso di
sguinzagliare i carri armati nel centro di Pechino, e fosse venuto a
patti con i rivoltosi, oggi la Cina non sarebbe la seconda superpotenza
planetaria.
Ma è una vulgata che non convince chiunque sia animato da un sincero
spirito liberale e democratico. «È aberrante giustificare il massacro
di giovani di Piazza Tienanmen con le necessità dello sviluppo
economico cinese», ha detto qualche giorno fa un parlamentare di Hong
Kong, replicando alle parole del Governatore, Donald Tsang,
che aveva invitato gli hongkonghini ad effettuare «una valutazione
oggettiva» dei fatti del giugno '89, tenendo conto della formidabile
crescita economica del Dragone e dei benefici effetti prodotti da quest'
ultima sull'ex colonia britannica.
Vent' anni dopo quella primavera di sangue, sono molti i cinesi che
rifiutano senza compromessi le " interpretazioni ufficiali" e
chiedono al governo di fare finalmente i conti con la storia. Ma è
ancora presto. Gli oscuramenti dei siti internet, i divieti d'ingresso
ai giornalisti a Piazza Tienanmen e di qualunque tipo di commemorazione
dell'anniversario, le vacanze forzate per i testimoni scomodi della
tragedia, e i massicci presidi polizieschi predisposti negli ultimi
giorni dimostrano che servirà molto tempo prima che la nomenklatura
cinese scacci per sempre i fantasmi del giugno 1989.
[05-06-2009]
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LA CARD FA CRAC – IL
PRESIDENTE USA E SUMMERS VOGLIONO CONVINCERE GLI AMERICANI A BUTTARE LA
CARTA DI CREDITO – NEL 2008 I DEBITORI CHE NON SALDANO LE RATE CRESCIUTI
DEL 260% - TRANQUILLI IN ITALIA, NON CI SIAMO MAI FIDATI DEL SOLDI DI
PLASTICA...
Vittorio Zucconi per
"la Repubblica"
Deve finire il regno dell´oro di plastica, del tesserino di 8 cm.
per 5 che, dalla prima "carta" emessa dal Diners Club nel 1949
per cenare a credito, era divenuta l´arma di distruzione di massa dell´economia
domestica e poi nazionale. I consumatori devono disintossicarsi e
riscoprire le virtù delle nonne italiane: mai fare il passo più lungo
della gamba.
barack
obama
Basta con l´orgia delle cartine, ha ordinato la Casa Bianca e ha
spiegato Larry Summers, il cardinale della finanza più
ascoltato da Obama. Basta con gli acquisti al grido di
"charge it!", me lo carichi sulla carta, che hanno sostenuto
la falsa prosperità e divorato il risparmio, ridotto a zero dal luglio
del 2004. Sono state "the fool´s gold", la ricchezza dei
folli e quella follia sta costando troppo cara.
Ma staccare i 250 milioni di americani che portano in tasca e in
borsetta un miliardo e mezzo di carte di credito - almeno cinque a testa
in media - sarà come svezzare un neonato dal biberon. Da quasi sessant´anni,
appunto dalla prima carta della Diners, due generazioni sono cresciute
aggrappate a quel rettangolino plastificato, sprofondando nell´illusione
di essere più ricchi di quel che in realtà erano. Vittime della
praticità, e della tentazione, fino all´apoteosi del 2002 quando i
pagamenti con l´oro di plastica scavalcarono ogni altra forma di
pagamento.
Quella che la presidenza Obama e il suo cardinale
Summers vogliono fare è dunque più di una riforma, è una rivoluzione
del "modo di consumare", dunque di essere, americano. Non ci
sarebbero shopping centers sparsi in ogni sobborgo, cattedrali dell´acquisto
come quel mostro nato nel Minnesota, il "Mall America", per
due decenni il più vasto del pianeta, e non ci sarebbe stato il boom
cinese alimentato dalle esportazioni a credito, senza quelle carte che
sono il mattone sul quale è stata costruita l´impressione di prosperità.
LARRY
SUMMERS
Ma che hanno divorato ogni forma di risparmio e hanno arricchito le
società di emissione fino a corrodere anche loro. Come l´American
Express, che offre soldi, 300 dollari, ai clienti perché chiudano i
loro conti, quegli stessi consumatori ai quali venivano aperti crediti
sempre più alti e proposti ghiotti incentivi per sprofondare nei
debiti.
Né Summers, né Obama, lo hanno
detto, ma il loro è di fatto un invito a diventare un po´ più europei
e un po´ meno americani, addirittura un po´ più italiani, uno dei
popoli più recalcitranti nell´accettare l´economia dell´"oro di
plastica" e ancora affezionati al "libretto" e al
risparmio, tra la diffidenza di negozianti a volte preoccupati per la
implacabile tracciabilità fiscale del pagamento con carta e la cautela
arcigna delle banche.
Come il provincialismo linguistico delle
banche italiane le avrebbe protette dall´uragano dei prodotti tossici,
secondo la celebre frase di Giulio Tremonti, così la
taccagneria degli istituti di credito e la tenace cultura dell´economia
domestica ha evitato che oggi l´Italia si trovi con un immenso conto
non saldabile. Gli americani eravamo noi, secondo Summers,
scopriamo adesso con qualche sorpresa, eravamo le formiche del futuro
contro le cicale della plastica.
Ma l´oro dei folli non era soltanto vizio. Nella estensione delle
linee di credito, nell´offerta martellante di nuove carte che ogni
giorno ingombravano le nostre cassette ("Congratulations! Lei è
stato preapprovato per una nuova credit card! Metta una firma qui e avrà
15 mila dollari di credito immediato!") c´era la apparente
soluzione miracolosa al problema della piattezza dei redditi reali e
alla ormai oscena sperequazione fra chi aveva troppo e chi troppo poco,
che il vecchio meccanismo delle rate e delle cambiali non riusciva più
ad alimentare.
Carte
di credito
La carta, offerta ormai come oggetto di consumo essa stessa, con l´immagine
della squadra preferita, la foto dei bambini o del cane, il logo del
proprio partito, era il falso moltiplicatore di reddito per i salari
fissi, in un´economia che penalizza il lavoro a favore della rendita. E
il ponte che collegava lo stipendio all´imperativo morale del consumo
era l´ abitazione che generava il margine fra mutuo e valore dell´immobile
sul quale tutto il castello del credito tossico era costruito.
Quando il valore nominale della casa si è sgonfiato, milioni di
consumatori si sono trovati, fra mutui, ipoteche e linee di credito, con
più debiti di quanto la casa valesse. Incapaci, o non più disposti, a
pagare. E la grande festa è finita. E´ finita per i signori Joe
e Jane, che non hanno risparmi ai quali
attingere e non hanno spesso più neppure il lavoro.
E´ finita per le banche, che nei contratti stampati in caratteri
invisibili si riservavano il diritto di alzare a piacere gli interessi
fino a livelli da usura, al 20% od oltre, e che potevano permettersi,
legalmente, di far pagare questi interessi sul totale del debito, anche
se in parte saldato. Chi avesse avuto un debito da mille dollari e
avesse versato 999 dollari, avrebbe continuato a vedersi addebitare l´interesse
sui mille dollari. E guai al moroso: gli avrebbero distrutto il
"rating", il grado di affidabilità finanziaria. In un´economia
fondata sul credito, avere un basso punteggio nel "rating"
equivale alla morte civile.
Tutto questo dovrebbe finire, vuole la Casa Bianca che promette nuove
leggi per impedire le pratiche predatorie dei pirati in grisaglia. Ed
esorta il pubblico a ridurre quel mazzo di carte di plastica acquisite
per portare ciascuna fino al limite, "max out" nel gergo degli
indebitati, facendo di loro schiavi a vita, come i contadini che non
riescono mai a rimborsare il padrone.
Il numero di debitori non in grado di saldare o di pagare le rate
mensili è cresciuto nel 260% fra il 2008 e il 2009 e pullulano le
organizzazione che vogliono aiutare i tossici della plastica a
riabilitarsi e riscoprire la saggezza della nonna. Quella che esecrava i
clienti del macellaio che comperavano il lesso a "libretto",
cioè a credito.
[21-04-2009]
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Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
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www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
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Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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